mercoledì 24 maggio 2006

Mani Pulite sul pallone

di Marco Travaglio


Non basterebbe un plotone di neuropsichiatri, né un manipolo di criminologi, per spiegare le reazioni della Casa della Libertà Provvisoria alla nomina di Francesco Saverio Borrelli a capo dell´Ufficio indagini della Federcalcio. Reazioni decisamente più dure di quelle che avrebbero accolto la nomina di Al Capone. Il fatto è che, per la prima volta nella sua storia, il calcio italiano scivola via dalle mani della politica, che fin dai tempi del Duce l´aveva sempre usato come "instrumentum regni" e gestito come il cortile di casa.

Scivola via, il calcio, e si dà un vertice totalmente sganciato dai partiti. Il commissario Guido Rossi e il procuratore Borrelli sono due marziani: hanno un´età, una storia, un prestigio, un peso specifico e un orgoglio financo un po´ snobistico della propria autonomia da garantire assoluta libertà di movimento, al riparo da ogni condizionamento, ammiccamento, accomodamento. Con due così, l´italica arte della strizzatina d´occhio, del darsi di gomito, dell´ "aumma aumma", del ricattuccio non attacca. E tanto basta a spiegare lo sgomento di chi quell´italica arte ha elevato a programma di vita e poi di governo. Quelli che tuonano contro Borrelli sono gli stessi che 12 anni fa volevano Previti ministro della Giustizia e 10 anni fa avevano pronto un collegio sicuro per Dell´Utri e uno per Squillante (il primo fu eletto, il secondo fu arrestato appena in tempo). Pretendere da questa gente un giudizio sereno su Borrelli è come stupirsi se la Banda Bassotti detesta il commissario Basettoni. L´idea, poi, che a guidare le indagini sul calcio sia uno che sa guidare le indagini getta gli intoccabili nel più cupo smarrimento: all´ex procuratore di Milano avrebbero preferito di gran lunga un procuratore della Gea.

In fondo, bisogna capirli. Già duramente provati dalle indagini sui furbetti, dalle elezioni politiche, dalla cattura di Provenzano, dall´arresto di Previti e dalla condanna di Vanna Marchi, stanno vivendo come un incubo questa strana aria di legalità che si respira da qualche settimana. Il centrosinistra non c´entra, anzi: Prodi aveva pensato bene di offrire la Federcalcio a Gianni Letta, il quale ci aveva fatto la grazia di declinare, e solo a quel punto era saltato fuori Guido Rossi. Quel che si dice, per la politica politicante, un marziano. Un odioso e odiato "moralista" che parla di «etica negli affari» e «conflitto d´interessi», e che con la sinistra ufficiale c´entra poco o nulla (basti pensare alla sua fiera opposizione alla scalata Unipol a Bnl e all´immortale battuta sulla «merchant bank» di Palazzo Chigi ai tempi di D´Alema). Esattamente come Borrelli, protagonista di epici scontri con il centrosinistra ai tempi della famigerata Bicamerale e delle leggi-vergogna della legislatura dell´Ulivo. Per questo Berlusconi li detesta: sa benissimo che la sua litania sulla «sinistra che ha messo le mani sul calcio» è una balla sesquipedale, visto che né Rossi né Borrelli rispondono ad alcuno se non alle proprie coscienze e alle leggi penali e sportive. Ed è proprio questo che lo preoccupa. È più forte di lui. Quando sente parlare di legge, e peggio ancora di coscienza, mette mano alla fondina. O allo stalliere.

Come diceva Bossi quand´era lucido, «se Berlusconi piange, state allegri: vuol dire che non ha ancora messo le mani sulla cassaforte». Dunque stiamo allegri. Godiamoci questa boccata d´ossigeno, ovviamente passeggera, finchè dura: due uomini di legge di specchiata fama ai vertici del calcio. E ringraziamo l´ingorgo istituzionale, il vuoto di potere a Roma, le intercettazioni di Torino e di Napoli e le congiunzioni astrali che han consentito ad alcune pericolose schegge di legalità di insinuarsi proditoriamente nel corpo marcio del Paese, rischiando fra l´altro di creare un pericoloso precedente. Se non si provvede per tempo, queste tracce di Stato potrebbero contaminare irrimediabilmente l´Antistato e disorientare l´opinione pubblica non più avvezza a emozioni così choccanti.

È bello leggere, mentre le acque del Mar Rosso restano ancora miracolosamente aperte, i commenti di Cicchitto, Rotondi, Mantovano e altri giureconsulti di fama mondiale sul ritorno di Borrelli. Non potendo tirar fuori la solita menata delle toghe rosse, anche perché il Comintern non ha squadre nel campionato di serie A, sono a corto di argomenti. Detestano Borrelli, ma non riescono a trovare un solo motivo (confessabile, s´intende) per cui non dovrebbe diventare procuratore della Figc. E per di più sanno che i tifosi di tutt´Italia non capiscono a quale titolo i politici continuino a pontificare sul pallone e, auspicando una giustizia rapida e inflessibile, non comprendono perché mai Borrelli non va bene. È forse un dirigente di qualche squadra? Lo manda forse l´Inter, o la Juve, o il Peretola? Non sanno che dire, e allora delirano, dicendo cose che una persona normale si vergognerebbe di pensare. Berlusconi seguita a blaterare di «mani della sinistra sul calcio», ma solo perchè vorrebbe tenercele ancora lui («Ho detto a Galliani di non dimettersi»: come se la Lega Calcio la nominasse il capo dell´opposizione o il padrone di Milan). Intanto Fabrizio Cicchitto, con grave sprezzo del ridicolo, intravede «una manina che vuole recuperare il giustizialismo» e parla di «nomina incredibile e tutt´altro che innocente»: e lui, venendo dalla P2, di colpevoli se ne intende. La manovra, prosegue il boccoluto muratorino, punta a «riprendere a sparare a raffica in molteplici direzioni, e aumentare il potere di ricatto e di interdizione di alcuni ben precisi ambienti milanesi collocati a cavallo fra alcuni grandi studi legali, alcune banche, qualche potere editoriale». Parole incomprensibili, da cifrario esoterico. «È un´altra prova del regime dell´Unione», tuona Isabella Bertolini, farfugliando di «uso politico della giustizia sportiva contro Berlusconi». Anche Alfredo Mantovano di An, magistrato-deputato («toga nera»?), sostiene che questa è «la risposta più adeguata all´intenzione di Berlusconi di tornare presidente del Milan». Capìta l´antifona? Borrelli potrebbe disturbare il conflitto d´interessi politico-sportivo di Berlusconi, dunque è meglio che si faccia da parte (a proposito: ma perchè Mantovano e Bertolini, a proposito del nuovo capufficio indagini, pensano subito al Milan? Sanno qualcosa che noi non sappiamo?). Sempre acuto l´ex ministro Gasparri: «Io non ho problemi perché sono romanista, ma se fossi milanista sarei preoccupato. Perché gli ex procuratori di Milano non vanno in pensione a fare i nonni?». Parola del responsabile di un partito che, all´Authority della Privacy, ha nominato un condannato definitivo per violazione della privacy. Il meglio lo dà l´on. avv. prof. Gaetano Pecorella: «Se Borrelli farà al calcio italiano quello che ha fatto alla politica, sarà la fine del calcio italiano». Tre cazzate in una: il calcio italiano è finito a causa degli scandali, ben prima che arrivasse Borrelli; la politica non è mai finita, anche se la presenza di Pecorella in Parlamento potrebbe farlo supporre; Borrelli non s´è mai occupato di politica e ora non si occuperà i calcio: s´è sempre occupato di reati, e se questi hanno attinenza con la politica e con il calcio, è colpa della politica e del calcio, non di Borrelli.

Un certo Ciocchetti dell´Udc vaneggia di «ferite che si riaprono» e di nomina che «spacca ulteriormente il Paese». Evidentemente ha notizia di moti di piazza fra borrelliani e antiborrelliani che, per il momento, non abbiamo notato. Per il segretario, con rispetto parlando, della Nuova Dc, Gianfranco Rotondi, la nomina di Borrelli è «un´operazione politica contro Berlusconi», addirittura «un ghigno mafioso»: parola di uno che ha portato in Parlamento due pregiudicati, De Michelis e Cirino Pomicino (ieri molto critico anche lui). Ora Rotondi minaccia di «lasciare il Paese», per la gioia dei più. E pare che si lamenti anche Mario Pescante di An, quello che dovette dimettersi da presidente del Coni perché nel laboratorio dell´Acquacetosa era vietato cercare il doping, onde evitare il rischio di trovarlo.

Politici a parte, gli unici commenti normali arrivano da due calciatori azzurri. Alberto Gilardino: «Borrelli è uomo di grande competenza, mai come ora ci aspettiamo molto dalla giustizia sportiva perchè il calcio torni pulito» (Gilardino è, o almeno era fino a ieri, l´attaccante del Milan). E Simone Perrotta: «Se Borrelli è riuscito a fare pulizia nel mondo politico, ci riuscirà anche nel calcio. Speriamo che ci riesca come ha fatto a suo tempo con il pool di Mani pulite». Ecco: quel che sperano gli sportivi è proprio quel che temono lorsignori.

da l'Unità del 24/05/2006

lunedì 22 maggio 2006

Zapatero al Papa: la Spagna è uno stato aconfessionale

La Chiesa deve autofinanziarsi



Il governo spagnolo ha risposto alle critiche implicite del Papa al ridimensionamento dell'insegnamento della religione nella riforma scolastica e al matrimonio omosessuale, affermando che l'esecutivo socialista "non può occuparsi più del catechismo che del programma" e che "governa per tutti i cittadini e non domanda prima quale sia la loro condizione". Il portavoce della Moncloa, Fernando Moraleda, citato dai media, rispondendo alle osservazioni di sabato di Benedetto XVI durante la cerimonia delle credenziali del nuovo ambasciatore spagnolo in Vaticano, ha ribadito che la Spagna "è uno Stato aconfessionale". E "come non imporrà mai ai cittadini una guerra che non desiderano", così "mai imporrà l'insegnamento della religione ai bambini che non lo vogliano". Perché, ha spiegato Moraleda, quello di Jose Luis Rodriguez Zapatero "è un governo dei cittadini".

Riferendosi ai matrimoni omosessuali, il portavoce ha detto che Madrid non può consentire che "a causa del suo orientamento sessuale una persona soffra di una riduzione dei propri diritti".

Sul finanziamento della Chiesa, Moraleda ha detto che quest'ultima "deve trovare meccanismi di autofinanziamento" e che "non ha senso" che lo Stato, essendo per costituzione "aconfessionale", continui a finanziarla . Ed ha ricordato che si sta discutendo con la Chiesa tale problema.Lo scontro Vaticano-Spagna è nato dal nuovo "no" del Papa alle unioni che "soppiantano o offuscano" la famiglia fondata sul matrimonio. Un nuovo monito in difesa della vita "dal concepimento alla morte naturale". Un nuovo richiamo sul diritto dei genitori a educare i figli secondo le proprie convinzioni religiose. Queste sottolineature, Benedetto XVI le aveva consegnate venerdì nelle mani del nuovo ambasciatore spagnolo presso la Santa Sede. Il Pontefice aveva riaffermato che si tratta di confini non valicabili i temi come le unioni di fatto (per non parlare dei matrimoni gay leciti in Spagna) e la manipolazione della vita."La Chiesa proclama senza riserve il diritto primordiale alla vita, dal concepimento alla morte naturale, il diritto a nascere, a formare e a vivere in una famiglia", ha ribadito Benedetto XVI all'ambasciatore Francisco Vazquez Vazquez. E l'accento speciale sulla famiglia comprende il fatto che essa non può essere "soppiantata o offuscata da altre forme o istituzioni diverse".Ricordando quindi la sua partecipazione al prossimo Incontro Mondiale delle Famiglie, a Valencia in luglio, ha auspicato che l'occasione gli dia "l'opportunità di celebrare la bellezza e la fecondità della famiglia fondata sul matrimonio, la sua altissima vocazione e il suo imprescindibile valore sociale".

(Il Gazzettino, 22/05/2006)
http://www.gaynews.it/view.php?ID=37604

Diritti alle coppie di fatto. Divide il sì della Bindi

Marini: estenderli è giusto. L'Udc: così si disgrega la famiglia La Bonino: coraggiosa. Il ministro Pollastrini: presto la legge


ROMA — Piace molto Rosy Bindi ministro alla sinistra radicale e laica. Le sue prime parole da responsabile della Famiglia al Corriere della Sera conquistano gli animi di quanti nella maggioranza vedono con grande favore il riconoscimento giuridico delle unioni di fatto e un cambiamento della legge sulla fecondazione assistita. Così arrivano l'abbraccio di Emma Bonino («brava e coraggiosa»), i complimenti di Daniele Capezzone («positivo passo in avanti»), l'entusiasmo di Barbara Pollastrini, ministro diessino per le Pari Opportunità, che dice di voler proporre entro sei mesi «oltre alle quote rosa, un progetto di legge sulle unioni di fatto», l'incoraggiamento di Franco Grillini, («bene quel riferimento ai diritti pubblicistici»), la difesa di Marco Rizzo («da destra solo attacchi strumentali»), la soddisfazione di Vladimir Luxuria e Titti De Simone («per la prima volta il riconoscimento pubblico delle unioni civili non sembra più uno scoglio insormontabile»).

Soprattutto sono piaciute le parole «riconoscimento pubblico» delle coppie di fatto, mandate forse a dire anche al suo leader Rutelli, che invece preferirebbe regolarne solo i rapporti privati. «Ne discuteremo — dice Bindi —. Dovremo evitare uno scontro ideologico». Bene, brava, bis, applaudono nel centrosinistra che sta più a sinistra ma non s'irrigidiscono neppure dentro l'area cattolica. Nel centrodestra invece la levata di scudi è unanime e fa dividere i cattolici, pronti al dialogo quelli al governo, decisi al rifiuto gli altri nell'opposizione. Così i primi ribadiscono la priorità assoluta della famiglia nel governo Prodi, «quella prevista dalla Costituzione» ma riconoscono anche la necessità, come le parole del presidente del Senato Franco Marini, dell'«estensione dei diritti civili alle forme diverse della convivenza». Il diessino cattolico Giorgio Tonini trova «equilibrata» Rosy Bindi, «in linea con il programma dell'Unione, che non prevede i Pacs ma un riconoscimento giuridico anche verso terzi».

Il vicepresidente della Camera Pierluigi Castagnetti, Margherita, fa persino un appello: «Spero che non passeremo anche questa legislatura a litigare tra cattolici dei due poli sul tema della famiglia», e chiede di discutere pacatamente evitando gli slogan. Ma l'appello resta inascoltato. Dal centrodestra, più che critiche, bordate. Il segretario dell'Udc Lorenzo Cesa replica che «nel programma confuso e contraddittorio della Bindi non c'è nulla di cattolico, ma emerge il profilo di una famiglia che si avvia alla disgregazione». Per Carlo Giovanardi (Udc) «ha trasformato il suo ministero in quello delle Famiglie, termine caro a chi vuol contestare la famiglia fondata sul matrimonio». Francesco Giro, responsabile di Forza Italia per i rapporti con il mondo cattolico, promette: «Sui Pacs saremo cattivissimi». Maurizio Gasparri (An) è caustico: «Il ministro non poteva partire in modo peggiore». Solo l'Udeur, nella maggioranza, sembra non condividere le posizioni del ministro. Mauro Fabris ieri ha detto: «Nel programma da noi sottoscritto non ci sono le modifiche legislative proposte dal ministro Bindi».

Mariolina Iossa
22 maggio 2006
http://www.corriere.it/Primo_Piano/Politica/2006/05_Maggio/22/iossa.shtml

domenica 21 maggio 2006

Il grande show della politica

Al discorso di insediamento di Napolitano, una fotografia ritrae il Cavaliere seduto, immobile, le mani congiunte, a testa china



Il dolore non risparmia nessuno: neppure Silvio Berlusconi. L'ho visto molto teso, con la pelle più tirata del solito e gli occhi a fessura. Al discorso di insediamento di Giorgio Napolitano alla presidenza della Repubblica, una fotografia ritrae il Cavaliere seduto, immobile, le mani congiunte, a testa china, con a lato e in piedi Fini e Martino che civilmente applaudono. Devono avergli fatto un dispetto perché l'ordine era di stare composti come a un funerale. Ma la vera irritazione il leader di Forza Italia l'ha avuta perché Napolitano, nel suo intervento a Camere riunite, non l'ha citato nei saluti iniziali.
Capisco che per il padrone di Mediaset, che si sente l'Unto del Signore, un po' più alto di Napoleone, che entrava al Cremlino non sentendosi ospite ma lo zar, sia difficile rientrare nel ruolo del comprimario. Chissà che cosa avrà pensato mentre interveniva il «comunista» del Quirinale. Questa è la vera sconfitta di un uomo che ha fatto dell'anticomunismo una bandiera, soprattutto quando non aveva altro da dire. Sarebbe giusto non dimenticasse che se è riuscito a costruire un impero dal niente, creare tre reti televisive come quelle di Stato, è stato grazie all'amicizia di un politico, Bettino Craxi, che non si è mai seduto sui banchi della destra.
Poi, se Silvio Berlusconi ha potuto fondare un partito e addirittura diventare capo del governo, dovrebbe ringraziare quanti, soprattutto i comunisti, durante la Resistenza, hanno combattuto perché questo diventasse un Paese democratico. Ma va riconosciuto al Cavaliere uno straordinario senso dello spettacolo: basta che si accendano i riflettori e il suo volto si distende. E' successo il giorno in cui ha passato le consegne a Romano Prodi: davanti alle telecamere, eccolo di nuovo sorridente, pronto alla barzelletta, suonando un campanellino. Poi, però le luci si sono spente.

Enzo Biagi
21 maggio 2006

http://www.corriere.it/Primo_Piano/Politica/2006/05_Maggio/21/biagi.shtml

giovedì 18 maggio 2006

E' morto Natale Romea, l'eroe gay clochard medaglia d'oro al valore civile

Salvò due ragazze da una brutale violenza



Ieri è deceduto Natale Morea l’eroe gay “barbone” che il 12 dicembre 2003, salvò due ragazze da una brutale violenza subendo un pestaggio che lo ridusse in fin di vita.

Proprio le conseguenze di quel pestaggio hanno portato, purtroppo Morea, alla morte.

Il Caso Di Natale Morea suscitò un’enorme impressione nell’opinione pubblica per la sua ribellione al sopruso e alla violenza.

Morea, omosessuale dichiarato, era andato via dalla sua città d’origine per cercare a Roma una città più ospitale e tollerante, ma senza trovare grande fortuna.

Nonostante la sua condizione non fortunata seppe ribellarsi eroicamente alla violenza del maschilismo che aveva provato sulla propria pelle, nell’immagine di quel pregiudizio che lo aveva dileggiato e tormentato per tutta la vita.

Dopo questo episodio il Presidente Ciampi lo insignì della medaglia d’oro al valore civile, mentre Walter Veltroni gli trovò un’abitazione e un sostegno.

I funerali si svolgeranno oggi alle 16 a Massafra (Taranto)alla Chiesa del Carmine.

Proprio ieri si è celebrata in tutto il mondo la giornata mondiale contro l’omofobia, l’intolleranza e la violenza razzista e maschilista. Per questo ci inchiniamo grati a Morea, fragile eroe moderno della libertà.



On. Franco Grillini
Deputato Ulivo
Presidente onorario Arcigay



Sarà presente ai funerali Antonio Rotelli, della segreteria nazionale di Arcigay e responsabile giuridico dell’associazione.

http://www.gaynews.it/view.php?ID=37568

McKellen: "La religione cattolica è nemica dei gay"

CANNES - La battuta più velenosa è arrivata da Sir Ian McKellen (l'enigmatico Teabing del film) nella vita attivista gay: "So, sappiamo che la religione cattolica è nemica degli omosessuali. Ma dovrebbero, invece, i vertici della Chiesa, essere contenti perché questo film dimostra definitivamente che Gesù Cristo non era gay dato che si è anche sposato con Maria Maddalena, generando una bella figliola". Il grande attore inglese, presto sugli schermi di Cannes nel nuovo atto di X Men ha aggiunto: "Io ho creduto e credo a tutto quello che il film racconta e, dunque, sono soddisfatto di aver contribuito a tacitar con questo nostro film i problemi della Chiesa sull'omosessualità, sostenendo i gusti eterosessuali di Cristo". Tom Hanks con capelli lunghi e lisci da intellettuale come il suo professore Robert Langdon è intervenuto, di rimando e smussando l'argomento: "Rilancio la fede nell'istinto, che porta sempre alla verità. Non c'è codice che possa sostituire l'istinto. D'istinto ho molto amato il libro, che mi ha dato tanto, come questo mio impegno d'attore. Ho studiato, mi sono documentato con grande curiosità e molti stimoli". Riuscirà il pubblico di massa Usa a credere che l'ex Forrest Gump possa essere uno studioso di simboli? La critica lo trova fuoriparte, proprio lui che è capace di essere un naufrago e un malato di Aids, un eroe e l'uomo della porta accanto. Ribatte Tom: "Non devono essere preoccupati: ho appena acquistato i diritti di Scooby Doo III". Comunque la parola d'ordine è che il Codice da Vinci è fiction non un trattato teologico. Lo ripete anche Hanks. "In ogni caso a quelli che sono sicuri di credere in una verità preferisco le persone aperte al dubbio". Sarcastico, ma solo dietro le quinte, Ron Howard, che per l'occasione si è persino tolto l'inseparabile cappellino da baseball: "La Chiesa cattolica vieta anche l'uso dei profilattici, che sono popolari e usati da molti. Spero che accada la stessa cosa, al nostro film, che sarà, mi auguro, usato e visto da molti per quello che è: un intrattenimento di piacere cinematografico e stimoli aperti al dibattito". Ron è anche co-produttore della pellicola alla quale la stagione estiva americana con il lancio massiccio a Cannes affida molte speranze mentre i francesi a loro volta la stanno usando per scopi turistici e tour di massa al Louvre. Spiega il regista che molti test con il pubblico sono stati fatti in Usa. "Alle molte proiezioni i risultati sono stati tutti positivi, ma per evitare ogni illazione, abbiamo imposto che su Internet non ci fossero recensioni preventive". "Aprire al dubbio", dunque è la tesi di tutto il cast. Qualcuno ride per diverse battute de dialoghi? "Ebbene, è ciò che volevamo. La vita è un mistero fatto anche di sorrisi oltre che di dolore e interrogativi", ribadisce Ron mentre il francese Jean Reno, attivissimo nel cinema di consumo Usa, difende addirittura un preteso asse europeo-americano del quale il film è per molti aspetti, a suo dire, corifeo. Lo spiega anche la Tautou, che aveva prima d'ora sempre sparato a zero sugli effetti speciali del cinema d'oltreoceano: "Volevo cimentarmi con la macchina della grande industria e la sfida è stata quanto ma positiva". Tace il vescovo Aringarosa-Alfred Molina, depositario di un'antica cultura, portavoce anche nel libro di un livello superiore di verità. Poi, mentre l'incontro si trasforma in un gioco difensivo di battute, dice: "Il ritratto di Mona Lisa nasconde molti misteri, la vita e la religione nascondono molti misteri, come giustamente ha detto Ron. Questo film non vuole svelarli, ma spingere al dialogo ed è quanto, mi pare, stiamo facendo". Giovanna Grassi.

(Corriere della Sera del 18/05/2006)
http://www.gaynews.it/view.php?ID=37567

lunedì 15 maggio 2006

Laicità e nuovi diritti nel discorso di Napolitano

"Ci lusinga il positivo ed utile riferimento alle “famiglie”, pronunciato utilizzando il termine plurale"




Esprimiamo soddisfazione e apprezzamento per il discorso del Presidente della Repubblica Giorgio Napolitano.

I riferimenti alla laicità dello Stato, ai diritti umani, ai “nuovi” diritti civili e alla lotta alle discriminazioni così come delineati nella Carta europea, ricordata dal Presidente nel discorso di insediamento, rappresentano un importante elemento di novità.

Infine ci lusinga il positivo ed utile riferimento alle “famiglie”, pronunciato utilizzando il termine plurale, evidentemente rivolto a tutte le famiglie senza esclusione e discriminazione alcuna.


On. Franco Grillini
Deputato Ulivo
Presidente onorario Arcigay

http://www.gaynews.it/view.php?ID=37514

Il discorso d'insediamento del presidente Napolitano



Signor Presidente,
onorevoli deputati,
onorevoli senatori,
signori rappresentanti delle Regioni d'Italia,

è con profonda emozione che mi rivolgo a voi in quest'Aula nella quale ho speso tanta parte del mio impegno pubblico, apprendendo dal vivo il senso e il valore delle istituzioni rappresentative, supremo fondamento della democrazia repubblicana. Sono le assemblee elettive, è innanzitutto il Parlamento, il luogo del confronto sui problemi del paese, della dialettica delle idee e delle proposte, della ricerca delle soluzioni più valide e condivise.

La nuova legislatura si è aperta nel segno di un forte travaglio, a conclusione di un'aspra competizione elettorale, dalla quale gli opposti schieramenti politici sono emersi entrambi largamente rappresentativi del corpo elettorale. L'assunzione delle responsabilità di governo da parte dello schieramento che è sia pur lievemente prevalso rappresenta l'espressione naturale del principio maggioritario che l'Italia ha assunto da quasi un quindicennio come regolatore di una democrazia dell'alternanza realmente operante.

Ma in tali condizioni più chiara appare l'esigenza di una seria riflessione sul modo di intendere e coltivare in un sistema politico bipolare i rapporti tra maggioranza e opposizione. Non si tratta di tornare indietro rispetto all'evoluzione che la democrazia italiana ha conosciuto grazie allo stimolo e al contributo di forze di diverso orientamento.

Ma il fatto che si sia instaurato un clima di pura contrapposizione e di incomunicabilità, a scapito della ricerca di possibili terreni di impegno comune, deve considerarsi segno di un'ancora insufficiente maturazione nel nostro paese del modello di rapporti politici e istituzionali già consolidatosi nelle altre democrazie occidentali.

Ebbene, è venuto il tempo della maturità per la democrazia dell'alternanza anche in Italia. Il reciproco riconoscimento, rispetto ed ascolto tra gli opposti schieramenti, il confrontarsi con dignità in Parlamento e nelle altre assemblee elettive, l'individuare i temi di necessaria e possibile limpida convergenza nell'interesse generale, possono non già mettere in forse ma, al contrario, rafforzare in modo decisivo il nuovo corso della vita politica e istituzionale avviatosi con la riforma del 1993 e le elezioni del 1994. Ciò potrà avvenire solo ad opera delle forze politiche organizzate e delle loro rappresentanze nelle istituzioni rappresentative, sorrette dalla consapevolezza e dal dinamismo della società civile.

A chi vi parla, chiamato a rappresentare l'unità nazionale, spetta semplicemente trasmettere oggi un messaggio di fiducia, in risposta al bisogno di serenità e di equilibrio fattosi così acuto e diffuso tra gli italiani. Sono convinto che la politica possa recuperare il suo posto fondamentale e insostituibile nella vita del paese e nella coscienza dei cittadini. Può riuscirvi quanto più rifugga da esasperazioni e immeschinimenti che ne indeboliscono fatalmente la forza di attrazione e persuasione, e quanto più esprima moralità e cultura, arricchendosi di nuove motivazioni ideali.

Tra esse, quella del costruire basi comuni di memoria e identità condivisa, come fattore vitale di continuità nel fisiologico succedersi di diverse alleanze politiche nel governo del paese. Ma non si può dare memoria e identità condivisa, se non si ripercorre e si ricompone in spirito di verità la storia della nostra Repubblica nata sessanta anni fa come culmine della tormentata esperienza dello Stato unitario e, prima ancora, del processo risorgimentale.

Ci si può - io credo - ormai ritrovare, superando vecchie laceranti divisioni, nel riconoscimento del significato e del decisivo apporto della Resistenza, pur senza ignorare zone d'ombra, eccessi e aberrazioni. Ci si può ritrovare - senza riaprire le ferite del passato - nel rispetto di tutte le vittime e nell'omaggio non rituale alla liberazione dal nazifascismo come riconquista dell'indipendenza e della dignità della patria italiana. Memoria condivisa, come premessa di una comune identità nazionale, che abbia il suo fondamento nei valori della Costituzione. Il richiamo a quei valori trae forza dalla loro vitalità, che resiste, intatta, ad ogni controversia. Parlo - ed è giusto farlo anche nel celebrare il sessantesimo anniversario dell'elezione dell'Assemblea Costituente - di quei "principi fondamentali" che scolpirono nei primi articoli della Carta Costituzionale il volto della Repubblica. Principi, valori, indirizzi che scritti ieri sono aperti a raccogliere oggi nuove realtà e nuove istanze.

Così, il valore del lavoro, come base della Repubblica democratica, chiama più che mai al riconoscimento concreto del diritto al lavoro, ancora lontano dal realizzarsi per tutti, e alla tutela del lavoro "in tutte le sue forme e applicazioni", e dunque anche nelle forme ora esposte alla precarietà e alla mancanza di garanzie. I diritti inviolabili dell'uomo e il principio di uguaglianza, "senza distinzione di sesso, di razza, di lingua, di religione", si integrano e completano nella Carta europea, aperta ai nuovi diritti civili e sociali. Essi non possono non riconoscersi a uomini e donne che entrano a far parte, da immigrati, della nostra comunità nazionale contribuendo alla sua prosperità. Il valore della centralità della persona umana viene a misurarsi con le nuove frontiere della bioetica.

L'unità e indivisibilità della Repubblica si è via via intrecciata col più ampio riconoscimento dell'autonomia e del ruolo dei poteri regionali e locali. Si rivela lungimirante come fattore di ricchezza e apertura della nostra comunità nazionale la tutela delle minoranze linguistiche. Essenziale appare tuttora il laico disegno dei rapporti tra Stato e Chiesa, concepiti come, ciascuno nel proprio ordine, indipendenti e sovrani.

La libertà e il pluralismo delle confessioni religiose sono state via via sancite, e ancora dovranno esserlo, attraverso intese promosse dallo Stato. Presentano poi una pregnanza ed urgenza senza precedenti, tanto lo sviluppo della cultura e della ricerca scientifica e tecnica, quanto la tutela del paesaggio e del patrimonio storico e artistico della Nazione. Infine, i valori, tra loro inscindibili, del ripudio della guerra e della corresponsabilità internazionale per assicurare la pace e la giustizia nel mondo, si confrontano con nuove, complesse e dure prove. Ebbene - Signor Presidente, onorevoli parlamentari, signori delegati regionali - chi può mettere in dubbio la straordinaria sapienza, e rispondenza al bene comune, dei principi e valori costituzionali che ho voluto puntualmente ripercorrere? In questo senso, è giusto parlare di unità costituzionale come sostrato dell'unità nazionale.

Un risoluto ancoraggio ai lineamenti essenziali della Costituzione del 1948 non può essere scambiato per puro conservatorismo. I costituenti si pronunciarono a tutte lettere per una Costituzione "destinata a durare", per una Costituzione rigida ma non immutabile, e definirono le procedure e garanzie per la sua revisione. Nei progetti volti a rivedere la seconda parte della Costituzione che si sono via via succeduti, non sono stati mai messi in questione i suoi principi fondamentali.

Ma già nell'Assemblea Costituente si espresse - nello scegliere il modello della Repubblica parlamentare - la preoccupazione di "tutelare le esigenze di stabilità dell'azione di governo e di evitare le degenerazioni del parlamentarismo". Quella questione rimase aperta e altre ne sono insorte in anni più recenti, anche sotto il profilo del ruolo dell'opposizione e del sistema delle garanzie, in rapporto ai mutamenti intervenuti nella legislazione elettorale.

La legge di revisione costituzionale approvata dal Parlamento mesi or sono è ora affidata al giudizio conclusivo del popolo sovrano; si dovrà comunque verificare poi la possibilità di nuove proposte di riforma capaci di raccogliere il necessario largo consenso in Parlamento. Esprimo il più sentito e convinto omaggio al mio predecessore Carlo Azeglio Ciampi per l'esemplare svolgimento del suo mandato, e in special modo per l'impulso a una più forte affermazione dell'identità nazionale italiana e di un rinnovato sentimento patriottico.

Nello stesso tempo, nessun ripiegamento entro confini e orizzonti anacronistici. Come già si disse, precorrendo i tempi, all'Assemblea Costituente, l'Europa è per noi italiani una seconda patria. Lo è diventata sempre di più nei quasi cinquant'anni che ci separano da quei Trattati di Roma che portano la firma, per l'Italia, di Antonio Segni e di Gaetano Martino: e il cammino dell'integrazione e costruzione europea cominciò ancor prima, ispirato dalle profetiche intuizioni di Benedetto Croce e di Luigi Einaudi, guidato dall'incontro tra i diversissimi apporti di personalità come Alcide De Gasperi e Altiero Spinelli, lo statista lungimirante e il paladino del movimento federalista, entrambi né meschinamente realisti né astrattamente utopisti. La crisi che da un anno ha investito l'Unione europea non può in alcun modo oscurare il cammino compiuto e far liquidare il grande progetto della costruzione comunitaria come riflesso di una fase storica, quella del continente diviso in due blocchi contrapposti, conclusasi nel 1989.

In effetti non solo si è portata a compimento la più grande impresa di pace del secolo scorso nel cuore dell'Europa, non solo si è realizzato uno straordinario e duraturo avanzamento economico e sociale, civile e culturale nei paesi che si sono via via associati al progetto, ma si sono poste le radici di un irreversibile moto di avvicinamento e integrazione tra i popoli, le realtà produttive, i sistemi monetari, le culture, le società, i cittadini, i giovani delle nazioni europee.

Non potranno arrestare questo processo le difficoltà pur gravi incontrate dall'iter di ratifica del Trattato costituzionale: l'Italia - dopo che il suo governo e il suo Parlamento hanno tra i primi provveduto alla ratifica di quel Trattato - è fortemente interessata e impegnata a creare le condizioni per l'entrata in vigore di un testo di autentica rilevanza costituzionale.

Ci inducono a riflettere ma non potranno fermarci i fenomeni di disincanto e di incertezza indotti nelle opinioni pubbliche da un serio rallentamento della crescita dell'economia e del benessere, da un palese affanno nel far fronte sia alle sfide della competizione globale e del cambiamento di pesi e di equilibri nella realtà mondiale, sia alle stesse prove dell'allargamento dell'Unione. Di certo non esiste dinanzi a queste sfide alcuna alternativa al rilancio della costruzione europea.

L'Italia solo come parte attiva della costruzione di un più forte e dinamico soggetto europeo, e l'Europa solo attraverso l'unione delle sue forze e il potenziamento della sua capacità d'azione, potranno giuocare un ruolo effettivo, autonomo, peculiare nell'affermazione di un nuovo ordine internazionale di pace e di giustizia. Un ordine di pace nel quale possa espandersi la democrazia e prevalere la causa dei diritti umani, e insieme assicurarsi un governo dello sviluppo che contribuisca a scongiurare tensioni e rischi di guerra, e ponga un argine all'intollerabile, allarmante aggravarsi delle disuguaglianze a danno dei paesi più poveri, dei popoli colpiti da ogni flagello come quelli del continente africano.

La strada maestra per l'Italia resta dunque quella dell'impegno europeistico, come il Presidente Ciampi ha in questi anni appassionatamente indicato. E in ciò egli ha incontrato, io credo, il sentire profondo ormai maturato soprattutto nelle nostre giovani generazioni, il cui animo italiano fa tutt'uno con l'animo europeo, e che non vedono avvenire se non nell'Europa. La priorità dell'impegno europeistico nulla toglie alla profondità dell'adesione dell'Italia a una visione dei rapporti transatlantici, dei suoi storici legami con gli Stati Uniti d'America e delle relazioni tra Europa e Stati Uniti, come cardine di una strategia di alleanze, nella libera ricerca di approcci comuni ai problemi più controversi e nella pari dignità.

È in tale contesto che va affrontata senza esitazioni e ambiguità la minaccia così dura, inquietante e per tanti aspetti nuova, del terrorismo di matrice fondamentalista islamica, senza mai offrire a questo insidioso nemico il vantaggio di una nostra qualsiasi concessione alla logica dello scontro di civiltà, di una nostra rinuncia al principio e al metodo del dialogo tra storie, culture e religioni diverse. Non è illusorio pensare che questa cornice degli orientamenti di politica internazionale dell'Italia possa essere condivisa dagli opposti schieramenti politici.

Entro questa cornice spetta al governo e al Parlamento indicare iniziative atte a contribuire al dialogo e al negoziato tra Israele e l'Autorità palestinese nel pieno riconoscimento del diritto dello Stato di Israele a vivere in sicurezza e del diritto del popolo palestinese a darsi uno Stato indipendente. Ed è ora di mettere al bando l'arma del terrorismo suicida e di contrastare fermamente ogni rigurgito di antisemitismo. Si impongono egualmente iniziative volte alla soluzione della ancora aperta e sanguinosa crisi in Iraq, alla stabilizzazione del processo democratico in Afghanistan, alla ricerca di uno sbocco positivo per lo stato di preoccupante tensione con l'Iran.

Più specificamente, compete al governo e al Parlamento definire le soluzioni per il rientro dei militari italiani dall'Iraq. Oggi, non può che accomunare quest'Assemblea l'omaggio riverente e commosso a tutti i nostri caduti, che hanno rappresentato il prezzo così doloroso di missioni all'estero assolte con dedizione e onore, qualunque sia stato il grado di consenso nel deliberarle.

Onorevoli parlamentari, signori delegati regionali, se rivolgo ora lo sguardo dal cruciale orizzonte europeo allo stato del nostro paese e al quadro delle nostre dirette responsabilità, posso solo consentirmi brevi considerazioni, senza affacciarmi in un campo che è, più di ogni altro, proprio del confronto tra diverse impostazioni e posizioni politiche. Posso, anche qui, esprimere solo un messaggio di fiducia, senza indulgere a diagnosi pessimiste sull'inevitabile declino del nostro sistema economico e finanziario, ma nemmeno sottovalutando la gravità delle debolezze da superare e dei nodi da sciogliere. Il nodo - innanzitutto - del debito pubblico. E insieme, le debolezze del sistema produttivo.

Le imprese italiane hanno mostrato di saper raccogliere la sfida che viene dall'operare in un mercato aperto e in libera concorrenza e di volersi impegnare in un serio sforzo per la crescita, l'innovazione e l'internazionalizzazione. Esse chiedono allo Stato non di introdurre o mantenere indebite protezioni, ma di favorire la competitività del sistema e gli investimenti privati e pubblici, nonché di riprendere quel processo di sviluppo infrastrutturale che tanta parte ebbe nella crescita del secondo dopoguerra. Ma all'esigenza di rimuovere limiti e vincoli ingiustificati, si accompagna quella di assicurare regole e controlli efficaci ed efficienti.

Il nostro paese non può rinunciare alle sue grandi tradizioni in campo industriale e agricolo, che ancora si esprimono in rilevanti prove di progresso anche tecnologico: tali da dar luogo di recente a casi di straordinario recupero in gravi situazioni di crisi e da animare nuove, vitali realtà produttive. Nello stesso tempo, appare indispensabile rafforzare e modernizzare il settore dei servizi, e valorizzare con coraggio e lungimiranza il patrimonio naturale e paesaggistico, culturale e artistico senza eguali di cui l'Italia dispone.

Di qui passa anche qualsiasi politica per il Mezzogiorno, le cui regioni diventano un asse obbligato del rilancio complessivo dello sviluppo nazionale anche per la loro valenza strategica nella nuova grande prospettiva dei flussi di investimenti e di scambi tra l'area euromediterranea e l'Asia. Né occorre che io aggiunga altro a questo proposito, signori parlamentari e delegati regionali, per la profondità delle radici e delle esperienze politiche e di vita che mi legano al Mezzogiorno: non occorrono altre parole per affidarvi un auspicio così intimamente sentito.

Sono più in generale le mie complessive esperienze politiche e di vita che mi inducono ad associare con forza il problema del rilancio della nostra economia a quello della giustizia sociale, della lotta contro le accresciute disuguaglianze e le nuove emarginazioni e povertà, dell'impegno più conseguente per elevare l'occupazione e il livello di attività della popolazione, il problema non eludibile del miglioramento delle condizioni dei lavoratori e dei pensionati e di una rinnovata garanzia della dignità e della sicurezza del lavoro. C'è bisogno di più giustizia e coesione sociale.

E se un ruolo decisivo spetta in questo senso ai sindacati, posti peraltro di fronte a un mercato del lavoro in profondo cambiamento che richiede forti aperture all'innovazione, è interesse e responsabilità anche delle forze imprenditoriali comprendere e assecondare politiche di coesione e di solidarietà. Quando ci domandiamo - dinanzi a problemi così complessi e a vincoli così pesanti - se possiamo farcela, dobbiamo guardare alle risorse di cui dispone l'Italia. Sono le risorse delle istituzioni regionali e locali che esercitano le loro autonomie in responsabile e leale collaborazione con lo Stato e contando sull'impegno unitario della pubblica amministrazione al servizio esclusivo della nazione.

Sono, insieme, le risorse di un ricco tessuto civile e culturale, da cui si sprigiona un potenziale prezioso di sussidiarietà, per l'apporto di cui si è mostrato e si mostra capace il mondo delle comunità intermedie, dell'associazionismo laico e religioso, del volontariato e degli enti non profit. Sono le risorse della partecipazione di base, che le istituzioni locali tanto possono stimolare e canalizzare. E sono le risorse delle famiglie: come quelle che abbiamo visto in queste settimane stringersi attorno alle spoglie dei caduti di Nassirya e di Kabul.

Famiglie laboriose e modeste che educano i loro figli al senso del dovere verso la patria e verso la società. Famiglie che rappresentano la più grande ricchezza dell'Italia. E ancora, abbiamo da contare - mi si lasci ricordare la splendida figura di Nilde Iotti - sulle formidabili risorse delle energie femminili non mobilitate e non valorizzate né nel lavoro né nella vita pubblica: pregiudizi e chiusure, con l'enorme spreco che ne consegue, ormai non più tollerabili.

Contiamo infine sulle risorse che possono essere attribuite ai giovani, uomini e donne in formazione, da un sistema di istruzione che fino al più alto livello offra a tutti uguali opportunità di sviluppo della persona, e premi il merito e la dedizione allo studio e al lavoro. Da tutto ciò le ragioni di una non retorica fiducia nel futuro del nostro paese. Il nostro futuro tuttavia è legato anche a problemi come quelli che ormai si collocano nel grande scenario dello spazio europeo di libertà, sicurezza e giustizia.

Resta assai dura la sfida della lotta contro la criminalità, una presenza aggressiva che ancora tanto pesa sulle possibilità di sviluppo del Mezzogiorno, così come contro le nuove minacce del terrorismo internazionale e interno. Ci dà però fiducia il fatto che lo Stato ha mostrato anche negli ultimi anni di poter contare sull'azione efficace e congiunta della magistratura e delle forze dell'ordine, alle quali tutte - avendo io stesso, da responsabilità di governo, imparato a meglio conoscerne e apprezzarne l'impegno e lo slancio - desidero indirizzare il più vivo nostro riconoscimento.

Certo, i problemi della legalità e della moralità collettiva si presentano ancora aperti in modi inquietanti e anche in ambiti che avremmo sperato ne restassero immuni. Mentre sono purtroppo rimaste critiche le condizioni dell'amministrazione della giustizia, soprattutto sotto il profilo della durata del processo.

E troppe tensioni circondano ancora i rapporti tra politica e giustizia, turbando lo svolgimento di una così alta funzione costituzionale e ferendo la dignità di coloro che sono chiamati ad assolverla. Anche in questo delicatissimo campo, sono esigenze di serenità e di equilibrio, negli stessi necessari processi di riforma, quelle che si avvertono e chiedono di essere soddisfatte. Seri e complessi sono dunque gli impegni cui debbono far fronte la politica e le istituzioni.

L'Italia vive un momento difficile: ma drammatico, non solo difficile, fu il periodo che l'Italia visse negli anni successivi alla fine della guerra e alla Liberazione, dovendo accollarsi un'eredità di terribili distruzioni materiali e morali e superare anche le scosse di un conflitto elettorale e ideale come quello che divise in due il paese nella scelta tra monarchia e repubblica. Prevalse allora - la prova più alta la diede l'Assemblea Costituente - ed ebbe ragione di tutte le difficoltà il senso della missione nazionale comune : che fu più forte di pur legittimi contrasti ideologici e politici.

Così, oggi, il mio appello all'unità non tende a edulcorare una realtà di aspre divergenze soprattutto ai vertici della politica nazionale, ma proprio a sollecitare tra gli italiani un nuovo senso della missione da adempiere per dare slancio e coesione alla nostra società, per assicurare al nostro paese il ruolo che gli spetta in Europa e nel mondo. Ed è un appello che può forse trovare maggiore rispondenza in quell'Italia profonda, l'Italia delle cento province, l'Italia della fatica quotidiana e della volontà di progredire, che il mio predecessore ha voluto esplorare traendone l'immagine di una concordia di intenti e di opere più salda di quanto comunemente si ritenga. Considero mio dovere impegnarmi per favorire più pacati confronti tra le forze politiche e più ampie, costruttive convergenze nel paese ; ma è un impegno che svolgerò con la necessaria sobrietà e nel rigoroso rispetto dei limiti che segnano il ruolo e i poteri del Presidente della Repubblica nella Costituzione vigente.

Un ruolo di garanzia dei valori e degli equilibri costituzionali; un ruolo di moderazione e persuasione morale, che ha per presupposto il senso e il dovere dell'imparzialità nell'esercizio di tutte le funzioni attribuite al Presidente. Come rappresentante dell'unità nazionale, raccolgo il riferimento ben presente nel messaggio augurale indirizzatomi dal Pontefice Benedetto XVI - al quale rivolgo il mio deferente ringraziamento e saluto: raccolgo il riferimento ai valori umani e cristiani che sono patrimonio del popolo italiano, ben sapendo quale sia stato il profondo rapporto storico tra la cristianità e il farsi dell'Europa.

E ne traggo la convinzione che debba laicamente riconoscersi la dimensione sociale e pubblica del fatto religioso, e svilupparsi concretamente la collaborazione, in Italia, tra Stato e Chiesa cattolica in molteplici campi in nome del bene comune. Nel momento in cui inizia il suo mandato, il Presidente della Repubblica rende omaggio alla Corte Costituzionale, come organo di alta garanzia che da cinquant'anni veglia sul pieno rispetto della nostra legge fondamentale; al Consiglio Superiore della Magistratura, espressione e presidio dell'autonomia e indipendenza di quell'ordine da ogni altro potere; a tutte le amministrazioni pubbliche, a tutti gli organi e i corpi dello Stato, e in particolare alle Forze Armate italiane che si distinguono per sempre più alti livelli di moderna professionalità ed efficienza, così come alle diverse e distinte forze preposte con convergente impegno alla tutela del bene essenziale della sicurezza dei cittadini. Un segno di particolare attenzione va al mondo della scuola e dell'Università e a quanti sono chiamati a tenerne alta la funzione educativa.

Al mondo dell'informazione va indirizzato un convinto impegno a garantirne la libertà e il pluralismo come condizione imprescindibile di democrazia. Rivolgo un grato e rispettoso pensiero a tutti i miei predecessori, personalità rappresentative di diverse correnti ideali e tradizioni popolari, ritrovatesi nel primato dei valori essenziali: libertà, giustizia, solidarietà.

Uno speciale ricordo per il primo Presidente della Repubblica Enrico De Nicola, che fu simbolo di pacificazione in un contrastato passaggio storico e al quale fui legato da rapporti di antica amicizia famigliare e dal comune impegno, in diverse epoche, a rappresentare in Parlamento la nostra grande, generosa e travagliata città di Napoli. Signor Presidente, onorevoli parlamentari, signori delegati, mi inchino dinanzi a questa Assemblea nella quale si riconoscono tutti gli italiani, per la prima volta anche quelli che operano all'estero, le cui comunità hanno finalmente voce per far sentire le loro esigenze ed attese.

Non sarò in alcun momento il Presidente solo della maggioranza che mi ha eletto; avrò attenzione e rispetto per tutti voi, per tutte le posizioni ideali e politiche che esprimete; dedicherò senza risparmio le mie energie all'interesse generale per poter contare sulla fiducia dei rappresentanti del popolo e dei cittadini italiani senza distinzione di parte.
Viva il Parlamento!
Viva la Repubblica!
Viva l'Italia!

(15 maggio 2006)

mercoledì 10 maggio 2006

Napolitano, presidente amico della comunità gay

Il presidente Arcigay Lo Giudice: "Saprà essere garante di tutti, compresi gay, lesbiche e trans"


Nel 1997, una delegazione di Arcigay fu ricevuta dal Ministro degli Interni Giorgio Napolitano, a cui sottopose la piaga delle violenze antigay e dei cosiddetti “omocidi”, i frequenti assassini omofobi di persone omosessuali, per lo più anziane. Da lì ebbe inizio una collaborazione fra Arcigay e il Ministero che si interruppe con l’insediamento del governo Berlusconi.

Ci piace ricordare quell’episodio come segno di un’attenzione amichevole fra Giorgio Napolitano e la comunità gay e lesbica del Paese.

Siamo certi che il nuovo Presidente della Repubblica, a cui va il nostro più sincero augurio di buon lavoro, saprà essere garante di tutti gli italiani e le italiane, comprese le persone gay, lesbiche, bisessuali e transessuali.

http://www.arcigay.it/show.php?1891

Il nostro Presidente

Giorgio Napolitano giura lunedì 15



Ore 12.50. Giorgio Napolitano è il nuovo presidente della Repubblica. All'annuncio del quorum tutto il Parlamento applaude. O quasi: molti deputati del centrodestra sono scappati, Forza Italia e la Lega non battono le mani. Eppure la maggioranza c'è. Netta. I votanti sono stati 990, su 1009 aventi diritto. Napolitano è stato eletto al quarto scrutinio con 543 voti, superando ampiamente la maggioranza assoluta di 505 voti e di poco i 540 sui quali poteva contare l'Unione.

I risultati ufficiali sono letti dal presidente della Camera Bertinotti. Altri voti: 347 schede bianche, 42 Bossi, 14 nulle, 10 D'Alema, 7 Ferrara, 6 Letta, 5 Berlusconi, 3 Di Piazza, 3 Pininfarina, più qualche voto sparso fra candidati improbabili.

La prima telefonata di congratulazioni arriva da Carlo Azeglio Ciampi, che si dimetterà linedì 15 maggio. Nella stessa giornata, alle ore 17, il giuramento del nuovo presidente.

«Mi dispiace che la Casa delle libertà non abbia capito che Napolitano sarà veramente il presidente di tutti gli italiani, ma proprio perchè Napolitano è così credo che potremo considerarlo in futuro il presidente eletto da tutti», ha detto Romano Prodi, plaudendo alla scelta di un ex comunista al Quirinale, «la fine di una fase lunga in cui la storia ci aveva obbligato a divisioni innaturali».

Dopo tre scrutini seppelliti sotto le schede bianche delle due coalizioni – il centrosinistra come segno di apertura, la Cdl come mezzo per cancellare le proprie divisioni - si è arrivati, ancora senza un´intesa, al voto decisivo. Quello in cui il quorum è sceso dai due terzi dell´assemblea alla metà più uno, impedendo di rinviare ulteriormente la scelta.

Nel centrosinistra, come prevedibile, hanno dichiarato tutti il proprio voto per Napolitano, senza soprese nell'urna. Con il nuovo presidente anche i senatori a vita. Nel centrodestra, invece, ha prevalso la linea berlusconiana e leghista del muro contro muro e del sabotaggio istituzionale. Anche l´Udc si è adeguata alla scheda bianca ed anche Casini si è sottoposto all´umiliazione di dover attraversare quasi di corsa la cabina elettorale, sotto lo sguardo vigile dei pretoriani forzisti. Solo qualcuno, come Follini, ha avuto il coraggio di ribellarsi, dichiarando pubblicamente il suo voto per Napolitano.

http://www.unita.it/view.asp?IDcontent=56192



Perché dico no a questa riforma della Costituzione
Giorgio Napolitano, discorso al Senato, 10-05-2006



Lei non si stupirà, signor Presidente, se pur essendo stato da così breve tempo chiamato a far parte di quest'Assemblea, prendo oggi la parola. Ho in effetti ritenuto di non potermi sottrarre alla responsabilità di un giudizio motivato su una legge di natura specialissima, qual è quella ora sottoposta al nostro ultimo esame, di revisione complessiva e radicale dell'ordinamento della Repubblica.
Tanto più che, se non sono stato finora partecipe del contrastato iter di questa legge, ho, in periodi precedenti, svolto un ruolo attivo nel lungo processo di elaborazione e discussione di idee e di proposte di riforma costituzionale che si è svolto nei due rami del Parlamento almeno a partire dalla fine degli anni Settanta.
Perché vedete, e vorrei sottolinearlo, sarebbe del tutto infondato il sostenere o il lasciar intendere che nel passato il Parlamento sia rimasto chiuso in un atteggiamento di pura conservazione, di statica e retorica difesa della Costituzione del 1948.
Ben prima che negli anni 1993-1994 intervenisse una vera e propria cesura, una rottura di continuità nel nostro sistema politico, ben prima di allora, tra i partiti storici della Repubblica nata nel 1946, era venuta maturando l'esigenza di un ripensamento e di un adeguamento del quadro istituzionale. Nel 1982, un primo "inventario" di proposte di riforma venne redatto dalle Commissioni affari costituzionali della Camera e del Senato. Nel 1983 fu istituita, come è noto, un'ampia e rappresentativa Commissione bicamerale di studio sulle riforme istituzionali, presieduta dall'onorevole Bozzi, che presentò nel 1985 un quadro assai ricco di considerazioni e indicazioni concrete, rimaste purtroppo senza seguito.
Vennero poi anni di stagnazione del confronto e dell'iniziativa sui temi di una possibile revisione della Costituzione, anche se non mancarono leggi ordinarie di notevole significato istituzionale, come, nel 1988, quella sull'ordinamento della Presidenza del Consiglio o come, nel 1990, quella sull'ordinamento delle autonomie locali.
Si giunse così, all'inizio della XI Legislatura, in una condizione di grave ritardo dinanzi a esigenze oggettive e a sollecitazioni dell'opinione pubblica ormai non più dilazionabili e quindi si impose una scelta che per primo il presidente della Repubblica appena eletto, Oscar Luigi Scalfaro, invitò "fermamente" il Parlamento a compiere: la nomina, che col compianto presidente Spadolini subito promuovemmo, di una Commissione bicamerale non più solo di studio, ma con poteri di iniziativa legislativa, con funzioni redigenti e referenti, che fosse in grado di sottoporre a entrambe le Assemblee un progetto compiuto di riforma della Parte II della Costituzione.
La Commissione, presieduta prima da Ciriaco De Mita e poi da Nilde Iotti, riuscì a presentare un organico, non esaustivo ma, condiviso progetto, nel gennaio 1994, (relatore per la forma di Stato Silvano Labriola e per la forma di governo Franco Bassanini). Il progetto cadde con lo scioglimento, di lì a poco, di Camera e Senato.
Ricordo tutto ciò anche perché il senatore Francesco D'Onofrio, nella sua relazione del gennaio 2004, volle richiamare i lavori sia della Commissione De Mita-Iotti sia della successiva Commissione D'Alema, sostenendo che la proposta di riforma presentata dell'attuale Governo dovesse intendersi semplicemente come conclusione di un percorso. Tale affermazione sarebbe da apprezzare per la sua modestia se non contrastasse con la realtà dell'effettiva ispirazione della proposta, ancora oggi al nostro esame, ispirazione tutt'affatto diversa da quelle che sorreggevano i progetti precedenti e segnatamente quello del gennaio 1994.
Qualche giorno fa ho avuto modo, in occasione della cerimonia di omaggio dedicata all'onorevole Labriola appena scomparso, di mettere in evidenza come la sua relazione di oltre 11 anni fosse audacemente innovativa e nello stesso tempo ispirata a grande equilibrio e responsabilità istituzionale.
Ebbene, con quell'impostazione e con le modifiche che vennero di conseguenza prospettate, risultano coerenti in realtà le proposte di riforma non della maggioranza, ma della minoranza, comprese quelle che escludono la formulazione, nell'articolo 117 della Costituzione, di un elenco di potestà legislative sia concorrenti sia esclusive delle Regioni, accanto alla specificazione delle materie affidate alla competenza dello Stato e postulano possibilità di iniziativa dello Stato federale nell'interesse nazionale, anziché un richiamo sanzionatorio a quell'interesse, ove appaia violato.
Per questo ed altri aspetti - come si sa - l'attuale schieramento di minoranza ha già proposto, con il disegno di legge presentato dai senatori Villone e Bassanini nel settembre 2003, modifiche rilevanti della stessa riforma del Titolo V che esso aveva, da posizioni di maggioranza, varato in modo non sufficientemente meditato.
In effetti, se si legge ancora oggi e si considera obiettivamente il testo presentato, sempre nel gennaio 2004, dai relatori di minoranza, si può constatare come ad una critica puntuale e severa del progetto governativo si accompagnasse un insieme di proposte tale da configurare un vero e proprio progetto alternativo di riforma. Il Governo e la maggioranza che lo sorregge - a mio avviso - avrebbero dovuto apprezzare il fatto che lo schieramento di centro-sinistra non ha sostenuto che tutte le esigenze di revisione costituzionale, affiorate nel lungo processo da me richiamato e culminato nella Commissione bicamerale D'Alema, fossero da ritenersi ormai superate.
In particolare, pur essendosi significativamente consolidate - attraverso il passaggio al sistema elettorale maggioritario e la prassi di una competizione politica bipolare - la posizione del Governo in Parlamento, la governabilità del Paese e la stabilità dell'azione di Governo, l'attuale opposizione ha continuato e continua a presentare proposte volte a sancire in sede costituzionale tale evoluzione e a rafforzare i poteri del Primo Ministro rispetto alle formulazioni della Carta del 1948.
E' dunque l'attuale opposizione che si è preoccupata e si preoccupa di concludere, sulla base di un'ulteriore e coerente maturazione, il percorso che venne bloccato nel 1998, non occorre qui ricordare come e per responsabilità di chi. Sono parte della conclusione di quel percorso le proposte della relazione di minoranza relative alla composizione e alle attribuzioni del nuovo Senato della Repubblica, ma anche tutte quelle riguardanti un sostanziale adeguamento del sistema delle garanzie e dello statuto dell'opposizione all'avvento e all'abuso di un meccanismo maggioritario.
Quel che anch'io giudico inaccettabile è, invece, il voler dilatare in modo abnorme i poteri del Primo Ministro, secondo uno schema che non trova l'eguale in altri modelli costituzionali europei e, più in generale, lo sfuggire ad ogni vincolo di pesi e contrappesi, di equilibri istituzionali, di limiti e di regole da condividere.
Quel che anch'io giudico inaccettabile è una soluzione priva di ogni razionalità del problema del Senato, con imprevedibili conseguenze sulla linearità ed efficacia del procedimento legislativo; una alterazione della fisionomia unitaria della Corte costituzionale, o, ancor più, un indebolimento dell'istituzione suprema di garanzia, la Presidenza della Repubblica, di cui tutti avremmo dovuto apprezzare l'inestimabile valore in questi anni di più duro scontro politico.
E allora, signor Presidente, onorevoli colleghi, il contrasto che ha preso corpo in Parlamento da due anni a questa parte e che si proporrà agli elettori chiamati a pronunciarsi prossimamente nel referendum confermativo non è tra passato e futuro, tra conservazione e innovazione, come si vorrebbe far credere, ma tra due antitetiche versioni della riforma dell'ordinamento della Repubblica: la prima, dominata da una logica di estrema personalizzazione della politica e del potere e da un deteriore compromesso tra calcoli di parte, a prezzo di una disarticolazione del tessuto istituzionale; la seconda, rispondente ad un'idea di coerente ed efficace riassetto dei poteri e degli equilibri istituzionali nel rispetto di fondamentali principi e valori democratici.
La rottura che c'è stata rispetto al metodo della paziente ricerca di una larga intesa, il ricorso alla forza dei numeri della sola maggioranza per l'approvazione di una riforma non più parziale, come nel 2001, ma globale della Parte II della Costituzione, fanno oggi apparire problematica e ardua, in prospettiva, la ripresa di un cammino costruttivo sul terreno costituzionale; un cammino che bisognerà pur riprendere, nelle forme che risulteranno possibili e più efficaci, una volta che si sia con il referendum sgombrato il campo dalla legge che ha provocato un così radicale conflitto.
Mi asterrò dal rivolgere alle forze di Governo poco realistici appelli alla riflessione, ma non posso fare a meno di esprimere la mia convinzione che la strada indicata qui dall'attuale minoranza corrisponde all'interesse di entrambi gli schieramenti politici, nel loro prevedibile alternarsi in posizioni di maggioranza e di opposizione. Essa corrisponde all'interesse di una moderna e responsabile evoluzione del nostro sistema democratico e anche, non da ultimo, alla ricostruzione di un clima, che è purtroppo venuto meno, di più misurato, impegnato e fecondo confronto in Parlamento: un clima che è condizione per l'esercizio, con autorevolezza, del ruolo insostituibile di questa nostra istituzione.
(Applausi dai Gruppi DS-U, Mar-DL-U, Misto-RC, Misto-Com e Misto-Pop-Udeur. Molte congratulazioni).

Senato della Repubblica, XIV legislatura, 897a seduta pubblica
Martedì 15 novembre 2005
Discussione del disegno di legge costituzionale: Modifiche alla Parte II della Costituzione (Approvato in prima deliberazione dal Senato; modificato in prima deliberazione dalla Camera dei deputati; nuovamente approvato, in prima deliberazione, dal Senato e approvato, in seconda deliberazione, dalla Camera dei deputati)

http://www.libertaegiustizia.it/primopiano/pp_leggi_articolo.php?id=566&id_titoli_primo_piano=1

domenica 30 aprile 2006

Nozze gay per un italiano: è la prima volta

Marco Canale e il suo compagno Alan Webb si sposeranno oggi grazie al Civil partnership act


LONDRA - Nozze gay a Londra per un italiano: Marco Canale e il suo compagno Alan Webb si sposeranno oggi grazie al Civil partnership act, la normativa inglese approvata nel dicembre 2005 che consente le unioni omosessuali. La cerimonia si terrà presso il municipio di Chelsea. A dare la notizia l'Arcigay. "Siamo felici - dichiara Fabrizio Marrazzo, presidente dell'associazione - che Marco, nostro socio, da sempre vicinissimo a noi, stia coronando il sogno della sua vita. L'unica nota triste è che per farlo debba ricorrere a una legge di un altro paese più avanzato del nostro. In Italia l'unione tra Marco e Alan non ha valore e per la legge sono due estranei. Per questo si sono proposti di portare la questione sia nei tribunali italiani che al tribunale europeo. "Oggi una delegazione di Arcigay sarà presente a Londra per essere vicini a Marco e per sottolineare l'impegno della nostra associazione affinché anche nel nostro paese si discuta in maniera serena del Pacs e dei diritti delle coppie gay". Il rito con il quale Marco e Alan si uniranno a Londra, pur non essendo un vero e proprio matrimonio dal punto di vista formale, lo è nella sostanza delle norme. La legge britannica sull'Unione civile, entrata in vigore nel dicembre scorso, riguarda solo le coppie dello stesso sesso, che nel Regno Unito non hanno la possibilità di contrarre matrimonio, ed estende loro la libertà di acquisire tutti i diritti e i doveri cui sono soggette le coppie sposate. Possibilità di prendere il cognome del partner, dovere di contribuire al mantenimento suo e dei figli dell'unione, possibilità di stipulare un'assicurazione sulla vita a beneficio del partner, protezione in caso di violenza domestica, stesso trattamento riservato ai coniugi in riferimento alle tasse, al rapporto di lavoro, alla pensione, all'eredità, al risarcimento danni in caso di morte del partner per incidente, all'immigrazione e all'acquisizione della cittadinanza.

(La Stampa del 30/04/2006)
http://www.gaynews.it/view.php?ID=37283

L'inviato di GAY.tv preso a sassate a Cracovia

Tensione tafferugli e arresti a Cracovia attorno al corteo del "festival della tolleranza"
di Paolo Hutter


Incredibile: in una città simbolo della nuova Europa dell'Unione, nella città -natale di Papa Woytila una manifestazione per la tolleranza e per gli uguali diritti delle minoranze sessuali si può svolgere solo sfidando i sassi e le uova, non solo le urla della destra omo-foba. I giovani del "partito delle Famiglie Polacche" , una formazione di destra che sostiene il neo presidente polacco Kacinsky, si sono mobilitati coinvolgendo hooligans da stadio per contestare anche violentemente la marcia.

Per fortuna sono stati solo tre i feriti tra i manifestanti della Marcia, e non gravi. Il Festival, che è biennale, continua con dibattiti proiezioni feste ed è previsto per oggi un incontro con i politici, quei pochi che in Polonia sostengono i diritti gay. Ma lasciamo il racconto all'unico testimone italiano della giornata di Cracovia, il giovane inviato di Gay.Tv Daniele Salaris che ha scansato di poco un sasso e un paio di uova.

Ecco la sua corrispondenza da Cracovia

"Ce l’abbiamo fatta! Abbiamo portato a termine la Marcia della Tolleranza!” queste le grida di vittoria alla fine dell’impresa : almeno mille manifestanti sono riusciti ad attraversare Cracovia fino al Wavel, il castello medievale nonché meta ultima del percorso, che nel 2004 non era stato possibile raggiungere a causa del massiccio attacco degli hooligans. Questa volta a difendere i manifestanti da un lato e a fermare gli hooligans dall’altro c’erano quattrocento poliziotti, che comunque non sono riusciti ad evitare incidenti. A metà percorso siamo stati infatti attaccati da un lato e poi

frontalmente con uova e pietre, e mentre noi gridavamo “Tollerancja” loro urlavano “Aberracja” o “I froci alle camere a gas! Via gli omosessuali da Cracovia!”. Persino un prete tra la folla, ovviamente dal lato avversario. Più volte ci siamo dovuti fermare, ma altrettante volte siamo ripartiti tra vere e proprie scene di guerriglia urbana, che tuttavia non sono riuscite a guastare l’atmosfera di compatta solidarietà. Da tutto il paese e da tutta l’Europa, associazioni per i diritti degli omosessuali hanno marciato affianco ai democratici di sinistra polacchi e ai verdi, reggendo un'unica grande bandiera arcobaleno contro questa spietata omofobia. L’ultimo gruppo degli hooligans della Lega per la Famiglia Polacca ha infine lanciato una pioggia di sassi dalla cima del castello prima di essere bloccato dalla polizia, e almeno una ragazza è stata portata via in ambulanza. I ragazzi della Culture for Tolerance sono tuttavia commossi e soddisfatti, perché nessuno ha abbandonato il corteo fino alla fine, e si apprestano a portare avanti questa terza edizione del Festival della Tolleranza.

Dopo gli incidenti dell'autunno scorso a Poznan (65 partecipanti a una manifestazione gay vietata arrestati e rilasciati) e le conseguenti manifestazioni di solidarietà nelle città polacche, torna caldo col 28 aprile di Cracovia il tema dei diritti gay e dell'omofobia in piazza.

http://www.gaynews.it/view.php?ID=37278

Ma la Cdl ancora non ci sta

di EUGENIO SCALFARI


Se vogliamo stare ai fatti, la prima domanda riguarda la tenuta della nuova maggioranza che la nuova opposizione riteneva impossibile specie al Senato, dato il piccolissimo scarto tra i due schieramenti. Su questa scommessa la Casa delle libertà aveva puntato tutte le sue carte, coadiuvata da un vasto spiegamento mediatico che ha cercato in tutti i modi di tessere la tela delle larghe intese tra le opposte sponde, rese necessarie dalla presunta ingovernabilità del Parlamento e del Paese.

La condizione per realizzare quest'obiettivo era la vittoria di Giulio Andreotti, il rinvio dell'incarico a Prodi, infine il pareggio elettorale reso visibile nelle aule del Parlamento.

I fatti hanno invece portato alla sconfitta di questa strategia. La maggioranza, sia pure di due soli voti, non è mai venuta meno. Sulla carta (esclusi i senatori a vita) il centrosinistra aveva al Senato 158 seggi e il centrodestra 156. Nella prima votazione di venerdì scorso ha avuto 157 voti contro i 140 di Andreotti e i 15 di Calderoli (155 in totale). Sono mancati un voto al candidato dell'Unione e un voto al candidato della Cdl. Nelle successive votazioni (quelle funestate da "Francesco-tiratori") Marini non è comunque mai sceso sotto ai 159 voti validi, fino ai 165 della votazione di ieri mattina, quella della vittoria, con una maggioranza di 9 voti sull'avversario.

Questi sono i numeri. Lo sbando del centrosinistra non c'è mai stato e l'Unione ha tenuto in tutte le sue componenti.

Ciò non significa che non vi siano stati episodi disdicevoli, schede volontariamente manomesse,
ricostruibili, taroccate.

Quante? Anche qui stiamo ai fatti. Ce ne sono state 3 nella seconda votazione annullata da Scalfaro e 2 nella successiva. I famosi "Francesco-tiratori" si sono manifestati quando però i voti di Marini erano già al di sopra dei seggi elettoralmente attribuiti al centrosinistra.

Gli autori di quel taroccamento sono stati variamente indicati: senatori dell'Udeur, senatori votati dagli italiani residenti all'estero, senatori a vita, senatori del centrodestra che, invece di votare Andreotti, avrebbero "scherzato" sul nome di Marini storpiandolo a volontà per provocare l'annullamento delle loro schede e gettare il marasma del sospetto nel fronte avverso.

Quest'ultima ipotesi non è stata fin qui formulata ma a me sembra la più probabile tenendo conto che Andreotti non ha mai superato i 155 voti nella giornata di venerdì.

Avrebbe dovuto averne 156 stando ai risultati elettorali, più 3 senatori a vita (Cossiga, Pininfarina e lo stesso Andreotti) e così 159. Sono stati dunque 4 i voti mancanti all'appello. Che fine hanno fatto questi voti? Ecco un piccolo rebus che propongo alla riflessione di chi ha inneggiato o si è messo le mani nei capelli durante le votazioni senatoriali del 28 aprile.

La "bagarre" sorta attorno alle schede taroccate non può certo essere ignorata. Marini e Andreotti ne hanno fatto entrambi le spese (alle schede intitolate a "Francesco Marini" hanno infatti fatto riscontro quelle compilate per "Andreotti senatore Giulio", "Andreotti G." e "senatore Andreotti Giulio" destinate alla riconoscibilità del voto segreto). Ma chi, come me, ha seguito per dovere professionale decine e decine di siffatte votazioni sa che esse sono sempre avvenute e sempre purtroppo avverranno intrecciando le votazioni per cariche istituzionali con la formazione dei governi, i programmi politici, le correnti interne ai partiti, l'intreccio tra affari e politica. Sono i difetti della democrazia parlamentare che non è certo un sistema perfetto anche se non se ne è ancora inventato uno migliore.

* * *
Bertinotti e Marini, appena insediati nei loro scanni presidenziali, hanno pronunciato due buoni discorsi.
Misurati, equilibrati, insistentemente al di sopra delle parti, volutamente rassicuranti e con la mano tesa verso gli avversari di un minuto prima. Hanno riscosso molti applausi della loro parte e anche della parte avversa. Nel momento dell'insediamento è sembrato che le due Camere fossero completamente diverse da come erano apparse poche ore o appena pochi minuti prima. Piaccia o non piaccia, questa è la politica. Non sempre è ipocrisia, spesso si tratta di cambiamento di ruolo, quando dal virtuale si passa alla realtà.

Un solo personaggio non ha manifestato cambiamenti: Silvio Berlusconi.

Durante l'insediamento di Bertinotti il suo viso era terreo, la mascella serrata, lo sguardo cupo, a volte smarrito ma sempre iroso e vendicativo.

Nello spazio di ventiquattr'ore ha visto franare la sua strategia così puntigliosamente preparata. Affinché riuscisse, tutto era stato predisposto, dalla candidatura di Andreotti agli insulti e alle contestazioni contro Scalfaro, dal probabile taroccamento di alcune schede al martellamento sull'inevitabilità della "grande coalizione", dal voto sul nome di D'Alema contrapposto a quello di Bertinotti fino al costante dileggio sparso a piene mani contro Prodi.

Non sono serviti. Per poche ore è sembrato che il fantasma d'un grande ritorno prendesse corpo, ma alle tre del pomeriggio di ieri la partita si è chiusa.

Chi si illudesse che l'uomo di Arcore abbia deposto le armi e voglia collaborare alla pacificazione, prenderebbe però un grosso abbaglio. Non ha deposto un bel niente. Secondo la prassi avrebbe dovuto convocare immediatamente il Consiglio dei ministri e andare ieri sera al Quirinale a dimettersi. Non lo ha fatto; resta ancora abbarbicato come l'edera a Palazzo Chigi fino a martedì. Nel frattempo continua ad ingiungere a Ciampi di non dare l'incarico a Prodi che invece, se Ciampi lo considerasse necessario o semplicemente opportuno, rientra senza ombra di dubbio nei poteri costituzionali del presidente della Repubblica.

Da questo punto di vista è bene chiarire che non c'è e non ci può essere alcun problema di ingorgo parlamentare. Se Ciampi deciderà di incaricare Prodi e se subito dopo avrà inizio il dibattito sulla fiducia, l'ingorgo tra quel dibattito e l'elezione del nuovo Capo dello Stato è puramente immaginaria. Il presidente della Repubblica infatti viene automaticamente prorogato fino a quando il nuovo governo da lui nominato abbia ottenuto la fiducia delle Camere ed è comunque, dopo il giuramento, già nella pienezza dei suoi poteri. Il "plenum" del Parlamento viene convocato dal presidente della Camera non appena adempiuti gli impegni di calendario. Non si verifica alcun vuoto costituzionale perché la "prorogatio" del Capo dello Stato è automatica e dura fino all'elezione del suo successore.

Ma l'improntitudine del presidente del Consiglio uscente va ancora più in là, molto più in là. Come leader di Forza Italia ieri ha lanciato la candidatura di Gianni Letta per il Quirinale mentre i suoi portavoce aggiungevano i nomi di Pera e di Casini formando così una rosa sottoposta alla valutazione della nuova maggioranza parlamentare.

Incredibile ma vero. La prassi consolidata vuole che, per la massima istituzione dello Stato sia la nuova maggioranza parlamentare a proporre all'opposizione una rosa di nomi per realizzare un'auspicabile convergenza di forze. Qui accade l'incontrario. E poiché la risposta non potrà che essere negativa, Berlusconi ne trarrà nuova legna per alimentare il fuoco del ribellismo alle regole e trasformare una legislatura già di per sé difficile in una rissa continua e permanente.

* * *

Chi dei suoi lo seguirà in questo comportamento consapevolmente eversivo? I tre da lui candidati al Quirinale erano preventivamente informati di quella mossa estremamente spericolata? Si rendono conto del significato e degli effetti che ne derivano?

Ma ancora più interessante è capire come sarà accolta l'ennesima provocazione berlusconiana da quella metà di italiani che lo ha ancora una volta votato, a cominciare dal Nord delle piccole imprese.

Gli interessi dei ceti produttivi sono di avere un governo in grado di governare e non paralizzato da un'emergenza permanente. E poiché un governo tra pochi giorni ci sarà e nascerà poggiandosi ad una squadra di persone serie e preparate a cominciare da Tommaso Padoa Schioppa all'Economia, l'Italia produttiva si farà coinvolgere in un ribellismo continuo e paralizzante o manderà segnali visibili a chi ha ricevuto i suoi voti il 10 di aprile?

Questa è la questione che i comportamenti di Berlusconi, ma anche quelli di Fini e di Casini, pongono a tutto il Paese.

Naturalmente il frullatore mediatico di cui il padrone delle televisioni dispone è tale da far presagire una presentazione distorta dei fatti. Per questo è tanto più necessario il ruolo di chiarimento della libera stampa e del servizio pubblico televisivo se si riuscirà a liberarlo dall'ipoteca di Arcore senza peraltro indulgere a ipoteche di altro colore.

* * *

Non posso però chiudere queste note senza soffermarmi brevemente sui due personaggi che sono stati al centro delle vicende nelle ultime quarantott'ore.
Parlo dei due senatori a vita Andreotti e Scalfaro.

Il primo ha accettato la candidatura del centrodestra alla presidenza del Senato. Essa è stata presentata come "super partes". Non lo era e Andreotti lo sapeva benissimo.

Sapeva anche che tra i personaggi eminenti del quarantennio democristiano della Prima Repubblica lui è stato ed è il più discusso di tutti. Andreotti non è un nome che unisce ma un nome che divide.

Abbiamo sperato (per lui, per la sua dignità e infine per l'età veneranda cui è arrivato e per la carica onorifica che ricopre) che dopo le votazioni di venerdì decidesse di ritirarsi da un confronto cui non avrebbe mai dovuto offrire il suo nome. Invece ha proseguito fino alla sconfitta finale. Esempio quanto mai disdicevole d'una passione per il potere e per le cariche che ha caratterizzato l'intera sua esistenza e che non può certo esser camuffata da spirito di servizio cristiano. Alla sua età poi...

Oscar Luigi Scalfaro è stato aggredito a freddo da una metà del Senato e anche da persone - fuori dal Senato - che l'hanno insultato con livore e faziosità. Parlo specificamente di Gianfranco Fini, da alcuni mesi regredito di nuovo al fascismo di origine.

Scalfaro ha presieduto una sessione tumultuosa di quell'assemblea. Ha giustamente rifiutato d'intervenire nella disputa tra i sei segretari provvisori ai quali, per regolamento, spetta in esclusiva il controllo delle schede di voto e della loro correttezza formale e sostanziale. Ha annullato la seconda votazione proprio per rispettare le obiezioni dei due segretari di centrodestra alle quali si opponevano i quattro segretari di centrosinistra.

Nella terza votazione ha letto male una scheda. Se n'è scusato dinanzi all'assemblea ricordando con molta umiltà che alla sua età presiedere un consesso di quell'importanza e così tumultuoso per quattordici ore di fila lo aveva ridotto allo stremo delle forze. Avrebbe dovuto essere applaudito per questa sua dichiarazione, viceversa è stato sommerso da critiche impietose ad opera principalmente del senatore D'Onofrio, polverosa figura di vecchio democristiano ora portavoce dei desideri del padrone.

Infine è stato redarguito con vociferazioni da stadio per aver spostato dalle 20 alle 22 della sera di venerdì la terza votazione per dar modo di poter votare ad alcuni membri dell'assemblea che si erano allontanati non prevedendo che la seduta sarebbe ripresa.
Osservo che in votazioni importanti è interesse di tutti (o dovrebbe essere) che il maggior numero di aventi diritto al voto possa esercitarlo.

Osservo che il presidente Pera ha postergato innumerevoli volte l'inizio delle votazioni quando veniva richiesta la verifica del numero legale.

Infine osservo che c'è modo e modo di criticare un ex presidente della Repubblica che ha avuto il solo demerito di aver fatto rispettare la Costituzione anche a Silvio Berlusconi, il che non è certo un risultato di facile realizzazione.

Se c'è stato un comportamento indecoroso in quanto è accaduto venerdì al Senato, è a mio avviso quello di una parte dell'assemblea nei confronti di un uomo di tarda età, ex presidente della Repubblica e senatore a vita, ex membro dell'Assemblea costituente del 1946, che ha servito il suo Paese per sessant'anni. Questo penso e questo scrivo.

(30 aprile 2006)
http://tinyurl.com/jbtmp

giovedì 27 aprile 2006

PACS, Grillini prepara la battaglia

Presentata la proposta di legge, chieste le firme ai nuovi deputati
Ventiquattro articoli, unioni civili riconosciute e obbligo di sottoscrivere i patti davanti all'ufficiale di stato civile

di Giovanna Casadio


ROMA - E i primi a tagliare il traguardo saranno i Pacs. Non ancora numerata, è però la proposta di legge in pole position della XV legislatura. Già depositata per la pre-istruttoria a Montecitorio, mercoledì 19 aprile, da Franco Grillini. Un'urgenza politica che non mancherà di suscitare un gran polverone nella stessa Unione.
Il deputato Ds e leader dell'Arcigay, Grillini - abito nero e cravatta arcobaleno - ne porta una copia in cartella, mentre si accredita ieri, e s'informa con gli uffici per farla recapitare nelle 630 caselle dei colleghi neodeputati accompagnata da una lettera-invito: sottoscrivetela. Non sarà la pdl numero uno: ai funzionari del servizio "progetti normativi" ne sono arrivate già oltre una trentina sui più svariati argomenti. E ci sono 12 proposte di legge di iniziativa popolare e due decreti che sono iscritti d'ufficio, e per primi. Solo domani si conoscerà l'ordine. Ma la mossa di Grillini cerca di riproporne la priorità politica. A dispetto delle divisioni nel centrosinistra. Nel programma dell'Unione il compromesso tra Rutelli e la sinistra radicale era stato raggiunto sulla formulazione generica di "riconoscimento dei diritti delle unioni civili", evitando di usare il termine Pacs. "Non vedo perché nella testa di 50 milioni di italiani è passata la parola Pacs, e noi dovremmo evitarla". Sempre Grillini. "Questa è una partita che va giocata subito.
Del resto la mediazione raggiunta nel centrosinistra non è stata ancora tradotta in alcuna norma . Ecco, qui c'è la traduzione concreta". Ventiquattro articoli. Una proposta "asciugata" rispetto a quella che nella passata legislatura aveva raccolto 160 firme di deputati del centrosinistra e si era poi arenata in commissione Giustizia. Nonostante i "distinguo" e le rassicurazioni che non si trattava di introdurre il matrimonio gay, è finita stritolata nel braccio di ferro tra laici e cattolici.
Durante la campagna elettorale è stata uno degli scogli nel programma di governo dell'Unione: bandiera di laicità per la "Rosa nel pugno", inaccettabile per Margherita e Udeur. In una lettera aperta alle parrocchie Luigi Bobba (Acli) e Paola Binetti (Scienza e vita) si erano premurati di spiegare che non ci sarebbe stato da parte del centrosinistra nessun attentato al matrimonio tradizionale e di Pacs neppure a parlarne.
Per Grillini invece, avanti tutta. Cominciando dalla definizione di patto civile di solidarietà ("l'accordo tra due persone anche dello stesso sesso, stipulato al fine di regolare i rapporti personali e patrimoniali relativi alla loro vita comune"); patto sottoscritto "davanti all'ufficiale di stato civile"; con diritti anche di reversibilità e di successione. Inoltre il convivente extracomunitario legato da pacs (da almeno due anni) può avere il permesso di soggiorno.

da la Repubblica del 27/04/2006
http://www.gaynews.it/view.php?ID=37243

mercoledì 26 aprile 2006

La Costituzione è comunista

di Marco Travaglio


Dunque è ufficiale. Dire, come fa Bertinotti, che Mediaset «deve dimagrire in pubblicità e reti» non si può. È un «pensiero liberticida» (Schifani, FI), un’«entrata a gamba tesa» (Calderoli, Lega), una «vendetta» (Volontè, Udc), «illiberale» (Berlusconi, FI-Mediaset), «un reato» (Crosetto, FI), una «posizione inquietante e avventurista» (Bondi, FI), una «vendetta contro Berlusconi» (Mentana, Mediaset), un’«idea comunista» (Mastella, Udeur), una «legge contro» (Pecoraro Scanio, Verdi), una «visione punitiva per castigare Berlusconi» (Polito, Dl), un’«ingiustizia per i lavoratori Mediaset» (Rizzo Pdci, Fede Rete4). Per carità, è comprensibile che il proprietario di Mediaset, i suoi cari e gli ospiti fissi delle sue tv si stendano come scudi umani a protezione di quanto hanno di più prezioso.

Ma che pretendano di difendere il monopolio della tv commerciale e della pubblicità, per giunta incostituzionale, in nome del libero mercato, confondendo la concorrenza col comunismo, è singolare. Il fatto è che proprio quel monopolio, saldato col controllo militare della Rai, ha prodotto il pensiero unico e la paura di chiamare le cose con il loro nome. Una mutazione genetica che impedisce oggi agli uomini del centrosinistra di pensare e di dire ciò che pensavano e dicevano tranquillamente dieci o cinque anni fa. Un breve promemoria non guasterà.
La cura dimagrante per Mediaset non è un'idea balzana del compagno Berty. È quanto ha stabilito per ben due volte la Corte costituzionale. Il 7 dicembre 1994 la Consulta dichiara illegittima la legge Mammì e intima al Parlamento di cambiarla perché viola l'articolo 21 della Costituzione: «Il legislatore è vincolato a impedire la formazione di posizioni dominanti nell'emittenza privata e favorire il pluralismo delle voci nel settore televisivo... L'esistenza di un'emittenza pubblica non vale a bilanciare la posizione dominante di un soggetto privato... La posizione dominante data dalla titolarità di 3 reti su 9 assegna un esorbitante vantaggio nella utilizzazione delle risorse e della raccolta della pubblicità». Le frequenze sono limitate e chi possiede 3 reti su 9 (di fatto 3 su 6 o 7) deve cederne una. Il Parlamento ha tempo fino al 27 agosto 1996 per provvedere.
Nel '95 si vota un referendum, che fissa il tetto antitrust a una sola rete. Ma, grazie all'ignavia della sinistra in campagna elettorale e al martellante bombardamento pubblicitario sulle reti Fininvest, vince il No. Commenta amaro Norberto Bobbio: «Il motivo principale per cui Berlusconi ha vinto il referendum che tendeva a diminuire il suo potere televisivo è stato il fatto stesso che aveva questo potere».

Resta però da attuare la sentenza della Consulta. E l'Ulivo nel '96 s'impegna a farlo nella tesi 51 del programma di Prodi: «obiettivo intermedio» la discesa di Mediaset da 3 a 2 reti; «obiettivo finale, consentire a ogni editore di avere un solo canale generalista via etere terrestre e di cedere quelli in più». I leader dell'Ulivo dicono cose ben più spinte del Bertinotti odierno. D'Alema: «Si rimuove la Mammì, si fa tabula rasa, si riparte da zero. E si fa l'Antitrust assumendo come base la sentenza della Corte costituzionale che dichiara illegittima la proprietà di tre reti tv da parte di un unico soggetto». Prodi: «La prima cosa che faremo al governo sarà attuare la sentenza della Consulta del '94 che comporta la riduzione delle reti Fininvest via etere da 3 a 2».

Con quel programma, il centrosinistra vince le elezioni e va al governo. Il ministro Maccanico, nella legge sulle tv, fissa i tetti antitrust al 30% del mercato per la pubblicità in tv e al 20% per le frequenze nazionali disponibili (non più di due reti sull'analogico terrestre).
Ma poi, fra compromessi e ostruzionismi del Polo, tutto viene rinviato a quando esisterà «un effettivo e congruo sviluppo dell'utenza dei programmi via satellite o via cavo». Espressione quantomai vaga, che lascia tutto come sta. Sine die.
Intanto Berlusconi quota Mediaset in borsa e azzera i debiti, proprio perché Rete4 è sempre lì. Ma, il 20 novembre 2002, la Consulta dichiara incostituzionale pure la Maccanico e impone a Mediaset di dimagrire a due reti entro il 31 dicembre 2003. Oltretutto Rete4 è «abusiva»: nel '99 ha perso la gara per le concessioni a trasmettere su scala nazionale. La gara l'ha vinta Europa 7 di Francesco Di Stefano, che però non può trasmettere perché le frequenze sono occupate da chi seguita a farlo senza concessione.

Ultima puntata: nel dicembre 2003, allo scadere dell'ultimatum della Consulta, il governo Berlusconi salva Rete4 dal passaggio su satellite con l'apposita legge Gasparri.Ciampi però la rimanda indietro. Allora si provvede, in zona Cesarini, col decreto salva-Rete4 e con la Gasparri-2. I berluscones agitano due spauracchi: l'oscuramento di Emilio Fede (come se non potesse traslocare su Canale5) e il licenziamento di «migliaia di lavoratori» (che in realtà sarebbero poche centinaia,e potrebbero essere ampiamente assorbiti da Europa7, che legalmente dovrebbe trasmettere sulle frequenze di Rete4). Ora gli stessi argomenti farlocchi echeggiano anche a sinistra. Chi non accetta il sistema Mammì- Maccanico-Gasparri e invoca due sentenze della Consulta, è comunista. Ma chi l'ha detto che Berlusconi ha perso?


dall'Unità del 26 Aprile 2006

sabato 22 aprile 2006

Papà Silvio secondo Barbara Berlusconi

"A volte lo trattiamo come un peluche"
La figlia ventunenne del leader di Forza Italia si confessa a "La7"
"Sono favorevole ai pacs, non credo in Dio, a Prodi auguro buon mandato"
Poi su Bondi svela: "Gli ho donato il mio posto nel mausoleo di famiglia"


Silvio Berlusconi con la figlia Barbara


ROMA - Barbara Berlusconi senza segreti. La figlia ventunenne di Silvio Berlusconi e Veronica Lario si è confessata in una lunga intervista alla trasmissione de La7 "Le invasioni barbariche", svelando molti elementi di lontananza con il papà e aneddoti gustosi.

"So cucinare le verdure, l'uovo al tegamino, la pasta e rifaccio il letto. Porto anche giù la spazzatura, soprattutto ogni volta che sono a casa del mio fidanzato a Londra e lui lavora. Ma non so cambiare una gomma dell'auto", ha ammesso Barbara Berlusconi. Poi ha confermato un'indiscrezione che i più pensavano trattarsi della solita leggenda metropolitana. "E' vero - ha raccontato - che ho regalato il mio posto nel mausoleo di famiglia a Sandro Bondi. Ormai gliel'ho regalato e i regali non si riprendono indietro".

La figlia del leader di Forza Italia non si è sottratta neppure a una domanda sulla fede. "Non credo in Dio - ha spiegato - coltivo una spiritualità tutta mia. Ogni tanto mia nonna Rosa si preoccupa". Quanto ai rapporti con il padre, ha riferito: "Io ho dormito l'ultima volta con mio padre parecchi anni fa, ma mia sorella Eleonora e mio fratello Luigi qualche volta lo fanno ancora oggi. In famiglia è vero che ogni tanto lo trattiamo come un peluche e gli facciamo le coccole".

Barbara ha parlato poi delle unioni di fatto, distanziandosi ancora una volta dalle posizioni del genitore. "Non sono contraria alle unioni tra omosessuali, sono favorevole ai Pacs - ha affermato - E' giusto che i gay vedano riconosciuti i propri diritti ma la nostra società non penso sia ancora pronta". Nel corso della conversazione su La7, anche il ruolo della televisione e la qualità delle trasmissioni. "Tra i programmi di Mediaset che non farei vedere ai miei figli ci sono Buona Domenica e i reality - ha spiegato Barbara Berlusconi - Non mi piace nemmeno il Bagaglino".

Unica domanda alla quale la giovane Berlusconi non ha voluto rispondere è stata sull'esito del voto. "Non voglio esprimermi sulle elezioni - ha messo in chiaro - se non dicendo che ne è uscito un Paese diviso. Io penso che in questa fase ci sia bisogno di dialogo". Quanto alla vittoria di Prodi, Barbara ha commentato: "Gli auguro buon mandato". E sulla mancata telefonata di congratulazioni da parte del padre ha detto: "Sarà lui a decidere, se dovrò dargli un consiglio lo farò privato". "Prima o poi se la sentirà di farlo?", le ha domandato la conduttrice del programma, Daria Bignardi. "Credo di si", ha risposto.

(22 aprile 2006)
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venerdì 21 aprile 2006

Avviso per Silvio Berlusconi

«Le sezioni unite della Corte di Cassazione il 6 aprile scorso hanno deciso che non sono più ammessi ricorsi elettorali ai Tar di tutta Italia e al Consiglio di Stato ma solo alla giunta delle elezioni di Camera e Senato».


Pierluigi Franz, la Stampa, 20 aprile

lunedì 17 aprile 2006

Obbligo di verità dopo le illusioni

di Enzo Biagi


Tanti auguri, brava gente. Quest’anno nell’uovo di Pasqua una bella sorpresa: la sconfitta di Silvio Berlusconi, che dalla politica, se vuole, può tornare ai suoi affari. O alle Bahamas, come da promessa in un momento di verità. Nessuno lo trattiene, tanto meno se gli frullano per la testa tre paroline: presidenza della Repubblica. Non all’altezza, in tutti i sensi. Ogni giorno aumentavano le contestazioni sulle schede da parte del leader di Forza Italia per il quale, evidentemente, il voto del popolo non è sovrano. E pensare che proprio per lui dovrebbe esserlo almeno due volte: prima di tutto perché è l’espressione della volontà della gente, quindi della democrazia, e poi perché a controllare il meccanismo elettorale c’era un suo ministro. L’unica cosa che dovrebbe fare il Cavaliere è chiedere scusa: non solo a Romano Prodi ma al Paese. Adesso al governo va il Professore ed è finita l’ora del dilettante. La strada, comunque, è lunga e difficile e, visto com’è andata negli ultimi cinque anni, ci saranno momenti duri per tutto il Paese.

Una raccomandazione al nuovo governo: rendete trasparente Palazzo Chigi, raccontate la verità alla gente, nessuno scheletro nell’armadio, raccontate quello che in quell’armadio trovate, niente sogni o illusioni o numeri falsi. Finalmente abbiamo voltata pagina e abbiamo il diritto di sapere che cosa fanno quelli che sono stati scelti per rappresentarci.

16 aprile 2006
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La metà d'Italia s'è turata il naso

di EUGENIO SCALFARI


"Mi dici che loro ti odiano? ma che significa "loro"? Ognuno ti odia in modo diverso e stai pur certo che tra loro c'è chi ti ama. La grammatica con i suoi giochi di prestigio sa trasformare una moltitudine di individui in un'unica entità, in un unico soggetto, che si chiama "noi" o "loro" ma che non esiste in quanto realtà concreta".
(Milan Kundera, Il Sipario)

La questione di base è la spaccatura dell'Italia in due. Numericamente le due metà coincidono e sono, al fondo delle cose, l'una contro l'altra armate (metaforicamente s'intende, o almeno si spera). Ma sarebbe un gravissimo errore pensare che da una parte (la propria) ci sia il male e dall'altra il bene, due categorie che sono invece tipicamente trasversali perfino all'interno di ciascun individuo e figurarsi all'interno d'una società complessa ed evoluta.
Un lettore ci ha scritto nei giorni scorsi: "Sono abbastanza colto, ho letto più o meno gli stessi libri e ascoltato le stesse musiche dei miei amici di sinistra (ne ho più d'uno), viaggio all'estero per lavoro e per diporto; insomma sono un italiano come milioni di altri, ma non ho mai votato e mai voterò per la sinistra. Non mi appartiene e non le appartengo. Non so spiegare perché ma questo è il mio modo di sentire".

Ebbene, non è un caso sporadico quello del nostro lettore, anzi è molto diffuso tra le due inconciliabili metà della mela italiana, il che rende assai difficile governare questo nostro Paese. In alcuni periodi della nostra storia la contrapposizione frontale tra le due metà è sembrata attenuarsi se non proprio scomparire, ma è stato sempre un fenomeno di superficie. Bastava che emergesse un qualche tribuno eloquente o meglio ancora tonitruante, un qualche demagogo capace di risvegliare il virus latente e talvolta letargico annidato nel nostro organismo sociale, un qualche visionario furbo quanto basta per volgere a proprio vantaggio il disprezzo italiano contro tutto ciò che puzza di regole; bastava questo perché il virus annidato e dormiente riprendesse il suo vigore e le antiche divisioni il loro sopravvento.

Non a caso fu detto che il nostro è sempre il Paese dei guelfi e dei ghibellini, dei neri e dei bianchi, dei poveri e dei ricchi, dei proletari e dei capitalisti. Per andare alla storia recente, è stato il Paese dei repubblicani e dei monarchici nel '46, dei democristiani e del fronte popolare nel '48 con una campagna elettorale da far impallidire quella feroce testé conclusa. Perciò non è una novità la spaccatura del corpo elettorale e la reciproca incomunicabilità. Ne volete un esempio ancora fresco? Prendete Ugo La Malfa. Quando morì, nel 1978, tutti lo piansero e lo rimpiansero ma finché visse furono solo quattro gatti a dargli attenzione e consenso. Aveva una tempra morale di rara solidità, un impegno politico superiore e una visione concreta e lungimirante del bene comune, ma aveva un difetto gravissimo: voleva cavalcare la linea di confine tra le due Italie, dichiarava una duplice contemporanea appartenenza, alla sinistra e al libero mercato capitalistico.

E poiché vedeva le insufficienze di entrambi i campi, voleva riformarli tutti e due non perché dovessero procedere a braccetto ma perché potessero confrontarsi al più alto livello scambiandosi il meglio e scartando il peggio di ciascuno. Difetto imperdonabile voler camminare sul muro di confine irto di cocci di bottiglia, come ha scritto Montale in uno dei suoi "ossi di seppia". Per La Malfa quel difetto era la sua virtù e non una disponibilità al compromesso, ma la vocazione riformatrice di modernizzare il Paese tenendo strettamente unite insieme la giustizia e la libertà.
Lo seguirono in pochissimi. Solo dopo la sua morte si sono resi conto che era uno dei padri della patria. Ne abbiamo così pochi...

Queste elezioni - sento dire - hanno riproposto l'esistenza d'una questione settentrionale. Infatti la destra, o meglio il berlusconismo, ha riconquistato il Nord. Lì si era manifestato con più evidenza il disincanto: tasse rimaste esose nonostante le promesse, crescita zero (per cinque anni l'incremento del Pil più basso d'Europa), consumi stagnanti, esportazioni in calo, investimenti fermi. La grande industria del nordovest (quel che ne restava) in perdita netta di velocità; i "piccoli" del nordest in crisi dopo vent'anni vincenti; le partite Iva in difficoltà, il ceto medio preso dall'incubo d'impoverimento. Ma ecco il miracolo: negli ultimi tre mesi di campagna elettorale il Cavaliere di Arcore ha risvegliato il virus della paura dei bolscevichi, degli statalisti, della burocrazia oppressiva, delle tasse "à gogo".

La gente "produttiva" cui si rivolgeva sapeva benissimo che lui la burocrazia l'aveva mantenuta come prima e peggio poiché a quella statale aveva aggiunto quella regionale (che sarà triplicata se il prossimo referendum non cancellerà la riforma denominata "devolution"); sapeva che aveva dilapidato il bilancio e che la spesa era aumentata di 2 punti e mezzo di Pil, pari a 45 miliardi di euro senza darci nessuna opera pubblica in più, nessuna sicurezza in più, nessun miglioramento nei servizi della scuola, della sanità, della giustizia. La gente "produttiva" del Nord sapeva che la pressione fiscale in cinque anni era diminuita soltanto dello 0,7 per cento, poco più dello 0,1 l'anno, cioè nulla.

Ma si è spaventata. Turandosi il naso è tornata a votarlo. Poteva forse votare per i comunisti? Poteva rischiare di mettersi in mano dei tassatori di professione? Non poteva. Non ha varcato la linea di confine. Non si è fidata. Non è rimasta nemmeno a casa. Un milione di indecisi ha deciso di rivotarlo l'ultima settimana, dopo l'annuncio che avrebbe abolito l'Ici. Sapete chi aveva preparato un progetto di legge tre anni fa sull'abolizione dell'Ici? Rifondazione comunista. Non lo sapevate? Incredibile non è vero? Eppure è così. Perfino Visco, sì, proprio Visco, quello che se potesse tassare l'aria che si respira sarebbe al colmo dell'allegria (così lo descrivono a destra), si proponeva di abolire l'Ici.

Naturalmente, in un'economia stagnante se si abbuona un'imposta bisogna trovare altrove le risorse per sostituirla. Oppure si manda in deficit il bilancio e si fanno debiti. Questo la gente "produttiva" lo sa e sa anche che è un gioco che non può andare avanti all'infinito. Infatti per l'Italia non funziona più. Però gli hanno creduto e l'hanno rivotato. Adesso forse si stanno accorgendo che, pur di restare al potere, preferirebbe vedere le piazze in rivolta. Non credo che lo seguirebbero. Va bene abolire l'Ici, ma la guerra civile, quella no. Ma è vero che esiste una questione settentrionale. Non l'ha inventata Berlusconi, ma c'è, c'è da tempo. Fu Bossi a scoprirne l'esistenza una ventina d'anni fa. Purtroppo ne dette una versione estremista e folcloristica, non capì qual era la natura di quella questione. La natura consiste nella perdita di competitività. Nella scarsa innovazione. Nella bassa produttività.

La Confindustria conosceva questa situazione. Ci fece, proprio su questo tema, il convegno di Parma, quello famoso del 2001, nel quale il candidato Berlusconi fu acclamato quando disse: "Il vostro programma è il mio programma" e giù a spellarsi le mani con il presidente D'Amato a dirigere l'entusiasmo generale mentre il candidato Rutelli fu accolto nel silenzio punteggiato di fischi. Che cosa voleva la Confindustria di D'Amato? Riacquistare competitività per l'economia, far crescere le dimensioni delle piccole imprese, uscire dal perimetro familiare. Portarle alla Borsa o almeno nei circuiti superiori del credito bancario. "E' il mio programma" disse il candidato Berlusconi, che ha governato cinque anni con una maggioranza parlamentare di cento deputati e col 30 per cento di voti concentrati sul suo partito.

Cinque anni dopo le dimensioni medie delle imprese non sono aumentate ma addirittura diminuite, siamo a un dipendente e mezzo per azienda. Gli investimenti in ricerca scientifica in termini di Pil sono diminuiti al più basso livello europeo, la competitività del sistema Italia è scesa da quota 27 a quota 43; il passante di Mestre è ancora nel regno dei sogni sebbene la provvista dei fondi necessari fosse stata già assegnata ai tempi del governo D'Alema. Nel frattempo i "furboni del quartierone" hanno prosperato, la finanza ha sostituito l'impresa e il capitale speculativo esentasse ha generato altrettanto capitale speculativo con multipli di dieci se non di cento. Nello spazio di settimane si sono accumulate fortune.

Ma non si tratta di quella decina di ormai ultranoti con altrettante frequentazioni politiche e finanziarie che vanno da Dell'Utri a Grillo; sono molti ma molti di più ad essersi pluri-arricchiti nella nobile arte del denaro che crea denaro esentasse. Però è bastato che Prodi dichiarasse di volerli tassare per far decidere gli indecisi a muoversi. Eppure tutto ciò gli era ben chiaro, è materia loro, è loro esperienza d'ogni giorno, ci si arrovellano su quegli arricchimenti speculativi senza fatica né sudore della fronte. Ciò malgrado l'hanno votato. Al concorrente hanno detto: no, tu no. Ma perché? Perché no.

Io una risposta ce l'ho. L'ho già scritta una settimana fa quando stavamo andando a votare e non si sapeva ancora come sarebbe finita. La mia risposta è questa: metà dell'Italia e forse anche più non si fida dello Stato. Quella è la vera questione di questo paese: non è la questione settentrionale e neppure quella meridionale, ma è la questione dello Stato. Gli italiani non se ne fidano. Invece gli inglesi sì, i francesi sì, gli scandinavi sì, i tedeschi sì e anche gli olandesi, anche i belgi, anche gli austriaci. Del loro Stato si fidano. "My country". In Gran Bretagna, che è il paese più liberale del mondo, i cittadini si chiamano sudditi tanto è il rispetto che hanno del loro Stato.

Di quale nazionalità sei? Ti rispondono: Sono suddito inglese. Con orgoglio. Nello stesso modo, con lo steso orgoglio, un francese ti risponde che è cittadino francese. Da noi non si usa, perché siamo stati per secoli colonia. Vice-reame. Principato tributario dell'Impero. Oppure del re di Francia. Oppure del re di Spagna. Oppure pedina e base della flotta inglese. Oppure il Papa, ma quella è un'altra faccenda ancora più complicata. Lo Stato è il protagonista negativo della nostra storia nazionale. Lui ti vuole fregare e tu lo devi fregare. Cercherai di ottenerne qualche favore, piccolo o grande che sia, ma non ti impegnerai mai con lui, ti impegnerai con chi cercherà di farti avere quel favore e tu apparterrai a lui. Farai parte della sua clientela. Innalzerai la sua bandiera. Non per scelta politica ma per fedeltà alla persona. Eventualmente mascherata da ideologia.

In un'intervista di pochi giorni fa il presidente del Censis, De Rita, ha detto che in Italia non si può fare un programma valido per l'intera nazione ma bisogna modularlo sul territorio. In buona parte De Rita ha ragione. L'ispirazione, la tonalità di un programma deve avere valenza nazionale, ma le diagnostiche e la terapia debbono essere modulate per territorio. Penso che questo farà Prodi. La sua coalizione politica è fragile ma la sua alleanza sociale potrà essere fortissima se sarà capace di incontrare e parlare con le forze sociali rappresentative del territorio. Nessuno può farlo meglio di lui.

Sul territorio il manicheismo attecchisce molto meno. Il famoso confine tra le due Italie sbiadisce. Il sindaco di Bologna è di sinistra, eccome se lo è, ma quel confine l'ha fatto scavallare con i fatti e i comportamenti. Ciampi ha dato l'esempio. Unità, Costituzione e l'Inno di Mameli. Sembravano fisime del vecchio nonno del Quirinale, invece contenevano qualche cosa di più d'un messaggio; contenevano una propedeutica, la vocazione al dialogo nel rispetto fermo delle convinzioni proprie ma anche di quelle altrui. Forse, mentre il Presidente degli italiani, ha irrevocabilmente deciso di non accettare una riconferma che tutti sarebbero lieti di dargli, è venuto il momento di mettere in pratica i suoi insegnamenti: ci sono regole e norme che vanno rispettate, ci sono doveri che vanno adempiuti e diritti che vanno riconosciuti, ci sono prepotenze che non possono essere tollerate. La democrazia non è la corte dei miracoli ma un esercizio paziente in cui non esiste il figlio del professionista diverso da quello dell'operaio, ma tutti debbono avere eguali opportunità di costruirsi una vita e un destino.

(16 aprile 2006)
http://tinyurl.com/n8vr3

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