La sfilata dell'"orgoglio gay" è un promemoria per l'Unione
In corteo i ministri Ferrero e Pollastrini, Pannella e Mercedes Bresso. Grande accoglienza dei torinesi, che scendono in piazza Orsola Casagrande Torino Let's Pride! Invito raccolto: ieri a Torino hanno sfilato coloratissime e rumorosissime oltre 150 mila persone.
Il Pride 2006 è stato un successo di adesioni. A Porta Susa l'atmosfera che si respira è festosa. E del resto il Pride è un trionfo di colori. Nel grigio di una città che non ha perso occasione per mostrare (almeno a livello di istituzioni) i suoi lati più "bacchettoni", i colori risaltano ancora di più. Il rosa naturalmente trionfa, ma anche il giallo, il rosso, il verde, il fucsia. In un armonico serpentone chiassoso. I carri sono stati addobbati per bene. Il chiasso simpatico e allegro regna sovrano. In mezzo al corteo si riconoscono Vladimir Luxuria, parlamentare di Rifondazione. E proprio il partito di Franco Giordano partecipa a questo Pride con un nutrito contingente di nomi noti e meno noti. Ci sono il governatore della Puglia Niki Vendola, e ci sono i tanti consiglieri comunali e regionali del partito. Ci sono le deputate Marilde Provera e Titti de Simone. E anche una fetta di governo, con i ministri Paolo Ferrero e Barbara Pollastrini, che proprio il giorno prima aveva scatenato le polemiche dei cattolici del centrosinistra con una lettera agli organizzatori del Pride in cui parlava di "unioni civili" come da programma dell'Unione. La ministra per le Pari opportunità ha rimarcato che le "regole miti e sagge" devono essere trovate "cercando una larga condivisione in parlamento". Ma le regole ci vogliono "perché le coppie di fatto, omosessuali e non, possano avere quei diritti e quei doveri che fanno stare bene". Sarà difficile trovare una "larga condivisione" se è vero che ieri esponenti del centrodestra non si sono fatti problemi a bollare la manifestazione come "anormale" (Gianluca Galletti, Udc). Gli striscioni sono centinaia e raccontano di viaggi fatti da tutta Italia per arrivare a Torino. C'è l'Arcigay di Napoli che ha organizzato pullman, ci sono pullman da Bologna, e mini cortei da Milano, Roma, la Calabria, la Sicilia. Per gli organizzatori torinesi un successo, che premia il duro lavoro e in qualche modo cancella le stupide e bigotte polemiche dei mesi scorsi: è soprattutto la gente che saluta festosa il corteo mentre scivola per le strade. Anche se vale la pena in realtà tenerle sempre a mente quelle polemiche. A partire dall'uscita dell'ex vice sindaco (in quota Margherita) che in campagna elettorale non aveva trovato di meglio da fare che dire che a lui l'idea di un Pride a Torino proprio non piaceva. Il sindaco riconfermato Sergio Chiamparino, dopo un lungo e imbarazzante (per lui) silenzio, aveva riconfermato non solo il patrocinio del comune alla manifestazione ma anche il percorso del corteo. Poi però, a quattro giorni dalla sfilata, ha deciso di non parteciparvi, dicendo che non si sarebbe sentito a suo agio. Ieri, in qualche modo, ha dato la sua benedizione alla manifestazione, ma da lontano: "Ho appreso che tutto si è svolto in un bel clima di festa, rispettando la sensibilità di tutti. Questo è un successo degli organizzatori e di tutta la città", specificando che "la città era rappresentata da un buon numero di assessori e di consiglieri comunali". Il corteo è stato aperto da uno striscione che pone una domanda al nuovo governo. "Uguali diritti: se non ora, quando?" Quindi la banda musicale e poi i carri. Una ventina. C'era quello della "visibilità lesbica", dodici metri. E poi decine di associazioni. Dalle mamme dell'Agedo, l'associazione genitori di omosessuali e le famiglie arcobaleno. E poi le famiglie di san Salvario, associazione cristiana. Tra gli spezzoni caratterizzati da canti e balli spicca lo striscione di Amnesty international. La sezione italiana ha aderito anche quest'anno alle manifestazioni organizzate a livello nazionale dal Pride e alla sfilata. "Libere e liberi di essere", questo lo slogan scelto da Amnesty perché, come ricorda il presidente della sezione italiana, Paolo Pobbiati, "l'orientamento sessuale e l'identità di genere fanno parte dei caratteri fondamentali dell'identità umana". No-Vat è invece lo striscione del gruppo torinese "Facciamo breccia", dove il Vat sta evidentemente per Vaticano. Sulla stessa lunghezza d'onda anche gli striscioni della Rosa nel pugno "no taliban, no vatican". Abbastanza inquietante la presenza di militanti di Forza nuova, che hanno tenuto una contromanifestazione in una zona lontana dal Pride. Il segretario dei neofascisti Roberto Fiore è intervenuto per dire che il Pride attacca i diritti della famiglia tradizionale. Gli appuntamenti del Pride 2006 non finiscono con la sfilata di ieri. Infatti già oggi ci sarà un convegno sulla storia lesbica con la storica Lillian Federman. E poi eventi durante l'estate e in autunno. Su tutti, il concerto al teatro Regio del coro gay di Londra e poi il recital di Milva.
il manifesto, 19/06/2006
http://www.gaynews.it/view.php?ID=38019
lunedì 19 giugno 2006
Un gay pride per 150000
venerdì 16 giugno 2006
Pacs, il ministro Pollastrini "Penso a legge su unioni di fatto"
ROMA - Il ministro Barbara Pollastrini aderisce al Gay Pride in programma domani a Torino. In una lettera agli organizzatori, in cui il ministro per i diritti e le pari opportunità spiega i motivi della sua adesione alla manifestazione, la Pollastrini annuncia che sta "pensando ad una legislazione umana e saggia per le unioni di fatto, omosessuali e non, cosa che sta a cuore a voi e a molti di noi. Penso ad urgenti provvedimenti sul lavoro. Mi riferisco - precisa il ministro - a una politica di risanamento che sia tutt'uno con innovazione, giustizia sociale e talenti. E cioè esprima un'idea di crescita ispirata ad una visione dinamica, tollerante, umana della società".
(16-06-2006)
http://tinyurl.com/rhqj8
La scelta oscurata
Referendum: se per la Rai va tutto bene
di Giovanni Sartori
Tanto tuonò che piovve. A quanto pare il mio editoriale sul referendum in televisione del 13 maggio ha tanto tuonato da scatenare una grandinata. Il grandinatore massimo è l’ex ministro delle Riforme Calderoli che dichiara che io sono «come Moggi», che «mento sapendo di mentire ». Come Moggi proprio no: io sono più bello. E poi come fa il nostro a sapere che so di mentire? È anche indovino? Legge nel mio animo? Io indovino non sono, però so che io non ho nessun interesse a mentire, mentre Calderoli sì: se perde rischia di dover tornare all’odontoiatria. Ma anche Calderisi e Taradash ci vanno con la mano pesante. Sartori, dichiarano, «racconta bugie colossali», perché non è vero che nella riforma costituzionale del 2001 la sinistra aveva eliminato il bicameralismo perfetto e incluso la riduzione del numero dei parlamentari. Povero me. Scrivo un pezzo per spiegare che il quesito referendario non chiede ai votanti un paragone tra il 2001 e il 2005 (ma invece di soppesare i pro e i contro del testo del 2005), e la nostra coppietta mi accusa proprio di questo e dimentire su questo. Invece, e ovviamente, io faccio riferimento alle proposte della sinistra nella successiva legislatura, a cominciare dal disegno di legge (al Senato) n.ro 2320 dell’11 giugno 2003 nel quale si propone un Senato federale che superi «le incongruenze e gli appesantimenti dell’attuale bicameralismo perfetto», e una riduzione dei senatori a 200 (invece di 252) e dei deputati a 400 (invece di 518). Potrei citare altri testi. Ma già si intende che le «bugie colossali » sono di altri, non mie.
Tanto tuonò che piovve. Ma c’è anche il detto inverso: tuonò parecchio, ma non piovve per niente. In barba ai miei tuoni il consiglio di amministrazione della Rai mi fa sapere che tutto è ben fatto e va bene così. Questo «non ricevere» è stato votato, si noti, all’unanimità, e quindi anche dalla sinistra. Il che mi lascia impavido, visto che per me le costituzioni non sono né di destra né di sinistra (dal che consegue che farei le stesse riserve se il testo fosse di D’Alema-Fassino). Però mi fa specie che ai «sinistri» in Rai sfugga che il No è promosso dai loro. Vogliono perdere? Se lo meriterebbero. Torno a spiegare. Il mio argomento è che un referendum deve strutturare una scelta; e il mio lamento è che la Rai non lo fa. La Rai illustra il testo del Polo; un testo che incorpora, ovviamente, le tesi del Polo. E le controtesi? Le critiche? Non ci sono. La Rai sostiene invece che ci sono, perché dopo il suo raccontino intervengono un sinistro e un destro con pistolotti prefabbricati di 10-30 secondi. Ma le spade non si incrociano mai. Uno dice che il popolo comanderà, l’altro che la devolution costa troppo.
I due interventi non si controbattono, possono essere entrambi faziosi, e quindi lasciano il tempo che trovano. Quel che non capisco è se i vertici Rai fanno le gattemorte, oppure se proprio non sanno come fare meglio. Il messaggio che di fatto arriva al pubblico dal servizio pubblico è che il Polo vuole cambiare, vuole un governo forte e durevole, vuolemeno costi e meno parlamentari, e così via di belluria in belluria. Invece i fautori del No cosa vogliono e cosa propongono? La Rai tace e non spiega che i due fronti vogliono entrambi le suddette bellurie, ma con metodi e strumenti diversi. I votanti indecisi questo lo sanno? Dalla Rai assolutamente no.
Corriere della Sera, 16 giugno 2006
http://tinyurl.com/qoydy
giovedì 15 giugno 2006
Referendum: la TV inganna
Rai e Mediaset disorientano gli italiani
di GIOVANNI SARTORI
L'incombente referendum sulla nuova costituzione investe argomenti molto difficili. I più non li capiscono, e quindi se ne disinteressano. A torto perché una scelta sbagliata danneggerà tutti, ivi inclusi i disinteressati. Ma tant'è. Il referendum è indetto, e il dovere della Rai come servizio pubblico è di spiegarlo onestamente e imparzialmente. Come? Come si fa? La nostra tv non lo ha mai fatto, probabilmente nemmeno sa come farlo, e comunque se ne impipa. In Saxa Rubra l'imparziale è un imbecille; l'intelligentone si schiera e, se l'azzecca, viene debitamente ricompensato dal vincitore. Da aprile il vincitore è cambiato. Ma il nuovo vincitore continua a sonnecchiare, consentendo così che il referendum costituzionale sia gestito, senza nemmeno cambiare un guardalinee, dalla tv colonizzata da Berlusconi.
Facendo un passo indietro comincio da questa domanda: qual è il problema che viene specificamente posto da un referendum? In questo contesto non si tratta più di descrivere un testo ma di strutturare una scelta. Perché è meglio approvare? Perché è meglio rifiutare? Questo è il quesito posto agli italiani, e questo è il quesito che il nostro cosiddetto servizio pubblico pervicacemente elude.
Pilucco tra i vari spot e filmatini che per dovere di ufficio mi sono dovuto sorbire in questi giorni. Un tema molto insistito, non a caso, è quello della riduzione del numero dei parlamentari. Il tema è popolare e gli strateghi al servizio di Sua Emittenza hanno capito che è più facile da vendere agli ignari di tutto. E così si ripete a distesa che i deputati passeranno, con la riforma, da 630 a 518 e i senatori da 313 a 252. Vero o falso? Semi-vero, e quindi semi- falso. E anzi più falso che vero. Non solo perché la sinistra ha proposto un taglio più drastico, ma anche perché ne propone l'attuazione subito mentre la destra la rinvia addirittura al 2016. Mediaset, poi, è ancora più imbrogliona. Perché nella sua animazione di questo punto le figurine dei parlamentari si trasformano in simboli dell'euro. Come per dire: votate Sì e risparmierete soldi. E questa non è una mezza verità ma una sicura falsità.
Secondo esempio: il bicameralismo perfetto (paritario). La riforma Bossi- Berlusconi lo ha eliminato. Ma lo aveva anche eliminato prima la sinistra. Sul che la Rai tace, mentre il problema dovrebbe essere di chi lo abbia sostituito peggio. Imperturbato lo spot Rai illustra così: «La riforma prevede tre tipi di leggi», norme approvate soltanto dalla Camera (alle quali però il Senato federale può proporre modifiche); secondo, norme approvate soltanto dal Senato federale (alle quali la Camera può anch'essa proporre modifiche); e infine «norme che disciplinano norme sia dello Stato e delle Regioni». Quasi tutti i costituzionalisti hanno detto che questo è un caos ingestibile. Ma questo non va detto. I vari Mimun, Mazza, Giuliana Del Bufalo, o chi per loro (non so chi confezioni queste pillole papaverine) si chiamano fuori dichiarandosi «neutrali».
Neutrali? Per carità. Un referendum è come ricorrere a un tribunale. La destra ha imposto la sua riforma, la sinistra la contesta. Nel tribunale si devono udire entrambe le parti, e poi il giudice (il demos
votante) decide. Ma il nostro referendum sta procedendo inaudita altera parte, senza contraddittorio. A me sembra incredibile, oltreché vergognoso. Eppure sino al momento nel quale scrivo il consiglio di amministrazione della Rai e il suo presidente Petruccioli hanno fatto finta di non vedere che «mamma Rai» sta disorientando gli italiani con un'informazione che è, in realtà, disinformazione.
Gay Pride: Sì di Bertinotti e Bonino, proteste cattoliche
Sabato il corteo a Torino, aderiscono presidente della Camera e ministro. La Margherita: era meglio evitare
di Gian Guido Vecchi
MILANO - Che ci fosse un filo di disagio lo si è capito quando la giunta torinese di centrosinistra, considerata l’ansia della Margherita, non ha concesso il parco Colletta per il gran finale del Gay Pride nazionale di sabato sera, «problemi di inquinamento acustico», tutti spostati a Collegno. Il filosofo Gianni Vattimo ancora se la ride, «è fantastico, quel parco confina pure col cimitero, non credo che i poveri defunti avrebbero obiettato sul rumore; e poi andiamo, è tutto l’inverno che passiamo dalle notti bianche olimpiche alle feste dei tifosi, mi sembra un po’ come arrestare Al Capone per evasione fiscale».
ADESIONI - Sforzo lodevole ma inutile, peraltro. Perché poi salta fuori che l’appello «Esserci è diverso, io ci sarò!», l’adesione «al più importante appuntamento della comunità gay lesbica bisessuale e transessuale», è stato firmato tra gli altri dal presidente della Camera Fausto Bertinotti e dal ministro Emma Bonino. Che la Rosa nel Pugno sfilerà con un suo carro drappeggiato di slogan come «No Vatican No Taleban» e «Nessun Pacs indietro» e domani presenterà «alcune proposte di legge sul tema», informa Daniele Capezzone, «con buona pace dello strano ostracismo degli ultimi tempi». E allora, va da sé, i cattolici dell’Unione, Margherita in testa, un po’ si agitano. Niente a che vedere con quello che Storace sibilò su Katia Bellillo per il Gay Pride del 2000 a Roma, «il ministro a una sfilata è una cosa immonda!». D’altra parte Bertinotti e Bonino, a quanto pare, non potranno essere fisicamente presenti.
PROTESTE - Però, sospira Pierluigi Castagnetti, sarebbe stato meglio evitare: «Viviamo in un momento di relazioni difficili con la Chiesa italiana e il mondo cattolico, il governo ha bisogno di rasserenare il clima: ferma restando la laicità dello Stato sono molto preoccupato, proprio adesso mi sembra inopportuno, chi ha responsabilità istituzionali dovrebbe ispirarsi a un di più di prudenza per non aumentare le incomprensioni». Castagnetti, tra l’altro è pure vicepresidente vicario della Camera. L’adesione della terza carica dello Stato? «Dò per scontato che sia a titolo personale, certo non coinvolge la responsabilità delle istituzioni...». L’appello, del resto, non precisa, e poi non fa molta differenza: «Noi abbiamo chiesto una firma, che certo è un invito ad esserci», sorride la portavoce del Gay Pride, Roberta Padovano, «e il fatto che un ministro e la terza carica dello Stato abbiano aderito ha un valore simbolico e politico molto importante, è chiaro».
Ecco, appunto. C’è poco da discettare, considera il senatore Luigi Bobba, anche lui della Margherita: «Prodi aveva detto ai ministri "testa bassa e pedalare", non parlate e lavorate, e questo mi pare un po’ il contrario, no?». Le considerazioni si ripetono, «ci vorrebbe prudenza, responsabilità, andrebbe scelta la strada del confronto piuttosto che procedere per strappi che in fin dei conti servono solo ad alzare steccati». Anche se, geme il compagno di partito Enzo Carra, «temo che ormai prendersela per queste cose sia inutile, perché ognuno fa come gli pare». Il che potrebbe anche andare bene, «come cattolico liberale io rispetto le opinioni altrui: purché gli altri rispettino le mie senza bollarmi come uno della lobby di Ruini e robe del genere, però».
TRANVIERI - Comunque il sindaco Sergio Chiamparino non andrà alla sfilata, «di tutto il Gay Pride è la manifestazione che mi convince meno», e non manderà il Gonfalone. Delusioni, discussioni come da copione. Meno male che c’è Vattimo: «Il Gonfalone? Le dirò, non mi scandalizza: mica è il 25 Aprile, solo una manifestazione di un rispettabile gruppo di cittadini che vuole riconosciuti alcuni diritti. Un po’ come fosse un corteo di tranvieri».
dal Corriere della Sera del 15/06/2006
giovedì 8 giugno 2006
Matrimoni gay, Senato Usa boccia l'emendamento che li bandisce
A favore 49 voti, contro 48: serviva la maggioranza di due terzi
Il testo, appoggiato da Bush, sarà presto riproposto alla Camera
Dimostranti favorevoli
ai matrimoni gay
WASHINGTON - Il Senato degli Stati Uniti ha bocciato la proposta di un emendamento della Costituzione per mettere al bando i matrimoni omosessuali: 49 senatori si sono pronunciati a favore e 48 contro.
L'iniziativa non ha quindi avuto la maggioranza dei senatori, che sono 100, e tanto meno i due terzi dei voti che sarebbero necessari per fare passare un emendamento costituzionale. Due anni fa un voto analogo aveva visto 48 senatori pronunciarsi a favore del bando.
I promotori dell'emendamento, sostenuto con convinzione anche dal presidente George W. Bush, sapevano di andare incontro alla disfatta, ma speravano di raccogliere almeno la maggioranza dei voti, cioè più di 50, sul testo dell'emendamento che definisce il matrimonio come l'unione tra un uomo e una donna.
Lo schiaffo del Senato non è giunto del tutto sgradito a Bush e agli alfieri del bando: ne porteranno le stimmate alle elezioni di metà mandato del 7 novembre, sperando di recuperare, così, il sostegno, evaporato negli ultimi mesi, dei movimenti integralisti cristiani.
D'altra parte, poiché gli oppositori non hanno i 60 voti necessari per fare cessare il dibattito, la questione resta aperta e i sostenitori del matrimonio tradizionale promettono di provarci ancora.
E, infatti, forte anche dell'appoggio del presidente Bush, il capogruppo repubblicano alla Camera John Boehner intende portare in aula la questione il mese prossimo, sostenendo che un numero "significativo" di deputati vogliono discuterne ed esprimersi con un voto.
I promotori dell'iniziativa ritengono che il Congresso abbia l'autorità per definire gli standard etici della società e che il matrimonio tradizionale sia il fondamento essenziale "d'una società sana".
Gli oppositori sostengono che l'emendamento è un'intrusione dell'Amministrazione nella vita privata di tutti i cittadini: per il senatore del Minnesota Mark Dayton, avrebbe apportato "un elemento di discriminazione" alla Costituzione.
L'opposizione democratica, inoltre, accusa la maggioranza repubblicana di volere solo chiamare a raccolta la sua base religiosa e conservatrice, in vista delle elezioni politiche del 7 novembre. Il senatore del Vermont Patrick Leahy avverte che la Costituzione "è troppo importante per essere usata a fini così partitici".
I sondaggi indicano che una maggioranza d'americani ritiene che il matrimonio sia un'unione tra un uomo e una donna, ma che un'analoga maggioranza è contraria al bando costituzionale.
(7 giugno 2006)
http://tinyurl.com/rfwum
domenica 4 giugno 2006
Baci, sequenze sexy, terrore i premi alle scene cult dei film
Assegnati gli Mtv Movie Awards: trofei lontani anni luce dagli Oscar, che strizzano l'occhio ai giovanissimi
Le effusioni gay di "Brokeback Mountain" battono quelle di Pitt-Jolie in "Mr & Mrs Smith". Ma la più sensuale è Jessica Alba...
di CLAUDIA MORGOGLIONE
Sequenze da grande schermo così, agli Oscar, non le vedremo mai: una Beyonce Knowles supersexy, che tenta di sedurre l'ispettore Clouseau-Steve Martin (nella Pantera Rosa); Paris Hilton in biancheria intima che viene barbaramente assassinata (nella Maschera di cera); Brad Pitt e Angelina Jolie che, anticipando la realtà, si baciano con passione (in Mr & Mrs Smith). Tutte scene di film non acclamati dai critici, e dunque esclusi dal normali circuiti dei premi cinematografici. E apprezzati soprattutto dal pubblico dei ragazzini: quelli, per intenderci, che adorano gli horror, le starlette da reality show e i programmi di Mtv.
E così non sorprende che proprio l'emittente televisiva, seguendo la sua tradizione giovanilistica e irriverente, assegni ogni anno - anche a pellicole non d'autore - un tipo di premi per nulla ortodossi: gli Mtv Movie Awards, diventati ormai un appuntamento fisso nell'universo hollywoodiano. Riconoscimenti riservati non solo al miglior film, ma anche a una serie di categorie più eccentriche: il miglior bacio, la migliore performance sexy, la miglior interpretazione "da paura", e così via.
Ecco perché, come sempre, anche quest'anno c'è molta attesa per la cerimonia di consegna dei trofei, in programma per la sera del 9 giugno: party co che si è tenuta stanotte: condotta dalla neodiva Jessica Alba, e in cui si sono esibite anche star del pop (come l'immancabile Christina Aguilera). E allora diamo un'occhiata, sia alle nomination che ai vincitori. Per avere un'idea di cosa è stato "hot", dal punto di vista dello star system e delle preferenze giovanili, nella stagione cinematografica appena conclusa.
Cominciamo allora dall'unica categoria tradizionale, tra quelle selezionate da Mtv: quella del miglior film. Ma di prevedibile c'è solo il nome del premio. Perche in realtà, nella cinquina di candidati, troviamo pellicole quasi tutte lontane dagli altri premi ufficiali: la commedia demenziale 40 anni vergine, e quella irriverente di Due single a nozze; il noir cupo e pulp Sin City; il superkolossal King Kong di Peter Jackson; l'avvincente Batman begins interpretato da Christian Bale. E alla fine, a prevalere, è stata Due single a nozze.
E poi ci sono gli altri riconoscimenti. Come quello al miglior bacio da grande schermo. In cui ritroviamo, tra i nominati, la coppia più gossippata di questo inizio Millennio, ovvero Brad Pitt e Angelina Jolie, sul set galeotto di Mr & Mrs Smith. Che però, nella vittoria finale, devono cedere il passo alle effusioni altrettanto cult tra Heath Ledger e Jake Gyllenhaal, nel western gay Brokeback Mountain. In lizza anche i baci di Rosario Dawson e Clive Owen in Sin City, di Taraji P. Henson e Terrence Howard in Hustle and flow, di Anna Faris e Chris Marquette in Just friends.
Restando in tema più o meno erotico, per le migliori performance sexy erano in gara Beyonce Knowles (nella Pantera rosa), la Jessica Alba ballerina di Sin City, la bella e languida Ziyi Zhang di Memorie di una geisha, la stella del gossip Usa Jessica Simpson nel ruolo di Daisy Duke in Hazzard, e - a sorpresa - un uomo, Rob Schneider, protagonista della commedia demenziale Deuce Bigalow - Puttano in saldo. Alla fine, a prevalere, è stata lei, la Alba: splendida sia nel costume bikini sfoggiata nella pellicola, sia nei numerosi abiti indossati ieri sera, durante lo show.
Ancora, vale la pena di segnalare le candidature per la miglior performance in un film "di paura": ci sono la piccola Dakota Fanning, figlia spaventata di Tom Cruise nella Guerra dei mondi; la Jennifer Carpenter assassinata in The Exorcism of Emily Rose; il Derek Richardson finito nell'incubo super splatter di The Hostel; la Rachel Nichols di The Amityville horror. E infine lei, la reginetta dei tabloid Paris Hilton. Che certo non sarà mai Meryl Streep, ma che comunque è candidata a un premio cinematografico grazie alla sua performance nel remake della Maschera di cera. In cui, sostanzialmente, si limita a morire in lingerie rossa. Per la gioia dei suoi ammiratori un po' feticisti. Ma a prevalere, nella categoria, è stata la Carpenter. Anche perché lei, figlia del regista John (che della suspance cinematografica è uno specialista), la paura cinematografica in famiglia l'ha sempre respirata.
(4 giugno 2006)
http://tinyurl.com/j5jgj
mercoledì 31 maggio 2006
martedì 30 maggio 2006
Fermiamo l´internazionale omofoba
di Paolo Hutter
Erano hooligans anti-gay i giovani che lanciavano fumogeni inseguiti dalla polizia, e non gay come erroneamente indicato nei servizi delle agenzie televisive. Non c´era bisogno di insinuare che ci sia stato qualche gay scalmanato: a Mosca il primo tentativo di Gay Pride è stato praticamente soffocato dall´omofobia.
La cosa dovrebbe suscitare alcune preoccupazioni e altrettante suggestioni, valide anche qui. E va vista in relazione a un quadro est europeo, per esempio alla recente «marcia per la tolleranza» organizzata da giovanissimi gay e lesbiche a Cracovia, e conclusasi «vittoriosamente», non come a Mosca, nonostante le intimidazioni dei gruppi omofobi. Forse i mass media avrebbero fatto bene a mettere la notizia dello scontro tra gay militanti e gruppi omofobi nella capitale russa accanto alla visita di Ratzinger in Polonia, non perché i cristiani ortodossi siano egemonizzati direttamente dal Papa, ma per il ruolo delle religioni e del fanatismo religioso nei paesi ex comunisti. Non mi voglio improvvisare esperto di questi paesi, sto seguendo la vicenda come «produttore esecutivo» di due video documentari realizzati da due studenti torinesi e co-finanziati dai Verdi.
Vedendo in anteprima le immagini delle bigotte moscovite e dei trucidi nazionalisti ortodossi che si scagliano contro i pochissimi omosessuali che hanno avuto il coraggio di presentarsi nel primo tentativo di gay Pride della storia russa… penso che forse non ci troviamo di fronte ai colpi di coda della reazione nei confronti del progresso, ma a una articolazione locale di un conflitto internazionale se non globale. Sospetto che la mobilitazione cattolica internazionale - e protestante negli Usa - contro le unioni gay abbia indirettamente favorito e coperto la mobilitazione cristiano ortodossa omofoba a Mosca, che è giunta al punto di assediare i frequentatori di un locale gay un mese fa e che è lanciata in una triste competizione con gli anatemi musulmani del «Mufti» moscovita.
Certo, esiste anche una omofobia hooligan o naziskin che nelle sue pulsioni psicologiche e sociali non ha molto a che fare con la religiosità, ma non c´è dubbio che le radici e gli appigli della ostilità militante contro i gay si trovino oggi quasi esclusivamente nelle religioni, o meglio nella loro interpretazione fondamentalista. La Chiesa Cattolica ovviamente ha il pieno diritto di dire la sua contro la approvazione di leggi che modificano e ampliano il diritto di famiglia. Ma in un mondo dove l´omosessualità è ancora in tanti paesi perseguitata come tale, spesso con violenza pesante, la Chiesa dovrebbe meditare le sue parole che pesano come macigni, perché provviste di un grande potere di legittimazione. Insomma, la distanza tra l´opposizione al matrimonio gay e la copertura dell´omofobia è molto sottile, e se ai vertici ecclesiastici stanno a cuore la pace e il rispetto dei diritti, di questa sottigliezza dovrebbero farsi carico.
Forse per queste ragioni è stato finora scarso e limitato il pronunciamento politico contro la situazione che abbiamo visto in Russia. Dopo aver detto due battute di rito sui veleni lasciati dai regimi comunisti, bisognerebbe affrontare questioni più attuali, scomode,trasversali. La cosa positiva è che all´interno della Ue, nei confronti della omofobia polacca, si registrano episodi interessanti di mobilitazione transnazionale e di solidarietà attiva.
Alla marcia per la tolleranza di Cracovia c´erano un centinaio di giovani provenienti per lo più da Germania e Belgio che avevano di tasca loro stanziato il viaggio per dare man forte ai diritti dei loro simili polacchi. Un Erasmus dell´impegno per una vera tolleranza. Il 17 giugno ci sarà un Pride nazionale italiano a Torino che sarà l´occasione non solo per rivendicare i Pacs ma per affermare un attivo impegno internazionale dell´Italia contro l´omofobia.
da l'Unità del 30/05/2006
La Chiesa e il Male
di Nicola Tranfaglia
Il complesso concentrazionario di Auschwitz costituisce la più gigantesca opera criminale del Novecento, divenendo il simbolo eloquente dello sterminio nazista e della ferocia del regime di Hitler.
In quel campo, alla fine della seconda guerra mondiale, quando i prigionieri superstiti vennero liberati il 27 gennaio 1945 dalla sessantesima armata dell'esercito sovietico,erano stati assassinati con lo Zyclon B e mezzi più primitivi come fucilazioni e rappresaglie, un milione e seicentomila prigionieri,tra i quali duecentoventimila adolescenti e bambini in maggioranza ebrei e undicimila ragazzi e bambini del campo di famiglie zingare.
Quello che aveva caratterizzato il massacro era la realizzazione in pochi anni di una pianificazione massiccia dello sterminio dei «diversi»: non solo gli ebrei da eliminare fisicamente dalla Terra ma gli oppositori politici e sociali, gli zingari e chiunque non facesse parte del popolo eletto degli ariani biondi e senza Dio.
Questi caratteri fanno di Auschwitz e dell'universo concentrazionario il centro di una questione storica tuttora aperta: «Perché Dio non c'era?», come si è chiesto più volte con angoscia Benedetto XVI nel suo discorso di domenica scorsa in quel campo, ripercorrendo il cammino fatto nel 1979 da Giovanni Paolo II ma - aggiungiamo noi - gli uomini e la Chiesa cattolica c´erano e non si opposero con l'energia necessaria all'orrore nazista. Sta qui il problema storico che l'attuale pontefice non ha voluto e saputo affrontare nella visita solenne compiuta da Papa e da tedesco nel campo nazista.
Giovanni Paolo II era andato oltre e nel 1998 nel documento vaticano intitolato «Noi ricordiamo:una riflessione sulla Shoa» aveva chiesto perdono «per il ruolo esercitato dalla Chiesa e dal gregge cristiano nella persecuzione del popolo ebraico».
Ma questi accenti in cui si era affrontato, sia pure in un documento piuttosto che direttamente di fronte alle masse dei fedeli, c'era stato il riconoscimento dell'antisemitismo cristiano e cattolico che esercitò purtroppo un ruolo importante nella vittoria e nel consolidamento della Germania di Hitler,non sono ritornati nel discorso, pur commosso, che il pontefice ha fatto di fronte al Muro della morte e, al contrario, papa Ratzinger ha usato un´espressione, per spiegare la vittoria del nazionalsocialismo in Germania e in Europa, che non può essere accettata dagli storici.
Ha detto che lo sterminio fu il frutto di «un gruppo di criminali che raggiunse il potere mediante promesse bugiarde, in nome di prospettive di grandezza, di ricupero dell'onore e della sua rilevanza, con previsioni di benessere e anche con la forza del terrore e dell'intimidazione, cosicchè il nostro popolo potè essere usato e abusato come strumento della loro smania di distruzione e di dominio», ed ha aggiunto poi che quei criminali volevano «uccidere quel Dio che chiamò Abramo che parlando sul Sinai stabilì i criteri orientativi dell'umanità che restano validi in eterno».
Parole nobili che raccolgono per il cristianesimo l'eredità del popolo di Israele e del popolo ebraico ma che, nello stesso tempo,pongono fuori di ogni responsabilità quel popolo tedesco di cui è figlio Ratzinger e quella Chiesa cattolica di cui è pontefice.
E questo secondo aspetto in un momento storico come l'attuale è un tema che non si può accantonare.
La Chiesa cattolica ha avuto con Pio XII precise responsabilità di fronte alla Shoa e il mondo cattolico per venti secoli ha alimentato e fatto crescere, non da solo certo, un tenace antisemitismo contro il popolo ebraico accusato di deicidio sicchè, pur dopo la scomparsa nel 1958 di papa Pacelli, è stato assai lento il cammino del Vaticano nel riconoscimento delle sue responsabilità nell'immane tragedia.
Giovanni XXIII e Paolo VI hanno incominciato timidamente un cammino che ha trovato soltanto con l'avvento del papa polacco un'aperta ammissione di colpa e un'esplicita richiesta di perdono agli ebrei e a tutti gli uomini.
Ma il discorso di Benedetto XVI sembra riportare indietro le cose e nascondersi dietro il gruppo di criminali che gestirono i campi di sterminio. Ma può reggere una spiegazione storica così mutila e semplicistica? Si può ridurre la complessa vicenda dei fascismi europei, in particolare del nazionalsocialismo, a una storia criminale?
Chiunque si sia accostato, sia pure per poco, a quelle vicende è portato necessariamente ad escluderlo.
Fu in Europa, nell'Europa cristiana e cattolica, che nacque e crebbe prima in Italia (non dimentichiamolo!), poi in Germania e in altri paesi europei che nacque quella forma di nazionalismo totalitario che assunse dall'inizio tinte razziste e antisemite.
Si trattò di un lungo processo storico che sedusse centinaia, poi migliaia e milioni di giovani che presero parte poi in prima persona ai regimi che vinsero e di consolidarono fino agli anni quaranta sopravvivendo poi in altri continenti per alcuni decenni (basta pensare al perdonismo argentino).
Liquidare dunque il caso nazista con quell'espressione usata da Benedetto XVI significa darne una visione inadeguata e riduttiva come hanno subito detto le comunità ebraiche in tutto il mondo.
Del resto la Chiesa cattolica non ha ancora messo a disposizione degli studiosi le carte che riguardavano il suo ruolo in quegli anni. Fu Giovanni Paolo II ad estendere la possibilità di consultazione degli archivi fino al 1939, al limitare della tragedia. Quando Ratzinger venne eletto,le comunità ebraiche chiedero che il termine fosse portato al 1945. Ma finora non è arrivata nessuna risposta.
C'è forse un legame tra l'una e l'altra cosa, tra il passo indietro compiuto dal pontefice proprio ad Auschwitz e l'impossibilità per gli storici di andare avanti nelle ricerche?
da l'Unita del 30/05/2006
mercoledì 24 maggio 2006
Berlusconi scrive a Zapatero: "Tornerò premier dopo il riconteggio dei voti"
«Caro Josè Luis Rodriguez Zapatero, dopo cinque anni mi accingo a lasciare la guida del governo italiano ma spero di tornare presto... dopo che saranno state verificate le oltre un milione e centomila schede annullate». Mittente: Silvio Berlusconi. Inizia così la lettera che l'ex premier ha inviato da Palazzo Chigi al leader spagnolo il 16 maggio scorso: cinque giorni dopo la sconfitta alle elezioni. Una lettera scritta su carta intestata «Il presidente del Consiglio de Ministri» e pubblicata nel numero di giovedì del settimanale L'Espresso.
Che a Berlusconi la sconfitta non fosse andata proprio giù è cosa nota. «Siamo minoranza in Parlamento, ma maggioranza nel Paese»: «Con il riconteggio delle schede annullate, tornerò al governo», «Il risultato deve cambiare»: dice Berlusconi in Parlamento, nel salotto televisivo di Vespa «Porta a porta», per strada. Poi, non contento, sguinzaglia i suoi parlamentari Gregorio Fontana ed Elisabetta Gardini presso la sede distaccata della Camera dei Deputati a Castelnuovo di Porto (Roma) dove è stato allestito il centro di raccolta della documentazione elettorale (così come previsto dalla legge). Ma Berlusconi fa molto di più. Secondo quanto rivelaato dall´Espresso, cinque giorni dopo la sconfitta elettorale, il premier ormai uscente avrebbe scritto ad alcuni capi di stato europei per salutarli ma soprattutto per ribadire ufficialmente la sua teoria del complotto del centrosinistra.
L´Espresso pubblica per intero la sola lettera a Zapatero ma l´ipotesi, inquietante, è che altre missive, identiche, siano state spedite un po´ a tutti i premier del Vecchio Continente. «Caro Josè Luis – scrive dunque Berlusconi - dopo cinque anni mi accingo a lasciare la guida del governo italiano. Si è trattato di un periodo di stabilità senza precedenti nella storia della Repubblica italiana, che mi ha consentito di varare 36 importanti riforme di ammodernamento del paese e di sviluppare un'esperienza particolarmente importante e positiva nei rapporti con i colleghi degli altri paesi europei».
«Come probabilmente sai - continua l'ex premier con tono vittimistico - per il particolare sistema elettorale italiano, nonostante il mio personale successo (Forza Italia è di gran lunga il primo partito italiano), la coalizione che guido è risultata globalmente maggioritaria in termini di voti ma minoritaria in termini di rappresentanza parlamentare. Come leader dell'opposizione rappresento comunque il 50,2 per cento del paese e spero di tornare presto al governo dopo che saranno state verificate le oltre un milione e centomila schede annullate».
Seguono ringraziamenti, saluti e, tocco finale: «Ti ricordo che hai un amico che Ti vuole bene! Un forte abbraccio». Firmato: «Silvio».
Mani Pulite sul pallone
di Marco Travaglio
Non basterebbe un plotone di neuropsichiatri, né un manipolo di criminologi, per spiegare le reazioni della Casa della Libertà Provvisoria alla nomina di Francesco Saverio Borrelli a capo dell´Ufficio indagini della Federcalcio. Reazioni decisamente più dure di quelle che avrebbero accolto la nomina di Al Capone. Il fatto è che, per la prima volta nella sua storia, il calcio italiano scivola via dalle mani della politica, che fin dai tempi del Duce l´aveva sempre usato come "instrumentum regni" e gestito come il cortile di casa.
Scivola via, il calcio, e si dà un vertice totalmente sganciato dai partiti. Il commissario Guido Rossi e il procuratore Borrelli sono due marziani: hanno un´età, una storia, un prestigio, un peso specifico e un orgoglio financo un po´ snobistico della propria autonomia da garantire assoluta libertà di movimento, al riparo da ogni condizionamento, ammiccamento, accomodamento. Con due così, l´italica arte della strizzatina d´occhio, del darsi di gomito, dell´ "aumma aumma", del ricattuccio non attacca. E tanto basta a spiegare lo sgomento di chi quell´italica arte ha elevato a programma di vita e poi di governo. Quelli che tuonano contro Borrelli sono gli stessi che 12 anni fa volevano Previti ministro della Giustizia e 10 anni fa avevano pronto un collegio sicuro per Dell´Utri e uno per Squillante (il primo fu eletto, il secondo fu arrestato appena in tempo). Pretendere da questa gente un giudizio sereno su Borrelli è come stupirsi se la Banda Bassotti detesta il commissario Basettoni. L´idea, poi, che a guidare le indagini sul calcio sia uno che sa guidare le indagini getta gli intoccabili nel più cupo smarrimento: all´ex procuratore di Milano avrebbero preferito di gran lunga un procuratore della Gea.
In fondo, bisogna capirli. Già duramente provati dalle indagini sui furbetti, dalle elezioni politiche, dalla cattura di Provenzano, dall´arresto di Previti e dalla condanna di Vanna Marchi, stanno vivendo come un incubo questa strana aria di legalità che si respira da qualche settimana. Il centrosinistra non c´entra, anzi: Prodi aveva pensato bene di offrire la Federcalcio a Gianni Letta, il quale ci aveva fatto la grazia di declinare, e solo a quel punto era saltato fuori Guido Rossi. Quel che si dice, per la politica politicante, un marziano. Un odioso e odiato "moralista" che parla di «etica negli affari» e «conflitto d´interessi», e che con la sinistra ufficiale c´entra poco o nulla (basti pensare alla sua fiera opposizione alla scalata Unipol a Bnl e all´immortale battuta sulla «merchant bank» di Palazzo Chigi ai tempi di D´Alema). Esattamente come Borrelli, protagonista di epici scontri con il centrosinistra ai tempi della famigerata Bicamerale e delle leggi-vergogna della legislatura dell´Ulivo. Per questo Berlusconi li detesta: sa benissimo che la sua litania sulla «sinistra che ha messo le mani sul calcio» è una balla sesquipedale, visto che né Rossi né Borrelli rispondono ad alcuno se non alle proprie coscienze e alle leggi penali e sportive. Ed è proprio questo che lo preoccupa. È più forte di lui. Quando sente parlare di legge, e peggio ancora di coscienza, mette mano alla fondina. O allo stalliere.
Come diceva Bossi quand´era lucido, «se Berlusconi piange, state allegri: vuol dire che non ha ancora messo le mani sulla cassaforte». Dunque stiamo allegri. Godiamoci questa boccata d´ossigeno, ovviamente passeggera, finchè dura: due uomini di legge di specchiata fama ai vertici del calcio. E ringraziamo l´ingorgo istituzionale, il vuoto di potere a Roma, le intercettazioni di Torino e di Napoli e le congiunzioni astrali che han consentito ad alcune pericolose schegge di legalità di insinuarsi proditoriamente nel corpo marcio del Paese, rischiando fra l´altro di creare un pericoloso precedente. Se non si provvede per tempo, queste tracce di Stato potrebbero contaminare irrimediabilmente l´Antistato e disorientare l´opinione pubblica non più avvezza a emozioni così choccanti.
È bello leggere, mentre le acque del Mar Rosso restano ancora miracolosamente aperte, i commenti di Cicchitto, Rotondi, Mantovano e altri giureconsulti di fama mondiale sul ritorno di Borrelli. Non potendo tirar fuori la solita menata delle toghe rosse, anche perché il Comintern non ha squadre nel campionato di serie A, sono a corto di argomenti. Detestano Borrelli, ma non riescono a trovare un solo motivo (confessabile, s´intende) per cui non dovrebbe diventare procuratore della Figc. E per di più sanno che i tifosi di tutt´Italia non capiscono a quale titolo i politici continuino a pontificare sul pallone e, auspicando una giustizia rapida e inflessibile, non comprendono perché mai Borrelli non va bene. È forse un dirigente di qualche squadra? Lo manda forse l´Inter, o la Juve, o il Peretola? Non sanno che dire, e allora delirano, dicendo cose che una persona normale si vergognerebbe di pensare. Berlusconi seguita a blaterare di «mani della sinistra sul calcio», ma solo perchè vorrebbe tenercele ancora lui («Ho detto a Galliani di non dimettersi»: come se la Lega Calcio la nominasse il capo dell´opposizione o il padrone di Milan). Intanto Fabrizio Cicchitto, con grave sprezzo del ridicolo, intravede «una manina che vuole recuperare il giustizialismo» e parla di «nomina incredibile e tutt´altro che innocente»: e lui, venendo dalla P2, di colpevoli se ne intende. La manovra, prosegue il boccoluto muratorino, punta a «riprendere a sparare a raffica in molteplici direzioni, e aumentare il potere di ricatto e di interdizione di alcuni ben precisi ambienti milanesi collocati a cavallo fra alcuni grandi studi legali, alcune banche, qualche potere editoriale». Parole incomprensibili, da cifrario esoterico. «È un´altra prova del regime dell´Unione», tuona Isabella Bertolini, farfugliando di «uso politico della giustizia sportiva contro Berlusconi». Anche Alfredo Mantovano di An, magistrato-deputato («toga nera»?), sostiene che questa è «la risposta più adeguata all´intenzione di Berlusconi di tornare presidente del Milan». Capìta l´antifona? Borrelli potrebbe disturbare il conflitto d´interessi politico-sportivo di Berlusconi, dunque è meglio che si faccia da parte (a proposito: ma perchè Mantovano e Bertolini, a proposito del nuovo capufficio indagini, pensano subito al Milan? Sanno qualcosa che noi non sappiamo?). Sempre acuto l´ex ministro Gasparri: «Io non ho problemi perché sono romanista, ma se fossi milanista sarei preoccupato. Perché gli ex procuratori di Milano non vanno in pensione a fare i nonni?». Parola del responsabile di un partito che, all´Authority della Privacy, ha nominato un condannato definitivo per violazione della privacy. Il meglio lo dà l´on. avv. prof. Gaetano Pecorella: «Se Borrelli farà al calcio italiano quello che ha fatto alla politica, sarà la fine del calcio italiano». Tre cazzate in una: il calcio italiano è finito a causa degli scandali, ben prima che arrivasse Borrelli; la politica non è mai finita, anche se la presenza di Pecorella in Parlamento potrebbe farlo supporre; Borrelli non s´è mai occupato di politica e ora non si occuperà i calcio: s´è sempre occupato di reati, e se questi hanno attinenza con la politica e con il calcio, è colpa della politica e del calcio, non di Borrelli.
Un certo Ciocchetti dell´Udc vaneggia di «ferite che si riaprono» e di nomina che «spacca ulteriormente il Paese». Evidentemente ha notizia di moti di piazza fra borrelliani e antiborrelliani che, per il momento, non abbiamo notato. Per il segretario, con rispetto parlando, della Nuova Dc, Gianfranco Rotondi, la nomina di Borrelli è «un´operazione politica contro Berlusconi», addirittura «un ghigno mafioso»: parola di uno che ha portato in Parlamento due pregiudicati, De Michelis e Cirino Pomicino (ieri molto critico anche lui). Ora Rotondi minaccia di «lasciare il Paese», per la gioia dei più. E pare che si lamenti anche Mario Pescante di An, quello che dovette dimettersi da presidente del Coni perché nel laboratorio dell´Acquacetosa era vietato cercare il doping, onde evitare il rischio di trovarlo.
Politici a parte, gli unici commenti normali arrivano da due calciatori azzurri. Alberto Gilardino: «Borrelli è uomo di grande competenza, mai come ora ci aspettiamo molto dalla giustizia sportiva perchè il calcio torni pulito» (Gilardino è, o almeno era fino a ieri, l´attaccante del Milan). E Simone Perrotta: «Se Borrelli è riuscito a fare pulizia nel mondo politico, ci riuscirà anche nel calcio. Speriamo che ci riesca come ha fatto a suo tempo con il pool di Mani pulite». Ecco: quel che sperano gli sportivi è proprio quel che temono lorsignori.
da l'Unità del 24/05/2006
lunedì 22 maggio 2006
Zapatero al Papa: la Spagna è uno stato aconfessionale
La Chiesa deve autofinanziarsi
Il governo spagnolo ha risposto alle critiche implicite del Papa al ridimensionamento dell'insegnamento della religione nella riforma scolastica e al matrimonio omosessuale, affermando che l'esecutivo socialista "non può occuparsi più del catechismo che del programma" e che "governa per tutti i cittadini e non domanda prima quale sia la loro condizione". Il portavoce della Moncloa, Fernando Moraleda, citato dai media, rispondendo alle osservazioni di sabato di Benedetto XVI durante la cerimonia delle credenziali del nuovo ambasciatore spagnolo in Vaticano, ha ribadito che la Spagna "è uno Stato aconfessionale". E "come non imporrà mai ai cittadini una guerra che non desiderano", così "mai imporrà l'insegnamento della religione ai bambini che non lo vogliano". Perché, ha spiegato Moraleda, quello di Jose Luis Rodriguez Zapatero "è un governo dei cittadini".
Riferendosi ai matrimoni omosessuali, il portavoce ha detto che Madrid non può consentire che "a causa del suo orientamento sessuale una persona soffra di una riduzione dei propri diritti".
Sul finanziamento della Chiesa, Moraleda ha detto che quest'ultima "deve trovare meccanismi di autofinanziamento" e che "non ha senso" che lo Stato, essendo per costituzione "aconfessionale", continui a finanziarla . Ed ha ricordato che si sta discutendo con la Chiesa tale problema.Lo scontro Vaticano-Spagna è nato dal nuovo "no" del Papa alle unioni che "soppiantano o offuscano" la famiglia fondata sul matrimonio. Un nuovo monito in difesa della vita "dal concepimento alla morte naturale". Un nuovo richiamo sul diritto dei genitori a educare i figli secondo le proprie convinzioni religiose. Queste sottolineature, Benedetto XVI le aveva consegnate venerdì nelle mani del nuovo ambasciatore spagnolo presso la Santa Sede. Il Pontefice aveva riaffermato che si tratta di confini non valicabili i temi come le unioni di fatto (per non parlare dei matrimoni gay leciti in Spagna) e la manipolazione della vita."La Chiesa proclama senza riserve il diritto primordiale alla vita, dal concepimento alla morte naturale, il diritto a nascere, a formare e a vivere in una famiglia", ha ribadito Benedetto XVI all'ambasciatore Francisco Vazquez Vazquez. E l'accento speciale sulla famiglia comprende il fatto che essa non può essere "soppiantata o offuscata da altre forme o istituzioni diverse".Ricordando quindi la sua partecipazione al prossimo Incontro Mondiale delle Famiglie, a Valencia in luglio, ha auspicato che l'occasione gli dia "l'opportunità di celebrare la bellezza e la fecondità della famiglia fondata sul matrimonio, la sua altissima vocazione e il suo imprescindibile valore sociale".
(Il Gazzettino, 22/05/2006)
http://www.gaynews.it/view.php?ID=37604
Diritti alle coppie di fatto. Divide il sì della Bindi
Marini: estenderli è giusto. L'Udc: così si disgrega la famiglia La Bonino: coraggiosa. Il ministro Pollastrini: presto la legge
http://www.corriere.it/Primo_Piano/Politica/2006/05_Maggio/22/iossa.shtml
domenica 21 maggio 2006
Il grande show della politica
Al discorso di insediamento di Napolitano, una fotografia ritrae il Cavaliere seduto, immobile, le mani congiunte, a testa china
http://www.corriere.it/Primo_Piano/Politica/2006/05_Maggio/21/biagi.shtml
giovedì 18 maggio 2006
E' morto Natale Romea, l'eroe gay clochard medaglia d'oro al valore civile
Salvò due ragazze da una brutale violenza
Ieri è deceduto Natale Morea l’eroe gay “barbone” che il 12 dicembre 2003, salvò due ragazze da una brutale violenza subendo un pestaggio che lo ridusse in fin di vita.
Proprio le conseguenze di quel pestaggio hanno portato, purtroppo Morea, alla morte.
Il Caso Di Natale Morea suscitò un’enorme impressione nell’opinione pubblica per la sua ribellione al sopruso e alla violenza.
Morea, omosessuale dichiarato, era andato via dalla sua città d’origine per cercare a Roma una città più ospitale e tollerante, ma senza trovare grande fortuna.
Nonostante la sua condizione non fortunata seppe ribellarsi eroicamente alla violenza del maschilismo che aveva provato sulla propria pelle, nell’immagine di quel pregiudizio che lo aveva dileggiato e tormentato per tutta la vita.
Dopo questo episodio il Presidente Ciampi lo insignì della medaglia d’oro al valore civile, mentre Walter Veltroni gli trovò un’abitazione e un sostegno.
I funerali si svolgeranno oggi alle 16 a Massafra (Taranto)alla Chiesa del Carmine.
Proprio ieri si è celebrata in tutto il mondo la giornata mondiale contro l’omofobia, l’intolleranza e la violenza razzista e maschilista. Per questo ci inchiniamo grati a Morea, fragile eroe moderno della libertà.
On. Franco Grillini
Deputato Ulivo
Presidente onorario Arcigay
Sarà presente ai funerali Antonio Rotelli, della segreteria nazionale di Arcigay e responsabile giuridico dell’associazione.
http://www.gaynews.it/view.php?ID=37568
McKellen: "La religione cattolica è nemica dei gay"
CANNES - La battuta più velenosa è arrivata da Sir Ian McKellen (l'enigmatico Teabing del film) nella vita attivista gay: "So, sappiamo che la religione cattolica è nemica degli omosessuali. Ma dovrebbero, invece, i vertici della Chiesa, essere contenti perché questo film dimostra definitivamente che Gesù Cristo non era gay dato che si è anche sposato con Maria Maddalena, generando una bella figliola". Il grande attore inglese, presto sugli schermi di Cannes nel nuovo atto di X Men ha aggiunto: "Io ho creduto e credo a tutto quello che il film racconta e, dunque, sono soddisfatto di aver contribuito a tacitar con questo nostro film i problemi della Chiesa sull'omosessualità, sostenendo i gusti eterosessuali di Cristo". Tom Hanks con capelli lunghi e lisci da intellettuale come il suo professore Robert Langdon è intervenuto, di rimando e smussando l'argomento: "Rilancio la fede nell'istinto, che porta sempre alla verità. Non c'è codice che possa sostituire l'istinto. D'istinto ho molto amato il libro, che mi ha dato tanto, come questo mio impegno d'attore. Ho studiato, mi sono documentato con grande curiosità e molti stimoli". Riuscirà il pubblico di massa Usa a credere che l'ex Forrest Gump possa essere uno studioso di simboli? La critica lo trova fuoriparte, proprio lui che è capace di essere un naufrago e un malato di Aids, un eroe e l'uomo della porta accanto. Ribatte Tom: "Non devono essere preoccupati: ho appena acquistato i diritti di Scooby Doo III". Comunque la parola d'ordine è che il Codice da Vinci è fiction non un trattato teologico. Lo ripete anche Hanks. "In ogni caso a quelli che sono sicuri di credere in una verità preferisco le persone aperte al dubbio". Sarcastico, ma solo dietro le quinte, Ron Howard, che per l'occasione si è persino tolto l'inseparabile cappellino da baseball: "La Chiesa cattolica vieta anche l'uso dei profilattici, che sono popolari e usati da molti. Spero che accada la stessa cosa, al nostro film, che sarà, mi auguro, usato e visto da molti per quello che è: un intrattenimento di piacere cinematografico e stimoli aperti al dibattito". Ron è anche co-produttore della pellicola alla quale la stagione estiva americana con il lancio massiccio a Cannes affida molte speranze mentre i francesi a loro volta la stanno usando per scopi turistici e tour di massa al Louvre. Spiega il regista che molti test con il pubblico sono stati fatti in Usa. "Alle molte proiezioni i risultati sono stati tutti positivi, ma per evitare ogni illazione, abbiamo imposto che su Internet non ci fossero recensioni preventive". "Aprire al dubbio", dunque è la tesi di tutto il cast. Qualcuno ride per diverse battute de dialoghi? "Ebbene, è ciò che volevamo. La vita è un mistero fatto anche di sorrisi oltre che di dolore e interrogativi", ribadisce Ron mentre il francese Jean Reno, attivissimo nel cinema di consumo Usa, difende addirittura un preteso asse europeo-americano del quale il film è per molti aspetti, a suo dire, corifeo. Lo spiega anche la Tautou, che aveva prima d'ora sempre sparato a zero sugli effetti speciali del cinema d'oltreoceano: "Volevo cimentarmi con la macchina della grande industria e la sfida è stata quanto ma positiva". Tace il vescovo Aringarosa-Alfred Molina, depositario di un'antica cultura, portavoce anche nel libro di un livello superiore di verità. Poi, mentre l'incontro si trasforma in un gioco difensivo di battute, dice: "Il ritratto di Mona Lisa nasconde molti misteri, la vita e la religione nascondono molti misteri, come giustamente ha detto Ron. Questo film non vuole svelarli, ma spingere al dialogo ed è quanto, mi pare, stiamo facendo". Giovanna Grassi.
(Corriere della Sera del 18/05/2006)
http://www.gaynews.it/view.php?ID=37567
lunedì 15 maggio 2006
Laicità e nuovi diritti nel discorso di Napolitano
"Ci lusinga il positivo ed utile riferimento alle “famiglie”, pronunciato utilizzando il termine plurale"
Esprimiamo soddisfazione e apprezzamento per il discorso del Presidente della Repubblica Giorgio Napolitano.
I riferimenti alla laicità dello Stato, ai diritti umani, ai “nuovi” diritti civili e alla lotta alle discriminazioni così come delineati nella Carta europea, ricordata dal Presidente nel discorso di insediamento, rappresentano un importante elemento di novità.
Infine ci lusinga il positivo ed utile riferimento alle “famiglie”, pronunciato utilizzando il termine plurale, evidentemente rivolto a tutte le famiglie senza esclusione e discriminazione alcuna.
On. Franco Grillini
Deputato Ulivo
Presidente onorario Arcigay
http://www.gaynews.it/view.php?ID=37514
Il discorso d'insediamento del presidente Napolitano
Signor Presidente,
onorevoli deputati,
onorevoli senatori,
signori rappresentanti delle Regioni d'Italia,
è con profonda emozione che mi rivolgo a voi in quest'Aula nella quale ho speso tanta parte del mio impegno pubblico, apprendendo dal vivo il senso e il valore delle istituzioni rappresentative, supremo fondamento della democrazia repubblicana. Sono le assemblee elettive, è innanzitutto il Parlamento, il luogo del confronto sui problemi del paese, della dialettica delle idee e delle proposte, della ricerca delle soluzioni più valide e condivise.
La nuova legislatura si è aperta nel segno di un forte travaglio, a conclusione di un'aspra competizione elettorale, dalla quale gli opposti schieramenti politici sono emersi entrambi largamente rappresentativi del corpo elettorale. L'assunzione delle responsabilità di governo da parte dello schieramento che è sia pur lievemente prevalso rappresenta l'espressione naturale del principio maggioritario che l'Italia ha assunto da quasi un quindicennio come regolatore di una democrazia dell'alternanza realmente operante.
Ma in tali condizioni più chiara appare l'esigenza di una seria riflessione sul modo di intendere e coltivare in un sistema politico bipolare i rapporti tra maggioranza e opposizione. Non si tratta di tornare indietro rispetto all'evoluzione che la democrazia italiana ha conosciuto grazie allo stimolo e al contributo di forze di diverso orientamento.
Ma il fatto che si sia instaurato un clima di pura contrapposizione e di incomunicabilità, a scapito della ricerca di possibili terreni di impegno comune, deve considerarsi segno di un'ancora insufficiente maturazione nel nostro paese del modello di rapporti politici e istituzionali già consolidatosi nelle altre democrazie occidentali.
Ebbene, è venuto il tempo della maturità per la democrazia dell'alternanza anche in Italia. Il reciproco riconoscimento, rispetto ed ascolto tra gli opposti schieramenti, il confrontarsi con dignità in Parlamento e nelle altre assemblee elettive, l'individuare i temi di necessaria e possibile limpida convergenza nell'interesse generale, possono non già mettere in forse ma, al contrario, rafforzare in modo decisivo il nuovo corso della vita politica e istituzionale avviatosi con la riforma del 1993 e le elezioni del 1994. Ciò potrà avvenire solo ad opera delle forze politiche organizzate e delle loro rappresentanze nelle istituzioni rappresentative, sorrette dalla consapevolezza e dal dinamismo della società civile.
A chi vi parla, chiamato a rappresentare l'unità nazionale, spetta semplicemente trasmettere oggi un messaggio di fiducia, in risposta al bisogno di serenità e di equilibrio fattosi così acuto e diffuso tra gli italiani. Sono convinto che la politica possa recuperare il suo posto fondamentale e insostituibile nella vita del paese e nella coscienza dei cittadini. Può riuscirvi quanto più rifugga da esasperazioni e immeschinimenti che ne indeboliscono fatalmente la forza di attrazione e persuasione, e quanto più esprima moralità e cultura, arricchendosi di nuove motivazioni ideali.
Tra esse, quella del costruire basi comuni di memoria e identità condivisa, come fattore vitale di continuità nel fisiologico succedersi di diverse alleanze politiche nel governo del paese. Ma non si può dare memoria e identità condivisa, se non si ripercorre e si ricompone in spirito di verità la storia della nostra Repubblica nata sessanta anni fa come culmine della tormentata esperienza dello Stato unitario e, prima ancora, del processo risorgimentale.
Ci si può - io credo - ormai ritrovare, superando vecchie laceranti divisioni, nel riconoscimento del significato e del decisivo apporto della Resistenza, pur senza ignorare zone d'ombra, eccessi e aberrazioni. Ci si può ritrovare - senza riaprire le ferite del passato - nel rispetto di tutte le vittime e nell'omaggio non rituale alla liberazione dal nazifascismo come riconquista dell'indipendenza e della dignità della patria italiana. Memoria condivisa, come premessa di una comune identità nazionale, che abbia il suo fondamento nei valori della Costituzione. Il richiamo a quei valori trae forza dalla loro vitalità, che resiste, intatta, ad ogni controversia. Parlo - ed è giusto farlo anche nel celebrare il sessantesimo anniversario dell'elezione dell'Assemblea Costituente - di quei "principi fondamentali" che scolpirono nei primi articoli della Carta Costituzionale il volto della Repubblica. Principi, valori, indirizzi che scritti ieri sono aperti a raccogliere oggi nuove realtà e nuove istanze.
Così, il valore del lavoro, come base della Repubblica democratica, chiama più che mai al riconoscimento concreto del diritto al lavoro, ancora lontano dal realizzarsi per tutti, e alla tutela del lavoro "in tutte le sue forme e applicazioni", e dunque anche nelle forme ora esposte alla precarietà e alla mancanza di garanzie. I diritti inviolabili dell'uomo e il principio di uguaglianza, "senza distinzione di sesso, di razza, di lingua, di religione", si integrano e completano nella Carta europea, aperta ai nuovi diritti civili e sociali. Essi non possono non riconoscersi a uomini e donne che entrano a far parte, da immigrati, della nostra comunità nazionale contribuendo alla sua prosperità. Il valore della centralità della persona umana viene a misurarsi con le nuove frontiere della bioetica.
L'unità e indivisibilità della Repubblica si è via via intrecciata col più ampio riconoscimento dell'autonomia e del ruolo dei poteri regionali e locali. Si rivela lungimirante come fattore di ricchezza e apertura della nostra comunità nazionale la tutela delle minoranze linguistiche. Essenziale appare tuttora il laico disegno dei rapporti tra Stato e Chiesa, concepiti come, ciascuno nel proprio ordine, indipendenti e sovrani.
La libertà e il pluralismo delle confessioni religiose sono state via via sancite, e ancora dovranno esserlo, attraverso intese promosse dallo Stato. Presentano poi una pregnanza ed urgenza senza precedenti, tanto lo sviluppo della cultura e della ricerca scientifica e tecnica, quanto la tutela del paesaggio e del patrimonio storico e artistico della Nazione. Infine, i valori, tra loro inscindibili, del ripudio della guerra e della corresponsabilità internazionale per assicurare la pace e la giustizia nel mondo, si confrontano con nuove, complesse e dure prove. Ebbene - Signor Presidente, onorevoli parlamentari, signori delegati regionali - chi può mettere in dubbio la straordinaria sapienza, e rispondenza al bene comune, dei principi e valori costituzionali che ho voluto puntualmente ripercorrere? In questo senso, è giusto parlare di unità costituzionale come sostrato dell'unità nazionale.
Un risoluto ancoraggio ai lineamenti essenziali della Costituzione del 1948 non può essere scambiato per puro conservatorismo. I costituenti si pronunciarono a tutte lettere per una Costituzione "destinata a durare", per una Costituzione rigida ma non immutabile, e definirono le procedure e garanzie per la sua revisione. Nei progetti volti a rivedere la seconda parte della Costituzione che si sono via via succeduti, non sono stati mai messi in questione i suoi principi fondamentali.
Ma già nell'Assemblea Costituente si espresse - nello scegliere il modello della Repubblica parlamentare - la preoccupazione di "tutelare le esigenze di stabilità dell'azione di governo e di evitare le degenerazioni del parlamentarismo". Quella questione rimase aperta e altre ne sono insorte in anni più recenti, anche sotto il profilo del ruolo dell'opposizione e del sistema delle garanzie, in rapporto ai mutamenti intervenuti nella legislazione elettorale.
La legge di revisione costituzionale approvata dal Parlamento mesi or sono è ora affidata al giudizio conclusivo del popolo sovrano; si dovrà comunque verificare poi la possibilità di nuove proposte di riforma capaci di raccogliere il necessario largo consenso in Parlamento. Esprimo il più sentito e convinto omaggio al mio predecessore Carlo Azeglio Ciampi per l'esemplare svolgimento del suo mandato, e in special modo per l'impulso a una più forte affermazione dell'identità nazionale italiana e di un rinnovato sentimento patriottico.
Nello stesso tempo, nessun ripiegamento entro confini e orizzonti anacronistici. Come già si disse, precorrendo i tempi, all'Assemblea Costituente, l'Europa è per noi italiani una seconda patria. Lo è diventata sempre di più nei quasi cinquant'anni che ci separano da quei Trattati di Roma che portano la firma, per l'Italia, di Antonio Segni e di Gaetano Martino: e il cammino dell'integrazione e costruzione europea cominciò ancor prima, ispirato dalle profetiche intuizioni di Benedetto Croce e di Luigi Einaudi, guidato dall'incontro tra i diversissimi apporti di personalità come Alcide De Gasperi e Altiero Spinelli, lo statista lungimirante e il paladino del movimento federalista, entrambi né meschinamente realisti né astrattamente utopisti. La crisi che da un anno ha investito l'Unione europea non può in alcun modo oscurare il cammino compiuto e far liquidare il grande progetto della costruzione comunitaria come riflesso di una fase storica, quella del continente diviso in due blocchi contrapposti, conclusasi nel 1989.
In effetti non solo si è portata a compimento la più grande impresa di pace del secolo scorso nel cuore dell'Europa, non solo si è realizzato uno straordinario e duraturo avanzamento economico e sociale, civile e culturale nei paesi che si sono via via associati al progetto, ma si sono poste le radici di un irreversibile moto di avvicinamento e integrazione tra i popoli, le realtà produttive, i sistemi monetari, le culture, le società, i cittadini, i giovani delle nazioni europee.
Non potranno arrestare questo processo le difficoltà pur gravi incontrate dall'iter di ratifica del Trattato costituzionale: l'Italia - dopo che il suo governo e il suo Parlamento hanno tra i primi provveduto alla ratifica di quel Trattato - è fortemente interessata e impegnata a creare le condizioni per l'entrata in vigore di un testo di autentica rilevanza costituzionale.
Ci inducono a riflettere ma non potranno fermarci i fenomeni di disincanto e di incertezza indotti nelle opinioni pubbliche da un serio rallentamento della crescita dell'economia e del benessere, da un palese affanno nel far fronte sia alle sfide della competizione globale e del cambiamento di pesi e di equilibri nella realtà mondiale, sia alle stesse prove dell'allargamento dell'Unione. Di certo non esiste dinanzi a queste sfide alcuna alternativa al rilancio della costruzione europea.
L'Italia solo come parte attiva della costruzione di un più forte e dinamico soggetto europeo, e l'Europa solo attraverso l'unione delle sue forze e il potenziamento della sua capacità d'azione, potranno giuocare un ruolo effettivo, autonomo, peculiare nell'affermazione di un nuovo ordine internazionale di pace e di giustizia. Un ordine di pace nel quale possa espandersi la democrazia e prevalere la causa dei diritti umani, e insieme assicurarsi un governo dello sviluppo che contribuisca a scongiurare tensioni e rischi di guerra, e ponga un argine all'intollerabile, allarmante aggravarsi delle disuguaglianze a danno dei paesi più poveri, dei popoli colpiti da ogni flagello come quelli del continente africano.
La strada maestra per l'Italia resta dunque quella dell'impegno europeistico, come il Presidente Ciampi ha in questi anni appassionatamente indicato. E in ciò egli ha incontrato, io credo, il sentire profondo ormai maturato soprattutto nelle nostre giovani generazioni, il cui animo italiano fa tutt'uno con l'animo europeo, e che non vedono avvenire se non nell'Europa. La priorità dell'impegno europeistico nulla toglie alla profondità dell'adesione dell'Italia a una visione dei rapporti transatlantici, dei suoi storici legami con gli Stati Uniti d'America e delle relazioni tra Europa e Stati Uniti, come cardine di una strategia di alleanze, nella libera ricerca di approcci comuni ai problemi più controversi e nella pari dignità.
È in tale contesto che va affrontata senza esitazioni e ambiguità la minaccia così dura, inquietante e per tanti aspetti nuova, del terrorismo di matrice fondamentalista islamica, senza mai offrire a questo insidioso nemico il vantaggio di una nostra qualsiasi concessione alla logica dello scontro di civiltà, di una nostra rinuncia al principio e al metodo del dialogo tra storie, culture e religioni diverse. Non è illusorio pensare che questa cornice degli orientamenti di politica internazionale dell'Italia possa essere condivisa dagli opposti schieramenti politici.
Entro questa cornice spetta al governo e al Parlamento indicare iniziative atte a contribuire al dialogo e al negoziato tra Israele e l'Autorità palestinese nel pieno riconoscimento del diritto dello Stato di Israele a vivere in sicurezza e del diritto del popolo palestinese a darsi uno Stato indipendente. Ed è ora di mettere al bando l'arma del terrorismo suicida e di contrastare fermamente ogni rigurgito di antisemitismo. Si impongono egualmente iniziative volte alla soluzione della ancora aperta e sanguinosa crisi in Iraq, alla stabilizzazione del processo democratico in Afghanistan, alla ricerca di uno sbocco positivo per lo stato di preoccupante tensione con l'Iran.
Più specificamente, compete al governo e al Parlamento definire le soluzioni per il rientro dei militari italiani dall'Iraq. Oggi, non può che accomunare quest'Assemblea l'omaggio riverente e commosso a tutti i nostri caduti, che hanno rappresentato il prezzo così doloroso di missioni all'estero assolte con dedizione e onore, qualunque sia stato il grado di consenso nel deliberarle.
Onorevoli parlamentari, signori delegati regionali, se rivolgo ora lo sguardo dal cruciale orizzonte europeo allo stato del nostro paese e al quadro delle nostre dirette responsabilità, posso solo consentirmi brevi considerazioni, senza affacciarmi in un campo che è, più di ogni altro, proprio del confronto tra diverse impostazioni e posizioni politiche. Posso, anche qui, esprimere solo un messaggio di fiducia, senza indulgere a diagnosi pessimiste sull'inevitabile declino del nostro sistema economico e finanziario, ma nemmeno sottovalutando la gravità delle debolezze da superare e dei nodi da sciogliere. Il nodo - innanzitutto - del debito pubblico. E insieme, le debolezze del sistema produttivo.
Le imprese italiane hanno mostrato di saper raccogliere la sfida che viene dall'operare in un mercato aperto e in libera concorrenza e di volersi impegnare in un serio sforzo per la crescita, l'innovazione e l'internazionalizzazione. Esse chiedono allo Stato non di introdurre o mantenere indebite protezioni, ma di favorire la competitività del sistema e gli investimenti privati e pubblici, nonché di riprendere quel processo di sviluppo infrastrutturale che tanta parte ebbe nella crescita del secondo dopoguerra. Ma all'esigenza di rimuovere limiti e vincoli ingiustificati, si accompagna quella di assicurare regole e controlli efficaci ed efficienti.
Il nostro paese non può rinunciare alle sue grandi tradizioni in campo industriale e agricolo, che ancora si esprimono in rilevanti prove di progresso anche tecnologico: tali da dar luogo di recente a casi di straordinario recupero in gravi situazioni di crisi e da animare nuove, vitali realtà produttive. Nello stesso tempo, appare indispensabile rafforzare e modernizzare il settore dei servizi, e valorizzare con coraggio e lungimiranza il patrimonio naturale e paesaggistico, culturale e artistico senza eguali di cui l'Italia dispone.
Di qui passa anche qualsiasi politica per il Mezzogiorno, le cui regioni diventano un asse obbligato del rilancio complessivo dello sviluppo nazionale anche per la loro valenza strategica nella nuova grande prospettiva dei flussi di investimenti e di scambi tra l'area euromediterranea e l'Asia. Né occorre che io aggiunga altro a questo proposito, signori parlamentari e delegati regionali, per la profondità delle radici e delle esperienze politiche e di vita che mi legano al Mezzogiorno: non occorrono altre parole per affidarvi un auspicio così intimamente sentito.
Sono più in generale le mie complessive esperienze politiche e di vita che mi inducono ad associare con forza il problema del rilancio della nostra economia a quello della giustizia sociale, della lotta contro le accresciute disuguaglianze e le nuove emarginazioni e povertà, dell'impegno più conseguente per elevare l'occupazione e il livello di attività della popolazione, il problema non eludibile del miglioramento delle condizioni dei lavoratori e dei pensionati e di una rinnovata garanzia della dignità e della sicurezza del lavoro. C'è bisogno di più giustizia e coesione sociale.
E se un ruolo decisivo spetta in questo senso ai sindacati, posti peraltro di fronte a un mercato del lavoro in profondo cambiamento che richiede forti aperture all'innovazione, è interesse e responsabilità anche delle forze imprenditoriali comprendere e assecondare politiche di coesione e di solidarietà. Quando ci domandiamo - dinanzi a problemi così complessi e a vincoli così pesanti - se possiamo farcela, dobbiamo guardare alle risorse di cui dispone l'Italia. Sono le risorse delle istituzioni regionali e locali che esercitano le loro autonomie in responsabile e leale collaborazione con lo Stato e contando sull'impegno unitario della pubblica amministrazione al servizio esclusivo della nazione.
Sono, insieme, le risorse di un ricco tessuto civile e culturale, da cui si sprigiona un potenziale prezioso di sussidiarietà, per l'apporto di cui si è mostrato e si mostra capace il mondo delle comunità intermedie, dell'associazionismo laico e religioso, del volontariato e degli enti non profit. Sono le risorse della partecipazione di base, che le istituzioni locali tanto possono stimolare e canalizzare. E sono le risorse delle famiglie: come quelle che abbiamo visto in queste settimane stringersi attorno alle spoglie dei caduti di Nassirya e di Kabul.
Famiglie laboriose e modeste che educano i loro figli al senso del dovere verso la patria e verso la società. Famiglie che rappresentano la più grande ricchezza dell'Italia. E ancora, abbiamo da contare - mi si lasci ricordare la splendida figura di Nilde Iotti - sulle formidabili risorse delle energie femminili non mobilitate e non valorizzate né nel lavoro né nella vita pubblica: pregiudizi e chiusure, con l'enorme spreco che ne consegue, ormai non più tollerabili.
Contiamo infine sulle risorse che possono essere attribuite ai giovani, uomini e donne in formazione, da un sistema di istruzione che fino al più alto livello offra a tutti uguali opportunità di sviluppo della persona, e premi il merito e la dedizione allo studio e al lavoro. Da tutto ciò le ragioni di una non retorica fiducia nel futuro del nostro paese. Il nostro futuro tuttavia è legato anche a problemi come quelli che ormai si collocano nel grande scenario dello spazio europeo di libertà, sicurezza e giustizia.
Resta assai dura la sfida della lotta contro la criminalità, una presenza aggressiva che ancora tanto pesa sulle possibilità di sviluppo del Mezzogiorno, così come contro le nuove minacce del terrorismo internazionale e interno. Ci dà però fiducia il fatto che lo Stato ha mostrato anche negli ultimi anni di poter contare sull'azione efficace e congiunta della magistratura e delle forze dell'ordine, alle quali tutte - avendo io stesso, da responsabilità di governo, imparato a meglio conoscerne e apprezzarne l'impegno e lo slancio - desidero indirizzare il più vivo nostro riconoscimento.
Certo, i problemi della legalità e della moralità collettiva si presentano ancora aperti in modi inquietanti e anche in ambiti che avremmo sperato ne restassero immuni. Mentre sono purtroppo rimaste critiche le condizioni dell'amministrazione della giustizia, soprattutto sotto il profilo della durata del processo.
E troppe tensioni circondano ancora i rapporti tra politica e giustizia, turbando lo svolgimento di una così alta funzione costituzionale e ferendo la dignità di coloro che sono chiamati ad assolverla. Anche in questo delicatissimo campo, sono esigenze di serenità e di equilibrio, negli stessi necessari processi di riforma, quelle che si avvertono e chiedono di essere soddisfatte. Seri e complessi sono dunque gli impegni cui debbono far fronte la politica e le istituzioni.
L'Italia vive un momento difficile: ma drammatico, non solo difficile, fu il periodo che l'Italia visse negli anni successivi alla fine della guerra e alla Liberazione, dovendo accollarsi un'eredità di terribili distruzioni materiali e morali e superare anche le scosse di un conflitto elettorale e ideale come quello che divise in due il paese nella scelta tra monarchia e repubblica. Prevalse allora - la prova più alta la diede l'Assemblea Costituente - ed ebbe ragione di tutte le difficoltà il senso della missione nazionale comune : che fu più forte di pur legittimi contrasti ideologici e politici.
Così, oggi, il mio appello all'unità non tende a edulcorare una realtà di aspre divergenze soprattutto ai vertici della politica nazionale, ma proprio a sollecitare tra gli italiani un nuovo senso della missione da adempiere per dare slancio e coesione alla nostra società, per assicurare al nostro paese il ruolo che gli spetta in Europa e nel mondo. Ed è un appello che può forse trovare maggiore rispondenza in quell'Italia profonda, l'Italia delle cento province, l'Italia della fatica quotidiana e della volontà di progredire, che il mio predecessore ha voluto esplorare traendone l'immagine di una concordia di intenti e di opere più salda di quanto comunemente si ritenga. Considero mio dovere impegnarmi per favorire più pacati confronti tra le forze politiche e più ampie, costruttive convergenze nel paese ; ma è un impegno che svolgerò con la necessaria sobrietà e nel rigoroso rispetto dei limiti che segnano il ruolo e i poteri del Presidente della Repubblica nella Costituzione vigente.
Un ruolo di garanzia dei valori e degli equilibri costituzionali; un ruolo di moderazione e persuasione morale, che ha per presupposto il senso e il dovere dell'imparzialità nell'esercizio di tutte le funzioni attribuite al Presidente. Come rappresentante dell'unità nazionale, raccolgo il riferimento ben presente nel messaggio augurale indirizzatomi dal Pontefice Benedetto XVI - al quale rivolgo il mio deferente ringraziamento e saluto: raccolgo il riferimento ai valori umani e cristiani che sono patrimonio del popolo italiano, ben sapendo quale sia stato il profondo rapporto storico tra la cristianità e il farsi dell'Europa.
E ne traggo la convinzione che debba laicamente riconoscersi la dimensione sociale e pubblica del fatto religioso, e svilupparsi concretamente la collaborazione, in Italia, tra Stato e Chiesa cattolica in molteplici campi in nome del bene comune. Nel momento in cui inizia il suo mandato, il Presidente della Repubblica rende omaggio alla Corte Costituzionale, come organo di alta garanzia che da cinquant'anni veglia sul pieno rispetto della nostra legge fondamentale; al Consiglio Superiore della Magistratura, espressione e presidio dell'autonomia e indipendenza di quell'ordine da ogni altro potere; a tutte le amministrazioni pubbliche, a tutti gli organi e i corpi dello Stato, e in particolare alle Forze Armate italiane che si distinguono per sempre più alti livelli di moderna professionalità ed efficienza, così come alle diverse e distinte forze preposte con convergente impegno alla tutela del bene essenziale della sicurezza dei cittadini. Un segno di particolare attenzione va al mondo della scuola e dell'Università e a quanti sono chiamati a tenerne alta la funzione educativa.
Al mondo dell'informazione va indirizzato un convinto impegno a garantirne la libertà e il pluralismo come condizione imprescindibile di democrazia. Rivolgo un grato e rispettoso pensiero a tutti i miei predecessori, personalità rappresentative di diverse correnti ideali e tradizioni popolari, ritrovatesi nel primato dei valori essenziali: libertà, giustizia, solidarietà.
Uno speciale ricordo per il primo Presidente della Repubblica Enrico De Nicola, che fu simbolo di pacificazione in un contrastato passaggio storico e al quale fui legato da rapporti di antica amicizia famigliare e dal comune impegno, in diverse epoche, a rappresentare in Parlamento la nostra grande, generosa e travagliata città di Napoli. Signor Presidente, onorevoli parlamentari, signori delegati, mi inchino dinanzi a questa Assemblea nella quale si riconoscono tutti gli italiani, per la prima volta anche quelli che operano all'estero, le cui comunità hanno finalmente voce per far sentire le loro esigenze ed attese.
Non sarò in alcun momento il Presidente solo della maggioranza che mi ha eletto; avrò attenzione e rispetto per tutti voi, per tutte le posizioni ideali e politiche che esprimete; dedicherò senza risparmio le mie energie all'interesse generale per poter contare sulla fiducia dei rappresentanti del popolo e dei cittadini italiani senza distinzione di parte.
Viva il Parlamento!
Viva la Repubblica!
Viva l'Italia!
(15 maggio 2006)
mercoledì 10 maggio 2006
Napolitano, presidente amico della comunità gay
Il presidente Arcigay Lo Giudice: "Saprà essere garante di tutti, compresi gay, lesbiche e trans"
Nel 1997, una delegazione di Arcigay fu ricevuta dal Ministro degli Interni Giorgio Napolitano, a cui sottopose la piaga delle violenze antigay e dei cosiddetti “omocidi”, i frequenti assassini omofobi di persone omosessuali, per lo più anziane. Da lì ebbe inizio una collaborazione fra Arcigay e il Ministero che si interruppe con l’insediamento del governo Berlusconi.
Ci piace ricordare quell’episodio come segno di un’attenzione amichevole fra Giorgio Napolitano e la comunità gay e lesbica del Paese.
Siamo certi che il nuovo Presidente della Repubblica, a cui va il nostro più sincero augurio di buon lavoro, saprà essere garante di tutti gli italiani e le italiane, comprese le persone gay, lesbiche, bisessuali e transessuali.
http://www.arcigay.it/show.php?1891
Il nostro Presidente
Giorgio Napolitano giura lunedì 15
Ore 12.50. Giorgio Napolitano è il nuovo presidente della Repubblica. All'annuncio del quorum tutto il Parlamento applaude. O quasi: molti deputati del centrodestra sono scappati, Forza Italia e la Lega non battono le mani. Eppure la maggioranza c'è. Netta. I votanti sono stati 990, su 1009 aventi diritto. Napolitano è stato eletto al quarto scrutinio con 543 voti, superando ampiamente la maggioranza assoluta di 505 voti e di poco i 540 sui quali poteva contare l'Unione.
I risultati ufficiali sono letti dal presidente della Camera Bertinotti. Altri voti: 347 schede bianche, 42 Bossi, 14 nulle, 10 D'Alema, 7 Ferrara, 6 Letta, 5 Berlusconi, 3 Di Piazza, 3 Pininfarina, più qualche voto sparso fra candidati improbabili.
La prima telefonata di congratulazioni arriva da Carlo Azeglio Ciampi, che si dimetterà linedì 15 maggio. Nella stessa giornata, alle ore 17, il giuramento del nuovo presidente.
«Mi dispiace che la Casa delle libertà non abbia capito che Napolitano sarà veramente il presidente di tutti gli italiani, ma proprio perchè Napolitano è così credo che potremo considerarlo in futuro il presidente eletto da tutti», ha detto Romano Prodi, plaudendo alla scelta di un ex comunista al Quirinale, «la fine di una fase lunga in cui la storia ci aveva obbligato a divisioni innaturali».
Dopo tre scrutini seppelliti sotto le schede bianche delle due coalizioni – il centrosinistra come segno di apertura, la Cdl come mezzo per cancellare le proprie divisioni - si è arrivati, ancora senza un´intesa, al voto decisivo. Quello in cui il quorum è sceso dai due terzi dell´assemblea alla metà più uno, impedendo di rinviare ulteriormente la scelta.
Nel centrosinistra, come prevedibile, hanno dichiarato tutti il proprio voto per Napolitano, senza soprese nell'urna. Con il nuovo presidente anche i senatori a vita. Nel centrodestra, invece, ha prevalso la linea berlusconiana e leghista del muro contro muro e del sabotaggio istituzionale. Anche l´Udc si è adeguata alla scheda bianca ed anche Casini si è sottoposto all´umiliazione di dover attraversare quasi di corsa la cabina elettorale, sotto lo sguardo vigile dei pretoriani forzisti. Solo qualcuno, come Follini, ha avuto il coraggio di ribellarsi, dichiarando pubblicamente il suo voto per Napolitano.
http://www.unita.it/view.asp?IDcontent=56192
Perché dico no a questa riforma della Costituzione
Giorgio Napolitano, discorso al Senato, 10-05-2006
Lei non si stupirà, signor Presidente, se pur essendo stato da così breve tempo chiamato a far parte di quest'Assemblea, prendo oggi la parola. Ho in effetti ritenuto di non potermi sottrarre alla responsabilità di un giudizio motivato su una legge di natura specialissima, qual è quella ora sottoposta al nostro ultimo esame, di revisione complessiva e radicale dell'ordinamento della Repubblica.
Tanto più che, se non sono stato finora partecipe del contrastato iter di questa legge, ho, in periodi precedenti, svolto un ruolo attivo nel lungo processo di elaborazione e discussione di idee e di proposte di riforma costituzionale che si è svolto nei due rami del Parlamento almeno a partire dalla fine degli anni Settanta.
Perché vedete, e vorrei sottolinearlo, sarebbe del tutto infondato il sostenere o il lasciar intendere che nel passato il Parlamento sia rimasto chiuso in un atteggiamento di pura conservazione, di statica e retorica difesa della Costituzione del 1948.
Ben prima che negli anni 1993-1994 intervenisse una vera e propria cesura, una rottura di continuità nel nostro sistema politico, ben prima di allora, tra i partiti storici della Repubblica nata nel 1946, era venuta maturando l'esigenza di un ripensamento e di un adeguamento del quadro istituzionale. Nel 1982, un primo "inventario" di proposte di riforma venne redatto dalle Commissioni affari costituzionali della Camera e del Senato. Nel 1983 fu istituita, come è noto, un'ampia e rappresentativa Commissione bicamerale di studio sulle riforme istituzionali, presieduta dall'onorevole Bozzi, che presentò nel 1985 un quadro assai ricco di considerazioni e indicazioni concrete, rimaste purtroppo senza seguito.
Vennero poi anni di stagnazione del confronto e dell'iniziativa sui temi di una possibile revisione della Costituzione, anche se non mancarono leggi ordinarie di notevole significato istituzionale, come, nel 1988, quella sull'ordinamento della Presidenza del Consiglio o come, nel 1990, quella sull'ordinamento delle autonomie locali.
Si giunse così, all'inizio della XI Legislatura, in una condizione di grave ritardo dinanzi a esigenze oggettive e a sollecitazioni dell'opinione pubblica ormai non più dilazionabili e quindi si impose una scelta che per primo il presidente della Repubblica appena eletto, Oscar Luigi Scalfaro, invitò "fermamente" il Parlamento a compiere: la nomina, che col compianto presidente Spadolini subito promuovemmo, di una Commissione bicamerale non più solo di studio, ma con poteri di iniziativa legislativa, con funzioni redigenti e referenti, che fosse in grado di sottoporre a entrambe le Assemblee un progetto compiuto di riforma della Parte II della Costituzione.
La Commissione, presieduta prima da Ciriaco De Mita e poi da Nilde Iotti, riuscì a presentare un organico, non esaustivo ma, condiviso progetto, nel gennaio 1994, (relatore per la forma di Stato Silvano Labriola e per la forma di governo Franco Bassanini). Il progetto cadde con lo scioglimento, di lì a poco, di Camera e Senato.
Ricordo tutto ciò anche perché il senatore Francesco D'Onofrio, nella sua relazione del gennaio 2004, volle richiamare i lavori sia della Commissione De Mita-Iotti sia della successiva Commissione D'Alema, sostenendo che la proposta di riforma presentata dell'attuale Governo dovesse intendersi semplicemente come conclusione di un percorso. Tale affermazione sarebbe da apprezzare per la sua modestia se non contrastasse con la realtà dell'effettiva ispirazione della proposta, ancora oggi al nostro esame, ispirazione tutt'affatto diversa da quelle che sorreggevano i progetti precedenti e segnatamente quello del gennaio 1994.
Qualche giorno fa ho avuto modo, in occasione della cerimonia di omaggio dedicata all'onorevole Labriola appena scomparso, di mettere in evidenza come la sua relazione di oltre 11 anni fosse audacemente innovativa e nello stesso tempo ispirata a grande equilibrio e responsabilità istituzionale.
Ebbene, con quell'impostazione e con le modifiche che vennero di conseguenza prospettate, risultano coerenti in realtà le proposte di riforma non della maggioranza, ma della minoranza, comprese quelle che escludono la formulazione, nell'articolo 117 della Costituzione, di un elenco di potestà legislative sia concorrenti sia esclusive delle Regioni, accanto alla specificazione delle materie affidate alla competenza dello Stato e postulano possibilità di iniziativa dello Stato federale nell'interesse nazionale, anziché un richiamo sanzionatorio a quell'interesse, ove appaia violato.
Per questo ed altri aspetti - come si sa - l'attuale schieramento di minoranza ha già proposto, con il disegno di legge presentato dai senatori Villone e Bassanini nel settembre 2003, modifiche rilevanti della stessa riforma del Titolo V che esso aveva, da posizioni di maggioranza, varato in modo non sufficientemente meditato.
In effetti, se si legge ancora oggi e si considera obiettivamente il testo presentato, sempre nel gennaio 2004, dai relatori di minoranza, si può constatare come ad una critica puntuale e severa del progetto governativo si accompagnasse un insieme di proposte tale da configurare un vero e proprio progetto alternativo di riforma. Il Governo e la maggioranza che lo sorregge - a mio avviso - avrebbero dovuto apprezzare il fatto che lo schieramento di centro-sinistra non ha sostenuto che tutte le esigenze di revisione costituzionale, affiorate nel lungo processo da me richiamato e culminato nella Commissione bicamerale D'Alema, fossero da ritenersi ormai superate.
In particolare, pur essendosi significativamente consolidate - attraverso il passaggio al sistema elettorale maggioritario e la prassi di una competizione politica bipolare - la posizione del Governo in Parlamento, la governabilità del Paese e la stabilità dell'azione di Governo, l'attuale opposizione ha continuato e continua a presentare proposte volte a sancire in sede costituzionale tale evoluzione e a rafforzare i poteri del Primo Ministro rispetto alle formulazioni della Carta del 1948.
E' dunque l'attuale opposizione che si è preoccupata e si preoccupa di concludere, sulla base di un'ulteriore e coerente maturazione, il percorso che venne bloccato nel 1998, non occorre qui ricordare come e per responsabilità di chi. Sono parte della conclusione di quel percorso le proposte della relazione di minoranza relative alla composizione e alle attribuzioni del nuovo Senato della Repubblica, ma anche tutte quelle riguardanti un sostanziale adeguamento del sistema delle garanzie e dello statuto dell'opposizione all'avvento e all'abuso di un meccanismo maggioritario.
Quel che anch'io giudico inaccettabile è, invece, il voler dilatare in modo abnorme i poteri del Primo Ministro, secondo uno schema che non trova l'eguale in altri modelli costituzionali europei e, più in generale, lo sfuggire ad ogni vincolo di pesi e contrappesi, di equilibri istituzionali, di limiti e di regole da condividere.
Quel che anch'io giudico inaccettabile è una soluzione priva di ogni razionalità del problema del Senato, con imprevedibili conseguenze sulla linearità ed efficacia del procedimento legislativo; una alterazione della fisionomia unitaria della Corte costituzionale, o, ancor più, un indebolimento dell'istituzione suprema di garanzia, la Presidenza della Repubblica, di cui tutti avremmo dovuto apprezzare l'inestimabile valore in questi anni di più duro scontro politico.
E allora, signor Presidente, onorevoli colleghi, il contrasto che ha preso corpo in Parlamento da due anni a questa parte e che si proporrà agli elettori chiamati a pronunciarsi prossimamente nel referendum confermativo non è tra passato e futuro, tra conservazione e innovazione, come si vorrebbe far credere, ma tra due antitetiche versioni della riforma dell'ordinamento della Repubblica: la prima, dominata da una logica di estrema personalizzazione della politica e del potere e da un deteriore compromesso tra calcoli di parte, a prezzo di una disarticolazione del tessuto istituzionale; la seconda, rispondente ad un'idea di coerente ed efficace riassetto dei poteri e degli equilibri istituzionali nel rispetto di fondamentali principi e valori democratici.
La rottura che c'è stata rispetto al metodo della paziente ricerca di una larga intesa, il ricorso alla forza dei numeri della sola maggioranza per l'approvazione di una riforma non più parziale, come nel 2001, ma globale della Parte II della Costituzione, fanno oggi apparire problematica e ardua, in prospettiva, la ripresa di un cammino costruttivo sul terreno costituzionale; un cammino che bisognerà pur riprendere, nelle forme che risulteranno possibili e più efficaci, una volta che si sia con il referendum sgombrato il campo dalla legge che ha provocato un così radicale conflitto.
Mi asterrò dal rivolgere alle forze di Governo poco realistici appelli alla riflessione, ma non posso fare a meno di esprimere la mia convinzione che la strada indicata qui dall'attuale minoranza corrisponde all'interesse di entrambi gli schieramenti politici, nel loro prevedibile alternarsi in posizioni di maggioranza e di opposizione. Essa corrisponde all'interesse di una moderna e responsabile evoluzione del nostro sistema democratico e anche, non da ultimo, alla ricostruzione di un clima, che è purtroppo venuto meno, di più misurato, impegnato e fecondo confronto in Parlamento: un clima che è condizione per l'esercizio, con autorevolezza, del ruolo insostituibile di questa nostra istituzione.
(Applausi dai Gruppi DS-U, Mar-DL-U, Misto-RC, Misto-Com e Misto-Pop-Udeur. Molte congratulazioni).
Senato della Repubblica, XIV legislatura, 897a seduta pubblica
Martedì 15 novembre 2005
Discussione del disegno di legge costituzionale: Modifiche alla Parte II della Costituzione (Approvato in prima deliberazione dal Senato; modificato in prima deliberazione dalla Camera dei deputati; nuovamente approvato, in prima deliberazione, dal Senato e approvato, in seconda deliberazione, dalla Camera dei deputati)
http://www.libertaegiustizia.it/primopiano/pp_leggi_articolo.php?id=566&id_titoli_primo_piano=1
domenica 30 aprile 2006
Nozze gay per un italiano: è la prima volta
Marco Canale e il suo compagno Alan Webb si sposeranno oggi grazie al Civil partnership act
LONDRA - Nozze gay a Londra per un italiano: Marco Canale e il suo compagno Alan Webb si sposeranno oggi grazie al Civil partnership act, la normativa inglese approvata nel dicembre 2005 che consente le unioni omosessuali. La cerimonia si terrà presso il municipio di Chelsea. A dare la notizia l'Arcigay. "Siamo felici - dichiara Fabrizio Marrazzo, presidente dell'associazione - che Marco, nostro socio, da sempre vicinissimo a noi, stia coronando il sogno della sua vita. L'unica nota triste è che per farlo debba ricorrere a una legge di un altro paese più avanzato del nostro. In Italia l'unione tra Marco e Alan non ha valore e per la legge sono due estranei. Per questo si sono proposti di portare la questione sia nei tribunali italiani che al tribunale europeo. "Oggi una delegazione di Arcigay sarà presente a Londra per essere vicini a Marco e per sottolineare l'impegno della nostra associazione affinché anche nel nostro paese si discuta in maniera serena del Pacs e dei diritti delle coppie gay". Il rito con il quale Marco e Alan si uniranno a Londra, pur non essendo un vero e proprio matrimonio dal punto di vista formale, lo è nella sostanza delle norme. La legge britannica sull'Unione civile, entrata in vigore nel dicembre scorso, riguarda solo le coppie dello stesso sesso, che nel Regno Unito non hanno la possibilità di contrarre matrimonio, ed estende loro la libertà di acquisire tutti i diritti e i doveri cui sono soggette le coppie sposate. Possibilità di prendere il cognome del partner, dovere di contribuire al mantenimento suo e dei figli dell'unione, possibilità di stipulare un'assicurazione sulla vita a beneficio del partner, protezione in caso di violenza domestica, stesso trattamento riservato ai coniugi in riferimento alle tasse, al rapporto di lavoro, alla pensione, all'eredità, al risarcimento danni in caso di morte del partner per incidente, all'immigrazione e all'acquisizione della cittadinanza.
(La Stampa del 30/04/2006)
http://www.gaynews.it/view.php?ID=37283