Caro don *****,
la festa della santa famiglia celebrata oggi dalla chiesa cattolica è stata l'occasione, da parte di numerosi esponenti episcopali e del papa stesso nell'Angelus, per reiterare con insistenza alcune posizioni sulla famiglia tradizionale, lanciando un chiaro messaggio ai fedeli cattolici ed agli uomini di politica e di cultura affinchè difendano l'istituzione del matrimonio tradizionale dalle continue "aggressioni", con chiaro riferimento ai riconoscimenti giuridici, in atto anche in alcune regioni italiane, delle coppie di fatto (comprese le coppie omosessuali). Alcuni autorevoli vescovi, come mons. Carlo Caffarra dalla cattedra di Bologna, e l'intero episcopato spagnolo, non hanno usato mezzi termini quest'oggi, e senz'altro la chiarezza è uno dei loro pregi. Anche lei -nella predicazione della eucaristia serale- ha accennato alla questione. Eppure ho sempre di più l'impressione (e non solo l'impressione) che non si dica -o non si voglia dire- la verità fino in fondo ai fedeli. E che ci sia -come spesso è stato nella chiesa nei secoli- la prassi di far credere ai fedeli le verità per autorità più che per sano discernimento ed approfondimento degli stessi testi biblici. Evidentemente, chi ascolta in questi mesi i vescovi od il papa si è fatto una chiara idea della famiglia cristiana e di cosa pare aggredirla. E tuttavia, se uno apre i testi sacri, scopre che le cose sono più complesse di quel che si vuol far credere. A cominciare dalla stessa icona della Sacra Famiglia del Gesù dei Vangeli, portata come "modello tradizionale" di famiglia. Se leggiamo i Vangeli e riflettiamo-chieda ad un biblista al di fuori di ogni prudente e istituzionale sede- la famiglia di Nazaret ha più i tratti di una famiglia "anomala" che non di una "normale", e nell'insegnamento e nella pratica stessa di Gesù, compreso il suo rapporto con i genitori, si ha un vero e proprio "scardinamento" dei vincoli parentali e di sangue, allargando il concetto stesso di famiglia, di madre, di fratelli. Riflettevo su alcuni aspetti "anomali" della famiglia di Nazaret che mi piacerebbe porre in evidenza e condividere apertamente con lei.
1. Anzitutto il concepimento verginale di Gesù. Giuseppe sceglie di accogliere Maria come sua sposa pur sapendola incinta in attesa di un figlio che non era il suo. Oggi si potrebbe forse dire che Maria fosse una "ragazza madre" accolta dalla benevolenza di Giuseppe che si è fatto carico di essere padre e marito di una ragazza che altrimenti, nella società ebraica dell'epoca, sarebbe stata ripudiata da chiunque. Ecco, Gesù nasce non solo in una mangiatoia ed in un luogo considerato -dal punto di vista religioso- insignificante - la Galilea non era patria di profeta ("Sei anche tu di Galilea? Esamina, e vedrai che dalla Galilea non sorge profeta" Gv 7, 52), ma nasce da un matrimonio in parte "irregolare" per le usanze del tempo. E nasce perchè due persone, Maria e Giuseppe, accolgono Gesù in una unione violando le prassi convenzionali del fidanzamento e del matrimonio secondo la tradizione ebraica. Giuseppe avrebbe avuto tutto il diritto di ripudiare Maria: egli l'accoglie, e con essa accoglie la venuta del Figlio dell'uomo. Per questo noi veneriamo Maria, Madre di Dio, e Giuseppe, suo sposo. Non per l'"icona" di una famigia cristiana modello.
2 La famiglia di Gesù non può rappresentare, per come la Tradizione insegna, un modello di vita familiare per vivere l'amore umano nella componente affettiva-sessuale. Supposto che Gesù non avesse fratelli e che quelli nominati nei Vangeli come "fratelli di Gesù" siano stati suoi cugini o parenti - e questo, sappiamo, è stato costantemente insegnato dalla Tradizione per sostenere la verginità di Maria- il matrimonio fra Giuseppe e Maria sarebbe, secondo il codice di diritto canonico attuale, un matrimonio "non consumato". La mancanza dell'unità sessuale fra Giuseppe e Maria rende tale unione per lo meno anomala rispetto ad una famiglia tradizionale. Il concetto stesso di castità cristiana del matrimonio che oggi insegniamo è ben lontano da quello vissuto dalla famiglia di Nazaret. La famiglia di Gesù non può rappresentare, per come la Tradizione insegna, un modello di vita familiare per vivere l'amore umano. Non occorre infine dimenticare che, in una società come quella ebraica dove i figli erano visti come una "benedizione" del Signore, l'avere un solo figlio, per di più "bastardo" -scusi l'espressione, non vuole essere affatto irriverente- non significava essere particolarmente "benedetti" dal Dio di Israele. Anche in questo, Gesù, Figlio di Dio, è entrato nel mondo, nell'umanità, "dal basso", non dall' "alto". Chi lo attendeva, non ha saputo riconoscerlo. Non poteva essere Lui, il Figlio di Dio: nato così, morto così, in croce, morte riservata ai senza Dio, ai maledetti da Dio. Mi chiedo: se Gesù dovesse nascere oggi, lo Spirito Santo sceglierebbe una famiglia ed una modalità "convenzionali" per manifestarsi agli uomini di oggi?
3. Il rapporto 'familiare' fra Gesù e i suoi genitori è affrontato solo poche volte nei Vangeli, e spesso è controverso. In chiesa ho imparato, fin da piccolo nel Catechismo, che Gesù stava sottomesso ai suoi genitori. Si cita Lc 2, 51 per dare risalto all'obbedienza. Ma ci si scorda di ricordare le righe precedenti, dove alla preoccupazione e allo stupore della madre, Gesù risponde seccamente: «Perché mi cercavate? Non sapevate che io dovevo trovarmi nella casa del Padre mio?» (Lc 2, 49). Ma più dirompenti sono le parole che Gesù pronuncia quando i suoi parenti e sua madre lo cercano perchè sembrava essere fuori di senno (Mar 3, 21). Così racconta Matteo: "Mentre Gesù parlava ancora alle folle, ecco sua madre e i suoi fratelli che, fermatisi di fuori, cercavano di parlargli. E uno gli disse: «Tua madre e i tuoi fratelli sono là fuori che cercano di parlarti». Ma egli rispose a colui che gli parlava: «Chi è mia madre, e chi sono i miei fratelli?» E, stendendo la mano verso i suoi discepoli, disse: «Ecco mia madre e i miei fratelli! Poiché chiunque avrà fatto la volontà del Padre mio, che è nei cieli, mi è fratello e sorella e madre» (Mt 12, 46-50). Anche gli altri due sinottici sono concordi nel riportare questo episodio. Qui Gesù sembra superare ogni vincolo familiare e parentale, ogni ordine biologico, scardina ciò che senza dubbio, allora come oggi, è una istituzione socialmente importante e rilevante, per annunciare il Regno di Dio, il primato del Regno anche sulle istituzioni familiari. A chi oggi, con insistenza, usa la Sacra Scrittura e l'icona della famiglia di Nazaret per dare un identikit ed un modello della famiglia "cristiana", e si scorda di dire che una famiglia -tradizionale o no che sia, sposata o no in chiesa che sia, eterosessuale o no che sia- che non si apre all'annuncio della venuta del Regno e della rivelazione di un Dio-Padre universale, che si chiude magari in un egoismo (a due o a tre o a quattro), non è una famiglia cristiana, non compie -credo- un autentico annuncio della Parola rivelata. L'esigenza dell'annuncio del Regno può portare non ad un idilliaco quadro familiare, ma addirittura a "divisioni": "saranno divisi il padre contro il figlio e il figlio contro il padre; la madre contro la figlia, la figlia contro la madre; la suocera contro la nuora e la nuora contro la suocera" (Lc 12, 53). Evidentemente qui Gesù non istiga alla discordia familiare, ma chiaramente afferma che c'è una gerarchia di valori nella vita di chi vuole esserne alla sequela , cioè cristiano, e che i vincoli e le istituzioni familiari non sono al primo posto.
4. Gesù non ha, credo, fondato o privilegiato alcuna istituzione familiare. Non era certamente fra i suoi compiti l'additare questo o quel modello di vita familiare, ma annunciare la venuta del Regno e rivelare il Volto di Dio, inconsueto, inaspettato, rifiutato proprio da coloro che detenevano il sacro potere e che oggettivamente conoscevano le Scritture. Gesù stesso ha fatto una scelta controcorrente: non si è sposato, addirittura si è accomunato alla categoria degli eunuchi (Mt 19, 12), con coloro che erano disprezzati (Is 56, 3) e che, secondo la legge mosaica, erano esclusi dall'adunanza davanti al Signore (Dt 23, 2-3) Gli eunuchi erano probabilmente coloro che avevano difficoltà a vivere la propria sessualità, e ciò era considerato, agli occhi del Dio di Israele, un handicap che li allontanava dal suo culto ("Chi ha i testicoli contusi e il membro virile mutilato non entrerà nell'adunanza del Signore" Dt 23, 2). E Gesù non fa questa scelta per motivi di purità o per un cammino ascetico, come avveniva invece, ad esempio, nelle comunità monastiche di Qumran del tempo di Gesù (vedi, ad es., L. Perrone, "Eunuchi per il Regno dei cieli?", in: Eros e Bibbia, Ed. Morcelliana, 2003). E' molto bello, don ****, non so se nessuno se ne è mai accorto, ma Gesù non solo è morto di morte riservata ai senza Dio, ai maledetti da Dio ("il cadavere appeso è maledetto da Dio", Dt 21, 22-23), ma anche la sua nascita, di"figlio illegittimo", era considerata per i detentori della Legge religiosa un aspetto negativo: si legge nel Deuteronomio che "Il bastardo non entrerà nell'adunanza del Signore, neppure alla decima generazione entrerà nell'adunanza del Signore" (Dt 23, 3). Nato nella marginalità, nell'ignominia, e morto, secondo la sacra Legge di Mosè, lontano da Dio, maledetto da Dio. E' questo, non altri, il Gesù dei Vangeli che noi riconosciamo Figlio di Dio e che abbiamo celebrato in questo Natale! E se -ancora oggi- Egli nascesse nella marginalità, nella ignominia, in condizioni e percorsi familiari non tradizionali, non marchiati dal sicuro sigillo sociale e religioso della "regolarità", anche oggi ci stupiremmo, non saremmo forse anche noi oggi incapaci di riconoscerlo?
Mi chiedo spesso perchè non si approfondiscano questi argomenti con serenità nelle "catechesi" o negli incontri, anche con l'aiuto di validi biblisti, lasciando alle coscienze poi ogni valutazione. Si preferisce, invece, indottrinare ancora una volta le persone, e portare alla contrapposizione.
Sarò controcorrente, ma la lettura meditata delle Sacre Scritture, don ****, non mi pare proprio autorizzare questa campagna di difesa della "famiglia tradizionale" come un punto centrale del messaggio evangelico. Ci possono essere -e ci sono- moltissimi e validi motivi per aiutare oggi la famiglia tradizionale. E la chiesa ha le sue buone ragioni per farlo. Ma forse conviene ancora una volta lasciare fuori il nome di Dio, perché egli abbraccia tutti. Personalmente, trovo poi ingiusto che questa "guerra" ormai dichiarata da questo papa e accolta dall'episcopato si stia facendo demonizzando altre scelte di vita ed altre categorie di persone. E' mostrando la bellezza e la santità del matrimonio fra un uomo e una donna, aiutando le coppie nelle loro difficoltà di cammino più che entrando nelle loro "camere da letto" o anatemizzando scelte diverse, che la chiesa potrà aiutare le coscienze delle coppie cristiane a ritrovare il matrimonio sacramentale come vocazione di vita. Non dicendo che gli altri non sono capaci di amare, o dicendo che i loro comportamenti sono immorali, o che le loro scelte non sono cristiane. Non è "per legge" che una unione diviene feconda, fedele e priva di ostacoli! Solo chi non ha avuto il dono di poter scegliere in questa vita questa santa vocazione sa, nel proprio cuore, che le cose non stanno così.
Un caro saluto,
Stefano
http://www.gaynews.it/view.php?ID=30445
mercoledì 29 dicembre 2004
Riflessioni sulla Sacra Famiglia: lettera di un giovane omosessuale credente al suo parroco
Dietro la notizia niente
di Furio Colombo
Qualcosa di immenso è accaduto nel mondo e il mondo non sembra essersene accorto. E' stato veloce ad afferrare l'evento con le braccia automatiche delle notizie. Come notizia, il maremoto che ha distrutto tutte le coste dell'Asia e ha fatto, ormai si dice quasi ufficialmente, centomila morti, è una straordinaria notizia che ha tutto per essere trasmessa e ritrasmessa, stampata e ristampata: la quantità immane di distruzione, la corsa della morte in sequenza da un punto all'altro del mondo, con il brivido della differenza di tempo, che rende possibile immaginare, con orrore, ma anche con il senso della grande avventura, il prima e il dopo.
E' una sorta di straordinaria sequenza narrativa capace di creare - come ha detto un sopravvissuto italiano al Tg 3 la sera di martedì - "una sorta di euforia di cui poi ti vergogni". Il momento è straordinario per il tsunami perché le migliaia e migliaia di chilometri quadrati distrutte dal mare, la distesa di cadaveri che si vede in ogni inquadratura, in ogni fotografia, irrompono su schermi e giornali mentre finisce l'anno e c'è un vuoto di notizie. Inutile fingere: questa è la notizia dell'anno, forse dei prossimi dieci anni. E' la notizia, non la coscienza di ciò che è veramente accaduto, a imporre tanto spazio e tanta attenzione. Infatti, dietro la notizia niente.
Niente governi, niente organizzazioni internazionali, niente di grande, non dico grande come l'evento, che è impossibile da fronteggiare in dimensioni proporzionate, ma almeno grande come sforzo organizzativo, come impegno annunciato, come dimensione del danaro e dei mezzi disponibili, come mobilitazione di parlamenti, di assemblee generali, di eserciti.
Dal mondo ciascuno - tra i Paesi che possono - provvede a far tornare i suoi cittadini. È urgente, è giusto. Ma il grido di un gruppo di missionari che ieri dalla Tailandia ha detto: «Vi prego non pensate solo ai turisti» è andato perduto. Ci dicono che la protezione civile italiana ha avuto dall'Europa l'incarico di coordinare tutta l'attività dell'Unione Europea. Sappiamo che la protezione civile italiana lavora bene. Ma l'incarico - se esiste - ci dice il limite posto alla missione: aiutare gli europei (non solo gli italiani) a tornare a casa. Ci fa onore, vuol dire che i voli speciali funzionano bene. Ma ci dice il vuoto. Per l'Indonesia e la Tailandia, per India, per Bangladesh e Sri Lanka, per migliaia di isole sbattute dal maremoto e semidistrutte dal sisma, non c'è niente, non c'è nessuno.
Per capire quello che dico pensate a un libro, pensate a un film. Centomila morti sono un disastro immenso. Autore e regista troverebbero necessario immaginare una seduta straordinaria del Congresso americano, un soprassalto di tutta l'Europa, politica, istituzioni, imprese. Ci farebbero vedere le sedute di un comitato mondiale di coordinamento mentre dai quattro angoli del pianeta i rappresentanti di tutti gli stati membri vanno al Palazzo di vetro per una assemblea generale straordinaria. Centomila morti in un giorno sono molto più di una guerra, e il Consiglio di sicurezza si convocherebbe in seduta permanente. Banche ed enti finanziari internazionali diventerebbero collettori delle risorse congiunte dei grandi Paesi e dei piccoli Paesi in modo da creare una catena di interventi, di aiuti, di coordinamenti regionali, di missioni speciali, soldati e scienziati, costruttori e infermieri, esperti di ogni tipo capaci di coordinare eserciti di volontari. I volontari ci sono. Ma isolati e con mezzi propri.
Il mondo non subiva da decenni una prova così dura con un esito tanto tragico. Mai prima d'ora, nel mondo moderno, egoismo, indifferenza, distruzione, disattenzione, incapacità di capire (pensate che formidabile guerra al terrorismo sarebbe essere presenti e capaci di aiutare - sia pure a un costo enorme - in tutte le coste distrutte) hanno dato uno spettacolo così grande e così desolante. Arriveranno, al massimo, tanti sms di solidarietà. E un giorno sembrerà impossibile che tutto ciò sia successo. 100mila morti, una grande notizia e nient'altro. Come ha detto il turista italiano salvato: «Prima provi euforia. Poi vergogna».
tratto da l'Unità del 29/12/2004
martedì 28 dicembre 2004
Tra le parole del 2004 Repubblica cita "GAY"
GAY
di Natalia Aspesi
In 13 stati europei hanno riconosciuto legalmente le loro unioni, in Italia un ministro li ha chiamati culattoni, mentre per sua mistica omofobia un altro nostro ministro è stato rifiutato come commissario Ue alla giustizia. Non solo in Italia sono stati licenziati, picchiati, uccisi. La televisione li ha resi molto trendy se del tipo folklorico: intere trasmissioni sono state affidate a questi simpatici giovanotti, uno, forse per merito del cappello da comico, ha vinto il Grande Fratello. Esclusi però non solo dal successo mediatico ma talvolta anche solo dal rispetto, i gay che non sembrano tali e non fanno il parrucchiere ma magari il carabiniere. Uno che non ancheggia, l´onorevole Nichi Vendola, ha messo nei guai il probo centrosinistra chiedendo la candidatura alla presidenza della sua regione. Sconfitta linguistica confermata: i media hanno continuato a usare outing (rivelare l´omosessualità di qualcuno) al posto di coming out (dichiararsi omosessuale).
http://www.gaynews.it/view.php?ID=30438
martedì 21 dicembre 2004
Scontro Ciampi-Berlusconi sulla Costituzione
di Vincenzo Vasile
La mimica è quella dei giorni di battaglia: Berlusconi che ascolta per venti minuti, occhi a fessura, mascella all'infuori
La mimica è quella dei giorni di battaglia: Berlusconi che ascolta per venti minuti, occhi a fessura, mascella all'infuori e braccia conserte. E Ciampi che guarda innanzi a sé, e scandisce implacabili rimproveri al governo. Nel salone dei Corazzieri al Quirinale il rituale scambio di auguri di fine anno con le alte cariche dello Stato si trasforma in una sequenza filmica da antologia.
Mai così distanti, governo e Quirinale su una sventagliata di temi, al centro del discorso - preoccupato e teso - di Ciampi. Non si sa se sia stato più l'appello a «rispettare i magistrati», o la bocciatura di una riforma costituzionale condotta a colpi di maggioranza, o la diagnosi negativa della politica economica, a provocare lo scatto di nervi trattenuto a stento da Berlusconi, che alla fine del discorso ha solo accennato un formalissimo applauso e ha battuto le mani sulle ginocchia come per andarsene, mentre la cerimonia sarebbe proseguita per un'ora.
Il presidente del Consiglio s'è guardato, infine, dal raggiungere il capannello delle autorità che si congratulavano con il capo dello Stato. Che aveva cominciato quasi subito a provocare un fremito sulle labbra di Berlusconi a proposito di riforma costituzionale. Con un'autocitazione: «Le istituzioni fondamentali dello Stato non possono certo essere cambiate a ogni mutare di maggioranza». Sono parole tratte dal discorso di fine anno del 2003, che il presidente ora attualizza: «Auspico che l'esame della riforma costituzionale che riprenderà il proprio iter nell'aula del Senato all'inizio del prossimo anno consenta ancora alle forze politiche di recuperare il metodo del dialogo al quale si erano in precedenza dichiarate disponibili».
E al Senato, vuol dire Ciampi, non sarà più accettabile che si vada avanti a colpi di maggioranza. Avverte, infatti, «il dovere nell'esercizio di quella primaria funzione di garanzia che compete al capo dello Stato - di manifestare la mia preoccupazione per l'accentuarsi di uno stato di difficile comunicabilità tra i principali schieramenti politici e parlamentari su un tema che interessa le strutture portanti della vita democratica della Nazione in primis il Parlamento». E così «la modifica di queste strutture, per dar luogo a soluzioni durature, deve essere frutto di un dibattito approfondito e aperto, non irrigidito da precostituite posizioni di maggioranza e di opposizione».
Altro essenziale puntino sulle «i» della parola giustizia. Si è fatto da destra un gran parlare sul carattere «marginale» e «tecnico» che avrebbero i rilievi mossi da Ciampi nel messaggio con cui ha rinviato alle Camere la legge sull'ordinamento giudiziario. Macché, il «riferimento» - controbatte Ciampi - è «ad alcuni importanti profili di costituzionalità». Importanti. Altro che marginali: Ciampi ha contestato, infatti, due assi portanti della politica giudiziaria del governo, che è basata sulla pretesa di sottrarre attribuzioni e potere al Csm e su quella di inventare poteri di indirizzo di politica giudiziaria in capo al Guardasigilli. E il capo dello Stato tiene a dire che ciò non toglie nulla alla validità degli scopi proclamati dal legislatore, e cioè l'efficienza e la rapidità dei processi. Ciampi può a maggior ragione rivolgersi ai magistrati, incitarli all'«impegno» a realizzare «economie di tempi», a «essere» e anche «apparire» autonomi e indipendenti «in ogni loro comportamento», perché nel frattempo ribadisce con fermezza «un principio più volte affermato - osserva - fin dall'inizio del mio mandato: i magistrati vanno rispettati nell'esercizio delle loro funzioni, tutelate dai principi costituzionali di autonomia e indipendenza».
Anche la pubblica amministrazione, secondo Ciampi, rischia di essere soffocata dalle interferenze dell'esecutivo. È vero che «mostra segni di progresso sul piano dell'efficienza», anche se «i tempi dell'ammodernamento dovrebbero esser più rapidi». Ma il punto è un altro. Non piace al capo dello Stato il metodo più aberrante dello spoils system, l'apparato burocratico deve «rispettare il principio di imparzialità» sancito dall'articolo 97 della Costituzione. Un'invasione della politica nella gestione può ostacolare l'efficienza, demotivare i pubblici dipendenti. È indispensabile che gli apparati di governo si impegnino a rispettare questo precetto costituzionale; l'imparzialità comporta la distinzione tra politica e amministrazione, bisogna lasciare separata la sfera dell'«indirizzo e del controllo» propria degli «organi di governo» e quella della «gestione» propria dei «dirigenti amministrativi».
Ancora: l'economia italiana va proprio male. La diagnosi di Ciampi si discosta da quella, edulcorata del governo: «Il clima congiunturale, nonostante qualche segno di miglioramento non si è ancora tradotto in un aumento della produzione industriale che da tempo ristagna sia perché la domanda interna è debole sia perché la nostra capacità competitiva si è ridotta». Il vademecum presidenziale prevede al primo punto, «pregiudiziale per un rilancio durevole dell'economia italiana», il consolidamento del «risanamento della finanza pubblica». Un «solido» bilancio dello Stato ci farà meritare le fiducie delle piazze finanziarie, oltre che metterci in regola con gli impegni stipulati in sede europea, e potrà essere lo strumento per contrastare i cicli economici negativi. E occorre, aggiunge Ciampi, che il «sistema-Paese» si impegni con unità di intenti nel «recupero di competitività». Qui un altro affondo, che riguarda i tagli in Finanziaria: «Bisogna puntare sempre di più sul binomio ricerca-formazione». E valorizzare il Mezzogiorno.
Un troppo grande «divario» ci separa, infatti, dalle maggiori economie: in Italia le risorse dedicate a ricerca e innovazione sono appena l'1,2 per cento del Prodotto interno lordo, contro l'1,9 della media europea, e il 2,7 degli Stati uniti. C'è «il rischio che venga compromesso il futuro della nostra economia».
In un inciso c'è anche il tempo per ricordare che al più presto bisognerà ratificare il Trattato della Costituzione europea. Si sa che il presidente del Consiglio s'era impegnato a farlo prima di tutti gli altri, ma che per l'opposizione della Lega la ratifica è slittata. Il primo a stringere la mano di Ciampi era Pierferdinando Casini, seguiva il presidente della Corte Costituzionale Valerio Onida, e infine Marcello Pera che nel suo discorso introduttivo aveva evitato di prendere posizione su alcunché. Berlusconi si guardava le punte dei piedi, e faceva il distratto.
http://www.unita.it/index.asp?SEZIONE_COD=HP&TOPIC_TIPO=&TOPIC_ID=39855
Gli elettori traditi
di Miriam Mafai
Una giornata amara per chi ha creduto e crede nello schieramento di centrosinistra e nelle forze riformatrici dell'Ulivo come le sole capaci di indicare al nostro paese una via d'uscita dalla crisi, dal degrado non solo economico ma sociale e culturale nel quale è stato precipitato da chi, dal 2001, ci governa. Una giornata amara che ha rivelato quanto i gruppi dirigenti della coalizione siano distanti dai sentimenti e dalle speranze del loro elettorato. Sono passati pochi giorni da quando, a Milano, una platea entusiasta acclamava Prodi al grido di "unità, unità, unità". L'eco di quella invocazione non si era ancora spenta e i leader della coalizione annunciavano ieri sera di dover rinunciare all'ipotesi, apparsa vincente alle elezioni europee, d'una lista unitaria alle prossime elezioni regionali.
Interessi personali e di partito, di cui è esempio il leader della Margherita Francesco Rutelli, piccoli protagonismi e ambizioni hanno reso impossibile una soluzione unitaria che qualcuno aveva giudicato, con un eccesso di ottimismo, a portata di mano, dopo il ritorno in Italia di Prodi. Solo per pudore o per ipocrisia potremmo declassare questa decisione al rango di una battuta d'arresto del processo unitario. È più corretto forse parlare di una sconfitta, che investe i leader dello schieramento che a questo progetto avevano lavorato da più di un anno.
Una sconfitta, duole dirlo, anche di Prodi, che dal luglio scorso aveva avanzato per primo la sua proposta di una lista unitaria. Una sconfitta di Piero Fassino che ha impostato, con coerenza e tenacia, tutta la sua azione e lo stesso congresso del suo partito, già convocato per febbraio, su questa ipotesi politica. Una sconfitta per coloro che, in questi mesi, anche al di fuori dei partiti, si erano mobilitati in forme e con inziative diverse, per sostenere queste prospettive. Una sconfitta, e un'amara delusione, per tutti coloro che, anche fuori dei partiti e degli schieramenti politici, avevano chiesto e sperato che le varie forze dell'Ulivo volessero e potessero accantonare le proprie divergenze e giungere invece ad una soluzione unitaria, sia nella definizione di un programma sia nella scelta delle candidature.
Una battuta d'arresto o una sconfitta tanto più amara perché giunge nel momento in cui la Casa delle libertà appare, nonostante una formale ricomposizione delle sue fratture interne, divisa su temi cruciali di politica estera, economica, interna.
Si veda, tanto per fare un esempio, la posizione della Lega a proposito dell'ingresso della Turchia nell'Unione Europea, l'incredibile richiesta di Maroni di cancellare l'art.18, la proposta del vicepresidente Follini di azzerare i vertici della Rai strenuamente difesi, invece, dal ministro Gasparri. Un governo in difficoltà, che sopravvive in virtù di ripetuti voti di fiducia, miserabili espedienti demagogici, vergognose leggi ad personam, cosidette "riforme" in violazione di principi costituzionali, e che con la sua politica sta mettendo in serio rischio non solo l'uguaglianza dei cittadini e il loro tenore di vita, ma anche la democrazia nel nostro paese.
L'opposizione dovrebbe sentire, oggi più che mai, la responsabilità che grava sulle sue spalle. Sono, a ben vedere, le stesse forze politiche che, uscite dalla crisi della Prima Repubblica, seppero trovare attorno a Prodi, nel lontano 1996, la generosità e l'intelligenza necessarie per mettere insieme culture che erano state non solo lontane, ma anche avversarie, rinunciando ai propri simboli e alle ambizioni personali.
Una operazione, quella del 1996, coraggiosa e generosa, che portò l'Ulivo alla vittoria. Molta acqua, da allora, è passata sotto i ponti. E si potrà discutere a lungo sulle responsabilità di coloro che non hanno creduto fino in fondo a quella esperienza, e che hanno, più o meno volutamente, sollecitato il riemergere di pulsioni identitarie, oggi tanto più forti quanto minore è il consenso elettorale. La lunga assenza di Prodi dall'Italia ha, probabilmente, facilitato il riemergere di quelle pulsioni e di ambizioni personali nei vari partiti che facevano e fanno parte della coalizione.
Il ritorno di Prodi non poteva da solo compiere il miracolo di rivitalizzare un Ulivo che aveva già sofferto troppe ferite. Abbiamo assistito così al riemergere anche tra le forze dell'opposizione di nostalgie proporzionaliste che, assieme al tentativo di Berlusconi di modificare la legge elettorale, hanno sollecitato le latenti ambizioni identitarie all'interno del centrosinistra.
Sta anche qui, probabilmente, la ragione o una delle ragioni dell'infelice esito della riunione di ieri, di quella che possiamo chiamare più che una battuta d'arresto una sconfitta nel processo unitario dell'opposizione. Ma una opposizione che, ripiegata su meschini interessi e giochi di parte, non fosse in grado di proporre al paese una via d'uscita dalla crisi in cui si trova, una via d'uscita credibile attorno alla quale raccogliere quanti sono oggi preoccupati per il proprio avvenire e delusi dalla gestione berlusconiana della cosa pubblica, una opposizione incapace di assolvere a questo ruolo, si assumerebbe, non credo di esagerare, una pesante responsabilità di fronte al paese.
Le scadenze sono ormai vicine. Il tempo è ormai una risorsa scarsa. Il rischio è che si accentui la stanchezza, l'amarezza e la delusione in coloro che chiedono, invano e da tempo, una maggiore unità a tutti i propri leader. La vicenda di ieri può significare l'inizio di un vero e proprio declino del consenso attorno alle forze dell'opposizione. A meno che, come talvolta accade nella vita e nella politica, la sensazione del pericolo imminente non spinga a un ripensamento, a un rilancio del progetto unitario sia sul piano programmatico che sul piano organizzativo. Ma chi ne avrà la forza e l'autorità?
(21 dicembre 2004)
http://www.repubblica.it/2004/k/sezioni/politica/proditorna/mafaimiriam/mafaimiriam.html
Un giorno nero
di Furio Colombo
Scriviamo con imbarazzo e persino con incredulità, alla fine di una brutta giornata. È accaduto questo. I leader del centrosinistra, coloro che in Parlamento, nei telegiornali, nei talk show rappresentano l’altra faccia dell’Italia, la speranza di mettere alla porta il rovinoso governo Berlusconi, ieri hanno partecipato a due riunioni in cui avrebbero dovuto decidere tutto: Federazione, lista unitaria, scelta dei candidati per le regionali che potrebbero segnare la prossima grande sconfitta di Berlusconi.
Il disastro Berlusconi rimane e si aggrava. Oggi sappiamo che il capo del Governo e i suoi non riescono nemmeno a mettere insieme la legge Finanziaria. Ma neppure l’estrema vulnerabilità dell’uomo ricco, prepotente e incostituzionale al governo, ha fatto da stimolo a una nuova, grande strategia dell’opposizione. Eppure l’opposizione ha un capo del peso e del prestigio di Romano Prodi. No. Tutti i leader del centro sinistra sono entrati in quelle due riunioni (mancava solo, per un suo disappunto o sospetto, o ragione non pervenuta, Mastella). Ma sono usciti totalmente divisi. Niente Federazione, niente lista unitaria, niente designazione dei candidati, niente simbolo dell’Ulivo. Prodi adesso appare solo e isolato.
Partiti, gruppi e leader dell’opposizione, evidentemente hanno - ciascuno - un progetto e una ambizione diversi. Ciò che è trapelato lascia capire che soltanto i Ds hanno tentato di evitare questa conclusione. Ma lo sforzo non è bastato. Frivolezza o mancanza di senso della realtà hanno portato via gli altri componenti della tavola, come se una pozione magica avesse cancellato per alcuni di essi coscienza e memoria di quello che sta accadendo in Italia.
Un tragico libro sui giorni di Weimar (Von Solomon, I Proscritti) racconta di una immensa folla radunata di fronte al luogo in cui l’opposizione era convocata. Era l’ultima opposizione. Passano giorni, passano notti e dal palazzo non esce nessuno. A poco a poco la folla se ne è andata. È arrivato il nazismo. Ma qualcuno si rende conto del danno immenso che sta provocando, adesso, in questa Italia, prima che ce lo dica la Storia?
l'Unità del 21/12/2004
lunedì 20 dicembre 2004
Partecipa ai gay pride, per il tribunale non può disporre dei suoi beni
(ANSA) - VITERBO, 20 DIC - ''Potrebbe dilapidare i suoi beni per partecipare ai Gay Pride in tutta Italia'': questa e' solo una delle motivazioni con le quali il tribunale civile di Viterbo ha respinto il ricorso di un omosessuale, che aveva intentato una causa civile per far annullare un provvedimento di inabilitazione emesso nel 1981 e quindi disporre liberamente dei suoi averi. Una decisione che ha indignato il diretto interessato, Giovanni Orlandi Brenciaglia, 60 anni, giornalista professionista, figlio di una firma importante del dopoguerra, Vittorio Orlandi, e discendente, da parte materna, della famiglia Brenciaglia, nobili d'antica schiatta, proprietaria, tra l'altro, della Rocca Farnese di Capodimonte, dichiarata monumento nazionale.
''La mia vita - racconta - e' stata segnata dalle discriminazioni'', alcune delle quali - aggiunge - gli hanno impedito anche ''di svolgere l'attivita' di giornalista''. ''Ho avuto solo la solidarieta' e il sostegno del Cardinal Martini - aggiunge Branciaglia - quando era arcivescovo di Milano. Sono dovuto emigrare in America e, nonostante due lauree e cinque lingue correttamente parlate, ho dovuto fare i mestieri piu' umili, tra i quali il portiere di notte''. Tra le motivazioni della sentenza, tra l'altro, si sostiene che Giovanni Orlandi Brenciaglia avrebbe intenzione ''di fondare un ente morale per sostenere le iniziative omosessuali''. ''Non e' affatto vero dice l'interessato - , avevo solo l'intenzione di fondare una piccola casa editrice per fa conoscere il grande amore che Pasolini nutriva per il Viterbese. E siccome il prossimo anno ricorrera' il trentennale della sua morte stavo pensando di ricordarlo in modo adeguato''. La ''prodigalita''' dell'uomo, secondo la sentenza, sarebbe dimostrata anche dal fatto che spenderebbe 5 euro di taxi ogni volta che deve recarsi al centro di Viterbo. ''Ma io - ribatte Orlandi Brenciaglia non ho la patente e tanto meno la macchina. E poi saro' libero o no di spendere i miei soldi come mi pare? Oltre tutto aggiunge io mi reco da La Quercia, dove abito, a Viterbo poche volte al mese, forse spenderei molto di piu' se avessi un mezzo privato''. L'inabilitazione (una forma piu' tenue dell'interdizione) cui l'uomo fu sottoposto nel 1981, a suo dire, sarebbe scaturita dal clima di persecuzione in cui vivevano gli omosessuali negli anni Settanta. ''Credevano che fossi malato, mi consigliarono di ricoverarmi in casa di cura ricorda -, una volta ho dato anche il mio consenso. E fu proprio durante uno di quei ricoveri mi fu nominato un giudice tutelare.
Da allora, per disporre dei miei beni, mi devo far autorizzare dal giudice. Una trafila umiliante. E ancor piu' umiliante e' la motivazione con la quale il tribunale ha respinto il mio ricorso, cioe' perche' sono un omosessuale dichiarato, con un ruolo attivo nei movimenti omosessuali e frequento tutti i Gay Pride. E se, invece, dissipassi i miei soldi per partecipare alle manifestazioni di un partito?''. Un altro aspetto singolare della vicenda giudiziaria di cui e' protagonista Giovanni Orlandi - Brenciaglia riguarda le testimonianze. ''Avevano citato 56 testimoni conclude -, se ne e' presentato solo uno: mio fratello, ovviamente contrario all'annullamento del provvedimento del 1981''. Unico motivo di consolazione per l'uomo, le manifestazioni di solidarieta' ricevute da chi e' venuto a conoscenza della sentenza.
http://www.gaynews.it/view.php?ID=30379
Iraq: soldato USA fa sesso con un irakeno e lo uccide, condannato
Ha agito in un momento di "panico gay"
Un soldato della North Carolina ha ucciso un ragazzo iracheno di 17 anni dopo avere avuto con lui un rapporto sessuale consensuale.
Il soldato della Guardia Nazionale, Federico Daniel Merida, 21 anni, di Biscoe, e' stato condannato, da una corte marziale, a 25 anni di carcere e sara' congedato con disonore.
Il soldato, secondo quanto riferisce un giornale locale, il The News and Observer, che ha avuto accesso a documenti della Corte Marziale, s'e' riconosciuto colpevole: il giovane ha detto di ''essere andato fuori di testa'', dopo il rapporto sessuale.
La vittima, secondo fonti di stampa e irachene, si chiamava Falah Zaggam e s'era arruolato nelle forze di sicurezza irachene: era, dunque, un alleato, non un nemico, dell'americano.
I due erano, anzi, di turno di guardia insieme, l'11 maggio, in un campo nei pressi di Tikrit, a nord di Baghdad, quando il dramma si svolse. Merida prima cerco' di accreditare la tesi della legittima difesa, poi ammise di avere agito in un momento ''di panico gay''.
http://www.gaynews.it/view.php?ID=30376
domenica 19 dicembre 2004
A carte scoperte
di Furio Colombo
Molti dei problemi affrontati finora da chi ha fatto opposizione al governo Berlusconi nascevano da una certa bravura del vasto giro governativo di negare tutto, di dire altre cose, di cambiare discorso nei momenti più imbarazzanti. Certo, si può fare solo se tutti i media rispondono, per comando o intimidazione. Hanno risposto al punto che molti cittadini in buona fede rimproverano a volte l’opposizione di dire cose non vere. Lo dicono perché quelle cose non corrispondono alle narrazioni delle televisioni e della maggior parte dei giornali.
Improvvisamente il vento è cambiato. Berlusconi parla e si comporta con sfrontata chiarezza, dice esattamente ciò che intende dire e lo conferma, felice, naturalmente, del codazzo di media che come sempre lo asseconda in tutto, capricci e vanità incluse (ora che gli sono ricresciuti un po’ i capelli, dopo il trapianto, tutte le inquadrature di tutte le macchine fotografiche e telecamere improvvisamente hanno adottato l’angolatura giusta per farcelo vedere). Per la prima volta in tre anni e mezzo, dice cose che dovrebbero essere un’autoaccusa. Ma le dice, le ripete, le fa diffondere. Lo fa con vitalità e con impegno.
A coloro che a questo punto mi dicono: ma state parlando di nuovo di Berlusconi, non è troppo? Non dovremmo parlare del Paese? mi sento di rispondere: stiamo parlando del Paese. Nel Paese qualcosa è cambiato, forse perché stiamo raggiungendo un punto critico nel processo di smantellamento, abbandono, distruzione dello Stato che certo non è opera di Berlusconi da solo.
Vorrei portare alcune prove di ciò che dico.
La prima: Berlusconi lancia l’evento di Venezia con il nome di “NO TAX DAY” . NO TAX non vuol dire ridurre il prelievo fiscale, e non ha nulla a che vedere con il normale dibattito sul come si possa alleviare il peso di ciò che ricade sulle spalle dei cittadini. “NO TAX” vuol dire “NO TAX” e c’è da domandarsi in quale Paese democratico un capo di governo potrebbe usare un simile azzardo, che si traduce come segue: niente da nessuno, niente per nessuno. E con totale impudicizia dice che il fondamento della sua affermazione è nella «legge naturale». E’ una affermazione priva di senso. Ma che - con tolleranza - tutti i giornali accettano, come una sorta di «creazionismo» del sistema fiscale.
Non è uno scherzo. È il preannuncio di una spallata violenta allo Stato. Si tolga di mezzo e faccia largo agli interessi privati. Non tutti i privati. Qui si parla dei privati che, al momento, sono anche titolari del potere politico.
Si affaccia una cultura molto simile, dal punto di vista del metodo, al paleo-comunismo staliniano. Il partito (e la strategia elettorale del suo leader) viene prima e al di sopra dello Stato. Lo Stato può essere sacrificato agli interessi della fazione politica che governa.
“NO TAX DAY” non è soltanto una boutade elettorale. Chi l’ha organizzata e condotta appare serio, credibile, determinato. È una sfida alla Costituzione, alle Istituzioni, il tentativo di tendere una trappola mortale, in vista delle prossime elezioni, agli sfidanti, per poterli definire “Partito delle tasse”.
L’opposizione non è caduta nella trappola. Ma adesso sappiamo con chiarezza che la linea che divide la democrazia dal governo si è spostata su un punto estremo.
Cerca lo smantellamento dello Stato, il protagonismo di un solo personaggio e l’invito a formare banda per l’evasione totale. Evasione non solo dalle tasse. L’appello è molto più vasto: evadere tutte le regole e tutte le leggi. O perché vengono alterate senza più finzioni, ma anzi sbandierando come legittimo l’interesse personale. O perché si leva un clima di favore per ogni violazione, per ogni illegittimità. Avviene attraverso il sistematico antagonismo contro tutti gli strumenti di cui si era provvisto lo Stato per combattere i reati più gravi.
Come ha spiegato Fassino nel suo intervento alla Camera, come ha scritto Gerardo D’Ambrosio nel suo commento alla incredibile legge “salva-Previti” (entrambi i testi pubblicati su questo giornale) si tratta di deformazioni gravissime del diritto penale, che facilitano i peggiori reati e che vengono approvate con urgenza per le peggiori ragioni. Il dato nuovo è che queste ragioni non sono più motivo di negazione e di vergogna.
Diventa clamoroso lo scontro. Lo scontro non è fra maggioranza e opposizione. Lo scontro è fra Governo e Stato. Lo dicono anche le motivazioni con cui il Presidente Ciampi ha rinviato alle Camere la legge sulla cosiddetta riforma della Giustizia, non solo dove si fanno notare clamorose incostituzionalità, ma anche dove il presidente sottolinea il pessimo modo di concepire e di scrivere una legge, bloccando in un solo articolo fino a 39 pagine di testo e usando giganteschi e deformi maxi-emendamenti concepiti per ostacolare l’opposizione ma anche per bloccare gli eventuali dissensi o spaccature interne.
Ovvero per impedire che la democrazia funzioni.
* * *
La prova di tutto ciò che abbiamo detto e andiamo denunciando su questo giornale contro il pericolo grave rappresentato per il nostro Paese da questo governo, viene da due voci che non sono di sinistra e non hanno interessi di opposizione. Ma parlano, con gravissima ansia, da cittadini italiani.
Mi riferisco all’appello che Mario Segni ha voluto pubblicare sul nostro giornale. Ricordate? Iniziava con queste parole che si usano solo per circostanze estreme (e risulterà difficile definire Mario Segni un estremista, come a molti piace fare con noi): «L’Italia sta perdendo la civiltà. Un Paese non rimane civile se non ha più passione per la vita pubblica. Ancor meno rimane civile se perde completamente il senso del giusto e dell’ingiusto, del lecito e dell’illecito». Con queste frasi drammatiche Segni si riferisce al processo Berlusconi di Milano e a quella che i cortigiani di governo hanno celebrato come “assoluzione e liberazione.” Segni continua infatti dicendo: «Il fatto della corruzione mediante versamento di denaro è stato accertato. Il fatto è straordinario. Ripeto la parola: straordinario. È la prima volta che un reato di tale gravità viene accertato giudizialmente a carico della più alta carica politica. Queste sono cose che il Paese deve sapere, valutare, discutere. Ma non è possibile che taccia, che per una sorta di tacito accordo generale, la cosa venga ridimensionata, svilita, dimenticata».
L’altra voce, altrettanto estranea ad ogni progetto politico di opposizione, ma evidentemente in coincidenza profonda con i sentimenti di tanti cittadini, è quella di Luca Montezemolo. Il presidente della Confindustria non può tacere sul paesaggio sul quale si affaccia, data la sua responsabilità: «Mai l’economia italiana è stata in condizioni così drammatiche dal 1945».
È una frase chiara e durissima che colpisce due volte. La prima per far sapere che, dal punto di vista degli industriali, la situazione è giunta a un punto estremo di gravità. C’è dunque un effetto di rottura della vasta omertà di stampa e televisione, una rottura che ha certo fatto trasalire molti cittadini.
Ma la frase di Montezemolo costringe tutti, anche i disorientati e i distratti, a rendersi conto che l’Italia sta affondando mentre il suo governo si occupa esclusivamente di leggi speciali per Berlusconi e per gli altri inquisiti legati a lui. E qui interviene ancora una volta il nuovo corso dello spettacolo di cui siamo spettatori attoniti.
Berlusconi va a Bruxelles per liberarsi dalle regole del trattato di Maastricht, e lo dice con aperta disinvoltura, come per proclamare il merito di un guerriero. Spaccia frasi generiche degli altri capi di governo come consensi. Sarà smentito entro due o tre giorni ma non importa. Le sue tv non lo diranno. Finge di non sapere di quale immenso debito sono gravati i conti pubblici italiani. Nessuno lo ricorderà ai nostri cittadini.
Berlusconi va a Venezia, al suo NO TAX DAY di aperta offesa alla Stato e alla democrazia, e non esita a proclamare due persuasioni che screditerebbero qualunque capo di governo in cerca di rielezione.
La prima è il suo disprezzo per la “par condicio”. Come è noto la “par condicio” è una modesta legge che prevede parità di accesso ai media durante la campagna elettorale. È un piccolo rimedio all’immensa illegalità italiana: un capo partito, capo governo, capo azienda che possiede tutto. Lui promette di cancellare anche quella leggina, in modo che diminuisca il più possibile il numero di coloro che possono far sentire la loro voce contro la sua. La seconda persuasione che vuole condividere con noi è un pensiero basso e volgare: «andare a votare è come andare al supermercato». Si sceglie ciò che la pubblicità ti ha già indotto a scegliere. Di solito questo è l’argomento di chi denuncia che la democrazia viene soffocata dal denaro. Berlusconi ha fatto propria questa squallida prospettiva senza vergogna. E conclude (lui, proprietario di Mediaset e padrone politico della Rai): «Tutto avviene in televisione, non avete visto le elezioni americane? Ciò che conta è apparire sempre in Tv. Perché dovrei dividerla con altri?». Lo dice lui, capite? Lo dice apertamente, trasformando in programma elettorale l’accusa e lo scandalo di tutta l’Europa contro di lui. Il progetto non è di persuadere. Il progetto è di intimidire, di far vedere chi comanda.
Per questo ieri Antonio Padellaro ha scritto su questo giornale un appello che, come dimostra l’Unità di oggi, non è caduto nel vuoto. «Dobbiamo ritornare in piazza in tanti, insieme», ricordando il milione di cittadini che si è spontaneamente presentato il 14 settembre 2002 in Piazza San Giovanni a Roma per dire no, fin da allora a questo barbaro modo di governare.
Per questo, anche senza le televisioni e i grandi giornali, anche in questa condizione estremamente difficile che, come dice Montezemolo, è la peggiore in Italia dal 1945 che, come dice Claudio Magris sul Corriere della Sera di sabato è di piena e inaccettabile illegalità, dobbiamo far sentire ben chiara la voce di tutti, dalla vita di tutti i giorni, dal lavoro, dalle piazze, cittadini e politici, volontari e militanti e tutta la società civile che non vuole più vergognarsi di fronte al resto del mondo. Ormai sono in tanti, tra coloro che seguono la politica attentamente e tra coloro che sono occupati soprattutto con i propri impegni e la propria vita, a rendersi conto che è diventato impossibile accettare, tergiversare e tacere. Non è estremismo. È democrazia.
da l'Unità del 19/12/2004
venerdì 17 dicembre 2004
Viva I fantastici 5
Un bel format, che mette buon umore e sollecita nuove possibilità
di Aurelio Mancuso
Sono finalmente riuscito a vedere (grazie al provvidenziale video registratore ben posizionato sull’ora e il giorno giusti, da amorevoli mani) la prima puntata dei Fantastici 5. Sono contento di averlo visto dopo che, sono già uscite le recensioni sulla stampa e, soprattutto preparato dai commenti d’amici e amiche mi hanno subissato dei loro più diversi giudizi.
Dirò subito che non sono d’accordo con la mia amica Wladimir Luxuria, né con i tanti commenti un po’ ingenerosi che ho raccolto in giro. Mi sento invece più vicino ai molti e alle molte che hanno ricevuto dal programma una sensazione piacevole, leggera.
Ho passato un’oretta di vero relax, con la netta sensazione di avere poco in comune con molti dei modi e dei gusti esplicitati dai super 5, ma anche di avere tanto DNA da condividere. Se il lilla in una camera da letto, per me fa molto funerale, e al pesce crudo preferisco delle italianissime lasagne, è però altrettanto vero che il tentativo di scardinare l’ovvio, di immettere luce e colore nella grigia quotidianità dei tanti amici etero un po’ rozzi, mi convince, anzi mi conturba, perché, pur senza dargli connotati rivoluzionari, fa parte della nostra mission.
Un mondo differenziato, più allegro, anche più ironico e anche governato dagli spiritelli maligni che ogni tanto fanno capolino nei nostri giudizi, mi piace, mi concilia, mi desta vicinanza.
Se il pericolo, intravisto da molti, di ridurre di nuovo a stereotipo la nostra presenza televisiva (bravi i gay, sono così sensibili e di gusto) è sempre in agguato, è innegabile che proporre modelli positivi, non esaustivi delle omosessualità, non crea un danno, ma sollecita nuove possibilità.
Sicuramente i bear, si saranno sentiti più attigui ai gusti dell’etero Adriano, e le fashion spinte non si saranno potute immedesimare nella scelta dei nuovi vestiti, ma è questo il punto?
Quello che accomuna i 5 fantastici a tutti e, tutte noi è una modalità ironica, a tratti pessimistica e consapevole di non potercela fare a cambiare del tutto il punto di vista etero, che si esplicita più nei silenzi e negli sguardi, più che nei dialoghi, a volte forse ingessati.
Sviscerate le tante, anche prevedibili, critiche che provengono da noi stessi, non mi posso esimere da esprimere invece un incitamento ai 5 ragazzi, che con coraggio, faccia tosta e simpatia si sono consapevolmente messi in gioco (appunto un gioco) usando linguaggi e modalità semplici, riconoscibili, non altri rispetto a quelle che concretamente siamo tutti i giorni. Non cadiamo nemmeno noi nel tranello di prendere le distanze verso i gay che si occupano di moda, stili, ecc… Sono sicuramente una minoranza, appunto per questo preziosa e coerente con il nostro essere.
Certo attendiamo con fiducia altri tipi di rappresentazioni, di racconti del nostro vissuto quotidiano, ma i fantastici 5 non arrivano da Saturno, ma da Urano e, non dovremmo mai dimenticarlo.
Per cui bravi così….. attendiamo i prossimi episodi!
http://www.gaynews.it/view.php?ID=30352
Tv, cinque gay non fanno primavera
Abbiamo visto «I fantastici 5» su La7. Che ci sia è buona cosa, ma basta con gli stereotipi
di Vladimir Luxuria
Tratto da l'Unita del 17/12/2004
Quando ho visto la prima puntata del programma I fantastici 5, mercoledì scorso sulla «7», mi sono sentita come la valletta di Silvan dopo il numero della sega: a metà! Da una metà ho pensato: ma siamo in Italia? C'è un programma di argomento omosessuale alle 21.30, in prima serata, in piena fascia protetta? Ma che bello, finalmente c'è una tv e una produzione che non considera l'omosessualità un argomento da nascondere ai bambini e alle casalinghe! Era ora che qualcuno non sottovalutasse l'intelligenza e la sensibilità di mamme e prole! L'altra metà ha pensato: ma che brutto programma! Dall'America dobbiamo proprio importare tutto, anche questo format lanciato da Bravo, la rete via cavo di NBC Universal? Ne spiego il contenuto per chi se lo fosse perso: 5 gay si assumono il compito di «migliorare» la vita a un eterosessuale, 5 «supergay» (concetto diverso da «arcigay»!) hanno come missione speciale quella «di liberare il mondo dal cattivo gusto». Primo pregiudizio: i gay hanno buon gusto il resto del mondo no. I 5 gay sono così assortiti: Alfonso, napoletano, si occupa di «Food & Wine», traduci «gastronomia» per chi difetta di esterofilia linguistica; Guido, romano, di «Interior Design», traduci «arredamento» per tutti coloro che delegano la loro propria fantasia all'Ikea; Marco, romano, di «Beauty», ovvero «bellezza», come far diventare bello qualcuno nel corso di una puntata senza sfociare nella fantascienza; Massimo, calabrese, di «Fashion» traduci «moda», la categoria di quei gay che hanno acquistato il loro primo computer solo perché era grigio-Armani; Mattia, cremonese, di «Lifestyle», «stile di vita» perché da ora in poi cari etero decidiamo noi come dovete vivere! Il programma inizia con i fantastici 5 che salgono in macchina per raggiungere la casa del macho da correggere. La cavia è Adriano, ex pugile, ex modello...ma per il momento ancora eterosessuale! Vive con un'iguana in casa (a proposito di stranezze... queste sì di cattivo gusto!), adora fare le sue vacanze a Cuba ed è un ragazzo assolutamente dolce, educato e disponibile. È fidanzato con Francesca, la tipica ragazza della porta accanto, si vedono solo il sabato e la domenica, ma lui vorrebbe chiederle di andare a convivere con lui. E qui partono in azione i 5 gay: trasformare Adriano per renderlo più accettabile quando Francesca arriverà a cena a casa sua e lui le farà questa richiesta. L'etero si sottopone a tutto: sedute smaltimento fianchi per far sparire le maniglie dell'amore, una rivoluzione dell'arredamento con il risultato che era meglio prima (Guido gli rovina casa con delle tende sulle quali anche la Duse si sarebbe rifiutata di arrampicarsi, con un baldacchino degno solo della casa di Barbie e dei colori la cui libertà di esposizione dovrebbe essere limitata quando incontrano gli occhi di un'altra persona!). Alfonso gli fa preparare una cena nipponica a base di pesce crudo di difficile digestione anche per un inceneritore! Marco gli fa il pizzetto con il righello «per evidenziare le sue labbra carnose»! Massimo gli getta via dalla finestra tutti i suoi jeans senza neanche aver consultato la Caritas. Ma il bello deve ancora venire: i 5 nel loro loft (i gay sono tutti ricchi... secondo pregiudizio!) osservano da uno schermo come si comporta il loro allievo a cena con la ragazza. E qui il mio fastidio: ridono, sfottono, si disperano, approvano, giudicano; insomma, come se l'uguaglianza si possa raggiungere non migliorando il mondo ma ribaltando le categorie: siamo noi gay che dobbiamo giudicare! Se c'è una cosa di cattivo gusto proprio da migliorare è semmai lo stereotipo! Ma no...si tratta di gay «normalissimi», capelli corti, giacca...che però (colti dalla sindrome di Jonathan del Grande Fratello) urlano, sculettano e si muovono al cui confronto una travestita come me sembra più virile di Adriano Pappalardo (l'abito non fa il monaco: terzo pregiudizio!) Peccato, un'occasione persa...ma se qualcuno ha spianato la strada al «Metti un gay in prima serata» qualcosa di buono prima o poi arriverà!
http://www.gaynews.it/view.php?ID=30347
La7, il governo Zapatero e le sue riforme domani ore 21 a 'L'Infedele'
Spagna, una nuova guerra civile? Il governo Zapatero e le sue riforme radicali, dal matrimonio gay all'ora di religione facoltativa, saranno al centro della puntata de 'L'Infedele' di Gad Lerner in onda domani alle 21 su La7.
La societa' spagnola sta vivendo una riscossa o una 'mala revolucion' come denuncia la Chiesa? Ospite di Gad Lerner sara' lo scrittore Javier Cercas, autore del best seller sulla guerra civile 'I soldati di Salamina'.
Parteciperanno inoltre: la giornalista cattolica Paloma Gomez Borrero di Cope Radio; il regista teatrale Luis Pasqual; il corrispondente di Antena 3, Antonio Pelajo, presidente dell'Associazione Stampa Estera; la storica femminista Milagros Rivera Garretas dell'Universita' di Barcellona; il giornalista Daniele Scalise; Luigi Geninazzi di 'Avvenire' e gli studiosi Alfonso Botti, Stefano Ceccanti e Carmelo Adagio.
La Giustizia non è cosa loro
di Antonio Padellaro
Primo. Carlo Azeglio Ciampi è il presidente della Repubblica italiana e, come tale, è anche il presidente del Consiglio superiore della magistratura. Come presidente di tutti i magistrati Ciampi ha giudicato gravemente incostituzionali, cioè in aperta violazione della Costituzione della Repubblica italiana, non uno ma sette punti cruciali e nevralgici nella legge Castelli sulla riforma dell’ordinamento giudiziario. Legge che ha rinviato alle Camere. Come presidente di tutti gli italiani Ciampi ha colto lo smarrimento dei cittadini e ha risposto con il senso istituzionale che tutti gli riconoscono di fronte al tentativo palese e violento di sottomettere il potere giudiziario e porlo alla mercé del potere esecutivo.
Potere esecutivo oggi rappresentato da Berlusconi, premier prescritto per il reato di corruzione di un giudice, e dal suo clan di imputati pluricondannati per corruzione di giudici e reati di mafia. Sottomissione tentata dal capo e dal clan in aperta violazione della Costituzione che sommamente garantisce l’equilibrio dei tre poteri legislativo, esecutivo e giudiziario.
Secondo. Nel messaggio al Parlamento il capo dello Stato vivamente deplora l’andazzo governativo che consiste nel costringere i deputati e i senatori a gettone ad approvare le leggi a colpi di maxiemendamenti. Ciò per evitare il rischio delle troppe votazioni nel caso i gettoni non bastassero. La cosiddetta riforma Castelli, per esempio, è stata compressa sotto vuoto spinto in due soli articoli. Il secondo dei quali, osserva indignato Ciampi «consta di 49 commi ed occupa 38 delle 40 pagine di cui si compone il messaggio legislativo; e ciò in aperto spregio dell’articolo 72 della Costituzione, secondo cui ogni legge deve essere approvata «articolo per articolo e con votazione finale».
Terzo. Di fronte a una simile eclatante figuraccia il capoclan e ministri del clan sorridono, minimizzano e fanno gesti per segnalare ad amici e complici di non temere che poi qualche aggiustamento si trova. L’irresistibile ministro Castelli si dice addirittura soddisfatto e sospira un «poteva andare peggio» che la dice lunga sull’opera di scasso costituzionale alla quale si è diligentemente applicato con il consiglio dei giuristi dello studio Previti.
Davvero infaticabile e diuturno il lavorìo del clan per sfuggire ai rigori della legge. Di giorno vengono condannati o prescritti nelle aule di giustizia. Di notte studiano un ingegnoso “pacchetto anticrimine” per consentire la non punibilità del braccio destro, Previti, due condanne per corruzione, e restituito con la legge personale alla più incontaminata innocenza. Poi toccherà al braccio sinistro, Dell’Utri, la cui salvezza dalle patrie galere (nove anni) prevede l’abolizione di un intero blocco, o giù di lì, del codice penale: quello sul reato di concorso esterno in associazione mafiosa.
La banda del buco scassina e sfonda e non importa se nello sforzo di aprire un varco ai compari si deformi lo Stato di diritto e cadano interi muri maestri di legalità. Per amnistiare Previti riducono la prescrizione per il reato criminale di associazione mafiosa. Per amnistiare Previti riducono la prescrizione per l’usura. Per amnistiare Previti riducono la prescrizione per l’incendio doloso. Per amnistiare Previti riducono la prescrizione per la corruzione e per la corruzione in atto giudiziari. «Voi», gli ha detto in faccia alla Camera il segretario dei ds Piero Fassino, «riducete la prescrizione per reati che vengono commessi dalla criminalità organizzata, che inducono un allarme sociale gravissimo e che producono una lacerazione del tessuto sociale del paese». Uno scempio tale che perfino il direttore di «Libero» Vittorio Feltri, che con il premier non è certo maldisposto, si è detto un po’ schifato: rivolto a Berlusconi gli ha spiegato che tutti ma proprio tutti gli italiani hanno capito che certi aggiustamenti del Codice «sono volti a parare le terga di due signori a lei molto vicini». Silenzio di tomba invece dalle parti del «Corriere della Sera» dove Paolo Mieli tace ancora sgomento per l’incredibile vulnus inferto alla giustizia italiana dall’intervento di Dario Fo al congresso di Magistratura Democratica.
Stanco di confezionare leggi ad personam, e discredito delle istituzioni in quantità industriale, il clan ha pensato di risolvere il problema alla base con l’apposita legge Castelli. Attraverso, cioè, l’intimidazione dei magistrati, l’indebolimento del Csm (l’organo di autogoverno dei giudici) e il potere del ministro di Giustizia di decidere carriere, promozioni e punizioni. Gli è andata male perché Ciampi li ha fermati. Ci riproveranno di sicuro. E se gli servirà, faranno anche di peggio. Almeno per oggi, però, la giustizia non è cosa loro.
apadellaro@unita.it
da l'Unità del 17/12/2004
Check-up medico per Gollum, il personaggio de Il Signore degli Anelli
di Roberto Arduini
Gollum, l’angosciante e al tempo stesso travagliato personaggio de Il Signore degli Anelli, era veramente cattivo? Era stato plagiato dall’Anello? No, semplicemente soffriva di personalità schizoide e di una disfunzione della tiroide. È questa la sorprendente conclusione che si può leggere nella «cartella clinica» di Gollum, compilata da un gruppo di trenta studenti di medicina dell'University College di Londra e pubblicata sul British Medical Journal.
Uscito dalla penna del professore inglese J.R.R. Tolkien, novello Calibano dell’epoca nostra, straordinariamente moderno in un mondo lontano e immaginario, è il personaggio che più colpisce de Il Signore degli Anelli, il più vicino, forse il più “umano”. Sempre in dubbio tra luce e ombra, afflitto da dubbi, capace di cose terribili, ma anche di gesti amichevoli, Gollum racchiude in sé due personaggi, lo hobbit Sméagol (il buono/la luce) e la creatura Gollum (il cattivo/l’ombra), che non solo convivono nel medesimo corpo, ma si parlano ed entrano più volte in conflitto. La fine di Gollum è tragica, ma ora abbiamo anche una “motivazione medica” ai suoi strani comportamenti. Dopo aver esaminato il paziente (si tratta di “un single, 587 anni d’età, molto simile a uno hobbit adulto maschio, senza fissa dimora”), i medici hanno emesso una diagnosi. Scorrendola, si viene a sapere che Gollum è un soggetto disturbato, con un quadro clinico ben definito: "personalità schizoide".
Esaminando il suo comportamento solitario e antisociale, il rancore verso il mondo, le sue fissazioni, la difficoltà di relazione con gli altri, i repentini sbalzi d'umore, l'emotività a tratti paranoica, la preoccupazione per “l’Unico Anello”, i medici hanno escluso malattie con sintomi simili, come un tumore al cervello, che non avrebbe avuto tempi così lunghi di permanenza. Ma ci posso essere state delle concause. La carenza di vitamina B-12 (Gollum si nutre solo di pesce e carne cruda), potrebbe aver causato la sua estrema irascibilità e la paranoia. Il suo ridotto appetito e la perdita dei capelli possono essere associati alla carenza di ferro. La sua iperattività sembra non necessitasse di molte ore di riposo. La conclusione è che, almeno dal punto di vista fisico, Gollum probabilmente soffriva di un evidente ipertiroidismo. La sua fotofobia, il terrore per il sole, potrebbe essere dovuto a una forma di porfiria non acuta (malattia metabolica rara ed ereditaria).
Per giungere alla diagnosi finale sul disturbo mentale, però, i medici hanno concentrato l’attenzione soprattutto sulla scissione della personalità nei due «io» nettamente definiti, pavido e passivo l’uno (Sméagol), aggressivo e subdolo l’altro (Gollum). C’era il dubbio che potesse trattarsi di sdoppiamento della personalità. Ma questo disturbo mentale è stato scartato perché le delusioni tipiche non si adattavano alla personalità di Gollum e contrastavano con la sua incrollabile “fede” nell’Anello. Nella Terra di Mezzo, il potere di questo oggetto è reale e la passività mostrata dal personaggio è dovuta chiaramente all'influenza dell’anello, come accade del resto a tutti i portatori dell’Anello. Ma non si può parlare di sdoppiamento della personalità soprattutto perché nessuna delle due sopprime l’altra quando si manifesta, e Gollum è ben consapevole dell'esistenza contemporanea di Sméagol.
Il personaggio, invece, presenta una repentina capacità di mutare comportamento al mutare delle situazioni, sintomo evidente fin dall’infanzia, e acutizzatosi sempre più col passare del tempo. Le sue fissazioni lo hanno portato ad avere difficoltà di relazione con gli altri, fino all’isolamento più completo. Così, il referto medico è che «il paziente corrisponde a sette dei nove criteri per i disturbi di una personalità schizoide. Se dobbiamo esprimere un giudizio sulla malattia di Gollum, questa è la nostra diagnosi», ha concluso la dottoressa Elizabeth Sampson, che ha diretto l’équipe di giovani medici.
http://www.unita.it/index.asp?SEZIONE_COD=HP&TOPIC_TIPO=&TOPIC_ID=39769
giovedì 16 dicembre 2004
Ciampi rinvia alle camere la Legge di riforma della Giustizia
Ecco Il testo integrale del messaggio:
Onorevole Presidente, Le trasmetto il messaggio con il quale chiedo alle Camere una nuova deliberazione, ai sensi dell' articolo 74, primo comma, della Costituzione, sulla legge: Delega al Governo per la riforma dell' ordinamento giudiziario di cui al regio decreto 30 gennaio 1941, n.12, per il decentramento del Ministero della giustizia, per la modifica della disciplina concernente il Consiglio di presidenza della Corte dei conti e il Consiglio di presidenza della giustizia amministrativa, nonchè per l' emanazione di un testo unico«, approvata dal Senato della Repubblica il 21 gennaio 2004, modificata dalla Camera dei Deputati il 30 giugno 2004, nuovamente modificata dal Senato della Repubblica il 10 novembre 2004 e approvata in via definitiva dalla Camera dei Deputati il 1 dicembre 2004. Voglia gradire, Onorevole Presidente, i sensi della mia più alta considerazione.
Cio premesso, espongo qui di seguito quanto da me rilevato. 1. L' articolo 2, comma 31, lettera a), così recita: «(Relazioni sull' amministrazione della giustizia). 1. Entro il ventesimo giorno dalla data di inizio di ciascun ano giudiziario, il Ministro della giustizia rende comunicazioni alle Camere sull' amministrazione della giustizia nel precedente anno e sulle linee di politica giudiziaria per l' anno in
corso...».
Questa norma, laddove prevede che le comunicazioni del Ministro della giustizia alle Camere comprendono le «linee di politica giudiziaria per l' anno in corso», si pone in evidente contrasto con le seguenti disposizioni costituzionali: con l' articolo 101, in base al quale i giudici «sono soggetti soltanto alla legge»; con l' articolo 104, secondo cui la magistratura «costituisce un ordine autonomo e indipendente da ogni altro potere»; con l' articolo 110, che, nel definire le attribuzioni del Ministro della giustizia, le limita - «ferme le competenze del Consiglio superiore della magistratura» - alla «organizzazione» e al «funzionamento dei servizi relativi alla giustizia».
La norma approvata dalle Camere configura un potere di indirizzo in capo al Ministro della giustizia, che non trova cittadinanza nel titolo IV della Costituzione, in base al quale l' esercizio autonomo e indipendente della funzione giudiziaria è pienamente tutelato, sia nei confronti del potere esecutivo, sia rispetto alle attribuzioni dello stesso Consiglio superiore della magistratura.
Aggiungo che l' indicazione di obiettivi primari che l' attività giudiziaria dovrebbe perseguire nel corso dell' anno («linee di politica giudiziaria») determina di per sè la violazione anche dell' articolo 112 della Costituzione, in base al quale «il pubblico ministero ha l' obbligo di esercitare l' azione penale»; il carattere assolutamente generico della formulazione della norma in esame crea uno spazio di discrezionalità politica destinato ad incidere sulla giurisdizione.
2. Strettamente connessa a quella appena esaminata è la questione posta dal criterio direttivo della delega indicato dall' articolo 2, comma 14, lettera c); «istituzione presso ogni direzione generale regionale o interregionale dell' organizzazione giudiziaria dell' ufficio per il monitoraggio dell' esito dei procedimenti, in tutte le fasi o gradi del giudizio, al fine di verificare l' eventuale sussistenza di rilevanti livelli di infondatezza giudiziariamente accertata della pretesa punitiva manifestata con l' esercizio dell' azione penale o con mezzi di impugnazione ovvero di annullamento di sentenze per carenze o distorsioni della motivazione, ovvero di altre situazioni inequivocabilmente rivelatrici di carenze professionali».
Anche questa disposizione si pone in palese contrasto con gli articoli 101, 104 e 110 della Costituzione. Infatti, se si considera la finalità espressamente indicata dalla norma, risulta evidente che il monitoraggio dell' esito dei procedimenti - fase per fase, grado per grado - affidato a strutture del Ministero della giustizia, esula dalla «organizzazione» e dal «funzionamento dei servizi relativi alla giustizia», che costituiscono il contenuto e il limite costituzionale delle competenze del Ministro.
Inoltre, da questa forma di monitoraggio, avente ad oggetto il contenuto dei provvedimenti giudiziari, deriva un grave condizionamento dei magistrati nell' esercizio delle loro funzioni; in particolare, il riferimento alla possibilità di verificare livelli di infondatezza «della pretesa punitiva manifestata con l' esercizio dell' azione penale» integra una ulteriore violazione del citato articolo 112 della Costituzione.
L' assegnazione da parte del Consiglio superiore della magistratura deve avvenire «secondo l' ordine di graduatoria di cui rispettivamente al concorso per titoli ed esami, scritti ed orali, o al concorso per soli titoli, salvo che vi ostino specifiche e determinate ragioni delle quali deve fornire dettagliata motivazione e, a parità di graduatoria, secondo l' anzianità di servizio» (articolo 2, comma 1, lettera l) numero 3.5). Nello stesso senso recitano le disposizioni contenute nei numeri 4,5, 7.5 e 9.5 della lettera l) e, per le funzioni semidirettive, nel numero 2 della lettera m).
Il sistema sopra delineato sottopone sostanzialmente il Consiglio superiore della magistratura a un regime di vincolo che ne riduce notevolmente i poteri definiti nel citato articolo 105 della Costituzione. L' invasione della sfera di competenza riservata al Consiglio è particolarmente evidente nell' ipotesi in cui i candidati siano stati esclusi nell' ambito delle predette procedure. Infatti, allorchè manchino il favorevole giudizio conseguito presso la Scuola superiore o la positiva valutazione nel concorso da parte della commissione, il Consiglio non può neppure prendere in considerazione la posizione del
candidato escluso.
Per i motivi di palese incostituzionalità innanzi illustrati, chiedo alle Camere - a norma dell' articolo 74, primo comma, della Costituzione - una nuova deliberazione in ordine alla legge a me trasmessa il 3 dicembre 2004.
Con l' occasione ritengo opportuno rilevare quanto l' analisi del testo sia resa difficile da fatto che le disposizioni in esso contenute sono condensate in due soli articoli, il secondo dei quali consta di 49 comuni ed occupa 38 delle 40 pagine di cui si compone il messaggio legislativo.
A tale proposito, ritengo che questa possa essere la sede propria per richiamare l' attenzione del Parlamento su un modo di legiferare - invalso da tempo - che non appare coerente con la ratio delle norme costituzionali che disciplinano il procedimento legislativo e, segnatamente, con l' articolo 72 della Costituzione, secondo cui ogni legge deve essere approvata «articolo per articolo e con una votazione finale».
http://www.unita.it/index.asp?topic_tipo=&topic_id=39755
E anche Biancaneve ha la sua patch!!
Che in Microsoft non mancasse la fantasia di generare sul proprio sistema bug/patch di ogni tipo era cosa nota....ma chi mai avrebbe pensato ad un bug su "biancaneve e i sette nani"?
Dal sito della Microsoft:
Questo aggiornamento consente di risolvere il problema "Playback and Copy-Protection Issues When You Try to Play the Snow White and the Seven Dwarfs DVD Movie" in Windows XP ed è documentato nell'articolo della Microsoft Knowledge Base (KB) numero Q310510. Eseguendo il download sarà possibile riprodurre correttamente il DVD Disney "Biancaneve e i sette nani".
http://www.microsoft.com/downloads/details.aspx?FamilyID=905b4d10-9cde-4d32-b576-c942d1375ceb&displaylang=it
mercoledì 15 dicembre 2004
Un paese ad personam
di EZIO MAURO
C'è un'emergenza crimine nel Paese che preoccupa i cittadini, e che dovrebbe impegnare in prima linea il governo, con la sua cultura propagandistica da "tolleranza zero". No. In piena emergenza, Forza Italia si trasforma ancora una volta in un manipolo aziendale per la tutela degli interessi personali di Cesare Previti, che incatena ai suoi destini la decenza di un partito, di una maggioranza parlamentare, di una coalizione, del governo: e purtroppo dell'Italia.
La Casa delle Libertà oggi prova in Parlamento a liberare ad ogni costo Cesare Previti, già condannato due volte per corruzione. Non potendo più fermare i suoi giudici né camuffare il reato, si tenta di renderlo impunibile. Come? Semplice. Si costruisce un fittizio "pacchetto anticrimine" per fingere di legiferare nell'interesse del Paese, e nel pacchetto si inserisce una norma che abbatte i tempi di prescrizione per molti reati pesanti come l'usura, il furto aggravato, l'incendio doloso, ma soprattutto la corruzione. Consentendo a Previti di trovare la strada su misura per evitare il suo giudice, a Berlusconi e a Dell'Utri di non ricorrere nemmeno in appello.
Che dire? Due cose soltanto. Queste vicende possono compiersi solo in un Paese pronto a tutto, dove una vera e propria complicità intellettuale permette che il reato criminale riduca la politica a servaggio, per cambiare in Parlamento la sua natura. Un processo alchemico scellerato, che deforma lo Stato di diritto e dimostra la falsità del teorema che voleva Berlusconi "costretto" alle leggi ad personam. Ora che è stato prosciolto, le leggi ad personam continuano, per quei soci-padroni capaci di tenere in ostaggio il lato più oscuro di un uomo che dovrebbe governare l'Italia, e la umilia con un Parlamento asservito.
(15 dicembre 2004)
http://www.repubblica.it/2004/j/sezioni/politica/previtiemenda/personam/personam.html
lunedì 13 dicembre 2004
Sabato 18 e Domenica 19 torna la candela di Amnesty International
Sabato 18 e domenica 19 dicembre si svolgeranno in tutta Italia le 'Giornate Amnesty 2004'. In questa occasione - che si ripete annualmente da oltre dieci anni - migliaia di attivisti dell'associazione porteranno nelle piazze italiane la candela di Amnesty International per sensibilizzare l'opinione pubblica sul tema dei diritti umani e promuovere la raccolta fondi a favore del movimento.
Presso le centinaia di punti-Amnesty presenti in tutta Italia, sara' possibile sottoscrivere gli appelli della campagna 'Mai piu' violenza sulle donne', diventare soci di Amnesty e acquistare, con soli 7 euro, la candela simbolo del movimento che da 43 anni agisce per chiedere il rispetto e l'applicazione della Dichiarazione universale dei diritti umani. La candela e' disponibile nei seguenti colori e profumazioni: rosso-patchouli, verde-muschio bianco, blu-lavanda.
Come ogni anno, il ricavato dell'iniziativa servira' a finanziare le attivita' del movimento. Per poter continuare a chiedere liberta' per i prigionieri di opinione, processi equi e rapidi per tutti i prigionieri politici, l'abolizione della pena di morte e la fine di torture, sparizioni ed esecuzioni extragiudiziali, Amnesty ha bisogno del sostegno economico dei suoi iscritti e di tutti gli appartenenti alla societa' civile.
Chi non avra' la possibilita' di intervenire alle 'Giornate Amnesty 2004', potra' acquistare la candela rivolgendosi al numero 06 4490213 per effettuare il pagamento con carta di credito. Le spese di spedizione verranno addebitate nella misura di 1,80 euro per l'acquisto di una candela e di 5 euro fino a dieci candele, con consegna a domicilio in 5 giorni, sabato e domenica esclusi.
Per ogni ulteriore informazione sulle 'Giornate Amnesty':
http://www.amnesty.it/primopiano/ga_2004
domenica 12 dicembre 2004
Ci siamo anche noi omosessuali normali
Un lettore anonimo scrive a Repubblica lamentandosi che "Nella nostra società odierna, fintamente tollerante l'omosessualità ha unicamente i connotati dello sguaiato e del macchiettistico"
C'è una cosa che mi disturba molto, essendo io omosessuale, ed è la rappresentazione che viene fatta dell'omosessualità soprattutto in televisione. Nella nostra società odierna, fintamente tollerante l'omosessualità ha unicamente i connotati dello sguaiato e del macchiettistico. Il giovane che ha vinto l'ultima edizione del "Grande Fratello", il travestito Platinette, il cartomante Solange, sono esempi caricaturali e servono solo a rinsaldare in molti eterosessuali la convinzione rassicurante che l'omosessuale sia immediatamente identificabile, qualcuno che nella sua esibita diversità («anormalità») può di volta in volta suscitare il riso o il fastidio. Essere omosessuali, pur nella libertà di ognuno di esserlo come crede, significa semplicemente avere un orientamento sessuale diverso da quello della maggioranza, il che, naturalmente, è perfettamente compatibile con giacca e cravatta e sobrietà, e non necessità di lustrini e fondotinta, utili solo a rinsaldare vieti e utili stereotipi.
da La Repubblica del 12 dicembre 2004
Quando in un Paese la giustizia funziona
di EUGENIO SCALFARI
"Si ode a destra uno squillo di tromba / a sinistra risponde uno squillo". Oppure: "Se voi suonerete le vostre trombe noi suoneremo le nostre campane". Scegliete voi, cari lettori, quali di questi due celebri motti sia più adatto a rappresentare le due sentenze susseguitesi di poche ore e rispettivamente riguardanti Silvio Berlusconi (tribunale di Milano) e Marcello Dell'Utri (tribunale di Palermo).
A me sembra più adatto il primo: dà conto dei fatti, la magistratura ha parlato, è stata finalmente messa in condizioni di andare a sentenza dopo anni di esame delle carte processuali e (nel caso Berlusconi-Previti) di impedimenti processuali e legislativi pervicacemente frapposti dagli imputati e dai loro difensori per guadagnar tempo e far scorrere il più possibile i termini della prescrizione. Poi ci si lamenta per le lentezze della giustizia quando sono stati proprio due imputati eccellentissimi a farla avanzare col passo del gambero e della lumaca.
Il secondo motto configura piuttosto lo spirito dei commenti alquanto esagitati diffusi dai dirigenti del centrodestra subito dopo la condanna di Dell'Utri: la sentenza di Palermo vista come rappresaglia dei giudici palermitani rispetto a quella parzialmente liberatoria dei giudici milanesi.
Questi ultimi lodati, i primi vilipesi senza eccezioni. Commenti stonati, di fronte ai quali spicca il riserbo e la prudenza del centrosinistra, dove nessuno si è peritato di buttarla in politica, neppure quelli che hanno espresso rammarico per il mancato rifiuto da parte del presidente del Consiglio di non accettare il proscioglimento per prescrizione, applicato dal tribunale ad uno dei capi d'imputazione, come la carica che ricopre avrebbe dovuto consigliargli.
In realtà le sentenze dei due tribunali rappresentano l'essenza della normale e corretta attività di giurisdizione affidata alla magistratura giudicante in libera dialettica con la pubblica accusa, le parti civili e la difesa degli imputati e, soprattutto, sono il risultato della libera valutazione dei fatti e l'applicazione ad essi delle norme vigenti.
Può darsi che i giudici dell'appello emendino la condanna a Dell'Utri o può darsi che la confermino. Sulla base delle risultanze emerse in processo, per quello che ne è stato ampiamente riferito dai giornali, a noi sembra che il reato di concorso esterno in associazione mafiosa sia stato ampiamente provato. Il collegio giudicante comunque, dopo aver discusso per ben tredici giorni in camera di consiglio e dopo sette anni da quando l'inchiesta della Procura ebbe inizio, ha concluso in modo limpido e netto per la colpevolezza.
Dell'Utri, nella sua dichiarazione successiva alla condanna, ha anche ribadito che proseguirà nella sua attività politica e adempirà all'importante incarico che Berlusconi gli ha affidato di organizzatore della campagna elettorale di Forza Italia. È un suo diritto: innocente presunto fino a sentenza definitiva.
Certo l'accusa per la quale è stato condannato è molto pesante. La sensibilità d'una persona normale opterebbe piuttosto, se non sulle dimissioni dalla carica di senatore, almeno sull'astensione da incarichi di rilievo che hanno come destinatari nientemeno che gli elettori. Ma la sensibilità morale è ormai una merce rarissima. Pensare di trovarla nell'anima di Marcello Dell'Utri equivarrebbe a sognare ad occhi aperti. Infatti nessuno ci ha mai pensato.
È stata invece sorprendente la solidarietà "umana" manifestatagli con pubblica dichiarazione dal presidente della Camera alla vigilia della sentenza. Casini ricopre una carica costituzionale molto elevata. L'amicizia personale, se del caso, la si esprime in forme strettamente private. Esternata pubblicamente getta un'ombra di interferenza nei confronti del potere giudiziario che Casini avrebbe potuto e anzi dovuto rigorosamente evitare.
* * *
Più complessa, pur nelle venti righe del suo dispositivo, è stata la sentenza del tribunale di Milano nei confronti di Silvio Berlusconi. I colleghi D'Avanzo e Giannini ne hanno già ampiamente scritto sul nostro giornale di ieri.
Aggiungerò poche osservazioni ai loro commenti. A me sembra che i giudici milanesi non siano stati pusillanimi né che abbiano scelto una via mediana e indolore usando un eccesso di sottigliezza giuridica. Dovevano giudicare tre capi d'imputazione che configuravano tutti e tre la corruzione di magistrati. In un caso l'imputato è stato assolto con formula piena (regalo di gioielli nel corso d'un viaggio di vacanza).
In un altro caso, che configurava una corruzione connessa ad un processo specifico, l'imputato è stato assolto sulla base dell'articolo 530 del codice di procedura penale che consente l'assoluzione se le prove non sono ritenute sufficienti. Nel terzo caso (denari versati dalla Fininvest al magistrato Squillante) la prova (hanno detto i giudici) è stata raggiunta ma, con la concessione delle attenuanti, il reato risulta prescritto e quindi l'imputato è prosciolto.
Sentenza pusillanime? Ho già detto che a me non sembra. La sola, vera questione sta nella concessione delle attenuanti generiche. Potevano concederle o negarle. E quindi prosciogliere (come hanno fatto) o condannare.
Giuridicamente cambiava molto; politicamente e moralmente non cambia quasi nulla. La sentenza ha infatti accertato che Berlusconi ha versato 500 milioni di lire a Squillante (già condannato nel processo collaterale a otto anni di reclusione) per corromperlo.
È uno dei reati più gravi previsti dal nostro codice. Il fatto che il decorso dei termini lo abbia prescritto non cambia nulla nel giudizio morale e politico. Sempre che, naturalmente, i giudici di appello non modifichino e capovolgano la sentenza di primo grado in senso assolutorio per l'imputato.
Qualcuno ha scritto che la sentenza smentisce l'impianto accusatorio della Procura. Non mi pare. Un'assoluzione per insufficienza di prove e un proscioglimento per decorrenza di termini non distrugge un bel niente, al contrario conferma almeno per la metà l'impianto accusatorio. Allo stesso tempo dimostra l'indipendenza e la terzietà del collegio giudicante rispetto al Pubblico ministero. Che si vuole di meglio e di più? Non dobbiamo essere rispettosi del libero convincimento dei magistrati? Non è su di esso che si basa soprattutto l'indipendenza della giurisdizione? E non è quello il bene da tutelare ad ogni costo e che (sia detto qui incidentalmente) la riforma della giustizia approvata pochi giorni fa dal Parlamento ed ora alla firma del presidente della Repubblica, fa di tutto per condizionare e financo impedire?
* * *
Mi restano ancora da fare poche osservazioni su due questioni importanti: le connessioni politico-morali tra il processo Dell'Utri e Berlusconi; i rapporti, in generale, tra la politica e l'attività di giurisdizione.
Sulla prima questione non c'è che constatare come nell'intero processo Dell'Utri si veda in filigrana l'ombra di un convitato di pietra; nell'opera mozartiana si tratta del Commendatore, qui il convitato di pietra è un Cavaliere.
Tutta l'attività di Dell'Utri nella sua presunta collaborazione esterna con l'associazione mafiosa si svolge, in Sicilia come a Milano, nell'interesse della Fininvest e fa parte integrante della storia della Fininvest ai suoi albori, alle sue prime affermazioni imprenditoriali, alle sue iniziali e consistenti accumulazioni finanziarie. In sede giudiziaria il processo riguarda esclusivamente Dell'Utri; ma in sede politico-morale riguarda direttamente anche Berlusconi. I due sono legati a filo doppio come, su un altro versante, Berlusconi è legato a Cesare Previti.
Fini e Follini (e Bossi e Tremonti) conoscono perfettamente questa realtà. Il loro silenzio, anzi la copertura blindata che hanno sempre dato al Capo su questo terreno, pesa come un macigno sulla fragilità dei loro piccoli strappi e minime ribellioni. Simul stabunt, simul cadent.
E ora la questione del rapporto tra la politica e la giurisdizione. "Sarebbe ora - scrivono molti dei nostri terzisti in servizio permanente effettivo - che politici e magistrati comprendessero di svolgere due attività separate e distinte nelle quali debbono reciprocamente guardarsi dall'interferire". "In democrazia non è vero che la legge sia eguale per tutti". "I politici non possono esser giudicati dai magistrati, rispondono soltanto ai loro pari e al popolo degli elettori".
Queste affermazioni contengono una verità ovvia e una pericolosa bugia. La verità ovvia sta nel fatto che la giurisdizione non può avere ingresso nell'attività legislativa del Parlamento così come governo e Parlamento non possono avere ingresso nelle attività istruttorie e processuali. Ma - ecco la nefasta bugia - il politico che commetta reati comuni, tanto più se li ha commessi prima di ricoprire un qualsivoglia ruolo politico, è soggetto alla legge e alla giurisdizione né più né meno d'ogni altro cittadino. Non può invocare alcuna particolare immunità né alcuna particolare indulgenza né alcun foro speciale. Salvo il caso in cui si tratti non già di reati comuni ma di reati politici, per i quali infatti esistono speciali procedure che culminano nell'impeachment, cioè nello stato d'accusa votato dal Parlamento e rimesso per il giudizio alla Corte costituzionale.
È singolare che i nostri terzisti confondano tra loro concetti così elementari e incalzino i magistrati affinché rispettino il ruolo dei politici astenendosi dall'applicare anche a essi quel sindacato di legalità la cui esistenza distingue lo Stato di diritto dai regimi totalitari. O si tratta di ignoranza delle norme ordinamentali e dei principi del diritto, oppure si tratta di malafede partigiana.
(12 dicembre 2004)
http://www.repubblica.it/2004/l/sezioni/politica/dellutri/gustiscalfari/gustiscalfari.html
Intorno a Prodi
di Furio Colombo
Non c'è bisogno di commentare la sentenza Dell'Utri. È come una lapide. Basta leggerla.
Non c'è bisogno di riparlare della cosiddetta assoluzione di Berlusconi annunciata da tutti i telegiornali e giornali italiani. Berlusconi è stato riconosciuto responsabile di «corruzione semplice» (pagamento diretto di danaro a un giudice) solo perché al tempo della imputazione del reato non esisteva la «corruzione giudiziaria», diventata materia di reato solo dopo l'inizio di quella umiliante vicenda.
Non c'è bisogno di ripetere ciò che l'ex presidente Cossiga ha detto in Italia, ma che chiunque avrebbe detto in Europa e in America: il portatore di una simile ombra dovrebbe dimettersi. Sappiamo di vivere in un contenitore stagno chiamato Italia, in cui non circolano libere informazioni. C'è una sola porta, una sola estrema uscita di sicurezza: il voto. Berlusconi lo sa e sta cercando con tutti i mezzi di cui dispone di sigillare quella porta. Vediamo.
***
Con uno scatto di vitalità, il capo del governo, di Forza Italia e di Mediaset ci ha fatto sapere che la campagna elettorale è iniziata. È la sua campagna elettorale. Riguarda se stesso. Cerca il trionfo, non solo la vittoria. Chiede il potere permanente, non un rinnovo dell'alternanza. Immagina, e si aspetta, il dominio pieno e completo sui suoi alleati. Quanto ai partiti e ai dirigenti di quei partiti, li vede come vassalli, valvassini e valvassori, destinati a popolare la sua corte, con buoni vantaggi personali, ma un destino di ubbidienza, come si è visto in quest'ultimo periodo. C'era maretta, c'erano spunti di ribellione. Uno scatto del capo-padrone li ha messi tutti in riga e ha chiuso definitivamente il discorso, intruppando ciascuno, anche coloro che avevano affidato ai media sproporzionati messaggi di indipendenza, nella casella prestabilita. Quanto ai cittadini, lui li vede e li indica sempre come «il pubblico» da cui esige esclusivamente applausi.
Molti italiani (tanti da far stare continuamente sul chi vive il personaggio di cui parliamo) lo sanno ma non amano parlarne. Conoscono il piglio deciso e la forza di Berlusconi, pensano che non sia il caso di dire apertamente quello che pensano, hanno visto che non è andata bene a chi ci ha provato, per quanto illustre. Chi ti protegge, se i suoi ti attaccano?
E ormai sappiamo che lo fanno sempre, subito, in tanti, e senza scrupoli.
Sentite che cosa è stato prontamente scritto contro Romano Prodi, ex presidente della Commissione Europea e leader di tutta l'opposizione italiana, quando si è permesso di dire che le «camicie azzurre» di Berlusconi, militanti a pagamento secondo l'annuncio dato da Berlusconi stesso, sono «mercenari»: «Si può rispondere a Prodi che quando uno definisce mercenari i militanti del partito di maggioranza (si noti il riferimento deliberato alla sacralità di quel partito, ndr) egli si qualifica politicamente come un fior di mascalzone, punto e basta» (Il giornale, 6 dicembre).
***
Ma il silenzio degli italiani per molti necessario (pensiamo a tutti coloro che lavorano nell'informazione e in tutti i tipi di strutture pubbliche) per altri consigliato dalle circostanze, non impedisce che essi (probabilmente in numero molto grande, se e quando troveranno il coraggio di dirlo) si rendano conto di un fatto che è sotto gli occhi di tutti. Non c'è nulla, nella irresistibile ascesa di Silvio Berlusconi, che riguardi l'Italia e gli italiani. Hanno capito tutti, anche i meno esperti di questioni fiscali, la natura esclusivamente personale ed elettorale del cosidetto «taglio delle tasse», che ha richiesto una monumentale alterazione dei conti, ha reso giustamente sospettosi i controllori europei, ha spostato e aumentato la pressione fiscale in altri punti, pur di costruire un piedestallo elettorale per il solo Berlusconi. La sarabanda della cosidetta assoluzione nel processo Sme è nella stessa linea e con lo stesso stile del lavorare esclusivamente per il trionfo personale di Berlusconi. Prima della sentenza è stata massacrata la giustizia italiana per diminuire il danno e disporre di accuse contro i giudici in caso di condanna. La giustizia è stata massacrata in decine di dichiarazioni più degne di una tifoseria che dei commenti politici a un evento giuridico anche dopo la sentenza. È cominciata una nuova danza di guerra intorno ai «giudici politicizzati», definizione che sta per «nemico» e riguarda chiunque osi sfidare il capo in nome delle prerogative del ruolo di giudicare, dunque di una fondamentale libertà costituzionale.
Anche le proposte violente e di scontro con cui Berlusconi esige l'abolizione della «par condicio» (ultima tenue legge che dà una voce a chi non possiede o controlla tutti i mezzi di comunicazione) e la immediata modifica della legge elettorale (caso gravissimo di cambiamento delle regole mentre la gara è in corso) non hanno nulla a che vedere con interessi, ansie, problemi e drammi dell'Italia che Berlusconi governa.
In un Paese emarginato, impoverito, senza produzione, senza esportazione, senza consumo, in cui tutti i servizi e le prestazioni dei servizi diminuiscono, Berlusconi continua nella lunga serie di leggi che riguardano solo lui, prima nei suoi interessi economici, poi nelle sue avventure giudiziarie, adesso per la sua nuova strategia: salire da solo, grazie ad appositi cambiamenti delle leggi e alla intimidazione dei suoi stessi alleati, in un punto di comando incontrastato. Persino coloro che non si considerano anti-berlusconiani o che non vogliono avere il feticcio del pro e del contro, finiscono per vedere il tratto più stravagante e più tipico di questo modo di governare. Berlusconi usa l'Italia per se stesso, ignora il Paese e i suoi cittadini, mobilita tutto il potere che riesce ad accumulare (moltissimo, in una quantità unica al momento) più tutte le risorse del Paese stremato per servire se stesso, la sua presunta grandezza, la sua immagine esasperata del leader che non è.
***
Parte di qui la campagna elettorale dell'opposizione, dell'Alleanza guidata da Romano Prodi. Le difficoltà, come tutti sanno, non sono poche, la coalizione non si è ancora saldata, lo strabismo tormenta ancora i partiti e gruppi e leader che dovranno apparire non solo accostati ma uniti, non solo desiderosi del buon risultato, ma davvero capaci di collaborare. Mancano gli ingredienti della generosità, che induce ciascuna parte o gruppo o leader a dare all'impegno comune, prima di chiedere per il tornaconto del proprio gruppo. Manca la visione per capire e per far capire che stiamo attraversando un momento molto pericoloso della storia italiana. Ma ci sono due grandi punti di forza che consentono di cominciare subito. C'è Romano Prodi alla guida dell'Alleanza, in coincidenza con ciò che lui è stato e che rappresenta. E c'è la possibilità di segnare con forza la differenza. Di là, nella maggioranza, è in gioco la gloria e il piedistallo di uno. Di qua è in gioco l'Italia.
Nessuno, nell'Alleanza guidata da Prodi, contrapporrà ai penosi manifesti «Forza Silvio» che cominciano a vedersi in Italia, la celebrazione di qualcuno. La grande carta che l'opposizione unita può giocare da subito è che è finito il carnevale. E che le «camicie azzurre», in ogni caso mercenarie, secondo la natura mercantile del mondo di Berlusconi, hanno un brutto suono di estraneità alla democrazia. Sono la forza fisica e materiale di chi dispone solo di forza fisica e materiale. Se il protagonista della campagna elettorale, dal lato dell'opposizione unita e guidata da Prodi, è l'Italia, diventa facile e istantaneo il pensiero che la spaccatura del Paese - incattivimento, aggressione, uso spregiudicato di tutti i mezzi - è altrove. È dove si ramazzano risorse, si accatastano ricchezze, si altera l'immagine dell'interesse nazionale, si rompono e si creano alleanze, al servizio di una sola persona. E tutto avviene al solo scopo di creare un fastidioso museo con dentro uno che nel mondo non conta niente ma in Italia pesa abbastanza da affondare il Paese. L'Italia che non cresce, come denunciano insieme sindacati e imprenditori, quando si troverà accanto una alleanza di leaders e di esperti che promette di governare il Paese, e non per glorificare una sola, ingombrante straricca persona incapace di dedicarsi ad altro e non a se stesso, si renderà conto che una alternativa esiste e che è realistica.
La gente giovane, a parte i mille ragazzi che per qualche mese saranno assunti da Berlusconi (e forse anche loro) vedranno che il futuro c'è, se non si gettano sul loro percorso le scorie di vanità, illegalità, prepotenza e incompetenza che hanno raso al suolo le potenzialità del lavoro.
I nuovi venuti, gli emigranti, che in intere aree del Paese sono indispensabili, a patto che vi siano leggi umane, comprensibili e utili (sia alla protezione che al clima di civiltà) non saranno più visti da cittadini male informati e impauriti come il nemico e il pericolo. Perché un governo umano e intelligente evocherà il successo multirazziale, multireligioso, multiculturale degli Stati Uniti, dovuto all'accettazione e alla integrazione. Lo stato sociale, nella incarnazione più nobile che ha migliorato in modo incredibile le condizioni della vita nel mondo democratico, tornerà ad essere un valore, non un bunker da far saltare.
Quanti sono gli italiani che continuano a sentirsi europei e legati all'Europa e umiliati dal ministro della Giustizia che obbedisce alla Lega Nord ma non alla Costituzione, non ai legami e impegni internazionali dell'Italia e rifiuta di accogliere le leggi della Unione (per esempio il mandato di arresto europeo, respinto con gesto e motivazioni ridicole dal ministro leghista?). Questi italiani, che forse non sono una minoranza, hanno adesso una casa in cui Romano Prodi non è soltanto il simbolo d'Europa, ma il leader capace di cancellare la brutta figura degli insulti al deputato Schultz, della vasta collezione di brutte figure ai Summit del mondo, di umiliazioni per l'Italia fatte di corna, di barzellette e di canzonette.
L'Italia abbandonata di proposito da Berlusconi nelle mani di An, della Lega, della Udc siciliana che, con diversi progetti armonizzati dall'interesse comune, hanno spezzato e diviso l'Italia, devastato la sua Costituzione, sostenuto l'illegalità del Nord e del Sud, favorito le violazioni, le prepotenze, le guardie padane, le mafie, adesso ha un punto di riferimento serio, adulto, maturo, a cui guardare per liberarsi dal carnevale cattivo scatenato su tutti gli aspetti della vita italiana da Berlusconi e dai suoi cori a pagamento.
È vero, è il momento in cui il confronto si fa serio, perché è troppo drammatico ciò che è in gioco. Ma è seria, per fortuna, la coalizione di salvezza che adesso gli italiani hanno accanto. Intorno a Prodi, per liberare l'Italia dall'incubo.
da l'Unità del 12 dicembre 2004