La monarchia spagnola è decisa e annuncia un rigoroso rispetto della Costituzione: Ratificherò la legge socialista"
MADRID - Re Juan Carlos non si lascia coinvolgere nello scontro fra governo socialista e chiesa cattolica e fa sapere che ratificherà la legge sul matrimonio omosessuale se questa sarà approvata dalle Cortes spagnole, malgrado un auspicio contrario espresso dai vescovi.
Un portavoce della Casa Reale ha detto all'Ansa che il re "adempirà rigorosamente" le sue funzioni costituzionali che prevedono la ratifica delle leggi approvate dal parlamento nazionale. "Non farà altro che agire con la costituzione in mano" ha detto il portavoce.
Ieri il quotidiano El Mundo aveva citato fonti della Conferenza episcopale che invitavano il re "in quanto cattolico" a far uso del diritto alla "obiezione di coscienza" e a non apporre la sua firma sul testo della legge che equiparerà l'unione fra omosessuali al matrimonio tradizionale. Quanto scritto dal giornale non aveva ricevuto smentite ufficiali.
Il portavoce della Conferenza, Josè Antonio Martinez Camino, facendo riferimento a una recente nota dei vescovi in cui si chiedeva agli spagnoli la disobbedienza civile contro l'applicazione futura della legge sul matrimonio gay, aveva detto a El Mundo che tale nota "stabilisce un principio generale" e "riguarda tutti i cattolici, insieme a tutte le persone con retta formazione morale".
E altre fonti episcopali avevano aggiunto che "se il re è cattolico, riguarda anche lui il diritto e il dovere all'obiezione di coscienza di fronte a una legge radicalmente ingiusta che corrompe l'istituzione del matrimonio".
Secondo il giornale la chiesa spagnola immaginerebbe uno scenario simile a quello belga del 1990 quando re Baldovino abdicò per 36 ore per non firmare, per "ragioni di coscienza", la legge sull'aborto approvata dal parlamento. "Che il re segua l'esempio di Baldovino" ha detto la fonte episcopale citata.
Ma la monarchia spagnola, come suo costume, sembra al riguardo voler prendere senza tentennamenti una strada diversa, e cioè quella del rigoroso rispetto della costituzione. E già il ministro della giustizia Juan Fernando Lopez Aguilar aveva ieri anticipato tale posizione dicendo di essere convinto che "il re di tutti gli spagnoli" adempirà "impeccabilmente" il suo dovere istituzionale. E aveva avvertito la chiesa cattolica a non fare "un cattivo servizio" al sovrano cercando di coinvolgerlo nel dibattito sul matrimonio gay.
La Conferenza episcopale, che già alla vigilia del voto nella camera bassa aveva chiesto ai deputati cattolici di votare contro la legge, in una nota del 5 maggio aveva invitato i cittadini a "rivendicare il diritto all'obiezione di coscienza" opponendosi sul piano pratico all'entrata in vigore della legge.
E alcuni sindaci del Partito popolare (Pp) avevano annunciato, già prima della nota e in risposta all'appello alla disobbedienza civile del cardinale Alfonso Lopez Trujillo, presidente del Consiglio pontificio per la famiglia, che erano pronti a opporsi all'inaccettabile matrimonio. In quella occasione il governo socialista aveva avvertito che nessun responsabile pubblico può opporsi a una legge dello Stato, ma oggi l'arcivescovo di Valladolid, Rodriguez Plaza, ha criticato tale posizione affermando che "l'obiezione di coscienza è un diritto delle persone e nessun governo può cancellarlo".
(12 maggio 2005)
http://www.repubblica.it/2005/e/sezioni/esteri/matrigay/matrigay/matrigay.html
giovedì 12 maggio 2005
Nozze gay in Spagna, il Re firmerà, respinto l'appello della Chiesa
mercoledì 11 maggio 2005
Appello alla comunità gay: l'8 per mille dell'IRPEF alla Chiesa Valdese
Anche quest'anno rinnoviamo l’indicazione a favore della "Chiesa valdese - Unione delle Chiese metodiste e valdesi" come destinataria dell'8 per mille dell'Irpef.
Lo facciamo innanzitutto per ricordare che anche in Italia vi sono Chiese cristiane che non hanno nulla a che fare con i continui attacchi della gerarchia vaticana contro le più importanti conquiste democratiche degli ultimi decenni in materia di diritti umani e civili.
L’ostilità della gerarchia cattolica (che decide in via esclusiva sulla ripartizione dei fondi conferiti a tale Chiesa) a ogni riconoscimento dei più elementari diritti dei cittadini omosessuali viene invece espressa sistematicamente perfino in occasione di ogni più banale manifestazione a sostegno dei diritti degli omosessuali. Tale ostilità si ripropone ostinatamente e con protervia con la richiesta rivolta a tutte le forze politiche di negare ogni riconoscimento dei diritti reclamati dalle associazioni gay ovunque nel mondo, e cioè di una completa tutela giuridica contro le discriminazioni e della parità di diritti per le coppie gay. E perfino con accostamenti diffamatori fra omosessualità e pedofilia, così frequenti nelle prediche e nella pubblicistica cattolica, come se non fosse proprio negli ambienti ecclesiastici cattolici (oltre che all’interno di famiglie eterosessuali) che si verificano più di frequente gli episodi di pedofilia. Questo arrogante spirito di rivincita contro le conquiste della modernità democratica è assecondato purtroppo da gran parte della classe politica italiana.
Ricordiamo ancora l'attacco alla scuola laica e la pretesa di clericalizzare il più possibile la scuola pubblica, sottraendole in pari tempo fondi e risorse a favore di quella confessionale; ricordiamo il boicottaggio di ogni seria campagna di prevenzione dell'Aids (anche in sede di conferenze internazionali, con il risultato di bloccare importanti campagne di prevenzione dell’Onu) e la pretesa di regolare ogni aspetto controverso dell’esistenza individuale (bioetica, eutanasia, ricerca scientifica sugli embrioni, limiti cervellotici e vessatori alla procreazione assistita) con l’imposizione autoritaria anche ai non cattolici e ai non credenti delle regole proprie della religione cattolica.
Quest’anno, attraverso l’indicazione di astensione nei referendum sulla procreazione assistita per far mancare il quorum e invalidare la consultazione, la Chiesa cattolica italiana ha dimostrato una volta di più non solo la sua volontà di imporre all’intera società italiana la propria morale confessionale, ma anche la volontà di farlo pur sapendosi minoranza: solo sommando i (mancati) suffragi dei propri sostenitori più acritici alle astensioni fisiologiche, i vescovi possono sperare di continuare a imporre la volontà di una confessione religiosa a un’intera popolazione che, su questo punto, come attestano tutti i sondaggi, ha opinioni maggioritariamente diverse e più rispettose della libertà individuale.
D’altra parte, i fondi attribuiti con il meccanismo dell'8 per mille alla Chiesa romano-cattolica sono in larga prevalenza destinati a scopi di culto, al pagamento degli stipendi dei sacerdoti e alla costruzione di nuovi edifici ecclesiastici, all’opposto di quel che lasciano intendere i tendenziosi messaggi pubblicitari della campagna cattolica sull’8 per mille. Viceversa, la gran parte delle altre confessioni religiose concorrenti alla ripartizione di tali fondi (a cominciare dalla Chiesa valdese, il cui rendiconto è visibile all’indirizzo http://www.chiesavaldese.org/pages/finanze/otto_mille.php) li destinano invece esclusivamente a finalità sociali e umanitarie. Nell’atmosfera di parossistica mobilitazione mediatica a sostegno delle posizioni vaticane in ogni campo, seguita alla morte di Giovanni Paolo II, la Rai era addirittura arrivata, nelle scorse settimane, a censurare in un primo tempo uno spot della Chiesa valdese sull’8 per mille che evidenzia questa differenza fra valdesi e cattolici nell’uso dei fondi in questione.
Dall'altro lato, neppure lo Stato merita la nostra generosità. Lo Stato è inerte per quel che riguarda la prevenzione dell'Aids e l’Italia è il solo paese dell’Europa occidentale che abbia escluso il finanziamento della distribuzione gratuita di preservativi come strumento di prevenzione, condannando migliaia di adolescenti italiani ogni anno a infettarsi e a contagiare a loro volta i loro partner. E, mentre preleva ai cittadini omosessuali lo stesso contributo fiscale imposto agli altri, nega loro non solo il riconoscimento della parità di diritti come individui e come coppie, ma perfino una legge che vieti le discriminazioni ai loro danni, come richiesto più volte dal Parlamento europeo: una legge come quelle vigenti in quasi tutti gli altri paesi dell’Europa occidentale e come quelle che vietano anche in Italia la discriminazione di altre minoranze. Addirittura, una direttiva europea mirante a combattere la discriminazione è stata “recepita” dall’attuale maggioranza parlamentare in modo così distorto – e illegale – da rendere possibili discriminazioni in precedenza vietate da norme di legge generali.
La Chiesa valdese e metodista ha invece da tempo avviato una seria e coraggiosa riflessione anche sul tema dell'omosessualità (come sulla bioetica e da sempre sulla laicità dello Stato e della scuola pubblica, e come anni fa sul tema del divorzio e su quello dell'aborto), fondata sull'esegesi biblica e sull'impegno civile, tesa a superare pregiudizi secolari, riflessione che si è manifestata in numerose occasioni e anche con la solidarietà sempre manifestata di fronte agli ostacoli frapposti dalla Chiesa cattolica al libero svolgimento delle nostre manifestazioni. Queste riflessioni che provengono da una Chiesa cristiana universalmente rispettata e riconosciuta sono preziose per noi nel confronto con chi vuole negarci pari diritti e pari dignità sociale sulla base di una presunta “naturale” illiceità della nostra identità personale e morale.
Anche, ma non solo, attraverso questo impegno di riflessione e di ricerca, questa minoranza significativa nella società italiana ha spesso dimostrato che anche in questo paese la fede religiosa può motivare scelte di libertà anziché di autoritarismo clericale.
La scelta sulla destinazione dell’8 per mille assume un particolare significato quest’anno, al culmine di un crescendo di delirio idolatrico da cui l’intera società italiana è stata investita dopo la morte di Giovanni Paolo II e l’elezione del suo successore. Sull’onda di un servilismo e di un’eccitazione mediatica e politica senza precedenti, si è smarrita ogni memoria del carattere laico delle istituzioni italiane, del profondo pluralismo culturale, politico e religioso della società in cui viviamo, del carattere estremamente controverso, perfino per gli stessi cattolici romani, dell’eredità del defunto Papa, pienamente condivisa dal nuovo soprattutto in materia di limitazione dei diritti civili. Si è perso in questi giorni, soprattutto, ogni rispetto per i milioni di cittadini che dissentivano dalle opinioni e dalle convinzioni della Chiesa di Roma.
http://www.gaynews.it/view.php?ID=32165
lunedì 9 maggio 2005
Benedetta primavera
di Giovanni Dall'Orto
L'affossamento della chiesa cattolica, inziato da Giovanni Paolo II, potrò essere concluso senza pericolosi ripensamenti.
Giovanni Paolo II era riuscito a soffocare nella chiesa cattolica qualsiasi fermento e apertura verso il mondo moderno. Oggi le gerarchie monopolizzano con pugno di ferro le decisioni; il dibattito è impossibile, chi dissente è messo a tacere o espulso. Le teorie che osavano mettersi dalla parte dei poveri, come la teologia della liberazione dell'America Latina, sono state sradicate.
Il risultato? In America Latina oggi i poveri stanno "votando con i piedi", passando a ritmo preoccupanti a sette protestanti non meno fanatiche, ma che almeno garantiscono un sostegno socio-economico ai senza-diritti. In Africa ci sono molte conversioni all'Islam per ogni conversione al cattolicesimo, ed oggi l'Islam ha ormai più fedeli del cattolicesimo.
Anche altrove la gente "vota coi piedi". Le chiese si svuotano. I cattolici italiani che andavano a messa almeno una volta alla settimana sono passati dal 36% del 1981 al 25,8% del 1999. In Germania e in Spagna sono arrivati ad appena 17% e 18,1%.
Le donazione dell'otto per mille alla chiesa cattolica sono scese dal 43,1% del 1990 al 31,4% del 1998.
Il numero dei sacerdoti diocesani italiani è sceso da 41.666 nel 1974 a 35.019 nel 2000. Il numero di sacerdoti ordinati è crollato da 918 nel 1966 ai 384 del 1978. E questo non è un fenomeno solo italiano: nel mondo il numero dei sacerdoti cattolici è sceso da 420.971 nel 1978 a 404.626 nel 1998, nonostante la l'esplosione mondiale della popolazione e quindi del numero totale dei cattolici. Né in futuro la situazione migliorerà: i seminaristi, in Italia, sono crollati da 30.500 nel 1962 a 9.853 nel 1978, fino a 5.349 nel 2000. Su sei ragazzi potenziali preti nel 1962, oggi cinque preferiscono altre scelte.
Concentratosi sulla visione medievale della sessualità, il papato ha collezionato una sconfitta dietro l'altra su tutti i fronti: aborto (due referendum persi), divorzio, e perfino omosessualità (si pensi alla sfida lanciata, e persa, col worldpride). In diverse città italiane i matrimoni civili hanno superato quelli religiosi. E la maggioranza degli italiani, compresi quelli di centrodestra, si dice favorevole a una legge sulle "unioni civili" aperta anche agli omosessuali.
Josef Ratzinger ha vegliato inflessibilmente, in quanto capo dell'(ex) Inquisizione, affinché la chiesa cattolica non deviasse mai da questa politica suicida. La sua elezione al papato è una garanzia del fatto che le chiese e i seminari termineranno di svuotarsi. Benedetto XVI potrà in compenso consolarsi con i politici italiani, pronti a leccare il pavimento davanti a lui qualunque cosa chieda. Ma i politici possono riempirgli le casse (e lo hanno fatto in abbondanza, negli ultimi anni!) ma non le parrocchie.
Visto il bilancio, resta ovviamente da chiedere ai gruppi di cattolici gay, che da 25 anni aspettavano la scomparsa di Giovanni Paolo II nella convinzione che il prossimo papa avrebbe portato a un'apertura, su quale "apertura" stessero delirando.
Ratzinger è l'autore di documenti talmente omofobi da scadere nel fanatismo religioso (vedi http://www.alleanzacattolica.org/temi/bioetica/cdf_omosessualita.htm e http://www.vatican.va/roman_curia/congregations/cfaith/documents/rc_con_cfaith_doc_20030731_homosexual-unions_it.html).
Ci chiediamo allora cosa occorra per fare in modo che finalmente la loro voce di dissenso, anzi contestazione, anzi critica aperta, si senta finalmente, forte e chiara, qui ed ora.
http://www.gaynews.it/view.php?ID=32153
Effetto governo per Berlusconi: patrimonio familiare triplicato
Il boom del Cavaliere trainato dalla corsa di Mediaset in Borsa anche grazie alla legge Gasparri e ai guai della Rai
In undici anni di politica il valore è salito da 3 a nove miliardi
di ETTORE LIVINI
MILANO - L'economia italiana fatica a tenere il passo del resto d'Europa. Ma l'impero di Arcore - malgrado il prestito del suo timoniere alla politica - continua a non conoscere crisi: negli undici anni dedicati a Forza Italia e al governo, infatti, Silvio Berlusconi è riuscito a moltiplicare per tre il suo valore. A inizio '94 il suo patrimonio era di 3,1 miliardi. Oggi i beni di famiglia sono lievitati a 9,6 miliardi. Pari alla somma dei soldi custoditi nelle holding di controllo (980 milioni contro i 162 del '94) e delle quote in Mediaset, Mediolanum e Mondadori, cresciute in valore da 3 a 8,5 miliardi, compresi i 2 miliardi di liquidità appena incassati vendendo in Borsa il 16,6% delle tv.
Le fortune del premier - che Forbes cataloga oggi come il venticinquesimo uomo più ricco del mondo - sono passate indenni attraverso la frenata congiunturale, un quinquennio di interregno dell'Ulivo e lo sboom della bolla internet. Trainate da Mediaset che dal '94 - grazie anche al salvataggio di Rete 4 e alla resistenza "relativa" offerta dalla Rai - ha macinato record di audience, di utili e di raccolta pubblicitaria. Il suo valore - come ovvia conseguenza - è decollato: dalla quotazione a oggi i titoli delle tv del premier hanno guadagnato il 187%. Un'anomalia nel panorama dei media europei - l'indice che registra il valore in Borsa del settore è sceso da allora del 4% - e anche rispetto ai risultati di altre blasonate dinastie imprenditoriali italiane: nello stesso periodo la Fiat ha ridotto del 76% la sua capitalizzazione e il titolo Benetton ha perso il 24%. Il valore della quota Mediaset in tasca al premier è salito in undici anni da 2 a 6 miliardi, con Mondadori che nello stesso arco di tempo ha raddoppiato il suo valore e Mediolanum che lo ha addirittura triplicato.
Le attività operative hanno pompato verso Fininvest centinaia di milioni di cedole. E la holding di via Paleocapa, a sua volta, ha versato nelle casseforti personali di casa Berlusconi (in via di riorganizzazione per "sistemare" tutti e cinque i figli del premier) quasi 700 milioni dal '94 a oggi. Pari a uno "stipendio" medio mensile di 5,2 milioni di euro per il presidente del Consiglio. Questa pioggia di dividendi potrebbe gonfiarsi ancor di più quest'anno: malgrado la crisi dell'Italia Spa, infatti, Fininvest ha chiuso il primo semestre 2004 con oltre 400 milioni di utili.
Qualche rimpianto, però, rimane. Non tutte le avventure imprenditoriali dell'ultimo decennio hanno dato i risultati sperati. La spina nel fianco sono tre disavventure senza le quali il bilancio del premier avrebbe potuto essere ancora più rosa: l'investimento nelle tv tedesche di Kirch, le Pagine Utili e il Milan.
Queste tre partecipazioni, da sole, hanno bruciato un miliardo di euro, più dei soldi incassati da Fininvest con la quotazione di Mediolanum e Mediaset. Quasi 400 milioni sono spariti nel buco Kirch. Circa 300 sono andati in fumo nella sfida alle Pagine Gialle. Mentre la passione per i rossoneri (ripagata a suon di scudetti e coppe) è costata al premier dal '94 a oggi 230 milioni di euro.
Certo parte del merito del boom del conto in banca di Berlusconi va ai "supplenti" cui ha affidato i beni di famiglia, dai figli Marina e Piersilvio a Fedele Confalonieri. Ma un aiuto importante - sintesi di un conflitto di interessi mai risolto - è arrivato anche direttamente dai provvedimenti del governo. Magari non "ad hoc" come il salva-Previti o la Cirami, ma cavalcati a suon di milioni di risparmi dalle aziende di casa. Difficile quantificare quanto le "sbandate" della Rai targata centro-destra abbiano contribuito alle fortune di Mediaset. Ma gli esempi di ricadute dirette dell'attività politica sul patrimonio del premier sono tanti: la Tremonti uno e la Tremonti Bis hanno consentito a Mediaset di risparmiare oltre 150 milioni di imposte. Stesso discorso per il condono fiscale.
Certo Mediaset ha pagato 2 miliardi di tasse in 11 anni, ma Berlusconi si era pubblicamente impegnato a non utilizzare questo strumento per le società di casa. Peccato che dalle tv a Idra (la Spa che controlla Villa Certosa) quasi tutte le sue aziende ne abbiano beneficiato. In tutto sono stati versati 60 milioni circa per cancellarne 220 pretesi dall'erario. L'elenco degli "aiutini" dall'esecutivo è lungo: il salva-calcio ha consentito a Berlusconi di evitare di staccare un assegno di 242 milioni (la svalutazione dei giocatori ammortizzata in dieci anni). La riforma Tremonti sulla tassazione delle plusvalenze ha consentito di rimbalzo al premier di risparmiare 340 milioni di tasse sull'ultimo collocamento Mediaset. E la madre di tutte le riforme Tv, la legge Gasparri, "regala a Mediaset un bacino di crescita potenziale di 1-2 miliardi", come ha candidamente ammesso lo stesso Fedele Confalonieri. Forse - a undici anni dal primo successo elettorale e con un portafoglio che ha triplicato il suo valore - anche Berlusconi si è convinto che la politica è un calice meno amaro del previsto.
(9 maggio 2005)
http://www.repubblica.it/2005/e/sezioni/economia/patriberlu/patriberlu/patriberlu.html
martedì 3 maggio 2005
I corsi per "guarire" i gay, In Italia "terapie" dagli Usa
Una lunga inchiesta della rivista omosessuale Pride
Nel numero di maggio dossier sui guaritori di una malattia inesistente
di NATALIA ASPESI
PAREVA una fissazione solo americana, invece anche in Italia c'è chi vuole "guarire" gay e lesbiche: proprio adesso che da noi diventano presidenti di regione e che, in una nazione molto cattolica come la Spagna, il governo approva leggi per consentire loro matrimonio e adozioni. O forse proprio per questo, perché se l'omosessualità diventa definitivamente una condizione esclusivamente privata, accettata, "sdoganata", cosa farà la resistenza omofobica, clericale e laica, tuttora viva e vegeta anche da noi? Il mensile gay italiano Pride pubblica nel suo numero di maggio una lunga inchiesta su questi "guaritori" di una malattia che non esiste.
Come ha sancito da decenni anche l'Organizzazione mondiale della Sanità: e che anziché aiutare quei gay che non sono orgogliosi di esserlo, ad accettarsi e raggiungere un proprio equilibrio, li illudono, talvolta aumentando angosce, insicurezze, sensi di colpa. La massima autorità italiana nella santa impresa è la dottoressa Chiara Atzori, medico infettivologo dell'ospedale Sacco di Milano, mentre molto se ne parla a Radio Maria, si pubblicano libri e corrono sul web sia consigli per "aiutare a fiorire" (per non usare la parola sbagliata, guarire) con ormoni, psicoterapia che sempre colpevolizza i genitori, soprattutto preghiera, che lettere di convertiti: "Sono diventato omosessuale per una madre castrante e un padre ostile. Sono stato in analisi per tre anni (narth. com) e ora sono felicemente sposato e quasi del tutto etero". Di quel quasi non sarà felicissima la sua signora.
Si fa chiamare Giovanni il collaboratore di Pride che, dopo aver tentato invano di intervistare la dottoressa Atzori, si infiltra nel gruppo gay italiano "In cammino nel ricupero dell'identità sessuale ferita" e viene invitato a un incontro per la fine del corso organizzato "per abbandonare lo stile di vita gay", 100 euro il costo. Aula Magna dell'istituto Padre Beccaro a Milano, al centro l'icona della Resurrezione del santuario mariano di Medjugorie, tredici persone tra cui cinque promotori del gruppo e otto giovani gay e lesbiche un po' delusi. "I nodi si possono sciogliere con volontà personale. La falsa identità può essere squarciata per fare emergere la vera identità".
Nume terapeutico della cristiana anche se incerta conversione all'eterosessualità è il cattolico americano Joseph Nicolosi che con un gruppo di psicanalisti considera l'omosessualità curabile con una terapia "che può durare anni", detta riparativa: otto anni fa le associazioni scientifiche l'hanno dichiarata inefficace se non addirittura dannosa. Sempre meno dell'accanimento curativo del passato quando si usava l'elettroshock o addirittura il trapianto dei testicoli. Ma anche meno utile forse delle terapie dei grandi Masters e Johnson che, per cominciare, insegnavano ai gay come conversare con le donne e come intrecciare sguardi infuocati con loro. Il gruppo americano più forte, Exodus, pur segnalando suoi risultati miracolosi, col 30% di convertiti e lietamente accasati, 30% non più gay ma prudentemente casti, e solo 30% di irrecuperabili, ha subito un'antipatica sconfitta quando due suoi membri fondatori tra i più devoti alla causa si sono innamorati e sono fuggiti insieme, mentre 13 dei loro 83 centri hanno dovuto chiudere essendo i loro responsabili tornati allegramente alle precedenti abitudini, comprese le ciglia finte. Più dei giovani gay, sono spesso padri e madri a disperarsi, e Pride pubblica la storia ossessiva e distruttiva di Marco, 22 anni, che a 13 fu portato dai genitori che avevano scoperto una sua lettera a un compagno di classe, in un reparto di psichiatria per essere "salvato". Fu affidato ai medici per due anni, poi dichiarato "sano" e restituito ai genitori, i quali non del tutto convinti, lo affidarono per un anno a uno psicologo cattolico. Cocciuti gli affranti genitori, ma anche lui, Marco: iscritto all'università in un'altra città del sud, va a convivere con un compagno, i genitori cercano di fargli smettere gli studi, poi lo fanno seguire da un detective. Altro giro di psichiatri che rifiutano l'insano compito mentre il medico curante gli consiglia d'innamorarsi della mamma per vivere il complesso edipico.
Ascoltando Radio Maria la mamma scopre il centro studi Achille Dedè di Milano, che suggerisce come cura preghiere e buona volontà. Per rappacificarsi con i suoi, Marco telefona al centro e parla con lo psicologo Marchesini che, definendolo privo di dignità, gli suggerisce di rivivere il rapporto col padre, abbandonare gli amici etero colpevoli di averlo accettato; concludendo che i genitori avevano fatto bene a cacciarlo in quanto omosessuale. Il ragazzo si è stufato e si è allontanato dai genitori. La mamma per punire tutti è diventata anoressica e i suoi medici hanno chiesto al figlio di non tornare più a casa.
(3 maggio 2005)
http://www.repubblica.it/2005/e/sezioni/cronaca/guarigay/guarigay/guarigay.html
domenica 1 maggio 2005
Internet, saltano gli omissis nel rapporto Usa su Calipari
Basta scaricare il testo in Pdf dal sito della forza multinazionale su un normale programa di scrittura: le cancellature scompaiono
Il documento verrà acquisito dala Procura di Roma
ROMA - Saltano i numerosi "omissis" del documento della commissione d'inchiesta americana sul caso Calipari. Cadono con una semplicissima operazione tecnica che si può fare con qualunque computer collegato a internet. Basta scaricare dal sito della Forza Multinazionale in Iraq il testo di 42 pagine (più 3 di indice) pieno di grosse cancellature nere e trasferirlo su un qualsiasi file word (o altro programma di scrittura), come per incanto, tutte le "pecette" nere spariscono e si possono leggere le parti che gli americani hanno "classificato" e che, quindi, non dovevano essere leggibili.
Se ne sono accorti alcuni lettori che, una volta scaricato il Pdf, l'hanno copiato su Word di Office o su programmi anche più semplici. Rileggendo il testo, sono rimasti sbalorditi.
Vengono così "in chiaro" i nomi dei militari americani (quasi tutti di origine spagnola) che hanno sparato e quelli degli ufficiali che li comandavano, nonché quello del terzo uomo (un agente italiano) che era a bordo dell'auto con Sgrena e Calipari. Emergono anche alcuni dettagli dell'organizzazione dell'operazione "sicurezza" intorno a Negroponte e le difficoltà che si verificarono la sera del 4 marzo nella catena di comando americana.
Ed è quasi certo che anche la procura di Roma acquisirà nelle prossime ore il rapporto Usa senza gli omissis.
Insieme con l'auto sulla quale viaggiava il funzionario del Sismi, l'esame del rapporto viene ritenuto dagli investigatori il primo passo per poter poi eventualmente sentire i due componenti italiani della Commissione che non hanno controfirmato la relazione a patto che le loro motivazioni non siano coperte da segreto militare.
I pm Franco Ionta, Erminio Amelio e Pietro Saviotti, che hanno aperto un fascicolo per omicidio volontario e tentato omicidio, dovrebbero infine ascoltare Gianluca Preite, difeso dall'avvocato Carlo Taormina. Preite, un ingegnere che sostiene di aver lavorato per i servizi di sicurezza italiani anche durante la vicenda delle 'due Simone', spiegò nella scorse settimana di aver intercettato telefonate sul web tra l'Iraq e Roma durante l'operazione da cui scaturì la liberazione della giornalista de 'Il Manifesto', Giuliana Sgrena.
(1 maggio 2005)
http://www.repubblica.it/2005/d/sezioni/esteri/niccal3/rror/rror.html
sabato 30 aprile 2005
Don Vitaliano Della Sala: "Il gay pride segnale a un papa reazionario"
In un intervista il parroco no global parla del prossimo gay pride a Salerno e dice : "Gay pride a Salerno? È cosa buona e giusta"
sabato 30 aprile 2005 , di Il Corriere del Mezzogiorno
Don Vitaliano Della Sala, il prete no global di Sant'Angelo a Scala, commenta la proposta del gay pride che si terrà a Salerno in giugno. Lui, che proprio a causa del suo discorso al raduno gay nella Roma del Giubileo, fu sospeso dalle gerarchie vaticane.
«Come tutte le iniziative analoghe, servirà a far capire a Papa Benedetto XVI che le crociate non servono. Inutile tergiversare: la verità è che è stato eletto un Papa reazionario» . Ma il prete irpino non parteciperà alla sfilata dell'orgoglio omosessuale perché, oltre ad aver perso la sua parrocchia, è interdetto dalla Chiesa a partecipare a iniziative militanti.
«La mia sarà una protesta in absentia, perché il fatto stesso che non potrò esserci testimonierà che l'anima intransigente della Chiesa ha vinto» .
NAPOLI - «Un gay pride a Salerno? Come tutte le iniziative analoghe, servirà a far capire al nuovo Papa, Benedetto XVI, che le crociate non servono: perché è inutile girarci intorno, la verità è che è stato eletto un papa reazionario e intransigente».
Don Vitaliano Della Sala, prete no global di Sant'Angelo a Scala, sospeso a divinis e privato della sua parrocchia, non ha dubbi: l'iniziativa promossa dai gruppi Arcigay , Garcia Lorca e Renée Vivienne - il gay pride che si terrà a Salerno, dal 24 al 26 giugno - è cosa buona e giusta.
Don Vitaliano, lei nel 2000, partecipò a Roma alla grande sfilata omosessuale, attirando su di sé gli anatemi dei superiori. Andrà al gay pride di Salerno?
«No, ma solo perché non mi è più consentito. La mia sarà una protesta in absentia, nel senso che il mio non esserci indica quanto la chiesa sia oggi intollerante e sorda al dialogo. E poi, il gay pride romano mi è costato tanto. Fu soprattutto il mio discorso a indispettire la curia, i miei attacchi a Sodano. Ma che ci fosse aria di restaurazione, come io denunciai, è stato confermato».
Venti di controriforma, dunque. O è troppo?
«È poco».
Addirittura?
«Umanamente credo che saranno anni bui, ma non possiamo giurarci. Alla fine c'è sempre il Padreterno che ci fa sperare nei miracoli. Siamo preti, dobbiamo crederci» .
E quale potrebbe essere il miracolo?
«Guardando alla storia del cardinale Ratzinger, non si può non sospettare il peggio. Ma anche lui dovrà porsi il problema del suo pontificato e chissà che non modifichi la sua durezza. Di sicuro uno dei problemi da affrontare subito è la questione degli omosessuali. Che, è bene ricordare, la Chiesa ammette, purché non pratichino la loro sessualità».
Lei crede siano possibili delle aperture del Vaticano?
«Io non metto in dubbio l'insegnamento dottrinario della chiesa, né non tocca a me dare le soluzioni: non sono né un teologo né un moralista. Sono un prete e mi hanno insegnato la cultura dell'accoglienza. In questo senso partecipai al gay pride dell'anno del Giubileo. Non certo per mettere in discussione la dottrina, ma per dire che se il Giubileo era per eccellenza il momento di accoglienza della Chiesa, doveva riguardare anche gli omosessuali. Accogliere non significa condividere, naturalmente. Gesù frequentava quelli che erano ritenuti i peggiori di Israele, le prostitute e i peccatori e disse: ti precederanno nel regno cieli. Qualcuno dovrà pure ricordarsi che l'apertura di Gesù era l'affermazione della sua forza, non di una debolezza. La mia vicenda personale, però, testimonia che a prevalere non è il volto umano della della chiesa ma quello dottrinario».
La sua sospensione dopo il gay pride è stato un deterrente per gli altri preti?
«Certo l'epilogo della mia storia parla chiaramente di una caccia alle streghe. Provi a fare un'intervista come questa ad un prete qualsiasi. Tanti sacerdoti si terranno lontani anche da questo gay pride, ma non perché hanno un sentire distante dal mio. In Italia ci sono don Alessandro Santoro di Firenze, don Pino d'Aloia di San Severo di Puglia e a Napoli c'è Don Merola della parrocchia di Forcella che, per aver urlato contro la camorra, è stato redarguito dai superiori. La chiesa è così. Oggi mi paga per non fare niente, anzi purché non faccia niente».
http://www.gaynews.it/view.php?ID=31998
Un eroe può essere gay?
Il sergente Robert Stout premiato con onoreficienze al valore cacciato dall'esercito statunitense perché ha dichiarato all'Associated press di essere gay
Il sergente Robert Stout ha ricevuto la Purple heart, una delle più alte onorificenze al valore dell'esercito americano, dopo che una granata lo ha ferito in Iraq. Ma è stato cacciato dall'esercito statunitense perché ha dichiarato all'Associated press di essere gay. E negli ultimi dieci anni sono stati spesi 190 milioni di dollari per reclutare e addestrare i sostituti dei 9.488 militari omosessuali cacciati dalle forze armate americane. Un progetto di legge pro-posto dai democratici mira ad abrogare la legge «Don't ask, don't teli» relativa alle abitudini sessuali dei militari: una norma per cui fino a oggi sono stati banditi dall'esercito statunitense i gay dichiarati. I promotori della riforma sottolineano che non c'è al-cuna prova che i soldati omosessuali mettano a rischio la disciplina militare o lavorino peggio degli altri. Tanto più che forze americane in Iraq e Afghanistan combattono a fianco a fianco con eserciti di paesi che non fanno discriminazioni.
http://www.gaynews.it/view.php?ID=32002
martedì 26 aprile 2005
Noi non dimentichiamo
di Carlo Azeglio Ciampi
Sessant’anni fa, oggi, si compì la liberazione e la riunificazione della nostra Patria. Tanti ricordi si affollano alla mente. Il cuore è ancora gonfio di pena, ma anche di orgoglio, per quelli che, compagni della nostra giovinezza, diedero la vita per la libertà di tutti; anche di chi li combatteva. Presero le armi per far nascere quelle istituzioni democratiche in cui oggi noi italiani tutti ci riconosciamo. Eredi degli ideali del Risorgimento, restituirono alla Patria l'onore e il rispetto dei popoli liberi. Uomini e donne, militari e civili, laici e religiosi, ci insegnarono a conquistare e a vivere la libertà. Nel loro anelito di democrazia e di giustizia, nell’amor di Patria, che nell’ora della prova più difficile proruppe spontaneo nei loro cuori, si riconobbe una nuova Italia.
* * * *
Un forte, indissolubile legame, unisce l’Italia del 25 aprile 1945 all’Italia che il 2 giugno 1946 partecipò, con universale entusiasmo, alle prime elezioni politiche libere dopo la dittatura. Vi presero parte, per la prima volta, anche le donne, elettrici e candidate. Gli italiani scelsero la Repubblica. Lo spirito della Resistenza vive nel testo della Costituzione repubblicana. La memoria dei sacrifici e delle lotte della Resistenza è fondamento della nostra passione per la libertà. Di quei sacrifici danno oggi solenne testimonianza le decine e decine di gonfaloni delle città e province insignite di medaglia d’oro che affollano, per la prima volta, questo cortile del Quirinale, la casa di tutti gli italiani. Da questi stendardi lo sguardo si leva al tricolore che sventola in alto, l’insegna che guidò i nostri padri nelle guerre del Risorgimento, affiancata oggi dalla bandiera azzurro-stellata della nuova Europa, unita da ideali di concordia e di pace.
Noi non dimentichiamo nessuno di coloro che furono protagonisti della lotta per la libertà di tutti gli italiani. Non dimentichiamo la Resistenza operaia, esplosa negli scioperi di massa del marzo ‘43 a Torino, a Milano, a Genova e in altre città, prima della caduta della dittatura.
Non dimentichiamo la Resistenza dei militari che, dopo l’8 settembre del ‘43, nello smarrimento delle istituzioni, trovarono nel loro cuore le radici di un orgoglioso amor di Patria, che li spinse all’azione. Molte migliaia caddero con le armi in pugno, o vennero trucidati dai nazisti.
Non dimentichiamo i civili che, a Roma e altrove, si unirono a loro per la difesa delle loro città, o, come a Napoli, si batterono per cacciare le forze di occupazione.
Non dimentichiamo la Resistenza delle centinaia di migliaia di militari deportati, che preferirono una durissima prigionia, che costò la vita a tanti di loro, al ritorno in Italia al servizio della dittatura.
Non dimentichiamo la Resistenza popolare, che si manifestò spontanea. Migliaia e migliaia di donne e uomini di ogni ceto, a rischio e a prezzo della loro vita, salvarono e protessero civili e militari alla macchia, ebrei minacciati dallo sterminio, soldati stranieri fuggiti dai campi di prigionia, che cercavano la salvezza. Li aiutarono a raggiungere l’Italia già liberata, accompagnandoli lungo quei sentieri della libertà che solcarono allora tutta la penisola, da Nord a Sud, di casolare in casolare, di paese in paese, di città in città. Fu una catena di silenziosa, spontanea solidarietà.
Non dimentichiamo le migliaia e migliaia di vittime delle innumerevoli, orrende stragi che insanguinarono il nostro Paese. Donne, vecchi, bambini, civili colpevoli soltanto di sostenere chi si batteva per la libertà.
Non dimentichiamo soprattutto i protagonisti della Resistenza armata, che nacque come scelta di popolo, che si organizzò in unità partigiane combattenti e dilagò nelle città, nelle pianure, nelle montagne, fino alla riconquista, nell’aprile del 1945, delle grandi città del Nord d’Italia, prima ancora della resa dell’esercito nazista.
Non dimentichiamo le unità del nostro esercito ricostituito, che combatterono con valore per l’onore della nuova Italia democratica.
Non dimentichiamo, non dimenticheremo mai, i soldati alleati, venuti da tutti i continenti per liberare, a costo di perdite immense, tutti i popoli europei dalla feroce tirannide nazifascista.
* * * *
La memoria degli eventi di sessant’anni fa è un libro fatto di molte pagine, di tante storie personali e collettive, storie di individui che diedero una risposta alta e nobile alla sfida dei tempi, che seppero interpretare i valori profondi della civiltà italiana ed europea.
Essi volevano un’Italia libera per tutti, unita. Il loro ricordo non vuole alimentare divisioni, vuole insegnarci la concordia, insieme con l’amore per la Patria e l’amore per la Costituzione, fondamento delle nostre libertà. Questo è il significato profondo delle giornate della memoria che noi celebriamo: occasioni per ricordare ai giovani i valori ispiratori di quella libertà che essi hanno il privilegio di vivere e il dovere di custodire.
* * * *
Italiani, gli uomini della mia generazione hanno avuto un singolare destino. Abbiamo vissuto, nella giovinezza, anni tra i più foschi della millenaria storia europea. Ma nelle prove più difficili si tempra l’identità di una Nazione. Dalle tragedie di quegli anni abbiamo tutti tratto ammaestramento. A noi sopravvissuti è toccata poi la fortuna di essere partecipi della grande rinascita democratica della nostra Patria; partecipi altresì della miracolosa costruzione di una unione di Stati e di popoli che assicura a tutta l'Europa, dopo millenni di guerre, una pace irreversibile.
Abbiamo avuto la fortuna di garantire ai nostri figli, e ai figli dei nostri figli, quei beni, quei valori, quelle speranze, che noi, da giovani, non avevamo conosciuto. E ne siamo orgogliosi. Ai giovani d’oggi, cresciuti in un’Italia libera, in un’Europa pacifica e unita, dico: non dimenticate mai gli ideali che ispirarono coloro che diedero la vita per voi. Possa la memoria dei sacrifici dei Padri della Repubblica rimanere viva, tramandata di generazione in generazione, guida e monito ad essere sempre vigili nella difesa della libertà riconquistata. Il ricordo di quei giorni ci fa guardare con fiducia al nostro futuro; ci fa sentire il dovere di essere uniti tutti nell'amore per la Patria italiana ed europea, uniti nell’orgoglio delle nostre grandi tradizioni di civiltà, uniti nell’impegno a contribuire al progresso e alla pace di tutti i popoli.
Viva la Resistenza.
Viva la Repubblica.
Viva l’Italia libera e unita.
Discorso pronunciato ieri dal Presidente della Repubblica a Roma in occasione delle celebrazioni per il 25 aprile
lunedì 25 aprile 2005
Se avessero vinto loro
di Furio Colombo
Se avessero vinto loro? Loro sono anche le brave persone che pensavano di combattere per l'onore dell'Italia. Loro sono anche i ragazzi che per l'avventuroso entusiasmo dell'età o per la disinformazione profonda o per l'indottrinamento subito si sono arruolati adolescenti o bambini nelle formazioni fasciste. Loro sono coloro a cui hanno messo in mano un'arma per uccidere i partigiani, detti "banditi" e condannati sempre alla pena di morte. Loro erano gli addetti ad arrestare gli ebrei - definiti per legge nemici - da consegnare da fedeli alleati ai tedeschi. Queste consegne sono sempre avvenute. Sono innumerevoli le testimonianze in proposito. Basti per tutti "Il libro della Memoria" di Liliana Picciotto Fargion, e "L'Olocausto italiano" di Susan Zuccotti, con i nomi, i luoghi, le circostanze di una fervida attività di rastrellamento e consegna degli ebrei italiani da parte di fascisti italiani.
A Milano, se entrate al pian terreno dell'immensa Stazione centrale, sul lato destro che si affaccia su Piazza Luigi di Savoia, vi fanno vedere il binario, tuttora intatto, tuttora collegato con Auschwitz, dal quale partivano i treni stipati di ebrei italiani. Tutto il servizio di arresto, raccolta, imprigionamento a San Vittore, attesa, trasporto in quel lato della Stazione, le lunghe file di adulti e bambini nella notte e nel gelo, la spinta dentro i vagoni, l'accurato lavoro di sigillare le porte dei vagoni-bestiame, era tutto italiano. Italiano di Salò. Italiano della Repubblica Sociale Italiana. Italiano a cura di coloro che avevano deciso di restare fedeli alleati dei nazisti e della loro macchina mortale.
Certo, molti non sapevano dove finiva quel binario. Molti potevano essere avvolti in una disorientante cecità selettiva che non permetteva loro di vedere e capire a quale mondo stavano dando una mano, e verso quale futuro essi stessi stavano andando.
Per questo diciamo: tutti sono cittadini a pieno titolo nel mondo della libertà. Ma quel mondo non ci sarebbe mai stato se avessero vinto loro. Loro e Hitler, loro e le camere a gas, loro e i forni di Auschwitz, loro e i morti impiccati ai lampioni di via Cernaia a Torino, loro e le stragi di Marzabotto e di Sant'Anna di Stazzema, loro e i torturatori di via Tasso, loro che consegnavano gli arrestati al comando germanico all'Hotel Regina di Milano.
Il rispetto per ogni libero essere umano, compresi coloro che si erano avviati sulla strada di un mondo fondato sui campi di sterminio, è un dovere di tutti, e un diritto di cui ciascuno è titolare, nel mondo della libertà.
Chi quel mondo di sterminio lo ha difeso fino all'ultimo, può dire che non sapeva e può persino essere creduto. Ma non deve dire di non sapere, oggi, di avere lavorato per Auschwitz, di avere dato forze e giovinezza a un universo di discriminazione, di sterminio, di morte. Adesso lo sappiamo, lo sanno anche coloro che hanno agito dentro la nebbia dell'indottrinamento di quella terribile fede di morte.
Adesso coloro che erano fascisti sanno che anch'essi sono stati liberati il 25 aprile. Sanno che il 25 aprile è già una festa di riconciliazione perché ha salvato tanti giovani fascisti dal destino tremendo di continuare a fornire di corpi umani ai campi di sterminio, di servire da guarnigione per le prigioni e i centri di tortura, e per occupare col terrore i Paesi d'Europa. È vero, i giovani fascisti di allora devono essere grati agli Americani, agli Inglesi, alla loro invasione di libertà. E dovrebbero non dimenticare 23 milioni di morti russi che hanno fatto da barriera, con i loro corpi alla vittoria nazista.
Però dedichino in questa giornata un pensiero anche ai partigiani che alcuni di essi hanno, in nome di un confuso onore dell'Italia, ucciso o tentato di uccidere. La loro lotta per tre inverni indicibili sulle montagne, per le strade dei nostri paesi e delle nostre città ha ridato a tutti gli italiani il vero onore che segna la nostra storia: quello di non essere dalla parte dei forni crematori, quello di non essere dalla parte di Auschwitz.
Se loro sanno, se lo capiscono (e non possono dire di non saperlo) allora potremo dire che siamo insieme in questo giorno di festa perché questa è la festa degli italiani liberi. E gli italiani, tutti, compresi i ferventi nostalgici, coloro che vorrebbero farci ricordare altre cose pur di non parlare della nostra liberazione italiana, dovrebbero riconoscere il 25 aprile come il giorno dello scampato pericolo. È il no definitivo della storia alla vita sotto il fascismo.
da l'Unità del 25/04/2005
venerdì 22 aprile 2005
Così abbiamo difeso i diritti dei cittadini
di JOSÉ LUIS RODRIGUEZ ZAPATERO
La notte del 14 marzo del 2004, quando noi socialisti celebravamo la vittoria elettorale, ho sentito con chiarezza un coro di voci giovanili che mi gridava: "Zapatero, non ci deludere!". Quelle voci, che continuano a risuonare dentro di me, sono la voce dei cittadini spagnoli, che non voglio deludere e ai quali spetta di giudicare il primo anno del mio mandato alla guida del governo.
Nella campagna elettorale del 2004 avevo presentato agli spagnoli un programma per il cambiamento articolato attorno a tre assi: lavorare per la pace, dare ai cittadini più diritti e instaurare uno stile di governo che in Spagna abbiamo convenuto chiamare "talante", disponibilità, e che altro non è se non la politica del dialogo e del negoziato.
Un anno dopo, ritengo che il mio governo abbia fatto alcune cose importanti in risposta a quel messaggio. Una consistente maggioranza degli spagnoli desiderava che il nostro paese ritornasse a fare parte del cuore dell'Europa, e così abbiamo fatto. Il mio governo ha contribuito a sbloccare il processo dell'approvazione della Costituzione europea e della firma a Roma da parte dei capi di Stato e di governo. E a febbraio, il popolo spagnolo ha dimostrato la sua ferma vocazione europeista diventando il primo paese a ratificare con un referendum questa Costituzione.
Per l'Europa, il secolo XX è stato devastante. E, tuttavia, nella seconda metà di questo secolo, la Costruzione europea è diventata il progetto più ambizioso e appassionante di sempre, consistente nel tentativo di creare un grande spazio di democrazia, di diritti umani, di progresso economico, di solidarietà e di incoraggiamento alla pace.
Il nascente secolo XXI deve essere quello dell'allargamento, dell'approfondimento e della consolidazione di questo spazio. Il mondo ha bisogno e chiede più Europa, non meno Europa.
Parliamo ancora di pace. In un contesto internazionale convulso, anche il terrorismo si è globalizzato. In Spagna, che da trent'anni è colpita dal flagello dell'Eta, abbiamo subito l'accanimento della violenza selvaggia del terrorismo internazionale l'11 marzo 2004.
Bisogna ripeterlo: il terrorismo non ha alcuna giustificazione possibile, in nessun luogo e in nessuna circostanza. Di fronte a questa piaga c'è posto solo per la fermezza democratica e per la forza della legge. Per questo abbiamo aumentato le risorse umane e materiali per la lotta contro il terrorismo internazionale. Per questo abbiamo rafforzato il contingente militare in Afghanistan. Ed è anche per questo che abbiamo incrementato la cooperazione internazionale, dentro e fuori dell'Ue, nel settore delle forze di polizia, dei servizi d'intelligence e del potere giudiziario.
Ma il terrorismo va combattuto senza violare l'essenza stessa della democrazia, senza offendere i diritti e le libertà irrinunciabili, senza forzare la legalità internazionale, senza associarlo a delle comunità, a delle culture o a delle religioni determinate. L'uso della violenza e il terrorismo non sono patrimonio di alcuna comunità, cultura o religione, e da qui deriva la proposta che ho presentato davanti all'Assemblea dell'Onu di un'Alleanza di civiltà. È fondamentale chiudere il divario che s'è aperto tra Occidente e il mondo arabo e musulmano.
Dobbiamo studiare le cause di questa frattura e adottare delle misure per ricucirla. La risposta al terrorismo non può essere solo di tipo repressivo. Occorre bonificare le paludi dove questa peste cresce; prosciugare ogni brodo di coltura politico, economico, sociale o culturale che possa favorirlo. È per questo motivo che insistiamo nel multilateralismo, nella legalità internazionale, nel ruolo dell'Onu e nella solidarietà.
La Spagna sta aumentando il livello della sua cooperazione estera per raggiungere lo 0,5% del Pil al termine di questa legislatura. E mi sono impegnato a raggiungere quel simbolico 0,7% che il mondo in via di sviluppo sollecita. Assieme al Brasile, al Cile, alla Francia e al segretariato generale Onu, stiamo anche promuovendo l'Alleanza contro la fame.
"Zapatero, non ci deludere". La mia prima decisione come presidente del governo è stata di decidere il rientro delle truppe di stanza in Iraq. Lo aveva chiesto la grande maggioranza dei cittadini. Era un impegno preso in campagna elettorale che ho voluto onorare senza indugi. Non siamo stati d'accordo con la guerra, ma ciò non impedisce che siamo tra i più importanti contribuenti al processo di ricostruzione dell'Iraq. E non impedisce che io rispetti le decisioni che su questa materia hanno adottato i governi di altri paesi amici e alleati. E loro hanno saputo rispettare la posizione spagnola.
"Zapatero, non ci deludere". Le forze progressiste del secolo XXI devono ampliare i diritti dei cittadini; ciò deve essere uno dei primi segnali della nostra identità. In un anno appena, abbiamo rafforzato la tutela delle donne di fronte alla violenza machista, abbiamo reso più agile la legge sul divorzio e abbiamo riconosciuto il diritto al matrimonio delle coppie omosessuali.
Abbiamo anche aumentato il salario minimo e le pensioni e abbiamo moltiplicato il numero di borse di studio e di contributi per l'alloggio. E non considero progressista una smisurata spesa pubblica e neppure un deficit fuori controllo, credo nella sinistra della gestione virtuosa.
"Zapatero, non ci deludere". La parola spagnola talante è diventata un'etichetta del mio governo. Mi riempie d'orgoglio. Perché questo talante segna uno stile nel modo di governare. Talante è scommettere affinché il Parlamento riacquisti il suo ruolo centrale nella vita politica; è dare impulso allo spirito del dialogo e della negoziazione tra i partiti politici e le Comunità autonome d'una Spagna unita e pluralista.
Talante è, infine, garantire che i mezzi di comunicazione pubblici siano, per la prima volta nella storia della Spagna, indipendenti dal governo di turno e diretti da professionisti. Ho affidato a un comitato d'esperti l'incarico d'elaborare un insieme di proposte, che potrebbero essere poi convertite in legge.
Sta al popolo spagnolo trarre il bilancio della mia gestione alla guida del governo: penso che la nostra sia la strada giusta, ma non mi concederò un minuto d'autocompiacimento. E voglio che diventi un mandato cittadino quel grido della notte elettorale: "Zapatero, non ci deludere!".
L'autore è presidente del governo spagnolo
(traduzione di Guiomar Parada)
(22 aprile 2005)
http://www.repubblica.it/2005/d/sezioni/esteri/matrigay/zapate/zapate.html
giovedì 21 aprile 2005
Spagna: primo Sì del Parlamento ai matrimoni gay
Madrid, 21 apr. (Adnkronos) - Con 183 voti a favore, 136 contrari e 6 astenuti, il Congresso spagnolo, la Camera bassa del Parlamento, ha approvato oggi in prima lettura una modifica del codice civile che autorizza i matrimoni gay.
Il disegno di legge, che passera' ora al Senato per poi ritornare alla Camera per la sua approvazione in via definitiva, introduce modifiche in 16 articoli del codice.
In particolare prevede la sostituzione delle parole 'marito' e moglie' con 'coniugi' e le parole 'padre e madre' con 'genitori'.
''Il matrimonio - si legge nel testo - avra' gli stessi requisiti e effetti nel caso in cui entrambi i contraenti siano dello stesso sesso o di sesso opposto''.
Tra i deputati contrari quelli del Partito Popolare, i nazionalisti del CiU e i baschi del Pnv.
Se per il presidente della 'Federazione lesbiche, gay e transessuali', Beatriz Gimeno, quello di oggi e' ''un giorno storico per tutti i cittadini che credono nell'uguaglianza, nella giustizia e nello stato di diritto'', per la Conferenza episcopale spagnola, la riforma ''introduce un pericoloso fattore di dissoluzione dell'istituzione familiare e con essa dell'ordine sociale''.
La questione ha gia' in passato creato tensioni tra Madrid e il Vaticano e arriva a due giorni dall'elezione a Papa del cardinale Joseph Ratzinger, al quale il premier socialista Jose Luis Rodriguez Zapatero aveva segnalato in un messaggio la sua disponibilita' a collaborare.
http://www.gaynews.it/view.php?ID=31842
Tramonto democristiano
di CURZIO MALTESE
Berlusconi ha scelto di morire democristiano. Pur di tirare a campare ancora per qualche mese, abbrancato alla poltrona, all'ultima e unica promessa mantenuta agli italiani: "Non vi libererete facilmente di me". Perché già la penultima, "non mi dimetterò mai", è andata a farsi benedire. L'uomo che solo lunedì non si sarebbe "mai piegato ai riti politicanti", nello spazio d'un mattino o due accetta di naufragare nel più grottesco dei voltafaccia, nel puro teatrino della politica, in antiche paludi che si chiamano dimissioni&rimpasto, rosa dei nomi, totoministri, verifica, orrido governo bis o balneare.
Stavolta è suo il ruggito del coniglio. Berlusconi e non Follini appare come il vecchio democristiano di ritorno. Più ancora che la vendetta della prima repubblica sulla seconda, questa è la comica finale del berlusconismo. Solo l'altro giorno il premier ha regalato ai suoi falchi l'ultimo gesto titanico, le dimissioni negate con tanto di minacce agli alleati, l'ennesimo salto nel cerchio di fuoco destinato all'applauso della corte dei vari Ferrara e Fede. Appena il tempo per il cambio scena e d'abito e Berlusconi da oggi è già lì a distribuire sorrisi, pacche, barzellette e ministeri ai nemici mortali dell'Udc. E allora a che cosa è servita la recita incendiaria? Soltanto a ingigantire la vittoria e la figura del nemico interno, Follini, e a ridurre a nani politici gli alleati più fedeli, Bossi e anche Fini.
La verità è che l'ultimo Berlusconi sbaglia tutte le mosse, almeno quanto le azzeccava il primo. È un contrappasso totale, quotidiano. La puntata di Ballarò del dopo elezioni era l'esatto contrappasso della discesa in campo del '93.
Il brontolio dimissionario con cui ieri al Senato Berlusconi ha stracciato il "contratto con gli italiani" è la risposta del tempo al radioso comizio d'insediamento nell'estate del 2001. Allora si celebrava l'inizio di un ipotetico ventennio ("governeremo per molte legislature"), ora se va bene si tratta d'arrivare al panettone. Da neothatcheriano a vecchio doroteo in soli 1400 giorni.
Fra le due immagini passa il clamoroso fallimento del berlusconismo. Non solo nei risultati concreti, deludenti oltre l'immaginabile, con il peggior stallo economico dal dopoguerra, il declino incombente, l'impoverimento dei ceti medi e le grandi opere ridotte a una villona padronale e semiabusiva in Sardegna. Ancora più definitivo è il fallimento ideologico, culturale, nel linguaggio e nella rappresentazione del Paese.
L'idea arrogante di poter guidare la politica e la nazione come un'azienda, l'altra di riuscire a manipolare all'infinito con le televisioni un'opinione pubblica infantile. Alla prima seria rivolta di un alleato o due, i più piccoli per giunta, il mantello d'invulnerabilità del berlusconismo è scivolato a terra e il capo si ritrova ora a inseguire un compromesso qualsiasi, arrangiandosi con le povere risorse dell'eterno trasformismo.
Il marasma finale è evidente perfino nel linguaggio, nelle parole e nei gesti del Berlusconi dimissionario. Lo show di 11 minuti durante il quale il premier ha alternato scuse di fatto a minacce virtuali, la tardiva ammissione di sconfitta e la sicumera delle future immancabili vittorie, una concreta retromarcia di fronte alle divisioni nella maggioranza e la chimerica fuga in avanti verso il partito unico della destra, l'ossequio formale al Quirinale e il disprezzo per la Costituzione. Un guazzabuglio da stato confusionale che le fide Rai e Mediaset, con pietoso servilismo, si sono ben guardate dal mandare in diretta. Lo show s'è chiuso poi nel paradosso d'una maggioranza che applaude con entusiasmo le dimissioni del suo premier mentre l'opposizione medita in silenzio.
Su queste basi di partenza c'è da domandarsi a che cosa serva prolungare l'agonia d'un anno con un Berlusconi bis.
Tutto lascia prevedere un anno orribile, gravido di vendette, dispetti, regolamenti di conti. Fallito l'ultimo, Berlusconi cercherà altri colpi di scena. Com'è nella sua natura, tornerà a fare la voce del padrone appena sarà caduta in prescrizione anche la minaccia del voto anticipato. I centristi possono rispondere con altre crisi e crisette. Già ieri hanno fatto una piccola prova generale facendo mancare la maggioranza a un decreto governativo.
Una specie di Vietnam parlamentare attende un'Italia già stremata e impaurita dalla crisi. Le elezioni anticipate rappresentavano almeno una soluzione decente, forse l'ultimo dei tanti treni persi dal paese nei dieci anni buttati per inseguire uno strano sogno.
(21 aprile 2005)
http://www.repubblica.it/2005/d/sezioni/politica/crisigoverno3/tramonto/tramonto.html
Le illusioni dello sconfitto
di MASSIMO GIANNINI
È finita. La parabola eroica del "leader vincitore", stavolta, si è chiusa senza altre sorprese. A Silvio Berlusconi, che ieri si è dimesso dopo 1.409 giorni di "regno democratico", va reso almeno un merito: ha svestito i panni del "monarca" in tono minore e dimesso. E dunque, per un autocrate mediatico cresciuto nel culto della personalità, in modo "quasi" responsabile. Lui, che aveva forgiato la sua immagine sul mito della legittimazione popolare e populista piuttosto che sulla mediazione politica e politicante, si è sottoposto a tutte le "stazioni" imposte dalla via crucis istituzionale che regola da mezzo secolo le crisi di governo di questo Paese.
Basterebbe già questo, a sancire la fine di un ciclo. Ieri, prima al Senato e poi al Quirinale, abbiamo assistito alla definitiva de-sacralizzazione dell'unto del Signore. Il Cavaliere "è sceso dal piedistallo", come ha detto con qualche malcelata soddisfazione uno dei suoi forse ex-alleati. Berlusconi non è più il padre-padrone della Casa delle Libertà. Se tutto va bene, sarà ancora giusto per un anno il presidente del Consiglio di un governicchio quadri-partito. Tenuto insieme solo dal gioco dei ricatti incrociati, e dalla mutua impossibilità delle singole forze che lo compongono di andarsene ciascuna per proprio conto. Ma da ieri, e a dispetto di tutte le convinte asserzioni formulate dal premier nell'aula di Palazzo Madama, il vincolo che ha retto il centrodestra in questi anni si è sciolto. Il Cavaliere riuscirà pure a rimettere in piedi un Berlusconi-bis.
Tenterà pure di far credere, attraverso un rimescolamento di poltrone ministeriali, che l'asse Forza Italia-Lega sarà riequilibrato a vantaggio del fronte An-Udc. Proverà pure a dimostrare, attraverso qualche altra trovata propagandistica, che un nuovo programma politico è ancora possibile, e che un altro miracolo economico per le famiglie, le imprese e il Sud è ancora probabile.
Ma sarà pura inerzia "resistenziale". Farà male allo stesso premier, che senza più un euro di tasse da restituire si esporrà al lento declino del suo strampalato modello di Berlusconomics. Farà male ai suoi alleati, che continueranno a litigarsi le spoglie di un'alleanza in calo progressivo di appeal elettorale. Farà male all'Italia, che con un deficit pubblico lanciato al 4,6% del Pil e una crescita inchiodata all'1% avrebbe bisogno nel frattempo di un vero elettrochoc per rimettersi in piedi. A questo punto le elezioni anticipate sarebbero la soluzione più equa e conveniente. Ma anche se nulla si può escludere, nessuno sembra disposto a rischiarle.
Il centrodestra consuma se stesso e il Paese in una doppia "condanna". È condannato a tenersi ancora per un anno questo leader: non ne ha altri capaci e coraggiosi al punto di accettare la sfida per il comando. È condannato a stare insieme chissà ancora per quanto: in base a una simulazione di Roberto D'Alimonte sulle politiche del 2001, nel maggioritario la Cdl senza la Lega perderebbe 52 seggi, senza l'Udc ne perderebbe 49, senza An ne perderebbe 159.
Come ha scritto mestamente ma lucidamente Giuliano Ferrara: "Non so come finirà, ma so che è finita".
Eppure, anche nella fine malinconica e quasi burocratica di ieri al Senato, Berlusconi ha trovato il modo per azzardare l'ultima forzatura. Da un lato, finalmente ha riconosciuto che la "coalizione attraversa una fase di difficoltà", e che la crisi di governo si innesca sul "segnale di disagio" trasmesso dagli elettori con il voto regionale. Meglio tardi che mai, per scoprire i fallimenti del progetto politico berlusconiano. Dall'altro lato, sorprendentemente ha collegato la crisi di governo non a quelle "difficoltà" a quei "segnali di disagio", ma ha detto sono "costretto a dimettermi da questa Costituzione". Non è mai troppo tardi, per verificare i fermenti della vena antipolitica berlusconiana.
Con il solito gioco di specchi, il Cavaliere confonde il suo mondo virtuale con la realtà fattuale. Scarica sulle regole, cioè sul sistema costituzionale, le tensioni tra i partiti, cioè l'assetto coalizionale. "Nei paesi europei dove il sistema istituzionale lo consente - dice - il presidente eletto dal popolo adegua la squadra di governo ogni volta che se ne presenta la necessità, con la sua diretta responsabilità, senza dunque le estenuanti crisi politiche e i passaggi parlamentari... In Italia, invece, per conseguire questo risultato la Costituzione richiede una serie di passaggi formali, a partire dalle dimissioni del governo. La riforma costituzionale di questa maggioranza adeguerà il nostro sistema di governo alle moderne democrazie. Ma ora, dovendo dar vita al nuovo governo, non mi posso sottrarre al passaggio attraverso una formale crisi di governo...".
In queste parole è racchiusa tutta l'anomalia della psico-politica berlusconiana. La possibilità che gli alleati-vassalli non siano d'accordo con il capo supremo non è contemplata. L'ipotesi che gli elettori-sudditi non apprezzino le scelte del sovrano assoluto non è prevista. Se qualcosa non funziona, se l'esercizio della leadership genera conflitti e non carisma, se la pratica di governo produce disaffezione e non consenso, la colpa è sempre di un fattore "esterno". Nel '94, a costringerlo a gettare la spugna furono i "comunisti", che non lo lasciarono "lavorare". Nel 2005 è "questa Costituzione", che lo obbliga alle "estenuanti crisi politiche e ai passaggi parlamentari".
Siamo all'ultima, brutale svalorizzazione della Carta del 1948. È colpa della Costituzione, se dopo quattro anni di legislatura si è sciolto il fragile patto che legava gli inquilini della Casa delle Libertà? È colpa della Costituzione, se Bossi (senza il quale si perde al Nord) ricatta Berlusconi con la devolution, se Follini e Fini (senza i quali si perde al Centro-Sud) ricattano a loro volta Berlusconi sul programma e sulla squadra, e se lo stesso Berlusconi (senza il quale nessun centrodestra vince da nessuna parte) non ha più risorse politiche per pagare tutti questi riscatti? È colpa della Costituzione, se questa formidabile maggioranza che stravinse al voto del 2001 ha perso poi in sequenza ben cinque tornate elettorali consecutive? È colpa della Costituzione, se oggi un blocco sociale ancora in attesa di rappresentanza organica rescinde il "contratto con gli italiani", che ieri aveva sottoscritto come simbolo della modernizzazione pubblica e dell'arricchimento privato?
Il nostro sistema elettorale, l'esecrato Mattarellum, è un ibrido ancora imperfetto, che accresce i poteri di interdizione e di veto delle forze minori. Il nostro sistema istituzionale, e la forma di governo che vi è sottesa, meritano senz'altro qualche correzione, che rafforzi il peso e l'efficienza dell'esecutivo. Eppure l'ingegneria delle Costituzioni e delle coalizioni è solo uno strumento. Lo si può manipolare (o manomettere) quanto si vuole. Ma serve a poco, se non è al "servizio" di un disegno politico comune e condiviso. Il famoso "modello Westminster" sarebbe comunque inutile, se in Gran Bretagna non ci fossero stati due grandi leader come Margareth Thatcher e Tony Blair, che all'interno dei propri schieramenti alternativi e agli occhi dei rispettivi elettori hanno saputo incarnare un progetto riformatore forte, visibile e coeso.
Esattamente quello che è mancato e che ormai irrimediabilmente manca al centrodestra e al Cavaliere. Per questo Berlusconi commette oggi una palese mistificazione: per spiegare la rottura nella sua maggioranza, denuncia la presunta inadeguatezza dello "strumento" (la Costituzione) e nasconde l'imperizia di chi non l'ha saputo usare (la coalizione). Per questo Berlusconi non è credibile, e tradisce la sua endemica inclinazione alle super-semplificazioni demagogiche, e per certi aspetti anche pericolose: per ricercare in altro modo una rilegittimazione tardiva, si illude che cambiare la (nostra) Costituzione sia sufficiente a rifondare la (sua) coalizione.
Non è così. Non sarà così. Per quanto il Cavaliere si sforzi con altre invenzioni di marketing politico, dopo questa crisi il suo "palinsesto" è fallito. Come ha scritto il Censis, in un'indagine diffusa proprio ieri sulle ultime elezioni, "già dalle scorse europee si era registrato un evidente affanno della capacità di traino del leaderismo carismatico". Con le regionali, l'affanno è diventato collasso. E se la terapia è quella ascoltata ieri a Palazzo Madama, un altro anno di Berlusconi bis non salverà il centrodestra.
(21 aprile 2005)
http://www.repubblica.it/2005/d/sezioni/politica/crisigoverno3/illusioni/illusioni.html
mercoledì 20 aprile 2005
Un papato che fa chiarezza
Presa di posizione della Comunità cristiana di Base di Pinerolo guidata da Don Franco Barbero
La gerarchia cattolica, ancora una volta, è stata pienamente coerente con se stessa, con il suo potere, con la sua azienda ecclesiastica. Di questo dobbiamoprendere atto.
I cardinali non hanno eletto un uomo dai lineamenti incerti.
Hanno scelto il rappresentante più significativo dell'assoluta continuità con papa Wojtyla, un uomo che metterà tutte le sue energie in una direzione autoritaria, omofobica, sessuofobica, antidemocratica, accentratrice.
Finalmente c'é chiarezza! Il papato è contro la liberazione delle donne, dei gay e delle lesbiche, a favore dell'ipocrisia del celibato obbligatorio dei preti, contro la ricerca teologica, contro le seconde nozze.
Un papato che si inserisce nel solco trionfalista di Wojtyla aiuterà il popolo di Dio a ribellarsi contro questa tirannia.
Una grande speranza
Finalmente non c'é dubbio: la gerarchia non sta a destra dando l'illusione di guardare a sinistra.
Qui ci troviamo di fronte ad un papato incarnato da un uomo, Joseph Ratzinger, della destra più retriva. A ben pensarci, se il nostro cuore si fa attento al messaggio di Gesù, questa struttura ecclesiastica oppressiva può rappresentare l'opportunità di capire il vero ruolo della gerarchia.
Nutriamo una grande speranza. Occorre, a nostro avviso, imparare la libertà delle figlie e dei figli di Dio fuori dalle obbedienze sacrali. E' un'ora importante, un invito a deciderci; un'ora in cui l'obbedienza al Vangelo può tradursi in libertà, responsabilità, gioia, creatività.
Questo papa "buttafuori" farà il vuoto degli uomini e delle donne che hanno il gusto della libertà responsabile e attirerà quanti hanno la scelta o il "destino" dell'obbedienza.
Con enorme fiducia continuiamo il nostro cammino come tentativo di vivere sulle tracce di Gesù di Nazareth e non sarà lo squallore vaticano a toglierci la gioia di vivere e di credere. I padroni di questo mondo, politici o religiosi, non governano più i nostri cuori e non dirigono più le nostre vite.
La Comunità cristiana di base di Pinerolo (www.viottoli.it)
Pinerolo, 19 aprile 2005
http://www.gaynews.it/view.php?ID=31817
Ratzinger papa: ha vinto la Chiesa più retriva
Benedetto XVI è il campione di una chiesa medioevale
Con l’elezione di Benedetto XVI, cardinale Ratzinger ha vinto la Chiesa più retriva, contraria a qualsiasi apertura in materia di morale sessuale, assolutamente sorda rispetto all’evoluzione dei tempi e della società.
Una Chiesa, che vuole continuare ad avere un forte potere d’interdizione nei confronti dei partiti e delle scelte politiche.
Benedetto XVI, come Prefetto della Dottrina della Fede, si è distinto come il campione dell’ortodossia, della conservazione, esprimendo più volte nostalgie pre Conciliari. Il cardinale Ratzinger, ha in questi anni più volte offeso le persone gay, lesbiche e transessuali del mondo e, ha ridotto al silenzio qualsiasi voce, che all’interno della Chiesa, ha dissentito rispetto ad una visione medioevale della fede cattolica.
Come Arcigay attenderemo gli atti concreti del nuovo papa, che certamente con il suo passato non ci appare come il miglior interprete dell’originario messaggio d’amore di Gesù Cristo.
Aurelio Mancuso
Segretario nazionale Arcigay
Bologna, 19 aprile 2005
http://www.gaynews.it/view.php?ID=31809
martedì 19 aprile 2005
Missione compiuta
di Furio Colombo
Vi ricordate quando ci ammonivano: «Se continuate a parlar male di Berlusconi, resteremo all'opposizione per altri vent'anni»? Ricordate quando la parola "regime" detta con riferimento al controllo totale (scandaloso per il resto del mondo) di tutte le televisioni e all'intimidazione della stampa (attraverso decapitazioni clamorose) suscitava reazioni decisamente ostili anche fra coloro che era naturale immaginare amici e vicini e partecipi dell'unico grande impegno democratico di questo Paese, rimuovere Berlusconi con il voto, per far sciogliere come neve al sole tutto il suo mondo di clienti e dipendenti?
Ci ho ripensato leggendo l'articolo del premio Nobel americano per l'Economia John Stiglitz sulla prima pagina de la Repubblicadel 14 aprile. Stiglitz in quell'articolo è duro e inesorabile con Bush. Una delle cause più sprezzanti è questa: «Bush esprime preoccupazione per la concentrazione del settore dei media russi. Ma tace su quella dei mezzi di comunicazione in Italia». Denuncia questa cecità selettiva (fingere di non vedere il clamoroso caso Berlusconi) come una "ipocrisia imperdonabile".
Ma il caso Berlusconi è apparso imperdonabile, ovvero estraneo alla democrazia e unico nel mondo libero, al Parlamento Europeo, alle agenzie di sorveglianza delle Nazioni Unite, agli esperti e politologi americani, anche di destra, che in questi anni si sono occupati dell'Italia. E' diventato un caso nelle università del mondo, una barzelletta (per noi alquanto triste) per i vignettisti dei cinque continenti. E' stato l'esclusivo tema della grande stampa internazionale - tutta, senza eccezione - ma soprattutto dei grandi organi finanziari ogni volta che quella stampa si è occupata dell'Italia. E non di Fini, non di Follini, non degli adoratori di Forza Italia, ma esclusivamente di Silvio Berlusconi.
Esattamente come ha fatto l'Unitàin questi anni. Lo ha fatto subito, nel momento in cui si è capito che il rischio della democrazia italiana, privata di televisioni e intimidita gravemente nei giornali, era rappresentato da una sola persona in grado di controllare, imporre, comprare, vendere tutto, dicendo, negando, aprendo e concludendo da solo "grandi opere" e campagne elettorali, capace di raccontare senza smentita i suoi grandi "successi internazionali", mentre il prestigio del Paese precipitava nel vuoto e i debiti italiani diventavano enormi.
Ostacolare così tenacemente Berlusconi comporta molti rishi, come sanno Enzo Biagi, Ferruccio De Bortoli e altri direttori e giornalisti italiani, come sa la vasta schiera di condannati al silenzio fra i migliori colleghi della Rai. Avrà contato questo impegno senza sosta e senza interruzioni de l'Unità durante questi anni del regime mediatico, in cui c'è stata una serie di vittorie elettorali del centrosinistra che hanno progressivamente intaccato la inossidabilità del mito, del capo, del tycoon buono che avrebbe fatto piovere ricchezza sulle famiglie italiane, in cambio di un po' di silenzio, di conformismo, di "lasciatelo lavorare"? Avrà contato, nella straordinaria e quasi completa, sconfitta di Berlusconi alle elezioni regionali?
Sconfitta di Berlusconi, abbiamo detto (non dei presidenti delle diverse regioni strappate alla destra). Infatti Berlusconi in persona, la sera della morte del Papa, aveva sequestrato, tutta per sé, tutta da solo la principale rete della televisione pubblica del Paese, e aveva lanciato la sua sfilza di numeri inesistenti nello studio vuoto. Ma ci sembra arbitrario un reclamo di credito. Nelle elezioni ha vinto chi ha vinto: una opposizione unita e ben guidata, le scelte giuste dei candidati, le campagne elettorali condotte con generosità e con fermezza.
Ma poiché tutto ciò che abbiamo detto e scritto per quattro anni su questo giornale era basato sulla persuasione (condivisa con la stampa libera del mondo) che esistesse un solo grande problema per l'Italia, il potere troppo grande, troppo arbitrario, troppo circondato di silenzio, di Silvio Berlusconi, ci fa piacere il riconoscimento che adesso ci giunge dai grandi sostenitori mediatici del presidente del Consiglio ormai avviato sul viale del tramonto.
Ci dice che avevamo visto giusto, politicamente, avevamo capito bene la macchina organizzativa di quella presunta modernizzazione che erano Forza Italia e i suoi alleati. Ci dice che avevamo combattuto la battaglia che bisognava combattere. Quella contro il predominio e la prepotenza di un uomo solo, che era riuscito a imporre celebrazione o silenzio. Inutile occuparsi d'altro o di altri, c'eravamo detti, perché, senza di lui, a destra non c'è niente, niente resta di cui valga la pena di occuparsi. E d'altra parte niente avrebbe potuto esistere di questa strana politica definita - a richiesta del suo unico autore Berlusconi - il "nuovo" e che invece è antico, fondato sul danaro, sul potere personale, sulla perentoria richiesta di partecipare al gioco così come esso viene condotto, pena l'esclusione dalla vita pubblica.
Ma ecco il vero e proprio diploma di idoneità politica. Viene rilasciato a questo giornale da Angelo Panebianco nel suo ormai celebre editoriale sul Corriere della Sera del 10 aprile. Quell'editoriale è un appello a Berlusconi perché accetti subito di rendersi conto del disastro e chieda le elezioni anticipate. Il senso è: se Berlusconi non accettasse l'evidenza della sconfitta cercando nuove elezioni, «Berlusconi diventerebbe un leader puramente nominale. Sia l'Italia che conta sia la comunità internazionale guarderebbero a Berlusconi come a un leader finito e a Romano Prodi come all'astro nascente».
La riflessione di Panebianco è chiara e indica il punto. Berlusconi è un leader finito. Ma il fatto interessante è che senza di lui, istantaneamente, evapora tutto. Tanto che, persino in questo momento di emergenza per la destra, nessuno pensa a fare altri nomi o a immaginare altri percorsi. O Berlusconi, o tutti a casa.
Tutto ciò viene detto con più chiarezza da un'altra fonte che ha sempre maltrattato l'Unità proprio con l'accusa di ossessione per Berlusconi. Ecco il testo della grande abiura del Riformista: «Quello che è venuto meno è il connotato stesso del bipolarismo italiano, fin dal suo inizio e senza soluzione di continuità incarnato in Berlusconi. Si è sciolto il collante che teneva insieme il Nord e il Sud del Paese, la partita Iva e gli statali, gli animal spirits e i vegetativi trasformismi. Il centrodestra italiano non è mai esistito in altra forma e mai senza Berlusconi. Il centrodestra italiano è così anomalo da dover scartare a priori ciò che in ogni altro Paese sarebbe la soluzione ovvia: cambiare il premier e ricominciare». Si può avere un riconoscimento più netto della decisione di dedicare quattro anni di vita giornalistica e di impegno politico allo scopo di scalzare quell'unico leader, la sua statua di resina sintetica e la sua glorificazione ottenuta esclusivamente con il controllo delle televisioni e dei giornali?
Non ci avevano detto che il "conflitto di interessi non interessa nessuno"? Non ci avevano ripetuto che l'Unità era una testata omicida e criminale e che il nostro insistere sulla ricchezza oscura, sul potere smisurato (economico, mediatico e politico, l'uno accresciuto con l'altro) e sul controllo totale della informazione era la strategia sbagliata che avrebbe rafforzato Berlusconi? Non ci avevano detto che monitorare costantemente il comportamento di continua aggressione che era il governare di Berlusconi era cattivo giornalismo politico? Ve la ricordate la "demonizzazione"? Nel Paese in cui la maggioranza berlusconiana ha votato un "giorno della caduta del Muro" (come se ci avessero liberato i ragazzi tedeschi col piccone, invece che i partigiani italiani e i soldati americani) dovrebbe esserci, nel nostro prossimo mondo libero, un "giorno della demonizzazione". Servirà per raccontare nelle scuole di Enzo Biagi, di Michele Santoro, di Luttazzi, della Guzzanti, e di tutti coloro che sono stati colpiti dall'accusa stregonesca di "demonizzazione" mentre erano intenti a fare giornalismo di opposizione, unico modo per salvare la democrazia di un Paese.
La sera dell'8 aprile la delicata sensibilità di Clemente Mimun ha fatto seguire al telegiornale di illustri funerali un Batti e ribatti in cui l'ospite celebrato era Sandro Bondi. Bondi ha usato tutti i suoi minuti per spiegare che, anche se il comunismo è morto, non è morto in Italia il pericolo della sinistra. Ovvero si è lamentato che esista ancora l'opposizione. Ma il conduttore del programma, un certo Berti, vestito - Dio sa perché - nel tipo di doppiopetto gessato che Francis Ford Coppola aveva immaginato per "Il Padrino", ha riportato persino Bondi al punto cruciale del dramma che la destra sta vivendo. Ha concluso infatti con queste storiche parole: «Alla fine tutto ruota intorno al prestigio di Silvio Berlusconi». Un vero riconoscimento per questi anni di lavoro de l'Unità.
Abbiamo scommesso tutto, e rischiato molto, per dire ogni giorno agli italiani che il prestigio di Berlusconi non esiste. E finalmente ci dicono con cruda chiarezza gli eventi di questi giorni e la processione di coloro che stanno abbandonando, a uno a uno, Palazzo Chigi, che niente più ruota intorno a Berlusconi perché si è visto che non c'è alcun prestigio. Non è delegittimazione. È constatazione della realtà, testimoni gli italiani. Missione compiuta.
Tratto da l'Unità del 16/04/2005
L'agonia di un'alleanza
di EZIO MAURO
L'uomo che ha resuscitato la destra italiana, portandola dal nulla al governo, oggi la tiene prigioniera del suo destino, che non è politico e tantomeno istituzionale, ma solo privato e personale. A quel destino di comando e di invulnerabilità, quasi di predestinazione, Berlusconi sta sacrificando tutto, scuotendo le colonne che reggono il tempio della Casa delle libertà.
La prova è un colpo di teatro che in realtà è un colpo di mano sulla strada che lo portava al Quirinale, dove Fini e Follini erano certi che si sarebbe dimesso, mantenendo la parola data agli alleati poche ore prima. Invece Silvio Berlusconi ha detto al Presidente della Repubblica che non intende dimettersi perché ha conservato la fiducia dell'Udc, pur avendo perso i suoi quattro ministri: dunque la sua maggioranza è numericamente intatta, anche se politicamente a pezzi.
Di fronte a questo quadro, Ciampi ha rinviato il premier alle Camere "senza indugio" per certificare se Berlusconi ha ancora un futuro, o se le urne sono la strada maestra per la fine di quell'avventura.
Formalmente, il premier può fingere di non sentire l'obbligo di dimettersi. Politicamente non può evitare di prendere atto che un intero partito si sfila dal suo governo, con Fini sempre più ridotto a far la foglia d'insalata, insapore, nel sandwich nordista Bossi-Berlusconi.
Invece di seguire la ragione che consigliava un Berlusconi-bis, il premier ha seguito ancora una volta l'istinto, truffando i suoi alleati ma soprattutto truffando se stesso con la finzione esoterica che esista ancora la Casa delle libertà e il suo leader. Va in scena, con più cupezza, un deja vu e oggi come nel '94 il Cavaliere dimostra di essere una formidabile macchina elettorale ma un pessimo uomo politico, perché sfascia la sua alleanza.
Avevamo avvertito che l'agonia politica del berlusconismo sarebbe stata terribile perché il Cavaliere non accetta le sconfitte e per evitarle è pronto a tutto, compreso il peggio. Oggi, in anticipo, siamo davanti a un concentrato di quel peggio. Con il premier che pur di durare un giorno in più si gioca il futuro dell'intera destra.
(19 aprile 2005)
http://www.repubblica.it/2005/d/sezioni/politica/crisigoverno2/agonia/agonia.html
lunedì 18 aprile 2005
Mobilitiamoci per i SÌ al referendum
Come movimento lgbt dobbiamo batterci affinchè vinca la laicità dello Stato sull'oscurantismo clericale
di Aurelio Mancuso
Il 12 e 13 giugno siamo chiamati ad esprimerci rispetto ai 4 quesiti referendari che intendono abrogare alcune parti della legge 40, sulla procreazione medicalmente assistita. Si tratta di una brutta legge che ha introdotto nell'ordinamento italiano mostruosità giuridiche severamente criticate da premi nobel, dalla comunità scientifica, da costituzionalisti.
Tralasciando gli aspetti tecnici e le buone ragioni per andare a votare, che ben sono illustrati dal Comitato per il Referendum (sul sito potete trovare un'ampia documentazione: www.comitatoreferendum.it), c'interessa qui richiamare le ragioni politiche per cui il movimento lgbt deve impegnarsi con tutte le sue forze affinché si raggiunga il quorum e si vinca questa nuova battaglia di libertà.
In gioco c'è la laicità dello Stato, più volte messa in discussione in questi decenni dagli ambienti più retrivi del cattolicesimo italiano (divorzio, aborto, ecc.), che non si rassegna al fatto che le democrazie devono assumere tutti quei provvedimenti che aiutino le persone a vivere meglio, secondo le proprie convinzioni, senza creare danno o obbligare altri a subirne le conseguenze.
Lo Stato laico deve tutelare la salute delle donne, consentire la ricerca scientifica, consentire alle madri e ai padri di poter scegliere le migliori terapie. Tutto ciò è impedito dalla legge 40 perché si sono introdotte norme figlie di una visione confessionale e proibizionista della società.
Come fu per il divorzio e l'aborto, le gerarchie cattoliche (oggi con il trucco dell'appello all'astensionismo, perché sanno che le loro posizioni sono minoritarie) tentano di dimostrare che lo Stato laico è inferiore allo Stato etico, che il pluralismo e il cosiddetto relativismo devono lasciare posto ad un'unica visione di verità. E' la Chiesa trionfante, interventista e con grande capacità d'interdizione verso la politica che deve dimostrare la propria forza.
I gay, le lesbiche, le/i trans italiani non possono avere tentennamenti: questo progetto teo con deve essere sconfitto, anche perché, in caso di non raggiungimento del quorum, diventerà difficile per chiunque vada al governo, promuovere una stagione di riforme libertarie e di civiltà. Insomma, come hanno ben evidenziato scienziati, operatori socio sanitari e politici, in un recente seminario interno dei DS del nord tenutosi a Milano (che ha visto una partecipazione straordinaria, al di là delle migliori previsioni): il futuro sociale del paese sarà segnato in modo inequivocabile dal risultato di questi referendum.
Per il movimento lgbt ci sono ragioni aggiuntive affinché quest'orrenda legge sia resa non applicabile. In primo luogo si tratta di una legge che all'articolo 5 si esprime contro la possibilità che coppie dello stesso sesso possano accedere alle tecniche di procreazione assistita, in secondo luogo se perderanno i referendum anche temi a noi cari saranno più difficili da affrontare.
Sull'articolo 5 (di cui non è chiesta l'abrogazione) possiamo dire che rappresenta una discriminazione aggiuntiva rispetto alle già numerose discriminazioni operate nel complesso dell'articolato. Si nega la genitorialità agli omosessuali, mentre, come tutti sanno questa è assolutamente diffusa, prova ne sono le reti di madri e padri omosessuali che da tempo operano in Italia. Il referendum radicale, fortemente sostenuto da Arcigay e Arcilesbica, abrogava tutta la legge, quindi, anche il famigerato articolo 5, purtroppo lo stesso è stato respinto dalla Corte Costituzionale, con motivazioni che riteniamo, per usare un eufemismo, fragili.
Ma ora ciò che è davvero importante è che si dia un chiaro segno rigetto di un provvedimento anti libertario, per questo come cittadini lgbt ci dobbiamo sentire impegnati più di altri, perché sappiamo che la vittoria dei Sì ci aiuterà a vincere altre battaglie: prima fra tutte il riconoscimento dei diritti delle persone omosessuali, il Pacs, ecc.
Per tutte queste ragioni, è importante partecipare al lavoro dei Comitati per il Referendum presenti sul territorio, organizzare iniziative e materiali rivolti alla comunità, invitare amici e parenti ad andare a votare.
http://www.gaynews.it/view.php?ID=31793
Nichi Vendola è come il divorzio
«E' a suo modo nel costume e nella psicologia di una regione meridionale una ripetizione del referendum sul divorzio»
DI PAOLO FRANCHI
Ha scritto Peppino Caldarola sul Riformista che la vittoria sul filo di lana di Nichi Vendola in Puglia (la più imprevista e imprevedibile di quelle del centrosinistra nelle elezioni del 3 aprile) «è a suo modo nel costume e nella psicologia di una regione meridionale una ripetizione del referendum sul divorzio». Perché già nella campagna elettorale sono saltate le barriere ideologiche e la discriminazione sessuale. E perché a cose fatte tutto un mondo composito e variegato (l'intellettuale come l'imprenditore come il giovane disoccupato) si è scoperto «più laico, più ambizioso, più politicizzato»: come succede solo quando comincia un'altra storia. Anche e soprattutto nel Mezzogiorno. Dove cose simili capitano. com'è noto, di rado.
Io spero che Caldarola abbia ragione. E che la vittoria del «radicale» Nichi per apparente paradosso sia, o possa diventare, una vittoria riformista. Perché il riformismo, per non esaurirsi in un «flatus vocis», deve essere anche, e forse soprattutto, capacità di entrare in relazione con un'idea di modernità più ricca e complessa di quanto dica un termine, modernizzazione, che non diviene meno vacuo solo per-ché tanti riformisti veri o presunti ne abusano.
Proprio per questo bisogna intendersi, quando si azzarda un paragone (affascinante) con la vittoria del No nel referendum abrogativo del-la legge sul divorzio (12 maggio 1974). Fu un trionfo, quello. E per molti, a sinistra, ancora più inaspettato, almeno in partenza, del successo di Vendola in Puglia. L'Italia e il Mezzo-giorno erano cambiati molto più in profondità di quanto le categorie tradizionali di cui disponevano potessero far prevedere. Anche allora la rottura si era manifestata su un terreno, quello del costume, dei rapporti tra i sessi, dei diritti. delle forme stesse della convivenza. che sin lì si era preferito arare con la massima discrezione: per antico moralismo, certo, ma soprattutto per non farsi inutili problemi con i cattolici e i «moderati». Che nella cultura politica della sinistra dell'epoca grosso modo coincidevano con la Dc. Pesò eccome, questa «in-comprensione», nei disastri cui andò incontro la sinistra nei decenni successivi. I tempi sono cambiati, si capisce: Puglia docet. Ma non sarebbe male rifletterci su.
http://www.gaynews.it/view.php?ID=31791
Istituzioni fatte a pezzi
di GIORGIO BOCCA
Le ultime frasi del Berlusconi sconfitto e tradito sono nello stile del Berlusconi vincente e arrogante: "Ma che volete? Vi manderò una cartolina dalle Bahamas". "Sono uno che ha un capitale di ventimila miliardi, che vogliono questi?...". Che l'uomo politico Berlusconi sia irrecuperabile al buon governo non vuol dire che sia fuori da ogni governo, vuol dire che con lui un buon governo è impensabile. Diceva l'altra sera in televisione il suo maggiordomo Bondi che Berlusconi era arrivato a Palazzo Chigi con due soli obiettivi: cambiare l'Italia con le riforme e pacificarla, farne un Paese unito.
Incauto maggiordomo a rimarcare in pubblico le due fondamentali ragioni della sconfitta del suo padrone. Berlusconi ha cambiato l'Italia mandando in pezzi quel po' di Stato moderno che c'era, si è accanito con le sue controriforme contro la pace sociale, contro la giustizia, contro la scuola, contro la finanza pubblica e ha diviso il Paese come non lo era più stato dagli anni della guerra civile, ha evocato il fantasma di un comunismo staliniano morto e stramorto, ha sdoganato i neofascisti e li ha riportati al potere, si è alleato con i secessionisti e soprattutto ha ingannato i cittadini con le false promesse.
Gli analisti della politica non sforzino i loro cervelli a cercare le ragioni della sua sconfitta: sono lì, visibili, grandi come delle montagne. A cominciare dalla legge obiettivo per le grandi opere, rimaste lettera morta, avviata solo per la propaganda, senza i finanziamenti necessari, con i debiti che si accumulano, una eredità spaventosa per i governi a venire sicché le elezioni anticipate più che una occasione di riscatto vengono pensate dalla gente che conserva il ben dell'intelletto come un amarissimo redde rationem. E fortuna che si è ancora in tempo a fermare gli impegni più demenziali come il ponte sullo Stretto di Messina.
Per mesi, per anni la gente ha subito la propaganda governativa come qualcosa di incomprensibile ma di sopportabile. Sapeva che il cavaliere sparava balle in continuazione ma pensava che proprio male non facevano. Qualcuno trovava persino simpatico il suo ottimismo. E perdurava la strana illusione che uno che aveva fatto tanti denari per sé ne avrebbe fatto anche per i concittadini. Adesso incominciano a capire che il benefattore milanese di fronte alle incertezze della politica fa cassa, vende la sua azienda.
Nella sua testa il capitale conta più di tutto, pur di salvarlo fa la figura di uno che si prepara a tagliare la corda, e i suoi più stretti collaboratori lo lodano "ha venduto al meglio". Complimenti! Il senso dello Stato nel governo di opportunisti che ha messo assieme non esiste, è una debolezza da democratici ingenui, da prima repubblica. Anche per questo i cittadini stanno voltandogli le spalle.
Nell'ora della sconfitta i suoi alleati risultano francamente incomprensibili. Che vogliono? Maggiore autonomia? Più potere? Ma che hanno fatto in questi anni per meritarselo? Raggiunti i loro ministeri e le auto blu, le vetrine televisive e le scorte sono diventati dei perfetti yes men.
Altro che turarsi il naso e votare, come consigliava Montanelli ai tempi della Dc! Hanno votato per anni a naso aperto tutte le leggi ad personam. Arrivavano all'informazione dei flebili sussurri: "Pare che a Fini la legge salva Previti non piaccia. Quelli dell'Udc sono infuriati per le nomine nella Rai. Bossi è pronto a dimettersi se non passa la devolution". Poi si arrivava al voto, si accendevano le lampadine dei sì e il gregge era compatto come sempre a far passare le prepotenze e le arroganze del padrone. Ora si susseguono i dibattiti sulla crisi con le solite dosi omeopatiche.
In maggioranza i rappresentanti del governo che fu in minoranza, volenterosi oppositori che neppure a vittoria ottenuta sembrano crederci e il concerto non sembra cambiato "non mi interrompa", "mi consenta di correggerla" e così via su aspetti insignificanti pur di sorvolare il disastro che sta davanti a tutti, con cui tutti nei prossimi mesi ed anni dovranno pure misurarsi.
Come è possibile che un governo moribondo, carico di debiti e con le casse vuote continui a promettere tagli delle tasse? Come è possibile che un timoniere alla guida di una barca sfondata continui a promettere la scoperta dell'America? Deciso a quanto pare a tener duro. Una antica voglia, per non dire una antica certezza circola per il Paese. Cosa faremo? Faremo come hanno già fatto i nostri padri e nonni, volteremo gabbana, come stanno voltandola nei partiti, nei ministeri, negli uffici pubblici, nell'informazione, nello spettacolo quelli che si adontavano se qualcuno parlava di un nuovo regime, di tendenze autoritarie. Ma questa volta, a casse vuote, cambiar padrone serve a poco. Forse la celebrazione del 25 aprile può avere quest'anno un unico senso, quello del '45: rimettere in piedi il Paese. Se siamo ancora in tempo.
(18 aprile 2005)
http://www.repubblica.it/2005/d/sezioni/politica/crisigoverno1/pezzi/pezzi.html
venerdì 15 aprile 2005
Il re nudo del centrodestra
di CURZIO MALTESE
Il voto anticipato non ci sarà ed è forse l'ultimo dei molti treni persi dall'Italia di Berlusconi. Ma la crisi di governo è cominciata. Stavolta non è il solito ruggito del coniglio centrista. O forse sì ma basta a terrorizzare il berlusconismo in rotta. Oggi si vedrà se davvero Follini avrà la forza di ritirare dal governo i ministri dell'Udc, così affezionati alla poltrona. In ogni caso da ieri sono chiare un paio di cose. L'una è che ci attende un anno orribile, l'altra che la destra non ha più un padrone. E' una crisi contro Berlusconi, una rivolta contro il premier demiurgo ormai incapace di tenere insieme una maggioranza che sa di non essere più tale nel Paese e si lacera, litiga e si divide come ha fatto l'opposizione di fronte alla marea vincente del berlusconismo. Alla vigilia del voto tutti, compresa la timida fronda centrista, avevano creduto che a Berlusconi potesse riuscire l'ennesimo miracolo populista. La batosta elettorale l'ha trasformato in un re nudo.
Ora sono tutti convinti che sia lui l'unica causa della sconfitta, perfino i leghisti, in privato. La divisione è fra chi pensa che dopo Berlusconi ci sarà il diluvio per la destra italiana, quindi tanto vale rimanere legati al carro. E chi, come Follini, è convinto che il diluvio ci sarà grazie a Berlusconi. Nel caso del leader centrista la preoccupazione è più che fondata. Nell'ultimo anno elettorale, con la disperata rincorsa al collegio, il segretario Udc rischia di vedersi sparire il partito sotto gli occhi, con una metà arruolata direttamente da Berlusconi e l'altra metà da Mastella e Rutelli. Quindi, ora o mai più.
Sarebbe una crisetta, roba da rimpasto o da nuovo dicastero del Mezzogiorno, tanto per rimanere nel grottesco, se sullo sfondo non ci fosse un'Italia dall'economia malata. Follini e Fini chiedono, con modi differenti, che il premier prenda atto dell'emergenza, che stracci il celebre "contratto con gli italiani" e si presenti almeno in televisione, se non alle Camere, con un programma alternativo, concreto, realista. Una mossa magari drammatica, alla Andreotti anni Settanta o alla Amato del '92, ma che dia l'impressione agli italiani di non essere soli nella crisi, con un governo che pensa alla devolution e alla riforma della giustizia, insomma ai soliti affari di casa.
Berlusconi naturalmente non ci pensa neppure. La parola crisi, economica o politica, non rientra nel suo vocabolario. E' come sempre ottimista, fiducioso in sé stesso. Personalmente, è anche molto più ricco di prima, non solo di capelli. Con la vendita faraonica della quota Mediaset, i due miliardi di liquidi freschi in cassa, più gli utili favolosi degli ultimi quattro anni, il berlusconismo aziendale vive un miracolo economico senza precedenti. Separando gli interessi del Paese dai suoi, il conflitto non si avverte. La parola crisi suona straniera, marziana, comunista e un po' jettatoria.
Ed è proprio questo sordo rifiuto alla realtà ad aver compiuto il capolavoro di saldare le cento anime e correnti dei centristi. Ora Follini può sfidare il premier anche senza Fini perché ha dietro l'intero partito. Tanto da far sembrare al confronto assai più democristiani quelli di An, prigionieri di mille distinguo. Con l'immaginabile psicodramma dei post fascisti dal machismo politico umiliato e offeso. E la conseguente ribellione dell'ala più orgogliosa, incarnata da Storace, nei confronti del (troppo) diplomatico Fini.
In tutto questo Berlusconi non è più in grado di mediare, al massimo s'arrangia, alternando minacce a barzellette.
Prende tempo, tira a campare e prepara nei prossimi mesi altri grandi affari, sicuro alla fine di rimontare con i soldi e le televisioni. Però la crisi, esclusa in partenza, è una realtà. Le crisi di governo, diceva Andreotti, si sa dove cominciano ma non come finiscono. Questa potrebbe durare a lungo, come la famosa verifica, e finire malissimo. Non tanto per questo o quel leader ma per l'economia malata. Con i conti pubblici fuori controllo, la crescita più bassa d'Europa e l'export in calo da anni, un altro anno perso dietro agli arabeschi di potere berlusconiani rischia di essere fatale.
(15 aprile 2005)
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