Ds, Verdi, Rosa nel Pugno e Rifondazione mettono in lista figure di spicco.
Franco Grillini: "La rappresentanza in Parlamento crescerà"
Di Delia Vaccarello
---
Candidati gay e lesbiche ai nastri di partenza per le elezioni del nove aprile. Dai Ds, ai Verdi, a Rifondazione, alla Rosa nel Pugno, i nomi sono diversi, alcuni di elezione certa, altri inseriti nelle liste a dimostrazione per l'elettorato che i partiti tengono in conto le istanze del mondo omosex e trans, ovvero della comunità che si riconosce nella sigla glbt (gay,lesbiche, bisex e trans). Il pacchetto di voti non è di poco conto: si stima che oscilli intorno ai tre milioni. Vediamo dunque i nomi in lizza. Ma, ricordate: nella scheda non si possono esprimere le preferenze , pena l'annullamento. Conoscere i nomi dei candidati serve comunque a capire le intenzioni dei partiti che li candidano. Elezione "blindata" per Franco Grillini, candidato dai Ds in Lombardia, che ha alle spalle cinque anni alla Camera, durante i quali ha presentato 18 proposte di legge, tra cui l'ormai notissimo Pacs, e ha totalizzato 21.727 presenze in aula, piazzandosi tra i parlamentari più assidui. L'"omorevole", come ama definirsi scherzando, fa un confronto tra il 2001 e adesso, a tutto vantaggio del presente: "Cinque anni fa le possibilità di vincere erano ridotte al minimo. Oggi c'è la certezza di un aumento della rappresentanza glbt in Parlamento. Almeno di quella che ha fatto il coming out. Dovrebbe essere possibile sostenere i diritti dei gay". Niente più lotta di piazza, allora? "Al contrario, dopo le elezioni il movimento dovrà farsi sentire ancor di più. E la prova sarà il Pride di Torino". Riconferma piena anche per Titti De Simone, parlamentare di Rifondazione, prima lesbica dichiarata e attivista eletta in Parlamento nel 2001. Ha al suo attivo la presentazione di proposte di legge a favore dei diritti delle persone omosex e trans: sulle unioni civili, per introdurre norme antidiscriminatorie nel lavoro, per modificare in termini avanzati l'attuale normativa sul cambio di sesso, per il diritto di asilo alle persone omo che fuggono da paesi in cui l'omosessualità è punita e repressa. Per la De Simone il governo spagnolo è un modello: è prima firmataria di una proposta di legge di riforma del diritto di famiglia che mira a introdurre nel nostro ordinamento le norme varate dal governo Zapatero, fra cui il matrimonio fra omosessuali e l'adozione per gay e lesbiche. Ds e Rifondazione schierano anche altri nomi. Il partito di Bertinotti ha lanciato la candidatura transgender di Vladimir Luxuria, artista e persona di spettacolo. Foggese di nascita e romana d'adozione, è al secondo posto, subito dopo Fausto Bertinotti, nella lista alla Camera di Rc, riscuotendo applausi e critiche. All'interno del movimento, mai facendo mancare la stima per l'artista, alcuni avrebbero preferito una persona più ferrata sul piano delle leggi e delle dinamiche del dibattito politico, mentre la destra, dal canto suo, ha sbeffeggiato in più occasioni la candidatura di Luxuria attingendo al campionario dei pregiudizi. Di fatto, Vladimir Luxuria ha retto una campagna elettorale non facile, mostrando capacità di non cadere nella trappola delle provocazioni. In parlamento, poi, verrà confermata la presenza di Alfonso Pecoraio Scanio per i Verdi, bisex dichiarato. Ancora, Ds ed Rc indicano nelle loro liste nomi di rilievo sulla scena omosex. Alessandro Zan, Vanni Piccolo, e Agata Ruscica vengono candidati dalla Quercia. Rosi Castellese da Rifondazione. Vanni Piccolo, membro della segreteria regionale Ds ed esponente storico del movimento gay a Roma, è candidato per il Senato. Zan è nelle liste della Camera. In prima fila nell'organizzazione del Padova Pride, dal 2003 Zan è coordinatore della campagna un "Pacs avanti", e dunque responsabile insieme ad altri di tutte le iniziative volte a sensibilizzare l'opinione pubblica. Sua l'idea di celebrare il "pacs dei politici" in piazza Farnese lo scorso gennaio alla presenza del giudice della Corte di Cassazione, Giovanni Palombarini. Tra le coppie presenti sul palco c'erano Agata Ruscica e Angela Barbagallo. Insieme da oltre 25 anni, promotrici di una serie di iniziative per il riconoscimento della loro unione affettiva anche all'anagrafe, sono un esempio chiaro di necessità di riconoscimento dei diritti all'interno delle coppie di fatto. "Sono orgogliosa di questa candidatura e imposterò la campagna elettorale sui diritti - dichiara Agata che corre per il Senato nella lista Ds della Sicilia orientale -. Credo che candidare una donna gay in Sicilia sia stato un messaggio forte, in una terra dove impera il macismo. È una candidatura che parla all'immaginario collettivo e fa intravedere altri modi di essere e di vivere". Ma Agata non è sola. A Palermo Rifondazione candida Rosi Castellese, "la pasionaria delle tematiche glbt" nella città di Santa Rosalia. Presidente arcilesbica di Palermo, il suo nome compare in una lista, tiene a precisare, che "candida ed elegge il 40 per cento delle donne". Anche i Verdi hanno indicato altri nomi: per il Senato Gianpaolo Silvestri che, tra i fondatori dell'Arcigay, ha scritto "Omosessuale è naturale", titolo ripreso da manifesti adesivi di impatto con il sole che ride associato all'omosessualità; per la Camera Fabio Croce, scrittore ed editore romano di letteratura gay, impegnato da sempre per l'affermazione dei diritti civili delle minoranze sociali e delle persone glbt. Infine Marcella Di Folco, alla testa del Mit, Movimento italiano transessuali, figura di spicco della comunità, è candidata per Palazzo Madama. La Rosa nel Pugno segnala con i nomi in lista l'attenzione rivolta all'elettorato gay e il sostegno ai Pacs in vista di un impegno futuro. Schiera nel Veneto Michele Breveglieri; nel Lazio al Senato, al sesto posto, Maria Gigliola Toniollo, dal '92 dentro la Cgil in prima fila sul fronte dei "nuovi diritti" di omosex e trans, di notevole preparazione giuridica; alla Camera candida Enzo Cucco, coordinatore del Torino Pride, e Luca Trentini, presidente Arcigay di Brescia, ex seminarista, allontanato perché gay.
http://www.gaynews.it/view.php?ID=36880
mercoledì 29 marzo 2006
Candidati gay, lesbiche e trans pronti per il via
domenica 26 marzo 2006
Newsweek: i guasti di Berlusconi peseranno per anni sull'Europa
Dall'amico americano, certo, il Berlusconi non si sarebbe aspettato un tiro mancino come questo, proprio a ridosso delle elezioni. L'edizione europea del settimanale Newsweek lo sbatte in copertina con una faccione accigliato e un titolo cattivo: Why Silvio Isn't Smiling, perché Silvio non ride. All'interno, in un lungo articolo su «ascesa e caduta di Berlusconi», la rivista statunitense fa un'analisi della sua esperienza politica sottolineando come questi cinque anni alla guida del governo italiano abbiano soprattutto fatto male all'Europa. «Il pericolo reale che l'Italia di Berlusconi pone per l'Europa è economico. Durante il suo governo la quarta economia d'Europa è diventata l'anello debole dell'unione. Da un già anemico tasso di sviluppo del 1.8% l'italia ha rallentato sino allo 0.0.%. Niente!...». E Newsweelk conclude: che Berlusconi «vinca o perda, l'Europa dovrà fare i conti con lui e col suo lavoro per molti anni a venire».
Ma i giornalisti americani non sono poco convinti che Berlusconi possa farcela: «la macchina politica di Berlusconi è allo sfascio. Il suo primo dibattito televisivo è stato un disastro. La sua coalizione e il suo governo sono fuori controllo. Berlusconi sta attaccando ormai anche la grande impresa - nocciolo dei suoi sostenitori ieri - sempre più preoccupata per quel che sembra l'inarrestabile declino italiano. Ma mentre molti dei mali che affliggono l'Italia possono essere attribuiti al suo fiammeggiamente primo ministro, quelli più seri e che maggiormente minacciano il resto d'Europa sono destinati a durare indipendentemente da chi vincerà le elezioni».
La conclusione dell'articolo è sconfortante, non tanto per il premier, quanto per gli italiani e per il suo successore: «Le sue fughe e le sue figuracce sono state per troppo tempo un diversivo per i sempre più gravi problemi dell'Italia. Le difficoltà del Paese sono così formidabili che il suo successore dovrà essere quasi un superuomo per poter superare».
http://tinyurl.com/m857q
I moderati immaginari alla corte di re Silvio
di EUGENIO SCALFARI
IL DIBATTITO sull'importanza politica dei moderati italiani prese il via a partire dalla primavera del 2004. Da allora è ininterrottamente proseguito. Siamo alla primavera del 2006, mancano esattamente due settimane alle elezioni e quel dibattito è ancora in corso. Non pare abbia dato molti frutti per una serie di ragioni: equivoci lessicali, interessi e furberie politiche, pigrizia intellettuale, luoghi comuni mediatici.
Ho partecipato anch'io a quel dibattito in varie occasioni e in particolare con tre articoli su "Repubblica" rispettivamente dell'8 luglio e del 27 ottobre 2004 e del 21 agosto 2005, cercando di chiarire gli equivoci lessicali, mettere in luce gli interessi economici e politici che usano il termine "moderati" per dritto e per rovescio e spronare gli intellettuali a scuotersi dalle loro pigrizie. Direi con scarso successo. Visto l'esito avevo quindi deciso di abbandonare il tema e arrendermi all'uso così confuso e spesso contraddittorio del termine "moderati".
Confesso che a volte è piacevole arrendersi, specie quando non è in gioco l'onore, l'onorabilità. Farsi cullare dal luogo comune può essere refrigerante, mettere il cervello in letargo è un modo come un altro di conoscere la beatitudine passiva. "Passivity rule", termine finanziario anglosassone molto apprezzato nei casi di Opa di incerta soluzione.
In questa nuova e arresa disposizione d'animo mi aspettavo che dopo la sortita del presidente del Consiglio al convegno confindustriale di Vicenza i moderati italiani manifestassero la loro presenza inviando un qualche messaggio con voce sia pur moderata ma chiara e netta. Gli elementi per attendersi questa reazione c'erano tutti: plateale violazione di regole in casa d'altri, interferenza altrettanto plateale del capo del potere esecutivo (cioè di una delle maggiori cariche dello Stato) nella vita di un'associazione privata, accuse pubbliche e facinorose contro la stampa, la magistratura, l'opposizione parlamentare, le Università, le persone della cui ospitalità stava fruendo in quel momento.
Uno spettacolo purtroppo conosciuto ma mai ancora verificatosi in un luogo - la Confederazione degli industriali - che dovrebbe essere almeno in teoria il tempio, il sacrario del moderatismo politico. I moderati - pensavo - non avrebbero retto a quello scempio, a quell'estremismo politico oltreché verbale che non trova riscontro in nessuna democrazia liberale che conosciamo. Perciò aspettavo con fiducia. Ebbene, non è accaduto assolutamente nulla. Non si è sentito un fiato.
Anzi: la presidenza confindustriale ha emesso un commento severo nei confronti della sortita berlusconiana, ma poi ha dovuto chiudersi a riccio sotto le proteste dei piccoli industriali del Nordest (e non solo del Nordest) imponendo il silenzio stampa a tutte le associazioni confederate; Della Valle, insultato dal presidente del Consiglio in quello stesso convegno vicentino e privato a forza di fischi del diritto a rispondere, si è dimesso dal direttivo confederale per potersi difendere "senza compromettere l'associazione".
I "moderati" che seguono Casini non hanno emesso verbo. Quanto al loro leader, ha detto che lui preferisce discutere di problemi concreti e non farsi coinvolgere in polemiche. E questa dichiarazione è stata considerata come il ruggito d'un leone nei confronti del leader massimo. Fini ha mantenuto un "aplomb" da fare invidia alle statue di cera del museo Grévin. In compenso i suoi colonnelli La Russa e Gasparri, berlusconiani onorari, si sono allineati ai colleghi di Forza Italia, i soliti, osannanti al colpo di teatro vicentino.
Questi sarebbero gli esponenti economici e politici dei moderati italiani: imprenditori come l'ex presidente di Confindustria, D'Amato, leader politici come Casini e Cesa, quadri dirigenti di Forza Italia. Quanto al partito di Alleanza nazionale, da tempo si sta riaccendendo nel cuore di molti di loro la fiamma missina, quindi non c'è da stupirsi.
Passi comunque per gli apparati: guardano alle elezioni e non hanno spazio per pensare ad altro. Ma i moderati? I moderati di base? La gente comune che si ritiene moderata? Quelli che coltivano il buonsenso, le buone creanze, la tolleranza, il giusto mezzo, il centrismo come luogo santo, il rispetto delle istituzioni? Dove sono finiti? Queste domande mi hanno scosso e mi hanno suggerito questa proposizione: i moderati in Italia non esistono. Non sono mai esistiti.
Esistono i conservatori. Gli indifferenti. Gli antipolitici. Gli anarco-individualisti. Anche i trasformisti. Anche i doppiogiochisti. Ma i moderati nel senso di liberal-democratici, quelli no, non ci sono o sono quattro gatti. Quei pochi, semmai, stanno nel centrosinistra. Sono quelli che si riconoscono in Ugo La Malfa, nei fratelli Rosselli, in Turati, in Norberto Bobbio e Vittorio Foa, e nei quali non fa affatto schifo di essere in compagnia politica con i cattolici della Margherita, i diessini di Fassino e D'Alema. Di avere Prodi come leader e di guardare a Ciampi come il solo punto di riferimento istituzionale poiché i capi delle altre istituzioni hanno fatto fagotto. Insomma il popolo riformista.
Ci potrebbe anche essere un riformismo moderato. In molti Paesi esiste e anzi vigoreggia. Ma da noi no perché da noi i moderati sono un'invenzione verbale. Da noi, parliamoci chiaro, non esiste la borghesia. Quella che fece le Cinque giornate milanesi del '48. Quella dell'illuminismo riformatore dei fratelli Verri e di Beccaria. Quella delle riforme agrarie nella Toscana e nell'Emilia. Dei setaioli e dei cotonieri che eleggevano a Biella Quintino Sella. Insomma la borghesia cavouriana che fondò lo Stato perché era portatrice di valori e di interessi.
Purtroppo quella borghesia non ha attecchito per lungo tempo. Durò poco più di un batter di ciglia. Fu seppellita dal fascismo. La Dc di De Gasperi la riportò in vita con una sorta di respirazione bocca a bocca, ma era una piccola borghesia del pubblico impiego, ceto medio del terziario, coltivatori diretti in fase di smobilitazione. Tenuti insieme dall'assistenzialismo pubblico e dalle braccia protettive di Santa Romana Chiesa.
Moderati? Cosiddetti. Conservatori? In parte. Apolitici? In maggioranza. Il gruppo dirigente Dc li trattenne al centro. Riuscì addirittura a portarli all'alleanza con i socialisti. Poi, tendendo ancora di più l'elastico, all'"attenzione" amichevole verso il Pci. Ma nel momento del "liberi tutti" dopo Tangentopoli, rotte le righe che li trattenevano, gran parte di loro rifluirono a destra. Con Casini? Solo le briciole. Il grosso si riconobbe senza sforzo alcuno in Berlusconi. Nella tv delle ballerinette, del Grande Fratello e dell'Isola dei Famosi. Nell'Italia raccontata da Nanni Moretti con ironia e dal Bagaglino con convinto candore.
Ci sarà anche del buono in quest'altra metà della mela italiana; anzi certamente c'è. Ma non c'è la borghesia, che non si esaurisce in una figura patrimoniale ma condensa la sua essenza imprenditoriale nell'innovazione dei prodotti, nella libera competizione, nel contributo a costruire un ambiente che faccia sistema e includa energie, potenzialità e anche debolezze. Gli anglosassoni lo chiamano "togetherness", noi lo traduciamo "insiemità". E' il tratto che ha fatto la forza delle nazioni e la loro ricchezza creando le classi dirigenti appropriate e le culture della libertà e della democrazia.
Una borghesia che accetti di farsi rappresentare da una squadra di demagoghi, populisti, arraffoni, infiocchettati da un pizzico di futurismo marinettiano come efficacemente l'ha definito Edmondo Berselli, non è una borghesia ma la sua grottesca caricatura.
Accettò d'esser presa in giro cinque anni fa dal "contratto con gli italiani", un elenco di promesse da marinaio delle quali ogni persona sensata avrebbe capito l'illusorietà. Mancavano dieci giorni alle elezioni ma nessuno chiese a Berlusconi di dire come avrebbe finanziato quelle promesse. Si vide dopo: le finanziò azzerando l'avanzo primario del bilancio che aveva ricevuto in eredità dal precedente governo, condonando entrate, non perseguendo le evasioni, lasciando briglie libere alle spese improduttive, tagliando i trasferimenti agli enti locali, inasprendo le imposte indirette, facendo lievitare ancora di più lo stock del debito pubblico.
Con tutto ciò le clausole di quel "contratto" restarono largamente inadempiute. Con questo po' po' di passato prossimo alle spalle si accusa oggi Prodi di non dire come finanzierà i suoi impegni programmatici, a cominciare dal taglio del cuneo fiscale. Lo si accusa di voler tassare i Bot e il risparmio. Ma Prodi ha detto chiaramente quale sarà la sua politica. Ha detto: "Manterrò ferma la pressione fiscale senza aumentarla di un centesimo. Sposterò una parte di quella pressione dalle spalle più deboli alle spalle più forti". Non poteva essere più onesto e più chiaro: "Dalle spalle più deboli alle spalle più forti".
La borghesia della Destra storica si autotassò ferocemente per costruire lo Stato. Era una borghesia soprattutto fondiaria e pagò il suo debito alla comunità e allo Stato da lei costruito e governato contribuendo con il 62 per cento alle entrare tributarie totali negli anni che vanno dal 1865 al 1876. Allora dico: giù il cappello di fronte a quella destra e a quella borghesia. Essa aveva in Cavour, Sella, Minghetti, Spaventa, i suoi punti di riferimento. I se-dicenti borghesi dei giorni nostri hanno come modelli Berlusconi e Tremonti.
Basterebbe questo a farci capire perché Mister Tod's viene considerato un bolscevico da molti suoi colleghi. E perché nei cinque anni appena trascorsi la competitività delle imprese italiane abbia perso 25 punti nella classifica mondiale, il bilancio faccia acqua da tutte le parti, la crescita sia bloccata da tre anni e l'Europa ci tratti a pacche sulle spalle e a calci nel sedere.
(26 marzo 2006)
http://tinyurl.com/gzf7c
giovedì 23 marzo 2006
Verso il voto contro tutti, il Cavaliere all'ultimo assalto
di CURZIO MALTESE
Silvio Berlusconi
CON l'avvicinarsi di una sconfitta annunciata, almeno dai sondaggi, il berlusconismo tira fuori il peggio, estrae dal vaso di Pandora il lato più oscuro e pericoloso, eversivo e distruttivo. Si dirà che è una strategia.
Anche oggi il premier ha conquistato la prima pagina. Ma dove s'è visto un capo di governo che parla della vittoria dell'opposizione come di un'"emergenza democratica", ferma l'auto blu per apostrofare un passante colpevole d'averlo contestato, corre a un'assemblea d'industriali per insultarne i vertici? Può far ridere e può far paura. Forse più paura perché al voto mancano ancora tre settimane e l'uomo più potente d'Italia ha già dato ampia prova di essere disposto a qualsiasi cosa, qualsiasi davvero, pur di non accettare l'idea che gli italiani siano semplicemente stanchi di lui.
Il Cavaliere descrive l'opposizione con un linguaggio da estremista di destra, fa appello ai luoghi comuni di una sottocultura reazionaria che mescola suggestioni da '48, maccartismo di provincia, toni sudamericani, più la lezione dell'unica sua vera scuola politica, la P2.
È inevitabile indignarsi ma è più importante cercare di capire la logica dell'ultimo assalto, gli effetti che può ottenere fino al 9 aprile e oltre.
Il primo risultato è l'aver trasformato la prossima elezione, più d'ogni altra del decennio, in un referendum pro o contro Berlusconi. Più che il '48, andrebbe citato il '46, il referendum fra monarchia e repubblica. Dopo una campagna come questa, con un'eventuale vittoria il premier diventerebbe il padrone del Paese, assai più di quanto non sia stato negli ultimi cinque anni.
Questa sì sarebbe un'autentica "emergenza democratica". Ma anche nel caso di sconfitta, il signore di Arcore rimarrebbe il padrone assoluto dell'opposizione e di metà Parlamento.
Avrebbe così una buona trincea per continuare a difendere i propri giganteschi interessi. In questo senso l'ultimo assalto di Berlusconi dovrebbe preoccupare più i suoi alleati che i suoi avversari. Per Romano Prodi l'estremismo del rivale può essere un vantaggio ed è sicuro che il Professore lo considera tale.
I toni da guerra civile spaventano l'elettorato moderato che, per quanto minoritario in Italia, spesso decide vittorie e sconfitte. Quanto più Berlusconi cerca lo scontro, la divisione, la simulazione di guerra civile, tanto più Prodi accentua la sua immagine pacifica, costruttiva, di grande unificatore, e moltiplica gli appelli all'interesse generale della nazione rispetto alle sfide internazionali. Ora, fra l'Italia spaccata dell'uno fra "rossi" e "neri" o blu e l'Italia riunificata dell'altro, non vi è dubbio che la seconda sia un'immagine più attraente. Berlusconi punta sul "tanti nemici, tanto onore", efficace sul suo elettorato più nostalgico e vittimista ma estenuante per gli altri che ogni giorno vedono allungarsi il fronte dei nemici mortali e la teoria dei complotti, dai magistrati ai centri sociali, dalle cooperative ai proprietari del Corriere, dalla Cgil ai vertici di Confindustria, dai poteri forti all'ultimo scrutatore di seggio, tutti collegati da un filo rosso.
Prodi vanterà forse troppi amici ma la sua visione della società italiana e dei suoi problemi, nel confronto con la paranoia dell'altro, risulta assai più realistica e sensata. Almeno un pezzo di società, che vota guardando le proprie tasche più che la televisione, è stanca di teatrini e assai preoccupata per il futuro economico.
Con i toni da guerra civile di questa campagna elettorale, Berlusconi ha insomma poche possibilità di distruggere la sinistra, come sembra proporsi. Ha piuttosto ottime possibilità di distruggere la destra. Allontana o chiude la speranza che un'eventuale sconfitta della maggioranza possa inaugurare una stagione politica davvero nuova, con l'avvento di una destra finalmente europea, non più legata al carro anomalo del conflitto d'interessi. Con questa campagna, comunque vada a finire il voto, il Cavaliere ha chiarito di voler rimanere al centro della scena dopo il 10 aprile, ben deciso a stroncare ogni ipotesi di successione.
Sarà il padrone dell'Italia oppure il padrone dell'opposizione, ma sempre un padrone. Gianfranco Fini e Pierferdinando Casini, che s'illudono di guidare a destra il dopo Berlusconi, hanno provato a contrastare l'impostazione "referendaria" dell'alleato. Ma ora hanno chinato la schiena davanti alla campagna ad personam come l'hanno piegata ogni volta per cinque anni davanti alle leggi ad personam.
All'orizzonte della destra non c'è alcun dopo Berlusconi.
C'è forse un leader che la sera del 10 aprile sbraita di brogli elettorali.
C'è forse un capo dell'opposizione pronto a bloccare i lavori parlamentari alla prima proposta di legge sul conflitto d'interessi o di riforma televisiva.
C'è di sicuro l'ultima rata del pesante mutuo che l'Italia sta pagando da dodici anni al fatto di avere al centro della propria vita pubblica un colossale conflitto d'interessi. Più la pena di dover prendere sul serio ogni giorno un delirio ormai evidente ma che è impossibile ignorare perché proviene dal leader di mezzo paese. Con un pizzico d'invidia per le altre democrazie, dove nessun capo di governo di destra o di sinistra si sogna di chieder conto all'opposizione di ogni protesta o incidente di piazza. Neppure quando i contestatori incendiano Parigi, invece di rompere una vetrina o urlare contro l'auto blu del presidente.
(23 marzo 2006)
http://tinyurl.com/om5nq
mercoledì 22 marzo 2006
Laurea in offerta speciale per i dipendenti del Viminale
La convenzione «miracolosa» con l'Università San Pio V fa risparmiare da 12 a 18 esami
Era dai tempi di Solforio, il personaggio di Alto Gradimento inventore del «pacco operaio, pacco del lavoratore», che non si vedevano offerte simili. Al posto del piumino termico, del set asciugamani o della mitica supposta a tre punte, ci sono ora le lauree facili. Proposte in convenzione come batterie di pentole.
Una sagra di offerte speciali: e in più ti ci metto l'esame di diritto pubblico, più l'esame di statistica e più, mi voglio rovinare, l'esame di diritto privato! Da non perdere la proposta ai dipendenti del Viminale dell'«Università San Pio V»: solo 6 esami, lisci lisci, ed eccoti dottore! Per carità: è tutto formalmente in regola. La nuova legge prevede appunto che gli atenei possano riconoscere agli aspiranti laureandi dei «crediti», maturati facendo per anni un certo lavoro, che rendono loro superflua l'imposizione di un esame. Esempio: si suppone che un impiegato della Ragioneria dello Stato da venti anni addetto a leggere i bilanci si sia fatto col tempo una infarinatura intorno a certi argomenti e ne sappia perfino di più di qualche studente che ha appena dato l'esame.
Fin qui, poche obiezioni. Alzi la mano chi oserebbe contestare un salvacondotto per una laurea agevolata in letteratura a Dario Fo, in storia del teatro a Giorgio Albertazzi o in scienze al paleontologo veneziano Giancarlo Ligabue, protagonista di decine di spedizioni per le maggiori università del mondo e autore di scoperte che oggi portano il suo nome come il Masrasector ligabuei (un creodeonte oligocenico) o l'Araripescorpius ligabuei (uno scorpione cretacico). L'innovazione ha però spalancato una porta nella quale hanno fatto irruzione un mucchio di atenei, spesso gli ultimi arrivati e i più discussi, che vanno in cerca di clienti esattamente come una compagnia assicurativa va in cerca di gente disposta a fare una polizza vita. E va da sé che (sono affari, bellezza...) la concorrenza è spietata e spinge le varie università a offrire le condizioni migliori, i prezzi più bassi, i percorsi più facili bussando di porta in porta come un tempo i rappresentanti della Folletto. L'Università telematica non statale Tel.ma, ad esempio, ha inviato ai sindacati dell'Usi/Rdb-Ricerca, la proposta di una convenzione già compilata in ogni dettaglio salvo un po' di puntini di sospensione da riempire a cura della controparte.
Nessuno però, per quanto se ne sa, ha messo all'amo le esche che ha messo la «Libera Università degli studi S. Pio V», di Roma, nella convenzione firmata con il ministero degli Interni.
Nata nel 1996 con un forte «riferimento ai valori cristiani», guidata dal rettore Francesco Leoni, già docente a Chieti e a Cassino, additata da qualche malalingua come vicina all'Opus Dei e alla ciellina Compagnia delle Opere, la «S.Pio V» ha sede in via delle Sette Chiese (e ti pareva...) ed era già finita sui giornali. Prima per i nomi dei professori via via coinvolti, da Rocco Buttiglione a Salvo Andò, da don Giacomo Tantardini a Ferdinando Adornato. Poi per un convegno sui diritti umani. Convegno che, scartati i lugubri centri congressi moldavi e i cupi alberghi bulgari, venne organizzato nella caliente Avana con estensione a Varadero. E infine per le polemiche sollevate nell'ottobre 2003 da un sontuoso finanziamento: un milione e mezzo di euro l'anno corrispondente, secondo il diessino Walter Tocci che cercò inutilmente di mettersi di traverso, a dieci volte la somma media stanziata per le fondazioni private di ricerca. Così da suonare come un «regalo inspiegabile, ingiusto e offensivo per tutti gli altri». E da spingere Repubblica a bollare l'ateneo come «l'Università miracolata». Poco ma sicuro, altre polemiche scoppieranno adesso. Nella convenzione col Viminale, infatti, la «S. Pio V» offre ai dipendenti del ministero di «Area B» e con «Posizioni economiche B2 e B3» (per capirci traducendo dal burocratese: quelli che una volta si chiamavano gli impiegati di concetto) la possibilità di ottenere una laurea triennale in Scienze Politiche e Sociali facendo soltanto una manciata di esami: elementi di diritto e procedura penale, sociologia della devianza, sociologia dei processi culturali, storia delle relazioni internazionali, psicologia sociale, psicopatologia, geopolitica, pedagogia sociale, sociologia dei fenomeni politici, scienza della politica, diritto internazionale o dell'Ue e infine demografia. Totale: una dozzina di esami.
Di quelli che gli studenti considerano da sempre, a torto o a ragione, «facili». Quelli «dove si chiacchiera». Quelli dove non c'è il rischio di restare impigliati in una definizione testuale, una legge, un comma. E tutti gli altri, quelli più difficili? Abbonati. Ancora più ghiotta, però, è l'offerta agli aspiranti dottori che al Viminale hanno raggiunto grazie ai concorsi interni (più volte bocciati e sanzionati dai giudici, ma inutilmente) posizioni per le quali sulla carta sarebbe stato necessaria la laurea. Come i dirigenti prefettizi, quelli di «Area 1» e quelli di «Area C», vale a dire, molto schematicamente, i funzionari e i vecchi direttori di sezione. A loro, di esami, ne vengono abbonati 18. E che esami! Praticamente tutti, ma proprio tutti, quelli che i giuristi di lingua spagnola chiamano troncales perché costituiscono il tronco di un percorso universitario e mediamente tolgono il sonno agli studenti bravi e volonterosi inchiodandoli al tavolino per un paio di mesi l'uno: dal diritto pubblico al diritto amministrativo, da statistica a diritto privato, da economia politica a diritto costituzionale comparato. Via tutti gli incubi, avanti con gli esami-materasso: sociologia della devianza, sociologia dei processi culturali, psicologia sociale, psicopatologia, geopolitica, pedagogia sociale. Sei prove in totale: bene, bravo, brindisi, lei è dottore. Alla faccia di chi attende da anni i concorsi per occupare i posti destinati ai laureati veri. Per carità: bene così. Purché si abolisca però, come invocano le persone serie, il valore legale dei titoli di studio. E purché ai nuovi dottori venga dato in omaggio, s'intende, un set di pentole antiaderente.
Gian Antonio Stella
22 marzo 2006
http://tinyurl.com/n2w83
lunedì 20 marzo 2006
Capo del governo per diritto divino
di EUGENIO SCALFARI
FASSINO HA detto di lui: "È un uomo disperato". Eco ha scritto: "La democrazia è in pericolo". D'Alema: "Demagogia e populismo allo stato puro". Giuliano Ferrara: "Meglio un colpo di Stato o almeno un colpo di teatro che la noia". I suoi giornali usciti ieri in crumiraggio: "Ha conquistato gli industriali". Pininfarina dopo lo show di sabato mattina: "Confusione mentale dovuta forse allo stress".
Fini, Casini, Calderoli: "Avanti così". (Il presidente della Camera ha aggiunto l'ombra d'una riserva: "Lasciamo da parte le polemiche e pensiamo ai problemi concreti").
Quanto a Ciampi immagino, anzi ho fondato motivo di ritenere, che sia molto preoccupato di altri atti inconsulti in queste ultime tre settimane di campagna elettorale e anche dopo, fino a quando resterà a Palazzo Chigi in attesa che il nuovo capo dello Stato nomini il nuovo capo del Governo, cioè più o meno fino ai primi di maggio, ancora un mese e mezzo di passione nel senso della "Via Crucis".
Ma chi è, che cosa è diventato il Berlusconi di questa campagna elettorale? Una scheggia impazzita di un sistema istituzionale volutamente frantumato in cinque anni di bracconaggio legalizzato dalla maggioranza parlamentare? Un eversore disposto a tutto pur di non lasciare il potere? Un caso di egolatria da manuale psichiatrico?
Per fortuna siamo ancorati all'Europa. L'Europa avrà perso gran parte della sua forza propulsiva e questo governo ci ha messo del suo per azzopparla, ma nonostante sia male in arnese ha ancora forza sufficiente per impedire che l'Italia si trasformi in una zattera alla deriva. Ha ragione Prodi quando dice che il rilancio economico e politico dell'Europa rappresenta l'obiettivo principale sul quale dobbiamo puntare fin dai primi giorni dell'auspicabile governo di centrosinistra. Lo dice anche Tremonti e Fini e Casini.
Un po' tardi dopo cinque anni durante i quali hanno dato mano (Tremonti) o hanno subito in silenzio il picconaggio delle istituzioni europee e dello spirito che le teneva in piedi. Meglio tardi che mai, ma non troppo tardi. Una conversione in fin di vita può bastare per salvarsi l'anima ma non salva la credibilità d'una politica dissennata che ci ha screditato riducendo a zero il nostro prestigio in Europa e nel mondo.
Sabato, nel suo comizio al convegno della Confindustria, il presidente del Consiglio ha urlato dalla passerella: "Abbiamo portato l'Italia al vertice del suo prestigio internazionale e voi che girate il mondo lo sapete".
Ebbene, chi gira il mondo e ha contatti sia con la gente sia con le istituzioni di altri paesi sa che il mondo ride di noi. Siamo ridiventati oggetto di dileggio e di sconsiderazione, un pessimo esempio da non imitare per il resto del mondo che pure non brilla per saggezza e senso di responsabilità. Nella classifica della competitività economica siamo scivolati al quarantasettesimo posto, ma in quella del prestigio siamo sotto zero, alla stregua del colonnello Gheddafi e forse anche più giù. Se non ci fosse Ciampi ci avrebbero già cacciati a pedate dai consessi internazionali.
Gli imprenditori che girano il mondo queste cose le sanno benissimo, anche quelli che gridano "Silvio Silvio" quando si sentono promettere che pagheranno solo il 5 per cento di tasse se Berlusconi vincerà. Il 5 per cento? Ci credono davvero? Nemmeno le allodole si farebbero accalappiare da specchietti così fasulli.
* * *
Che cosa ha detto Silvio Berlusconi nel comizio di sabato con il quale ha travolto le regole stabilite dalla Confindustria per poter agevolmente interrogare i due protagonisti dello scontro elettorale? "Il vero e sostanziale contenuto di quella presenza è stato l'esibizione del corpo del re. Quel corpo trasuda energia, ottimismo, capacità taumaturgiche, umori, sicurezza. Ma anche odio per il nemico e sopportazione infastidita degli alleati, disprezzo per le regole, noncuranza per le opinioni altrui. Logorrea. Luoghi comuni.
"Barzellette grevi. Sessuologia da taverna. Megalomania e egolatria. E due messaggi martellati senza risparmio: il pericolo del comunismo incombente, l'incompetenza e l'immoralità della sinistra. Questo è il messaggio che il corpo del re comunica dai teleschermi da lui saldamente occupati".
Ho scritto queste frasi in un articolo intitolato "Su tutti gli schermi il corpo del re". La data è quella del 29 gennaio scorso. Durava già da un mese l'invasione barbarica delle radio e delle televisioni in spregio alle regole del pluralismo che proprio in quei giorni Ciampi ricordava con lettere pressanti indirizzate alla Commissione di vigilanza e al consiglio d'amministrazione della Rai. Da allora è scattata anche finalmente la norma della "par condicio" che è stata applicata una sola volta nel confronto con Prodi del 14 marzo. Dovrebbe ripetersi il 3 aprile, ma dopo quanto è accaduto ieri dubito molto che quell'appuntamento e il rispetto di quelle regole arbitrate da Bruno Vespa ci saranno.
Il leader di Forza Italia ha constatato la sua incapacità di contenersi, ha assaporato l'amaro della sconfitta in quell'occasione e nell'altra immediatamente precedente con Diliberto. Ha tentato di infrangerle nella trasmissione di Lucia Annunziata conclusa con il suo clamoroso ritiro.
Penso che non vorrà rispettarle mai più. Sta giocando la sua sopravvivenza politica, la difende come i felini difendono il loro territorio, ringhiando e artigliando.
Disperato? Non credo. Confusione mentale? Non credo.
Berlusconi è convinto di governare per diritto divino.
Rivolgendosi a Della Valle dopo averlo pubblicamente insultato per malefatte gravissime insinuate senza alcuna precisazione, gli ha ingiunto di dargli del lei e ha atteso che i fischi della sua claque impedissero la replica della persona offesa. A De Bortoli che moderava l'incontro, dopo aver insultato anche lui come direttore del giornale "fazioso" 24 Ore, ha detto: "La smetta di contare il mio tempo con l'orologio".
Questi sono comportamenti da re per diritto divino, non da presidente del Consiglio di una democrazia parlamentare. E mandano in solluchero i tanti italiani che hanno il Parlamento a schifo dopo averlo riempito di dilettanti, demagoghi e voltagabbana.
Narrano le storie che Carlo IX di Valois, quello della notte di San Bartolomeo, quando giocava una partita al gioco di carte chiamato les hombres con qualche suo cortigiano, intascasse comunque la posta anche se aveva perduto e alle rimostranze dell'altro giocatore rispondesse invariabilmente "non dimenticate che io sono il re".
Appunto. Per il re non valgono le regole.
Ma voglio aggiungere un parola sul caso dell'Annunziata, censurata dall'Autorità delle comunicazioni. La sua condotta nella trasmissione di cui si è tanto parlato è stata, nella parte finale, decisamente sopra le righe, ma bisogna considerarla per intero quella trasmissione. È stata il tentativo inane della giornalista di poter porre domande e ottenere risposte; impedito dall'intervistato che faceva domande a se stesso e rispondeva a quelle e a non alle domande della giornalista, contro la quale lanciava insulti di faziosità e di incompetenza.
Dopo il caso Confindustria mi sento di inviare i miei complimenti a Lucia Annunziata e mi chiedo: cosa farà Vespa se il 3 aprile Berlusconi romperà le regole stabilite? Lo ridurrà al silenzio: e se non ci riuscisse gli spegnerà il microfono o lo lascerà libero di comiziare contro Prodi? E che cosa faranno i conduttori dei vari talk show se improvvisamente il presidente del Consiglio bussasse alla loro porta pretendendo di imbucarsi in una trasmissione che non prevede la sua presenza? Gli apriranno la porta o lo lasceranno fuori? E lasciarlo fuori sarà giudicato un comportamento censurabile dall'Autorità delle comunicazioni e dal consiglio della Rai?
* * *
Ci può essere di peggio e di più grave della già grave prevaricazione di regole di pluralismo e di parità stabilite da una legge dello Stato.
Ci possono essere altri atti inconsulti. Per esempio la denuncia, fin d'ora adombrata come evento certo, di brogli elettorali in caso di vittoria del centrosinistra.
Provocazioni compiute da provocatori di professione nel corso di cortei e manifestazioni. Spionaggio degli avversari politici e fabbricazione di falsi dossier per infangare persone scomode e testimoni imbarazzanti. Ne abbiamo avuto esempi recenti. Altri, più gravi ancora, potrebbero verificarsi nel prossimo futuro.
Capisco l'angosciata vigilanza del presidente della Repubblica, il solo possibile antemurale contro ondate di avventura da parte di gente di avventura.
Meglio un colpo di scena che una coltre di noia? Ebbene, questo è il massimo della décadence e del nichilismo. Ne prenda nota anche la Chiesa di Roma e non baratti gli aiuti alle scuole cattoliche con la libertà e la democrazia. Lo fece settantasette anni fa. Non credo che possa ripeterlo oggi senza doverne pagare un altissimo prezzo.
Quanto alla lista dei giornali reprobi indicati dal presidente (pro tempore) del Consiglio, nella quale abbiamo l'onore di essere compresi, tutti senza eccezioni si sono sempre attenuti alla regola di registrare le notizie con oggettività ed esprimere le loro libere opinioni sui fatti.
Le notizie non sono solo quelle che promanano dalle fonti del ministero, che spesso contengono falsità palesi.
L'ultima e più clamorosa ce l'ha data lo stesso capo del governo quando ha detto che la pressione fiscale nel 2001 era del 45 per cento mentre - dati dell'Istat alla mano - superava di poco il 41. O quando ha detto che il rapporto debito pubblico-Pil ereditato dal presente governo era di gran lunga superiore a quello attuale. E che l'avanzo primario del bilancio nel 2001 era inesistente.
Quanto alle opinioni dei giornalisti e degli editorialisti, esse sono libere e costituzionalmente garantite. Ho ammirato il sangue freddo di De Bortoli sabato mattina e la sua decisione di non rispondere agli insulti ricevuti. Ed ho ammirato la compostezza di Prodi. Il leader del centrosinistra avrebbe potuto chiedere alla Confindustria un supplemento di tempo per replicare; in fondo il maggior torto è stato fatto a lui che aveva rispettato le regole di fronte all'avversario che ha occupato un tempo doppio per insultarlo insieme ai partiti della sua coalizione.
Il sangue freddo e l'accenno di sottile ironia al premier "risanato" di De Bortoli: bravissimo. Ma resta che una prevaricazione è stata consentita, molti assenti sono stati insultati, quello presente, anch'egli insultato, non ha potuto rispondere. Non mi pare che quel "forum" si possa definire riuscito.
Quanto a coloro che si oppongono a questo genere di atti inconsulti, va bene così: hanno la natura d'un boomerang, checché ne pensi l'impareggiabile Emilio Fede che è stato in pari data insignito di un Oscar televisivo. Alla comicità?
(20 marzo 2006)
http://tinyurl.com/ntvra
domenica 19 marzo 2006
Berlusconi e Confindustria
Tutti i TG italiani hanno detto ieri che i fischi della platea al convegno di Confindustria erano rivolti a Diego Della Valle.
Volete sentire a chi erano rivolti veramente i fischi?
Per scoprirlo basta andare in Svizzera...
http://www.rtsi.ch/prog/news/welcome.cfm?fascia=tg#telegiornale
http://real.xobix.ch/ramgen/tsi/tg/160k/tg_03182006-160k.rm?start=0:11:34.500&end=0:13:37.690
venerdì 17 marzo 2006
Il «Guardian»: Berlusconi è il nuovo fascismo, Blair e l'Europa se ne accorgano
«Berlusconi è il fenomeno politico più pericoloso oggi in Europa». Di più: «È la più temibile minaccia alla democrazia in Europa occidentale dal 1945». A scriverlo non è uno dei tanti giornali italiani che il premier ascrive all’opposizione, ma uno dei più autorevoli quotidiani inglesi, The Guardian, indipendente, ma da sempre vicino al Labour. Duro il giudizio contenuto nell’editoriale firmato da Martin Jeacques. Durissimo quando spiega che Berlusconi «con i suoi attacchi indiscriminati a chiunque lo ostacoli sulla strada del potere personale e dell’arricchimento, ha avvelenato la vita pubblica italiana. È un discendente diretto di Mussolini». Ma l’aspetto forse più interessante della polemica lanciata dal Guardian è un altro: la prospettiva tradizionale del giornale estero che da lontano distilla giudizi sull’Italia viene rovesciata. E si dice chiaramente che se Berlusconi è un pericolo per la democrazia, questo è un problema che deve essere compreso e affrontato, prima ancora che in Italia, in Europa e nel Regno Unito. È duro il giudizio sulle scelte del New Labour inglese e di Tony Blair, accusato di aver accolto Berlusconi come suo alleato privilegiato nella politica filo-Bush di fronte alla rottura dell’Europa sulla guerra in Iraq: «Blair mostra chiaramente un rapporto politico e personale con Berlusconi. E questo ha dato l’impronta a tutto il New Labour: Berlusconi è visto come l’uomo con cui avere a che fare». Un errore gravissimo, una responsabilità condivisa a livello europeo: «Si può argomentare che l’estrema destra incarnata da personaggi apertamente razziste e xenofobe come Jean-Marie Le Pen e Jorg Haider rappresenti un pericolo più grande, ma questi personaggi rimangono tutto sommato outsider nella scena politica europea. Berlusconi no. Durante i suoi due mandati come primo ministro c’è stata una seria erosione della qualità della democrazia e del livello della vita pubblica in Italia». Il problema che c’è oggi in Italia si può anche chiamare fascismo. Proprio così. E «il rapporto fra Berlusconi e il fascismo italiano non è difficile da decifrare». Ma a un patto: «C’è sempre stata una tendenza privilegiata a credere che il fascismo torni nelle sue vecchie forme. Ma questo non è mai stato il vero pericolo. Ciò che dobbiamo temere è il ripresentarsi del fascismo in un nuovo abito, che rifletta le nuove condizioni globali, economiche e culturali, del tempo in cui si vive. Berlusconi è proprio questo. Mostra disprezzo per la democrazia: ad ogni occasione cerca di distorcerla e di abusarne. Non ha rispetto per le autorità indipendenti – pronto ad accusare i giudici di essere lacché dell’opposizione e descrivendoli come «comunisti». Insomma, al New Labour come all’Europa non resta che una scelta: riconoscere che «Berlusconi è il diavolo» e liberarsene. Per il loro bene.
http://tinyurl.com/ngn9h
giovedì 9 marzo 2006
Mussolini a Vladimir Luxuria: "Meglio fascista che frocio"
La replica: "Una caduta di stile che rivela la loro vera identità"
ROMA - Un durissimo scambio di battute, condito da una battuta finale che farà polemica: "Meglio fascista che frocio". La frase è stata rivolta da Alessandra Mussolini a Vladimir Luxuria, nel corso della trasmissione Porta a porta, ospiti anche il ministro della Giustizia Roberto Castelli e il leader dell'Italia dei valori, Antonio Di Pietro.
E' la prima volta che il candidato di Rifondazione entra nel salotto di Bruno Vespa. Alessandra Mussolini è arrivata in ritardo rispetto all'inizio della registrazione, e con l'umore pessimo per via dell'inchiesta sulle intercettazioni. Ma a quindici minuti dall'inizio della trasmissione, il primo a rivolgersi direttamente a Luxuria è stato il Guardasigilli. Che lo chiama ripetutamente "signor Guadagno", cioè con il vero cognome di Luxuria.
"Se mi chiama signor Guadagno per offendermi, non attacca", replica il candidato di Rifondazione. "Non voglio offendere il signore - incalza Castelli - ma mi dica come chiamarlo: lui, lei...". L'altro taglia corto, con una battuta: "Mi dia del loro".
Ma sono semplici schermaglie rispetto all'affondo finale della Mussolini. Partita già con il piede sbagliato, fin dal principio: "Mi scusi - dice - non voglio essere offensiva, ma che vuol dire transgender? Transgender, transgendarmi, sembra Schwarzenneger... Usiamo termini italiani", chiede sorridendo a Luxuria.
Ma gli argomenti in scaletta non favoriscono l'incontro fra culture e storie diverse. Sui Pacs monta il conflitto, con Mussolini e Castelli da un lato, schierati per dimostrare che la legge dell'Unione toglierà diritti ai bambini, e dall'altro Luxuria e Di Pietro decisi nel respingere il parallelo sostenendo che la legge sarà una conquista di civiltà per tutti.
"Non voglio essere dipinta come nemica dei bambini, non siamo gli Attila arrivati a distruggere", si difende Luxuria, mentre Di Pietro sottolinea: "Lei non mangia i bambini, il vostro è un falso problema".
I Pacs lasciano il campo al tema dell'immigrazione. Mussolini elenca i rischi dell'immigrazione clandestina e, a quel punto, Di Pietro le dà della "fascista". "E me ne vanto", risponde gridando l'onorevole. "Una che si vanta di essere fascista, mi preoccupa - aggiunge Luxuria - ci metterete al confino?". "A me - replica Mussolini - preoccupa chi brucia le bandiere, chi grida "dieci, cento, mille Nassyria, vergogna, vergogna, vergogna".
Bruno Vespa in evidente difficoltà non riesce a fermare l'ira della parlamentare e in un istante si passa dal "vergogna" all'insulto. E rivolta a Luxuria: "Si veste da donna e pensa di poter dire quello che vuole. Meglio fascista che frocio!". Impassibile, il candidato di Rifondazione si limita a fare la conta delle "battutacce" rivolte dai politici ai gay: "Dopo il culattone di Tremaglia, il frocio della Mussolini. Grazie". E aggiungerà, parlando con i giornalisti all'uscita degli studi Rai di via Teulada: "Non pensavo che ci fosse questa caduta di stile. Probabilmente è un atto rivelatore della loro identità".
(9 marzo 2006)
http://tinyurl.com/pyv2d
Eco: "Al popolo della sinistra dico la nave sta affondando, votate"
Il fatto è che dovrebbe conviverci la maggioranza dei cittadini"
"Italiani sempre più poveri, Berlusconi è più ricco"
di ALBERTO STATERA
Apocalittico, noblesse oblige, l'appello di Umberto Eco - con Claudio Magris l'intellettuale italiano più conosciuto nel mondo - per "Libertà e Giustizia", dall'angoscioso titolo: "9 aprile, salviamo la democrazia". Viene subito da chiedere impertinentemente all'autore di "Apocalittici e Integrati": ci perdoni, professor Eco, se Berlusconi in cinque anni ha già compiuto quasi tutte le nefandezze possibili, facendo "precipitare l'Italia spaventosamente in basso", che cosa potrebbe fare di peggio? Chissà, invece, che in una resipiscenza ad uso della storia, magari per una lastra encomiastica sul mausoleo nel parco di Arcore, non perseguirebbe stavolta la santità. Figurarsi se Eco non sta al gioco: "Anche san Francesco e sant'Agostino gozzovigliavano, andavano a donne e poi diventarono santi. Ma per Berlusconi non ci conterei".
Allora, per favore, ci sceneggi il panorama "drammatico" che si profila in caso di vittoria berlusconiana, con Previti, i reduci di Salò, Calderoli, Mediaset, Mediolanum, Generali, le banche...
"Conferma delle leggi ad personam, peggioramento di altre leggi, attacco finale alla magistratura, sfracello definitivo di Montesquieu e della divisione dei poteri. Ulteriore arricchimento personale. Negli ultimi cinque anni gli italiani si sono impoveriti e non arricchiti. Il presidente del Consiglio si è arricchito in modo esponenziale, un caso unico al mondo per dimensioni. In una parola, declino inarrestabile del paese, un declino da cui sarebbe impossibile risollevarsi".
Ma il premier ha appena concionato al Congresso con buon successo, Hillary Clinton si è persino commossa.
"Hillary Clinton teneva d'occhio il suo elettorato italiano, è sotto elezioni anche lei. La nostra immagine all'estero in questo momento è penosa, benché Berlusconi esibisca la sua amicizia con Bush e con Putin. Va in America e dice: avevo consigliato a George di non invadere l'Iraq. E lui l'ha invaso. Va da Putin e dice: Vladimir è il mio miglior amico. E quello gli taglia il gas. Va da Gheddafi e quello minaccia stragi o, come minimo, gli chiede un'autostrada di risarcimento. Deve essere andato da Chirac, se quello gli ha bloccato le acquisizioni dell'Enel. Come si muove fa danni".
Professor Eco, Magris dice che il 9 aprile bisogna puntare sui delusi di destra e parlare ai berlusconiani senza disprezzarli.
"Sulla gravità del momento con Magris abbiamo un'identità di vedute, semplicemente è come se ci fossimo messi d'accordo, lui cerca di far ragionare quelli che hanno votato Berlusconi e io mi rivolgo invece ai delusi della sinistra".
Disprezza chi ha votato per Berlusconi?
"Per carità. Dico solo: amici voi vi sbagliate, ma io non mi rivolgo a voi perché tanto voi non mi leggete, lo ha detto Berlusconi quando ha affermato che non gli importa nulla di quel che scrivono i giornali perché il suo elettorato guarda solo la televisione. Io mi rivolgo a quei quattro gatti che mi leggono, ai quali dico: guardate che il momento è tragico, non tacete, non vi estraniate anche se non siete contenti del centrosinistra. Non è puzza sotto il naso, ma realismo".
Anche lei è stato zitto a lungo.
"Ho appena pubblicato un libro, "A passo di gambero", dove raccolgo gli allarmi che in questi sei anni ho lanciato su Repubblica, L'espresso e altri giornali. Questa è la prova che gli intellettuali non servono a niente. O forse che non sono solo gli elettori di Berlusconi a non leggere i giornali. Ma pazienza, bisogna continuare a fare il proprio dovere".
Insomma, lei rivendica il diritto di strapazzare quei milioni che hanno votato Berlusconi?
"Scusi, uno che ha vissuto sotto il fascismo aveva o no il diritto (anzi il dovere) di dire che quelli che andavano a piazza Venezia ad applaudire il duce sotto il balcone erano fanatici o ingannati? E io se ritengo che qualcuno sbagli ho il diritto e il dovere di dirlo. E' il mio mestiere: se i miei studenti sbagliano all'esame e io lascio perdere sono un disonesto".
A proposito di puzza sotto il naso, D'Alema che in tivù maneggia la politica come "arte alta", con un ghigno che può sembrare di superiorità professorale, come può affascinare la casalinga di Voghera?
"Ma no, quello è un fatto caratteriale. E poi Prodi non ghigna, anche se è professore. E Fassino nemmeno".
Insomma, professor Eco, con Magris vi siete divisi il mercato. Lui con i vessati berluscones, lei con il pigro popolo di sinistra.
"Alla prima riunione di "Libertà e Giustizia" Magris ha detto: questo governo ha superato i limiti della decenza. Ho sottoscritto e sottoscrivo. Se dovesse continuare quest'opera di disgregazione dello Stato non so cosa potrebbe succedere".
Che cosa?
"Mi chiedo, per esempio, come possano alcuni organi dello Stato, che hanno continuato eroicamente a mantenersi fedeli alle istituzioni, resistere ancora cinque anni a tutti gli incoraggiamenti all'illegalità, compresa l'assoluzione all'evasione fiscale, con cui il paese è stato bombardato. Così rischiamo che si ammali tutto lo Stato".
Non è che nella cosiddetta Prima Repubblica non avesse un sacco di malanni.
"Sì ma la Democrazia cristiana ha governato per cinquant'anni nel rispetto della Costituzione. Da cinque anni, invece, siamo alla distruzione sistematica dei rapporti tra poteri costituzionali".
Va bene, lo scenario apocalittico è chiaro. Facciamo quello integrato. Prodi, in caso di vittoria, reggerà la leadership con Bertinotti, Mastella, i verdi, i comunisti italiani, i sindacati, i girotondini?
"Se la nave affonda non è il momento di chiedersi se i marinai alle scialuppe remeranno bene. Anzitutto occorre abbandonare la nave. Rispetto al peggio del peggio, meglio rischiare qualche difetto. Magari Prodi non riuscirà a mantenere qualcuno degli impegni presi. Ma Berlusconi non ne ha mantenuto neanche uno".
In compenso, lei non ci priverà della sua concittadinanza, non andrà all'estero come farebbe se vincesse Berlusconi?
"Guardi che mi hanno fatto pronunciare una specie di minaccia di cui in fondo non importerebbe niente a nessuno. In realtà io stavo parlando a una platea a cui ho detto, ventilando altri cinque anni di sfacelo, "pazienza per me che sto andando in pensione e potrei pure andarmene all'estero, ma la maggioranza di voi in questo paese deve vivere"".
E a questi che dice?
"Lancio, appunto, un appello al popolo di sinistra incerto, nello stile di uno di quelli che risuonarono nel 1948: "Vota anche tu, se no i cavalli cosacchi faranno il bagno nelle acquasantiere di San Pietro"".
(9 marzo 2006)
http://tinyurl.com/nnwsu
mercoledì 8 marzo 2006
Calce e martello
Da Betlemme a Waterloo
di Marco Travaglio
Ormai è una via di mezzo fra Zelig e Forrest Gump. Non c'è epoca storica, da Betlemme a Waterloo, dal Manzanarre al Reno, che non l'abbia visto protagonista. L'altra sera il Bellachioma Tour ha fatto tappa a Telelombardia, dove però s'è verificato un imprevisto: gli intervistatori non erano suoi dipendenti. Dunque i conduttori Emanuela Ferri e David Parenzo e gli ospiti Cresto-Dina di Repubblica, Oddo del Soviet-24 ore e persino Paragone della Padania gli facevano domande e quando diceva una stronzata - cioè quasi sempre - glielo facevano cortesemente notare (in rappresentanza della ditta c'era il solo Belpietro, visibilmente spaesato fra tanti giornalisti). È stata un'esperienza inedita, che ha piacevolmente sorpreso il pubblico (120mila telespettatori solo in Lombardia). Ma anche un pericoloso precedente: se passa l'idea che si possono fare domande al premier, chissà dove andremo a finire.
Lui, all'inizio, si comporta come se fosse a Porta a Porta. «Le famiglie italiane si indebitano? Bene, è perché hanno fiducia nel futuro». Imbarazzo in studio. «Montezemolo parla a nome suo, non degli industriali. Io con industriali che la pensano come me» (tipo Gnutti e Fiorani, per dire). Il suo italiano è il solito:
personalizzato, fra un «i capogruppi» e un «museo di piante in Sardegna» (per non parlare dell'aiuola dei quadri e della serra di sculture). Poi la politica estera, la sua passione. «Gheddafi ci chiede una strada che colleghi l'Egitto alla Tunisia: impegno da migliaia di miliardi che stiamo discutendo». Pare che abbia proposto al colonnello un Contratto con i Libici, ma quello non ha abboccato: «Vedere strada, vendere cammello». Ora gli manderà Lunardi, il ministro con il buco intorno: già allo studio un emendamento alla legge Grandi Opere per un tunnel sottomarino Tripoli-Kiev, modesta deviazione della Transiberiana.
Il Cavalier Zelig sfodera un'altra specialità: l'economia. Crescita zero? Centomila posti di lavoro persi in un anno? Niente paura: «Ai lavoratori che guadagnano poco la risposta dell'imprenditore Berlusconi è: cercate di guadagnare di più. Un padre di famiglia sa cosa deve fare ci sono mille modi per incrementare le proprie entrate. Io, durante la guerra, aiutavo gli ambulanti al mercato e alla fine andavo a raccogliere la carta per strada, la mettevo nella vasca da bagno e la facevo asciugare facendo delle palle che poi vendevo per accendere le stufe. Poi mi han regalato una macchina fotografica e, per arrotondare, andavo a fare fotografie ai funerali e ai matrimoni». Ora che è cresciuto (si fa per dire), le palle le vende agli italiani. Resta da capire come facesse a lavorare al mercato durante la guerra (iniziata nel 1940), essendo nato nel 1936: papà Luigi e mamma Rosa lo mandavano a scaricare le casse a 4 o 5 anni? Ma questo è sfruttamento del lavoro minorile, roba da telefono azzurro.
Storia e geografia. Gli domandano dove diavolo sia quel famoso cimitero dei marines sulle cui tombe - come ha narrato ai figuranti del Congresso Usa - «da bambino giurai fedeltà alla libertà e alla democrazia». Contrordine: non era bambino, «avevo circa 20 anni». Il camposanto è quello «di Nettuno ad Anzio» (gli sfugge che una cosa è Nettuno, una cosa è Anzio): «Mio padre era un estimatore di De Gasperi e partecipava a iniziative che questi faceva a Roma. Una volta mi condusse al cimitero Usa. Fu nel 1956-57». Sventuratamente De Gasperi era già morto da due o tre anni, essendo spirato il 19 agosto 1954.
Alla fine, alcuni prodotti tipici della casa: l'elogio dell'evasione fiscale, il vanto di aver «sgominato le Br» con le nude mani, senza contare «l'arresto di 203 terroristi internazionali e 111 interni» (tutta opera sua) e l'ennesimo annuncio dell'imminente «sondaggio americano che ci dà al sorpasso» (li dà in testa da un mese, da prim'ancora di esser fatto, ma ancora non s'è visto). Quanto al caso Mills, «ho giurato sui miei figli che non sapevo nulla di quei soldi.
E poi, per definizione, il presidente del Consiglio non può mentire, altrimenti va a casa. Giuro qui davanti alle telecamere che io non ne sapevo nulla». I figli, comprensibilmente, l'hanno pregato di non giurare più sulla loro testa e lui giura sulle telecamere. Tanto, eccezionalmente, non sono le sue. «Mills non lo conosco». Però assicura che «non si è separato da Tessa Jowell per questa vicenda» (non lo conosce, ma sa addirittura perché si separa). Gran finale è sui comunisti: «Hanno ancora il simbolo della falce e marcello». Dice proprio così: marcello. Il primo Dell'Utri non si scorda mai.
da l'Unità
La scelta del 9 aprile
Centrosinistra e centrodestra al voto
di Paolo Mieli
A dispetto di quel che da tempo attestano, unanimi, i sondaggi, il risultato delle elezioni che si terranno il 9 e 10 aprile appare ancora quantomai incerto. È questo un buon motivo perché il direttore del Corriere della Sera spieghi ai lettori in modo chiaro e senza giri di parole perché il nostro giornale auspica un esito favorevole ad una delle due parti in competizione: il centrosinistra. Un auspicio, sia detto in modo altrettanto chiaro, che non impegna l’intero corpo di editorialisti e commentatori di questo quotidiano e che farà nel prossimo mese da cornice ad un modo di dare e approfondire le notizie politiche quanto più possibile obiettivo e imparziale, nel solco di una tradizione che compie proprio in questi giorni centotrent’anni di vita.
La nostra decisione di dichiarare pubblicamente una propensione di voto (cosa che abbiamo peraltro già fatto e da tempo in occasione delle elezioni politiche) è riconducibile a più di una motivazione. Innanzitutto il giudizio sull’esito deludente, anche se per colpe non tutte imputabili all’esecutivo, del quinquennio berlusconiano: il governo ha dato l’impressione di essersi dedicato più alla soluzione delle proprie controversie interne e di aver badato più alle sorti personali del presidente del Consiglio che non a quelle del Paese. In secondo luogo riterremmo nefasto, per ragioni che abbiamo già espresso più volte, che dalle urne uscisse un risultato di pareggio con il corollario di grandi coalizioni o di soluzioni consimili; e pensiamo altresì che l’alternanza a Palazzo Chigi - già sperimentata nel 1996 e nel 2001 - faccia bene al nostro sistema politico. Per terzo, siamo convinti che la coalizione costruita da Romano Prodi abbia i titoli atti a governare al meglio per i prossimi cinque anni anche per il modo con il quale in questa campagna elettorale Prodi stesso ha affrontato le numerose contraddizioni interne al proprio schieramento.
Merito, questo, oltreché di Romano Prodi, di altre quattro o cinque personalità del centrosinistra. Il leader della Margherita Francesco Rutelli, che ha saputo trasformare una formazione di ex dc e gruppi vari di provenienza laica e centrista in un moderno partito liberaldemocratico nel quale la presenza cattolica è tutelata in un contesto di scelte coraggiose nel campo della politica economica e internazionale. Piero Fassino, l’uomo che più si è speso per traghettare, mantenendo unito e forte il suo partito, la tradizione postcomunista nel campo dominato dai valori di cui sopra. I radicalsocialisti Marco Pannella e Enrico Boselli che con il loro mix di laicismo temperato e istanze liberali rappresentano la novità più rilevante di questa campagna elettorale. Fausto Bertinotti, il quale per tempo ha fatto approdare i suoi alle sponde della nonviolenza e ha impegnato la propria parte politica in una nitida scelta al tempo della battaglia sulle scalate bancarie (ed editoriali) del 2005.
Noi speriamo altresì che centrosinistra e centrodestra continuino ad esistere anche dopo il 10 aprile. E ci sembra che una crescita nel centrodestra dei partiti guidati da Gianfranco Fini e Pier Ferdinando Casini possa aiutare quel campo e l’intero sistema ad evolversi in vista di un futuro nel quale gli elettori abbiano l’opportunità di deporre la scheda senza vivere il loro gesto come imposto da nessun’altra motivazione che non sia quella di scegliere chi è più adatto, in quel dato momento storico, a governare. Che è poi la cosa più propria di una democrazia davvero normale
08 marzo 2006
http://www.corriere.it/Primo_Piano/Editoriali/2006/03_Marzo/08/scelte.shtml
martedì 7 marzo 2006
9 aprile, salviamo la democrazia
Siamo di fronte a un appuntamento drammatico. Dal 2001 a oggi l'Italia è precipitata spaventosamente in basso quanto a rispetto delle leggi e della Costituzione, quanto a situazione economica e quanto a prestigio internazionale. Se dovessimo avere altri cinque anni di governo del Polo, rappresentati di fronte al mondo dai Calderoli e dalle ultime leve (appena arruolate in Forza Italia) dei più impenitenti tra i reduci di Salò, il declino del nostro Paese sarebbe inarrestabile e non potremmo forse più risollevarci.
Quindi l'appuntamento del 9 aprile è diverso da tutti gli altri appuntamenti elettorali del passato: in quelli si trattava di decidere chi avrebbe governato senza sospettare che un cambio di governo avrebbe messo a repentaglio le istituzioni democratiche. Ora si tratta invece di salvare queste istituzioni.
In questo frangente i partiti di opposizione cercano, come è ovvio, di catturare il voto degli indecisi che nelle scorse elezioni avevano votato Polo e che si sono sentiti traditi. I partiti fanno il loro dovere, ma ritengo che rivolgendoci ai soci e ai simpatizzanti di Libertà e Giustizia occorra fare un altro ragionamento.
Uno dei rischi maggiori di queste elezioni non sono solo gli indecisi che hanno votato a destra la volta scorsa (i quali si sposteranno secondo dinamiche difficilmente controllabili, per fede o per pigrizia continueranno a votare come prima, o rinunceranno a votare). D'altra parte il loro numero, come mostrano i sondaggi, è oscillante. Io ritengo che il popolo di Libertà e Giustizia debba invece impegnarsi non per convincere gli indecisi di destra ma i delusi della sinistra.
Li conosciamo, sono molti e non è in questa sede che si possono discutere le ragioni del loro scontento. Ma è a costoro che occorre ricordare che, se si lasceranno trascinare da questo scontento, collaboreranno a lasciare l'Italia in mano di chi l'ha condotta alla rovina. Non c'è scontento, per quanto giustificabile, che possa stare a pari con il timore di una fatale involuzione della nostra democrazia, con l'indignazione che coglie ogni sincero democratico di fronte allo scempio che si è fatto delle leggi, della divisione dei poteri, del senso stesso dello Stato. E' questo che ciascuno di noi deve ripetere agli amici incerti e delusi. E' proprio da loro e dal loro impegno che dipenderà se l'Italia eviterà di essere ancora per cinque anni territorio di rapina da parte di difensori dei loro privati interessi..
Se pure questi amici ritengono di nutrire senso critico ed equanimità (perché è segno di senso critico ed equanimità - direi di onestà intellettuale - saper criticare la propria parte, e neppure il sito di Libertà e Giustizia si è sottratto a questo dovere), in questo momento essi debbono sacrificare i loro sentimenti e unirsi a tutti noi nell'impegno comune.
E' in questa azione di convincimento che consiste il dovere e la funzione di quanti hanno partecipato in questi anni alla discussione che Libertà e Giustizia ha svolto e fatto svolgere. Ora la nave potrebbe affondare. Ciascuno deve prendere il proprio posto.
Umberto Eco
Hanno aderito all'appello i garanti di Libertà e Giustizia:
Gae Aulenti
Giovanni Bachelet
Enzo Biagi
Claudio Magris
Guido Rossi
http://tinyurl.com/z7u7a
domenica 5 marzo 2006
Cinque anni vissuti nel vagone di coda
ANCORA per un po' il circo politico vivrà di sondaggi, poi arriverà finalmente il giorno del voto e si vedrà se la realtà effettiva sarà eguale o diversa da quella virtuale.
L'ultimo della serie, pubblicato ieri da Repubblica, è stato effettuato da Demos-Eurisko su un campione di 1500 persone nel periodo 27 febbraio-1 marzo e vede in testa di cinque punti il centrosinistra. Confrontato con il precedente del 14-15 febbraio, il vantaggio della coalizione guidata da Prodi è cresciuto dello 0,7 per cento. In quindici giorni non è poco, anche se le cifre non scontano ancora i possibili effetti del viaggio americano di Berlusconi (ma neppure i dati Istat sulla crescita zero del Pil e la perdita di oltre centomila posti di lavoro). Chi vivrà vedrà. Ma intanto ci sono alcuni aspetti del sondaggio che si prestano a qualche considerazione.
Alla domanda "chi dia maggiori garanzie di lavorare nell'interesse di tutti" il 41,3 per cento degli intervistati indica Prodi e il 28,3 Berlusconi.
Ancora più schiacciante è il divario nella successiva domanda "chi tutela di più le persone deboli e bisognose": Prodi registra il consenso del 44,2 mentre Berlusconi incassa uno striminzito 26 per cento.
Altre domande danno esiti opposti. "Chi tiene più unita la propria coalizione?": Berlusconi 42,4 Prodi 27,9; "chi sa parlare meglio alla gente?": Berlusconi 54,3 Prodi 25,9. Un record, anche se viene fatto di pensare che se il metro di giudizio decisivo fosse fondato su questo quesito Benigni darebbe forfait a tutti e forse Bonolis e Baudo supererebbero il presidente del Consiglio. Ma gli italiani non hanno bisogno di comici o di presentatori, il 9 aprile sceglieranno il capo del governo e sanno che un Paese non si governa con le battute.
La domanda su chi dei due riuscirà a rilanciare l'economia dà un risultato alla pari; l'altra su chi ha meglio affermato la presenza dell'Italia nel mondo vede Berlusconi in vantaggio. Esaminiamo queste due risposte che ci fanno entrare nel merito della discussione. E cominciamo dall'ultima.
Quando Berlusconi formò il suo governo nel giugno del 2001 ereditò in politica estera una situazione di notevole prestigio in Europa - dovuta anche all'ingresso dell'Italia nella zona Euro - e ottimi rapporti con gli Stati Uniti dell'era clintoniana e con la Comunità internazionale rappresentata dall'Onu. Eravamo presenti in Bosnia sotto la bandiera delle Nazioni Unite e in Kosovo sotto quella della Nato.
In Medio Oriente in amichevole equilibrio con Israele e con l'Autorità palestinese. In cinque anni molte cose sono cambiate. Il terrorismo ha fatto la sua cruenta comparsa sulla scena mondiale, Bush ha lanciato la terza guerra mondiale per debellarlo, ha sgominato con l'appoggio compatto del mondo intero il regime dei talebani in Afghanistan. Poi, un anno dopo, lanciò la guerra preventiva contro l'Iraq dividendo la Comunità internazionale e l'Europa e cavalcando la contrapposizione tra Occidente e Islam radicale.
Berlusconi scelse di slancio di fiancheggiare Bush insieme a Blair e ad Aznar. Si creò la coalizione dei volenterosi.
L'Onu si spaccò. L'Europa si spaccò. A tre anni e mezzo da quelle vicende e da quella scelta quali sono i risultati? In positivo una forte amicizia con Bush e con l'America conservatrice. In negativo una perdita secca d'influenza in Europa aggravata dal fatto che per cinque anni il governo italiano non ha fatto altro che picconare poteri e autorità della Commissione europea puntando su una sempre maggiore libertà di movimento dei governi nazionali a danno dell'unità economica e politica dell'Europa. Salvo accorgersi proprio in queste ultime settimane che l'Europa è il solo scudo per noi, vaso di coccio, sia in economia, sia rispetto alle crisi del Medio Oriente, sia nella questione dell'immigrazione.
L'alleanza tra Europa e Usa è certamente un punto fermo e imprescindibile, ma la marginalizzazione italiana in Europa è il risultato negativo della politica estera berlusconiana. Dell'Europa siamo parte integrante, tra i sei paesi che la fondarono. Quella è la piattaforma sulla quale dobbiamo muoverci e farci valere. In economia e in politica. Da questo punto di vista l'azione italiana è stata un fallimento che neppure la vittoria della Merkel in Germania ha migliorato.
Se poi consideriamo la posizione italiana in Medio Oriente, il quadro diventa ancora più fosco. Siamo in Iraq da tre anni e mezzo. Per aiuti umanitari? Briciole. Per istruire la polizia irachena e la guardia nazionale?
Il comandante in capo americano in Iraq ha dichiarato pochi giorni fa: "Non esiste un solo battaglione iracheno che sia in grado di opporsi efficacemente alla guerriglia se non fosse aiutato dalle truppe della coalizione. Allo stato dei fatti le cose stanno così".
Ho riportato testualmente: non un solo battaglione. Sapete perché? Perché polizia ed esercito iracheni sono stati costituiti inquadrando entro un'apparenza legale le milizie armate dei vari partiti: milizie fedeli all'ayatollah al Sistani, milizie fedeli al mullah Muqtada al Sadr, milizie curde e perfino milizie sunnite. Esse partecipano agli scontri con le bande di guerriglia non già per impedirli ma per alimentarli. Ecco perché una polizia irachena e un esercito iracheno non esistono: sono composti da bande di fazione alle quali non abbiamo un bel niente da insegnare.
Sicché l'Iraq, pur dopo elezioni che hanno registrato notevole affluenza, resta un pantano dal quale non si verrà fuori se non tra cinque anni e forse più a meno di non decidere seguendo il metodo di Zapatero.
Quali vantaggi ha ricavato l'Italia dalla scelta "americana" di Berlusconi (al netto della medaglia "endurance freedom" ricevuta dal "premier" nel salone della portaerei "Intrepid")? Nessun vantaggio. I paesi europei che non hanno mandato truppe in Iraq possono negoziare con l'America con buone chance di successo per i loro interessi. Noi no, abbiamo dato e non ricevuto. Salvo l'appoggio elettorale di Bush a Berlusconi. Ad personam ancora una volta perché questo è il canone berlusconiano di governo e di vita. Saggiamente alla domanda "chi darà maggiori garanzie di tutelare l'interesse di tutti" solo il 28 per cento degli interpellati ha fatto il suo nome.
Ma c'è l'economia e qui le note sono ancor più dolenti. Sono di due giorni fa le cifre consuntive dell'Istat per il 2005. Il Pil non è aumentato neppure di uno 0 virgola, è rimasto immobile come già lo era stato nel 2003. I consumi sono addirittura andati indietro dello 0,1 per cento sull'anno precedente. L'avanzo primario, che il centrosinistra lasciò al 5,6 del Pil, è sceso allo 0,6 e nei primi due mesi dell'anno in corso è andato sotto zero.
La produzione industriale è ferma o recede. L'occupazione stabile è diminuita di centomila unità. La bilancia commerciale registra un vistoso passivo. Il fabbisogno di cassa è in aumento e infatti il debito pubblico cresce per la prima volta dal 1993. Siamo di nuovo al 108 per cento sul Pil e il trend prevede quota 110 per la fine dell'anno.
Aggiungo che questi catastrofici risultati sono stati attenuati spostando al 2007 e al 2008 spese già previste e scritte con apposite leggi: aumento di pensioni, sconti contributivi, passaggio del trattamento di liquidazione ai fondi pensione con relativi compensi alle imprese, bonus di vario tipo a categorie di anziani e di bebè. Il tutto senza alcuna copertura. Ultimo e clamoroso esempio: il decreto sul condono dei contributi previdenziali degli agricoltori, fervorosamente voluto dal ministro Alemanno e respinto dal Quirinale perché avrebbe causato al bilancio una perdita di 5 miliardi di euro. Cinque miliardi, diecimila miliardi di lire, quasi l'entità d'una manovra finanziaria.
Si dirà che anche il programma di centrosinistra prevede costose misure per rilanciare un'economia che non riesce ad intercettare la ripresa di Eurolandia, già in atto nel resto del continente. Ma non è vero. Il programma di Prodi ha indicato le possibili fonti di copertura: taglio di tutti gli incentivi alle imprese a fronte del taglio di 5 punti del cuneo fiscale; revisione degli studi di settore sui redditi provenienti dal terziario commerciale; soprattutto recupero di larghe fasce di lavoro nero e di reddito sommerso.
Generalmente l'opinione pubblica e anche gli specialisti sono scettici sul possibile recupero del sommerso, l'esperienza infatti è stata finora negativa. Ma non perché sia impossibile l'emersione dal nero. Non ci sarebbe niente di più facile, basterebbe servirsi delle pagine gialle degli elenchi telefonici.
In realtà finora quella lotta non si è voluta fare perché avrebbe creato problemi di occupazione e anche di esistenza di imprese.
Problemi seri ma governabili con piani a medio termine guidati da agenzie pubbliche di coordinamento. Questa questione sarà decisiva e può caratterizzare una riforma duratura del fisco, tale da consentire un investimento che abbia le caratteristiche di una scossa sul rilancio della domanda.
Resta il grande tema d'un aumento della produttività e della competitività del sistema Italia, che langue da molti anni. Ne ha parlato ieri il neogovernatore della Banca d'Italia Draghi e ha detto sagge parole. La responsabilità principale incombe sulle imprese, con le innovazioni di prodotto, lo stimolo della concorrenza e un mercato che si liberi dai vincoli e dal protezionismo che ancora lo opprimono.
Ai governi spetta la responsabilità di liberalizzare il sistema e di elevare l'efficienza dei servizi, specie di quelli dei quali le imprese sono gli utenti principali a cominciare dall'energia, dai trasporti e naturalmente dalla scuola. Pubblica soprattutto.
Ce la possiamo fare, ha detto Draghi, ma ha aggiunto: "Il tempo è breve" e si riferiva all'aumento dei tassi da parte della Banca centrale europea. Per gli altri paesi di Eurolandia, già in corsa per la ripresa, un aumento dei tassi nominali che li porti a misura dell'inflazione corrente mantenendo così i tassi reali intorno allo zero, non rappresenta alcun handicap. Ma non per l'Italia, dove l'assenza di un avanzo primario rende il bilancio estremamente vulnerabile e il peso degli interessi sul debito schiacciante.
Il tempo è breve. Per questo (mi permetto di aggiungere) ci vuole un cambiamento. Cambiamento di musica e di suonatori.
Post scriptum. Diliberto. Vuole incontrare Berlusconi in un pubblico dibattito. Là dove spetta unicamente al leader del centrosinistra confrontarsi con il suo avversario sulla base di regole stabilite in comune, il segretario dei Comunisti italiani si alza sulla punta dei piedi per farsi notare e si prenota al posto di Prodi.
Berlusconi ovviamente ne sarebbe felice. Scontrarsi con la sinistra radicale che pretendesse di parlare a nome di tutta l'Unione per lui è il cacio sui maccheroni.
Diliberto avrà spero notato di essere sempre inserito nei pastoni televisivi nonché invitato ai vari talk show. Il motivo non dovrebbe sfuggirgli: ciò che dice fa molto comodo alle emittenti di centrodestra. Se un Diliberto non ci fosse i vari Vespa delle nostre televisioni se lo inventerebbero.
Perciò Diliberto meno parla e meglio fa, più parla e più fa danno. Ogni mezzo per cento che riuscisse a guadagnare al suo partito procura almeno il doppio di perdita alla coalizione di cui anche lui fa parte. Perciò se Diliberto chiederà a Prodi "vengo anch'io" nell'interesse comune bisognerà rispondergli "no tu no". E se poi nemmeno lo chiederà ma ci andrà, bisognerà dirglielo lo stesso. Un po' di umiltà non guasterebbe.
(5 marzo 2006)
http://tinyurl.com/erp33
sabato 4 marzo 2006
Dopo il 9 Aprile al lavoro gli "operai" dei diritti civili
di Andrea Benedino e Anna Paola Concia
Portavoce Nazionali GayLeft
A volte abbiamo come l'impressione che anche dentro al movimento omosessuale, così come nella sinistra, ci sia chi nei momenti di difficoltà preferisce attardarsi in inutili e infantili guerre intestine, (abbandonare la barca quando affonda?) anziché ragionare lucidamente su come fare per serrare le fila e respingere gli attacchi. Esistono marinai e capitani - E' il caso del PACS, una delle tante vittime di questo ritorno al sistema proporzionale.
Un mese e mezzo fa la battaglia per il PACS era al culmine della sua forza: la grande manifestazione del 14 gennaio in piazza Farnese, gemellata con l'imponente manifestazione delle donne a Milano a difesa della legge 194, aveva reso evidente la grandezza del lavoro politico svolto da gay, lesbiche, bisesessuali e transessuali dentro il movimento e dentro i partiti negli ultimi anni attorno alla proposta sui Patti Civili di Solidarietà e il gradimento che questa proposta aveva saputo conquistare nel Paese.
Non eravamo in molti all'inizio di questa battaglia. Sentivamo attorno a noi la forza della nostra proposta, ma anche la diffidenza con cui essa veniva vista da alcune forze politiche e da settori del movimento.
Le accuse erano quelle di essere troppo moderati, di aver costruito una proposta che rinunciava all'obiettivo della piena parità dei diritti. Hanno tutti dimenticato che fu soprattutto grazie ai Democratici di Sinistra che scelsero di sottoscrivere in massa la legge e di calendarizzarla in Commissione Giustizia alla Camera se oggi questo tema è riuscito ad imporsi nell'agenda politica del Paese. Certo non c'erano al nostro fianco allora la gran parte dei 'pacsisti dell'ultima ora'.
Non c'erano neanche quegli esponenti del movimento che proprio contro il PACS hanno caratterizzato la loro azione politica in questi anni, arrivando anche al boicottaggio pubblico di quei Pride che vedevano le 'unioni civili' al centro della loro piattaforma, e che ora curiosamente troviamo a contestare quei leader della sinistra che hanno sottoscritto un compromesso programmatico che è troppo debole e deludente su questo tema.
La coerenza è una bestia veramente rara in politica. Noi siamo stati tra i primi in questi anni a incalzare i DS, il nostro partito, ad essere più coraggiosi su questi temi.
Siamo stati tra i primi a denunciare i limiti di quel brutto compromesso che è stato trovato al tavolo programmatico dell'Unione.
Ma proprio perché vogliamo essere coerenti, non possiamo non denunciare che attorno a quel tavolo c'è stato un interesse convergente, della Margherita e dell'UDEUR da una parte e della Rosa nel Pugno dall'altra, affinché il PACS venisse tenuto fuori dal programma e lasciato alla libertà di coscienza.
E che solo grazie alla tenacia dei DS, di Rifondazione, dei Verdi e dei Comunisti Italiani si è riusciti a far sì che nel programma sottoscritto da tutte - e sottolineiamo TUTTE (compresa la Rosa nel Pugno!)- le forze dell'Unione fosse presente un testo che, per quanto ambiguo, costringerà comunque il nuovo Governo e il nuovo Parlamento a discutere e ad intervenire in materia di unioni civili e unioni di fatto.
Ci rendiamo ben conto che il clima da campagna elettorale e soprattutto il sistema proporzionale spingono ad esasperare le divisioni all'interno degli schieramenti anziché a concentrarsi alla lotta tra gli schieramenti, ma sarebbe bene ricordarsi che in piazza solo un mese e mezzo fa eravamo riusciti come ovimento glbt a raggiungere un'unità impensabile fino anche solo a pochi anni fa e che ora nel giro di poche settimane stiamo rischiando di dilapidare tutto questo capitale con delle assurde polemiche da cortile.
Viene da domandarsi quante bottiglie di champagne stiano stappando oltreTevere osservando lo spettacolo che stiamo offrendo. E tutto questo mentre Berlusconi si sta alleando con i peggiori fascisti e squadristi che siano in circolazione andando ad aumentare ulteriormente il già notevole tasso di omofobia presente all'interno della Casa delle cosiddette Libertà, uno schieramento che pare aver individuato gli omosessuali come i bersagli preferiti di questa brutta campagna elettorale.
E allora non possiamo non domandarci quale senso abbia di fronte a tutto ciò proseguire in questa guerra intestina o se non sarebbe meglio conservare le energie per la vera battaglia che ci aspetta.
Una battaglia che comincerà dopo il 9 aprile, dopo la vittoria che tutti quanti ci auguriamo dello schieramento di centrosinistra.
La battaglia per una buona legge sulle unioni civili. Per queste ragioni c'è bisogno che la sinistra riformista si impegni ad essere tale, ascoltando la vasta area libertaria che è presente nel nostro paese. Un'area libertaria, non liberista.
Il liberismo incentiva la precarietà, nega diritti, espone, quindi, anche le persone omosessuali, al ricatto, al licenziamento, alla clandestinità. Interessa a tutti? O sono più importanti le frasi demagogiche di qualcuno che, poiché siamo in campagna elettorale, fa politica solo urlando? Le campagne elettorale, si sa, sono momenti di grande schizofrenia, si dice tutto e il contrario di tutto, è una corsa a chi la spara più grossa, e tutti, proprio tutti i partiti strumentalizzano e non facciamo, per favore, gli ingenui-! La verità, è che l'11 aprile, se come speriamo, vinceremo le elezioni, ci sarà bisogno degli 'operai' dei diritti civili, che ricominciano a lavorare seriamente per costruire quella maggioranza nel parlamento che ci porterà, finalmente, a sentirci cittadini a pieno titolo di questo paese.
Quelli che oggi si agitano a sostegno dei Pacs, accreditando l'idea che sia loro il merito della proposta, in molte occasioni non sanno neppure di cosa parlano, non conoscono la fatica e la serietà consumate dalle grandi organizzazioni gay e lesbiche italiane; cavalcano un argomento, che a ben vedere gli è estraneo, perché attinente alla carne viva della quotidianità delle persone, che non dovrebbe essere riturato in una discussione politica lontana dai bisogni e vicina agli interessi partitici.
E' per questo che abbiamo il sospetto che senza il più grande partito della sinistra sarà molto difficile raggiungere questo risultato.
Allora, vogliamo correre tutti e tutte nella stessa direzione?
http://www.gaynews.it/view.php?ID=36511
giovedì 2 marzo 2006
L'Italia dei cantieri promessi: radiografia di uno spot
Grandi opere: lavori infiniti, inaugurazioni bluff, costi spesso lievitati e tanti progetti nel cassetto
Solo in un caso su cinque dagli annunci alla fase operativa
di GIOVANNI VALENTINI
ROMA - Grandi Opere o grandi bufale? Progetti o promesse? Lavori pubblici o piuttosto affari privati?
Il trionfalistico spot di un minuto diffuso a nostre spese, cioè di tutti noi contribuenti, dal ministero delle Infrastrutture e dei Trasporti sulle tv nazionali alla vigilia della campagna elettorale, e ora bloccato dall'Authority sulle Comunicazioni in nome della "par condicio", è una cartina di tornasole per il governo di Silvio Berlusconi; il banco di prova della sua affidabilità; un test per misurare la sua capacità di realizzare quanto aveva annunciato e di mantenere gli impegni assunti nel mitico "contratto con gli italiani". Il contenuto di quei 60 secondi merita perciò una verifica punto per punto, con l'ausilio di alcuni documenti ufficiali - come l'ultimo Rapporto sull'attuazione della cosiddetta "Legge Obiettivo" elaborato dal Servizio studi della Camera dei Deputati nel luglio 2005 e quello più recente dello stesso ministero - e con la consulenza tecnica degli esperti del Wwf.
Più che un'eredità di opere o di cantieri, quella che il centrodestra lascia dopo cinque anni alle generazioni future è in realtà una pesante ipoteca sul Belpaese: non solo per l'impatto ambientale, spesso sottovalutato in base a progetti preliminari per lo più superficiali, approssimativi e affrettati, ma soprattutto sul piano economico e finanziario.
A sei mesi dal suo insediamento, nel dicembre 2001 il governo Berlusconi aveva fatto carta straccia del Piano generale dei Trasporti, elaborato dall'ultimo governo di centrosinistra su impulso dell'ex ministro Pierluigi Bersani, per sostituirlo con il primo Programma delle Infrastrutture strategiche in cui elencava 117 opere per un costo valutato originariamente in 125,8 miliardi di euro (delibera Cipe n.121/2001), senza tuttavia indicare esattamente le risorse né tantomeno la loro provenienza.
Questo faraonico "libro dei sogni", privo di un'adeguata copertura finanziaria, nel tempo è andato crescendo a dismisura: secondo i rapporti elaborati dal Servizio studi della Camera, in collaborazione prima con il Cresme (il maggiore centro di ricerca nel settore dell'edilizia) e poi anche con l'Istituto Nova, nel 2004 il numero delle Grandi Opere era salito a 228, per un importo di 231,8 miliardi di euro e nel 2005 è arrivato a 235 interventi, per 264,3 miliardi di euro.
Già il dato che dopo quattro anni il costo complessivo del programma risulta raddoppiato, dimostra che il piano delle infrastrutture è fuori controllo. Una lista della spesa, insomma, una posta, un valore teorico come quello che si attribuisce convenzionalmente alle fiches di varie forme e colori quando si gioca a poker. Ma visto che in questa legislatura il debito pubblico ha ricominciato pericolosamente a crescere, fino a superare il 106% del Pil, stiamo maneggiando una bomba a orologeria che minaccia di compromettere ulteriormente il bilancio già dissestato dello Stato italiano.
Con lo spot del ministro Lunardi ancora negli occhi e nelle orecchie, proviamo a verificare quanto è stato effettivamente realizzato di quel Programma, ricordando che nel suo contratto unilaterale Berlusconi s'era impegnato ad aprire cantieri per "almeno il 40%" degli investimenti previsti.
Nella migliore delle ipotesi, in base al rapporto diffuso recentemente dallo stesso ministero delle Infrastrutture sulla cosiddetta "Legge Obiettivo", l'attuazione del piano decennale è ferma invece al 21,4% (cioè 37,2 miliardi di opere effettivamente "cantierate" su un costo complessivo aggiornato a 173 miliardi di euro) e forse a giugno potrebbe raggiungere il 25,4% arrivando - secondo quanto annunciato - a 44 miliardi. Se invece si prendono come riferimento i 264 miliardi stimati dal Servizio studi della Camera, allora la realizzazione del programma sarebbe appena al 14%.
Ma la verità è che buona parte delle "Grandi Opere" attivate dal governo in carica erano state già predisposte e avviate sotto i governi precedenti oppure sono rimaste purtroppo sulla carta, se è vero che all'aprile scorso quelle effettivamente concluse rappresentavano appena lo 0,2% del totale (pagina 21 dello studio della Camera). Vediamo in dettaglio, seguendo l'ordine dell'autopromozione televisiva del ministero, voce per voce, titolo per titolo.
1) Roma, Raccordo e galleria raccordo. I lavori sul Grande Raccordo Anulare non sono né una "grande opera" né tantomeno una grande novità. Si tratta in effetti del completamento delle terza corsia nel quadrante Nord-Ovest, per un totale di 18 chilometri e 350 metri (di cui 9 chilometri e 450 metri già completati in precedenza e altri 8 chilometri e 900 metri da completare tra aprile e agosto del 2006), con un costo complessivo di 613 milioni di euro.
L'ammodernamento del Gra era stato già avviato in precedenza con la costruzione della terza corsia fra la Laurentina e la Tuscolana e con il doppio tunnel sotto l'Appia antica. Ancora prima, negli anni Novanta, fu aperta la bretella autostradale Fiano-San Cesareo per abbreviare la distanza tra Firenze e Napoli, dirottando appunto una parte del traffico che si riversava sul tratto orientale del raccordo.
2) Napoli, piazza Municipio. L'immagine utilizzata nello spot del ministro Lunardi è come un fondale di cartone: riguarda il cantiere di una delle tratte in corso di realizzazione per il completamento della Linea 1 della metropolitana di Napoli. L'opera fu progettata alcuni decenni addietro e all'inizio degli anni Novanta venne aperto il primo tratto.
3) Palermo-Messina. I lavori per la realizzazione dell'autostrada Palermo-Messina (circa 240 chilometri) iniziarono negli anni '70, con l'apertura dei cantieri nel primo tratto Messina-Villafranca. Il completamento dell'opera è stato finanziato solo in minima parte con i fondi della Legge Obiettivo dal governo di centrodestra: la parte più consistente proviene da un co-finanziamento della Regione Sicilia, dello Stato italiano e della Commissione europea a metà degli anni Novanta.
La cerimonia d'inaugurazione, voluta per motivi elettorali dal presidente del Consiglio Berlusconi il 21 dicembre 2004, s'è rivelata una farsa: dopo appena due giorni, l'autostrada è stata richiusa per proseguire i lavori. Secondo un calcolo della Fillea-Cgil, il maggior sindacato dei lavoratori edili, tutto ciò ha provocato un ritardo di circa sei mesi nel completamento dell'opera. Ancora adesso nelle due direzioni (Palermo-Messina e Messina-Palermo) sono aperti una decina di cantieri per la sistemazione definitiva delle gallerie e per la costruzione delle aree di sosta. In molti tratti, perciò, il traffico è ridotto su un'unica corsia.
4) Variante di Mestre. I lavori sono effettivamente iniziati soltanto per la tratta di collegamento fra l'A4 (Venezia-Trieste) e l'A27 (Venezia-Belluno). Per quella più lunga, invece, siamo ancora alla fase degli espropri, mentre è in corso lo spostamento della linea del metano a Bonisiolo.
Il progetto su cui ha puntato il governo è il cosiddetto "Passante largo": 32 chilometri e 300 metri per un costo di circa 750 milioni di euro. Gli ambientalisti non si sono mai opposti alla variante, ma contestano il fatto che fra tutte le ipotesi alternative è stata scelta - a loro giudizio - la soluzione peggiore: cioè quella più costosa e a maggior impatto ambientale.
5) Olbia-Nuoro, viadotto San Teodoro. Questa "grande opera" è semplicemente una piccola bretella di 23 chilometri tra Siniscola e San Teodoro (costo 37 milioni di euro). Anche questa progettata e avviata da tempo, serve a bypassare un tratto particolarmente pericoloso della strada statale 131 bis, appunto tra Nuoro e Olbia.
6) Piloni della Cisa. Si tratta del raccordo destinato a congiungere la A15 Parma-La Spezia, meglio nota come "AutoCisa", con la A22 del Brennero. Probabilmente, nello spot di Lunardi si punta sui piloni di cemento, ancora in costruzione, proprio perché la loro immagine è più scenografica e suggestiva.
7) Autostrade del Mare. Sono un progetto di derivazione comunitaria che ha l'obiettivo di collegare operativamente i vari porti del Mediterraneo. Ma al momento, in Italia, sono soltanto aria fritta. Finora, l'unico provvedimento concreto del governo Berlusconi è stata l'istituzione nel 2004 della Società Rete autostrade mediterranee, partecipata al 95% da Sviluppo Italia e co-governata in forza di una convenzione insieme al ministero delle Infrastrutture e dei Trasporti.
Dei quattro collegamenti previsti dall'Unione europea, due interessano in particolare il nostro Paese: l'asse Sud-Est (che comprende l'Adriatico, lo Ionio e il Mediterraneo orientale fino a Cipro) e quello Sud-Ovest (che comprende la Spagna, la Francia, l'Italia e Malta). Fatto sta, comunque, che l'ultima legge finanziaria ha tagliato i fondi ai porti che sono i "caselli" naturali delle Autostrade del Mare, provocando la protesta di tutti gli operatori.
8) Viadotto Salerno-Reggio Calabria. Anche in questo caso, lo spot ministeriale si concentra sull'immagine più spettacolare. In totale, i lavori per il completamento e ammodernamento dei 204,5 chilometri dell'Autostrada Salerno-Reggio Calabria dovrebbe costare 5 miliardi e 832 milioni di euro (Fonte: Servizio studi della Camera). Ma in base alle stime contenute in un dossier Fillea-Cgil dell'ottobre 2004 la decisione di accorpare i lavori in 6 macro-lotti, affidandoli a "general contractor" e liberalizzando in sostanza i sub-appalti, ha fatto quintuplicare i costi rispetto alla legge Merloni con il rischio di alimentare l'infiltrazione mafiosa. E a questo ritmo, secondo lo stesso sindacato, per finire i lavori occorreranno 36 anni.
9) Tav, autostrade e ferrovia ad alta velocità. Qui si fa di tutte le erbe un fascio mettendo insieme l'ampliamento delle autostrade e la nuova ferrovia. Secondo il Wwf, per realizzare i 1.500 chilometri della dorsale ad alta velocità (Torino-Milano-Roma-Napoli) e della trasversale (Torino-Trieste, dal confine francese a quello sloveno) occorrono almeno 60 miliardi di euro. Nel 1991, quando fu varato il progetto, la stima era di 13 miliardi.
Per evitare che il programma facesse saltare il bilancio delle Ferrovie, nel 2002 il governo Berlusconi istituì la "Infrastrutture Spa" (Ispa) con lo scopo di finanziare la Tav attraverso l'emissione di obbligazioni statali. Ma, trattandosi di linee considerate non redditizie dagli stessi operatori, nel 2005 l'Eurostat (l'istituto di statistica europea) non ha voluto certificare i bilanci 2003-2004 della Repubblica italiana, sollevando 6 eccezioni ed esprimendo in particolare "dubbi sulla correttezza di alcuni dati e sul ruolo dell'Ispa nel finanziamento della Tav". Veniva così confermato il sospetto che in realtà "Infrastrutture Spa" fosse uno strumento di finanza creativa per alleggerire artificiosamente il bilancio statale dagli investimenti sull'alta velocità.
La cronaca degli ultimi mesi racconta che il 22 dicembre 2005, proprio all'indomani dell'incidente ferroviario di Roccasecca, doveva essere inaugurata l'alta velocità Roma-Napoli dopo 14 anni di attesa. Per ovvi motivi di opportunità, la cerimonia è stata rinviata di qualche giorno. Concepita anche in funzione della redditività per instradare un treno passeggeri ogni quarto d'ora e un treno merci ogni mezz'ora, per adesso la linea sopporterà due coppie di convogli al giorno. In attesa però dell'ultimo tratto per il collegamento con la stazione di Afragola, la Tav finisce a 18 chilometri da Napoli e poi si procede a velocità normale.
10) Mose di Venezia. È il sistema tecnologico per la regolazione dell'acqua alta a Venezia (costo stimato 5 miliardi di euro), attraverso un complesso sistema di dighe mobili. A tutt'oggi, risulta che siano iniziati solo i lavori di dragaggio e scavo per aumentare la profondità delle tre bocche di porto di Malamocco, Lido e Chioggia e della cosiddetta conca di navigazione.
Ma il governo Berlusconi, dopo aver inserito l'opera fra le "infrastrutture strategiche", ha eluso completamente le procedure di impatto ambientale in un'area come quella della Laguna in cui esistono almeno una decina di zone tutelate dall'Unione europea. Perciò sia il Wwf con la Lipu (Lega per la protezione degli uccelli) sia i parlamentari Verdi al Parlamento di Strasburgo, hanno presentato un ricorso alla Commissione di Bruxelles che il 17 gennaio scorso ha messo in mora l'Italia per la violazione della normativa comunitaria, aprendo formalmente una procedura d'infrazione.
(2 marzo 2006)
http://tinyurl.com/puruw
Berlusconi snobbato dai parlamentari USA
Avrete sicuramente visto nei telegiornali di ieri l'aula del congresso americano piena di parlamentari intenti ad ascoltare e applaudire il nostro presidente del consiglio...
Pare che in realtà ieri fossero presenti solo 50 delle 535 persone che compongono il totale dei
membri della Camera e del Senato USA...
Persino il New York Times scrive
Berlusconi spoke before a nearly full chamber of congressmen, senators and other dignitaries -as well as an ample supply of blue-coated interns, sent in to fill empty seats on both sides of the aisle. There were a few more empty seats on the Democratic side.
Insomma hanno usato gli stagisti e i portaborse tra i banchi del Congresso perché un sacco di parlamentari aveva altro da fare che stare a sentire Berlusconi.
Hanno ragione gli esponenti della "Casa delle libertà", l'Italia adesso è davvero rispettata...
L'articolo completo del NYT è qui