Il riconoscimento delle coppie di fatto cozza contro l'aspirazione al "per sempre", l'inclinazione più autentica
PER LEGAMI PRECARI
di Marina Corradi
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Nel gran rumore sui Patti civili di solidarietà seguito alla dichiarazione di Romano Prodi di voler inserire una regolamentazione giuridica delle coppie di fatto nel suo programma elettorale (due giorni dopo che l'Arcigay aveva preteso questa inclusione come conditio sine qua non per votare l'Unione) forse la cosa più impor-tante è passata in secondo piano. E vero, c'è in Italia un gran numero di coppie di fatto, anche e soprattutto non gay, in cui i diritti del singolo non sono tutelati. Per risolvere questi problemi però, come ha detto il cardinale Camillo Ruini, basterebbe il Codice civile, ed eventualmente norme ad hoc mirate a riconoscere particolari diritti soggettivi. Altra e tutt'altra cosa sarebbero dei Pacs sul modello francese o su quello del disegno di legge Grillini (Arcigay), sostanzialmente tendenti a creare un matrimonio intende contrarre quello vero. Il vero motivo dell'opposizione della Chiesa a questa prospettiva è in una dimensione educativa e antropologica. A fronte di migliaia di coppie che - spesso non solo per scelta, ma anche per difficoltà oggettive di costruire le condizioni per sposarsi, come trovare una casa idonea e un lavoro fisso - formano "unioni di fatto", si sceglie di fondare giuridicamente un "piccolo matrimonio", con alcuni diritti e garanzie, facile a rimuoversi, un contratto di solidarietà fra chi non possa o non voglia vin-colarsi a un impegno definitivo come è, in partenza, il matrimonio religioso o civile.
Ora, le leggi valgono non solo per chi c'è già, ma anche per chi verrà domani. E una legge di questo genere avrebbe una forte valenza di modello culturale per le nuove generazioni. Sarebbe anzi la "codificazione" di quell'individualismo già così fortemente radicato, nella cui logica si sta insieme finché va bene, finché dura, evitando quanto più possibile l'assunzione di impegni definitivi, e rimandando indefinitamente il momento della procreazione.
Il problema di fondo dunque è culturale: e attiene al modo, allo sguardo con cui si affronta la costruzione della propria vita. Il magistero cattolico, che indica come necessario, a fondamento dell'unione fra uomo e donna, il carattere perpetuo, la volontà di restare insieme per sempre condividendo intera-mente il reciproco destino, non ha un fine afflittivo, ma corrisponde in realtà al desiderio, all'ideale di qualunque coppia che si ami profondamente. Staremo insieme per sempre, si dicono i fidanzati, e non è illusorio romanticismo: è l'inclinazione più autentica dell'amore umano, il desiderare che non finisca, non si logori, e sempre si possa contare sulla comprensione e la solidarietà dell'altro. Ciò che si vuole, quando ci si ama, è un "per sempre", è la natura originaria del rapporto fra uomo e donna. La frequenza dei fallimenti di questa speranza testimonia del-la nostra incapacità, non della illusorietà della domanda. "Per sempre" è ciò che vorremmo per noi, e per i nostri figli, se siamo sinceri. Ma, codificare invece un altro "matrimonio", più piccolo, senza pretese, in cui ci si dica in fondo: finché dura, fin-ché si può, ci sosteniamo l'un l'altro, ecco questo è mettere accanto al matrimonio un altro modello culturale, è educare ad accontentarsi. Un po' di solidarietà, la reversibilità del contratto di affitto o del-la pensione, e un patto che si può sciogliere da un giorno all'altro semplicemente dicendo: ora basta. Codificare questo patto, è insegnare a chi ha vent'anni a desiderare poco. E un indurre a non giocarsi in un "per sempre" che pare sempre più rischioso e controcorrente. E che pure, nella sua idea di dedizione senza limiti di tempo, è anche la con-dizione ragionevole per avere dei figli, e non uno, ma di più. Perché i figli, quelli durano "per sempre". Non si accontentano di temporanee solidarietà. E ben difficile diventare madre, se oltre al lavoro e magari al contratto di affitto, anche il legame col padre del bambino appare precario. Almeno sull'altro bisogna poter contare "per sempre", per avere il coraggio di una famiglia. E dunque questi Pacs, che risolverebbero forse in parte delle situazioni contingenti, andrebbero a toccare le radici della famiglia vera. Che è quella che continua una società. «Meritano un posto nel cielo più alto coloro che continuano la civitas», scrisse Cicerone. Che non era cristiano, ma aveva bene in mente la necessità e il desiderio di continuare la vita del suo popolo. Ciò che oggi molti stanno dimenticando.
Di matrimonio ce n'è uno solo
DALLA "FAMILIARIS CONSORTIO" ALLA PROLUSIONE DEL CARDINALE RUINI: IL MAGISTERO DELLA CHIESA SULLE UNIONI DI FATTO. SÌ ALLA TUTELA DEI SOGGETTI ATTRAVERSO IL DIRITTO COMUNE, NO ALLE PSEUDO-NOZZE
di Pierluigi Fornari
Il Documento
La "Familiaris Consortio" è un'esortazione apostolica scritta da Giovanni Paolo Il nel 1981 e rivolta ai vescovi, al clero e ai fedeli «circa i compiti della famiglia cristiana nel mondo di oggi». Il grande tema annunciato in quell'occasione fu "Famiglia, diventa ciò che sei": un invito a prendere coscienza del proprio ruolo sia all'interno di se stessa, nel promuovere relazioni profondamente umane, sia all'esterno, nella società civile e nella politica.
LA PAROLA
"registri delle unioni civili" sono elenchi istituiti a partire dal 1996 presso gli uffici dell'anagrafe o dello stato civile di una ventina di Comuni italiani. Le coppie di fatto che vi si iscrivono ottengono un riconoscimento formale della propria esistenza. I registri sono attivi tra l'altro a Firenze, Bolzano, Ferrara, Arezzo, Pisa, Piombino... A tutt'oggi pochissime coppie, eterosessuali e omosessuali, si sono "registrate".
Un esempio di dittatura del relativismo? Il riconoscimento pubblico delle unioni di fatto, che conferisce loro uno statuto simile alla famiglia fondata sul matrimonio. Un esempio così concreto che in qualche modo trasforma la natura di un regime politico avviandolo verso il totalitarismo. Un documento del Pontificio Consiglio per la Famiglia, ("Famiglia, matrimonio e 'unioni di fatto"', 21 novembre 2000), avverte, infatti, che «si tratterebbe di un uso arbitrario del potere che non contribuirebbe al bene comune, poiché la natura originaria del matrimonio e della famiglia precede e supera, in maniera assoluta e radicale, il potere sovrano dello Stato».
Già dal 1981 il magistero ecclesiale, con l'esortazione apostolica "Familiaris Consortio", ha preso posizione sui cosiddetti "matrimoni per esperimento" e "unioni libere di fatto". «Il Popolo di Dio si adoperi anche presso le pubbliche autorità affinché resistendo a queste tendenze disgregatrici della stessa società e dannose per la dignità, sicurezza e benessere dei singoli cittadini, si adoperino perché l'opinione pubblica non sia indotta a sottovalutare l'importanza istituzionale del matrimonio e della famiglia», ammoniva Giovanni Paolo II.
Grande attenzione veniva posta, però, come del resto la Chiesa non ha mai smesso di fare, alle difficoltà economiche, all'ignoranza e alla povertà, che in buona parte spiegavano il fenomeno. Ancora oggi in Italia, tali unioni oltre ad essere a livelli decisamente inferiori ad altri Paesi, come ha sottolineato il cardinale Camillo Ruini nella sua prolusione all'ultimo Consiglio permanente della Cei, sono in parte provocate da difficoltà oggettive a contrarre un matrimonio desiderato, oppure non vogliono nessun riconoscimento legale. Lo confermano le cifre minime delle iscrizioni ai "registri delle unioni civili" istituiti in qualche Comune.
Ma in questi anni, un'ideologia vecchia già di vari decenni, ha avuto diffusione di massa grazie al sostegno di potenti lobby e l'appoggio di buona parte dei media, amplificando la percezione sociale della rilevanza di tali unioni e del loro riconoscimento. Dunque la vera posta in gioco, come ha evidenziato ancora il presidente della Cei, è costituita da "implicazioni etiche, sociali e antropologiche".
Già nel 2000 il documento citato del Pontificio Consiglio per la Famiglia ha messo in luce come le unioni di fatto rappresentino un'alternativa culturale al matrimonio, visto come "violenza inammissibile al benessere personale" o perfino "la tomba dell'amore appassionato". Tale mentalità è stata forgiata - spiegava il documento dopo un lungo lavoro di approfondimento con esperti di tutto il dando - dal marxismo da pensatori Wilhelm Reich e Herbert Marcuse, da un certo femminismo radicalizzato ed estremista rappresentato da Margaret Sanger e da Simone de Beauvoir. E in fine dalla "Gender theory", sponsorizzata anche dall'Onu, secondo cui ogni persona dovrebbe scegliere a piacimento il suo orientamento sessuale (i generi sarebbero cinque, sette, o forse più). Infatti il fallimento storico della società comunitaria promessa dal marxismo ha esaltato all'ennesima potenza il nocciolo nascosto e più velenoso di quella ideologia: l'individualismo, cioè un'antropologia antagonista ("l'inferno è l'altro" ha affermato Jean Paul Sarte).
Perciò quando si pretende di dare un pubblico riconoscimento a un legame dichiaratamente e volutamente instabile (una contraddizione in termini) anche di natura eterosessuale, non si punta ad altro che a consacrare questa antropologia antagonista e relativista, e a demolire il riconoscimento conferito anche dal senso comune alla funzione sociale della famiglia. Non si tratta quindi di lotta a presunte discriminazioni, ma di una vera e propria rivoluzione culturale, perché non solo si vuole rendere sistematica l'instabilità delle relazioni, ma scardinare anche la naturale complementarità dei due sessi. E questo la preoccupante novità delle rivendicazioni del movimento gay, al di là di comportamenti che possono essersi verificati in qualsiasi epoca storica.
Il filosofo Stanislaw Grygiel ha coniato il termine "tautologia sessuale" per tale ideologia che nega il dialogo del maschile e del femminile. Ma è proprio la differenza sessuale ad aprire all'uomo la via verso quell'Alterità a cui non può non aspirare. «Se non vengono superate, le tautologie sessuali (omosessualità, lesbismo) sbarrano questa via - spiega Grygiel -. In esse l'uomo si smarrisce, perché il suo desiderio di essere altro viene deluso e spento». Del resto la psicoanalisi per decenni ha affermato che uno degli elementi del "principio di realtà" è il fatto che la generazione avvenga attraverso un rapporto tra sessi diversi, un antidoto alla ricorrente tentazione della onnipotenza. Dunque con la legalizzazione delle unioni di fatto non si riconoscono i diritti di una minoranza, ma si mette mano allo stesso "Dna", per così dire, della società umana.
In questo senso la Chiesa non è né oscurantista, né difende il passato, ma di fronte al disastro del marxismo propone una socialità, un'antropologia relazionale, che è così radicata da innervarsi nella primaria cellula della società, la famiglia, e nello stesso corpo dell'uomo e della donna. In questi anni il magistero non si è limitato ad attestarsi su una vecchia formulazione del diritto naturale, ma (come ha sottolineato un recente documento della Commissione teologica internazionale) dal Concilio in poi, in particolare con le catechesi di Giovanni Paolo II sul linguaggio del corpo, ha sviluppato l'antropologia biblica dell'"imago Dei". «L'eguale dignità delle persone - afferma un documento della Congregazione per la Dottrina della Fede sulla collaborazione dell'uomo e della donna - si realizza come complementarità fisica, psicologica ed ontologica, dando luogo a un'armonica "unidualità" relazionale, che solo il peccato e le "strutture di peccato" iscritte nella cultura hanno reso potenzialmente conflittuale. L'antropologia biblica suggerisce di affrontare con un approccio relazionale, non concorrenziale ne di rivalsa, quei problemi che a livello pubblico o privato coinvolgono la differenza di sesso». «Matrimonio e famiglia non sono (...) una costruzione sociologica casuale, frutto di particolari situazioni storiche ed economiche - ha ribadito Benedetto XVI nel discorso del 6 giugno scorso al convegno sulla famiglia della Diocesi di Roma. Al contrario, la questione del giusto rapporto tra l'uomo e la donna affonda le sue radici dentro l'essenza più profonda dell'essere umano e può trovare la sua risposta soltanto a partire da qui». E il Santo Padre ha aggiunto: «Il matrimonio come istituzione non è quindi una indebita ingerenza della società o dell'autorità, l'imposizione di una forma dal di fuori nella realtà più privata della vita; è invece esigenza intrinseca del patto dell'amore coniugale e della profondità della persona umana». Quindi le varie forme odierne di dissoluzione del matrimonio, come le unioni di fatto, il "matrimonio di prova" e lo pseudo-matrimonio tra persone dello stesso sesso «sono invece espressioni di una libertà anarchica, che si fa passare a torto per vera liberazione dell'uomo. Una tale pseudo-libertà si fonda su una banalizzazione del corpo, che inevitabilmente include la banalizzazione dell'uomo».
Il cardinale Ruini nella sua prolusione ha ricordato anche che la "Nota dottrinale circa alcune questioni riguardanti l'impegno e il comportamento dei cattolici nella vita pubblica", redatto della Congregazione per la Dottrina della Fede (24 novembre 2002), annovera le unioni di fatto tra i «punti nodali nell'attuale dibattito culturale e politico», affermando che alla famiglia fondata sul matrimonio monogamico tra persone di sesso diverso «non possono essere giuridicamente equiparate in alcun modo altre forme di convivenza, né queste possono ricevere in quanto tali un riconoscimento legale». Del resto la stessa Congregazione, nelle "Considerazioni circa i progetti di riconoscimento legale delle unioni tra persone omosessuali" (3 giugno 2003), evidenzia: «Non è vera l'argomentazione secondo la quale il riconoscimento legale delle unioni omosessuali sarebbe necessario per evitare che i conviventi omosessuali perdano, per il semplice fatto della loro convivenza, l'effettivo riconoscimento dei diritti comuni che essi hanno in quanto persone e in quanto cittadini. In realtà, essi possono sempre ricorrere - come tutti i cittadini e a partire dalla loro autonomia privata - al diritto comune per tutelare situazioni giuridiche di reciproco interesse. Costituisce invece una grave ingiustizia sacrificare il bene comune e il retto diritto di famiglia allo scopo di ottenere dei beni che possono e debbono essere garantiti per vie non nocive per la generalità del corpo sociale».
E proprio alla "strada" del diritto comune ha fatto riferimento anche Ruini a riguardo di quelle unioni di fatto che abbiano desiderio o bisogno di dare una protezione giuridica ai loro rapporti: una strada, quella del diritto comune, «assai ampia e adattabile alle diverse situazioni». «Qualora emergessero alcune ulteriori esigenze, specifiche e realmente fondate - ha aggiunto il presidente della Cei - eventuali norme a loro tutela non dovrebbero comunque dar luogo a un modello legislativamente precostituito e tendere a configurare qualcosa di simile al matrimonio, ma rimanere invece nell'ambito dei diritti e doveri delle persone. Esse pertanto dovrebbero valere anche per convivenze non di indole affettivo-sessuale».
Il cardinale ha ricordato inoltre che la Costituzione nell'art. 29 «intende con univoca precisione la famiglia come "società naturale fondata sul matrimonio"». Principio ripetutamente confermato da sentenze della Corte Costituzionale, per le quali la convivenza more uxorio non può essere assimilata alla famiglia. Noncuranti di ciò, però, le proposte di legge presentate in Parlamento sul riconoscimento delle unioni di fatto prefigurano un "piccolo matrimonio". «Qualcosa - ha ammonito il Vicario del Papa per la diocesi di Roma - cioè di cui non vi è alcun reale bisogno e che produrrebbe un oscuramento della natura e del valore della famiglia e un gravissimo danno al popolo italiano». Perché il nostro Paese è afflitto già da un drammatico paradosso: la famiglia svolge un grandissimo ruolo sociale - determinante è il suo contributo nell'educazione dei figli - ma il sostegno pubblico è «molto minore, meno moderno e organico» di quello garantito da molti Paesi europei, «pur in presenza di una gravissima e persistente crisi della natalità che sta già provocando, e causerà assai di più in futuro, ingenti danni sociali». «Il sostegno alla famiglia legittima - ha concluso Ruini - dovrebbe essere dunque la prima e vera preoccupazione dei legislatori».
Pacs aII'italiana
RICONOSCIMENTO DELLE COPPIE DI FATTO: OTTO TESTI ALL'ESAME DELLA CAMERA
di Paola Abiuso
Sono decine le proposte di legge che in Italia si pongono l'obiettivo, in vario modo, di regolamentare le coppie di fatto. Un gruppo corposo giace in Commissione Giustizia della Camera, che ha iniziato a esaminarle l'8 luglio del 2004. Nello stesso mese furono escluse otto proposte che miravano a «estendere l'istituto del matrimonio anche alle coppie omosessuali o comunque a modificare sostanzialmente il diritto di famiglia». All'esame della Commissione, presieduta da Gaetano Pecorella, sono rimaste otto proposte che non parlano di matrimonio ma di Pacs (vedi box a parte), di cui due (Grillini e Moroni) menzionano esplicitamente l'estensione dei Pacs agli omosessuali, mentre le altre non lo escludono. Nel luglio 2004 il diessino Franco Grillini, presidente onorario dell'Arcigay, chiese un'indagine conoscitiva per verificare la consistenza numerica delle unioni di fatto. L'indagine è andata a rilento; nella seduta del 4 ottobre la Commissione Giustizia ha concordato sulla necessità di concluderla in tempi rapidi (in realtà si è registrata la dura opposizione del centrosinistra, ndr) e il presidente Pecorella ha suggerito che «avvicinandosi la legislatura al suo termine naturale», la Commissione si «pronunci sulla opportunità di proseguire l'esame del provvedimento in discussione».
L'iter prevede che la Commissione completi l'indagine conoscitiva e giunga a un testo unificato da proporre all'esame della Camera. Ma difficilmente i tempi tecnici della legislatura consentiranno di arrivare a questo passaggio. AI Senato i disegni di legge sulle convivenze sono quattro e l'esame non è iniziato per nessuno di questi.
LA PROPOSTA GRILLINI: I "PACSISTI" COME I CONIUGI
La proposta Grillini raccoglie 161 deputati del centrosinistra. Essa è rivolta alle coppie sia etero sia omosessuali, non invece a chi ha vincoli di parentela. In molti articoli si propone una equiparazione dei "pacsisti" ai coniugi. Negli articoli sull'assistenza sanitaria, c'è un passaggio ulteriore: i "pacsisti" vengono equiparati ai componenti delle coppie di fatto non legate dal Pacs.
Si prevede una modifica dello stato civile, con l'iscrizione in un registro, che diventa una sorta di riconoscimento pubblico della coppia.
Il contraente di un Pacs è erede legittimo alla stessa stregua di un coniuge.
FISCO E PREVIDENZA Il trattamento in vigore per le coppie sposate è uguale anche per chi ha sottoscritto un Pacs da almeno due anni.
I "pacsisti" sono equiparati ai coniugi in materia di decisione sul trapianto di organi e di assistenza ospedaliera. Queste previsioni sono estese alle coppie di fatto, dunque in assenza di Pacs.
Il Patto può essere sciolto anche unilateralmente. In caso di scioglimento, colui che riceve l'affidamento dei figli ha diritto ad abitare la casa familiare e a un assegno di mantenimento. La parte che versa in condizioni di povertà ha diritto a ricevere gli alimenti per due anni.
I TESTI ALLA CAMERA
* Proposta di legge numero 3296, primo firmatario Grillini con altri 161 deputati, "Disciplina del patto civile di solidarietà e delle unioni di fatto" presentata il 21 ottobre 2002. n. 795 Bellillo, "Disciplina dei patti di convivenza", 13 giugno 2001.
n. 4334 Rivolta e altri 37 deputati, "Disciplina del patto civile di solidarietà", presentata il 2 ottobre 2003.
'1' n. 4442 Buemi, "Disciplina delle unioni di fatto", 29 ottobre 2003.
n. 4585 Moroni, "Istituzione del patto civile di solidarietà e disciplina delle famiglie di fatto", presentata il 22 dicembre 2003
n. 4588 Consiglio regionale della Toscana, "Disciplina delle unioni di fatto", presentata il 29 dicembre 2003. 4 n. 5153 Strano, "Modifiche al Codice civile concernenti l'introduzione del patto civile di solidarietà", 15 luglio 2004.
n. 5321 Titti De Simone con altri 9 deputati, "Disciplina delle unioni di fatto", presentata 1'1 ottobre 2004.
I TESTI AL SENATO
* n. 47 Cortiana, "Normativa sulle unioni civili", presentata il 16 ottobre 2001.
n. 305 Malabarba, "Disciplina delle unioni civili", presentata il 2 aprile 2002.
n. 3134 Biscardini, "Disciplina delle unioni di fatto", presentata il 5 ottobre 2004.
n. 3534 Angius , "Disciplina del patto civile di solidarietà e delle unioni di fatto", presentata il 7 luglio 2005 e sostanzialmente analoga alla proposta Grillini all'esame alla Camera.
CONVIVENTI, ECCO LE TUTELE GIÀ PREVISTE DALLA LEGGE
E' proprio vero che due persone che convivono senza essere sposate non dispongono di alcuna tutela? In realtà le cose non stanno proprio così, e l'aveva già indicato il cardinale Ruini aprendo il 19 settembre il Consiglio permanente della Cei: «Per quelle unioni che abbiano desiderio o bisogno di dare una protezione giuridica ai rapporti reciproci esiste anzitutto la strada del diritto comune, assai ampia e adattabile alle diverse situazioni». In effetti, l'unione non fondata sul matrimonio ha rilievo a vario titolo nell'ordinamento italiano.
In materia di edilizia residenziale pubblica, ad esempio, la legge 513 del 1977 include «i conviventi in forma continuativa a qualunque titolo» tra gli appartenenti al nucleo familiare del-l'assegnatario di un alloggio. La legge 40 sulla fecondazione assistita prevede l'accesso alla "tecniche" da parte di «coppie di maggiorenni di sesso diverso, coniugate o conviventi (...)». Un lavoratore ha diritto a un permesso retribuito in caso di decesso o grave infermità del coniuge o di un parente entro il secondo grado o del convivente (legge 53 del 2000).
In ambito penalistico, l'articolo 199 prevede la facoltà di astenersi dal deporre in giudizio per chi «pur non essendo coniuge dell'imputato, come tale conviva o abbia convissuto con esso». Anche la giurisprudenza assegna rilevanza alle unioni di fatto. Ad esempio, ci sono state diverse decisioni con le quali si è affermato che il convivente subentra nell'affitto sia in caso di morte del titolare del contratto sia nell'ipotesi che la convivenza sia terminata e vi siano però figli.
«NELLA COSTITUZIONE UNA SOLA FAMIGLIA»
IL PROFESSOR MARANO: SBAGLIATO IMITARE I PAESI STRANIERI.
NO ALLA EQUIPARAZIONE TRA CONVIVENTI E SPOSI
di Angelo Picariello
"Non si tratta di riproporre un'inutile e fuorviante contrapposizione fra laici e cattolici. Siamo di fronte invece a due diverse concezioni egualmente "laiche" del matrimonio, della famiglia e delle relazioni affettive». Venerando Marano, professore associato di Diritto ecclesiastico all'Università di Foggia - e autore del recentissimo libro "Le unioni di fatto", editore Giuffré - sgombra il campo da uno degli argomenti più gettonati per sostenere la regolamentazione delle coppie di fatto e i cosiddetti Pacs, i Patti civili di convivenza e solidarietà. «Anche i recenti interventi della Chiesa in materia argomentano non tanto in chiave teologica, quanto a partire dalla cosiddetta "recta ratio", in base alla quale le scelte di politica legislativa non possono "fare astrazione dei principi fondamentali della verità sulla persona umana"».
Un argomento molto forte, che esamina anche lei nel suo libro, è questo: come si può chiedere allo Stato di prendere impegni con una coppia che ha liberamente scelto di non prenderne alcuno?
E una delle obiezioni ricorrenti nel dibattito, anche se riguarda solo una parte della fenomenologia delle unioni di fatto, quella costituita da chi "potrebbe ma non vuole", e non anche quell'altra che ha degli impedimenti a contrarre un vincolo matrimoniale. Ma non vi è dubbio che una gran parte delle coppie di fatto sostiene di non essere interessata ad alcuna forma alternativa di legalizzazione del vincolo, proprio per evitare il paradosso di invocare l'intervento dello Stato per regolamentare una scelta di libertà.
D'altronde se una serie di previsioni riferite al matrimonio venisse attribuite anche ad altri rapporti, non ne discenderebbe un sostanziale svilimento della scelta matrimoniale?
In realtà non si può ignorare che solo la famiglia fondata sul matrimonio trova esplicito e specifico riconoscimento nella nostra Carta costituzionale. Questo chiaro "favor familiare" non esclude la possibilità di individuare alcuni rapporti connessi alla convivenza di tipo matrimoniale che presentino una propria rilevanza e un'autonoma giustificazione, ad esempio in materia di successione nella locazione, di mantenimento dell'abitazione, di assistenza e rappresentanza degli interessi in caso di malattia o morte, di risarcimento del danno in caso di morte del convivente causata da illecito altrui. Tuttavia, l'eventuale regolamentazione di questi aspetti non dovrebbe comportare un'equiparazione - formale o sostanziale, esplicita o implicita - della convivenza al rapporto coniugale, quale potrebbe derivare dall'approvazione di alcune proposte di legge attualmente all'esame del Parlamento. Situazioni diverse, quali da un Iato la famiglia fondata sul matrimonio e dall'altro le molteplici esperienze riunite nella categoria eterogenea delle unioni di fatto, non consentono una disciplina analoga se non al prezzo di una forzata assimilazione, che ignora la specifica identità del matrimonio e della famiglia o pretende di superarla in nome di una pretesa pluralità dei "modelli" familiari (e non solo delle relazioni affettive). Forse è proprio questo il vero obiettivo.
In effetti talune proposte, ancor prima che rispondere a esigenze concrete, sembrano perseguire un obiettivo di carattere simbolico e culturale, cioè il riconoscimento pubblico del valore di queste forme di convivenza.
Ma se risulta preclusa la strada del riconoscimento pubblico resta comunque perseguibile la strada del diritto privato?
Questa strada è da esplorare, nella ricerca di soluzioni condivise in grado di corrispondere meglio alla specificità dell'esperienza italiana, evitando di recepire in modo acritico modelli adottati in altri Paesi europei che non sembrano adeguatamente rispondenti al nostro sistema costituzionale, alla nostra tradizione culturale e sensibilità sociale.
CHI E
Venerando Marano è professore associato di Diritto ecclesiastico alla la Facoltà di Giurisprudenza dell'Università di Foggia. E autore di numerose pubblicazioni dedicate all'esame della disciplina del fenomeno religioso nell'esperienza giuridica contemporanea. Fra i suoi lavori monografici più recenti, si segnalano quello su "Il fenomeno associativo nell'ordinamento ecclesiale" (Giuffré ed., 2003) e su "Le unioni di fatto. Esperienza giuridica secolare e insegnamento della Chiesa" (Giuffrè ed., 2005).
http://www.gaynews.it/view.php?ID=34777
lunedì 31 ottobre 2005
l'Avvenire attacca pesantemente la proposta del PACS
giovedì 27 ottobre 2005
Domani alle 14 su GAY.tv il nuovo video di Madonna
E’ fissata per venerdì 28 ottobre alle 14.00 la video date mondiale per il lancio di HUNG UP. Il nuovo video di Madonna. GAY.tv sarà puntuale.
E’ arrivato agli studi di Milano di GAY.tv il nuovo video di Madonna. Ma dalla Warner Music – la casa discografica di Madonna - sono anche arrivate istruzioni ben precise e rigorose. Niente trasmissione fino a venerdì 28 ottobre ore 14.00. Giorno e ora in cui tutte le tv del mondo potranno trasmettere HUNG UP. Il video del nuovo singolo di Madonna che fa da preludio all’album di prossima uscita.
Quello che siamo riusciti a intravedere dal video è una Madonna (molto) dimagrita, ma in magnifica forma, che in jeans e maglietta impazza per le strade.
L’appuntamento è per VENERDI’ 28 OTTOBRE alle ore 14.00 su GAY.tv.
mercoledì 26 ottobre 2005
Proprio un bel gesto, "onorevole" Santanchè!
Santanchè mostra il dito alzato agli studenti
La parlamentare di An: «Non è vero, voglio vedere la foto»
L'onorevole di An replica con un gestaccio ai cori dei manifestanti giunti a Roma per protestare contro la riforma della scuola
ROMA - L'onorevole di An Daniela Santanchè ha risposto ai cori degli studenti raccolti in protesta davanti a Montecitorio, dove si stava votando la riforma dell'Università, alzando il braccio e mostrando loro dito medio alzato, sorridendo. Raggiunta telefonicamente da Corriere.it, ( ■ Ascolta l'audio) la parlamentare si è mostrata sorpresa, e ha reagito con un «Non è vero, voglio vedere la foto».
LO SDEGNO DELL'OPPOSIZIONE - Un gesto probabilmente non colto dagli studenti, ma stigmatizzato dall'opposizione. «Il gesto della deputato Daniela Santanchè nei confronti degli studenti che oggi manifestavano davanti a Montecitorio è rozzo e volgare. Dimostra tutto l'autoritarismo della destra» ha detto Vittoria Franco, responsabile nazionale Ds per la Cultura. «Ciò che mi turba è che un gesto del genere venga da una deputata - spiega Franco - e cioè da una persona che per il ruolo che ricopre dovrebbe dimostrare ai giovani capacità di ascolto. Si tratta invece di un gesto volgare e rozzo, che dimostra la chiusura e tutto l'autoritarismo della destra nei confronti di studenti che stanno semplicemente manifestando la loro voglia di partecipare alla vita della scuola e dell'università italiane. È chiaro che ormai questa destra è davvero lontana dal sentire del Paese».
26 ottobre 2005
http://www.corriere.it/Primo_Piano/Politica/2005/10_Ottobre/25/santanche.shtml
1512, World Gay Pride a Firenze
Quando la Storia riserva sorprese...
di Massimo Consoli
Il 31 agosto del 1512, un gruppo di 30 giovani aristocratici, riuniti sotto il nome di Compagnacci (gruppo nato nel 1497), fece irruzione nel palazzo del governo, costringendo un alto funzionario alle dimissioni e chiedendo che il consiglio comunale abrogasse le condanne di quei sodomiti ch'erano stati costretti all'esilio o a perdere il lavoro proprio per la loro omosessualita'.
Due settimane piu' tardi (il 16 settembre), gli Spagnoli imponevano a Piero Soderini, eletto nel 1502 dal Consiglio Maggiore gonfaloniere a vita, cioe' alla piu' alta carica dello Stato, di ritirarsi dal potere e di fuggire dalla citta', permettendo cosi' il ritorno dei Medici i quali, tra le prime iniziative, accettavano tutte le richieste dei rivoltosi.
L'iniziativa fu clamorosa e, una volta studiata la situazione della Firenze Rinascimentale, se ne capisce meglio la straordinarieta'. In effetti, l'insurrezione del 31 agosto 1512 puo', a ben ragione, essere considerata una sorta di Stonewall italiana ante litteram e, come tale, andrebbe debitamente commemorata.
Il momento storico era particolarmente delicato. L'anno prima Papa Giulio II aveva formato una "Santa Lega" insieme a Venezia, la Spagna e l'Inghilterra di Enrico VIII. La guerra, come al solito, si svolse in Italia visto che il Papa l'aveva voluta per i suoi interessi politici e territoriali, ma avra' conseguenze disastrose per il nostro paese fino ad arrivare al suo culmine con il tremendo sacco di Roma da parte dei lanzichenecchi tedeschi, nel 1527.
Firenze era famosa in tutta Europa per la liberalita' dei costumi e per l'ampia diffusione dell'omosessualita', a tal punto che in Germania, per indicare un sodomita, lo si chiamava con l'appellativo di "fiorentino" ("Florenzer"). La sua reputazione era talmente "cattiva", secondo il punto di vista ufficiale, che perfino Genova aveva vietato l'assunzione di insegnanti toscani, per non mettere in pericolo i propri studenti.
Questa situazione sembra aver favorito il fiorire di una vita culturale particolarmente vivace e la citta' divenne anche il centro delle arti e della letteratura dell'epoca, mentre i suoi sodomiti piu' illustri, a cominciare da Michelangelo e Leonardo, contribuivano alla riedificazione del mondo conosciuto e perfino alla costruzione della Roma cristiana come la conosciamo oggi.
Ma tutto cio' non andava molto bene alla chiesa cattolica che, nonostante la forte presenza di peccatori "a fide catholica deviantes" tra le sue stesse fila, premeva sulle autorita' civili per una stretta di vite. E ci riuscirono nel 1432, quando la citta' creo' un nuovo corpo di guardie speciali incaricati proprio di occuparsi delle accuse, delle prove e dei processi di sodomia. Erano nati gli "Ufficiali di Notte".
Poco piu' tardi anche Lucca, nel 1448, istitui' una magistratura simile.
Le denunce venivano spesso presentate anonimamente, infilate in apposite cassette sparse per la citta'. Una delle vittime piu' illustri fu Leonardo da Vinci. L'8 aprile 1476, qualcuno deposito' nella cassetta di Palazzo Vecchio un foglio con su scritto che il pittore aveva una relazione con il 17enne Jacopo Saltarelli.
Di quel lungo periodo di 70 anni, dal momento della loro costituzione fino al 1502, si sono conservati tutti i documenti raccolti a Firenze e che evidenziano la bellezza di 17.000 casi di sodomia riguardanti altrettanti cittadini. Senza considerare quelli che, ovviamente, la praticavano senza essere scoperti. Queste informazioni (preziosissime) ci vengono da uno studio di Michael Rocke, Forbidden Friendships: Homosexuality and Male Culture in Renaissance Florence, 1996.
Ora, considerato che Firenze aveva una popolazione di 40.000 abitanti, grosso modo 20.000 uomini e 20.000 donne, compresi i bambini e gli anziani, e che un periodo di 70 anni corrisponde, altrettanto grosso modo a due generazioni, qui stiamo parlando di quasi meta' della popolazione di una citta' coinvolta in pratiche sessuali vietate e per le quali non era inusuale finire bruciati vivi sul rogo.
Questo vuol dire che una citta' come Roma, che con la sua provincia ha raggiunto i 5 milioni di presenze medie quotidiane (tra cittadini, pendolari, turisti, clandestini, e chissa' chi altro ancora) nel periodo che va dal 1935 al 2005 dovrebbe avere avuto, in proporzione, una cifra di uomini accusati di omosessualita' tra il milione e mezzo e i 2 milioni!
Impressionante!
E' ovvio che dobbiamo tener presente la particolarita' dell'epoca. E poi, praticare l'omosessualita' non vuol dire essere omosessuali. Al contrario, dalla notte dei tempi fino a poco tempo fa, in molte societa' quello che contava era la posizione assunta durante il rapporto sessuale. Essere attivo era il massimo della virilita', sia con la donna che con un altro uomo. Percio', non c'era un biasimo particolare verso chi si sapeva essere un gran "fottitore" anzi, una sorta di ammirazione e invidia.
L'eta' media del matrimonio, per gli uomini, era di 30/31 anni, in un'epoca in cui, chi arrivava ai 60, era considerato quasi una sorta di "filosofo" da ascoltare con venerazione, non foss'altro perch'era riuscito a vivere tanto a lungo.
Una buona parte della popolazione rimaneva celibe: all'incirca il 12 per cento dei maschi. E questo in un periodo storico in cui avere rapporti sessuali al di fuori del matrimonio era quasi impossibile. Si', le prostitute c'erano, ma erano poche e costose, per le tasche della maggioranza della popolazione che non era tutta, di certo, composta da banchieri e commercianti.
Tutto
questo rendeva quasi automatica la pratica "banale" dell'omosessualita', cosi' come la nascita di relazioni anche affettive molto forti e durature. E non solo tra gli scapoli, ma anche tra gli uomini gia' sposati e con figli.
E'
in questo periodo che opera Bernardino da Siena (1380-1444), il santo
cattolico tanto amato dalla Chiesa di Roma, che invitava i fedeli a sputare sul pavimento di Santa Croce, sempre a Firenze, al grido di "Al fuoco! Bruciate tutti i sodomiti!". O, se proprio non si riusciva a sterminarli fisicamente, almeno "cacciateli dalla citta', privateli del lavoro che svolgono."
Sodomiti, urlava dal pulpito il frate, sono sotto gli occhi di tutti; i bambini li reputano normali perche' li incontrano dentro casa, invitati da genitori incoscienti che non capiscono il male che fanno loro! Reputa talmente grave la situazione che, in un momento di particolare ispirazione, quasi invita padri e madri a far stuprare le bambine piuttosto che i bambini: "non mandate i vostri figli a giocare per le strade, dove rischiano di essere violentati perche' troppo belli. Mandate le vostre figlie, invece".
Anche il domenicano fra' Girolamo Savonarola (1452-1498), capito che la battaglia per i principi morali era la piu' facile e la piu' redditizia, comincio' a predicare contro i sodomiti riuscendo a convincere il governo della citta' ad emanare leggi ancora piu' feroci di quelle che gia' c'erano.
Lo stesso frate fu uno di quelli che capi' subito il rapporto che c'era tra liberta' sessuale e rigoglio culturale, tanto da profetizzare che Firenze avrebbe potuto sostituirsi all'ormai corrotta Roma, guidando la riscossa della chiesa cattolica, se solo si fosse liberata "della poesia, degli sport pubblici, dell'alcol, dell'usura, degli abbigliamenti indecenti e della sodomia".
Dopo la sua morte, un membro del Consiglio dei Dieci non pote' trattenersi dall'esclamare: "Ed ora, finalmente, possiamo tornare a goderci la sodomia".
Fu per questo che il 31 agosto del 1512 i giovani scesero in piazza e lo contestarono violentemente, ottenendo una delle piu' grandi vittorie che il movimento gay mondiale, oggi, puo' festeggiare.
Propongo di celebrare il World Gay Pride del 2012 a Firenze, e di farlo coincidere con l'insurrezione dei Compagnacci del 31 agosto. Questo contribuirebbe a svelare un'altra pagina importante della Storia, troppo a lungo tenuta nascosta, ed a ricordare un momento glorioso della nostra Resistenza che va ben al di la' dello Stonewall del 28 giugno 1969, e che ha il suo centro nel nostro Paese.
(da "Ompo" N. 218, Agosto 2000)
http://www.gaynews.it/view.php?ID=34723
domenica 23 ottobre 2005
'Ndrangheta, telefonate al Viminale spuntano chiamate a numeri segreti
Delitto Fortugno, i contatti tra il medico boss coinvolto nel caso e un'utenza in uso al ministero dell'Interno. Ecco i documenti
Si scava nei tabulati sul traffico telefonico tra il 1997 e il 2003
dai nostri inviati ATTILIO BOLZONI e CARLO BONINI
REGGIO CALABRIA - Nell'inchiesta sull'omicidio di Francesco Fortugno ci sono cinque proiettili calibro 9 x 21 marca Luger e una consulenza tecnica che ha rovesciato tanta polvere sul morto. Ci sono tanti, troppi contatti, diretti e indiretti, che in questa storia portano al Viminale. È il giallo delle telefonate, quelle che apparentemente sono al centro della scena investigativa, quelle che erano state intercettate tra il vice presidente del parlamento calabrese ucciso domenica al seggio e il medico Giuseppe Pansera, al tempo solo il genero incensurato del boss Giuseppe Morabito detto "Tiradritto" e poi schedato come boss.
Siamo andati a vederla quella perizia, abbiamo sfogliato centinaia di pagine di tabulati, abbiamo trovato un groviglio di numeri che raccontano alcuni fatti.
Il primo fatto: in tre anni, dal 1997 al 2000, Francesco Fortugno e Giuseppe Pansera si sono parlati al telefono solo 12 volte e sempre per una manciata di secondi. Il secondo fatto: su 464 utenze portate all'attenzione della magistratura dal consulente tecnico, quelle 12 tracce telefoniche non sono state né trascritte né presentate al pubblico ministero di Milano perché "assolutamente ininfluenti per le indagini". Il terzo fatto: tra centinaia di cellulari sospetti il consulente ne ha individuato due intestati al "Ministero degli Interni Dipartimento di Pubblica Sicurezza" e poi ne ha scoperti almeno altri 18 senza codici, cellulari "blindati", senza numero e senza identificativo. Il quarto e ultimo fatto: Giuseppe Pansera, quando era già latitante per un traffico di stupefacenti, telefonava a un personaggio che a sua volta era in contatto con un'utenza del ministero degli Interni. Cosa si potevano mai dire un ricercato della 'ndrangheta e uomini collegati al Viminale?
A una settimana dall'uccisione dell'uomo politico calabrese il Racis di Messina (il reparto delle investigazioni scientifiche dei carabinieri) sta completando il rapporto sulla scena del delitto. Di certo, al momento, ci sono il calibro e la marca delle pallottole che hanno ucciso Francesco Fortugno. E più di un dubbio sulle testimonianze che parlano "di un killer che si è allontanato con un complice su una A112". Gli investigatori sono molto perplessi: "Fare un omicidio di questo tipo utilizzando un'A112, vuol dire farsi trovare: in Italia di quelle macchine non ne girano ormai più di cento". E sospettano anche che i killer non siano della Locride ma siano venuti da Reggio o da lì vicino. Naturalmente con un nulla osta di una o di più 'ndrine locali.
Ma torniamo al giallo del tabulato. E cominciamo a ricostruire tutti i "collegamenti" telefonici tra Fortugno e il suo collega Pansera in 36 mesi, sfogliando pagina per pagina la consulenza tecnica. Bisogna precisare subito che il nome di Francesco Fortugno neanche compare in quel documento che si chiama "Elaborazione analitico-relazionale dei dati di traffico di utenze radiomobili e di telefonia di base", la perizia che il consulente Gioacchino Genchi ha consegnato al sostituto procuratore della repubblica di Milano Laura Barbaini, la titolare di un'inchiesta su mafia e coca nella Locride con agganci in Lombardia. Il nome di Francesco Fortugno - al contrario di altri 464 tra i quali professionisti calabresi, trafficanti, professori universitari di Messina, farmacisti della Locride, tanti imprenditori, qualche avvocato - era stato relegato in una specie di "cestino" con tanti altri uomini e donne individuati attraverso l'esame dei tabulati.
Ripescando il nome di Francesco Fortugno da quel contenitore e verificando a una a una tutte le tracce telefoniche si scopre che le conversazione tra lui e il futuro boss non sono 31 né 26, ma solo 12. Alcune sono state rivelate da due ponti radio diversi e così, una telefonata fatta nello stesso momento risulta come due telefonate. È il caso di una conversazione tra i due - chiama Giuseppe Pansera dall'ospedale di Melito Porto San Salvo in località Acquedotto (la perizia indica sempre il luogo preciso delle chiamate) - alle 9, 55 minuti e 7 secondi del 29 novembre 2000. Nel tabulato è riportata due volte da due diversi ponti radio. Qualche mese prima, siamo nel novembre del 1999 - esattamente il giorno 22 - Pansera chiamava ancora Fortugno.
Risultano due conversazioni di 34 secondi l'una. La prima inizia alle 11,22,06, ma nella perizia si certifica che quattro secondi dopo - cioè contemporaneamente - Fortugno e Pansera hanno un'altra conversazione. Così si arriva prima a 26 telefonate tra i due e poi a 31. Capita anche il 18 gennaio del 2000 alle 11,55,02. E capita il 22 gennaio altre tre volte, tra le 9,01,36 e le 11,23,19. La perizia è molto precisa, asettica, svela ogni contatto, ogni numero che chiama e riceve, la località da dove partono le chiamate e la località dove arrivano.
Basta leggerla per scoprire quanto hanno parlato in quei 3 anni, il medico ucciso e il medico che oggi è in carcere con una condanna a sedici anni per traffico internazionale di droga. Nella consulenza poi c'è un ultimo particolare: tutte le telefonate "rintracciate" sono state fatte o ricevute dagli ospedali di Locri e da quello di Melito Porto Salvo, nel primo lavorava Fortugno e nel secondo Pansera. Dodici conversazioni: la più lunga è di 181 secondi.
Fin qui le strisce dei tabulati che riguardano l'uomo politico ammazzato dalla 'ndrangheta. Uscendo da quel "cestino" dove era finito Fortugno si entra invece nel vivo di quell'inchiesta su mafia e droga. E analizzando - anche qui uno dopo l'altro - quelle 464 utenze intercettate nei contatti dalla perizia, si trovano tracce che gli investigatori avevano ritenuti "spunti interessanti". Soprattutto due: quei numeri di telefono intestati al Ministero degli Interni Dipartimento di Pubblica sicurezza. I numeri si trovano nel quarto foglio delle 464 utenze "attenzionate". Il primo è un 33559879.. che è stato monitorato dal 6 febbraio del 1999 al 3 gennaio del 2002.
Il secondo è un 33559878.. monitorato dal 25 febbraio 1999 al 31 dicembre 2001. La sorpresa è al primo numero. Viene chiamato due volte - la prima dalla Puglia e la seconda dalla Campania - da un uomo che è in stretto contatto con Giuseppe Pansera quando il medico è già latitante. Due conversazioni. Una alle 21,50,52 dell'8 dicembre del 2000, l'altra alle 12,13,45 del primo gennaio 2001.
In quei giorni Pansera era ricercato. Qualche mese prima era sfuggito alla cattura della polizia mentre viaggiava sulla costa jonica, scortato da cinque auto cariche di picciotti. Qualche mese dopo sarà catturato dai carabinieri. A chi appartenevano quei numeri che il consulente tecnico ha individuato come intestati al Viminale? Abbiamo chiamato, prima uno e poi l'altro. Sono ancora attivi. Al primo ci ha risposto la voce giovane di una ragazza: "Non so niente della Calabria, non conoscono il signor Pansera o il signor Fortugno, ha acquistato tre anni fa questo telefono usato". Al secondo cellulare intestato al Ministero ci ha risposto un uomo: "Sono un funzionario del ministero e non autorizzato a rivelare la mia identità, posso solo dirvi che questo è un telefono di servizio che ho in uso da tre anni".
Ma nel tabulato dei contatti telefonici c'è altra materia per le indagini. Una miriade di nomi stranieri e una miriade di telefonate fatte in tutti gli angoli del mondo: in Spagna, tante in Bulgaria, a Sao Tome, in Svizzera, in Francia, in Germania. E poi ci sono 18 utenze non identificate. Diciotto numeri chiamati da personaggi in qualche modo sotto indagine o sfiorati dalle indagini sul traffico di droga che non sono stati individuati. Il consulente non è riuscito a risalire né al numero né al codice di quei telefoni. Telefoni fissi o radiomobili assolutamente "bui".
Nel secondo foglio del tabulato sono stati registrati 13 numeri top secret con un movimento telefonico dal 1 luglio 2001 al 28 ottobre 2001, dal 4 gennaio 2000 al 28 marzo 2001, dal 14 maggio 2001 al 15 maggio 2002. Nel terzo foglio del tabulato altri 5 telefoni senza codice identificativo. Con un'altra marea di contatti telefonici: dal 19 febbraio 2002 al 18 gennaio 2003, dal 11 giugno 2002 al 14 gennaio 2003. A chi sono intestati questi telefoni "blindati"? Sono telefoni e numeri e codici mandati al macero? Sono numeri "inaccessibili" perché in uso a uomini di apparati riservati? E perché tutti quei contatti - di mesi, di anni - in quel contesto d'indagine sui traffici di droga della 'ndrangheta? La consulenza tecnica nel procedimento numero 3308/03 del registro generale della Procura della Repubblica di Milano naturalmente non lo spiega e non lo può spiegare. Una perizia è solo una perizia. Cerca dati, sforna numeri, li incrocia, li confronta.
(23 ottobre 2005)
http://www.repubblica.it/2005/i/sezioni/cronaca/ndrangheta/ndravi/ndravi.html
La mia Italia lenta e la mia Italia rock
di Enzo Biagi
Ho guardato Adriano Celentano e ho sognato di essere a fianco di Michele Santoro, perché Michele è rock, ma è stato giusto che io non ci fossi, perché so di essere lento, mentre lui è stato super rock. Ha detto parole che in tempi ormai lontani qualcuno, mio padre e mia madre, mi hanno insegnato: fratellanza e libertà. Le ha dette all’interno di una messinscena e il giorno dopo una decisione difficile e molto sofferta, quello delle dimissioni dal Parlamento europeo, ma le ha dette col cuore. Solo un regime non gli dà quel microfono che gli ha offerto il Molleggiato.
Celentano è rock perché ha fatto la televisione, quella vera, quella studiata, quella degli autori, quella che non si fa più perché fa pensare. Una frase su tutte: «La paura delle parole ». Fabrizio Del Noce è lento perché pensa ai politici e non ai telespettatori; Alfredo Meocci è rock perché ha difeso gli autori e lo ha fatto davanti a milioni di italiani. Non lo invidio, immagino le reazioni ad Arcore e a Palazzo Chigi. Maurizio Crozza è rock e mi manca la domenica pomeriggio. Antonio Cornacchione è rock, ma siccome è amico mio, è super rock.
L’Italia è rock, ma il Paese è lento perché non ha capito che l’assassinio di Francesco Fortugno è un delitto di mafia; tutti i politici che abbiamo visto in tv sono lenti perché non hanno dedicato un pensiero alla tragedia calabrese, non hanno ricordato che questo fatto drammatico si aggiunge a un lungo elenco nel quale spiccano i nomi di Piersanti Mattarella e Pio La Torre.
Monsignor Giancarlo Bregantini è rock perché ha denunciato che la criminalità organizzata vuole dominare la politica. Carlo Azeglio Ciampi è rock perché è andato a Locri; Silvio Berlusconi è lento perché si è fatto rappresentare.
23 ottobre 2005
http://www.corriere.it/Primo_Piano/Editoriali/2005/10_Ottobre/23/biagi.shtml
sabato 22 ottobre 2005
La chiesa degli scandali
| di Roberto Taddeucci Mentre la macchia dei preti pedofili si espande senza sosta, la Chiesa Cattolica invita a scovare i gay nei seminari. Storia "papale papale" di una vicenda di soprusi e ipocrisie. | |
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Anni di abusi e ipocrisie
Insomma, negli Stati Uniti i casi venuti alla luce si contano ormai a centinaia con le diocesi sotto accusa per essersi adoperate più ad evitare che gli abusi diventassero di dominio pubblico (trasferendo i prelati coinvolti) che non a tutelare la sicurezza dei bambini. Sono in attività da tempo associazioni di cittadini che chiedono che finalmente i Vescovi coinvolti si assumano le proprie responsabilità o che fanno informazione nella casistica specifica. Il precedente costituito da Boston pare non aver insegnato niente ad altre diocesi che hanno continuato imperterrite a cercare di insabbiare gli scandali man mano che emergevano attuando la solita tattica del "trasferimento" ogni qualvolta le circostanze lo richiedessero.
I pontefici che non sanno reagire
Giovanni Paolo II dal canto suo aveva deplorato pubblicamente questi accadimenti richiamando vescovi e sacerdoti al loro ruolo di esempi di moralità ma si era attirato anche pesanti critiche per via della sua inconcludente lettera apostolica "Sacramentorum sanctitatis tutela" che risaliva a neanche un anno prima (aprile 2001) e che, a parte prevedere una visita ed un'indagine apostolica, non prendeva nessun provvedimento concreto volto a risolvere una volta per tutte la piaga degli scandali sessuali in seno alla Chiesa causato da preti predatori. Alla Congregazione per la Dottrina della Fede veniva affidata la competenza esclusiva su tutta una serie di atti gravi commessi dai ministri del culto nella loro missione educativa a contatto con i giovani, tra i quali la pedofilia. Secondo tali indicazioni la stessa Congregazione, allora guidata da Joseph Ratzinger, il mese successivo (maggio 2001) diffuse una lettera ai vescovi nella quale avoca a sé i processi riguardanti gli abusi sessuali commessi da sacerdoti su minori, l´assoluzione di complici in peccati contro il sesto comandamento e altri simili delitti. Mentre le alte gerarchie vaticane emanavano queste circolari interne più di forma che di sostanza altre scottanti realtà continuavano a venire a galla.
E i media italiani tacciono
Vade retro gay!
Purtroppo la pratica del "trasferimento" in presenza di preti coinvolti in scandali a sfondo sessuale pare essere diffusa ovunque, non certo solo negli Stati Uniti. In settembre era arrivata dalla Francia la notizia della condanna a 12 anni di carcere per un prete 65enne, Denis Vadeboncoeur, parroco in Normandia, per violenza su minore.
Padre Vadeboncoeur era stato in carcere 20 mesi in Canada per sodomia e aggressioni sessuali negli anni Ottanta ma poi si era visto affidare successivamente dalla chiesa francese - al corrente del suo passato - una parrocchia in Normandia. In Italia nel luglio scorso a Castagnole Piemonte il 36enne don Roberto Volaterra aveva accettato di pagare un risarcimento di 45 mila euro nel patteggiamento della pena relativa a violenza sessuale su una bambina. Anche in questo caso il sacerdote, a quanto riportato dall'agenzia di stampa Agr, risulta essere stato "trasferito". A fronte di tutto questo il Vaticano si accinge a pubblicare un nuovo documento che lancia invece una nuova crociata non contro i preti pedofili ma contro gli aspiranti sacerdoti che rivelino tendenze omosessuali. Il documento, un'"istruzione" di 16 pagine a firma del cardinale polacco Zenon Grocholewski, prefetto della Congregazione per l'Educazione cattolica, sarebbe stato letto e approvato questa estate dal pontefice durante le sue vacanze estive a Castelgandolfo e dovrebbe essere diffuso ai primi di novembre. L'annunciato divieto per i gay di prendere i voti ha già attirato molte critiche provenienti anche dall'interno del mondo religioso. Negli USA almeno due responsabili dei Gesuiti hanno inviato una lettera a preti e seminaristi assicurando loro che il loro orientamento sessuale non costituisce un problema fintanto che, ovviamente, siano mantenuti celibato e castità. "Non manderemo via nessuno", ha dichiarato il reverendo John Whitney, capo dei Gesuiti dello stato dell'Oregon.
Una confusione che conviene a qualcuno
C'è chi sembra essere interessato a mescolare due questioni assai diverse come pedofilia e omosessualità attribuendo il boom di scandali a sfondo sessuale a preti gay che avrebbero abusato di giovani ragazzi.
Alla base di tutto ci potrebbe essere lo stereotipo secondo il quale gli omosessuali sarebbero incapaci di controllare la loro sessualità. Ma, come ricorda Gerard Thomas, un prete che ha fatto coming out, era stato proprio l'allora cardinale Ratzinger nella sua famigerata Lettera sulla cura pastorale delle persone omosessuali del 1986 ad invitare a non creare confusioni su questo aspetto: "Dev'essere comunque evitata la presunzione infondata e umiliante che il comportamento omosessuale delle persone omosessuali sia sempre e totalmente soggetto a coazione e pertanto senza colpa. In realtà anche nelle persone con tendenza omosessuale dev'essere riconosciuta quella libertà fondamentale che caratterizza la persona umana e le conferisce la sua particolare dignità. Come in ogni conversione dal male, grazie a questa libertà, lo sforzo umano, illuminato e sostenuto dalla grazia di Dio, potrà consentire ad esse di evitare l'attività omosessuale." Da questo il concetto che gli uomini gay non sarebbero accettabili in seminario perché non sarebbero in grado di mantenersi casti è un qualcosa che va contro gli stessi scritti di colui che è adesso Papa Benedetto XVI.
giovedì 20 ottobre 2005
Luttazzi e Travaglio assolti "Berlusconi non fu diffamato"
Caso "Satyricon", chiesti da Berlusconi 20 mld di risarcimento per aver "devastato l'immagine di politico e di imprenditore"
Il premier condannato a pagare 100 mila euro di spese legali
di ALESSANDRA LONGO
Marco Travaglio
e Daniele Luttazzi
ROMA - Condannato. Silvio Berlusconi aveva chiesto un risarcimento di 20 miliardi del vecchio conio, come direbbe Bonolis, a quel diavolo di Marco Travaglio, colpevole, in associazione a delinquere con l'attualmente desaparecido Rai Daniele Luttazzi, di averlo offeso, anzi di aver "letteralmente devastato - si legge nella querela - la sua immagine di politico e di imprenditore".
Ma il giudice ha deciso diversamente e ha condannato il capo del governo a pagare le spese legali nell'ordine di centomila euro. Ne dà notizia lo stesso Travaglio, molto sollevato all'idea di non dover versare a rate, per il resto dei suoi giorni, la cifra richiesta dagli avvocati del Cavaliere. E ora i fatti, come si dice in gergo d'aula.
Era il 14 marzo del 2001, un mercoledì sera. Su Raidue andava in onda Satyricon, direttore di rete Carlo Freccero, produttore Bibi Ballandi (anche loro denunciati in sede civile). Luttazzi chiama Travaglio a parlare del suo libro, "L'odore dei soldi", scritto a quattro mani con Elio Veltri. Storia non autorizzata sulle origini delle fortune economiche di Berlusconi, sui segreti meccanismi finanziari che portarono alla nascita della Fininvest, sullo strano arrivo, ad Arcore, dello stalliere mafioso Vittorio Mangano. Minuti televisivi senza filtro.
Luttazzi chiede, Travaglio risponde, con documenti e atti che ha usato per scrivere. Da dove ha preso Berlusconi i miliardi per cominciare? Perché ha ospitato un boss, poi condannato a due ergastoli, a casa sua? Perché la Rai ha sempre scansato l'ultima intervista di Paolo Borsellino, acquisita da chi indaga sulle stragi di Capaci, via D'Amelio e degli Uffizi? Intervista nella quale, spiega Travaglio, il magistrato parla dell'interesse della procura di Palermo per Berlusconi, Dell'Utri e Mangano?
"Ignobile attacco al capo dell'opposizione, libercolo diffamatorio": Berlusconi s'infuria, querela, fa querelare. Partono dieci cause che sarebbero in realtà cinque raddoppiate, una per la trasmissione e una per il libro, moltiplicate appunto per cinque. La Fininvest di Aldo Bonomo chiede cinque miliardi, Mediaset di Confalonieri si aggrega. Querelano anche Giulio Tremonti, citato perché la sua legge avrebbe garantito 243 miliardi di sgravi a Mediaset, e Forza Italia, partito offeso del leader offeso. In tutto le richieste di risarcimento ammontano a 150 miliardi di vecchie lire.
Pochi giorni fa, in sordina, la decisione del giudice, a breve la motivazione della sentenza. Travaglio, che ha appena finito di risarcire Previti per una causa persa ("Un problema di avvocato"), si dice "contento, molto contento": "Nel mio libro non dicevo niente di nuovo, mi sono limitato a riordinare documenti. Non abbiamo danneggiato nessuno perché non abbiamo mentito. Le querele sono partite solo per spaventarci. Io ho scritto acqua fresca rispetto a quel che si legge nella sentenza Dell'Utri dell'anno scorso.
Berlusconi è stato condannato in sede civile, dovrà pagare le spese legali. E' un passaggio importante. Con questa, ho vinto tre cause su dieci. Me ne rimangono altre sette...". Travaglio sta preparando un altro libro. Si chiama "Inciucio". Avverte: "Questa volta s'incazzerà anche la sinistra".
(20 ottobre 2005)
http://www.repubblica.it/2005/j/sezioni/politica/lutra/lutra/lutra.html
sabato 15 ottobre 2005
Il coraggio di Patrizia
Delia Vaccarello sulla prima pagina dell'Unità fa un bel ritratto della transessuale Patrizia che ha salvato la vita a Lapo Elkann
di Delia Vaccarello
«È il 118? Presto, correte, un uomo sta morendo». Avete passato la notte insieme. Lui ha i capelli biondi, le labbra sottili, gli occhi azzurri. Tu hai le labbra carnose, il seno, i genitali maschili: sei una transessuale. Sono le nove del mattino. Ti avvicini e ti accorgi che lui rantola. Chiami subito i soccorsi. Se perdi un secondo, può essere troppo tardi. Sei nata in un corpo di uomo, ma ti senti donna. Hai scelto "Patrizia" come nome per la tua identità ritrovata. Con il tuo corpo, con il tuo nome, ti senti te stessa. Non hai un pensiero per la notte e uno per il giorno. Non sei sollecita al buio e vile alla luce del sole. Non sei doppia. Sei unica, come è unica la vita di quell'uomo gentile che rischia di andarsene via.
«Correte, sta morendo». Eppure potresti restare stritolata in un gioco più grande di te. L'uomo da soccorrere si chiama Lapo Elkann. È famoso. Tra un attimo tutto il mondo ne parlerà. Ci saranno domande, le forze dell'ordine indagheranno. Tu lo sai. Hai imparato, da anni, a non curarti dello sguardo doppio di molti, anche se fa male. All'inizio ti ferisce di più, poi sempre meno. Ma fa sempre male l'aggressività degli occhi appostati dietro le lenti dell' ipocrisia. Ti guardano, fissano le tue camicette scollate, le calze a rete, la tua eccezionale altezza, trasalgono al timbro della tua voce non del tutto ammorbidita dagli ormoni e ti disprezzano. Tolgono valore alla tua vita solo perché la tua immagine non è rispettabile per i benpensanti. La vita, invece, per te ha un valore grandissimo, qualunque vita, e non importa se viene travestita dagli altri con gli abiti logori del pregiudizio o con i panni "regali" della fama.
Lapo Elkann sta morendo, a salvare una vita non serve la fama, non servono i soldi, serve, ora, subito, una telefonata, succeda quel che succeda. «Presto, correte, un uomo sta morendo». Se non conoscessi la Dignità, tu, Patrizia non saresti sopravvissuta. La dignità ha la forza di un canto che non si estingue, anche se gli altri urlano o ti accoltellano alla schiena. Ti ha dato l'energia di chi non aspetta, per sentirsi vivo, che il can can mediatico dia l'approvazione, che ti metta oggi sull'altare e ti getti domani nella polvere. Il carnevale televisivo, che troppo spesso "maschera" la vera informazione quella sì, quanto è travestita -, parlerà di Lapo Elkann. Ne parlerà mentre Lapo sarà nella polvere in cui ci getta la vita quando non abbiamo le forze. Ci sarà gente che camufferà morbosità e scandalizzata sorpresa alla notizia che aveva trascorso la notte con te, con te che l'hai soccorso. Ci sarà chi, alla notizia della sfortuna altrui, ammiccherà: «Ehi, hai visto con chi era?». Ti spingeranno fuori dall'ombra con cui finora hai cercato di proteggerti. Non importa. Per te importa tirare quell'uomo gentile fuori dalla polvere che può ricoprire la vita, in un attimo, e trasformarla in morte.
«Correte, sta morendo». Conosco tante persone transessuali. Ad alcune mi lega un profondo sentimento di amicizia. Ne abbiamo parlato spesso su questo giornale. Cercando ogni volta di dar voce alla voce soffocata dalla coperta di pregiudizi con cui il mondo le occulta. Tutti i giorni incontriamo le persone transessuali: lavorano in case di riposo per anziani, fanno l'animazione tra i giovani, sono esperte di informatica, alcune leggono l'oroscopo al mattino, altre esercitano la prostituzione. Fanno i lavori di tutti. Le giovani si cercano nell'età tra le più difficili, quella dell'adolescenza. Lì dove il confine tra la morte e la nuova vita si fa sottile. Lì dove la seconda nascita, quella alla società, alla sfera "pubblica", avviene solo grazie all'infinito coraggio di dire: «Io sono così e ho il diritto alla dignità». Ma se non si trova il coraggio, si muore alla vita vera.
Le persone trans interrogano se stesse per lungo tempo in una solitudine spaventosa, affinando l'orecchio alle tante solitudini. Non hanno modelli che aiutano a cercare la propria identità, trovano spesso solo un'abbondante dose di derisione.
Chi riesce a trovarsi, a tenere fermo il contatto con ciò che sente, difende fino allo stremo una voce dentro di sé. Misteriosa, forse. La difende quando è fragile, quando può bastare un pizzico di difficoltà in più a zittirla per sempre. Difende la voce della vita. Quella che gli altri disprezzano, quando disprezzano. Ma chi disprezza la vita altrui, disprezza la propria. Quella che gli altri non soccorrono, se non la riconoscono in pericolo o se, percepito il pericolo, tirano diritto per la propria strada. Tu, Patrizia, non hai potuto farlo. Hai detto a te stessa, tanto tempo fa: «Devo soccorrermi, altrimenti muoio». Hai aperto la porta di casa, di notte e di giorno, con le camicette scollate, il seno, i tacchi alti, la voce dal timbro forte. E hai detto: «Sono viva». Così l'altra mattina hai detto: «Correte, Lapo Elkann sta morendo». Hai dato voce alla giustizia. All'unica giustizia che conta. Quella che soccorre la vita.
venerdì 14 ottobre 2005
Prodi conferma: "Regolamenteremo le convivenze"
In una lettera al giornale diocesano di Vittorio Veneto il leader dell'Unione risponde alle critiche espresse dal vescovo mons. Giuseppe Zenti sulla sua posizione sui PACS
Vittorio Veneto (Tv), 14 ott. (Adnkronos) - ''Il mio pensiero su un problema tanto delicato quale quello della famiglia e delle convivenze e' stato davvero travisato e strumentalizzato. Un tema che non puo' essere affrontato, come invece si e' fatto, con dichiarazioni estemporanee e in un clima nel quale si privilegiano i toni 'gridati' e ad effetto''. A sottolinearlo e' Romano Prodi nella lettera che apparira' domani sul settimanale diocesano 'L'azione' di Vittorio Veneto (Treviso), in risposta alla critiche espresse dal vescovo mons. Giuseppe Zenti sullo stesso settimanale sulla sua posizione sui pacs e che, rivolgendosi allo stesso Prodi, gli diceva invece di puntare tutto sulla famiglia se vuole vincere le prossime elezioni politiche.
E Prodi spiega: ''In questo specifico caso, inoltre, mi sono dovuto rendere conto che la vicinanza sia geografica che temporale con la vicenda spagnola, dove si e' dato via libera al matrimonio tra persone dello stesso sesso, ha reso ancora piu' difficile la comprensione corretta dei miei orientamenti al riguardo e assai piu' facile la strumentalizzazione delle mie parole. (Troppo comodo dire che Prodi era piu' o meno come Zapatero!). Invece le cose stanno in modo ben diverso''.
''Ecco perche' vorrei cominciare precisando quel che non ho mai detto - sottolinea il leader dell'Unione - Come ho avuto modo di scrivere in una lettera a 'Famiglia Cristiana' non ho mai sostenuto l'opportunita' di matrimoni tra persone dello stesso sesso, anzi in tempi non sospetti mi sono pubblicamente dichiarato contrario; ne' ho mai pensato e penso a provvedimenti che mettano minimamente in discussione la famiglia''.
''Molti mesi or sono, quando ancora ero alla guida della Commissione europea, io stesso -aggiunge Prodi- ebbi modo di dire personalmente al Presidente Zapatero che non ero d'accordo con lui e che i matrimoni tra persone dello stesso sesso non sono accettabili in alcun modo. Ho sempre detto che i figli devono avere un padre e una madre e che sono contrario a soluzioni diverse da questa. Ho ribadito che considero la famiglia basata sul matrimonio un fondamento della societa'. Ed e' certo che i miei orientamenti religiosi sostengono questa convinzione''.
''Penso pero', ed e' quanto ho detto - ggiunge Prodi-, che non si possa piu' non dare una regolamentazione ad altre forme di convivenza e alle unioni riconoscendo alcune tutele- avverte il professore - Sono tante, ormai, anche nel nostro Paese. Sono del piu' diverso tipo e a volte sono scelte o imposte dall'organizzazione della vita e della nostra societa'''.
''E' a loro che pensavo (e penso) quando ho chiesto a me stesso e a tutti noi se e' giusto privare due persone che hanno condiviso anni di vita comune in un rapporto di aiuto reciproco, della possibilita' di una visita in ospedale, o di lasciare un'eredita', piccola o grande che sia all'atro, o la pensione - prosegue Prodi - I casi sono innumerevoli e diversi tra loro e la politica non puo' ignorare la realta'. Ecco perche' ho detto che, in concreto, si trattera' di individuare i diritti e i doveri in capo ai partners di una unione e di assicurare la loro tutela cosi' da evitare ogni forma di discriminazione''.
''Quanto alla famiglia non ho dubbi al riguardo: per la mia vita e' stata la cosa piu' importante. La considero un fondamento della nostra societa'- assicura il professore - Sono ben consapevole che la nostra stessa tenuta sociale richiede un forte sostegno alla famiglia e penso che l'intero sistema debba tenerne conto. Non bastano singoli interventi. Serve un lavoro non precario, un sistema fiscale, un'organizzazione del tempo che tenga conto delle esigenze delle famiglie''.
''In queste settimane ho esaminato uno studio prodotto per le Acli dal prof. Luigi Campiglio che presenta costi e vantaggi dell'introduzione del 'quoziente familiare' nel nostro sistema di tassazione -conclude il professore - Qualcosa di piu' di un semplice sistema di detrazioni fiscali che aiuti le famiglie con figli e con un piu' basso reddito. Nel mio stesso programma per le primarie c'e' un forte impegno per i nidi ma anche per ridurre la precarizzazione del lavoro che produce insicurezza nei giovani e, di conseguenza, maggiori difficolta' a farsi una famiglia e ad avere figli''.
http://www.gaynews.it/view.php?ID=34582
mercoledì 12 ottobre 2005
A sostegno di Giorgio e Luciana Alpi contro la querela di Taormina
Ci appelliamo alla sensibilità e alla passione di quanti ancora credono che si possa giungere alla verità sulla morte di Ilaria Alpi e Miran Hrovatin, gionalisti del Tg3 uccisi a Mogadiscio - Somalia - il 20 marzo 1994.
E' di ieri la notizia, diffusa dalle agenzie stampa e da "Reporter Associati International", della lettera scritta dall'on. Carlo Taormina al presidente della Camera on. Pierferdinando Casini, contenente la minaccia di una querela per diffamazione contro i genitori di Ilaria Alpi, Giorgio e Luciana, colpevoli - a giudizio dell'on. Taormina - di aver "osato" criticare il metodo e le procedure che il presidente Taormina applica ai lavori della Commissione. Critiche che facciamo fin d'ora nostre assumendocene la piena responsabilità.
La minaccia di querela contro i genitori di Ilaria Alpi, e del loro difensore Domenico D'Amati, segna l'ultimo atto di una politica spregiudicata portata avanti dall'on. Carlo Taormina all'interno della Commissione parlamentare da lui presieduta, una politica che ha portato ad oggi quale unico risultato dopo due anni di lavori quello di indicare nei giornalisti allontanati dal compito di consulenti della Commissione dei"depistatori", altri giornalisti che erano, a ragione, considerati memorie storiche del "caso Alpi" additati come "occultatori", altri ancora, i colleghi del Tg3 di Ilaria Alpi ridotti a "inquinatori". E da ieri perfino i genitori di Ilaria bollati come "diffamatori".
Una politica spregiudicata che ha posto nei fatti la Commissione parlamentare sulla strada di un conflitto tra poteri dello stato con il rifiuto di ottemperare ad alcuni disposizioni della magistratura in occasione alcuni delicati passaggi operativi e procedurali. E per questo motivo la Procura della Repubblica di Roma, con una iniziativa definita "grottesca" dal presidente della Commissione Carlo Taormina nella lettera inviata all'On. Pierferdinando Casini, ha aperto un'indagine intorno al ritrovamento a Mogadiscio (a undici anni di distanza dal duplice omicidio...) dell'auto indicata come quella dove persero la vita i due giornalisti italiani. Un ritrovamento che, come altri passaggi dei lavori della Commissione, lascia non pochi dubbi e perplessità...
Ci appelliamo all'opinione pubblica, ai movimenti, alle associazioni, a tutti i cittadini che hanno a cuore la verità e il rispetto delle procedure necessarie a raggiungerla. Ci appelliamo perchè tutti ci possano stringere solidarmente intorno alle figure di Giorgio e Luciana Alpi che hanno dedicato questi undici anni alla ricera della verità sull'esecuzione alla quale vennero sottoposti Ilaria Alpi e Miran Hrovatin.
Ci appelliamo a quanti ancora credono sia posibile arrivare a identificare i mandanti del duplice omicidio e l'ambiente dal quale venne ordinato di assassinare i due giornalisti.
Ci appelliamo ai parlamentari del centrosinistra perchè adoperino ogni mezzo e ogni strumento perchè firmino questo appello e lo facciano arrivare fin dentro la Camera dei Deputati e al presidente on.Casini.
Ci appelliamo a tutti i giornalisti, agli operatori dell'informazione perchè non abbassino la guardia sulla drammatica vicenda della morte di Ilaria Alpi e Miran Hrovatin, perchè non si accontentino di verità tanto "semplici" come inusitatamente e pubblicamente enunciate dall'on. Carlo Taormina, prima ancora delle conclusioni ufficiali dei lavori della Commissione parlamentare, e che vedono indicare come causa della morte di Ilaria Alpi e Miran Hrovatin qualcosa di molto simile a un incidente: "un tentativo di rapina, o rapimento, finito male...".
La minaccia di querela per diffamazione contro Giorgio e Luciana Alpi ci indigna profondamente persino nella forma che è stata consapevolmente usata per diffonderla, ci indigna come cittadini che crediamo ancora nel valore della politica e degli strumenti democratici della politica per raggiungere la verità, ci indigna perchè segna il tentativo di delegittimare il lavoro e l'impegno di tutti coloro che per undici anni si sono impegnati e si sono battuti, senza alcun interesse personale, per cercare di arrivare a smascherare i mandanti dell'esecuzione di Ilaria e Miran. Ovunque si trovino, dentro e fuori la Somalia.
Noi firmatari di questo appello non ci accontenteremo fin quando non sarà raggiunta la verità, fino a quando non saranno chiarite tutte le dinamiche che hanno portato al duplice omicidio. Fino a quando non leggeremo nero su bianco i nomi dei mandanti.
Sentiamo di doverlo a Ilaria e Miran
Sappiamo di doverlo a Giorgio e Luciana
Noi siamo al loro fianco
Sottoscrivi l'appello
Nelle roccaforti Cdl emorragia di seggi
CON LA RIFORMA VITTORIA DEL CENTROSINISTRA RIDIMENSIONATA, MA A SORPRESA POLO SVANTAGGIATO IN LOMBARDIA, VENETO E SICILIA
Il centrosinistra in testa con 60 deputati in più in base alle elaborazioni dell’Ufficio Studi di Montecitorio
Ci hanno lavorato sopra una settimana, calcoli e ponderazioni non erano semplici, ma alla fine il Servizio Studi della Camera dei deputati ha sfornato l’attesissimo risultato: con la nuova legge elettorale, calcolando come base le Regionali di quest’anno, il centrosinistra vincerebbe le elezioni con un margine di 63 deputati: 340 contro 277. Anche se la sorpresa affiora nel peso che i due Poli assumerebbero nelle diverse aree geografiche del Paese.
Certo, si sapeva che il sistema proporzionale avrebbe ridimensionato ogni schieramento nelle sue roccaforti - la sinistra nelle regioni rosse, il centrodestra nel Lombardo-Veneto e in Sicilia - ma le proiezioni dimostrano che in quelle aree il salasso più sensibile lo subisce la maggioranza. Un dato fino a ieri intuitivo ma da questa mattina, quando in aula si voterà la riforma, il documento del Servizio Studi non sarà più ufficioso, ma accessibile a tutti i deputati.
In Lombardia, Veneto e in Sicilia alle elezioni politiche del 2001 il centrodestra aveva conquistato alla Camera una valanga di seggi, ben 170 su 368 e dunque in sole tre regioni era stato eletto il 46% dell’intera compagine parlamentare della Casa delle libertà. La proiezioni del Servizio Studi di Montecitorio dimostrano che in quelle tre regioni, con la riforma in discussione da oggi, il centrodestra perderebbe ben 59 deputati, una emorragia molto più corposa rispetto a quella che si verificherebbe con la legge elettorale attualmente in vigore. In quelle tre regioni infatti il centrodestra mantiene un significativo, diffuso vantaggio sullo schieramento avversario e dunque i collegi a rischio (legge in vigore) sarebbero molti di meno. Anzi un calcolo è stato già fatto: sulla base dei risultati delle elezioni 2004 e 2005 in Lombardia il centrodestra perderebbe 11 collegi, in Veneto 2 e in Sicilia 8. Totale, 21. Il calcolo è presto fatto: con la nuova legge elettorale nelle sue tre regioni-roccaforte la Casa delle libertà perderebbe 59 deputati, con quella ancora in vigore soltanto 21.
Numeri più eloquenti di tante proiezioni fatte «ad occhio» in questi giorni dai deputati del centrodestra ed è proprio sull’ansia da novità, sul terrore di non essere rieletti scommettono i capi del centrosinistra. Ieri Romano Prodi è arrivato a dirlo esplicitamente, con una brutalità disarmante: «Riusciranno ad evitare una nostra robusta maggioranza, ma la prossima volta non saranno in Parlamento.
Naturalmente l’effetto-riequilibrio ci sarebbe anche nelle regioni rosse, dove il centrosinistra nel 2001 aveva sbancato: in Emilia-Romagna, Marche, Umbria e Toscana l’attuale opposizione aveva eletto 89 deputati, pari al 34% del totale. Ma a riforma proporzionale attuata, gli 89 diventerebbero 70 e quindi per l’opposizione si profila un arretramento, non un salasso.
Ed è nel Mezzogiorno che il centrosinistra avanza sensibilmente rispetto alle ultime Politiche: nel 2001 in Sicilia la Cdl aveva conquistato 50 deputati contro 5, oggi il rapporto sarebbe di 29 (centrodestra) a 25 (centrosinistra). Per non parlare della Campania, dove i rapporti di forza sarebbero ribaltati rispetto a 4 anni fa: 38 a 25 nel 2001 a favore del centrodestra, mentre oggi - sempre in base alle proiezioni - l’attuale opposizione conquisterebbe 43 deputati contro i 20 della Cdl.
Stessa inversione in Puglia: 28 a 16 nel 2001 per il centrodestra, mentre oggi il rapporto sarebbe di 24 a 20 a favore del centrosinistra. Rapporti di forza diversi anche in regioni politicamente più in bilico come il Piemonte: nel 2001 il centrodestra aveva conquistato 28 seggi contro 20, il nuovo proporzionale e i voti nel frattempo transitati sull’altra sponda darebbero oggi il centrosinistra con 26 deputati contro i 21 della Casa delle libertà.
Fabio Martini
La Stampa 11-10-2005
Cosa accade a chi cambia la legge elettorale
La maggioranza intende cambiare la legge elettorale a pochi mesi dal voto perché ritiene di poter conseguire risultati migliori con il sistema proporzionale che con quello maggioritario. In effetti, con il presente sistema "misto", il centro-destra ottiene risultati sistematicamente migliori nella quota proporzionale che in quella maggioritaria. Anche le simulazioni degli effetti della riforma sulle intenzioni di voto espresse nei sondaggi sembrano fornire risultati più favorevoli al centro-destra, che riuscirebbe così a ridurre il suo distacco nei confronti di un centro-sinistra oggi accreditato della maggioranza dei consensi.
Ma è fuorviante pensare che la legge elettorale intervenga semplicemente cambiando l'esito, in termini di seggi, di una data distribuzione dei voti fra e all'interno degli schieramenti; le scelte di voto vengono in realtà esse stesse influenzate dalla riforma. L'esperienza storica indica che chi cambia la legge elettorale in genere perde voti. E come ci insegna la Francia, gli elettori possono punire ancora di più i Governi che unilateralmente cambiano le regole a proprio vantaggio poco prima del voto.
Se per i partiti è difficile prevedere l'effetto delle riforme sui loro risultati alle elezioni successive, questo compito è ancora più difficile per i singoli parlamentari. I precedenti storici dimostrano che i deputati e i senatori che approvano il cambiamento della legge elettorale hanno una probabilità più bassa di essere rieletti dei predecessori o di chi è loro succeduto in legislature successive.
La riforma proposta dalla Casa delle libertà in questo fine di legislatura in Italia aggiunge a questa incertezza ulteriori incognite: i) la competizione tra i partiti all'interno dello schieramento, ii) la possibilità che (dopo le elezioni) nascano nuove aggregazioni o nuovi partiti e iii) la complessità nei meccanismi di attribuzione del premio di maggioranza, in particolare al Senato. I parlamentari che voteranno a favore della nuova legge elettorale implicitamente voteranno per una maggiore flessibilità del loro lavoro. È bene che comincino a cercarsi una valida alternativa fin da subito.
Vediamo dunque in maggiore dettaglio cosa è successo in tutte le riforme di sistemi elettorali varate nei paesi Ocse dal 1960 in poi, procedendo in ordine cronologico.
Francia
Il 10 luglio 1985 il Parlamento francese approvò una riforma del sistema elettorale che ripristinava il sistema proporzionale (in vigore fino al 1958). La riforma serviva, nelle intenzioni di François Mitterrand, a indebolire il centro-destra, dato in vantaggio nelle intenzioni di voto per il rinnovo dell'Assemblée Nationale. Grazie alla riforma, le elezioni del 16 marzo 1986 "regalarono" al Fronte Nazionale una pattuglia di 35 deputati (prima non era rappresentato in Parlamento). Ma ciò non impedì la vittoria del centro-destra che, appena tornato al Governo, ripristinò il sistema maggioritario, nel luglio 1986.
Nuova Zelanda
La legge elettorale è stata modificata, passando da un sistema maggioritario a uno misto, nel 1993. La riforma è stata approvata su iniziativa dei due partiti di maggioranza relativa, il National Party e il Labour Party. Alle elezioni successive (1996) i due partiti sono scesi dal 96 per cento al 67 per cento dei seggi in Parlamento. E solo il 56 per cento dei parlamentari del 1993 ha mantenuto il proprio posto dopo le elezioni mentre in elezioni precedenti e successive il tasso di riconferma dei parlamentari uscenti è stato mediamente superiore al 70 per cento.
Giappone
La riforma elettorale è stata varata nel 1994, per iniziativa del Governo in carica, anche qui passando da un sistema maggioritario a uno misto. L'intenzione era quella di indebolire il partito che aveva egemonizzato la scena politica nel Dopoguerra, il Liberal Democratic Party (Ldp), per favorire una maggiore alternanza. Ma le elezioni del 1996 riportarono al potere il Ldp e attuarono un ricambio maggiore che in passato dei deputati uscenti. I parlamentari giapponesi erano, infatti, tradizionalmente deputati a vita. Prima della riforma, i deputati Ldp avevano in media 58 anni e cinque legislature alle spalle. Dopo la riforma, il ricambio dei parlamentari eletti nelle zone urbane fu molto più pronunciato. Nelle zone non urbane l'organizzazione di sostegno del singolo candidato è infatti molto forte, spesso molto più forte di quella del partito di appartenenza.
Italia
Non c'è bisogno di andare lontano per documentare gli effetti paradossali delle riforme della legge elettorale e l'incertezza che comportano per il futuro di chi le approva. Basta comparare le proiezioni svolte al momento del cambiamento della legge elettorale nell'estate 1993 con l'esito delle elezioni del 27 marzo 1994 per rendersi conto che la riforma portò a risultati molto diversi da quelli auspicati da chi l'aveva sponsorizzata. La Democrazia Cristiana aveva votato compatta a favore della riforma sia alla Camera che al Senato sulla base di studi che la accreditavano di una pattuglia tra gli 80 e i 180 deputati alla Camera. Ma pochi mesi dopo la Dc ottenne, assieme a reduci del Psi e del Pri, nel Patto per l'Italia, solo quattro deputati e grazie allo scorporo. Appena il 25 per cento dei senatori venne riconfermato. Nelle elezioni immediatamente precedenti e in quelle successive ne fu invece rieletto il 45 per cento. Alla Camera il tasso di riconferma fu del 30 per cento contro il 45 per cento delle elezioni successive e una media del 60-70 per cento in quelle precedenti. Certo, eravamo in piena tangentopoli, ma il ricambio di tre senatori su quattro e di due deputati su tre, non può essere solo il frutto dell'offensiva giudiziaria di quegli anni.
Un ultimo dato su cui riflettere
Dunque, le riforme del sistema elettorale possono riservare sgradite sorprese a chi le realizza.
Il disinteresse in genere manifestato dai cittadini nei confronti delle legge elettorali non significa che questi rimarranno passivi di fronte a una eventuale riforma, soprattutto se viene varata in extremis e con palesi finalità di alterare l'esito elettorale. Anche in Giappone, all'atto della riforma del 1994, solo il 15 per cento degli elettori riteneva che la riforma della legge elettorale fosse molto importante. Eppure, la riforma ottenne risultati opposti a quelli auspicati da chi la proponeva. Forse perché gli elettori sembrano pronti a punire chi cambia le regole intervenendo sul loro esercizio del diritto di selezionare la classe politica. E i sondaggi disponibili suggeriscono che la riforma oggi non è popolare in Italia, neppure tra gli elettori di centro-destra.
Non è un caso che di riforme dei sistemi elettorali se ne facciano così poche: anche prendendo in considerazione i paesi al di fuori dell'area Ocse, dal 1960 a oggi meno di un paese su quattro ha cambiato il sistema elettorale.
Noi ne abbiamo appena fatta una e i partiti e gli elettori si stanno ancora adattando al cambiamento. Vale davvero la pena di farne un'altra?
Tito Boeri
La Voce.info
lunedì 10 ottobre 2005
Svezia: presto le unioni gay celebrate in chiesa
La Chiesa di Svezia potrebbe essere la prima chiesa cristiana a celebrare ufficialmente unioni gay
di Lorenzo Gallo
Il più alto organo della Chiesa di Svezia dopo il sinodo, la Direzione (Kyrkostyrelsen) ha proposto alla Commissione liturgica della Chiesa svedese di creare una benedizione ad hoc per le coppie omosessuali che abbiano contratto una partnership.
La commissione competente che ha giudicato la proposta si è espressa a favore con larga maggioranza: 12 dei 15 rappresentanti.
A questo punto, entro la fine di ottobre il sinodo probabilmente deciderà di accogliere la richiesta ed elaborare un rito di benedizione all’interno del suo catechismo.
Secondo la proposta della Direzione (Kyrkostyrelse), l’ordinamento della nuova cerimonia sarà inserito nel capitolo dedicato alle benedizioni ecclesiastiche; se approvata, la riforma
entrerà in vigore dal prossimo anno.
Nello stesso documento, la Commissione ha indicato anche quattro punti fermi:
- è escluso che sia lecito condannare le persone omosessuali o colpevolizzare gli atti omosessuali.
- la Chiesa deve attivamente contrastare la discriminazione delle persone in base all’orientamento sessuale.
- la Chiesa non deve sanzionare o condurre attività organizzate con lo scopo di “curare” omosessuali dal loro orientamento
- l’orientamento omosessuale o l’aver contratto un’unione civile non sono motivi per rifiutare la consacrazione al servizio ecclesiastico.
http://konline.rfsl.se/o.o.i.s?id=55&article_id=91844
sabato 8 ottobre 2005
Unioni di fatto: il parere della moderatore della Tavola Valdese
Maria Bonafede: "Non capisco l'accanimento della chiesa cattolica"
"Non sono mica obbligatori i PACS, non vengono imposti a nessuno. Non tolgono nulla al matrimonio, che rimane certamente un istituto importantissimo della società civile". Questo a caldo il commento della neoeletta moderatore della Tavola valdese, la pastora Maria Bonafede, all'atteggiamento della Conferenza episcopale italiana (CEI) in merito alle unioni di fatto. "Ho accolto la proposta dei PACS come una proposta di civiltà e di attenzione alla vita reale dei cittadini e delle cittadine in Italia. Ci sono persone che da tanti anni convivono e si accompagnano nella vita condividendone pesi e gioie e sostenendosi reciprocamente. Non tutti hanno l’occasione nella loro vita e per i motivi più diversi, di poter formare una famiglia cosiddetta 'tradizionale', ma nella nostra società tanti hanno trovato modo di accompagnarsi nella difficile avventura della vita". Allora Maria Bonafede si chiede: "Perché chi condivide la vita con un’altra persona non può avere la gioia di sapere che la sua pensione sarà reversibile, che l’affitto che pagano insieme potrà essere mantenuto dalla persona che convive con loro il giorno che non ci fossero più?". Le riesce pertanto difficile capire "l’accanimento", e quella che a suo avviso rimane una "indebita ingerenza", della gerarchia romana ed in particolare del cardinal Ruini nella vita dello Stato italiano: "Mi sembra che dal punto di vista dell’amore cristiano ci sia tanto legalismo ed un pizzico di avarizia in questa chiusura" sostiene Bonafede, sottolineando il principio di laicità dello Stato: "E' nella sua libertà di tutelare in modo innovativo i diritti dei più deboli". E per concludere il suo pensiero Maria Bonafede tiene a fare una riflessione più propriamente pastorale: "L'amore di Cristo è abbondante e generoso verso tutti i suoi figli e le sue figlie e l’amore non è un’ideologia, fosse anche un’ideologia cristiana, da applicare sulla realtà anche se le va così stretta. L’amore guarda alla vita vera delle persone, alle sofferenze, ai sacrifici che la vita chiede, agli spazi di umanità e di condivisione che di fatto si creano, e lì, qualunque essi siano, chiede il massimo del rispetto reciproco, del dono di sé, di esercizio della carità cristiana".
(tratto dal NEV, del 28 settembre 2005)