giovedì 14 aprile 2005

Noi, umili parroci vorremmo una Chiesa così

Tre sacerdoti (del nord, del centro e del sud) parlano del dopo Wojtyla
Coppie gay e poligamia per don Redento bisogna semplicemente allargare i paletti entro i quali possono agire autonomamente i pastori che ogni giorno vivono a contatto con le pecorelle smarrite

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Il parroco Giacomo Ribaudo, 60 anni C'è chi invoca più potere alla base della Chiesa, chi confida nel fatto che sarà Dio a vegliare sulla nomina del nuovo pontefice, chi infine auspica che la religione si adegui maggiormente ai tempi moderni Parola d'ordine: devoluzione Il vero problema della Chiesa non è tanto la scelta del successore di Karol Wojtyla ma l'eccessivo accentramento di potere nella Curia romana. Questo il giudizio che arriva da Brescia, la città di Papa Paolo VI. "I problemi di Bergamo non sono quelli di Napoli, eppure a Roma sono trattati esattamente allo stesso modo sulla base della semplice osservanza delle leggi vaticane". Redento Tignonsini, parroco bresciano, non ha certo l'arguzia politica di Roberto Calderoli o la linguaccia lunga di Mario Borghezio. Dopotutto, se anche avesse voluto, nella sua vita non avrebbe avuto il tempo di pensare a certe cose. Sempre alle prese con i tossicodipendenti e, negli anni Settanta, un'esperienza da missionario in Africa. Fino a quando, a 70 anni, ha chiesto al vescovo di Brescia la parrocchia più piccola che c'era ed è stato accontentato: Sacca di Esine, in provincia, poco più di mille abitanti. Nessun fazzoletto verde al collo, dunque, o magari nascosto in una tasca. Eppure, la sintesi del suo discorso è racchiusa in una parola che lui non pronuncia mai: devoluzione. "Roma è la Chiesa legale, ma c'è un'altra Chiesa, quella pastorale dei preti e vescovi. Il risultato è che le questioni che riguardano le anime vanno a finire nelle mani di persone asettiche che non sono impastate con la realtà umana". E qui il discorso rischia di toccare questioni spinose: le coppie di fatto, i profilattici, i matrimoni tra gay. Don Redento schiva le trappole ma non si sottrae: "Che senso ha costringere alla convivenza coppie che non esistono più per offrire loro anni e anni di sofferenza?". E ancora: "In Africa non si può andare con il diritto canonico della tribù dei romani, là ci sono altre tribù. La poligamia non è solo una questione di sesso ma di vita, di famiglia". Per uscire da questo imbuto, per don Redento bisogna semplicemente allargare i paletti entro i quali possono agire autonomamente i pastori che ogni giorno vivono a contatto con le pecorelle smarrite. Ma stando ben attenti a non tradire la dottrina cristiana: "Perché io sono nemico del relativismo. Capire non vuol dire consentire, bensì avere la capacità di accompagnare l'uomo di oggi". Il discorso cade inevitabilmente sul nome. Nella rosa dei papabili successori di Karol Wojtyla c'è una figura che crede nella necessità di sburocratizzare la Chiesa, decentrare, per dare spazio ai movimenti ecclesiali: il cardinale tedesco Joseph Ratzinger. Don Redento non ha dubbi: "Comunque vada in Vaticano ci sarà sempre lo Sprito Santo. Tutti gli ultimi papi sono stati degni del tempo che hanno attraversato".

Carmelo Abbate
(Panorama.it del 14/04/2005)

http://www.gaynews.it/view.php?ID=31761

Nuovo Papa: speriamo sia Ratzinger

Meglio il nostro fiero avversario che uno scolorito comprimario, che nei fatti sarebbe comunque in linea con l'attuale custode dell'ortodossia
di Aurelio Mancuso

Sono giorni intensi negli ampi saloni e androni dei palazzi sacri. Il Conclave è alle porte ed è tutto un trionfo di sottane nere fasciate di rosso o di violetto, che morbidamente vanno su è giù per i vari piani per organizzare, convincere, far conoscere posizioni, dossier dei candidati, volontà curiali contrapposte ad aspirazioni conciliari.

I cardinali questa volta hanno avuto la possibilità di conoscere bene le idee in campo, farsi un'opinione sugli schieramenti, prendere dimestichezza con le finezze linguistiche ovattate, soprattutto utilizzate dallo schieramento di Curia, per esprimere concetti in verità assai chiari: il nuovo papa dovrà percorrere le orme di quello precedente.

Al di là delle cortine fumogene dei vari Porta a Porta e degli incensanti reportage giornalistici delle tv nazionali, dentro la Congregazione generale, che ogni giorno riunisce tutti i cardinali (elettori e non), ne stanno venendo fuori delle belle. Qualche giornalista (per lo più della carta stampata) ammette che il dibattito è vivace, che tutto è messo in discussione e, quindi, molte certezze sui papabili, in verità sono invece più che altro auspici, ancora tutti da concretizzare.

Intanto perché proprio lo schieramento conservatore (Ratzinger, Ruini, Sodano) ha già troppi voti in saccoccia, e chi conosce bene la storia dei Conclavi, sa, che questo potrebbe rappresentare più uno svantaggio paralizzante, che uno strumento decisivo per influenzare l'elezione del papa.

I cosiddetti progressisti, appaiono però deboli (e troppi sono fuori dal voto perché ultraottantenni), anche se non hanno rinunciato a sollevare il tema del cambiamento e di una decisa discontinuità rispetto al papato appena concluso.

Stiamo però tutti attenti a non cadere nella trappola delle rappresentazioni di questi giorni: non si tratta di uno scontro epocale, né le parti contendenti sono solo due, né ci può attendere segni di vero e proprio dissenso. I cardinali li avete visti tutti schierati al funerale: la gran parte sono molto anziani, appesantiti in preziose vesti, che è il chiaro segno di una condivisa appartenenza ad una struttura gerarchica, da tanti cattolici (eh sì anche da tantissimi teologici e uomini di Chiesa)è ritenuta anacronistica, impermeabile ai mutamenti dei tempi, ancora aggrappata ai riti e a visioni cesaro papiste. Difficile, che da questa assemblea esca intenzionalmente qualcosa di veramente innovativo e chiaro.

In questo clima paludato ed incerto viene voglia di tifare per il cardinale Ratzinger. Già, proprio per quel Ratzinger custode dell'ortodossia, di una teologia assolutamente respingente rispetto alla modernità, ai mutamenti sociali, alle libertà individuali.

Di Ratzinger, infatti, è apprezzabile il fatto che i suoi documenti ed omelie sono estremamente chiari: da molti anni si è abbandonato il bizantinismo verbale e si sono affermate con semplicità le posizioni della Curia, di quella parte della Chiesa che non vuole essere timida e neutra rispetto al mondo politico. Piuttosto che ritrovarci con una paffuta e simpatica faccia, che nella sostanza non si discosterà dall'attuale fase storica della Chiesa, meglio il nostro diamantino avversario cardinale tedesco, fiero delle sue posizioni e fermo nel suo dire. La Chiesa ne patirà? Vedremo. Non è detto che sia giunto il momento di una vera svolta, anche perché bisognerebbe avere a disposizione (a meno delle sorprese sopra citate) una personalità così forte da poter mutare nel profondo il governo della cattolicità.

Allo stato attuale, fare previsioni è impossibile, ma nel dubbio meglio non cambiare: teniamoci stretto Ratzinger, con i suoi anatemi, le sue condanne inappellabili. Per chi di noi non è credente cambierà poco, (forse aumenterà la conflittualità tra movimento e gerarchie, ma tanto non è che sia stato flebile in questi anni…), per chi è cattolico aumenterà la consapevolezza, che forse lo Spirito Santo non ha ancora deciso di svelare il suo progetto, per aiutare questa Chiesa ad uscire dalle tenebre della paura e dell'ossificazione.

http://www.gaynews.it/view.php?ID=31767

mercoledì 13 aprile 2005

Appello dei laici italiani: la stazione Termini è di tutti

Mandate la vostra adesione a info@italialaica.it

La decisione di intitolare a Giovanni Paolo II la stazione centrale "Termini" della capitale della repubblica italiana non è che il culmine, davvero eccessivo, di un crescendo di delirio idolatrico da cui l'intera società italiana è investita in questi giorni. Sull'onda di un servilismo e di un'eccitazione mediatica e politica senza precedenti, si smarrisce ogni memoria del carattere laico delle istituzioni, del profondo pluralismo culturale, politico e religioso della società in cui viviamo, del carattere estremamente controverso, perfino per gli stessi cattolici, dell'eredità del defunto Papa. Si è perso in questi giorni, soprattutto, ogni rispetto per i milioni di cittadini che dissentono dalle opinioni e dalle convinzioni di questo Pontefice.

Riteniamo che, quanto meno, decisioni destinate a segnare a tempo indeterminato il volto di Roma dovrebbero essere assunte solo una volta esaurita l'attuale ondata emotiva.

Le organizzazioni che, tra gli altri, firmano questo appello e che fanno attualmente parte della "Consulta laica" del Comune di Roma, annunciano che, se la decisione di intitolare la stazione Termini a Giovanni Paolo II sarà confermata, si ritireranno da tale organismo.

http://www.italialaica.it/cgi-bin/news/view.pl?id=004475

lunedì 11 aprile 2005

Giovanni Paolo II è morto. Bilancio di un pontificato controverso

di François Houtart*
02 Apr 2005

Città del Vaticano - (Reuters) - "Papa Giovanni Paolo II è morto oggi, sabato 2 Aprile 2005, a Roma alle 21.37".

La vista di un uomo anziano, stanco, malato, che continua nonostante tutto a farsi carico di un compito immane, desta un senso di rispetto, simpatia o pietà. L'attaccamento di immense folle popolari, in tanti paesi del mondo, continua a essere impressionante. Una personalità che unisce a un vasto sapere la conoscenza di numerose lingue, un comportamento sportivo, un reale coraggio fisico, una profonda spiritualità, la fedeltà nell'amicizia e una grande forza di persuasione suscita ammirazione. Ma un bilancio deve comportare altre prospettive, e un diverso tipo di analisi.

Ripercorrere alcune delle linee di fondo del pontificato di Giovanni Paolo II non è impresa di poco conto, dati i numerosi anni da lui trascorsi al governo della Chiesa cattolica (poco meno di un quarto di secolo), i quasi cento viaggi internazionali, una dozzina di encicliche, innumerevoli discorsi, gli incontri con tante personalità e centinaia di beatificazioni e canonizzazioni. E tutto questo, in un periodo storico che ha visto il consenso di Washington orientare l'economia mondiale verso il neoliberismo, con le conseguenti catastrofi sociali.

Il periodo del crollo del muro di Berlino, dell'avvento del pensiero unico e del fiorire dei movimenti di protesta su scala mondiale, per non parlare dell'attacco terroristico contro gli Stati uniti, o delle guerre che rafforzano il dominio del sistema mondiale oggi in atto. La missione che Giovanni Paolo II si è assegnato alla testa della Chiesa cattolica era duplice: restaurare una Chiesa scossa dal concilio Vaticano II, e rafforzarne la presenza nella società, onde consentirle di attuare il suo compito di evangelizzazione.

Il cardinale Karol Wojtyla aveva partecipato attivamente al concilio Vaticano II. Aveva sostenuto la modernizzazione dell'immagine della Chiesa cattolica, appoggiando molte delle riforme adottate dall'Assemblea del vescovi. E tuttavia osservava con preoccupazione, dalla natia Polonia, le conseguenze del concilio su una Chiesa che si stava riformando in profondità, non senza traumi e conflitti interni. Vicino all'Opus Dei, che lo aveva accolto in occasione di alcuni suoi viaggi all'estero, guardava con riprovazione non soltanto a taluni sviluppi eccessivi in campo liturgico (introduzione di testi o di musiche profane), ma anche a numerose applicazioni concrete delle decisioni conciliari.

Lo rafforzava nei suoi convincimenti la sua appartenenza al cattolicesimo polacco, culturalmente egemonico in quella società: solido, ma spesso semplicistico nei contenuti, vigoroso nella sua spiritualità caratterizzata dal culto per la Vergine Maria, rigido nella sua morale, cemento della nazione e anima della resistenza al comunismo. Tutto questo doveva condurre l'eletto del Conclave a intraprendere una restaurazione dottrinale, morale e istituzionale della Chiesa cattolica. Sul piano dottrinale, non c'è quasi un tema che non sia stato affrontato, se non da lui personalmente, dagli organi della Santa Sede. La fede, il magistero, l'autorità dottrinale della gerarchia ecclesiastica, la collegialità tra i vescovi per il funzionamento della Chiesa universale, la liturgia, il sacerdozio, il ruolo delle donne nella Chiesa, l'ecumenismo o i rapporti tra le Chiese cristiane, le religioni non cristiane, la dottrina sociale ...

Accanto a precisazioni interessanti figurano ammonimenti, richiami dottrinali o anche esplicite condanne che rappresentano altrettanti colpi di freno, con misure disciplinari sempre più restrittive, in luogo dell'accompagnamento pastorale di un difficile processo di riforme che doveva consentire alla Chiesa, in un mondo sempre più complesso, di trasmettere meglio il messaggio evangelico. Sono stati sospesi, ad esempio, gli adattamenti liturgici iniziati da alcune Chiese locali asiatiche, in particolare in India, volti a dare alla fede un'espressione più adeguata a quel contesto culturale.

Il documento Dominus Jesus, attinente alla funzione salvifica universale di Gesù, ha posto termine al tentativo di ripensare i rapporti con le grandi religioni d'Oriente: il testo in questione è stato interpretato da alcuni responsabili religiosi e politici asiatici come una giustificazione del proselitismo nelle società che stanno faticosamente recuperando la propria identità culturale, segnatamente attraverso la religione.

Diversi teologi hanno subìto condanne, quali il divieto di insegnare o di pubblicare; al cingalese Tissa Balasuriya è stata inflitta la scomunica per aver pubblicato un libro considerato troppo ambiguo sulla verginità di Maria e sul concetto di peccato originale. L'ascesa dell'Opus Dei Certo, nel campo dei rapporti con le varie confessioni cristiane e con le altre religioni vi sono state alcune manifestazioni suggestive, come gli incontri di Assisi nel 1986 e nel 2002, il digiuno dell'ultimo giorno del Ramadan nel 2001, e così via. Ma l'intransigenza dottrinale e gli ostacoli creati verso forme di collaborazione più istituzionali, in particolare con il Consiglio ecumenico delle Chiese, hanno opposto un limite invalicabile a taluni progressi.

Se il papa ha chiesto perdono per le colpe di molti membri della Chiesa cattolica - ai tempi delle crociate e dell'Inquisizione, o ancora per comportamenti razzisti e antisemiti - non ha mai sollevato la questione delle responsabilità dell'istituzione in quanto tale. Quanto alla collegialità episcopale - uno dei punti forti del concilio Vaticano II - Giovanni Paolo II l'ha chiaramente subordinata all'autorità romana. I sinodi generali o continentali si sono spesso trasformati in organi di registrazione della linea pontificia, se non in semplici occasioni di sfogo senza grandi conseguenze. Per la pubblicazione dei loro documenti si richiedeva l'approvazione preventiva del papa; e a volte sono state persino imposte alcune modifiche.

La Teologia della liberazione è stata oggetto di una repressione specifica.

Nata in America latina, ha trovato espressione anche in Africa, soprattutto tra i teologi protestanti, così come in Asia, in India, nelle Filippine e nella Corea del Sud. È una riflessione su Dio - come tutte le teologie - che assume come punto di partenza la condizione dei poveri e degli oppressi, rendendo esplicito il suo carattere contestuale - cosa che altre correnti rifiutano generalmente di fare, velando così la relatività del discorso. Per stabilire con chiarezza il suo punto di partenza nella complessità delle situazioni sociali contemporanee, la Teologia della liberazione, che attinge la sua ispirazione al Vangelo, esige la mediazione di un'analisi sociale.

Ma questo pensiero travalica largamente il campo dell'etica sociale e ritrova, attraverso lo sguardo degli sfruttati, il senso della persona di Gesù, reinserito nel contesto storico della Palestina del suo tempo. Si sviluppano così una spiritualità e una gamma di espressioni liturgiche in cui ci si rende conto della vita dei poveri, e si guarda con severità a una Chiesa troppo spesso compromessa con i poteri oppressivi. Questa teologia parla di liberazione, al presente, come espressione dell'amore di Dio per il suo popolo. E dunque appariva pericolosa per l'ordine, sia sociale che ecclesiastico.

La reazione di Roma è stata durissima.

Era facile accusare questa corrente teologica di marxismo, dato che è fondata sull'esistenza delle strutture di classe. Una prospettiva del genere, come ha detto il cardinale Joseph Ratzinger, responsabile della Congregazione per la dottrina della fede, doveva condurre direttamente all'ateismo. Numerosi teologi hanno quindi subito il divieto di insegnamento e di pubblicazione. I Centri didattici hanno ricevuto l'ordine di proibire qualsiasi insegnamento in cui si parlasse di questa dottrina. La teologia della liberazione ha dovuto cercare rifugio presso qualche centro di studio o di formazione ecumenico, o nelle università laiche. Nel 1996, lo stesso Giovanni Paolo II, in occasione del suo viaggio in Nicaragua, dichiarò che una volta morto il marxismo, la teologia della liberazione non aveva più motivo di esistere.

Quanto alle questioni morali, è nota l'insistenza del papa sul rispetto per la vita fin dal suo concepimento, così come la sua radicale opposizione all'aborto, alla contraccezione, al divorzio, all'eutanasia, ma anche alla pena di morte.

Certo, il positivismo scientifico, gli effetti genocidi delle scelte dei poteri economici o il relativismo di un certo pensiero post-moderno rappresentano una minaccia per la vita. Ma l'attaccamento del pontefice a una filosofia della natura superata dalle conoscenze contemporanee, la sua riluttanza a prendere in considerazione le condizioni sociali e psicologiche concrete degli esseri umani, così come le drammatiche conseguenze - come nel caso dell'Aids in Africa - di talune posizioni dogmatiche, hanno finito per far perdere alla Chiesa cattolica buona parte della sua credibilità.

La dottrina sociale rimane un campo privilegiato dell'attenzione di Giovanni Paolo II. I documenti su questo tema sono innumerevoli. In nome del Vangelo, il papa ha condannato con estrema durezza gli abusi e gli eccessi del capitalismo, e ha persino denunciato - a Cuba - il neoliberismo e i suoi effetti perversi. Ma se nell'enciclica Centesimus Annus ha condannato il socialismo nella sua essenza, in quanto veicolo di ateismo, quando ha stigmatizzato il capitalismo selvaggio lo ha fatto denunciando le sue pratiche, non la sua logica. E laddove si fa riferimento, in questo stesso documento, a un'«economia sociale di mercato», non si menzionano le pratiche «selvagge» attuate nei paesi del Sud e nell'Est europeo da quegli stessi agenti economici che si richiamano a questo modello.

Allo stesso modo, i frequenti e insistenti appelli alla «globalizzazione della solidarietà» non sfociano mai in una denuncia delle cause profonde della povertà e delle disuguaglianze. Peraltro, uno degli strumenti dell'elaborazione e della diffusione della sua dottrina sociale è la Commissione Giustizia e pace, istituita dal concilio Vaticano II: ma la presenza di Michel Camdessus, ex direttore del Fondo Monetario Internazionale (Fmi), nominato nel 2000 suo consigliere, basta da sola a far dubitare del ruolo di questa Commissione come portavoce dei poveri e degli oppressi...

Per l'attuazione del suo fondamentale progetto di restaurazione dottrinale e morale, Giovanni Paolo II aveva bisogno di un'istituzione in grado di portarlo avanti.

La sua politica di nomine episcopali si è quindi orientata in questo senso. In numerose diocesi, i nuovi vescovi, su ispirazione della Santa Sede, hanno iniziato a esercitare un controllo sui centri di formazione, smantellando l'opera pastorale dei loro predecessori e introducendo congregazioni religiose o organizzazioni cattoliche conservatrici. In America latina, il Consiglio episcopale latinoamericano (Celam), che aveva svolto un ruolo di punta nel rinnovamento, organizzando, nel 1968, la Conferenza di Medellín per l'applicazione del concilio Vaticano II nel subcontinente, fu trasformato a poco a poco in un organismo di restaurazione. Le conferenze episcopali furono riorientate attraverso nuove nomine.

In tutto il mondo, centinaia di diocesi attraversarono penosi processi di transizione pastorale, non senza drammi personali per coloro che avevano creduto in una Chiesa profetica e in un'istituzione più umana. Solo alcune diocesi di più antica cristianità furono in grado di preservare la propria autonomia, frenando il dilagare delle nomine di segno conservatore. Nel 1982, quattro anni dopo l'elezione di Giovanni Paolo II, l'Opus Dei acquisì uno status di prelatura personale, al di sopra della giurisdizione dei vescovi. Il suo fondatore fu canonizzato nel 2002, a soli 27 anni dalla sua morte; molti dei suoi membri vennero nominati vescovi, spesso in diocesi importanti, e alcuni furono fatti cardinali.

Ma la sua influenza si fece sentire soprattutto nell'amministrazione centrale della Chiesa cattolica (la curia), dove i suoi membri occupano cariche importanti in numerosi settori e beneficiano di «promozioni» interne. L'«Opera di Dio» potrebbe giocare un ruolo di rilievo anche nella designazione del successore dell'attuale papa. Giovanni Paolo II ha inoltre rafforzato la Curia romana, un apparato il cui mantenimento richiede mezzi considerevoli, che i contributi del fedeli non bastano ad assicurare.

Ma la Santa Sede dispone di un ingente patrimonio, in particolare grazie ai Patti lateranensi (1929), mediante i quali l'Italia fascista risarcì il Vaticano della perdita dell'antico stato pontificio. Questo capitale fondiario e finanziario produce elevati redditi. Ma sotto l'attuale pontificato, le istituzioni bancarie del pontificato hanno dato luogo a clamorosi scandali, tra cui quello del Banco Ambrosiano. Scandali che sono costati centinaia di milioni di dollari alla Chiesa cattolica.

Ma il pubblico è stato scarsamente informato di queste vicende, che si pongono in plateale contrasto con lo spirito del Vangelo. Tutti i poteri - giudiziari, politici, economici e mediatici - hanno congiurato per tacitarle, nel timore di mettere a repentaglio un'istanza morale che ai loro occhi costituisce una garanzia dell'ordine sociale. Giovanni Paolo II, vescovo di Roma, avrebbe dovuto ritirarsi a 75 anni, come sono invitati a fare tutti i vescovi a partire dal concilio Vaticano II.

Il suo rifiuto ha rafforzato il potere di un'amministrazione sempre più conservatrice.

Nuovo «prigioniero del Vaticano», il papa è divenuto così vittima di una curia i cui maggiori esponenti, da lui stesso nominati, hanno portato la restaurazione a un punto tale da provocare reazioni crescenti persino negli ambienti moderati della Chiesa. La «nuova evangelizzazione» promossa da Giovanni Paolo II è caratterizzata da due principali orientamenti: da un lato quello dell'Opus Dei, volto a evangelizzare attraverso il potere, facendo della spiritualità un segno di eccellenza sociale; dall'altro, quello dei vari movimenti carismatici, esigenti in materia di comportamenti personali, con una tendenza a valorizzare aspetti di tipo affettivo, ma generalmente poco inclini a integrare una dimensione sociale.

D'altro canto, le comunità ecclesiali di base nate in America latina, caratterizzate dall'autogestione, in cui a prendere la parola erano i poveri, sono state emarginate e talvolta distrutte: ai sacerdoti che vi esercitavano la funzione di consulenti si imponeva il trasferimento, o si vietava addirittura l'accesso ai locali parrocchiali. E intanto si creavano sotto l'egida clericale altri gruppi con lo stesso nome. Quanto al ruolo dei laici nella Chiesa, benché valorizzato nei testi, è stato il larga misura relegato a un livello subalterno, a meno che si trattasse di organizzazioni incondizionate quali l'Opus Dei.

D'altra parte - e questo è un esempio che colpisce - la Gioventù Operaia Internazionale (Gcoi), nonostante il sostegno di varie conferenze episcopali, è stata emarginata, con l'abrogazione del suo status di organizzazione internazionale cattolica, mentre una Federazione concorrente è stata creata di sana pianta. Queste tendenze si collocano in un contesto tipico di dissociazione culturale, che si manifesta nelle correnti filosofiche così come in parte delle scienze umane, nella produzione artistica e nella ricerca religiosa, ove l'accento è posto sull'individuo. Paradossalmente, la nostra epoca è contrassegnata a un tempo dal predominio del mercato e da un irrigidimento autoritario ai vertici delle istituzioni.

Sradicare il comunismo ateo

I numerosi viaggi di Giovanni Paolo II da un capo all'altro del mondo hanno indubbiamente rivelato la sua eccezionale energia, e sono stati molto apprezzati in numerosi ambienti popolari, soprattutto nel Sud, oltre che - logicamente - in Polonia, e in generale da parte dei nuclei cattolici più ferventi. Ma più che di una vera presa di contatto con le realtà dei luoghi visitati, si è trattato innanzitutto di diffondere il pensiero di Roma. L'evento ha prevalso sul messaggio. Se le visite pontificie hanno suscitato emozione, il più delle volte sono servite a rafforzare l'ala conservatrice del cattolicesimo.

La restaurazione della Chiesa cattolica dopo il concilio Vaticano II si è dunque tradotta, per Giovanni Paolo II, in una ridefinita solidità dottrinale, in un codice morale tutto d'un pezzo e in un'autorità fuori discussione, al servizio di un progetto modernizzato nella forma, ma fondamentalmente conservatore. Un orientamento del genere era necessario, secondo il papa, per affrontare le forze ostili della società. Perciò Giovanni Paolo II ha adottato come riferimento la figura di Pio XII, e ha aperto il suo processo di beatificazione accanto a quello di Giovanni XXIII, che la vox populi aveva già da tempo elevato agli altari. Nella Gaudium et Spes, il concilio Vaticano II descrive il ruolo della Chiesa non già come esercizio di un potere, ma come ispirazione morale.

La volontà di condividere le gioie e le speranze dell'umanità, che sembrava nascere da un ottimismo al limite del realismo, era il frutto di un'ispirazione programmatica. Il nuovo papa non ha tardato a tradurre questo spirito in una duplice battaglia contro le forze ostili al messaggio cristiano: il comunismo ateo e il secolarismo occidentale. La lotta tradizionale contro il comunismo era stata rafforzata dalla proclamazione dell'ateismo quale «religione di stato» nei paesi dell'Est europeo, ma anche, più concretamente, dalla repressione delle libertà e dalle persecuzioni religiose.

Giovanni Paolo II, guidato dall'esperienza della Polonia, riteneva che per sradicare il comunismo occorresse mobilitare i cattolici, sia all'interno della Chiesa - e da qui la condanna alla teologia della liberazione - sia all'esterno, attraverso un'azione diretta. Laddove il comunismo era al governo, il papa incoraggiava la creazione di un contro-potere. Con le sue visite in Polonia ha promosso una mobilitazione religiosa, e assicurato - anche sul piano finanziario, tramite il Banco Ambrosiano - l'appoggio a Solidarnosc. Nei paesi in cui era sul punto di prendere il potere, i cattolici dovevano essere arruolati in un fronte d'opposizione. Fu così che in Nicaragua si arrivò nel 1983 allo scontro con il Fronte sandinista. Nell'omelia tenuta a Managua, il papa condannò la Chiesa popolare e il «falso ecumenismo» dei cristiani impegnati nel processo rivoluzionario.

E fece appello all'unità, sotto l'egida di un episcopato particolare reazionario (l'arcivescovo di Managua, Mons. Miguel Obando y Bravo, sarà nominato cardinale dopo la visita pontificia). Tutto questo portò a una forte repressione ecclesiastica, e sconcertò profondamente i cristiani dei ceti popolari, venuti a celebrare a un tempo la loro rivoluzione e la visita del loro papa. Il viaggio a Cuba segue la stessa linea. Nell'idea di Giovanni Paolo II, quest'isola era l'ultimo bastione del comunismo in Occidente, ormai a fine corsa. L'aggressività - in parte anche a causa del suo stato di salute - non era più all'ordine del giorno.

E dato che a suo modo di vedere, la rivoluzione cubana rappresentava una parentesi nella storia, non la menzionò in quanto tale, ma si limitò a sottolinearne gli effetti, tutti in negativo.

E al suo ritorno a Roma, dichiarò che la sua visita avrebbe avuto lo stesso effetto del viaggio compiuto dieci anni prima in Polonia. Per la lotta anticomunista c'era bisogno non solo di una Chiesa forte e disciplinata, ma anche di alleanze con altre forze, in campo economico e politico. Da qui i numerosi compromessi con il potere americano, per cui molte delle sue organizzazioni cattoliche, in Europa e a Roma, hanno canalizzati fondi, sia ufficiali che segreti, in favore di Solidarnosc.

E da qui anche la tolleranza nei confronti di regimi dittatoriali di destra, come quelli del Cile, dell'Argentina o delle Filippine.

Gli artefici di queste discutibili relazioni sono stati promossi da Giovanni Paolo II ai vertici di importanti organi della Santa Sede, prima tra tutte le Segreteria di Stato. Da qui infine l'intervento in favore del generale Augusto Pinochet. E sul piano simbolico, la beatificazione, proclamata nel 1998, del cardinale Stepinac, che era stato molto vicino al regime fascista della Croazia durante la seconda guerra mondiale. Il secolarismo occidentale, caratterizzato dal relativismo, dal consumismo e dall'edonismo, è stato il secondo avversario di Giovanni Paolo II. Il quale ha ricordato con forza i valori dell'amore per il prossimo, della solidarietà, della moderazione nell'uso dei beni materiali.

Ma ancora una volta, lo ha fatto in una quadro dottrinale e morale talmente rigido che il messaggio è rimasto purtroppo in larga misura incompreso, e in definitiva poco efficace. Purtroppo, perché l'umanità contemporanea aspira alla spiritualità, è alla ricerca di un senso; e le lotte sociali sono il segnale di un profondo desiderio di giustizia, a fronte di una globalizzazione economica e culturale distruttiva. Richiamo astratto ai valori sociali Un'altra preoccupazione di Giovanni Paolo II è stata quella di perseguire la pace.

Si è opposto alla guerra del Golfo, ha messo in guardia contro quella del Kosovo, ha dichiarato le sue riserve sull'attacco all'Afghanistan, ha rivendicato il diritto dei palestinesi a uno stato. Un suo leitmotiv costante è la pace tra i popoli, fondata sulla giustizia nei loro rapporti. Si è dimostrato attento alle sofferenze delle vittime, condannando ad esempio l'embargo contro l'Iraq e contro Cuba, che sottopone la popolazione a restrizioni devastanti. Tutte posizioni ispirate alla fedeltà al Vangelo.

Purtroppo, questi richiami ai valori sono rimasti il più delle volte astratti, dato che il papa non ha mai esplicitato le cause reali delle guerre e le loro connessioni con l'imperialismo economico. Peraltro, l'alleanza di fatto tra la Santa Sede e i poteri economici e politici dell'Occidente continua ad esistere, sulla base di una logica istituzionale (la riproduzione sociale dell'istituzione ecclesiastica), e ha fatto perdere al discorso contro le guerre gran parte della sua credibilità.

In questo campo, lo strumento privilegiato della Santa Sede è il servizio diplomatico.

Contrariamente a quanto spesso si crede, questo servizio non è un organo del Vaticano in quanto stato, bensì della Santa Sede, cioè della Chiesa; e ha avuto un considerevole sviluppo grazie a Giovanni Paolo II. Non solo è l'elemento più costoso, ma anche quello socialmente più compromettente, e simbolicamente più contraddittorio rispetto all'ispirazione evangelica, in quanto segno di potere (privilegio di uno stato) ed espressione di ricchezza (l'insediamento di nunziature a fianco delle ambasciate).

Nessuno può dubitare che Giovanni Paolo II, il prelato sportivo, l'ex operaio dello stabilimento Solvay di Cracovia, dilettante di teatro e moralista dell'Università cattolica di Lublino, il sacerdote dalla personalità mistica, il pastore dei Carpazi sia destinato a rimanere nella storia come un gigante dell'era contemporanea: il papa di un quarto di secolo che ha trasformato profondamente l'umanità, il papa della globalizzazione.

Ma per aver voluto ricostruire una Chiesa più solida in un mondo più umano, questo papa ha finito per distruggere un gran numero di forze vive emergenti, che portavano l'impronta di una visione evangelica e profetica. La luce spirituale e morale di cui voleva essere portatore si è trasformata in istanza politica. Il governo centrale della Chiesa, che avrebbe dovuto essere al servizio del «popolo di Dio», è divenuto un apparato reazionario, alleato di fatto dei poteri oppressori. Il suo appello alla giustizia e alla pace non ha assunto una dimensione profetica commisurata all'immenso sfruttamento, oggi più che mai globalizzato, ma si è tramutato in una critica dai toni ragionevoli. Ha fatto leva non già sulla forza del simbolo, ma su quella dell'autorità.

Certo, Giovanni Paolo II ha restaurato la Chiesa, ma quale Chiesa? Certo, ha rafforzato il suo posto nella società, ma quale posto?

La cristianità - aveva detto Harvey Cox, teologo battista, docente a Harvard - ha bisogno di un papa, ma non come potere, bensì in quanto espressione simbolica dell'unità. L'umanità ha bisogno di un richiamo alla speranza, sulla base di analisi della realtà e di progetti per il futuro. Non si può dire che il bilancio del pontificato abbia risposto a questa duplice attesa.

Dovrebbe essere questa la sfida del successore di Giovanni Paolo II, che potrà fondarsi a tal fine su una grandissima speranza e sulle forze vive, che fortunatamente sono tuttora presenti sull'intero pianeta.

(*Direttore del Centro tricontinentale e della rivista Alternatives Sud, Belgio)

Fonte: "Le Monde Diplomatique"

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La pagina di liberi tutti del 12 aprile ha come argomento centrale una storia sull'amicizia di una ragazza etero per un ragazzo gay entrambi sedicenni svelano il mondo attuale della scuola tra silenzi, apertura, e omofobia raccontano il bisogno di confortarsi ma anche di "scazzarsi" Ciascuno con i propri amori e con l'"inedita" relazione che li unisce

Articolo sugli esiti delle candidature, gli impegni futuri dei rappresentanti omosex che si preparano per le comunali del 2006

In basso il tam tam: spigolature dal mondo dei cartoon e dell'economia. Parliamo anche dell'avanzata in America delle nozze gay e della ..pesca di casa nostra!

Agenda fitta di appuntamenti

Il 17 Maggio prossimo si festeggerà la giornata mondiale contro l'omofobia

Già più di 30 nazioni hanno aderito all'appello


La comunità LGBT internazionale si sta mobilitando per promuovere, su iniziativa di Louis-Georges Tin curatore del Dictionnaire de l'homophobie (Presses Universitaires de France, 2003), una Giornata mondiale contro l'omofobia da celebrarsi il 17 maggio di ogni anno.

Arcigay ha aderito all'appello e si è fatta promotrice per l'Italia attraverso una Commissione appositamente istituita all'ultimo Consiglio Nazionale per la celebrazione di una Giornata Mondiale Contro l'Omofobia da celebrarsi ogni anno il 17 maggio, giorno in cui, nel 1990 l'Assemblea generale dell'Organizzazione Mondiale della Sanità cancellava l'omosessualità dalla lista delle malattie mentali.

Già più di 30 nazioni hanno aderito all'appello; in Belgio è stata presentata una proposta di legge per l'istituzione della Giornata, dal Parlamento Europeo hanno dato ufficialmente l'adesione il Gruppo dei Socialisti, il Gruppo ALDE (Liberal Democratici), il Gruppo Verdi/ALE, l'Intergruppo gay e lesbico, e altri gruppi sono in procinto di dare la loro adesione.

Dobbiamo fare tutto ciò che possiamo perché l'Italia aderisca all'iniziativa, e sensibilizzare l'opinione pubblica a un problema che è la causa di tutte le discriminazioni basate sull'orientamento sessuale e sull'identità di genere.

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Ecco l'Ordine del Giorno che sarà presentato in numerosi comuni Italiani su iniziativa di Arcigay.



Il Consiglio ...........


considerato che


* in diverse nazioni del mondo gli atti omosessuali sono condannati dalla legge come atti criminali, con pene che arrivano anche alla morte, oppure sono oggetto di persecuzione;

* una cultura diffusa ancora oggi anche in Italia spinge a considerare le persone omosessuali e transessuali come perverse o malate, rendendole spesso oggetto di scherno e discriminazione;

* a causa di questa cultura omofobica, molte persone con orientamento sessuale diverso dalla maggioranza tendono a nascondersi e spesso rinunciano, per paura di essere scoperti, al diritto di denunciare maltrattamenti, percosse, furti o ricatti;

* sempre a causa di questo clima molti giovani omosessuali non riescono ad accettare la propria diversità, si considerano "sbagliati", in alcuni casi sviluppano problemi psicologici seri fino ad arrivare al suicidio;

* il 17 maggio 1990 l'Assemblea generale dell'Organizzazione Mondiale della Sanità (OMS) eliminava l'omosessualità dalla lista delle malattie mentali intendendo così mettere fine a più di un secolo di omofobia medica;


ADERISCE


all'iniziativa internazionale per l'istituzione di una Giornata internazionale contro l'omofobia (International Day Against Homophobia) da celebrarsi il 17 maggio di ogni anno nella ricorrenza della cancellazione, il 17 maggio 1990, dell'omosessualità dalla lista delle malattie mentali da parte dell'Organizzazione Mondiale della Sanità;


PROMUOVE


anche in coordinamento con le associazioni e gli organismi operanti nel settore, iniziative volte a sensibilizzare l'opinione pubblica a una cultura delle differenze e alla condanna di una mentalità omofobica, intervenendo, in collaborazione con gli organismi istituzionali di competenza, anche e soprattutto nelle scuole che hanno il dovere di formare i giovani perché contribuiscano a costruire un mondo rispettoso dei diritti di ciascuno;


INVITA


il Parlamento italiano a promuovere un riconoscimento ufficiale della Giornata contro l'omofobia.

http://www.gaynews.it/view.php?ID=31712

martedì 5 aprile 2005

Risultati dei voti di lista: crollo per Forza Italia, Uniti nell'Ulivo è la prima forza del Paese

Uniti nell'Ulivo, presente in solo 8 regioni, ha preso più voti degli azzurri in tutto il Paese. Lega e Udc tengono, cala An . Bene lo Sdi, Prc stabile. In Campania Margherita primo partito. Unione al 53%

L'Italia è cambiata

di MASSIMO GIANNINI

L'ITALIA azzurra non c'è più. Quella "Fantasyland" felice e spensierata del 2001, dove un "partito personale" dominava in 81 province su 100, s'è dissolta. Quell'appendice virtuale di Milano2, riprodotta su scala nazionale dalla Casa delle Libertà, esiste ormai solo nella mente del suo "inventore". Berlusconi ha perso anche queste elezioni regionali.

Si partiva da 8 a 6 per il centrodestra. Dopo questa chiamata alle urne per 41 milioni d'italiani, secondo le proiezioni provvisorie della notte, finirà 11 a 2 per il centrosinistra. Si frantuma la geografia politica immaginata dal premier. Prodi consolida la sua leadership, la lista unitaria prende corpo, i Ds diventano il primo partito in molte aree del Paese.

L'opposizione strappa agli avversari il Piemonte al Nord, il Lazio al Centro e la Puglia al Sud. È molto più che una sconfitta. È una disfatta. Nel Polo, che resta maggioranza in Parlamento ma non nel Paese, finisce la "dittatura del premier". Quello che comincia non si sa ancora. Sicuramente un "tutti contro tutti", se non addirittura un "rompete le righe".

Le elezioni regionali sono un test locale per definizione. Ma qui c'è qualcosa di più. Dopo il trionfo del 2001, il Polo ha perso le amministrative del 2002, le provinciali del 2003, le europee e le comunali del 2004, le suppletive del 2005, e ora anche le regionali. In questa sequenza non c'è solo un "segnale", estemporaneo e congiunturale.

C'è forse, soprattutto, un travaso di voti nel bacino (finora a compartimenti stagni) della rappresentanza bipolare. Lo dimostra l'affluenza alle urne, molto alta considerata anche la traumatica coincidenza del voto con la scomparsa di Giovanni Paolo II. E se è vero (come insegnano i sondaggisti) che non esiste un astensionismo di sinistra, ma solo una forte quota di elettori incerti o lontani dalla politica, questo vuol dire che tanta parte di questo elettorato "di mezzo", che in passato ha votato per il Polo, stavolta ha votato per l'Unione.

Il tracollo del centrodestra è grave. Riapre al suo interno una verifica che in realtà non si era mai chiusa. Ne compromette in modo strutturale la già precaria stabilità. Per almeno quattro ragioni fondamentali.

1) La caduta del Piemonte sancisce il fallimento di un progetto strategico. Il blocco sociale più dinamico, quello della borghesia produttiva, dei professionisti e dei "padroncini", aveva affidato le chiavi d'Italia al "suo imprenditore", convinto che gli avrebbe aperto le porte dell'Eldorado economico. La vittoria della Bresso segna la fine di quel sogno.

L'opposizione, conquistando la regione della Fiat e della media impresa, infila un cuneo decisivo nel "fronte del Nord", che Berlusconi aveva blindato insieme a Bossi. Per il Cavaliere e il Senatur sarà difficile governare un Paese complesso come l'Italia dalla "ridotta padana" del lombardo-veneto. Questo voto indebolisce anche quell'"asse del Nord", intorno al quale Berlusconi ha costruito i suoi successi e la sua provvista di seggi sicuri. Quasi sempre a spese degli altri due alleati, An e Udc, sempre poco visibili, sempre troppo acquiescenti.

2) La beffa del Lazio è ancora più cocente. E gravida di conseguenze. Qui entra in rotta il modello sociale rappresentato dall'anima più popolare e populista di An. L'autodafè di Storace è clamorosa. Probabilmente non basta a spiegarla il verminaio sudamericano esploso con la Mussolini: se anche si fosse raggiunto un accordo elettorale con la nipote del duce, la somma dei voti delle rispettive liste non sarebbe bastata a superare Marrazzo.

In ogni caso, "Epurator" ha costruito la sua immagine sull'alterità: da Berlusconi, ma anche da Fini. Ha sempre contestato al suo leader la colpa di aver trasformato An in una "corrente" sbiadita di Forza Italia. Su questa posizione, ha dietro di sé una bella fetta di partito.

È verosimile che ora chieda il conto al vicepremier, riversando su di lui la responsabilità di un'onta che non riguarda una persona, ma un partito e il suo posizionamento politico dentro la coalizione. Ed è altrettanto verosimile che Fini, privo di un suo vero delfino e assorbito com'è dalla Farnesina, abbia adesso una seria difficoltà a controllare An, fiaccata da un gregariato estenuante e lacerata com'è dalle correnti interne.

3) Il probabile successo di Vendola in Puglia è una pugnalata al cuore di un sedicente "moderatismo" che, evidentemente, Forza Italia e i centristi dell'Udc (i due partiti più forti al Sud) si sono illusi di rappresentare quasi "a prescindere". Dovrebbe aver vinto un rifondatore comunista e gay discreto ma dichiarato, che va a prendersi una delle regioni più "conservatrici" della Penisola.

Al di là dei problemi che questa eventuale vittoria creerà nel centrosinistra sul piano dei rapporti di forza con Bertinotti, qui c'è l'indizio della crisi profonda di un falso modello di sviluppo, che il Cavaliere ha creduto di spacciare a colpi di grandi opere scritte sulla lavagna invece che realizzate sul territorio. Fitto è stato da sempre una pupilla dei suoi occhi, aperta sul prezioso serbatoio di voti del Mezzogiorno. Ora quella pupilla si chiude, e quel serbatoio si prosciuga. A Sud, per il Polo, resta solo la Sicilia.

4) Al fondo di tutto, c'è una nuova e inedita interpretazione del cosiddetto "fattore B". Così come quella di quattro anni fa fu in larga misura una vittoria personale, questa del 2005 è per ragioni uguali e contrarie una debacle personale. Perde la maggioranza, ma perde soprattutto lui, Berlusconi, che ha fondato le sue fortune politico-imprenditoriali sul mito dell'invincibilità. Il Cavaliere viene investito da un'onda lunga e crescente di malcontento popolare. La sanzione inevitabile dopo una fase stupefacente e ininterrotta di malgoverno politico.

Berlusconi perde sulla politica. Paga tutti gli errori commessi in questa avventurosa legislatura. Non lo premia una rovinosa riforma costituzionale, approvata prima di Pasqua solo per onorare un patto con la Lega, ma vissuta dagli italiani come una mannaia che si abbatte sull'unità del Paese. Non lo premia la grancassa degli sconti fiscali, suonata ossessivamente per un anno, e poi maledetta dai contribuenti che si sono ritrovati una manciata di spiccioli nella busta paga di gennaio.

Il Cavaliere ha cercato più volte di sminuire la portata generale di queste elezioni. Ma negli ultimi dieci giorni si è presentato ben due volte nel salotto tv di Vespa, "terza Camera" un po' corriva di questa sguaiata Seconda Repubblica. Ha occupato per una mattinata intera i microfoni di Radio anch'io. E se il mondo non si fosse fermato per la morte del Papa, avrebbe concluso tra bandiere e paillettes la campagna elettorale di Storace. Non proprio la condotta di chi vuole restare "fuori dalla mischia". Semmai la percezione, drammaticamente tardiva, di un consenso che gli stava e gli sta gradualmente sfuggendo di mano.

Berlusconi perde anche sui numeri. Dopo il 2001 avevamo creduto alla metamorfosi di Forza Italia, trasformata in un vero partito di massa. Ci eravamo sbagliati. Il crollo dei consensi che si registra dai primi dati sui voti di lista dimostra che quello del premier è rimasto ciò che era: un partito di plastica. Per questo, ora, anche tra gli azzurri si profila qualche notte dei lunghi coltelli, che non potrà non avere ripercussioni sul governo.

Il Cavaliere aveva affermato che alla fine avrebbe contato non il numero di regioni che cambiavano segno, ma il numero di elettori che avrebbero votato per i due schieramenti. Il premier incassa una batosta anche su questo. Nelle regionali del 2000 il Polo ottenne 14 milioni 170 mila voti, contro i 12 milioni 453 mila del centrosinistra. Cinque anni dopo la maggioranza perde oltre 2 milioni di voti, che passano quasi interamente all'opposizione. La Cdl precipita dal 50,8% a poco più del 44%. L'Unione decolla dal 44,6% a oltre il 52%.

Dopo questo sisma elettorale, si entra in una "terra incognita". Un anno di livorosa resa dei conti a destra. Fini e Follini dovranno dimostrare, se ne hanno la forza e la voglia, che "un altro centrodestra è possibile". Ma sarà difficile che ci riescano. Il Cavaliere è un animale ferito, e ora anche braccato. Azzarderà colpi di coda pericolosi e imprevedibili.

Ci aspettano dodici mesi di campagna elettorale permanente. Tra due settimane i ballottaggi, poi il referendum sulla fecondazione, poi le politiche nella prossima primavera. Ma queste regionali confermano che il Grande Seduttore non incanta più. Chiedere che si dimetta, compiendo lo stesso gesto di "disarmo unilaterale" che compì D'Alema nel 2000, non sarebbe sbagliato. Sarebbe inutile. Non lo farà mai. È geneticamente inadatto ad assumere quel minimo senso di responsabilità che si addice a qualunque uomo di Stato.

In quasi quattro anni ha rinunciato a tradurre in un vero progetto politico una folgorante intuizione personale. Continuerà a governare l'Italia usando la vecchia legge di Truman: se non li puoi convincere, confondili. Ma dopo queste regionali, forse, gli italiani hanno scoperto il trucco.

(5 aprile 2005)

http://www.repubblica.it/2005/d/sezioni/politica/regio2005uno/gianninitalia/gianninitalia.html

La corsa del professore che trascina la sinistra

di CURZIO MALTESE

SE SI TRATTAVA di una prova generale, un referendum su Berlusconi e Prodi, allora il Professore ha stravinto e il Cavaliere ha straperso. Il vero risultato non è l'11 a 2 o il 10 a 3, è la frana di Forza Italia, la fine del berlusconismo, il ritrarsi dell'onda lunga che ha dominato un decennio di vita italiana.

La rovinosa sconfitta di Silvio Berlusconi è palpabile perfino dove il centrodestra ha vinto. Nelle roccheforti della Lombardia e del Veneto sono passati da un vantaggio di 30 e 20 punti di percentuale a 10 e 5. Liguria e Piemonte, dopo il Friuli, sono andate a sinistra. L'asse del Nord rovina e i tagli fiscali non hanno funzionato.

In parallelo, l'avanzata del centrosinistra e il trionfo personale di Romano Prodi sono clamorosi perfino nelle regioni già "rosse".

In Toscana e in Emilia dove l'Unione sfonda i record del vecchio Pci e fa guadagnare altri sei o sette punti ai governi regionali, riducendo la destra a riserva indiana. Con buona pace dell'azzeccagarbugli La Loggia ("Chi è al governo è sempre svantaggiato").

In cifre assolute, si tratta di un ribaltone come non se n'erano mai visti nella seconda repubblica. Nel '96 l'Ulivo vinse soltanto grazie alla Lega. Oggi per la prima volta il centrosinistra è reale maggioranza nel Paese. Un miracolo alla rovescia del berlusconismo.

Bisogna riscrivere la storia, assegnare le nuove parti.
Berlusconi era la chiave di tutte le vittorie della destra, il leader anzi il padrone incontrastato, l'Unto dal Signore. Prodi? Uno "bollito", con troppe pretese, contestato nel suo stesso schieramento, ostaggio dei partiti. Da oggi i ruoli si capovolgono. Berlusconi è il perdente, processato dagli alleati, costretto a scendere a patti con l'ultimo vassallo se vuole conservare la poltrona. Prodi è il leader vincente, il grande federatore, quello che ha avuto le intuizioni giuste e ora può chiedere e ottenere di tutto.

Lo spettacolo offerto nelle prime ore dai due poli era chiarissimo, nel grande solco del rapido trasformismo nazionale. A difendere Berlusconi dalla rivolta nella maggioranza è rimasto soltanto un pugno di pretoriani, i vari Schifani, Bondi, Cicchitto, più l'inevitabile Bruno Vespa, al quale giustamente la dirigenza Rai in scadenza vuole prolungare il contratto fino al 2010 per i servigi resi.

Ma contro il premier nel centrodestra è già cominciato il tiro al bersaglio dentro la maggioranza, con il responsabile di An, Nania, che parla di "sconfitta da attribuire a Forza Italia" e l'unico vincente della tornata, Roberto Formigoni, che commenta. "Qualcosa si è rotto nel rapporto fra governo e cittadini". Un'implicita candidatura alla successione. Ora nulla è più feroce in Italia di una rivolta di ex cortigiani.

Berlusconi, che ha pescato a piene mani fra gli ex funzionari comunisti, dovrebbe saperlo. Altrimenti lo scoprirà nei prossimi mesi.

D'altra parte, nessuno è più entusiasta di un convertito.
Così nell'opposizione oggi tutti corrono in soccorso del vincitore Prodi, pronti a offrire primarie anche domani stesso, ora che non ne ha più bisogno.

Ansiosi di sottolineare l'importanza della lista unitaria che soltanto l'altra mattina era ancora un contenitore elettorale d'occasione. Basta aspettare qualche giorno e s'invocherà il partito unico, formula già respinta da tutti i congressi.

Nell'anno elettorale che ha davanti, Prodi deve guardarsi soprattutto da loro, dal trionfalismo facile dei suoi ex critici. E dal conservatorismo più o meno riformista di una sinistra che ha sempre troppa paura di rischiare. In compenso, Berlusconi ha un compito molto più difficile: guardarsi da sé stesso. Non gli è mai riuscito. Nella consapevolezza che gli italiani non credono più all'immagine riflessa in mille televisioni.

(5 aprile 2005)

http://www.repubblica.it/2005/d/sezioni/politica/regio2005uno/curziocorsa/curziocorsa.html

Puglia, la vittoria più bella, l'Italia entra finalmente in Europa

Per la prima volta un omosessuale sullo scranno della presidenza regionale.
di Franco Grillini

Quella della Puglia è la vittoria più bella per chi come noi ha sempre pensato che un omosessuale posso ricoprire qualsiasi incarico a qualsiasi livello dello Stato. Negli ultimi giorni il centrodestra aveva giocato la carta della volgarità e dell’insulto sulla vita privata di Vendola, dimostrando ancora una volta l’incapacità di capire la modernità e, soprattutto, il cambiamento nella cultura e nel costume.

Dopo la vittoria di Vendola non si potrà mai più dire che un omosessuale non può rappresentare le istituzioni in quanto istituzioni di tutti. Proprio la grande manifestazione del gay pride di 3 anni fa a Bari aveva già mostrato che la maggioranza della popolazione condivide gli ideali di libertà e giustizia assieme alla cultura dei diritti civili espressa dal movimento omosessuale.

Come esponenti del movimento glbt siamo grati a Vendola per la sua battaglia e la sua perseveranza. Oggi possiamo dire che anche in Italia abbiamo un Delanoe (il sindaco omosessuale di Parigi) o un Wowereit (il sindaco gay di Berlino) entrambi eletti a grande maggioranza dal voto popolare.

L’elezione popolare di Vendola in Puglia riveste un carattere particolare perché dimostra come lo stereotipo del machismo e del maschilismo meridionale sta venendo meno di fronte all’avanzare di una nuova classe dirigente aperta e capace di interpretare il cambiamento. Anche per questo dobbiamo dire grazie a Nichi Vendola e agli elettori pugliesi che si sono recati in massa alle urne per votare un rinnovamento radicale che non mancherà di avere effetti forti e duraturi sulla cultura di tutto il paese.

http://www.gaynews.it/view.php?ID=31633

Regionali 2005. Il trionfo dell'Unione: 11 Regioni a 2

Il centrosinistra cresce sia come amministrazioni sia come voti. Fini: «Un segnale chiaro e inequivocabile. Governo indebolito»

Ai primi exit poll tutti sono rimasti prudenti. La memoria di dichiarazioni fatte su dati poi smentiti non permetteva valutazioni nette. Prodi, nei suoi uffici, ha visto affissi cartelli eloquenti: «Dichiarazioni prudenti, grazie». E ha sorriso. Un sorriso che già pregustava quello liberatorio e sereno di qualche ora dopo quando ha potuto affermare «E' stata una vittoria larg. Gli italiani ci chiedono di prepararci a governare». Per la Cdl è stato un tracollo, apparso fin dai primi dati: 11 a 2, dicevano gli exit poll. Ma le «forbici» in tre Regioni (Piemonte, Lazio e Puglia) erano vicine. L'unione non poteva ancora cantar vittoria, il Polo non doveva ancora stracciarsi le vesti, perché aveva messo in preventivo di non vincere altrove e di non confermarsi in Calabria, Abruzzo e Liguria, regioni amministrate dal centrodestra e quasi subito ( soprattutto le prime due) sfuggite. Poi sono arrivate le proiezioni, ovvero le percentuali tratte dai primi voti reali. Lo schema si ripeteva e non dava illusioni di rimonte nette al centrodestra. I leader non si facavano vedere, qualcuno stava sul vago e per la maggioranza il solo Tabacci parlava già chiaramente di sconfitta e di colpe interne: dalle riforme fatte per il cosidetto asse del Nord ai problemi di guida della coalizione. Alla fine era chiaro: per la maggioranzza è stato un tracollo. L'unico a mostrarsi soddisfatto, nella Cdl, era Calderoli, per aver guadagnato qualche punto percentuale per le liste della Lega nord. Una soddisfazione qasi surreale se appena si alzava lo sguardo alla cartina d'Italia: 11 Regioni a 2 per l'Unione che ottiene la conferma di tutti e cinque i presidenti e ne strappa ben 6 al centrodestra. La Cdl salva per sè soltanto Lombardia e Veneto.

LAZIO E PIEMONTE - Bruciano soprattutto le sconfitte in Lazio e Piemonte, regioni cruciali, dove i governatori uscenti Francesco Storace e Enzo Ghigo devono cedere lo scettro rispettivamente a Piero Marrazzo e Mercedes Bresso. Storace è stato tra i primi ad ammettere la debàcle chiamando di persona Marrazzo e aggiungendo a mo' di commento finale: «E' stata un'ecatombe in tutta Italia». L'unica casella rimasta in bilico fino a notte fonda è stata la Puglia dove la lotta tra Fitto (Cdl) e Vendola (Unione) è stata incertissima e giocata all'ulitmo voto.

L'UNIONE ESULTA - Diventa comprensibile, dopo la prudenza iniziale, l'esultanza del centrosinistra. Come prima Romano Prodi, anche Piero Fassino, quantificando il tracollo della Casa delle libertà, osserva: «Il risultato delle regionali è un terremoto che ha colpito il centrodestra, un ribaltamento totale dei rapporti di forza sul piano nazionale. Il centrosinistra, - anticipa Fassino- gadagna non soltanto in amministrazioni governate, ma anche nel golbale dei voti espressi». Esplicita l'ala radicale della coalizione che con Oliviero Diliberto e Antonio Di Pietro chiede apertamente che Berlusconi prenda atto che non ha più la maggiranza nel Paese e si dimetta e si vada ad elezioni anticipate.

IL SILENZIO DEL PREMIER - Berlusconi non interviene. Il suo silenzio sul voto dura tutto il giorno. Tocca al vicepremier Gianfranco Fini presentarsi a Porta a porta, da Bruno Vespa: «Il voto ci fa capire che gli italiani, in questo momento, hanno una preferenza per il centrosinistra. E' un segnale chiaro e inequivocabile da parte degli elettori, è un campanello d'allarme. E il governo è senza dubbio indebolito. E' un dovere, per An e tutto il centrodestra, assumersi le proprie responsabilità con elettori e con italiani». Dopo la triste parentesi della morte del Papa, la politica torna a Porta a porta dove era rimasta all'utima, discussa, apparizione di Berlusconi, nella giornata che lo aveva visto protagonista anche della diretta dalla Fiera di Milano. Stasera, a recitare il meaculpa, c'è Fini. Il silenzio del premier peserà. E il voto, è inevitabile, aprirà una serie di «discussioni» interne. Oppure, per usare le parole del vicepremier Follini: «La difficoltà della Cdl esiste tutta: per risalire la china occorrerà riflettere e magari non solo riflettere...».

IL BILANCIO GLOBALE: 16 A 4 - Dopo il voto di oggi, il centrodestra governa in 4 Regioni: Lombardia, Veneto, Molise e Sicilia (le ultime due torneranno alle urne nel 2006). Il centrosinistra governa ora in 16 Regioni: Piemonte, Valle d'Aosta, Liguria, Trentino Alto-Adige, Friuli Venezia-Giulia, Emilia-Romagna, Toscana, Umbria, Marche, Abruzzo, Lazio, Campania, Puglia, Basilicata, Calabria e Sardegna.

http://www.corriere.it/Speciali/Politica/2005/regionali/articoli/index2.shtml

sabato 2 aprile 2005

Addio Giovanni Paolo II

Il Papa sta morendo in Vaticano ed un commento si impone: certamente un grande rispetto per chi si sta spegnendo, ma anche per chi a causa sua ha sofferto. L'editoriale del nostro direttore.


Bisogna portare a chi, dopo una lunga sofferenza, sta morendo.

In qualche modo questo grande evento collettivo, mondiale, di profondo cordoglio per la sua morte, tocca tutti noi, gay e lesbiche, cattolici, di altre confessioni od atei.

Ma questa morte, il rispetto che di fronte a questa è dovuto e anche una certa reverenza per una persona che ha segnato profondamente la storia dell'umanità dell'ultimo quarto di secolo, non può farci tacere rispetto al ruolo che il suo pontificato ha avuto nella vita concreta delle lesbiche, dei gay, dei bisessuali e delle persone transessuali del pianeta.

Non riesco neppure oggi, neppure di fronte alla morte, dimenticare chi è questo signore polacco che si sta spegnendo nelle stanze del Vaticano. E il fatto di essere bombardato, io come tutti voi, da telegiornali e giornali che non riescono minimamente a parlare d'altro e che lanciano continue e patinatissime agiografie su di lui, mi impedisce ancor di più di tacere.

Questo Papa lo ricordo certamente come un grande artefice della pace mondiale, un grande mediatore, una persona spesso al fianco dei più poveri e un po' meno a fianco dei potenti (Pinochet a parte), uno che ha sfidato l'Unione Sovietica e quello che quell'impero rappresentava e che nella distruzione di quella dittatura ha avuto un ruolo non secondario, uno che ha abbracciato tante persone sieropositive, anche se con quell'atteggiamento pietistico e compassionevole che non è facile, da laici, condividere.

Ma non posso non ricordarlo come il papa più omofobo di tutti i tempi, quello che ha sbattuto la porta in faccia nell'anno del Giubileo al 5% della popolazione mondiale, unica categoria non accolta quell'anno e la cui manifestazione è stata apertamente osteggiata, quello che ha dato il via ad una caccia alle streghe senza fine nella Chiesa mondiale ai preti ed alle suore omosessuali, quello che ha occultato lo scandalo della pedofilia nella Chiesa statunitense, quello che ha condotto una battaglia senza tregua contro qualsiasi riconoscimento delle coppie dello stesso sesso, quello che ha messo il veto alla risoluzione dell'ONU contro la penalizzazione dell'omosessualità anche con la pena di morte in molti paesi del mondo, quello che si è circondato di alcuni personaggi (come quel Ratzinger che oggi La Repubblica dice potrebbe pure diventare papa) che semplicemente ci vedrebbero di nuovo bruciati sul rogo, come facevano un tempo proprio nelle terre in cui abito, quello che ha lasciato che l'AIDS fosse intesa come giusta punzione divina contro le aberrazioni sessuali degli uomini gay, quello che in nome del rispetto della vita (ovviamente vita di quelli che hanno ancora da nascere, non di quelli che vivono) ha impedito l'utilizzo del preservativo in molti paesi poveri del mondo, aiutando così che l'epidemia si espandesse a larghissime parti della popolazione.

Come giustamente commenta stamani John Gallagher su Planetout.com, grazie a lui, l'omosessualità è entrata nella top ten dei mali della modernità da combattere. Questo posizionamento era dovuto alle sue esperienze. Come giovane, ha visto l'occupazione nazista della Polonia. Come vescovo e poi come cardinale, ha resistito alla repressione di un regime comunista. Una volta che il comunismo è caduto, qualcos'altro ha dovuto prendere il posto nei mali da combattere. E noi, con le nostre rivendicazioni, con la nostra chiamata di dignità e diritti, eravamo lì, pronti, a colmare quel vuoto.

Non riconoscergli questo ruolo, anche in questo momento in cui merita profondo rispetto per la morte che lo sta raggiungendo, non sarebbe giusto per le tante ed i tanti che hanno sofferto e stanno soffrendo a causa sua.


Alessio De Giorgi, Direttore di www.gay.it

http://it.gay.com/view.php?ID=19976

venerdì 1 aprile 2005

Il Tg3: per giustificare il comizio di Berlusconi, ci hanno vietato di parlare del Papa

di red

Nessuno tolga audience al premier. La denuncia che arriva dal comitato di redazione del Tg3 è gravissima. I vertici della Rai avrebbero vietato al telegiornale della terza rete di aggiornare i telespettatori sulle condizioni di salute del Papa per «coprire la scelta di mandare in onda su Raiuno la trasmissione registrata di Vespa con Berlusconi».
«Siamo indignati e sgomenti per quanto è accaduto ieri sera quando sono arrivate le prime notizie sull' aggravarsi delle condizioni di salute del papa». Così una nota del Cdr ricostruisce la vicenda: «Il Tg3 stava andando in onda con Primo Piano, raccontando quanto stava avvenendo, quando i vertici aziendali hanno chiamato il direttore del Tg3 Di Bella, chiedendogli di togliere la scritta che stava andando in sovrimpressione: «Il Papa è grave». Gli stessi vertici hanno imposto di chiudere la diretta per lasciare il posto a un programma di rete per giunta in replica . Mentre tutte le Tv del mondo - sottolinea la nota - stavano aprendo i loro notiziari con la notizia proveniente dal Vaticano, il Tg3 ha dovuto chiudere per coprire la scelta di mandare in onda su Rai1 la trasmissione registrata di Vespa con Berlusconi. È una vergogna per la Rai e per la nostra professione di giornalisti. Per questo dissentiamo profondamente da quanto avvenuto e chiediamo conto delle responsabilità del vertice aziendale».
«Illazioni prive di fondamento». Così replica la Rai alla polemica scatenata dal Cdr, definita dall'azienda un tentativo «di sollevare una polemica su quella che è una prassi abituale in certe particolari occasioni, adottata per garantire nel breve un'informazione straordinaria su tutte e tre le reti».«Si tratta - spiega una nota della Rai - di una sorta di staffetta tra i tre TG resa necessaria, nell'immediatezza dell'evento, dall'impossibilità di garantire a tutti i necessari collegamenti e l'utilizzo delle linee di trasmissione».
A schierarsi dalla parte del Cdr del Tg3 è Carlo Rognoni, responsabile Informazione della segreteria nazionale Ds: «Solo una logica ragionieristica, burocratica e miope può spiegare la decisione della Rai di sospendere la trasmissione 'Primo Piano'. Secondo l'esponente della Quercia, l'intervento della direzione Rai «è talmente assurdo da far pensare il peggio e cioè che i dirigenti fossero più preoccupati degli indici d'ascolto di 'Porta a porta' e dunque del premier Berlusconi piuttosto che delle notizie che arrivavano dal Vaticano».

www.unita.it/index.asp?SEZIONE_COD=HP&TOPIC_TIPO=&TOPIC_ID=41807

Le ultime ore di Giovanni Paolo II, la fine di un'epoca

Il rispetto per il lento spegnersi di una vita non ci faccia dimenticare ciò che ha rappresentato questo Papa
di Aurelio Mancuso

In queste ore il mondo guarda a San Pietro con grande apprensione e rispetto. Il tramonto di un indiscusso protagonista della scena mondiale degli ultimi 25 anni, pone interrogativi forti. Il giusto silenzio davanti alla sofferenza e al rapido fuggire della vita, non può cancellare che questo Papa è stato un fiero avversario di ogni qualsiasi apertura della Chiesa verso le questioni che attengono la morale sessuale, l’autonomia dei corpi, le aspirazioni sentimentali di milioni di gay e lesbiche.

Con il rigore asciutto, in sintonia con il generale cordoglio per la fine di un pontificato così storicamente importante, delle parole che vanno pronunciate con attenzione ed equilibrio, come movimento lgbt italiano non vogliamo, ne dobbiamo, rinunciare ad evidenziare che Giovanni Paolo II è stato il campione di una normalizzazione curiale che ha consumato la propria rivincita sulle pur timide aperture del Concilio Vaticano II. Il Papa polacco ha riportato indietro le lancette della storia e immerso la struttura ecclesiale in una sorta di moderno medioevo, giocato con abilità sulla scena mondiale e sui mass media, conciliando indiscutibili importanti prese di posizioni sui temi della pace e della risoluzione dei conflitti, con altrettanto fermi moniti contro le libertà individuali, e i diritti civili.

Stiamo per essere sommersi da una campagna stampa, che accrediterà esclusivamente i meriti di questo importante uomo del nostro tempo; sarà quasi impossibile ascoltare voci dissidenti, che ricordino le poche cose qui descritte (e tante altre potrebbero essere ricordate…); come dirigenti e militanti del movimento lgbt italiano, manteniamo salda la nostra testimonianza di un popolo, che non può e non deve sottacere quanto, a causa anche di questo Papa, si è protratto e accresciuto dentro la Chiesa un atteggiamento discriminatorio verso le persone omosessuali.

http://www.gaynews.it/view.php?ID=31590

giovedì 31 marzo 2005

La verità

di Antonio Padellaro

Ieri pomeriggio ci ha chiamato Fabio Sabbatani Schiuma, esponente romano di An molto vicino a Storace e ha preso le difese di Radio Cuore Tricolore, l'emittente che da venerdì scorso non ha smesso di insultare e minacciare l'Unità. È stato, malgrado tutto, un colloquio civile che Schiuma ha concluso con queste parole: «Siamo anche pronti a formulare le scuse in diretta al direttore dell'Unità purché questa volta dica tutta la verità». Apprezziamo le scuse mentre sulla richiesta di dire la verità, tutta la verità, eccoci pronti. La verità è che sulla falsa notizia del padre di Storace picchiatore fascista è stata imbastita, ad arte, una speculazione elettorale mai vista. La verità è che attorno a un errore, immediatamente riconosciuto, l'informazione unica dei tg Rai-Mediaset, ora dopo ora, edizione dopo edizione, ha lavorato come una schiacciasassi sulla realtà dei fatti al fine di togliere ogni credibilità a questo giornale e per costringere alle dimissioni il suo direttore. La verità è che non hanno ottenuto né l'una né l'altra cosa poiché, sembrerà strano, ma noi ci sentiamo più forti di tutti loro messi insieme. La verità è che Storace non ha voluto sporgere querela contro l'Unità ma che il ministro di An Gasparri ha chiesto che l'Ordine dei giornalisti aprisse immediatamente un procedimento disciplinare contro il direttore di questo giornale e la collega autrice dell'intervista contestata. La verità è che l'Ordine lo ha immediatamente fatto. La verità è che non si ricordano riunioni così straordinarie e decisioni così immediate da parte di un ordine professionale che dovrebbe tutelare i giornalisti e non i ministri. La verità è che la notizia del procedimento è stata prontamente rilanciata dai tg unificati nella striscia delle news, seconda soltanto alla catastrofe dello Tsunami e alla salute del Papa. La verità è che su Radio Cuore Tricolore, emittente elettorale di Storace, qualcuno ci ha definiti topi di fogna e qualcun altro ha minacciato di farcela pagare. La verità è che abbiamo chiesto alla Questura di Roma di vigilare sulla nostra incolumità messa a repentaglio dal clima di linciaggio creato intorno a l'Unità. La verità è che nessun tg unificato ha ritenuto di fare il benché minimo cenno a quanto trasmesso dalla radio di Storace e da noi denunciato. La verità è che non si ha notizia di un procedimento aperto dall'Ordine dei giornalisti nei confronti dei giornalisti responsabili del filo diretto di Radio Cuore Tricolore. La verità è che siamo stanchi di questo regime di ometti prepotenti. E siamo stanchi dei loro servi e dei loro manutengoli. La verità è che non ne possiamo più di questa continua, indecente, immorale strage di verità.

Tratto da l'Unità del 31/03/2005

mercoledì 30 marzo 2005

Referendum, "Si per nascere, guarire, scegliere"

Un si su sfondo verde con un cuore al posto del puntino.
Questo il logo scelto dal comitato contro la legge sulla procreazione assistita per la prossima campagna referendaria.
"Si per nascere, guarire, scegliere" è lo slogan.
Il sito del comitato, per ora è consultabile solo la homepage, http://www.comitatoreferendum.it

giovedì 24 marzo 2005

Le garanzie cancellate

di ANDREA MANZELLA

Non c'è stata dunque tregua nella corsa per sradicare la nostra Costituzione dai suoi principi originari. L'estrema difesa sembra ormai affidata al referendum impeditivo. Tutte le previsioni dicono che in quel referendum prevarrà la grande maggioranza moderata degli italiani: di centro, di sinistra e anche di destra. E che sarà battuto l'estremismo di chi predica e pratica ogni giorno, da quattro anni, un bipolarismo feroce: nelle leggi, nelle nomine, nell'informazione, nella immagine esterna del Paese. Il clima di divisione nazionale, appunto, cristallizzato nel disegno governativo.

Maestri giuristi ci spiegano anche che questo progetto comunque non funzionerà. I maldestri meccanici che vi hanno lavorato hanno avvitato bulloni a casaccio. Ne è uscito fuori un macchinario che sembra privo di logica motrice. Ma il punto non è in tutto questo.

Il punto, che peserà come una zavorra nella storia della Repubblica, è che con questo progetto si è rotto il bene più prezioso che ci univa dal 1946: la pace costituzionale degli italiani. È un bene che aveva resistito allo scontro tra laici e cattolici, tra liberali e comunisti e persino alla guerra civile fredda che per trent'anni, dal 1946 al 1976, aveva opposto pro-atlantici a pro-sovietici. Ora si è dimostrato che è sufficiente un calcolo elettorale a breve, una baratteria di coalizione, la voglia di agitare un successo parlamentare, sia pure di corta durata, per potere spezzare senza scrupoli quel segno storico della nostra unità.

E, allora, non basterà vincere un referendum. Esso non potrà essere una misura di conservazione. Dovrà essere piuttosto la riscoperta e la rifondazione dei principi e degli equilibri della Costituzione. Una battaglia, in questo senso costituente, per una ricostruzione della specifica identità istituzionale italiana nel grande movimento costituzionale europeo.

La riconquista della pace costituzionale significherà innanzitutto la ricomposizione delle garanzie violate. Dopo le rotture, ci sarà da ristabilire le garanzie per i tre grandi principi di base: l'equilibrio democratico tra maggioranze e minoranze; l'equilibrio parlamentare tra poteri e contropoteri del governo; l'equilibrio nazionale tra unità e pluralismo territoriale.
Risultano, infatti, fiaccate, in primo luogo, le garanzie democratiche. La stessa contestata procedura seguita in modo convulso per cambiare 53 articoli della Costituzione, con fortissima limitazione dei diritti dell'opposizione, dimostra, per sé sola, che in questo Paese il governo ormai può tutto. E può di più quando, come nel caso della revisione costituzionale, sono tecnicamente fuori gioco sia il Presidente della Repubblica sia, forse, la Corte costituzionale.

Manomettere, come fa il progetto, queste garanzie si traduce immediatamente in un attacco alla zona dei diritti fondamentali. Si è così costruita una passerella di aggressione che va dalla parte organizzativa della Costituzione alla parte, apparentemente illesa, dei diritti dei cittadini. La prima tradizionale tutela dei diritti è affidata alla ordinaria legge parlamentare. Ma questa ora non è più una difesa.

Questo degrado di sicurezza costituzionale avviene contemporaneamente al rigetto di tutte le proposte dell'opposizione che cercavano di adeguare le garanzie della Costituzione al nuovo sistema elettorale maggioritario. Erano proposte che non ponevano minimamente a rischio la stabilità dei governi e le condizioni di governabilità. Il loro rifiuto è reso più cupo dal pesante contorno di leggi che minano le pre-condizioni della democrazia: stabilizzando il monopolio governativo dell'informazione televisiva, legittimando il conflitto di interessi, insidiando l'indipendenza della magistratura.

Sono in giuoco, poi, le garanzie per il regime parlamentare. C'è già ora il disprezzo di un primo ministro che rifiuta di andare in parlamento non solo per rispondere ad un cortese question time di importazione, ma perfino sull'indecifrabile destino di tremila soldati italiani, trascinati in un teatro di guerra. Il progetto consolida e legittima questa retrocessione del parlamento.

Una sovranità elettorale assoluta cancella ogni autonomia delle Assemblee rappresentative. Il rapporto a due parlamento-governo che è la vita stessa del principio parlamentare è bruciato fin dal giorno delle elezioni. La legge elettorale, si dice, deve "favorire la formazione di una maggioranza collegata al candidato alla carica di primo ministro". Con voti bloccati, questioni di fiducia, minaccia di scioglimento la stessa maggioranza parlamentare non ha alcuna possibilità di confronto e men che meno di controllo sull'operato del governo.

Quanto all'opposizione, i suoi voti sono considerati costituzionalmente appestati e non le si concede neppure il rimedio tipico delle democrazie maggioritarie: il ricorso preventivo al tribunale costituzionale almeno nei casi di sospetti abusi nel procedimento legislativo.

Nessun temperamento dunque all'attuale situazione di prevaricazione governativa. Vi è semmai il suo aggravarsi: con uno squilibrio ancor più forte a favore di una figura di primo ministro che assorbe in sé praticamente anche la rappresentanza parlamentare, cancellandone la differente identità.

È compromessa, infine, la garanzia dell'unità territoriale della Repubblica. Compromessa dall'inserimento della clausola di "esclusività" nelle competenze legislative delle regioni. Una "esclusività" che non tocca solo i grandi sistemi unitari nazionali - la scuola, la sanità - ma si estende indefinitamente anche "ad ogni altra materia non espressamente riservata alla legislazione dello Stato". Ora, questa "esclusività" - che è il punto di inconciliabile frattura tra il regionalismo di tutti (e non solo del centro-sinistra) e quello della Lega - è una aberrazione sia per l'ordinamento italiano sia per l'ordinamento europeo. Nell'uno e nell'altro è in contrasto, infatti, con il fondamentale principio di sussidiarietà. Un principio - imperniato sulle intese fra i differenti livelli di governo - che rende mobili e flessibili le competenze.

La competenza esclusiva, se ha un senso, creerà invece un sistema di rigide gabbie legislative nel territorio della Repubblica, di compartimenti impermeabili a principi comuni, di vere e proprie dighe alla stessa legislazione comunitaria e prevedibili ostacoli alla circolazione delle imprese e dei servizi. D'altronde la logica della frammentazione e del separatismo lascia le sue impronte digitali. Là dove consente che per cinque anni tutte le tentazioni alla diaspora del localismo italiano trovino sfogo. Sia attraverso una sospensione delle garanzie attuali della Costituzione. Sia stabilendo che ai referendum di amputazione territoriale partecipino solo "i cittadini residenti nei comuni o nelle province di cui si propone il distacco dalla regione"...

Per tutte queste ragioni il referendum non potrà esaurisi in un semplice "no". Con esso si devono ridefinire le condizioni e i principi repubblicani per un coabitare mite in Costituzione.

Nel 1946 quando cominciò la Costituente, il fascismo era definitivamente morto. Eppure si creò una Costituzione antifascista: per cercare di evitare, sbagliando magari qualcosa in senso opposto, gli eccessi di potere di quel regime trascorso. Forse è troppo pretendere che si ponga ora mano a regole costituzionali che mettano fine all'attuale esorbitante accumulo di poteri pubblici e privati proprio del berlusconismo. Ma è certamente impossibile accettare, dopo questa esperienza, meccanismi che concedano al berlusconismo (non ancora morto) o a qualunque altro estremismo populista, una patente costituzionale per prevaricare di più. Ogni politica costituzionale deve partire dall'esistente e non dalle teorie. E l'esistente è questo. Non c'è Westminster né la Bbc.

Ecco perché, alla fine, questo referendum avrà logicamente una forte influenza sulle elezioni politiche del 2006. Quale che sarà la data del suo svolgimento, esso consentirà ai cittadini di valutare l'intera posta in giuoco e di riappropriarsi di valori costituzionali che si sono fatti lontani. E che, come ogni cosa lontana, rischiano di essere perduti per sempre.

(24 marzo 2005)

http://www.repubblica.it/2005/c/sezioni/politica/rifoist2/manzellaedit/manzellaedit.html

La Patria perduta

Nuova Carta, in pericolo l’unità italiana
di Ernesto Galli della Loggia

È impossibile nascondersi la gravità di quanto è accaduto ieri al Senato. Dopo la Camera, infatti, l’assemblea di Palazzo Madama ha approvato definitivamente in prima lettura una riforma della Costituzione italiana che distrugge alcuni aspetti caratterizzanti dell’organizzazione dello Stato repubblicano e modifica in profondità il funzionamento dei massimi organi del suo potere politico nonché lo schema dei loro rapporti. Il panorama delle rovine è presto descritto. Viene estesa a dismisura, anche a campi delicatissimi come quello dell’istruzione e della sicurezza pubblica, la capacità legiferatrice delle Regioni: lo Stato centrale mantiene sì formalmente l’esercizio di un potere d’interdizione, ma in misura attenuata e così ambigua che l’unico risultato prevedibile è una crescita esponenziale del contenzioso Stato- Regioni, già oggi ben oltre il limite di guardia. Nell’ambito del potere centrale, poi, la fine dell’attuale bicameralismo perfetto serve ad installare un Senato di nuovo tipo — presentato come «federale» ma in realtà non eletto in rappresentanza delle Regioni in quanto tali, e con competenze ridotte rispetto ad una vera camera politica —e una Camera dei deputati sovrastata da un primo ministro eletto dal popolo ma che, in barba ad ogni logica costituzionale, potrà a certe condizioni essere sfiduciato dalla stessa ed avrà, insieme, il potere di scioglierla quando gli piacerà. Ciò che in conclusione la riforma costituzionale realizza—per giunta non subito ma, tanto per accrescere la confusione, in varie tappe scaglionate nel tempo — sarà un incrocio contraddittorio e micidiale di accentramento e decentramento, all’insegna dell’istituzionalizzazione della paralisi e dell’apoteosi del ricatto. Del resto è solo per il ricatto continuo e minaccioso della Lega che l’onorevole Berlusconi e la destra hanno dato il via a un progetto simile. È esclusivamente, cioè, per il proprio immediato tornaconto politico che il presidente del Consiglio e altre forze della sua maggioranza, che al pari di lui non hanno mai manifestato alcun interesse per il federalismo, e anzi sono ideologicamente ai suoi antipodi come Alleanza nazionale, lo hanno improvvisamente abbracciato, accettando così cinicamente di mettere mano al disfacimento del Paese. Perché di questo si tratta: la riforma della Costituzione voluta dal governo e dalla sua maggioranza costituisce forse il più grave pericolo che l’unità italiana si trova a correre dopo quello terribile corso sessant’anni orsono nel periodo seguito all’armistizio dell’8 settembre. Mentre in misura altrettanto forte sono in pericolo la funzionalità e l’efficienza della direzione politica dello Stato da un lato, e dall’altro alcuni valori di fondo della nostra convivenza, non più garantiti da una tutela pubblica affidabile. Di fronte a questa prospettiva inquietante, non ci sembra che abbia molto senso unire la nostra voce al coro di quelli che, sia pure con qualche ragione, mettono sotto accusa le responsabilità anche della sinistra per aver aperto la porta al disastro attuale approvando, con una ristrettissima maggioranza, le modifiche del Titolo V della Costituzione nella scorsa legislatura. Anche nelle responsabilità c’è una gerarchia, e oggi quello che appare in modo indiscutibile è il primo posto guadagnato dalla destra e dal suo capo nella corsa a fare il male del Paese. Per realizzare il misfatto hanno bisogno però del consenso dei cittadini nel referendum confermativo da qui ad un anno o quando sarà: vedremo allora se gli italiani sono davvero stanchi di avere una Costituzione e una patria.
24 marzo 2005

http://www.corriere.it/Primo_Piano/Editoriali/2005/03_Marzo/24/patria.shtml

lunedì 21 marzo 2005

Riforme....

Hanno riformato anche la lingua italiana. «Le funzioni del Presidente della Repubblica in ogni caso che egli non possa adempierle, sono esercitate dal Presidente del Senato federale della Repubblica».
Testuale dall'Art. 25 della nuova Costituzione redatta dal governo Berlusconi-Bossi-Fini-Follini

domenica 20 marzo 2005

Unità di misura

di Furio Colombo

Una piccola storia vera che forse può servire a far luce su certi vicoli della politica berlusconiana. Ricordate Donald Trump, il leggendario miliardario americano? Un tempo non era così ricco. Possedeva solo un po’ di appartamenti a New York. Erano il lascito di suo padre, tutti affittati. Ma Trump voleva valorizzare in fretta le sue proprietà, non aveva tempo per le noiose procedure di sfratto. Come fare? Semplice. Assumeva bande di giovani teppisti che cominciavano a prendere di mira una famiglia, una coppia, un anziano solo. Sporcavano e imbrattavano davanti alla porta, urlavano insulti ogni volta che la persona presa di mira entrava o usciva, gli rovesciavano la borsa della spesa, rompevano bottiglie contro la sua porta, sempre con grande baccano, magari anche di notte. Veniva il momento in cui il perseguitato decideva di andarsene. Infatti gli altri inquilini attribuivano a lui, non alla gang, tutto quel disordine. In questo modo nel giro di pochi mesi ben organizzati, Trump è riuscito a liberarsi degli inquilini che riducevano, con la loro presenza, il valore dei suoi appartamenti. È una storia rimasta celebre a New York. Tanto che ha impedito al miliardario di lanciarsi in una avventura politica: sindaco di New York o presidente degli Stati Uniti.

Ma ci sono dei dettagli interessanti che Donald Trump racconta nella sua biografia. In ogni edificio da conquistare, con i metodi rozzi ma efficaci che abbiamo descritto, Trump sceglieva una famiglia modello. Ad essa non accadeva nulla, a patto che si prestasse a rendere vana e poco credibile la denuncia dei vicini. Ogni volta i membri di quella famiglia erano pronti a testimoniare in cambio di sicurezza e affitto condonato: «Qui? Non è accaduto nulla. Siamo liberi di difendere i nostri diritti di inquilini e il proprietario ci rispetta». In ogni edificio, alla fine, anche la famiglia modello veniva sfrattata.

Bisogna ammettere però che è una bella lezione sul modo di esercitare il potere politico ai nostri giorni. Anche in Italia. Primo, identificare l’avversario che non sta al gioco. Secondo, farne l’oggetto di tutto il peso della tua aggressività, non importa come. Terzo, fare in modo che gli altri percepiscano lui (o lei) come il portatore del disordine. Si starebbe così bene in un caseggiato armonioso, niente scontri e niente grida nell’androne, senza di lui.

Quarto, insieme a tutti coloro che si associano per amore di pace, liberarsene. Quinto, dedicarsi agli altri che restano da espellere, uno alla volta, sempre con lo stesso metodo.

Giornali e giornalisti disponibili per questo gioco si trovano. È una questione di mercato. Come per l’appartamento modello di Trump, a proteggere la loro reputazione provvede il sistema di potere.

Questo sistema di potere garantisce: a) la presenza in tv con tutta la sua credibilità e i suoi onori. b) La contiguità con i “grandi” della tv stessa. Chi sta loro accanto non può che essere meritevole. c) Il silenzio o benevolo o forzato degli altri giornali che si terranno alla larga per non trovarsi coinvolti nelle scenate dei teppisti appositamente organizzate in programmi tv di prima serata, ormai quasi tutti - come le case da svuotare di Trump - sotto attento controllo. d) cambiare la scena della vita politica, utilizzando il controllo totale dei mezzi di comunicazione.

In questo modo impongono ai cittadini un paesaggio costruito sulle esigenze di chi conduce il potere. In quel paesaggio la sinistra è una riserva fuori dalla quale sei “radicale” o meglio “estremista”, il centro coincide con la difesa più stretta di una neo-teologia implacabile o con la pacata accettazione di tutto. Alla destra viene assegnato uno spazio di scorrimento senza limiti, dal razzismo aperto della Lega alle scorrerie di An verso il recupero del fascismo. È certo un modo conveniente e abile di governare. Da un lato si realizza col metodo esemplare di togliere credibilità, reputazione, rispetto a chi si oppone. Per farlo, occorre il silenzio di molti che devono fare finta di non sapere. Se alzi un po’ la voce per attrarre attenzione, ti ammoniscono a non demonizzare l’avversario e a non fare giornalismo “urlato”. Urlato è tutto ciò che non fa comodo a chi conduce il gioco.

Dall’altra si perfeziona la ridefinizione del paesaggio politico, una specie di Truman Show in cui tutto è finto, tranne gli enormi interessi dell’impresario dello spettacolo e dei suoi più immediati consociati. Tutto ciò disorienta al punto che molti, in buona fede, cominciano a credere che quel paesaggio sia vero, che sia una buona cosa adattarsi. Tanto più che ogni sera vere persone, magari ancora attive su giornali di sinistra, attraversano tutta la scena e vanno a sedersi a destra, accanto ai simboli più vistosi del sistema di potere, in uno spettacolo a cui nessun Pinter, Genet o Jonesco avevano mai pensato.

Si può arrivare al punto che - in un simile spettacolo - ci si sente autorizzati a montare un processo di quelli che - nel gergo americano - si chiamano “kangaroo court”. Vuol dire “processo organizzato con la forza” (in questo caso il controllo esclusivo dei media) da parte di chi non ha alcun titolo per montare un processo, se non altro perché è parte in causa.

Una kangaroo court si è dedicata a un “processo” contro l’Unità, processo organizzato dalla stesse persone che avevano definito questa testata “omicida”. Per capire bene che cosa è una kangaroo court (o tribunale dei canguri, espressione popolare americana) ci si deve riferire al testo di Eugenio Scalfari “La furia del processo a Furio” (l’Espresso, 4 marzo, ripubblicato su l’Unità del giorno successivo) che è l’unica cronaca e l’unico commento all’evento accaduto nella rete televisiva La 7 la sera del 25 febbraio. Il fondatore di la Repubblica è l’unico giornalista a esprimere meraviglia per ciò che può accadere nelle proprietà di Berlusconi: usare la televisione per processare il giornale sgradito a Berlusconi e affidare l’incarico a una corte di dipendenti di Berlusconi, o di dipendenti dei dipendenti di Berlusconi.

È giusto dire che il direttore di questo giornale era stato invitato dalla corte dei canguri ad essere presente. Nella storia di quei processi falsi non si conosce nessuna partecipazione spontanea. Simili eventi non sono uno scherzo quando si fanno dalla parte del potere, sommando una immensa forza economica a una immensa forza mediatica a una immensa forza politica. È giusto ricordare che Piero Sansonetti e Bruno Gravagnuolo hanno difeso questo giornale, nei limiti in cui è possibile farlo nei processi-canguro, fra effusivi incoraggiamenti al peggio, accorti silenzi, e le dichiarazioni di Filippo Facci (che sembrava una comparsa dell’indimenticabile film di Spielberg) e che è stato prontamente querelato per avere ripetutamente definito l’Unità “giornale criminale” nel silenzio attento degli organizzatori del processo.

Tutto ciò accade secondo il modello di sfratto spregiudicatamente narrato da Donald Trump: la colpa deve ricadere sullo sfrattato. Ciò che gli organizzatori di processi-canguro cercano è la solitudine di chi riescono a trasformare in imputato. In questo caso l’Unità ha ricevuto migliaia e migliaia di lettere, di e-mail, di telegrammi. Solo una piccola parte di essi è stata pubblicata, come testimonianza di sostegno e affetto per tutto il giornale. L’organizzatore del processo-canguro è sùbito apparso costernato, anzi offeso. Contava sul silenzio calato sul Paese (non scherzano, sono vendicativi, se ti opponi rischi reputazione e posto) per calunniare la vittima appositamente isolata. Gli è andata male, al punto da provocare un rigurgito d’ira fuori controllo (Panorama, 5 marzo, pag. 23) a causa delle lettere di solidarietà che hanno fatto barriera intorno a Unità.

Gli sta andando male anche nella costruzione dello scenario finto sull’Italia. Il fatto è che Romano Prodi, come nel finale del film “Truman Show”, ha aperto la porta nel finto cielo di Berlusconi e sta conducendo l’Unione fuori dalla mistificazione, lontano dalla fiction in cui chiunque partecipi al gioco rischia di diventare o suddito o cortigiano o comparsa di squallide sceneggiate.

da l'Unità del 20/03/2005

giovedì 17 marzo 2005

Un fatuo venditore di fumo

di Furio Colombo

Dunque le truppe italiane - che hanno appena pagato il prezzo di un’altra vita umana con la morte per cause non ancora chiarite di Salvatore Marracino - se ne possono andare dall’Iraq.

Quando? In qualunque momento, diciamo settembre, vi va? Infatti il presidente del Consiglio Berlusconi dopo aver disertato il Parlamento in cui si discuteva del rifinanziamento del contingente italiano in Iraq, se ne è andato fatuamente in un programma Tv che controlla attraverso giornalisti di fiducia, e ha annunciato, buttando lì la battuta, che «i nostri soldati tornano a casa in settembre».

La sorpresa deve essere stata grande sia per quel settanta e più per cento degli italiani che hanno sempre voluto i soldati italiani non coinvolti in una guerra che viola il dettato della nostra Costituzione, sia quei gruppetti di cittadini (mai visti, mai comparsi in alcuna manifestazione per la guerra, in Italia) che sono rappresentati da una rigonfia destra parlamentare che zittisce e tenta di impedire ogni obiezione (anche quando l’obiezione viene da milioni di cittadini per le strade e da milioni di bandiere nelle case degli italiani). E tratta i deputati dell’Unione che parlano di ritiro come imbelli inadatti ai tempi virili in cui viviamo, piagnoni (quando arrivano le salme di soldati che in quel luogo e per quella guerra non avrebbero mai voluto morire) e - si fa capire abbastanza chiaramente - traditori.

Ricordate quando tutta la destra (e, purtroppo bisogna dire, qualcuno anche a sinistra) ha tentato di usare il nome di Zapatero come sinonimo di complice del terrorismo e come definizione del vile in fuga?

Tempi passati, voi direte. Con la sua ferma sicurezza di condottiero, Berlusconi - che ha offerto le nostre truppe alla discrezione di generali inglesi e americani che stavano facendo una guerra che Berlusconi ha chiamato “missione di pace” - ci aveva detto che: a) Ce ne andremo quando ce lo chiederà il governo iracheno. Ora non c’è nessun governo iracheno, ci sono state tre diverse elezioni che ciascuno ha vinto per conto suo (gli sciiti hanno votato gli sciiti, i curdi hanno votato i curdi, e i sunniti, compatti, non sono andati a votare) nessuno ha mai più avuto notizie del “primo ministro” Allawi. E, da Baghdad, nessuno ha fiatato. b) Concorderemo il ritorno delle truppe italiane con gli alleati inglesi e americani. È evidente che gli alleati inglesi e americani hanno così poco tempo da dedicare agli italiani, che non possono neppure occuparsi di garantire il passaggio a un posto di blocco. Ma di certo non hanno discusso con nessun italiano di nessun ritiro. Lo dimostrano le reazioni giustamente sorprese e stizzite, prima del portavoce della Casa Bianca e poi del Segretario di Stato Condoleezza Rice, che non esita a mostrarsi stupita. È vero che loro, da Washington, non vedono Porta a Porta.

E forse, per questo, sopraggiunge dagli Usa la smentita: Bush comunica a Berlusconi che non si ritira proprio niente. È vero che, nonostante che siano conservatori e neocons, credono ancora, in quella lontana democrazia, che un Primo ministro certe cose le dice in Parlamento. Sono convinti che un Primo ministro serio raramente smentisce la sua maggioranza, dopo averla mandata al voto con vessilli di guerra e discorsi di sprezzo per l’opposizione che non voleva accettare il rifinanziamento della missione, solo poche ore prima.

Sappiamo benissimo che metà dell’America si unisce alla stragrande maggioranza degli Europei che non credono che la democrazia debba essere per forza preceduta e avviata da centomila morti. Ma è dubbio che l’altra metà dell’America, quella che ha sostenuto la guerra, apprezzi in questo momento Berlusconi.

La barzelletta farà presto il giro dei “talk show” americani, in un Paese che con George W. Bush ha accumulato molti difetti, ma non ha i propri uomini al lavoro dentro ciascuna trasmissione Tv come accade in Paesi inferiori come questa Italia. E sarà forse l’unico momento in cui gli americani, che hanno perduto 1500 uomini e donne (la tragica cifra non è aggiornata all’ultima settimana) in un mondo devastato e senza pace, avranno qualcosa di cui ridere.

Si domanderanno chi, quando, perché qualcuno dovrebbe prendere sul serio un ometto che manda a ritirare i soldati (meno ventidue morti) prima per fare bella figura personale e poi per andare su nei sondaggi, che manovra a questo scopo tutta la sua foresta mediatica (appena definita inaccettabile da una allarmata Commissione delle Nazioni Unite) e che va in giro non con un progetto di risanamento della disperata economia italiana sotto il braccio, ma con un elenco (non aggiornato) di 500 insulti ricevuti dall’Unità. Lui, che fa definire dai suoi “portavoce” il capo della opposizione “tupamaro”, cioè terrorista, a causa di un giudizio politico sul suo, diciamo, lavoro. Se descrivete la sua vita e le sue imprese, si offende subito.

Conclusione: niente è serio in questa storia di annunci internazionali fatti con il sistema dello spot televisivo, manovrando i media di Stato di cui è in completo controllo, pur essendo anche il padrone della più accanita concorrenza privata. Nulla è serio salvo il disprezzo per il Parlamento, la violazione della Costituzione con la cosiddetta “missione di pace”, la morte di soldati che, per coprire la finzione della missione di pace, sono stati mandati allo sbaraglio, senza protezione adeguata. E la perdita della faccia di un Paese che era considerato rispettabile e onorevole appena pochi anni fa. Persino Bush ci ripenserà. Figuriamoci gli italiani.

da l'Unità del 17/03/2005

martedì 15 marzo 2005

I fuorisede si mobilitano per Vendola

«Nichi express» sarà il treno speciale che porterà a votare i pugliesi attraversando tutto il nord. Partirà nei giorni di Pasqua
di SARA MENAFRA

Pugliesi nel mondo unitevi (per votare Nichi Vendola). Tutti i pronostici dicono che in Puglia ci sarà una battaglia all'ultimo sangue, che ogni voto nella tenzone tra l'uscente di Forza Italia Raffaele Fitto e il candidato di Rifondazione e di tutta l'Unione, Nichi Vendola, sarà una sfida all'ultimo sangue e che ogni voto in più o in meno potrebbe rivelarsi decisivo. E così in tutta Italia, ma in realtà bisognerebbe dire in tutto il pianeta, sono nati comitati elettorali per sostenere l'acclamatissimo Vendola. Ce ne sono 19 in Italia (uno a Bologna, uno a Siena, in Abruzzo, in Campania, a Roma, a Genova, a Milano, a Novara, a Urbino, a Pisa, tre in Trentino ad Ala, Trento e Rovereto e uno a Padova) undici nel resto del pianeta, dalle Barbados a New York (Barbados, Belgio, Parigi, Dresda, Dublino, Londra, Barcellona, Basilea, Boston e New York). Chi abbia avuto la prima idea difficile dirlo. A Siena assicurano che il loro è stato il primo in assoluto, nato un mese e mezzo fa da una chiacchierata tra pugliesi: «Io e un mio amico ci siamo incontrati - racconta Fiornino Iantorno - e io gli ho fatto notare che dai dati dell'Università risulta che a Siena studino almeno 3.500 pugliesi. Da questa considerazione è nata l'idea di costituire un vero e proprio comitato». Checco Micioccia, che da Bari tiene i collegamenti con tutti i comitati in giro per il mondo quale sia stato il primo non se lo ricorda nemmeno più «di certo - spiega - moltissimo ha aiutato il sito internet www.nichivendola.it. Abbiamo messo on line il primo elenco di comitati solo pugliesi e da lì è partita la catena dei comitati in giro per il mondo. Certo non è pensabile che a Bruxelles ci sia una sede fisica. Però c'è un gruppo di persone che segue l'evoluzione della campagna elettorale a distanza e si sta organizzando per tornare in Puglia a votare». L'idea ha avuto un successo strepitoso a Bologna, dove lunedì scorso ad una riunione che avrebbe dovuto essere solo organizzativa lanciata da un gruppo di giovani comunisti, quasi tutti studenti universitari, si sono presentate centocinquanta persone. E in molti casi a partecipare alle riunioni non ci sono solo pugliesi. A Siena per esempio, il Social forum che era morto e defunto da almeno un anno ha praticamente ripreso vita per dare una mano a Vendola, e ad attaccare i suoi manifesti in giro per la città si sono ritrovati toscani purosangue che magari in Toscana sostengono due candidati diversi (la roccaforte rossa è una delle poche regioni dove Fed e Rifondazione sostengono due aspiranti presidenti diversi).

Lunedì Nichi Vendola farà un giro per i comitati elettorali del nord, toccando prima Siena con una iniziativa alle 17.00 a cui parteciperà anche lo scrittore Antonio Tabucchi (alla saletta dei Mutilati) e poi alle 21 sbarcherà a Bologna (sala Farnese, palazzo D'Accursio), la città che sembra vantare il comitato più popoloso.

Ma il vero clou della campagna elettorale sarà un treno «speciale» che dovrebbe partire nei giorni di pasqua verso la Puglia. I dettagli non sono ancora fissati, ma il nome c'è già: «Italian sud est Nichi express». «Sarà un viaggio simbolico, l'abbiamo immaginato come l'inizio di una nuova avventura - dice Sonia Pellizzari del comitato bolognese - speriamo che porti fortuna».

da il manifesto del 14/03/2005

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