Il capo della segreteria del vice-presidente Domenico Fisichella mandato a casa da un giorno all'altro. Motivo? Essere apparso in una foto che lo ritraeva nella folla del Gay Village.
di Giulio Maria Corbelli
ROMA - Frequentare un posto di "culattoni" anche solo occasionalmente è un'azione assolutamente incompatibile con il ruolo di collaboratore di un senatore della Repubblica. Così almeno sembra che la pensi Domenico Fisichella, vice-presidente del Senato e membro del partito di Alleanza Nazionale. E' stato lui a licenziare alcune settimane fa un suo stretto collboratore, reo di essere stato involontariamente ritratto in una foto, poi pubblicata dal settimanale Panorama, all'interno in mezzo alla gente che affollava l'area del Gay Village di Roma.
A dare la notizia è stato Daniele Scalise, dalle pagine del Foglio di venerdì scorso. La foto incriminata, scattata dal fotografo Luigi Narici dell’agenzia Agf, secondo la descrizione del giornalista romano «ritrae dall’alto un gruppo di ganzi (ma è distinguibile anche una donna) quasi tutti a torso nudo: due si sbaciucchiano, due sono in procinto, altri si affollanno. Davanti, di passaggio, un giovane uomo con tanto di maglietta che si sta guardando attorno con l’impressione di cercare qualcuno. Quel signore è Dario Mattiello, capo della segreteria di Domenico Fisichella».
Licenziato senza alcuna spiegazione
Scalise ricostruisce la vicenda che è seguita alla pubblicazione di quella foto: «La domenica successiva all’uscita del settimanale, Fisichella parla come di consuetudine al telefono con il suo capo segreteria che lavora nel suo staff da otto anni con meriti che tutti Fisichella in testa - gli hanno sempre e ampiamente riconosciuto. Nessun cenno alla foto». Pare invece che pochi giorni dopo il vice-presidente del Senato si sia sentito in dovere di esprimere con una dura reprimenda tutto il suo scandalo per l'episodio, chiedendo a Mattiello di stare a casa per tre giorni «per far decantare la vicenda». Ma i tre giorni non fanno in tempo a passare, senza che a Mattiello venga annunciata da un collega una lettera di licenziamento firmata dallo stesso senatore Domenico Fisichella. Lettera che poco tempo dopo arriva.
Il diretto interessato non avrò nemmeno la possibilità di interloquire con il suo "datore di lavoro" per un chiarimento. Non dovrà far altro che accettare la decisione. Una decisione basata su un fatto che la maggior parte delle persone di buon senso giudicherebbe senza nessuna importanza: trascorrere una calda sera d'estate nella Capitale in uno dei posti all'aperto più frequentati da tutti i romani - chi è stato al Gay Village sa che non era certo frequentato da soli gay e lesbiche.
Grillini protesta con Fisichella
Il deputato DS Franco Grillini ha inviato al vice-presidente del Senato una lettera aprte in cui si dice «trasecolato e allibito» nell'apprendere la notizia del licenziamento: «siamo di fronte - scrive Grillini - all'espressione di una evidente ed inaccettabile discriminazione, civilmente e moralmente detestabile, in radicale contrasto con i più basilari valori liberali della civiltà politica e giuridica dell’Europa contemporanea».
Il presidente onorario Arcigay chiude la lettera chiedendo al senatore Fisichella «di ripensarci, di ritornare sui suoi passi, di ammettere di avere sbagliato e di porgere le Sue scuse all'interessato, per il danno anche esistenziale e morale procurato, e alla comunità gay romana e nazionale per questo gesto impensabile di un paese civile e occidentale».
http://it.gay.com/view.php?ID=19374
lunedì 8 novembre 2004
LICENZIAMENTO OMOFOBO AL SENATO
Il condono per i ladri d'arte
Un emendamento alla Finanziaria per far emergere i beni archeologici: basta pagare il 5% del loro valore
di SALVATORE SETTIS
Ottime notizie per tombaroli, depredatori e trafficanti di antichità, collezionisti finti e mercanti disonesti: la Finanziaria 2005 ha in serbo per loro un regalo che nemmeno i più cinici osavano sperare. Secondo un emendamento in discussione in questi giorni al Parlamento, il Codice dei Beni Culturali viene integrato come segue: "I privati possessori o detentori a qualsiasi titolo di beni mobili di interesse archeologico non denunciati né consegnati a norma delle disposizioni del Codice, ne acquisiscono la proprietà mediante pagamento del 5% del valore", purché vi sia "una dichiarazione dell'interessato attestante il possesso o la detenzione in buona fede".
In altri termini: basta che chi ha occultato beni archeologici anziché denunziarli o consegnarli secondo la legge dichiari che lo ha fatto "in buona fede", e il reato che ha commesso si trasforma in merito: si tiene il maltolto, pagando - sinistra beffa - il 5% del suo valore. E chi determina il valore? La soprintendenza competente, ovviamente; ma nel caso essa non si esprima in tempo, "la richiesta si intende accolta": l'orrido principio del silenzio-assenso, che già si era insediato nel Codice (ma almeno in modo temporaneo) per un diktat di Tremonti diventa in tal modo, come era troppo facile profetizzare, un grimaldello per radere al suolo ogni principio di tutela.
Non è tutto qui: in deroga (anzi in barba) a qualsiasi altra disposizione, i beni archeologici ormai privatizzati "possono essere oggetto di attività contrattuale a titolo gratuito o oneroso e la loro circolazione è libera". Anzi, a scanso di equivoci, chiunque ne presenti istanza è ipso facto non più punibile non solo per i reati previsti dal Codice dei beni culturali, ma nemmeno per i reati di cui agli articoli 648 e 712 del Codice Penale (rispettivamente: "Ricettazione" e "Acquisto di cose di sospetta provenienza"). Ricettare antichità, acquistarle e rivenderle anche se di sospetta provenienza (purché "in buona fede") diventa una virtù.
Questa vergognosa proposta è stata presentata dai deputati Carlucci, Orsini, Santulli, Licastro Scardino (tutti di Forza Italia) e, in un'altra variante senza modifiche sostanziali, da altri due deputati dello stesso partito, Gianfranco Conte e Marinello. Continua dunque, e fu facile profezia, l'opera di smantellamento della tutela e del Codice Urbani approvato pochi mesi fa. La legge-delega sull'ambiente fa a pezzetti l'art. 181 del Codice, regalando sanatorie indiscriminate a chiunque abbia deturpato il paesaggio in aree vincolate.
Il nuovo emendamento sui beni archeologici ha una portata ancor più vasta: non si tratta infatti di una sanatoria di situazioni pregresse (o che possono passare per tali), bensì di una "licenza di uccidere" il patrimonio archeologico ora e sempre, senza alcun limite e alcun discrimine se non la dichiarazione che tombaroli e ricettatori operano "in buona fede". E come negarlo, se i loro complici siedono in Parlamento?
Ma all'impudicizia non c'è fine. L'on. Conte ha dichiarato alla Camera (2 novembre) che la sua proposta ha il nobile fine di favorire "l'emersione dei beni archeologici in mano privata". Non dunque di legittimare traffici illeciti e ricettazione si tratta, bensì di far "emergere" gli oggetti di scavo: "emergere", cioè sommergere senza speranza nelle mani di chi li ha illecitamente scavati, trafficati, acquistati e può ormai impunemente continuare a farlo.
Nella discussione alla V Commissione, un'opposizione tanto flebile da somigliare a un applauso è venuta dall'on. Maurandi (Ds), a cui la proposta non piace perché "non raggiungerebbe l'obiettivo che il presentatore si prefigge"; mentre l'on. Boccia (Margherita) ha parlato di "un vero e proprio colpo di spugna", e il sottosegretario all'Economia Vegas ha usato un linguaggio non meno duro ("una sanatoria per i tombaroli").
Ma entrambe le definizioni sono molto al di sotto della realtà: questa norma intende essere (e sarà, se approvata) un invito a un generalizzato do-it-yourself dello scavo archeologico, gratificato dall'assoluta certezza non solo di non compiere alcun reato, ma anzi di acquistare la proprietà dei rinvenimenti, e di poterli liberamente commerciare previo pagamento di un modestissimo obolo allo Stato.
In tal modo, il principio plurisecolare che ha regolato la tutela in Italia - la proprietà statale dei reperti archeologici comunque rinvenuti - viene cancellato con un blitz brutale. Si apre su tutto il territorio nazionale una gigantesca caccia al tesoro, si beffeggiano i Carabinieri del benemerito Nucleo per la tutela del patrimonio artistico, impegnatissimi nel recupero dei beni archeologici trafugati (resteranno ora senza lavoro?), si vanificano tutte le azioni in corso (anche della magistratura) per il recupero del patrimonio archeologico illegalmente acquisito da collezioni e musei stranieri.
Questa norma non solo viola la Costituzione, ma la offende. Essa rivela che cosa è il "Codice Urbani" per una parte almeno della maggioranza di governo che lo ha approvato: uno specchietto per le allodole, che ha consentito di concentrare il fuoco sul ministro Urbani al momento della discussione, diffondendo tuttavia la falsa impressione che con l'approvazione del Codice "i giochi sono fatti".
E' vero il contrario: per una qualche lobby il Codice è già in corso di smantellamento sul fronte dell'ambiente e dei beni archeologici. Il resto fatalmente arriverà, se mancheranno reazioni adeguate nel Parlamento e nel Paese, e il Codice sarà presto carta straccia. A poco serviranno i ponderosi commentari che stanno già arrivando in libreria.
Questa, è bene sottolinearlo, non è una battaglia né di destra né di sinistra, è una battaglia di civiltà. Le tiepide proteste delle opposizioni contro una norma tanto spudorata non sono meno preoccupanti della norma stessa. Perché il partito trasversale dei nemici della tutela venga sconfitto, occorre un'alleanza delle buone volontà, degli onesti, di coloro (e ce ne sono in ogni parte politica) a cui ripugna la connivenza con ricettatori e trafficanti. Ma occorre anche informazione e consapevolezza dei cittadini.
Faremo in tempo ad arrestare questo cinico, irresponsabile invito allo scempio del nostro patrimonio archeologico?
(8 novembre 2004)
http://www.repubblica.it/2004/k/sezioni/cronaca/settis/settis/settis.html
Windows: Falla In Internet Explorer Resta Senza Soluzione
Roma, 6 nov. (Adnkronos Multimedia) - Una falla presente nella versione 6.0 di Internet Explorer non ha avuto ancora nessuna soluzione e rimane un accesso per malintenzionati. E' quanto annuncia Secunia, compagnia danese che si occupa di protezione per i computer. La società ha spiegato che in entrambi i Service Pack rilasciati -per Windows XP e per Windows 2000- non è presente nessuna correzione alla vulnerabilità del tag html 'IFRAME', che permette attacchi dall'esterno grazie ad un buffer overflow creato da codice precedentemente preparato per l'assalto. (Mak/Adnkronos)
domenica 7 novembre 2004
Non copiate Zapatero, vince troppo
Malteste sul Venerdi de La Repubblica spiega come Zapatero viene visto con sospetto in Italia da entrambi i fronti politici
Contromano di CURZIO MALTESE
L'Italia è l'unico Paese dove l'immagine del nuovo premier spagnolo, José Luis Zapatero, è circondata da comune deplorazione o comunque da un certo sospetto, sconfinante nello scandalo. Perfino a sinistra, fra i leader che fanno a gara nel prendere le distanze dall'esempio spagnolo, «troppo estremista». Non è facendo come Zapatero che si vince, insegnano i nostri professori di riformismo. Tralasciando il dettaglio che Zapatero ha appena vinto e se si rivotasse domani stravincerebbe. Mentre i nostri strateghi della rincorsa al centro moderato, per dire, hanno regalato a Berlusconi la più larga maggioranza parlamentare degli ultimi quarant'anni. La stampa del resto dell'Occidente, compresa quella conservatrice, racconta una Spagna «zapatera» molto diversa dalla caricatura reazionaria nostrana. Un Paese in forte crescita, quasi euforico, che funziona e attrae investimenti da tutto il mondo. Del resto, basta fare un breve viaggio per constatare il clima di rinascita culturale dì grandi città come Barcellona, Siviglia, la stessa Madrid, e paragonarlo al mesto e caotico declino urbano delle capitali italiane. Oppure, confrontare la vivacità delle grandi università spagnole, che ospitano studenti di tutto il mondo, con il grigiore autarchico delle nostre baronie.
Perché Zapatero irrita l'intellighenzia, si fa per dire, nazionale? Una ragione assai banale, intanto, è che si tratta di un giovane e i nostri intellettuali sono molto vecchi. Non tanto per l'età quanto per il modo di ragionare, realmente decrepito. La vicenda Buttiglione, per esempio, ha riportato alla luce un pensiero giurassico sui diritti civili, diffuso perfino fra sedicenti liberali, che sarebbe parso superato anche ai trisavoli. È normale che una cultura sostanzialmente ferma alla Controriforma reagisca con orrore all'invasione di principi libertari nella cattolicissima Spagna. Finché lo facevano in Svezia o Danimarca, pazienza. Un altro motivo dell'antipatia per Zapatero è che ha vinto e governa con una tattica assai poco machiavellica. Si limita a fare quanto ha promesso, fedele a principi e identità non negoziabili. Questo offende il trasformismo patrio, vero terreno comune, e minaccia alcuni interessi materiali, grandi e piccoli. Pensate se i nostri politici si mettessero a fare come Zapatero, quanti «consiglieri del Principe» rimarrebbero senza un mestiere. Per queste e altre ragioni, la sinistra italiana «non faccia come Zapatero». Rischierebbe di capire che, per conquistare i ceti medi, non occorre travestirsi da democristiani. La sbornia ormai è passata e i cittadini non vogliono più sogni di Pulcinella, ma certezze e identità. I mitici ceti medi, spagnoli o italiani, oggi si fidano più di un «estremista» coerente come Zapatero che dei «moderati» trasformisti di centrosinistra, pronti a tutto pur di compiacerli.
http://www.gaynews.it/view.php?ID=29791
Il limbo dei moderati
di Furio Colombo
Il New York Times del 4 novembre non ha dubbi. Queste elezioni sono state un grande scontro tra radicali e moderati. I radicali sono i repubblicani che hanno vinto, i moderati sono i democratici che hanno perso. Da oggi, nel giornalismo americano, la parola "radicale", nel senso tipicamente americano di "estremo" sostituisce la parola conservatore o neoconservatore o cristiano evangelico.
Infatti a pag. 1 del New York Times del 4 novembre trovate questa frase di Richard Viguerie , che ha avuto un ruolo chiave nel mobilitare per Bush il voto cristiano fondamentalista: «Adesso arriva la rivoluzione. Se non facciamo la rivoluzione adesso, quando dovremmo farla? Basta con le chiacchiere di unire il Paese. Chi ha votato in massa per Bush ha fatto con lui un patto. Adesso vogliamo i valori morali di cui Bush, in tutta la campagna elettorale, si è fatto paladino e sostenitore».
I "valori" sono perentori: abolizione dell'aborto, eliminazione da tutte le scuole e università della teoria di Darwin, eliminazione della scienza quando contrasta con la religione, esclusione dei gay da ogni responsabilità pubblica e da qualunque genere di contratto che richiami il matrimonio, divieto di adozione fuori dalle regolari famiglie cristiane, preghiere cristiane in tutte le scuole, sussidi alle scuole private organizzate per l'insegnamento della Bibbia, equiparazione dell'aborto all'omicidio a partire dagli embrioni e carcere per i medici, censura rigorosa dei testi scolastici (di cui i giornali americani hanno dato notizia il 6 novembre) e nomina di giudici (le nomine che spettano al Presidente e al Senato)scegliendo rigorosamente tra i giuristi accettati dai cristiani evangelici.
«Dio ci sta dando un'ultima occasione» - sostiene, sempre nelle pagine del New York Times del 4 novembre, James Dobson, leader e fondatore del movimento "Focus on Family", che ha portato a Bush milioni di voti della estrema ala radicale cristiana. «Ma Dio ci sta mettendo alla prova per un periodo brevissimo. Appena i quattro anni della nuova presidenza di Bush. L'America era sull'orlo della rovina. Ora Dio ci porge la mano della salvezza». Il linguaggio non inganni il lettore. Viguerie e Dobson non sono predicatori delle praterie che agitano il tuono di Dio per spingere a un più severo comportamento morale i fedeli della chiesetta di campagna.
Non siamo in un film americano degli anni Quaranta o Cinquanta, in cui il predicatore burbero diventa buono oppure viene mandato via. Qui siamo alla Casa Bianca di Bush. Viguerie e Dobson sono personaggi del cerchio stretto del presidente. Le due dichiarazioni riportate dal New York Times sono parte di telefonate rese pubbliche dall'ufficio di Bush. Sono voci dell'esercito di sostenitori che ha portato il cristiano fondamentalista George Bush al trionfo della Casa Bianca. Il giornale di New York ha condotto anche un'inchiesta fra i più poveri di questi elettori e anche fra coloro che non sono sostenitori della guerra in Iraq. La risposta è sempre la stessa: «La prima cosa che mi ha attratto in Bush è il suo coraggio nel sostenere apertamente i nostri valori. È uno deciso, che non cambia idea, e sostiene Dio. Mai pensato, neppure per un minuto, di votare Kerry. Non c'è Dio dalla sua parte». Nel supplemento del New York Times dedicato alla spiegazione di un risultato elettorale così inatteso (14 milioni di elettori in più vanno a votare e vince il presidente in carica) il giornale torna e ritorna a citare dichiarazioni come questa, a livelli alti e bassi, periferici e di potere. Torna alla frase chiave e sembra il nuovo slogan di sostenitori di Bush, come se, finita la campagna elettorale fossero liberi di abbandonare ogni finzione: «Non perdiamo tempo a unire il Paese. Il messaggio di Dio è chiaro. Non puoi salvare chi non vuol salvarsi. Fuori dalla salvezza non c'è che la dannazione».
Tutti così gli elettori di Bush? No, naturalmente. Milioni di cittadini normali, guidati da buon senso e da inclinazione politica, hanno scelto di votare per Bush come avrebbero votato in passato per Reagan o per Bush padre. Ma ciò di cui i commentatori si meravigliano è il traino che gli evangelici hanno esercitato, superando e ignorando tutti gli argomenti con cui si misurano i praticanti della politica. Qui non c'entrano né il mercato né la guerra. Ti dicono: «Questa è una rivoluzione» come per svegliarti dalla immagine di un'altra America che è ormai il passato.
Se volete una storia esemplare, ecco quella di Tom Daschle, capo della minoranza democratica al Senato e senatore di immenso prestigio per 26 anni. Di fronte ai nuovi cristiani di Bush, Daschle aveva scelto di "capire" e di "dialogare". Dicono di lui i commentatori politici che è un uomo sempre misurato nel linguaggio, sempre preoccupato di trattare gli avversari da colleghi e non da nemici. Ma poiché si è opposto al famoso taglio delle tasse per i più ricchi è stato prontamente definito "ostruzionista e traditore", lui che era sempre stato considerato, non solo in Senato, "statista e patriota". In ogni altro momento della storia americana, Daschle sarebbe stato tipicamente definito "di centro", anche perché, contrariamente a illustri colleghi come Kennedy e come Byrd, ha sempre sostenuto la guerra.
Ma "la rivoluzione" dei nuovi radicali non tiene conto dei centristi dal linguaggio misurato. In una sola, breve campagna elettorale lo hanno travolto e cacciato dalla politica. Il suo avversario, lo sconosciuto John Thune ha chiamato a raccolta cristiani conservatori che non potevano perdonare a Daschle un voto contro la discriminazione dei gay e un voto - uno solo - contro la libera circolazione delle armi. A quanto pare Tom Daschle, senatore da 26 anni ed efficace e telegenico protagonista di infiniti dibattiti televisivi in tutto il Paese, ha continuato i suoi comizi, nello Stato del South Dakota che lo aveva sempre rieletto, senza rendersi conto del pericolo: l'associazione dei produttori di armi aveva messo a disposizione dei cristiani fondamentalisti e dello sfidante di Daschle un finanziamento dieci volte più grande delle risorse niente affatto modeste del senatore. Perciò Dio, le armi e i valori morali hanno stravinto in questo esemplare episodio della rivoluzione radicale americana, che è stata anche la più costosa campagna senatoriale nella storia degli Stati Uniti. Ma a quanto pare Dio, i cristiani fondamentalisti e i produttori di armi non badano a spese. Daschle è scomparso dalla politica come sono scomparsi altri quattro colleghi al Senato (tutti tra i più moderati, tutti nella lista di coloro che avevano votato per Bush sulla guerra). Sono finiti nello stesso limbo in cui è caduto John Kerry. In quel limbo appaiono per ora confinati tutti coloro che hanno fatto una campagna elettorale cauta e sottovoce, rifiutandosi di denunciare l'enorme conflitto di interessi del vice presidente Cheney, il disastro - che continua e si aggrava - dell'Iraq e di confutare con energia le false accuse ricevute ogni giorno dai vivaci e aggressivi leader repubblicani.
Il New York Times offre un ritratto, che è anche un elogio funebre, del più timido candidato democratico dell'ultimo decennio.
«È stato un personaggio sempre un po' fuori fuoco, come se avesse avuto timore di rivelarsi e di rivendicare la sua vita e il suo passato. Ha esitato e tardato prima di rispondere alle atroci accuse di reduci del Vietnam appositamente mobilitati dalla campagna elettorale di Bush per diffamarlo. Non ha risposto, lui che è stato insignito di tre medaglie al valore, alle accuse di codardia e di tradimento, lanciate contro di lui da uno come Bush che si è sottratto alla guerra.
Bush lo ha costantemente attaccato, irriso, insultato, denigrato con veemenza. Kerry ha mostrato una singolare cautela. Il più delle volte ha scelto di ignorare le accuse». Gli amici di Kerry fanno notare l'immensa sproporzione di mezzi fra la campagna di Kerry e quella di Bush. Bush disponeva di un sostegno finanziario molte volte superiore, e, insieme con gli evangelici, lo ha portato alla vittoria. Ma forse fanno luce queste parole di Carl Rove, stratega elettorale del vincitore: «Bush ha vinto perché abbiamo saputo diffondere il dubbio sulla moralità e l'integrità dell'altro candidato, e perché i cristiani evangelici sono venuti in massa a votare per lui». Può essere utile aggiungere che quando Kerry, nei suoi comizi, parlava di "valori" intendeva i diritti dei lavoratori, le scuole pubbliche, gli ospedali, la separazione fra Stato e Chiesa. E lo ha fatto costantemente con rispetto e mitezza.
Infatti, quando Bush parlava di "valori" intendeva esclusione dei gay, emendamento alla Costituzione contro i matrimoni dello stesso sesso, abolizione e criminalizzazione dell'aborto, preghiera obbligatoria nelle scuole pubbliche, finanziamento di scuole private ispirate alla Bibbia.
Dice l'economista Paul Krugman: «Kerry non si è accorto della svolta radicale dei suoi avversari. Ha condotto una campagna moderata. Ha lasciato la sinistra senza guida, ed è affondato insieme al centro».
tratto da L'Unità del 7/11/2004
Sondaggio Demos-Eurisko: Sì alle coppie di fatto, bocciati i matrimoni tra gay
Frattura su fecondazione e uso degli embrioni la maggioranza favorevole all'adozione da coppie non sposate.
La famiglia si conferma il luogo centrale nella vita degli italiani
di FABIO BORDIGNON
Un punto fermo, ma, allo stesso tempo, in continuo movimento. La famiglia si conferma luogo centrale nella vita degli italiani, primo riferimento in caso di difficoltà. Nella popolazione, tuttavia, sembrano oggi convivere diverse "idee" di famiglia: non esiste un'unica definizione, e il legame con l'istituzione del matrimonio appare meno stretto che in passato. Ma è soprattutto sui temi della riproduzione e della bioetica - fecondazione assistita, utilizzo degli embrioni per la ricerca, aborto - che emergono, nella società italiana, fratture molto profonde. Sono questi i principali spunti offerti da un'ampia indagine realizzata da Demos-Eurisko per La Repubblica.
Quasi una persona su due ha (almeno) un parente stretto (ma esterno al proprio nucleo familiare) come vicino di casa. Più di otto persone su dieci hanno parenti che vivono nello stesso comune. Oltre alla densità dei legami familiari, l'indagine conferma la loro persistente rilevanza, nel nostro paese, quale rete di sostegno: quasi il 90% degli intervistati pensa di poter contare, nei momenti difficili, sull'appoggio della famiglia, che, sotto questo profilo, stacca nettamente gli altri soggetti e le altre istituzioni presi in esame (gli amici, i compaesani, la parrocchia... per non parlare dei servizi del comune e dello stato).
A questi significativi elementi di continuità, l'indagine contrappone importanti segnali di cambiamento, innanzitutto nel modo in cui il concetto di famiglia viene declinato dagli individui. Se il 53% degli intervistati ritiene che, per formare una famiglia, occorra sposarsi - e quasi uno su tre consideri necessario il matrimonio religioso (31%) -, per una percentuale appena inferiore (il 45%) è sufficiente che due persone vivano sotto lo stesso tetto. Del resto, una larga maggioranza, in particolare tra i giovani, considera ormai la convivenza (così come il sesso al di fuori del matrimonio) un comportamento ammissibile (79%). Da tale convinzione nasce la necessità di garantire alle coppie di fatto alcuni dei diritti attualmente riservati al vincolo matrimoniale. Sei persone su dieci sono favorevoli all'istituzione di unioni civili, che tutelino queste relazioni (61%). Una porzione non trascurabile (ancorché minoritaria) della popolazione italiana vedrebbe, inoltre, con favore il matrimonio gay: il 32%, lo stesso valore osservato da Gallup negli Stati Uniti, dove il tema è stato al centro del dibattito, nel corso della campagna per le elezioni presidenziali, e oggetto di referendum - tutti bocciati - in ben 11 stati.
Anche le opinioni in materia di adozioni sottolineano l'indebolimento del legame tra famiglia e matrimonio. Il 78% ritiene legittimo che anche una coppia non sposata possa adottare dei bambini, e il 58% concederebbe tale possibilità anche alle donne sole. Il grado di favore, tuttavia, si abbassa drasticamente nel caso degli uomini soli (36%) e, soprattutto, delle coppie omosessuali (21%).
Un ulteriore capitolo dell'indagine riguarda una
questione di grande attualità, che presto potrebbe essere sottoposta al giudizio elettori attraverso referendum (le firme sono già state depositate in Cassazione): la fecondazione assistita. Quasi sette persone su dieci (69%) approvano l'aiuto, da parte della scienza medica, per le coppie che non possono avere figli (il 55% anche per quelle non sposate). Nel caso della cosiddetta eterologa - la fecondazione assistita che utilizza il seme di un donatore esterno, proibita, allo stato attuale, dalla nuova legge che regolamenta la materia - il numero dei favorevoli scende considerevolmente, fermandosi al 39%.
Un'altra norma controversa, contenuta nella legge recentemente varata dal governo, riguarda, poi, il divieto di sperimentazione sugli embrioni umani. A questo proposito, la popolazione si presenta fortemente divisa: se il 38% considera accettabile, dal punto di vita etico, l'utilizzo di embrioni per la ricerca, una componente ancora superiore condanna tale pratica (44), giudicandola discutibile dal punto di vista morale. La stessa percentuale di persone, peraltro, si oppone all'aborto, questione che - pur non essendo oggetto di riforma - conferma la propria capacità di polarizzare l'opinione pubblica.
Le forti divergenze sui temi della bioetica e della morale sono spiegate, innanzitutto, dalla posizione religiosa degli intervistati. I favorevoli alla fecondazione eterologa, per fare solo un esempio, raggiungono il 53% tra chi non va mai in chiesa, ma la percentuale declina, nettamente, al crescere della pratica religiosa, per fermarsi al 24% tra i praticanti assidui (coloro che vanno a messa tutte le domeniche). Il riflesso di tali contrapposizioni è visibile, infine, anche negli orientamenti politici, con gli elettori della CdL più vicini, sui temi considerati, alle posizioni dei cattolici praticanti.
(7 novembre 2004)
http://www.repubblica.it/2004/j/sezioni/cronaca/mammegay/sondadem/sondadem.html
venerdì 5 novembre 2004
Fuga dagli USA: richieste ai consolati per emigrare
Consolati sommersi di chiamate di cittadini americani che vogliono emigrare in stati più aperti per i gay
La grande fuga degli americani - si suppone di fede democratica - è già iniziata: a soli 48 ore dalla rielezione di George W. Bush alla guida del Paese per altri quattro anni, i consolati di Canada, Nuova Zelanda e Australia sono stati sommersi da numerose richieste di cittadini ansiosi di emigrare. L'effetto-Bush ha spinto gli americani a cercare i Paesi meno conservatori, più aperti alla legalizzazione dei matrimoni fra i gay, alla depenalizzazione della marijuana e al finanziamento del sistema sanitario.
Tutte tematiche trascurate dall'amministrazione Bush e che, secondo i più pessimisti, saranno ulteriormente accantonate per i prossimi quattro anni. Già negli anni Sessanta, durante la guerra fredda, molti americani parlavano di emigrare in Australia per evitare i rischi. E in questi giorni si sta delineando uno scenario simile anche se dai vari consolati negli Usa le autorità invitano alla cautela. «Succede ad ogni elezione», hanno sottolineato i centralinisti delle ambasciate straniere. La maggior parte delle persone che telefona ai consolati è spinta dalla frustrazione, ma tanti altri cittadini americani fanno sul serio. «L'interesse è senz'altro aumentato», ha confermato Rob Taylor, console generale per la Nuova Zelanda a San Francisco. «Molte richieste sono state avanzate già sei mesi fa, ma è anche vero che dopo queste elezioni la gente è ancora più pessimista sul futuro dell'America». Anche al consolato australiano il telefono non smette di squillare. «Gli americani sono divertenti», ha detto Linda Heller, uno dei responsabili. «Quando le cose non vanno come dicono loro reagiscono in maniera drastica. In questo caso con la decisione di abbandonare il proprio Paese». All'ambasciata canadese di Washington, che gestisce il maggior numero di richieste relative all'immigrazione, il numero delle domande è aumentato in due giorni. «Quelli che decidono di emigrare non sono affatto convinti dalla direzione verso la quale l'America sta andando», ha detto Pam Lambo, responsabile dell'ufficio stampa. Storicamente, il Canada ha sempre rappresentato un rifugio sicuro per i «cugini degli States».
di Tania D'Amico
dal "Corriere Canadese"
http://www.gaynews.it/view.php?ID=29745
giovedì 4 novembre 2004
La prima pagina di "The Indipendent"
La prima pagina di uno dei maggiori quotidiani inglesi, l'Independent, non maschera il disappunto per la rielezione di Gorge W. Bush. A commento di un mosaico di foto, che stigmatizzano tra l'altro alcuni dei peggiori avvenimenti del passato mandato di Bush, c'è la scritta: "Altri quattro anni"
USA: lesbica ispano-americana eletta sceriffo a Dallas
Prima donna alla guida della polizia nella storia della città
Una donna di origini latino-americane, dichiaratamente lesbica, e' stata eletta sceriffo di Dallas, per la prima volta nella storia della citta'. Lupe Valdez ha raggiunto un risultato sorprendente nello stato natale di George W. Bush, guadagnando il 51% dei voti e battendo il conservatore repubblicano Danny Chandler.
Gli esperti hanno attribuito la vittoria della donna alla presenza di una vasta comunita' ispanica nella citta', ma anche ad un desiderio di rinnovamento da parte dei cittadini, dopo gli scandali che hanno coinvolto la polizia di Dallas negli ultimi anni.
http://www.gaynews.it/view.php?ID=29742
L'amico è gay? 40 su 100 se lo scoprono lo evitano
Risulta da un sondaggio su ''Gli italiani e l'omosessualità''
Sono amici da anni, rapporto fraterno. Poi improvvisamente, la scoperta: l'amico e' gay. E le cose cambiano radicalmente, l'amicizia si chiude. E' lo scenario che disegna un sondaggio effettuato dalla Ekma Ricerca sul tema "Gli italiani e l'omosessualita'". La societa' di rilevazione ha intervistato telefonicamente il 2 novembre scorso un campione rappresentativo di mille italiani maggiori di 18 anni.
Il risultato e' stupefacente: il 40% degli intervistati smetterebbe di frequentare un caro amico se venisse a sapere che e' omosessuale. Solo il 20% afferma che il suo atteggiamento non cambierebbe, il 10% cercherebbe di redimerlo e ben il 30% "non sa e non risponde".
Quanto all'omosessualita' in se', per il 40% e' una libera scelta, ma c'e' un intervistato su quattro (25%) che la considera un vizio, il 22% la giudica "un modo di vivere la propria sessualita'" e il 10% una malattia. Una larga maggioranza, il 70%, ritiene che le coppie omosessuali non debbano avere gli stessi diritti di quelle eterosessuali, ma il 22% la pensa in modo esattamente contrario. Il 55% ritiene che gli omosessuali in Italia non siano discriminati, ma il 27% considera invece che lo siano. Si rifiuta di rispondere il 18%.
http://www.gaynews.it/view.php?ID=29743
Referendum USA, undici no sulle nozze gay
La California approva la ricerca sulle cellule staminali. Marjuana terapeutica in Montana
Undici sonori no al matrimonio gay, appena attenuati dal sì della California che ha approvato il finanziamento della ricerca sulle cellule staminali. Ma è un vento conservatore quello che soffia sulla America di Bush, vista attraverso i tanti referendum - 163 - ai quali gli elettori sono stati chiamati in concomitanza con le presidenziali. Su una delle questioni più spinose, divenuta scivoloso terreno di scontro nella campagna elettorale, è la tesi dell'amministrazione repubblicana a prevalere. Con un margine larghissimo, gli elettori di undici Stati si sono espressi a favore di modifiche costituzionali per rendere esplicito che il legame coniugale debba intendersi necessariamente tra individui di sesso diverso. Ohio, Georgia, Kentucky, Mississippi, Michigan, North Dakota, Arkansas, Montana, Utah e Oklahoma lo hanno detto a chiare lettere, con una media del 75 per cento di voti e punte addirittura più alte in Mississippi. Più cauto invece l'Oregon (55%9, dove vivono 3000 coppie gay sposate nel marzo scorso. «È un maremoto a favore del matrimonio», è stato il commento soddisfatto di Matt Daniels, presidente dell'Alleanza per il Matrimonio, uno dei gruppi che spingeva per il divieto delle nozze gay.
Il referendum ha preso piede sulla scia di una sentenza della Corte suprema del Massachusetts, che nel novembre di un anno fa aveva autorizzato i matrimoni tra persone dello stesso sesso. Formalmente l'iniziativa referendaria è partita da un gruppo d'attivisti religiosi, ma la modifica della Costituzione è stata suggerita dallo stesso Bush. C'è ora qualche preoccupazione sulle conseguenze che il voto potrà avere per le coppie non sposate, anche eterosessuali, in tema di assicurazione sanitaria e protezione sociale, vista la formula molto ampia del quesito referendario. In Ohio addirittura si esplicita il divieto di riconoscere qualsiasi status legale ai conviventi, un divieto tanto esteso da mettere in allarme il governatore repubblicano dello Stato Bob Taft, come i sindacati e persino certe aziende che fanno dei benefit concessi ai conviventi un sistema di reclutamento del personale. «La maggior parte di questi stati ha già scritto la discriminazione nelle proprie leggi, ora hanno fatto di più scrivendola nella Costituzione», ha detto David Buckel, dell'associazione Lambda che difende i diritti gay. In Ohio, Georgia e Mississippi gli attivisti non demordono e ipotizzano un ricorso un tribunale.
Se il no alle nozze omosessuali non poteva essere più netto, spicca per contrasto il sì californiano alla ricerca sulle cellule staminali, contrastata dalla Casa Bianca, ma forte dell'appoggio del governatore repubblicano Arnold Schwarzenneger, che su questo tema ha platealmente preso le distanze dalla linea del partito. Il sì della California autorizza il finanziamento pubblico per 6 miliardi di dollari per la ricerca sulle cellule-madri, dalla quale potrebbero dipendere le future terapie per malattie come l'Alzheimer e il diabete, e le lesioni del midollo spinale. Il referendum avrà come conseguenza la creazione di un Istituto per la medicina rigenerativa e, soprattutto, stabilirà un principio di diritto sulla ricerca in questo campo, fatto salvo l'assoluto divieto della clonazione a fini riproduttivi. A favore dell'iniziativa californiana, «Prop 71», si era espresso anche l'attore Christopher Reeve, il Superman costretto su una sedia a rotelle dopo un incidente a cavallo e morto qualche settimana prima del voto Usa. «Per favore sostenete Prop 71. E alzatevi in piedi per quelli che non possono farlo», diceva l'attore in uno spot mandato a ripetizione nel corso della campagna referendaria.
Oltre alle gradi questioni di costume e di etica, gli elettori statunitensi hanno dovuto esprimersi su una miriade di referendum sui temi più disparati, dalle tasse sul tabacco per finanziare il sistema sanitario (hanno detto sì il Colorado e l'Oklahoma) ai metri quadri dei megastore (quesito riservato alla contea di Maryland Talbot), alla depenalizzazione della marjuana a scopo terapeutico (approvata in Montana). Sì dell'Arizona su una misura controversa, che obbligherà i residenti a provare la loro cittadinanza per poter accedere ai benefit pubblici. L'intenzione è di colpire gli immigrati clandestini, ma è probabile che il testo appena approvato abbia vita breve: una decina di anni fa anche la California varò una simile iniziativa che venne poi cancellata in tribunale perché discriminatoria. La Florida ha votato a favore di un provvedimento che stabilisce che i minori debbano essere autorizzati dai genitori per poter abortire. Respinta la proposta del Colorado di spartire i grandi elettori dello Stato su base proporzionale nelle presidenziali, misura che se approvata avrebbe avuto effetto immediato.
Marina Mastroluca
giovedì 04 novembre 2004 , di L'Unità
Bush si tiene la Casa Bianca
L'America ha scelto: altri quattro anni di Bush. Dopo lunghe ore di angoscia il candidato democratico John Kerry ha deciso di accettare la scelta senza contestazioni. Ha telefonato al presidente per congratularsi e poi si è presentato davanti alle telecamere per ammettere la sconfitta. Tratteneva le lacrime. «Non avrei rinunciato a battermi - ha dichiarato - se vi fosse stata qualche possibilità di vittoria, ma ormai è chiaro che anche se contassimo fino all'ultimo voto il risultato non cambierebbe». Quattro anni fa, Bush era diventato presidente con 500 mila voti in meno del suo avversario Al Gore. Questa volta ha ottenuto un secondo mandato con 58.704.164 voti, pari al 51 per cento: 3,7 milioni di voti più di Kerry che si è fermato al 48 per cento.
martedì 2 novembre 2004
Il reportage di Furio Colombo: «Ho visto due Americhe col cuore in gola»
di Furio Colombo
New York Vi è una interruzione nella vita americana. Da ieri, 1° novembre, tutto si è fermato, come in Florida quando si aspetta il tifone. Persino giornali e televisioni, che finora hanno scrupolosamente diviso spazi e minuti, adesso sono fermi sull’orlo di un vuoto. Un vuoto di cui nessuno sa niente. Quarantotto a quarantotto, i sondaggi di Bush, i sondaggi di Kerry. È diventato come un numero di cabala. Moltiplicandolo o dividendolo, dovrebbe svelare il mistero di questa attesa immobile, ma nessuno conosce la formula.
L’attesa non è neutrale. Per la prima volta, nella mia esperienza americana (dalla elezione di Kennedy a quella di Clinton) chiunque, dal funzionario dell’aeroporto al tassista, dall’incontro casuale alla conversazione fra amici, ti dice il suo voto. Te lo dice con un misto di fierezza, di ostinazione, di rabbia, con l’intenzione esplicita di far sapere: nessuno cambierà il mio voto, per nessuna ragione. E dedica all’altro candidato parole che non avevo mai sentito nella placida, a volte sonnolenta, vigilia di tante altre elezioni.
L’America è un Paese in marcia, diviso, ansioso. È in marcia in due direzioni diverse. Sarà dura, per una delle parti, fare una svolta a U dopo il voto, e mettersi in coda alla colonna vincente.
Se questo fosse uno stadio, le due tifoserie apparirebbero contrapposte in modo irrimediabile, senza alcun punto di contatto. Non un segno della vecchia e bonaria tradizione americana dei dibattiti imparati nella scuola media, fondati sul riconoscimento educato delle ragioni dell’altro e conclusi con la stretta di mano.
C’è sempre il grande valore comune: l’America. Ma questa volta non è il territorio benevolo che ospita la contesa ravvicinando le parti. Qui l’America è il tema stesso delle elezioni, la posta in palio. L’America è in pericolo. O la salva l’uno o la salva l’altro. Solo che il pericolo è descritto in due modi diversi, la soluzione è opposta, uno strappo in direzioni incompatibili.
Se il centro, di cui si è parlato tanto all’inizio di questa campagna elettorale, sopratutto da parte dei democratici, fosse una piazza, quella piazza sarebbe vuota. Nessuno vi offre una calma e tollerante visione sul valore del rito (il votare) che è più importante del risultato. Vi parlano sempre e solo dell’ansia, della incertezza, molte volte dell’angoscia sulla attesa del risultato.
Il giornalismo, che di solito indossa in clima elettorale il costume buono dell'arbitro, adesso ha assunto - almeno nelle grandi televisioni - un tono secco, senza gentilezze e ornamenti. Intervistano, in sequenze diverse, l'uomo di Kerry e l’uomo di Bush, che non si incontrano in video e non si scambiano i classici scherzi da club e da scuola media della politica americana in pubblico.
Il testo integrale del reportage del Direttore si trova sull'edizione cartacea de L'Unità
lunedì 1 novembre 2004
Cary Grant, il lato oscuro del divo: amori gay e storie di spionaggio
Una biografia racconta vita e carriera dell'attore hollywoodiano
I matrimoni combinati per nascondere la sua omosessualità
Sposò Barbara Hutton, filonazista, per dare informazioni all'Fbi
di ANTONIO MONDA
NEW YORK - Colui che è stato probabilmente il più grande attore hollywoodiano e più di ogni altro ha immortalato sullo schermo l'immagine della raffinatezza e del fascino americano era in realtà un inglese nato in un'umile famiglia di Bristol con il nome di Archibald Leach.
Il mondo lo conobbe come Cary Grant quando divenne la star prediletta dai massimi registi hollywoodiani, e ignorò che la sua nuova identità non riuscì mai a esorcizzare i tormenti di una vita segnata da contraddizioni e lati oscuri, e da un perenne conflitto con l'establishment cinematografico.
Un'appassionante biografia appena uscita negli Stati Uniti ad opera di Marc Eliot, segue minuziosamente le tappe della carriera e della sua vita privata, a cominciare dagli anni di Bristol, quando il padre, che lavorava in una sartoria, gli disse che la mamma era morta di cancro. Archibald all'epoca aveva nove anni.
Eliot ci racconta che il bambino visse la notizia con un dolore che lo segnò per il resto dell'esistenza, che si trasformò in sgomento e quindi in rabbia quando scoprì, dieci anni dopo, che la madre era ancora viva, ed era stata internata in una clinica psichiatrica dal padre, stanco delle sue crisi di nervi e voglioso di convivere con un'amante. Fu la futura star a prendersi cura della donna, alla quale rimase attaccato visceralmente fino alla fine dei suoi giorni.
Quando la compagnia di girovaghi con la quale lavorava fece una tournée negli Stati Uniti, si convinse che quello sarebbe stato il paese della sua vita, e si stabilì in un primo momento a New York, dove calcò con scarso successo i palcoscenici di Broadway. La svolta avvenne quando vinse un provino con la Paramount, che lo mise sotto contratto per cinque anni e gli propose di cambiare il nome in Cary Lockwood. Lui riuscì ad imporre il cognome Grant e accettò ruoli di contorno con star come Mae West e Marlene Dietrich.
La sua bellezza elegante, l'innata raffinatezza e l'ironia con cui sapeva risolvere anche i momenti di massima tensione lo portarono all'attenzione dei maggiori produttori dell'epoca, che cominciarono a corteggiarlo al momento della scadenza del contratto con la major. Grant ebbe il coraggio di mettersi in proprio, garantendosi una carriera segnata da scelte effettuate in prima persona, ma anche l'esplicita ostilità dell'industria, che gli lasciò massima libertà sullo schermo, ma gli negò scandalosamente l'onore dell'Oscar.
Il libro di Eliot si dilunga su come Archibald Leach abbia tentato per tutta la sua esistenza di diventare l'affascinante Cary Grant, e ricorda il turbamento con cui un giorno dichiarò di aver "finto per tutta la vita di essere qualcuno fin quando non mi resi conto di essere diventato quella persona immaginaria".
Nei cinque matrimoni che hanno contraddistinto la sua vita sentimentale cercò un surrogato della figura materna, ma la relazione più importante, anche Eliot lo conferma, fu probabilmente quella omosessuale con Randolph Scott, che aggiunse altri motivi di attrito con l'industria cinematografica. Secondo il biografo c'è molto di vero nella voce secondo cui il matrimonio con Virginia Cherrill venne studiato a tavolino per mettere a tacere i pettegolezzi.
È certamente inquietante il legame di complicità che nacque in quel momento con il capo della FBI Edgar J. Hoover. Eliot mostra dei documenti che suggeriscono che anche il matrimonio successivo fu combinato, ma questa volta per motivi di carattere politico.
La nuova moglie Barbara Hutton, erede miliardaria dell'impero Woolworth, era infatti sospettata di essere una finanziatrice dei nazisti, e Grant si sarebbe prestato a sposarla per passare informazioni all'Fbi in cambio della cittadinanza americana e dell'esenzione dalla leva obbligatoria. Furono gli anni in cui si impegnò a girare anche un film di propaganda anti-nazista ("Fuggiamo insieme") e divenne amico di Howard Hughes, con cui scomparve per cinque giorni a bordo del suo aereo personale, e riapparve in compagnia del presidente messicano quando si era già sparsa la voce che l'aviatore miliardario e l'attore fossero rimasti vittime di un incidente di volo.
Nel corso della sua lunga carriera Grant divenne l'interprete ideale per registi diversi come Hitchcock, Curtiz, Hawks, Cukor, Donen e Capra, lavorando al fianco delle più grandi attrici di Hollywood. Anche quando decise di variare il proprio personaggio (fu Hitchcock a rivelarne più di ogni altro il lato oscuro, giocando perfidamente sui presunti legami spionistici), mantenne intatto il fascino basato sul fatto di essere la persona da conquistare sullo schermo e l'oggetto del desiderio cui anelano anche dive di primissima grandezza.
Il libro minimizza gli aneddoti sulle presunte storie d'amore (dalla Bergman alla Loren ad Irene Dunne) ed i pettegolezzi che hanno circondato gli anni del declino fisico (dall'uso dell'LSD al violento rapporto con la quarta moglie Dyan Cannon), e si concentra invece sui documenti e sui personaggi che lo conobbero da vicino: se David Thompson è d'accordo con Howard Hawks nel definirlo "il migliore e più importante attore della storia", Pauline Kael dichiarò che "ti rende felice solo a guardarlo" e lo definì "l'uomo della città dei sogni".
L'entusiasmo è condiviso da Hitchcock ("un regista non dirige il meraviglioso Cary Grant, ma si limita a mettergli di fronte la macchina da presa lasciando che il pubblico si identifichi con lui") e da Capra, che individua il suo longevo carisma nella combinazione tra l'avvenenza fisica e la leggerezza del talento comico. Hollywood cercò di farsi perdonare con un tardivo Oscar alla carriera nel 1970.
(1 novembre 2004)
http://www.repubblica.it/2004/k/sezioni/spettacoli_e_cultura/caryspia/caryspia/caryspia.html
sabato 30 ottobre 2004
Elogio degli italiani
di Furio Colombo
Credo sia giunto il momento di dedicare agli italiani un pensiero riconoscente. Qualunque popolo governato con il cinismo, gli spettacoli da circo, le clamorose affermazioni e negazioni, la protervia e l’indifferenza, le false promesse di Silvio Berlusconi e della sua gente, con pretoriani che si dedicano alle minacce da un lato, e brave persone che dicono cose decenti ma poi sostengono e votano tutto, ma proprio tutto ciò che vuole il padrone, qualunque popolo avrebbe perso ogni fiducia nelle istituzioni e nella politica. Penso ai bravi tedeschi e ai testardi francesi. Nessuno gli farebbe ingoiare giorno dopo giorno cinque Tg che descrivono successi e glorie del regime, mentre l’impoverimento rapido e drammatico del Paese viene registrato in tutte le famiglie, e l’immagine dell’Italia nel mondo diventa più umiliante ogni giorno.
Nessuno si lascerebbe insultare dalla ripetizione a mitraglia della frase «siamo in ordine con il programma, finora abbiamo mantenuto tutti i nostri impegni» mentre non uno di quegli impegni è stato mantenuto (salvo le leggi ad personam e quelle anti tribunale già approvate alla svelta con il buon lavoro di deputati che sono avvocati e avvocati che sono addirittura presidenti della Commissione Giustizia). Nessuno si sarebbe piegato alla volontà del leader, espressa attraverso un giornalista del servizio pubblico, di non incontrare mai il suo avversario in televisione, secondo le normali regole democratiche. Non lo accetterebbe perché è una offesa ai cittadini.
Però non è dello scandalo di Berlusconi e del suo governo che vogliamo parlare, ma dello straordinario comportamento degli italiani di fronte a tre anni di un simile modo di governare.
Cominciamo dal peggio. L’Italia è stata dominata da persone come Bossi, Calderoli, Borghezio, Gentilini. Sono quelli che hanno creato (insieme a Fini) la più odiosa legge europea sulla immigrazione (e la più dannosa per le imprese). Sono quelli che hanno personalmente (Borghezio) dato la caccia, di notte, con squadre punitive, agli immigrati, arrivando al punto ( c’è una condanna del Tribunale di Torino) di incendiarne i giacigli. Sono coloro che hanno versato urina di maiale su un terreno di Lodi destinato dal Comune a una moschea. Sono coloro che il giorno di inizio del Ramadan hanno dichiarato: «Questa gente non deve avere neppure un appartamento per pregare». L’Europa giudica i leghisti italiani con disprezzo. I giornali italiani fingono di non saperlo. Nei talk show televisivi i personaggi appena nominati vengono accolti come persone normali. Nessuno, credo, ha dimenticato la raccomandazione di Calderoli, allora vice presidente del Senato, alle ragazze padane: «Uscite munite di forbici da giardiniere per essere pronte a castrare («zac, fino in fondo», precisava) gli immigrati che vi minacciano».
Eppure, ecco il titolo d’onore che va tributato agli italiani, questo Paese, così umiliato agli occhi del resto d’Europa, non è diventato razzista. Nonostante il traino possente che Berlusconi, con tutti i suoi mezzi mediatici, ha dato alla Lega, distribuendo loro anche pezzi di Rai, l’Italia non è diventata xenofoba, e questo si deve esclusivamente ai cittadini che hanno tenuto duro e si sono ostinati a restare dalla parte della civiltà, compresi molti che in passato avevano votato Berlusconi.
Anche la vicenda di Buttiglione è esemplare. I vari Tg di Berlusconi e i giornali complici prima hanno nascosto l’evento e poi si sono affannati a spiegare che si trattava di una questione di fede. Buttiglione aveva incontrato ostilità ed era stato discriminato perché è un credente. Si è parlato di lobby che danno la caccia ai cattolici. In un Paese cattolico ciò avrebbe potuto scatenare tensione e ostilità, tenuto conto anche della portata razzista della parola «lobby». Il tentativo è clamorosamente fallito. I cattolici italiani non si sono prestati. Buttiglione è stato respinto perché è Buttiglione, il ministro di Berlusconi, un tipo di persona che non ha corso in Europa.
Un esempio costante di cattiveria, disprezzo e malevolenza è venuto decine di volte dalle figure più in vista dello Stato devastato dalla Casa delle Libertà. Lo stesso Buttiglione si è occupato delle ragazze madri, definendole «donne non buone», il ministro della Giustizia ha mostrato costantemente astio e sprezzo verso i carcerati (sono dieci in una cella e lui si domanda divertito se si aspettavano «il Grand Hotel»), ma anche astio e sprezzo verso i magistrati, la cui decisione di continuare a essere indipendenti francamente lo esaspera. E ha incluso nel suo insulto tutta l’opposizione alla Camera e al Senato, dichiarandola «una perdita di tempo» contro cui intende ricorrere al voto di fiducia, pur di far approvare una pessima legge sulla riforma della Giustizia.
Il vicepresidente del Consiglio Fini ha annunciato ai suoi giovani (dunque alla parte più esposta ai cattivi esempi, ai messaggi di odio) «guerra al pacifismo», e ha spiegato loro il malanimo, la viltà e il rischio mortale di coloro che si oppongono alla guerra. Il presidente del Senato ha fatto la sua parte: da storico ha spiegato che l’antifascismo è un fardello che pesa inutilmente sulle spalle dell’Italia. Da filosofo si è dato da fare per accreditare l’idea che in democrazia ci deve essere una sola verità (presumibilmente quella del vincitore) e che il «relativismo«, atteggiamento di pensiero che accetta di considerare alla pari le verità degli altri, è un cancro da cui fuggire, anzi è ciò che mina le basi della democrazia. Da seconda carica dello Stato ha invocato più volte la guerra di civiltà contro l’islamismo. Ha invitato rudemente l’Italia «a svegliarsi», e a combattere. È seguito il paziente silenzio degli italiani.
Sono in molti a non aver dimenticato che il ministro Lunardi, qualche tempo fa, aveva consigliato di «convivere con la mafia», in un Paese che ha già pagato tanto sangue al crimine organizzato. È l’Italia in cui si progetta la devastazione di 43 Articoli della Costituzione per ripulire la strada del premier dai detriti della democrazia, dopo aver tentato di rimuovere antifascismo e Resistenza, e avere equiparato i reduci di Salò (quelli che davano una mano ai tedeschi in via Tasso, nel ghetto di Roma, nella caccia ai partigiani, nelle impiccagioni e fucilazioni degli antifascisti, nel prelievo casa per casa degli ebrei italiani) a tutti gli altri combattenti, compresa la pensione. La pensione per i cacciatori di partigiani e di ebrei.
Come si vede il danno è grande. Questo è il solo governo di un Paese che fa opera di corruzione sui suoi governati, servendosi di un rigido regime mediatico nel quale non passano se non frammenti di informazione libera, e rispetto al quale anche i grandi organi di informazione apparentemente indipendenti (che però hanno visto rimossi direttori e personaggi di primo piano sgraditi al regime) appaiono prudenti, intimiditi, e alternano la finzione del non sapere alla strategia del tenersi alla larga dalle questioni più vergognose fingendo di non aver visto, sentito o capito. Se si aggiunge a tutto ciò l’impegno, ben condotto, dato il controllo dei media, di accusare sistematicamente chi si oppone, chi svela il gioco, chi racconta ciò che non si deve raccontare, di essere complice dei terroristi, si ha l’immagine di un Paese sottoposto a una tempesta di informazioni false, propaganda di Stato, esaltazione continua e concitata del governo, denigrazione, disprezzo e denuncia dell’opposizione.
Certo, a una simile trama, ha risposto il lavoro costante e tenace della opposizione di tutto il centrosinistra in Parlamento. Ma poiché la forma di imposizione comunicativa del regime Berlusconi resta fortissima, occorre dare atto ai cittadini italiani - tutti, anche coloro che a suo tempo avevano preferito un uomo che appariva ricco e sorridente, piuttosto che mentitore e incattivito come si è rivelato - di essersi difesi con buon senso, civiltà e una buona dose di incredulità che ha cominciato a crescere mentre cresceva il regime delle informazioni false.
Le ultime tre tornate elettorali, e soprattutto i sette seggi su sette conquistati dal centrosinistra nelle recenti elezioni suppletive, dicono molto della resistenza italiana al regime. Non è nata la xenofobia che voleva Bossi, non è cominciata la rissa omofobica su cui puntavano i sostenitori di Buttiglione. Il Paese, bombardato di segnali tremendi sulla immigrazione, ha continuato a pensare, come tutti i Paesi civili, che ci vogliono regole ma non prigioni, che le religioni di tutti vanno rispettate, che non si spara sui gommoni dei naufraghi. Il crimine organizzato è sempre un grave pericolo, ma i cittadini continuano a onorare i giudici caduti, a rispettare la libertà dell’ordine giudiziario, a credere nelle denigrate istituzioni repubblicane, a sostenere la Costituzione.
E sono in tanti a pensare che è meglio la legge e le sue regole piuttosto che i fuorilegge e gli ineleggibili al governo. Oltretutto cominciano a misurare la gravità del danno nelle esperienze quotidiane, nel costo della vita, nella devastata immagine italiana nel mondo, che vuol dire anche denigrazione dei nostri prodotti. Ogni giorno svela una bugia. Ogni giorno questi cittadini italiani che hanno resistito contano il tempo da qui alle elezioni. Lì, non da Vespa, si potrà finalmente parlare.
L'Unità 31/10/2004
Le dimissioni di Buttiglione rappresentano una giornata storica per le libertà civili in Europa
Commento di Aurelio Mancuso, Segretario nazionale Arcigay sulle dimissioni dell'ormai ex candidato commissario Europeo
(ANSA) - BOLOGNA, 30 OTT - ''Le dimissioni di Buttiglione rappresentano una giornata storica per le liberta' civili in Europa''. E' il commento del segretario nazionale Arcigay, Aurelio Mancuso, alle affermazioni di Buttiglione che si e'detto pronto a farsi da parte per favorire il successo della commissione Barroso, dopo le polemiche al Parlamento di Strasburgo.
"E' inutile e anche incredibile - ha detto Mancuso - che Buttiglione si professi una vittima innocente scelta per purificare le colpe e le nefandezze altrui. Le vere vittime del pregiudizio e delle discriminazioni sono le persone omosessuali, che proprio grazie a posizioni come quelle di Rocco Buttiglione vengono emarginate, prese di mira e aggredite da gruppi reazionari, come e' avvenuto di recente a Napoli. Ricordiamo poi che, come risulta da tutti i rapporti di Amnesty Internazional, gli omosessuali sono incarcerati, torturati e uccisi in tutti gli Stati dove sono presenti regimi dittatoriali e teocratici''.
"Quello che e' invece avvenuto in Europa - ha aggiunto il segretario dell'Arcigay - e' molto chiaro: le sue dichiarazioni rese davanti al Parlamento sono risuonate incompatibili con i valori fondanti dell'Unione. Non si tratta di una vittoria degli atei contro i credenti, ma del prevalere di un diffuso sentimento libertario e rispettoso delle differenze, che accomuna la maggioranza degli europarlamentari di ogni credo e appartenenza politica. L'Arcigay esulta per il risultato politico ottenuto e costruito grazie alla raccolta paziente di un voluminoso dossier sulle posizioni anti libertarie del candidato Rocco Buttiglione, che e' stato consegnato a diversi gruppi e parlamentari europei. Non ha vinto alcuna lobby, e' stato invece premiato il serio lavoro di una associazione che da vent'anni difende i diritti dei cittadini e delle cittadine gay e lesbiche. Confidiamo - ha concluso - che il governo si appresti ora a designare un candidato a commissario che sia rispettoso dei valori contenuti nella Costituzione europea''.
(ANSA)
Buttiglione perde il treno per l'Europa
Buttiglione resta ministro in Italia, verso nuovo commissario
ROMA (Reuters) - Rocco Buttiglione, commissario designato per la Commissione Europea, resterà ministro del governo italiano mentre ci potrebbe essere l'indicazione di un nuovo candidato italiano.
Lo ha detto in serata il presidente del Consiglio Silvio Berlusconi, al termine di una cena a Montecitorio.
"Buttiglione resta ministro, immagino che sia cosi", ha detto ai giornalisti il premier.
"E' inutile negare che questa rappresenta la strada più probabile anche dopo gli incontri di queste ore con (Jose Manuel) Barroso e con i leader europei".
Alla fine di una lunga giornata contrassegnata dalla cerimonia della firma della Costituzione Europea, le parole di Berlusconi appaiono come la rinuncia ad appoggiare la candidatura di Buttiglione, ministro per le Politiche comunitarie, alla Commissione per il settore Giustizia e Libertà.
Nel pomeriggio a Palazzo Chigi si è svolto un incontro fra il vicepremier Gianfranco Fini e il ministro dell'Istruzione Letizia Moratti.
L'ex premier portoghese Barroso ha ritirato questa settimana i suoi candidati alla Commissione Ue prima del voto di fiducia del Parlamento per evitare una bocciatura.
Buttiglione è stato contestato da molti europarlamentari per le sue idee da cattolico conservatore su gay e matrimonio.
http://www.gaynews.it/view.php?ID=29658
Non era mai accaduto
di Antonio Padellaro
Non era mai accaduto che il Parlamento europeo si opponesse con tanto vigore, e con tanto allarme, alla nomina di un commissario europeo. Non era mai accaduto che quel commissario, rifiutato per aver espresso delle convinzioni ritenute discriminatorie nei confronti degli omosessuali, reagisse con tale supponenza, senza minimamente farsi carico della grave situazione in cui gettava l’intera istituzione europea. Non era mai accaduto che, a causa della totale chiusura da parte del governo che quel commissario aveva indicato, la nuova commissione e il nuovo presidente sfiorassero il disastro; ovvero, la sicura bocciatura da parte del parlamento europeo, evitata in extremis solo grazie al rinvio del voto e alla promessa di un sostanziale cambiamento dei nomi e degli incarichi.
Adesso tutto questo è accaduto, e l’Italia non può esserne certo orgogliosa. Rocco Buttiglione, il commissario rifiutato che non ha avuto la sensibilità di farsi da parte e il governo Berlusconi irresponsabilmente sordo a qualsiasi richiamo, hanno contribuito a scrivere una delle pagine più mortificanti nella storia dell’Unione europea. Per debolezza o per calcolo meschino o per tutte e due le cose, il presidente Barroso si è reso loro complice facendo pagare alla commissione un prezzo salatissimo e difficilmente recuperabile in termini di autorevolezza e credibilità. Tutto questo alla vigilia della firma della nuova Costituzione europea, cerimonia che avverrà domani a Roma: proprio nella capitale del paese il cui governo si è reso responsabile di una simile pessima figura.
Come in rovinoso gioco del domino, dunque, l’Europa ha affondato Buttiglione che ha affondato Barroso, con il rischio, per ora evitato, che entrambi affondassero l’Europa. C’è una lezione in tutto questo e riguarda quella moneta cattiva che si tenta di spacciare fuori dai confini italiani ma che in Europa e viene costantemente rifiutata. È la moneta del conflitto d’interessi, delle leggi ad personam, dell’intolleranza e della xenofobia, degli insulti contro l’opposizione, dell’euroscetticismo, dell’informazione controllata o intimidita. Da oltre tre anni quella moneta viene battuta in Italia, come se fosse vera. Essa, però, non ha corso legale a Bruxelles da quando il premier del governo che l’ha coniata si produsse in quell’indimenticabile insulto («lei è un kapò») scagliato contro il leader parlamentare di un paese amico. Da allora il giudizio degli altri sull’Italia non ha fatto che peggiorare. Come giudicare, del resto, il governo che toglie dall’Europa una personalità universalmente stimata come il professor Mario Monti e la sostituisce con il professor Buttiglione? Per fortuna c’è Romano Prodi. Dopo cinque anni di lavoro, salutato qualche giorno fa dall’applauso dell’intero parlamento di Strasburgo. E adesso richiamato d’urgenza per salvare la faccia dell’Europa. E dell’Italia.
L'Unità 30/10/2004
venerdì 29 ottobre 2004
Il destino di un popolo
di Romano Prodi
L'IDEA della Costituzione europea è indissolubilmente legata nella mia memoria al ricordo della notte di Nizza. O dovrei meglio dire della mattina, perché ormai albeggiava quando finalmente, il 10 dicembre del 2000, dopo 48 ore di negoziati interminabili e insoddisfacenti, i capi di governo si misero d'accordo sul testo del Trattato che dal vertice di Nizza ha preso il nome.
Nessuno era soddisfatto. E a ragione. Si poteva capire fin da allora che il macchinoso compromesso faticosamente raggiunto non sarebbe bastato per garantire il funzionamento dell'Europa allargata che per me, come presidente della Commissione, era l'obiettivo primario.
Fu allora, in un clima di stanchezza e di nervosismo generale, che proposi di convocare una Convenzione per la revisione dei Trattati: una sorta di assemblea costituente aperta alla partecipazione del Parlamento europeo e dei parlamenti nazionali. Un organo democratico che ponesse fine agli estenuanti e inconcludenti minuetti diplomatici delle conferenze intergovernative che avevano preceduto i trattati di Amsterdam e di Nizza.
All'inizio, come spesso è successo in questi cinque anni, la mia proposta fu accolta con freddezza se non con aperto scetticismo. Ma poi, a poco a poco, l'idea si fece strada e si impose contro la logica burocratica delle diplomazie. E un anno dopo, al vertice di Laeken, si arrivò al varo della Convenzione presieduta da Giscard d'Estaing, da Giuliano Amato e da Jean-Luc Dehaene che è all'origine del Trattato costituzionale di Roma.
Va detto subito che la nuova Costituzione rappresenta un passo avanti importante per l'Europa, anche se non così importante come io avrei sperato e come avevo prefigurato con "Penelope", la bozza di proposte presentata dalla Commissione che è servita come base e come stimolo per il lavoro della Convenzione. Sono almeno cinque i punti salienti che rappresentano un grosso fattore di novità.
1) Il fatto che l'Unione Europea sarà dotata finalmente di una personalità giuridica internazionale, pari a quella degli stati nazionali. Potrà cioè firmare trattati e convenzioni ed essere rappresentata negli organismi internazionali.
2) L'integrazione nel testo del Trattato costituzionale della Carta dei diritti, i cui principi avranno dunque un valore vincolante superiore a quella della legislazione dei singoli stati membri.
3) La creazione di un ministro degli esteri, che darà finalmente una voce all'Europa sulla scena diplomatica mondiale. E la fine della rotazione semestrale delle presidenze con la nomina di un presidente del Consiglio europeo che resterà in carica per due anni e mezzo.
4) L'estensione delle materie su cui si potrà decidere con un voto a maggioranza, e su cui il Parlamento europeo avrà un potere di codecisione. In questo campo, purtroppo, i progressi non sono stati sufficienti, specialmente per quanto riguarda i settori della politica estera e del coordinamento delle politiche economiche. Ma si è ottenuto il massimo che si poteva. E un passo avanti, sia pure modesto, è comunque benvenuto. Una maggiore integrazione sarà possibile tra coloro che lo vorranno con il meccanismo delle cooperazioni rafforzate.
5) La semplificazione e la riunificazione dei testi giuridici in un testo unico ce renderà i Trattati finalmente comprensibili anche ai normali cittadini.
Se tutto questo basta e avanza per considerare la Costituzione come un fatto di grande importanza per il futuro dell'Europa, tengo a sottolineare almeno due punti, oltre all'insufficiente estensione del voto a maggioranza, che io consideravo essenziali e che purtroppo non sono sopravvissuti al tiro incrociato dei governi nazionali, in particolare di quello britannico.
Il primo riguarda lo scorporo dal testo del trattato di tutta la parte di regolamento, che avremmo così in futuro potuto modificare con procedura normale, senza dover ricorrere ogni volta all'iter complesso e difficile di una revisione costituzionale.
Il secondo punto debole del nuovo Trattato costituzionale, e che rischia ora di diventare motivo di crisi politica, è la possibilità di modificarlo solo all'unanimità. Qualsiasi costituzione democratica si può modificare con una maggioranza predefinita. Nel progetto "Penelope" noi suggerivamo una maggioranza superqualificata di quattro quinti degli Stati membri. Questo Trattato, invece, deve essere approvato e può essere modificato solo all'unanimità. Il che dà a qualsiasi stato membro un diritto di veto sul futuro degli altri.
Il problema, come ha sottolineato anche recentemente Mario Monti, rischia purtroppo di porsi già nei prossimi mesi: basta infatti che uno dei Ventinque membri dell'Unione non ratifichi il Trattato, e la nuova Costituzione non potrà entrare in vigore.
E' una situazione che io considero inaccettabile. La Costituzione che firmeremo dopodomani a Roma è il frutto di un lavoro di anni che ha coinvolto governi nazionali, Parlamento europeo, parlamenti nazionali, Commissione e che sarà ora sottoposto al voto di decine di milioni di cittadini. Su scala europea, questo voto sarà indubbiamente favorevole. Se il qualche Paese, come è possibile, dovesse prevalere un giudizio negativo, questo non può e non deve distruggere il diritto degli altri ad andare avanti lungo la strada comunemente accettata.
E' assolutamente necessario, e in questo concordo pienamente con la proposta di Monti, che chi sceglierà di dire no alla Costituzione ne tragga le conseguenze e accetti di farsi da parte per consentire agli altri di andare avanti. L'Unione non è un impero e non è una prigione, ma il risultato della libera scelta di un futuro comune. Se qualcuno non vuol condividere questo futuro, deve poterlo fare. Ma deve anche trarre le conseguenze della propria decisione e uscire dall'Unione per non costringere tutti gli altri a vivere imprigionati in vecchie regole ormai superate.
(28 ottobre 2004)
http://www.repubblica.it/2004/j/sezioni/esteri/dossiercost/destino/destino.html
Arcigay: "L'Europa roccaforte dei Diritti"
Lo Giudice: no alla discriminazione e apertura alle famiglie senza il matrimonio nella Costituzione
Il divieto di discriminare le persone sulla base dell'orientamento sessuale e il diritto a costituire una famiglia anche fuori del matrimonio tradizionale sono chiaramente sanciti nel nuovo Trattato costituzionale firmato oggi a Roma dai leader dei 25 paesi dell'Unione europea.
"L'Europa si conferma la roccaforte dei diritti delle persone nel mondo. In nessuna altra regione del pianeta sono difesi con tale determinazione e pienezza la pari dignità delle persone, l'uguaglianza e la libertà di tutti gli individui a prescindere dalle differenze contingenti, compreso l'orientamento sessuale". E' il commento del presidente nazionale di Arcigay, Sergio Lo Giudice.
Gli articoli interessati sono il 69 e l'81 della seconda parte del Trattato, la Carta dei diritti fondamentali dell'Unione europea. "È vietata qualsiasi forma di discriminazione fondata, in particolare, sul sesso, la razza, ... o l'orientamento sessuale" recita infatti l'articolo II-81. "Il diritto di sposarsi e il diritto di costituire una famiglia sono garantiti secondo le leggi nazionali che ne disciplinano l'esercizio" è invece quanto dispone l'articolo II-69.
"In questo secondo articolo - spiega Lo Giudice - non a caso si parla al plurale del 'diritto di sposarsi' e del 'diritto di costituire una famiglia', come di due diritti distinti. In sede di Convenzione ha avuto luogo un acceso dibattito sulla questione ed è infine prevalsa una concezione più laica e più inclusiva di famiglia non necessariamente legata al matrimonio".
"L'espresso divieto delle discriminazioni basate sull'orientamento sessuale - continua Lo Giudice - è stato introdotto nella Costituzione europea contro il parere di Rocco Buttiglione, oggi commissario designato dell'Unione. Questa è una delle prove più evidenti che Buttiglione è stato bocciato, dal Parlamento europeo, per ragioni politiche e non certo attinenti alla sua sola coscienza personale".
"L'unica altra costituzione al mondo - ricorda Lo Giudice - che contiene un esplicito divieto delle discriminazioni basate sull'orientamento sessuale è, non a caso, quella della Repubblica del Sud Africa del '96, approvata sulle ceneri dell'odioso apartheid verso la popolazione nera. Purtroppo c'è ancora chi vorrebbe costruire una sorta di apartheid giuridico verso le persone omosessuali".
http://www.gaynews.it/view.php?ID=29637
giovedì 28 ottobre 2004
La risposta toscana a Buttiglione
Le commissioni del Consiglio Regionale approvano all'unanimità la legge contro la discriminazione. Ora la parola all'aula, forse già il 9 novembre. E' la prima norma del genere in Italia.
FIRENZE - L'obiettivo è quella di approvarla definitivamente prima del pronunciamento, previsto per metà novembre, della Corte Costituzionale sulla bozza di Statuto Regionale Toscano. Sarebbe un passo importante per sancire da che parte si schiera la Toscana nella lotta per i diritti delle minoranze.
Un segnale in tutela delle minoranze
Ma già oggi la seduta congiunta della prima, terza, quarta e quinta Commissione del Consiglio Regionale della Toscana, sotto la presidenza del consigliere Varis Rossi, ha fdato un segnale forte, licenziando la Proposta di Legge 266 titolata "Norme contro le discriminazioni dettate dall'orientamento sessuale o dall'identità di genere". La Proposta, approvata dalla Giunta Regionale ormai il 12 maggio 2003, è analoga a molte altre in Europa ma in Italia è la prima ed ad oggi l'unica nel suo genere. Fu proposta al Presidente Martini da Arcigay Toscana, insieme all'Agedo Toscana, al MIT Toscana e all'associazione Ireos di Firenze.
La Proposta di Legge è stata approvata all'unanimità, con voto favorevole della maggioranza di governo e di Rifondazione Comunista, mentre il centro-destra, pur avendo votato a favore di singoli articoli, ha preferito non partecipare al voto. La discussione in aula potrebbe avvenire già nella prossima seduta del 9 novembre.
De Giorgi: è un messaggio per tutto il Paese
«Alla maggioranza che governa la Regione - afferma Alessio De Giorgi, presidente regionale di Arcigay Toscana - va il nostro apprezzamento per aver mantenuto la promessa di portare avanti la legge contro le discriminazioni. La Toscana ha mandato oggi un messaggio forte a tutto il paese perché si intervenga per superare le discriminazioni ed i pregiudizi verso gay, lesbiche e trans che sono una piaga sociale dell'Italia. Quella di oggi è inoltre la migliore dimostrazione che non esiste soltanto un'Europa che dice no a Bottiglione e al Ministro Tremaglia, ma esiste anche un'Italia, un'Italia che governa parti importanti del paese, che dimostra coi fatti di essere anni luce distante da quella cultura e da quelle affermazioni».
«Questa legge - afferma De Giorgi - è un passo avanti importante per tutti, sia per il suo messaggio culturale, sia per i suoi effetti pratici. Norme come il tesserino su cui indicare la persona a cui fare riferimento in caso di incapacità, non sono solo per le coppie omosessuale, ma riguardano tutte le persone».
«La scelta di oggi però non è che un primo passo - sottolinea De Giorgi - La legge così come approvata dalle Commissioni unite recepisce una buona parte delle nostre proposte, ma non tutte. L'augurio è che le nostre richieste di miglioramento della legge trovino risposta nella discussione in aula».
Affermato il diritto di autodeterminazione
La proposta della giunta toscana ruota tutt'attorno al diritto all'autodeterminazione della persona. Affronta temi sanitari, affermando la libertà di ciascuno di designare la persona a cui fare riferimento per ricevere il consenso ad un determinato trattamento terapeutico. Il che permetterà alle coppie di fatto - omosessuali o eterosessuali - di scegliere che a decidere della propria vita sia il partner o di assistere il malato in ospedale (possibilità fino ad oggi concessa solo a parenti e coniuge). Il testo prevede controlli sui linguaggi e i comportamenti di media e pubblica amministrazione che possano essere discriminatori o lesivi della dignità delle persone. Ci sono anche campagne di prevenzione dell'Hiv rivolte specificatamente alle comunità gay e servizi di assistenza domiciliare per chi ha una patologia oramai invalidante. La Regione promuoverà una politica delle differenze anche nel turismo, indicando attraverso i servizi di informazione e assistenza turistica i locali "gay friendly". Quanto alle imprese che operassero discriminazioni verso i propri dipendenti o clienti, per via dell'orientamento od identità sessuale, sono previste sanzioni amministrative e saranno tutte escluse da qualsiasi contributo pubblico. Sanzioni e sospensioni dalle autorizzazioni turistiche e commerciali sono previste anche per quei locali che discrimino i propri clienti o forniscano loro un servizio di minor livello perché disabili, extraeuropei o di una religione diversa da quella cattolica. Sono previsti anche corsi di formazione ed aggiornamento per il personale.
http://it.gay.com/view.php?ID=19320
Non era mai accaduto
di Antonio Padellaro
Non era mai accaduto che il Parlamento europeo si opponesse con tanto vigore, e con tanto allarme, alla nomina di un commissario europeo. Non era mai accaduto che quel commissario, rifiutato per aver espresso delle convinzioni ritenute discriminatorie nei confronti degli omosessuali, reagisse con tale supponenza, senza minimamente farsi carico della grave situazione in cui gettava l’intera istituzione europea. Non era mai accaduto che, a causa della totale chiusura da parte del governo che quel commissario aveva indicato, la nuova commissione e il nuovo presidente sfiorassero il disastro; ovvero, la sicura bocciatura da parte del parlamento europeo, evitata in extremis solo grazie al rinvio del voto e alla promessa di un sostanziale cambiamento dei nomi e degli incarichi.
Adesso tutto questo è accaduto, e l’Italia non può esserne certo orgogliosa. Rocco Buttiglione, il commissario rifiutato che non ha avuto la sensibilità di farsi da parte e il governo Berlusconi irresponsabilmente sordo a qualsiasi richiamo, hanno contribuito a scrivere una delle pagine più mortificanti nella storia dell’Unione europea. Per debolezza o per calcolo meschino o per tutte e due le cose, il presidente Barroso si è reso loro complice facendo pagare alla commissione un prezzo salatissimo e difficilmente recuperabile in termini di autorevolezza e credibilità. Tutto questo alla vigilia della firma della nuova Costituzione europea, cerimonia che avverrà domani a Roma: proprio nella capitale del paese il cui governo si è reso responsabile di una simile pessima figura.
Come in rovinoso gioco del domino, dunque, l’Europa ha affondato Buttiglione che ha affondato Barroso, con il rischio, per ora evitato, che entrambi affondassero l’Europa. C’è una lezione in tutto questo e riguarda quella moneta cattiva che si tenta di spacciare fuori dai confini italiani ma che in Europa e viene costantemente rifiutata. È la moneta del conflitto d’interessi, delle leggi ad personam, dell’intolleranza e della xenofobia, degli insulti contro l’opposizione, dell’euroscetticismo, dell’informazione controllata o intimidita. Da oltre tre anni quella moneta viene battuta in Italia, come se fosse vera. Essa, però, non ha corso legale a Bruxelles da quando il premier del governo che l’ha coniata si produsse in quell’indimenticabile insulto («lei è un kapò») scagliato contro il leader parlamentare di un paese amico. Da allora il giudizio degli altri sull’Italia non ha fatto che peggiorare. Come giudicare, del resto, il governo che toglie dall’Europa una personalità universalmente stimata come il professor Mario Monti e la sostituisce con il professor Buttiglione? Per fortuna c’è Romano Prodi. Dopo cinque anni di lavoro, salutato qualche giorno fa dall’applauso dell’intero parlamento di Strasburgo. E adesso richiamato d’urgenza per salvare la faccia dell’Europa. E dell’Italia.
http://www.unita.it/index.asp?topic_tipo=&topic_id=38760
mercoledì 27 ottobre 2004
Buttiglione, Barroso rinuncia alla propria commissione, ora si nomini un altro commissario che non insulti donne e gay
Non è passata l'idea clericale e confessionale delle istituzioni europee
mercoledì 27 ottobre 2004 , di Franco Grillini
Il rinvio della Commissione europea causato dalle dichiarazioni denigratorie verso donne e omosessuali del candidato italiano Rocco Bottiglione alla carica di Commissario alla Giustizia, Libertà e sicurezza, è un segnale molto rilevante sulla diversità europea rispetto al Governo italiano arroccato sulle stesse posizioni clericali.
In Europa esiste una maggioranza laica trasversale che, alfiere della modernità, rifiuta le discriminazioni verso gay, donne e minoranze in genere. In Italia un Ministro della Repubblica, residuo della dittatura fascista, insulta con un comunicato uffciale del suo ministero gli omosessuali (è tuttora rintracciabile come atto ufficiale nel sito del Ministero per gli Italiani all’estero). Quello di Buttiglione, quindi, non è stato un incidente. E’ il prodotto di una cultura maschilista e discriminatoria largamente prevalente nel Governo Berlusconi. E non è un caso che l’Italia sia quasi l’unico paese europeo a non riconoscere i diritti delle coppie di fatto.
Sbagliano, e di gran lunga, tutti coloro che parlano di una Europa anticattolica e anticristiana. Il problema della laicità è semplice: mentre i clericali pretendono che la loro morale, spacciata come "naturale" e "universale", sia imposta per legge e riguardi anche chi non è credente, i laici difendono il diritto universale di ognuno a vivere secondo coscienza e secondo le proprie inclinazioni. La pretesa del fanatismo religioso è quella dell’imposizione e della sovrapposizione tra morale clericale e legislazione statale.
A questo l’Europa ha detto no ed è per questo che siamo grati all’Europa laica e moderna. A questo punto consigliamo vivamente al premier di designare un altro Commissario che, quantomeno, sia più sensibile ad una europa autonoma dal fanatismo religioso e aperta alle istanze delle minoranze.
http://www.gaynews.it/view.php?ID=29607
La Francia tinge di "pink" una nuova tv tutta omosex
di Delia Vaccarello
PARIGI Che sia rosa, verde o arcobaleno, l'intento è chiaro: una tv attenta al mondo omosex fa entrare dalla finestra del piccolo schermo la legittimazione che dalla porta dei diritti stenta ad entrare. Dopo il Pacs, la legge francese che ha riconosciuto le famiglie di fatto, e il tentativo di nozze gay che ha visto come apripista il sindaco verde Mamère, in Francia il mondo omosex entra con una emittente tutta sua nell'universo televisivo. Da ieri è nata Pink tv, un canale che guarda con attenzione alle tematiche gay e lesbiche. Un tocco di rosa come gli abiti che il presidente Pascal Houzelot ha suggerito di indossare per l'inaugurazione, tenutasi al Teatro nazionale di Chaillot a Parigi, alla presenza del ministro delle Comunicazioni Renaud Donnedieu de Vabres. Un colore che evoca delizie e croci: gli abitini delle neonate e il triangolo con cui venivano contrassegnati gli omosex perseguitati nei lager. Collocandosi oltre il pregiudizio, Pink tv vuole essere, come il suo precedente tutto italiano, gay.tv, un canale mini-generalista che combatte l'esclusione, quel senso di non esistenza mediatica per troppo tempo sperimentato dagli omosessuali privi di riferimenti pubblici cui ispirarsi. Questo il significato delle parole di Houzelot: nasce un «riflesso di una cultura di libertà e di tolleranza in cui tutti gli abbonati, che siano gay, lesbiche o semplicemente simpatizzanti dell'omossessualità, possano riconoscersi». Parole che tirano dalla sua parte i 3 milioni e mezzo di omosex - tanti sarebbero gli interessati secondo un sondaggio di Pink tv - pronti quasi in massa ad abbonarsi per vedere un canale tv aperto ai gay al costo di nove euro al mese. L'offerta è ampia: talk-show, fiction, grandi classici del cinema, film d'essai, pellicole selezionate nei festival gay e lesbo francesi e internazionali (inclusi film porno), cortometraggi, documentari, dibattiti e serate a tema. L'effetto liberazione è assicurato, anche se lavora con lentezza, al ritmo dei tempi di assorbimento dell'opinione pubblica. L'esperienza italiana docet. Su gay tv (www.gay.tv), rete satellitare in chiaro, rintracciabile sul canale 810 con i decoder Sky, si alternano da tre anni talk show, classici del cinema, quiz, contenitori che offrono il microfono ai protagonisti e alle associazioni della scena gay, come il «Self-help» firmato dal bravo Mattia. Un effetto simile è procurato dai tanti programmi che hanno i gay in prima fila, da La sottile linea rosa a Will and Grace entrambi su Fox life (canale 111), a L world, vera novità dell'autunno che manda in onda storie di donne lesbiche comuni e non comuni su Canal jmmy (canale 140). Così se in Italia il Pacs non c'è, con gay.tv in testa possiamo vederlo formato fiction, ovvero scene di vita quotidiana, realtà di nuove convivenze senza ostracismi. I nostri cugini francesi con una rete tutta Pink e con il Pacs sono passati decisamente avanti.
L'Unità, martedì 26 ottobre 2004
martedì 26 ottobre 2004
Le buone ragioni
di Furio Colombo
Berlusconi va e viene e fa bagni di folla da Napoli a Milano. Pensa ancora che la sua presenza sia taumaturgica, che il lasciarsi toccare dalla gente possa compiere il miracolo. Il miracolo non si compie. La gente non cambia idea. O meglio, la cambia in silenzio. Chi si è reso conto dell’errore del 2001 non è andato a votare. Chi va a votare mette nell’urna la scelta del centro-sinistra.
Ci troviamo dunque - nel giorno di questa bella vittoria che nega e cancella mesi di Tg 1 e di editoriali specializzati nel sostegno della destra (9 su 10 quasi tutti i giorni) apparsi sui giornali di regime e sui giornali intimiditi o affiliati - di fronte ad alcuni fatti che vale la pena di esaminare.
Il primo è la fine della magia di Berlusconi. Naturalmente era un fenomeno indotto da ondate di false promesse, un gioco ingannevole e perverso nato negli studi televisivi della Rai con la complicità di giornalisti servizievoli. Servizievoli al punto da fornire finti mobili presidenziali e cavalletti muniti di carte d’Italia da ricalcare per mostrare i progetti delle grandi opere. I giornalisti di quel tipo non hanno smesso di essere servizievoli. Perché il gioco non funziona più? Una ragione è che l’Italia di Berlusconi va troppo male e non basta il blocco delle comunicazioni a impedire che i cittadini lo sappiano. Lo sanno ogni giorno. Quando lavorano, e quando spendono quello che riescono a guadagnare.
La seconda ragione è certo lo stile della campagna elettorale condotta dal centro-sinistra. Sapendo di non poter contare né sulle sue Tv né sui giornali (penso a Zaccaria a Milano) i candidati si sono impegnati in una campagna di strada, di incontri, di piccoli e grandi gruppi, dalle discoteche alle scuole, dalle parrocchie ai negozi.
In un mondo berlusconiano di personaggi inventati e di scenografie finte, da Pratica di Mare al “Grande fratello”, dall’”Isola dei famosi” agli “azzurri nel mondo” che riuniti a Lugano ascoltano Berlusconi per telefono, il contatto fisico con persone vere trasforma di nuovo gli spettatori in cittadini, restituisce dignità e diritti ad un Paese assediato dai monologhi di un leader immobile, fatuo, pericoloso.
La terza ragione è probabilmente un desiderio di liberazione dal cerchio di cattiveria volgare in cui si è sentita stretta l’Italia, fra i “culattoni” di Tremaglia e il tentato linciaggio delle due pacifiste, tra l’omicidio sbeffeggiato di Enzo Baldoni e l’obbligo del tricolore per chi odora di An (con aggressioni ai giudici, non importa se di destra, che si permettono di fare domande). A questa cattiveria si aggiunge quella del ministro della Giustizia Castelli che chiama “impedimento” ciò che l’opposizione annuncia in Parlamento contro il suo progetto di distruzione della Giustizia, quella del sindaco di Treviso che vuole proibire, nei giorni del Ramadan, che i credenti musulmani (che lavorano legalmente e con beneficio di tante imprese della regione) possano pregare, quella di Calderoli che assicura che bisogna passare sul suo cadavere prima di dare a un naufrago la possibilità e le ragioni di chiedere asilo politico. Forse, inavvertitamente (data la natura di alcuni suoi componenti) il centro-destra ha passato il limite di cattiveria tollerabile persino per chi non fa troppo caso alle sfumature.
Una quarta ragione è certo stata la tenacia con cui il centro-sinistra - in Parlamento - ha reagito a tanti messaggi e stimoli, anche in buona fede, a “fare insieme” almeno un frammento di legge con una maggioranza di destra ormai segnata a dito in tutta Europa. È una destra che a differenza della Thatcher incoraggia l’illegalità o invita a conviverci. Una destra, che a differenza di Chirac o dei tedeschi, onora e rimpiange Mussolini, una destra che, a differenza di Le Pen, che sta ai margini della vita politica del suo Paese, qui controlla Giustizia, Lavoro e Riforme. Tenersi lontani, opporsi, mostrarlo e dirlo con fermezza ha immensamente giovato.
Una quinta ragione è stato il modo in cui i candidati del centro-sinistra hanno attirato gli elettori indecisi. Come? Primo, si sono presentate persone per bene, con una vita, una professione, un passato. Secondo, non hanno fatto finta, per gentilezza, di non sapere che l’Italia di Berlusconi è un disastro. Lo hanno riconosciuto e dimostrato con chiarezza. Terzo, nel vuoto di tetra bonaccia di questo governo hanno avuto buon gioco a dire, senza bisogno di finti tavoli in mogano tipo Porta a porta ciò che intendono fare se eletti. Quarto si sono comportati da persone normali, senza finte promesse, finte glorie, finti risultati e senza accusare nessuno di essere terrorista soltanto perché la pensa in un altro modo. Forse più di tutto, il comportamento da persone normali, nel mondo stralunato di Gasparri, Bondi, Schifani, Calderoli, Castelli, ha pagato. Quanto al medico di Bossi, è certo un buon sanitario e una brava persona. Ma lui lo sa che è stato messo lì, nel collegio abbandonato di Bossi, come il cavallo di Caligola.
(L'Unità - 26 ottobre 2004)
Salvi (DS): in governo di sinistra priorità ai gay
di Gay.it
Venerdì 22 Ottobre 2004
La mozione congressuale firmata da Cesare Salvi, prevede nei primi cento giorni di governo della sinistra, tra le altre cose, il "riconoscimento della dignità e dei diritti delle persone gay".
ROMA - "Il nostro programma dei primi cento giorni di governo". La mozione congressuale che vede come primo firmatario Cesare Salvi, propone ai Ds una tabella di marcia ben precisa in un eventuale riconquista di palazzo Chigi.
Primo punto, subito il ritiro delle truppe italiane dall'Iraq; via la legge 30 ed estensione dell'articolo 18 dello statuto dei lavoratori; "tornare all'equità fiscale" con il ripristino della progressività, la tassazione delle rendite finanziarie e speculative; combattere l'emergenza sociale con l'avvio del reddito di cittadinanza, il ripristino del potere di acquisto delle pensioni, un piano straordinario di intervento pubblico per la casa. Infine "lottare contro le mafie".
La legge sulla fecondazione assistita, per la componente di Salvi, va abrogata se non avrà già provveduto il referendum. Si deve introdurre un garante nazionale dei portatori di handicap, varare una legge sulle unioni civili, secondo la più avanzata legislazione europea, riconoscere la dignità e i diritti delle persone gay "volgarmente offesi dalla destra".
Un capitolo a parte è dedicato alle così definite nella mozione "leggi vergogna", riferibili alla persona di Silvio Berlusconi, tra le quali quella sul falso in bilancio, "e vanno radicalmente cambiate la risibile legge sul conflitto di interessi e la legge Gasparri". Vanno inoltre abrogate la legge sull'ordinamento giudiziario, la "iniqua" legge Bossi-Fini, le leggi della ministra Moratti sulla scuola e sull'università.
http://it.gay.com/view.php?ID=19290
Suppletive, sette a zero per il centrosinistra. Espugnata la roccaforte di Bossi
di Simone Collini
Gad batte Cdl 7 a 0. Se Silvio Berlusconi si aspettava «un segnale» da queste elezioni suppletive, per il governo non poteva essere più chiara la risposta data dagli italiani. Il centrosinistra ha vinto in tutti i collegi andati al voto per eleggere i nuovi deputati che dovranno sostituire i parlamentari che hanno optato per l’Europarlamento. Il centrodestra ha perso dappertutto e ha perso anche il seggio di Milano 3, quello che nel 2001 Umberto Bossi aveva conquistato con il 53% dei consensi. Niente da fare per la maggioranza anche a Genova Nervi e Napoli-Ischia, altri due collegi che da ieri hanno cambiato colore, mentre l’opposizione è tornata ad imporsi nei quattro che si era aggiudicata tre anni fa: Fidenza (Parma), Mugello e Scandicci (Firenze), Gallipoli (Lecce).
Dall’Emilia Romagna alla Campania, dalla Lombardia alla Puglia, dalla Liguria alla Toscana, i 740mila elettori chiamati alle urne hanno lanciato un chiaro messaggio alla Casa delle libertà che solo Forza Italia cerca di ridimensionare nascondendosi dietro il dato dell’affluenza molto bassa - 40,2% contro l’81,7% delle politiche del 2001 - come se l’alto tasso di astensionismo, che colpisce in particolare uno dei due schieramenti, non sia di per sé significativo. Così, se il leader dell’Udc Marco Follini ammette che «è una sconfitta, non un cataclisma, ma le cose vanno chiamate con il loro nome, non servono giri di parole», se il coordinatore di An Ignazio La Russa invita gli alleati a «non sottovalutare il campanello d’allarme», se il candidato della Lega al collegio Milano 3, Luciano Bresciani, chiama gli alleati a un’analisi di coscienza («bisogna riflettere sul perché la gente non è andata a votare»), Forza Italia rimane sola nel sostenere che non è accaduto nulla di grave: Berlusconi si guarda bene dal rilasciare dichiarazioni, ma ci pensa il vicecoordinatore del partito Fabrizio Cicchitto a dire che questo voto «non ha un significato politico generale». Una posizione che però non viene condivisa neanche all’interno del partito del premier, visto che Carlo Taormina chiede a Berlusconi di avere il coraggio di mandare a casa «un po’ di gente tra i quadri di Forza Italia».
L’en plein era l’obiettivo del centrosinistra, che ieri ha iniziato a cantare vittoria ancora prima che terminasse lo scrutinio di tutte le schede nei sette collegi, tale era il vantaggio dei propri candidati nei dati parziali. «Il 7 a 0 delle elezioni suppletive è un risultato straordinario. È la prova, anzi la riprova, che quando siamo uniti vinciamo», ha detto da Bruxelles Romano Prodi, che ora può tornare alla politica italiana con un già in tasca un esordio più che positivo della Grande alleanza democratica.
La soddisfazione per l’opposizione è sì, in generale, per il «cappotto» (come hanno detto il leader della Margherita Rutelli e il diessino Chiti) inferto a una maggioranza mai così poco maggioranza, è sì per quest’«altra bella botta a Berlusconi» (Mussi). Ma è anche, in particolare, per la conquista di una roccaforte della destra come il collegio di Milano 3, dove nel 2001 la Cdl con Bossi aveva battuto nettamente l’Ulivo: 53% contro 41%. Oggi la situazione si è pressoché capovolta: Roberto Zaccaria ha ottenuto il 51,36% dei consensi contro il 43,46% a cui si è fermato il candidato della Cdl, il medico dello stesso leader della Lega Luciano Bresciani. L’affluenza alle urne, nel capoluogo lombardo, è stata non solo meno della metà di quella registrata tre anni fa (81,8%), ma anche inferiore rispetto al dato nazionale: 39,9%.
Anche un’altro baluardo del centrodestra, il collegio Genova-Nervi, è stato espugnato dall’Ulivo grazie a Stefano Zara. Astensionismo oltre il 60% anche in questo caso, ma a colpire è anche il divario di consensi registrato: l’ex presidente degli industriali genovesi ha ottenuto il 54,64% dei voti, mentre il candidato del centrodestra Roberto Suriani si è fermato al 31,94%. Il terzo seggio strappato alla Cdl dalla Gad è quello di Napoli-Ischia, conquistato nel 2001 da Alessandra Mussolini. Con il 41,31% dei consensi, l’ex leader della Cisl Sergio D’Antoni ha battuto il candidato del centrodestra, Amedeo Laboccetta, fermo al 38,3%.
Netta vittoria del centrosinistra anche nei quattro collegi conquistati nel 2001. A Gallipoli, il seggio rimasto vacante dopo che Massimo D’Alema ha optato per Strasburgo è stato conquistato da Lorenzo Ria con il 59,9% dei consensi, mentre nel collegio Parma-Fidenza Massimo Tedeschi ha incassato il 59,96% dei voti. Percentuali addirittura superiori all’80% nei collegi di Firenze Scandicci e del Mugello. Nel primo, Antonello Giacomelli ha ottenuto l’83,2% dei consensi e nel secondo Severino Galante ha avuto l’81,5%.
Se questo è il «segnale» che Berlusconi aspettava da queste elezioni, per il centrosinistra emerge anche «un segnale inquietante e gravissimo» dal modo in cui la Rai ha informato dell’esito del voto. Si chiedono in una nota congiunta esponenti di tutte le forze dell’opposizione (Udeur esclusa): «È possibile che un dato significativo dal punto di vista nazionale non spinga, ad esempio Porta a Porta, ad abbandonare la trasmissione prevista sull’Isola dei famosi per dar conto dell’attualità?».
http://www.unita.it/index.asp?SEZIONE_COD=HP&TOPIC_TIPO=&TOPIC_ID=38718