martedì 27 settembre 2005

La madre di un omosessuale scrive a Ruini

La lettera che segue è giunta firmata alla redazione dell'Unità ma per richiesta dell'autrice è stata omessa la firma


Caro Cardinale Ruini,

sono la madre di due ragazzi. Uno è omosessuale. Io e mio marito abbiamo cercato di educare i nostri figli al rispetto del prossimo e all'onestà. La famiglia è al centro della nostra vita. Circa un anno fa mio figlio di 20 anni ci ha detto (non così per caso ma in un momento di forte tensione) di essere gay. È stato un colpo al cuore, perché in quel momento ho visto un ragazzo, dolce e sensibile, fragile e impotente di fronte alle ostilità che avrebbe dovuto subire.

Quelle ostilità che nascono e fioriscono in una società che la pensa come lei (o come il ministro Calderoli, ma questa è un'altra storia). Dopo la rivelazione (meglio dire la chiarificazione diretta che qualche famiglia preferirebbe non avvenisse!) la prima domanda è stata la più scontata (me ne sono accorta dopo): ma ne sei proprio sicuro? «Sì, mamma», è stata la risposta. E ancora: «ho provato ad avere una ragazza (come noi sapevamo) ma poi per onestà ho interrotto la relazione», e ancora «io non volevo essere così» e queste parole mi risuonano continuamente nella mente provocandomi un nodo alla gola. Il suo racconto continua: «ci ho messo quasi otto anni per accettarmi e capire che sono normale».

Ed io pensando alla sua sofferenza non so darmi pace. Vedendo il mio sguardo smarrito ha continuato: «ma io sono quello che voi conoscete, sono così».

La nostra è una famiglia aperta ai problemi del mondo, a tavola si parla di tutto, ma questo è stato un segreto difficile da condividere proprio perché assorbiva il giudizio negativo di quella cultura intrisa di tutti quei pregiudizi che accomunano gli omosessuali alla diversità, ai pedofili, alla prostituzione e al peccato.

Lei non ha figli e non può capire.

L'associazione «Arci Gay» nasce circa 20 anni fa, dopo che due ragazzi omosessuali si suicidarono perché non riuscirono a sopportare le ingiurie della gente (perda un po' di tempo a guardare su internet...) e tanti altri lo hanno fatto ancora. È questo che vogliamo? Perché i nostri figli non possono vivere la loro vita con dignità, compresa quella sentimentale? Perché la sua voce non si alza contro gli stupri, il turismo sessuale, la pedofilia, la violenza dei padri alle loro figlie o alle loro mogli (dentro quelle famiglie che lei tanto invoca), contro la prostituzione minorile indotta da padri, mariti e fratelli! Queste sono le cose che insieme dovremmo combattere! Queste sono le vere cose contro natura! Per non parlare della guerra, che la nostra Costituzione proprio non contempla, ma anche questa è un'altra storia. Mio figlio non vuole vivere la sua vita, relegato agli ambienti gay, vuole potersi esprimere ovunque, frequentare qualsiasi luogo e poter fare qualsiasi lavoro. I gay si sono dovuti organizzare e per non sentirsi sempre emarginati hanno creato luoghi dove si ritrovano fra loro. Ora le cose stanno cambiando. Devono, cambiare! Alcuni luoghi sono aperti a tutti, è così che deve essere: i gay non devono vivere come se fossero dei derelitti della società, ma vivere nella società anche se non sono stilisti o altri personaggi famosi (per questi è più facile essere accettati perché ancora una volta, ipocritamente, la discriminazione più sentita è la ricchezza). Ho ancora qualche domanda da farle: perché devo considerare un mio figlio, figlio di un Dio minore? Perché devo pensare che uno dei miei figli non è normale? In base a quale legge divina o terrena?

Noi abbiamo insegnato ai nostri figli l'amore e il rispetto per l'espressione delle persone senza steccati e limiti per etnia, religione e orientamento sessuale. Mi creda, la Sua è una crociata, anche se secolare, sbagliata. Molti della sua Chiesa non la seguiranno, perché non vivono arroccati come lei in una torre d'avorio. Vivono nelle città e nei paesi. Lavorano e studiano, si divertono e soffrono a contatto con il mondo reale. Hanno amici, figli e parenti gay, quelli che hanno avuto il coraggio di «rivelarsi». Molti altri vivono una vita d'inferno, qui sulla terra, per colpa di tutti quelli che la pensano come lei! Forse il Dio che conosco io non è quello che conosce lei!


http://www.gaynews.it/view.php?ID=34316

domenica 25 settembre 2005

Quel genio che ha messo l'Italia in mutande

di EUGENIO SCALFARI



RICORDO molto bene quella sera del 25 luglio del '43. Avevo diciannove anni e passeggiavo con alcuni amici per il corso di Sanremo quando dagli altoparlanti installati in strada la voce dell'annunciatore scandì con tono ancora mussoliniano la notizia delle dimissioni del Duce e la nomina al suo posto del maresciallo Pietro Badoglio. Fummo tutti presi da un'ondata d'entusiasmo. A un soldatino di leva che passava di lì per rientrare in caserma offrimmo quasi di forza un frappè alla banana.

Solo alcuni anni dopo capii che i gerarchi che avevano votato in Gran Consiglio la sfiducia al Capo e l'appello al Re si aspettavano d'esser loro i protagonisti della transizione dalla dittatura alla democrazia. Dino Grandi pensava che Sua Maestà avrebbe chiamato lui a Villa Savoia per dargli l'incarico. Invece Sua Maestà, detto Sciaboletta, chiamò l'esercito per governare e i carabinieri per arrestare Mussolini. Lungi da me l'idea di confrontare situazioni non paragonabili e personaggi di tutt'altro conio. Ma una ragione c'è per associare alla situazione attuale quella di 62 anni fa: anche Casini e Follini (e in minor misura Fini) hanno operato in questi giorni per mettere fuori gioco Berlusconi pensando di prenderne il posto e portare la Casa delle libertà alla vittoria o almeno ad una decente sconfitta che salvi comunque il centrodestra dalla dissoluzione.

Questo tentativo finora ha partorito, dopo fortissime doglie, soltanto il topolino delle primarie che Berlusconi ha accettato mettendo però subito in chiaro che bisognerà intendersi sulla procedura. Ha anche anticipato che a suo parere si dovrebbero riunire in assemblea tutti gli "eletti" del centrodestra (parlamentari, sindaci, presidenti di Regioni e Province, eccetera) e votare il leader.

Sia questa o un'altra la procedura, poco importa. Lo scontro interno alla Casa delle libertà è stato già derubricato: non più sul nome del leader ma sulle regole con le quali sceglierlo. Gli interessati (Casini e Follini) hanno magnificato questo "topolino" come una vittoria campale della loro tesi.

"Si è passati", hanno detto, "dalla monarchia assoluta alla Repubblica o almeno alla monarchia costituzionale". E gran parte dei "media" hanno fatta propria quest'interpretazione aggiungendo che, quand'anche Berlusconi uscisse vincitore da queste fantomatiche primarie, non sarà più lui ma, appunto, un monarca costituzionale.

Mi permetto di dissentire totalmente.

Quanto al risultato, indipendentemente dalla procedura che sarà scelta, darei la riconferma di Berlusconi al 90 per cento.

Quanto al suo mutamento di immagine lo reputo impossibile al cento per cento. Un Berlusconi riconfermato dopo una competizione con i suoi alleati-avversari sarebbe più forte che mai per regolare i conti all'interno della coalizione.

Penso anche che il centrodestra sia, specie dopo la farsa finale Siniscalco-Tremonti-Fazio, in condizioni disperate, quale che sia l'uomo che ne guiderà le sorti da qui alle elezioni. Il progetto casinian-folliniano di esser loro a guidare la transizione non esiste. Hanno governato insieme, si sono insieme spartiti il potere, hanno votato allineati e coperti le stesse vergognose leggi e quindi - spero - affonderanno insieme. Potrebbe salvarli solo l'uscita immediata dall'alleanza e la presentazione solitaria alle elezioni. Ma questo non lo faranno mai.

* * *

Come non bastasse è tornato in campo Tremonti. Si è fatto perfino pregare.

Figurarsi. Ha posto condizioni. Ha obbligato Fini ad essere il suo principale sostenitore dopo che era stato lo stesso Fini a farlo defenestrare pochi mesi fa. Se la vendetta è un piatto che si mangia freddo, Tremonti l'ha gustato chambré. Forse più gustoso ancora.
Né è mancata l'ambita approvazione del Capo dello Stato, costretto anche lui dall'imminenza della legge finanziaria a fare buon viso a cattivissimo gioco. Perché Tremonti sarà pure un genio, come recita ad ogni cantone Cossiga l'emerito, ma se c'è un responsabile della catastrofe in cui è finita l'economia italiana, questo è lui e non sarà certo la finanziaria 2006 da rattoppare ad alleviare in limine litis le sue responsabilità.

Vorrei brevemente enumerarle affinché i nostri concittadini non dimentichino.
1. Ispirò e avallò la politica del taglio delle aliquote Irpef (puntando soprattutto sullo sgravio dei redditi medio-alti) in una fase recessiva dell'economia mondiale, europea, italiana. Finì come sappiamo: quasi 20 miliardi di euro buttati al vento senza alcun effetto sull'economia.
2. Ingannò fin dall'inizio gli italiani accreditando cifre false sulla pubblica finanza e sul trend della spesa, dell'entrata e soprattutto del Pil, scommettendo su una ripresa data per certa fin dal 2002 e ancora mai avvenuta e non prevedibile neppure nel 2006. Così mentì al Paese e al Parlamento consapevolmente e ripetutamente.
3. Per colmare i disavanzi e il deficit si prodigò nella finanza creativa e nei provvedimenti-tampone una tantum: prestiti bancari concessi da enti e banche pubbliche camuffate da società per azioni e quindi sottratte alla contabilità dello Stato (Ferrovie, Poste, Cassa Depositi e Prestiti).
4. Tentò (ma senza riuscirci) di mettere le mani sulle fondazioni bancarie e quindi sulle banche da poco privatizzate, per ricondurle al potere del governo. Per fortuna Fazio in quell'occasione impedì che il progetto andasse in porto, una delle poche buone cause sostenute dal governatore.
5. Indebolì fortemente l'autorità della Commissione europea sui deficit degli Stati membri con l'obiettivo di riconquistare la sovranità nazionale in materia, causa non ultima dell'impasse in cui si trova l'Unione europea.
6. Fu l'artefice massimo dei condoni d'ogni genere e tipo e quindi degli effetti perversi che essi hanno esercitato sui comportamenti dei contribuenti e sull'andamento delle entrate.

Ci vorrebbe un volume per raccontare i guasti di questo malgoverno dell'economia e della finanza. Se Tremonti è un genio, alla larga da questi geni.

* * *

Dopo di lui, immolato sull'altare della pacificazione con Fini, Berlusconi chiamò Siniscalco. Un tecnico ben preparato, non inviso all'opposizione e tantomeno al mondo accademico e desideroso di tenersi lontano dalle beghe politiche. Sembrò di respirare, ma durò molto poco. Ci si dimenticava che Siniscalco era stato per quattro anni il direttore generale del Tesoro e che tutte le gabole di Tremonti erano nate nella sua mente e transitate dalla sua scrivania.

Non starò a ricordare gli errori compiuti da Siniscalco: le pagine di questo giornale che li hanno di volta in volta analizzati sono ancora fresche d'inchiostro. Ma ne indicherò uno solo, il più macroscopico e il più "doroteo" nel senso che fu adottato nella Finanziaria 2005 perché era il solo modo per far quadrare i conti sulla carta senza dispiacere a nessuno: il tetto del 2 per cento imposto a tutta la spesa pubblica rispetto a
quella dell'anno precedente.

Questa una tantum macroscopica, prevista ora anche per la Finanziaria 2006, non poteva funzionare in mancanza di un monitoraggio capillare e immediato di cui il Tesoro non dispone e la Ragioneria generale neppure.

Infatti non ha funzionato. La Corte dei Conti pochi giorni fa ha reso pubblico lo stato dei fatti. La spesa di quasi tutti i ministeri e i settori ha ampiamente bucato il tetto, sia per la competenza sia per la cassa, con la conseguenza che il debito pubblico è arrivato già al 110 per cento rispetto al Pil e supererà il 111 nel 2006, mentre l'avanzo primario, già falcidiato da Tremonti, è ormai di segno negativo.
Siniscalco merita elogio per le dimissioni di pochi giorni fa. Meglio sarebbe stato se fosse caduto difendendo la sua finanziaria in Parlamento.
Date in anticipo quelle dimissioni hanno piuttosto il sapore d'una fuga.

Comunque, onore al suo (unico) merito.

* * *

Quanto a Fazio, lui sta lì, patella attaccata allo scoglio come ha scritto il Financial Times. Ora ha invocato il Trattato di Maastricht che vieta ai governi e soprattutto al Consiglio dei ministri europeo, d'intervenire sulle decisioni della Banca Centrale Europea.

Questo è semplicemente il gioco delle tre carte. Quel divieto esiste per fortuna ma riguarda appunto il Consiglio dei ministri europeo e i governi nazionali da un lato e la Bce dall'altro. Nessun governo infatti potrebbe censurare Fazio (o qualunque altro membro del direttorio della Bce) per decisioni prese nella Banca ed emesse dalla Banca. Ma non riguarda affatto l'operato di Fazio nella sfera d'autonomia riservata alle banche centrali nazionali. Cioè nella vigilanza sul sistema bancario nazionale che la Bce ha delegato alle banche centrali nazionali.

Fazio comunque se ne andrà dopo aver dato vita ad una sceneggiata di stampo eversivo, incoraggiata dalla complicità del presidente del Consiglio, dalla corrività del Direttorio della Banca e dall'impianto a dir poco barocco delle procedure con le quali è regolata la nomina e la revoca dei governatori.

Se ne andrà con il vanto d'aver difeso l'indipendenza dell'Istituto, ottenuta trascinando l'Istituto stesso in una contestazione irresponsabile che avrà conseguenze proprio su quell'indipendenza che sta a cuore di tutti e che ha rappresentato uno dei pochi punti di forza italiani nell'era inaugurata da Luigi Einaudi e conclusasi con Carlo Azeglio Ciampi. E sarà un'altra partita perduta per il buon nome del nostro Paese in Europa e nel mondo.

Mentre scrivo queste righe arriva la notizia d'una ulteriore dichiarazione di Berlusconi contro Follini e contro le primarie. Se ci volevano altre conferme della friabilità dell'accordo tra i Quattro del governo in carica, essa è puntualmente arrivata. Non è necessaria la preveggenza della Sibilla per capire che la situazione è sfuggita di mano e che il governo galleggia senza bussola e senza stelle.

Meglio, molto meglio, sarebbe stato cogliere l'occasione delle dimissioni di Siniscalco e andare a votare subito.

Meglio per Berlusconi, meglio per la sinistra ma soprattutto meglio per la povera Italia, più che mai "nave senza nocchiero in gran tempesta".

Post scriptum. Le recenti esternazioni del cardinal Ruini hanno provocato a Siena, in occasione d'un forum di parte al quale il presidente della Cei era intervenuto come ospite d'onore, chiassose contestazioni d'un gruppo di studenti favorevoli al "Pacs" (Patto di solidarietà per i conviventi non sposati). Il cardinale ha definito quelle contestazioni una "piacevole interruzione" dimostrando in quest'occasione una buona dose di umorismo di cui gli va dato merito.

Non altrettanto umorismo ha visitato le menti di quanti, naturalmente del centrodestra ma anche del centrosinistra, si sono affrettati a biasimare i chiassosi studenti e hanno porto le loro (non richieste) scuse al cardinale.

Dispiace che tra di essi ci sia stato anche Romano Prodi. Di che cosa si doveva scusare Prodi e tutto il centrosinistra con lui? Il cardinale fa il dover suo quando esprime l'opinione dei vescovi, confortata da quella del Papa, sulla dottrina della Chiesa, sull'etica, sulla famiglia, sulla catechesi, sulla liturgia. Invade invece terreno altrui quando prescrive i comportamenti specifici che non solo i cattolici e gli "uomini di buona volontà" dovrebbero assumere, ma anche le istituzioni dello Stato in occasioni politiche rilevanti: il modo di compilare le leggi, il modo di votare nei referendum, l'esercizio della giurisdizione.
(Vedi a quest'ultimo proposito le critiche che Ruini ha rivolto alle intercettazioni giudiziarie disposte dalle procure italiane).

Di invasioni di campo di questo genere è piena la recente biografia del presidente della Cei. Esse creano inevitabili reazioni non solo dei laici non credenti ma anche nel laicato cattolico più avvertito, che vorrebbe dai propri vescovi più religiosità e meno politica. Ne ha parlato esplicitamente Pietro Scoppola in un'intervista sul Sole 24 Ore che dovrebbe essere attentamente letta e meditata in Vaticano e in Laterano.

Ruini dimentica troppo spesso, mi pare, la differenza profonda che passa tra una Chiesa libera da ogni vincolo e da ogni beneficio e una Chiesa concordataria come quella italiana. È ovvio che i preti e i vescovi abbiano piena libertà di parola ma non è vero che essi siano cittadini italiani come tutti gli altri. Essi godono di vari privilegi tutt'altro che marginali: celebrano matrimoni in qualità di ufficiali di stato civile, hanno insegnanti di religione nelle scuole pubbliche pagati dallo Stato ma scelti e revocabili da loro, ricevono un contributo dell'8 per mille sul reddito dichiarato dai contribuenti e calcolato con modalità che vanno assai oltre alla crocetta apposta dal singolo dichiarante sull'apposito spazio modulistico, ricevono ampio sostegno finanziario e urbanistico per le opere d'arte allocate nelle chiese.

In compenso di questi e di molti altri benefici hanno accettato di lasciare interamente all'autorità civile l'organizzazione politica e legislativa della società, alla quale possono certo far giungere la loro parola d'orientamento ma non la loro precettistica e la loro casistica.

Ai commentatori che suggeriscono di non regalare la Chiesa alla destra mi permetto di far osservare due cose: la Chiesa è pienamente capace di intendere e di volere; se va a destra è lei che lo decide e non qualcuno che gliela regala. E poi, la sinistra dovrebbe scegliere i propri temi e fare le proprie proposte solo dopo aver scrutato il sopracciglio di Ruini, di Sodano e di Fischella?

Forse sarò ottocentesco ma questi ragionamenti non mi piacciono.

(25 settembre 2005)

http://www.repubblica.it/2005/i/sezioni/economia/finanziaria3/geniomut/geniomut.html

sabato 24 settembre 2005

Contestazione a Ruini, il vittimismo dell'Osservatore Romano

La gerarchia cattolica è sempre stata molto abile a negare l'evidenza e cioè che sono gli omosesusali che non hanno diritto di parola e non certo i gerarchi romano-cattolici che appaiono sempre ai tg


RUINI: OSSERVATORE ROMANO, IGNOBILE CONTESTAZIONE

LA VILTA' DELL'IGNORANZA NON RIUSCIRA' A FARCI TACERE (ANSA) - ROMA, 24 SET - ''La vilta' dell'ignoranza. Il coraggio della verita'''. Cosi' l'Osservatore Romano commenta ''l'inattesa e ignobile contestazione'' subita ieri a Siena dal card. Camillo Ruini.

''Una dimostrazione inequivocabile che e' ancora molta la strada da percorrere per giungere ad una autentica cultura del rispetto reciproco. Nello specifico - scrive il quotidiano vaticano - preoccupa che la vilta' dell'intolleranza, contrapposta al coraggio della verita', nasconda una chiara strategia politica di delegittimazione''.

Secondo l'Osservatore, in sostanza, si ''vuole togliere alla chiesa il diritto di intervenire su questioni rilevanti per la vita della societa'. L'obiettivo non e' nuovo. Si era gia' riproposto subito dopo il nostro intervento contro i cosiddetti Pacs e se n'era avuta conferma dopo la prolusione di Ruini al consiglio permanente della Cei''.

L'Osservatore ha anche criticato il ''seguito clamoroso proseguito oggi'' su alcuni organi di stampa. La chiesa che parla in difesa della vita, della dignita' dell'uomo, della famiglia da' fastidio. Ma e' suo dovere farlo. Fa parte della sua missione. E non saranno certo contestazioni di piazza strumentalizzate, non meno strumentali campagna di stampa e prese di posizioni politiche a farla tacere. A farci tacere''.


http://www.gaynews.it/view.php?ID=34271

Omosessualià come malattia: pubblichiamo l'allucinante intervista all'ex 68ino Sorbi

«I gay? Sono malati, noi li curiamo»Viaggio nella struttura cattolica di Milano che vuol "combattere" la diffusione dell'omosessualità
Sorbi, sociologo ed ex-Lotta continua: nel nostro centro li riconquistiamo alla morale.
di Patrizia Albanese


Alla rovescia, beninteso. Se Michael Douglas era finito in terapia per guarire dalla smania di far sesso di continuo, le "Living waters" garantiscono a gay e lesbiche un appassionato ritorno all'eterosessualità. Un cammino indispensabile, poiché Sorbi non ha dubbi: «I gay sono malati e viziosi ». Amen. Le parole di questo sociologo che rimpiange Enrico Berlinguer, ha «votato a favore dell'aborto», ha «fondato i proletari in divisa nell'esercito» e ha «passato una notte in un cesso del Distretto militare di Napoli a discutere di omosessualità con Pier Paolo Pasolini » risuonano come una frustata nel pacifico chiostro del "Rosarium" dei frati francescani di via Pisanello. Nella sala convegni, ieri è partito il primo dei quattro incontri - dedicato a insegnanti e genitori - sulla "Prevenzione e modificazione dei comportamenti a rischio". Sorbi è andato a portare al pubblico - quasi tutti signore, un po' agèe - il saluto del Movimento per la vita ambrosiano, ricordando: «Abbiamo vinto ai referendum sulla procreazione assistita con il 75%, possiamo farcela di nuovo. Dobbiamo diffondere la Verità». Tra i progetti primari di questo ex sessantottino docente all'università europea di Roma - tirato per la giacchetta da Margherita e Forza Italia per una candidatura nel 2006 - non poteva mancare, appunto, «la redenzione degli omosessuali». E mica solo in Italia: «Il progetto "Living waters" è mirato al recupero degli omosessuali su scala internazionale. Aperto anche ad ebrei e ortodossi, perché l'ecumenismo è importante. Non è certo la religione, il discrimine ».

Posto che Paolo Sorbi non scherza come sembra, quando snocciola: «Non esiste una terza razza: essere omosessuali è una malattia», se non è la religione, qual è il discrimine per essere accettati nei "Living waters"? «Semplice, la ragione. La volontà di cambiare, perché si riconosce il male di essere omosessuali» replica questo Savonarola in giacca e cravatta, travestito da simpatico affabulatore di mezza età. Tiene a precisare: «I gay sono dei rompic... tremendi, grondanti problemi psicologici che non esistono.

Se sono felici come stanno, io non voglio far loro alcuna violenza. Ma siccome stanno male e sono tormentati, sempre nel rispetto della libertà di coscienza, se loro vogliono e lo chiedono, creo le condizioni di distruzione a fondo del male». Scusi, chi stabilisce che cosa è male? «C'è una morale naturale, non cristiana. La Storia indica ciò che è bene». Bush, come lo definisce? «Uno pro-life, per la vita». Anche in Iraq? «No comment» replica quando il sangue dell'ex sessantottino, tant'è, riappare. E gli fa dire con convinzione di essere «vicino alla protesta della scuola islamica di via Quaranta». Anzi, di essere «disposto ad andarci e manifestare loro solidarietà se soltanto lo chiedessero al Movimento per la vita ambrosiano». Difficile comprendere la solidarietà agli islamici e non ai gay. «E perché? - domanda il sociologo -. Ho un ottimo rapporto con gli islamici. Non sul dialogo ideologico, ma ad esempio per quanto riguarda la famiglia». Che loro, ad esempio, intendono con trequattro mogli, non proprio seguendo l'etica cristiana. Dribbla: «Ora non più. Le mogli costano. Sulla scuola di via Quaranta, hanno sbagliato perché non sono riusciti a collocarsi su un terreno di non violenza. Si deve accettare la legalità democratica. Loro hanno posto un problema vero, ma gestito malissimo. Noi abbiamo avuto gli stessi problemi con le scuole private cattoliche, ma li abbiamo risolti nella legalità. E ora ci sono le scuole legalmente parificate, che seguono i programmi ministeriali e hanno edifici idonei. Certo che se loro rifiutano di inserirsi nella legalità, come hanno fatto anche le scuole ebraiche, combattono una battaglia persa. Sbagliano il metodo, non hanno mediazione. Tutta colpa della Caritas che dovrebbe dare insegnamenti democratici e non aiuti materiali». Difficile spiegarlo a chi non ha da mangiare, né da dormire... Insiste il sociologo: «Se mancano gli insegnamenti democratici, si sfocia nell'islamismo estremo e nel terrorismo. Che vogliamo tutti evitare ». Almeno quanto i gay che non si pentono. Perché il Movimento per la vita si ostina a definirli malati?

Com'è possibile da parte di una persona con i suoi trascorsi, compresa «una notte a discutere con Pasolini»? Non pensa che i suoi maestri del vecchio Pci si rivolterebbero nella tomba? «Guardi che i nazisti sono quelli che considerano i gay una terza razza, proprio come faceva Hitler» insiste Paolo Sorbi. E ricorda: «Pasolini, che feci entrare di nascosto al Distretto quand'ero militare a Napoli, era travagliatissimo e distrutto moralmente sulla propria omosessualità. Cercava disperatamente la Fede. E sa quanti ce sono come lui? Certamente meno famosi e non in grado di chiedere aiuto apertamente?». Anche a Pasolini disse che era vizioso, come definisce ora i gay? «Fu una discussione molto tormentata». Almeno quanto quella attuale sui Pacs. Contrario anche a quelli? Riemerge il vecchio comunista. Allarga le braccia. Sorride. E sbotta: «Perché mi vuol far litigare col mio amico cardinal Ruini?».


http://www.gaynews.it/view.php?ID=34270

venerdì 23 settembre 2005

Siena, contestato Ruini: "Siamo tutti omosessuali"

Vergogna, vergogna": un gruppo di studenti lo interrompe mentre riceve un premio dalla fondazione Liberal
Il capo della Cei reagisce con ironia: "Piacevole interruzione"
Berlusconi: "Si rispettano le opinioni di tutti, non solo le proprie"



La contestazione a Ruini

SIENA - Fischi, contestazioni e il grido "vergogna" hanno accompagnato la premiazione del cardinale Camillo Ruini, presidente della Conferenza episcopale italiana, da parte della fondazione Liberal a Siena, a Palazzo Chigi Saracini.

Una quarantina di studenti, che avevano preso posto sullo scalone interno del palazzo, hanno cominciato a fischiare e a gridare proprio nel momento in cui Ferdinando Adornato stava consegnando il premio "Liberal Siena 2005". I giovani hanno esposto alcuni striscioni con scritte provocatorie e chiari riferimenti all'ultima presa di posizione di Ruini sui Pacs: "Libero amore in libero Stato", "Vogliamo fare un Pacs avanti nei diritti", "Siamo tutti omosessuali".

La contestazione ha impedito al cardinale di intervenire e l'iniziativa della Fondazione Liberal è stata sospesa. Poi, dopo una decina di minuti di interruzione, il cardinale ha ripreso a parlare, ma prima gli organizzatori hanno dovuto convincere i manifestanti a lasciare il palazzo. Durante la contestazione Adornato ha cercato di ironizzare sulla vicenda, affermando che "in America i fischi valgono come gli applausi".

Con il sorriso sulle labbra, non appena ha ricominciato a parlare, il cardinale ha definito quanto accaduto "una piacevole interruzione". Adornato, invece, ha sottolineato che l'interruzione della manifestazione, causata dai ragazzi, merita "un ringraziamento, perché sono riusciti a manifestare ciò che io ho detto in cinquanta minuti e cioè che quando si abusa della libertà, cala il silenzio". Il cardinale Ruini è stato premiato con una croce stilizzata.

"E' un fatto che mi addolora. Evidentemente erano degli studenti non liberali. Si rispettano le opinioni di tutti, soprattutto quelle che non sono le proprie". Così il premier Silvio Berlusconi ha commentato l'episodio.

Il presidente della Camera Pierferdinando Casini ha espresso solidarietà nei confronti del presidente della Cei parlando di episodio inqualificabile: "Come autorità dello Stato italiano desidero indirizzare a sua eminenza il cardinale Camillo Ruini, la mia più viva solidarietà per l'inqualificabile episodio che lo ha costretto nel pomeriggio a interrompere un suo discorso a Siena per la contestazione e le grida di un gruppo di giovani". Casini ha poi rivolto a tutti un invito alla cautela, con una punta polemica nei confronti di chi contesta la Chiesa: "Temo che questo triste episodio sia uno dei primi frutti avvelenati di una campagna caratterizzata da troppe intolleranze verso la Chiesa".

Dall'opposizione, anche i ds hanno condannato l'episodio, per bocca di Vannino Chiti "Quanto è accaduto a Siena nei confronti del Cardinale Ruini è non solo spiacevole ma del tutto sbagliato. Si possono non condividere le posizioni ma il metodo con cui sostenere opinioni differenti è quello del ragionamento e della discussione, non i fischi, le urla, l'impedimento agli altri di parlare. Senza ingigantire strumentalmente l'episodio, così come mi sembra voglia fare la solita destra nostrana è giusto tuttavia ribadire che la civiltà politica è quella del dialogo".

(23 settembre 2005)

http://www.repubblica.it/2005/i/sezioni/politica/prodipacs/prsi/prsi.html

Il peso dei ricatti

di MASSIMO GIANNINI


SFIANCATO da un'endemica crisi di credibilità pubblica, sfibrato da una drammatica caduta di leadership personale, Silvio Berlusconi rifiuta per l'ennesima volta il gesto che qualunque medico pietoso, al posto suo, avrebbe già compiuto da un pezzo: staccare la spina. Accertare l'avvenuto trapasso politico del suo governo. Non c'era occasione più opportuna e doverosa. Le dimissioni del ministro dell'Economia, alla vigilia del Fondo Monetario Internazionale e del varo della Legge Finanziaria. Un trauma troppo grave, e forse senza precedenti nella storia recente. E invece l'ultima soluzione inventata per tenere ancora in vita questo centrodestra supera i confini dell'accanimento terapeutico. Esce Siniscalco, rientra Tremonti. Come se niente fosse. Senza un passaggio istituzionale e un dibattito parlamentare.

Senza che il premier si presenti davanti alle Camere, a spiegare al Paese quello che è successo. E magari a chiedere anche un nuovo voto di fiducia per una squadra scassata che cambia formazione per la tredicesima volta in quattro anni.

L'orologio della vicenda politica italiana, così, torna indietro di quindici mesi. Allora gli alleati della Cdl imposero al governo e siglarono con Fazio il loro patto scellerato: salvare il governatore e scaricare Tremonti. Oggi, quegli stessi alleati rompono il patto con Fazio e ne sovvertono i termini: defenestrare il governatore e riabilitare Tremonti. Nell'illusione irresponsabile che tutto possa tornare come prima. E invece non è così. Il successore di Siniscalco, adesso, può legittimamente cantare vittoria. E godersi un risarcimento politico postumo ma assai rilevante, che gli deriva dal riconoscimento di un torto subito e dal richiamo collegiale da parte degli stessi "congiurati" che a suo tempo lo tradirono. Ma in mezzo a questi quindici mesi c'è un altro anno buttato via. C'è una maggioranza dilaniata, che ha sacrificato al conflitto di coalizione tempo e risorse utili alla crescita della nazione. C'è un'economia affannata, che avrebbe avuto bisogno di riforme e invece ha conosciuto solo immobilismo. C'è un'opinione pubblica stanca, che chiedeva stabilità e sicurezze e ha ottenuto in cambio solo rissosità e nefandezze.

Può darsi che dal punto di vista del Polo (o di quel che ne rimane) la "riassunzione" di Tremonti al ministero dell'Economia sia la scelta meno rischiosa. L'uomo capisce fin troppo di economia, essendo stato l'inventore della finanza creativa. Ha un indubbio spessore politico sul piano interno. Gode di uno standing riconosciuto sul piano internazionale. Offre anche, sulla carta, garanzie al presidente della Repubblica Ciampi, preoccupato come non mai dal destino incerto di una delle manovre economiche più complesse degli ultimi dieci anni. Ma per compiere questa scelta, Berlusconi ha dovuto pagare almeno due prezzi. Uno più salato dell'altro.

Il primo prezzo riguarda proprio Fazio. Dopo aver biascicato parole vuote alternate a imbarazzanti silenzi, alla fine il premier è stato costretto ad esprimere quel concetto elementare che, per tre lunghi mesi e per ragioni insondabili, si è sempre rifiutato di pronunciare: il governatore della Banca d'Italia non gode più della fiducia del governo. Era quello che gli aveva chiesto inutilmente Tremonti un anno fa. Era quello che gli ha ripetuto inutilmente Siniscalco in queste ultime settimane. Berlusconi lo ha negato a entrambi, sfiduciando loro invece che Fazio. Oggi, sotto il ricatto incrociato di An e dell'Udc, glielo concede. Ma lo fa nelle condizioni peggiori.

Questo è esattamente l'aut aut che gli ha posto lo stesso Tremonti, stavolta con il supporto incrociato di Fini e Follini: l'ex ministro può rientrare, ma solo a costo di una sconfessione pubblica del governatore. Così la mossa del Cavaliere risulta anche tardiva. Se l'avesse fatta un mese fa, avrebbe risparmiato questa nuova, drammatica convulsione alla sua maggioranza.

Avrebbe evitato questa ulteriore, miserabile figura davanti al mondo. Si sarebbe tenuto stretto il suo ministro dell'Economia, rafforzandolo in vista delle forche caudine della legge di bilancio. Non l'ha fatto, e ha preferito cadere e trascinare tutti in questo abisso. A questo punto viene quasi il sospetto che proprio Siniscalco fosse diventato un inciampo, sulla via disperata e dissipatoria scelta da un centrodestra in declino inarrestabile. Una Finanziaria elettorale, che serve a recuperare consensi molto più che a risanare i conti, non può garantirla un ministro tecnico, abituato a rispondere più ai mercati che ai partiti.

Il secondo prezzo che oggi paga il Cavaliere è probabilmente più caro. E per lui sicuramente più doloroso. Per mettere una pezza a colori sul buco aperto da Siniscalco, e per dare via libera al ripescaggio di Tremonti, Udc e An hanno alzato la posta oltre il limite finora conosciuto, in questo centrodestra rigorosamente costruito sulla biografia dell'uomo di Arcore. Follini ha osato dire in conferenza stampa, seduto a fianco al premier e davanti alle telecamere delle sue tv, che "Berlusconi non è il candidato migliore" per la sfida elettorale del 2006. E insieme a Fini, gli ha estorto l'impegno a lanciare le primarie anche nel centrodestra, per scegliere il futuro leader da contrapporre a Prodi. È un evento storico. Per certi versi epifanico.

Cade l'Impero berlusconiano. Cade la mistica dell'unto del Signore. La sovranità del Cavaliere, attinta in questo decennio dalla fonte esclusiva del suo indiscutibile carisma e del suo inesauribile denaro, torna nelle mani dei cittadini-elettori. Cioè torna là dove deve stare secondo le regole della democrazia popolare, e non dove era stata trasferita in questi cinque anni di autocrazia populista. E così, per cercare di rimettere in piedi le macerie della Casa delle Libertà, Berlusconi è costretto a profanare il suo tabù.

A pensare l'impensabile. Lui, il "monarca rivoluzionario" che scende dal trono di Palazzo Grazioli. Lui, l'"antipolitico modernizzatore" che corre alle primarie, come un politico qualsiasi. In competizione con gli amici-nemici Fini e Casini. Una prospettiva innaturale, per un personaggio abituato a pensarsi sempre come "altro", rispetto alla cultura e alla tradizione repubblicana di questo Paese.

I prossimi giorni ci diranno se questa disperata terapia della sopravvivenza che la Cdl ha somministrato a se stessa funziona. Oppure se è solo un'altra tappa, a questo punto sicuramente l'ultima, verso un epilogo rovinoso. I segnali sono contraddittori, e per nulla confortanti. Se per la maggioranza i passaggi concordati ieri sembrano avere una qualche tenuta dal punto di vista della sua "meccanica", le parole sparse pronunciate dai leader dimostrano che il compromesso non regge dal punto di vista della sua politica.

Lo stesso Berlusconi, nei suoi sfoghi notturni ai microfoni di Porta a porta, mette già le mani avanti, e chiarisce che per lui, le primarie, sono in realtà le "assemblee degli eletti". Un altro trucco, che ha riacceso subito lo scontro con i centristi: se a scegliere il futuro premier del centrodestra fossero solo i parlamentari, i governatori regionali e i sindaci del Polo, l'esito del voto sarebbe già scontato, e sarebbe, di nuovo, un altro plebiscito per il Cavaliere. E per un'An e un'Udc che si accontentano della staffetta al ministero dell'Economia e del downgrading imposto al premier, c'è già una Lega pronta a salire sulle barricate, per difendere Fazio e per affossare le primarie. Altri nove mesi così, e alle elezioni del 2006, insieme alla Cdl, ci arriva morta anche l'Italia.

(23 settembre 2005)

http://www.repubblica.it/2005/i/sezioni/economia/finanziaria2/masgian/masgian.html

Prime pagine dei giornali di oggi: anche da destra critiche al premier


















giovedì 22 settembre 2005

Milano, il Policlinico conferma "Non accettiamo donatori gay"

Un uomo non aveva potuto donare il sangue. Ora l'ospedale rilancia: "Cambieremo le regole solo se costretti dal ministero"



MILANO - Nonostante le polemiche, il Policlinico di Milano continua a non accettare il sangue dei gay. Con un comunicato della direzione, il Centro trasfusionale e di immunologia dei trapianti ha annunciato che "per tutelare la salute dei pazienti", manterrà il suo protocollo di sicurezza che non ammette la donazione di maschi che abbiano avuto rapporti con uno o più soggetti dello stesso sesso.

Il protocollo sarà cambiato solo in caso di disposizione "generale, precettiva e vincolante" del ministero, come spiega il comunicato: "In riferimento alla richiesta del ministero della Salute di modificare il protocollo di ammissione alla donazione di sangue in uso presso il Policlinico di Milano, la Direzione del centro trasfusionale ha inviato una relazione al ministro Storace, nella quale vengono precisate le ragioni che giustificano la decisione, in conformità con le procedure della maggior parte dei sistemi trasfusionali europei e non europei, perché è ad alto rischio".

Il caso era nato dalla denuncia di un uomo che si era visto rifiutare la possibilità di donare il sangue dopo aver dichiarato di essere gay. Il Policlinico giustifica e rilancia la sua decisione: "Questa scelta non ha alcun intendimento discriminatorio, deriva dal primario dovere del medico di tutelare la salute dei pazienti".

Così il Policlinico non cambia le regole, paventando il rischio troppo alto di sangue infetto: "In considerazione delle gravi conseguenze che potrebbero derivare ai pazienti trasfusi se il protocollo fosse modificato, conseguenze rappresentate primariamente dall'infezione da Hiv e dai virus dell'epatite, nonchè delle responsabilità dei medici, confermiamo la validità dei protocolli da lungo tempo adottati, augurandoci che questa posizione sia condivisa dal ministro, nel superiore interesse dei pazienti".
(22 settembre 2005)

http://www.repubblica.it/2005/i/sezioni/cronaca/gaymi/confermapoli/confermapoli.html

Il governo è finito

di EZIO MAURO


È l'ultimo atto di un'avventura politica che sta correndo verso la sua fine. Una fine che rischia di travolgere la credibilità del Paese, insieme con un governo che ormai la sua credibilità l'ha consumata da tempo.

Nello sfacelo della maggioranza, c'erano almeno quattro focolai di crisi, accesi tutti insieme: una finanziaria allo sbando, una legge elettorale ambigua, una devolution pericolosa e il caso Fazio a giganteggiare nella sua evidente anomalia, trasformata giorno dopo giorno in una prova concreta di impotenza della leadership berlusconiana, davanti al potere extra-repubblicano che teneva in piedi il Governatore oltre ogni decenza.

Per funzione, prima ancora che per convinzione, il ministro del Tesoro era stato l'unico (dopo Tremonti davanti allo scandalo Cirio e Parmalat) a insistere nel dire che il Governatore doveva andarsene, perché col discredito accumulato danneggiava gravemente l'Italia.

Il Capo del governo per più di un mese è stato incapace di assumersi la responsabilità che gli compete, pronunciando le parole necessarie e sufficienti per riportare alla normalità una crisi istituzionale gravissima: il Governatore non gode più della fiducia del governo.

Davanti all'ambiguità colpevole del Presidente del Consiglio, che rafforzava il potere immateriale di Fazio mentre indeboliva l'Italia, il ministro del Tesoro non poteva ormai fare altro che dimettersi. Lo ha fatto davanti ad un assalto elettorale alla Finanziaria da parte della maggioranza e, soprattutto, davanti alla conferma che Fazio sarà domani a Washington, a rappresentare la Banca d'Italia di fronte a un'istituzione che la mette sotto accusa clamorosamente. Fazio sarà al FMI perché il governo non ha avuto il coraggio di fare il suo dovere sfiduciandolo, e dunque ha implicitamente sfiduciato Siniscalco. Come Tremonti, anche il suo successore si dimette. Fazio, nel momento della sua maggiore debolezza, è dunque più forte di due ministri della Repubblica.

Ma proprio questo rivela la fragilità politica del governo, che in pochi mesi perde il secondo ministro dell'Economia, dopo aver avvicendato tre ministri degli Esteri e due ministri degli Interni. Deve essere chiaro a tutti gli italiani che la responsabilità di questa crisi è di Silvio Berlusconi, e della sua incapacità di reggere la responsabilità del governo. Anche se mancano pochi mesi alla fine della legislatura e solo otto giorni alla presentazione della Finanziaria, Berlusconi deve andarsene. Un passaggio tecnico garantisca l'approvazione della manovra. Poi si vada al voto, per salvare il salvabile e chiudere finalmente questa sciagurata avventura.


(22 settembre 2005)
http://www.repubblica.it/2005/i/sezioni/economia/finanziaria/govfinit/govfinit.html

Liti su Fazio e manovra, Siniscalco lascia

Il premier pensa all’interim, ma c’è l’ipotesi Tremonti. Fatale l'ultimo scontro con il governatore della Banca d'Italia


ROMA - Dissenso su «quasi» tutto. Domenico Siniscalco ha rassegnato ieri le sue dimissioni da ministro dell’Economia. Con una lettera a Silvio Berlusconi, ieri pomeriggio, dopo un lungo colloquio con il premier e il sottosegretario alla Presidenza, Gianni Letta, al quale sono seguiti in serata numerosi contatti tra i leader della maggioranza. Attaccato dalla
Domenico Siniscalco (Reuters)
Lega Nord e dall’Udc per la posizione durissima presa contro il Governatore della Banca d’Italia, poi sulla Finanziaria, sempre dall’Udc e dalla Lega, il tecnico Siniscalco ha gettato la spugna. È il secondo ministro dell’Economia a rimettere l’incarico nel corso della legislatura. Prima di lui era successo a Giulio Tremonti, ora accreditato per la sua successione. A meno che, come già accaduto, il ministero non sia assunto ad interim da Berlusconi. Magari con deleghe operative al viceministro Giuseppe Vegas, e un incarico di rappresentanza internazionale allo stesso Tremonti.
Le voci di dimissioni si erano rincorse per tutta la giornata, e per il vero erano state smentite in tarda serata dallo stesso Siniscalco. Tanto che aveva scelto di passare la serata fra amici a guardare in televisione la partita Roma- Parma. Non è andata, invece, come il tecnico Siniscalco, ieri retrocesso a semplice «ragioniere» dal ministro leghista Roberto Calderoli, pensava che potesse risolversi l’ennesima bufera politica.
L’ultimo scontro con il Governatore gli è stato fatale, come lo era stato per il suo predecessore Tremonti. Forse ancor di più dell’ostilità di una parte consistente della maggioranza alla Finanziaria. E del mancato appoggio da parte del premier, che ha vissuto quasi con fastidio molte iniziative di Siniscalco. Dalla determinazione con cui ha attaccato Fazio, per finire con la vicenda della Rai. Resta adesso da capire se Siniscalco andrà o meno a Washington per il Fondo Monetario. Le dimissioni sono state formalizzate a Berlusconi, ma non tutto è ancora chiaro. Devono essere accettate, e c’è da considerare l’atteggiamento che potrebbe avere il Quirinale, nell’imminenza della legge finanziaria, alla cui presentazione in Parlamento mancano appena otto giorni.
Mario Sensini

martedì 20 settembre 2005

Ciampi celebra Porta Pia, la ferita mai cancellata

Il capo dello Stato: "Il 20 settembre si compie il sogno risorgimentale"
Il messaggio dopo le polemiche sollevate da Ruini sulle coppie di fatto



Carlo Azeglio Ciampi

ROMA - "Mentre cantavamo tutti insieme l'Inno di Mameli, il mio pensiero è corso alla data di oggi, 20 settembre, e ho ricordato che il 20 settembre del 1870 Roma divenne capitale dell'Italia unita, e fu il compimento del sogno Risorgimentale". Con queste parole, pronunciate al Vittoriano durante la cerimonia di inaugurazione dell'anno scolastico, trasmessa in diretta tv, Carlo Azeglio Ciampi ha voluto celebrare quest'anno l'anniversario della Breccia di Porta Pia.

Un gesto che ha suscitato non poche perplessità nel mondo politico. In molti si sono chiesti se ci sia una simbologia dietro questa scelta, se il capo dello Stato abbia voluto mandare un messaggio preciso e farlo cadere nel dibattito di questi giorni. Il richiamo a uno degli episodi più drammatici dello scontro tra truppe piemontesi e truppe papaline, ha fatto pensare che Ciampi volesse ribadire la laicità dello Stato e frenare le ingerenze del Vaticano sulle scelte della politica. Messaggio ancora più esplicito dopo la condanna dei Pacs del cardinale Ruini di ieri e la battaglia della Chiesa contro le unioni di fatto.

Il capo dello Stato ha anche inviato una corona d'alloro a Porta Pia, in memoria dei 49 bersaglieri che persero la vita per aprire la "breccia". Una corona che si aggiunge a quella che i radicali italiani depongono ogni anno in ricordo di quei caduti.

Quella pagina di storia patria, lo scontro sanguinoso fra bersaglieri piemontesi e zuavi papalini per occupare Roma, rievoca una antica ferita nei rapporti fra l'Italia risorgimentale e lo Stato pontificio, che per lungo tempo tenne i cattolici fuori dalla vita politica dello Stato unitario. Perciò, con fair play istituzionale, di solito non viene ricordata.
La ferita fu sanata del tutto, ufficialmente, l'11 febbraio 1929 dai Patti Lateranensi, dopo i quali Pio XI fece cessare la clausura volontaria dei pontefici. Ma una piccola minoranza di irriducibili papisti anti-risorgimentali tiene il punto e ogni anno viene celebrata una messa in suffragio dei 19 soldati di Papa Pio IX caduti sotto l'offensiva dei bersaglieri guidati dal generale Cadorna. Una messa in latino, della quale si parlò molto nel 1999, quando vi partecipò il governatore di Bankitalia Antonio Fazio, su invito del principe Sforza Ruspoli.

Per questo in molti si sono chiesti: perché Ciampi ha celebrato Porta Pia? L'impressione è che il presidente abbia voluto ricordare Porta Pia dopo aver seguito sui giornali le polemiche dei giorni scorsi.

Del resto il capo dello Stato aveva riaffermato le radici laiche dello Stato anche lo scorso giugno al Quirinale, ricevendo Papa Benedetto XVI. Quindi niente a che fare, secondo questa versione, con la lettura dei giornali di oggi.

Comunque, secondo il ministro Buttiglione, se Ciampi ce l'aveva con Ruini, il suo è stato un riferimento "sfumatissimo" e condivisibile da ogni buon cattolico.

Apprezzamento per le parole di Ciampi è stato espresso dal segretario dei Radicali Italiani Capezzone e da Marco Pannella, dal Ds Luciano Violante ("Indipendentemente da quanto ha detto il cardinale Ruini, è un forte richiamo alla laicità dello Stato"), da Franco Giordano (Prc), e da Gianfranco Pagliarulo (Pdci).

(20 settembre 2005)

http://www.repubblica.it/2005/i/sezioni/politica/parlaciampi/parlaciampi/parlaciampi.html

Neanche il Polo crede alla rimonta, credibilità di Berlusconi a picco

di ILVO DIAMANTI



È rischioso dare per scontato l'esito di una consultazione che avverrà fra qualche mese. Molte cose possono avvenire, prima di allora. Senza dimenticare che, più dei voti, contano i seggi. E la conversione dei voti in seggi dipende da leggi elettorali che possono cambiare, come ci rammentano le iniziative politiche dell'ultima settimana. Tuttavia, le stime fornite dai sondaggi, realizzati da tutti i principali istituti demoscopici (per ultimo, l'Ispo di Renato Mannheimer) spingono gli osservatori, oltre ai protagonisti politici, a sbilanciarsi nelle previsioni tanto chiaro e netto risulta il vantaggio a favore del centrosinistra.

Un dato confermato anche dall'indagine dell'Atlante politico di Repubblica, condotta da Demos-Eurisko nei giorni scorsi, che, nelle intenzioni di voto degli italiani, vede l'Unione prevalere del 7,5% nel proporzionale; di oltre il 9% nel maggioritario. Una misura ampia e pressoché stabile, negli ultimi mesi. Sottolinea che la maggioranza di governo oggi è minoranza fra i cittadini. Questa tendenza ha cause note.

Anzitutto, la delusione, diffusa nella società e nella stessa base elettorale del centrodestra. Un atteggiamento che viene da lontano. D'altronde, non è da ieri che il centrodestra, nelle stime di voto, è superato dal centrosinistra. Solo che, fino a un anno e mezzo fa, appariva in svantaggio soprattutto nel maggioritario, per la difficile coesistenza fra le diverse formazioni - e opinioni - politiche presenti nella Cdl. Nel proporzionale, invece, "teneva", anche se con crescente difficoltà. Non a caso, alle elezioni europee del 2004, dove si vota con il proporzionale, i due schieramenti si erano equivalsi (anche se il centrosinistra aveva, comunque, recuperato in modo significativo, rispetto al 1999). In seguito, però, i sondaggi hanno rilevato il progressivo calo dei consensi per il centrodestra anche nel proporzionale.

Così, il centrosinistra è passato in vantaggio,
stabilmente, sia nel maggioritario sia nel proporzionale. Una tendenza resa evidente non dai sondaggi, ma dal voto reale, alle elezioni regionali di aprile. Dove il centrodestra ha perduto sia nel calcolo dei presidenti eletti, sia conteggiando il voto ai partiti.
La prima causa di questo andamento, dal punto di vista dell'analisi elettorale, è costituita dal crollo di Forza Italia. Aveva sfiorato il 30% alle elezioni politiche del 2001 (e il 25% alle europee e alle regionali degli anni precedenti), è scivolata al 18%, secondo il sondaggio di Demos-Eurisko. Un dato inferiore a quello, mediocre, ottenuto alle regionali. Gli alleati (si fa per dire...) della Cdl, invece, confermano il risultato conseguito alle regionali. Alcuni migliorano (An e Udc), altri (Lega) scendono di poco. Senza, tuttavia, drenare le perdite della coalizione. La loro affermazione rende, anzi, più ardua la coabitazione.

Perché, se la colla fornita da Fi diminuisce di consistenza, allora i pezzi del puzzle appaiono incapaci di stare insieme, incastonati nella stessa cornice. La debolezza del partito network, peraltro, rende difficile la comunicazione fra il governo e la società.
Alla base del calo dei consensi a Fi c'è la crisi di credibilità di cui soffre la sua principale, ormai unica, fonte di identità. Il Presidente; il premier Silvio Berlusconi. L'indagine dell'Atlante politico mostra, infatti, come, nei suoi confronti, esprima fiducia il 32% dei cittadini (intervistati). Si tratta del livello più basso, da un anno a questa parte. Fra i leader del centrodestra, lo superano, largamente, Fini e Casini, mentre Follini e perfino Bossi lo affiancano. Il fatto che anche Prodi, per grado di fiducia, fra gli elettori di centrosinistra sia superato da altri leader (Veltroni e Fassino), non ridimensiona il deficit di consenso del premier. Perché Prodi ottiene, comunque, un consenso personale superiore al presidente del consiglio. Perché, inoltre, contrariamente a Berlusconi, egli è, comunque, riconosciuto dagli elettori dell'Unione come candidato indiscusso, alla presidenza del consiglio.

Perché, infine, Berlusconi non è un capo-condominio, ma il padrone di casa. Il proprietario. E mal sopporta, per questo, un sostegno dimezzato dai suoi elettori.
La crisi della leadership, di Fi e del centrodestra, tuttavia, richiamano, nell'insieme, quel clima di delusione, cui abbiamo fatto riferimento. Quel disincanto, che da sottile si è fatto via via più greve e pesante. Un malessere endemico. Una bruma grigia, che si è depositata nella società. E oscura ogni orizzonte: lontano e vicino. A livello economico, di sicurezza; in ambito nazionale e familiare. Non ci credono più, i cittadini, che qualcosa possa cambiare in meglio. Non credono più alla diminuzione delle tasse, alla ripresa dei mercati e del sistema produttivo. Neppure alla crescita degli occupati (o al calo dei disoccupati). Nonostante le statistiche registrino una - seppur timida - ripresa. Non se ne accorgono, gli italiani. Ascoltano, disattenti, i discorsi dei ministri e del premier. Raccolgono, diffidenti, le notizie che giungono dai mercati e dalle borse. Perché troppe volte Pierino ha gridato "Al lupo!". Adesso non gli credono più. Hanno perso la fiducia. E la fiducia, in politica, è tutto...

Per cui la maggioranza rischia di non ricavare i benefici attesi neppure da iniziative istituzionali estemporanee. Come il recente progetto di riforma elettorale, delineato dall'Udc. Un singolare caso di proporzionale-maggioritario, che dovrebbe garantire rappresentanza ai partiti, rispettandone l'autonomia e il peso reale, ma impone loro di allearsi preventivamente e ripropone il meccanismo, tipicamente maggioritario, del premio di maggioranza... Tuttavia, per quanto favorisca il centrodestra, non è detto che ne garantisca la vittoria. Non solo perché, se la riforma passasse, probabilmente i piccoli partiti del centrosinistra troverebbero un antidoto allo sbarramento del 4%. Aggregandosi fra loro, oppure con i partiti maggiori. Ma anche perché, se le tendenze elettorali dell'ultimo anno si confermassero, il centrodestra rischierebbe, comunque, di perdere. Come lascia intendere questa indagine.

Perché, infine, è passata fra la gente l'idea che si tratta di una legge "ad personam", costruita dalla Cdl su misura delle proprie specifiche esigenze. Come emerge dal sondaggio dell'Atlante politico (ma anche un recente sondaggio di Ipsos per Ap. Com). E, per questo, appare un ulteriore segno di vulnerabilità. Un'ammissione di debolezza. Un messaggio sconfortante e sconfortato.

Così, questa lunga vigilia che precede il voto del 2006 ricorda una gara di cui si conosce, con largo anticipo, il risultato. Vincitori e vinti. I quali, già oggi, si comportano come tali. Il centrosinistra: sicuro di vincere e - anche per questo - perfino un po' "antipatico" (come suggerisce Luca Ricolfi, in un saggio pubblicato di recente da Longanesi). Il centrodestra: rassegnato; e "apatico". Ma la campagna elettorale è ancora lunga. E, dopo la lezione del voto tedesco, conviene coltivare la virtù della prudenza, al centrosinistra. Per vincere le elezioni, oltre ai sondaggi.

http://www.repubblica.it/2005/i/sezioni/politica/versoelezioni/rimopolo/rimopolo.html

Nuova legge elettorale? Vince l'Unione. Vantaggio di 9 punti

Nel sondaggio Demos-Eurisko si aggrava il senso della crisi
Per il 53% il bilancio familiare non "tiene" più
di ROBERTO BIORCIO
FABIO BORDIGNON


Si inizia a percepire il clima della campagna elettorale. Diminuiscono gli incerti e si profilano con maggiore chiarezza gli orientamenti di voto. Emerge ancora un vantaggio significativo a favore dell'Unione: oltre 9 punti al maggioritario, 7 e mezzo al proporzionale. E, d'altra parte, la proposta avanzata dalla Casa delle libertà di un ritorno al sistema proporzionale trova un consenso molto ridotto nell'elettorato. Sono i principali risultati proposti dal 4° Atlante Politico, realizzato da Demos-Eurisko per la Repubblica.

Si confermano ancora oggi, e in parte si accentuano, una serie di tendenze già rilevate nell'ultimo anno. Le valutazioni dei cittadini descrivono un quadro fortemente negativo, che si ripercuote, i nevitabilmente, sul consenso verso l'esecutivo. Quasi 9 persone su 10 si dicono insoddisfatte di come vanno le cose in Italia (86%). E l'economia rappresenta, indubbiamente, uno dei principali tasti dolenti: il bilancio familiare "tiene" ancora per una maggioranza, ormai risicata, della popolazione (53%, contro il 61% di gennaio); ma sempre meno persone intravvedono segnali di ripresa per quanto concerne l'economia nazionale (20%).

L'indice di gradimento per l'operato del governo, di conseguenza, è ulteriormente sceso negli ultimi 12 mesi: da oltre il 40% di inizio anno, all'indomani delle regionali era scivolato sotto il 30%, per toccare, oggi, il valore più basso: 27%. Appena il 32% degli intervistati, inoltre, dà la sufficienza al presidente del Consiglio: un dato che colloca Berlusconi in fondo alla lista di gradimento dei politici, assieme a Bossi e Follini. Grande, tuttavia, è la distanza da altre due figure del centro-destra: Casini e, in particolar modo, Fini (55%). I consensi verso il ministro degli Esteri, che si estendono ben oltre i confini del suo partito, sembrano insidiare la leadership di Berlusconi. L'elettorato della Cdl, infatti, appare diviso nella scelta del candidato "ideale" per le politiche 2006: se il 34% confermerebbe l'attuale premier, il 32% chiede che la guida passi al presidente di An.

La situazione, sull'altro versante dello spazio politico, appare assai diversa. Gli italiani, pur mantenendo un atteggiamento critico nei confronti dell'opposizione, formulano un giudizio più benevolo (33%) rispetto a quello assegnato al governo. Inoltre, il leader della coalizione ottiene un livello di apprezzamento che lo colloca in posizione mediana, nella graduatoria dei politici. Il suo ruolo in vista dei prossimi appuntamenti elettorali, peraltro, non viene messo in discussione dall'elettorato di centro-sinistra: con il 35% delle preferenze, Prodi distanzia nettamente gli altri esponenti della coalizione.

L'avvicinarsi delle consultazioni politiche, oggetto di attenzione crescente da parte dei media e nel dibattito pubblico, modifica, in parte, i riferimenti per le scelte di voto. Si comincia a percepire il clima della futura campagna elettorale. Cresce, quindi, la disponibilità a dichiarare il voto (i rispondenti passano dal 73 al 79% per il maggioritario, dal 55 al 61% per il proporzionale). Sembra un po' dissolta la fase di disorientamento e di sbandamento dell'elettorato di centro-destra, registrata dopo le elezioni regionali. Le aspettative di vittoria del centro-sinistra alle prossime elezioni politiche si sono ridotte rispetto al mese di maggio, anche se restano più del doppio rispetto a quelle della Cdl. Fino all'estate scorsa gli orientamenti elettorali apparivano influenzati soprattutto dalla delusione (ancora in aumento) verso il governo Berlusconi. In prossimità delle elezioni nazionali (caricate di aspettative e di significati di più ampio respiro), le scelte tendono a legarsi maggiormente alle identità politiche e culturali, che possono mettere tra parentesi il giudizio sulle performance del governo. La diminuzione del numero degli incerti, quindi, ha ridotto lievemente il distacco fra l'Unione e la Casa delle libertà. Si possono rilevare, poi, alcuni interessanti mutamenti interni alle coalizioni.

Crescono, in particolare, i consensi per i Ds, nel centro-sinistra, e quelli per Alleanza nazionale e la Lega, nel centro-destra. La proposta di abbandono dell'attuale sistema maggioritario, per passare a un sistema proporzionale, sembra trovare scarso sostegno nell'opinione pubblica (19%) e risulta poco condivisa anche tra gli elettori di centro-destra e della stessa Udc. Gli attuali orientamenti di voto, inoltre, darebbero all'Unione la possibilità di vincere (per un soffio) anche in presenza di una nuova legge elettorale di tipo proporzionale (con premio di maggioranza). La partita sarebbe, però, molto incerta, e l'esito dipenderebbe anche dal successo delle possibili aggregazioni tra i piccoli partiti.





http://www.repubblica.it/2005/i/sezioni/politica/versoelezioni/unionetesta/unionetesta.html

sabato 17 settembre 2005

PACS, Grillini a Rutelli: non si cominci a giocare al ribasso

NON E' POSSIBILE GARANTIRE I DIRITTI COME QUESTIONE PRIVATA

Il Pacs e' gia' una mediazione, al di sotto non c'e' la garanzia di diritti''. Con queste parole Franco Grillini (Ds), commenta la lettera di Francesco Rutelli pubblicata sul sito ufficiale dei Dl (www.margheritaonline.it).

Al leader della Margherita, che e' intervenuto sul tema delle 'unioni civili' lanciando l'idea del 'Ccs', contratti privati di convivenza solidali, Grillini replica che ''non e' una questione di nome, anche se al nome 'Pacs' siamo affezionati. E' un acronimo che e' stato coniato in Francia, dove funziona. Noi che non siamo nazionalisti non abbiamo nulla in contrario ad usarlo anche in italia''.

''Il Pacs e' gia' una mediazione della mediazione, al di sotto di questo c'e' solo la rinuncia'', commenta Grillini. E aggiunge: ''Noi ci siamo battuti perche' quello dei Pacs sia non il tema, ma uno dei tanti temi di questa campagna elettorale, e perche' ci sia una posizione chiara''.

E poi e' possibile garantire diritti attraverso contratti privati? ''Non so se Rutelli si sia consultato con qualche giurista - osserva il Presidente onorario di Arcigay - ma non credo sia possibile garantire diritti come una questione tra privati. Se si garantiscono si devono garantire pubblicamente.

Se vado a trovare una persona cara in ospedale e non sono parente - conclude - un contratto privato non mi aiuta''.


http://www.gaynews.it/view.php?ID=34154

PACS, Rutelli propone di sostituirlo con i CCS privati

Con un intervento sul sito della Margherita, citando un sondaggio sbagliato di Repubblica, Rutelli propone di ridurrei diritti delle coppie di fatto a questione "privata". Di seguito la lettera


Intervento di Francesco Rutelli sul tema delle “unioni civili”
Sì a Contratti di Convivenza Solidale, no a figure matrimoniali o simil-matrimoniali



Il dibattito sulle “unioni civili” deve servire a fronteggiare e migliorare alcune difficili situazioni sociali e umane, ma non deve diventare un tormentone estraneo alle attese fondamentali degli italiani. Altrimenti, chi intendesse farne una bandiera della campagna elettorale si misurerebbe con un consenso ancora inferiore ai referendum sulla procreazione assistita, come confermano i risultati del sondaggio pubblicato oggi da Repubblica, secondo il quale 2 italiani su 3 sono favorevoli a regolamentare le convivenze, mentre 7 italiani su 10 sono contrari ad istituire forme matrimoniali o para-matrimoniali per le coppie omosessuali.

La mia opinione personale è nota da tempo e la riassumo in tre punti.

1) Occorre assicurare la protezione dei diritti civili degli omosessuali, anche perché inaccettabili aree di discriminazione persistono nella società italiana.

2) Nella prossima legislatura sarò possibile definire una normativa che regoli i Contratti di Convivenza Solidale per tutte le persone che intendono vivere insieme, prestandosi mutua assistenza, con beni e abitazione in comune. Si possono codificare simili contratti di diritto privato nel codice civile, in modo da precisare diritti e doveri delle persone che convivono, a vario titolo, incluse le persone omosessuali.

3) E’ da escludere, per l’indicazione tassativa dell’art. 29 della Costituzione, il “matrimonio gay”, così come altre figure giuridiche che possano introdurre forme simil-matrimoniali.

Su queste basi credo si possa trovare una larga convergenza nell’Unione, e soprattutto presso l’opinione pubblica, risolvendo così alcuni problemi significativi.

Oggi consiglierei di riportare subito l’attenzione di tutto il centrosinistra sulle questioni che vengono molto prima nella scala delle preoccupazioni del popolo italiano. Innanzitutto l’economia: ripresa della crescita e della competitività; difesa del potere d’acquisto, poiché milioni di persone faticano ad arrivare a fine mese; miglioramenti dei servizi pubblici; politiche per la famiglia, anche per contrastare la crisi delle nascite che minaccia il futuro del nostro paese.



Francesco Rutelli
Roma, 17 settembre 2005

http://www.gaynews.it/view.php?ID=34153

giovedì 15 settembre 2005

La nota di Bush: "Posso andare al bagno?"

L'insolita richiesta rivolta a Condi Rice durante i lavori dell'assemblea dell'Onu



Bush mentre scrive il foglietto (Reuters)
NEW YORK
- Posso andare al bagno? Anzi, a dirla più terra terra: Condi, posso andare a fare la pipì? Questa la richiesta, abbastanza insolita, che il presidente americano George W. Bush ha rivolto al suo segretario di Stato Condoleeza Rice. L'episodio si è verificato durante la seduta dell'Assemblea generale delle Nazioni Unite al Palazzo di vetro di New York, dove il presidente Usa ha tenuto, mercoledì, il discorso inaugurale. In una pausa dei lavori, Bush è stato fotografato (sarebbe meglio dire pizzicato) dall'agenzia Reuters mentre, seduto, scrive su un foglietto con una matita la curiosa frase: «I think I may need a bathroom break?». Non si sa se Condi seduta - vicinissima - alle sue spalle gli abbia dato il permesso.

Come la riforma elettorale fa perdere chi vince le elezioni

Ecco come i voti sotto il 4% truccano le elezioni

L´opposizione sarebbe privata dei consensi di Verdi, Sdi, Pdci, Di Pietro e Udeur
Oggi il centrosinistra otterrebbe 363 deputati, con la modifica solo 290

ROMA - L´Unione alla Camera ottiene il 50 per cento dei voti popolari e solo 290 seggi: la Cdl si ferma al 45 per cento e si "appropria" di 333 seggi più 7 del premio di maggioranza: totale 340 sui 630 complessivi. La conferma che nella proposta di legge elettorale varata dal centrodestra si annida una meccanismo infernale arriva da uno studio dell´Ipr Marketing che ha simulato i risultati delle elezioni e l´assegnazione dei seggi sulla base di un sondaggio sulle intenzioni di voto relative al 13 settembre. E il risultato non lascia dubbi: se si votasse oggi con il sistema escogitato dal tavolo tecnico attorno a cui si siedono Roberto Calderoli e gli altri saggi della Cdl ci troveremmo di fronte ad una incredibile truffa elettorale. Ancora più clamorosa se si pensa che con la legge attuale l´Unione otterrebbe ben 363 seggi, mentre il centrodestra si fermerebbe a 263.
I ricercatori dell´Ipr Marketing spiegano infatti che nell´Unione solo Ds, 21 per cento, Margherita, 12 per cento, e Rifondazione, 5,5 per cento, supererebbero la soglia di sbarramento fissato al 4 per cento. Gli altri partiti starebbero sotto e non supererebbero la soglia che permette di ottenere seggi e partecipare alla ripartizione del premio di maggioranza. Secondo i ricercatori i Verdi sarebbero fermi al 3,5 per cento, lo Sdi più Bobo Craxi al 3 per cento, il Pdci al 2 per cento, Di Pietro all´1,5 per cento, l´Udeur all´1 per cento e la Sbarbati allo 0,5 per cento.
Voti che sommati arrivano alla bellezza dell´11 per cento, percentuale praticamente da buttare nel cestino grazie al giochetto dello "scorporo" pensato dalla Cdl. Un marchingegno che porterebbe l´Unione a quota 39 per cento, mentre la Cdl raggiungerebbe il 43 per cento. Verrebbe infatti "punita" come coalizione con la perdita di un 2 per cento, ovvero i voti ottenuti dal Nuovo Psi e dai Repubblicani di la Malfa. Sarebbero vincenti invece il 18,5 per cento di Forza Italia, il 12,5 per cento di An, il 6,5 per cento dell´Udc e il 5,5 per cento della Lega.
L´Ipr Marketing non ha calcolato nelle coalizioni il 2 per cento dei radicali e l´1,5 per cento di Alternativa sociale di Alessandra Mussolini. Mentre, come al solito, l´1,5 per cento dei voti è considerato disperso verso altri partiti. La scelta dei ricercatori di collocare i radicali fuori dal centrosinistra però potrebbe avere un riflesso numerico importante perché fra Pannella, Sdi e parte del nuovo Psi è in corso un dialogo per la formazione di un nuovo soggetto politico che sulla carta potrebbe superare lo sbarramento del 4 per cento, riequilibrando la situazione a favore dell´Unione e rendendo più incerta la competizione per la vittoria finale.
Alla fine, commenta Antonio Noto, direttore dell´Ipr Marketing, «è palese il danno che scaturirebbe dal nuovo sistema per il centrosinistra che pur avendo un risultato migliore in percentuale, avrebbe meno seggi». Noto conclude anche che, nel caso di approvazione della nuova legge, «una possibile risposta politica potrebbe essere una lista unitaria di tutta la coalizione per non perdere i voti dei partiti minori».
L´Ipr Marketing però non si occupa solo di verificare gli effetti del nuovo meccanismo sulla composizione della Camera dei Deputati. Cerca di capire anche cosa ne pensano gli elettori, coloro che dovranno usare la nuova scheda elettorale. E il risultato è che il 51 per cento degli italiani è contrario a buttare nel cestino il tanto vituperato Mattarellum. Una percentuale che sale al 65 per cento fra gli elettori del centrosinistra: sono d´accordo anche il 47 per cento dei votanti non schierati e perfino un robusto 35 per cento di sostenitori della Cdl. Favorevoli alle modifiche proposte si dicono invece il 31 per cento degli elettori. In questo caso dice sì il 55 per cento di chi vota Cdl, appena il 22 per cento di chi sceglie l´Unione e il 20 per cento di chi non si schiera. Resta un 18 per cento di indecisi. Non ha ancora un´opinione definita solo il 13 per cento di chi vota Unione e appena il 10 di chi sceglie la Cdl. Mentre la percentuale più alta di indecisione si riscontra fra chi non ha ancora scelto uno schieramento: non sa cosa dire o cosa fare il 23 per cento.

SILVIO BUZZANCA

La Repubblica 15-09-2005

http://brunik.altervista.org/20050915072702.html

I salti mortali dei tg nazionali per non parlare degli omosessuali

Tv bacchettona La paura di suscitare le critiche clericali ha portato molti tg a non dare la parola a esponenti gay sui Pacs

di GIANNI ROSSI BARILLI


Perfino quando le coppie gay e lesbiche diventano la notizia politica del giorno bisogna usare una certa cautela nel porgerla al pubblico televisivo, per non sconvolgere le ignare famiglie con la effe maiuscola in ascolto all'ora di cena e magari anche per evitare gragnuole di proteste di parte clericale come avvenne a proposito del famoso Worldpride giubilare del 2000. Così, lamenta il deputato ds Franco Grillini (primo firmatario della legge sui patti civili di solidarietà), anche lunedì sera i telegiornali non hanno brillato per spigliatezza e completezza dell'informazione. E in particolare, guarda caso, i tg di stato, che hanno dato grande risalto a cosa pensa dei Pacs l'Osservatore romano. Fresco di zapping, Grillini è furioso. «Che si dia tanto risalto all'opinione del giornale del Vaticano - dice - è già di per sé significativo. Se poi contemporaneamente, in disprezzo di qualunque minima regola del dibattito democratico, a nessun direttore di telegiornale viene l'idea di dare la parola nemmeno per un secondo al rappresentante di qualche associazione gay o lesbica, mi sembra del tutto appropriato parlare di censura». D'altro canto, prosegue Grillini, «ci siamo abituati. A fine giugno, quando è stata approvata in Spagna la legge sui matrimoni omosessuali, i tg sono riusciti nella difficile impresa di trattare per giorni la questione senza mai dare la parola a esponenti del movimento omosessuale, né spagnoli né italiani. Ho protestato più volte con la commissione di vigilanza Rai, ma se devo giudicare dai risultati non ho ottenuto molto».

Eppure, non sempre i telegiornali della tivù pubblica sono così «britannici» sul tema dell'omosessualità. In luglio, per esempio, quando fu assassinato in Calabria il sindacalista Michele Presta, il movente «omosessuale» del fattaccio fu ampiamente sbandierato dall'informazione televisiva. Utilizzando espressioni come «torbida vicenda» o «squallida storia». Anche allora ci fu una vibrata protesta da parte delle associazioni «Glbt» e anche una discussione ad hoc nella commissione di vigilanza, che perlomeno ebbe il risultato di far cambiare in corsa la linea editoriale del tg 2 sull'argomento. Ma tra smetterla di usare stereotipi linguistici da anni cinquanta e parlare di omosessualità come una cosa rispettabile ce ne corre. E infatti lunedì sera, l'imbarazzo del tg1 è stato tale, puntualizza Grillini, «da ribaltare il senso della notizia principale, e cioè che Prodi si era espresso a favore dei Pacs. Il tg1, facendo confusione tra matrimoni e Pacs, ha concluso che Prodi era contrario alle unioni gay». Petruccioli, se ci sei batti un colpo.

La censura o l'imbarazzo ha assunto però dimensioni titaniche quando i tg di prima serata sono stati costretti, sabato scorso, a dare la notizia del leone d'oro attribuito dalla giuria del festival di Venezia al film di Ang Lee, Brokeback mountain. Si tratta infatti di un'opera che parla dell'amore omosessuale tra due rudi cowboy americani. La radio online Retegay.it (www.retegay.it) si è presa la briga di confezionare un servizio di due minuti e mezzo mettendo insieme i brevi accenni dell'edizione serale di tg1, tg2 e tg5 al fatto. Il migliore è risultato il tg5 con ben 14 secondi dedicati al vincitore del leone d'oro, seguito dal tg2 con 13 secondi. In entrambi i casi si è almeno detto che il film parlava di una storia gay. Il tg1 invece si è limitato a soli tre secondi, giusto per citare nome del regista e titolo del film. C'era altro da dire?


il manifesto, 14/09/2005

Il vescovo di Civitavecchia: "Le unioni di fatto sono già una realtà, quindi non ci sarà nessuna crociata sui patti di solidarietà"

"Milioni di persone vivono questa condizione ed è impensabile che si continui a fare come se non esistessero"

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CITTA' DEL VATICANO "Le unioni di fatto sono già una realtà, quindi non ci sarà nessuna crociata sui patti di solidarietà: sul riconoscimento dei diritti civili si possono facilmente trovare in Parlamento gli strumenti normativi più appropriati con un accordo tra maggioranza e opposizione". Il vescovo di Civitavecchia e Tarquinia Girolamo Grillo, diplomatico di lungo corso della Segreteria di Stato vaticana e da sempre vicino ai centristi del Polo (anche da editorialista del quotidiano dell'Udc "La Discussione"), invita ad abbassare i toni e a "imboccare la strada del dialogo", mettendo in guardia chi invoca un "bis" della battaglia condotta dalla Chiesa sulla procreazione assistita. Cosa c'è di diverso rispetto all'infuocata campagna referendaria condotta dalla Conferenza episcopale italiana a giugno? "Qui non è in gioco un valore irrinunciabile come la difesa della vita. Milioni di persone vivono questa condizione ed è impensabile che si continui a fare come se non esistessero". Ma l'apertura del leader dell'Unione Romano Prodi sui Pacs non "lacera la famiglia per ottenere voti" come denuncia "L'Osservatore Romano"? "La questione va riportata nei suoi giusti contorni, che sono giuridici ed economici più che etici. Chi vive con un'altra persona ha diritti e doveri che lo Stato non può ignorare". La Chiesa si mobiliterà contro i patti di solidarietà? "No. Nulla da obiettare se si regolamenta un dato di fatto come le convivenze. Una soluzione va comunque trovata". Come si sarebbe comportata sui Pacs la Democrazia cristiana? "Con pragmatismo e buon senso, senza fare guerre di religione su un tema da risolvere per via negoziale". E la bufera sui matrimoni gay? "E' un modo errato di porre la questione. La convivenza è una galassia estremamente vasta, di cui le coppie omosessuali sono una piccola minoranza. Sotto la regolamentazione introdotta dai Pacs, per esempio, ricadrebbero anche gli anziani che vanno a vivere sotto lo stesso tetto per riuscire a ridurre le spese e arrivare a fine mese. Per non parlare, poi, delle unioni di religiosi e laici". Cioè? "Mi riferisco a tante persone, di entrambi i sessi. In numerose associazioni e movimenti ecclesiali come Comunione e Liberazione spesso prendono in affitto un appartamento e decidono di mettersi insieme per vivere la loro missione di fede". Lei come si regola nella sua diocesi? Le famiglie "irregolari" possono partecipare alla vita delle parrocchie? "Non chiuderò mai le porte delle mie chiese, sono fedeli che fanno parte a tutti gli effetti della nostra comunità. Nelle attività parrocchiali e nei gruppi religiosi accogliamo e valorizziamo al massimo l'impegno dei divorziati risposati e dei conviventi".

(Stampa, La del 14/09/2005)

http://www.gaynews.it/view.php?ID=34088

Parole sante

«Non è certo introducendo i Pacs che si lacera la famiglia. Ma cosa sa la gente di questi patti di convivenza? E cosa sanno i politici che reagiscono in questo modo? I Pacs consentono alcuni strumenti di tutela a persone che soffrono per non poter vivere appieno la propria vita».


Monsignor Bettazzi, intervista a "l'Unità", 14 settembre 2005

mercoledì 14 settembre 2005

Ritorno al proporzionale: l'ultima legge ad personam

di EZIO MAURO


Quando dicevamo che l'agonia politica di Berlusconi sarà una stagione terribile, in cui maturerà il peggio, non immaginavamo questo: un cambio in corsa delle regole del gioco a pochi mesi dal voto, con un ribaltone improvviso dal maggioritario al proporzionale e una nuova legge elettorale tagliata a colpi di maggioranza sulle esigenze del centrodestra, come un doppiopetto del Cavaliere.

Dieci anni di maggioritario, un sistema che ha saputo garantire per due volte l'alternanza al potere della destra e della sinistra, vengono dunque bruciati in un falò privato ad Arcore, sacrificati all'incapacità delle forze del Polo di trovare una ragione politica per stare insieme.

Il risultato è paradossale. Divisi su tutto e separati in casa, Udc e Forza Italia ricorrono alla superstizione estrema del proporzionale, ma lo fanno con due progetti politici opposti e inconciliabili. Casini e Follini vogliono cambiare la legge elettorale per riprendere piena libertà di movimento e liberarsi per sempre di Berlusconi. Il Cavaliere concede il cambiamento per la ragione opposta: imprigionare ancora i centristi in questa campagna elettorale, fingendo che l'intesa possa continuare, e la sua leadership anche.

In realtà è l'istinto della fine che guida l'azzardo di Berlusconi. Poiché in questo paesaggio politico, istituzionale, normativo, ha già perso, il Cavaliere prova a cambiare quadro e paesaggio. Annunciando di essere pronto a ogni forzatura, anche nelle regole. La prima è una legge disegnata sulle esigenze attuali del Polo, che trasforma in handicap elettorale la morfologia del centrosinistra.

Con lo sbarramento al quattro per cento, com'è noto, i piccoli partiti (come i Verdi, i Comunisti Italiani, lo Sdi, il movimento di Di Pietro) portano voti alla coalizione cui appartengono, ma non prendono seggi. Ed ecco che nella nuova legge elettorale il premio di maggioranza non va alla coalizione che prende più voti, ma più seggi, in modo che se anche l'Unione confermerà i sondaggi vincendo con una larga maggioranza di voti, potrebbe trovarsi con questo artificio minoranza in Parlamento.

Prodi e i suoi hanno già parlato di "legge truffa". In realtà è un'altra legge ad hoc, ad personam, nel solco del quinquennio berlusconiano. L'Udc deve aver avuto un soprassalto di vergogna, perché ha annunciato che in Parlamento correggerà la norma, in quanto vuole "vincere senza barare".

Dunque è una legge da bari, quella che arriva alle Camere. Non occorre dire altro. Salvo chiedere a Follini e Casini se è questa la cultura centrista, istituzionale e moderata, che hanno decantato per tutta l'estate. Ricordare a Fini che solo pochi anni fa si batteva per il maggioritario. E consigliare a Berlusconi di non travolgere regole e istituzioni nel vortice della sua disfatta, perché la repubblica gli sopravviverà, anche se per lui è inconcepibile.

(14 settembre 2005)

http://www.repubblica.it/2005/i/sezioni/politica/leggeletto/legpers/legpers.html

martedì 13 settembre 2005

Benedino (gayleft) ai vescovi: "Giù le mani dallo Stato laico!"

"Giù le mani dallo Stato laico! I vescovi si occupino del potere spirituale che per quello temporale ci sono istituzioni democratiche preposte a farlo" afferma Andrea Benedino di GAYLEFT


"Giù le mani dallo Stato laico! I vescovi si occupino del potere spirituale che per quello temporale ci sono istituzioni democratiche preposte a farlo" è questo il duro commento di Andrea Benedino, portavoce nazionale di GAYLEFT, la Consulta gay dei DS, alla nota diffusa oggi pomeriggio dal SIR, il servizio di informazione religiosa promosso dalla Conferenza episcopale italiana, contro le dichiarazioni di Romano Prodi a favore del PACS.

"La violenza verbale che emerge da questa nota dei vescovi italiani - aggiunge Benedino - ci lascia interdetti. Come si fa a utilizzare espressioni come "melassa indistinta di casi pietosi"? Dove è finita la misericordia cristiana rispetto alla sofferenza degli ultimi? Dove l'umana pietà?"

"In tutta Europa dove sono state varate leggi simili al PACS non è accaduta alcuna delle sciagure epocali che vanno predicando i vescovi italiani. Addirittura in Spagna sono stati proprio i vescovi ad invocare il PACS come "male minore" pur di impedire il matrimonio. Ci chiediamo - conclude Benedino - perchè solo in Italia le coppie omosessuali debbano continuare ad essere figlie di un Dio minore"

http://www.gaynews.it/view.php?ID=34075

PACS, i vescovi contro Prodi: "Giù le mani dalla famiglia"

Dalla Cei duro attacco alle aperture del Professore sulle coppie di fatto. "Basta con la melassa del politicamente corretto, il matrimonio è civiltà"


CITTA' DEL VATICANO - "Giù le mani dalla famiglia e dal matrimonio". E' quanto scrive la Sir, il servizio di informazione religiosa promosso dalla Conferenza episcopale italiana, commentando oggi con una nota le dichiarazioni di Romano Prodi a proposito dei Pacs. Ricordando che "il Paese non ha alcuna velleità zapateriana", l'agenzia cattolica sostiene che "non appare in alcun modo giustificabile incutere un vulnus, come si diceva nel linguaggio aulico, oppure più sbrigativamente uno 'sbrego', ad una istituzione più che millenaria come la famiglia, come elemento essenziale di civiltà e di civilizzazione, per venire incontro a rivendicazioni di persone o gruppi più o meno significativi".

"Questo - aggiunge la Sir - è il problema politico nel senso sostanziale del termine, il problema 'costituzionale'. La famiglia fondata sul matrimonio di un uomo e di una donna è una delle istituzioni irrinunciabili della nostra civiltà. Non è un bene disponibile per nessun singolo o nessun gruppo organizzato. Insomma: giù le mani dalla famiglia e dal matrimonio".

"Questo significa anche - prosegue la nota ispirata dai vescovi - che bisogna vigilare con la massima attenzione a che il vulnus o lo 'sbrego' avvenga per dosi omeopatiche, attraverso la vecchia politica dei piccoli passi, prima equiparando nei fatti, poi in termini di diritto la famiglia ad altre forme di unione. E' giusto che poi i singoli possano esprimere i propri diritti: lo spazio lasciato dal diritto civile e dalla creatività dei giuristi è molto ampio, purché non si vada a mettere in discussione valori e principi essenziali non solo per il bene comune, ma per la sussistenza stessa della società".

"Su questo elemento essenziale - conclude la Sir - bisogna uscire una volta per tutte dalla melassa indistinta del politicamente corretto, dei casi pietosi, dei diritti dei singoli. E' tempo di scelte: ognuno le faccia e se ne assuma la responsabilità storica".

(13 settembre 2005)

http://www.repubblica.it/2005/i/sezioni/politica/prodipacs/giumani/giumani.html

Prodi ha scatenato i peggiori istinti del centrismo di destra e di sinistra

La posizione espressa da Prodi non è affatto simile a quella di Zapatero
di GIANNI ROSSI BARILLI

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L'ignoranza, l'opportunismo e il provincialismo di quell'area politica che si definisce in Italia «centro moderato» zampillano in queste ore da tutti i pori della comunicazione a proposito del tema coppie di fatto.

È bastato che il professor Prodi si dicesse a favore di una tutela giuridica per le coppie che «non possono o non vogliono» sposarsi per scatenare i peggiori istinti del centrismo di destra e di sinistra, ammesso che esista una differenza fra i due.

E passi pure per un destro come Marco Follini, che ha attaccato strumentalmente Prodi perché «lui guarda con favore alle coppie di fatto mentre noi guardiamo con favore ancora maggiore alla promozione della famiglia».

Nel groviglio di parole in libertà che contraddistingue l'azione politica del centrodestra, affermazioni stupide e controvertibili come queste (basti pensare all'impoverimento generalizzato delle famiglie italiane nell'era Berlusconi) suonano assurde come tante altre.

Il vero scandalo è però che chi si dice a favore di un cambiamento abbia il coraggio umano e politico di sostenere contro Prodi tesi identiche a quelle dell'allarmismo clerico-fascista.

Senza andare tanto sul difficile, basti citare l'equazione impropria che menti eccelse del centrosinistra, come Clemente Mastella, istituiscono tra Prodi e Zapatero per amor di polemica. Dopo l'uscita di Prodi a favore delle coppie di fatto, Mastella avverte che su questo argomento «potrebbe anche» rompere la sua organica alleanza con l'Unione. «Se Prodi non vuol essere Prodi ma pensa di essere Zapatero - dichiara indignato - allora prendo atto di aver sbagliato e faccio un passo indietro».

Farà forse piacere a Mastella, e ai cattolici della Margherita che si agitano come lui sulla questione, che la posizione espressa da Prodi non è affatto simile a quella di Zapatero, colpevole agli occhi dei «moderati» di avere aperto agli omosessuali la sacra istituzione del matrimonio. Qui in Italia si parla molto più modestamente di creare una sorta di apartheid giuridico che crei un matrimonio e una famiglia di serie b per chi «non vuole o non può» sposarsi. Si tratta di una posizione difesa in Spagna dal cattolicissimo partito popolare di Aznar e condivisa in tutto il resto d'Europa dalle grandi formazioni della destra conservatrice, cristiana e non. La particolarità del caso italiano sta nel fatto che quando si tratta di rovistare tra le lenzuola altrui, il centro «progressista» finisce spesso per trovarsi sulla stessa linea di noti riformisti moderati come Le Pen, Bossi e Ratzinger.

Molto opportunamente, una nota della Margherita ha dato ieri disco verde allo sbilanciamento di Prodi sulle coppie di fatto, sottolineando che le sue posizioni non hanno niente a che vedere con quelle di Zapatero.

Al tempo stesso la linea del piave della Margherita, che chiama in causa la costituzione italiana a favore della «naturalità» della famiglia eterosessuale, è uno dei segni tangibili del declino italiano. Dire nel 2005 che l'eterosessualità e naturale mentre l'omosessualità non lo è, da un punto di vista scientifico, è come sostenere che la terra è piatta.

Per migliorare la situazione bisognerebbe almeno sapere che è rotonda.

http://www.gaynews.it/view.php?ID=34065

domenica 11 settembre 2005

Romano Prodi scrive a Franco Grillini: condivido il tuo progetto di legge sul PACS che sarà parte integrante del programma dell'Unione

Pubblichiamo la lettera di Romano Prodi e di seguito un commento di Franco Grillini



Carissimo Franco,

apprendo dalle colonne di un quotidiano nazionale di aver provocato "delusione" tra quanti, nell'Arcigay, si attendevano uno specifico riferimento ai PACS già nel breve testo che riassume solo le linee generali del mio programma per le primarie. Voglio perciò rassicurare te e quanti, eventualmente, avessero condiviso un sentimento di tal genere.

Da parte mia, come tu stesso ricordi, il problema non è stato affatto cestinato. Ma, al contrario, troverà certamente soluzione nel programma finale dell'Unione.

Come ho detto più volte nei mesi scorsi, e come sai, condivido con gli altri leader dei partiti dell'Unione l'ipotesi di una proposta universalistica che affronti, regolamenti e risolva il tema dei diritti delle coppie di fatto basate su un vincolo diverso da quello del matrimonio. Una proposta avanzata già in Parlamento da 161 parlamentari dell'Unione e che trova la mia condivisione.

Con molta amicizia,

Romano Prodi
Bologna, 9 settembre 2005





La lettera che Romano Prodi mi indirizza contiene due punti molto importanti che segnano per il movimento dei diritti civili e gay e lesbico italiano un discrimine importante. Per prima cosa Prodi dice che la proposta del Pacs sarà a pieno titolo nel programma dell'Unione e ciò mette fine una volta per tutte ai timori che da più parti erano stati sollevati, anche giustamente, sulla politica e sul programma dell'Unione stessa in materia di diritti di libertà e di riconoscimento delle nuove famiglie in campo giuridico. Vale la pena ricordare che proprio l'assenza dal programma della coalizione di centrosinistra aveva autorizzato una parte del centrosinistra stesso a porre il veto nella 13^ legislatura a qualsiasi provvedimento volto a riconoscere i diritti delle coppie conviventi, comprese quelle dello stesso sesso. Ora questo ostacolo viene definitivamente rimosso da Romano Prodi con un impegno esplicito e vincolante per tutta la coalizione.

Il secondo punto rilevante della lettera di Prodi è la condivisione del progetto di legge di cui sono il primo firmatario e che è stata sottoscritta da 161 parlamentari dell'Unione, progetto attualmente in discussione presso la Commissione Giustizia della Camera dei Deputati.

Ora, è del tutto evidente che, mentre nel centrosinistra c'è una proposta chiara su questo tema, persino nel centrodestra c'è chi si interroga sull'opportunità di approvare una normativa sulle coppie di fatto comprese quelle dello stesso sesso. Ciò che si profila, quindi, è un'ampia maggioranza trasversale capace, nella prossima legislatura, che ci auguriamo sia del centrosinistra, di approvare rapidamente ed entro il 2006 la proposta sul Patto Civile di Solidarietà. Proprio per questo i militanti glbt che fanno riferimento al centrosinistra possono partecipare prima alle primarie e scegliere con cognizione di causa il candidato premier molti dei quali si sono pronunciati sulle questioni poste dall'Arcigay e dal movimento nel suo complesso; quindi possono valutare, e qui mi rivolgo a tutti, se è opportuno sostenere alle prossime elezioni quei partiti e quei candidati che esplicitamente sostengono obiettivi e istanze del nostro movimento. A partire ovviamente dal candidato premier. Prodi lo ha fatto, e positivamente, come si evince dalla lettera che pubblichiamo in esclusiva su Gaynews, e lo ringraziamo di cuore. Sta ad ognuno di noi far pesare nelle primarie del centrosinistra prima e nell'urna delle elezioni politiche poi quel voto glbt che può e deve essere orientato per far vincere le nostre idee e le nostre battaglie che sono universalistiche e di libertà.

Franco Grillini

http://www.gaynews.it/view.php?ID=34028

Venezia, trionfa l'amore gay. Leone d'oro ad Ang Lee

Il regista coreano vince con Brokeback Mountain, storia d'amore gay tra due cowboy


VENEZIA - Come spesso accade in occasioni del genere, le previsioni sono state rispettate. Il Leone d'oro della 62esima Mostra del Cinema di Venezia è andato a Brokeback Mountain di Ang Lee, la storia dell'amore gay fra due cowboy interpretati da Heath Ledger e Jake Gyllenhaal. Il secondo premio, il Leone d'argento, è stato assegnato a Les Amants Reguliers, il film sul '68 francese diretto da Philippe Garrel.

In quanto a George Clooney, e al suo Good Night, and Good Luck, dato fra i superfavoriti, il film ha conquistato due riconoscimenti: l'Osella per la migliore sceneggiatura (a Clooney) e la Coppa Volpi, per il miglior attore maschile, a David Strathairn.

Un riconoscimento lusinghiero per l'Italia è quello a Giovanna Mezzogiorno, Coppa Volpi per la migliore interpretazione femminile per il film La bestia nel cuore di Cristina Comencini.

Soddisfazione per l'Italia, che ne è co-produttrice, anche dall'assegnazione del Gran premio della giuria a Mary, di Abel Ferrara. Mentre all'attrice francese Isabelle Huppert è stato consegnato un Leone speciale "per il contributo dato al cinema".

Uno straccio di laicità

Sex crimes and the Vatican

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