venerdì 18 novembre 2005

Veronesi difende l'eutanasia: "Morire è un diritto fondamentale"

INTERVISTA/ L'oncologo parla del suo nuovo libro e attacca i diktat del Vaticano su aborto e pacs
"I vescovi vogliono cambiare la legge 194, fermiamoli
Lo Stato deve reagire e dire alla Chiesa di rispettare i confini"
di DARIO CRESTO-DINA



Umberto Veronesi

MILANO - "Ho l'impressione che il dialogo con i vescovi sia diventato un monologo. Bisogna fermarlo", dice Umberto Veronesi: "Mi sembra che la Chiesa voglia condizionare le scelte di un paese che, se devo giudicarlo alla luce dei comportamenti dei suoi abitanti, è a maggioranza non credente, o poco credente". Nel tentativo di contribuire a frenare questa "invasione di campo" il professore ha scritto un libro su un tema spinoso che da sempre gli sta a cuore. È un libro che difende l'eutanasia volontaria.

Il titolo è un manifesto, nel senso che dentro c'è già tutto: Il diritto di morire, la libertà del laico di fronte alla sofferenza. Dove la parola laico è un simbolo, un marchio.

Professor Veronesi, mentre lei parla di eutanasia il Vaticano attacca su concordato, pillola abortiva, pacs, e fermiamoci pure qui. Un autentico contro potere italiano?
"No, perché di solito i contro poteri sono occulti. I vescovi, invece, fanno tutto alla luce del sole. Ma adesso rischiano di oltrepassare il limite. Come scriveva Montanelli, stanno cercando di obbligarci a adeguarci a un credo nel quale non crediamo. Le ultime dichiarazioni del cardinale Ruini, per esempio, devono far pensare. E sono difficili da accettare".

Si riferisce alla condanna della pillola Ru-486?
"Sì. Quando Ruini dice che l'uso della pillola equivale a un omicidio, manifesta un pensiero che va in realtà ben oltre il significato delle sue parole. L'obiettivo della Chiesa è rimettere in discussione la legge sull'aborto. La verità è che ci vogliono togliere la 194, diciamolo con chiarezza. Uno stato laico deve reagire, ricordare alla Chiesa che ci sono confini da rispettare".

Ma il partito dei cattolici è forte, è trasversale e le sue file si ingrossano. Il presidente della Camera Casini ieri ha detto che le parole della Chiesa sono proposte, non imposizioni.
"Guardi, io rispetto le opinioni di tutti. Ma un conto sono le idee, un altro le leggi. La legge sull'aborto è stata votata dal 70 per cento del popolo italiano. La posizione della Chiesa è, quindi, in opposizione non solo allo Stato italiano, ma al popolo italiano. La Ru-486 è in linea con la 194, il suo utilizzo, naturalmente all'interno di regole precise, non deve costituire un problema. Si tratta, in sostanza, di praticare l'aborto per via farmacologica invece che chirurgica. Se è diventata un problema, è perché se ne è voluto fare un caso politico. Non dobbiamo sottovalutare poi che proibire questa pillola, accettata dalla maggioranza dei paesi europei, porterebbe inevitabilmente alla nascita di un mercato nero. Il proibizionismo non è mai una risposta efficace".

Perché la Chiesa è così aggressiva?
"Forse perché è in crisi, forse perché sta vivendo un momento di transizione, ma non dimentichi che c'è smarrimento anche nella società ed è in periodi come questi che si riafferma il proselitismo della fede, delle religioni. Benedetto XVI lo ha capito benissimo, questo Papa non è certo un vescovo che sta in mezzo al fiume: è intransigente, è tradizionalista, è coerente. Non si può essere un uomo di chiesa soltanto per metà o per un terzo. I cardinali fanno il loro mestiere, altri invece no".

È una critica al governo?
"Non solo. Mi riferisco alle carenze e alle assenze della politica. Sia a destra, sia a sinistra. Mi riferisco allo Stato. Ho come l'impressione che improvvisamente siamo diventati tutti ferventi credenti. Tutti rinoceronti, come nella commedia di Ionesco".

Ed è in questo clima che lei propone di autorizzare l'eutanasia?
"Voglio semplicemente porre il problema, tentare di aprire un confronto su un argomento tabù, un tema di cui nessuno vuole parlare".

Significa sostenere la bontà del suicidio?
"Assolutamente no. Il suicidio è un fenomeno psicologicamente complesso che ha radici profonde e antichissime. È una pulsione tipica dell'uomo, che non esiste in altri esseri viventi. Io sostengo il valore dell'eutanasia come richiesta volontaria e cosciente di porre fine alla propria esistenza. Cosa che può maturare quando la vita diventa insopportabile per il dolore, la sofferenza e la perdita della propria dignità. Dai dati dell'Olanda, dove l'eutanasia è legale, appare che la richiesta riguarda per l'85 per cento i malati terminali".

Ha scritto Norberto Bobbio, verso la fine della sua vita: "L'unico rimedio alla stanchezza mortale è il riposo della morte". È a questo che pensa, professor Veronesi?
"Credo che il diritto di morire faccia parte del corpus fondamentale dei diritti individuali: il diritto di formarsi o non formarsi una famiglia, il diritto alle cure mediche, il diritto a una giustizia uguale per tutti, il diritto all'istruzione, il diritto al lavoro, il diritto alla procreazione responsabile, il diritto all'esercizio di voto, il diritto di scegliere il proprio domicilio".

Ma la richiesta di eutanasia non contrasta con la natura?
"La natura non ha previsto l'immortalità dell'uomo, anzi, la morte è uno dei suoi principi. Non si può rimanere in vita quando la vita non è più vita".

Eppure proprio la scienza e la medicina sembrano volerci cancellare la prospettiva della morte e la chirurgia estetica ci illude persino sul prolungamento della giovinezza.
"È vero, la medicina spesso espropria il diritto alla morte. Macchine complesse tengono in vita persone senza coscienza per settimane, mesi, anni. Questa è una vera violenza alla natura. Ma il compito della medicina non è quello di legiferare. La scienza aspetta una legge che faccia chiarezza sui limiti del suo intervento".

Lei pensa alla legge olandese?
"Potrebbe costituire un buon punto di partenza. Stabilisce una procedura seria e accurata, ma permangono dubbi sulla genuina volontà del paziente che manifesta il desiderio di eutanasia. È difficile capire fino a che punto conti l'influenza dei famigliari, oppure il livello di depressione nel quale il malato precipita. Il cammino sarà lungo, ma ritengo sia importante cominciarlo. Sarebbe un segno di civiltà".

Imparare a vivere significherebbe imparare a morire, come sosteneva Jacques Deridda?
"Sì, anche se è molto difficile. Ma chi sta in trincea, come i medici, sa quante volte un paziente chiede di venire aiutato a morire".

E i medici lo fanno?
"Sì, sarebbe ipocrita negarlo: negli ospedali italiani l'eutanasia clandestina viene praticata. Nessuno lo confesserà mai, eppure esiste. Si allontana l'infermiera con una scusa, si aumenta un po' la dose di morfina... Ci sono molti modi".

È un omicidio?
"No, è raccogliere un appello alla pietà".


(18 novembre 2005)

http://www.repubblica.it/2005/k/sezioni/politica/parlaveronesi/parlaveronesi/parlaveronesi.html

giovedì 17 novembre 2005

Scuola, leggete bene la riforma la religione non è più facoltativa

La denuncia arriva dal segretario della Cgil scuola: "Chi non frequenta risulterà assente". E solo dal liceo classico libero accesso all'università
di SALVO INTRAVAIA


Con la riforma Moratti, l'unica materia facoltativa dell'ordinamento scolastico italiano diventa obbligatoria. Lo afferma Enrico Panini, segretario generale della Flc Cgil. "L'attenta lettura del decreto legislativo sulla scuola secondaria riserva diverse sorprese e nessuna di queste è positiva. Avere messo la religione cattolica tra le materie obbligatorie per tutti - secondo Panini - provoca due effetti: prima di tutto si rende obbligatoria una scelta che è facoltativa, non essendo neanche obbligatorio scegliere l'attività alternativa; in secondo luogo diventa assenza non frequentare religione o l'attività alternativa".

In questo modo non avvalersi dell'insegnamento della religione , conclude Panini, "produce una penalità di 33 ore". Un peso grave visto che "nel nuovo ordinamento superare il tetto del 25 per cento del monte ore obbligatorio comporta la bocciatura automatica".

In effetti - rispetto alla scelta facoltativa che si presentava fino ad ora per lo studente al momento dell'iscrizione - la contraddizione del nuovo assetto orario della scuola secondaria di secondo grado disegnato dalla coppia Bertagna-Moratti salta subito all'occhio. In sette (escluso il liceo artistico) degli otto licei in cui si articolerà la futura scuola superiore l'orario settimanale è articolato in 'Attività e insegnamenti (materie) obbligatorie per tutti gli studenti', 'Attività obbligatorie a scelta dello studente', e 'Attività e insegnamenti facoltativi'. A titolo di esempio: nella prima classe del liceo scientifico sono previste 28 ore settimanali di attività obbligatorie per tutti, 3 ore obbligatorie (ma a scelta dello studente fra le diverse opzioni proposte della scuola) e un'ora facoltativa. Lo studio della Religione, contrariamente a ogni logica, è collocato fra le discipline assolutamente obbligatorie.

Secondo il leader della Cgil il nuovo assetto penalizzerebbe coloro che sceglieranno di non avvalersi della religione cattolica che, in quanto obbligatoria, risulterebbero assenti "in automatico" per 33 ore all'anno. Insomma, gli studenti che seguiranno l'ora di Religione potranno assentarsi più dei compagni che non se ne avvarranno.

"Quanto all'università - prosegue Panini - è abrogato il libero accesso". Il testo definitivo del decreto infatti, avverte il sindacalista, "ci riconsegna la formulazione del libero accesso a tutte le facoltà solo per i diplomati del liceo classico". Una interpretazione avanzata da tempo dalla Cgil, che il ministero ha sempre considerato errata.

(17 novembre 2005)

http://www.repubblica.it/2005/j/sezioni/scuola_e_universita/servizi/insrelig/religobbligat/religobbligat.html

mercoledì 16 novembre 2005

Casa, pensioni, Iraq e le tante altre autosmentite di Berlusconi

Una ventina di casi, dal 2001 ad oggi, in cui il premier ha fatto importanti affermazioni che poi ha smentito o sono state smentite dagli interressati
di MATTEO TONELLI



ROMA - Affermazioni importanti seguite da immediata autosmentita. A Berlusconi, in cinque anni di governo, è successo molto spesso. Le ultime (sulla casa e sulle pensioni) sono degli recentissime. A volte il premier assicura di essere stato male interpretato, a volte fa proprio marcia indietro, in altre occasioni sono i diretti interessati a smentire. Una rapida ricerca in archivio ha prodotto questo elenco. Sicuramente incompleto.

La casa agli italiani. Sorrento, 11 novembre 2005, Berlusconi lancia il suo progetto davanti ai giovani di Forza Italia: "Daremo una casa a tutti gli italiani in difficoltà. Sono il 19% della popolazione, ma abbiamo un piano fattibile". Ieri ha precisato: "Non ho detto a tutti gli italiani, ma solo a quelli sfrattati"

Pensione a 68 anni. 3 novembre 2005: "Un orizzonte che non dobbiamo precluderci, l'innalzamento dell'età pensionabile a 68 anni". Il 15 novembre spiega: "Io non ho proposto di spostare l'età pensionabile a 68 anni"

Bush e le elezioni italiane. 31 ottobre 2005. A Washington, parlando con i giornalisti dopo l'incontro con il presidente Usa, dice: "Bush teme un cambio di governo in Italia". Vittorio Zucconi di Repubblica, gli chiede: "Presidente, a scanso di equivoci, lei ci sta dicendo che il presidente Bush ha espresso a lei una preferenza elettorale contro il centro sinistra?". Il premier, allora, precisa: "Non mi ha detto esattamente così Bush, ma è evidente che sentendo le dichiarazioni dei leader della sinistra che affermano che se vincessero le elezioni farebbero come Zapatero ritirando le truppe dall'Iraq, basta fare uno più uno per capire come la pensa il presidente americano. Come sempre gli Stati Uniti non interferiscono nei problemi interni di altri paesi, specialmente nei periodi elettorali e pre-elettorali".

Centristi traditori. 16 agosto 2005. Intervistato dalla Stampa, riferendosi ai centristi della Cdl, dice: "C'è chi pensa di salvarsi offrendosi al vincitore, ma parte da una valutazione errata". Immediata la reazione di Follini: "L'evocazione di doppigiochi, tradimenti e passaggi di campo nei confronti di un partito coerente e sicuro come l'Udc è semplicemente miserevole. Ci aspettiamo dal presidente del Consiglio una smentita chiara e netta". E la smentita arriva puntuale, affidata a Boniauti: "Nessuno in Forza Italia, tantomeno il presidente Berlusconi, ha pronunciato parole legate al concetto di tradimento o di traditore nei confronti dei nostri alleati".

Risanamento Alitalia. 29 aprile 2005: Berlusconi annuncia che il piano di risanamento dell'Alitalia è stato accettato dalla Commissione europea. Immediata la smentita di Bruxelles: "Nessuna decisione è stata presa".

Andare a Nassiriya. "Non sento alcun bisogno di andare a Nassiriya, sarebbe solo una operazione dimostrativa e retorica" (26-3-2004). Il 10 aprile Berlusconi va in visita a Nassiriya.

Unto e bisunto. "Io unto del Signore? Non ho mai pronunciato questa sciocchezza" (9-3-2004). "Io sono l'unto del Signore, c'è qualcosa di divino nell'essere scelto dalla gente. E sarebbe grave che qualcuno che è stato scelto dalla gente, l'unto del Signore, possa pensare di tradire il mandato dei cittadini" (25-11-1994).

Lifting forzato. "Io il lifting non lo volevo fare. Sono stato tirato dentro a farlo. È stata Veronica a spingermi a fare il lifting" (27-1-2004). Poi Veronica lo smentisce: "Il lifting è stata un'idea sua".

Fascismo buono. "Mussolini non ha mai ucciso nessuno: gli oppositori li mandava in vacanza al confino" (intervista a 'The Spectator', 4-9-2003). Il 17 Berlusconi cerca di smorzare l'intervista allo 'Spectator': "Eravamo alla seconda bottiglia di champagne". Ma gli intervistatori lo smentiscono: "Abbiamo bevuto solo tè freddo" (19-9-2003.).

Giudici matti. Nella stessaintervista a "Spectator", il premier disse anche che i magistrati: "Per fare i giudici bisogna essere dei disturbati mentali". Protestarono un po' tutti: dall'Anm, alle sorelle di Falcone e Borsellino. Fini parlò esplicitamente di "gaffe". Allora spiega: "Io non sono un politico, non bado alle critiche. Dico quello che pensa la gente".

Legge Gasparri. Berlusconi, uscendo dal Quirinale, annuncia che Ciampi è d'accordo sulla legge Gasparri. Il Quirinale smentisce: "Non ne abbiamo mai parlato" (2-8-2003). Berlusconi deve rettificare dando la colpa ai giornalisti.

Lodo Maccanico. "Io non c'entro nulla con questo Lodo: è stata un'iniziativa autonoma del Parlamento, sostenuta dal presidente della Repubblica" (30-6-2003). Immediata la smentita del Quirinale, cui segue la precisazione del sottosegretario Paolo Bonaiuti: "Il lodo Maccanico è una iniziativa parlamentare. E a questa proposta il presidente della Repubblica è ovviamente estraneo".

Conflitto di interessi. "Il conflitto d'interessi sarà risolto nei primi cento giorni del mio governo" (5-5-2001). "Il conflitto d'interessi è una leggenda metropolitana" (19-12-2003). La legge sul conflitto d'interessi non è stata ancora approvata.

Condono per gli altri. "Mediaset non farà alcun ricorso al condono fiscale" (30-12-2002). Cinque mesi dopo 'L'espressò scopre che Mediaset ha regolarmente fatto ricorso al condono, risparmiando circa 120 milioni di euro di imposte. Un anno dopo accade di nuovo.

Armi sì, armi no. "Credo che ormai in Iraq non ci siano più armi di distruzione di massa" (16-10-2002). "Non ho mai detto che Saddam non ha armi di distruzione di massa. Dico solo che ha avuto il tempo di distruggerle o di metterle da qualche altra parte" (17-10-2002).

Guerra senza Onu. "Se Saddam non cede, l'attacco sarà a gennaio e sarebbe inutile una seconda risoluzione come chiede la Francia, sarebbe un nonsenso" (14-9-2002). "Siamo per una risoluzione dell'Onu che dia termini precisi a Saddam e stabilisca l'intervento militare se Saddam non dovesse accettare la risoluzione" (25-9-2002). "Con realismo bisogna dire che non c'è alternativa alle due risoluzioni dell'Onu " (16-10-2002).

Nesta mai. "Comprare Alessandro Nesta? Sono cose che non hanno più nulla di economico, di morale. Nel calcio abbiamo sbagliato tutti, ora basta"(23-8-2002). L'indomani il Milan annuncia l'acquisto di Nesta.

Legge Cirami. "Non capisco tutta questa fretta per la legge Cirami sul legittimo sospetto" (31-7-2002). "La legge sul legittimo sospetto è una priorità per il governo" (30-8-2002).

Ok dall'Europa. "Ho fatto un'esposizione sommaria della legge finanziaria e ho trovato un'ottima accoglienza sia da Prodi sia dal commissario Pedro Solbes" (10-10-2001). Prodi cade dalle nuvole. Solbes lo smentisce. Berlusconi fa retromarcia: "Io ho illustrato l'azione del mio governo, Prodi e Solbes mi hanno ascoltato in silenzio".

Scontro di civiltà. "Noi dobbiamo essere consapevoli della superiorità della nostra civiltà... Dobbiamo evitare di mettere le due civiltà, quella islamica e quella nostra sullo stesso piano... La nostra civiltà deve estendere a chi è rimasto indietro di almeno 1.400 anni nella storia i benefici e le conquiste che l'Occidente conosce." (26-9-2001). Poi di fronte alla richiesta di scuse presentata da una serie di governi arabi dice al giornale 'Asharq al-Awsat':"Perché dovrei scusarmi? Per qualche cosa che non ho detto? Non ho detto nulla di sbagliato, loro (alcuni giornalisti, ndr) mi hanno fatto dire qualche cosa che non ho detto". (2-10-2001)

(15 novembre 2005)

http://www.repubblica.it/2005/k/sezioni/politica/berlusmentite/berlusmentite/berlusmentite.html

Sposi il 3 Dicembre: lei, donna, ha avuto tre figli; lui, ex donna, è madre di una ragazza

Storie di oggi. Conferenza stampa nello studio dell'avvocato De Marco.

di MAURIZIO CIRILLO

---

Si sposeranno in municipio, a Montesilvano, il 3 dicembre prossimo.

Lui è Cristian Silla, 32 anni, che fino a circa sette anni fa era una donna. Non solo, ma è anche stato sposato, per soli tre anni, e soprattutto aveva messo al mondo una bimba che oggi ha dieci anni. Lei è Alfia Flati, una bella donna di 35 anni, lavora in una emittente televisiva privata locale, da due diverse convivenze ha avuto anche tre figli: un ragazzo di 18 anni, una bambina di 8 e un bimbo di 5.

Una storia che sembra fatta a posta per un reality: tutti e due, sin da quando avevano pochi mesi, finiscono in un istituto, lo stesso istituto, pur avendo i genitori. E tutti e due poi affidati alla stessa famiglia. Alfia a dodici anni, ma rifiutò e preferì tornare in istituto; lei, oggi lui, a undici anni accettò invece quella soluzione ed entrò a far parte di un'agiata famiglia.

«Quello che mi preme puntualizzare è che il mio futuro marito - esordisce Alfia nella conferenza stampa convocata dal suo legale, l'avvocato Giancarlo De Marco - è un uomo a tutti gli effetti e non un trans. Ha seguito per sei anni una terapia, l'ultimo intervento lo ha fatto due anni fa, ed ora è un uomo sia fisicamente sia per la legge. Dico questo anche perchè come madre devo tutelare i miei figli».

Un rapporto affettivo che nasce da quando erano bambini. «Sì - precisa subito Alfia - ma parliamo di un rapporto affettivo nel vero senso della parola, non omosessuale. Per una serie di disgrazie familiari - prosegue la donna - ci siamo conosciuti tanti anni fa in collegio. Poi io venni dichiarata adottabile a 12 anni, ma rifiutai sempre ogni soluzione che mi veniva proposta e rimasi in istituto fino a diciotto anni per uscirne con un figlio. Un figlio che arrivò in uno dei tanti fine settimana che passavo con la mia vera famiglia. Anche se non ci siamo mai persi di vista ed io ho sempre avuto contatti con la famiglia che adottò Cristian, ci siamo incontrati di nuovo circa due anni fa, quando lui aveva già completato la sua trasformazione. La molla è dunque scattata quando lui era già uomo».

Ma cosa può dare di più un matrimonio con tutto ciò che comporta una situazione del genere, che non possa dare una più tranquilla convivenza?

«Tutte le coppie normali - risponde subito e con decisione Alfia - hanno come obiettivo il matrimonio. Crediamo in questo, così come crediamo di poter costruire una famiglia e dare stabilità ai figli. Sua figlia, che è stata seguita in tutti questi anni, vive ora con molta serenità la cosa: meno i miei figli».

E i rispettivi ex coniugi cosa ne pensano? «Aspettiamo notizie».

Con Cristian non è possibile parlare. E' rinchiuso in un'altra stanza dello studio legale e non vuole essere intervistato nè fotografato. Forse perchè chi gestisce l'immagine della coppia ha già preso precisi accordi con settimanali e televisioni per l'esclusiva, o forse per tutelare ancor di più sua figlia, stando almeno alle motivazioni addotte da Alfia. L'unica concessione che viene fatta è una foto di Cristian insieme alla sua futura sposa che, mettendosi in posa, scherza con l'altezza del suo uomo e si abbassa per far scattare la foto. L'appuntamento è dunque per il 3 dicembre prossimo a Montesilvano.

http://www.gaynews.it/view.php?ID=34975

Mohsen, cittadino francese prigioniero in via Corelli

A volte ci si imbatte nel razzismo allo stato puro. Non quello sofisticato, elaborato, che si caratterizza per l'incipit "io non sono razzista, però..." Qua si parla del razzismo che dice: "Hai la pelle scura, e dunque sei illegale".

In sé non è una grandissima novità. In Italia esistono razzisti ruspanti che occupano cariche importanti nelle istituzioni, come il parlamentare europeo Mario Borghezio il quale - non ci stancheremo mai di ricordarlo finché non chiederà pubblicamente scusa (dunque, molto probabilmente, per l'eternità) - in un comizio è giunto a definire 'facce di merdà gli immigrati di religione musulmana.

Ma la storia di Mohsen ha un elemento in più. Segna un momento l'incontro tra il razzismo analfabeta e la quotidianità dell'ordine pubblico, richiama certe turpi gesta della polizia di Los Angeles. Delinea una prassi nascente? Speriamo di no, ma il solo dubbio dà un motivo in più per raccontarla.

Mohsen, che ha vent'anni, da due vive in Italia e frequenta a Perugia l'università per stranieri. Fino a quel giorno dello scorso agosto conduceva l'esistenza normale di un ragazzo della sua età: un piccolo appartamento, una fidanzata, un gatto.

Era una giornata molto calda e Mohsen s'era svegliato tardi. Ancora un po' stordito, s'era vestito di corsa, aveva calzato un paio di ciabatte di gomma, aveva afferrato il mazzo di chiavi e poi era sceso giù, in piazza, per comprare il giornale e fare colazione al bar. La torpida routine d'una torrida giornata di agosto.

Lasciamo per un momento Mohsen a sfogliare il suo quotidiano preferito e osserviamolo da lontano. Mettiamoci, insomma, nello stesso angolo visuale di quei due poliziotti che, accaldati, quella mattina svolgevano il loro turno di lavoro per le vie di Perugia. Ecco, il piccolo appartamento non c'è più, tanto meno il gatto e la fidanzata. Si disintegra anche il libretto dell'università. Non parliamo poi dei saggi di informatica, dei romanzi in italiano e in francese, dei cd, dell'impianto stereo. Resta solo un ragazzo nero, trasandato, che scruta le pagine di un quotidiano. Gli annunci economici, probabilmente. A meno che non stia solo fingendo di leggere per darsi un contegno. Uno studente? Difficile. E' agosto, l'università non funziona. Un clandestino allora? Molto probabile.

Anzi, certo. Già, perché i due poliziotti raggiungono Mohsen che si risveglia di soprassalto. "Documenti!", gli intimano. Ha un momento di esitazione, si fruga nelle tasche. Niente. Li ha lasciati su, a casa. "Vado a prenderli". Vecchio trucco: il ragazzo vuole guadagnare un po' di tempo e poi darsela a gambe. "Seguici in centrale".

E qua Mohsen commette un grave errore. Pur essendo senza documenti, si arrabbia. Già, come farebbe ognuno di noi se due poliziotti lo trascinassero in questura solo perché è andato all'edicola sotto casa senza la patente, la carta d'identità o il passaporto. Così Mohsen protesta e, a un certo punto, addirittura grida: "Sono francese!". (Parentesi: era agosto e ancora non era scoppiata la rivolta delle banlieue. Seconda parentesi: una vicenda come quella che stiamo raccontando, se si fosse verificata in Francia, sarebbe stata una parabola adatta a spiegare uno dei motivi della stessa rivolta).

Ma torniamo al punto di vista dei poliziotti. Il ragazzo sostiene d'essere "francese". Una scusa più patetica non si era mai sentita. Di solito dicono di aver smarrito il permesso di soggiorno, o danno un falso nome. Ma "sono francese" è davvero troppo. Non che i due poliziotti non sappiano che esistono francesi neri, ma questo ha tutte le caratteristiche del clandestino. Non gli credono. Mohsen capisce che le cose si stanno mettendo malissimo. Comincia ad aver paura. Cambia tono. Supplica i poliziotti di accompagnarlo a casa.

Niente da fare. La macchina della Bossi-Fini si è già messa in moto. Mohsen - che è francese per davvero, un francese figlio di genitori tunisini, dunque uno di quegli 'immigrati di seconda generazione" che tra qualche anno popoleranno in gran numero anche le nostre città - viene portato a Milano. Da quando vive in Italia c'è già stato tre volte, ha visitato i monumenti principali e anche il Museo della scienza e della tecnica. Solo che ora ci arriva a bordo di un cellulare e trova alloggio non in un albergo ma nel Centro di permanenza temporanea di Via Corelli dove fa un corso accelerato di vita e vede un sacco di cose molto brutte (non le raccontiamo perché, come ripete continuamente il nostro governo, nei Cpt non si verificano violenze e dunque il ragazzo deve aver avuto allucinazioni da stress).

L'incubo è durato ventidue giorni. Il tempo che è occorso alla madre per interrompere le sue vacanze in Egitto, prendere un aereo per Milano e trovare un avvocato che ha chiarito ciò che lo stesso Mohsen, quella torrida mattina di agosto, avrebbe facilmente chiarito se solo gli fosse stato consentito di rifare le scale di casa.

(la storia di Mohsen ci è stata raccontata da Daniele Comberiati)

(16 novembre 2005)

http://www.repubblica.it/2005/b/rubriche/glialtrinoi/mohsen/mohsen.html

sabato 12 novembre 2005

Nassiria un anno dopo: dalla cerimonia di commemorazione esclusa la compagna di Rolla

UNA CONFERMA DELLE DISCRIMINAZIONI PER COPPIE DI FATTO

Roma, 12 nov. - (Adnkronos) - Questa mattina all'Altare della Patria, a Roma, si e' svolta la commemorazione dei 19 militari italiani uccisi nell'attentato del 12 novembre del 2003 a Nassiriya.

Tra i congiunti invitati alla cerimonia e' stata esclusa Adelina Parrillo, la compagna del regista Stefano Rolla, uno dei due civili italiani morti nella strage. ''Si tratta di una gravissima discriminazione - commenta Fabrizio Marrazzo, presidente di Arcigay Roma - Quest'episodio mostra come il governo e le istituzioni continuino a discriminare le coppie di fatto. Impedire ad Adelina Parrillo di partecipare alla cerimonia di commemorazione del suo compagno e' una vera e propria barbarie, un gesto ignobile e inumano.

Quali sono i valori e l'etica a cui i nostri governanti si appellano?''.

''Quest'episodio deve farci riflettere sulla necessita' di introdurre, anche nel nostro Paese una normativa che riconosca le coppie di fatto, come avvenuto gia' nel resto d'Europa - conclude Marrazzo - Il Pacs, patto civile di solidarieta', la proposta di legge presentata in dall'on. Franco Grillini permetterebbe di riconoscere i diritti di centinaia di migliaia di persone, evitando vicende cosi' gravi e vergognose''.



-----------------------------------------------------------------------




IRAQ: NASSIRIYA; COMPAGNA ROLLA, MI HANNO PRESA IN GIRO
Si considera ''presa in giro'' e definisce ''disgustoso'' il fatto di non essere stata fatta entrare stamani al Vittoriano

(V.IRAQ:NASSIRIYA;COMPAGNA ROLLA PROTESTA...''DELLE 11.13) (ANSA) - ROMA, 12 nov - Si considera ''presa in giro'' e definisce ''disgustoso'' il fatto di non essere stata fatta entrare stamani al Vittoriano per la cerimonia di consegna da parte del Presidente della Repubblica Carlo Azeglio Ciampi della Croce d' onore ai familiari delle vittime di Nassiriya. Adelina Parrillo, compagna di Stefano Rolla, il regista morto nella strage commenta cosi' quanto accaduto.

''Questa mattina - racconta la donna che non era spostata con Rolla ma ne era la convivente - l' Esercito mi ha invitata alla messa in onore dei caduti alla caserma Macao. Poi con gli altri familiari dei caduti dell' Esercito ci hanno portati al Vittoriano a bordo di un pullman. Una volta arrivati non sono stata fatta entrare e mi hanno trascinata fuori, ho avuto anche una crisi di panico. Una cosa disgustosa, mi hanno presa in giro. Mi hanno portato al Vittoriano - ha detto - e non mi hanno fatto entrare''. (ANSA).

Se questo è un gay

COLLOQUIO CON ANDREW SULLIVAN GURU DEGLI OMOSESSUALI USA
Integrazione. Matrimonio. Figli. Potere economico. Negli Usa i gay sembrano aver ottenuto tutto. Ma questa vittoria ha avuto un prezzo
di Andrea Visconti



La cultura gay, trasgressiva, sofferta e isolata,- è ormai il passato. Ora c'è invece l'integrazione che è il passo successivo all'accettazione. Ma c'è anche il rischio che la fine della cultura gay significhi omologazione, appiattimento, una sorta di globalizzazione dell'identità sessuale. A dirlo è Andrew Sullivan, uno dei giornalisti più famosi del mondo, gay quarantaduenne, intellettuale britannico trapiantato da più di vent'anni negli Stati Uniti. Sullivan di recente ha pubblicato un lungo saggio sulla fine della cultura gay. E il prestigioso settimanale 'The New Republic' lo ha illustrato, in copertina, con l'immagine di due uomini vestiti come qualsiasi americano medio che guardano in modo paterno un bambino col pallone da basket in mano. Un'immagine di perfetta famigliola 'all american' che trasuda di normalità e valori tradizionali. E non ha niente di tragressivo. "Un trionfo e una minaccia allo stesso tempo", scrive il conservatore e cattolico Sullivan, spiegando che per i gay è sempre stato un sogno che la loro sessualità non fosse degna di nota in famiglia, con gli amici, coi colleghi di lavoro. Ma il trionfo è una minaccia, perché per decenni i gay si sono identificati con la cultura del silenzio e della vergogna, e senza questi elementi si rischia la perdita di identità. "Voltare pagina è allo stesso tempo difficile e liberatorio, triste ed emozionante", scrive Sullivan: "Mentre socialmente facciamo passi avanti, siamo consci che in certe parti del paese e del mondo sta avvenendo l'esatto contrario". In particolare Sullivan, che è stato direttore di 'The New Republic' dal '91 al '96, punta il dito contro la religione: "Con l'avanzare del fondamentalismo la condizione dei gay è sotto attacco in molti luoghi, benché allo stesso tempo altrove essi si siano liberati dalla repressione". Chiuso nel suo studio di New York, Sullivan sta finendo un libro sulla tradizione politica e filosofica dei conservatori che uscirà nel 2006. Ma ha voluto concedere questa intervista esclusiva a 'L'espresso' rubando un po' di tempo alla sua opera. Signor Sullivan, lei dice che stiamo assistendo alla morte della cultura gay. Era inevitabile? "A un certo punto la fine doveva venire: si avvicinava a mano a mano che i gay raggiungevano una nuova libertà individuale ed economica. La cultura gay era minacciata dal fatto stesso che una massa notevole di uomini e donne gay stava interiorizzando il concetto di essere alla pari di qualsiasi altra persona, di avere lo stesso valore di chiunque altro all'interno della società". è stata una fine lenta e graduale, allora. "Quando ci sono moltissimi gay che vivono la loro realtà alla luce del sole, quando gay e lesbiche si dichiarano anche nel mondo del lavoro, quando uomini e donne ammettono la propria sessualità anche in famiglia, allora si è raggiunto il punto in cui è possibile un'integrazione all'interno della cultura dominante. In Massachusetts, come in Olanda, è stato abolito il termine 'matrimonio gay', perché ora le coppie omosessuali sono sposate e basta. Non c'è distinzione né legale né culturale fra il matrimonio fra gay e quello fra etero. La cultura dell'esclusione è finita". E come si è arrivati a questo punto? "è stata la forza economica dei gay a mettere in moto questo processo, l'accelerata è venuta dalla crisi dell'Aids e lo sprint finale è stato dato dal riconoscimento dei matrimoni fra gay. Per la prossima generazione di gay quasi certamente non ci sarà una cultura separata di particolare rilievo". Quando lei parla di cultura gay fa riferimento anche a bar e saune. Molta gente le contesterebbe che quella sia cultura... "Mi riferisco a uno stile di vita che comprende sia uomini che donne gay. Intendo la cultura in senso lato, cioè una cultura che si è formata in risposta all'emarginazione sociale e dunque ci metto dentro anche bar e saune, travestiti e appassionati del 'leather'. Stiamo parlando dunque di un sistema di connessione sessuale ed emotiva che si è formata, per necessità, al di fuori del contesto di famiglie tradizionali o non tradizionali". Ci sono aspetti della cultura gay che si sono diffusi nella società in generale? "L'arte più bella è spesso il frutto della sofferenza e dell'isolamento, ed è questo che verrà a mancare; quel potente connubio fra vita gay e tragedia". A livello di comunità i gay non vivono più una realtà fatta di tragedia. Anzi, vivono una quotidianità borghese e tranquilla fatta delle normali preoccupazioni della classe media. Lei guarda al passato con nostalgia? "è quella che si chiama 'maturità'. Siamo ora pronti a integrare l'amore, il sesso e la famiglia, una cosa che gli etero fanno da sempre e danno per scontato. Siamo diventati adulti e i nostri valori si sono trasformati da trasgressivi a borghesi". Se i gay non sono più trasgressivi chi lo è più? Chi ha ereditato la trasgressione che è stata simbolo della comunità gay attraverso droga, promiscuità, party, moda, mode e tendenze? "Chiunque voglia ancora essere trasgressivo lo può essere, anche i gay naturalmente. Ma la trasgressività non è più appannaggio loro. Adesso essere trasgressivi è una scelta, non una condizione". Lei si è sempre riconosciuto con i conservatori. Significa che è contento della fine della cultura trasgressiva gay? "Dal punto di vista economico sono un conservatore, ma in questioni sociali sono sempre stato un libertario. Ritengo che la gente - sia etero che gay - debba vivere come crede, in base ai propri principi morali. Non sta a me giudicare gli altri, ma allo stesso tempo è storicamente vero che i gay e le lesbiche sono stati visti come dei peccatori un po' sporchi. Ed è chiaro che questo ha condizionato il loro comportamento. Se non si dà alla gente qualcosa a cui aspirare , come per esempio il matrimonio, allora non ci si può sorprendere se queste persone non rispondono alle aspettative della società. Se invece i gay sono trattati da pari, allora si può pretendere da loro la stessa responsabilità sociale e individuale che si chiede a chiunque altro". Quando parliamo di cultura gay che cosa c'è di unico e irripetibile che la differenzia dalla cultura di altre minoranze, per esempio i neri, gli ebrei o gli italo-americani? "Prendiamo per esempio i bambini neri: vengono al mondo in una società che allo stesso tempo sente il peso e l'orgoglio del passato che l'accomuna. Attraverso istituzioni culturali e comunitarie, come per esempio le chiese, questo passato si tramanda di generazione in generazione e costituisce la base attraverso la quale un individuo si identifica e si riconosce nella sua comunità. Ma i bambini gay fino ad ora non hanno mai avuto tutto questo. Durante gli anni più formativi si sono sempre trovati a prendere coscienza della loro diversità. Ma questo è oramai cambiato: adesso gli adolescenti gay e quelli etero hanno gli stessi punti di riferimento sociali e culturali. Psicologicamente si sentono più sicuri, meno isolati e più simili ai loro coetanei. La trasformazione avvenuta negli ultimi anni è a dir poco sensazionale. Pensiamo per esempio al Boston College, un'istituzione universitaria cattolica: fino alla generazione scorsa la parola omosessualità non veniva neppure discussa. Sono stato lì di recente e ho conosciuto il presidente del corpo studentesco: è un ragazzo preppy, conservatore e gay. Quello che è avvenuto al Boston College sta avvenendo in dozzine di università in tutta America". Lei ha fatto l'esempio di una prestigiosa istituzione cattolica. In Italia il cardinale Ruini ha espresso senza mezzi termini la sua opposizione alle unioni fra gay. Le sembra che la Chiesa cattolica si stia muovendo controcorrente sia per quanto riguarda l'integrazione e l'assimilazione dei gay? "è triste ammetterlo ma è così. La Chiesa non sa affrontare questo tema e uno dei motivi è perché la Chiesa stessa fa parte della vecchia cultura gay". Prego? "Vuole sapere che cos'è la vecchia cultura gay? Ebbene, il Vaticano e la chiesa ne sono l'ultimo bastione. Perché la vecchia cultura gay è la cultura della vergogna della propria sessualità. è per questo che sono così restii al cambiamento e non vogliono la nuova cultura gay integrata. Perché ci sia un vero cambiamento dobbiamo aspettare un salto generazionale". Sono parole forti. Ma la cultura gay di nemici ne ha molti, non solo la Chiesa cattolica. I fondamentalisti cristiani in America saranno contenti di sentirle dire che la cultura gay è finita. Oppure temono ancora di più l'assimilazione? "In generale la destra conservatrice è contraria alla promiscuità sessuale; allo stesso tempo non vuole neppure che i gay si sposino. Ma allora che cosa vogliono? Non possono averla vinta su ambedue i fronti. Paradossalmente, l'alleato più forte della vecchia cultura gay è proprio la destra religiosa che preferisce puntare il dito contro l'emarginazione anziché abbracciare l'integrazione. La loro speranza è che magicamente un giorno smetteremo di esistere, che è naturalmente una fantasia perché gli omosessuali esistono da sempre e continueranno a esistere. A un certo punto la destra religiosa si troverà a dover scegliere: è meglio includere i gay per il bene collettivo oppure emarginarli per sempre? è meglio chiedere ai gay di essere cittadini responsabili oppure negare la loro esistenza e usarli come capro espiatorio?". Dopo l'America, secondo lei la cultura gay sta morendo anche nel resto del mondo? "La cultura gay era diventata globale. Quello che avviene in America avverrà domani in Italia. Il cambiamento sta già avvenendo, non è più possibile fermarlo". Ma in Italia è ancora tempo di differenza di Giovanna Zucconi C'è un situazionismo minimale e militante che esprime magnificamente certe svolte culturali. David Leavitt, scrittore americano e omosessuale (non 'scrittore americano omosessuale', e si capirà subito perché) ha confessato in luglio sul 'New York Times' di compiere un piccolo, grandioso gesto ogni volta che entra in una libreria: spostare libri dalla sezione di narrativa gay a quella di narrativa e basta, "restituendoli al loro giusto posto nel flusso alfabetico e promiscuo della letteratura". Nessuno scrittore italiano omosessuale (non 'scrittore italiano e omosessuale': non ancora) potrebbe, anche volendo, fare lo stesso: perché nelle nostre librerie non esiste praticamente mai una sezione a sé di 'narrativa gay', né nelle università i 'gay studies'. La differenza può dissolversi, può spogliarsi delle etichette, se prima una differenza è stata rivendicata e riconosciuta. Prima, spiega Leavitt, era rivoluzionario pubblicare un romanzo gay o aprire una libreria gay, "oggi è rivoluzionario abolire la categoria". Una rivoluzione, o controrivoluzione che, secondo Sullivan, negli Stati Uniti è già realizzata: "L'omosessualità è come il tempo atmosferico, è e basta", scrive nel suo blog: nuvoloso oppure sereno, senza giudizi né conflitti. Per mantenere la metafora meteorologica: qui in Italia invece è ancora questione di uragani, di inondazioni, di siccità: di anomalie. Prima di arrivare all'osmosi, all'abolizione degli aggettivi, alla deposizione pacificata dell'identità, all'ombra del Cupolone bisogna ancora concludere la rivoluzione (sociale, politica, culturale) della diversità. Giovanni Dall'Orto riassume il dibattito italiano: differenza da un lato, falsa integrazione dall'altro. "La battaglia gay è sempre stata una battaglia culturale. S'è trattato sempre e solo di fare cambiare opinioni, mentalità, punti di vista: insomma, s'è trattato di cambiare la cultura", scrive. Una battaglia rallentata anche, all'interno del movimento gay, da quanti propongono di 'non ghettizzarsi', perché la cultura è una sola e non sopporta aggettivi. Riassume Francesco Gnerre: "Lo scrittore deve dar conto della verità dei sentimenti, delle emozioni dei suoi personaggi, non della loro caratterizzazione sessuale. Teoricamente non esistono libri omosessuali. Uno scrittore gay ha giustamente la pretesa di leggere il mondo nella sua totalità, non accetta di interpretare solo un aspetto particolare della realtà. La scrittura non è né eterosessuale né omosessuale". Però per questo, controbatte Dall'Orto, "l'Italia è l'unico paese europeo in cui tutta la cultura gay esistente è prodotta al di fuori e in contrapposizione con l'establishment culturale. Il quale resta dominato da una cultura che, con la scusa di non avere aggettivi, nasconde quelli che ha: eterosessuale, cattolica, maschilista, razzista e borghese". Mentre lì Leavitt sposta libri, qui il dibattito è ancora riassunto dal titolo di un recente, notevole saggio di Tommaso Giartosio: 'Perché non possiamo non dirci'. Cultura.

http://www.gaynews.it/view.php?ID=34926

venerdì 11 novembre 2005

A Cesare quel che è di Silvio

di Marco Travaglio


Non si sa più come chiamarla. Ex-ex-Cirielli? Salva-fottipreviti? Forse il termine più appropriato è ex-salva-neo-fottiPreviti / neo-salvaBerlusconi. Perché alla fine l'unico imputato eccellente che beneficerà della prescrizione abbreviata sarà ancora una volta l'impunito di Arcore, che si avvia stracciare il record di sei prescrizioni da lui stesso stabilito, con la settima: quella che fulminerà pure il processo sui diritti tv, che essendo in udienza preliminare rientra nella porcheria approvata l'altroieri. Secondo "Libero", Cesare e Silvio si sono accapigliati furiosamente. Brutto affare: se parla più con Silvio, Cesare potrebbe parlare con qualcun altro. E, con tutto ciò che sa, sarebbe un bel parlare.
Nel discorso di mercoledì a Montecitorio - il punto più basso toccato dal Parlamento italiano dai tempi del ricatto di Craxi (abbiamo rubato tutti, si alzi in piedi chi non ha rubato) - l'onorevole imputato ha tracciato un simpatico ritrattino dell'(ex?) amico Bellachioma, senza mai nominarlo. Parlava di Shakespeare pensando a Silvio. Occhio alle parole: «Ritengo la ex Cirielli una buona legge che interessa migliaia di cittadini e ripara gli enormi guasti provocati dalla discrezionalità del giudice nel determinare i tempi della prescrizione. La storia processuale italiana è piena di evidenti casi di disparità di trattamento: a seconda del giudice che si ha davanti, a seconda addirittura dell'antipatia e della condizione sociale dell'imputato -e non del suo stretto caso processuale- situazioni del tutto simili sono state trattate in modo diametralmente opposto». A quali processi si sarà mai riferito? A quale imputato più «simpatico» di lui avrà alluso? Quale prescrizione regalata in base alla «condizione sociale» avrà avuto in mente? Tutti gli indizi portano a un nome: Silvio Berlusconi, l'Inseparabile che a un certo punto si separò. Nel processo Mondadori, il Cavaliere se l'è cavata per prescrizione grazie alle attenuanti generiche gentilmente offerte dai giudici milanesi e confermate dalla Cassazione per le sue «attuali condizioni di vita sociale e individuale». Idem nel processo Sme-Ariosto, dove un anno fa il premier si salvò in tribunale nel processo per la mazzetta di 500 milioni di lire versata nel '91 a Squillante tramite Previti per via delle sue «condizioni di vita individuale e sociale». Il tribunale (stessa sezione, diverso presidente) negò invece le attenuanti e dunque la prescrizione a Previti per lo stesso fatto (la mazzetta a Squillante). Ora, se il padrone della Fininvest pagava i giudici tramite Previti o se Previti pagava i giudici per conto del padrone della Fininvest, qual è la condotta più grave: quella del mandante o quella dell'esecutore materiale? Se questa sanguinosa ingiustizia voleva denunciare Cesarone alla Camera citando «situazioni simili trattate in modo diametralmente opposto», ha ragione da vendere. Peraltro i giudici hanno ancora modo di rimediare: non nel processo Mondadori, che per Berlusconi è definitivamente chiuso (Previti invece, condannato in primo grado e assolto in appello, è ora davanti alla Cassazione); ma nel processo Sme, dove prossimamente il premier comparirà in Corte d'appello e potrebbe anche vedersi revocare le generiche e dunque la prescrizione,ricongiungendosi così all'amaro destino dell'inseparabile Cesare. Il quale però, per l'Imi-Sir, vede avvicinarsi il giorno dell'ultima sentenza: quella della Cassazione. Che, se il 29 novembre la Consulta respingerà l'ennesimo conflitto d'attribuzioni sollevato dal presidente della Camera contro il Tribunale annullando tutti i processi «toghe sporche», si pronuncerà definitivamente il 16 gennaio. Allora, in caso di conferma della condanna a 7 anni, per il deputato-imputato si aprirebbero le porte del carcere. E, con l'interdizione dai pubblici uffici, il Parlamento dovrebbe pure privarsi della sua onorevole presenza. A meno che non passi l'emendamento all'ex-ex-Cirielli che gli amici gli hanno preparato come regalo per il suo prossimo 70° compleanno: quello che esenta dal carcere e dona gli arresti domiciliari a chiunque abbia compiuto 70 anni (Bernardo Provenzano, per dire, ne ha 74). Ma Cesare, l'altro giorno, ha chiesto eroicamente di abolire anche quello. «Basta, arrestatemi», ha tradotto "Libero". Già Previti non voleva la Salvapreviti, ma gli amici insistevano. Non voleva i domiciliari, ma quelli insistevano. Ora, come ultima volontà, chiede di andare in galera: se proprio ci tiene, sarebbe irriguardoso non accontentarlo.

tratto da l'Unità del 11/11/2005

mercoledì 9 novembre 2005

Fosforo bianco e Napalm su Falluja, ecco il servizio di RaiNews24

Qualche giorno fa, un servizio di Rainews24 dava notizia dell'uso di fosforo bianco e MK77 ( napalm ) sulle popolazioni civili a Falluja da parte delle truppe di Bush.

Lo trovate qui.

Bush, Blair e Berlusconi devono essere processati per crimini di guerra.

Molte le vostre lettere di protesta. Ne riporto alcune:

MK77, una versione del napalm. Si', del napalm. Blair conferma, tanto che una sua deputata, Mrs. Alice Mahon, si dimette dallo schifo. L'inchiesta sta andando in onda adesso. Ho dovuto spegnere. Di cosa ci siamo resi complici?
By Queva

La deputata inglese Alice Mahon è la stessa che aveva già sollevato la questione con un interrogazione parlamentare il 6 Dicembre 2004.

A questa interrogazione, a nome della coalizione, il ministro Adam Ingram aveva risposto che il napalm non veniva impiegato ( giocando sull' ambiguità dovuta al fatto che le bombe MK-77 sono un' evoluzione moderna in cui al napalm è aggiunto il fosforo bianco, per migliorarne il fissaggio a cose e persone ).

Un sito anglosassone aveva riportato disgustato la vicenda già nel maggio 2005, ed aveva aggiunto che c' erano evidenti prove che le MK-77 venivano stoccate in Kuwait nel 2002. In più questo sito aggiunge che da testimonianze dirette su siti patriottici degli stessi marines le MK-77 venivano definite come napalm a tutti gli effetti.

Consiglio di visitare questo sito anglosassone. http://electroniciraq.net/news/1928.shtml
che schifo.
By munchhausen

Ho appena finito di vedere l'articolo di rainews24, sono in lacrime, non so se dormirò stanotte, pensare che la mia nazione si è resa complice e responsabile di tali nefandezze mi sconvolge.

Chiediamo alla Corte Penale Internazionale di incriminare per crimini di guerra Genocidio e crimini contro l'umanità i responsabili della guerra all'IRAQ:Bush Blair e Berlusconi. Pubblichiamo questa richiesta su un giornale internazionale, o sosteniamo le spese avvocatizie per portare avanti l'incriminazione.
By Jackal

un reportage di rainew24 su falluja, che come spero a molti di voi abbia fatto vomitare,
vomitare perché questa cosa va in onda alle 7.30 e non in prima serata
vomitare, perché nessuno si scandalizza di questa cosa qua,
vomitare perché gli "stati canaglia" che hanno e usano le armi di distruzione di massa sono sempre gli stessi e nessuno gli va ad esportare mai un po' di democrazia, certo che se tutto il fosforo che hanno lo buttano via dagli elicotteri ne resta poco nel cervello!
by ingoenius

vomitare perché le tre B (Bush,Berlusconi,Blair) sono liberi di commettere crimini contro l'umanità…
senza che a nessuno venga in mente di sottoporli a regolare processo,
vomitare perchè benchè il filmato sia stato trasmesso alcune importanti testate giornalistiche come il tgcom,il foglio ecc..non abbiano riportato nemmeno un trafiletto sulla vicenda,
vomitare perchè lo sciopero dei giornalisti sembra cadere a fagiolo..
..hanno bisogno di tempo per pensare a come giustificare anni di informazione puramente propagandistica,
vomitare perchè Giuliana Sgrena ha dichiarato in quel filmato che il suo rapimento è avvenuto per impedirle di raccontare la storia di falluja,
vomitare perchè continueranno ad ignorare tutto questo.
By ornella

Non so dire di preciso di cosa ci siamo resi complici: ho urlato a squarciagola che ero contraria a questa guerra. Ho comprato la bandiera della pace che ancora sventola dal mio terrazzo sbiadita per i lavaggi e le piogge che ha preso. Ho firmato qualsiasi petizione, partecipato a mainfestazioni, litigato con chi non capiva, chi non capisce... mi sono opposta per quanto in mio potere fare come misera ed insignificante cittadina del paese più ridicolo del mondo...
Eppure, non so spiegarmi perchè, non riesco a togliermi di dosso questa terribile sensazione di sporco!
By mammamaria



dal blog di Daniele Luttazzi
http://www.danieleluttazzi.it/?q=node/193

martedì 8 novembre 2005

Fosforo bianco contro i civili: così gli USA hanno preso Falluja

Inchiesta shock di "Rai News 24": l'agente chimico usato come arma. Un veterano: "I corpi si scioglievano"
Un documento svela anche un test su un nuovo tipo di Napalm



Il fosforo bianco in azione

ROMA - In gergo i soldati Usa lo chiamano Willy Pete. Il nome tecnico è fosforo bianco. In teoria dovrebbe essere usato per illuminare le postazioni nemiche al buio. In pratica è stato usato come arma chimica nella città ribelle irachena di Falluja. E non solo contro combattenti e guerriglieri, ma contro civili inermi. Gli americani si sarebbero resi responsabili di una strage con armi non convenzionali, la stessa accusa di cui deve rispondere l'ex dittatore iracheno Saddam Hussein. Questo racconta un'inchiesta di Rai News 24, il canale all news della Rai svelando uno dei misteri del fronte di guerra tenuto più nascosto dell'intera campagna americana in Iraq.

"Ho sentito io l'ordine di fare attenzione perché veniva usato il fosforo bianco su Fallujah. Nel gergo militare viene chiamato Willy Pete. Il fosforo brucia i corpi, addirittura li scioglie fino alle ossa", dice un veterano della guerra in Iraq a Sigfrido Ranucci, inviato di Rai News 24.

"Ho visto i corpi bruciati di donne e bambini - aggiunge l'ex militare statunitense - il fosforo esplode e forma una nuvola. Chi si trova nel raggio di 150 metri è spacciato".

L'inchiesta di Rai News 24, Fallujah. La strage nascosta, in onda domani su Rai3, presenta, oltre alle testimonianze di militari statunitensi che hanno combattuto in Iraq, quelle di abitanti di Fallujah. "Una pioggia di fuoco è scesa sulla città, la gente colpita da queste sostanze di diverso colore ha cominciato a bruciare, abbiamo trovato gente morta con strane ferite, i corpi bruciati e i vestiti intatti", racconta Mohamad Tareq al Deraji, biologo di Falluja.
"Avevo raccolto testimonianze sull'uso del fosforo e del Napalm da alcuni profughi di Falluja che avrei dovuto incontrare prima di essere rapita - dice nel servizio la giornalista del Manifesto rapita in Iraq (proprio a Falluja) nel febbraio scorso, Giuliana Sgrena, a Rai News 24 - Avrei voluto raccontare tutto questo, ma i miei rapitori non me l'hanno permesso".

Rainews 24 mostrerà documenti filmati e fotografici raccolti nella città irachena durante e dopo i bombardamenti del novembre 2004, dai quali risulta che l'esercito americano, contrariamente a quanto dichiarato dal Dipartimento di Stato in una nota del 9 dicembre 2004, non ha usato l'agente chimico per illuminare le postazioni nemiche, come sarebbe lecito, ma ha gettato fosforo bianco in maniera indiscriminata e massiccia sui quartieri della città.

Nell'inchiesta, curata da Maurizio Torrealta, vengono trasmessi anche documenti drammatici che riprendono gli effetti dei bombardamenti anche sui civili, donne e bambini di Falluja, alcuni dei quali sorpresi nel sonno.

L'inchiesta mostra anche un documento dove si prova l'uso in Iraq di una versione del Napalm, chiamata con il nome MK77. L'uso di queste sostanze incendiarie su civili è vietato dalle convenzioni dell'Onu del 1980. Mentre l'uso di armi chimiche è vietato da una convenzione che gli Stati Uniti hanno firmato nel 1997.

Fallujah. La Strage Nascosta verrà trasmessa da Rai News domani 8 novembre alle ore 07.35 (sul satellite Hot Bird, sul canale 506 di Sky e su Rai Tre), in replica sul satellite Hot Bird e sul canale 506 di Sky alle 17 e nei due giorni successivi.

(7 novembre 2005)

http://www.repubblica.it/2005/k/sezioni/esteri/iraq71/rainews/rainews.html

lunedì 7 novembre 2005

Videomafiami!

Maggio 2004: Andreotti assolto in appello. I tg unificati mostrano la sua avvocatessa che urla felice al cellulare:-Assolto! Assolto! Assolto!- Era uno spot perfetto per il telefonino 3. Non ci hanno pensato. Dilettanti.

L'assoluzione in realtà confermava per Andreotti, 7 volte presidente del Consiglio e 40 volte ministro, il reato di partecipazione all'associazione a delinquere Cosa Nostra, commesso fino all'80 e adesso prescritto.

Il presidente della Camera Casini si rallegrò per la “sentenza liberatoria per le istituzioni”. Non vedo cosa ci fosse da rallegrarsi, dato che, secondo la sentenza, è stato provato infatti che Andreotti incontrò i capi dell'ala moderata della mafia, Bontate e Provenzano, tramite Salvo Lima, che era capo della sua corrente in Sicilia. Andreotti “dialogava coi mafiosi”, “chiedeva loro qualche favore”, “ inducendoli a fidarsi di lui e a parlargli di fatti gravissimi come l'assassinio di Mattarella nella sicura consapevolezza di non essere denunciati.” Fino all'80, quando della mafia nessuno sapeva nulla, dato che Buscetta cominciò a parlare con Falcone a partire dall'85.

Il processo non era quindi basato su teoremi, come la tv e la stampa di regime hanno sostenuto. Solo che il reato commesso è caduto in prescrizione. Il giudice Caselli, che istruì il processo, sui giornali ricorda la sentenza a chi fa il finto tonto. Casini interviene e chi attacca? Caselli, per il quale poi hanno fatto una legge apposta in modo da impedirgli di tornare a occuparsi di mafia in Sicilia. ( E ne stanno preparando un'altra per impedirgli di fare il testimonial pubblicitario di telefonini. )

Andreotti va in tv e parla di manipolazione dei pentiti ( falso: nessun pentito che lo accusa è stato denunciato per calunnia ); e dice che la Cassazione non poteva annullare la prescrizione ( falso: poteva annullarla, come fece nel caso Pecorelli. Invece ha confermato.)

Ma l'altra sera, da Lerner, il vicedirettore del Corriere della sera Pigi Battista continuava a sostenere che Andreotti è stato assolto! Lerner muto, disattivato, senza credito residuo.

Novembre 2005: Andreotti è testimonial per il telefonino 3. Illusione ottica. In realtà è il telefonino 3 a fare da testimonial ad Andreotti: operazione simpatia che vede Amendola nel ruolo di reggimoccolo che già fu di Sordi. Sia messo a verbale che la bella pensata va in onda nell'assenza di tumulti.

Oh, certo: Andreotti frequentava l'ala moderata della mafia. L'ala moderata: sono quelli che sciolgono le vittime nel chinotto.

tratto dal blog di Daniele Luttazzi
http://www.danieleluttazzi.it/?q=node/182

venerdì 4 novembre 2005

Bruciato vivo perché gay

Tribunale di Viterbo - Condannati i tre aggressori solo a tre anni e dieci mesi


Marian Pavel Caster, giovane ragazzo gay albanese, il 7 Novembre 2004 fu cosparso di benzina e bruciato vivo a Viterbo nella centralissima Piazza della Morte, ha riportato ustioni che hanno sfigurato l'ottanta percento del suo corpo.

La comunità gay fu fortemente scossa e dopo alcuni giorni furono rintracciati i tre aggressori Mukaj Erion, Voka Taulant e Gini Shkurt, anche loro albanesi e amici di Marian, confessarono di averlo aggredito perchè era gay e quindi non meritava di essere loro amico e di vivere.

I Pm Barili ed Elisabetta Centogambe da una pena richiesta di 21 anni di reclusione, hanno chiesto ed ottenuto una pena pari a tre anni e dieci mesi, tenendo in considerazione le attenuanti generiche e del patteggiamento.

"Tre anni e dieci mesi - dichiara Fabrizio Marrazzo, presidente Arcigay - Comitato provinciale di Roma e Consigliere Nazionale Arcigay - sono una pena irrisoria per un atto così violento di odio omofobo, sono un offessa per la comunità gay e per la vittima, come ha affermato anche il legale di Mariam , l'avv. Antonio Ranucci"

"Putroppo il nostro governo anche dopo le nostre sollecitazioni - continua Marrazzo - non si è voluto occupare dei diritti dei gay sia italiani che immigrati, ad esempio il ministero delle Pari Opportunità ha attivato il numero 800 90 10 10 contro il razzismo, ma tale numero non ha mai voluto supportare alcuni nostri soci doppiamente discriminati in quanto gay e immigrati. Un governo che ha messo tra i primi punti del suo programma la giustizia, ma non sì è mai interessato a definire delle leggi contro l'odio verso gli omossessuali, che in Italia contano oltre 200 vittime negli ultimi 10 anni, di cui la quasi totalità degli assassini è rimasto impunito"

Quindi, dato che il nostro governo in 5 anni non ha mai cercato di tutelare la nostra comunità, ci rivolgiamo alla Presidenza della Regione Lazio, che nel suo programma si è gia mostrata sensibile alle istanze della comunità gay, chiedendo di supportare la nostra comunita con:


- una legge regionale contro le discriminazioni per le persone omosessuali, come già fatto dalla Regione Toscana;

- un piano di informazione contro le discriminazioni multiple, gay-immigrati, gay-disabili, etc.;

- un piano di formazione contro le discriminazione per il personale URP della Regione Lazio e degli Enti da esso dipendenti, come già attuato dal Comune di Roma.

per far sì che almeno la Regione Lazio sia la Regione di tutti, nessuno escluso.


http://www.gaynews.it/view.php?ID=34834

Telecinco nel mirino: troppy gay

"Alba", un settimanale cattolico, denuncia i serial TV nella spagna di Zapatero
di Gian Antonio Orighi

---

MADRID I serial tv nella Spagna di Zapatero? "Sono contro la famiglia e a favore delle coppie omosessuali, diffondono più ideologia di un telegiornale - denuncia "Alba", l'unico settimanale cattolico in edicola nella sempre più liberal e laica "Piel de Toro" -. Riscuotono grande successo, ma i copioni brillanti nascondono un'interpretazione della vita e delle relazioni personali estranee ad un punto di vista cristiano". Il setttimanale, in un Paese ove ci sono 4 milioni di gay (un decimo della popolazione), prende in esame gli otto serial più seguiti delle prime tre tv nazionali: Telecinco , Antena 3 e la statale Tve-1. Ebbene, secondo "Alba", "le famiglie che vi appaiono non sono un esempio di felicità, mentre le coppie gay figurano come oasi di pace e di sensibilità". Delle otto serie, tutte in prime time, ben 4 sono trasmesse da Telecinco. Il j'accuse parte con "Aída" che narra la vita di una donna delle pulizie in un bar, le sue peripezie nel quartiere, i problemi dei suoi figli, amici e conoscenti. "Il programma si burla del cattolicesimo e della fede, la miglior amica della protagonista è una prostituta, i figli soffrono la precarietà affettiva", lamenta "Alba". C'è poi "Aquí no hay quien viva" la divertentissima vita in un condominio ove abitano prima una coppia gay, poi di gay e lesbiche con figlio. "Non c'è una sola coppia stabile, un solo matrimonio felice, una famiglia normale e il leader omosessuale impugna la bandiera della causa gay in ogni puntata", frusta il settimanale osservante. Se ancora non bastasse, ecco "Hospital Central", una copia di "ER". Anche qui la sede è un Pronto Soccorso, ma con la differenza che due dei protagonisti, la chirurga Maca e l'infermiera Esther, sono lesbiche. "Continuano gli stereotipi dei serial spagnoli: c'è chi dichiara la sua omosessualità, pregare ed andare in Chiesa non è di moda, ma lo è il sesso tra adolescenti", continua implacabile "Alba".

(La Stampa del 03/11/2005)

Matrimonio gay VIP in Spagna

L'immagine “http://www.telecinco.es/tcimagenes/21_01allatu_princ.jpg” non può essere visualizzata poiché contiene degli errori.
Jesus Vazquez

Nozze vip nella comunita' omosessuale spagnola. Una delle star della tv, il presentatore Jesus Vazquez si e' sposato a Madrid con il fidanzato, Roberto Cortes, in una cerimonia officiata dalla portavoce socialista al Comune, Trinidad Jimenez.

Entrambi vestiti in jeans, camicia bianca e giacca scura, la coppia e' apparsa con un look molto glamour ai giornalisti che li attendevano all'uscita dell'edificio, in pieno centro. Vazquez presenta uno dei reality della tv spagnola, Operacion Triunfo. Secondo la Jimenez, "Roberto ha pianto tutto il tempo mentre Jesus tratteneva le lacrime".

Alla cerimonia ha assistito Pedro Zerolo, amico personale della coppia, anche lui appena convolato a nozze con il fidanzato, il quale ha detto che il matrimonio e' stato "una dichiarazione d'amore".


http://www.gaynews.it/view.php?ID=34826

giovedì 3 novembre 2005

"Ponte sullo stretto, vincerà Impregilo"

Telefonata intercettata prima dell'appalto: me l'ha detto Dell'Utri
Verifiche dei pm di Monza sulla conversazione tra il presidente della società e un amico economista vicino al deputato forzista
di LUCA FAZZO e FERRUCCIO SANSA



Panoramica dello stretto, con la costruzione simulata del Ponte

MILANO - "La gara per il ponte sullo Stretto la vincerà Impregilo". Quando i pm di Monza hanno letto i brogliacci delle intercettazioni telefoniche sono rimasti colpiti. Il colloquio intercettato infatti si svolge tra Paolo Savona - al momento dell'intercettazione presidente di Impregilo, una delle due cordate in gara per il ponte - e Carlo Pelanda, economista e amico di Savona. Una frase che ha sollevato l'attenzione degli inquirenti anche perché al telefono Pelanda sostiene di avere saputo da Marcello Dell'Utri del probabile esito della gara per l'appalto più costoso mai assegnato in Italia. Sarebbe stato il senatore di Forza Italia a dare assicurazioni in tal senso. In effetti, il 13 ottobre la gara è stata vinta da Impregilo.

La frase di Pelanda a Savona viene captata per caso. I microfoni degli investigatori stavano registrando le conversazioni telefoniche dei vertici di Impregilo (oggi rinnovati) nell'ambito di un'inchiesta per falso in bilancio e false comunicazioni sociali che si trascina da tempo, e nella quale sono indagati a vario titolo Paolo Savona e Pier Giorgio Romiti, figlio dell'ex presidente di Fiat. Il sostituto procuratore Walter Mapelli e il suo capo, il procuratore di Monza Antonio Pizzi, al ponte non ci pensano nemmeno. Ma, a partire dalla fine dell'estate, molte delle comunicazioni registrate iniziano a riguardare proprio la gara: sono le settimane decisive, è in gioco l'appalto del secolo, un'opera da 3,88 miliardi di euro. In lizza sono rimasti soltanto due concorrenti, dopo il ritiro delle cordate straniere: Impregilo e Astaldi.

Per entrambi i concorrenti è una partita decisiva. L'affare è colossale sia che il ponte venga costruito, ma anche (o soprattutto, come sostengono in molti) che resti sulla carta, visto che il contratto prevede una penale stratosferica in caso di recesso da parte dello Stato (il 10 per cento dell'importo totale, cioè 388 milioni, più le spese già affrontate dal general contractor) dopo la definitiva approvazione dell'opera prevista per il 2006. Così le telefonate, i contatti a tutti i livelli sono incessanti. Nulla, però, di penalmente rilevante.

Poi arriva quella telefonata che gli investigatori ascoltano e riascoltano. Che passano ai pubblici ministeri. Pizzi e Mapelli si consultano a lungo sul da farsi. E alla fine, nel corso di un interrogatorio di Paolo Savona, gli domandano: "Il professor Pelanda le ha detto che voi avreste vinto la gara per il ponte. Come faceva a saperlo? E Marcello Dell'Utri che cosa c'entra?". Savona risponde: "Era una legittima previsione: Pelanda mi stava spiegando che noi eravamo obiettivamente il concorrente più forte". I pm di Monza, tuttavia, sono convinti di avere in mano altri elementi per nutrire qualche dubbio sulla gara di aggiudicazione.

Paolo Savona e Carlo Pelanda (economista ed editorialista del Foglio e del Giornale) si conoscono da anni, hanno scritto libri insieme, niente di strano che si sentano e che parlino anche del Ponte. Ma Pelanda chiama in causa il suo amico Marcello Dell'Utri, senatore di Forza Italia, stretto collaboratore di Berlusconi. Anche Pelanda e Dell'Utri si conoscono: Pelanda è stato presidente dell'associazione "Il Buongoverno", fondata proprio dal senatore.

In Procura c'è molta cautela: non si vuole danneggiare Impregilo, la più grande impresa della zona, soprattutto adesso che i vertici coinvolti nell'inchiesta sono cambiati. Ma da quelle parole e dagli altri elementi raccolti, il procuratore Antonio Pizzi (già noto per essersi occupato delle inchieste sul Banco Ambrosiano e le Bestie di Satana) potrebbe decidere di avviare un'inchiesta per turbativa d'asta. E se questa inchiesta venisse aperta nel fascicolo potrebbe comparire anche un altro nome importante: quello dell'ex presidente della Repubblica Francesco Cossiga, che figura nei brogliacci delle intercettazioni per alcuni contatti con Pelanda. L'ex presidente e l'economista sono infatti in buoni rapporti. Pelanda è stato consigliere della Presidenza della Repubblica (mentre oggi risulta consulente del ministro della Difesa Antonio Martino).

A questo si riferiva lo stesso Cossiga quando, durante la puntata di Porta a Porta del 5 ottobre, ha rivelato: "Sono stato intercettato da un pm mentre parlo con un mio amico che brigava per ottenere gli appalti del Ponte".

(3 novembre 2005)

http://www.repubblica.it/2005/j/sezioni/economia/pontestretto/intercettazione/intercettazione.html

lunedì 31 ottobre 2005

Il dipendente del Consiglio

Berlusconi.jpg

"Il presidente Silvio non voleva la guerra in Iraq ma Bush non gli ha dato retta.
Il presidente Silvio voleva sollevare l'economia ma gli imprenditori non hanno avuto fiducia in lui.
Il presidente Silvio non voleva leggi ad personam ma qualcuno le ha fatte di nascosto.
Il presidente Silvio non voleva toccare l'unità d'Italia ma la Lega lo ha fregato.
Il presidente Silvio voleva un posto nel consiglio di sicurezza all'Onu ma il Giappone gli è passato davanti.
Il presidente Silvio voleva un'informazione democratica e invece la stampa e la televisione sono finite in mano ai comunisti.
Il presidente Silvio voleva eliminare la mafia ma la mafia è risorta.
Il presidente Silvio voleva creare un dialogo ma l'opposizione non ha voluto.
Il presidente Silvio non voleva più Tremonti ma Tremonti è tornato.
Il presidente Silvio voleva risollevare l'immagine dell'Italia nel mondo ma il mondo è cattivo e ci sputtana.
Il presidente Silvio non voleva evitare i processi ma i processi hanno evitato lui.
Il presidente Silvio voleva tagliare le rendite parassitarie ma a sua insaputa hanno tolto l'Ici al Vaticano.
Il presidente Silvio non voleva più comprare nessuna società ma il fratello e la figlia lo hanno fatto senza dirglielo.
Il presidente Silvio non voleva che Previti andasse a offrire soldi agli avvocati ma Previti c'è andato lo stesso.
Il presidente Silvio non voleva la guerra in Iraq ma i suoi agenti hanno inventato il Nigergate.
Il presidente Silvio non voleva la guerra in Iraq ma il suo benzinaio lo ha minacciato.
Il presidente Silvio non voleva ricandidarsi ma lo hanno obbligato.
Il presidente Silvio non voleva toccare le tasche degli italiani ma qualcuno di nascosto ha fatto tre finanziarie in un mese.

Il presidente del consiglio o è un ipocrita, o non conta un c…o."

Di Stefano Benni (il lupo) .

Tratto dal blog di Beppe Grillo: http://www.beppegrillo.it/

Prodi: "Il PACS non tocca il matrimonio, vedrò Ruini"

Il Professore annuncia sul libro di Vespa un prossimo incontro con il cardinale.

VEDRO' PRESTO CARDINALE RUINI Roma, 30 ott. - (Adnkronos) - ''Il riconoscimento delle conseguenze civili delle unioni di fatto non tocca in alcun modo l'istituto matrimoniale. Francamente, non vedo la differenza con quello che dice Rutelli. Francesco un giorno mi ha detto: 'non sarebbe meglio chiamarli contratti invece di patti?' Ho risposto: possiamo chiamarli come vogliamo, ma con la parola patti volevo proprio evitare di usare il termine contratto perche' e' quello che, anche nel catechismo, e' usato per definire il matrimonio. Per questo la parola patto mi sembrava piu' appropriata, ma non ne faccio certo una questione di terminologia''. E' quanto dice il leader dell'Unione Romano Prodi nell'ultimo libro di Bruno Vespa, 'Vincitori e vinti. Le stagioni dell'odio dalle leggi razziali a Prodi e Berlusconi'.

Prodi poi dice che ''non e' vero che ho rivisto il cardinal Ruini, ma penso di rivederlo presto''. ''L'articolo 29 che riconosce i diritti della famiglia come societa' naturale fondata sul matrimonio -sottolinea il professore- e' un pezzo fondamentale della nostra Costituzione. Io, inoltre, ritengo la famiglia il fondamento stesso della nostra societa'''.

http://www.gaynews.it/view.php?ID=34772

l'Avvenire attacca pesantemente la proposta del PACS

Il riconoscimento delle coppie di fatto cozza contro l'aspirazione al "per sempre", l'inclinazione più autentica


PER LEGAMI PRECARI
di Marina Corradi

---

Nel gran rumore sui Patti civili di solidarietà seguito alla dichiarazione di Romano Prodi di voler inserire una regolamentazione giuridica delle coppie di fatto nel suo programma elettorale (due giorni dopo che l'Arcigay aveva preteso questa inclusione come conditio sine qua non per votare l'Unione) forse la cosa più impor-tante è passata in secondo piano. E vero, c'è in Italia un gran numero di coppie di fatto, anche e soprattutto non gay, in cui i diritti del singolo non sono tutelati. Per risolvere questi problemi però, come ha detto il cardinale Camillo Ruini, basterebbe il Codice civile, ed eventualmente norme ad hoc mirate a riconoscere particolari diritti soggettivi. Altra e tutt'altra cosa sarebbero dei Pacs sul modello francese o su quello del disegno di legge Grillini (Arcigay), sostanzialmente tendenti a creare un matrimonio intende contrarre quello vero. Il vero motivo dell'opposizione della Chiesa a questa prospettiva è in una dimensione educativa e antropologica. A fronte di migliaia di coppie che - spesso non solo per scelta, ma anche per difficoltà oggettive di costruire le condizioni per sposarsi, come trovare una casa idonea e un lavoro fisso - formano "unioni di fatto", si sceglie di fondare giuridicamente un "piccolo matrimonio", con alcuni diritti e garanzie, facile a rimuoversi, un contratto di solidarietà fra chi non possa o non voglia vin-colarsi a un impegno definitivo come è, in partenza, il matrimonio religioso o civile.

Ora, le leggi valgono non solo per chi c'è già, ma anche per chi verrà domani. E una legge di questo genere avrebbe una forte valenza di modello culturale per le nuove generazioni. Sarebbe anzi la "codificazione" di quell'individualismo già così fortemente radicato, nella cui logica si sta insieme finché va bene, finché dura, evitando quanto più possibile l'assunzione di impegni definitivi, e rimandando indefinitamente il momento della procreazione.

Il problema di fondo dunque è culturale: e attiene al modo, allo sguardo con cui si affronta la costruzione della propria vita. Il magistero cattolico, che indica come necessario, a fondamento dell'unione fra uomo e donna, il carattere perpetuo, la volontà di restare insieme per sempre condividendo intera-mente il reciproco destino, non ha un fine afflittivo, ma corrisponde in realtà al desiderio, all'ideale di qualunque coppia che si ami profondamente. Staremo insieme per sempre, si dicono i fidanzati, e non è illusorio romanticismo: è l'inclinazione più autentica dell'amore umano, il desiderare che non finisca, non si logori, e sempre si possa contare sulla comprensione e la solidarietà dell'altro. Ciò che si vuole, quando ci si ama, è un "per sempre", è la natura originaria del rapporto fra uomo e donna. La frequenza dei fallimenti di questa speranza testimonia del-la nostra incapacità, non della illusorietà della domanda. "Per sempre" è ciò che vorremmo per noi, e per i nostri figli, se siamo sinceri. Ma, codificare invece un altro "matrimonio", più piccolo, senza pretese, in cui ci si dica in fondo: finché dura, fin-ché si può, ci sosteniamo l'un l'altro, ecco questo è mettere accanto al matrimonio un altro modello culturale, è educare ad accontentarsi. Un po' di solidarietà, la reversibilità del contratto di affitto o del-la pensione, e un patto che si può sciogliere da un giorno all'altro semplicemente dicendo: ora basta. Codificare questo patto, è insegnare a chi ha vent'anni a desiderare poco. E un indurre a non giocarsi in un "per sempre" che pare sempre più rischioso e controcorrente. E che pure, nella sua idea di dedizione senza limiti di tempo, è anche la con-dizione ragionevole per avere dei figli, e non uno, ma di più. Perché i figli, quelli durano "per sempre". Non si accontentano di temporanee solidarietà. E ben difficile diventare madre, se oltre al lavoro e magari al contratto di affitto, anche il legame col padre del bambino appare precario. Almeno sull'altro bisogna poter contare "per sempre", per avere il coraggio di una famiglia. E dunque questi Pacs, che risolverebbero forse in parte delle situazioni contingenti, andrebbero a toccare le radici della famiglia vera. Che è quella che continua una società. «Meritano un posto nel cielo più alto coloro che continuano la civitas», scrisse Cicerone. Che non era cristiano, ma aveva bene in mente la necessità e il desiderio di continuare la vita del suo popolo. Ciò che oggi molti stanno dimenticando.







Di matrimonio ce n'è uno solo

DALLA "FAMILIARIS CONSORTIO" ALLA PROLUSIONE DEL CARDINALE RUINI: IL MAGISTERO DELLA CHIESA SULLE UNIONI DI FATTO. SÌ ALLA TUTELA DEI SOGGETTI ATTRAVERSO IL DIRITTO COMUNE, NO ALLE PSEUDO-NOZZE
di Pierluigi Fornari



Il Documento

La "Familiaris Consortio" è un'esortazione apostolica scritta da Giovanni Paolo Il nel 1981 e rivolta ai vescovi, al clero e ai fedeli «circa i compiti della famiglia cristiana nel mondo di oggi». Il grande tema annunciato in quell'occasione fu "Famiglia, diventa ciò che sei": un invito a prendere coscienza del proprio ruolo sia all'interno di se stessa, nel promuovere relazioni profondamente umane, sia all'esterno, nella società civile e nella politica.

LA PAROLA

"registri delle unioni civili" sono elenchi istituiti a partire dal 1996 presso gli uffici dell'anagrafe o dello stato civile di una ventina di Comuni italiani. Le coppie di fatto che vi si iscrivono ottengono un riconoscimento formale della propria esistenza. I registri sono attivi tra l'altro a Firenze, Bolzano, Ferrara, Arezzo, Pisa, Piombino... A tutt'oggi pochissime coppie, eterosessuali e omosessuali, si sono "registrate".


Un esempio di dittatura del relativismo? Il riconoscimento pubblico delle unioni di fatto, che conferisce loro uno statuto simile alla famiglia fondata sul matrimonio. Un esempio così concreto che in qualche modo trasforma la natura di un regime politico avviandolo verso il totalitarismo. Un documento del Pontificio Consiglio per la Famiglia, ("Famiglia, matrimonio e 'unioni di fatto"', 21 novembre 2000), avverte, infatti, che «si tratterebbe di un uso arbitrario del potere che non contribuirebbe al bene comune, poiché la natura originaria del matrimonio e della famiglia precede e supera, in maniera assoluta e radicale, il potere sovrano dello Stato».

Già dal 1981 il magistero ecclesiale, con l'esortazione apostolica "Familiaris Consortio", ha preso posizione sui cosiddetti "matrimoni per esperimento" e "unioni libere di fatto". «Il Popolo di Dio si adoperi anche presso le pubbliche autorità affinché resistendo a queste tendenze disgregatrici della stessa società e dannose per la dignità, sicurezza e benessere dei singoli cittadini, si adoperino perché l'opinione pubblica non sia indotta a sottovalutare l'importanza istituzionale del matrimonio e della famiglia», ammoniva Giovanni Paolo II.

Grande attenzione veniva posta, però, come del resto la Chiesa non ha mai smesso di fare, alle difficoltà economiche, all'ignoranza e alla povertà, che in buona parte spiegavano il fenomeno. Ancora oggi in Italia, tali unioni oltre ad essere a livelli decisamente inferiori ad altri Paesi, come ha sottolineato il cardinale Camillo Ruini nella sua prolusione all'ultimo Consiglio permanente della Cei, sono in parte provocate da difficoltà oggettive a contrarre un matrimonio desiderato, oppure non vogliono nessun riconoscimento legale. Lo confermano le cifre minime delle iscrizioni ai "registri delle unioni civili" istituiti in qualche Comune.

Ma in questi anni, un'ideologia vecchia già di vari decenni, ha avuto diffusione di massa grazie al sostegno di potenti lobby e l'appoggio di buona parte dei media, amplificando la percezione sociale della rilevanza di tali unioni e del loro riconoscimento. Dunque la vera posta in gioco, come ha evidenziato ancora il presidente della Cei, è costituita da "implicazioni etiche, sociali e antropologiche".

Già nel 2000 il documento citato del Pontificio Consiglio per la Famiglia ha messo in luce come le unioni di fatto rappresentino un'alternativa culturale al matrimonio, visto come "violenza inammissibile al benessere personale" o perfino "la tomba dell'amore appassionato". Tale mentalità è stata forgiata - spiegava il documento dopo un lungo lavoro di approfondimento con esperti di tutto il dando - dal marxismo da pensatori Wilhelm Reich e Herbert Marcuse, da un certo femminismo radicalizzato ed estremista rappresentato da Margaret Sanger e da Simone de Beauvoir. E in fine dalla "Gender theory", sponsorizzata anche dall'Onu, secondo cui ogni persona dovrebbe scegliere a piacimento il suo orientamento sessuale (i generi sarebbero cinque, sette, o forse più). Infatti il fallimento storico della società comunitaria promessa dal marxismo ha esaltato all'ennesima potenza il nocciolo nascosto e più velenoso di quella ideologia: l'individualismo, cioè un'antropologia antagonista ("l'inferno è l'altro" ha affermato Jean Paul Sarte).

Perciò quando si pretende di dare un pubblico riconoscimento a un legame dichiaratamente e volutamente instabile (una contraddizione in termini) anche di natura eterosessuale, non si punta ad altro che a consacrare questa antropologia antagonista e relativista, e a demolire il riconoscimento conferito anche dal senso comune alla funzione sociale della famiglia. Non si tratta quindi di lotta a presunte discriminazioni, ma di una vera e propria rivoluzione culturale, perché non solo si vuole rendere sistematica l'instabilità delle relazioni, ma scardinare anche la naturale complementarità dei due sessi. E questo la preoccupante novità delle rivendicazioni del movimento gay, al di là di comportamenti che possono essersi verificati in qualsiasi epoca storica.

Il filosofo Stanislaw Grygiel ha coniato il termine "tautologia sessuale" per tale ideologia che nega il dialogo del maschile e del femminile. Ma è proprio la differenza sessuale ad aprire all'uomo la via verso quell'Alterità a cui non può non aspirare. «Se non vengono superate, le tautologie sessuali (omosessualità, lesbismo) sbarrano questa via - spiega Grygiel -. In esse l'uomo si smarrisce, perché il suo desiderio di essere altro viene deluso e spento». Del resto la psicoanalisi per decenni ha affermato che uno degli elementi del "principio di realtà" è il fatto che la generazione avvenga attraverso un rapporto tra sessi diversi, un antidoto alla ricorrente tentazione della onnipotenza. Dunque con la legalizzazione delle unioni di fatto non si riconoscono i diritti di una minoranza, ma si mette mano allo stesso "Dna", per così dire, della società umana.

In questo senso la Chiesa non è né oscurantista, né difende il passato, ma di fronte al disastro del marxismo propone una socialità, un'antropologia relazionale, che è così radicata da innervarsi nella primaria cellula della società, la famiglia, e nello stesso corpo dell'uomo e della donna. In questi anni il magistero non si è limitato ad attestarsi su una vecchia formulazione del diritto naturale, ma (come ha sottolineato un recente documento della Commissione teologica internazionale) dal Concilio in poi, in particolare con le catechesi di Giovanni Paolo II sul linguaggio del corpo, ha sviluppato l'antropologia biblica dell'"imago Dei". «L'eguale dignità delle persone - afferma un documento della Congregazione per la Dottrina della Fede sulla collaborazione dell'uomo e della donna - si realizza come complementarità fisica, psicologica ed ontologica, dando luogo a un'armonica "unidualità" relazionale, che solo il peccato e le "strutture di peccato" iscritte nella cultura hanno reso potenzialmente conflittuale. L'antropologia biblica suggerisce di affrontare con un approccio relazionale, non concorrenziale ne di rivalsa, quei problemi che a livello pubblico o privato coinvolgono la differenza di sesso». «Matrimonio e famiglia non sono (...) una costruzione sociologica casuale, frutto di particolari situazioni storiche ed economiche - ha ribadito Benedetto XVI nel discorso del 6 giugno scorso al convegno sulla famiglia della Diocesi di Roma. Al contrario, la questione del giusto rapporto tra l'uomo e la donna affonda le sue radici dentro l'essenza più profonda dell'essere umano e può trovare la sua risposta soltanto a partire da qui». E il Santo Padre ha aggiunto: «Il matrimonio come istituzione non è quindi una indebita ingerenza della società o dell'autorità, l'imposizione di una forma dal di fuori nella realtà più privata della vita; è invece esigenza intrinseca del patto dell'amore coniugale e della profondità della persona umana». Quindi le varie forme odierne di dissoluzione del matrimonio, come le unioni di fatto, il "matrimonio di prova" e lo pseudo-matrimonio tra persone dello stesso sesso «sono invece espressioni di una libertà anarchica, che si fa passare a torto per vera liberazione dell'uomo. Una tale pseudo-libertà si fonda su una banalizzazione del corpo, che inevitabilmente include la banalizzazione dell'uomo».

Il cardinale Ruini nella sua prolusione ha ricordato anche che la "Nota dottrinale circa alcune questioni riguardanti l'impegno e il comportamento dei cattolici nella vita pubblica", redatto della Congregazione per la Dottrina della Fede (24 novembre 2002), annovera le unioni di fatto tra i «punti nodali nell'attuale dibattito culturale e politico», affermando che alla famiglia fondata sul matrimonio monogamico tra persone di sesso diverso «non possono essere giuridicamente equiparate in alcun modo altre forme di convivenza, né queste possono ricevere in quanto tali un riconoscimento legale». Del resto la stessa Congregazione, nelle "Considerazioni circa i progetti di riconoscimento legale delle unioni tra persone omosessuali" (3 giugno 2003), evidenzia: «Non è vera l'argomentazione secondo la quale il riconoscimento legale delle unioni omosessuali sarebbe necessario per evitare che i conviventi omosessuali perdano, per il semplice fatto della loro convivenza, l'effettivo riconoscimento dei diritti comuni che essi hanno in quanto persone e in quanto cittadini. In realtà, essi possono sempre ricorrere - come tutti i cittadini e a partire dalla loro autonomia privata - al diritto comune per tutelare situazioni giuridiche di reciproco interesse. Costituisce invece una grave ingiustizia sacrificare il bene comune e il retto diritto di famiglia allo scopo di ottenere dei beni che possono e debbono essere garantiti per vie non nocive per la generalità del corpo sociale».

E proprio alla "strada" del diritto comune ha fatto riferimento anche Ruini a riguardo di quelle unioni di fatto che abbiano desiderio o bisogno di dare una protezione giuridica ai loro rapporti: una strada, quella del diritto comune, «assai ampia e adattabile alle diverse situazioni». «Qualora emergessero alcune ulteriori esigenze, specifiche e realmente fondate - ha aggiunto il presidente della Cei - eventuali norme a loro tutela non dovrebbero comunque dar luogo a un modello legislativamente precostituito e tendere a configurare qualcosa di simile al matrimonio, ma rimanere invece nell'ambito dei diritti e doveri delle persone. Esse pertanto dovrebbero valere anche per convivenze non di indole affettivo-sessuale».

Il cardinale ha ricordato inoltre che la Costituzione nell'art. 29 «intende con univoca precisione la famiglia come "società naturale fondata sul matrimonio"». Principio ripetutamente confermato da sentenze della Corte Costituzionale, per le quali la convivenza more uxorio non può essere assimilata alla famiglia. Noncuranti di ciò, però, le proposte di legge presentate in Parlamento sul riconoscimento delle unioni di fatto prefigurano un "piccolo matrimonio". «Qualcosa - ha ammonito il Vicario del Papa per la diocesi di Roma - cioè di cui non vi è alcun reale bisogno e che produrrebbe un oscuramento della natura e del valore della famiglia e un gravissimo danno al popolo italiano». Perché il nostro Paese è afflitto già da un drammatico paradosso: la famiglia svolge un grandissimo ruolo sociale - determinante è il suo contributo nell'educazione dei figli - ma il sostegno pubblico è «molto minore, meno moderno e organico» di quello garantito da molti Paesi europei, «pur in presenza di una gravissima e persistente crisi della natalità che sta già provocando, e causerà assai di più in futuro, ingenti danni sociali». «Il sostegno alla famiglia legittima - ha concluso Ruini - dovrebbe essere dunque la prima e vera preoccupazione dei legislatori».





Pacs aII'italiana


RICONOSCIMENTO DELLE COPPIE DI FATTO: OTTO TESTI ALL'ESAME DELLA CAMERA
di Paola Abiuso



Sono decine le proposte di legge che in Italia si pongono l'obiettivo, in vario modo, di regolamentare le coppie di fatto. Un gruppo corposo giace in Commissione Giustizia della Camera, che ha iniziato a esaminarle l'8 luglio del 2004. Nello stesso mese furono escluse otto proposte che miravano a «estendere l'istituto del matrimonio anche alle coppie omosessuali o comunque a modificare sostanzialmente il diritto di famiglia». All'esame della Commissione, presieduta da Gaetano Pecorella, sono rimaste otto proposte che non parlano di matrimonio ma di Pacs (vedi box a parte), di cui due (Grillini e Moroni) menzionano esplicitamente l'estensione dei Pacs agli omosessuali, mentre le altre non lo escludono. Nel luglio 2004 il diessino Franco Grillini, presidente onorario dell'Arcigay, chiese un'indagine conoscitiva per verificare la consistenza numerica delle unioni di fatto. L'indagine è andata a rilento; nella seduta del 4 ottobre la Commissione Giustizia ha concordato sulla necessità di concluderla in tempi rapidi (in realtà si è registrata la dura opposizione del centrosinistra, ndr) e il presidente Pecorella ha suggerito che «avvicinandosi la legislatura al suo termine naturale», la Commissione si «pronunci sulla opportunità di proseguire l'esame del provvedimento in discussione».

L'iter prevede che la Commissione completi l'indagine conoscitiva e giunga a un testo unificato da proporre all'esame della Camera. Ma difficilmente i tempi tecnici della legislatura consentiranno di arrivare a questo passaggio. AI Senato i disegni di legge sulle convivenze sono quattro e l'esame non è iniziato per nessuno di questi.



LA PROPOSTA GRILLINI: I "PACSISTI" COME I CONIUGI

La proposta Grillini raccoglie 161 deputati del centrosinistra. Essa è rivolta alle coppie sia etero sia omosessuali, non invece a chi ha vincoli di parentela. In molti articoli si propone una equiparazione dei "pacsisti" ai coniugi. Negli articoli sull'assistenza sanitaria, c'è un passaggio ulteriore: i "pacsisti" vengono equiparati ai componenti delle coppie di fatto non legate dal Pacs.

Si prevede una modifica dello stato civile, con l'iscrizione in un registro, che diventa una sorta di riconoscimento pubblico della coppia.

Il contraente di un Pacs è erede legittimo alla stessa stregua di un coniuge.

FISCO E PREVIDENZA Il trattamento in vigore per le coppie sposate è uguale anche per chi ha sottoscritto un Pacs da almeno due anni.

I "pacsisti" sono equiparati ai coniugi in materia di decisione sul trapianto di organi e di assistenza ospedaliera. Queste previsioni sono estese alle coppie di fatto, dunque in assenza di Pacs.

Il Patto può essere sciolto anche unilateralmente. In caso di scioglimento, colui che riceve l'affidamento dei figli ha diritto ad abitare la casa familiare e a un assegno di mantenimento. La parte che versa in condizioni di povertà ha diritto a ricevere gli alimenti per due anni.





I TESTI ALLA CAMERA



* Proposta di legge numero 3296, primo firmatario Grillini con altri 161 deputati, "Disciplina del patto civile di solidarietà e delle unioni di fatto" presentata il 21 ottobre 2002. n. 795 Bellillo, "Disciplina dei patti di convivenza", 13 giugno 2001.

n. 4334 Rivolta e altri 37 deputati, "Disciplina del patto civile di solidarietà", presentata il 2 ottobre 2003.

'1' n. 4442 Buemi, "Disciplina delle unioni di fatto", 29 ottobre 2003.

n. 4585 Moroni, "Istituzione del patto civile di solidarietà e disciplina delle famiglie di fatto", presentata il 22 dicembre 2003

n. 4588 Consiglio regionale della Toscana, "Disciplina delle unioni di fatto", presentata il 29 dicembre 2003. 4 n. 5153 Strano, "Modifiche al Codice civile concernenti l'introduzione del patto civile di solidarietà", 15 luglio 2004.

n. 5321 Titti De Simone con altri 9 deputati, "Disciplina delle unioni di fatto", presentata 1'1 ottobre 2004.



I TESTI AL SENATO

* n. 47 Cortiana, "Normativa sulle unioni civili", presentata il 16 ottobre 2001.

n. 305 Malabarba, "Disciplina delle unioni civili", presentata il 2 aprile 2002.

n. 3134 Biscardini, "Disciplina delle unioni di fatto", presentata il 5 ottobre 2004.

n. 3534 Angius , "Disciplina del patto civile di solidarietà e delle unioni di fatto", presentata il 7 luglio 2005 e sostanzialmente analoga alla proposta Grillini all'esame alla Camera.



CONVIVENTI, ECCO LE TUTELE GIÀ PREVISTE DALLA LEGGE



E' proprio vero che due persone che convivono senza essere sposate non dispongono di alcuna tutela? In realtà le cose non stanno proprio così, e l'aveva già indicato il cardinale Ruini aprendo il 19 settembre il Consiglio permanente della Cei: «Per quelle unioni che abbiano desiderio o bisogno di dare una protezione giuridica ai rapporti reciproci esiste anzitutto la strada del diritto comune, assai ampia e adattabile alle diverse situazioni». In effetti, l'unione non fondata sul matrimonio ha rilievo a vario titolo nell'ordinamento italiano.

In materia di edilizia residenziale pubblica, ad esempio, la legge 513 del 1977 include «i conviventi in forma continuativa a qualunque titolo» tra gli appartenenti al nucleo familiare del-l'assegnatario di un alloggio. La legge 40 sulla fecondazione assistita prevede l'accesso alla "tecniche" da parte di «coppie di maggiorenni di sesso diverso, coniugate o conviventi (...)». Un lavoratore ha diritto a un permesso retribuito in caso di decesso o grave infermità del coniuge o di un parente entro il secondo grado o del convivente (legge 53 del 2000).

In ambito penalistico, l'articolo 199 prevede la facoltà di astenersi dal deporre in giudizio per chi «pur non essendo coniuge dell'imputato, come tale conviva o abbia convissuto con esso». Anche la giurisprudenza assegna rilevanza alle unioni di fatto. Ad esempio, ci sono state diverse decisioni con le quali si è affermato che il convivente subentra nell'affitto sia in caso di morte del titolare del contratto sia nell'ipotesi che la convivenza sia terminata e vi siano però figli.





«NELLA COSTITUZIONE UNA SOLA FAMIGLIA»
IL PROFESSOR MARANO: SBAGLIATO IMITARE I PAESI STRANIERI.
NO ALLA EQUIPARAZIONE TRA CONVIVENTI E SPOSI
di Angelo Picariello



"Non si tratta di riproporre un'inutile e fuorviante contrapposizione fra laici e cattolici. Siamo di fronte invece a due diverse concezioni egualmente "laiche" del matrimonio, della famiglia e delle relazioni affettive». Venerando Marano, professore associato di Diritto ecclesiastico all'Università di Foggia - e autore del recentissimo libro "Le unioni di fatto", editore Giuffré - sgombra il campo da uno degli argomenti più gettonati per sostenere la regolamentazione delle coppie di fatto e i cosiddetti Pacs, i Patti civili di convivenza e solidarietà. «Anche i recenti interventi della Chiesa in materia argomentano non tanto in chiave teologica, quanto a partire dalla cosiddetta "recta ratio", in base alla quale le scelte di politica legislativa non possono "fare astrazione dei principi fondamentali della verità sulla persona umana"».

Un argomento molto forte, che esamina anche lei nel suo libro, è questo: come si può chiedere allo Stato di prendere impegni con una coppia che ha liberamente scelto di non prenderne alcuno?

E una delle obiezioni ricorrenti nel dibattito, anche se riguarda solo una parte della fenomenologia delle unioni di fatto, quella costituita da chi "potrebbe ma non vuole", e non anche quell'altra che ha degli impedimenti a contrarre un vincolo matrimoniale. Ma non vi è dubbio che una gran parte delle coppie di fatto sostiene di non essere interessata ad alcuna forma alternativa di legalizzazione del vincolo, proprio per evitare il paradosso di invocare l'intervento dello Stato per regolamentare una scelta di libertà.

D'altronde se una serie di previsioni riferite al matrimonio venisse attribuite anche ad altri rapporti, non ne discenderebbe un sostanziale svilimento della scelta matrimoniale?

In realtà non si può ignorare che solo la famiglia fondata sul matrimonio trova esplicito e specifico riconoscimento nella nostra Carta costituzionale. Questo chiaro "favor familiare" non esclude la possibilità di individuare alcuni rapporti connessi alla convivenza di tipo matrimoniale che presentino una propria rilevanza e un'autonoma giustificazione, ad esempio in materia di successione nella locazione, di mantenimento dell'abitazione, di assistenza e rappresentanza degli interessi in caso di malattia o morte, di risarcimento del danno in caso di morte del convivente causata da illecito altrui. Tuttavia, l'eventuale regolamentazione di questi aspetti non dovrebbe comportare un'equiparazione - formale o sostanziale, esplicita o implicita - della convivenza al rapporto coniugale, quale potrebbe derivare dall'approvazione di alcune proposte di legge attualmente all'esame del Parlamento. Situazioni diverse, quali da un Iato la famiglia fondata sul matrimonio e dall'altro le molteplici esperienze riunite nella categoria eterogenea delle unioni di fatto, non consentono una disciplina analoga se non al prezzo di una forzata assimilazione, che ignora la specifica identità del matrimonio e della famiglia o pretende di superarla in nome di una pretesa pluralità dei "modelli" familiari (e non solo delle relazioni affettive). Forse è proprio questo il vero obiettivo.

In effetti talune proposte, ancor prima che rispondere a esigenze concrete, sembrano perseguire un obiettivo di carattere simbolico e culturale, cioè il riconoscimento pubblico del valore di queste forme di convivenza.

Ma se risulta preclusa la strada del riconoscimento pubblico resta comunque perseguibile la strada del diritto privato?

Questa strada è da esplorare, nella ricerca di soluzioni condivise in grado di corrispondere meglio alla specificità dell'esperienza italiana, evitando di recepire in modo acritico modelli adottati in altri Paesi europei che non sembrano adeguatamente rispondenti al nostro sistema costituzionale, alla nostra tradizione culturale e sensibilità sociale.



CHI E

Venerando Marano è professore associato di Diritto ecclesiastico alla la Facoltà di Giurisprudenza dell'Università di Foggia. E autore di numerose pubblicazioni dedicate all'esame della disciplina del fenomeno religioso nell'esperienza giuridica contemporanea. Fra i suoi lavori monografici più recenti, si segnalano quello su "Il fenomeno associativo nell'ordinamento ecclesiale" (Giuffré ed., 2003) e su "Le unioni di fatto. Esperienza giuridica secolare e insegnamento della Chiesa" (Giuffrè ed., 2005).


http://www.gaynews.it/view.php?ID=34777

Uno straccio di laicità

Sex crimes and the Vatican

Disclaimer

Questo blog non rappresenta una testata giornalistica in quanto viene aggiornato senza alcuna periodicità. Non può pertanto considerarsi un prodotto editoriale ai sensi della legge n. 62 del 7.03.2001.