"Dio è con noi" è la tentazione moderna del totalitarismo e al tempo stesso della teocrazia.
di EUGENIO SCALFARI
Tra i tanti problemi che affollano il nostro presente nel mondo e nel paese in cui viviamo, ce n´è uno che in Italia è particolarmente avvertito, anzi che è esclusivamente nostro: la questione cattolica.
Dominò la società italiana per quarant´anni, dal 1870 fino alla fine del "non expedit". Sembrò del tutto risolta, ma nei modi imperativi propri d´un regime dittatoriale, con il Concordato del 1929. Fu nuovamente assopita con l´inserimento dei patti concordatari nella Costituzione repubblicana, auspici Dossetti, De Gasperi e Togliatti, nel 1947 e ancor più con la parziale revisione del Concordato dell´85. Si andò ancor più avanti (o almeno così era parso) con il dissolvimento della Democrazia cristiana nel ´93 e la fine dell´unità politica dei cattolici.
Invece proprio dalle ceneri di quell´unità, che aveva affidato alla Dc il difficile ma non impossibile compito di mediare gli interessi della Chiesa con quelli dello Stato, la questione cattolica è uscita da una lunga latenza e si è riproposta con un´intensità nuova e ancor più pervasiva per il semplice fatto che non riguarda soltanto gli interessi della Santa Sede e del Vaticano ma anche i valori dei quali la religione è portatrice, l´etica che ne deriva e i suoi campi d´applicazione in materie prima trascurate o addirittura inesistenti, prima tra tutte la bioetica che i progressi della tecnologia hanno portato alla ribalta e che hanno fatto sorgere nuovi bisogni, nuovi desideri e nuovi diritti chiamando in causa la legislazione e quindi la politica e, insieme, la religione, la società civile, lo Stato.
Si fa un gran discutere in questa fase di laicità, di laici e di laicisti aggiungendo una manciata di biasimo a quest´ultima parola. Se ne discute facendo anche molta confusione tra credenti e non credenti e – tra i credenti – quelli che aderiscono alla pratica della liturgia e del catechismo e quelli che, pur avendo fede in un Dio trascendente e cristiano, non passano necessariamente attraverso il filtro sacramentale del magistero ecclesiastico ma cercano di raggiungerlo direttamente e plasmano il proprio sentimento religioso con l´autonomia d´una propria morale. Questa discussione, confusa ma fervida, si svolge al di fuori della politica. Prescinde dalla politica. Riguarda diverse visioni della vita e del senso che essa ha per ciascuno di noi. Dunque riguarda il nostro privato. Il modo con cui preghiamo o non preghiamo, crediamo o non crediamo, pecchiamo o non pecchiamo, ci sentiamo colpevoli o ci assolviamo.
Tutti questi sentimenti, emozioni, credenze e l´antropologia che ne deriva, non hanno alcuna attinenza con la politica, con le leggi, con le istituzioni. Le quali invece entrano in gioco solo nel momento in cui la Chiesa, o per esser più precisi la gerarchia ecclesiastica, usa lo spazio pubblico per introdurre i suoi orientamenti nelle istituzioni, per conformarle il più possibile alle sue prescrizioni, per ottenere diritti adeguati allasua visione del mondo e dei rapporti interpersonali e negare altri diritti che si distacchino da quella visione.
Qui nasce il conflitto e nel momento in cui esso diventa intenso e permanente qui nasce la questione cattolica e la sua compatibilità con la democrazia.
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Esistono ancora dei laici fedeli all´ideale cavouriano di "libera Chiesa in libero Stato" che preferirebbero un regime di netta separazione tra l´istituzione religiosa e quella civile.
Personalmente mi iscrivo tra questi. Ma debbo chiarire che il regime separatista (del resto vigente in molti paesi dell´Occidente a cominciare dagli Stati Uniti) non significa affatto impedire alla Chiesa di utilizzare lo spazio pubblico per confrontare le proprie visioni e dottrine con altre comunque diverse. Al contrario: eventuali limiti posti all´uso dello spazio pubblico possono venire da pattuizioni concordatarie che prevedono sempre uno scambio tra le parti contraenti.
In un regime di separatismo la Chiesa non ha né privilegi né limitazioni, salvo quelle previste dai codici e dalle leggi. Si mantiene economicamente con le risorse ottenute dai suoi fedeli, apre e gestisce le sue scuole private senza alcun contributo dello Stato e di enti pubblici locali; in compenso è pienamente libera di predicare e prescrivere ciò che vuole e nessuno può impedirglielo.
In un siffatto regime i sacerdoti e i vescovi sono cittadini a tutti gli effetti, nei diritti e nei doveri.
Possono promuovere partiti politici o aderirvi, possono diventare membri del Parlamento e membri del governo. Chi potrebbe impedirlo per proprie e non sindacabili ragioni sarebbe tutt´al più la stessa Chiesa ma non certo uno Stato democratico che per definizione non può negare ad un cittadino diritti universalmente riconosciuti.
Ricordo che don Luigi Sturzo fondò e diresse il Partito popolare che ebbe molti seggi in Parlamento e importanti presenze nei governi, a finire con il primo governo Mussolini. Tutto ciò avvenne tra il 1919 e il 1925, cioè in un regime di assoluto separatismo tra lo Stato e la Chiesa.
Pongo ora una domanda a chi sostiene che i vescovi sono cittadini come tutti gli altri e votano infatti alle elezioni: il vescovo Ruini, il vescovo Fisichella e tanti altri come loro possono partecipare alle elezioni politiche e andare in Parlamento? Possono entrare a far parte del governo e reggere un dicastero?
Ho consultato la vigente legge sull´incompatibilità ma non c´è una sola parola che riguardi questo problema.
Dunque la riposta, in puro punto di diritto, è sì, Ruini e ciascuno dei suoi colleghi, se volessero, potrebbero concorrere alle elezioni, essere eletti, partecipare al governo.
Ma tutti sappiamo, a cominciare da loro stessi, che un fatto del genere ripugnerebbe alla coscienza nazionale e quindi non lo fanno. Non lo fanno ma potrebbero. C´è dunque un impedimento morale più forte del diritto di cittadinanza. Qual è questo impedimento?
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La Chiesa è portatrice di valori assoluti e di assolute verità che le vengono dal suo corpo dottrinale dalla sua tradizione, dal suo pensiero teologico. La sua struttura è gerarchica e culmina in un vertice che ha poteri assoluti ancorati addirittura al dogma dell´infallibilità.
Ne segue che esiste una lampante incompatibilità sistemica tra un regime democratico e una religione ancorata a valori assoluti e dogmaticamente istituzionalizzati.
I vescovi, ancorché cittadini italiani, sono vincolati all´obbedienza alla loro gerarchia, nominati da un´apposita congregazione col beneplacito del papa, vincolati a dogmi emanati dalle encicliche e dai Sinodi. Perciò sono eterodiretti rispetto alle istituzioni italiane.
In più, operando in regime concordatario, fruiscono di benefici tutt´altro che marginali. In queste condizioni affermare che i vescovi e il clero in generale siano cittadini a pieno titolo è falso. Non lo sono. Possono votare ma non possono farsi eleggere e partecipare a governi se non riducendosi allo stato laicale. E tuttavia questa norma di tutta evidenza non figura nella vigente legge sulle incompatibilità.
Questo ragionamento tende a dimostrare non solo che l´esercizio passivo del diritto elettorale è precluso ai titolari delle diocesi ma, soprattutto, a chiarire che esiste altresì un limite alle loro esternazioni.
Un vescovo concordatario non può esternare come un qualsiasi altro cittadino poiché nel Concordato l´articolo 1 dichiara che lo Stato e la Chiesa sono indipendenti e sovrani nelle rispettive competenze civili e religiose. C´è anche una casistica di queste competenze per quanto riguarda la Chiesa: dottrina della fede, etica, catechesi, carità, solidarismo. Non figura la parola politica. E quindi la politica non rientra nelle competenze della Chiesa.
Ma si dice ed è vero, l´etica ha a che fare con la politica. La bioetica anche. Perciò la Chiesa può dire che il divorzio è un male, che la fecondazione assistita è un male, che l´aborto è un assassinio di massa, che i Pacs sono un male e spiegarne il perché dal proprio punto di vista. Altri, di diverso avviso, forniranno ragioni contrapposte. Questa è la democrazia. Ma qui si ferma il diritto della Chiesa ad esternare.
Se i suoi vescovi entrano nel cuore della politica (il che gli è precluso) prescrivendo l´astensione dal voto in un referendum, indicando i modi dell´articolato delle leggi, dichiarando l´incostituzionalità di altre, censurando atti di giurisdizione come le intercettazioni telefoniche disposte dalle Procure della Repubblica, facendo affiggere nelle chiese cartelloni e spot per quanto riguarda la partecipazione o l´astensione dai referendum e lasciandoli affissi anche nel giorno delle votazioni; in questi casi i titolari delle diocesi si mettono fuori dal Concordato. Tanto varrebbe allora vederli seduti sui banchi della Camera e del Senato a discutere direttamente e a votare con i loro colleghi della politica.
Dov´è in tutto questo la religione? Dov´è la carità?
Dov´è la pietà. Chi decide se un bisogno ampiamente avvertito sia soltanto un desiderio o abbia creato un diritto? Lo decide monsignor Fisichella?
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Purtroppo sì, lo decide anche monsignor Fisichella poiché molti politici ritengono, a torto o a ragione, che monsignor Fisichella orienti e controlli una notevole quantità di elettori e quindi lo corteggiano a gara, da destra e da sinistra. E monsignor Fisichella detta le sue condizioni che spesso ottiene.
Monsignor Fisichella non fa nulla di illecito (salvo violare i principi del Concordato) ma si comporta come un lobbista. Si comporta come Billè che cerca di far pesare i voti dei commercianti sulle decisioni del governo; o come Montezemolo, o come Pezzotta ed Epifani. Si comporta come il capo di un forte gruppo di pressione, con la differenza che la Chiesa è cento volte più forte di Billè, di Montezemolo e di Epifani perché svolge il suo lavoro di lobby in nome del sentimento religioso invadendo a briglie sciolte la sfera politica e arruolando in questa galoppata anche le truppe cammellate degli "atei devoti" che usano la religione per rafforzare una loro visione dello Stato forte, decisionista, autoritario. "Dio è con noi" è la tentazione moderna del totalitarismo e al tempo stesso della teocrazia.
Chi dovrebbe reagire in primissima linea a questa sciagurata tentazione dovrebbe essere il laicato cattolico che invece è incomprensibilmente silente. Per questa ragione sostengo che siamo in presenza di una questione cattolica: salvo rare e oscillanti eccezioni il laicato cattolico sta assistendo alla sistematica distruzione delle sue autonomie dentro e fuori dal perimetro religioso. Le Comunità cattoliche, l´Azione cattolica, le Acli, le associazioni universitarie e studentesche sembrano colpite da un sonno ipnotico. I grandi ordini religiosi regolari tacciono, eppure avrebbero di che discutere e obiettare.
Abbiamo purtroppo realizzato parecchi primati negativi nel mondo in questi ultimi anni. Aggiungeteci anche questo: siamo il solo paese dell´Occidente cristiano nel quale è nata e cresce di giorno in giorno la questione cattolica.
Francamente non c´è da esserne orgogliosi per il paese dove nacque cinque secoli fa la libera scienza e l´autonomia della coscienza individuale. "De servo arbitrio" fu il motto di Lutero, ma ha passato le Alpi.
Oggi ha dimora Oltretevere, manipolato dai porporati della Cei. Sua Santità è d´accordo con il suo Vicario?
da la Repubblica di sabato 01 ottobre 2005
lunedì 3 ottobre 2005
Perché Ruini non diventa senatore
Il libro nero del Cavaliere
di CURZIO MALTESE
NEL regolamento di conti in corso all'interno della maggioranza si aggiunge ogni giorno una nota più folle. Ora Berlusconi ha lanciato un'Opa per liquidare Follini e impadronirsi dell'Udc. Il metodo è al solito volgare e aggressivo. Nei giorni dello sciopero dei giornalisti, la stampa di famiglia ha organizzato un autentico pestaggio contro il segretario dei centristi, dipinto come un traditore e un venduto, isolato e anzi odiato dal suo stesso partito, prossimo alle dimissioni e non si capisce perché non anche al suicidio.
Con la calma dei morotei, Follini ha fatto smentire e ha aggiunto che non si farà intimidire dai bravi del Cavaliere. Dopotutto non è un Don Abbondio qualsiasi e bisogna credergli. Ma non è mai stato neppure un cuor di leone. In fondo ha votato le leggi ad personam e chinato sempre la schiena al passaggio del carro padronale. E allora perché tanto livore nei suoi confronti?
A che scopo diffamare un alleato a sei mesi dal voto? Le dimissioni di Follini alla guida dell'Udc appartengono a quei sogni che neppure i soldi di Berlusconi possono comprare. Certo molte cose strane possono accadere nella corte della destra italiana. Ma l'ipotesi che Casini venda l'amico Follini per un piatto di lenticchie proporzionali è troppo cinica, meschina e soprattutto tardiva perché si possa realizzare davvero.
L'Opa di Berlusconi sull'Udc ha le stesse (scarse) possibilità di riuscire dell'Opa di Ricucci sul Corriere della Sera. In compenso, l'operazione rischia di rendere più complicati gli ultimi mesi di governo ai passaggi parlamentari di devolution, legge salva-Previti e riforma proporzionale. Si torna all'interrogativo di partenza, perché sparare su Follini?
La risposta forse andrebbe affidata alla psicanalisi più che alla politica. Berlusconi sta distruggendo quanto aveva creato. Nell'impossibilità di annientare la sinistra, che anzi non ha mai avuto tanti consensi, il Cavaliere è passato con identica furia alla demolizione della destra.
Più o meno consapevolmente, come accade al demiurgo che al principio indovina per istinto ogni azzardo e alla fine per contrappasso sbaglia tutte le mosse. Il bilancio di quattro anni di potere berlusconiano è devastante per le componenti della Cdl. Forza Italia è tornato a essere un partito di plastica, come ammettono perfino i professorini della destra. Alleanza Nazionale ha dovuto ingoiare mille giravolte, l'ultima e clamorosa sulla legge elettorale, ed è ormai un partito senza identità, affondato nelle paludi delle correnti.
La Lega si è trasformata in una succursale di Arcore, sbandiera la bufala di una devolution che è servita soltanto a togliere soldi e potere agli enti locali in cambio di chiacchiere e distintivi verdognoli. In poche stagioni l'invincibile alleanza battezzata nel 2001 per "durare almeno vent'anni" si è ridotta a un'armata Brancaleone che attende il salvacondotto del proporzionale per lanciare il rompete le righe.
Al processo di dissolvimento del centrodestra resiste il solo Follini. Non in virtù di chissà quali disegni neocentristi ma per un democristiano istinto di sopravvivenza, cioè per la speranza di poter sopravvivere alla fine del berlusconismo senza finire con gli altri leader nel cenotafio di Arcore. Tanto basta a scatenare l'ossessivo, sproporzionato rancore di Berlusconi, finora nel silenzio stupefacente di Casini.
Negli ultimi mesi il premier ha attaccato l'alleato centrista quasi ogni giorno, nelle occasioni più strampalate, che si trovasse a Palazzo Chigi come nella dacia di Putin, ad Arcore come a New York, nel mezzo di un vertice internazionale o nella tribuna di San Siro, davanti all'assemblea degli industriali, in conferenza stampa oppure a cena con Bossi. Senza tregua e senza una strategia.
Nell'immaginario berlusconiano Follini ha sostituito il comunismo, incarna l'essenza del male più di Stalin e infatti il Giornale sta pubblicando una specie di "libro nero dell'Udc" a puntate. La faccenda sarebbe divertente se non vi fossero questioni ben più serie e urgenti all'attenzione del presidente del Consiglio. Ma Berlusconi è fatto così, non distingue i propri interessi da quelli del Paese e i suoi avversari, o chi più modestamente gli sta sull'anima, dai nemici dell'umanità.
Lo spettacolo è destinato a durare. Da spettatori poco interessati, abbiamo acquisito comunque un paio di certezze. Intanto non è Follini a voler lasciare il centrodestra. Sono gli altri a volerlo far fuori prima della campagna elettorale. Senza rendersi conto che espellono dal Polo l'unica presenza di un moderatismo istituzionale di cui non c'è altra traccia nell'estremismo della destra italiana.
(3 ottobre 2005)
http://www.repubblica.it/2005/i/sezioni/politica/nuovacdl6/libronero/libronero.html
sabato 1 ottobre 2005
Bresso: "Dico ciò che voglio. Sui diritti civili sono intrattabile"
La presidente risponde alle accuse del settimanale diocesano e della Margherita: sono laica non estremista.
di ETTORE BOFFANO
«Bresso come Pannella». Curia dixit: offesa, presidente?
«Nemmeno per sogno. Lo sanno tutti che sono stata radicale. Poi me ne sono andata, perché non condividevo proprio certe esagerazioni di Marco».
Quali?
«La droga, ad esempio. Io non sono per la liberalizzazione e non credo neppure tra quelli che vogliono rendere ancora più facile l´aborto».
Offesa, allora, perché la Voce del Popolo le lancia accuse di laicismo?
«Ohibò, e non lo sapevano che ero laica? Essere laici, nel senso di liberi, è la normalità. Invece, è sbagliato essere zelanti, baciapile insomma...».
Si spieghi meglio...
«Come la penso, lo sapevano tutti quando sono stata scelta, compreso Stefano Lepri. Dunque, se mi danno della laica, non mi arrabbio. Ciò che non posso accettare, invece, è che mi si faccia passare per un´estremista».
Credente, come Fassino?
«No, non lo sono. Ma non sono antireligiosa, comunque. Mi piacciono molto i valdesi, ad esempio».
Le accuse del giornale cattolico, però, sono circostanziate. Come si difende sulla pillola abortiva?
«Lo ripeto: io non voglio allargare le maglie della legge 194 e condivido di quella legge ogni elemento che propone alla donna percorsi che possano aiutarla a scegliere una via diversa dall´aborto. Ma quando una donna ha deciso, se esiste un metodo più dolce per eliminare al gravidanza, allora va difeso. Alla fine, forse lo ha capito anche Storace».
Non piacciono neppure le sue idee sui Pacs, quella sigla complicata che vuol dire patti civili di solidarietà. Chi ha ragione?
«Io, visto che ho solo chiesto a Prodi di inserirli nel suo programma di governo. So benissimo che questo tema deve essere deciso dallo Stato, ma sono pronta a far modificare anche le poche norme regionali che riguardano questo argomento».
E se la Chiesa torinese non è d´accordo?
«Non so che dire: per quanto riguarda i diritti civili io non sono intransigente: sono addirittura intrattabile. E sui diritti anche la Chiesa dovrebbe pensarla come noi: lasciare liberi i cittadini e poi chiedere a chi crede di essere coerente col Vangelo. Tutto qui».
Lepri le consiglia di parlare meno e di concordare la posizione quando si parla di etica. Ha ragione lui?
«Ma non scherziamo... Non sono argomenti del programma, non ho e non ho assunto vincoli politici. Per capirci: io su questi temi dico quello che penso, non quello che vuole qualcun altro. E poi le consultazioni le facciamo già, mi stupisce che si facciano polemiche su questo punto. Giuliana Manica ha presentato un progetto di legge dei Ds sulle pari opportunità. In Consiglio ne discuteremo con la maggioranza, medieremo, troveremo una linea comune».
Torniamo da dove eravamo partiti: l´Unione tratta con i radicali. Prodi tentenna, lei li vuole?
«Sono stata radicale, gliel´ho già ricordato e poi io volevo portarli addirittura nella mia coalizione. Però...»
Però?
«Però c´è Pannella. Che estremizza, esaspera, fa e disfa. Quasi sempre, alla fine, non accade nulla».
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"La Voce? Non l´ho letta" E Poletto fa il prudente
di PAOLO GRISERI
Nasce il partito del cardinale? L´arcivescovo Poletto ne farebbe volentieri a meno, attento com´è stato fino a ieri ad evitare confusioni pericolose tra insegnamento morale e battaglia politica. Non foss´altro per evitare una diminutio di ruolo: la recente contestazione a Ruini è la dimostrazione più evidente dei rischi che corrono i prelati quando dismettono i panni del loro magistero per adattarsi all´abito più prosaico di capipopolo. Così ieri, aprendo la due giorni di riflessione del clero, il cardinale si è ben guardato dal rinfocolare la polemica aperta dal suo settimanale contro il laicismo della giunta Bresso: «Non ho ancora letto l´articolo», ha precisato, «però su famiglia e procreazione la Chiesa ha il diritto e il dovere di dire la propria posizione. Una puntualizzazione solo apparentemente di forma. La Curia è in netto dissenso, come si comprende dall´articolo comparso su La Voce del Popolo, rispetto alle posizioni del centrosinistra su coppie di fatto, pillola abortiva, diritti civili degli omosessuali. Ma il cardinale ha preferito ieri non spingere oltre lo scontro evitando di sfiduciare la giunta regionale. Un passo che lo avrebbe posto nell´imbarazzante situazione di dover sposare, per gli automatismi del gioco politico, alleati assai più imbarazzanti. Con un tocco di spregiudicatezza il settimanale diocesano ha dipinto la giunta Bresso come ostaggio dei radicali: «La Regione di Pannella» , era il titolo dell´articolo. Ma il cardinale sa che, con analoga forzatura, sarebbe assai rischioso essere dipinti come «La Curia di Storace» . Il problema è che, a Torino come a Roma, i cattolici in politica sono uniti dalla crociata contro le coppie di fatto ma sono divisi su tutto il resto. E, a ben vedere, anche sulle questioni etiche presentano non di rado inquietanti differenze tra il dire e il fare, tra i principi proclamati e le scelte praticate. Perché, a Torino come a Roma, i partiti indicati dall´articolo della Voce del Popolo come i depositari naturali dell´insegnamento della Chiesa sono talvolta guidati da persone che attendono miracolistici annullamenti di matrimonio dalla Sacra Rota per regolarizzare le unioni di fatto nel frattempo costruite. Episodi della vita privata che diventano inevitabilmente pubblici quando i protagonisti si ergono a giudici delle pagliuzze altrui negando il diritto civile della chiarezza a chi compie le loro stesse scelte ma evita di nasconderle in confessionale. Campanelli d´allarme che consigliano alla Curia qualche prudenza nell´abbracciare in modo disinvolto questo o quell´esponente politico dell´area centrista.
Ma, nonostante queste cautele dell´arcivescovo, gli aspiranti militanti del partito del cardinale sono in continua crescita. Ubriacati dal successo del referendum sulla fecondazione assistita, si assiepano e fanno a gara nell´interpretazione autentica del pensiero della Chiesa e nella sua traduzione in proposte di legge, ordini del giorno, emendamenti. Dichiarava ieri, su questo giornale, il capogruppo regionale della Margherita che «la Curia ha diritto di prendere posizione. Se lo fa Bresso lo può fare anche la Voce del Popolo». Ci mancherebbe. Ma si torna al problema della «diminutio»: perché mettere sullo stesso piano una maggioranza politica e un settimanale diocesano su questioni che, oltretutto, dividono profondamente i cristiani? Che cosa risponderebbe il capogruppo della Margherita se un esponente della sua maggioranza decidesse di tradurre in legge, in tema di procreazione, l´insegnamento delle Chiese protestanti?
Il nodo vero, a Torino come a Roma ma soprattutto a Torino, è nell´afasia, nella mancanza di dibattito pubblico tra i cattolici torinesi sui temi della famiglia e della laicità dell´impegno politico. Per la Chiesa che fu del cardinale Pellegrino questo è un ulteriore campanello d´allarme: quell´afasia appiattisce i cattolici sulle posizioni delle gerarchie, spinge i loro rappresentanti a scimmiottare i vescovi traducendo in delibera le omelie e crea qualche imbarazzo ai cardinali, costretti ad arginare i continui tentativi di iscrizione a un partito che, forse, non vorrebbero guidare.
http://www.gaynews.it/view.php?ID=34370
Le strane coppie del polo
Nel governo sono molti i conviventi, temporanei o no, tuttavia strenui avversari dei Pacs
di Federica Fantozzi/Roma
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Mentre infuria la tempesta sui Pacs - osteggiati da Lega, Udc e parte di Fi, scomunicati dal cardinal Ruini come rovina-famiglie, derubricati a contratti amministrativi da Rutelli - una lettrice scrive: «Certo i redditi dei parlamentari non hanno bisogno dei Pacs».
Però i nostri eletti hanno già la possibilità di avvalersi dei relativi benefici: basta una semplice dichiarazione per estendere pensione e assistenza sanitaria al/la convivente.
Categoria questa che in molti - per scelta o lungaggini nello scioglimento del rapporto precedente - sperimentano. Così capita che quando Pierferdinando Casini chiede «rispetto per il suo diritto di dire laicamente no» ai Pacs, gli replichi «con rispetto» il Dl Mantini: «Casini che conosce la condizione dei conviventi e dei padri di fatto comprenda che i valori si tutelano senza ipocrisie...». Il cattolicissimo presidente della Camera convive obtorto collo: pendente la sua richiesta alla Sacra Rota di annullamento del matrimonio con Roberta Lubich (sposata dopo l'annullamento delle precedenti nozze di lei) da cui ha avuto due figlie adolescenti, è legato all'imprenditrice Azzurra Caltagirone e padre della piccola Caterina.
Il leader di Cl e "governatore" lombardo Roberto Formigoni che ritiene la posizione di Prodi sui Pacs «uno scivolone rivelatore di come l'Unione non voglia difendere la cellula fondamentale della società: la famiglia» 6 anni fa finiva sulla copertina di Novella 2000 accanto alla fidanzata Emanuela Talenti in lacrime.
Il Celeste e l'altissima indossatrice facevano coppia nelle occasioni sociali, trascorrevano le vacanze insieme ed erano dati per nubendi dai rotocalchi rosa: invece non fu così.
Nando Adornato, ex laico di sinistra convertito alla dottrina teo-con, ha precisato alla Stampa che lo inseriva tra gli «onorevoli conviventi» di essere «felicemente sposato da qualche anno». Negli scapigliati anni '70 invece, quando «la coppia simbolo erano Simone de Beauvoir e Sartre», preferiva la convivenza (da cui è nato un figlio oggi ventenne) rievocata in un'intervista a Maria Latella: «La coppia aperta che inferno».
La Lega è paladina della famiglia tradizionale «impostata su riconosciuti valori e responsabilità» con qualche incongruenza. Passi il decennio di convivenza di Umberto Bossi divorziato prima di impalmare Manuela Marrone in seconde nozze. Ma sarebbe interessante sapere cosa ne pensa Ruini del matrimonio celtico, con druido e altare a Odino e giuramento «sul fuoco che mi purifica», celebrato nel 1998 da Roberto Calderoli (oggi - che sollievo - regolarmente coniugato davanti a Dio).
Calderoli che aborre le coppie di fatto in quanto «atto contro natura e primo passo verso la dissoluzione di una società fondata sui valori» e non pensava che «per un pugno di voti il centrosinistra potesse cadere così in basso», 7 anni fa scambiava i braccialetti (mica gli anelli) con la poetessa Sabina Negri in abito celtico di Gattinoni color Padania in autunno, nella villa del calciatore Vialli: un simpatico rito pagano officiato da Formentini.
Nel '98 sempre con rito celtico Roberto Castelli, divorziato con un figlio, sposava a Pontida la giovane attivista Sara Fumagalli: nozze "regolarizzate" in comune quest'anno.
Dall'esilio dorato di Bruxelles riemerge Franco Frattini per ritenere «non necessaria» l'introduzione dei Pacs in Italia: «La mia opinione come cittadino è che non ce n'è assolutamente bisogno, tenderei a escluderli. La Costituzione va bene così, la legge è una buona legge». Frattini, separato con una figlia, già fidanzato con un paio di teleconduttrici, è stato goliardicamente salutato da Berlusconi a Gubbio: «Attente ragazze, so che Franco è tornato single...».
La nivea attrice Elisabetta Gardini, divorziata con un figlio, convive da anni con un regista, ma come portavoce azzurra ammonisce: «Con Prodi l'Italia imboccherebbe la deriva zapaterista anche sulle questioni eticamente sensibili».
Dal sacrificio della convivenza non si è salvato neppure Silvio Berlusconi: ottenuto il divorzio dalla prima moglie Carla Dall'Oglio ha sposato l'attrice Veronica Lario dopo 6 anni di convivenza. Dei tre figli avuti con lei, la primogenita Barbara è nata prima del matrimonio.
E dalla memoria storica rispunta il caso del Dc Alberto Michelini, strenuo custode della famiglia e caro all'Opus Dei. Il futuro deputato forzista visse un breve momento di imbarazzo quando, nel 1989, vennero resi inopinatamente noti i verbali dell'annullamento delle sue prime nozze. «L'uomo deve essere libero e non legarsi mai con alcun vincolo» confessava allora ai giudici della Sacra Rota (poi si risposò). Sua madre testimoniava: «Nostro figlio diceva sempre che non avrebbe mai sopportato una donna vicino per tutta la vita. Per questo con mio marito maturammo la convinzione che sposandosi faceva una buffonata». A diffondere i verbali fu un consigliere comunale missino, Tommaso Manzo, che così si giustificò: «Niente di personale, anche altri candidati Dc sono divorziati e risposati. Ma almeno non poggiano il proprio programma sulla difesa del matrimonio e della famiglia».
http://www.gaynews.it/view.php?ID=34374
giovedì 29 settembre 2005
Il «Guardian»: Berlusconi è troppo vecchio
«Il compleanno di Berlusconi richiama l'attenzione su una delle principali ragioni» per cui gli viene chiesto di lasciare: sta per compiere 69 anni, «alla fine della prossima legislatura ne avrà 74». Parola di uno dei più autorevoli quotidiani inglesi, il Guardian, che ieri. alla vigilia del gentiliaco del Cavaliere, gli "regala" un articolo sulle sue difficoltà politiche. «Un lifting al viso e un trapianto di capelli lo fanno sembrare di gran lunga più giovane della sua età - scrive - ma non possono cambiare il fatto che l'uomo più ricco d'Italia adesso ha superato l'età in cui la maggior parte dei politici corrono per un alto incarico». Non è questo l'unico fattore per cui il presidente del Consiglio appare «vulnerabile»: Berlusconi a Palazzo Chigi «è diventato esattamente l'opposto di quello che ci si aspettava fosse». Così, mentre ha imparato a essere un abile politico, «è stato disastrosamente incapace a gestire l'economia». Amara la profezia conclusiva per la CdL: «Con o senza il suo leader carismatico la destra avrà davanti una strada in salita per vincere le prossime elezioni».
http://www.articolo21.info/editoriale.php?id=1206
Tanti auguri, Dorian Gray
di Marco Travaglio
Domani il Cavalier Bellachioma compie i suoi primi 69 anni e questa rubrica, che gli deve molto, intende formulargli i più fervidi auguri. Ne ha bisogno. Vorremmo tanto dirgli “69 e non li dimostra”, ma proprio non si può. Perché fino a un mese fa l’aitante vegliardo era riuscito a mascherare l’età con ogni sorta di accorgimenti: dagli scattini atletici alle battute da playboy, dal fard al lifting, dalla lipo ai trampoli nei tacchi, dai due trapianti piliferi al botulino che, per un dosaggio eccessivo, gli ha trasformato la fronte inutilmente spaziosa in una calotta liscissima, tipo circolo polare artico o campo da hockey su ghiaccio. Il suo ritratto di Dorian Gray, tutto rughe, pappagorge e zampe di gallina, se ne stava buono buono in qualche anfratto sotterraneo del mausoleo di Arcore. Poi di botto, come in un film di Stephen King, gli è zompato addosso, scaricandogli sul groppone i suoi 69 anni, tutti insieme contemporaneamente. E stato quando, nella conferenza stampa dal titolo “Il ritorno di Tremonti”, Bellachioma salutava i giornalisti dopo un lungo monologo alla presenza muta di Fini e Follini. Non era previsto, come sempre, che i due proferissero verbo. Invece, quella sera, Follini parlò. Il giovine Udc che lui chiama “metastasi” comunicò davanti a tutti, di non esser d’accordo sul candidato unico del partito unico: cioè Lui. In quel preciso istante una lunga crepa si fece largo nell’armatura di fard a pronta presa che fodera il volto di Dorian Gray. E non ci fu verso di rimarginarla, nonostante le amorevoli cure delle badanti Bondi e Cicchitto. Che qualcosa si fosse rotto per sempre nel meccanismo frankensteiniano, si è capito giorni dopo, quando Bellachioma ha tentato di riprendersi con una barzelletta. Quella di Berlusconi che cammina sulle acque e tutti i giornali (comunisti) titolano: “Non sa neanche nuotare”. Tutt’intorno, il gelo, a parte qualche sorriso forzato delle guardie del corpo: l’aveva già raccontata nel ‘94. Ieri, in Senato, ci ha riprovato con quella del Paese sull’orlo del baratro e della sinistra che l’invita a fare un passo avanti. Sull’emiciclo è di nuovo calato un glaciale imbarazzo: la battuta l’aveva scartata Bramieri negli anni 50, perché troppo vecchia. Che Bellachioma non sapesse governare era noto anche ai suoi, ma che fallisse con le barzellette, è un ‘assoluta novità. D’altra parte, nel recente sfogo al fianco del devoto Adornato, l’aveva previsto lui stesso: “Quando vedrò che la mia immagine non corrisponde più a me stesso, allora esploderò”. Ecco, è esploso.
La sua immagine non corrisponde più al “se stesso “che aveva in mente Lui. Quel Se Stesso che firmava contratti con gl’italiani (peraltro assenti) sulla scrivania di Vespa; disegnava “grandi opere” dappertutto sulla lavagna di Vespa; prometteva “meno tasse per tutti”, “città più sicure”, “pensioni più dignitose”, “due milioni di posti di lavoro”, e, casomai avesse mancato più di una delle cinque promesse contrattuali, niente ricandidatura nel 2006. Poi cominciò a dire di essere “avanti col programma”, anzi di averlo “già realizzato tutto”. Ma, siccome la gente non abboccava nemmeno nei sondaggi, di punto in bianco il contratto sparì. E ora il suo Se Stesso degenere va in giro a ripetere un nuovo slogan elettorale, davvero accattivante: “A Palazzo Chigi non ho rubato, né messo le mani in tasca agli italiani, né usato giudici, servizi segreti o intercettazioni contro l’opposizione” Se è per questo, pare che non abbia nemmeno ammazzato nessuno. Ma basterà? Doveva dimezzare le tasse, ora si vanta di non averle aumentate. Doveva dimezzare i reati, ora si vanta di non averne commessi (in realtà prima li ha commessi, poi li ha depenalizzati). Si accontenta di poco, nella speranza che gli elettori facciano altrettanto. E’ una nuova forma di pubblicità progresso. Come se un ristoratore, per attirare clienti, affiggesse all’ingresso la scritta: “Venite, non abbiamo mai avvelenato nessuno“. O un barista scrivesse sull’insegna del locale: “Qui non pisciamo nel caffé”. O un aspirante chirurgo nel curriculum, si vantasse: “Non ho mai scannato nessuno”. O un impiegato dicesse a un colloquio di lavoro in banca: “Ho le carte in regola: non ho mai svaligiato caveau”. O un giovanotto, dovendo chiedere la mano della sua ragazza, rassicurasse il di lei padre: “Stia tranquillo, non sono solito stuprare bambini”. O un deputato imputato di corruzione si presentasse in tribunale col seguente alibi: “Non erano tangenti: era solo evasione fiscale”.
Cose inimmaginabili, soprattutto l’ultima.
Piccoli Vespini crescono
di Marco Travaglio
Due politici di destra e due di sinistra se la cantano e se la suonano chiacchierando del più e del meno in uno studio della Rai. Poi, a turbare la serenità del clima, interviene un giornalista vero e informato sui fatti, figura ormai desueta nel «servizio pubblico». E spiega che i processi a Berlusconi non si sono quasi mai conclusi con dichiarazioni di innocenza, ma quasi sempre di colpevolezza. Solo che il colpevole non è stato punito perché, una volta, ha abolito il suo reato; e, sei volte, è riuscito a trascinare il processo oltre i termini di prescrizione, dimezzati dal gentile omaggio delle attenuanti generiche. Lo spudorato cronista spiega poi che depenalizzare i bilanci falsi significa premiare i delinquenti e danneggiare le potenziali vittime, cioè i piccoli azionisti. In studio si scatena la bagarre. «Vergogna! Fazioso! Siamo garantisti! Non si può andare avanti così! Chi non ha condanne è innocente! Basta manette!», urlano Matteoli e Sacconi. Tempesta prontamente sedata dall'olimpico conduttore armato di vaselina: «Calma, quella sul falso in bilancio è un'opinione personale del giornalista… Berlusconi è stato sempre assolto e non è colpevole di niente. Ha ragione Matteoli: è innocente». Il giornalista vero scuote il capo. Sigla.
Che programma era? Tutti gli ingredienti - i politici che se la cantano, la rissa, il conduttore che tranquillizza, la sigla ecc. - farebbero pensare a "Porta a Porta". Tutti, salvo uno: la presenza del cronista informato sui fatti e per giunta parlante, che nel salotto di Vespa non è prevista: lì gli eventuali giornalisti sono generalmente disinformati sui fatti e per giunta silenti (qualcuno sospetta che si tratti di sagome di cartone). No, non era "Porta a porta". Era "Ballarò". Che non è condotto dal Vespa originale, ma dal Vespino "de sinistra": Giovanni Floris.
Il cronista è Luca Fazzo di Repubblica, uno dei migliori giudiziaristi d'Italia. L'hanno chiamato per raccontare i fatti e lui, ingenuamente, li racconta: innocente è chi non ha commesso reati, non chi li ha commessi ma l'ha fatta franca perché è passato troppo tempo o perché li ha aboliti per legge. Lavorando per un giornale serio, e non per la Rai, ha sempre pensato che i fatti siano una cosa e le opinioni un'altra. Era così anche in Rai, o almeno in certi programmi Rai, fino a quattro anni fa. Nell'aprile 2001 Michele Santoro invitò Marcello Dell'Utri a parlare del suo processo al "Raggio Verde". Dell'Utri raccontò che nel 1974, quando assunse il mafioso Mangano come "fattore" ad Arcore, questi era incensurato. Santoro diede la parola a Luisella Costamagna per leggere la fedina penale di Mangano, pregiudicato sin dagli anni 60. Dell'Utri dovette inventarsene un'altra. A questo servono i giornalisti. Non a dirigere il traffico delle opinioni, ma a fare domande e a controllare, per conto del pubblico, che le risposte siano esatte. Se non lo sono, se qualcuno tenta di mentire ai telespettatori non con opinioni legittime, ma con fatti falsi, il giornalista interviene e mette le cose a posto. Perciò, all'estero, i potenti, soprattutto i bugiardi, hanno paura dei giornalisti. In Italia domina il modello Vespa, che fa un altro mestiere. E tutto diventa opinabile, anche le sentenze, anche i fatti. Soprattutto i fatti. Ciascuno li racconta come gli pare. Alla fine un'opinione vale l'altra, anzi elide l'altra. Il Vespa di turno conserva il posto e fa carriera. Ci rimette soltanto il pubblico, che ne sa quanto prima. Cioè niente.
Per conoscere i fatti contenuti in una sentenza, c'è un sistema infallibile: leggerla. Se Floris avesse letto quelle a carico di Berlusconi,com'era suo dovere visto che se ne parlava a Ballarò, avrebbe saputo cosa dire mentre Fazzo raccontava e gli altri sbraitavano. Avrebbe potuto persino citare qualche brano, per esempio, della sentenza di Cassazione sui 21 miliardi versati da Berlusconi a Craxi tramite All Iberian: reato commesso ma prescritto. La parola "innocente" non c'è: «Le operazioni prodromiche ai finanziamenti estero su estero dal conto intestato alla All Iberian al conto di transito Northern Holding (di Craxi, ndr) furono realizzate in Italia dai vertici del gruppo Fininvest, con il rilevante concorso di Berlusconi quale proprietario e presidente… Non emerge negli atti l'estraneità dell'imputato», cioè di Berlusconi (22-11-2000). Nei trailer di Ballarò, Floris si vanta di «fare sempre le domande giuste». Il guaio è che non conosce le risposte. Molto meglio "Distretto di polizia" su Canale5. Lì, almeno, i colpevoli ogni tanto finiscono dentro.
http://www.articolo21.info/editoriale.php?id=1207
martedì 27 settembre 2005
La madre di un omosessuale scrive a Ruini
La lettera che segue è giunta firmata alla redazione dell'Unità ma per richiesta dell'autrice è stata omessa la firma
Caro Cardinale Ruini,
sono la madre di due ragazzi. Uno è omosessuale. Io e mio marito abbiamo cercato di educare i nostri figli al rispetto del prossimo e all'onestà. La famiglia è al centro della nostra vita. Circa un anno fa mio figlio di 20 anni ci ha detto (non così per caso ma in un momento di forte tensione) di essere gay. È stato un colpo al cuore, perché in quel momento ho visto un ragazzo, dolce e sensibile, fragile e impotente di fronte alle ostilità che avrebbe dovuto subire.
Quelle ostilità che nascono e fioriscono in una società che la pensa come lei (o come il ministro Calderoli, ma questa è un'altra storia). Dopo la rivelazione (meglio dire la chiarificazione diretta che qualche famiglia preferirebbe non avvenisse!) la prima domanda è stata la più scontata (me ne sono accorta dopo): ma ne sei proprio sicuro? «Sì, mamma», è stata la risposta. E ancora: «ho provato ad avere una ragazza (come noi sapevamo) ma poi per onestà ho interrotto la relazione», e ancora «io non volevo essere così» e queste parole mi risuonano continuamente nella mente provocandomi un nodo alla gola. Il suo racconto continua: «ci ho messo quasi otto anni per accettarmi e capire che sono normale».
Ed io pensando alla sua sofferenza non so darmi pace. Vedendo il mio sguardo smarrito ha continuato: «ma io sono quello che voi conoscete, sono così».
La nostra è una famiglia aperta ai problemi del mondo, a tavola si parla di tutto, ma questo è stato un segreto difficile da condividere proprio perché assorbiva il giudizio negativo di quella cultura intrisa di tutti quei pregiudizi che accomunano gli omosessuali alla diversità, ai pedofili, alla prostituzione e al peccato.
Lei non ha figli e non può capire.
L'associazione «Arci Gay» nasce circa 20 anni fa, dopo che due ragazzi omosessuali si suicidarono perché non riuscirono a sopportare le ingiurie della gente (perda un po' di tempo a guardare su internet...) e tanti altri lo hanno fatto ancora. È questo che vogliamo? Perché i nostri figli non possono vivere la loro vita con dignità, compresa quella sentimentale? Perché la sua voce non si alza contro gli stupri, il turismo sessuale, la pedofilia, la violenza dei padri alle loro figlie o alle loro mogli (dentro quelle famiglie che lei tanto invoca), contro la prostituzione minorile indotta da padri, mariti e fratelli! Queste sono le cose che insieme dovremmo combattere! Queste sono le vere cose contro natura! Per non parlare della guerra, che la nostra Costituzione proprio non contempla, ma anche questa è un'altra storia. Mio figlio non vuole vivere la sua vita, relegato agli ambienti gay, vuole potersi esprimere ovunque, frequentare qualsiasi luogo e poter fare qualsiasi lavoro. I gay si sono dovuti organizzare e per non sentirsi sempre emarginati hanno creato luoghi dove si ritrovano fra loro. Ora le cose stanno cambiando. Devono, cambiare! Alcuni luoghi sono aperti a tutti, è così che deve essere: i gay non devono vivere come se fossero dei derelitti della società, ma vivere nella società anche se non sono stilisti o altri personaggi famosi (per questi è più facile essere accettati perché ancora una volta, ipocritamente, la discriminazione più sentita è la ricchezza). Ho ancora qualche domanda da farle: perché devo considerare un mio figlio, figlio di un Dio minore? Perché devo pensare che uno dei miei figli non è normale? In base a quale legge divina o terrena?
Noi abbiamo insegnato ai nostri figli l'amore e il rispetto per l'espressione delle persone senza steccati e limiti per etnia, religione e orientamento sessuale. Mi creda, la Sua è una crociata, anche se secolare, sbagliata. Molti della sua Chiesa non la seguiranno, perché non vivono arroccati come lei in una torre d'avorio. Vivono nelle città e nei paesi. Lavorano e studiano, si divertono e soffrono a contatto con il mondo reale. Hanno amici, figli e parenti gay, quelli che hanno avuto il coraggio di «rivelarsi». Molti altri vivono una vita d'inferno, qui sulla terra, per colpa di tutti quelli che la pensano come lei! Forse il Dio che conosco io non è quello che conosce lei!
http://www.gaynews.it/view.php?ID=34316
domenica 25 settembre 2005
Quel genio che ha messo l'Italia in mutande
di EUGENIO SCALFARI
RICORDO molto bene quella sera del 25 luglio del '43. Avevo diciannove anni e passeggiavo con alcuni amici per il corso di Sanremo quando dagli altoparlanti installati in strada la voce dell'annunciatore scandì con tono ancora mussoliniano la notizia delle dimissioni del Duce e la nomina al suo posto del maresciallo Pietro Badoglio. Fummo tutti presi da un'ondata d'entusiasmo. A un soldatino di leva che passava di lì per rientrare in caserma offrimmo quasi di forza un frappè alla banana.
Solo alcuni anni dopo capii che i gerarchi che avevano votato in Gran Consiglio la sfiducia al Capo e l'appello al Re si aspettavano d'esser loro i protagonisti della transizione dalla dittatura alla democrazia. Dino Grandi pensava che Sua Maestà avrebbe chiamato lui a Villa Savoia per dargli l'incarico. Invece Sua Maestà, detto Sciaboletta, chiamò l'esercito per governare e i carabinieri per arrestare Mussolini. Lungi da me l'idea di confrontare situazioni non paragonabili e personaggi di tutt'altro conio. Ma una ragione c'è per associare alla situazione attuale quella di 62 anni fa: anche Casini e Follini (e in minor misura Fini) hanno operato in questi giorni per mettere fuori gioco Berlusconi pensando di prenderne il posto e portare la Casa delle libertà alla vittoria o almeno ad una decente sconfitta che salvi comunque il centrodestra dalla dissoluzione.
Questo tentativo finora ha partorito, dopo fortissime doglie, soltanto il topolino delle primarie che Berlusconi ha accettato mettendo però subito in chiaro che bisognerà intendersi sulla procedura. Ha anche anticipato che a suo parere si dovrebbero riunire in assemblea tutti gli "eletti" del centrodestra (parlamentari, sindaci, presidenti di Regioni e Province, eccetera) e votare il leader.
Sia questa o un'altra la procedura, poco importa. Lo scontro interno alla Casa delle libertà è stato già derubricato: non più sul nome del leader ma sulle regole con le quali sceglierlo. Gli interessati (Casini e Follini) hanno magnificato questo "topolino" come una vittoria campale della loro tesi.
"Si è passati", hanno detto, "dalla monarchia assoluta alla Repubblica o almeno alla monarchia costituzionale". E gran parte dei "media" hanno fatta propria quest'interpretazione aggiungendo che, quand'anche Berlusconi uscisse vincitore da queste fantomatiche primarie, non sarà più lui ma, appunto, un monarca costituzionale.
Mi permetto di dissentire totalmente.
Quanto al risultato, indipendentemente dalla procedura che sarà scelta, darei la riconferma di Berlusconi al 90 per cento.
Quanto al suo mutamento di immagine lo reputo impossibile al cento per cento. Un Berlusconi riconfermato dopo una competizione con i suoi alleati-avversari sarebbe più forte che mai per regolare i conti all'interno della coalizione.
Penso anche che il centrodestra sia, specie dopo la farsa finale Siniscalco-Tremonti-Fazio, in condizioni disperate, quale che sia l'uomo che ne guiderà le sorti da qui alle elezioni. Il progetto casinian-folliniano di esser loro a guidare la transizione non esiste. Hanno governato insieme, si sono insieme spartiti il potere, hanno votato allineati e coperti le stesse vergognose leggi e quindi - spero - affonderanno insieme. Potrebbe salvarli solo l'uscita immediata dall'alleanza e la presentazione solitaria alle elezioni. Ma questo non lo faranno mai.
* * *
Come non bastasse è tornato in campo Tremonti. Si è fatto perfino pregare.
Figurarsi. Ha posto condizioni. Ha obbligato Fini ad essere il suo principale sostenitore dopo che era stato lo stesso Fini a farlo defenestrare pochi mesi fa. Se la vendetta è un piatto che si mangia freddo, Tremonti l'ha gustato chambré. Forse più gustoso ancora.
Né è mancata l'ambita approvazione del Capo dello Stato, costretto anche lui dall'imminenza della legge finanziaria a fare buon viso a cattivissimo gioco. Perché Tremonti sarà pure un genio, come recita ad ogni cantone Cossiga l'emerito, ma se c'è un responsabile della catastrofe in cui è finita l'economia italiana, questo è lui e non sarà certo la finanziaria 2006 da rattoppare ad alleviare in limine litis le sue responsabilità.
Vorrei brevemente enumerarle affinché i nostri concittadini non dimentichino.
1. Ispirò e avallò la politica del taglio delle aliquote Irpef (puntando soprattutto sullo sgravio dei redditi medio-alti) in una fase recessiva dell'economia mondiale, europea, italiana. Finì come sappiamo: quasi 20 miliardi di euro buttati al vento senza alcun effetto sull'economia.
2. Ingannò fin dall'inizio gli italiani accreditando cifre false sulla pubblica finanza e sul trend della spesa, dell'entrata e soprattutto del Pil, scommettendo su una ripresa data per certa fin dal 2002 e ancora mai avvenuta e non prevedibile neppure nel 2006. Così mentì al Paese e al Parlamento consapevolmente e ripetutamente.
3. Per colmare i disavanzi e il deficit si prodigò nella finanza creativa e nei provvedimenti-tampone una tantum: prestiti bancari concessi da enti e banche pubbliche camuffate da società per azioni e quindi sottratte alla contabilità dello Stato (Ferrovie, Poste, Cassa Depositi e Prestiti).
4. Tentò (ma senza riuscirci) di mettere le mani sulle fondazioni bancarie e quindi sulle banche da poco privatizzate, per ricondurle al potere del governo. Per fortuna Fazio in quell'occasione impedì che il progetto andasse in porto, una delle poche buone cause sostenute dal governatore.
5. Indebolì fortemente l'autorità della Commissione europea sui deficit degli Stati membri con l'obiettivo di riconquistare la sovranità nazionale in materia, causa non ultima dell'impasse in cui si trova l'Unione europea.
6. Fu l'artefice massimo dei condoni d'ogni genere e tipo e quindi degli effetti perversi che essi hanno esercitato sui comportamenti dei contribuenti e sull'andamento delle entrate.
Ci vorrebbe un volume per raccontare i guasti di questo malgoverno dell'economia e della finanza. Se Tremonti è un genio, alla larga da questi geni.
* * *
Dopo di lui, immolato sull'altare della pacificazione con Fini, Berlusconi chiamò Siniscalco. Un tecnico ben preparato, non inviso all'opposizione e tantomeno al mondo accademico e desideroso di tenersi lontano dalle beghe politiche. Sembrò di respirare, ma durò molto poco. Ci si dimenticava che Siniscalco era stato per quattro anni il direttore generale del Tesoro e che tutte le gabole di Tremonti erano nate nella sua mente e transitate dalla sua scrivania.
Non starò a ricordare gli errori compiuti da Siniscalco: le pagine di questo giornale che li hanno di volta in volta analizzati sono ancora fresche d'inchiostro. Ma ne indicherò uno solo, il più macroscopico e il più "doroteo" nel senso che fu adottato nella Finanziaria 2005 perché era il solo modo per far quadrare i conti sulla carta senza dispiacere a nessuno: il tetto del 2 per cento imposto a tutta la spesa pubblica rispetto a
quella dell'anno precedente.
Questa una tantum macroscopica, prevista ora anche per la Finanziaria 2006, non poteva funzionare in mancanza di un monitoraggio capillare e immediato di cui il Tesoro non dispone e la Ragioneria generale neppure.
Infatti non ha funzionato. La Corte dei Conti pochi giorni fa ha reso pubblico lo stato dei fatti. La spesa di quasi tutti i ministeri e i settori ha ampiamente bucato il tetto, sia per la competenza sia per la cassa, con la conseguenza che il debito pubblico è arrivato già al 110 per cento rispetto al Pil e supererà il 111 nel 2006, mentre l'avanzo primario, già falcidiato da Tremonti, è ormai di segno negativo.
Siniscalco merita elogio per le dimissioni di pochi giorni fa. Meglio sarebbe stato se fosse caduto difendendo la sua finanziaria in Parlamento.
Date in anticipo quelle dimissioni hanno piuttosto il sapore d'una fuga.
Comunque, onore al suo (unico) merito.
* * *
Quanto a Fazio, lui sta lì, patella attaccata allo scoglio come ha scritto il Financial Times. Ora ha invocato il Trattato di Maastricht che vieta ai governi e soprattutto al Consiglio dei ministri europeo, d'intervenire sulle decisioni della Banca Centrale Europea.
Questo è semplicemente il gioco delle tre carte. Quel divieto esiste per fortuna ma riguarda appunto il Consiglio dei ministri europeo e i governi nazionali da un lato e la Bce dall'altro. Nessun governo infatti potrebbe censurare Fazio (o qualunque altro membro del direttorio della Bce) per decisioni prese nella Banca ed emesse dalla Banca. Ma non riguarda affatto l'operato di Fazio nella sfera d'autonomia riservata alle banche centrali nazionali. Cioè nella vigilanza sul sistema bancario nazionale che la Bce ha delegato alle banche centrali nazionali.
Fazio comunque se ne andrà dopo aver dato vita ad una sceneggiata di stampo eversivo, incoraggiata dalla complicità del presidente del Consiglio, dalla corrività del Direttorio della Banca e dall'impianto a dir poco barocco delle procedure con le quali è regolata la nomina e la revoca dei governatori.
Se ne andrà con il vanto d'aver difeso l'indipendenza dell'Istituto, ottenuta trascinando l'Istituto stesso in una contestazione irresponsabile che avrà conseguenze proprio su quell'indipendenza che sta a cuore di tutti e che ha rappresentato uno dei pochi punti di forza italiani nell'era inaugurata da Luigi Einaudi e conclusasi con Carlo Azeglio Ciampi. E sarà un'altra partita perduta per il buon nome del nostro Paese in Europa e nel mondo.
Mentre scrivo queste righe arriva la notizia d'una ulteriore dichiarazione di Berlusconi contro Follini e contro le primarie. Se ci volevano altre conferme della friabilità dell'accordo tra i Quattro del governo in carica, essa è puntualmente arrivata. Non è necessaria la preveggenza della Sibilla per capire che la situazione è sfuggita di mano e che il governo galleggia senza bussola e senza stelle.
Meglio, molto meglio, sarebbe stato cogliere l'occasione delle dimissioni di Siniscalco e andare a votare subito.
Meglio per Berlusconi, meglio per la sinistra ma soprattutto meglio per la povera Italia, più che mai "nave senza nocchiero in gran tempesta".
Post scriptum. Le recenti esternazioni del cardinal Ruini hanno provocato a Siena, in occasione d'un forum di parte al quale il presidente della Cei era intervenuto come ospite d'onore, chiassose contestazioni d'un gruppo di studenti favorevoli al "Pacs" (Patto di solidarietà per i conviventi non sposati). Il cardinale ha definito quelle contestazioni una "piacevole interruzione" dimostrando in quest'occasione una buona dose di umorismo di cui gli va dato merito.
Non altrettanto umorismo ha visitato le menti di quanti, naturalmente del centrodestra ma anche del centrosinistra, si sono affrettati a biasimare i chiassosi studenti e hanno porto le loro (non richieste) scuse al cardinale.
Dispiace che tra di essi ci sia stato anche Romano Prodi. Di che cosa si doveva scusare Prodi e tutto il centrosinistra con lui? Il cardinale fa il dover suo quando esprime l'opinione dei vescovi, confortata da quella del Papa, sulla dottrina della Chiesa, sull'etica, sulla famiglia, sulla catechesi, sulla liturgia. Invade invece terreno altrui quando prescrive i comportamenti specifici che non solo i cattolici e gli "uomini di buona volontà" dovrebbero assumere, ma anche le istituzioni dello Stato in occasioni politiche rilevanti: il modo di compilare le leggi, il modo di votare nei referendum, l'esercizio della giurisdizione.
(Vedi a quest'ultimo proposito le critiche che Ruini ha rivolto alle intercettazioni giudiziarie disposte dalle procure italiane).
Di invasioni di campo di questo genere è piena la recente biografia del presidente della Cei. Esse creano inevitabili reazioni non solo dei laici non credenti ma anche nel laicato cattolico più avvertito, che vorrebbe dai propri vescovi più religiosità e meno politica. Ne ha parlato esplicitamente Pietro Scoppola in un'intervista sul Sole 24 Ore che dovrebbe essere attentamente letta e meditata in Vaticano e in Laterano.
Ruini dimentica troppo spesso, mi pare, la differenza profonda che passa tra una Chiesa libera da ogni vincolo e da ogni beneficio e una Chiesa concordataria come quella italiana. È ovvio che i preti e i vescovi abbiano piena libertà di parola ma non è vero che essi siano cittadini italiani come tutti gli altri. Essi godono di vari privilegi tutt'altro che marginali: celebrano matrimoni in qualità di ufficiali di stato civile, hanno insegnanti di religione nelle scuole pubbliche pagati dallo Stato ma scelti e revocabili da loro, ricevono un contributo dell'8 per mille sul reddito dichiarato dai contribuenti e calcolato con modalità che vanno assai oltre alla crocetta apposta dal singolo dichiarante sull'apposito spazio modulistico, ricevono ampio sostegno finanziario e urbanistico per le opere d'arte allocate nelle chiese.
In compenso di questi e di molti altri benefici hanno accettato di lasciare interamente all'autorità civile l'organizzazione politica e legislativa della società, alla quale possono certo far giungere la loro parola d'orientamento ma non la loro precettistica e la loro casistica.
Ai commentatori che suggeriscono di non regalare la Chiesa alla destra mi permetto di far osservare due cose: la Chiesa è pienamente capace di intendere e di volere; se va a destra è lei che lo decide e non qualcuno che gliela regala. E poi, la sinistra dovrebbe scegliere i propri temi e fare le proprie proposte solo dopo aver scrutato il sopracciglio di Ruini, di Sodano e di Fischella?
Forse sarò ottocentesco ma questi ragionamenti non mi piacciono.
(25 settembre 2005)
http://www.repubblica.it/2005/i/sezioni/economia/finanziaria3/geniomut/geniomut.html
sabato 24 settembre 2005
Contestazione a Ruini, il vittimismo dell'Osservatore Romano
La gerarchia cattolica è sempre stata molto abile a negare l'evidenza e cioè che sono gli omosesusali che non hanno diritto di parola e non certo i gerarchi romano-cattolici che appaiono sempre ai tg
RUINI: OSSERVATORE ROMANO, IGNOBILE CONTESTAZIONE
LA VILTA' DELL'IGNORANZA NON RIUSCIRA' A FARCI TACERE (ANSA) - ROMA, 24 SET - ''La vilta' dell'ignoranza. Il coraggio della verita'''. Cosi' l'Osservatore Romano commenta ''l'inattesa e ignobile contestazione'' subita ieri a Siena dal card. Camillo Ruini.
''Una dimostrazione inequivocabile che e' ancora molta la strada da percorrere per giungere ad una autentica cultura del rispetto reciproco. Nello specifico - scrive il quotidiano vaticano - preoccupa che la vilta' dell'intolleranza, contrapposta al coraggio della verita', nasconda una chiara strategia politica di delegittimazione''.
Secondo l'Osservatore, in sostanza, si ''vuole togliere alla chiesa il diritto di intervenire su questioni rilevanti per la vita della societa'. L'obiettivo non e' nuovo. Si era gia' riproposto subito dopo il nostro intervento contro i cosiddetti Pacs e se n'era avuta conferma dopo la prolusione di Ruini al consiglio permanente della Cei''.
L'Osservatore ha anche criticato il ''seguito clamoroso proseguito oggi'' su alcuni organi di stampa. La chiesa che parla in difesa della vita, della dignita' dell'uomo, della famiglia da' fastidio. Ma e' suo dovere farlo. Fa parte della sua missione. E non saranno certo contestazioni di piazza strumentalizzate, non meno strumentali campagna di stampa e prese di posizioni politiche a farla tacere. A farci tacere''.
http://www.gaynews.it/view.php?ID=34271
Omosessualià come malattia: pubblichiamo l'allucinante intervista all'ex 68ino Sorbi
«I gay? Sono malati, noi li curiamo»Viaggio nella struttura cattolica di Milano che vuol "combattere" la diffusione dell'omosessualità
Sorbi, sociologo ed ex-Lotta continua: nel nostro centro li riconquistiamo alla morale.
di Patrizia Albanese
Alla rovescia, beninteso. Se Michael Douglas era finito in terapia per guarire dalla smania di far sesso di continuo, le "Living waters" garantiscono a gay e lesbiche un appassionato ritorno all'eterosessualità. Un cammino indispensabile, poiché Sorbi non ha dubbi: «I gay sono malati e viziosi ». Amen. Le parole di questo sociologo che rimpiange Enrico Berlinguer, ha «votato a favore dell'aborto», ha «fondato i proletari in divisa nell'esercito» e ha «passato una notte in un cesso del Distretto militare di Napoli a discutere di omosessualità con Pier Paolo Pasolini » risuonano come una frustata nel pacifico chiostro del "Rosarium" dei frati francescani di via Pisanello. Nella sala convegni, ieri è partito il primo dei quattro incontri - dedicato a insegnanti e genitori - sulla "Prevenzione e modificazione dei comportamenti a rischio". Sorbi è andato a portare al pubblico - quasi tutti signore, un po' agèe - il saluto del Movimento per la vita ambrosiano, ricordando: «Abbiamo vinto ai referendum sulla procreazione assistita con il 75%, possiamo farcela di nuovo. Dobbiamo diffondere la Verità». Tra i progetti primari di questo ex sessantottino docente all'università europea di Roma - tirato per la giacchetta da Margherita e Forza Italia per una candidatura nel 2006 - non poteva mancare, appunto, «la redenzione degli omosessuali». E mica solo in Italia: «Il progetto "Living waters" è mirato al recupero degli omosessuali su scala internazionale. Aperto anche ad ebrei e ortodossi, perché l'ecumenismo è importante. Non è certo la religione, il discrimine ».
Posto che Paolo Sorbi non scherza come sembra, quando snocciola: «Non esiste una terza razza: essere omosessuali è una malattia», se non è la religione, qual è il discrimine per essere accettati nei "Living waters"? «Semplice, la ragione. La volontà di cambiare, perché si riconosce il male di essere omosessuali» replica questo Savonarola in giacca e cravatta, travestito da simpatico affabulatore di mezza età. Tiene a precisare: «I gay sono dei rompic... tremendi, grondanti problemi psicologici che non esistono.
Se sono felici come stanno, io non voglio far loro alcuna violenza. Ma siccome stanno male e sono tormentati, sempre nel rispetto della libertà di coscienza, se loro vogliono e lo chiedono, creo le condizioni di distruzione a fondo del male». Scusi, chi stabilisce che cosa è male? «C'è una morale naturale, non cristiana. La Storia indica ciò che è bene». Bush, come lo definisce? «Uno pro-life, per la vita». Anche in Iraq? «No comment» replica quando il sangue dell'ex sessantottino, tant'è, riappare. E gli fa dire con convinzione di essere «vicino alla protesta della scuola islamica di via Quaranta». Anzi, di essere «disposto ad andarci e manifestare loro solidarietà se soltanto lo chiedessero al Movimento per la vita ambrosiano». Difficile comprendere la solidarietà agli islamici e non ai gay. «E perché? - domanda il sociologo -. Ho un ottimo rapporto con gli islamici. Non sul dialogo ideologico, ma ad esempio per quanto riguarda la famiglia». Che loro, ad esempio, intendono con trequattro mogli, non proprio seguendo l'etica cristiana. Dribbla: «Ora non più. Le mogli costano. Sulla scuola di via Quaranta, hanno sbagliato perché non sono riusciti a collocarsi su un terreno di non violenza. Si deve accettare la legalità democratica. Loro hanno posto un problema vero, ma gestito malissimo. Noi abbiamo avuto gli stessi problemi con le scuole private cattoliche, ma li abbiamo risolti nella legalità. E ora ci sono le scuole legalmente parificate, che seguono i programmi ministeriali e hanno edifici idonei. Certo che se loro rifiutano di inserirsi nella legalità, come hanno fatto anche le scuole ebraiche, combattono una battaglia persa. Sbagliano il metodo, non hanno mediazione. Tutta colpa della Caritas che dovrebbe dare insegnamenti democratici e non aiuti materiali». Difficile spiegarlo a chi non ha da mangiare, né da dormire... Insiste il sociologo: «Se mancano gli insegnamenti democratici, si sfocia nell'islamismo estremo e nel terrorismo. Che vogliamo tutti evitare ». Almeno quanto i gay che non si pentono. Perché il Movimento per la vita si ostina a definirli malati?
Com'è possibile da parte di una persona con i suoi trascorsi, compresa «una notte a discutere con Pasolini»? Non pensa che i suoi maestri del vecchio Pci si rivolterebbero nella tomba? «Guardi che i nazisti sono quelli che considerano i gay una terza razza, proprio come faceva Hitler» insiste Paolo Sorbi. E ricorda: «Pasolini, che feci entrare di nascosto al Distretto quand'ero militare a Napoli, era travagliatissimo e distrutto moralmente sulla propria omosessualità. Cercava disperatamente la Fede. E sa quanti ce sono come lui? Certamente meno famosi e non in grado di chiedere aiuto apertamente?». Anche a Pasolini disse che era vizioso, come definisce ora i gay? «Fu una discussione molto tormentata». Almeno quanto quella attuale sui Pacs. Contrario anche a quelli? Riemerge il vecchio comunista. Allarga le braccia. Sorride. E sbotta: «Perché mi vuol far litigare col mio amico cardinal Ruini?».
http://www.gaynews.it/view.php?ID=34270
venerdì 23 settembre 2005
Siena, contestato Ruini: "Siamo tutti omosessuali"
Vergogna, vergogna": un gruppo di studenti lo interrompe mentre riceve un premio dalla fondazione Liberal
Il capo della Cei reagisce con ironia: "Piacevole interruzione"
Berlusconi: "Si rispettano le opinioni di tutti, non solo le proprie"
La contestazione a Ruini
SIENA - Fischi, contestazioni e il grido "vergogna" hanno accompagnato la premiazione del cardinale Camillo Ruini, presidente della Conferenza episcopale italiana, da parte della fondazione Liberal a Siena, a Palazzo Chigi Saracini.
Una quarantina di studenti, che avevano preso posto sullo scalone interno del palazzo, hanno cominciato a fischiare e a gridare proprio nel momento in cui Ferdinando Adornato stava consegnando il premio "Liberal Siena 2005". I giovani hanno esposto alcuni striscioni con scritte provocatorie e chiari riferimenti all'ultima presa di posizione di Ruini sui Pacs: "Libero amore in libero Stato", "Vogliamo fare un Pacs avanti nei diritti", "Siamo tutti omosessuali".
La contestazione ha impedito al cardinale di intervenire e l'iniziativa della Fondazione Liberal è stata sospesa. Poi, dopo una decina di minuti di interruzione, il cardinale ha ripreso a parlare, ma prima gli organizzatori hanno dovuto convincere i manifestanti a lasciare il palazzo. Durante la contestazione Adornato ha cercato di ironizzare sulla vicenda, affermando che "in America i fischi valgono come gli applausi".
Con il sorriso sulle labbra, non appena ha ricominciato a parlare, il cardinale ha definito quanto accaduto "una piacevole interruzione". Adornato, invece, ha sottolineato che l'interruzione della manifestazione, causata dai ragazzi, merita "un ringraziamento, perché sono riusciti a manifestare ciò che io ho detto in cinquanta minuti e cioè che quando si abusa della libertà, cala il silenzio". Il cardinale Ruini è stato premiato con una croce stilizzata.
"E' un fatto che mi addolora. Evidentemente erano degli studenti non liberali. Si rispettano le opinioni di tutti, soprattutto quelle che non sono le proprie". Così il premier Silvio Berlusconi ha commentato l'episodio.
Il presidente della Camera Pierferdinando Casini ha espresso solidarietà nei confronti del presidente della Cei parlando di episodio inqualificabile: "Come autorità dello Stato italiano desidero indirizzare a sua eminenza il cardinale Camillo Ruini, la mia più viva solidarietà per l'inqualificabile episodio che lo ha costretto nel pomeriggio a interrompere un suo discorso a Siena per la contestazione e le grida di un gruppo di giovani". Casini ha poi rivolto a tutti un invito alla cautela, con una punta polemica nei confronti di chi contesta la Chiesa: "Temo che questo triste episodio sia uno dei primi frutti avvelenati di una campagna caratterizzata da troppe intolleranze verso la Chiesa".
Dall'opposizione, anche i ds hanno condannato l'episodio, per bocca di Vannino Chiti "Quanto è accaduto a Siena nei confronti del Cardinale Ruini è non solo spiacevole ma del tutto sbagliato. Si possono non condividere le posizioni ma il metodo con cui sostenere opinioni differenti è quello del ragionamento e della discussione, non i fischi, le urla, l'impedimento agli altri di parlare. Senza ingigantire strumentalmente l'episodio, così come mi sembra voglia fare la solita destra nostrana è giusto tuttavia ribadire che la civiltà politica è quella del dialogo".
(23 settembre 2005)
http://www.repubblica.it/2005/i/sezioni/politica/prodipacs/prsi/prsi.html
Il peso dei ricatti
di MASSIMO GIANNINI
SFIANCATO da un'endemica crisi di credibilità pubblica, sfibrato da una drammatica caduta di leadership personale, Silvio Berlusconi rifiuta per l'ennesima volta il gesto che qualunque medico pietoso, al posto suo, avrebbe già compiuto da un pezzo: staccare la spina. Accertare l'avvenuto trapasso politico del suo governo. Non c'era occasione più opportuna e doverosa. Le dimissioni del ministro dell'Economia, alla vigilia del Fondo Monetario Internazionale e del varo della Legge Finanziaria. Un trauma troppo grave, e forse senza precedenti nella storia recente. E invece l'ultima soluzione inventata per tenere ancora in vita questo centrodestra supera i confini dell'accanimento terapeutico. Esce Siniscalco, rientra Tremonti. Come se niente fosse. Senza un passaggio istituzionale e un dibattito parlamentare.
Senza che il premier si presenti davanti alle Camere, a spiegare al Paese quello che è successo. E magari a chiedere anche un nuovo voto di fiducia per una squadra scassata che cambia formazione per la tredicesima volta in quattro anni.
L'orologio della vicenda politica italiana, così, torna indietro di quindici mesi. Allora gli alleati della Cdl imposero al governo e siglarono con Fazio il loro patto scellerato: salvare il governatore e scaricare Tremonti. Oggi, quegli stessi alleati rompono il patto con Fazio e ne sovvertono i termini: defenestrare il governatore e riabilitare Tremonti. Nell'illusione irresponsabile che tutto possa tornare come prima. E invece non è così. Il successore di Siniscalco, adesso, può legittimamente cantare vittoria. E godersi un risarcimento politico postumo ma assai rilevante, che gli deriva dal riconoscimento di un torto subito e dal richiamo collegiale da parte degli stessi "congiurati" che a suo tempo lo tradirono. Ma in mezzo a questi quindici mesi c'è un altro anno buttato via. C'è una maggioranza dilaniata, che ha sacrificato al conflitto di coalizione tempo e risorse utili alla crescita della nazione. C'è un'economia affannata, che avrebbe avuto bisogno di riforme e invece ha conosciuto solo immobilismo. C'è un'opinione pubblica stanca, che chiedeva stabilità e sicurezze e ha ottenuto in cambio solo rissosità e nefandezze.
Può darsi che dal punto di vista del Polo (o di quel che ne rimane) la "riassunzione" di Tremonti al ministero dell'Economia sia la scelta meno rischiosa. L'uomo capisce fin troppo di economia, essendo stato l'inventore della finanza creativa. Ha un indubbio spessore politico sul piano interno. Gode di uno standing riconosciuto sul piano internazionale. Offre anche, sulla carta, garanzie al presidente della Repubblica Ciampi, preoccupato come non mai dal destino incerto di una delle manovre economiche più complesse degli ultimi dieci anni. Ma per compiere questa scelta, Berlusconi ha dovuto pagare almeno due prezzi. Uno più salato dell'altro.
Il primo prezzo riguarda proprio Fazio. Dopo aver biascicato parole vuote alternate a imbarazzanti silenzi, alla fine il premier è stato costretto ad esprimere quel concetto elementare che, per tre lunghi mesi e per ragioni insondabili, si è sempre rifiutato di pronunciare: il governatore della Banca d'Italia non gode più della fiducia del governo. Era quello che gli aveva chiesto inutilmente Tremonti un anno fa. Era quello che gli ha ripetuto inutilmente Siniscalco in queste ultime settimane. Berlusconi lo ha negato a entrambi, sfiduciando loro invece che Fazio. Oggi, sotto il ricatto incrociato di An e dell'Udc, glielo concede. Ma lo fa nelle condizioni peggiori.
Questo è esattamente l'aut aut che gli ha posto lo stesso Tremonti, stavolta con il supporto incrociato di Fini e Follini: l'ex ministro può rientrare, ma solo a costo di una sconfessione pubblica del governatore. Così la mossa del Cavaliere risulta anche tardiva. Se l'avesse fatta un mese fa, avrebbe risparmiato questa nuova, drammatica convulsione alla sua maggioranza.
Avrebbe evitato questa ulteriore, miserabile figura davanti al mondo. Si sarebbe tenuto stretto il suo ministro dell'Economia, rafforzandolo in vista delle forche caudine della legge di bilancio. Non l'ha fatto, e ha preferito cadere e trascinare tutti in questo abisso. A questo punto viene quasi il sospetto che proprio Siniscalco fosse diventato un inciampo, sulla via disperata e dissipatoria scelta da un centrodestra in declino inarrestabile. Una Finanziaria elettorale, che serve a recuperare consensi molto più che a risanare i conti, non può garantirla un ministro tecnico, abituato a rispondere più ai mercati che ai partiti.
Il secondo prezzo che oggi paga il Cavaliere è probabilmente più caro. E per lui sicuramente più doloroso. Per mettere una pezza a colori sul buco aperto da Siniscalco, e per dare via libera al ripescaggio di Tremonti, Udc e An hanno alzato la posta oltre il limite finora conosciuto, in questo centrodestra rigorosamente costruito sulla biografia dell'uomo di Arcore. Follini ha osato dire in conferenza stampa, seduto a fianco al premier e davanti alle telecamere delle sue tv, che "Berlusconi non è il candidato migliore" per la sfida elettorale del 2006. E insieme a Fini, gli ha estorto l'impegno a lanciare le primarie anche nel centrodestra, per scegliere il futuro leader da contrapporre a Prodi. È un evento storico. Per certi versi epifanico.
Cade l'Impero berlusconiano. Cade la mistica dell'unto del Signore. La sovranità del Cavaliere, attinta in questo decennio dalla fonte esclusiva del suo indiscutibile carisma e del suo inesauribile denaro, torna nelle mani dei cittadini-elettori. Cioè torna là dove deve stare secondo le regole della democrazia popolare, e non dove era stata trasferita in questi cinque anni di autocrazia populista. E così, per cercare di rimettere in piedi le macerie della Casa delle Libertà, Berlusconi è costretto a profanare il suo tabù.
A pensare l'impensabile. Lui, il "monarca rivoluzionario" che scende dal trono di Palazzo Grazioli. Lui, l'"antipolitico modernizzatore" che corre alle primarie, come un politico qualsiasi. In competizione con gli amici-nemici Fini e Casini. Una prospettiva innaturale, per un personaggio abituato a pensarsi sempre come "altro", rispetto alla cultura e alla tradizione repubblicana di questo Paese.
I prossimi giorni ci diranno se questa disperata terapia della sopravvivenza che la Cdl ha somministrato a se stessa funziona. Oppure se è solo un'altra tappa, a questo punto sicuramente l'ultima, verso un epilogo rovinoso. I segnali sono contraddittori, e per nulla confortanti. Se per la maggioranza i passaggi concordati ieri sembrano avere una qualche tenuta dal punto di vista della sua "meccanica", le parole sparse pronunciate dai leader dimostrano che il compromesso non regge dal punto di vista della sua politica.
Lo stesso Berlusconi, nei suoi sfoghi notturni ai microfoni di Porta a porta, mette già le mani avanti, e chiarisce che per lui, le primarie, sono in realtà le "assemblee degli eletti". Un altro trucco, che ha riacceso subito lo scontro con i centristi: se a scegliere il futuro premier del centrodestra fossero solo i parlamentari, i governatori regionali e i sindaci del Polo, l'esito del voto sarebbe già scontato, e sarebbe, di nuovo, un altro plebiscito per il Cavaliere. E per un'An e un'Udc che si accontentano della staffetta al ministero dell'Economia e del downgrading imposto al premier, c'è già una Lega pronta a salire sulle barricate, per difendere Fazio e per affossare le primarie. Altri nove mesi così, e alle elezioni del 2006, insieme alla Cdl, ci arriva morta anche l'Italia.
(23 settembre 2005)
http://www.repubblica.it/2005/i/sezioni/economia/finanziaria2/masgian/masgian.html
giovedì 22 settembre 2005
Milano, il Policlinico conferma "Non accettiamo donatori gay"
Un uomo non aveva potuto donare il sangue. Ora l'ospedale rilancia: "Cambieremo le regole solo se costretti dal ministero"
MILANO - Nonostante le polemiche, il Policlinico di Milano continua a non accettare il sangue dei gay. Con un comunicato della direzione, il Centro trasfusionale e di immunologia dei trapianti ha annunciato che "per tutelare la salute dei pazienti", manterrà il suo protocollo di sicurezza che non ammette la donazione di maschi che abbiano avuto rapporti con uno o più soggetti dello stesso sesso.
Il protocollo sarà cambiato solo in caso di disposizione "generale, precettiva e vincolante" del ministero, come spiega il comunicato: "In riferimento alla richiesta del ministero della Salute di modificare il protocollo di ammissione alla donazione di sangue in uso presso il Policlinico di Milano, la Direzione del centro trasfusionale ha inviato una relazione al ministro Storace, nella quale vengono precisate le ragioni che giustificano la decisione, in conformità con le procedure della maggior parte dei sistemi trasfusionali europei e non europei, perché è ad alto rischio".
Il caso era nato dalla denuncia di un uomo che si era visto rifiutare la possibilità di donare il sangue dopo aver dichiarato di essere gay. Il Policlinico giustifica e rilancia la sua decisione: "Questa scelta non ha alcun intendimento discriminatorio, deriva dal primario dovere del medico di tutelare la salute dei pazienti".
Così il Policlinico non cambia le regole, paventando il rischio troppo alto di sangue infetto: "In considerazione delle gravi conseguenze che potrebbero derivare ai pazienti trasfusi se il protocollo fosse modificato, conseguenze rappresentate primariamente dall'infezione da Hiv e dai virus dell'epatite, nonchè delle responsabilità dei medici, confermiamo la validità dei protocolli da lungo tempo adottati, augurandoci che questa posizione sia condivisa dal ministro, nel superiore interesse dei pazienti".
(22 settembre 2005)
http://www.repubblica.it/2005/i/sezioni/cronaca/gaymi/confermapoli/confermapoli.html
Il governo è finito
di EZIO MAURO
È l'ultimo atto di un'avventura politica che sta correndo verso la sua fine. Una fine che rischia di travolgere la credibilità del Paese, insieme con un governo che ormai la sua credibilità l'ha consumata da tempo.
Nello sfacelo della maggioranza, c'erano almeno quattro focolai di crisi, accesi tutti insieme: una finanziaria allo sbando, una legge elettorale ambigua, una devolution pericolosa e il caso Fazio a giganteggiare nella sua evidente anomalia, trasformata giorno dopo giorno in una prova concreta di impotenza della leadership berlusconiana, davanti al potere extra-repubblicano che teneva in piedi il Governatore oltre ogni decenza.
Per funzione, prima ancora che per convinzione, il ministro del Tesoro era stato l'unico (dopo Tremonti davanti allo scandalo Cirio e Parmalat) a insistere nel dire che il Governatore doveva andarsene, perché col discredito accumulato danneggiava gravemente l'Italia.
Il Capo del governo per più di un mese è stato incapace di assumersi la responsabilità che gli compete, pronunciando le parole necessarie e sufficienti per riportare alla normalità una crisi istituzionale gravissima: il Governatore non gode più della fiducia del governo.
Davanti all'ambiguità colpevole del Presidente del Consiglio, che rafforzava il potere immateriale di Fazio mentre indeboliva l'Italia, il ministro del Tesoro non poteva ormai fare altro che dimettersi. Lo ha fatto davanti ad un assalto elettorale alla Finanziaria da parte della maggioranza e, soprattutto, davanti alla conferma che Fazio sarà domani a Washington, a rappresentare la Banca d'Italia di fronte a un'istituzione che la mette sotto accusa clamorosamente. Fazio sarà al FMI perché il governo non ha avuto il coraggio di fare il suo dovere sfiduciandolo, e dunque ha implicitamente sfiduciato Siniscalco. Come Tremonti, anche il suo successore si dimette. Fazio, nel momento della sua maggiore debolezza, è dunque più forte di due ministri della Repubblica.
Ma proprio questo rivela la fragilità politica del governo, che in pochi mesi perde il secondo ministro dell'Economia, dopo aver avvicendato tre ministri degli Esteri e due ministri degli Interni. Deve essere chiaro a tutti gli italiani che la responsabilità di questa crisi è di Silvio Berlusconi, e della sua incapacità di reggere la responsabilità del governo. Anche se mancano pochi mesi alla fine della legislatura e solo otto giorni alla presentazione della Finanziaria, Berlusconi deve andarsene. Un passaggio tecnico garantisca l'approvazione della manovra. Poi si vada al voto, per salvare il salvabile e chiudere finalmente questa sciagurata avventura.
(22 settembre 2005)
http://www.repubblica.it/2005/i/sezioni/economia/finanziaria/govfinit/govfinit.html
Liti su Fazio e manovra, Siniscalco lascia
Il premier pensa all’interim, ma c’è l’ipotesi Tremonti. Fatale l'ultimo scontro con il governatore della Banca d'Italia | |
| Domenico Siniscalco (Reuters) |
martedì 20 settembre 2005
Ciampi celebra Porta Pia, la ferita mai cancellata
Il capo dello Stato: "Il 20 settembre si compie il sogno risorgimentale"
Il messaggio dopo le polemiche sollevate da Ruini sulle coppie di fatto
Carlo Azeglio Ciampi
ROMA - "Mentre cantavamo tutti insieme l'Inno di Mameli, il mio pensiero è corso alla data di oggi, 20 settembre, e ho ricordato che il 20 settembre del 1870 Roma divenne capitale dell'Italia unita, e fu il compimento del sogno Risorgimentale". Con queste parole, pronunciate al Vittoriano durante la cerimonia di inaugurazione dell'anno scolastico, trasmessa in diretta tv, Carlo Azeglio Ciampi ha voluto celebrare quest'anno l'anniversario della Breccia di Porta Pia.
Un gesto che ha suscitato non poche perplessità nel mondo politico. In molti si sono chiesti se ci sia una simbologia dietro questa scelta, se il capo dello Stato abbia voluto mandare un messaggio preciso e farlo cadere nel dibattito di questi giorni. Il richiamo a uno degli episodi più drammatici dello scontro tra truppe piemontesi e truppe papaline, ha fatto pensare che Ciampi volesse ribadire la laicità dello Stato e frenare le ingerenze del Vaticano sulle scelte della politica. Messaggio ancora più esplicito dopo la condanna dei Pacs del cardinale Ruini di ieri e la battaglia della Chiesa contro le unioni di fatto.
Il capo dello Stato ha anche inviato una corona d'alloro a Porta Pia, in memoria dei 49 bersaglieri che persero la vita per aprire la "breccia". Una corona che si aggiunge a quella che i radicali italiani depongono ogni anno in ricordo di quei caduti.
Quella pagina di storia patria, lo scontro sanguinoso fra bersaglieri piemontesi e zuavi papalini per occupare Roma, rievoca una antica ferita nei rapporti fra l'Italia risorgimentale e lo Stato pontificio, che per lungo tempo tenne i cattolici fuori dalla vita politica dello Stato unitario. Perciò, con fair play istituzionale, di solito non viene ricordata.
La ferita fu sanata del tutto, ufficialmente, l'11 febbraio 1929 dai Patti Lateranensi, dopo i quali Pio XI fece cessare la clausura volontaria dei pontefici. Ma una piccola minoranza di irriducibili papisti anti-risorgimentali tiene il punto e ogni anno viene celebrata una messa in suffragio dei 19 soldati di Papa Pio IX caduti sotto l'offensiva dei bersaglieri guidati dal generale Cadorna. Una messa in latino, della quale si parlò molto nel 1999, quando vi partecipò il governatore di Bankitalia Antonio Fazio, su invito del principe Sforza Ruspoli.
Per questo in molti si sono chiesti: perché Ciampi ha celebrato Porta Pia? L'impressione è che il presidente abbia voluto ricordare Porta Pia dopo aver seguito sui giornali le polemiche dei giorni scorsi.
Del resto il capo dello Stato aveva riaffermato le radici laiche dello Stato anche lo scorso giugno al Quirinale, ricevendo Papa Benedetto XVI. Quindi niente a che fare, secondo questa versione, con la lettura dei giornali di oggi.
Comunque, secondo il ministro Buttiglione, se Ciampi ce l'aveva con Ruini, il suo è stato un riferimento "sfumatissimo" e condivisibile da ogni buon cattolico.
Apprezzamento per le parole di Ciampi è stato espresso dal segretario dei Radicali Italiani Capezzone e da Marco Pannella, dal Ds Luciano Violante ("Indipendentemente da quanto ha detto il cardinale Ruini, è un forte richiamo alla laicità dello Stato"), da Franco Giordano (Prc), e da Gianfranco Pagliarulo (Pdci).
(20 settembre 2005)
http://www.repubblica.it/2005/i/sezioni/politica/parlaciampi/parlaciampi/parlaciampi.html
Neanche il Polo crede alla rimonta, credibilità di Berlusconi a picco
di ILVO DIAMANTI
È rischioso dare per scontato l'esito di una consultazione che avverrà fra qualche mese. Molte cose possono avvenire, prima di allora. Senza dimenticare che, più dei voti, contano i seggi. E la conversione dei voti in seggi dipende da leggi elettorali che possono cambiare, come ci rammentano le iniziative politiche dell'ultima settimana. Tuttavia, le stime fornite dai sondaggi, realizzati da tutti i principali istituti demoscopici (per ultimo, l'Ispo di Renato Mannheimer) spingono gli osservatori, oltre ai protagonisti politici, a sbilanciarsi nelle previsioni tanto chiaro e netto risulta il vantaggio a favore del centrosinistra.
Un dato confermato anche dall'indagine dell'Atlante politico di Repubblica, condotta da Demos-Eurisko nei giorni scorsi, che, nelle intenzioni di voto degli italiani, vede l'Unione prevalere del 7,5% nel proporzionale; di oltre il 9% nel maggioritario. Una misura ampia e pressoché stabile, negli ultimi mesi. Sottolinea che la maggioranza di governo oggi è minoranza fra i cittadini. Questa tendenza ha cause note.
Anzitutto, la delusione, diffusa nella società e nella stessa base elettorale del centrodestra. Un atteggiamento che viene da lontano. D'altronde, non è da ieri che il centrodestra, nelle stime di voto, è superato dal centrosinistra. Solo che, fino a un anno e mezzo fa, appariva in svantaggio soprattutto nel maggioritario, per la difficile coesistenza fra le diverse formazioni - e opinioni - politiche presenti nella Cdl. Nel proporzionale, invece, "teneva", anche se con crescente difficoltà. Non a caso, alle elezioni europee del 2004, dove si vota con il proporzionale, i due schieramenti si erano equivalsi (anche se il centrosinistra aveva, comunque, recuperato in modo significativo, rispetto al 1999). In seguito, però, i sondaggi hanno rilevato il progressivo calo dei consensi per il centrodestra anche nel proporzionale.
Così, il centrosinistra è passato in vantaggio,
stabilmente, sia nel maggioritario sia nel proporzionale. Una tendenza resa evidente non dai sondaggi, ma dal voto reale, alle elezioni regionali di aprile. Dove il centrodestra ha perduto sia nel calcolo dei presidenti eletti, sia conteggiando il voto ai partiti.
La prima causa di questo andamento, dal punto di vista dell'analisi elettorale, è costituita dal crollo di Forza Italia. Aveva sfiorato il 30% alle elezioni politiche del 2001 (e il 25% alle europee e alle regionali degli anni precedenti), è scivolata al 18%, secondo il sondaggio di Demos-Eurisko. Un dato inferiore a quello, mediocre, ottenuto alle regionali. Gli alleati (si fa per dire...) della Cdl, invece, confermano il risultato conseguito alle regionali. Alcuni migliorano (An e Udc), altri (Lega) scendono di poco. Senza, tuttavia, drenare le perdite della coalizione. La loro affermazione rende, anzi, più ardua la coabitazione.
Perché, se la colla fornita da Fi diminuisce di consistenza, allora i pezzi del puzzle appaiono incapaci di stare insieme, incastonati nella stessa cornice. La debolezza del partito network, peraltro, rende difficile la comunicazione fra il governo e la società.
Alla base del calo dei consensi a Fi c'è la crisi di credibilità di cui soffre la sua principale, ormai unica, fonte di identità. Il Presidente; il premier Silvio Berlusconi. L'indagine dell'Atlante politico mostra, infatti, come, nei suoi confronti, esprima fiducia il 32% dei cittadini (intervistati). Si tratta del livello più basso, da un anno a questa parte. Fra i leader del centrodestra, lo superano, largamente, Fini e Casini, mentre Follini e perfino Bossi lo affiancano. Il fatto che anche Prodi, per grado di fiducia, fra gli elettori di centrosinistra sia superato da altri leader (Veltroni e Fassino), non ridimensiona il deficit di consenso del premier. Perché Prodi ottiene, comunque, un consenso personale superiore al presidente del consiglio. Perché, inoltre, contrariamente a Berlusconi, egli è, comunque, riconosciuto dagli elettori dell'Unione come candidato indiscusso, alla presidenza del consiglio.
Perché, infine, Berlusconi non è un capo-condominio, ma il padrone di casa. Il proprietario. E mal sopporta, per questo, un sostegno dimezzato dai suoi elettori.
La crisi della leadership, di Fi e del centrodestra, tuttavia, richiamano, nell'insieme, quel clima di delusione, cui abbiamo fatto riferimento. Quel disincanto, che da sottile si è fatto via via più greve e pesante. Un malessere endemico. Una bruma grigia, che si è depositata nella società. E oscura ogni orizzonte: lontano e vicino. A livello economico, di sicurezza; in ambito nazionale e familiare. Non ci credono più, i cittadini, che qualcosa possa cambiare in meglio. Non credono più alla diminuzione delle tasse, alla ripresa dei mercati e del sistema produttivo. Neppure alla crescita degli occupati (o al calo dei disoccupati). Nonostante le statistiche registrino una - seppur timida - ripresa. Non se ne accorgono, gli italiani. Ascoltano, disattenti, i discorsi dei ministri e del premier. Raccolgono, diffidenti, le notizie che giungono dai mercati e dalle borse. Perché troppe volte Pierino ha gridato "Al lupo!". Adesso non gli credono più. Hanno perso la fiducia. E la fiducia, in politica, è tutto...
Per cui la maggioranza rischia di non ricavare i benefici attesi neppure da iniziative istituzionali estemporanee. Come il recente progetto di riforma elettorale, delineato dall'Udc. Un singolare caso di proporzionale-maggioritario, che dovrebbe garantire rappresentanza ai partiti, rispettandone l'autonomia e il peso reale, ma impone loro di allearsi preventivamente e ripropone il meccanismo, tipicamente maggioritario, del premio di maggioranza... Tuttavia, per quanto favorisca il centrodestra, non è detto che ne garantisca la vittoria. Non solo perché, se la riforma passasse, probabilmente i piccoli partiti del centrosinistra troverebbero un antidoto allo sbarramento del 4%. Aggregandosi fra loro, oppure con i partiti maggiori. Ma anche perché, se le tendenze elettorali dell'ultimo anno si confermassero, il centrodestra rischierebbe, comunque, di perdere. Come lascia intendere questa indagine.
Perché, infine, è passata fra la gente l'idea che si tratta di una legge "ad personam", costruita dalla Cdl su misura delle proprie specifiche esigenze. Come emerge dal sondaggio dell'Atlante politico (ma anche un recente sondaggio di Ipsos per Ap. Com). E, per questo, appare un ulteriore segno di vulnerabilità. Un'ammissione di debolezza. Un messaggio sconfortante e sconfortato.
Così, questa lunga vigilia che precede il voto del 2006 ricorda una gara di cui si conosce, con largo anticipo, il risultato. Vincitori e vinti. I quali, già oggi, si comportano come tali. Il centrosinistra: sicuro di vincere e - anche per questo - perfino un po' "antipatico" (come suggerisce Luca Ricolfi, in un saggio pubblicato di recente da Longanesi). Il centrodestra: rassegnato; e "apatico". Ma la campagna elettorale è ancora lunga. E, dopo la lezione del voto tedesco, conviene coltivare la virtù della prudenza, al centrosinistra. Per vincere le elezioni, oltre ai sondaggi.
http://www.repubblica.it/2005/i/sezioni/politica/versoelezioni/rimopolo/rimopolo.html
Nuova legge elettorale? Vince l'Unione. Vantaggio di 9 punti
Nel sondaggio Demos-Eurisko si aggrava il senso della crisi
Per il 53% il bilancio familiare non "tiene" più
di ROBERTO BIORCIO
FABIO BORDIGNON
Si inizia a percepire il clima della campagna elettorale. Diminuiscono gli incerti e si profilano con maggiore chiarezza gli orientamenti di voto. Emerge ancora un vantaggio significativo a favore dell'Unione: oltre 9 punti al maggioritario, 7 e mezzo al proporzionale. E, d'altra parte, la proposta avanzata dalla Casa delle libertà di un ritorno al sistema proporzionale trova un consenso molto ridotto nell'elettorato. Sono i principali risultati proposti dal 4° Atlante Politico, realizzato da Demos-Eurisko per la Repubblica.
Si confermano ancora oggi, e in parte si accentuano, una serie di tendenze già rilevate nell'ultimo anno. Le valutazioni dei cittadini descrivono un quadro fortemente negativo, che si ripercuote, i nevitabilmente, sul consenso verso l'esecutivo. Quasi 9 persone su 10 si dicono insoddisfatte di come vanno le cose in Italia (86%). E l'economia rappresenta, indubbiamente, uno dei principali tasti dolenti: il bilancio familiare "tiene" ancora per una maggioranza, ormai risicata, della popolazione (53%, contro il 61% di gennaio); ma sempre meno persone intravvedono segnali di ripresa per quanto concerne l'economia nazionale (20%).
L'indice di gradimento per l'operato del governo, di conseguenza, è ulteriormente sceso negli ultimi 12 mesi: da oltre il 40% di inizio anno, all'indomani delle regionali era scivolato sotto il 30%, per toccare, oggi, il valore più basso: 27%. Appena il 32% degli intervistati, inoltre, dà la sufficienza al presidente del Consiglio: un dato che colloca Berlusconi in fondo alla lista di gradimento dei politici, assieme a Bossi e Follini. Grande, tuttavia, è la distanza da altre due figure del centro-destra: Casini e, in particolar modo, Fini (55%). I consensi verso il ministro degli Esteri, che si estendono ben oltre i confini del suo partito, sembrano insidiare la leadership di Berlusconi. L'elettorato della Cdl, infatti, appare diviso nella scelta del candidato "ideale" per le politiche 2006: se il 34% confermerebbe l'attuale premier, il 32% chiede che la guida passi al presidente di An.
La situazione, sull'altro versante dello spazio politico, appare assai diversa. Gli italiani, pur mantenendo un atteggiamento critico nei confronti dell'opposizione, formulano un giudizio più benevolo (33%) rispetto a quello assegnato al governo. Inoltre, il leader della coalizione ottiene un livello di apprezzamento che lo colloca in posizione mediana, nella graduatoria dei politici. Il suo ruolo in vista dei prossimi appuntamenti elettorali, peraltro, non viene messo in discussione dall'elettorato di centro-sinistra: con il 35% delle preferenze, Prodi distanzia nettamente gli altri esponenti della coalizione.
L'avvicinarsi delle consultazioni politiche, oggetto di attenzione crescente da parte dei media e nel dibattito pubblico, modifica, in parte, i riferimenti per le scelte di voto. Si comincia a percepire il clima della futura campagna elettorale. Cresce, quindi, la disponibilità a dichiarare il voto (i rispondenti passano dal 73 al 79% per il maggioritario, dal 55 al 61% per il proporzionale). Sembra un po' dissolta la fase di disorientamento e di sbandamento dell'elettorato di centro-destra, registrata dopo le elezioni regionali. Le aspettative di vittoria del centro-sinistra alle prossime elezioni politiche si sono ridotte rispetto al mese di maggio, anche se restano più del doppio rispetto a quelle della Cdl. Fino all'estate scorsa gli orientamenti elettorali apparivano influenzati soprattutto dalla delusione (ancora in aumento) verso il governo Berlusconi. In prossimità delle elezioni nazionali (caricate di aspettative e di significati di più ampio respiro), le scelte tendono a legarsi maggiormente alle identità politiche e culturali, che possono mettere tra parentesi il giudizio sulle performance del governo. La diminuzione del numero degli incerti, quindi, ha ridotto lievemente il distacco fra l'Unione e la Casa delle libertà. Si possono rilevare, poi, alcuni interessanti mutamenti interni alle coalizioni.
Crescono, in particolare, i consensi per i Ds, nel centro-sinistra, e quelli per Alleanza nazionale e la Lega, nel centro-destra. La proposta di abbandono dell'attuale sistema maggioritario, per passare a un sistema proporzionale, sembra trovare scarso sostegno nell'opinione pubblica (19%) e risulta poco condivisa anche tra gli elettori di centro-destra e della stessa Udc. Gli attuali orientamenti di voto, inoltre, darebbero all'Unione la possibilità di vincere (per un soffio) anche in presenza di una nuova legge elettorale di tipo proporzionale (con premio di maggioranza). La partita sarebbe, però, molto incerta, e l'esito dipenderebbe anche dal successo delle possibili aggregazioni tra i piccoli partiti.
http://www.repubblica.it/2005/i/sezioni/politica/versoelezioni/unionetesta/unionetesta.html