Sono peccati gravemente contrari alla castità, ognuno secondo la natura del proprio oggetto: l'adulterio, la masturbazione, la fornicazione, la pornografia...
Diritti negati
di Luigi Cancrini
Paolo Grassi
Caro Cancrini,
ho sentito alla radio che il nuovo catechismo della Chiesa Cattolica mette sullo stesso piano stupro e masturbazione. Davvero le cose stanno ancora cosi?
È proprio così. Pensavo di poter rispondere di no alla tua domanda ma la risposta al quesito 492 del "nuovo" catechismo suona esattamente così: «Sono peccati gravemente contrari alla castità, ognuno secondo la natura del proprio oggetto: l'adulterio, la masturbazione, la fornicazione, la pornografia, la prostituzione, lo stupro, gli atti omosessuali. Questi peccati sono espressione del vizio della lussuria». Mettendo insieme dal punto di vista della morale cattolica comportamenti che il senso comune sente come profondamente diversi. Aprendo un problema educativo di non poco conto, a mio avviso, per chi affida i propri figli all'insegnamento proposto da suore e preti. Ma aprendo una ferita profonda, nello stesso tempo, ai principi dell'etica che risuona dentro la coscienza dell'essere umano prima che alle abitudini consolidate di migliaia di persone normali.
Storicamente, il problema ha radici riconoscibili, ovviamente. Spiegando perché la Chiesa e il suo catechismo siano così severi sul tema del sesso, la risposta ad un quesito successivo riconosce che le tavole dei Comandamenti, Gesù e il Vangelo si limitano a condannare l'adulterio e attribuisce ai padri della Chiesa e al loro insegnamento successivo, mille e più anni dopo, proibizioni che corrispondono di fatto ai valori di una cultura che è ancora quella del Medio Evo. Centrata per quello che riguarda la masturbazione su una mistica del sacrificio: su valori che corrispondevano cioè, nei conventi delle suore, allo sviluppo di una "santa anoressia", di un rifiuto, cioè del cibo sentito come prova del proprio amore per Cristo (c'è un bel libro di Rudolph M. Bell che ricostruisce in modo assai efficace gli aspetti psicopatologi di questo rifiuto partendo dall'analisi dei processi di santificazione di Santa Caterina da Siena, di Santa Veronica e di tanti altri) e, nei conventi degli uomini, alla pratica della fustigazione intesa come metodo utile ad evitare la ricerca di un piacere del corpo. Affamarsi e fustigarsi facendosi male erano intesi allora come modi di far contento un Dio «arrabbiato per i peccati del mondo» all'interno di una visione che è molto diversa, per fortuna, da quella che di Dio abbiamo oggi. Legate ugualmente alla necessità di quel tempo erano, mi pare, anche le altre due proibizioni del 492 difficili da accettare oggi. L'omosessualità perché era già allora un pericolo da esorcizzare caricandolo di significato proprio all'interno dei conventi e la fornicazione perché l'impossibilità di prevenire in altro modo la diffusione delle malattie veneree e quella di controllare in altro modo la procreazione rendevano comunque comprensibile il tentativo di schierarsi contro qualsiasi forma di libertà sessuale. Che il comportamento dell'uomo e della donna oggi debbano essere regolati invece che dalla parola di Gesù dalle angosce, dal fanatismo e dalle problematiche mistiche o sociali della società medievale è, tuttavia, per lo meno anacronistico. Al modo in cui anacronistici appaiono oggi il culto delle vacche in India e le proibizioni di Maometto in tema di alcool o di carne di porco. Trasformando norme che allora avevano un senso in una precettistica che è, appunto, da catechismo: fatta di norme che chiedono, per essere davvero seguite fino in fondo, una subalternità psicologica totale. Aprendo, nello stesso tempo, a chi parla in nome di Dio, la possibilità di usurparne il potere. Perdonando chi si pente e sottolineando, agli occhi di tutti, la colpa di chi non lo fa. Come pateticamente ha tentato di fare, ancora in questi giorni, un parroco calabrese che, avendo preso sul serio le risposte di cui stiamo parlando al quesito 492, ha rifiutato la messa funebre ad una donna che viveva, senza poterlo sposare, con un uomo separato.
Basta avere un po' di buonsenso, in fondo, per non prendere molto sul serio questo tipo di posizioni. Quello su cui poco si è riflettuto, tuttavia, da parte di chi quel catechismo ha scritto da una posizione paurosamente fuori dal mondo è il danno che esso è in grado di arrecare su chi, per ragioni culturali, famigliari e/o di conflitto personale non è in grado di usare il buonsenso della maturità e finisce per prenderlo (troppo) sul serio. Ragazzi e adolescenti cui viene impedita quella scoperta del proprio corpo, dei suoi desideri e del suo funzionamento, che combattono battaglie inutili contro sé stessi nel nome di un insegnamento bigotto e, a volte, per niente limpido. Ragazzi e adolescenti la cui natura spinge in direzione diversa da quella delle loro apparenze fisiche per ragioni complesse di ordine biologico e/o psicologico confinati nel ruolo di peccatori dall'insegnamento di una Santa Madre Chiesa che non si comporta, nei fatti, né da Santa né da Madre. Preti distrutti dal senso di colpa e dalle ribellioni del corpo che si trasformano in pedofili o in guardoni. Educatori che perdono occasioni decisive per capire quello che accade ai loro ragazzi. Coppie che rovinano il loro matrimonio e la vita dei loro figli intorno al tentativo di conformarsi ad una regola morale astratta per cui nulla contano i figli o il matrimonio.
E c'è qualcosa di molto più grave, tuttavia, di tutto questo in quella vicinanza stonata fra stupro e masturbazione. Quello che il catechismo suggerisce ai cristiani che lo leggono, infatti, è un modo di sentire sé stessi e la loro coscienza al centro di tutto. Come il mio paziente che sognava, masturbandosi, di far esplodere il mondo. Dimenticando che il dovere primo dell'uomo è il rispetto dell'altro. Il mondo del peccato e della colpa disegnato da un catechismo come questo è un mondo, infatti, in cui ciò che conta nel caso dello stupro non è il danno fatto alla vittima ma quello fatto alla norma di cui si dice che viene da Dio. Masturbarsi e stuprare è ugualmente colpevole, dal punto di vista della chiesa che si riconosce in questo catechismo, per questo semplice motivo: perché quello che conta non è l'essere umano con cui ci si confronta nel proprio quotidiano ma solo quella ossessione vissuta nel profondo oscuro della coscienza dove qualcuno vuol farci credere che si nasconde la parola di Dio.
Parola di Dio che è altra. Limpida e chiara nel Vangelo che non dice mai di non masturbarsi ma che solamente annuncia a chi ha la vocazione o la tentazione dello stupratore la necessità di amare gli altri come sé stesso. Senza occuparsi più di tanto, com'è giusto, delle nevrosi di alcuni padri della Chiesa e semplicemente ricordando all'uomo il suo dovere di sentirsi membro fra gli altri della comunità degli uomini.
tratto da L'unita del 8/8/2005
lunedì 8 agosto 2005
Stupro e masturbazione per la chiesa pari sono
domenica 7 agosto 2005
Grillini sulle "cure antigay": a quando la cura per l'eterosessualità?
Chi ha studiato, infatti, i risultati della "terapia riorientativa" parla di percentuali di "successo" da prefisso telefonico e dell'infelicità successiva dei pochi ritornati sulla "retta via".
La dottoressa Chiara Aztori, in una lettera a Repubblica di sabato 6 agosto, rivendica il suo diritto di "aiutare" gli omosessuali a diventare eterosessuali con la "cura" del "riorientamento" per una "eterosessualità appagante" tradendo subito l'intento ideologico, più che scientifico, quando ci parla di un gruppo di omosessuali credenti che fa di tutto per tornare "etero". Bontà sua la Aztori ci dice che non ce l'ha con i gay, che persino per lei gli omosessuali non possono definirsi come "malati", che non ha, sempre bontà sua, l'intenzione di mettere in discussione le decisioni dell'Apa (associazione psichiatrica americana da cui dipende la redazione del DSN, il manuale delle malattie psicologiche e psichiatriche che è il punto di riferimento degli operatori di tutto il mondo) che hanno cancellato dall'elenco delle malattie mentali l'omosessualità fin dal 1974, ne quella dell'Oms che ha fatto la stessa cosa nel 1993 definendo l'omosessualità "una caratteristica della personalità" ovvero "una variante naturale del comportamento umano". L'intento ideologico, poco nobile, non dirò "omofobico", della dot.sa Aztori & c. ammantanto di presunta documentazione presuntamene scientifica si rivela con grandissima facilità se consideriamo che la stessa non aiuterebbe di certo, e ne si predispone a farlo, tutti coloro che provano "pulsioni eterosessuali" di cui, magari, si voglio liberare attraverso una terapia riorientativa verso una "omosessualità appagante" (spero che l'ironia si capisca bene…). La verità è se la dot.sa avesse letto con attenzione i saggi sulla sessualità di Sigmund Freud del 1905 (disponibili quindi in varie lingue, italiano compreso, da un secolo) avrebbe saputo che la sessualità umana va in tutte le direzioni e che, quindi, l'omosessualità è parte naturale e integrante della sessualità stessa.
Certo, in una società di mercato, dove i pazienti si chiamano "clienti", se uno vuol farsi curare anche per una malattia inesistente e ha i quattrini da buttar via per farlo dev'essere libero di farlo. Semprechè non ci sia il noto "abuso di credulità popolare", l'esercizio improprio della professione di psicologo, o la più semplice "presa per i fondelli". Chi ha studiato, infatti, i risultati della "terapia riorientativa" parla di percentuali di "successo" da prefisso telefonico e dell'infelicità successiva dei pochi ritornati sulla "retta via". Negli Usa due responsabili di questi gruppi per il ritorno alla "normalità" si sono felicemente fidanzati e sono "fuggiti" dai centri che gestivano. E ora vivono felici con la loro "appagante omosessualità".
Vorrei infine rilevare una triste notazione della lettera a Repubblica della dot.sa Aztori che purtroppo fa l'infettivologa al Sacco di Milano (ma che ne pensa la direzione dell'Ospedale sulle attività extramoenia della suddetta?). Ancora una volta si mette in relazione omosessualità e hiv come colpa lasciando intendere giudizi non lusinghieri della dot.sa, proprio quello che un operatore di un ospedale dove la gente muore e soffre non dovrebbe fare. E a questo punto se io fossi un paziente con problemi infettivi andrei in qualunque posto tranne che nell'ospedale dove lavora la dottoressa.
Franco Grillini
Deputato ds
http://www.gaynews.it/view.php?ID=33614
Risposta di Gianni Geraci alla lettera della dott.sa Aztori
La dott. fa progressi, riconosce oggi la possibilità che esistano gay felici mentre ieri, quando parlava dai microfoni di Radio Maria per i quali collabora, non lo prendeva nemmeno in considerazione
Premessa: su Repubblica di ieri era pubblicata una lettera della dottoressa Aztori sulle terapie riparative dell'orientamento sessuale.
La cosa mi è stata segnalata da Maurizio di Parma che ringrazio per la sollecitudine con cui l'ha fatto. Ho pensato di mandare questa lettera alla stessa Repubblica nel tentativo di smontare il candore con cui la stessa Aztori ha presentato il suo lavoro.
Un saluto a tutti
Gianni Geraci
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Leggo con interesse la lettera in cui la dottoressa Chiara Aztori, infettivologa presso l'ospedale Sacco di Milano, chiarisce i suoi rapporti con alcune esperienze di 'riorientamento sessuale'che erano state desritte dalla stampa durante la scorsa primavara.
Purtroppo, dietro all'apparente tranquillità con cui la dottoressa Aztori rivendica "il diritto di chi sperimenta pulsioni omosessuali indesiderate di rivolgersi ai gruppi, corsi, terapeuti ritenuti più adeguati alle sue necessità" vedo alcuni pericoli che emergono dall'attività che la stessa dottoressa Aztori sta svolgenda da qualche anno. Per completezza di informazione e per chiarezza le elenco di seguito.
1. Perchè, visto che la stessa dottoressa Aztori riconosce la possibilità che ci siano dei gay felici di esserlo, nelle conferenze che la dottoressa Azotri ha tenuto in alcune parrocchie, nei corsi a cui ha partecipato e nelle trasmissioni di Radio Maria con cui collabora da alcuni anni, questa evidenza non è mai stata nemmeno presa in considerazione, mentre è sempre stata proposta l'equazione persona omosessuale=persona infelice che può uscire dalla sua infelicità solo uscendo dalla sua omosessualità?
2. Perché, in un libro recentemente pubblicato, di cui la stessa Atzori è uno degli autori si legge che i gay felici di esserlo propugnano comportamenti che vedono normali la promiscuità e la trasgressione (cfr. "ABC Per capire l'omosessualità", Cinisello Balsamo, 2005, pagina 32) e non si riconosce il fatto che ci sono tantissimi omosessuali che vivono seriamente e con responsabilità la loro omosessualità, costruendo relazioni di coppia stabili e durature?
3. Perchè la dottoressa Atzori si è rifiutata di partecipare alla tavola rotonda che, nel settembre del 2004, avevo organizzato in collaborazione con il Fesitval dell'Unità di Reggio Emilia?
La risposta che a suo tempo mi aveva dato, e cioè che lei non ha le necessarie competenze, non mi soddista più, visto che non perde occasione per dire che le terapie riparative dell'orientamento sessuale costituiscono un'opzione scientificamente fondata.
Le conseguenze della poca chiarezza con cui la dottorezza Aztori parla dell'omosessualità sono purtroppo pagate da tutti quegli omosessuali che, illusi dalle sue affermazioni, intraprendono lunghe e costose terapie che, quando le cose vanno bene, si concludono con un nulla di fatto, ma che, quando le cose vanno male, provocano delle gravi psicosi che, in alcuni casi, sono risultate fatali.
Nei venticinque anni di esperienza che i nostri gruppi di omosessuali credenti hanno alle spalle ci sarebbe davvero piaciuto tanto poter presentare, insieme alle altre esperienze positive che abbiamo incontrato, quella di qualche omosessuale che, grazie a una terapia riparativa, è approdato a un matrimonio sereno ed equilibrato, putroppo questo non è mai capitato, mentre ci è capitato diverse volte di osservare le profonde ferite provocate da alcuni maldestri tentativi di curare l'omosessualità.
E' per questo motivo che ritengo mio dovere chiedere alla dottoressa Aztori, prima di fare altre affermazioni gratuite sull'omosessualità, di confrontarsi con onestà con i nostri gruppi per capire insieme a noi quale sia il modo migliore per aiutare gli omosessuali che non amano il loro orientamento sessuale a trovare quella serenità a cui giustamente aspirano.
Gianni Geraci
Coordinamento Gruppi Omosessuali Cristiani in Italia
http://www.gaynews.it/view.php?ID=33612
La Dott.sa Aztori torna alla carica: libertà di cura per i gay. Ma anche l'omofobia è curabile, a volte...
Pubblichiamo la lettera che la dottoressa dell'ospedale sacco di Milano (ma è lecito firmarsi col nome dell'ospedale?, ndr) ha mandato a Repubblica e la replica della presidente dell'Agedo Dell'Orto
I "corsi" per gay e la libertà di cura
dr. Chiara Aztori
Ospedale Sacco, Milano
Nell'articolo pubblicato su Repubblica il 3 maggio, intitolato "I corsi per 'guarire' i gay", si associavano il mio nome, cognome, professione e recapito lavorativo a una presunta attività di "cura dei gay". Ciò non corrisponde alla realtà. Sono infettivologo da 12 anni e quello che penso della omosessualità è maturato in scienza e coscienza in un centro ben qualificato. L'allarmante andamento epidemiologico di comportamenti ad alto rischio per Hiv e gli studi effettuati in Paesi in cui vige culturalmente la massima apertura verso l'omosessualità, sono motivo di riflessione: il fatto che l'Oms e l'Apa dichiarino che l'omosessualità non è una malattia è noto e non ho mai detto il contrario. Ma esistono persone che sperimentano pulsioni omosessuali indesiderate, a cui la terapia affermativa gay (Gat) non fornisce risposte soddisfacenti e che grazie al riorientamento sviluppano una eterosessualità appagante. A questo proposito, il famoso psichiatra Spitzer, simpatizzante dell'attivismo gay, ha riconosciuto che l'orientamento omosessuale può cambiare e che la possibilità di fare questa scelta deve essere considerata fondamentale, nel rispetto all'autonomia e autodeterminazione del cliente. E proprio un portavoce dell'attivismo gay (spacciatosi per persona con pulsioni omosessuali indesiderate), nel novembre 2004 ha preso parte a un incontro, a cui ero presente, di credenti che vivono momenti di preghiera e riflessione sul tema della esistenza di ferite dell'identità sessuale. Sempre nel 2004 poi, a Milano si è svolto un corso pilota tenuto da un gruppo di ex omosessuali, al quale ho partecipato; ma io non ho tenuto né tengo alcun corso, né tanto meno sottopongo chicchessia a trattamenti medici, chimici, psicoterapici o quant'altro, riferibili alla omosessualità. Per quel che riguarda il dr. Nicolosi (citato nell'articolo come mio punto di riferimento), voglio precisare che è uno psicoterapeuta iscritto all'Apa senza alcuna proibizione o radiazione, dirige il Narth, ed è consulente dell'Ama ( American Medical Association ). Il riorientamento sessuale è oggi riconosciuto ed è giusto che in un'impressionante mole di relativismo psicologico, psicoanalitico, comportamentale ognuno sia libero di rivolgersi all'approccio che più risponde ai suoi bisogni. Perciò chi è gay e felice d'esserlo lo sia e lasci a chi sperimenta pulsioni omosessuali indesiderate la libertà di rivolgersi ai gruppi, corsi, terapeuti ritenuti più adeguati alle sue necessità.
La Replica di Paola Dell'Orto
Ho letto su "Repubblica" del 6 agosto la lettera "I 'corsi' per gay e la libertà di cura" della dottoressa Chiara Atzori, e come madre di un figlio omosessuale e presidente dell'A.GE.D.O. (Associazione di GEnitori Di Omosessuali), sono stanca delle dichiarazioni di chi, totalmente estraneo a questa realtà, si arroga il diritto di sapere cosa sia la "felicità" per i nostri figli. Fingendo d'ignorare che l'infelicità dei nostri figli omosessuali, quando esiste, è stata provocata proprio da persone che pretendono d'imporre comportamenti e scelte contrarie alla loro identità e alle loro aspirazioni.
Una ragazza o un ragazzo, infelici perché omosessuali, vanno sì aiutati, ma ad accettare la propria identità e a vivere in modo armonioso in tutte le proprie potenzialità, come noi genitori cerchiamo di fare.
Ogni tentativo di risolvere il disagio della persona omosessuale illudendola di poter "diventare" qualcosa di diverso da quel che è, fino ad oggi è sempre fallito, sia in Italia che all'estero, lasciandosi purtroppo dietro una scia di persone infelici, nevrotiche, tormentate e talvolta anche suicidali.
Non esiste nessuna presunta "libertà di cura" laddove non esiste nessuna malattia da curare. Non si possono curare malattie che esistono solo nella mente di chi lo afferma con lettere a "Repubblica". La diversità va semmai accettata e accolta.
Se poi la dottoressa Atzori sente il desiderio di pregare, sarà certo più utile e gradito che lo faccia affinché tutte le persone omosessuali del mondo riescano a vivere felicemente per quel che sono, avendo accanto una persona che le ama. Questo è un obiettivo che sta a cuore a qualunque genitore. Anche a quelli di figli omosessuali.
Paola Dall'Orto (presidente nazionale Agedo) - presidenza@agedo.org - www.agedo.org
http://www.gaynews.it/view.php?ID=33613
sabato 6 agosto 2005
Scalfarotto, un gay si candida alle primarie dell'Unione
Dall'Inghilterra: "Darò voce ai quarantenni esclusi. Più diritti e laicità"
ROMA - C'è qualcuno di nuovo, a sinistra. Non è un politico, non ha ancora quarant'anni, fa il dirigente di una delle maggiori istituzioni finanziarie del mondo. E' per metà napoletano e per l'altra veneziano. Nato a Pescara, cresciuto a Foggia, laureato a Napoli. Emigrato al Nord per il primo lavoro, dirigente a trent'anni. Dal 2002 vive a Londra, capo del personale per Citigroup in Europa: 2200 persone in 54 paesi. Gli hanno appena offerto un incarico ancora più impegnativo, ma ha rifiutato. Ivan Scalfarotto si candida alle primarie per il centrosinistra. Almeno: prova a farlo. "Vedo bene i rischi, però sento che è il momento: c'è un'intera generazione estranea alla politica perché tenuta fuori, non rappresentata. Bisogna dargli una casa politica".
Chi le ha chiesto di candidarsi?
"Un gruppo di cittadini italiani che come me vive e lavora a Londra a cui si sono uniti molti italiani. Visto dall'estero lo sfacelo di questi quattro anni e mezzo di governo della destra è disperante. Ho attorno a me persone tra i 25 e i 40 anni, gente di talento che ha dovuto lasciare l'Italia perché nel nostro paese non ci sono le condizioni per fare ricerca scientifica, la scuola è l'ultimo dei problemi, per lavorare in un ospedale pubblico o in un'università a meno di non essere in qualche cordata, nessuno investe sulla generazione che altrove, in Europa, è la colonna vertebrale della società".
Cosa pensa del candidato Prodi?
"Tutto il bene possibile. E' un uomo che si è dato un obiettivo misurabile, l'Euro e l'ingresso in Europa, e si è fatto misurare su quello. Penso anche che l'ampiezza di respiro del suo progetto soffra della necessita di trovare compromessi. Dal centrosinistra non sono venuti messaggi così chiari sulla laicità dello Stato, contro la guerra, sui diritti dei cittadini. Per i referendum così miseramente falliti mi sarei aspettato un'indicazione più precisa, un impegno corale e convinto. Avrei voluto vedere negli anni un coinvolgimento più ampio delle donne. Mi sarebbe piaciuto che ci fosse stata una battaglia per facilitare le adozioni, per riconoscere i diritti delle famiglie non convenzionali. A Londra il mio compagno è il mio civil partner ed ha il medico della mutua".
Ha mai fatto esperienze in politica?
"Da ragazzo sono stato eletto consigliere di circoscrizione a Foggia col Sole che ride. Nel '96 scrissi una lettera per dire che il governo dell'Ulivo non faceva più sognare. Si parlò dei "delusi dell'Ulivo", mi chiamarono Prodi e Veltroni a Palazzo Chigi per saperne di più, fini lì. Nel 2001 ho fondato con alcuni amici "Adottiamo la Costituzione", un movimento che chiede a tutti i cittadini di adottare un articolo e di difenderlo, come si fa fare ai bambini con i monumenti. Comunque non ho un partito alle spalle, non mi muovo per conto di qualcuno. Faccio da solo".
Non sarà facilissimo.
"Lo so. Però non deve essere impossibile perché se no queste primarie che cosa sono? Una certificazione notarile? Se non c'è qualcuno che porta un contributo nuovo, anche piccolo, a cosa servono? Devo raccogliere diecimila firme: ci vogliono mille persone che ne raccolgano dieci a testa. Se ci sono mille persone che hanno voglia di muovere le acque allora si può fare. Lo slogan della campagna è "Io partecipo". Spero che partecipino in tanti".
Servono anche dei soldi, per fare una campagna elettorale. Lei, Scalfarotto, non è così noto.
"Diciamo che sono un perfetto sconosciuto. Però quel che ho fatto e quel che sono credo che rispecchi la storia di un sacco di gente: quella generazione di mezzo, appunto, che in Italia non ha più casa e che se può espatria, se non può resta e vive al minimo, senza speranze, senza avere i soldi per un mutuo fino a 40 anni, senza poter mettere su famiglia perché nessuna rete sociale ti aiuta, senza altra possibilità che chiudersi in un piccolissimo orto, vinta da una flessibilità esasperata che diventa solo precarietà e insicurezza senza essere utile alle aziende. E poi la sera davanti alla tv, questa tv, sai che allegria. Allora credo, anzi spero, che si possa riuscire ad autofinanziare una campagna elettorale ridotta al minimo. Abbiamo allestito un sito, www. ivanscalfarotto. com, parto da lì: non bisogna essere per forza miliardari, per fare politica. Non deve essere così".
Se non dovesse riuscire?
"Allora vorrà dire che il sistema è davvero chiuso come sembra. Che non c'è posto con lo spirito di fare qualcosa per il paese che ama. Se non c'è posto per chi ha cose da dire e voce per farlo allora è inutile, no? Un tentativo bisogna farlo: a me sembra un dovere. Se poi non si può, pazienza. Peccato, e pazienza. Tornerò al mio lavoro lontano, con le persone che mi circondano continueremo a cercare il modo di affermare le nostre idee e quello in cui crediamo per il bene del paese. Però ce la farò, io ci credo. L'Italia è un paese così: ti stupisce quando non ormai non te lo aspetti, si risolleva sempre sul traguardo".
http://www.gaynews.it/view.php?ID=33606
Il look, la riforma più riuscita del premier che sfida il tempo
Ha perso le regionali e la battaglia sulle tasse
ma non si rassegna all'invecchiamento
Per Scapagnini, suo medico, il Cavaliere "è tecnicamente immortale"
di SEBASTIANO MESSINA
Le esportazioni calano, il potere d'acquisto diminuisce, il Pil precipita, ma la principale preoccupazione del presidente del Consiglio resta quella di aumentare il numero dei suoi capelli. "Ci rivediamo tra un anno" deve avergli detto il chirurgo, accompagnandolo alla porta, il 5 agosto del 2004. E lui dopo un anno esatto si è ripresentato, con una tempestività svizzera: se fosse altrettanto puntuale nel mantenere le promesse elettorali, oggi gli italiani potrebbero andare in vacanza con i soldi risparmiati con le tasse, salutare il poliziotto di quartiere e attraversare il Ponte sullo Stretto.
Ma siccome ormai viviamo in una Bandana Republic, lasciamo perdere le pignolerie e rallegriamoci del progressivo ringiovanimento estetico del nostro premier, il quale - come ci ha assicurato il suo medico personale, il dottor Scapagnini - "è tecnicamente immortale" e ha un'età biologica inferiore di 12 anni alla sua età anagrafica. Ed è un peccato che le prossime elezioni arrivino in primavera e non nell'autunno del 2006, altrimenti ci sarebbe il tempo per un terzo trapiantino e Berlusconi potrebbe sfoggiare un ciuffo alla Little Tony, dimostrando non 68 né 58 ma solo 48 anni (e persino 38, con il solito fotoritocco).
In ogni caso, le foto scattate per i manifesti del 2001, quelle sulle quali il Cavaliere appariva con più capelli di quanti non ne avesse allora, l'anno prossimo non potranno essere più utilizzate, ma per la ragione opposta: il rinfoltimento chirurgico ha ormai superato quello, diciamo così, fotografico. Ma proprio per questo lui sarà felice di rifarle, le foto elettorali, ostentando ed esibendo il lavoro del dottor Rosati.
Dopo aver perso la battaglia per la riduzione delle tasse, dopo la sconfitta sul fronte dell'economia, dopo essere stato battuto alle regionali, il presidente del Consiglio torna dunque a cimentarsi nella sua sfida personale contro la calvizie, da lui citata (insieme alla vittoria sul cancro) come esempio limpido di affermazione della forza di volontà. E' una sua vecchia fissazione, questa: uno che ha conquistato sette scudetti, quattro coppe dei Campioni e due Supercoppe non poteva darla vinta ai recettori degli androgeni, invisibili colpevoli della sua calvizie.
La sua recherche del capello perduto è diventata la sua battaglia contro il tempo e contro la natura, la bandiera della sua ribellione all'invecchiamento dei comuni mortali. E chi se ne importa se qualcuno dà di gomito al vicino, durante i vertici dei Grandi, sussurrando che a poco a poco la capigliatura del premier italiano sta superando quella di Putin, lasciando il francese Chirac solo con la sua autorevolissima stempiatura.
Chi se ne importa se fioriscono nuove battute e nuove barzellette, se poi i sondaggi rivelano che per il 37 per cento dell'elettorato il suo aspetto è migliorato, e per il 23 per cento è aumentato addirittura il suo grado di autorevolezza, grazie al prodigioso trapianto di bulbi piliferi.
Certo, qualcuno si domanderà: perché proprio adesso? Forse perché ancora gli brucia la sconfitta del 1996 con quel Prodi che, pur avendo solo tre anni meno di lui, ha tanti capelli in più (e tutti neri, per giunta). O forse perché gli è tornato in mente un vecchio libro di Artur Bloch ("La legge di Murphy") ovvero la regola di Noble: "A parità di condizioni, un uomo calvo non verrà eletto presidente degli Stati Uniti". Corollario: "Di fronte a una scelta tra due candidati calvi, gli elettori voteranno per il meno calvo dei due".
Prepariamoci dunque a rivedere la bandana presidenziale (e magari anche quella di Emilio Fede, solerte imitatore del suo idolo), e a confrontare, mese dopo mese, il Berlusconi "prima della cura" e quello "dopo la cura". Sapendo in partenza, però, che il trapianto-bis del Berlusconi-ter funzionerà più di un'ospitata a "Porta a porta", più di mille poster 6x3, più di cento servizi del Tg1. Che c'è un'Italia che ha altro per la testa eppure - a quanto pare - si lascia sedurre dall'"immortalità tecnica" dell'uomo più ricco del paese.
E che le nostre ironie, le nostre barzellette, i nostri sfottò e le nostre caricature non scalfiranno l'effetto-prodigio della più riuscita riforma berlusconiana: quella del suo look.
(6 agosto 2005)
http://www.repubblica.it/2005/h/sezioni/politica/berlutra/sfidatempo/sfidatempo.html
Berlusconi, nuovo trapianto di capelli. L'intervento è durato otto ore
Il Cavaliere a Ferrara dallo stesso chirurgo che lo operò un anno fa
Il premier, pallido e con la testa bendata, esce a metà pomeriggio
di JENNER MELETTI
MA NO, non può essere lui, il capo del governo, Silvio Berlusconi. Questo che esce dalla porta a fianco della Cassa di Risparmio di Ferrara, agenzia n.6, appare stravolto. Tiene la mano destra sulla spalla di un'atletica guardia del corpo e pure con l'altra mano si appoggia a quella schiena robusta. Ha appena finito il secondo trapianto di capelli, un anno esatto dopo il primo. Ha la faccia bianca, la testa reclinata a sinistra.
Fa quattro passi in tutto ma gli debbono sembrare un'eternità. Lo aiutano a salire su un fuoristrada, un Cheerokee nero. Mentre un agente apre la portiera dietro, lui si appoggia ancora alla schiena dell'altra guardia, adesso con le due mani una a fianco dell'altra. Lo tengono sotto le ascelle, quando entra nel gippone. Poi i vetri oscurati cancellano tutto. Ma non ci sono dubbi: l'uomo che barcolla e sembra davvero stordito, ed ha tutta la parte superiore della testa coperta da bende bianche inutilmente mascherate da una specie di papalina blu, è proprio Silvio Berlusconi, il Cavaliere.
Non dice una parola. Ha solo fretta di trovare un punto d'appoggio sicuro. Ha solo voglia di arrivare dove nessuno possa vederlo in queste condizioni. Ma fra qualche giorno riapparirà e dirà, come l'anno scorso, che "i capelli stanno crescendo meravigliosamente". E forse si vanterà ancora una volta di avere vinto il cancro e la calvizie. "Chi crede ci riesce".
In questo pomeriggio d'agosto, in una Ferrara splendida e deserta, il Cavaliere barcollante suscita tenerezza. È un uomo che soffre davvero e pensi che dopo un'operazione con anestesia dovrebbe essere in una clinica o in un ospedale per rimettersi in forze. Invece è qui che cerca di sfuggire ai cronisti e viene sballottato fra fuoristrada ed elicotteri per arrivare forse fra le mura protette di villa Certosa.
Via dall'ambulatorio, subito. In tv deve andare solo il "dopo", con una bandana che sembra uno scherzo e annuncia il prossimo apparire di una capigliatura da giovanotto (anche se gli anni sono ormai 69) e magari un ciuffo. La faccia del cavaliere sembra anche piena di stupore. Forse si chiede se era in caso di cercare, volere e pagare questa sofferenza.
Farà discutere, questa nuova operazione del premier. L'altro giorno non si è presentato al Consiglio dei ministri - doveva discutere di Antonio Fazio e della Banca d'Italia, non di noccioline - dicendo di avere febbre e mal di gola. Poi invece arriva a Ferrara per rimettersi in testa il suo sogno meraviglioso.
Un'operazione non si affronta in stato febbrile e allora è facile azzardare che i giorni di ritiro siano serviti alla preparazione dell'intervento. A quanto si è saputo l'operazione doveva farsi giovedì, ma poi Silvio Berlusconi ha deciso di rinviare a ieri, 5 agosto, Sant'Osvaldo "difensore della casa", dice il calendario. Forse per scaramanzia, ha scelto il primo esatto anniversario del primo trapianto.
Testimone dell'arrivo del Cavaliere in via Piangipane, nel "Poliambulatorio privato di Chirugia plastica ed estetica cervico facciale" del dottor Piero Rosati, è il signor Romano Caselli, assicuratore, che ha il suo ufficio nello stesso cortile. "E' sceso dalla macchina alle 8,40, aveva tre o quattro agenti di scorta, e sembrava volasse. Ha salito di corsa i gradini della clinica". La voce si sparge presto. Del resto, l'Audi di color grigio metallizzato è quella apparsa mille volte in tv e la presenza di uomini con l'auricolare è una conferma. La casa gialla del dottor Rosati (che già un anno fa smentì, confermò poi ancora negò di avere avuto sotto i ferri tale augusto paziente) è un supermercato della chirurgia estetica. La targa spiega infatti che qui si effettuano operazioni di "chirurgia plastica della testa e del collo", ma anche quella facciale e pure quell'"estetica del cuoio capelluto". Non si tralascia la "chirurgia cutanea". Il medico, professore a contratto all'ateneo di Ferrara, non è certo fra gli italiani che si lamentano del Premier: per stendersi sul suo lettino, dopo l'annuncio di un anno fa, occorre prenotarsi almeno sei mesi prima.
Alle 12,15 la moglie del dottore, su una Porsche Cayenne, va a prendere il pranzo. Tramezzini, panini, sfogliatine. Per medici, infermieri e per le guardie del corpo, non certo per il Cavaliere sul quale è già iniziato il trapianto - questa la tecnica del dottor Rosati - di capelli con bulbo e cute, il tutto preso dalla nuca. Un agente prende dall'auto della scorta una borsa di Foot Locker, negozi di abbigliamento sportivo, e si accendono le scommesse. "È andato a prendere la bandana". Alle 14 il barista del Kristal, di fronte all'ambulatorio, dice che una radio ha dato questo annuncio: "I ferraresi oggi non vanno al mare. Sono tutti in via Piangipane per vedere Silvio Berlusconi". Qualcuno passa in bicicletta, si ferma e guarda verso l'ambulatorio. Scuote la testa e riprende la propria strada. Ci sono 24 gradini, fra l'ingresso e la sala operatoria. Ogni tanto una ragazza li scende per portare i caffè a quelli della scorta, chiusi in una stanza a pianterreno.
Le tende chiudono le cinque finestre verdi dell'ambulatorio. Otto ore di attesa, con la macchina del Cavaliere lasciata davanti all'uscio. È solo un'esca. Silvio Berlusconi viene portato nell'appartamento del medico, scende una scala e alle 16 e 35 esce dalla porta accanto alla banca. Un attimo solo, come un flash.
(6 agosto 2005)
http://www.repubblica.it/2005/h/sezioni/politica/berlutra/berlutra/berlutra.html
venerdì 5 agosto 2005
Lettera di una coppia di donne italiane al primo ministro spagnolo Zapatero
"Riteniamo importante il PACS, ma il sogno nel cassetto è il matrimonio"
Ill. mo Primo Ministro José Luis Rodriguez Zapatero Presidentia del Gobierno Complejo de la Moncloa 28071 MADRID
e. p. c. Agli Organi di Stampa
Sig. Primo Ministro, sono Agata Ruscica una giornalista Italiana di 57 anni che convive da 22 anni con un'altra giornalista Angela Barbagallo di 61 anni. Una convivenza felice, resa triste solo dalla consapevolezza che lo Stato Italiano oggi rimane uno degli ultimi stati europei a non riconoscere in alcun modo le unioni gay. E' vero che oggi la sinistra di cui faccio parte promette per le prossime elezioni la possibilità che in Italia venga varata una legge (il PACS) simile in parte a quella francese, che regolamenta le unioni civili non solo gay.
Nell'attesa che la sinistra italiana torni a governare, e che si faccia una legge, passerà un altro anno e forse più. Noi non siamo più giovani, e la nostra paura è di non riuscire ad avere nella nostra vita tale riconoscimento. Riteniamo importante il PACS, ma il sogno nel cassetto è il matrimonio gay, che il l suo governo con coraggio ha attuato in Spagna.
Avevamo pensato di trasferirci in un altro Stato dove si è garantiti dalla legge e non si è discriminati, ma l'attaccamento alla nostra terra e alle nostre origini è molto forte, e gli affetti e le relazioni di amicizia che abbiamo costruito ci legano all'Italia
Abbiamo così pensato ad una doppia cittadinanza, quella Italiana e quella Spagnola. Tenuto conto che non possiamo e vogliamo allontanarci dall'Italia e dal lavoro che vi svolgiamo.
Il nostro Avvocato Ezio Menzione potrebbe studiare con i rappresentanti del Suo governo una formula per poter ottenere la cittadinanza spagnola, pur rimando in Italia e conservando la cittadinanza italiana, in modo da poter usufruire del matrimonio che la vostra legge prevede.
Matrimonio da fare a Madrid città che abbiamo visitato e che amiamo o a Roma presso l'Ambasciata Spagnola.
Il suo potrebbe essere un segnale forte a quegli Stati che ancora perdono tempo nel concedere diritti uguali a tutti i cittadini aldilà del credo religioso, che rimane un fatto privato, del quale abbiamo grande rispetto, ma che non può costringere milioni di persone a vivere da clandestini il proprio amore.
Nell'attesa di un Suo gradito riscontro distinti saluti.
Siracusa,
Agata Ruscica e Angela Barbagallo
http://www.gaynews.it/view.php?ID=33589
mercoledì 3 agosto 2005
Gay, chi ha il diritto di giudicare?
Lettera di una madre al quotidiano il Tirreno
Sia come madre di un ragazzo gay che come cattolica mi sento profondamente offesa dalle dichiarazioni del vescovo di Pistoia che ho letto sui giornali.
Spero che le sue parole siano state interpretate male perché se così non fosse non capisco come una persona con così poca carità cristiana e con tanto orgoglio da pensare di poter giudicare gli altri, ricopra una carica elevata nella chiesa. Non so con che diritto può avere queste opinioni, visto che non è gay, non è padre di figli omosessuali né ora né lo sarà in futuro.
Come tante altre madri so cosa vuol dire avere un figlio gay. Il suo dolore, lo sconforto nello scoprire di non avere gli stessi amori degli altri, la paura per non saper se verrà accettato dalla sua famiglia, dai suoi amici. Il terrore di rivelarlo e di quello che avverrà di lui in futuro nella società. E’ facile parlare quando tocca a gli altri, ma quando ci siamo noi ad affrontare tutto questo, non ci sentiamo più di giudicare.
Per fortuna mio figlio ha trovato nella sua famiglia la forza per andare avanti. La ragione è semplice: perché noi da cristiani che cercano di ascoltare la parola del Signore abbiamo capito che non è una scelta essere omossessuali ma una condizione, non una malattia sennò basterebbe curarla. Viste le difficoltà che tale vita prospetta, fra cui essere uccisi, come è avvenuto nel civilissimo Iran proprio pochi giorni fa a due ragazzi di 17 anni, chi farebbe questa scelta volontariamente?
Essere con una preferenza sessuale diversa dalla maggioranza della popolazione, non vuol certo dire essere dei pervertiti, ma delle persone che come tanti eterosessuali possono avere sani principi morali verso la società, la religione e tanti altri aspetti della vita. Essere una persona e basta.
A mio figlio, come a suo fratello eterosessuale, abbiamo insegnato i valori civili e religiosi e ci aspettiamo rispetto. Tacciare le persone omossessuali di perversione fa sì che anche quelle con sani principi si sentano così sporche dentro, da farle precipitare nelle perversioni vere che non sono solo nell’ambito degli omossessuali ma anche e soprattutto degli eterossessuali.
Non capisco come mai, chi dovrebbe rappresentare la disponibilità, la compassione, l’umiltà, l’amore di Dio verso le sue creature possa incitare a tali crociate. E’ come dire che tutti i musulmani sono terroristi, tutti i preti cattolici sono pedofili, tutti gli ebrei sono “perfidi giudei...” mi dimenticavo che la Chiesa cattolica questa ultima affermazione la diceva nella preghiera del Venerdì Santo fino agli anni Sessanta. Per questo chi è senza peccato scagli la prima pietra.
La Chiesa cattolica dovrebbe essere come Cristo sui nostri altari: con le braccia aperte per accogliere tutti. Per fortuna vi sono molti sacerdoti il cui esempio di vita cristiana va in questa direzione.
Sono d’accordo con la legge per far accedere al matrimonio anche i gay, perché chiunque ami un’altra persona adulta e consenziente, non sua parente, deve prenderesi carico di questa amandola, onorandola, in salute e in malattia, in ricchezza e in povertà per tutti i giorni della vita concessa da nostro signore.
Vorrei che questa lettera non venisse pubblicata con il mio nome non perché mi vergogno di mio figlio, ma perché penso possa essere considerata a nome di tutte le madri con un figlio/a omosessuale.
martedì 2 agosto 2005
Enea: l'ingegnere fantasma bocciò Rubbia
Ente per l’energia, il vicecommissario (con laurea sospetta) che dà lezioni al Nobel Regis, neo vice-commissario Enea: in Italia non risulta laureato | |
| Carlo Rubbia (Ansa) |
lunedì 1 agosto 2005
Spagna, giudici contro nozze gay, già sospese quattro cerimonie
I matrimoni saltati per incostituzionalità. In Catalogna
e a Madrid le richieste di coppie omosex sono oltre cento
di ALESSANDRO OPPES
MADRID - Per la seconda volta in pochi giorni, un giudice spagnolo blocca la celebrazione di un matrimonio omosessuale sollevando la questione di incostituzionalità sulla legge entrata in vigore un mese fa. Questa volta è accaduto alle Canarie, la settimana scorsa fu una magistrata di Denia, nella regione valenziana, a impedire una cerimonia di nozze sostenendo che, in base alla Carta costituzionale del 1978, solo una coppia formata da uomo e donna sarebbe abilitata a contrarre matrimonio.
Ma il primo stop a questo interventismo dei giudici è arrivato proprio ieri dalla Direzione generale dello stato civile, dipendente dal ministero della Giustizia: al magistrato di Denia, Laura Alabau, è stata inviata una nota nella quale si sostiene la "mancanza di legittimazione degli incaricati dei registri civili per promuovere questioni di legittimità". Nonostante ciò, proprio nelle stesse ore arrivava dalle Canarie una nuova doccia fredda per tre coppie che avevano presentato tutta la documentazione prevista dalla legge e che speravano di poter celebrare al più presto le nozze. La motivazione è sempre quella: per il giudice di Las Palmas, la riforma del codice civile che sostituisce all'espressione "marito e moglie" il termine "coniugi", non sarebbe compatibile con la Costituzione che prevede solo il matrimonio fra l'uomo e la donna.
Prese di posizione isolate, per il momento. Ma sia i collettivi omosessuali che il governo Zapatero temono che le forti pressioni della gerarchia ecclesiastica e della destra del Partito popolare possano, di fatto, portare il caos e impedire la regolare applicazione di una legge che è stata approvata ad ampia maggioranza dalle Cortes il 30 giugno scorso. Beatriz Gimeno, presidente della Federazione statale lesbiche, gay e transessuali, sostiene che il ricorso presentato da questi giudici "è molto vicino alla prevaricazione".
Ma per il Foro spagnolo della famiglia, organizzatore della manifestazione del 18 giugno scorso contro le nozze gay, alla quale parteciparono diciotto vescovi, si tratta di "un intervento normale".
Nonostante gli intoppi, in realtà temuti ma ampiamente previsti, la rivoluzionaria novità del matrimonio gay comincia a prendere piede in Spagna, soprattutto nelle grandi città. A Madrid, sono già un centinaio le coppie dello stesso sesso che hanno avviato le pratiche per la celebrazione delle nozze. È stato proprio alla periferia della capitale, nella cittadina di Tres Cantos, che per la prima volta, il 7 luglio scorso, due uomini si sono uniti in matrimonio, appena una settimana dopo la pubblicazione della legge sulla Gazzetta ufficiale: Emilio Menéndez e Carlos Baturín hanno pronunciato il loro "sí, quiero" dopo trent'anni di una convivenza cominciata nella fase finale della dittatura franchista.
In Catalogna, la pioggia di richieste di matrimoni omosessuali ha costretto il Tribunale supremo della regione a chiedere più risorse finanziarie e più funzionari per evitare i ritardi e l'accumularsi delle pratiche. Solo a Barcellona, sono 58 le coppie che hanno presentato la documentazione, ma è altamente probabile che il vero "boom" arriverà solo a partire da settembre, a estate ormai conclusa. Proprio in questa regione, a Mollet del Vallés, il 22 luglio scorso sono state celebrate le nozze tra due donne: una giovane spagnola e una argentina. Primi matrimoni gay anche a Valencia e in Andalusia, mentre per il momento resta in ritardo tutto il nord del paese: niente nozze, finora, in Galizia, Asturie e nel Paese Basco.
(1 agosto 2005)
http://www.repubblica.it/2005/e/sezioni/esteri/matrigay/giudicino/giudicino.html
Così l'America di Roosevelt creò una task force di 007 gay
"L´uso di omosessuali in certe attività del governo è un modo nuovo di servire il nostro Paese"
di ATTILIO BOLZONI TANO GULLO
Undici giorni dopo Pearl Harbor, nel febbrile clima di rifondazione dell´intelligence statunitense, parte il progetto che in poche settimane calerà nell´Europa del nazismo trionfante una nuova rete di spionaggio, tutta formata da maschi omosessuali. La genesi di questo progetto è raccontata da alcuni documenti custoditi negli Archivi nazionali di College Park, che sono stati recentemente desecretati e di cui "Repubblica" è entrata in possesso Servire e proteggere gli Stati Uniti d´America. A tutti i costi. E con ogni mezzo. Anche con una task force impiegata in attività di controspionaggio formata esclusivamente da omosessuali, «patrioti motivati» e «maschi reclutati nel giro della prostituzione di basso livello», squadre scelte da infiltrare nelle forze aeree tedesche e nelle ambasciate europee «con l´obiettivo di ottenere informazioni vitali». Il progetto nasce a New York City nel dicembre del 1941, appena undici giorni dopo l´attacco a tradimento di Pearl Harbor, i caccia giapponesi che in una tranquilla domenica mattina affondano in novantacinque minuti la flotta Usa nel Pacifico. È negli ultimi giorni di quell´anno, decisivo per le sorti del mondo, che comincia a diffondersi una nuova rete di intelligence. Sarà presto operativa nei territori occupati dai nazisti, agenti sotto copertura disposti a tutto per la bandiera a stelle e a strisce. C´è anche un reparto speciale: spie tutte omosessuali. È una guerra nella guerra fatta di combattimenti sotterranei e silenziosi, di agganciamenti, di ricatti privati che a volte condizioneranno lo svolgimento delle vicende belliche.
Fascicolo numero 14
La genesi di questa task force è ricostruita in alcuni documenti custoditi negli Archivi nazionali di College Park nel Maryland, carte desecretate (registro 226, serie 92, busta 580, fascicolo 14), che svelano le pieghe più nascoste del secondo conflitto mondiale. Psichiatri che suggeriscono un´idea a un paio di ufficiali della Marina, esperti della materia chiamati a consulto, dubbi, approvazioni, riunioni top secret, ricerca di dati statistici e una fitta corrispondenza per mettere a punto il piano. La storia è tutta nei dossier del Coi, il Coordinator of Information che appena qualche mese dopo diventerà Oss, l´Office of Strategic Services del famoso generale William Donovan. È lui a rifondare l´intelligence Usa dopo Pearl Harbor. Spregiudicato e potentissimo, nelle sue mani finisce un potere illimitato, fuori da ogni controllo. Piazza i suoi fedelissimi dappertutto, li arruola nella buona società e a Wall Street e poi li spedisce in ogni continente. Tredicimila nuovi agenti che rendono conto solo a William Donovan detto "Wild Bill", Bill il Selvaggio.
Dopo l´offensiva giapponese del 7 dicembre 1941 Donovan è l´uomo della provvidenza. L´America trascinata in guerra si prepara a dispiegare tutta la forza militare ma intanto è impaurita dalle sue fragilità. La disfatta navale alle Hawaii fa tremare gli alti comandi di Washington, i "servizi" si sono rivelati inadeguati, incapaci di intercettare le mosse del nemico. È in quel momento che il presidente Franklin Delano Roosevelt caccia i vertici militari di pace. E pretende subito una nuova intelligence. In questa atmosfera cupa, una mattina, viene recapitata una busta al Dipartimento della Marina. Mittente è il ricercatore medico Alfred Gross, del Comitato per lo studio delle devianze sessuali di New York. Destinatario è Frank Mason, un maggiore che lavora per i servizi segreti. La lettera è datata 18 dicembre: «Mio caro maggiore, le scrivo su consiglio del maggiore Birdseye per riprendere la discussione che abbiamo già avuto sulla possibilità di utilizzare omosessuali maschi in relazione a possibili attività di controspionaggio. Durante le nostre ricerche negli ultimi cinque anni, ci siamo imbattuti ripetutamente in situazioni di omosessuali che avevano relazioni con reclute delle nostre forze navali e occasionalmente con qualche ufficiale». E aggiunge: «Per qualche ragione il personale della Marina sembra avere un interesse particolare per tali individui. Questo è un fenomeno abbastanza accettato, io direi forse tacitamente, da parte delle autorità pubbliche. Secondo me tale tesi ha una certa validità».
"Livello sociale superiore"
Il dottor Gross spiega al maggiore Mason che gli studi del suo Comitato rivelano «che gli omosessuali maschi appartengono a un livello sociale superiore» e che «è certo di una grossa percentuale di omosessuali tra i tedeschi». Cita poi un articolo della rivista Time sull´omosessualità nell´aviazione della Germania nazista, paventa il pericolo che «forze sovversive cerchino di sedurre membri delle nostra Marina», invita a giocare d´anticipo. E fa una proposta: «Reclutare omosessuali respinti dal servizio militare». Ha già in mente un´unità speciale Alfred Gross, insiste, prova a convincere il suo interlocutore: «Noi siamo a livello di una bozza di idea. Ma lei, con la sua grande esperienza di ufficiale di servizi segreti, è sicuramente in grado di redigere un piano preciso. Mi auguro che questa idea non sia troppo cervellotica o il risultato di troppe letture di romanzi gialli».
Era da tempo che il dottore del Comitato per lo studio delle devianze sessuali pensava alla creazione di questo «corpo», ne aveva a lungo parlato con il suo direttore George Herny, insieme avevano anche già selezionato un imprecisato numero di potenziali agenti. Gross lo comunica al maggiore Mason: «Abbiamo contattato vari nostri pazienti, tutti affidabili, i quali, ne sono sicuro, sono disponibili a prendere parte al progetto. Tali elementi, a loro volta, potrebbero entrare in contatto, con altri omosessuali, affidabili e fedeli alla loro Patria». È la «rete» che si sta formando. La questione sta così a cuore allo psichiatra di New York che quella stessa sera, il 18 dicembre, spedisce un´altra lettera al maggiore Mason. E gli preannuncia: «Le sto anche inviando un dossier che ho avuto da mister Painter (un consulente del dottor Gross sulla prostituzione maschile, ndr), vi si indica l´esperienza di un volontario del nostro staff che potrebbe essere molto utile in varie situazioni... Painter ha in mente una persona che potrebbe portare avanti alcune indagini, c´è un tedesco che corteggia i marinai...».
Il maggiore riceve le due comunicazioni del dottor Gross e - sempre il 18 dicembre del 1941 - una terza del professore Robert Dickinson, un autorevole rappresentante dell´Accademia di Medicina di New York. Una breve nota, scritta a mano: «Caro Mason mi sembra che le questioni che riguardano l´omosessualità nella Marina e nell´Esercito richiedano una consulenza specialistica... Di recente ne ho parlato con l´ammiraglio (segue un nome incomprensibile, ndr)... A Portland, l´ospedale navale ha iniziato a esaminare l´argomento attraverso il lavoro di un tenente medico...».
La concorrenza dei sovietici
Frank Mason informa i suoi superiori del progetto. E sei giorni dopo, il 24 dicembre, manda il dossier a Wallace Phillips, uno dei capi del Coordinator of Information Office, il servizio segreto. Accompagnato da una comunicazione secca: «Caro Wallace, il suggerimento dell´uso di omosessuali in certe attività del governo costituisce probabilmente un nuovo modo di servire il nostro Paese, un modo che non è sicuramente venuto a tua conoscenza fino ad ora. Ti chiedo un giudizio sulla lettera di Alfred Gross, che cerca di servire il suo paese tramite metodi in qualche modo non usuali. Buon Natale».
Durante gli ultimi giorni del 1941 gli uomini dei servizi segreti americani si mettono al lavoro, esaminano le proposte formulate dagli specialisti di New York, prendono informazioni, chiedono consiglio a qualche ammiraglio, studiano tutto quello che si muove nello scacchiere spionistico internazionale esplorando per la prima volta anche un fronte omosessuale.
È il 15 del nuovo anno, il 1942, quando un alto funzionario del Coordinator of Information Office affronta l´argomento ancora con Wallace Phillips. La lettera ha come oggetto «Uso degli omosessuali nel lavoro di intelligence», un dispaccio interno. La firma è quella di John C. Willey. È l´ultimo passaggio prima che qualcuno, a Washington, dia il via libera finale all´operazione. Scrive Willey: «Vengo a sapere che l´Istituto per lo studio delle devianze sessuali è simile al vecchio Institut fur Sexual Wissenchaft di Berlino, è un´istituzione molto seria. Io raccomanderei con forza uno studio accurato sulla possibilità di utilizzare i suggerimenti inviatici dal dottor Gross». Poi Willey lo informa di ciò che sta accadendo in Europa, soprattutto a Mosca. E gli ricorda come i «rossi» abbiano già studiato la questione: «Penso di averti già parlato dell´interesse manifestato dal Gpu (il servizio segreto dell´Urss prima del Kgb, ndr) a questo argomento. Nel periodo in cui Florinsky, il capo del protocollo del ministero degli Esteri sovietico, è stato silurato (1935), Boris Steiger, un alto dirigente del Gpu, mi ha raccontato che il reale motivo del suo allontanamento fu che secondo la «fratellanza omosessuale politica» in Europa, Florinsky non era affidabile».
Willey cita poi anche un altro caso: «Non c´è dubbio che in Russia esisteva una relazione speciale tra Cicerin, il famoso commissario per gli Affari esteri dell´Urss e l´ugualmente famoso ambasciatore tedesco a Mosca, conte Brockdorff-Rantzau». L´alto funzionario del «servizio» americano racconta delle nuove frontiere dello spionaggio internazionale, è d´accordo con quei medici di New York, dà il suo ok al progetto. E conclude così la sua lettera: «In verità dovremmo prendere seriamente in considerazione l´idea di utilizzare gli omosessuali per obiettivi di intelligence politici e militari». Qualche mese dopo i primi agenti di quella task force saranno operativi. In ogni angolo d´Europa prigioniera del nazismo.
La testimonianza di Malaparte ne "La pelle"
"La battaglia per la libertà di quello strano maquis"
Quale fu la mia sorpresa quando, più tardi, Jeanlouis ebbe a rivelarmi che Georges era una specie di personaggio politico (anzi aggiunse Jeanlouis, un eroe), che nel corso della guerra aveva reso, e rendeva tuttora, preziosi servigi agli Alleati, che essendosi trovato a Londra nell´estate del 1940, s´era calato in paracadute sul territorio francese, che tre volte, dal 1940 in poi, era riuscito a recarsi in Inghilterra attraverso la Spagna e il Portogallo e tre volte era tornato in Francia in paracadute per compiervi missioni di delicata importanza, e che gli Alleati lo avevano in così grande considerazione da metterlo alla testa del maquis degli invertiti d´Europa.
Gli invertiti sparsi per tutta l´Europa, e naturalmente anche in Germania e nell´Urss, si erano dimostrati elementi preziosissimi per il servizio informazioni inglese e americano, svolgendo, fin dall´inizio della guerra, un lavoro politico e militare particolarmente delicato e pericoloso. Gli invertiti... costituiscono una specie di confraternita internazionale, una società segreta governata dalle leggi di un´amicizia tenera e profonda, che non è alla mercé della proverbiale incostanza del sesso. L´amore degli invertiti è, grazie a Dio, al di sopra dell´uno e dell´altro sesso, e sarebbe un sentimento perfetto, del tutto libero da ogni specie di umana schiavitù, così dalle virtù come dai vizi propri dell´uomo, se non lo dominassero i capricci, gli isterismi, e certe meschine e tristi malvagità, naturali al loro animo di vecchie zitelle. Ma il famoso Generale americano Donovan, di cui Georges era divenuto il braccio destro per tutto quanto concerneva il maquis degli omosessuali, aveva saputo trarre vantaggio dalle stesse debolezze dell´inversione sessuale, sino a farne un meraviglioso strumento di lotta. Un giorno, forse, quando i segreti di questa guerra potranno essere rivelati ai profani, sarà dato conoscere quante vite umane sono state salvate grazie alle segrete carezze dei mignons sparsi in ogni paese d´Europa. Tutto è stato messo in opera in questa terribile e strana guerra, ai fini della vittoria, tutto, anche la pederastia: la quale merita, perciò, il rispetto di ogni sincero amante della libertà. Certi moralisti, forse, non saranno di questo parere ma non si può pretendere che tutti gli eroi siano di costumi illibati, e d´un sesso ben definito. Non esiste un sesso obbligato per gli eroi della libertà.
L´idea del maquis degli invertiti era stata un´idea di Georges: e a lui spetta il merito di avere organizzato, in tutti i paesi occupati dai tedeschi, perfino in Germania, quel rèseau di giovani mignons che tanti e così preziosi servizi hanno reso alla causa della libertà europea. In quel novembre del 1943, Georges era venuto clandestinamente da Parigi a Napoli per concertare col Comando Supremo Alleato di Caserta il piano da svolgersi in Italia...».
(da "La Pelle", Arnoldo Mondadori Editore)
http://www.gaynews.it/view.php?ID=33542
giovedì 28 luglio 2005
La vergogna della legge S.P. /2
di Nando Dalla Chiesa
Alla fine è passata pure lei. Con il successo di pubblico (ossia di senatori e ministri e sottosegretari in aula) delle grandi occasioni, Palazzo Madama ha approvato ieri la legge ad personam più esplosiva tra quelle prodotte a grappoli dalla Casa delle libertà. È passata la legge S.P.: Salva Previti, Senza Pudore, Smonta Processi, Scaccia Pensieri, del Santo Protettore. E Senza Papà, visto che l’originario primo firmatario Edmondo Cirielli ha ritirato il suo nome dopo l’intrusione della norma Previti.
Benché le burocrazie parlamentari, con qualche crudeltà, ancora lo additino come il colpevole di una legge di cui si è vergognato lui per primo. Ripetiamolo: è una legge per abbattere i tempi della prescrizione e mandare libero Cesare Previti dai suoi guai presenti con i tribunali della Repubblica. E per mandare liberi insieme con lui -parola in aula del sottosegretario Vitali, consultare il resoconto stenografico di martedì 26, seduta antimeridiana- altri 180mila (180 mila!) imputati all'anno. Insomma, salvarne circa un milione in cinque anni per salvarne uno una volta sola. Come senso di responsabilità, e come cultura della sicurezza, e come certezza della pena, non c'è male davvero. E saranno coincidenze, ma se i giorni immediatamente successivi all’11 settembre il Senato era impegnato ventre a terra nell'approvazione del falso in bilancio, nei giorni immediatamente successivi alle bombe di Londra lo abbiamo ritrovato impegnato ventre a terra nell'approvazione della Salvapreviti. Anche questi sono titoli da esibire davanti alla comunità internazionale. Due periodi da incubo globale, due leggi personali, due urgenze assolute: le leggi medesime. Ma è questa oggi, in fondo, la cifra delle nostre istituzioni parlamentari. Ed è bene rifletterci.
Perché, fra l’altro, questo è avvenuto il giorno dopo che Carlo Azeglio Ciampi ha firmato la legge di riforma dell'ordinamento giudiziario. E lo ha fatto in un contesto che ora va ripassato attentamente. Diciamo subito, dunque, che il presidente della Repubblica non poteva fare altrimenti. Ma non perché la legge di riforma fosse costituzionale. Piuttosto perché si è trovato davanti a una inedito dilemma. Egli ha dovuto scegliere, più precisamente, tra l’equilibrio politico-costituzionale del Paese (ossia la costituzionalità della nostra vita politica e istituzionale) e la costituzionalità di una singola legge. E responsabilmente ha scelto il primo corno del dilemma. Ciò non toglie che resti tutta intera la complessità e la gravità della partita che si è aperta nelle ultime settimane intorno al Quirinale e che continua con la fragorosa approvazione di una nuova legge incostituzionale come quella di ieri.
I giorni scorsi infatti sono stati segnati dagli stupefacenti attacchi della seconda e della terza carica dello Stato contro il Consiglio Superiore della Magistratura, organo a rilevanza costituzionale presieduto proprio dal presidente della Repubblica. Le ragioni sono note e sono state peraltro esplicitate dai protagonisti: aver messo, il Csm, all’ordine del giorno la discussione del nuovo testo della legge di riforma, attività perfettamente rientrante nelle sue attribuzioni istitutive. Domanda: la seconda e la terza carica dello Stato ignoravano forse che la legge attribuisce al Csm il compito di redigere pareri sulle norme che riguardano il funzionamento della giustizia? È francamente impossibile crederlo. Più sensato pensare che entrambe abbiano agito su motivazioni e spinte di parte, temendo che il parere del Csm potesse confortare, in una qualche misura, l'ipotesi di un secondo rinvio della legge alle Camere. E che, essendo la riforma dell’ordinamento il cuore di un perverso e ferreo patto di potere interno alla maggioranza -legge Castelli contro legge Salvapreviti, appunto-, presidente del Senato e presidente della Camera non abbiano fatto altro che condurre un attacco preventivo (quasi, si starebbe per dire, sul filo della sovversione costituzionale) contro il Csm ma soprattutto contro Ciampi, che con la sua firma aveva autorizzato l’ordine del giorno contestato.
Tra l’altro vi è una ragione di più per ritenere grave quanto è accaduto. Ragione che invece è sfuggita quasi del tutto agli osservatori e agli stati maggiori della politica. È infatti successo che lo stesso legislatore abbia sciolto ogni dubbio circa la natura incostituzionale della legge. Come si sa, la scuola che riteneva possibile un secondo rinvio (capeggiata dall’ex presidente della Corte Costituzionale Leopoldo Elia) poggiava sulla considerazione che l'emendamento anti-Caselli era stato introdotto nella legge dopo il rinvio alle Camere. E che quindi la legge, almeno in quella sua parte, attingeva una natura “nuova e diversa” da quella precedentemente licenziata. Ebbene, subito dopo gli attacchi del presidente del Senato e del presidente della Camera verso la coppia Csm-Quirinale, il senatore Luigi Bobbio, relatore della legge in Senato e proponente dell’emendamento anti-Caselli, ha nitidamente fatto sapere con pubblica dichiarazione, proprio mentre erano in corso le valutazioni del capo dello Stato, quale fosse la ratio della innovazione legislativa. E ha testualmente spiegato: «(la norma) impedisce che un magistrato con propensione a coltivare trame investigative sconfessate dai tribunali vada alla Procura antimafia».
Ora, a parte la considerazione che il lavoro di Caselli a Palermo è stato coronato da centinaia di condanne definitive e nei casi più infuocati (Andreotti, Dell’Utri) da nessuna “sconfessione”, tali non essendo né la prescrizione né l'insufficienza di prove né la condanna in primo grado; a parte questo, dicevo, la realtà si è venuta configurando in questo modo. Presidenti di Senato e Camera attaccano il Csm (e con esso il presidente della Repubblica) mentre si accinge a giudicare della costituzionalità della legge, passata alla Camera con voto di fiducia. Il presidente della Repubblica non può non porsi il problema delle conseguenze che una sua scelta (anche se pienamente legittima) può avere, in queste condizioni, sul quadro costituzionale complessivo, tanto più mentre si è aperto un conflitto diretto con il presidente del Consiglio sulla possibile data delle nuove elezioni politiche. Mentre il capo dello Stato compie le proprie delicatissime valutazioni, il legislatore, nella persona del relatore e proponente della norma più contestata, invece di ammorbidire il senso della propria innovazione lo espone nella forma più schietta e squadrata, spiegando a distanza che quella è una legge incostituzionale in quanto intenzionalmente “contra personam”. Il presidente a sua volta non può non sentire la sfida, riceve la conferma che si tratta di una legge incostituzionale nella lettera e nello spirito, ma sa anche (perché gli è stato fatto capire) che un suo nuovo rinvio scatenerebbe il cataclisma proprio sul piano dei più generali equilibri dell'ordinamento costituzionale.
Ecco la questione. Può un capo dello Stato essere messo nella condizione di dovere scegliere tra queste due alternative? Quanto si è deteriorato il nostro ordinamento perché questo sia possibile? Quanto sono effettivamente salde e più forti del gioco politico le nostre (plurime) garanzie costituzionali? Sta sempre più la politica logorando le nostre istituzioni? Non sono domande oziose. E d’altra parte se per far finire un processo se ne fanno finire centoottantamila l’anno, nessuno davvero può stare tranquillo.
tratto da l'Unità del 28/07/2005
La vergogna della legge S.P. /1
Riporto qui sotto l'intervento dell'on. Nando Dalla Chiesa alla Camera dei Deputati:
DALLA CHIESA (Mar-DL-U). Domando di parlare per dichiarazione di voto.
PRESIDENTE. Ne ha facolta'.
DALLA CHIESA (Mar-DL-U). Signor Presidente, onorevoli colleghi, e' stato detto talmente tanto di questa legge ed abbiamo motivato con tanta continuita' le ragioni della nostra opposizione che usero' il tempo a mia disposizione per compiere un'operazione di giustizia sostanziale.
Propongo ufficialmente che questa legge cambi nome, che non porti piu' il nome dell'onorevole Cirielli, il quale l'ha rinnegata giuridicamente e moralmente, ritirando la sua firma, quando è stata mutata attraverso un intervento volto ad ottenere scopi assolutamente diversi da quelli iniziali.
Non incolpiamo un innocente. Mi sembra che continuare a collegare il nome dell'onorevole Cirielli a questa legge sia anche una manifestazione di crudelta' nei suoi confronti. Propongo pertanto che la legge venga chiamata "legge SP" e che questo d'ora in poi sia il suo nome.
"SP" anzitutto perche' e' la legge Salva-Previti, come abbiamo potuto vedere. E abbiamo tutti rilevato quel lapsus freudiano contenuto nella parte finale della legge stessa, per cui si prevedeva che soltanto i provvedimenti in corso ne venissero avvantaggiati. E' la legge Salva-Previti e lo abbiamo visto anche con la presenza cospicua del Governo in tutti i momenti in cui si e' votato e per il fatto che alla fine si e' assunto direttamente la responsabilita' della legge.
"SP" perche' e' una legge Sotto Pressione, una pressione formidabile che non ci consente di capire l'urgenza a cui siamo stati sottoposti; una legge che non finisce di essere discussa in Commissione e arriva in Aula; una legge per la quale viene stabilito il contingentamento dei tempi; una legge per la quale inopinatamente, l'ultimo giorno, il Governo deve impegnarsi, come
d'altronde abbiamo visto.
Credo valga la pena, per capire la forza di questa pressione, di rileggere le dichiarazioni dell'onorevole Filippo Mancuso ai tempi della legge Cirami.
"Non mi lascia in pace", gli diceva l'onorevole Berlusconi riferendosi all'onorevole Previti. Perfino il Presidente del Consiglio si sentiva sotto pressione e per questo alla fine ha messo il peso del suo incarico, attraverso il Governo, per il passaggio di questa legge.
E' anche la legge del Santo Protettore, la legge che fa riferimento a quella profezia minacciosa "simul stabunt, simul cadent" fatta dall'onorevole Previti e riferita ovviamente all'onorevole Berlusconi, nel caso lo avesse lasciato per strada in questa legislazione di favore.
Ma e' anche una legge Sfregia Parlamento, una legge che disonora la funzione di queste Aule, perche' le trasforma in un prolungamento degli studi professionali che non riescono ad ottenere in altro modo l'impunità per il proprio assistito. Salvarne 10.000 per salvarne uno, ma ieri ci e' stato detto che saranno almeno 180.000 all'anno i nuovi processi che verranno annullati per prescrizione.
Sarà una coincidenza, signor Presidente, ma nei giorni dopo l'11 settembre questo Senato votava, ventre a terra, la legge sul falso in bilancio; dopo le bombe di Londra, questo Senato vota, ventre a terra, la salva-Previti. Questo è il decoro istituzionale, ed è una cifra che dice qualcosa.
E' una legge Senza Pudore, perchè l'onorevole Previti tende a conculcare le liberta' dei parlamentari che lo criticano, non smettendo mai di portarli in giudizio civile, ma dilata all'inverosimile, come mai si e' visto, il campo delle facolta' che gli vengono accordate dal Parlamento e dalla sua funzione di parlamentare. (Applausi dal Gruppo Mar-DL-U).
Impedisce la parola agli altri, prende tutti i vantaggi della funzione parlamentare, approfittando della maggioranza.
Certo, per lui e' una legge Scacciapensieri, senza alcun riferimento allo strumento sonoro, che si ode in tutti i film folklorici sulla mafia, ma e' scacciapensieri perche' allontana per sempre i suoi guai giudiziari, li allontana in virtu' della nostra azione e della nostra corresponsabilita'.
Una corresponsabilita' grave - e' stato ricordato - perche' e' una legge smonta-processi; quanti processi finiranno ci e' stato detto dal Sottosegretario.
Chi ha parlato in questi anni di certezza della pena deve fare i conti con l'effetto di una legge che, per tutti i reati di gravita' medio-alta, impedira' che la pena si realizzi. Tutti coloro che avranno a disposizione avvocati e risorse per approfittare delle pieghe delle nostre procedure, rimarranno impuniti. La beffa e' che cio' accada in virtu' di un provvedimento intitolato alla necessita' di inasprire la recidiva: incensurati grazie a una legge sulla recidiva!
E' infine una legge Senza Padre; il povero Cirielli ha ritirato la sua firma. Pensiamo al nostro collega della Camera che presenta un onesto disegno di legge di destra, si accarezza questo bambino neonato, ma quando torna al reparto di ostetricia, al posto di questo bel bambino, trova uno scarrafone che porta ancora il suo nome, anche se con un asterisco accanto (Applausi dai Gruppi Mar-DL-U, DS-U e del senatore Zancan); trova una cosa completamente diversa, che avrebbe fatto venire l'infarto a chiunque perche' sara' chiamata per sempre la legge Cirielli. Percio', mi sembrava giusto dedicare il tempo del mio intervento al tentativo di cambiare il nome da
Cirielli in salva-Previti.
Cari colleghi del centrodestra, non sono cosi' sicuro che noi del centrosinistra vinceremo le elezioni il prossimo anno; penso, pero', che sia molto probabile. Se cosi' sara', i motivi sono due: il primo e' la prolungata crisi economica, sulla quale avete avuto una relativa
possibilita' di incidere, ma alla quale avete dato comunque il vostro contributo. Il secondo motivo e' che, dentro questa crisi economica, mentre gli italiani facevano fatica ad arrivare alla fine del mese, chi comandava ha saputo curare egregiamente i fatti suoi, i suoi interessi, e questo gli italiani lo hanno percepito. Se perderete sara' soprattutto per questo
motivo.
A me dispiace che per effetto di questa probabile sconfitta non rivedremo in quest'Aula molti dei galantuomini del centrodestra, perche' la politica e' spietata e quando si perde, normalmente, rimangono i peggiori, i piu' entusiasti e i piu' disinteressati sono messi fuori. Per quanti galantuomini ho conosciuto nel centrodestra nel corso di questi quattro anni, mi dispiace; non so se ci saro' ancora, ma mi dispiace in assoluto. Purtroppo e' questo il destino, condito con un pizzico di libero arbitrio, di chi ha impiccato le sorti della propria coalizione al nome di Cesare Previti.
Questi sono fondamentalmente fatti vostri, anche se comportano effetti devastanti per la giustizia del Paese. Per quel che ci riguarda, come centrosinistra, come opposizione, non possiamo che ribadire oggi, in questa sede, nel modo piu' fermo e piu' indignato, il nostro no a questa ennesima, nuova e vergognosa legge incostituzionale. (Applausi dai Gruppi Mar-DL-U,
DS-U, Verdi-Un e Misto-RC).
I libri scolastici in conflitto d’interessi
Le Poste portano a casa i testi. Fornitore unico: una società della Mondadori di Berlusconi
Non è solo Berlusconi, il quale pattuglia appena può antiquari e gioiellerie, a fare regalini agli amici, come il prezioso orologio Longines impacchettato per tutti i deputati l’ultimo Natale. Càpita a volte che siano gli amici a fare regalini a lui. Letizia Moratti e le Poste Italiane, ad esempio, per il prossimo compleanno che il Cavaliere festeggia in coincidenza con l’apertura delle scuole, hanno deciso di donargli la possibilità di sbaragliare anche il mercato dei libri scolastici. Uno dei pochi settori, col commercio dei coleotteri o la produzione di mostarda mantovana, nel quale non si era ancora cimentato.
Cosa rappresentino i libri scolastici è presto detto: con 400 milioni di euro l’anno di fatturato, sono una fetta di un terzo circa dell’intero mercato del libro. Ma, ciò che più conta, sono la boccata di ossigeno che una volta l’anno permette alle piccole librerie sparse per la provincia italiana, dove si vende il 28% scarso di tutti i volumi, di tirare il fiato e non abbassare le saracinesche vinte dalla sciatta indifferenza di un paese che legge poco come il nostro. Tanto per capirci: in molti casi, nelle cittadine del Nord come del Mezzogiorno, l’incasso per i testi adottati dalle elementari alle medie superiori può superare il 60% degli introiti annuali.
Il costo di questi libri imposti agli studenti, del resto, è spesso elevato se non, in certi casi, stratosferico. Basti dire che la «dote» di un ragazzino di prima media può costare oltre 300 euro, quella di un ragazzo delle commerciali intorno ai 350, di un liceale anche 500. Un peso che in questi anni di vacche magre può essere, per molte famiglie, esorbitante. Al punto di incidere, nei casi più gravosi, perfino sulla scelta di molti studenti di abbandonare la scuola. Per non dire delle code interminabili che ogni genitore si deve sobbarcare ogni anno per rastrellare tutto il bagaglio editoriale necessario ai figli.
Va da sé che ogni iniziativa per alleviare questa soma sulle spalle delle famiglie, magari tenendo conto anche delle esigenze delle piccole librerie locali che sono un patrimonio preziosissimo (si pensi alla Calabria, alla Basilicata o al Molise dove sono meno di una ogni 100 mila abitanti) è la benvenuta. E così è andata, infatti, con l’iniziativa delle Poste Italiane che, tra cori di consensi, hanno distribuito 5 milioni di locandine e avvisi vari per segnalare agli istituti scolastici e alle famiglie italiane la possibilità di ordinare i testi, via internet o via telefono, per poi comodamente riceverli a casa portati dal postino.
Con l’optional di poter rateizzare il pagamento in 12 mesi al tasso del 7.5%. Che non sarà basso, visto che il tetto massimo sarebbe il 7,77%, ma potrebbe aiutare molte famiglie a sopportare meglio l’impatto della spesa supplementare autunnale. Fin qui, tutto ok.
Ma il bello deve ancora arrivare. A chi hanno deciso di affidare l’operazione, infatti, il ministero della Pubblica Istruzione e le Poste Italiane? Voi direte: avranno fatto una gara d’appalto. Macché.
Avranno sentito gli editori? No, tranne uno: indovinate quale. Avranno consultato i librai? Neppure: «Manco una telefonata», spiega furente Rodrigo Diaz, presidente dell’Ali, l’Associazione librai italiani, «abbiamo saputo tutto a cose fatte e tutti i telegrammi mandati alla Moratti o a Letta non hanno avuto risposta. E’ stata una cosa sporca». Avranno sondato il mercato per vedere chi è il più forte nel commercio di libri on-line? «Assolutamente no», risponde Mauro Zerbini, amministratore delegato di Ibs, gruppo Longanesi, «il nostro è il sito di questo tipo più visitato d’Italia, a giugno abbiamo avuto 991 mila contatti e nel 2004 abbiamo fatturato 13,2 milioni di euro. Ma non abbiamo avuto dal ministero o dalle poste neppure una telefonata. Neppure una. Abbiamo saputo tutto a cose fatte».
Ma allora, come è stato scelto il fornitore di tutto quel bendidio di libri? E’ quello che chiede in una interrogazione, tra gli altri, il senatore Stefano Passigli. Il quale, oltre ad accusare la Moratti poiché «il suddetto servizio postula che Poste Italiane abbiano ottenuto dal ministero la lista delle adozioni dei testi con largo anticipo su tutte le librerie», ha anche presentato un esposto ad Antonio Catricalà, l’ex segretario generale di Palazzo Chigi nominato presidente dell’Autorità per la concorrenza e il mercato. Il fortunato fornitore prescelto per il businness è infatti «Bol». Una società di vendita di libri on-line che fattura meno della metà di Ibs (5,5 milioni contro 13,2), ha meno della metà dei contatti internet (a giugno 434 mila contro 991 mila) ma, per pura coincidenza, appartiene alla Mondadori. Cioè alla casa editrice di proprietà del «principale» di Letizia Moratti, il presidente del Consiglio Silvio Berlusconi.
Che le Poste Italiane vogliano bene al capo del governo non è un mistero. Prima di questo piacerino, per dire, avevano già fatto un accordo per mettere a disposizione di Mediolanum, la banca del premier, i loro 14 mila sportelli col risultato di trasformare una banca virtuale, quale era fino ad allora quella presieduta da Ennio Doris, nell’istituto di credito con la maggiore copertura territoriale. Non bastasse, Massimo Sarmi, l’amministratore delegato etichettato come vicino ad An e in particolare a Gianfranco Fini, era arrivato al punto di invitare a Roma il capo del governo, poco prima di Natale, all’inaugurazione del più bello e avveniristico ufficio postale d’Italia. Un gioiello che ruotava intorno al Sistema Informatico Livelli Virtuali di Integrazione Operativa. Ma che meraviglia di acronimo: S.i.l.v.i.o.!
Gian Antonio Stella
28 Luglio 2005
http://www.corriere.it/Primo_Piano/Cronache/2005/07_Luglio/28/stella.shtml
mercoledì 27 luglio 2005
La Chiesa che assolveva la contraccezione
Lo storico Claude Langlois scardina un luogo comune: fino al 1897 non era vietata la dispersione del seme. Nell'800 c'era più indulgenza. Poi prevalse la severità di Pio XI e Paolo VI.
La Genesi racconta che Er morì senza aver dato figli alla sua sposa Tamar, e Giuda ordinò all'altro figlio, Onan, di unirsi alla cognata per assicurare una discendenza al fratello: «Ma Onan sapeva che la prole non sarebbe stata considerata come sua; ogni volta che si univa alla moglie del fratello, disperdeva per terra, per non dare una posterità al fratello. Ciò che egli faceva non fu gradito al Signore, il quale fece morire anche lui». È sul trascinarsi di questo linguaggio biblico nel dibattito cattolico sul controllo delle nascite nella Francia postrivoluzionaria che si sofferma Il crimine di Onan, di Claude Langlois. Lo storico parigino intriga il lettore perché scardina i luoghi comuni sul percorso della Chiesa nella modernità e sul posto della sua morale.
Per molti parlare di Chiesa e controllo delle nascite significa riferirsi all'Humanae Vitae di Paolo VI. Percepita come il «no alla pillola», l'enciclica del 25 luglio 1968 si basava sul principio che nessuno potesse varcare «i limiti inviolabili al potere dell'uomo sul suo corpo e sulle sue funzioni» e condannava come «indegni della persona umana» i mezzi di regolazione delle nascite (aborto, sterilizzazione, contraccezione), fatti salvi quelli legati ai periodi «naturalmente» infertili del ciclo. La decisione papale — fulminata dalla disapplicazione di massa — chiudeva una fase di studio aperta nel 1963, lasciata sospesa dal Concilio Vaticano II (al quale il Papa non aveva concesso di decidere): e non veniva dalle pressioni curiali o dai teologi che il Pontefice s'era scelto (e il cui diverso avviso era già noto, nel 1968), ma per una scelta personale di Papa Montini, preoccupato di garantire la continuità di un insegnamento proposto con «costante fermezza» (lo dimostrava il celeberrimo prontuario di Denzinger!) dal papato. Questa convinzione di Paolo VI è diventata corrente, tant'è che tutti pensano che in tema di contraccezione la Chiesa sia da sempre su una posizione chiusa e immobile.
Langlois rovescia questo mito: la solenne durezza che affiora nell'enciclica Casti Connubii del 1930, e alla quale Paolo VI si inchina, è un neorigorismo che riconquista Roma dopo una parentesi di diverso segno. Fra il 1822 e il 1842 un famoso moralista e vescovo di Le Mans, Jean-Baptiste Bouvier, cerca nuovi modi per riflettere sul visibile calo delle nascite, che (lo insegnano i confessionali di parrocchie ormai prevalentemente frequentate da donne) viene ottenuto tramite un ricorso sempre più largo al coito interrotto. È questo il «crimine di Onan» che interessa la morale cattolica, molto prima di quello che il laicissimo dottor Tissot medicalizzerà come «onanismo giovanile», descrivendo le terribili conseguenze che colpiscono i cronici. Bouvier riflette sull'«onanismo coniugale» di quelle famiglie che non vogliono troppi figli a partire da una posizione con appigli «scientifici» e teologici antichi: il moralista francese dipende ancora da Galeno (il grande medico dell'antichità che crede all'esistenza di una seminatio maschile e di una seminatio femminile) e si pone il problema se il crimine di Onan vada inquisito in confessionale e sanzionato, anche a rischio di rompere il legame con le fedeli. Bouvier propone dapprima di «depenalizzare» il reato morale almeno per la donna: chiede lumi a Roma, alla Sacra Penitenzieria, e questa gli dà ragione. Il confessore non deve interrogare e colpevolizzare la donna: se essa partecipa con piacere all'atto sessuale (è qui che agisce la teoria della seminatio femminile), adempie al suo debito verso il marito e non è colpevole del di lui «industriarsi». Bouvier pubblica il responso romano, lo adatta, lima le sue tesi in un trattato che conosce molte edizioni: ma continua anche a riflettere. E non molti anni dopo fa un passo avanti, ponendo il problema non più della sola donna, ma della coppia che cerchi in «buona fede» (questo è il perno) di decidere attivamente dell'ampiezza della propria famiglia. La Penitenzieria — che ragiona a partire dalla confessione — avalla Bouvier. La depenalizzazione adotta una logica astratta ed astrusa agli occhi odierni: d'altronde anche i manuali che clinicizzano la sessualità, come la Piccola Bibbia dei giovani sposi redatta nel 1885 dal dottor Montalban, vivono di minute prescrizioni terapeutiche (è da poco stato descritto medicalmente l'orgasmo), di aritmetiche sull'età (mai dopo i cinquant'anni), di considerazioni cronometriche (i tre minuti che ritroveremo nel rapporto Kinsey un secolo dopo). Ma i moralisti, che vivono contro e dentro questa cultura, riescono a guardare ai coniugi come tali, più che ai loro atti.
Ma la loro è una breve primavera. Fra il 1851 e il 1890 entrano in scena nuovi attori: un missionario denuncia all'Indice dei libri proibiti il manuale di Bouvier, colpevole di aver trascurato in un passo la condanna del traffico di schiavi pronunziata dal Papa nel 1839; dom Guéranger (abate di Solesmes, diocesano di Bouvier e iniziatore del movimento liturgico) non parla bene di questo vescovo restio ad accettare le sue tesi sul puro rito romano; sul futuro cardinale Meignan, autore di una memoria passata fra i banchi del Vaticano I che avalla il controllo delle nascite, piovono critiche. E finalmente il Sant'Uffizio si occupa di regolazione delle nascite non più con l'ottica del confessore, ma con quella del teologo. Si prepara così la rivincita, un ritorno rigorista che Langlois scompone minuziosamente, nelle sue sfumature, nei suoi eufemismi, nei giochi per sfruttare la malizia con cui gli anticlericali pubblicano Bouvier quale esempio di «pornografia sacra».
Su questo trend teologico s'inseriscono (negativamente) le scoperte scientifiche, a partire dalla Théorie positive de l'ovulation spontanée pubblicata dal dottor Pouchet nel 1847. La scienza, che dimostra l'inesistenza di una seminatio femminile, spinge i moralisti in campi nuovi: è la scienza che ora prova la peccaminosità della sessualità solitaria femminile e rende più simili per i maschi l'onanismo coniugale e quello «giovanile» incriminato da Tissot. Su questa base nel 1897 verrà condannata ogni ipotesi d'inseminazione artificiale: giacché essa suppone sempre una dispersione del seme fuori dal corpo femminile. Negli anni di spopolamento successivi alla Grande Guerra, questa linea di pensiero tornerà a colpevolizzare la contraccezione della coppia, in qualunque caso e per qualunque causa, con un crescendo che arriverà fino alla Casti Connubii e alla esaltazione della madre che muore per la sua gravidanza.
Cos'era accaduto? Perché in pochi decenni la Chiesa non ascolta il confessionale e sant'Alfonso per diventare rigorista sulla cattedra della legge naturale? Perché rinunciare all'«ascolto dei coniugi» teorizzato da Bouvier (che a differenza di tanti moralisti successivi, non fu mai condannato) per una dottrina largamente disapplicata? Langlois non si sottrae e offre risposte dubitative. È per una simmetria repressiva fra celibato del clero e controllo del talamo? È solo una tappa nel mutar di statuto del corpo femminile, che sta cambiando tutto? È l'effetto di una consacrazione «scientifica» del nesso procreazione-sessualità, che sta ora franando sotto il peso della tecnica? O è un segmento dell'invisibile e decisivo scontro fra Chiesa romana e Chiesa anglicana, ben visibile quando Casti Connubii rifiuta le coeve tesi anglicane e riapparso sia sulla ordinazione delle donne sia sui diritti degli omosessuali alla fine del XX secolo? Ogni tessera fa il mosaico della risposta storica: ma l'esito è chiaro, ed è ecclesiologico. Perché quella che va da Bouvier a Montini non è solo un'onda neorigorista: è l'idea che il Papa non possa astenersi dall'intervenire in queste materie in prima persona, assumendo l'onere di far udire una voce non negoziabile, la cui eco, poi, si rifrange nella complessità della comunione ecclesiale, si distorce nel furbesco opportunismo della politica, si disperde nel silenzio delle coscienze, rimbomba nel vuoto dei confessionali deserti. Le conseguenze sono ancora in corso.
http://www.arcigaymilano.org/dosart.asp?ID=23729
martedì 26 luglio 2005
Anche i PACS nella carta ulivista
Sì di tutti i leader a un testo laico sui valori: intoccabili divorzio ed aborto.Nel documento entra il "terrorismo", escono le "primarie". Compromesso sulla "guerra"
Antonella Rampino - ROMA - Dieci punti che diventano otto, una decina di pagine dattiloscritte invece dello stringato paio di cartelle inizialmente sottoposto da Prodi al conclave di San Martino, ma alla fine il famoso documento dell'Unione, il "manifesto dei valori, la nostra carta d'identità", ha visto la luce. Anche se sarà ufficiale solo stamattina, quando sarà in bella copia, con l'aggiunta di una voce: il capitolo-terrorismo. Entra il terrorismo (la valutazione di Prodi è che occorre tener saldo il legame con le comunità di immigrati, e che l'attentato di Sharm aveva come obiettivo non l'Occidente, ma Mubarak e gli egiziani) ed esce la voce "primarie". Anche per ragioni di "politique politicienne": nel testo c'era un riferimento esplicito al ruolo che il vincitore delle primarie potrà esercitare rispetto al programma. E tra i segretari presenti al vertice, ieri di primo pomeriggio in Piazza Santi Apostoli, c'era chi, come Bertinotti e Pecoraro Scanio, erano già abbastanza irritati dall'essersi trovati una dichiarazione con la quale Prodi precisava che "chi vince decide il programma". Per cui, via quel paragrafo dalla carta d'identità dell'Unione. E, non appena finisce la riunione, Prodi a microfoni spiegati dice che il suo ruolo, a campagna per le primarie aperte, adesso "va gestito con un po' di delicatezza", per "non fare ombra agli altri candidati". La riunione non era cominciata benissimo. Il bozzone al quale avevano lavorato Ricky Levi (per Prodi), Enrico Letta (per la Fed, se così si può dire), Paolo Cento (per i Verdi) ricalcava fedelissimamente la discussione svoltasi a San Martino. E fermo nel testo c'era quel riferimento al fatto che il centrosinistra non toccherà le leggi sull'aborto e sul divorzio, citate a suo tempo da Roberto Villetti come esemplificazioni di quanto poco laico sia lo Stato, nella concezione delle destre. Ma no, son saltati subito su Rutelli e Fabris, che come al solito era in rappresentanza di Mastella, non si può. Il documento va sottoscritto dagli elettori che vogliono votare per le primarie, "così se c'è una suora o un prete che vuol votare per il centrosinistra non lo farà". Prodi s'è detto d'accordo. Ma a quel punto è saltato su Roberto Villetti: vero che nel testo c'è un bel richiamo ai valori della laicità dello Stato (accettato da Rutelli poiché "le parole sono proprio le stesse del richiamo di Ciampi", ha detto il presidente della Margherita), ma "allora bisogna che tu, Romano, quando incontri i giornalisti sottolinei che l'Unione difende la 194". Detto, fatto: "Non menzioniamo nel nostro manifesto la legge sull'aborto perché essa è stata unanimamente confermata come patrimonio dell'Unione". I capitoli in cui il documento sarà suddiviso sono otto, come anticipa lo stesso Prodi: "Costituzione; Europa; Pace, giustizia e libertà; Sicurezza e lotta al terrorismo; Reagire al declino: una nuova economia, una nuova qualità ambientale, una nuova società; Mezzogiorno; Bioetica e temi eticamente sensibili; Nuovi diritti e nuove responsabilità". Quel che Prodi non può anticipare prima della conferenza stampa ufficiale di presentazione è che alla voce "nuova società" ci saranno i Pacs: Rutelli li ha accettati perché li si cita con una allocuzione, "nuove forme giuridiche che regolamentano i diritti civili". Alla sinistra l'allocuzione è piaciuta perché magari, poi, la si potrà ampliare: è così vaga che magari ci potrà scappare anche un riconoscimento per gli omosessuali. Per il capitolo sulla politica economica, e la spinosa questione del rilancio dell'Azienda Italia, si punta a una "nuova sintesi tra più politiche pubbliche e più mercato". E per quel che riguarda pace e guerra si fa riferimento all'articolo 11 della Costituzione. Nella sua interezza: il ripudio della guerra contenuto nella sua prima parte, e anche l'adempimento degli obblighi derivanti dalle alleanze internazionali. Qual è la Nato, che per coinvolgere l'Italia nella cosiddetta guerra del Kosovo ebbe bisogno di emanare un semplice "activation order"
http://www.gaynews.it/view.php?ID=33456