lunedì 29 novembre 2004

Fisco, risale la fiducia nel premier. Anche se...

Governo e Cavaliere su di sei punti, però un terzo degli elettori azzurri del 2001 si dice deluso: non ha mantenuto le promesse

di RENATO MANNHEIMER

La progressiva erosione, in corso ormai da diversi mesi, degli indici di consenso per il presidente del Consiglio e per il governo nel suo complesso (con le inevitabili conseguenze sulle intenzioni di voto) è stata probabilmente una delle ragioni principali ad aver spinto Silvio Berlusconi al repentino mutamento di linea della scorsa settimana e al conseguente varo del provvedimento volto, nelle intenzioni del governo, a diminuire la pressione fiscale. Il fine era dunque anche quello di interrompere il trend negativo nell'opinione pubblica e recuperare il consenso di una parte almeno degli elettori. Alla luce dei risultati dei primi sondaggi di opinione, condotti immediatamente dopo l'annuncio delle nuove aliquote, si può affermare che il Cavaliere ha in questo caso raggiunto, almeno in una certa misura, gli obiettivi che si era prefissato. La maggioranza relativa dell'elettorato esprime infatti un giudizio positivo - anche se non entusiastico, visto che un terzo dell'elettorato si dichiara «abbastanza» soddisfatto - sulla manovra fiscale attuata dal governo. E' la prima volta, da molto tempo, che una iniziativa dell'esecutivo ottiene l'approvazione di una parte cosi consistente della popolazione, ciò che conferma di nuovo come il tema della diminuzione delle tasse resti il più indicato per raccogliere consensi.

Va sottolineato però che una quota quasi altrettanto elevata di italiani manifesta una valutazione negativa (in misura molto accesa per quasi un quarto della popolazione) e che ciò avviene per il 70% di chi dichiara l'intenzione di votare per il centrosinistra. Ma addirittura un quinto degli elettori dell'opposizione dà invece un parere positivo e, ciò che forse più importa al Cavaliere, quest'ultimo è manifestato da più di tre quarti dei votanti per i partiti della maggioranza (ove però il 17% resta su posizioni critiche).

Mutano anche le aspettative per il futuro: contrariamente a qualche mese fa, infatti, la maggioranza ritiene che il taglio delle tasse, nella misura annunciata dal governo, avrà effettivamente luogo. Si tratta di un significativo segnale di ripresa di credibilità per l'esecutivo. La conseguenza è, come si è detto, una notevole crescita di popolarità di quest'ultimo (»6%) e, nella stessa misura, dello stesso Silvio Berlusconi.
Come accade sempre quando si tratta di provvedimenti che suscitano una particolare - e più accentuata del consueto - attenzione da parte dei cittadini, si registra anche una più diffusa espressione di giudizi: la percentuale di risposte «non so» è diminuita sensibilmente e, di conseguenza, si rileva anche un incremento (sebbene di misura inferiore alla crescita di giudizi positivi) delle valutazioni critiche nei confronti dell'esecutivo.

Malgrado la crescita di popolarità, l'operato complessivo del governo continua tuttavia ad essere giudicato negativamente dalla netta maggioranza dell'elettorato, sia pure in misura inferiore a qualche settimana fa. Ciò può anche dipendere dal fatto che buona parte degli elettori - anche tra coloro che danno un giudizio positivo della manovra fiscale - è del parere che i provvedimenti adottati non portino un vero beneficio al Paese nel suo complesso o che essi siano ininfluenti. E che, ciò che appare ancora più significativo, la maggioranza dell’elettorato (e, quel che è più importante, quasi un terzo dei votanti per Forza Italia e il 54% degli indecisi) dichiara che quanto deciso dal governo in materia fiscale non corrisponde a ciò che era stato promesso da Berlusconi nel corso della campagna elettorale del 2001.

Insomma, le decisioni assunte dal governo sembrano essere interpretate più che altro come un primo segnale positivo di «inversione di rotta» nella politica dell'esecutivo, dopo mesi di delusione e conseguente disaffezione. Il che suggerisce di adottare una certa cautela nel valutarne gli effetti sul futuro comportamento elettorale degli italiani. Solo tra qualche tempo si potrà stabilire se e in che misura il consenso raccolto in questa occasione si tradurrà in un reale e duraturo incremento delle intenzioni di voto per i partiti del centrodestra e in particolare per Forza Italia o se esso costituisca invece un fenomeno di durata limitata, legato ad una sorta di entusiasmo del momento. Dipenderà soprattutto dalla misura in cui i cittadini percepiranno concretamente - nella loro personale economia - gli effetti della manovra annunciata la scorsa settimana e vedranno cosi soddisfatte (o deluse) le molte aspettative che essa ha suscitato.

http://www.corriere.it/Primo_Piano/Politica/2004/11_Novembre/29/sondaggio.shtml

Martedi 30 novembre sciopero generale

vauro_sciopero

domenica 28 novembre 2004

Un taglio delle tasse da trenta cappuccini

di EUGENIO SCALFARI

ANZITUTTO la leggibilità: questo emendamento sulla riduzione dell'Irpef è illeggibile, c'è scritto tutto e il contrario di tutto, si usano parole e riferimenti privi di spiegazioni comprensibili. Non è neppure un messale scritto in "latinorum" (che Renzo Tramaglino rimproverava a don Abbondio di usare per confondere e turlupinare i poveri diavoli) ma scritto in sanscrito.

Profittando di questa oscurità di linguaggio, entrano in scena le veline.

Nei giorni scorsi ne sono partite a centinaia verso le redazioni dei giornali e soprattutto delle televisioni. Il pubblico deve pur capire, che diavolo! Perciò le veline che "volgarizzano". Sintetizzano.

Mettono in chiaro l'indecifrabile.

Dunque viva le veline che provengono dagli uffici di Bondi, di Bonaiuti, degli uffici stampa di Palazzo Chigi e di Palazzo Grazioli. Attenzione: poiché il testo e le annesse tabelle sono ermetiche, le veline hanno campo libero per manipolare. E manipolano, eccome se manipolano.

Così un'operazione risibile nei risultati positivi ma drammatica per le implicazioni negative che ne derivano viene presentata come "storica", "epocale", "decisiva per il rilancio dell'economia", "svolta mai effettuata fino ad ora nella storia d'Italia".

Solo Berlusconi (sembra impossibile) si è lasciato scappare una frase di verità, non so se per imprudenza o per metter le mani avanti anticipando l'unico vero risultato che verrà fuori da questa follia. Ha detto (nella conferenza stampa con la quale ha presentato il suo master plan): "Non mi illudo che un intervento come questo possa dare un impulso straordinario ai cittadini. Ci sarà un vantaggio, ma in economia l'impulso vero si ha con la diminuzione delle tasse in deficit".

Avete capito bene? Non so chi gliel'ha suggerita questa solenne sciocchezza, forse è una reminiscenza keynesiana da autodidatta. Comunque, voce dal sen fuggita che contiene due verità: la manovra strombazzata avrà effetti pratici irrilevanti e, alla fine, produrrà lo sfondamento del deficit.

Alla faccia del ministro del Tesoro, detto Mimmo, e del Ragioniere generale dello Stato, che ne hanno autenticato la solidità (incautamente).

Chiedo scusa ai lettori, già frastornati da quattro giorni di tabelle e di improbabili volgarizzazioni imbonitorie, ma dovrò ora tediarli con qualche cifra che serva a chiarire e non a confondere. Cercherò di farlo con la massima parsimonia.

1. C'era anzitutto da colmare un buco di 2 milioni e mezzo della manovra effettuata lo scorso luglio. Forse ve la siete scordata, ma già a luglio il nostro bilancio stava per sfondare il deficit e le agenzie di rating, quelle che danno le pagelle ai titoli del debito pubblico, erano pronte a ribassare il voto provocando uno sconquasso sul nostro bilancio e sul mercato dei titoli. Perciò una "manovrina" da 5 miliardi tra tagli, tasse e condono (edilizio). Senonché il condono dette poco o nulla. Di qui il buco. Per colmarlo entro la fine dell'anno il governo ha dovuto emanare l'altro ieri sera un decreto imponendo a banche e assicurazioni di anticipare entro il corrente mese di dicembre il pagamento delle tasse dovute nel 2005.

Perciò l'erario incasserà 2 miliardi e rotti in anticipo, che naturalmente gli mancheranno nell'esercizio 2005.

2. Simultaneamente il governo ha deciso di spostare dal 2004 al 2005 il pagamento della seconda e terza rata del condono edilizio per una cifra più o meno eguale a 2 miliardi. Mi permetto di attirare l'attenzione dei lettori su questo modo di procedere estremamente singolare: con una mano Siniscalco (Mimmo) fa anticipare i pagamenti dovuti da banche e assicurazioni mentre con l'altra mano fa slittare in avanti le rate del condono. La cifra è più o meno identica, sono sempre quei maledetti 2 miliardi che vanno avanti e indietro.

Ma perché? Questo mistero mi ha impensierito per qualche minuto, ma poi ho trovato la quadra, come dice Bossi: il condono edilizio, già bandito da vari mesi, non ha dato quasi nulla. Di qui il buco del 2004. Allora lo si fa slittare al 2005 facendo finta che, improvvisamente, darà finalmente il denaro atteso. Al suo posto l'anticipo di tasse per analogo importo. Avanti e ndré che bel divertimento, cantava l'antica filastrocca per bambini. Non si capisce però per quale motivo il condono del 2005 dovrebbe fornire i denari che non dette nel 2004.

Mimmo e Grilli hanno garantito che li darà. Ma se si sbagliassero, come è molto probabile? Che cosa resterebbe della copertura per ridurre l'Irpef, visto che quei 2 miliardi ne costituiscono la parte più cospicua?

3. In teoria la manovra sull'Irpef vale 6,5 miliardi. Ma dalle criptiche tabelle si scopre che questa cifra, che sarà iscritta nel bilancio di competenza, non coincide con il bilancio di cassa. Cioè i soldi effettivamente fruiti dai contribuenti nel corso del 2005 non saranno 6 miliardi e mezzo ma soltanto 4,3 miliardi. Come mai? Risposta: i lavoratori dipendenti avranno effettivamente i loro sconti di imposta a partire dalla busta paga del 27 gennaio, ma tutti gli altri contribuenti cominceranno a beneficiarne soltanto nel 2006. Lo scossone all'economia nel 2005 non sarà dunque determinato da quei miseri 6,5 miliardi bensì dai miserrimi 4,3. Tutto questo casino (scusatemi) per 4,3 miliardi di euro. Svolta epocale? Viene solo da ridere.

4. Chi sono i beneficiari della svolta epocale? Le veline diramate dai saltimbanchi della manipolazione (ecco a che cosa serve avere il monopolio della Tv, per chi non l'avesse ancora capito) affermano che gli sgravi sono concentrati sui redditi più bassi, e lo affermano con sicurezza assoluta. Danno le percentuali: chi ha minore reddito avrà sconti del 10 per cento, chi sta appena un po' più in su avrà sconti dell'8 e poi, via via che si sale per la scala reddituale, la percentuale di sconto diminuisce fin quasi allo 0 per i redditi da capogiro. Tutto esatto. Ma quello che conta non sono le percentuali bensì le cifre assolute.

Uno sconto dell'8 per cento su un reddito di cento equivale appunto a 8 euro; uno sconto del 4 per cento su un reddito di mille equivale a 40 euro.

Uno paga 8 euro di meno, l'altro, pur ricco, ne paga 40 di meno. È poco più di niente per tutti e due, ma la disparità si vede ed è grossa.

5. Naturalmente i poveri e i quasi poveri sono molti; i benestanti sono parecchi; i ricchi sono pochi e gli ultraricchi pochissimi. Cerchiamo dunque di capire a chi vanno quei 6,5 miliardi (4,3 nel 2005). Bisogna a questo punto guardare dentro alle varie fasce di reddito e vedere quanti sono quelli che ne fanno parte. Da reddito 0 a reddito di 40 mila euro l'anno il beneficio fiscale va da 0 a 40 euro al mese. I poveri non prendono nulla, per i quasi poveri e i meno poveri fino al ceto medio che comunque fatica ad arrivare a fine mese i vantaggi sono questi: da 0 fino a 40 euro mensili. Prendo la cifra massima: 40.

Equivale a una modesta cena al ristorante per due persone.

O a trenta cappuccini al mese in più. O a pagarsi un paio di medicine di quelle che lo Stato non pagherà più. Sapete quanti sono i cittadini compresi nella fascia da 0 a 40 mila euro di reddito? Sono il 75 per cento del totale.

Sapete quanta parte della manovra va a questo 75 per cento? Un miliardo e 800 mila euro. Poiché le cifre non sono opinioni il risultato è il seguente: il 75 per cento dei cittadini beneficia del 36 per cento della manovra, mentre il 25 per cento dei cittadini beneficia del 64 per cento.

Che ne dite? Che dice Follini che voleva concentrare quasi tutto sulle famiglie deboli? E Alemanno? Hanno perso la favella? Sono soddisfatti? Follini finalmente va al governo? Fini si spolvera la feluca perché la manovra è sociale? Un assegno da 6,5 per un terzo pagabile soltanto nel 2006, è ripartito tra la fascia debole e quella forte in proporzione del 36 per cento agli uni e del 64 agli altri. Ma non vi vergognate? Avrei ancora parecchie altre cifre da snocciolare, ma l'essenziale per quanto riguarda gli sconti è questo. Ora però bisogna dare un'occhiata alla copertura.

* * *

La solida copertura certificata da Mimmo e da Grilli proviene, come già abbiamo visto, per un terzo da un condono quanto mai improbabile che comunque andrà a chiudersi con la sua terza ed ultima rata entro la fine del 2005.

Nell'esercizio successivo il suo posto sarà preso da un miliardo proveniente dai tabacchi, da 500 milioni di inasprimento di tasse su bolli e concessioni e da 600 milioni di anticipi dell'Irpef e dell'Irap (una tantum perché ciò che anticipi di un anno ti mancherà l'anno dopo).

Il resto della copertura è fatto così: 400 milioni di autocopertura, cioè di maggiori entrate generate dalle minori aliquote. Qualunque studente di economia tributaria sa che una posta in bilancio di questa natura è improponibile. Mi auguro, per ragioni di decenza accademica, che questi 400 milioni siano cancellati e sostituiti.

Seicento milioni: tagli di consumi intermedi. Vuol dire minori spese per acquisti di beni e servizi nella scuola, sanità, forze armate, polizia di Stato. Trecento milioni, tagli ai fondi di riserva dei ministeri. Altro spicciolame di tagli e voci varie per 400 milioni.

Il totale dà, come sopra ho già indicato, 4,3 e non 6,5 miliardi la differenza è rinviata all'anno successivo e chi vivrà vedrà.

Il famoso blocco del turn over degli statali avrà inizio nel 2006 e proseguirà fino al 2008. Dovrebbe cancellare 75.000 posti di lavoro. Ma secondo il mio modesto parere non si farà. Berlusconi deve averlo promesso a Fini in un orecchio. Il 2006 è un anno elettorale. L'importante ora è guadagnar tempo.

Lo spot di cui il Cavaliere aveva bisogno, Mimmo gliel'ha costruito. È lillipuziano, sbilenco, curvo di spalle, ma con il monopolio della tivù e un po' di cosmetica fatta col computer quel nano ingobbito degli sconti all'Irpef ti diventa un Nembo Kid, un Superman, un gigante buono che dà soldi a tutti e non li toglie a nessuno. La sinistra invece...

* * *

La sinistra è il partito delle tasse. Prima mangiava i bambini, ma adesso non ci crede più nessuno. Adesso mangia embrioni e contribuenti.

Non mi pronuncio. La sinistra è adulta e sa parlare da sola. Io parlo per me e cerco di ricavare un senso dall'esame del tagliatasse.

Il senso mi sembra questo: per rilanciare l'economia è del tutto inutile. Se ci fossero i soldi (che non ci sono) bisognerebbe concentrare 3 miliardi sulla fascia di reddito debole e altrettanti sugli incentivi alle imprese e al Mezzogiorno. Restituire il fiscal drag ai lavoratori.

Fiscalizzare una parte dei contributi sociali.

Questi destinati all'Irpef sono soldi buttati dalla finestra. In parte pagati da altre tasse (regressive) in parte destinati a sfondare il deficit.

L'operazione però è servita a raggiungere alcuni obiettivi. Dello spot elettorale pro-Berlusconi ho già detto. Aggiungo e sottolineo: pro-Berlusconi.

I suoi alleati non ricaveranno né un voto né maggior peso da questo imbroglio; per chi lo ritiene appunto un imbroglio il loro prestigio semmai diminuirà; per chi crede invece alla "svolta epocale" il merito sarà esclusivamente di Silvio e non già di Fini detto Feluca né di Follini detto Occhialino, che anzi si erano opposti. Però ora la maggioranza è compatta, anzi è al guinzaglio.

Ecco un risultato.

Un secondo risultato è stato di far dimenticare, con questa trovata del taglio Irpef, che alle spalle di esso c'è una manovra da 24 miliardi ancora da approvare. Tiriamo le somme: manovrina a luglio 2004 da 5 miliardi, manovra in Finanziaria 2005 da 24 miliardi per mettere i conti in regola, manovra per ridurre l'Irpef da 7 miliardi. Totale 36 miliardi, 72.000 miliardi del vecchio conio come dice Bonolis. Non sono schicchere 72.000 miliardi. Un terzo almeno dei quali impostato su "una tantum"; un terzo su tasse e tagli a spese di Comuni, sanità, scuola, previdenza, efficienza della pubblica amministrazione, Mezzogiorno, sistema imprenditoriale. L'ultimo terzo su anticipi di entrate, cioè rinvio al futuro di debiti.

Vincenzo Visco ha richiamato l'altro ieri l'attenzione della Camera (con apposita interrogazione) sul fatto che l'operazione denominata Scip2, cioè la cartolarizzazione di immobili pubblici in vendita per 7 miliardi, è in scadenza ma i fondi non sono entrati, cioè gli immobili non sono stati venduti. Le agenzie di rating stanno aspettando la scadenza per confermare o ridurre il voto in pagella di quei bond. Se va avanti così l'erario si dovrà caricare della parte scaduta con immobili invenduti. Mi auguro che Mimmo e Grilli seguano la questione. Sarebbe tremendo se Scip2 andasse, come si dice in gergo "in default". Tipo Parmalat. Naturalmente Visco non è credibile perché passa il tempo a mangiarsi un contribuente al giorno e ci mette sopra anche il peperoncino.4
(28 novembre 2004)

http://www.repubblica.it/2004/k/sezioni/economia/eccofinanziaria6/scalfataglio/scalfataglio.html

Con chi parlo?...

di Furio Colombo

La sera del 19 novembre sono stato invitato a parlare ad un gruppo di iscritti Ds della sezione “Forte Aurelio Bravetta”, un punto della immensa cerchia suburbana di Roma.

Trovarsi di fronte a decine di persone, giovani e anziane, che hanno appena finito di fare tutti i tipi di vecchi e nuovi lavori, un po’ affannati e con il casco del motorino sotto il braccio, di pensionati ancora attivi che fanno molte cose e sanno molte cose perché seguono gli eventi con attenzione e perché sono impegnati con la politica da una vita, donne e uomini che hanno opinioni, certezze, incertezze e idee, è una bella responsabilità.

Il direttore de l’Unità deve spiegare, nel modo più chiaro e più persuasivo possibile, la vasta differenza che si vede ogni giorno fra i titoli, le interpretazioni dei fatti del nostro giornale e le “finestre sul mondo” delle tante televisioni italiane. Mostrano tutte lo stesso mondo: quello di Berlusconi. Non ha quasi nulla a che fare con il nostro.
Nostro di chi? Alcune decine di militanti e di iscritti, che non si astengono certo dal continuo esaminare gli eventi quotidiani, scrutavano attenti.

Cercavano di decifrare quel tipo di affanno, di enfasi che c’è nella comunicazione politica (certo nella mia) quando sei convinto di parlare di eventi straordinari (straordinariamente pericolosi e assolutamente unici) per dire che c’è, dal punto di vista del vivere democratico, una grave emergenza, un pericolo.

Devo avere pronunciato la parola “regime”, e ho avuto l’impressione che un piccolo fremito (di comprensione o di irritazione) abbia diviso la piccola folla. Il segretario della sezione, attento e benevolo, chiamava per nome i partecipanti e prendeva nota degli interventi. Non ero solo a parlare. La Federazione Ds di Roma aveva inviato il giovane esperto di politica estera Fabio Nicolucci.

Il tema era «Interpretiamo insieme le elezioni americane» e - dico io - confrontiamole con l’Italia, situazione e attese.
Dunque il giovane rappresentante della Federazione Ds romana ha parlato degli Stati Uniti. Ha detto che George Bush ha vinto perché ha saputo toccare corde profonde, interessi e valori di molta gente. E che Kerry ha perso perché il suo linguaggio e i suoi argomenti interessavano soltanto le élite colte delle città.

Poi ha parlato della situazione italiana e ha detto francamente, con un sorriso gentile: «La parola regime mi provoca l’orticaria».

È stato accolto, come me, da applausi rituali e scrutato con la stessa attenzione. Da che parte stiamo? Sembravano chiedere a se stessi - più che a noi - i nostri ascoltatori. Come fanno ad esserci linguaggi così diversi, così distanti, da cui non si possono trarre le stesse conclusioni, in questa piccola stanza piena di attese e di impegno politico, in un punto della grande periferia romana?

Chiarisco per i lettori. Primo, ho ascoltato il giovane rappresentante della Federazione Ds di Roma presentare la vittoria di Bush («Un saper cogliere lo spirito del Paese») con parole che ricordano l’elogio tributato a Berlusconi in molte analisi Ds dopo le elezioni del 2001. Si diceva che «Berlusconi aveva colto la domanda di innovazione della maggioranza degli italiani».

Nessun commentatore americano, che non sia un repubblicano militante, condividerebbe l’analisi di Nicolucci sulla vittoria di Bush (verificare su tutta la stampa e tutti i “transcript” televisivi di quel Paese).

D’altra parte, nessun commentatore europeo ha mai colto spunti o aspetti di innovazione in Berlusconi e nella sua gente. E oggi non lo direbbe più nessun italiano che non si chiami Bondi o Schifani. Finti tagli di tasse, condoni edilizi che hanno fatto scempio del Paese, promesse impossibili per tutti e favori, anche grandi, per alcuni fedeli che non si allontanano mai dal leader, oltre al controllo totale delle informazioni, sembra essere la formula del governare di Berlusconi.

Secondo. Una cosa accomuna Bush a Berlusconi. Entrambi vengono dal passato. Sono il mondo delle lobby e dei privilegi. Si fanno scortare da squadracce di intolleranti, religiosi o leghisti o affaristi. Portano molto all’indietro la civiltà dei loro Paesi. Producono indebitamenti spaventosi e privilegi giganteschi. Sono, come in certi film dell’orrore, le ombre del passato che cercano di impedire ai cittadini normali la vita normale. Bloccano il futuro, come se si fosse rotto l’orologio del tempo, e la Storia ricominciasse dai suoi punti peggiori: disprezzo per la legalità, barbari pregiudizi religiosi che diventano legge, false affermazioni accreditate dai media, saldo sostegno ai più ricchi, spaventoso destino di guerra per i poveri.

Terzo. Berlusconi ha portato all’Italia un problema in più. Ha imposto subito un rigoroso regime mediatico, fatto di proprietà (il primo ministro è il maggiore proprietario tv del mondo), di illegalità (il primo ministro, che è proprietario delle televisioni private, controlla dalla sua postazione di governo tutte le tv di Stato e le usa come un teatro dei Pupi pronto a rappresentare le sue gesta) e di intimidazione (il primo ministro, quando vuole, taglia la testa al Corriere della Sera; quando vuole caccia via dalla tv di Stato Enzo Biagi, il maggior giornalista italiano).

A guardia del regime (ci racconta il 26 novembre il notista politico Francesco Verderami) Berlusconi si prepara a schierare «mille giovani pronti per avviare sul territorio nazionale una campagna con lo slogan “Forza Silvio”, che potrebbe diventare un movimento, e domani magari un partito».

Che cosa sia un “regime mediatico” e quali siano le sue conseguenza di frantumazione della democrazia e di controllo dei cittadini anche senza i carri armati, ce lo ricorda, in questi giorni, una accurata ricostruzione di quel che in America, negli Anni Cinquanta, è stato il fenomeno del “Maccartismo”, la caccia alle streghe, o meglio a presunti comunisti, nella cultura, nel giornalismo, nella diplomazia, nel mondo dello spettacolo e persino delle Forze armate americane. Oltre a bloccare, intimorire, spaccare o istigare al peggio tutto il Paese, quella macchina di persecuzione è costata la libertà o la vita ad almeno diecimila persone, terrorizzando o riducendo a spie e delatori centinaia di migliaia di altri. La più paurosa descrizione del fenomeno è di Philip Roth, che ci fa notare allarmanti somiglianze col presente italiano: «McCarthy comprese il valore spettacolare dell’infamia e imparò a soddisfare i piaceri della paranoia. Ci portò indietro, al Seicento, alla gogna. McCarthy era un impresario. Più barbaro lo spettacolo, più grande il disorientamento e lo spasso». Ricordate quando l’Unità veniva definita “giornale omicida”, e i suoi direttori e articolisti “fiancheggiatori del terrorismo”?

Scrive Vittorio Zucconi (la Repubblica, 26 novembre) « C’è chi benedice la televisione per avere smascherato e fermato Joe McCarthy, cinquanta anni orsono, con una implacabile diretta di 187 ore ininterrotte (...) c’è chi benedice il presidente Eisenhower, che pose fine alla Commissione McCarthy quando cominciò ad attaccare le Forze Armate (...) ma cinquant’anni dopo, la domanda, di perfetta attualità, rimane: è possibile proteggere una democrazia dai suoi veri nemici senza compromettere l’organismo che si vuole difendere?».

È possibile - come ci dimostra l’accurata ricostruzione di Zucconi - se, in difesa della democrazia, resta libera la televisione, come nel caso delle 187 ore di trasmissione in diretta delle udienze persecutorie del senatore McCarthy, che hanno aperto gli occhi ai cittadini americani; se si può contare su un argine istituzionale (è arrivato in ritardo, il presidente Eisenhower, ma è arrivato) se l’opinione pubblica resta viva e può essere risvegliata. Sembrano condizioni da fiaba, ma sono i tre fatti che hanno salvato gli Usa dal restare soffocati nel regime del Maccartismo. Molti, in quegli anni, e durante quella persecuzione, hanno negato di essere vittime di un regime, per convenienza, per paura, per salvarsi. Ma non lo hanno negato coloro che hanno tenuto testa. Dice oggi Arthur Miller, uno dei grandi perseguitati e dei grandi avversari del Maccartismo (uno dei grandi del teatro americano), uno che non ha mai ceduto: «La paura paralizzava tutti, ma nessuno voleva associare il proprio nome al mio. Solo molti anni dopo mi arrivarono scuse e ripensamenti. Ma insieme a tanta vigliaccheria voglio ricordare coloro che si sono battuti come leoni. Oltre al coraggio, c’è qualcosa di allora da ricordare anche oggi: abbiamo cominciato a reagire alla richiesta di comportamenti politici basati sulla paura» (articolo di Antonio Monda, la Repubblica, 26 novembre).

Serve ricordare tutto ciò nell’Italia di oggi? Serve perché ci dice che in quest’Italia sottoposta ad amministrazione controllata, in cui il ministro leghista Castelli si ribella, come in Sudamerica, al presidente della Repubblica, il ministro leghista Calderoli propone ai cittadini di farsi giustizia da soli, come nel mondo primitivo, il Primo ministro finge di tagliare le tasse, nella peggiore legge Finanziaria della vita italiana, e tutto il regime mediatico si schiera per celebrarlo come un Cesare vincitore mentre nessuno prima di lui aveva tanto impoverito l’Italia, noi, che dobbiamo opporci, siamo divisi.
Io non so se il giovane funzionario della Federazione romana parlava soltanto per se stesso.

Nel momento più buio, sottoposto al controllo mediatico più rigido della televisione e della stampa italiana, è venuto a dire che a lui «la parola regime fa venire l’orticaria». Lo ha detto accanto al direttore de l’Unità, il giornale che da anni descrive dettagliatamente le vicende di questo regime, con qualche conseguenza personale per chi vi lavora.

Pensavo che il nostro compito, quella sera, fosse di dare e di ricevere coraggio (così succede quando si va a parlare nelle sezioni Ds in Italia). Evidentemente c’è anche un altro progetto: pretendere (o credere davvero, chissà) che questo Paese, nel quale è stata appena approvata la Legge Gasparri che blocca totalmente la libertà di stampa, sia un’Italia normale a cui guardare con aria composta per prepararsi a una regolare alternanza. Il suggerimento sembra essere che, altrimenti, comportandosi come Arthur Miller, si può dare l’impressione di diventare sovversivi.
Posso dire che in quel momento mi sono sentito solo? Mi sono chiesto: con chi parlo?

Da l'Unita del 28 Novembre 2004

Per uno 0,4% del Pil

Meglio sarebbe stato non illudere i cittadini
di Francesco Giavazzi

La riforma fiscale non farà crescere più di tanto il prodotto interno lordo
Il taglio delle tasse che verrà approvato oggi dal Consiglio dei ministri ha ottenuto il via libera del ministro dell’Economia e della Ragioneria generale dello Stato. Esso è quindi «coperto» da variazioni in altre voci del bilancio che compensano la diminuzione nel gettito fiscale che la riforma comporta. Dopo giorni in cui autorevoli membri del governo invitavano i «tecnici» ad arrendersi alle esigenze della politica, ha vinto la ragionevolezza. («Ragioneria - scrive Max Weber - deriva da ragione» ed è sinonimo di assennatezza). Berlusconi si è arreso a malincuore: le sue parole, ieri sera, al di là dello scontato trionfalismo tradivano anche una forte delusione. «Non mi illudo che un intervento come questo possa dare un impulso straordinario ai cittadini; ci sarà un vantaggio, ma in economia l'impulso vero lo si fa con la diminuzione delle tasse in deficit». Il premier dimostra scarsa conoscenza dell’economia: le riforme fiscali attuate nei Paesi industriali negli ultimi 30 anni insegnano che tagli alle tasse di un punto del prodotto interno lordo aumentano la crescita di circa 0,24 punti se compensati da corrispondenti tagli di spesa; di soli 0,11 punti se invece la riduzione delle imposte si traduce in maggior deficit. (Si leggano Daveri e De Romanis su www.lavoce.info ).

La riforma fiscale che il governo vara oggi è coperta ma, proprio per questo, comporta riduzioni di imposte irrisorie: non vale alcuni punti del pil, come nelle esperienze sopra ricordate, ma non più dello 0,4%: i cittadini quasi non si accorgeranno di tagli tanto modesti e questi non avranno alcun effetto sull’economia. Anche perché una parte della copertura è stata trovata ricorrendo ad altre tasse.
Il prossimo anno 2 dei 6,5 miliardi di tagli sono finanziati attraverso il gettito del condono edilizio: sono denari che (si spera) i contribuenti pagheranno allo Stato nel 2005 per regolarizzare costruzioni illecite. Nel bilancio di una famiglia questi pagamenti cancelleranno, almeno in parte, i benefici della riforma. Negli anni successivi, quando verranno meno le entrate del condono edilizio, esse verranno sostituite da vari dazi e balzelli: un miliardo di maggiori tasse sulle sigarette (sperando che l’estendersi dei divieti al fumo non convinca i cittadini ad essere più attenti con la propria salute) e un altro di aumenti in varie imposte dirette. Quindi la vera riduzione delle tasse che il governo si appresta a varare non vale neppure lo 0,4% del pil.
E d’altronde come era possibile fare di più quando Berlusconi ci assicura che «non c'è nessuna chiusura delle finestre pensionistiche, nessun taglio alla spesa sociale né ai fondi per il Mezzogiorno»; quando si presenta al tavolo delle trattative per il nuovo contratto dei dipendenti pubblici, non dicendo che il contratto essi lo hanno già avuto poiché negli ultimi due anni i loro stipendi sono cresciuti 4 punti più dell’inflazione, ma offrendo un ulteriore aumento del 3,7%? Berlusconi non ha avuto il coraggio di tagliare la spesa in maniera davvero incisiva, quindi ha dovuto accettare una riforma fiscale più che modesta. Aveva ragione il ministro dell’Economia, che dieci giorni fa lo aveva convinto che se questa era la riforma, meglio sarebbe stato non illudere se stessi e i cittadini. E rimandarla.

http://www.corriere.it/Primo_Piano/Politica/2004/11_Novembre/26/giavazzi.shtml

sabato 27 novembre 2004

Gasparri contro il poeta Luzi: "Una vergogna che sia senatore"

L'intellettuale è stato nominato parlamentare a vita da Ciampi
Il ministro di An come Fiorello: "Era meglio Mike Bongiorno"


ROMA - In Parlamento meglio un presentatore di quiz tv piuttosto che un poeta. Ne è convinto il ministro delle comunicazioni Maurizio Gasparri che a sostegno della sua tesi cita il giudizio dello showman Fiorello. "Mi vergogno che sia nominata senatore a vita una persona di questo tipo che offende il nostro mondo", ha detto l'esponente di An riferendosi al poeta Mario Luzi, recentemente insignito della carica dal Capo dello Stato Carlo Azeglio Ciampi. "Una volta - ha aggiunto Gasparri - Fiorello disse che avrebbe voluto Mike Bongiorno senatore a vita. Ecco era meglio Mike Bongiorno".

A scatenare il disprezzo del ministro per il grande letterato toscano (che ha appena compiuto 90 anni) un'intervista concessa al mensile Micromega nella quale, tra le altre cose Luzi sostiene che "i fascisti di An hanno le idee confuse''.

L'attacco di Gasparri ha fatto scattare l'immediata solidarietà dell'opposizione. Per il comunista italiano Gianfranco Pagliarulo è "inaudito che un ministro se la prenda con una personalità limpida, indiscussa, come quella del neo senatore a vita Mario Luzi". "Credo - aggiunge Pagliarulo - che il massimo garante della democrazia, il presidente della Repubblica, non possa più esimersi dal chiedere un chiarimento immediato a Silvio Berlusconi".

Luzi, dal canto suo, nel replicare a Gasparri non ne fa una questione di cultura, quanto di politica. "Meglio Mike Bongiorno di me senatore a vita? Forse - ha commentato - perché sarebbe più conciliante con le posizioni della destra". "Non mi meraviglio - ha detto Luzi - che, pur senza offendere per nulla Mike Bongiorno che ha svolto e svolge egregiamente il suo lavoro, il ministro Gasparri probabilmente lo trovi più conveniente nella carica di senatore a vita che mi è stata conferita".
(27 novembre 2004)

http://www.repubblica.it/2004/k/sezioni/politica/gasparriluzi/gasparriluzi/gasparriluzi.html

venerdì 26 novembre 2004

Antitrust: Rai e Mediaset, un monopolio che uccide la tv

di red

L’Antitrust fa le pulci alla tv. E denuncia un punto cruciale: troppa concentrazione nel mercato pubblicitario. «Il settore nazionale della raccolta pubblicitaria, ed il mercato della raccolta televisiva in particolare, è caratterizzato da un'elevata concentrazione, nonchè da elevate barriere all'ingresso, a causa soprattutto di alcuni fattori di natura strutturale che ostacolano il corretto funzionamento del mercato». Questo il dato fondamentale che rivela l’indagine del garante della concorrenza, che individua i vizi del mercato nella «disponibilità, in un contesto di scarsità della risorsa frequenziale, di tre reti in capo a ciascuno dei due principali gruppi televisivi, che ha consentito a Fininvest e Rai di attuare strategie che hanno limitato l'entrata e la crescita di nuovi concorrenti», e nella «disciplina che regola le condotte della società cui è affidato il servizio pubblico radiotelevisivo, che, da un lato, ha favorito la creazione di un duopolio simmetrico nel versante dell'offerta di contenuti televisivi; dall'altro, ha rafforzato gli incentivi dei due operatori ad attuare politiche commerciali accomodanti nella raccolta pubblicitaria televisiva».

Insomma, il duopolio Rai-Mediaset, anche dal punto di vista della pubblicità, è un’anomalia solo italiana. L’autorità Antitrust ha calcolato che il gruppo Fininvest raccoglie il 65% del mercato degli spot, mentre la Rai ospita il 29% delle inserzioni, occupando quasi la totalità dell’intero spazio disponibile. Inoltre, denuncia l’indagine «Fininvest, attraverso la fitta rete di partecipazioni azionarie e di legami di tipo non azionario, riesce ad esercitare una propria influenza sulle decisioni di alcuni importanti operatori, ed in particolare delle società neo-entranti Telecom Italia e Tf1-hcsc».

E l’Antitrust auspica cambiamenti anche nel principale motore della raccolta pubblicitaria, l’Auditel. Secondo l’Autorità, il sistema di rilevazione dei dati d’ascolto dovrebbe essere affidato interamente ad un soggetto privato. L’attuale assetto proprietario di Auditel è ripartito in tre aziende, ciascuna titolare del 33% della società: televisione pubblica (RAI), emittenza privata (Networks nazionali e TV locali), aziende che investono in pubblicità (UPA). Una migliore garanzia di imparzialità sarebbe certamente data da un soggetto privato e indipendente, estraneo alle aziende che poi sono beneficiarie degli stessi dati d’ascolto.

Infine l’indagine dell’Antitrust suggerisce una separazione della Rai in due società, prima del previsto collocamento in borsa: «la prima con obblighi di servizio pubblico generale finanziata esclusivamente attraverso il canone; la seconda, a carattere commerciale, che sostiene le proprie attività attraverso la raccolta pubblicitaria».

http://www.unita.it/index.asp?SEZIONE_COD=HP&TOPIC_TIPO=&TOPIC_ID=39345

Doping alla Juventus? Aveva ragione Zeman...

di MARCO TRAVAGLIO

TORINO - Pare passato un secolo, da quel giorno di fine luglio del '98 quando Zdenek Zeman dichiarò all'Espresso che il calcio era finito in farmacia. Gli diedero del pazzo, del calunniatore, del visionario, assicurando che "nel mondo del pallone il doping non esiste". Poi si capì che non lo cercavano, per questo - ufficialmente - non esisteva. E saltò il laboratorio Coni dell'Acqua Acetosa. Ora, per la prima volta nella storia del calcio italiano (e non solo), una società viene condannata per doping. Ed è la più prestigiosa e blasonata d'Europa: la Juventus. Questa, al di là delle analisi e delle sottigliezze sul dispositivo della sentenza emessa stamane dal giudice Giuseppe Casalbore, è la sostanza dell'ultimo atto del processo di primo grado all'amministratore delegato bianconero Antonio Giraudo (assolto) e al capo dello staff medico Riccardo Agricola (condannato). Pienamente confermato il cuore dell'accusa, sostenuta con pazienza e determinazione in questi anni dal procuratore aggiunto Raffaele Guariniello e dai suoi sostituti Sara Panelli e Gianfranco Colace. L'accusa principale intorno a cui sono ruotati questi sei anni di indagini, udienza preliminare e dibattimento era la frode sportiva mediante "somministrazione sistematica di eritropoietina" (la famigerata e vietatissima Epo) e mediante l'abuso di farmaci su atleti sani.

Quest'accusa, dislocata alle lettere g), h) e i) del capo d'imputazione, è stata ritenuta fondata dal giudice a carico del dottor Agricola. Sia sul versante della frode sportiva, in base alla legge 401 del 1989 (che punisce chi compie atti fraudolenti per alterare i risultati delle competizioni sportive), sia su quello della somministrazione di farmaci e creatina in maniera pericolosa per la salute degli atleti (articolo 445 del Codice penale).

Traduzione: secondo il Tribunale di Torino, la Juventus ha "dopato" i suoi giocatori con l'Epo e altri farmaci, in parte vietati, in parte leciti ma solo per curare patologie (in questo caso inesistenti), nelle stagioni comprese fra il 1994 al 1998. Le prime quattro stagioni dell'era Lippi, sotto la regia della nuova dirigenza Giraudo-Moggi-Bettega, contrassegnate da una messe di successi (una Champions League e tre scudetti). Ora su quei titoli sportivi si pronunceranno i giudici della Federcalcio e dell'Uefa, sempreché la condanna di Agricola "regga" dinanzi alla Corte d'appello, alla quale i difensori hanno già annunciato ricorso.

Il giudice Casalbore, smentendo le insinuazioni di alcuni difensori che lo dipingevano come "appiattito" sulle posizioni dei pubblici ministeri, ha emesso un verdetto complesso, che per essere compreso appieno richiederà un'attenta lettura delle motivazioni (arriveranno fra tre mesi). Ma che già emerge con sufficiente chiarezza. Sul doping e sulla conseguente accusa di mettere a repentaglio la salute dei giocatori, Giraudo viene assolto con la formula del comma 2 dell'articolo 530 del Codice di procedura penale: quella che assorbe la vecchia insufficienza di prove ("quando la prova è contraddittoria o insufficiente"). Nel processo, secondo il Tribunale, non sono emersi elementi bastanti a dimostrare oltre ogni ragionevole dubbio che l'amministratore delegato sapesse quel che faceva Agricola. Fino all'ultimo i pm avevano valutato la possibilità di chiedere l'assoluzione di Giraudo, ma poi avevano optato per una richiesta di condanna, sia pure più blanda rispetto ad Agricola, sulla base di una "prova logica", indiziaria: visti i costi abnormi dell'Epo, era impensabile che il medico li sostenesse senza avvertire il suo diretto superiore, che stanziava i fondi per i medicinali e firmava i bilanci.

Per il giudice, tutto questo non basta. Mancano le impronte digitali, cioè documenti o testimonianze che assicurino che Giraudo era d'accordo (nell'arringa, i suoi difensori avevano osservato che, semmai, il medico rispondeva al direttore sportivo Luciano Moggi, non all'amministratore delegato).

In ogni caso è di Agricola e delle sue pratiche che si è parlato soprattutto in questi tre anni di dibattimento. Non di Giraudo. Insieme alla frode sportiva e alla somministrazione dannosa di farmaci, i due imputati erano accusati anche di falso materiale, per la strana triangolazione di ricette con cui la Juventus - complice il farmacista Rossano - si procurava medicinali a esclusivo uso ospedaliero. Anche questa accusa è stata confermata, ma solo per Rossano (che ha patteggiato 5 mesi), mentre Giraudo è stato assolto con formula piena e Agricola con formula "dubitativa" (il solito art. 530 comma 2). Un'altra, la creazione di una farmacia abusiva contro la legge 538/92, è caduta in prescrizione. Per le tre imputazioni minori (presunta violazione della legge 626/94 sulla sicurezza nei luoghi di lavoro e presunti test irregolari sull'Aids e sul testosterone sui calciatori), invece, è scattata l'assoluzione piena.

Tutto questo, per l'avvocato Luigi Chiappero (difensore di Agricola insieme a Emiliana Olivieri), è un "pareggio in trasferta". Metafora infelice, visto che il capo g) per cui Agricola è stato condannato a 1 anno e 10 mesi di reclusione recita testualmente: "... aver sottoposto i giocatori a metodi doping proibiti e in particolare la somministrazione di specialità medicinali atte a stimolare l'eritropoiesi quali l'eritropoietina umana ricombinata a pratiche di tipo trasfusionali, ricorrendone il divieto", il tutto "dal luglio 1994 all'ottobre 1998". Per una sentenza così infamante, forse, è più appropriato il commento di un altro avvocato, Paolo Trofino, che difende Giraudo insieme ad Anna Chiusano: "Abbiamo segnato un bel gol con Giraudo, ma con Agricola abbiamo perso la partita".
(26 novembre 2004)

http://www.repubblica.it/2004/k/sezioni/sport/calcio/commejuv/commejuv/commejuv.html

Il mago Silvan

di Rinaldo Gianola

Immaginata come la strada per promuovere Berlusconi al livello dei grandi combattenti contro le tasse Reagan e Thatcher, il piano fiscale del governo sembra un’invenzione del mago Silvan. Il taglio di 6,5 miliardi si aggiunge a una Finanziaria di 24 miliardi, già decrepita tanto da ipotizzare una manovra correttiva nel 2005, e sommati fanno 30,5 miliardi da finanziare, 60mila miliardi delle vecchie lire. Una manovra pesantissima per le condizioni in cui versano l’economia del Paese e i bilanci delle famiglie.

La filosofia che ispira il progetto fiscale di Berlusconi tende a privilegiare i redditi più alti, i più ricchi (pur gravati da un contributo “etico” del 4%, ma solo nel 2005), che guadagneranno di più dalla configurazione delle tre nuove aliquote (ammesso che rimangano quelle annunciate: 23, 33, 39%), mentre i lavoratori dipendenti, i pensionati, la maggioranza delle famiglie avranno una piccola mancia, forse potranno pagarsi una pizza con gli sgravi di Berlusconi. Alla riduzione dell’Irpef sono destinati 6 miliardi, mentre alle imprese, che avevano sollecitato un forte sconto sull’Irap, viene destinata una piccola mancia di mezzo miliardo. Però, assicura Siniscalco non sappiamo se volendo fare dell’ironia sui poveri industriali di Montezemolo (il patto di Parma è molto lontano), questi 500 milioni saranno destinati a «sgravi intelligenti» per le imprese. Dovranno essere davvero molto intelligenti per poter determinare qualche piccolo effetto positivo. Eppure, in questa congiuntura, sarebbe stato un segnale importante favorire quelle imprese che desiderano investire in ricerca e sviluppo. Sarà per un’altra volta.

Anche se Berlusconi, con la solita abilità propagandistica amplificata dal megafono delle tv pubbliche e private, accusa il centro-sinistra di avergli impedito di rispettare finora il contratto con gli italiani, la realtà è che le promesse fiscali del centro-destra non sono state mantenute e questa manovrina sulle tasse si configura più come uno spot elettorale che una svolta. Anche il cavaliere si rende conto che non ci può essere la scossa all’economia con questi numeri e lui già sogna, come ha fatto l’amico Bush, di tagliare le tasse sfondando il deficit. Ma l’Europa non glielo consente e adesso lo vedremo dare battaglia contro le regole comunitarie di Maastricht che erano state improntate a un realistico rigore proprio perchè noi italiani eravamo i più indebitati e i meno virtuosi.

Nel corso della campagna elettorale per il voto del 2001, Berlusconi aveva promesso nella legislatura lo snellimento del sistema fiscale a una sola aliquota di fatto (una seconda era prevista solo per i supericchi) e una manovra di alleggerimento delle imposte dai 40mila miliardi di lire in su. In oltre tre anni di governo, il centro-destra ha aumentato la pressione fiscale obbligando gli Enti locali ad aumentare tasse e tariffe per potere garantire un livello di servizi e di assistenza ai cittadini.

E oggi, con la «riforma» fiscale, non si apre una nuova stagione, ma si torna indietro. Che cosa hanno scovato quei cervelloni del governo, compresi i «tecnici», per coprire i 6,5 miliardi del taglio alla tasse? Aumenteranno il prezzo delle sigarette, i bolli, saranno contabilizzati i versamenti del condono edilizio e poi ci sarà il taglio dei dipendenti pubblici: 75mila in meno in due anni. Sarà mantenuto il turn over nel Pubblico impiego, ma Berlusconi ha promesso che ogni cinque statali che andranno in pensione ci sarà spazio per un giovane. Bisogna rilevare che c’è un particolare e coerente accanimento di questo governo nei confronti degli oltre 3 milioni di lavoratori del Pubblico impiego, quasi fosse una categoria da colpire e penalizzare come viene espresso senza fronzoli dalla Lega di Bossi: non si rinnova il contratto di lavoro, non si assume nessuno e si cacciano pure i dipendenti con contratti a tempo determinato.

Nonostante la svolta «epocale» di Berlusconi, fino a ieri sera, i conti ancora non tornavano: a fronte di un piano fiscale di 6,5 miliardi, la copertura accertata appare vicina ai 4,5 miliardi. Mancherebbero circa 2 miliardi (un buco di competenza) e allora bisogna immaginarsi qualche ulteriore novità nel maxi emendamento, o nel corso del dibattito sulla Finanziaria al Senato. Tuttavia Berlusconi ha garantito che la copertura è certa, di più: è certificata dalla Ragioneria dello Stato. Complimenti, dunque, al professor Grilli che ha messo a disposizione il suo talento e la sua credibilità per questa manovra. Con questa operazione fiscale, Berlusconi prepara la sua lunga campagna elettorale. Potrebbe fare la fine di George Bush padre quando promise agli americani: read my lips, no more tax. Leggete bene le mie labbra, niente più tasse. Ma gli americani si accorsero che il fisco, invece, era diventato più pesante e si affidarono al democratico Clinton per otto anni. Anche in Italia le tasse stanno aumentando.

Tratto da l'Unità del 26 novembre 2004

mercoledì 24 novembre 2004

martedì 23 novembre 2004

Garofanoni e Margheritucci

Rutelli imbarca Manca, La Ganga e la Parenti. Chi sono?
I protagonisti di un vecchio film che non ci va di rivedere

di Giampaolo Pansa

A volte ritornano, certi fantasmi. Ma soltanto perché qualcuno li chiama. Francesco Rutelli ha chiamato nel vertice della Margherita due spettri dell'era craxiana. E loro hanno risposto. I due sono Enrico Manca e Giusi La Ganga che, ai tempi di Bettino, erano pezzi da novanta. Dirò più avanti perché Rutelli, d'accordo con Franco Marini, ha fatto un errore. E ne spiegherò i motivi, che sono tanti. Ma ce n'è uno che devo chiarire subito. Poiché riguarda una domanda che molti elettori dell'Ulivo, specie i più giovani, di certo si porranno: ma chi cavolo sono questi Manca e La Ganga?

La domanda è giustificata da una fantozziana realtà: la politica è un tritasassi anche più feroce della tivù e, se salti una stagione, nessuno si rammenta più di te. Dunque, ricordiamo e spieghiamo, cominciando da Manca. La memoria mi rimanda al luglio 1976, l'estate dell'avvento di Bettino Craxi al vertice del Psi. Il partito era stato appena bastonato dagli elettori (9,6 per cento). E contava di salvarsi cambiando segretario. Il giurista Federico Mancini mi riassunse tutto con una filastrocca: 'Noi compagni socialisti / siamo stanchi e un poco tristi. / De Martino quest'estate / lo finiamo a fucilate. / Tutto quanto rinnoviamo, / Benny Craxi ci mettiamo'.

Il professor Francesco De Martino, il segretario della sconfitta elettorale, venne sbalzato di sella anche per il tradimento di Manca, il suo pupillo politico. Fu Enricuccio, con Claudio Signorile e Giacomo Mancini, a issare sul trono Bettino. All'hotel Midas si vissero ore convulse. De Martino stava affondato in una poltrona del bar, disfatto, le occhiaie pendule, lo stecchino fra i denti. Manca gemeva, ma trionfava. Sapeva di aver compiuto un parricidio politico doloroso, però necessario. E poi lui e Signorile erano convinti che Craxi sarebbe stato un re travicello. Pensavano, gongolanti: "Noi ti abbiamo creato, noi possiamo distruggerti!".

Accadde tutto il contrario. Manca, accusato di filocomunismo, fu costretto a diventare filocraxiano. Per anni, dentro il Psi, fu lo Sconfitto. Ma anche la prova vivente della magnanimità di Bettino, tanto generoso da farlo ministro per il Commercio con l'estero. Poi, nel maggio 1981, uscì la lista della loggia P2. Manca ci figurava, e non era l'unico dei socialisti. Pianse di rabbia, negando ogni rapporto con Licio Gelli: "Non ho niente da nascondere. Subisco una violenza morale intollerabile!". Un paio di sentenze gli diedero ragione, ma nel frattempo aveva dovuto lasciare il ministero e ricominciare una carriera politica. Ce la fece e, sempre grazie a Craxi, divenne presidente della Rai. Lo rimase per sei anni, rivelando di essere un mago della lottizzazione. Infine sparì, nel crollo della Prima Repubblica. Oggi, sbagliando, lo pensavamo un illustre pensionato di 73 anni, con cinque legislature alle spalle.

Meno romanzesca la carriera di La Ganga. Alto, massiccio, 56 anni, quattro volte deputato, cordiale, irruento, era un Gianduja d'acciaio, che a Torino faceva e disfaceva a piacer suo. Un vero ras, ma capace di sorridere anche di quel cognome che si prestava a ironie micidiali. E che ispirò un'indimenticata vignetta del primo Forattini. Si vedeva Craxi vestito come Al Capone, che avanzava gridando: "Fermi tutti! Arriva la ganga". Era il marzo 1983 e sotto la Mole esplodeva una Tangentopoli locale. Pure Giusi incontrò un paio di disavventure giudiziarie, entrambe a lieto fine. E concluse la carriera da potente responsabile degli Enti locali, travolto dal crack della Sacra Famiglia craxiana.

Adesso il vecchio film sembra destinato ad avere un seguito. E con il concorso di una protagonista femminile: Tiziana Parenti. Già magistrato del pool di Milano, poi passata a Forza Italia, la ricordo alla prima convention elettorale di Berlusconi. Tra le urla di gioia dei forzisti, fu accolta sul palco così: "Ecco il nostro futuro ministro della Giustizia!". Non andò in questo modo, naturalmente. Oggi la signora entra nella Margherita come uno degli intellettuali al seguito di Manca. Che spiega a 'Repubblica', con la sicumera di sempre: "La nostra componente liberale e socialista farà da calamita per i delusi della Casa delle libertà". Più furbo, La Ganga ha scelto di tacere, almeno per ora.

'Un petalo socialista con la Margherita' è l'insegna dell'operazione che il Bestiario preferisce appellare 'Garofanoni e Margheritucci'. Ecco un innesto ben poco convincente. C'è già un partito, quello di Enrico Boselli, per drenare i pochi voti ex craxiani disponibili a passare con l'Ulivo. Rutelli & Marini non ne ricaveranno nulla. Accolgono signore e signori senza seguito elettorale. Sconosciuti ai più. Che accrescono il vecchio di un Ulivo che dovrebbe guardare in avanti e non all'indietro.
È vero che anche nel centro-sinistra i reduci della Prima Repubblica sono tanti, nei Ds per cominciare. Ma c'è un limite a tutto. Scomparso Craxi, sono rimasti quelli che chiamavamo 'i suoi cari'. Si conquista con loro il mitico centro? Ma non fatemi ridere! Perché, se rido troppo, non vado più a votare.

L'espresso

Il sultano Silvio e il futuro Fininvest

Con la tv fa nove volte gli utili della analoga tv privatizzata francese. Ma sta per disfarsene perché vuole entrare in un nuovo e più redditizio business. E diventare il numero uno del mondo
di Eugenio Scalfari

Abbiamo di recente appreso da una graduatoria effettuata da un'agenzia internazionale di ricerche e di analisi che Silvio Berlusconi occupa il quarto posto nella classifica degli uomini più ricchi e dotati di maggiore influenza nel mondo. Avete capito bene: nel mondo. Il sultano del Bahrein è forse leggermente più ricco di lui, ma non ha alcuna influenza. Bill Gates infatti lo supera, ma Berlusconi viene subito dopo. È entrato in una sorta di Guinness dei primati.
Come non esserne fieri? L'Amor nostro, come lo chiama Giuliano Ferrara non so se con una punta di ironia o con franca e affettuosa ammirazione, fa bella figura e la fa fare a tutto il paese da lui così brillantemente rappresentato.

Adesso è molto preso dal problema di sistemare nel modo migliore il suo gigantesco patrimonio assicurando pace e concordia tra i suoi figli ed eredi (speriamo tra cent'anni) e tanto per cominciare ha già assicurato alle sue televisioni, a partire dal 2006, le partite del campionato di calcio attualmente trasmesse dal canale sportivo di Sky News. Il che significa maggior reddito e maggior valore.
Del resto basta confrontare gli utili conseguiti dalla televisione francese ex pubblica con quelli di Canale 5 di Mediaset. Sono due emittenti, entrambe private, che hanno analoga diffusione nei rispettivi paesi e analogo volume di fatturato. Ma l'utile della tv francese è stato nell'ultimo anno di 100 milioni di euro mentre quello di Canale 5 è arrivato a 900.

Il miracolo (nove volte di più) è dovuto al fatto che la convenzione con lo Stato francese impone alla concessionaria una serie di investimenti in ricerca e in programmi di utilità pubblica più costosi e profittevoli, mentre lo Stato italiano non impone assolutamente nulla a Mediaset. Di qui il miracolo dell'Amor nostro e del suo fedele Confalonieri.
Il gruppo Fininvest-Mediaset è dunque arrivato al culmine del suo valore patrimoniale e il proprietario sta seriamente pensando di venderlo. Prima che cominci quell'inevitabile declino che incombe su tutte le costruzioni umane.

Ricordo ancora che mio padre, quando mia madre si addolorava perché qualche pezzo del suo servizio di cristalleria avuto in dono di nozze finiva in frantumi, cercava di consolarla ricordandole che anche l'impero romano era stato distrutto. E così accadrà anche a Canale 5. Perciò meglio disfarsene prima. Ci saranno dei miliardoni per i ragazzi della famiglia, ma il grosso l'Amor nostro lo reinvestirà in una delle grandi multinazionali della comunicazione, quelle che accoppiano insieme telefonia, reti satellitari, grande distribuzione, 'hardware' di trasmissioni informatiche con centinaia di canali e 'software' di programmi. Con la fondata speranza di ascendere al primo posto della classifica mondiale degli uomini più ricchi e potenti.

Molti gonzi pensavano che Berlusconi volesse entrare nella storia come il più grande statista italiano. Ma vogliamo scherzare? L'orizzonte italiano è supremamente provinciale. Gli va stretto. Lo obbliga perfino a comporre le liti tra Fini e Calderoli e a confrontarsi con Siniscalco. Miserie. Le vette sono ben più alte.
Nel frattempo la nostra piccola Rai si accinge a privatizzarsi. Nel modo più idiota, quello ipotizzato e anzi codificato nella legge Gasparri: il 20 per cento in Borsa in quote non superiori all'1 per cento. Una manciatina di spiccioli che non spostano il controllo governativo sull'emittente pubblica. Ma impongono alla medesima la produzione di valore immediato, ponendo in terza e quarta fila i programmi che dovrebbero caratterizzare il servizio pubblico.

Questa è una vecchia questione che continua ad alimentare dibattiti accademici del tutto inutili e diseducativi, scambiando la noiosa seriosità del servizio pubblico con le effervescenti bollicine della tv commerciale.
Balle. Ci sono ottimi servizi tipici di un'emittente pubblica e capaci di raggiungere punte eccezionali di ascolto (la fiction su Borsellino insegni) che la Rai produce ma, chissà perché, nasconde tra le pieghe del suo improbabile palinsesto.
Un esempio? Rai Educational, guidata da Gianni Minoli, produce da qualche mese inchieste di notevole interesse che meriterebbero la prima o la seconda serata. Ma potrebbero disturbare i vari califfati della nostra emittente pubblica. Perciò meglio tenerli in soffitta, mettendoli in rete all'una di notte o alle otto del mattino. Qualche volenteroso affetto da insonnia li vedrà.
C'è del senno in questa follia? Non direi. Eppoi non è nemmeno follia, ma semplice stupidità.

L'espresso

Fassino: "Gad cambia nome ci chiameremo 'Alleanza'"

Il leader dei Ds raccoglie l'invito lanciato da Rutelli
Il primo a dirsi scettico sulla sigla era stato Prodi


ROMA - Più rapidi di due meteore Gad e Fed rischiano di essere termini in via di scomparsa dal vocabolario politico italiano. Ora nel centrosinistra sono tutti d'accordo: quei due acronimi sono troppo ostici per dare il là alla stagione della riscossa.

"Benissimo chiameremo la Gad 'Alleanza' e la Fed 'Ulivo', come aveva proposto per primo Romano Prodi". Il segretario Ds Piero Fassino ha risposto così oggi a Francesco Rutelli, che in una intervista a La Repubblica proponeva di cambiare il nome della coalizione e della federazione riformista.

"Il nostro elettorato - spiegava il leader della Margherita - deve potersi riconoscere in un nome che trasmetta l'idea di un progetto, che indichi la strada di un cambiamento, che evochi una speranza. Non possiamo certo accontentarci del primo appellativo che ci è stato affibbiato: troviamone uno tutti insieme con Romano Prodi perché Gad e Fed sono davvero indigeribili, sembrano quasi il nome del prossimo cartone di Disney".

Lo stesso Prodi, del resto, come ha ricordato oggi Fassino, ha più volte lasciato intendere di non apprezzare i due neologismi politici più di tanto. Troppo altisonante e trionfalistico per i gusti misurati del Professore quel "Grande Alleanza Democratica". "Perché - si chiedeva nei giorni scorsi Prodi - non chiamarla più semplicemente: l'Alleanza?".

Ben contento di mandare subito in soffitta Gad e Fed è anche il presidente dei Verdi Pecoraro Scanio, che non rinuncia però a una nota polemica. "L'abbreviazione Gad non ci ha mai
visti entusiasti - ammette - ma oggi prioritario non è il nome bensì il programma e le regole dell'alleanza democratica di centrosinistra".
(23 novembre 2004)

http://www.repubblica.it/2004/k/sezioni/politica/proditorna/allfas/allfas.html

I miei occhi hanno visto telegiornali...

di Alessandro Robecchi

Ho visto i telegiornali, sono informatissimo, so tutto quello che succede in Italia e nel mondo. Per esempio che hanno messo una pinna di plastica al delfino malato (Tg5). Oppure - caso davvero clamoroso, dove andremo a finire? - che a Mosca è arrivata la neve il 19 novembre (ancora Tg5). Poi si parla un po' di Wanna Marchi. Visto come sono informato? La frequentazione assidua del telegiornale dei puffi di Italia Uno mi sta facendo diventare un esperto di glutei. Con il freddo che fa fuori se vuoi vedere una spiaggia assolata e un bel paio di tette, c'è il servizio sul calendario del giorno, poi le ultime sul Grande Fratello, poi uno speciale sul Grande Fratello dell'anno scorso. C'è l'intervista ai giovani che guardano il Grande Fratello. E' l'informazione ai tempi del colera. Conto i casi di censura degli ultimi giorni, vanno da Hendel a Guerritore (Raiuno), da Travaglio (Sky) alla Mussolini (Raidue). A Radiorai, i giornalisti si sentono ordinare "vola più basso". Emilio Fede, scusate il termine, dà dei "terroristi" ai suoi redattori. Cade Mentana, il che significa che si è passati dalla fucilazione dei nemici (i Biagi, i Santoro) a quella degli amici non troppo stretti. I neutrali (ammesso che Mentana lo fosse) non sono più tollerati: la legge Gasparri li rende obsoleti, è autunno, cadono le foglie, anche quelle di fico. Col Tg1 imparo le sottigliezze della lingua. Se nel pastone politico si dice che "la maggioranza cerca l'intesa", significa che sono in corso sparatorie e agguati tra i banchi della destra. Se gli scappa detto che c'è "qualche disagio nella maggioranza" significa che siamo arrivati ai sacrifici umani. Funziona uguale Bruno Vespa: quando vedo che parla d'altro (le sette sataniche, la cronaca nera, i tarocchi) vado subito a controllare che non sia successo qualcosa di brutto a Silvio e ai suoi boys. Di solito è così: parlar d'altro, volare bassi è sempre una buona tattica. Per fortuna che c'è il Tg2, che ci racconta la ricetta della felicità: una sola aliquota fiscale del 19 per cento uguale per tutti, quella sì che è civiltà, ma purtroppo succede in Slovacchia.

In tutta questa libertà di informazione in cui mi immergo quotidianamente, sento un po' la mancanza della signora Gardini, la nuova portavoce di Forza Italia. Sarà che la voce di Silvio la portano tutti e dunque il suo ruolo è un po' superato. Sarà che l'inesperienza le ha giocato brutti scherzi e si è fatta beccare mentre raccontava in pubblico che Tremonti ha una macchinetta per mettersi le supposte. Ma sta di fatto che gli spazi della signora sono troppo stretti, che si potrebbe fare di più. Il portavoce serve essenzialmente per chiudere i panini del Tg1. Sapete come succede: si dice bene del governo, si dà spazio a una millimetrica dichiarazione della sinistra (a volte di Rutelli, perché la confusione mentale fa sempre ascolto) e poi si chiude con una dichiarazione della maggioranza. Ogni tanto si sbagliano: danno la reazione del governo prima ancora della notizia. Altre volte fanno prima e non danno nemmeno la notizia. E' questo meccanismo dell'informazione italiana che ci ha fatto conoscere Schifani. E' questo che ha reso popolare Bondi. E' con i grandi caratteristi che si fa il cinema. La Gardini, invece, si vede poco, se non la invitasse Vespa ogni tanto sarebbe un portavoce abbastanza afono. E' un caso di censura? Anche se le voci sono quelle di Silvio è giusto che il servizio pubblico faccia sentire tutte le voci di Silvio. Devo forse pensare che la Gardini sia considerata dai suoi stessi capi più impresentabile di Bondi? Non capisco perché la sinistra, sempre pronta a difendere i martiri della censura, non muova un dito per questa signora tanto a modo che - a parte quando parla delle supposte di Tremonti - porge con tanta grazia le opinioni del suo capo. Non straborda, non tracima come i suoi colleghi. Pratica l'arte della toccata e fuga. Ogni tanto spunta la Gardini e dice: tagliamo l'irpef! Zam, un lampo, e poi si continua con lo scandalo del maltempo o l'ammazzamento del giorno. Il portavoce subliminale funziona proprio così: un flash e si ritira nelle tenebre, le sue parole rimbombano per un istante e poi si torna ai cuccioli di iguana dello zoo di Pechino: giusto per la completezza dell'informazione.

http://www.ilmanifesto.it/Quotidiano-archivio/21-Novembre-2004/art8.html

Explorer sotto il 90 per cento, è la prima volta in sei anni

Nuovo colpo al browser di casa Microsoft, in flessione da mesi
Sempre più utenti scelgono il concorrente open source Firefox

di Alessio Balbi

ROMA - Firefox segna un altro punto a suo favore nella guerra dei browser: Internet Explorer, dominatore del mercato e suo principale concorrente, è sceso per la prima volta dal 1998 sotto la soglia del 90 per cento di utenti.

Secondo la società di ricerche olandese OneStat.com, nella terza settimana di novembre Explorer è stato usato dall'88,9 per cento dei navigatori, con una flessione di 5 punti rispetto a maggio. Gli utenti che abbandonano Explorer, secondo OneStat, stanno passando quasi in blocco a Firefox, che proprio questa settimana ha festeggiato il 5 milionesimo download.

I numeri di OneStat confermano una tendenza già evidenziata nei mesi scorsi da un'altra società, la statunitense WebSideStory, secondo la quale la quota di mercato di Internet Explorer era passata in tre mesi dal 95,5 al 93,7 per cento.

Si può parlare di crisi per un prodotto che comunque continua a essere usato da oltre otto utenti su dieci? Ovviamente no. Ma la flessione di Explorer è ormai costante da alcuni mesi, e non può essere attribuita a fattori "stagionali". Microsoft, d'altronde, sa meglio di ogni altra compagnia quanto sia difficile conservare un predominio di mercato all'apparenza inattaccabile.

A metà degli anni Novanta, la società di Redmond non aveva neanche un browser. Su internet dominava Netscape Navigator, creato nel 1993 dagli universitari Marc Andressen e Eric Bina. Quando, nell'ottobre del 1997, Microsoft decise di fare sul serio rilasciando Explorer 4.0, gli sviluppatori di Netscape si sentivano talmente sicuri del fatto loro che inserirono nel navigatore una scritta: "Netscape 72, Microsoft 18", riferendosi alle quote di mercato dei due browser. Un anno più tardi, grazie a una politica aggressiva e spregiudicata, Explorer era usato dal 96 per cento dei navigatori, e Netscape era condannato a morte.

Ufficialmente, comunque, Microsoft non sembra credere che la storia possa ripetersi a parte invertite: "Credo che alla fine la maggior parte degli utenti deciderà che Explorer è la scelta migliore", dichiara Gary Schare, responsabile del product management per Windows. "Nel frattempo siamo contenti che anche Firefox faccia parte di quel grande ecosistema di prodotti disponibili su Windows".

Firefox è un software open source sviluppato dalla Mozilla Foundation, organizzazione nata da una costola di Netscape. Firefox 1.0, prima versione stabile del browser, è stata lanciata due settimane fa ed è stata scaricata finora 5,6 milioni di volte.
(23 novembre 2004)

http://www.repubblica.it/2004/k/sezioni/scienza_e_tecnologia/firefox/novpercento/novpercento.html

The Economist, 20 novembre 2004

«Emerge sotto gli occhi di tutti la fragilità dell’economia italiana, e quanto poco è stato fatto dal governo Berlusconi per rianimarla. Non c’è alcun segno di rinnovamento, riforma o rilancio. Anzi la situazione peggiora».

The Economist, 20 novembre

lunedì 22 novembre 2004

Repubblica.it / Carta Canta: - La sai la penultima?

"Silvio Berlusconi pensa a misure forti, 'shock', di riduzione della spesa per consentire poi un taglio netto delle tasse. Il premier, parlando con i giornalisti a margine della festa dell'Indipendente, fa riferimento a misure complessive per 24 mila miliardi di vecchie lire per garantire entro la legislatura la riduzione delle aliquote al 33% e al 23% come promesso nel contratto firmato con gli italiani. 'E' un impegno solenne' che il premier prende. Dicendo che se non sarà rispettato, 'neanche si presenterà' alle prossime elezioni. Berlusconi ha quindi chiarito che sono già allo studio delle misure che potranno essere varate nel giro di qualche settimana, entro aprile, per consentire un risparmio di spesa intorno ai 6 miliardi di euro, circa 12 mila miliardi delle vecchie lire... Si tratta di misure che saranno poi esaminate in una riunione collegiale di maggioranza e successivamente dal Consiglio di gabinetto per poi approdare al Consiglio dei ministri, appunto, entro aprile 2004' (Ansa, 10 marzo 2004)."

Il matrimonio? Un dovere...

di Maria Novella Oppo

Si è messa in moto la propaganda alla Bush sui 'valori' non bollati, sperando che frutti qualcosa anche da noi. Ed ecco che, nella stessa sera, Giuliano Ferrara si esibisce nel ruolo di Antonio Socci alla difesa del santo embrione, mentre Bruno Vespa celebra matrimoni sacri e inviolabili. Due ministri in studio: il bofonchiante Giovanardi e la 'bella e alta' (come l'ha definita Berlusconi) Prestigiacomo. A difendere il diritto delle coppie di fatto (etero o omo) c'era Grillini, catapultato da una macchina del tempo in un secolo buio e ipocrita. Giovanardi ha tentato una nuova difesa postuma del martire Buttiglione, spiegando che anche tradire la moglie è peccato, ma nessuno discrimina il peccatore. In attesa che qualcuno provveda a sanare questo vuoto di sanzioni, la Prestigiacomo ha confessato di capire i gay, ma non le coppie eterosessuali che non vogliono sposarsi, perché pretendono dei diritti senza sobbarcarsi doveri. Capito? Il matrimonio è già diventato un dovere (a quando l'obbligo?) per gli eterosessuali che convivono ma non vogliono sposarsi, mentre per i gay che lo vogliono è vietato. Siamo nati per soffrire.

http://www.gaynews.it/view.php?ID=30010

sabato 20 novembre 2004

Il vescovo di Ivrea: "Strumentalizzato chi vive la tendenza omosessuale"

Mons. Miglio: "L'insegnamento cristiano non propone due etiche diverse. Non si è peccatori per le proprie pulsioni..."

Placatesi in parte le polemiche che hanno accompagnato il "caso" Buttiglione alla Commissione Europea, vorrei richiamare per un momento l'attenzione su coloro che in qualche modo sono stati strumentalizzati e penalizzati, anche se indirettamente, cioè le persone che vivono la tendenza omosessuale. La vicenda della Commissione Ue è molto più complessa, come si è potuto constatare, con risvolti di politica europea e italiana, e anche interni al mondo cattolico, ancora una volta interpellato sul senso della laicità, sulla sua estensione, sul modo di essere in politica da cristiani, sui pregiudizi anticattolici e antifamiglia (che ci sono), senza trascurare le reazioni e i pareri sui problemi etici evocati, per i quali un inaccettabile relativismo etico è emerso chiaramente anche in certe voci cattoliche, ai vari livelli.

Il caso però è esploso con il riferimento all'omosessualità, per poi spostare l'attenzione sugli altri aspetti sopra citati, lasciando le persone che vivono tale condizione ancora una volta con l'impressione di essere usate o come bandiera o come capro espiatorio. Non mi riferisco tanto ai gruppi organizzati, che sanno difendersi da soli, o piuttosto, magari senza volerlo, contribuiscono ad appesantire l'etichettatura e la ghettizzazione. Parlo soprattutto di chi vive nella sua privacy i propri sentimenti, affetti, pulsioni, ecc. - come tutti gli altri d'altronde -, e che per un corto circuito informativo che ha sintetizzato le dichiarazioni dell'on. Buttiglione nella parola "peccato", rischia di sentirsi ancora una volta marchiato e condannato senza appello.

Va allora ricordato con forza che l'insegnamento cristiano in materia non definisce le persone come "peccatori" in base alle loro tendenze e pulsioni, le cui origini restano discusse e spesso inspiegabili, e sono fonte di grandi sofferenze. Ciò va tenuto presente, e va pure tenuto presente che l'insegnamento cristiano e i documenti della Chiesa non propongono due etiche diverse, una per omosessuali e una per eterosessuali. Qualche volta nelle discussioni si ha davvero l'impressione che qualcuno pensi questo, mentre il discorso è un altro: la via della castità matrimoniale per chi è nel matrimonio, e la via della castità celibataria per chi non si sposa, vuoi per scelta vuoi per altre cause. Per tutti e due gli stati di vita la strada insegnata è quella di sempre, senza ammiccamenti nè prematrimoniali nè extramatrimoniali, pur con tutta la misericordia per la debolezza delle persone, e senza dimenticare gli altri comandamenti, come invece un recente passato faceva.

Dunque tendenza omosessuale non è uguale a peccato. L'impegno allora è quello di ricostruire una cultura della sessualità che risponda al progetto di Dio: cultura, oggi, diametralmente opposta a quella conclamata da quasi tutti e praticata da molti. Ci stimola a lavorare in questa direzione soprattutto il deserto affettivo in cui vengono a trovarsi molti che credevano di aver intrapreso la strada della vera libertà. Per questa ricostruzione siamo chiamati in causa tutti, sposati e celibi, consacrati e non: riproporre una cultura che sia di rispetto per il corpo ed il cuore, di umiltà di fronte al progetto del Creatore, di realismo di fronte alla fragilità umana, di speranza e di gioia di fronte agli esempi di donne e di uomini che hanno conosciuto e testimoniato profondamente l'Amore in un modo che non è neppure paragonabile ad un uso della parola amore che troppo spesso contrabbanda delusione, solitudine e violenza.

Dalla Rivelazione Biblica cristiana non ci viene indicata l'etica dei divieti, ma una proposta di vita piena, che passa anche attraverso la croce, e che se richiede delle rinunce lo fa alla luce della parabola, piccola ma preziosa, dell'uomo che vende tutti i suoi averi perchè ha scoperto un tesoro nel campo.

+ Arrigo Miglio
vescovo di Ivrea

http://www.gaynews.it/view.php?ID=30002

venerdì 19 novembre 2004

Poliziotto gay prosciolto dall'accusa di simulazione di reato

Oggi l'udienza davanti al gup che si e' conclusa con il proscioglimento

Gli elementi raccolti non sono sufficienti a sostenere l' accusa. Con questa motivazione il gup di Roma Renato Croce ha prosciolto un agente di polizia, E.D.C., di 33 anni, destituito dal servizio, dalle accuse di simulazione di reato e favoreggiamento in relazione a una aggressione che aveva denunciato di avere subito nella propria abitazione nel settembre dello scorso anno.

Secondo il circolo di cultura omosessuale Mario Mieli, l' agente sarebbe stato licenziato perche' omosessuale e da ''vittima di una aggressione sarebbe diventato accusato e perseguitato per il suo orientamento sessuale''.

I fatti sui quali ha deciso il giudice risalgono all'11 settembre del 2003. E.D.C. denuncio' di essere stato aggredito, malmenato e derubato da due uomini nella sua abitazione. Furono i vicini a dare l' allarme e chiamare la polizia, che trovo' il giovane agente, a terra, insanguinato.

Gli investigatori portarono via dall' appartamento della vittima un computer e, dai dati nello stesso contenuti, scoprirono il suo essere omosessuale.

La svolta alla vicenda fu data dal licenziamento dell' agente e dall' accusa che gli e' stata contestata. Non aggressione subita, ma simulazione di reato e favoreggiamento.

Secondo l' accusa, infatti, l' episodio era da ricondurre a un gioco erotico finito tragicamente. Il favoreggiamento contestato, invece, faceva riferimento al fatto che, secondo l' accusa, E.D.C. non rivelo' l'identita' degli uomini che lo avrebbero aggredito.

''Sono contentissimo per questa decisione - ha detto il poliziotto - la magistratura mi ha confermato che era giusto crederci. Certo e' che la polizia non si e' comportata bene con me, soprattutto in sede di indagine. Ora ho ricorso al Tar contro il mio licenziamento e spero che mi reintegreranno nel mio incarico. La polizia e' la mia vita''.

In giudizio, oggi, c' era anche una seconda persona. Si tratta di un romeno (da subito irreperibile) che, per l' accusa, sarebbe stato uno dei due aggressori, e percio' accusato di lesioni personali gravissime. Anche in questo caso il gup ha pronunciato sentenza di proscioglimento.

Anche Francesco Paolo Del Re, del direttivo del circolo di cultura omosessuale Mario Mieli, a conclusione dell' udienza ha espresso la sua soddisfazione per l' esito del processo preliminare. ''Il problema posto era molto grosso - ha detto - secondo noi questo episodio e' da riconoscersi come elemento di discriminazione contro il mondo gay. Il Mieli andra' avanti per la sua strada. Abbiamo chiesto un incontro in questura per chiedere delucidazioni in merito alla decisione di questo licenziamento. Vedremo cosa ci risponderanno''.

http://www.gaynews.it/view.php?ID=29978

Intervista al poliziotto gay

Intervista con l'agente di polizia buttato fuori perché omosessuale. "Ora indagano su di me e non su chi mi ha colpito". "Nonostante l'Europa, le discriminazioni sono tante".

ROMA - Lo identifichiamo come Emanuele, non perché, a differenza di Dario Mattiello non desideri parlare con noi, ma per non esporlo a condizioni sfavorevoli. Lui che di sfavori ne ha subìti e continua a subirne perché gay in divisa, perché stanco di nascondersi dietro un'onorabilità che non gli compete. Così, dopo il caso Buttiglione, Tremaglia e Fisichella, l'uomo gay si ritrova a fare i conti non solamente con le discriminazioni a tutto tondo, ma anche con l'ingiustizia che sovrasta l'elemento omosessuale e ne fa persecuzione. Per questo, siamo grati a Emanuele per quest'incontro.

Emanuele, come stai?

Diciamo bene, perché son riuscito a sopportare con la dignità mai venuta meno tutto quello che mi sta succedendo.

Raccontaci la tua vicenda.

L'11 settembre del 2003 ho conosciuto due ragazzi stranieri che mi hanno chiesto ospitalità. Avevo messo tutte le cose importanti dentro una cassaforte. Alle nove del mattino seguente, i due mi chiedono di essere accompagnati in centro a Roma. Chiedo loro più tempo per riposare ancora ma alla fine, continuando a sentirli parlottare, mi alzo.

Ti sembravano strani, aggressivi?

No, assolutamente no. Dopo aver ripreso gli oggetti e chiusa la cassaforte sento colpirmi pesantemente alla testa e perdo i sensi.

Ricordi se ti hanno colpito entrambi?

Ho capito, successivamente dopo, che entrambi mi stavano massacrando di botte colpendomi al naso e alle mascelle, entrambi rotti. Ho saputo successivamente che il primo colpo mi è stato dato con un trapano.

Immagini per quale motivo ti abbiano aggredito?

Non lo so davvero. Forse, in semicoscienza mi stavano chiedendo la combinazione della cassaforte, forse avevano visto le divise di polizia nell'armadio, qualche mia foto, non lo so davvero. E' probabile che volessero beni di consumo di mia proprietà.

Cosa è avvenuto dopo?

In un barlume di lucidità ho iniziato a chiedere aiuto. Mi hanno udito i vicini e la baby sitter della bambina di mia sorella che abita al piano di sotto, mentre allertavano il 113. E' stata la mia salvezza, perché i due sono fuggiti. Ero in uno stato davvero pessimo.

Cosa è successo all'arrivo dei tuoi colleghi?

Dopo le prime domande, hanno preso il mio computer. Non capivo, visto che ero parte lesa. Da lì hanno scoperto che ero omosessuale e le indagini hanno preso una piega completamente diversa.

Rispetto all'aggressione subìta.

Sì! Hanno ipotizzato che ci fosse un reato "virtuale"; che con i due aggressori stavamo facendo un gioco erotico condordato, sfuggito di mano. Non solo: mi è stato ipotizzato che io volevo proteggere i due miei aggressori non svelando la loro identità.

Hai dichiarato loro la tua omosessualità?

Sì, quando son venuti ad interrogarmi in ospedale. La cosa che non capisco è che hanno iniziato a indagare su di me, tralasciando di occuparsi della ricerca dei due che mi avevano fatto finire in ospedale. Hanno pure scoperto che avevano fatto delle telefonate in Romania, insomma avevano degli elementi per poter rintracciare almeno una delle due persone. Dico: indagate pure su di me, ma fatelo anche con chi mi ha ridotto in questo stato. Invece, sono stato maltrattato verbalmente e interrogato in maniera severa. Al mio avvocato hanno detto che i due probabilmente avevano lasciato l'Italia, mentre io ho avuto modo di vedere uno dei due aggressori che si è dato alla fuga non appena mi ha rivisto.

Che brutta vicenda Emanuele.

Non capisco perché si sono scagliati contro di me, colpevole di essere solamente un omosessuale. Invece, mi trovo licenziato e con un processo in corso.

Qual è l'accusa?

Favoreggiamento e simulazione di reato.

Qual è la condizione degli omosessuali in divisa?

Eventuali altri gay, credo vivano la loro condizione sessuale abbastanza male, anche se nessuna legge ci vieta di non essere eterosessuali. Come ben sai, bisogna avere comportamenti che nulla hanno poi a che vedere con la tua vera personalità e scelta di vita.

Tu, come hai vissuto da poliziotto gay?

Nascondendo la mia identità di gay, tranne a un paio di colleghe con cui ero in confidenza e amici a cui voglio bene. Gli altri, al di là dei sospetti, non sapevano nulla, o forse lo sapevano per un fatto di tantissimi anni fa.

Cosa era successo?

Ero stato fermato in un luogo di battuage, a Valle Giulia. Avevano passato le informazioni, ma non ho ricevuto alcun tipo di richiamo. Ma da quel momento non ho avuto vita facile. Dicono che ho avuto comportamenti gravissimi dal '98, guarda caso proprio quando sono stato fermato a Valle Giulia. Sarà anche quella discriminazione? Credo di sì.

Cosa ti aspetti?

Non lo so; forse che le cose prendano verità e che la gente comprenda che chi è omosessuale, nonostante l'Europa, viene ancora discriminato, violentato, licenziato e messo alla gogna. E poi, questo mio gesto, spero, aiuti altri a uscire allo scoperto.


http://it.gay.com/view.php?ID=19426

Sme, la Presidenza del Consiglio chiede la condanna di Berlusconi

Al processo è il giorno delle parti civili. L'avvocato dello Stato Salvemini: "Il passaggio di soldi dimostra la corruzione"
La difesa: "Una arringa esclusivamente politica, è stato nominato dalla precedente maggioranza"



MILANO - La presidenza del Consiglio chiede la condanna di Silvio Berlusconi e danni per un miliardo di euro. E' questo il risultato di una giornata paradossale nell'ambito del processo-stralcio Sme, che vede il premier imputato di corruzione in atti giudiziari. Il paradosso è: Silvio Berlusconi contro Silvio Berlusconi, la presidenza del Consiglio contro il presidente del Consiglio. Ciò accade perché oggi ha parlato in aula l'avvocato dello Stato Domenico Salvemini, che appunto rappresenta la parte civile per Palazzo Chigi. Solo che la costituzione della parte civile avvenne all'epoca del governo D'Alema, mentre ora a guidare il governo c'è Berlusconi.

A riconoscere l'eccezionalità della situazione è stato lo stesso Salvemini. Prendendo la parola all'inizio dell'udienza, l'avvocato ha riconosciuto che si tratta di "un fatto singolare", che "ha molto colpito l'opinione pubblica". E prima di entrare nel vivo del suo intervento, ha fornito una spiegazione davanti ai giudici della prima sezione penale del Tribunale di Milano: "Giuridicamente rappresento la presidenza del Consiglio, e quindi un soggetto giuridico diverso dalla persona fisica del presidente del Consiglio". Il quale, ha concluso l'avvocato, "è qui difeso dai suoi legali e dunque in questo processo rappresenta la parte dell'imputato".

L'avvocatura dello Stato ha chiesto la condanna di Berlusconi con un risarcimento "in via equitativa" di 1,1 milioni di euro ed una provvisionale "immediatamente esecutiva" di 300mila euro.

"Qui non è contestata una corruzione qualsiasi - dichiara Salvemini - ma il mercimonio dell'attività di un giudice. Un caso eclatante di corruzione per atti contrari ai doveri d'ufficio. Non una corruzione generica ma generalizzata di un giudice".

Nel corso della sua arringa, Salvemini ha puntato l'indice sul movimento di cospicue somme di denaro (434 mila dollari nel marzo 1991) da conti esteri riconducibili alla Fininvest, verso il giudice Squillante e altri tra giudici e avvocati, per dimostrare che Silvio Berlusconi avrebbe corrotto i magistrati. "Il denaro - ha detto l'avvocato dello Stato - è partito dal gruppo imprenditoriale per arrivare sui conti esteri di un magistrato. Questo porta ad affermare che quel magistrato era al servizio della Fininvest". "Siccome - ha continuato Salvemini - non è stata trovata una causale lecita perché i soldi dovessero andare da Fininvest a Squillante, anzi da Silvio Berlusconi al giudice Squillante, la deduzione logica è che questi fossero il pagamento di una corruzione".

Il legale ha contestato anche le spiegazioni, secondo cui una parte cospicua del denaro potrebbe essere riconducibile ad onorari, versati a Cesare Previti (circa 16 miliardi) in qualità di legale del gruppo: "Di parcelle non c'è traccia, e anche la spiegazione che fossero soldi in nero non regge. Non c'è alcuna documentazione del lavoro che Previti avrebbe svolto all'estero per meritare quei soldi - ha precisato Salvemini - e lo stesso Silvio Berlusconi non ci ha affatto parlato di un ruolo straordinario di Previti: era uno dei quasi 100 legali di Fininvest".

Allo stesso modo, secondo l'avvocato, non reggerebbero le spiegazioni di un giro di "compensazioni" tra i protagonisti della vicenda, per l'acquisto di alcuni appartamenti mai portato a termine: "E' tutto non credibile". Secondo Salvemini, invece, vi furono rapporti tra Berlusconi e Squillante fin da quando, nel 1985, il giudice assolse l'attuale premier in un processo per l'installazione di alcuni ripetitori avvenuta, secondo l'accusa, irregolarmente.

Contesta l'arringa di Salvemini Niccolò Ghedini, uno dei difensori di Silvio Berlusconi, e la definisce "politica". "L'avvocato dello Stato - dice Ghedini - è stato nominato dalla precedente maggioranza, oggi opposizione, e sta facendo un intervento squisitamente politico. Le accuse sono gravi ma sono sbagliate. E' un intervento squisitamente politico".
(19 novembre 2004)

http://www.repubblica.it/2004/k/sezioni/cronaca/bocassini/smecivile/smecivile.html

È diventata una sgradevole tradizione in Italia....

«È diventata una sgradevole tradizione in Italia: ogni anno Silvio Berlusconi annuncia che il taglio delle tasse si farà l'anno dopo. Come se non bastasse l'economia è stagnante. Il famoso contratto con gli italiani si è rotto».

The Wall Street Journal, editoriale, 17 novembre

mercoledì 17 novembre 2004

Un uomo che legge ne vale due

Fungheggiano in Italia mille iniziative e progetti per incentivare la lettura: è una geografia di splendide invenzioni
di Umberto Eco

Recentemente, in un'indagine dell'Eta Media Research era stato sottoposto a un campione un questionario letterario con quattro risposte possibili (alla Amadeus). Alla domanda cosa fosse il Decamerone, solo il 21 per cento rispondeva che si tratta di un libro di novelle, il 14 diceva che era un tipo di autobus, il 29 che era un appartamento di dieci stanze e il 36 che era un vino rosso.

Su Primo Levi il 33 per cento asseriva che aveva raccontato la vita dei derelitti in Sicilia, ma in compenso il 28 acconsentiva a che i Malavoglia fossero un gruppo di studenti alla vigilia della prima guerra mondiale. Ho particolarmente apprezzato che ben il 18 per cento riconoscesse che sono l'autore de 'Il nome della rosa' (è moltissimo, se il il test valesse per i sei miliardi di abitanti del pianeta avrei circa un miliardo di affezionati) ma il dato più significativo è che il 47 per cento ritiene che l'autore sia Sean Connery.

Queste notizie venivano offerte la settimana scorsa a Bari, insieme con altre, più note, sulle percentuali assai scarse di 'lettori forti' nel nostro paese (i 'deboli' sono quelli che hanno preso in mano un solo libro in un anno, ma poteva essere anche un manuale di cucina). Fortunatamente venivano discusse in un contesto che animava le migliori speranze. Da qualche anno Giuseppe Laterza ha fatto nascere i Presìdi del Libro nelle Puglie (ormai 26 centri, di cui uno al confine con la Basilicata) ma ormai l'idea attecchisce anche in Piemonte e altrove.

Nonostante le differenze organizzative, adattate ai vari luoghi, questi presìdi sono gruppi di iniziativa che, in collaborazione con biblioteche e librerie quando ci sono, ma anche là dove non c'è niente, raccolgono gente, in gran parte giovani, a parlare o a sentire parlare di libri, a discutere di quanto hanno letto, a dialogare con autori su temi fissi. L'iniziativa è bella e consolante, perché funziona, ma Giuseppe e Alessandro Laterza hanno ritenuto che fosse venuto il momento di porre a confronto tanti altri progetti che fungheggiano (non esagero) nel nostro paese.

E così per due giorni, al Kursaal di Bari, ecco circa 150 invitati (ma il pubblico in sala era assai più ampio) che costituivano il meglio dell'editoria italiana, librai e bibliotecari e i loro rappresentanti nazionali, organizzatori di giornate che suscitano intorno ai libri delle manifestazioni che mi permetterò di chiamare quasi oceaniche, come il festival della letteratura di Mantova, il festival di filosofia di Modena, il salone del libro di Torino, e poi premi illustri come lo Strega, il Grinzane, il Nonnino, i responsabili delle pagine culturali dei giornali, i sostenitori di molte di queste avventure educative come la Compagnia di San Paolo o la Telecom, sino agli inventori di progetti apparentemente minori ma non meno significativi, quali a esempio il Libro in spiaggia di Grado, che porta i libri e li fa leggere a chi riposa sotto l'ombrellone.

Mi riesce difficile citare tutti i 'racconti' che si sono uditi in quei due giorni, perché saranno intervenuti, per una decina di minuti ciascuno, più di una cinquantina di testimoni qualificati, ognuno con una storia diversa, dal racconto di come funziona una biblioteca modello a Pesaro a quello di un gruppo di pediatri che sta insegnando ai genitori, insieme alle altre cose essenziali per la crescita di un bambino, come abituarlo a toccare e vedere dei libri sino dall'età pre-scolare, il più presto possibile. Né poteva mancare 'Fahrenheit', la bella trasmissione di Radio Tre che invita i suoi ascoltatori ad abbandonare i libri che amano sulle panchine, o sugli autobus, perché altri li trovino e si sentano invogliati a leggerli. D'altra parte il titolo della manifestazione era 'Passaparola' perché talora, più della pubblicità o delle recensioni, è il passaparola dei lettori che fa vivere un libro.

Ne veniva fuori una geografia di splendide invenzioni, talora sostenute da enti locali, talora nate senza chiedere aiuto a nessuno, a livello di volontariato, tutte (direi) all'insegna implicita di quel motto di Valentino Bompiani (che non so se sia stato citato, perché talora sono uscito per sgranchirmi le gambe o a prendere un caffè), 'Un uomo che legge ne vale due'. Lamentata l'assenza di almeno due ministri che della lettura dovrebbero preoccuparsi, naturalmente c'è stato dibattito acceso sui libri distribuiti dai giornali, sulla minaccia alle librerie che viene dalla pratica indiscriminata delle fotocopie o dall'idea di scaricare testi scolastici da Internet, e su tanti altri problemi che sono all'ordine del giorno, e che talora hanno opposto diverse visioni, timori o speranze.

Ma anche i disaccordi erano, oltre che educati, propositivi, ed è stato bello vedere tante persone, dai vertici della Mondadori, della Rcs o delle Messaggerie Italiane sino allo sconosciuto ed entusiasta educatore di una provincia remota, stare insieme per far crescere in Italia un pubblico di lettori.
Lontano, intanto, su un'isola lontana, altri Famosi stavano insegnando che per valere due basta accoppiarsi. Il che sarebbe anche biologicamente vero, se non lo facessero per finta, davanti a spettatori che non hanno tempo per leggere.


L'espresso

Denuncia del Circolo Mario Mieli: "Poliziotto licenziato perché gay"

L'uomo sarebbe stato derubato e picchiato nella sua casa
Da qui la scoperta della sua omosessualità e la rimozione


ROMA - Sarebbe stato licenziato dalla polizia perché gay. La denuncia arriva dal circolo di cultura omosessuale Mario Mieli, che ha raccolto la testimonianza di un agente di polizia e che ora lo sta assistendo legalmente. Un caso la scoperta dell'omosessualità di E.D. "L'uomo - raccontano al Mario Mieli - è stato aggredito, malmenato e derubato da due individui. I vicini allarmati hanno chiamato le forze dell'ordine che lo hanno rinvenuto in un lago di sangue". Sono scattate le indagini, il computer della vittima è stato controllato e dall'esame dei dati in esso contenuti, gli investigatori avrebbero scoperto l'omosessualità di E.D.

"Da qui la vicenda ha subito una svolta a dir poco sconcertante - denuncia il circolo Mario Mieli - E.D. è stato licenziato. Da vittima è stato ritenuto complice e accusato di simulazione di reato perché invece di aggressione l'episodio è stato qualificato come gioco erotico pericoloso finito tragicamente e da lui stesso consapevolmente organizzato. Le accuse sono di favoreggiamento, poiché a detta dei colleghi la vittima sarebbe restia a rivelare l'identità degli individui che lui continua a dichiarare ignoti".

Il circolo Mario Mieli, "di fronte a questo palese e grave atto di discriminazione e di infamia" è intenzionato a chiedere alle forze di polizia, che in passato si sono spesso dimostrate sensibili a tutelare la popolazione gay, un incontro per chiedere chiarimenti sulla vicenda "affinché venga fatta luce e giustizia su comportamenti e azioni discriminatorie e diffamanti".

Sconcerto tra le associazioni omosessuali. "E' una tendenza pericolosa, un attacco ai gay, nato con i casi di Buttiglione e Tremaglia - dice Imma Battaglia, leader dell'associazione DìGayProject - ora si attacca uno dei problemi principali che spingono i gay a non dichiararsi: la preoccupazione di perdere il lavoro. Il lavoro e la famiglia sono i capisaldi attorno ai quali ruota la forza delle persone. Se una persona può essere licenziata in quanto gay, torniamo indietro di 30 anni".

Secondo l'esponente del movimento omosessuale "episodi come questo rischiano di vanificare le conquiste che in questi anni il movimento omosessuale ha fatto". Battaglia ricorda poi il recente caso di Dario Mattiello, che sarebbe stato licenziato da Domenico Fisichella, perché era stata pubblicata una sua foto al GayVillage: "Perché in questo caso la sinistra non si è mobilitata? Anche questo episodio dimostra che dobbiamo stare allerta e non abbassare la guardia".
(17 novembre 2004)

http://www.repubblica.it/2004/k/sezioni/cronaca/poli/poli/poli.html

martedì 16 novembre 2004

Consulta: Toscana; udienza su voto a immigrati e convivenze

Lo Statuto della Regione impugnato da governo, sentenza tra circa un mese

I punti dello statuto della Regione Toscana impugnati dal governo sono undici, ma durante l'udienza di stamani davanti alla Corte Costituzionale accusa e difesa si sono sfidate soprattutto sulle prime due questioni, sicuramente le piu' spinose: il diritto di voto agli immigrati residenti e il riconoscimento delle altre forme di convivenza al di fuori del matrimonio. La decisione della Consulta dovrebbe arrivare tra circa un mese, forse anche prima di Natale, e sara' scritta dal giudice costituzionale Piero Alberto Capotosti.

In poco piu' di un'ora l'avvocato dello Stato, Giorgio D'Amato, e il difensore della Regione Toscana, Stefano Grassi, hanno fatto riferimento a numerosi articoli della Costituzione e a precedenti sentenze della Consulta per dimostrare tesi opposte.

D'Amato, a nome della presidenza del Consiglio, ha insistito sull'illegittimita' di quella parte dello statuto che promuove il diritto di voto agli immigrati. In questo modo - ha affermato - si viola innanzitutto l'art.48 della Costituzione, che riserva ai cittadini l'elettorato attivo. Di piu': ''La regione - ha aggiunto D'Amato - crede di salvarsi l'anima affermando'' che questo diritto di voto viene promosso ''nel rispetto dei principi costituzionali'': ma ''come si puo' rispettare la Costituzione se la si vuole modificare?''.

Anche per quanto riguarda il riconoscimento delle forme di convivenza al di fuori del matrimonio, ci sarebbe stata un' ''invasione di campo'' da parte della Regione dal momento che - ha fatto notare l'avvocato dello Stato - lo statuto prevede il riconoscimento ''tout court di tutte le altre forme di convivenza, quindi anche quella tra omosessuali''. In sostanza, per D'Amato la Regione Toscana intende ''stabilire una garanzia diversa e ultronea'' rispetto a quella fissata dalla Costituzione. Lo dimostra il fatto - ha aggiunto - che nell'ordinamento statale le coppie omosessuali non sono riconosciute, mentre per quanto riguarda le unioni di fatto eterosessuali la tutela e' limitata alla prole.

La difesa della Regione Toscana ha invece insistito che sul voto agli immigrati, sulle convivenze, sul rispetto dell'ambiente e sulla tutela del patrimonio storico-artistico, lo statuto utilizza il verbo ''promuovere'', per cui non si tratterebbe di disposizioni con valore precettivo ma soltanto programmatico. ''Questo statuto - ha detto l'avvocato Grassi - non puo' modificare la Costituzione. Inoltre la Regione si e' attenuta ai principi fissati dalla Corte Costituzionale''. Il difensore della Regione ha colto l'occasione per far riferimento a una recente sentenza della Consulta (n.2 del 2004) che ha riconosciuto la legittimita' dell'esistenza, accanto ai contenuti necessari degli statuti regionali anche dei contenuti che indicano aree di prioritario intervento politico o legislativo.

Grassi ha quindi ribadito la tesi della ''genericita' '' per quanto riguarda le altre forme di convivenza che non siano il matrimonio: ''il termine riconoscimento e' generico. Perche' bisogna subito parlare di riconoscimento dei diritti agli omosessuali? La Regione Toscana - ha concluso - e' aperta alla realizzazione dello stato sociale ed e' aperta a far fronte a una serie di situazioni di bisogno: la convivenza e' tra queste''.

http://www.gaynews.it/view.php?ID=29943

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