L'intellettuale è stato nominato parlamentare a vita da Ciampi
Il ministro di An come Fiorello: "Era meglio Mike Bongiorno"
ROMA - In Parlamento meglio un presentatore di quiz tv piuttosto che un poeta. Ne è convinto il ministro delle comunicazioni Maurizio Gasparri che a sostegno della sua tesi cita il giudizio dello showman Fiorello. "Mi vergogno che sia nominata senatore a vita una persona di questo tipo che offende il nostro mondo", ha detto l'esponente di An riferendosi al poeta Mario Luzi, recentemente insignito della carica dal Capo dello Stato Carlo Azeglio Ciampi. "Una volta - ha aggiunto Gasparri - Fiorello disse che avrebbe voluto Mike Bongiorno senatore a vita. Ecco era meglio Mike Bongiorno".
A scatenare il disprezzo del ministro per il grande letterato toscano (che ha appena compiuto 90 anni) un'intervista concessa al mensile Micromega nella quale, tra le altre cose Luzi sostiene che "i fascisti di An hanno le idee confuse''.
L'attacco di Gasparri ha fatto scattare l'immediata solidarietà dell'opposizione. Per il comunista italiano Gianfranco Pagliarulo è "inaudito che un ministro se la prenda con una personalità limpida, indiscussa, come quella del neo senatore a vita Mario Luzi". "Credo - aggiunge Pagliarulo - che il massimo garante della democrazia, il presidente della Repubblica, non possa più esimersi dal chiedere un chiarimento immediato a Silvio Berlusconi".
Luzi, dal canto suo, nel replicare a Gasparri non ne fa una questione di cultura, quanto di politica. "Meglio Mike Bongiorno di me senatore a vita? Forse - ha commentato - perché sarebbe più conciliante con le posizioni della destra". "Non mi meraviglio - ha detto Luzi - che, pur senza offendere per nulla Mike Bongiorno che ha svolto e svolge egregiamente il suo lavoro, il ministro Gasparri probabilmente lo trovi più conveniente nella carica di senatore a vita che mi è stata conferita".
(27 novembre 2004)
http://www.repubblica.it/2004/k/sezioni/politica/gasparriluzi/gasparriluzi/gasparriluzi.html
sabato 27 novembre 2004
Gasparri contro il poeta Luzi: "Una vergogna che sia senatore"
venerdì 26 novembre 2004
Antitrust: Rai e Mediaset, un monopolio che uccide la tv
di red
L’Antitrust fa le pulci alla tv. E denuncia un punto cruciale: troppa concentrazione nel mercato pubblicitario. «Il settore nazionale della raccolta pubblicitaria, ed il mercato della raccolta televisiva in particolare, è caratterizzato da un'elevata concentrazione, nonchè da elevate barriere all'ingresso, a causa soprattutto di alcuni fattori di natura strutturale che ostacolano il corretto funzionamento del mercato». Questo il dato fondamentale che rivela l’indagine del garante della concorrenza, che individua i vizi del mercato nella «disponibilità, in un contesto di scarsità della risorsa frequenziale, di tre reti in capo a ciascuno dei due principali gruppi televisivi, che ha consentito a Fininvest e Rai di attuare strategie che hanno limitato l'entrata e la crescita di nuovi concorrenti», e nella «disciplina che regola le condotte della società cui è affidato il servizio pubblico radiotelevisivo, che, da un lato, ha favorito la creazione di un duopolio simmetrico nel versante dell'offerta di contenuti televisivi; dall'altro, ha rafforzato gli incentivi dei due operatori ad attuare politiche commerciali accomodanti nella raccolta pubblicitaria televisiva».
Insomma, il duopolio Rai-Mediaset, anche dal punto di vista della pubblicità, è un’anomalia solo italiana. L’autorità Antitrust ha calcolato che il gruppo Fininvest raccoglie il 65% del mercato degli spot, mentre la Rai ospita il 29% delle inserzioni, occupando quasi la totalità dell’intero spazio disponibile. Inoltre, denuncia l’indagine «Fininvest, attraverso la fitta rete di partecipazioni azionarie e di legami di tipo non azionario, riesce ad esercitare una propria influenza sulle decisioni di alcuni importanti operatori, ed in particolare delle società neo-entranti Telecom Italia e Tf1-hcsc».
E l’Antitrust auspica cambiamenti anche nel principale motore della raccolta pubblicitaria, l’Auditel. Secondo l’Autorità, il sistema di rilevazione dei dati d’ascolto dovrebbe essere affidato interamente ad un soggetto privato. L’attuale assetto proprietario di Auditel è ripartito in tre aziende, ciascuna titolare del 33% della società: televisione pubblica (RAI), emittenza privata (Networks nazionali e TV locali), aziende che investono in pubblicità (UPA). Una migliore garanzia di imparzialità sarebbe certamente data da un soggetto privato e indipendente, estraneo alle aziende che poi sono beneficiarie degli stessi dati d’ascolto.
Infine l’indagine dell’Antitrust suggerisce una separazione della Rai in due società, prima del previsto collocamento in borsa: «la prima con obblighi di servizio pubblico generale finanziata esclusivamente attraverso il canone; la seconda, a carattere commerciale, che sostiene le proprie attività attraverso la raccolta pubblicitaria».
http://www.unita.it/index.asp?SEZIONE_COD=HP&TOPIC_TIPO=&TOPIC_ID=39345
Doping alla Juventus? Aveva ragione Zeman...
di MARCO TRAVAGLIO
TORINO - Pare passato un secolo, da quel giorno di fine luglio del '98 quando Zdenek Zeman dichiarò all'Espresso che il calcio era finito in farmacia. Gli diedero del pazzo, del calunniatore, del visionario, assicurando che "nel mondo del pallone il doping non esiste". Poi si capì che non lo cercavano, per questo - ufficialmente - non esisteva. E saltò il laboratorio Coni dell'Acqua Acetosa. Ora, per la prima volta nella storia del calcio italiano (e non solo), una società viene condannata per doping. Ed è la più prestigiosa e blasonata d'Europa: la Juventus. Questa, al di là delle analisi e delle sottigliezze sul dispositivo della sentenza emessa stamane dal giudice Giuseppe Casalbore, è la sostanza dell'ultimo atto del processo di primo grado all'amministratore delegato bianconero Antonio Giraudo (assolto) e al capo dello staff medico Riccardo Agricola (condannato). Pienamente confermato il cuore dell'accusa, sostenuta con pazienza e determinazione in questi anni dal procuratore aggiunto Raffaele Guariniello e dai suoi sostituti Sara Panelli e Gianfranco Colace. L'accusa principale intorno a cui sono ruotati questi sei anni di indagini, udienza preliminare e dibattimento era la frode sportiva mediante "somministrazione sistematica di eritropoietina" (la famigerata e vietatissima Epo) e mediante l'abuso di farmaci su atleti sani.
Quest'accusa, dislocata alle lettere g), h) e i) del capo d'imputazione, è stata ritenuta fondata dal giudice a carico del dottor Agricola. Sia sul versante della frode sportiva, in base alla legge 401 del 1989 (che punisce chi compie atti fraudolenti per alterare i risultati delle competizioni sportive), sia su quello della somministrazione di farmaci e creatina in maniera pericolosa per la salute degli atleti (articolo 445 del Codice penale).
Traduzione: secondo il Tribunale di Torino, la Juventus ha "dopato" i suoi giocatori con l'Epo e altri farmaci, in parte vietati, in parte leciti ma solo per curare patologie (in questo caso inesistenti), nelle stagioni comprese fra il 1994 al 1998. Le prime quattro stagioni dell'era Lippi, sotto la regia della nuova dirigenza Giraudo-Moggi-Bettega, contrassegnate da una messe di successi (una Champions League e tre scudetti). Ora su quei titoli sportivi si pronunceranno i giudici della Federcalcio e dell'Uefa, sempreché la condanna di Agricola "regga" dinanzi alla Corte d'appello, alla quale i difensori hanno già annunciato ricorso.
Il giudice Casalbore, smentendo le insinuazioni di alcuni difensori che lo dipingevano come "appiattito" sulle posizioni dei pubblici ministeri, ha emesso un verdetto complesso, che per essere compreso appieno richiederà un'attenta lettura delle motivazioni (arriveranno fra tre mesi). Ma che già emerge con sufficiente chiarezza. Sul doping e sulla conseguente accusa di mettere a repentaglio la salute dei giocatori, Giraudo viene assolto con la formula del comma 2 dell'articolo 530 del Codice di procedura penale: quella che assorbe la vecchia insufficienza di prove ("quando la prova è contraddittoria o insufficiente"). Nel processo, secondo il Tribunale, non sono emersi elementi bastanti a dimostrare oltre ogni ragionevole dubbio che l'amministratore delegato sapesse quel che faceva Agricola. Fino all'ultimo i pm avevano valutato la possibilità di chiedere l'assoluzione di Giraudo, ma poi avevano optato per una richiesta di condanna, sia pure più blanda rispetto ad Agricola, sulla base di una "prova logica", indiziaria: visti i costi abnormi dell'Epo, era impensabile che il medico li sostenesse senza avvertire il suo diretto superiore, che stanziava i fondi per i medicinali e firmava i bilanci.
Per il giudice, tutto questo non basta. Mancano le impronte digitali, cioè documenti o testimonianze che assicurino che Giraudo era d'accordo (nell'arringa, i suoi difensori avevano osservato che, semmai, il medico rispondeva al direttore sportivo Luciano Moggi, non all'amministratore delegato).
In ogni caso è di Agricola e delle sue pratiche che si è parlato soprattutto in questi tre anni di dibattimento. Non di Giraudo. Insieme alla frode sportiva e alla somministrazione dannosa di farmaci, i due imputati erano accusati anche di falso materiale, per la strana triangolazione di ricette con cui la Juventus - complice il farmacista Rossano - si procurava medicinali a esclusivo uso ospedaliero. Anche questa accusa è stata confermata, ma solo per Rossano (che ha patteggiato 5 mesi), mentre Giraudo è stato assolto con formula piena e Agricola con formula "dubitativa" (il solito art. 530 comma 2). Un'altra, la creazione di una farmacia abusiva contro la legge 538/92, è caduta in prescrizione. Per le tre imputazioni minori (presunta violazione della legge 626/94 sulla sicurezza nei luoghi di lavoro e presunti test irregolari sull'Aids e sul testosterone sui calciatori), invece, è scattata l'assoluzione piena.
Tutto questo, per l'avvocato Luigi Chiappero (difensore di Agricola insieme a Emiliana Olivieri), è un "pareggio in trasferta". Metafora infelice, visto che il capo g) per cui Agricola è stato condannato a 1 anno e 10 mesi di reclusione recita testualmente: "... aver sottoposto i giocatori a metodi doping proibiti e in particolare la somministrazione di specialità medicinali atte a stimolare l'eritropoiesi quali l'eritropoietina umana ricombinata a pratiche di tipo trasfusionali, ricorrendone il divieto", il tutto "dal luglio 1994 all'ottobre 1998". Per una sentenza così infamante, forse, è più appropriato il commento di un altro avvocato, Paolo Trofino, che difende Giraudo insieme ad Anna Chiusano: "Abbiamo segnato un bel gol con Giraudo, ma con Agricola abbiamo perso la partita".
(26 novembre 2004)
http://www.repubblica.it/2004/k/sezioni/sport/calcio/commejuv/commejuv/commejuv.html
Il mago Silvan
di Rinaldo Gianola
Immaginata come la strada per promuovere Berlusconi al livello dei grandi combattenti contro le tasse Reagan e Thatcher, il piano fiscale del governo sembra un’invenzione del mago Silvan. Il taglio di 6,5 miliardi si aggiunge a una Finanziaria di 24 miliardi, già decrepita tanto da ipotizzare una manovra correttiva nel 2005, e sommati fanno 30,5 miliardi da finanziare, 60mila miliardi delle vecchie lire. Una manovra pesantissima per le condizioni in cui versano l’economia del Paese e i bilanci delle famiglie.
La filosofia che ispira il progetto fiscale di Berlusconi tende a privilegiare i redditi più alti, i più ricchi (pur gravati da un contributo “etico” del 4%, ma solo nel 2005), che guadagneranno di più dalla configurazione delle tre nuove aliquote (ammesso che rimangano quelle annunciate: 23, 33, 39%), mentre i lavoratori dipendenti, i pensionati, la maggioranza delle famiglie avranno una piccola mancia, forse potranno pagarsi una pizza con gli sgravi di Berlusconi. Alla riduzione dell’Irpef sono destinati 6 miliardi, mentre alle imprese, che avevano sollecitato un forte sconto sull’Irap, viene destinata una piccola mancia di mezzo miliardo. Però, assicura Siniscalco non sappiamo se volendo fare dell’ironia sui poveri industriali di Montezemolo (il patto di Parma è molto lontano), questi 500 milioni saranno destinati a «sgravi intelligenti» per le imprese. Dovranno essere davvero molto intelligenti per poter determinare qualche piccolo effetto positivo. Eppure, in questa congiuntura, sarebbe stato un segnale importante favorire quelle imprese che desiderano investire in ricerca e sviluppo. Sarà per un’altra volta.
Anche se Berlusconi, con la solita abilità propagandistica amplificata dal megafono delle tv pubbliche e private, accusa il centro-sinistra di avergli impedito di rispettare finora il contratto con gli italiani, la realtà è che le promesse fiscali del centro-destra non sono state mantenute e questa manovrina sulle tasse si configura più come uno spot elettorale che una svolta. Anche il cavaliere si rende conto che non ci può essere la scossa all’economia con questi numeri e lui già sogna, come ha fatto l’amico Bush, di tagliare le tasse sfondando il deficit. Ma l’Europa non glielo consente e adesso lo vedremo dare battaglia contro le regole comunitarie di Maastricht che erano state improntate a un realistico rigore proprio perchè noi italiani eravamo i più indebitati e i meno virtuosi.
Nel corso della campagna elettorale per il voto del 2001, Berlusconi aveva promesso nella legislatura lo snellimento del sistema fiscale a una sola aliquota di fatto (una seconda era prevista solo per i supericchi) e una manovra di alleggerimento delle imposte dai 40mila miliardi di lire in su. In oltre tre anni di governo, il centro-destra ha aumentato la pressione fiscale obbligando gli Enti locali ad aumentare tasse e tariffe per potere garantire un livello di servizi e di assistenza ai cittadini.
E oggi, con la «riforma» fiscale, non si apre una nuova stagione, ma si torna indietro. Che cosa hanno scovato quei cervelloni del governo, compresi i «tecnici», per coprire i 6,5 miliardi del taglio alla tasse? Aumenteranno il prezzo delle sigarette, i bolli, saranno contabilizzati i versamenti del condono edilizio e poi ci sarà il taglio dei dipendenti pubblici: 75mila in meno in due anni. Sarà mantenuto il turn over nel Pubblico impiego, ma Berlusconi ha promesso che ogni cinque statali che andranno in pensione ci sarà spazio per un giovane. Bisogna rilevare che c’è un particolare e coerente accanimento di questo governo nei confronti degli oltre 3 milioni di lavoratori del Pubblico impiego, quasi fosse una categoria da colpire e penalizzare come viene espresso senza fronzoli dalla Lega di Bossi: non si rinnova il contratto di lavoro, non si assume nessuno e si cacciano pure i dipendenti con contratti a tempo determinato.
Nonostante la svolta «epocale» di Berlusconi, fino a ieri sera, i conti ancora non tornavano: a fronte di un piano fiscale di 6,5 miliardi, la copertura accertata appare vicina ai 4,5 miliardi. Mancherebbero circa 2 miliardi (un buco di competenza) e allora bisogna immaginarsi qualche ulteriore novità nel maxi emendamento, o nel corso del dibattito sulla Finanziaria al Senato. Tuttavia Berlusconi ha garantito che la copertura è certa, di più: è certificata dalla Ragioneria dello Stato. Complimenti, dunque, al professor Grilli che ha messo a disposizione il suo talento e la sua credibilità per questa manovra. Con questa operazione fiscale, Berlusconi prepara la sua lunga campagna elettorale. Potrebbe fare la fine di George Bush padre quando promise agli americani: read my lips, no more tax. Leggete bene le mie labbra, niente più tasse. Ma gli americani si accorsero che il fisco, invece, era diventato più pesante e si affidarono al democratico Clinton per otto anni. Anche in Italia le tasse stanno aumentando.
Tratto da l'Unità del 26 novembre 2004
mercoledì 24 novembre 2004
martedì 23 novembre 2004
Garofanoni e Margheritucci
Rutelli imbarca Manca, La Ganga e la Parenti. Chi sono?
I protagonisti di un vecchio film che non ci va di rivedere
di Giampaolo Pansa
A volte ritornano, certi fantasmi. Ma soltanto perché qualcuno li chiama. Francesco Rutelli ha chiamato nel vertice della Margherita due spettri dell'era craxiana. E loro hanno risposto. I due sono Enrico Manca e Giusi La Ganga che, ai tempi di Bettino, erano pezzi da novanta. Dirò più avanti perché Rutelli, d'accordo con Franco Marini, ha fatto un errore. E ne spiegherò i motivi, che sono tanti. Ma ce n'è uno che devo chiarire subito. Poiché riguarda una domanda che molti elettori dell'Ulivo, specie i più giovani, di certo si porranno: ma chi cavolo sono questi Manca e La Ganga?
La domanda è giustificata da una fantozziana realtà: la politica è un tritasassi anche più feroce della tivù e, se salti una stagione, nessuno si rammenta più di te. Dunque, ricordiamo e spieghiamo, cominciando da Manca. La memoria mi rimanda al luglio 1976, l'estate dell'avvento di Bettino Craxi al vertice del Psi. Il partito era stato appena bastonato dagli elettori (9,6 per cento). E contava di salvarsi cambiando segretario. Il giurista Federico Mancini mi riassunse tutto con una filastrocca: 'Noi compagni socialisti / siamo stanchi e un poco tristi. / De Martino quest'estate / lo finiamo a fucilate. / Tutto quanto rinnoviamo, / Benny Craxi ci mettiamo'.
Il professor Francesco De Martino, il segretario della sconfitta elettorale, venne sbalzato di sella anche per il tradimento di Manca, il suo pupillo politico. Fu Enricuccio, con Claudio Signorile e Giacomo Mancini, a issare sul trono Bettino. All'hotel Midas si vissero ore convulse. De Martino stava affondato in una poltrona del bar, disfatto, le occhiaie pendule, lo stecchino fra i denti. Manca gemeva, ma trionfava. Sapeva di aver compiuto un parricidio politico doloroso, però necessario. E poi lui e Signorile erano convinti che Craxi sarebbe stato un re travicello. Pensavano, gongolanti: "Noi ti abbiamo creato, noi possiamo distruggerti!".
Accadde tutto il contrario. Manca, accusato di filocomunismo, fu costretto a diventare filocraxiano. Per anni, dentro il Psi, fu lo Sconfitto. Ma anche la prova vivente della magnanimità di Bettino, tanto generoso da farlo ministro per il Commercio con l'estero. Poi, nel maggio 1981, uscì la lista della loggia P2. Manca ci figurava, e non era l'unico dei socialisti. Pianse di rabbia, negando ogni rapporto con Licio Gelli: "Non ho niente da nascondere. Subisco una violenza morale intollerabile!". Un paio di sentenze gli diedero ragione, ma nel frattempo aveva dovuto lasciare il ministero e ricominciare una carriera politica. Ce la fece e, sempre grazie a Craxi, divenne presidente della Rai. Lo rimase per sei anni, rivelando di essere un mago della lottizzazione. Infine sparì, nel crollo della Prima Repubblica. Oggi, sbagliando, lo pensavamo un illustre pensionato di 73 anni, con cinque legislature alle spalle.
Meno romanzesca la carriera di La Ganga. Alto, massiccio, 56 anni, quattro volte deputato, cordiale, irruento, era un Gianduja d'acciaio, che a Torino faceva e disfaceva a piacer suo. Un vero ras, ma capace di sorridere anche di quel cognome che si prestava a ironie micidiali. E che ispirò un'indimenticata vignetta del primo Forattini. Si vedeva Craxi vestito come Al Capone, che avanzava gridando: "Fermi tutti! Arriva la ganga". Era il marzo 1983 e sotto la Mole esplodeva una Tangentopoli locale. Pure Giusi incontrò un paio di disavventure giudiziarie, entrambe a lieto fine. E concluse la carriera da potente responsabile degli Enti locali, travolto dal crack della Sacra Famiglia craxiana.
Adesso il vecchio film sembra destinato ad avere un seguito. E con il concorso di una protagonista femminile: Tiziana Parenti. Già magistrato del pool di Milano, poi passata a Forza Italia, la ricordo alla prima convention elettorale di Berlusconi. Tra le urla di gioia dei forzisti, fu accolta sul palco così: "Ecco il nostro futuro ministro della Giustizia!". Non andò in questo modo, naturalmente. Oggi la signora entra nella Margherita come uno degli intellettuali al seguito di Manca. Che spiega a 'Repubblica', con la sicumera di sempre: "La nostra componente liberale e socialista farà da calamita per i delusi della Casa delle libertà". Più furbo, La Ganga ha scelto di tacere, almeno per ora.
'Un petalo socialista con la Margherita' è l'insegna dell'operazione che il Bestiario preferisce appellare 'Garofanoni e Margheritucci'. Ecco un innesto ben poco convincente. C'è già un partito, quello di Enrico Boselli, per drenare i pochi voti ex craxiani disponibili a passare con l'Ulivo. Rutelli & Marini non ne ricaveranno nulla. Accolgono signore e signori senza seguito elettorale. Sconosciuti ai più. Che accrescono il vecchio di un Ulivo che dovrebbe guardare in avanti e non all'indietro.
È vero che anche nel centro-sinistra i reduci della Prima Repubblica sono tanti, nei Ds per cominciare. Ma c'è un limite a tutto. Scomparso Craxi, sono rimasti quelli che chiamavamo 'i suoi cari'. Si conquista con loro il mitico centro? Ma non fatemi ridere! Perché, se rido troppo, non vado più a votare.
L'espresso
Il sultano Silvio e il futuro Fininvest
Con la tv fa nove volte gli utili della analoga tv privatizzata francese. Ma sta per disfarsene perché vuole entrare in un nuovo e più redditizio business. E diventare il numero uno del mondo
di Eugenio Scalfari
Abbiamo di recente appreso da una graduatoria effettuata da un'agenzia internazionale di ricerche e di analisi che Silvio Berlusconi occupa il quarto posto nella classifica degli uomini più ricchi e dotati di maggiore influenza nel mondo. Avete capito bene: nel mondo. Il sultano del Bahrein è forse leggermente più ricco di lui, ma non ha alcuna influenza. Bill Gates infatti lo supera, ma Berlusconi viene subito dopo. È entrato in una sorta di Guinness dei primati.
Come non esserne fieri? L'Amor nostro, come lo chiama Giuliano Ferrara non so se con una punta di ironia o con franca e affettuosa ammirazione, fa bella figura e la fa fare a tutto il paese da lui così brillantemente rappresentato.
Adesso è molto preso dal problema di sistemare nel modo migliore il suo gigantesco patrimonio assicurando pace e concordia tra i suoi figli ed eredi (speriamo tra cent'anni) e tanto per cominciare ha già assicurato alle sue televisioni, a partire dal 2006, le partite del campionato di calcio attualmente trasmesse dal canale sportivo di Sky News. Il che significa maggior reddito e maggior valore.
Del resto basta confrontare gli utili conseguiti dalla televisione francese ex pubblica con quelli di Canale 5 di Mediaset. Sono due emittenti, entrambe private, che hanno analoga diffusione nei rispettivi paesi e analogo volume di fatturato. Ma l'utile della tv francese è stato nell'ultimo anno di 100 milioni di euro mentre quello di Canale 5 è arrivato a 900.
Il miracolo (nove volte di più) è dovuto al fatto che la convenzione con lo Stato francese impone alla concessionaria una serie di investimenti in ricerca e in programmi di utilità pubblica più costosi e profittevoli, mentre lo Stato italiano non impone assolutamente nulla a Mediaset. Di qui il miracolo dell'Amor nostro e del suo fedele Confalonieri.
Il gruppo Fininvest-Mediaset è dunque arrivato al culmine del suo valore patrimoniale e il proprietario sta seriamente pensando di venderlo. Prima che cominci quell'inevitabile declino che incombe su tutte le costruzioni umane.
Ricordo ancora che mio padre, quando mia madre si addolorava perché qualche pezzo del suo servizio di cristalleria avuto in dono di nozze finiva in frantumi, cercava di consolarla ricordandole che anche l'impero romano era stato distrutto. E così accadrà anche a Canale 5. Perciò meglio disfarsene prima. Ci saranno dei miliardoni per i ragazzi della famiglia, ma il grosso l'Amor nostro lo reinvestirà in una delle grandi multinazionali della comunicazione, quelle che accoppiano insieme telefonia, reti satellitari, grande distribuzione, 'hardware' di trasmissioni informatiche con centinaia di canali e 'software' di programmi. Con la fondata speranza di ascendere al primo posto della classifica mondiale degli uomini più ricchi e potenti.
Molti gonzi pensavano che Berlusconi volesse entrare nella storia come il più grande statista italiano. Ma vogliamo scherzare? L'orizzonte italiano è supremamente provinciale. Gli va stretto. Lo obbliga perfino a comporre le liti tra Fini e Calderoli e a confrontarsi con Siniscalco. Miserie. Le vette sono ben più alte.
Nel frattempo la nostra piccola Rai si accinge a privatizzarsi. Nel modo più idiota, quello ipotizzato e anzi codificato nella legge Gasparri: il 20 per cento in Borsa in quote non superiori all'1 per cento. Una manciatina di spiccioli che non spostano il controllo governativo sull'emittente pubblica. Ma impongono alla medesima la produzione di valore immediato, ponendo in terza e quarta fila i programmi che dovrebbero caratterizzare il servizio pubblico.
Questa è una vecchia questione che continua ad alimentare dibattiti accademici del tutto inutili e diseducativi, scambiando la noiosa seriosità del servizio pubblico con le effervescenti bollicine della tv commerciale.
Balle. Ci sono ottimi servizi tipici di un'emittente pubblica e capaci di raggiungere punte eccezionali di ascolto (la fiction su Borsellino insegni) che la Rai produce ma, chissà perché, nasconde tra le pieghe del suo improbabile palinsesto.
Un esempio? Rai Educational, guidata da Gianni Minoli, produce da qualche mese inchieste di notevole interesse che meriterebbero la prima o la seconda serata. Ma potrebbero disturbare i vari califfati della nostra emittente pubblica. Perciò meglio tenerli in soffitta, mettendoli in rete all'una di notte o alle otto del mattino. Qualche volenteroso affetto da insonnia li vedrà.
C'è del senno in questa follia? Non direi. Eppoi non è nemmeno follia, ma semplice stupidità.
L'espresso
Fassino: "Gad cambia nome ci chiameremo 'Alleanza'"
Il leader dei Ds raccoglie l'invito lanciato da Rutelli
Il primo a dirsi scettico sulla sigla era stato Prodi
ROMA - Più rapidi di due meteore Gad e Fed rischiano di essere termini in via di scomparsa dal vocabolario politico italiano. Ora nel centrosinistra sono tutti d'accordo: quei due acronimi sono troppo ostici per dare il là alla stagione della riscossa.
"Benissimo chiameremo la Gad 'Alleanza' e la Fed 'Ulivo', come aveva proposto per primo Romano Prodi". Il segretario Ds Piero Fassino ha risposto così oggi a Francesco Rutelli, che in una intervista a La Repubblica proponeva di cambiare il nome della coalizione e della federazione riformista.
"Il nostro elettorato - spiegava il leader della Margherita - deve potersi riconoscere in un nome che trasmetta l'idea di un progetto, che indichi la strada di un cambiamento, che evochi una speranza. Non possiamo certo accontentarci del primo appellativo che ci è stato affibbiato: troviamone uno tutti insieme con Romano Prodi perché Gad e Fed sono davvero indigeribili, sembrano quasi il nome del prossimo cartone di Disney".
Lo stesso Prodi, del resto, come ha ricordato oggi Fassino, ha più volte lasciato intendere di non apprezzare i due neologismi politici più di tanto. Troppo altisonante e trionfalistico per i gusti misurati del Professore quel "Grande Alleanza Democratica". "Perché - si chiedeva nei giorni scorsi Prodi - non chiamarla più semplicemente: l'Alleanza?".
Ben contento di mandare subito in soffitta Gad e Fed è anche il presidente dei Verdi Pecoraro Scanio, che non rinuncia però a una nota polemica. "L'abbreviazione Gad non ci ha mai
visti entusiasti - ammette - ma oggi prioritario non è il nome bensì il programma e le regole dell'alleanza democratica di centrosinistra".
(23 novembre 2004)
http://www.repubblica.it/2004/k/sezioni/politica/proditorna/allfas/allfas.html
I miei occhi hanno visto telegiornali...
di Alessandro Robecchi
Ho visto i telegiornali, sono informatissimo, so tutto quello che succede in Italia e nel mondo. Per esempio che hanno messo una pinna di plastica al delfino malato (Tg5). Oppure - caso davvero clamoroso, dove andremo a finire? - che a Mosca è arrivata la neve il 19 novembre (ancora Tg5). Poi si parla un po' di Wanna Marchi. Visto come sono informato? La frequentazione assidua del telegiornale dei puffi di Italia Uno mi sta facendo diventare un esperto di glutei. Con il freddo che fa fuori se vuoi vedere una spiaggia assolata e un bel paio di tette, c'è il servizio sul calendario del giorno, poi le ultime sul Grande Fratello, poi uno speciale sul Grande Fratello dell'anno scorso. C'è l'intervista ai giovani che guardano il Grande Fratello. E' l'informazione ai tempi del colera. Conto i casi di censura degli ultimi giorni, vanno da Hendel a Guerritore (Raiuno), da Travaglio (Sky) alla Mussolini (Raidue). A Radiorai, i giornalisti si sentono ordinare "vola più basso". Emilio Fede, scusate il termine, dà dei "terroristi" ai suoi redattori. Cade Mentana, il che significa che si è passati dalla fucilazione dei nemici (i Biagi, i Santoro) a quella degli amici non troppo stretti. I neutrali (ammesso che Mentana lo fosse) non sono più tollerati: la legge Gasparri li rende obsoleti, è autunno, cadono le foglie, anche quelle di fico. Col Tg1 imparo le sottigliezze della lingua. Se nel pastone politico si dice che "la maggioranza cerca l'intesa", significa che sono in corso sparatorie e agguati tra i banchi della destra. Se gli scappa detto che c'è "qualche disagio nella maggioranza" significa che siamo arrivati ai sacrifici umani. Funziona uguale Bruno Vespa: quando vedo che parla d'altro (le sette sataniche, la cronaca nera, i tarocchi) vado subito a controllare che non sia successo qualcosa di brutto a Silvio e ai suoi boys. Di solito è così: parlar d'altro, volare bassi è sempre una buona tattica. Per fortuna che c'è il Tg2, che ci racconta la ricetta della felicità: una sola aliquota fiscale del 19 per cento uguale per tutti, quella sì che è civiltà, ma purtroppo succede in Slovacchia.
In tutta questa libertà di informazione in cui mi immergo quotidianamente, sento un po' la mancanza della signora Gardini, la nuova portavoce di Forza Italia. Sarà che la voce di Silvio la portano tutti e dunque il suo ruolo è un po' superato. Sarà che l'inesperienza le ha giocato brutti scherzi e si è fatta beccare mentre raccontava in pubblico che Tremonti ha una macchinetta per mettersi le supposte. Ma sta di fatto che gli spazi della signora sono troppo stretti, che si potrebbe fare di più. Il portavoce serve essenzialmente per chiudere i panini del Tg1. Sapete come succede: si dice bene del governo, si dà spazio a una millimetrica dichiarazione della sinistra (a volte di Rutelli, perché la confusione mentale fa sempre ascolto) e poi si chiude con una dichiarazione della maggioranza. Ogni tanto si sbagliano: danno la reazione del governo prima ancora della notizia. Altre volte fanno prima e non danno nemmeno la notizia. E' questo meccanismo dell'informazione italiana che ci ha fatto conoscere Schifani. E' questo che ha reso popolare Bondi. E' con i grandi caratteristi che si fa il cinema. La Gardini, invece, si vede poco, se non la invitasse Vespa ogni tanto sarebbe un portavoce abbastanza afono. E' un caso di censura? Anche se le voci sono quelle di Silvio è giusto che il servizio pubblico faccia sentire tutte le voci di Silvio. Devo forse pensare che la Gardini sia considerata dai suoi stessi capi più impresentabile di Bondi? Non capisco perché la sinistra, sempre pronta a difendere i martiri della censura, non muova un dito per questa signora tanto a modo che - a parte quando parla delle supposte di Tremonti - porge con tanta grazia le opinioni del suo capo. Non straborda, non tracima come i suoi colleghi. Pratica l'arte della toccata e fuga. Ogni tanto spunta la Gardini e dice: tagliamo l'irpef! Zam, un lampo, e poi si continua con lo scandalo del maltempo o l'ammazzamento del giorno. Il portavoce subliminale funziona proprio così: un flash e si ritira nelle tenebre, le sue parole rimbombano per un istante e poi si torna ai cuccioli di iguana dello zoo di Pechino: giusto per la completezza dell'informazione.
http://www.ilmanifesto.it/Quotidiano-archivio/21-Novembre-2004/art8.html
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Nuovo colpo al browser di casa Microsoft, in flessione da mesi
Sempre più utenti scelgono il concorrente open source Firefox
di Alessio Balbi
ROMA - Firefox segna un altro punto a suo favore nella guerra dei browser: Internet Explorer, dominatore del mercato e suo principale concorrente, è sceso per la prima volta dal 1998 sotto la soglia del 90 per cento di utenti.
Secondo la società di ricerche olandese OneStat.com, nella terza settimana di novembre Explorer è stato usato dall'88,9 per cento dei navigatori, con una flessione di 5 punti rispetto a maggio. Gli utenti che abbandonano Explorer, secondo OneStat, stanno passando quasi in blocco a Firefox, che proprio questa settimana ha festeggiato il 5 milionesimo download.
I numeri di OneStat confermano una tendenza già evidenziata nei mesi scorsi da un'altra società, la statunitense WebSideStory, secondo la quale la quota di mercato di Internet Explorer era passata in tre mesi dal 95,5 al 93,7 per cento.
Si può parlare di crisi per un prodotto che comunque continua a essere usato da oltre otto utenti su dieci? Ovviamente no. Ma la flessione di Explorer è ormai costante da alcuni mesi, e non può essere attribuita a fattori "stagionali". Microsoft, d'altronde, sa meglio di ogni altra compagnia quanto sia difficile conservare un predominio di mercato all'apparenza inattaccabile.
A metà degli anni Novanta, la società di Redmond non aveva neanche un browser. Su internet dominava Netscape Navigator, creato nel 1993 dagli universitari Marc Andressen e Eric Bina. Quando, nell'ottobre del 1997, Microsoft decise di fare sul serio rilasciando Explorer 4.0, gli sviluppatori di Netscape si sentivano talmente sicuri del fatto loro che inserirono nel navigatore una scritta: "Netscape 72, Microsoft 18", riferendosi alle quote di mercato dei due browser. Un anno più tardi, grazie a una politica aggressiva e spregiudicata, Explorer era usato dal 96 per cento dei navigatori, e Netscape era condannato a morte.
Ufficialmente, comunque, Microsoft non sembra credere che la storia possa ripetersi a parte invertite: "Credo che alla fine la maggior parte degli utenti deciderà che Explorer è la scelta migliore", dichiara Gary Schare, responsabile del product management per Windows. "Nel frattempo siamo contenti che anche Firefox faccia parte di quel grande ecosistema di prodotti disponibili su Windows".
Firefox è un software open source sviluppato dalla Mozilla Foundation, organizzazione nata da una costola di Netscape. Firefox 1.0, prima versione stabile del browser, è stata lanciata due settimane fa ed è stata scaricata finora 5,6 milioni di volte.
(23 novembre 2004)
http://www.repubblica.it/2004/k/sezioni/scienza_e_tecnologia/firefox/novpercento/novpercento.html
The Economist, 20 novembre 2004
«Emerge sotto gli occhi di tutti la fragilità dell’economia italiana, e quanto poco è stato fatto dal governo Berlusconi per rianimarla. Non c’è alcun segno di rinnovamento, riforma o rilancio. Anzi la situazione peggiora».
The Economist, 20 novembre
lunedì 22 novembre 2004
Repubblica.it / Carta Canta: - La sai la penultima?
"Silvio Berlusconi pensa a misure forti, 'shock', di riduzione della spesa per consentire poi un taglio netto delle tasse. Il premier, parlando con i giornalisti a margine della festa dell'Indipendente, fa riferimento a misure complessive per 24 mila miliardi di vecchie lire per garantire entro la legislatura la riduzione delle aliquote al 33% e al 23% come promesso nel contratto firmato con gli italiani. 'E' un impegno solenne' che il premier prende. Dicendo che se non sarà rispettato, 'neanche si presenterà' alle prossime elezioni. Berlusconi ha quindi chiarito che sono già allo studio delle misure che potranno essere varate nel giro di qualche settimana, entro aprile, per consentire un risparmio di spesa intorno ai 6 miliardi di euro, circa 12 mila miliardi delle vecchie lire... Si tratta di misure che saranno poi esaminate in una riunione collegiale di maggioranza e successivamente dal Consiglio di gabinetto per poi approdare al Consiglio dei ministri, appunto, entro aprile 2004' (Ansa, 10 marzo 2004)."
Il matrimonio? Un dovere...
di Maria Novella Oppo
Si è messa in moto la propaganda alla Bush sui 'valori' non bollati, sperando che frutti qualcosa anche da noi. Ed ecco che, nella stessa sera, Giuliano Ferrara si esibisce nel ruolo di Antonio Socci alla difesa del santo embrione, mentre Bruno Vespa celebra matrimoni sacri e inviolabili. Due ministri in studio: il bofonchiante Giovanardi e la 'bella e alta' (come l'ha definita Berlusconi) Prestigiacomo. A difendere il diritto delle coppie di fatto (etero o omo) c'era Grillini, catapultato da una macchina del tempo in un secolo buio e ipocrita. Giovanardi ha tentato una nuova difesa postuma del martire Buttiglione, spiegando che anche tradire la moglie è peccato, ma nessuno discrimina il peccatore. In attesa che qualcuno provveda a sanare questo vuoto di sanzioni, la Prestigiacomo ha confessato di capire i gay, ma non le coppie eterosessuali che non vogliono sposarsi, perché pretendono dei diritti senza sobbarcarsi doveri. Capito? Il matrimonio è già diventato un dovere (a quando l'obbligo?) per gli eterosessuali che convivono ma non vogliono sposarsi, mentre per i gay che lo vogliono è vietato. Siamo nati per soffrire.
http://www.gaynews.it/view.php?ID=30010
sabato 20 novembre 2004
Il vescovo di Ivrea: "Strumentalizzato chi vive la tendenza omosessuale"
Mons. Miglio: "L'insegnamento cristiano non propone due etiche diverse. Non si è peccatori per le proprie pulsioni..."
Placatesi in parte le polemiche che hanno accompagnato il "caso" Buttiglione alla Commissione Europea, vorrei richiamare per un momento l'attenzione su coloro che in qualche modo sono stati strumentalizzati e penalizzati, anche se indirettamente, cioè le persone che vivono la tendenza omosessuale. La vicenda della Commissione Ue è molto più complessa, come si è potuto constatare, con risvolti di politica europea e italiana, e anche interni al mondo cattolico, ancora una volta interpellato sul senso della laicità, sulla sua estensione, sul modo di essere in politica da cristiani, sui pregiudizi anticattolici e antifamiglia (che ci sono), senza trascurare le reazioni e i pareri sui problemi etici evocati, per i quali un inaccettabile relativismo etico è emerso chiaramente anche in certe voci cattoliche, ai vari livelli.
Il caso però è esploso con il riferimento all'omosessualità, per poi spostare l'attenzione sugli altri aspetti sopra citati, lasciando le persone che vivono tale condizione ancora una volta con l'impressione di essere usate o come bandiera o come capro espiatorio. Non mi riferisco tanto ai gruppi organizzati, che sanno difendersi da soli, o piuttosto, magari senza volerlo, contribuiscono ad appesantire l'etichettatura e la ghettizzazione. Parlo soprattutto di chi vive nella sua privacy i propri sentimenti, affetti, pulsioni, ecc. - come tutti gli altri d'altronde -, e che per un corto circuito informativo che ha sintetizzato le dichiarazioni dell'on. Buttiglione nella parola "peccato", rischia di sentirsi ancora una volta marchiato e condannato senza appello.
Va allora ricordato con forza che l'insegnamento cristiano in materia non definisce le persone come "peccatori" in base alle loro tendenze e pulsioni, le cui origini restano discusse e spesso inspiegabili, e sono fonte di grandi sofferenze. Ciò va tenuto presente, e va pure tenuto presente che l'insegnamento cristiano e i documenti della Chiesa non propongono due etiche diverse, una per omosessuali e una per eterosessuali. Qualche volta nelle discussioni si ha davvero l'impressione che qualcuno pensi questo, mentre il discorso è un altro: la via della castità matrimoniale per chi è nel matrimonio, e la via della castità celibataria per chi non si sposa, vuoi per scelta vuoi per altre cause. Per tutti e due gli stati di vita la strada insegnata è quella di sempre, senza ammiccamenti nè prematrimoniali nè extramatrimoniali, pur con tutta la misericordia per la debolezza delle persone, e senza dimenticare gli altri comandamenti, come invece un recente passato faceva.
Dunque tendenza omosessuale non è uguale a peccato. L'impegno allora è quello di ricostruire una cultura della sessualità che risponda al progetto di Dio: cultura, oggi, diametralmente opposta a quella conclamata da quasi tutti e praticata da molti. Ci stimola a lavorare in questa direzione soprattutto il deserto affettivo in cui vengono a trovarsi molti che credevano di aver intrapreso la strada della vera libertà. Per questa ricostruzione siamo chiamati in causa tutti, sposati e celibi, consacrati e non: riproporre una cultura che sia di rispetto per il corpo ed il cuore, di umiltà di fronte al progetto del Creatore, di realismo di fronte alla fragilità umana, di speranza e di gioia di fronte agli esempi di donne e di uomini che hanno conosciuto e testimoniato profondamente l'Amore in un modo che non è neppure paragonabile ad un uso della parola amore che troppo spesso contrabbanda delusione, solitudine e violenza.
Dalla Rivelazione Biblica cristiana non ci viene indicata l'etica dei divieti, ma una proposta di vita piena, che passa anche attraverso la croce, e che se richiede delle rinunce lo fa alla luce della parabola, piccola ma preziosa, dell'uomo che vende tutti i suoi averi perchè ha scoperto un tesoro nel campo.
+ Arrigo Miglio
vescovo di Ivrea
http://www.gaynews.it/view.php?ID=30002
venerdì 19 novembre 2004
Poliziotto gay prosciolto dall'accusa di simulazione di reato
Oggi l'udienza davanti al gup che si e' conclusa con il proscioglimento
Gli elementi raccolti non sono sufficienti a sostenere l' accusa. Con questa motivazione il gup di Roma Renato Croce ha prosciolto un agente di polizia, E.D.C., di 33 anni, destituito dal servizio, dalle accuse di simulazione di reato e favoreggiamento in relazione a una aggressione che aveva denunciato di avere subito nella propria abitazione nel settembre dello scorso anno.
Secondo il circolo di cultura omosessuale Mario Mieli, l' agente sarebbe stato licenziato perche' omosessuale e da ''vittima di una aggressione sarebbe diventato accusato e perseguitato per il suo orientamento sessuale''.
I fatti sui quali ha deciso il giudice risalgono all'11 settembre del 2003. E.D.C. denuncio' di essere stato aggredito, malmenato e derubato da due uomini nella sua abitazione. Furono i vicini a dare l' allarme e chiamare la polizia, che trovo' il giovane agente, a terra, insanguinato.
Gli investigatori portarono via dall' appartamento della vittima un computer e, dai dati nello stesso contenuti, scoprirono il suo essere omosessuale.
La svolta alla vicenda fu data dal licenziamento dell' agente e dall' accusa che gli e' stata contestata. Non aggressione subita, ma simulazione di reato e favoreggiamento.
Secondo l' accusa, infatti, l' episodio era da ricondurre a un gioco erotico finito tragicamente. Il favoreggiamento contestato, invece, faceva riferimento al fatto che, secondo l' accusa, E.D.C. non rivelo' l'identita' degli uomini che lo avrebbero aggredito.
''Sono contentissimo per questa decisione - ha detto il poliziotto - la magistratura mi ha confermato che era giusto crederci. Certo e' che la polizia non si e' comportata bene con me, soprattutto in sede di indagine. Ora ho ricorso al Tar contro il mio licenziamento e spero che mi reintegreranno nel mio incarico. La polizia e' la mia vita''.
In giudizio, oggi, c' era anche una seconda persona. Si tratta di un romeno (da subito irreperibile) che, per l' accusa, sarebbe stato uno dei due aggressori, e percio' accusato di lesioni personali gravissime. Anche in questo caso il gup ha pronunciato sentenza di proscioglimento.
Anche Francesco Paolo Del Re, del direttivo del circolo di cultura omosessuale Mario Mieli, a conclusione dell' udienza ha espresso la sua soddisfazione per l' esito del processo preliminare. ''Il problema posto era molto grosso - ha detto - secondo noi questo episodio e' da riconoscersi come elemento di discriminazione contro il mondo gay. Il Mieli andra' avanti per la sua strada. Abbiamo chiesto un incontro in questura per chiedere delucidazioni in merito alla decisione di questo licenziamento. Vedremo cosa ci risponderanno''.
http://www.gaynews.it/view.php?ID=29978
Intervista al poliziotto gay
Intervista con l'agente di polizia buttato fuori perché omosessuale. "Ora indagano su di me e non su chi mi ha colpito". "Nonostante l'Europa, le discriminazioni sono tante".
ROMA - Lo identifichiamo come Emanuele, non perché, a differenza di Dario Mattiello non desideri parlare con noi, ma per non esporlo a condizioni sfavorevoli. Lui che di sfavori ne ha subìti e continua a subirne perché gay in divisa, perché stanco di nascondersi dietro un'onorabilità che non gli compete. Così, dopo il caso Buttiglione, Tremaglia e Fisichella, l'uomo gay si ritrova a fare i conti non solamente con le discriminazioni a tutto tondo, ma anche con l'ingiustizia che sovrasta l'elemento omosessuale e ne fa persecuzione. Per questo, siamo grati a Emanuele per quest'incontro.
Emanuele, come stai?
Diciamo bene, perché son riuscito a sopportare con la dignità mai venuta meno tutto quello che mi sta succedendo.
Raccontaci la tua vicenda.
L'11 settembre del 2003 ho conosciuto due ragazzi stranieri che mi hanno chiesto ospitalità. Avevo messo tutte le cose importanti dentro una cassaforte. Alle nove del mattino seguente, i due mi chiedono di essere accompagnati in centro a Roma. Chiedo loro più tempo per riposare ancora ma alla fine, continuando a sentirli parlottare, mi alzo.
Ti sembravano strani, aggressivi?
No, assolutamente no. Dopo aver ripreso gli oggetti e chiusa la cassaforte sento colpirmi pesantemente alla testa e perdo i sensi.
Ricordi se ti hanno colpito entrambi?
Ho capito, successivamente dopo, che entrambi mi stavano massacrando di botte colpendomi al naso e alle mascelle, entrambi rotti. Ho saputo successivamente che il primo colpo mi è stato dato con un trapano.
Immagini per quale motivo ti abbiano aggredito?
Non lo so davvero. Forse, in semicoscienza mi stavano chiedendo la combinazione della cassaforte, forse avevano visto le divise di polizia nell'armadio, qualche mia foto, non lo so davvero. E' probabile che volessero beni di consumo di mia proprietà.
Cosa è avvenuto dopo?
In un barlume di lucidità ho iniziato a chiedere aiuto. Mi hanno udito i vicini e la baby sitter della bambina di mia sorella che abita al piano di sotto, mentre allertavano il 113. E' stata la mia salvezza, perché i due sono fuggiti. Ero in uno stato davvero pessimo.
Cosa è successo all'arrivo dei tuoi colleghi?
Dopo le prime domande, hanno preso il mio computer. Non capivo, visto che ero parte lesa. Da lì hanno scoperto che ero omosessuale e le indagini hanno preso una piega completamente diversa.
Rispetto all'aggressione subìta.
Sì! Hanno ipotizzato che ci fosse un reato "virtuale"; che con i due aggressori stavamo facendo un gioco erotico condordato, sfuggito di mano. Non solo: mi è stato ipotizzato che io volevo proteggere i due miei aggressori non svelando la loro identità.
Hai dichiarato loro la tua omosessualità?
Sì, quando son venuti ad interrogarmi in ospedale. La cosa che non capisco è che hanno iniziato a indagare su di me, tralasciando di occuparsi della ricerca dei due che mi avevano fatto finire in ospedale. Hanno pure scoperto che avevano fatto delle telefonate in Romania, insomma avevano degli elementi per poter rintracciare almeno una delle due persone. Dico: indagate pure su di me, ma fatelo anche con chi mi ha ridotto in questo stato. Invece, sono stato maltrattato verbalmente e interrogato in maniera severa. Al mio avvocato hanno detto che i due probabilmente avevano lasciato l'Italia, mentre io ho avuto modo di vedere uno dei due aggressori che si è dato alla fuga non appena mi ha rivisto.
Che brutta vicenda Emanuele.
Non capisco perché si sono scagliati contro di me, colpevole di essere solamente un omosessuale. Invece, mi trovo licenziato e con un processo in corso.
Qual è l'accusa?
Favoreggiamento e simulazione di reato.
Qual è la condizione degli omosessuali in divisa?
Eventuali altri gay, credo vivano la loro condizione sessuale abbastanza male, anche se nessuna legge ci vieta di non essere eterosessuali. Come ben sai, bisogna avere comportamenti che nulla hanno poi a che vedere con la tua vera personalità e scelta di vita.
Tu, come hai vissuto da poliziotto gay?
Nascondendo la mia identità di gay, tranne a un paio di colleghe con cui ero in confidenza e amici a cui voglio bene. Gli altri, al di là dei sospetti, non sapevano nulla, o forse lo sapevano per un fatto di tantissimi anni fa.
Cosa era successo?
Ero stato fermato in un luogo di battuage, a Valle Giulia. Avevano passato le informazioni, ma non ho ricevuto alcun tipo di richiamo. Ma da quel momento non ho avuto vita facile. Dicono che ho avuto comportamenti gravissimi dal '98, guarda caso proprio quando sono stato fermato a Valle Giulia. Sarà anche quella discriminazione? Credo di sì.
Cosa ti aspetti?
Non lo so; forse che le cose prendano verità e che la gente comprenda che chi è omosessuale, nonostante l'Europa, viene ancora discriminato, violentato, licenziato e messo alla gogna. E poi, questo mio gesto, spero, aiuti altri a uscire allo scoperto.
http://it.gay.com/view.php?ID=19426
Sme, la Presidenza del Consiglio chiede la condanna di Berlusconi
Al processo è il giorno delle parti civili. L'avvocato dello Stato Salvemini: "Il passaggio di soldi dimostra la corruzione"
La difesa: "Una arringa esclusivamente politica, è stato nominato dalla precedente maggioranza"
MILANO - La presidenza del Consiglio chiede la condanna di Silvio Berlusconi e danni per un miliardo di euro. E' questo il risultato di una giornata paradossale nell'ambito del processo-stralcio Sme, che vede il premier imputato di corruzione in atti giudiziari. Il paradosso è: Silvio Berlusconi contro Silvio Berlusconi, la presidenza del Consiglio contro il presidente del Consiglio. Ciò accade perché oggi ha parlato in aula l'avvocato dello Stato Domenico Salvemini, che appunto rappresenta la parte civile per Palazzo Chigi. Solo che la costituzione della parte civile avvenne all'epoca del governo D'Alema, mentre ora a guidare il governo c'è Berlusconi.
A riconoscere l'eccezionalità della situazione è stato lo stesso Salvemini. Prendendo la parola all'inizio dell'udienza, l'avvocato ha riconosciuto che si tratta di "un fatto singolare", che "ha molto colpito l'opinione pubblica". E prima di entrare nel vivo del suo intervento, ha fornito una spiegazione davanti ai giudici della prima sezione penale del Tribunale di Milano: "Giuridicamente rappresento la presidenza del Consiglio, e quindi un soggetto giuridico diverso dalla persona fisica del presidente del Consiglio". Il quale, ha concluso l'avvocato, "è qui difeso dai suoi legali e dunque in questo processo rappresenta la parte dell'imputato".
L'avvocatura dello Stato ha chiesto la condanna di Berlusconi con un risarcimento "in via equitativa" di 1,1 milioni di euro ed una provvisionale "immediatamente esecutiva" di 300mila euro.
"Qui non è contestata una corruzione qualsiasi - dichiara Salvemini - ma il mercimonio dell'attività di un giudice. Un caso eclatante di corruzione per atti contrari ai doveri d'ufficio. Non una corruzione generica ma generalizzata di un giudice".
Nel corso della sua arringa, Salvemini ha puntato l'indice sul movimento di cospicue somme di denaro (434 mila dollari nel marzo 1991) da conti esteri riconducibili alla Fininvest, verso il giudice Squillante e altri tra giudici e avvocati, per dimostrare che Silvio Berlusconi avrebbe corrotto i magistrati. "Il denaro - ha detto l'avvocato dello Stato - è partito dal gruppo imprenditoriale per arrivare sui conti esteri di un magistrato. Questo porta ad affermare che quel magistrato era al servizio della Fininvest". "Siccome - ha continuato Salvemini - non è stata trovata una causale lecita perché i soldi dovessero andare da Fininvest a Squillante, anzi da Silvio Berlusconi al giudice Squillante, la deduzione logica è che questi fossero il pagamento di una corruzione".
Il legale ha contestato anche le spiegazioni, secondo cui una parte cospicua del denaro potrebbe essere riconducibile ad onorari, versati a Cesare Previti (circa 16 miliardi) in qualità di legale del gruppo: "Di parcelle non c'è traccia, e anche la spiegazione che fossero soldi in nero non regge. Non c'è alcuna documentazione del lavoro che Previti avrebbe svolto all'estero per meritare quei soldi - ha precisato Salvemini - e lo stesso Silvio Berlusconi non ci ha affatto parlato di un ruolo straordinario di Previti: era uno dei quasi 100 legali di Fininvest".
Allo stesso modo, secondo l'avvocato, non reggerebbero le spiegazioni di un giro di "compensazioni" tra i protagonisti della vicenda, per l'acquisto di alcuni appartamenti mai portato a termine: "E' tutto non credibile". Secondo Salvemini, invece, vi furono rapporti tra Berlusconi e Squillante fin da quando, nel 1985, il giudice assolse l'attuale premier in un processo per l'installazione di alcuni ripetitori avvenuta, secondo l'accusa, irregolarmente.
Contesta l'arringa di Salvemini Niccolò Ghedini, uno dei difensori di Silvio Berlusconi, e la definisce "politica". "L'avvocato dello Stato - dice Ghedini - è stato nominato dalla precedente maggioranza, oggi opposizione, e sta facendo un intervento squisitamente politico. Le accuse sono gravi ma sono sbagliate. E' un intervento squisitamente politico".
(19 novembre 2004)
http://www.repubblica.it/2004/k/sezioni/cronaca/bocassini/smecivile/smecivile.html
È diventata una sgradevole tradizione in Italia....
«È diventata una sgradevole tradizione in Italia: ogni anno Silvio Berlusconi annuncia che il taglio delle tasse si farà l'anno dopo. Come se non bastasse l'economia è stagnante. Il famoso contratto con gli italiani si è rotto».
The Wall Street Journal, editoriale, 17 novembre
mercoledì 17 novembre 2004
Un uomo che legge ne vale due
Fungheggiano in Italia mille iniziative e progetti per incentivare la lettura: è una geografia di splendide invenzioni
di Umberto Eco
Recentemente, in un'indagine dell'Eta Media Research era stato sottoposto a un campione un questionario letterario con quattro risposte possibili (alla Amadeus). Alla domanda cosa fosse il Decamerone, solo il 21 per cento rispondeva che si tratta di un libro di novelle, il 14 diceva che era un tipo di autobus, il 29 che era un appartamento di dieci stanze e il 36 che era un vino rosso.
Su Primo Levi il 33 per cento asseriva che aveva raccontato la vita dei derelitti in Sicilia, ma in compenso il 28 acconsentiva a che i Malavoglia fossero un gruppo di studenti alla vigilia della prima guerra mondiale. Ho particolarmente apprezzato che ben il 18 per cento riconoscesse che sono l'autore de 'Il nome della rosa' (è moltissimo, se il il test valesse per i sei miliardi di abitanti del pianeta avrei circa un miliardo di affezionati) ma il dato più significativo è che il 47 per cento ritiene che l'autore sia Sean Connery.
Queste notizie venivano offerte la settimana scorsa a Bari, insieme con altre, più note, sulle percentuali assai scarse di 'lettori forti' nel nostro paese (i 'deboli' sono quelli che hanno preso in mano un solo libro in un anno, ma poteva essere anche un manuale di cucina). Fortunatamente venivano discusse in un contesto che animava le migliori speranze. Da qualche anno Giuseppe Laterza ha fatto nascere i Presìdi del Libro nelle Puglie (ormai 26 centri, di cui uno al confine con la Basilicata) ma ormai l'idea attecchisce anche in Piemonte e altrove.
Nonostante le differenze organizzative, adattate ai vari luoghi, questi presìdi sono gruppi di iniziativa che, in collaborazione con biblioteche e librerie quando ci sono, ma anche là dove non c'è niente, raccolgono gente, in gran parte giovani, a parlare o a sentire parlare di libri, a discutere di quanto hanno letto, a dialogare con autori su temi fissi. L'iniziativa è bella e consolante, perché funziona, ma Giuseppe e Alessandro Laterza hanno ritenuto che fosse venuto il momento di porre a confronto tanti altri progetti che fungheggiano (non esagero) nel nostro paese.
E così per due giorni, al Kursaal di Bari, ecco circa 150 invitati (ma il pubblico in sala era assai più ampio) che costituivano il meglio dell'editoria italiana, librai e bibliotecari e i loro rappresentanti nazionali, organizzatori di giornate che suscitano intorno ai libri delle manifestazioni che mi permetterò di chiamare quasi oceaniche, come il festival della letteratura di Mantova, il festival di filosofia di Modena, il salone del libro di Torino, e poi premi illustri come lo Strega, il Grinzane, il Nonnino, i responsabili delle pagine culturali dei giornali, i sostenitori di molte di queste avventure educative come la Compagnia di San Paolo o la Telecom, sino agli inventori di progetti apparentemente minori ma non meno significativi, quali a esempio il Libro in spiaggia di Grado, che porta i libri e li fa leggere a chi riposa sotto l'ombrellone.
Mi riesce difficile citare tutti i 'racconti' che si sono uditi in quei due giorni, perché saranno intervenuti, per una decina di minuti ciascuno, più di una cinquantina di testimoni qualificati, ognuno con una storia diversa, dal racconto di come funziona una biblioteca modello a Pesaro a quello di un gruppo di pediatri che sta insegnando ai genitori, insieme alle altre cose essenziali per la crescita di un bambino, come abituarlo a toccare e vedere dei libri sino dall'età pre-scolare, il più presto possibile. Né poteva mancare 'Fahrenheit', la bella trasmissione di Radio Tre che invita i suoi ascoltatori ad abbandonare i libri che amano sulle panchine, o sugli autobus, perché altri li trovino e si sentano invogliati a leggerli. D'altra parte il titolo della manifestazione era 'Passaparola' perché talora, più della pubblicità o delle recensioni, è il passaparola dei lettori che fa vivere un libro.
Ne veniva fuori una geografia di splendide invenzioni, talora sostenute da enti locali, talora nate senza chiedere aiuto a nessuno, a livello di volontariato, tutte (direi) all'insegna implicita di quel motto di Valentino Bompiani (che non so se sia stato citato, perché talora sono uscito per sgranchirmi le gambe o a prendere un caffè), 'Un uomo che legge ne vale due'. Lamentata l'assenza di almeno due ministri che della lettura dovrebbero preoccuparsi, naturalmente c'è stato dibattito acceso sui libri distribuiti dai giornali, sulla minaccia alle librerie che viene dalla pratica indiscriminata delle fotocopie o dall'idea di scaricare testi scolastici da Internet, e su tanti altri problemi che sono all'ordine del giorno, e che talora hanno opposto diverse visioni, timori o speranze.
Ma anche i disaccordi erano, oltre che educati, propositivi, ed è stato bello vedere tante persone, dai vertici della Mondadori, della Rcs o delle Messaggerie Italiane sino allo sconosciuto ed entusiasta educatore di una provincia remota, stare insieme per far crescere in Italia un pubblico di lettori.
Lontano, intanto, su un'isola lontana, altri Famosi stavano insegnando che per valere due basta accoppiarsi. Il che sarebbe anche biologicamente vero, se non lo facessero per finta, davanti a spettatori che non hanno tempo per leggere.
L'espresso
Denuncia del Circolo Mario Mieli: "Poliziotto licenziato perché gay"
L'uomo sarebbe stato derubato e picchiato nella sua casa
Da qui la scoperta della sua omosessualità e la rimozione
ROMA - Sarebbe stato licenziato dalla polizia perché gay. La denuncia arriva dal circolo di cultura omosessuale Mario Mieli, che ha raccolto la testimonianza di un agente di polizia e che ora lo sta assistendo legalmente. Un caso la scoperta dell'omosessualità di E.D. "L'uomo - raccontano al Mario Mieli - è stato aggredito, malmenato e derubato da due individui. I vicini allarmati hanno chiamato le forze dell'ordine che lo hanno rinvenuto in un lago di sangue". Sono scattate le indagini, il computer della vittima è stato controllato e dall'esame dei dati in esso contenuti, gli investigatori avrebbero scoperto l'omosessualità di E.D.
"Da qui la vicenda ha subito una svolta a dir poco sconcertante - denuncia il circolo Mario Mieli - E.D. è stato licenziato. Da vittima è stato ritenuto complice e accusato di simulazione di reato perché invece di aggressione l'episodio è stato qualificato come gioco erotico pericoloso finito tragicamente e da lui stesso consapevolmente organizzato. Le accuse sono di favoreggiamento, poiché a detta dei colleghi la vittima sarebbe restia a rivelare l'identità degli individui che lui continua a dichiarare ignoti".
Il circolo Mario Mieli, "di fronte a questo palese e grave atto di discriminazione e di infamia" è intenzionato a chiedere alle forze di polizia, che in passato si sono spesso dimostrate sensibili a tutelare la popolazione gay, un incontro per chiedere chiarimenti sulla vicenda "affinché venga fatta luce e giustizia su comportamenti e azioni discriminatorie e diffamanti".
Sconcerto tra le associazioni omosessuali. "E' una tendenza pericolosa, un attacco ai gay, nato con i casi di Buttiglione e Tremaglia - dice Imma Battaglia, leader dell'associazione DìGayProject - ora si attacca uno dei problemi principali che spingono i gay a non dichiararsi: la preoccupazione di perdere il lavoro. Il lavoro e la famiglia sono i capisaldi attorno ai quali ruota la forza delle persone. Se una persona può essere licenziata in quanto gay, torniamo indietro di 30 anni".
Secondo l'esponente del movimento omosessuale "episodi come questo rischiano di vanificare le conquiste che in questi anni il movimento omosessuale ha fatto". Battaglia ricorda poi il recente caso di Dario Mattiello, che sarebbe stato licenziato da Domenico Fisichella, perché era stata pubblicata una sua foto al GayVillage: "Perché in questo caso la sinistra non si è mobilitata? Anche questo episodio dimostra che dobbiamo stare allerta e non abbassare la guardia".
(17 novembre 2004)
http://www.repubblica.it/2004/k/sezioni/cronaca/poli/poli/poli.html
martedì 16 novembre 2004
Consulta: Toscana; udienza su voto a immigrati e convivenze
Lo Statuto della Regione impugnato da governo, sentenza tra circa un mese
I punti dello statuto della Regione Toscana impugnati dal governo sono undici, ma durante l'udienza di stamani davanti alla Corte Costituzionale accusa e difesa si sono sfidate soprattutto sulle prime due questioni, sicuramente le piu' spinose: il diritto di voto agli immigrati residenti e il riconoscimento delle altre forme di convivenza al di fuori del matrimonio. La decisione della Consulta dovrebbe arrivare tra circa un mese, forse anche prima di Natale, e sara' scritta dal giudice costituzionale Piero Alberto Capotosti.
In poco piu' di un'ora l'avvocato dello Stato, Giorgio D'Amato, e il difensore della Regione Toscana, Stefano Grassi, hanno fatto riferimento a numerosi articoli della Costituzione e a precedenti sentenze della Consulta per dimostrare tesi opposte.
D'Amato, a nome della presidenza del Consiglio, ha insistito sull'illegittimita' di quella parte dello statuto che promuove il diritto di voto agli immigrati. In questo modo - ha affermato - si viola innanzitutto l'art.48 della Costituzione, che riserva ai cittadini l'elettorato attivo. Di piu': ''La regione - ha aggiunto D'Amato - crede di salvarsi l'anima affermando'' che questo diritto di voto viene promosso ''nel rispetto dei principi costituzionali'': ma ''come si puo' rispettare la Costituzione se la si vuole modificare?''.
Anche per quanto riguarda il riconoscimento delle forme di convivenza al di fuori del matrimonio, ci sarebbe stata un' ''invasione di campo'' da parte della Regione dal momento che - ha fatto notare l'avvocato dello Stato - lo statuto prevede il riconoscimento ''tout court di tutte le altre forme di convivenza, quindi anche quella tra omosessuali''. In sostanza, per D'Amato la Regione Toscana intende ''stabilire una garanzia diversa e ultronea'' rispetto a quella fissata dalla Costituzione. Lo dimostra il fatto - ha aggiunto - che nell'ordinamento statale le coppie omosessuali non sono riconosciute, mentre per quanto riguarda le unioni di fatto eterosessuali la tutela e' limitata alla prole.
La difesa della Regione Toscana ha invece insistito che sul voto agli immigrati, sulle convivenze, sul rispetto dell'ambiente e sulla tutela del patrimonio storico-artistico, lo statuto utilizza il verbo ''promuovere'', per cui non si tratterebbe di disposizioni con valore precettivo ma soltanto programmatico. ''Questo statuto - ha detto l'avvocato Grassi - non puo' modificare la Costituzione. Inoltre la Regione si e' attenuta ai principi fissati dalla Corte Costituzionale''. Il difensore della Regione ha colto l'occasione per far riferimento a una recente sentenza della Consulta (n.2 del 2004) che ha riconosciuto la legittimita' dell'esistenza, accanto ai contenuti necessari degli statuti regionali anche dei contenuti che indicano aree di prioritario intervento politico o legislativo.
Grassi ha quindi ribadito la tesi della ''genericita' '' per quanto riguarda le altre forme di convivenza che non siano il matrimonio: ''il termine riconoscimento e' generico. Perche' bisogna subito parlare di riconoscimento dei diritti agli omosessuali? La Regione Toscana - ha concluso - e' aperta alla realizzazione dello stato sociale ed e' aperta a far fronte a una serie di situazioni di bisogno: la convivenza e' tra queste''.
http://www.gaynews.it/view.php?ID=29943
Tanto rumore per pochi euro
L'abbassamento delle tasse sarà poco più che simbolico e non servirà a Silvio Berlusconi, come il precedente, per ottenere nuovi consensi
di Claudio Rinaldi
Il 2004 passerà alla storia come l'anno del grande abbaglio fiscale. Silvio Berlusconi, che per tre anni si era pressoché dimenticato di aver promesso 'meno tasse per tutti', ha riscoperto il tema quando si è reso conto, in marzo, che la sua popolarità era in declino. Che a quel punto si affidasse un po' alla demagogia era ovvio e perdonabile. Ma dopo le sconfitte elettorali di giugno e di ottobre la sua predicazione sulle tasse è diventata ossessiva, asfissiante, totalitaria. Culminando, all'indomani del 2 novembre, in un teorema che perfino il chiarissimo professor Domenico Siniscalco si è rassegnato a ripetere con la diligenza di uno scolaretto: George W. Bush "ha vinto perché ha fatto una politica fiscale espansiva, che ha aumentato il reddito disponibile delle famiglie".
Ebbene, il premier e il suo ministro si illudono se davvero credono che qualche sconticino sulle imposte possa rilanciare le fortune della Casa delle libertà. Si può anzi osservare, parafrasando Winston Churchill, che mai tante parole sono state sprecate così a lungo per così poco.
1. Ai due volenterosi tagliatori di tasse sfugge, innanzitutto, che la riconferma del presidente degli Stati Uniti non ha avuto molto a che fare con quella che in loro appare ormai una fissazione senile. Come risulta da un sondaggio che nessuno ha contestato, soltanto cinque elettori Usa su cento ritenevano che le tasse fossero l'argomento cruciale; per il 21 per cento contavano di più i valori morali, per il 20 l'economia, per il 19 il terrorismo, per il 15 l'Iraq, per l'8 la sanità. Eppure gli americani avevano fama di persone assai sensibili alle ragioni dei loro portafogli. E gli sgravi di Bush erano di una generosità inusitata: 1.350 miliardi di dollari in dieci anni, il 2,5 per cento del prodotto interno lordo.
2. Al confronto, quelle che intende elargire Berlusconi non sono che squallide mance. Nell'insieme equivarranno allo 0,5 del Pil, e il loro impatto sui singoli cittadini sarà trascurabile. La stragrande maggioranza dei contribuenti, il 97 per cento, guadagna infatti non più di 33.500 euro all'anno; per tutti costoro i risparmi generati dalla riforma berlusconiana non supereranno i 500 euro annui, grosso modo il prezzo di un ottimo pullover. Possibile che le masse se ne sentano gratificate al punto da riversare valanghe di voti sul sedicente benefattore? Concluderanno piuttosto che la montagna delle chiacchiere sulle tasse ha finito per partorire un topolino.
3. Se riflettesse sulle sue disavventure recenti, del resto, Berlusconi capirebbe subito che i suoi taglietti fiscali non sono l'arma letale dei suoi sogni. Nel gennaio 2003 ne attuò uno da 6 miliardi di euro circa, simile a quello ora in discussione; purtroppo per lui, non se ne accorse nessuno. Ciò non ha impedito al premier, in vista delle ultime europee, di tappezzare i muri del paese di poster che recavano una scritta trionfalistica, '28 milioni di italiani pagano meno tasse'. Il risultato dell'irritante vanteria è stato il crollo di Forza Italia dal 29 al 21 per cento dei suffragi.
4. Ma a confermare l'irrilevanza economico-politica del 'secondo modulo della riforma fiscale', come pomposamente viene definito, è soprattutto il paragone con gli obiettivi enunciati nel Contratto con gli italiani dell'8 maggio 2001.
In base all'incauto documento, per i redditi fino a 100 mila euro si sarebbe dovuto versare al fisco un modestissimo 23 per cento; dal 1 gennaio 2005 invece questa aliquota di favore si pagherà soltanto fino a 27 mila euro o giù di lì, mentre al di là di tale soglia scatterà un più pesante 33 per cento, che diventerà un 39 a partire dai 35 mila euro.
Quanto ai redditi di oltre 100 mila euro, essi avrebbero dovuto essere assoggettati all'aliquota massima del 33 per cento; invece verranno tassati al 39, senza contare l'ulteriore balzello eufemisticamente detto 'contributo etico'. Ce n'è abbastanza perché quanti tre anni e mezzo fa abboccarono all'amo forzista adesso si sentano presi in giro.
Se proprio vuole fare tesoro della lezione dell'amico George W., dunque, a Berlusconi conviene meditare su altri capitoli. Per esempio sul trattamento inflitto da Bush all'avversario John Kerry, dipinto spregiativamente durante la campagna come "il più liberal di tutti i senatori". Nel campo degli attacchi personali, in fondo, il nostro presidente del Consiglio è stato un pioniere: chi non ricorda le sue invettive contro i presunti comunisti? Non era una tattica particolarmente elegante, ma dava i suoi frutti. E forse era meno volgare della parola d'ordine di oggi, 'Lasciare più soldi nelle tasche degli italiani'.
Tratto da L'espresso
Iraq: Amnesty teme gravi violazioni delle leggi di guerra a Falluja
Amnesty International teme fortemente che le leggi di guerra sulla protezione dei civili e dei combattenti continuano a essere violate a Falluja. Numerose decine di civili sono stati uccisi nel corso degli scontri tra le forze statunitensi e irachene da un lato e i gruppi di insorti dall'altro. L'organizzazione per i diritti umani ritiene che le vittime civili siano state uccise in violazione del diritto umanitario, come risultato della mancata adozione da entrambe le parti delle necessarie precauzioni per proteggere coloro che non prendono parte ai combattimenti. La situazione umanitaria nella citta' irachena appare precaria.
Il 9 novembre un missile di provenienza incerta ha colpito una clinica, uccidendo almeno venti dipendenti e decine di altri civili. Lo stesso giorno, un bambino di 9 anni e' stato ferito da una scheggia che lo ha colpito allo stomaco: i suoi genitori non hanno potuto portarlo in
ospedale a causa degli scontri in corso ed e' morto dissanguato poche ore dopo. Una donna e le sue tre figlie sono morte nel bombardamento della loro casa.
L'11 novembre la tv britannica Channel Four ha mostrato un soldato Usa che sparava contro un combattente ferito, non inquadrato dalle telecamere, per poi allontanarsi dicendo 'Se n'e' andato!'. Secondo il diritto umanitario le forze statunitensi hanno l'obbligo di proteggere gli avversari messi fuori combattimento. Amnesty International ha sollecitato le autorita' Usa ad aprire un'inchiesta immediata su questo episodio.
Amnesty International ha notato con preoccupazione che i portavoce militari Usa hanno fornito le stime del numero di insorti uccisi "centinaia, a quanto pare" ma non delle vittime civili. L'organizzazione rinnova l'appello a entrambe le parti di prendere ogni misura possibile per risparmiare la popolazione civile.
Gli insorti hanno a loro volta violato il diritto internazionale. In un caso, alcuni iracheni sono usciti fuori da un edificio mostrando una bandiera bianca. Quando un marine si e' avvicinato al gruppo, altri iracheni hanno aperto il fuoco contro di lui. Inoltre, secondo un ufficiale statunitense, gli insorti avrebbero nascosto armi nelle moschee e nelle scuole: il 10 novembre, effettivamente, gli insorti hanno aperto il fuoco da una moschea.
Tutte le violazioni del diritto internazionale dei diritti umani e del diritto umanitario devono essere sottoposte a indagine e i responsabili di attacchi illegali, compresi gli attacchi deliberati contro la popolazione civile, gli attacchi sproporzionati e gli attacchi indiscriminati e dell'uccisione di persone ferite devono essere portati di fronte alla
giustizia.
Lunedi' 8 novembre oltre 10.000 soldati Usa e 2.000 militari iracheni hanno lanciato l'attacco su Falluja, che era nelle mani degli insorti dal mese di aprile. Almeno la meta' della popolazione aveva lasciato la citta'; tuttavia, decine di migliaia di civili si trovavano ancora nelle
proprie abitazioni al momento dell'attacco. Secondo le notizie ricevute da Amnesty International in citta' c'e' penuria di cibo, acqua, medicinali ed elettricita' e molti feriti non possono ricevere i soccorsi a causa dei combattimenti.
Il 4 novembre Amnesty International aveva ricordato agli Usa e al governo ad interim iracheno il loro obbligo di osservare in ogni circostanza le norme del diritto internazionale dei diritti umani e delle convenzioni del diritto umanitario di cui sono parti, cosi' come le norme del diritto consuetudinario che sono vincolanti per tutti gli Stati. L'organizzazione aveva sollecitato i gruppi armati operanti a Falluja a rispettare a loro volta gli obblighi del diritto umanitario.
Per ulteriori informazioni, approfondimenti e interviste:
Amnesty International Italia - Ufficio stampa
Tel. 06 4490224 - cell. 348-6974361, e-mail: press@amnesty.it
domenica 14 novembre 2004
I fantasmi di Falluja le speranze in Palestina
di EUGENIO SCALFARI
Bush e Blair hanno sintetizzato i contenuti del loro primo incontro dopo la vittoria elettorale (di Bush) con due affermazioni destinate a rassicurare i loro rispettivi popoli e anche il resto del mondo: in Iraq si sono fatti sostanziali progressi verso la pace e la democrazia anche se probabilmente la violenza nei prossimi mesi aumenterà ancora; in Medio Oriente, dopo la morte di Arafat, riprenderà il negoziato tra Israele e i palestinesi con l'obiettivo di far nascere lo Stato di Palestina nel 2008.
La prima affermazione è menzognera, la seconda è possibile ma non probabile. Il nuovo Stato palestinese, stando alla road map varata nel 2002 e arenatasi dopo pochi mesi, avrebbe dovuto veder la luce nel 2005.
L'obiettivo è stato spostato in avanti di tre anni. L'ostacolo Arafat è stato rimosso dalla natura (salvo eventuali risultati dell'autopsia, semmai si farà, che dovessero provare che la natura è stata "aiutata") ma si tratta ora di vedere se la successione alla guida dell'Autorità palestinese sarà sufficientemente flessibile e riuscirà a far cessare l'intifada e gli attentati, come chiede Sharon prima di riaprire le trattative, oppure no.
E fino a che punto Bush potrà e vorrà moderare la linea dura del premier israeliano. Ricordo a questo proposito che subito dopo l'attentato alle Torri gemelle, l'11 settembre del 2001, il presidente americano e il suo fedele alleato britannico posero al primo posto della loro agenda antiterroristica la soluzione del conflitto palestinese. Ma pochi mesi dopo l'agenda era già cambiata: al primo posto balzò la guerra afgana e subito dopo quella irachena mentre la road map finì nel cestino dei rifiuti. Oggi si riparte da zero, con il sollievo dell'assenza forzosa di Arafat, tre anni perduti, un carico innumerevole di vittime, un deposito di odio e di violenza centuplicato. E la guerra irachena ancora e sempre più drammaticamente in corso.
In queste condizioni non c'è alcun rapporto tra le ottimistiche dichiarazioni di Bush e di Blair e la cruda realtà dei fatti.
* * *
La battaglia di Falluja è praticamente finita ieri sera, dopo cinque giorni di furiosi combattimenti preceduti da bombardamenti "mirati" effettuati da bombardieri B52, da cacciabombardieri e da folte squadre di elicotteri, sei dei quali sono stati abbattuti dagli insurgents (il termine è quello usato correttamente dai comandi Usa).
Stando ai predetti comandi i caduti americani sarebbero una trentina, i feriti più di un centinaio, gli insurgents rimasti sul terreno circa mille.
I capi nemici insieme al grosso degli insorti sono sfuggiti per tempo fin dal primo giorno di battaglia.
Di vittime civili non si parla. Nessuna? Centinaia? Migliaia? Non se ne sa nulla perché i comandi Usa su questo delicatissimo tema hanno calato fin dall'inizio una coltre di assoluto silenzio. Giornalisti in campo non ce n'era nessuno. Pochissimi embedded, cioè affidati alle cure degli uffici stampa militari nelle retrovie e strettamente diffidati di inoltrarsi e verificare direttamente i dati e i fatti.
Osservatori dell'Onu totalmente assenti. Altrettanto assenti la Croce Rossa internazionale e Amnesty. Verità sigillata. Eppure il tema è essenziale e dovrà in qualche modo venire alla luce: quante sono state le vittime civili nella battaglia di Falluja e quante in tutto l'Iraq dall'inizio della guerra in poi? È mai possibile che la più grande democrazia del mondo e il suo alleato britannico abbiano sequestrato in modo così totale la verità dei fatti?
Qualche spiraglio è comunque emerso. Lasciamo pure da parte l'inchiesta condotta da due agenzie di analisi demografiche, una americana e l'altra svizzero-inglese, che qualche settimana fa arrivarono alla conclusione di centomila iracheni caduti dall'inizio della guerra. Era frutto di comparazioni statistiche sui dati disponibili dello stato civile del Paese e non di verifiche sul campo.
Ma a Falluja erano rimaste in città da 50 a 80 mila persone, tra cui almeno la metà composta di donne vecchi e bambini. La Mezza Luna Rossa ha lanciato due giorni fa (terzo giorno di battaglia) un appello disperato affermando che cinquantamila civili erano a rischio di vita a causa degli stenti, mancanza d'acqua, di medicine, blocco totale degli ospedali e dei posti di pronto soccorso. Impossibile prestare cura alle centinaia di feriti. Impossibile far affluire cibo, medicine ed équipe mediche poiché i cordoni militari attorno alla città impedivano l'entrata dei soccorsi.
La Mezza Luna Rossa, diceva quell'appello, aveva comunque organizzato un convoglio di tre camion guidati da un medico iracheno in partenza da Bagdad e diretto a Falluja, che avrebbe tentato di entrare nella città sperando che i comandi Usa l'avrebbero permesso.
L'appello, rilanciato da alcune agenzie di stampa internazionali e ripreso da pochissimi giornali, è stato completamente ignorato dalle nostre emittenti Rai e Mediaset. Comunque dopo l'altro ieri non se n'è più saputo niente né risulta nulla dagli ospedali di Falluja e dai pochi medici rimasti nella città, la quale per altro è in gran parte ridotta ad un cumulo di macerie.
Fino a quando il popolo americano, quello europeo e i Paesi arabi e musulmani tollereranno un così vergognoso sequestro di informazioni e di verità? Fino a quando l'Onu resterà anch'essa inerte e silente? Intanto Bagdad è un inferno, Mosul (la terza città dell'Iraq dopo la capitale e dopo Bassora, con 2 milioni di abitanti) è caduta sotto il controllo degli insurgents, in tutte le città del triangolo sunnita gli attentati si susseguono e la guerriglia infuria soprattutto contro la polizia e la guardia nazionale irachene. Segni di nuova insorgenza emergono anche a Kerbala e a Najaf, la città santa sotto il controllo sciita dell'ayatollah Al Sistani.
Progressi sostanziali? Elezioni a gennaio? Il premier provvisorio, Allawi, ha decretato il coprifuoco di sessanta giorni in tutto il Paese; dovrebbe dunque scadere ai primi di gennaio. Come si potrà organizzare in regime di coprifuoco e in presenza di una guerra civile che miete vittime in tutto l'Iraq centrale, una campagna elettorale? Almeno un simulacro di campagna elettorale? Le liste degli aventi diritto al voto? I seggi e gli scrutatori? I comizi? Le liste dei candidati? Di tutto ciò nessuno parla, ma il grottesco della situazione sta nel fatto che anche su questa delicatissima questione nessuno pone domande. Non c'è un giornale, un'emittente televisiva, un'organizzazione internazionale, Onu, Unione europea, Lega Araba, nessuno che ponga domanda.
L'Italia è potenza occupante a tutti gli effetti, con tremila uomini sul terreno. Ha quindi titolo per porre queste domande al governo provvisorio iracheno. Ma non lo fa. Se ne guarda bene. Allawi ieri è arrivato di sorpresa a Nassiriya per salutare il nostro contingente. Ha comunicato che la nostra presenza è utilissima e indispensabile e che durerà ancora a lungo anche dopo le elezioni. Saluti e baci e se n'è andato. Domande? Naturalmente nessuna.
Martino, Pera, Casini, lo stesso Berlusconi, a intervalli relativamente frequenti a ridosso di elezioni nostrane, arrivano, mangiano il rancio e ripartono. Domande? Alcuna. Delle elezioni irachene, delle vittime irachene, delle città irachene bombardate, della ricostruzione nelle zone passabilmente pacifiche, il Sud sciita, il Nord curdo, nessuno sa nulla. È fantastica questa noncuranza. Questa cinica indifferenza.
Progressi sostanziali. Dunque Bush sa e Blair sa. Ma non vanno al di là del sostantivo "progresso" e dell'aggettivo "sostanziale". Qualche cifra? Qualche cenno geografico? Una specifica dei lavori in corso? Il silenzio è d'oro. Forse le informazioni sono ammassate a Fort Knox, insieme ai lingotti d'oro della Federal Reserve. Evviva la trasparenza, evviva la democrazia.
* * *
Israele. I palestinesi. Il futuro Stato di Palestina.
Sharon è pronto a riprendere i negoziati di pace. Arafat è morto. Ricominciamo. Nel frattempo ritirerà (ci riuscirà?) settemila coloni dagli insediamenti ai bordi della Striscia di Gaza. Unilateralmente, cioè senza discuterne con l'Autorità palestinese. Gaza resterà un immenso campo profughi di oltre duecentomila anime (anime si fa per dire) in mezzo al deserto, con Israele a Est e l'Egitto a Ovest.
In Cisgiordania i coloni di Israele sono oltre duecentomila. In via di ulteriore espansione. L'esercito di Israele vigila, ovviamente, sulla loro sicurezza. Il muro la cui costruzione continua li circonda e li include. A zigzag, come le spire d'un gigantesco pitone.
Quello che resta fuori dal muro dovrebbe essere il territorio del nascente Stato palestinese. Gaza? Sta laggiù, un po' più avanti verso destra. Non comunicante.
Bene. Sharon è comunque pronto a riprendere in mano la road map ma, ovviamente, a condizione che l'Autorità palestinese abbia prima disarmato o comunque rese inoffensive la fazioni armate, Hamas, Jihad palestinese e le brigate di Arafat, cioè i terroristi che hanno preso il nome del raìs scomparso, braccio armato di Fatah.
Gli osservatori e i giornalisti embedded (ormai abbondano dovunque e chi non è embedded peste lo colga) sostengono che la transizione da Arafat ai suoi successori è avvenuta con meravigliosa rapidità e generale concordia. Affermano anche che è in crescita Abu Mazen, il moderato che firmò la road map due anni fa ma poi dovette dimettersi per dissensi col raìs ancora vivo e vegeto. Con ogni probabilità sarà lui a guidare il suo popolo, fazioni armate comprese, verso la pace.
Anche noi lo speriamo. Gli israeliani sono stanchi, i palestinesi ancora di più. La pace la vogliono tutti. Forse è la volta buona. Si odiano ancora? Sì, si odiano più che mai. La pancia dei due Paesi odia l'altra. Alcune élite predicano la reciproca fratellanza, ma appunto sono élite.
Certo, se Abu Mazen, Abu Ala, i moderati, i ragionevoli, crescono in prestigio e popolarità, forse ce la faremo. Il primo è il capo dell'Olp, cioè dell'organismo che raccoglie tutti i partiti palestinesi. Il secondo è il primo ministro del governo provvisorio. In teoria hanno già in mano la piena rappresentatività istituzionale; debbono solo vedersela confermata dalle elezioni che si terranno anch'esse - vedi caso - ai primi di gennaio insieme a quelle irachene. Sempre che Sharon consenta che si svolgano, perché adempiere alle procedure pre-elettorali ed elettorali se Israele non lo consentisse è impensabile dato il frazionamento del territorio, i posti di blocco, i coloni, eccetera eccetera.
E il terrorismo e la rappresaglia antiterrorista. Se non fosse drammatico anzi tragico, bisognerebbe qui ricordare l'antica filastrocca: dimmi tu chi è nato prima sarà l'uovo o la gallina? Così tra terrorismo e rappresaglia: l'uno si vendica dell'altra e viceversa, in un ciclo infinito, in un eterno ritorno dell'eguale.
Però, oltre ad Abu Mazen capo dell'Olp, nel nuovo triumvirato istituzionale installato dopo la morte di Arafat c'è anche un terzo personaggio. Si chiama Farouk Kaddumi, cui è stata consegnata (o si è preso) la guida di Fatah.
Kaddumi vive da undici anni a Tunisi, non ha mai approvato gli accordi di Oslo e tutto ciò che ne è seguito e non seguito. È intransigente. Non procederà senza l'accordo di Hamas e della Jihad. D'altra parte, allo stato dei fatti, è il solo che possa convincere questi due gruppi non diciamo a deporre le armi ma a farle tacere per consentire il negoziato. A certe condizioni. Quelle di Kaddumi non sono quelle di Abu Mazen.
Al Fatah è il maggior partito palestinese. Diciamo che rappresenta il 95 per cento dell'Olp. L'Olp senza Fatah è una scatola vuota. Se guardiamo alle cariche istituzionali, l'uomo forte non è Abu Mazen ma Farouk Kaddumi.
È anche quello che ha in mano i soldi di Arafat, a parte i dollari rimasti alla vedova. C'è un quarto personaggio, ancora più popolare di Kaddumi tra i palestinesi arrabbiati, ed è Marwan Barghuti, che sta da un anno nelle prigioni di Israele condannato cinque volte all'ergastolo. Potrebbe anche candidarsi al ruolo di presidente dell'Autorità palestinese. Potrebbe essere eletto. Che succederebbe in quel caso? Il successore di Arafat eletto dal popolo in prigione a vita nelle carceri di Israele? È difficile che avvenga perché i palestinesi sono stanchi. Ma vedete bene che il rebus resta un rebus anche dopo la morte del raìs, anzi è più rebus di prima.
Certo, se Bush batterà il pugno... Se imporrà a Sharon... Se inonderà di dollari Gaza e i sindaci della West Bank... Se minaccerà e magari manderà una forza d'interposizione.... Se le Chiese evangeliche lo sproneranno... Se i neo-con gli suggeriranno... Se Blair...
No, Blair no. Blair non conta più niente. Sta con le sue truppe a Bassora e non se ne può andare se non insieme a Bush. Se se ne andasse prima dovrebbe far fagotto il giorno dopo abbandonando Downing Street.
Perciò Blair è il fox-terrier di Bush o poco più.
(14 novembre 2004)
http://www.repubblica.it/2004/k/sezioni/esteri/iraq37/speranze/speranze.html
Usa, Europa Italia
di Furio Colombo
Parliamo ancora di elezioni americane? Sì, perché il ritorno di Bush alla Casa Bianca è, per tutto il mondo, un importante evento degli Stati Uniti, difficile da giudicare, con molti aspetti e attese e previsioni che riguardano, interessano (o preoccupano) tutti, e comunque rispecchiano di un profondo cambiamento americano, forse il suo futuro.
Per l’Italia è un’altra cosa. Qui la vittoria di una metà dell’America sull’altra viene vista con lo stesso occhio con cui i marajà indiani fedeli alla Corona inglese studiavano e si comunicavano le vicende di Londra nel secolo scorso. Allora, all’epoca dell’impero inglese, la domanda era: in che senso questa o quella decisione della Corona inglese ci giova, allarga la nostra ricchezza e il nostro potere?
L’Italia coloniale di Berlusconi - esperienza nuova per un Paese non privo di orgoglio, come si è visto negli anni della Resistenza - ha seguito le elezioni e accolto il risultato con lo stesso spirito di Bombay e Calcutta ai tempi d’oro degli inglesi. E la stessa domanda: sarà questo il momento giusto per liquidare i nostri nemici, dichiarandoli nemici dell’impero?
Cito come evidenza il manifesto di Alleanza Nazionale che ha coperto i muri di Roma in questi giorni. Dice testualmente: «Bush vince in America, l’Ulivo fallisce nel mondo. Lasciamoli alla opposizione in Italia e nel Lazio».
In altre parole milioni di farmer dell’America profonda che credevano di avere scelto Dio e la Bibbia dando il loro voto per George Bush, hanno in realtà votato per riportare Francesco Storace alla presidenza della Regione Lazio.
E poi c’è, in esclusiva, la notizia che l’Ulivo fallisce nel mondo. An immagina di avere bisogno del fallimento mondiale dell’Ulivo (una visione drammatica che evoca l’esercito giapponese che incalza le masse cinesi in fuga) per tenere saldo il controllo del Lazio. E intende usare lo scudo di Bush e della sua rinnovata potenza per proteggere il marajà della Regione contro il perfido candidato dell’Ulivo che certamente porta guerra di civiltà.
Il manifesto che annuncia l’asse Bush-Storace e il fallimento mondiale dell’Ulivo, non è isolato, nel nuovo spirito di vittoria dei notabili coloniali di An. Un altro manifesto, questa volta sui muri dell’intera colonia, reca questa strana dicitura sovraimpressa - senza il minimo rispetto - a una bandiera italiana: «Ogni giorno 9.000 italiani non fanno girotondi ma difendono davvero la pace. Sono i nostri soldati in missione di pace nel mondo». Un partito di governo che si richiama al sentimento del patriottismo, rivela in un solo messaggio le seguenti tre fobie: contro la partecipazione alla vita pubblica di cittadini spontaneamente organizzati, contro vastissime e legittime manifestazioni per la pace (un modo serio e nobile, come hanno insegnato gli americani che si opponevano alla guerra in Vietnam, per riportare a casa i soldati vivi) e contro l’unirsi dei sentimenti di tutti gli italiani nel giorno del ricordo dei morti di Nassiriya. Qui c’è la volontà esplicita di un’Italia divisa che proclama nemici coloro che non si sono dichiarati subito e per sempre sudditi fedeli.
Trascuriamo la penosa mancanza di senso del rispetto ma anche dell’umorismo nel farci sapere che i soldati, che in Iraq sono stati mandati a una guerra feroce chiamata “missione di pace”, non fanno girotondi. Si tenga conto che i due penosi manifesti di cui abbiamo appena parlato sono del partito che sta per dare all’Italia il suo quarto ministro degli Esteri (vera celebrazione della continuità della maggioranza Berlusconi) dopo Renato Ruggiero, cacciato per competenza, dopo Silvio Berlusconi, che ha lasciato il posto dopo un anno, quando si è accorto che la sua immagine non era esportabile, dopo Franco Frattini, che ha dovuto essere inviato d’urgenza in Europa, quando l’Europa ha dichiarato inaccettabile un altro ministro di questo governo, nel corso del famoso e memorabile “caso Buttiglione”, triste capitoletto della storia italiana.
Viene a questo punto - i lettori lo sanno - la frase triste, ripetuta e vera, secondo cui certe cose possono accadere solo in questa Italia, mal vista da fuori, e senza finestre o feritoie per vedere la nostra vita da dentro, a causa del controllo totale del sistema delle informazioni, possedute o intimidite da una sola persona, che presiede anche il governo.
Per avere una conferma della solitudine italiana - che non pone un problema di destra e di sinistra ma descrive un isolato autoritarismo locale che purtroppo è malattia ricorrente nel nostro Paese - basterà prestare attenzione alla lettera aperta che il ministro degli Esteri francese Michel Barnier, ha inviato “a un amico americano” subito dopo la rielezione di Bush (Le Monde, 10 novembre). Si tenga conto, nel leggere i passi qui trascritti della lettera, che Barnier è ministro di un governo di destra, votato dagli elettori di destra (che però non vogliono avere niente a che fare con il loro Bossi, Jean-Marie Le Pen, che la destra, a causa della sua xenofobia, respinge fuori dal sistema di governo).
«Vorrei ricordare, per prima cosa, che le nostre relazioni politiche non riflettono la nostra interdipendenza economica. Infatti la maggior parte degli investimenti esteri in Europa proviene dagli Stati Uniti ed è vero anche il contrario. E anche: la maggior parte dei profitti delle imprese europee, realizzati all’estro giunge dagli Stati Uniti. E di nuovo è vero anche il contrario. Sì, dipendiamo gli uni dagli altri. Sì, la crescita americana traina la crescita europea. Sì, ma quando ogni giorno l’economia americana deve rifinanziare il suo enorme deficit della bilancia dei pagamenti, trova il credito e gli investimenti degli imprenditori europei. Ripeto la domanda: il dialogo politico fra Europa e America rispecchia o nega la nostra interdipendenza economica? Ci dite che il destino degli Stati Uniti nel mondo è quello di promuovere la democrazia. Vi rendete conto che la progressiva costruzione di un’Europa più forte e più unita, l’Unione Europea, attira a sé e ai suoi valori democratici un numero sempre più grande di Paesi che circonda la Ue? Rendetevi conto che l’America ha bisogno di una Europa capace e responsabile. E l’Europa ha bisogno di un’America impegnata negli affari del mondo. Parlo di un’America fedele al multilateralismo, dell’America che ha contribuito a far nascere le Nazioni Unite, un’America convinta che il mondo ha bisogno di regole, ma queste regole devono essere uguali per tutti».
Il confronto è facile e umiliante. Il ministro degli Esteri francese prende atto della vittoria di Bush e invece di dichiarare servizio e sottomissione, propone una alleanza alla pari, facendo notare la rete di nodi economici che impediscono a uno dei protagonisti di dichiararsi padrone della scena. Si rivolge al vincitore delle elezioni americane per chiedere realismo. Ricorda la parte più importante di un’alleanza pur motivata da tante ragioni morali e politiche: l’immenso contributo degli investimenti europei per riequilibrare e rendere meno drammatico il debito americano. Gianfranco Fini, che fra poco sarà il ministro degli Esteri italiano, autorizza il suo partito a trasformare due grandi fatti internazionali - la vittoria di Bush e la tragedia di Nassiriya - in due macchine di astio e disprezzo, pensato per dividere e contrapporre gli italiani, suscitare sentimenti velenosi dentro il Paese, senza alcuna nozione di ciò che è avvenuto nel mondo, senza alcuna visione del rapporto fra Italia e Europa, fra Europa e Stati Uniti, e con il resto del mondo.
È evidente che questa coalizione di governo non ha altro collante che l’aggressività verso i propri avversari politici. Per mantenere quell’unico legame ed evitare il rischio continuamente imminente di sfascio, la coalizione di Berlusconi è costretta a tenersi in un continuo stato di attacco, utilizzando - e facendo uguale - qualunque vicenda, dalla impossibilità a mantenere promesse continuamente ripetute e continuamente negate dai fatti, ai morti di Nassiriya, dalle umilianti brutte figure europee alla interpretazione da circo delle elezioni americane, dalla guerra contro le coppie di fatto e la procreazione assistita alla guerra in Iraq, dal dissesto dei conti pubblici allo scontro di civiltà. In tutti questi casi e negli infiniti altri che sono l’elenco di attività di governo in Italia, l’intento è sempre lo stesso: dividere, incattivire, mettere una parte del Paese contro l’altra, rendere impossibile ogni pausa di rasserenamento e di buon senso che dia spazio a momenti di vero governo e vero e normale lavoro politico. Ma per la coalizione di Berlusconi c’è un pericolo che essi vogliono evitare a tutti i costi. Interrompere l’aggressione e la rissa vuol dire obbligare ciascuna delle parti che formano la strana aggregazione a guardarsi in faccia e dirsi le ragioni per stare insieme. Non ne hanno che una, la sopravvivenza. La sopravvivenza richiede l’attacco. E poiché all’attacco (che deve essere rozzo e offensivo e continuo) devono partecipare tutti, diventa impossibile, sul campo, distinguere Udc e Lega, Follini e Calderoli, i Le Pen italiani e coloro che sono semplicemente persone di destra, chi è in politica per fare politica, chi è stato assegnato alla politica come a un ramo d’azienda. Comunque l’attacco, l’allarme, lo stato di emergenza, il clima di guerra, il sospetto di tradimento, l’accusa sanguinosa, la calunnia costante sono necessari per coprire il disastro clamoroso di tre anni di governo. Perciò i “guardiani della rivoluzione” (che quando non sono abbastanza guardiani, nelle Tv e nei giornali, vengono prontamente rimossi) non smettono mai il loro lavoro: tormentare con sempre nuovi pretesti di emergenza, di divisione, di attacco. Un giorno sono questioni di religione, un giorno sono rivelazioni strategiche, un giorno si sbandiera la finta economia o il finto amore americano. Poiché hanno il controllo totale, e sono capaci di una severa intimidazione di tutte le fonti di comunicazione, non c’è problema. La scelta, il capriccio, toccano a loro.
È un peccato, perché il quadro di ciò che accade diventa sgradevole e scostante. Non resta che lavorare nel modo più rigoroso e più coerente possibile per un ritorno a casa di Berlusconi. Riporterà l’Italia, all’istante, al livello di un Paese normale. Tutto il resto, per quanto grave e pesante e immerso in un mondo difficile, tornerà a diventare il lavoro di tutti i giorni. Senza la tassa di umiliazione, di ridicolo,di pericolo che Berlusconi impone da tre anni all’Italia.
Tratto da l'Unità del 14 novembre 2004