martedì 14 giugno 2005

Medici, pazienti e scienziati "L'Italia pagherà un prezzo alto. Ora all'estero per cure e ricerca"

Parte la caccia via internet ai centri oltre frontiera
E-mail di rabbia sui siti che hanno difeso il Sì
di MARIA NOVELLA DE LUCA


ROMA - Dopo la delusione la fuga. Se ne andranno le coppie in cerca di un figlio, se ne andranno i ricercatori a cui è vietato indagare sulle cellule dell'embrione. L'Italia degli sconfitti si organizza: medici, pazienti, scienziati, oltre frontiera è tutto pronto, basta entrare in Rete, chiedere consiglio alle associazioni, e tentare altrove ciò che in Italia è proibito. "Altrove" significa anche vicino, vicinissimo, la Svizzera, la Slovenia, la Spagna, l'Inghilterra, i centri esteri offrono convenzioni, prezzi sempre migliori, tecnologia d'avanguardia.

"Il nostro sito è inondato di messaggi di coppie disperate e piene di rabbia - racconta Federica Casadei, presidente di Cerco un bimbo - il senso collettivo è che a noi è stato rubato il futuro. Molte donne cattoliche annunciano che d'ora in poi non daranno più l'8 per mille alla Chiesa, in due ore oltre 500 messaggi. La sconfitta c'è, è sulla nostra pelle, ma anche la voglia di reagire: il numero di chi emigrerà per avere un bambino crescerà a dismisura. E con noi emigreranno anche i ginecologi, molti già lavorano fuori, anzi le coppie italiane "punite" dalla legge 40 rappresenteranno un enorme business dell'Europa globalizzata. La verità è che in questo referendum è mancato il voto dei giovani, e anche delle donne giovani, del tutto ignare di cosa vuol dire autodeterminazione femminile".

E la legge 40, sottolinea Filomena Gallo di Amica cicogna "divide di nuovo i ricchi dai poveri, i più forti dai più deboli", perché non tutti avranno soldi, tempo e forza per affrontare in un paese sconosciuto l'iter, difficilissimo, della procreazione assistita. È chiaro infatti che i tempi saranno lunghi. Che ben difficilmente il parlamento modificherà una legge così saldamente difesa. Ma a pagarne il prezzo non saranno soltanto le coppie infertili, i malati, i portatori di malattie genetiche.

Sarà anche " la scienza italiana a pagare un prezzo molto alto a cominciare dal ritardo che inevitabilmente accumuleremo nella ricerca sulle cellule staminali embrionali". Lo afferma con amarezza Carlo Flamigni, il padre della procreazione assistita in Italia, sostenendo che non pochi "ricercatori potrebbero decidere di lasciare il nostro Paese per continuare i propri studi all'estero". All'Italia toccherà "importare" le scoperte di paesi più liberali.

"In presenza di risultati positivi delle ricerche sulle staminali embrionali, in qualunque paese ciò accada, questi verranno immediatamente resi noti, ma il grande paradosso sarà che l'Italia sarà allora costretta ad acquistare i brevetti di ciò che altri hanno scoperto, perché messi in grado di ricercare e lavorare in questa direzione. Chi, malato o parente di un malato, rinuncerebbe infatti ad una terapia salva-vita?".

"Siamo al Medioevo della ricerca - rilancia ancor più deciso l'immunologo Ferdinando Aiuti - il mio invito è rivolto ai giovani ricercatori: affrettatevi a lasciare l'Italia". Il farmacologo Silvio Garattini prova a fare autocritica. "Forse noi scienziati non abbiamo fatto abbastanza per far comprendere l'importanza di questo referendum". Cupo il commento dell'astrofisica Margherita Hack, che teme ora una crociata contro l'aborto. "Se l'embrione ha l'anima, se i diritti dell'embrione sono equiparati a quelli delle persone adulte, figuriamoci il feto. Siamo soltanto all'inizio...".

(14 giugno 2005)

http://www.repubblica.it/2005/f/sezioni/politica/dossifeconda7/scienzest/scienzest.html

Le ragioni del naufragio laico

di EZIO MAURO

IL risultato del referendum non è solo una sconfitta: è il naufragio di un'Italia laica che si proponeva di cambiare una legge ideologica, per regolare poi diversamente in Parlamento la materia della fecondazione assistita. Questo era il senso della chiamata alle urne, fuori dagli schieramenti, dagli integralismi, dalla retorica apocalittica che ha trasformato assurdamente il voto in uno scontro di civiltà. Le urne sono rimaste deserte. Chi ha trasformato il confronto in uno scontro tutto italiano tra il Bene e il Male, ha poi chiesto ai difensori del Bene di non scendere in campo, per mandare a vuoto la battaglia. Non sappiamo dunque chi sarebbe prevalso, in uno scontro aperto di valori contrapposti, tra il "sì" e il "no". Un dato solo è certo: ha perso chi (come questo giornale) voleva cambiare la legge. Ha vinto chi voleva conservarla e per prevalere ha affondato con ciò che resta del laicismo anche il vecchio istituto del referendum, che per molto tempo scomparirà dalla scena italiana.

Molto era prevedibile, in questa vicenda, tutto era stato annunciato. Proviamo a vedere come, quando e perché. Passata in minoranza, per ammissione dei vescovi, nel Paese "naturalmente cristiano", la Chiesa italiana negli ultimi dieci anni ha preso coscienza di trovarsi "in una terra di missione" e dunque ha deciso di impegnarsi "a rievangelizzare una società che è stata colpita da una vera amnesia della sua storia e della sua identità cristiana". Da qui, un cambio non soltanto di metodo e di strategia, ma di sostanza. La Chiesa, come dice Ruini, "non fa più leva su un soggetto politico di riferimento, ma sui contenuti", dunque agisce politicamente alla luce del sole, senza mediazione. La si "vede" cioè far politica, senza lo scudo dc, che tra le altre cose serviva evidentemente anche a questo.

Fuori dal corridoio protetto in cui scambiavano il partito-Stato democristiano (con le sue autonomie, e le sue obbedienze) e la Curia, nel mondo scoperto di oggi la Chiesa passa da essere tutto a essere parte, in una sorta di moderna "lobbizzazione" che la porta a competere nel confronto politico-culturale come una grande agenzia di valori e di tradizioni, in competizione e in concorrenza con le agenzie che già occupavano il mercato.

Non riuscendo più a parlare all'insieme maggioritario della società, la Chiesa italiana si rivolge alle sue parti sensibili, prima fra tutti la politica che legifera muovendosi tra interessi legittimi e valori di riferimento, e che ha in mano le cinque leve dell'organizzazione sociale che nel febbraio 2001 il Cardinale Segretario di Stato fissò come essenziali per giudicare dal Vaticano la politica italiana: si tratta delle leggi "sulla vita, la famiglia, la gioventù, la libertà scolastica, la solidarietà".

Davanti a sé la Chiesa ha trovato i partiti della Seconda Repubblica, tutti nati o trasformati nel corso dell'ultimo decennio, senza un deposito di storia e di tradizione, un portato di valori consolidati a cui far riferimento. Una politica dove molto è prassi, tutto è contemporaneo, l'identità è incerta. A sinistra, per la tragica eredità del comunismo, la tradizione è inservibile, come se fosse tutta radioattiva. Nel nuovismo, non mancano solo i nomi, ma anche i riferimenti culturali della sinistra europea moderna e risolta, e dunque la battaglia delle idee diventa insicura, senza visione e senza certezza, con il rischio di essere in ogni momento gregaria delle mode culturali dominanti. A destra, il berlusconismo ha fallito l'unica vera ricerca dell'immortalità, che non sta nelle ricette antirughe del dottor Scapagnini, ma nel progetto di dare alla destra una moderna cultura conservatrice in un Paese che non l'ha mai avuta, democristiano com'era.

In questo quadro, arriva il Dio italiano predicato dalla Cei, una sorta di via italiana al cattolicesimo che non c'era mai stata, nella nazione della "totalità" democristiana e della surroga papale. Fatalmente, o almeno facilmente, la Chiesa a questo punto viene vista da una parte del mondo politico come l'ultima e l'unica agenzia di valori perenni e universali dopo la morte delle ideologie terrene del Novecento e il deperimento fisico delle storie politiche che le avevano incarnate. Dall'altro lato, Chiesa e Vaticano vedono l'Italia improvvisamente come un gregge senza guida e senza rotta, soprattutto senza più idee forti, incapace di tradurre la laicità dello Stato in uno spirito repubblicano libero e autonomo: il terreno ideale per sperimentare - ed è la prima volta in cinquant'anni - una sorta di "protettorato dei valori", l'esercizio di un potere non più temporale ma culturale della Chiesa.

Due elementi in più rafforzano questo quadro. Da un lato, come fa notare Habermas, il ritorno in tutta Europa della religione dal dialogo privato al dibattito pubblico, un ritorno che prende in contropiede il laicismo e che papa Ratzinger aveva già annunciato da cardinale, negando che il cattolicesimo sia solo un sentimento privato: "È una verità proclamata in ambito pubblico, che pone per la società delle norme e che, in una certa misura, è vincolante anche per lo Stato e per i potenti di questo mondo". Dall'altro lato, l'avanzare nel nostro Paese di quel nuovo soggetto che tre anni fa ho chiamato "lo strano cristiano", l'ateo clericale che cerca di saldare la destra politica italiana ad un pensiero forte che non ha, e lo trova nel deposito di tradizione della Chiesa, ignorando sia i suoi comandamenti che la sua trascendenza che la sua predicazione sociale, cavalcando però la sua legge morale tradotta in norma, come creatrice di un'identità collettiva e di una società del Bene.

È il rifiuto della distinzione tra la legge del Creatore e la legge delle creature, che sta a fondamento di ogni moderna concezione della laicità. È il rifiuto ratzingeriano del relativismo tradotto dal linguaggio culturale nel linguaggio politico, persino legislativo: superando l'idea del Parlamento come luogo dove le leggi si fanno con l'unica regola della maggioranza, e dove ogni verità è parziale, come ogni credo in democrazia. Al fondo, c'è la denuncia della nuova religione europea del "politicamente corretto", dell'adorazione "pagana" per i diritti subentrati ai valori, del cuore socialdemocratico del Novecento che ha messo per troppo tempo in circolo lo statalismo e la laicità, mentre la nuova cultura cristiana di destra è la vera interprete di un senso comune del post-moderno.
È l'idea di Ruini del cristianesimo come seconda "natura" italiana: che può dunque essere trasgredito e rinnegato solo da leggi in qualche modo contro natura, quindi contestabili alla radice.

Ecco il quadro in cui è nata non la legge sulla fecondazione artificiale, ma "questa" legge, che ha un valore ideologico e di bandiera ben superiore al valore d'uso. Ed è lo stesso quadro in cui è fallito il referendum. Sarebbe certo sbagliato dare alla Chiesa e ai nuovi atei clericali il potere di mobilitare nel silenzio il 75 per cento degli italiani, ed è ridicolo pensarlo. Da dieci anni i referendum non raggiungono il quorum, l'astensionismo fisiologico è altissimo. In questo caso, c'è probabilmente un riflesso automatico in più, che esce dalle logiche della politica: la legge sulla fecondazione è stata vista dagli italiani come una complicata questione di piccola minoranza, che non li riguardava e che non riuscivano a padroneggiare nei suoi aspetti etici e scientifici. Se questo è vero, l'astensionismo più che difendere la legge ha voluto lasciare la parola al Parlamento, dove oggi dovrebbe riaprirsi un confronto finalmente non più propagandistico.

Ma detto questo, non si è detto tutto. Nel disorientamento degli italiani davanti alla materia del referendum, le parole della Chiesa, dei neo-con italiani, degli atei clericali hanno pesato di più delle parole di quel pezzo di sinistra che ha sostenuto il "sì", dei suoi leader, dei suoi scienziati. Il centrosinistra, tutto insieme, dovrebbe riflettere: o trova un'identità culturale, visto che è incapace di trovare quella politica, oppure perderà le grandi sfide di questa fase, che nascono tutte dalla battaglia delle idee, più che dagli schieramenti. Non si può reggere una partita in cui la sinistra parla di sé, mentre la destra parla della vita e della morte. Esistono valori, esistono diritti che la sinistra può testimoniare a testa alta nel mondo di oggi, anche dopo la sconfitta del referendum, perché fanno parte della sua storia: sfidando la destra ad una vera battaglia culturale in campo aperto, senza l'aiuto pagano di Ponzio Pilato.

(14 giugno 2005)

http://www.repubblica.it/2005/f/sezioni/politica/dossifeconda7/commmaur/commmaur.html

lunedì 13 giugno 2005

Referendum. Grillini: "I clericali non cantino vittoria"

Franco Grillini commenta la scarsa partecipazione al voto

(AGI) - Roma, 13 giu. - "Nonostante il deludente risultato della consultazione in termini di partecipazione al voto, nulla giustifica in questo paese quella svolta clericale, sanfedista e vandeana che si vorrebbe imporre". Lo dice Franco Grillini(Ds), che aggiunge: "I clericali, prima delle urne, hanno disertato il confronto a viso aperto, hanno abbandonato il campo sapendo di essere minoranza e nulla li autorizza ad annettersi l'astensione che caratterizza oltre 10 anni le consultazioni referendarie in Italia, tutte fallite. D'altra parte proprio la scelta di cercare di far fallire il referendum sommandosi agli indifferenti getta un ombra di cinismo su di una chiesa che non guarda ai mezzi per i propri fini. In tal modo si e' fatto del terrorismo sulla natura reale dei quesiti parlando di clonazione umana, di uomini fatti in laboratorio, di eugenetica; si sono trasformate le chiese in luoghi di propaganda politica con i fondi dell'8 per mille; si e' avviato un rigido controllo del territorio violando, con la propaganda per l'astensionismo, la segretezza del voto. In una parola - conclude il presidente onorario Arcigay - si e' sostituito, con l'uso cinico del trucco elettorale, quel consenso e quell'autorevolezza che la chiesa cattolico-romana non ha piu' a partire dalle chiese vuote per finire con la crisi delle vocazioni. Non si puo' in alcun modo, quindi, utilizzare il risultato del referendum per mettere in discussione aborto e divorzio. Una furbata elettorale non cambia la natura profondamente secolarizzata del paese. In definitiva i clericali sono ben lontani dal poter cantare vittoria".



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(ANSA) - BOLOGNA, 13 GIU - ''Il quorum non c'e', ma non c'e' nemmeno la vittoria dei clericali'': questo il commento del presidente onorario dell'Arcigay Franco Grillini alla chiusura delle urne per il referendum sulla procreazione assistita.

Secondo il deputato dei Ds, ''una furbata elettorale non cambia la natura profondamente secolarizzata del Paese'' e ''non si puo' in alcun modo, quindi, utilizzare il risultato del referendum per mettere in discussione aborto e divorzio''.

''In un sondaggio riservato il no ai quesiti referendari era dato al 14% - afferma Grillini - I si' alle modifiche della brutta legge 40, che brutta rimane, sono largamente maggioritari nel Paese e avrebbero largamente vinto in presenza del quorum.

Cio' significa che, nonostante il deludente risultato della consultazione in termini di partecipazione al voto, nulla giustifica in questo Paese quella svolta clericale, sanfedista e vandeana che si vorrebbe imporre''.

Prima delle urne - prosegue il deputato dei Ds - ''i clericali hanno disertato il confronto a viso aperto, hanno abbandonato il campo sapendo di essere minoranza e nulla li autorizza ad annettersi l'astensione che caratterizza da oltre 10 anni le consultazioni referendarie in Italia, tutte fallite''. D'altra parte, secondo Grillini, ''proprio la scelta di cercare di far fallire il referendum sommandosi agli indifferenti getta un ombra di cinismo su di una Chiesa che non guarda ai mezzi per i propri fini. In tal modo - sostiene - si e' fatto del terrorismo sulla natura reale dei quesiti parlando di clonazione umana, di uomini fatti in laboratorio, di eugenetica; si sono trasformate le chiese in luoghi di propaganda politica con i fondi dell'8 per mille; si e' avviato un rigido controllo del territorio violando, con la propaganda per l'astensionismo, la segretezza del voto''.

''In una parola - conclude - si e' sostituito, con l'uso cinico del trucco elettorale, quel consenso e quell'autorevolezza che la Chiesa cattolico-romana non ha piu' a partire dalle chiese vuote per finire con la crisi delle vocazioni'' In definitiva, secondo il presidente onorario dell'Arcigay, ''i clericali sono ben lontani dal poter cantare vittoria''.



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(ASCA) - Roma, 13 giu - ''In un sondaggio riservato -commenta Franco Grillini deputato DS e presidente onorario Arcigay -il no ai quesiti referendari era dato al 14%. I si' alle modifiche della brutta legge 40, che brutta rimane, sono largamente maggioritari nel paese e avrebbero largamente vinto in presenza del quorum. Cio' significa che, nonostante il deludente risultato della consultazione in termini di partecipazione al voto, nulla giustifica in questo paese quella svolta clericale, sanfedista e vandeana che si vorrebbe imporre. I clericali, prime delle urne, hanno disertato il confronto a viso aperto, hanno abbandonato il campo sapendo di essere minoranza e nulla li autorizza ad annettersi l'astensione che caratterizza oltre 10 anni le consultazioni referendarie in Italia, tutte fallite.

D'altra parte proprio la scelta di cercare di far fallire il referendum sommandosi agli indifferenti getta un ombra di cinismo su di una chiesa che non guarda ai mezzi per i propri fini. In tal modo si e' fatto del terrorismo sulla natura reale dei quesiti parlando di clonazione umana, di uomini fatti in laboratorio, di eugenetica; si sono trasformate le chiese in luoghi di propaganda politica con i fondi dell'8 per mille; si e' avviato un rigido controllo del territorio violando, con la propaganda per l'astensionismo, la segretezza del voto. In una parola - sostiene Grillini - si e' sostituito, con l'uso cinico del trucco elettorale, quel consenso e quell'autorevolezza che la chiesa cattolico-romana non ha piu' a partire dalle chiese vuote per finire con la crisi delle vocazioni.

Non si puo' in alcun modo, quindi, utilizzare il risultato del referendum per mettere in discussione aborto e divorzio.

Una furbata elettorale non cambia la natura profondamente secolarizzata del paese.

In definitiva i clericali sono ben lontani dal poter cantare vittoria''.


http://www.gaynews.it/view.php?ID=32680

Pontassieve in controtendenza:ha votato il 51,14% degli elettori

Tutte le percentuali di affluenza e i risultati sono consultabili sul sito del Comune di Pontassieve:

http://www.comune.pontassieve.fi.it/elettorale/refe_aff05.htm

http://www.comune.pontassieve.fi.it/elettorale/refe_ris05.htm

Referendum: non c'è il quorum

Ha votato solo il 25,9% degli italiani aventi diritto al voto

http://www.referendum.interno.it/votanti/votanti050612/Fvotanti_italia_2005.htm

domenica 12 giugno 2005

Non dimezziamo la nostra scienza

Alle urne: ecco i valori in gioco
di Enzo Biagi

Ci siamo. Da stamattina le urne sono aperte e perfino le previsioni meteorologiche scoraggiano ad andare al mare: temporali sul litorale ligure e anche al Sud nuvole sparse. D’altra parte l’invito agli italiani a sdraiarsi al sole non portò bene neppure a Craxi. Oggi è il giorno nel quale ognuno di noi è chiamato a decidere, a scegliere, il giorno nel quale non sono ammesse deleghe. Votare è un diritto. Anzi, qualcosa di più, qualcosa che ci appartiene e che è costato dolore e sacrifici alle donne e agli uomini della mia generazione. L’età mi consente di ricordare che cos’era questo Paese quando non c’era il problema di rinunciare al weekend per recarsi al seggio, ma mi vengono in mente, soprattutto, i momenti in cui riacquistammo dignità: il primo referendum, monarchia o repubblica, le elezioni del ’48, le grandi battaglie per il divorzio e l’aborto, passaggi fondamentali per allineare l’Italia alle grande nazioni. Certo, la materia sulla quale siamo chiamati a dire come la pensiamo è delicata, difficile: è il desiderio di diventare genitori, di creare una vita, di capire quali sono i limiti della scienza e i progressi che si possono fare per curare malattie degenerative.
Tutti hanno detto la loro: leader politici, scienziati, personalità della Chiesa e ogni opinione è evidentemente rispettabile. Non è apprezzabile, a mio parere, quella che invita all'astensione. Sono convinto che non esistano verità assolute per convincere a dire «sì» o «no» alle quattro domande che troveremo sulle schede e se il dibattito è stato a volte lacerante nelle istituzioni, lo è, in queste ore, anche in tante delle nostre famiglie: mogli che tracciano la croce da una parte, mariti e figli dall’altra, coppie che consegnano allo spoglio di domani sera la speranza di mettere al mondo un bambino, malati che affidano alle cellule staminali l’ultimo appello per la vita. Dunque la politica — destra, centro, sinistra — c’entra poco: stavolta i conti li facciamo con noi stessi, con il nostro buonsenso, con la nostra coscienza. Io, tanto per uscire dagli equivoci, sono per quattro sì, ma credo che almeno due siano indispensabili: quello sulla scheda celeste (sì alla ricerca sulle cellule staminali embrionali) e altrettanto su quella grigia (sì alla fine dell’equivalenza tra embrione e persona).
Le argomentazioni scientifiche dovrebbero aver convinto che, mentre usciamo per andare a comperare le paste della domenica, è meglio entrare nella scuola del nostro quartiere e far valere i diritti di cittadini liberi, senza influenze da nessuna parte. In gioco ci sono valori che riguardano la coscienza, che non è poco, e non vorrei mai che qualcuno dovesse rinunciare a una prospettiva di guarigione o di vita migliore perché ho dato retta a un onorevole, a un ginecologo e, con tutto il rispetto dovuto, a un prelato. In questi due giorni di giugno gli italiani devono decidere, senza incertezze, se con la rinuncia agli studi sulle cellule staminali embrionali la ricerca scientifica deve essere dimezzata. Se capisco le ragioni etiche o religiose per le quali qualcuno rifiuta questa «metà», non posso accettare che questo rifiuto diventi una legge valida per tutti. Sarebbe un gran brutto precedente.
12 giugno 2005

http://www.corriere.it/Primo_Piano/Editoriali/2005/06_Giugno/12/biagi.shtml

Quando i miscredenti diventano clericali

di EUGENIO SCALFARI

SUL referendum procreativo che da questa mattina fino a domani pomeriggio va alla prova delle urne si è già detto quasi tutto. Su alcuni punti si è detto addirittura troppo; su altri, forse, poco. Cercherò dal canto mio di rimediare a questi due inconvenienti di diversa natura.

Si è detto troppo sulla natura dell'embrione: se sia fin dall'inizio del concepimento una persona, oppure un progetto di persona che inizia subito la sua evoluzione e la persegue senza soluzione di continuità, oppure una non-persona almeno fino a quando non sarà dotato di un inizio di sistema nervoso.

Tutte queste definizioni non derivano dalla scienza ma da convinzioni soggettive che a loro volta dipendono da che cosa s'intenda con la parola "persona". Si tratta insomma di opinioni e come tali opinabili, sicché fondare su di esse una legge e un qualsiasi comportamento elettorale e giudicare quale sia quello giusto e quello sbagliato è del tutto improprio.

Non è dunque il dibattito sulla natura dell'embrione (persona, progetto di persona, non-persona) che può dettare il comportamento degli elettori e il giudizio su di esso, bensì la questione politica che sta sotto a quel dibattito.

È infatti una questione politica che induce gli elettori a votare sì oppure no o scheda bianca sui singoli quesiti o infine ad astenersi non presentandosi al seggio elettorale.

Tutta l'infinita chiacchiera su fratello embrione, mamma uovo, papà spermatozoo, che ha attratto o annoiato gli italiani in quest'ultimo mese, può avere avuto il solo valore di incuriosirne le menti e introdurle in un settore della conoscenza finora riservato agli addetti ai lavori e ai diretti interessati.

Quindi un risultato positivo ma nulla di più. Le posizioni reciproche sono rimaste quelle iniziali, il dubbio non ha fatto breccia sulle diverse tesi in contesa per la semplice ragione che quel tipo di dibattito oscurava la questione politica che ha determinato la legge 40 e il referendum abrogativo su alcuni articoli della medesima legge.

Oggi è arrivato il giorno del voto. Cioè il momento della scelta tra diverse opzioni che non sono di carattere morale, teologico, filosofico, religioso, ma sono di natura politica. E come tali vanno trattate, discusse, risolte dalla coscienza di ciascuno. Di questo si è parlato troppo poco. Forse perché, da una parte come dall'altra, non se ne voleva parlare.

Il punto centrale di fronte al quale si trova oggi e domani l'elettore è molto preciso e si chiama clericalismo, potere clericale o se vogliamo esser chiari fino in fondo, potere temporale della gerarchia ecclesiastica sulla vita politica della società e dello Stato. Chi è a favore della vittoria di quel potere e chi è contro di esso.

La religione o la miscredenza non c'entrano. Si può essere religiosi oppure no, ma non è questo il punto di discrimine. I valdesi sono religiosi ma vanno a votare. Gli ebrei sono religiosi ma il presidente delle comunità italiane li ha esortati a votare. Molti cattolici religiosi, anzi religiosissimi, voteranno, a cominciare dal presidente della Repubblica, Ciampi, e dal suo predecessore, Scalfaro.

Per converso molti miscredenti incalliti non voteranno perché, pur essendo miscredenti, sono clericali dichiarati e mobilitati, come Giuliano Ferrara e Oriana Fallaci. Auspicano una società guidata da una gerarchia ecclesiastica militante e tendenzialmente fondamentalista. Mettono sui loro vessilli il Dio degli eserciti e non il Gesù della misericordia. Si battono affinché il peccato divenga reato. E affinché le loro libere e legittime scelte divengano obbliganti anche per chi non le condivide.

Utilizzeranno il fatto che l'embrione può vivere e crescere solo dentro il corpo della donna per obbligarla ad accoglierlo dentro il suo ventre anche contro il suo volere.

Infine vogliono ignorare il fatto che gran parte dei paesi del nostro continente hanno una legislazione non clericale e dunque più permissiva in materia di procreazione assistita, con la conseguenza che la nostra legge 40 realizza una normativa classista, dove i ricchi possono usare le strutture ospedaliere di Francia, Spagna, Gran Bretagna, per procreare senza gli impedimenti imposti ai medici italiani e alle coppie meno abbienti che vi ricorrono.

Analoga situazione riguarda la ricerca scientifica sulle staminali embrionali, fiorente in Usa e in molti paesi europei, vietata in Italia dal clericalismo del nostro episcopato con il solerte e chiassoso appoggio dei clericali miscredenti.

La paura di Frankenstein non c'entra nulla con la legge 40 e con i quesiti referendari. Se il quesito sulla ricerca scientifica passasse al vaglio delle urne di oggi, resterebbe comunque il divieto della legge di utilizzare gli embrioni per la riproduzione di esseri umani, contro la quale siamo tutti schierati, referendari e antireferendari, clericali e liberali, credenti e miscredenti. La legge 40 lo vieta e tutti siamo favorevoli a mantenere e semmai rafforzare quel divieto.

Eppure è proprio su questa paura che il clericalismo fa leva. Fa leva con una bugia e un insulto alle persone perbene. Così come fa leva su quel 25-30 per cento di astensionisti abituali, per sommare ad essi l'astensionismo clericale e rendere invalido il referendum per mancanza del quorum prescritto dalla legge.

Noi non diciamo, signor presidente della Camera, che chi si astiene sia un cittadino di serie B. È un cittadino esattamente come noi che stiamo andando a votare. Ma diciamo che il risultato di quelle astensioni lo depureremo dall'astensionismo strutturale degli indifferenti e così depurato lo confronteremo con il voto espresso nei seggi.

Lei, signor presidente della Camera, avrà obiezioni da opporci? E quali? Saremmo lieti di conoscerle, quelle obiezioni che certo - lo sappiamo - non delegittimano il risultato legale di un referendum fallito per mancanza di quorum, ma registrano un dissenso maggioritario contro una legge sbagliata, perseguita dal clericalismo italiano, tornato al "non expedit" di infausta memoria.

Spero che lei mi creda se le dico che personalmente aborro l'anticlericalismo sguaiato e intollerante. In Italia era stato superato e spento da tempo. Se sta ora risorgendo dalle ceneri è perché il clericalismo delle gerarchie ecclesiastiche e di chi obbedisce al loro richiamo ha l'effetto di un mantice sulle ceneri dell'anticlericalismo.
Se è questo che volete...

Aggiungo (l'ha scritto sabato Mario Pirani) che l'astensionismo militante avrà come effetto inevitabile quello di abolire la segretezza del voto prescritta dalla Costituzione. Si saprà chi ha votato. In un elettorato diviso tra chi va ai seggi e chi li diserta, esserci andati potrà risultare discriminante come lo fu per i cattolici che infrangevano il "non expedit".
Ripeto: è questo che volete?
* * *
C'è un ultimo punto che merita di essere menzionato ed è la parola di Benedetto XVI quando, parlando alcuni giorni fa nella cattedrale di San Giovanni in Laterano, ha detto che "Dio benedice chi si astiene di fronte alle cose che sono sgradite a Dio" connettendo questa affermazione al referendum sulla procreazione.
Si tratta d'una affermazione estremamente grave. Il Papa non parlava "ex cathedra", ma era pur sempre il Papa e mescolava Dio ad una contesa elettorale e quindi politica, in quello stesso luogo dove furono firmati i Patti Lateranensi e il Concordato tra la Santa Sede e lo Stato italiano. "Non menzionare il nome di Dio invano" recita il comandamento mosaico fatto proprio dalla Chiesa di Cristo.

"Non interferire nella sfera politica" dice il Concordato rivolgendosi alla Santa Sede. Ci preoccupa meno il comandamento rivolto ai fedeli; ma ci preoccupa molto di più la violazione dei patti tra l'entità religiosa e quella laica e civile, effettuata dalle parole del Papa.

Qui si pone un dilemma che non potrà essere ignorato a lungo se il clero clericale proseguirà su questa strada. Se volete mescolare Dio alle contese politiche, allora usciamo dal Concordato, torniamo al regime cavourriano della libera Chiesa in libero Stato, senza più ricorrere al sostentamento finanziario e ai privilegi che lo Stato e noi tutti contribuenti garantiamo alla Santa Sede. Non si può avere Chiesa clericale e statuto concordatario. In un'Europa e in un'Italia che si avviano al pluralismo religioso, puntare ad una legislazione intrisa di clericalismo significa accentuare la discriminazione verso altri culti e altre religioni. E significa, soprattutto, opprimere i laici non credenti o poco credenti o credenti che rifiutano il magistero esclusivo della gerarchia.

Significa imporre una scuola pubblica di ispirazione vaticana, abolire la legge sull'aborto e poi quella sul divorzio, mettere le brache alla scienza, tornare al Sillabo e all'Indice dei libri sgraditi.

Questo è il clericalismo: un ritorno indietro al 1870 e alla caduta del regime temporale, ad un cattolicesimo ingessato e pervaso di teocrazia, che la cultura moderna aveva contribuito ad evolvere verso un messaggio di pura fede, di misericordia e di carità, che restano il deposito fulgente del Vangelo e del cristianesimo di Francesco e di Gesù di Nazareth suo patrono e ispiratore.

Ancora una volta ripeto: è questo che volete? E magari le Guardie Svizzere al posto dei corazzieri della Repubblica? Nel 1986, se non ricordo male, il leader radicale Francesco Rutelli scalò il balcone centrale di Montecitorio, ammainò il tricolore e issò al suo posto la bandiera pontificia bianca e gialla come protesta contro il tentativo del Vaticano di interferire sulla legislazione italiana.

Il Rutelli di oggi ha cambiato opinione ed è padrone di farlo. Ma a noi piace ricordarlo come un giovane trentaduenne che difendeva la laicità, patrimonio comune di credenti e non credenti.

Oggi quell'ammainabandiera sarebbe peraltro inutile.
Ciampi, che è già andato a compiere il suo dovere di elettore, la laicità dello Stato la difende a nome di noi tutti e perciò il tricolore sta bene dove sta.

(12 giugno 2005)

http://www.repubblica.it/2005/f/sezioni/politica/dossifeconda5/miscredenti/miscredenti.html

sabato 11 giugno 2005

Inivito a votare entro le 12.00 di domenica 12.06.2005

Domenica vai a votare presto.

Così i telegiornali delle 12 daranno la prima buona notizia: che l'affluenza alle urne è molto alta!!!

Continuare a restare a casa diventerà una scelta difficile per i sostenitori dell'astensione, e sicuramente tanti di coloro che erano orientati a votare no andranno a farlo, pensando che la strategia dell'astensione sia ormai fallita.

Si tratta di una strategia condivisa da tutti i comitati promotori dei referendum.

Referendum: si vota domenica dalle 8 alle 22 e lunedì dalle 7 alle 15

giovedì 9 giugno 2005

Il gioco dell'embrione

di ALESSANDRO ROBECCHI

Casella 1, partenza - Sei un embrione. Che culo! Non sappiamo nemmeno se sarai una cellula di orecchio o un pezzo di placenta e hai già più diritti di tua madre. Non possono nemmeno farti le analisi per vedere se sei sano. Vietato, dicono che così ti proteggono. Avanza di sei caselle.

Casella 7 - Sei Giovanardi, Sfiga. Fermo un giro, poi ritira i dadi. Siccome sei Giovanardi puoi tirarne due. E infatti con due dadi fai due. Sei pur sempre Giovanardi, non ti allargare!

Casella 9 - Siete una bella coppia e volete dei bambini. Evviva! Vai avanti di tre caselle.

Casella 12 - Ahi, ahi, ahi. Sei omosessuale, quindi non esiste un patto sociale che ti leghi al tuo partner, per la legge siete due estranei. Bambini, nemmeno parlarne, adozione pussa via. E' già tanto che ti puoi masturbare, ma forse faranno una legge restrittiva anche per questo. Punito. Torna alla casella Uno.

Casella 1 - Che culo! Sei di nuovo un embrione. Hai più diritti di un professionista gay di quarant'anni con la station wagon! Tira tre volte i dadi!

Casella 21 - Hai una malattia ereditaria e non vuoi che ce l'abbia pure tuo figlio. In più ti dicono che sei come Mengele. Vai in Francia, in Germania o a Malta, paesi civili. Ma prima vai avanti di tre caselle.

Casella 24 - Sei la mamma. Non so se hai notato ma a te in questo grande gioco tra preti e scienziati non ti ha cagato nessuno. Ferma un giro perché sei un po' Mengele anche tu. Poi puoi
tirare i dadi.

Casella 31 - Sei Rutelli. Orrore! Torna alla casella numero 7.

Casella 7 - Aargh! Sei di nuovo Giovanardi! Che raccapriccio! Corri alla casella 35.

Casella 35 - Stai tentando la fecondazione assistita, punture, ormoni, ospedali, dottori e speranze, ma il vescovo di Venezia dice che è maglio una bella trombata. Compra un machete e vai avanti di tre caselle.

Casella 38 - Sei Marcello Pera, capisco la delusione. Eri un popperiano laico e adesso sei un chierichetto di Ratzinger, nemmeno molto dotato. Stai fermo un giro e poi tira i dadi.

Casella 43 - Sei la legge sull'aborto e già senti odore di bruciato. Cominci a capire che sei tu il vero obiettivo. Scappa! Corri avanti di cinque caselle.

Casella 48 - Sei un piccolo feto che fa marameo dall'ecografia. Dall'ecografia si può capire se stai bene oppure no. La tua mamma verrà accusata di eugenetica? Ciucciati il pollice per quattro
caselle.

Casella 52 - Sei un lettore del Corriere della Sera e ti sei beccato due paginate di Fallaci senza avere alcuna colpa. Puoi fare causa per molestie al Corriere se vai avanti di tre caselle

Casella 55 - Sei Carletto, di due anni e mezzo, e piangi perché vuoi venire nel lettone con papà e mamma. Cazzo, ma sono le quattro! Quando eri un embrione non facevi così! Vai avanti di due caselle.

Casella 57 - Sei un ciellino, una cosa che nessuna analisi prenatale poteva prevedere. Sei contrario all'analisi preimpianto perché sei un sadico che ama la sofferenza della gente. Stai fermo un giro, poi tira i dadi.

Casella 62 - Sei un padre in sala parto, non sai cosa fare, sei spaventato, affascinato e felice. Sudi come un carrettiere. Vai avanti di una casella.

Casella 63 - Sei una madre in sala parto. Gridi come un'aquila e intanto pensi: ma guarda come suda quel fesso. Vai avanti di tre caselle.

Casella 66 - Sei un italiano normalissimo, un'italiana normalissima, ti stai chiedendo cosa diavolo ci fanno i preti e i famosi neo-con con le mani nelle tue mutande. Vai avanti di cinque caselle.

Casella 71, arrivo! - E' domenica 12 maggio, prendi la tua tessera elettorale e vai a votare i referendum. Ci vogliono cinque minuti e si vota anche lunedì, dillo a tutti quelli che puoi. E' un'azione che protegge la vita della gente e non il potere sulla vita della gente.
E' un'azione che distingue l'uomo dal Giovanardi e che restituisce un diritto alle donne.

http://ilmanifesto.it/Quotidiano-archivio/08-Giugno-2005/art8.html

Referendum, On. Grillini: "Vota sì, vota subito!"

"Un piccolo sacrificio per il quorum"

(ANSA) - ROMA, 9 GIU - Franco Grillini, dei Ds, invita chi ha scelto di andare a votare a fare il ''piccolo sacrificio'' di recarsi la mattina di domenica alle urne, in modo da indurre al voto anche chi sarebbe orientato all'astensione.

Per Grillini, ''e' assolutamente necessario che tutti coloro che intendono recarsi alle urne facciano un piccolo sacrificio per votare immediatamente domenica mattina in modo da rendere subito evidente che la maggioranza degli italiani e' andata a votare''.

''La campagna astensionistica e' - accusa Grillini - un trucco e una furbizia, perche' la maggioranza degli italiani e delle italiane non vuole una legge proibizionista, repressive ed invasiva delle liberta' personali''.

''Si sfrutta cosi' l'area del non voto per strappare quella vittoria che altrimenti, e' evidente - assicura Grillini - non si potrebbe ottenere''.

Dopo aver invitato gli astensionisti a ''interrogarsi sulla moralita' di una campagna di questo tipo'', Grillini ribadisce la convinzione che ''una massiccia affluenza alle urne gia' da domenica mattina potrebbe convincere anche coloro che non sono d'accordo con la legge 40 ad andare ad esprimere con piu' correttezza attraverso il voto diretto la loro opinione'', e ''per questo e' necessario votare si' e votare subito''.

http://www.gaynews.it/view.php?ID=32637

Buone notizie

di Antonio Padellaro

Tre buone notizie. La prima è che, domenica, Ciampi vota alle nove del mattino tenendo fede a una consuetudine decennale. Lo scrivono giornalisti bene informati sul Quirinale ma nessuno poteva dubitare che ciò sarebbe accaduto per l’alto senso delle istituzioni di cui il capo dello Stato ha sempre dato prova. Astenersi è un diritto sacrosanto ma usare l’astensione come un’arma propagandistica per fare fallire il referendum sulla fecondazione non è comportamento accettabile. Il presidente del Senato Pera e il presidente della Camera Casini hanno tutto il diritto di non esprimersi su dei quesiti che non condividono. Ma se trasformano una scelta individuale in un proclama alla nazione approfittando del prestigio degli incarichi ricoperti, come devono essere giudicati? Non sarà certo il voto di uno solo a determinare l’esito del referendum ma, vada come vada, vedere il primo cittadino della Repubblica deporre la scheda nell’urna ci farà sentire sicuramente meglio.
La seconda buona notizia riguarda un leader politico che in un’intervista a un importante quotidiano ha definito «diseducativa» l’astensione poiché, ha spiegato, allontana i cittadini da quell’esercizio fondamentale di democrazia che è il voto.
E tutto per seguire le indicazioni della Conferenza episcopale. Quel politico si chiama Gianfranco Fini. La sera prima avevamo visto una giovane donna ministro battersi in televisione per i quattro sì contro i sorrisetti ironici di un devoto e astenuto sottosegretario. Quella donna si chiama Stefania Prestigiacomo. Fini e Prestigiacomo fanno parte di un governo che questo giornale ha definito più volte come il peggiore che si ricordi. E il fatto che, per una volta, il leader di An e il ministro di Forza Italia esprimano posizioni che condividiamo non può cancellare le molte critiche che in passato abbiamo loro rivolto, anche con asprezza. Del resto, non sono i soli nello schieramento di centrodestra a dichiararsi a favore di un referendum che attraversa trasversalmente il paese scavalcando steccati politici e religiosi. Non si può, tuttavia, non apprezzare la sfida che i due ministri hanno lanciato con le loro dichiarazioni. Ci vuole coraggio a trovarsi praticamente da soli a fronteggiare il partito che si dirige rischiando di non dirigerlo più. La stragrande maggioranza dei parlamentari di An si era infatti già pronunciata per quella stessa astensione che Gianfranco Fini adesso giustamente deplora con forza. Quanto alla Prestigiacomo conosce benissimo i rischi che si è assunta mettendosi contro il curiale partito d’oltretevere e sa che non gliela faranno passare liscia. Ci sarebbe piaciuto, lo confessiamo, apprezzare lo stesso coraggio anche da questa parte, dalla nostra parte ma di esempi simili non ne abbiamo ancora visti.
La terza buona notizia riguarda la crescita della temperatura politica intorno al referendum. Si comincia a comprendere che la posta in gioco va molto al di là dei quesiti proposti e delle modifiche a una legge, importantissima, che riguarda la salute delle donne e la speranza dei malati. C’è un problema di libertà al centro di questo referendum che ci riguarda tutti poiché uno Stato laico non può affidare le sue leggi al giudizio di un potere religioso ancorché degno di grande rispetto. Un calore politico che, speriamo, il 12 e 13 giugno possa riscaldare il quorum degli italiani.

da l'Unità del 09/06/2005

Vendola: Ratzinger mi ha deluso sulle coppie di fatto parole feroci

Speravo che Benedetto XVI ci prendesse per mano, non mi aspettavo una dichiarazione di guerra. Credevo che il seggio di Pietro, a un millimetro dallo Spirito Santo, potesse generare solo la teologia della tenerezza e dell'accoglienza


ROMA — Nichi Vendola, lei come governatore della Puglia ha accolto Ratzinger a Bari nel suo primo viaggio da Pontefice: ci sperava davvero in una sua apertura? In particolare in un'apertura sulle coppie di fatto...

« Ci speravo sì. E invece che delusione le dichiarazioni del Papa. Da credente, da cristiano, da cattolico: che delusione! » . « Mi aspettavo che la curia romana potesse finalmente aprire le finestre sul mondo e si misurasse non già con il relativismo etico, bensì con la fenomenologia del vivente » . « Sì, la pluralità di relazioni che hanno al centro il corpo, il desiderio, l'affettività, l'amore. C'è una Chiesa diffusa e molecolare che da tempo ha cominciato la sua immersione in questa realtà. Ma c'è anche un mondo cattolico che ormai convive con stili di vita che non riesce a considerare peccaminosi.

Poi c'è la Chiesa di Oltretevere » . « Sì, il Vaticano. Lo dico con dolore e sottovoce: ma dal Vaticano si percepisce lo sforzo di delineare un esercizio di potere e non altro.

Quando sento dire una frase come " le coppie di fatto allontanano da Dio" sento rabbia. Sono frasi che contengono un certo grado di ferocia » . Un certo grado di ferocia? E' una frase che ha detto il Papa quella che ha appena riportato...

« Non parlo di intenzioni feroci, ma dell'effetto che provoca » . Lei è un omosessuale dichiarato: si aspettava un'apertura anche sulle coppie di fatto omosessuali, probabilmente. Di certo non si aspettava una sorta di retrocessione anche nei confronti delle coppie eterosessuali...

« Non mi aspettavo una dichiarazione di guerra » . « Forse era una speranza emotiva e non razionale.

Speravo che non esistesse un copione già scritto. Pensavo che fosse finalmente arrivato il momento di trovare qualcuno che ti prendesse per mano. E poi... » . « Poi pensi che quando uno entra nell'abitazione del Papa e siede sul seggio di Pietro vive costantemente ad un millimetro dallo Spirito Santo. Si confronta costantemente con orizzonti talmente ampi e con un'idea talmente assoluta e incalcolabile dell'amore che immagini che possa generare soltanto quella teologia della tenerezza e dell'accoglienza di cui il mondo ha bisogno » . « Invece questo Papa ha ripetuto una condanna anche all'omosessualità usando parole che ricordavano i canonisti seicenteschi: turpe atque iniqua luxuria. Che peccato » . « A modo mio. Rifuggo il consumismo religioso e la spettacolarizzazione del sacro. Ma amo i luoghi intimi, lì dove risuonano i canti gregoriani oppure i silenzi abissali » . La sua condizione omosessuale non è accettata dalla Chiesa: lei invece lo vorrebbe. Ma lo vorrebbe davvero? « Certo. E penso che questo atteggiamento del Papa sia anacronistico e destinato alla sconfitta. Vorrei che invece che castigare le libertà civili la Chiesa lanciasse un moderno anatema su temi come la schiavitù o la povertà » . « Spero, la speranza non muore mai. Tuttavia... » . « Credo che non avrò questa fortuna. Credo che non sarà la mia generazione che avrà la fortuna di ascoltare parole evangeliche da parte della Chiesa ».

09/06/05 - Corriere della Sera

http://www.arcigaymilano.org/dosart.asp?ID=22500

mercoledì 8 giugno 2005

Il Gay Pride a Torino spacca la giunta

Cinque assessori: pronti a dare il patrocinio. Insorgono i cattolici del centrosinistra
di Emanuela Minucci

L’orgoglio omosessuale spacca la giunta Chiamparino. O meglio, otto mesi di eventi legati al prossimo «Gay Pride» che sono previsti sotto la Mole da marzo al dicembre 2006, subito dopo le Olimpiadi, divide gli assessori. Da un lato l’anima cattolica, oggi rappresentata da tre membri della giunta (al fianco del vicesindaco Calgaro siedono l’assessore Marco Borgione e l’appena insediato Gavino Olmeo), dall’altra, in ordine sparso, e in maggioranza favorevoli, gli altri. Il sindaco Chiamparino, per ora, preferisce, non commentare: «Ho un’idea ben precisa sull’argomento, ma non voglio anticiparla. Ho preso l’impegno di incontrare i rappresentanti del comitato e poi ne parlerò in giunta. E solo martedì prossimo potremo parlarne».

Tanto basta a prevedere che nella prossima riunione di giunta il clima si surriscalderà. Così come si è surriscaldato qualche settimana fa a Milano, quando la giunta Albertini ha finito per negare il proprio patrocinio alla sfilata dei gay che è andata in scena orfana del simbolo del municipio. «Sì ma quella è una giunta di centro destra - fa notare Paolo Hutter, ex assessore della giunta Castellani, torinese di nascita e milanese d’adozione, nonchè precursore dell’”outing” - e va detto che succede solo in casi molto dubbi e particolari che il Comune neghi il patrocinio a chi lo chiede». Incalza: «Mi verrebbe da dire che chi è contro i gay si autoesclude dal centrosinistra e dall’Europa, e mi auguro che a Chiamparino e colleghi questo proprio non succeda».

Ma rivediamo come si è arrivati a questa nuova occasione di scontro. Qualche giorno fa, il comitato «Torino Pride 2006» ha inviato una lettera al sindaco Chiamparino per chiedergli di patrocinare la prossima edizione nazionale del Glbt Pride (dove Glbt sta per Gay, Lesbian, Bisexual, Transgender) che prevede ben otto mesi di manifestazioni perchè nel 2006 saranno trascorsi 35 anni dalla prima edizione del Gay Pride. «Onorevole sindaco - esordisce il messaggio firmato da Enzo Cucco - il comitato che rappresento intende organizzare a Torino il Pride nazionale per l’anno 2006, la più grande manifestazione di cultura, politica e spettacolo proposta dalle persone gay, lesbiche e transessuali a tutta la comunità».

Continua: «Si tratta di un’iniziativa che vogliamo caratterizzare in modo nuovo, dedicandola in modo esplicito a tutti coloro che non conoscono la realtà “glbt” italiana, attraverso iniziative culturali, di spettacolo e di riflessione che abbiano la caratteristica di essere trasversali e aperte al massimo confronto possibile».

Il sindaco Chiamparino, prima di dire sì all’incontro e acconsentire alla richiesta di patrocinio, ha anche girato una copia della lettera a tutti i suoi assessori. Nel frattempo le singole posizioni sono già emerse. Insieme con una buona dose di malumori. A capitanare il fronte del «no» a benedire con il simbolo del Comune «la sfilata-provocazione» ci sono gli assessori dell’ala cattolica della Margherita come Marco Borgione (Assistenza), e Gavino Olmeo (servizi anagrafici, personale). Spiega Borgione: «Ricordo perfettamente quando il Comune negò il patrocinio a una manifestazione di trial. Lo fece perchè a sponsorizzare l’evento c’era un manifesto di dubbio gusto, che ritraeva una ragazza intenta a leccare la gomma della bicicletta. Bene, mi pare che anche in questo caso, dal momento che spesso la sfilata del gay pride contiene notevoli cadute di gusto, sia d’obbligo procedere con i piedi di piombo».

Dello stesso avviso sono il collega Olmeo e il vicesindaco Calgaro. E contro il numero due di Palazzo civico si scaglia il capogruppo ds in Provincia Stefano Esposito (il comitato ha chiesto il patrocinio non solo al Comune, anche agli altri enti, Provincia e Regione), che spiega: «La morale e la cultura di Calgaro non possono e non devono diventare quelle della Città». A ritenere invece che il patrocinio si debba concedere ci sono gli assessori Tricarico, Bonino, Peveraro, Dealessandri, Sestero, Tessore e Viano. Si riservano infine di dichiarare il loro parere martedì prossimo, gli assessori Vinciguerra, Alfieri, Montabone.

http://www.gaynews.it/view.php?ID=32607

"La famiglia perfetta è etero" e il Governo lancia un premio TV

Sulla Gazzetta Ufficiale il concorso riservato alle fiction che trattino solo di unioni di diverso sesso
martedì 07 giugno 2005 , di la Repubblica

di SEBASTIANO MESSINA


Sarà un concorso povero, senza un solo euro in palio: il vincitore dovrà accontentarsi di «un oggetto artistico su un tema che richiami le ragioni dell´iniziativa, recante inciso il nome del premiato». Però contano i simboli, e quello che c´è dietro: così, dall´anno prossimo, il presidente del Consiglio assegnerà il premio «La famiglia», al miglior programma televisivo (e a quello radiofonico) che avranno esaltato con maggior efficacia «l´immagine positiva della famiglia come società naturale fondata sul matrimonio tra persone di sesso diverso». Non è un´indiscrezione, ma un provvedimento già stampato sulla Gazzetta Ufficiale: un decreto firmato da Berlusconi il 10 maggio su proposta del vicepresidente del Consiglio, Gianfranco Fini, con l´accordo del ministro delle Comunicazioni, Landolfi.

In un paese tracimante di concorsi, premi e riconoscimenti assortiti, una targa d´argento in più o in meno non dovrebbe fare notizia. Ma il «premio Famiglia», come inevitabilmente verrà battezzato dagli addetti ai lavori - inconsapevole omaggio alla celebre battuta di Leo Longanesi: «La nostra bandiera nazionale dovrebbe recare una grande scritta: "Ho famiglia"» - lascerà un segno. Perché per la prima volta un governo italiano decide di stabilire, con l´assegnazione di un trofeo, quale fiction, quale sceneggiato, quale telefilm rispecchia più fedelmente un´idea ufficiale della famiglia. Che sarebbe, in teoria, quella stabilita dall´articolo 29 della Costituzione («La Repubblica riconosce i diritti della famiglia come società naturale fondata sul matrimonio»). Per non sbagliare, l´estensore del decreto (Fini? Berlusconi? Landolfi?) ha voluto fare un´aggiunta alla definizione costituzionale, specificando - visti i tempi - che si intende «il matrimonio tra persone di sesso diverso». Così, giusto per non correre il rischio di assegnare il «premio Famiglia» a un film su una coppia gay.

Dunque ogni anno verrà consacrato a Palazzo Chigi l´autore televisivo che avrà saputo rappresentare con più passione e con superiore maestria il valore costituzionale del nucleo familiare, «con un importante ruolo sociale nell´istruzione ed educazione della prole, prevenzione dal disagio ed assistenza morale e materiale dei giovani e degli anziani». Sarà scelta (da Berlusconi) una giuria «composta da eminenti personalità della cultura» e alla fine verrà consegnato il premio (che non dovrà costare troppo perché questo solenne riconoscimento, specifica il decreto con pignoleria da contabile, non deve assolutamente comportare «oneri aggiuntivi per il bilancio della Presidenza»).

Non è, sia chiaro, una novità assoluta il fatto che un governo decida di usare la fiction per educare il popolo. La storia di Hollywood abbonda di film scritti, girati e distribuiti per formare i cittadini modello dell´America anticomunista, e nel 1944 fu addirittura fondata una «Motion Picture Alliance for America Ideals» (vicepresidente Walt Disney). E´ su quel sentiero che si muove - sessant´anni dopo - Palazzo Chigi. Inseguendo l´immodesta illusione di stabilire come dev´essere - nel terzo millennio - la Famiglia Perfetta. Perché i guai cominceranno quando si tratterà di scendere nel dettaglio. Vanno bene i padri divorziati che si sono risposati? Saranno scartati i telefilm dove uno dei protagonisti (un figlio, uno zio o una cognata) è gay e non punta a «un matrimonio tra persone di sesso diverso»? Saranno concesse deroghe per i vedovi e le ragazze madri? Visto che a Palazzo Chigi si sono lanciati in questa ardua missione, completino l´opera: urge regolamento attuativo.

http://www.gaynews.it/view.php?ID=32602

lunedì 6 giugno 2005

Gli revocano la patente in quanto gay, il Tar sospende il provvedimento

Protagonista dell'incredibile vicenda la Motorizzazione di Catania
Il caso, sollevato da un giovane, deve ancora essere discusso nel merito


CATANIA - Gli avevano ritirato la patente in quanto omosessuale, ma la decisione è stata sospesa dal Tar al quale il giovane ha presentato ricorso. A denunciare la vicenda è stato l'avvocato di M. D. G., 23 anni, commerciante, al quale la Motorizzazione civile di Catania ha ritirato la patente dopo che aveva dichiarato la propria omosessualità nel corso della visita di leva ad Augusta.

Una decisione che M. D. G. ha impugnato davanti al Tribunale amministrativo regionale di Catania che ha accolto la sua richiesta disponendo un'ordinanza di sospensione cautelare in attesa di entrare nel merito del caso. "L'omosessualità - si legge nell'ordinanza della terza sezione del Tar - non può essere considerata un fatto che fa sorgere dubbi sull' idoneità psico-fisica del titolare della patente di guida". "E' evidente - scrivono ancora i giudici - che le preferenze sessuali non influiscono in alcun modo sulla capacità del soggetto di condurre con sicurezza veicoli a motori" e inoltre "non può considerarsi una vera e propria malattia psichica, essendo per l'appunto una mero disturbo della personalità" tanto da "giustificare l'esonero dal servizio di leva" ma "non certo l'adozione di ulteriori misure 'sfavorevoli'".

L'accaduto, ha commentato l'avvocato Giuseppe Lipera, è ''talmente scandaloso ed offensivo per tutte le coscienze che ci obbliga a darne la massima divulgazione". Il giovane, oltre a chiedere la revoca della sospensione della patente, con una denuncia al tribunale civile di Catania ha chiesto anche un risarcimento di 500 mila euro ai ministeri dei Trasporti e della Difesa.

(6 giugno 2005)

http://www.repubblica.it/2005/f/sezioni/cronaca/gaypatente/gaypatente/gaypatente.html

Referendum, gli svizzeri dicono sì all'area Schengen e alle coppie gay

Nella confederazione passa la legge sui Pacs con il 58%
La libera circolazione delle persone della Ue ottiene il 54,6%


GINEVRA - Gli svizzeri aprono i confini all'Unione Europea e dicono sì, con un'ampia maggioranza, alle unioni omosessuali. Il risultato dei referendum ai quali erano chiamati i cittadini della confederazione elvetica faranno discutere: il 54,6% degli svizzeri ha approvato l'ingresso della confederazione nell'area Schengen, cioè l'accordo dell'Unione Europea sulla libera circolazione delle persone. Con il 58% dei sì è passata anche la legge che sancisce le unioni civili tra coppie omosessuali attraverso i "Pacs".

Si tratta di risultati inattesi, perché contro l'ingresso nell'area Schengen c'era stata la forte campagna del Partito popolare svizzero (SVP) guidato dall'industriale Christoph Blocher, attuale ministro della giustizia. Era stato proprio l'Svp a promuovere la raccolta delle 50.000 firme necessarie ad indire la consultazione popolare. Il voto di oggi porta la Svizzera un passo più vicina all'Unione Europea e conferma due dei più importanti accordi bilaterali raggiunti tra Berna e Bruxelles, dopo il no degli elettori elvetici all'ingresso nell'Ue, sancito con un referendum nel 1992.

Era insperata anche la larga vittoria del sì per le unioni omosessuali; anche in questo caso il referendum era stato promosso dall'estrema destra e dai gruppi religiosi, dopo che il parlamento confederale aveva approvato la legge lo scorso anno.

Il risultato del referendum svizzero è stato accolto con entusiasmo da Franco Grillini, deputato Ds e presidente onorario di Arcigay. "La straordinaria e clamorosa vittoria in Svizzera sul referendum voluto dalla destra clericale ed omofoba, contro le Unioni Civili per le coppie omosessuali, rappresenta un fatto storico perché è la prima volta in Europa che una legge sulle coppie gay, già approvata da un Parlamento, viene sottoposta al giudizio popolare".

http://www.repubblica.it/2005/f/sezioni/esteri/refesvizz/refesvizz/refesvizz.html

Rassegna Stampa Gay Pride Milano: L'orgoglio dei centomila

Milano, in centomila al gay pride "sì alla legge sui pacs o non votiamo" - enrico bonerandi
(La Repubblica del 05/06/2005)

Cronaca LA MANIFESTAZIONE Dalla sfilata un messaggio ai politici. Polemica per la presenza dei figli di coppie lesbiche nel corteo Milano, in centomila al Gay Pride "Sì alla legge sui Pacs o non votiamo" Fischi sotto a Palazzo Marino E il ministro leghista Calderoli accusa "Mai visto utilizzare bimbi innocenti per sostenere le proprie perversioni..." ENRICO BONERANDI MILANO - Detto a modo loro, tra botanica e doppi sensi, l'invito sui cartelli suona così: "Prodi, sotto l'Ulivo pota la Margherita e coltiva i finocchi!". Se le sortite di Rutelli sui referendum ai gay non sono proprio piaciute, a rischiare la fine dell'idillio con il movimento omosessuale è adesso tutto il centro-sinistra: "Se non specificano chiaro e tondo cosa vogliono fare con la legge sui Pacs, sulle coppie di fatto, alle prossime elezioni i partiti se li sognano i nostri voti", minaccia Aurelio Mancuso, presidente dell'Arci-gay, che resta volutamente nel vago ma si riferisce soprattutto all'Unione. Mentre in testa al Pride nazionale, ieri a Milano, gli esponenti della sinistra, da Pecoraro Scanio dei Verdi a Luigi Manconi dei Ds, parano il colpo e promettono concordi: "Sui Pacs non ci saranno problemi". Quest'anno il Gay Pride, pur non rinunciando al colore e al baraccone, è stato politicamente più netto del solito. Migliaia di bandiere con la scritta "Pacs" e un'iniziativa creata apposta per aizzare le polemiche: il trenino delle "Famiglie arcobaleno" con a bordo - tra aranciate, panini e merendine - madri lesbiche e una ventina di bimbi, in maggioranza figli della provetta, le cui mamme si sono rivolte a cliniche straniere, visto che in Italia è proibito. Annie e Micky, due di queste mamme, ripetono ai cronisti che le loro due figlie, di 4 e 7 anni, concepite col seme di un amico, sanno tutto e non hanno problemi neppure con gli amici della scuola, dove non si fa mistero sulla loro vicenda. Di certo ieri le due bambine, con addosso le magliette dell'associazione - tre cuoricini - pareva si divertissero come al Luna Park. Sergio Lo Giudice, dell'Arci-gay, dice che non c'è scandalo: "Queste situazioni stanno nella società, così si supera lo stigma sociale che le condanna all'invisibilità". Dopo l'assessore Prosperini di An, a parlare ieri di "schifezza" ci ha pensato il ministro leghista Calderoli: "Milano nella sua storia ha visto di tutto, ma utilizzare dei bambini innocenti per sostenere le proprie perversioni...". Il Gay Pride milanese, forte della grande affluenza di gente da tutta Italia - per gli organizzatori 100 mila, molto di meno per la questura - ha voluto imporre le proprie scelte, rischiando gli attacchi della destra ma anche gli imbarazzi del centro-sinistra. Sul trenino Arcobaleno Filippo Penati, presidente ds della Provincia di Milano, che in polemica con il Comune ha dato il proprio patrocinio alla manifestazione, si è rifugiato in un "no comment". Grande successo personale, comunque, il suo, superato solo da Nichi Vendola - primo gay dichiarato ad assurgere all'olimpo delle istituzioni - accolto da applausi e soffocato di abbracci. Record dei fischi, ovviamente in contumacia, come sempre per Gabriele Albertini: al suono della canzoncina di Heidi, davanti a palazzo Marino, tutti gli hanno indirizzato un sonoro "buh". Il corteo era aperto da un trans vestito da Repubblica Laica sugli zatteroni, incatenato a due guardie svizzere. Sarà per la recente piena religioso-papale sui media, o per l'approssimarsi dei referendum, ma il corteo di quest'anno ha assunto spesso contorni anticlericali, in passato più sfumati. Stavolta c'era pure Alessandro Cecchi Paone con il suo cartello "Ponzio Pilato si astenne" e una vistosa travestita agghindata da diavolessa, seguita da un paio di angioletti con alucce di piume e mutande elastiche. Non c'è però corteo più sfrangiato, mutante e imprevedibile del Gay Pride. Tutto si mischia nella marea in stile balneare che procede dietro ai carri che mandano canzonette italiane Anni Sessanta o musica House. Transitano Cgil e Cobas, poi il coro lesbico in divisa rossa, gli omosessuali cattolici ("qui sembriamo quattro gatti, ma in realtà siamo tanti"), gli Orsi ("felici di essere grossi, contenti di essere pelosi"), le lesbiche di Ferrara, le Ninfe di Genova, quelli di Salerno e di Perugia, gli universitari gay della Bicocca, i trans che chiedono più occasioni di lavoro (e c'è uno molto macho, ex-donna, che sulla maglietta protesta: "E io ti sembro Deborah?"), quelli del Cassero bolognese, i genitori di figli omosessuali, "Brescia c'è". Dopo i feticisti in pelle nera, due bandiere dello Sdi. Segue una limousine bianca che fa pubblicità a una discoteca di Moncalieri e via via il multiforme popolo del Pride che balla e lancia coriandoli celesti. In coda ci sono i raeliani con il loro motto sugli extraterrestri tolleranti e polisex, gli Atei agnostici e razionalisti, la Sinistra giovanile e ultimo, ma proprio ultimo, un camioncino con la faccia di Umberto Veronesi che incita a votare quattro sì. Una maratona sfiancante, ma i gay vanno in palestra e il fisico ce l'hanno. Dalle tre del pomeriggio alle otto, tagliando tutto il centro della città e ottenendo finalmente il passaggio - che qualcuno giudicava sacrilego - in piazza del Duomo. Tra le centinaia di coppie omosessuali allacciate in abbracci, un marito e marito - lui di Viterbo, l'altro olandese - sposati due anni fa giusti a Rotterdam. Tranquilli, semplici, per niente esibizionisti ma decisissimi a godere dei propri diritti anche in Italia: "In Olanda potremmo adottare dei figli, poi veniamo qui e diventiamo sconosciuti uno all'altro. Però è solo lo Stato italiano che è arretrato, non la gente. Che facciano almeno i Pacs in Italia, non dico il matrimonio come in Olanda. Però che ridere quando in albergo prendono i nostri passaporti e vedendo che uno ha preso il nome dell'altro chiedono: fratelli? Eh no, cari, siamo coniugi".


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Migliaia al Gay Pride, diritti e coppie di fatto

(Corriere della Sera del 05/06/2005)

Manifestazione a Milano, polemiche sui Pacs: "Se l'Unione non li vara, diserteremo le urne" MILANO - L'Italia è una giovane transessuale. Abito candido, corona d'argento, fascia blu con la scritta: "Repubblica laica". Ha i polsi incatenati. Cammina tra due guardie svizzere che la tengono prigioniera. Dietro l'allegoria, sfilano i 40 mila del Gay Pride 2005. Facciata glamour : coriandoli, colori, parrucche, musica sfondatimpani. Ma anche un messaggio ai politici dell'Unione, con il tono dell'ultimatum: "O inserite la legge sulle coppie di fatto nel programma elettorale, o alle prossime elezioni non andremo a votare". Parola d'ordine della manifestazione: Pacs. Sventola su mille bandiere. Sta per "Patto civile di solidarietà". Istituto giuridico che sancisce la relazione tra due coniugi, indipendentemente dal sesso. Definisce la vita in comune della coppia: diritti e doveri. Non un matrimonio, ma qualcosa che ci si avvicina molto: unione legalizzata e riconosciuta. "Il centrosinistra si metta d'accordo con Rutelli e le altre forze che ancora storcono la bocca - sbotta Aurelio Mancuso, presidente dell'Arcigay - altrimenti raccomanderemo a milioni di omosessuali di disertare le urne". Minaccia soft . I 40 mila del Pride non concedono deroghe, uniti nello slogan: "Patti chiari, amicizia lunga". A stringere i patti, in questa piazza milanese vestita da carnevale di Rio, arrivano ben pochi politici. Tutti di centrosinistra. Tutti d'accordo nel sostegno alla legge: "Chiediamo che l'Italia si metta al passo con l'Europa - spiega Franco Grillini, deputato ds, anima storica dell'Arcigay - e riconosca le unioni di fatto con i Pacs. La proposta riguarda quattro milioni di persone che convivono e non possono essere lasciate a se stesse". La Francia ha legalizzato le unioni di fatto nel 1999. In Italia se ne parla da anni. Durante l'ultimo congresso dei Ds, il segretario Piero Fassino disse che i "Pacs" sarebbero entrati nel programma di governo. Alla Camera - oltre a quelle di FI, An e socialisti - è ferma una proposta di legge Grillini. La Spagna di Zapatero, autorizzando i matrimoni gay, ha rilanciato il dibattito. Con il corteo di ieri, il movimento gay-lesbico italiano prova a segnare un punto di non ritorno. Un aut aut pronunciato da "100 mila persone" (stimano gli organizzatori). Non più di 40 mila, secondo un calcolo più attendibile. "È finito il tempo delle chiacchiere - incalza Mancuso - pretendiamo impegni". Risponde Luigi Manconi, responsabile dei diritti civili per i Ds: "Credo che il centrosinistra nella sua totalità sia d'accordo nell'approvare i Pacs, la cosa si potrebbe fare entro la prossima legislatura". "Se ci saranno dei problemi sull'approvazione - aggiunge il presidente dei Verdi, Alfonso Pecoraro Scanio - faremo delle primarie sul programma". Venti carri. Tir che trasportano discoteche. Decine e decine di associazioni rappresentate. La rivendicazione dei diritti che passa per le danze scatenate, gli slogan dei genitori di omosessuali ("Etero o gay, son sempre figli miei"), la stilettata di Alessandro Cecchi Paone al sindaco di Milano: "Albertini è diventato famoso nel mondo per essersi fatto fotografare in mutande, ma si è schierato contro il patrocinio al Gay Pride. È assurdo". Il corteo sfila davanti a Palazzo Marino. Fischi. Passaggio in piazza del Duomo (che fu negato nel 2003). Fine pomeriggio. Cala il sole. L'Italia del Gay Pride è ancora in catene. Coro: "Liberatela". Gianni Santucci.


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Obiettivo l'approvazione del disegno di legge sulle coppie di fatto

(Gazzetta del Sud del 05/06/2005)

In 100 mila sfilano al Gay Pride a Milano Albina Olivati MILANO ? Almeno centomila persone hanno partecipato al corteo del Gay Pride Milano 2005. Sono venuti da tutta Italia per affermare il loro obiettivo: l'approvazione del disegno di legge sulle coppie di fatto. Nell'acronimo Pacs (patti civili di solidarietà) è sintetizzata la battaglia che gli omosessuali italiani stanno combattendo "Ponzio Pilato si è astenuto". Si leggeva questa frase sul cartello che porta al collo Alessandro Cecchi Paone, intervenuto al corteo. Il conduttore televisivo ribadisce così la sua posizione contro l'astensione al referendum per la procreazione assistita che si terrà il prossimo 12 e 13 giugno. Per Cecchi Paone è necessario andare a votare e votare 4 sì ai quattro quesiti referendari. . Uno striscione bianco coi colori dell'arcobaleno e la scritta "Pacs, patti chiari, amicizia lunga" ha aperto la lunga sfilata. Dietro i politici che hanno portato il loro sostegno: Luigi Manconi (Ds), Pecoraro Scanio (Verdi), Katia Belillo (Comunisti Italiani) e Filippo Penati (Ds) presidente della Provincia di Milano. Subito dopo, un trenino verde con a bordo bambini di genitori omosessuali, nati con la fecondazione assistita. La presenza dei ragazzini ha dato lo spunto al ministro leghista, Roberto Calderoli (Riforme), per ingaggiare una polemica di fuoco. Dopo aver affermato che: "Milano ha visto di tutto, ma la schifezza di utilizzare bambini innocenti per sostenere le proprie perversioni, come nel corteo del Gay pride, le mancava", ha invitato a non andare a votare al referendum del 12 giugno, ricordando che invece: "Urge portare avanti la mia proposta di legge di riforma costituzionale che specifica che il matrimonio, deve essere necessariamente tra persone di sesso diverso". Altrimenti: "A breve, avremo anche a casa nostra figli di coppie di lesbiche o bimbi adottati da coppie di finocchi".


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Gay pride, in centomila per chiedere i pacs

(Gazzetta di Reggio del 05/06/2005)

Attualità Gay Pride, in centomila per chiedere i Pacs Messaggio ai politici: approvate la legge sulle coppie di fatto o non votiamo MILANO. Il movimento omosessuale invia un messaggio ai partiti di centrodestra e di centrosinistra: approvate al più presto la legge sui Pacs (Patto civile di solidarietà), ovvero sulle coppie di fatto, e mettete al centro dei vostri programmi i nostri problemi, altrimenti alle prossime elezioni non andremo a votare. Lo slogan del Pride che si è svolto a Milano è chiaro: "Pacs! Patti chiari, amicizia lunga...". Aurelio Mancuso dell'Arcigay nazionale è molto esplicito in proposito: "Il centrosinistra si metta d'accordo con Rutelli e quant'altri. Noi altrimenti diremo di non votare". Ma alla manifestazione milanese i rappresentati dei partiti ci sono. Sono in pochi, e tutti di centrosinistra, e tutti sono d'accordo nel sostenere che è giusto ed urgente approvare la legge sulle unioni di fatto. "Questo corteo - dice Franco Grillini - rivendica diritti umani universali, non solo dei gay come minoranza, infatti chiediamo che la legislazione italiana si metta al passo con quella europea e riconosca le unioni di fatto con i Pacs". "Le nostre non sono proposte elitarie - aggiunge - perchè in Italia riguardano quattro milioni di persone che convivono e non possono essere lasciate a se stesse. Non è questione di ideologia, ma di buon senso". "Credo che il centrosinistra in Parlamento lavorerà per approvare la legge sui patti di civile solidarietà" dice Luigi Manconi, responsabile dei diritti civili per i Ds, il quale è convinto che "il centrosinistra nella sua totalità sia d'accordo nell'approvare i Pacs e credo che la prossima legislatura sarà in grado di approvare questa legge, che è una legge di civiltà oltre a rappresentare un importante atto di moralità pubblica". Una legge che potrebbe dividere ulteriormente il centrosinistra dopo la spaccatura sul referendum sulla procreazione?: "Non vedo nemmeno un articolo, un codicillo, nella proposta di legge sulle unioni civili in contraddizione con la coscienza cattolica. Anche il presidente della Regione Puglia, Niki Vendola, è convinto che la legge sarà approvata: "Credo sia giunto il tempo di fare i conti con questa grande domanda di riconoscimento del diritto non solo alla libertà ma del diritto all'affettività". "Non possiamo - aggiunge - pensare di rimanere in una situazione di arretratezza rispetto al resto d'Europa. Lo Stato deve legiferare per conto dell'insieme della cittadinanza. Dovremmo tenere separata la sfera del magistero religioso da quella della normativa". "La richiesta della legge del Pacs delle unioni di fatto è una giusta pressione del movimento per i diritti civili e di quello omosessuale" dice il presidente dei Verdi, Alfonso Pecoraro Scanio, che sull'ipotesi di una divisione del centrosinistra su questo tema afferma: "Se ci saranno dei problemi faremo delle primarie programmatiche nelle quali chiederemo agli elettori se vogliono ampliare o restringere i diritti. Sono sicuro che la risposta sarà per l'ampliamento dei diritti".


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Orgoglio e polemiche nel giorno della festa - giuseppina piano

(Repubblica, La del 05/06/2005)

Pagina VI - Milano Prosperini: "Un'indecenza". Penati: "Sono qui per risparmiare una figuraccia a Milano" Orgoglio e polemiche nel giorno della festa Centrodestra all'attacco sul corteo Perplessità anche nella Margherita: "C'è un uso strumentale dei minori, servirebbero altri modi" Fischi sotto Palazzo Marino, accoglienza da eroe per il presidente della Puglia Vendola GIUSEPPINA PIANO I centomila attesi, evocati, non si vedono. Ma se questo Gay Pride dei quarantamila è inferiore alle previsioni numeriche, quello che non manca è un corteo che fa parlare di sé. Loro, gay e lesbiche e trans, sfilano nella giornata dell'orgoglio sorridenti e festanti. Sono qui per ottenere il riconoscimento delle coppie di fatto, che non è il matrimonio ma sarebbe comunque un inizio. Si concedono gli unici fischi davanti a Palazzo Marino, svillaneggiando il sindaco Albertini che ha detto no al patrocinio. Ma nel frattempo dal centrodestra partono attacchi pesanti per quei quindici bambini che aprono la marcia con le loro mamme lesbiche. Una "strumentalizzazione indecente", dicono da An, Forza Italia e Lega. E di "uso strumentale" parla anche qualcuno della Margherita. Il centrodestra al corteo non c'è. Non se ne vede uno della Cdl, nella lentissima marcia che da piazza della Repubblica porta all'Arena. Ma non si vede neppure qualcuno della Margherita. Altre le facce del centrosinistra, dai Verdi ai Ds, dal Pdci a Rifondazione, con il presidente pugliese Nichi Vendola accolto come "il nostro eroe". Ci sono assessori di tre Comuni del Milanese governati dall'Unione, Cinisello e Rozzano e Cologno, con tanto di fascia. E arriva anche (ma senza fascia) il presidente della Provincia Filippo Penati, a salutare alla partenza e a dire che "è compito delle istituzioni aderire a una battaglia di civiltà". "Sono qui anche per non far fare a Milano una brutta figura sul piano internazionale", aggiunge il presidente, e il pensiero corre al patrocinio negato dal Comune. Il suo vicepresidente Alberto Mattioli, Margherita, è rimasto a casa. E dice che sì, "c'è un uso strumentale dei bambini a cui viene fatta sembrare una festa una vicenda che andrebbe tratta in altri modi e sedi". La perplessità della Margherita diventa attacco ad alzo zero nel centrodestra. Se An, con l'assessore regionale Gianni Prosperini, dice che "il cosiddetto orgoglio gay ha usato anche degli esseri innocenti in una manifestazione indecente". Se la Lega con il ministro Roberto Calderoli bolla la cosa come "la schifezza di utilizzare bimbi innocenti per sostenere le proprie perversioni", e con il capogruppo comunale Matteo Salvini parla di "strumentalizzazione indecente". E ancora, il forzista cattolico Maurizio Lupi dice di essere "molto preoccupato di quanto è avvenuto, un conto è manifestare ma altro conto è strumentalizzare tutto e tutti". E infine, da Palazzo Marino l'assessore all'Educazione Bruno Simini scandisce che "lo dico da sempre: i bambini non devono essere portati a manifestare per le opinioni degli adulti". Dentro al pride, dentro a quel mix di gente qualunque e cotonatissime drag queen, le accuse sono rispedite indietro con sdegno. La battaglia di chi marcia è per i Pacs, i Patti civili di solidarietà che darebbero quel riconoscimento giuridico a tutte le coppie etero e omosex. Con un avviso al centrosinistra di Prodi: "Se i Pacs non saranno nel programma elettorale non voteremo Unione", scandisce il presidente nazionale dell'Arcigay Aurelio Mancuso. E i bambini? "Sono solo la riprova che anche gli omosessuali sono genitori. E sono qui oggi perché testimoniano l'importanza di andare a votare sì al referendum sulla fecondazione assistita". Strumentalizzazione? Un'accusa che la piazza rispedisce indietro. Per il presidente pugliese Vendola quelle di Calderoli sono "parole deliranti" e "si cerca di nascondere una cultura violenta e ipocrita, che difende l'embrione ma è incapace di difendere la vita che esiste in questi bambini". Per il leader dei Verdi Alfonso Pecoraro Scanio "i bambini sono una cosa bella sempre, perché sono la vita". E per il diessino Luigi Manconi "o si decide che i bimbi non possano manifestare mai, neppure alle adunate della Lega, oppure non può esistere un divieto solo per questa civilissima manifestazione".


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A Milano sfilano in 100mila 'Uguali diritti per tutti'

(Quotidiano.net del 05/06/2005)

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GAY PRIDE A Milano sfilano in 100mila 'Uguali diritti per tutti' --> MILANO, 4 GIUGNO 2005 - Una ragazza in catene, tenute da due guardie svizzere, che indossa una fascia con la scritta "Repubblica Laica". E' la parodia dell'Italia "ostaggio" della Chiesa cattolica alla testa del corteo del Gay pride nazionale che, partito poco dopo le 16, ha percorsole strade del centro di Milan o. Un lungo fiume di persone, decine di migliaia, oltre ventimila secondo dati ancora ufficiosi della Questura, centomila per gli organizzatori, donne e trans giunti da tutta Italia per rivendicare innanzitutto l'approvazione del progetto di legge sulle unioni civili, ma anche ilrispetto delle diversità e il diritto ad una "vita normale di affetti e relazioni vissute alla luce del sole". Con l'Arcigay che avverte ilcentrosinistra: "O mettete nel proprio programma l'approvazione della legge oppure daremo libertà di scelta di voto alle prossime elezioni". Non solo esibizione, e a volte ostentazione, della propria identità di gay, lesbiche o trans; non solo canti, goliardia e libere effusioni tra omosessuali. Ma anche una forte caratterizzazione politica, con precise richieste da parte degli organizzatori: da una parte l'approvazionedel cosiddetto Pacs!, il "Patto Civile di Solidarietà" , l'istituto giuridico "che attesta la relazione di due persone maggiorenni dello stesso o didifferente sesso. Definisce legalmente la vita in comune dei contraenti: sancisce l'obbligo al mutuo sostegno morale e materiale, stabilisce idiritti e i doveri reciproci e verso la società". Ma soprattutto, in ballo, ci sono anche i voti della folta comunità omossessuale italiana:"Potranno essere decisivi in molti collegi alle prossime elezioni politiche. Ma se l'Unione non inserirà nel nostro programma di governo lalegge sulle unioni civili daremo libertà di scelta di voto", ha avvertito il segretario nazionale dell'Arcigay, Aurelio Mancuso. Nonostante la legge sui Pacs sia stata firmata da 161 parlamentari del centrosinistra, ha aggiunto, "ci sono ancora pareri contrari all'interno dello schieramento e non è stato ancora preso nessun impegno formale". In altre parole, la comunità omosessuale italiana chiede che Prodi dica"con chiarezza che cosa vuole fare". Al corteo, inframmezzato da una quindicina di "Tir-Sound machine" carichi di donne e uomini che ballano al ritmo delle canzoni pop diffuse dagli altoparlanti installati sui mezzi, hanno partecipato diversi esponenti del centrosinistra, come il presidente della Regione Puglia Niki Vendola, il responsabile dei diritti civili dei Ds Luigi Marconi, il presidente della provincia di Milano Filippo Penati, il leader dei verdi Alfonso Pecoraro Scanio, il deputato Ds Franco Grillini. Sul cassone di uno dei 13 camion che hanno accompagnato il corteo, anche le mamme dei gay che cantavano ''siano gay o lesbiche sonosempre figli miei'. E quasi in testa al corteo anche un trenino con sopra una ventina di bambini di genitori omosessuali. Molti di loro sono figlidella procreazione assistita: ''per loro - spiegava una mamma - questo e' un momento di gioco e di divertimento''. Ma e' davanti a Palazzo Marino, sede del Comune, che i manifestanti si sono scatenati. I trans che da donna sono diventate uomini hanno mostrato il cartello 'ci siamo anche noi', e con le lesbiche e i ragazzi con il cappello da cow-boy hanno cantato Heidi e slogan indirizzati al sindaco: ''Albertini yuu-u, vieni anche tu '', in polemica per il mancato patrocinio da parte del Comune. In mezzo al corteo anche un sosia di Platinette, il travestito opinionista televisivo che da una limousine bianca ha lanciato preservativi e caramelle. Un successo il movimento omosessuale quest'anno l'ha certamente ottenuto perche' a differenza dell'edizione del 2001 il corteo e' passato anche per piazza Duomo. ''Quella piazza - aveva spiegato alla conferenza stampa Aurelio Mancuso - e' il cuore della citta'. Noi viviamo a Milano e vogliamo passare dal cuore della citta', certo non per mancare di rispetto al simbolo religioso''. Nel corteo c'e' stato anche chi ha sfilato con lo striscione del Coordinamento gay cattolici e chi ha ostentato una sua appartenenza alla citta' di provenienza: 'Brescia c'e'','Milano c'e'', 'Sondrio c'e''. Davanti all'Arena Civica Gianni Brera, dove a Milano vengono celebrati i matrimoni civili, la conclusione del lungo e chiassoso corteo con imanifestanti, che per sottolineare la necessita' della legge sulle unioni di fatto sono andati a bussare alla porta. La festa e' continuata poi al Village allestito con la partecipazione della Provincia di Milano all'Idroscalo, dove fino al giorno 18 ogni sera saranno organizzati happy hours,concerti, rassegne di bellezza ma anche dibattiti sulle tematiche omosessuali La festa dell'orgoglio gay.

http://www.gaynews.it/view.php?ID=32546

venerdì 3 giugno 2005

Quando Rutelli firmò la legge per la fecondazione eterologa

Nel 1988 il presidente della Margherita allora radicale appoggiò la proposta contro le ingerenze della "teologia morale cattolica".
Il documento fu concepito da Massimo Teodori per evitare gli abusi del mercato ma con interventi minimi dello Stato.
di DARIO OLIVERO


ROMA - Un lontanissimo 29 dicembre del 1988 alla Camera dei deputati tuonarono parole pesanti contro il "più retrivo proibizionismo con la pretesa di trasferire nella legislazione dello Stato quanto previsto dalla teologia morale cattolica e codificato nel diritto canonico". Si parlava per la prima volta dell'inseminazione artificiale eterologa colpita da quella teologia morale come "una nuova fattispecie criminosa... per le gravi conseguenze che tale evento può avere nell'ambito della famiglia". Il deputato Massimo Teodori del Gruppo federalista europeo, cioè i radicali, presentava una proposta di legge sull'inseminazione artificiale. Spicca tra i firmatari del documento il terzo nome: l'allora radicale Rutelli Francesco. Gli altri erano Giuseppe Calderisi, Emilio Vesce e Domenico Modugno.

Oggi Rutelli divenuto nel frattempo presidente della post-democristiana Margherita la pensa in tutt'altro modo e dichiara, in linea con la Cei e il Vaticano, che si asterrà contribuendo a far fallire il quorum della consultazione e a mantenere in vigore l'attuale legge 40 della quale è stato uno dei firmatari.

Un cambio di visione del mondo che gli è stato fatto notare immediatamente dal segretario dei Radicali Daniele Capezzone che ricordando quella proposta del 1988, commenta: "Ancora una volta secondo un copione triste e scontato, nella politica italiana le convenienze e le furbate prevalgono sulle convinzioni". Ma già quindici giorni fa Teodori in un'intervista all'Unità faceva notare come fosse "singolare" che Rutelli fosse stato tra i primi firmatari di una proposta di rottura e oggi un difensore della legge 40.

In effetti quel documento era, come dice giustamente Capezzone, "ben più impegnativa di questi referendum". Per esempio, a voler fare un difficile parallelo che attraversa quasi vent'anni, la proposta Teodori-Rutelli prevedeva la "possibilità di inseminazione omologa e eterologa su donna sposata e non" (l'eterologa è vietata dalla legge 40 e il quarto quesito del referenudum è se mantenere o non questo divieto) specificando che "l'inseminazione artificiale con lo sperma di persona diversa dal coniuge non può essere praticata che in caso di infecondità causata da sterilità maschile irreversibile o quando la procreazione da parte del marito comporterebbe un rischio patologico per il nascituro".

Ma più che sugli aspetti specifici che si ispiravano a una direttiva del Consiglio d'Europa, contava il principio liberale supremo: "In un campo come i rapporti fra coniugi, la loro scelta di procreare, è opportuno che lo Stato intervenga il meno possibile", ma qualora dovesse farlo, lo dovrebbe fare in modo minimo. "Le inseminazioni artificiali vengono oggi praticate in Italia regolarmente, ma al di fuori di un definito quadro normativo; sicché non sono rari sia gli abusi commerciali sia l'assenza di rigorosi controlli e garanzie sanitarie. Una pratica effettuata così come avviene al giorno d'oggi è lasciata in balia del mercato che, per il carattere delicato e riservato dell'intervento, dà luogo inevitabilmente a fenomeni speculativi senza imporre contestualmente quelle garanzie anche legali che una procreazione di questo tipo richiede". La proposta di legge finì arenata un paio di mesi dopo e non se ne parlò più. Fino a oggi.

(3 giugno 2005)
http://www.repubblica.it/2005/f/sezioni/politica/dossifeconda2/teodori/teodori.html

Procreazione, Severino Antinori denuncia Ruini, i presidenti delle Camere e alcuni ministri

ROMA - Un comitato per il "Sì" al referendum sulla procreazione assistita ha denunciato oggi il presidente della Cei cardinale Camillo Ruini, i presidenti di Camera e Senato e quattro ministri per aver esortato gli italiani all'astensione, violando così - secondo la denuncia - una legge del 1957.

Lo riferiscono fonti giudiziarie.

Il medico Severino Antinori ha presentato oggi a nome del comitato "Libertà e Ricerca" una denuncia nei confronti del presidente della Conferenza Episcopale italiana Ruini, dei presidenti delle Camere Pier Ferdinando Casini e Marcello Pera e dei ministri della Cultura Rocco Buttiglione, dei Rapporti col Parlamento Carlo Giovanardi, dell'Agricoltura Gianni Alemanno e della Salute Francesco Storace.

"Con i loro interventi - si legge nella denuncia - hanno avuto il palese scopo di indurre i cittadini ad astenersi dal voto", con ciò violando quanto previsto dal dpr 30 marzo 1957 che punisce i pubblici ufficiali, ministri di culto e "chiunque investito di pubblici poteri si prodiga per indurre l'elettorato ad astenersi" da una consultazione.

Il reato in questione è punibile con la reclusione dai 6 mesi ai 3 anni e con multe dalle 600.000 ai 4 milioni di lire.

Il 12 e 13 giugno è atteso un discusso referendum abrogativo di quattro articoli della legge 40 sulla procreazione assistita - in particolare quelli che riguardano i limiti alla ricerca scientifica sugli embrioni, i limiti di accesso alla fecondazione artificiale, i diritti dell'embrione e il divieto di fecondazione eterologa.

La posizione sul referendum hanno spaccato in modo trasversale il mondo politico italiano sia destra che di sinistra, e il dibattito ha visto l'intervento diretto del Vaticano, che - attraverso un appello della Cei poi appoggiato dal Papa Benedetto XVI - ha invitato gli elettori a non andare a votare.

Fonte: Reuters

giovedì 2 giugno 2005

I Giannini, la forza dei gemelli "Dalla nostra famiglia 36 volte sì"

La chiesa sbaglia sul tema della fecondazione, sui sacramenti ai divorziati, sull'uso del preservativo quando c'è mezza Africa che muore di Aids, sulle coppie di fatto e le unioni omosessuali

Dal Valdarno i fratelli più famosi d'Italia annunciano: voteremo tutti contro questa legge. Mamma rosanna "Spetta alla donna decidere quanti figli è in grado di crescere". Giorgio il cattolico "Come fa un semino di poche cellule ad avere gli stessi miei diritti? "
di CLAUDIA RICONDA


Da Giorgio sono quattro sì. "Convintissimi". Poi ci sono gli altri quattro a testa per Linda e Fabrizio, altri otto dal tandem Roberto e Francesco, e altri quattro da Letizia. In più i voti di mamma Rosanna e di babbo Franco. "E nel conto metteteci anche me: se sto bene in salute, andrò a votare". Con gli ultimi quattro di nonna Vera, siamo a trentasei sì. Un pacchetto di mischia, questi Giannini. "Essere in tanti ha i suoi vantaggi". La super famiglia d'Italia, quella dei sei gemelli più famosi e pubblicizzati dai rotocalchi, arriva compatta al referendum. Uniti come un pugno, anzi due, solidali, gemelli anche quando si tratta di scelte molto individuali. Andranno tutti a votare, cercando di spingere l'Italia verso il quorum. La forza dei numeri è dalla loro parte. "Ma ognuno è arrivato a questi sì attraverso un suo percorso personale. Ne abbiamo parlato poco in famiglia, ritrovarsi tutti insieme nello stesso momento per noi è sempre un problema. Tra chi studia, chi lavora, siamo tutti un po' sparpagliati. Faremo la nostra classica riunione di famiglia un paio di giorni prima del voto. Come sempre, quando si avvicina una scadenza elettorale". Piacerebbe vederli, tutti e nove, una specie di assemblea di condominio, nel salotto della loro casa di Soci, nel valdarno aretino. Dove per altro vivono ancora tutti insieme, perché i gemelli crescono, oggi hanno venticinque anni, sono laureati, lavorano, ma per tutti la cuccia resta quella di mamma Rosanna. E' soprattutto lei, che oggi ha 54 anni e insegna ancora in una scuola elementare, a sentire molto vicini i temi sollevati dal referendum, lei che venticinque anni fa si ritrovò, dopo ripetute stimolazioni ormonali, madre di sei gemelli. "Il concepimento fu naturale, nessuna fecondazione assistita, ma certo la stimolazione ovarica fu l'origine di quella gravidanza eccezionale. Erano veramente altri tempi, non c'erano le tecniche di oggi, i controlli me li facevo io da casa: non so cosa sia successo al mio corpo, il fatto sta che dopo tre anni di cure a base di ormoni e durante i quali non ero riuscita a restare incinta, all'improvviso mi sono ritrovata con quella pancia enorme. Prima mi dissero che erano tre, poi quattro, poi sei. Fu uno shock. Ho rischiato d'impazzire, non so come abbiamo fatto a farcela, tutto da soli". Per questo, dice Rosanna, voterò per la tutela della salute della donna: "E' suo diritto decidere quanti embrioni farsi impiantare e non che sia una legge ad imporlo. Con l'obbligo dei tre embrioni so che il rischio di gravidanze trigemellari è molto alto: tre gemelli, per me, oggi sarebbero una passeggiata, col senno di poi. Ma per un'altra donna rischiare di averne tre, quanto è preparata per uno, può creare uno stress notevole. Fisico, piscologico, economico". I quattro sì di mamma Giannini, anche se consapevoli, sono comunque frutto di un conflitto interiore. "Sono cattolica, e molto. Conosco la posizione del clero e l'invito all'astensione. Ma stavolta non riesco ad essere d'accordo: il desiderio di maternità non può essere frustrato da questa legge, è più forte di tutto. Così come è forte l'esigenza di garantire alle coppie la libertà di poter scegliere il proprio cammino. Da ragazza ho votato con passione sia a favore dell'aborto che per il divorzio: ma non perché pensassi di abortire o divorziare, non l'avrei mai fatto. Però vedevo la sofferenza atroce di quelle amiche che all'epoca andavano ad abortire nelle cantine, i ferri da calza e tutto il resto. Ho detto sì per loro. Così come adesso voterò sì per gli altri: anche per i miei figli". Per uno, in particolare: Francesco. Tre anni in dialisi, poi il trapianto di un rene, il futuro ancora incerto, nonostante i grandi miglioramenti: "Quello che abbiamo passato negli ultimi anni, non lo auguro a nessuno. Se mio figlio ora sta meglio, lo dobbiamo alla scienza. Davanti alla sua sofferenza, non posso pensare che un embrione di poche cellule non possa essere sacrificato per far guarire una persona malata, o darle comunque la speranza di una vita migliore. Chi vota no alla ricerca sulle staminali embrionali e poi in futuro scoprirà di avere un parente malato di Alzheimer, si morderà le mani. Quando uno non ci passa, non ci pensa. Ma noi Giannini la malattia l'abbiamo vissuta sulla nostra pelle". Giorgio, uno dei sei gemelli, che si è laureato in economia e oggi insegna in una scuola superiore, avrebbe votato sì alla ricerca anche se suo fratello fosse stato bene. "Nessuno mi convincerà mai che un semino di pochi millimetri abbia gli stessi diritti di una persona già nata. Penso a mio fratello, ma penso anche agli altri malati. Buttare via quei trentamila embrioni già congelati, è un controsenso per i cattolici: dicono che l'embrione è già vita, e poi però sono pronti a disperdere quelle vite congelate in un lavandino, negandole alla scienza e togliendo la speranza a tanti disabili". Anche Giorgio è cattolico. "E mi piace il nuovo papa, così come mi piaceva Giovanni Paolo II, ma su questi temi la chiesa dovrebbe essere più aperta, seguire i cambiamenti della società. Non solo sul tema della fecondazione, ma anche sui sacramenti ai divorziati, l'uso del preservativo quando c'è mezza Africa che muore di Aids, sulle coppie di fatto e le unioni omosessuali. C'è uno scollamento tra le posizioni della chiesa e il reale sentire e agire delle persone cattoliche. Invitare all'astensione è scandaloso. Il voto è un obbligo morale". Giorgio dice che è contento di parlare di questi argomenti. "Per anni noi gemelli siamo stati abbinati ai pannolini e ai detersivi: bene, era tempo che la gente scoprisse che i gemelli Giannini nel frattempo sono cresciuti e sono diventati i cittadini Giannini".

http://www.gaynews.it/view.php?ID=32509

martedì 31 maggio 2005

La battaglia dell'egemonia: ecco la strategia di Ratzinger

Per papa Benedetto XVI l'Italia è un laboratorio aperto e lo scontro sulla procreazione è una partita fondamentale
di MARCO POLITI


BENEDETTO XVI entra nel fuoco del referendum e benedice la "concretezza" tattica e strategica del cardinale Ruini. La battaglia era già stata organizzata nei particolari ben prima del conclave, da cui è scaturito il successore di Papa Wojtyla. Ratzinger non può che appoggiarla. Il sostegno, tuttavia, è convinto e totale nonostante che l'intervento esporrà inevitabilmente il Papa a polemiche come chiunque entri nell'arena di uno scontro politico. Agli strali l'ex prefetto della Congregazione per la dottrina delle fede è comunque abituato.

"L'inviolabilità della vita umana dal concepimento fino alla morte naturale" è stata da lui affermata solennemente sin dall'insediamento a San Giovanni in Laterano. Resta significativo che Ratzinger si schieri con parole molto espressive a fianco della Cei e dei vescovi per il loro impegno a "illuminare e motivare le scelte dei cattolici e di tutti i cittadini circa i referendum ormai imminenti in merito alla legge sulla procreazione assistita".

Nessuna perifrasi. Chiara condivisione della mobilitazione con cui Ruini si batte per tenere lontani dalle urne i cattolici, impedendo uno scrutinio del consenso reale a favore o contro eventuali modifiche della legge. Il suo patronato all'operazione-Ruini il nuovo pontefice lo inserisce nell'ambito di una strategia per salvare il "presente e il futuro cristiano nelle case e negli animi degli italiani".

Dalle tre pagine del suo discorso asciutto e, come d'abitudine, razionalmente ben concatenato, i duecentocinquanta vescovi hanno capito subito che il neo-eletto lotterà perché l'Italia rimanga una trincea avanzata contro la secolarizzazione che ha invaso l'Occidente. Vincere la battaglia del referendum significa per Ratzinger contrastare lo spettro della de-cristianizzazione, da lui evocato ancora una volta ieri: "Una forma di cultura, basata su una razionalità puramente funzionale, che contraddice e tende ad escludere il cristianesimo e in genere le tradizioni religiose e morali".

Tendenza diffusa un po' ovunque in Europa. Ma - ed è questa la frase che ha fatto scattare l'attenzione dei presenti - "qui in Italia la sua egemonia non è affatto totale e tanto meno incontrastata". Anche tra quanti non condividono o non praticano la fede cristiana, nota Benedetto XVI, ci sono molte persone che ritengono la secolarizzazione una specie di "funesta mutilazione dell'uomo e della sua stessa ragione".

A questa analisi si accompagna, positivamente, la presenza capillare della Chiesa cattolica in mezzo alla gente di ogni età e condizione. Per questo, guardando la vasta platea dei presuli italiani, Benedetto XVI li ha spronati ad incrementare il dinamismo missionario, a rilanciare le parrocchie, a spingerle alla cooperazione con i nuovi movimenti sorti nel cattolicesimo come "realtà carismatiche". Altri tasselli di questa strategia sono l'incoraggiamento al Progetto culturale di Ruini e naturalmente a tutte le iniziative della Cei a salvaguardia del matrimonio e della vitalità della famiglia.

L'ingresso del pontefice nell'arena politica appare destinato a svolgersi, tuttavia, su binari ben precisi. Non ci dovrebbe essere uno stillicidio di dichiarazioni. Da Bari si è già capito che Benedetto XVI intende scegliere soltanto alcuni momenti selezionati. Inoltre le sue esternazioni sembrano configurarsi come un appoggio a strategie scelte dagli episcopati nazionali.
Così è stato in Spagna. Dopo che i vescovi iberici si sono mobilitati contro il governo Zapatero, Ratzinger ha lanciato il suo appello ai fedeli spagnoli perché "resistano alle tendenze laiche". Ma in Vaticano sanno anche benissimo che tre quarti degli spagnoli affermano nei sondaggi di considerare la Chiesa lontana dalla realtà sociale. Eppure i nostri vicini iberici, interrogati, si dichiarano all'ottanta per cento cattolici. Come gli italiani.

In prima linea si staglia dunque la responsabilità degli episcopati nazionali. E sulla futura organizzazione dell'episcopato italiano Ratzinger sta cominciando a ragionare, con l'occhio rivolto alla fine del 2006 quando scadrà il mandato del cardinale Ruini. Sotto la coltre dell'allineamento dell'associazionismo bianco la realtà cattolica è complessa. Sulle norme che dovrebbero regolare la sfera familiare i fedeli hanno spesso idee molto diverse dalla gerarchia ecclesiastica e mal sopportano - quando sono interrogati nei sondaggi - l'invadenza della Chiesa.

I frammenti di dissenso organizzato, come "Noi siamo Chiesa", riecheggiano posizioni abbastanza diffuse, quando ricordano che al referendum "non si tratta di pronunciarsi su grandi principi - a favore della vita o della morte - ma su alcuni aspetti di una legge, del tutto discutibile, poco applicabile e tesa a voler imporre a tutti posizioni sull'embrione opinabili anche dal punto di vista di molti teologi cattolici".

Non è affatto casuale che nelle ultime battute della campagna referendaria il cardinal Ruini si preoccupi, come ha fatto all'assemblea della Cei, di affermare che la Chiesa non vuole minimamente intralciare la scienza e i suoi progressi. Ed è indicativo che l'Avvenire abbia concesso l'altro giorno un po' di righe all'appello di Padova di quei cattolici, che ritengono legittimo andare a votare. L'ombra dell'intolleranza o di un atteggiamento illiberale della gerarchia ecclesiastica verso la ricerca scientifica potrebbe spingere, infatti, una percentuale degli elettori indecisi a recarsi alle urne. Lo sanno alla Cei e lo sanno in Vaticano. Ed è battiquorum.

(31 maggio 2005)
http://www.repubblica.it/2005/e/sezioni/politica/dossifeconda1/egepoliti/egepoliti.html

lunedì 30 maggio 2005

Firenze: strisce pedonali Rainbow in S.M. Novella

A Firenze è stata realizzata in Piazza Santa Maria Novella, di fronte alla Chiesa, "Zebra" un'opera dell'artista croato Silvio Vujicic.


FIRENZE - A Firenze è stata realizzata in Piazza Santa Maria Novella, di fronte alla Chiesa, "Zebra" un'opera dell'artista croato Silvio Vujicic che consiste nella realizzazione di un percorso/attraversamento pedonale urbano fatto di strisce bianche e strisce colorate.

I sei diversi colori utilizzati, che vengono alternati alle strisce bianche, sono: celeste, verde, giallo, arancione, rosso e violetto. Questi colori rappresentano la bandiera arcobaleno, che è il simbolo internazionale del movimento gay, lesbico e transgender (oltre che la bandiera della pace) e simboleggiano le tante diversità culturali, anche legate all'orientamento sessuale, che compongono la società: una esplosione colorata di entusiasmo primaverile che celebra il diritto alla diversità, un percorso multicolore da attraversare a piedi negli ordinari spostamenti urbani.

Zebra è un'opera realizzata nell'ambito del Florence Queer Festival, festival internazionale di cinema, video e altre arti a tematica gay, lesbica e transgender, la cui terza edizione si è svolta a Firenze dal 14 al 26 maggio 2005, con il patrocinio di Comune di Firenze, Provincia di Firenze e Regione Toscana.

L'installazione di Zebra a Firenze è presentata dall'associazione Ireos insieme a Domina Hair and Style, in collaborazione con Eventi e il Queer Zagreb Festival, che per primo ha realizzato l'opera a Zagabria nel 2004.

http://it.gay.com/view.php?ID=20301

Uno straccio di laicità

Sex crimes and the Vatican

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