Uniti nell'Ulivo, presente in solo 8 regioni, ha preso più voti degli azzurri in tutto il Paese. Lega e Udc tengono, cala An . Bene lo Sdi, Prc stabile. In Campania Margherita primo partito. Unione al 53%
martedì 5 aprile 2005
Risultati dei voti di lista: crollo per Forza Italia, Uniti nell'Ulivo è la prima forza del Paese
L'Italia è cambiata
di MASSIMO GIANNINI
L'ITALIA azzurra non c'è più. Quella "Fantasyland" felice e spensierata del 2001, dove un "partito personale" dominava in 81 province su 100, s'è dissolta. Quell'appendice virtuale di Milano2, riprodotta su scala nazionale dalla Casa delle Libertà, esiste ormai solo nella mente del suo "inventore". Berlusconi ha perso anche queste elezioni regionali.
Si partiva da 8 a 6 per il centrodestra. Dopo questa chiamata alle urne per 41 milioni d'italiani, secondo le proiezioni provvisorie della notte, finirà 11 a 2 per il centrosinistra. Si frantuma la geografia politica immaginata dal premier. Prodi consolida la sua leadership, la lista unitaria prende corpo, i Ds diventano il primo partito in molte aree del Paese.
L'opposizione strappa agli avversari il Piemonte al Nord, il Lazio al Centro e la Puglia al Sud. È molto più che una sconfitta. È una disfatta. Nel Polo, che resta maggioranza in Parlamento ma non nel Paese, finisce la "dittatura del premier". Quello che comincia non si sa ancora. Sicuramente un "tutti contro tutti", se non addirittura un "rompete le righe".
Le elezioni regionali sono un test locale per definizione. Ma qui c'è qualcosa di più. Dopo il trionfo del 2001, il Polo ha perso le amministrative del 2002, le provinciali del 2003, le europee e le comunali del 2004, le suppletive del 2005, e ora anche le regionali. In questa sequenza non c'è solo un "segnale", estemporaneo e congiunturale.
C'è forse, soprattutto, un travaso di voti nel bacino (finora a compartimenti stagni) della rappresentanza bipolare. Lo dimostra l'affluenza alle urne, molto alta considerata anche la traumatica coincidenza del voto con la scomparsa di Giovanni Paolo II. E se è vero (come insegnano i sondaggisti) che non esiste un astensionismo di sinistra, ma solo una forte quota di elettori incerti o lontani dalla politica, questo vuol dire che tanta parte di questo elettorato "di mezzo", che in passato ha votato per il Polo, stavolta ha votato per l'Unione.
Il tracollo del centrodestra è grave. Riapre al suo interno una verifica che in realtà non si era mai chiusa. Ne compromette in modo strutturale la già precaria stabilità. Per almeno quattro ragioni fondamentali.
1) La caduta del Piemonte sancisce il fallimento di un progetto strategico. Il blocco sociale più dinamico, quello della borghesia produttiva, dei professionisti e dei "padroncini", aveva affidato le chiavi d'Italia al "suo imprenditore", convinto che gli avrebbe aperto le porte dell'Eldorado economico. La vittoria della Bresso segna la fine di quel sogno.
L'opposizione, conquistando la regione della Fiat e della media impresa, infila un cuneo decisivo nel "fronte del Nord", che Berlusconi aveva blindato insieme a Bossi. Per il Cavaliere e il Senatur sarà difficile governare un Paese complesso come l'Italia dalla "ridotta padana" del lombardo-veneto. Questo voto indebolisce anche quell'"asse del Nord", intorno al quale Berlusconi ha costruito i suoi successi e la sua provvista di seggi sicuri. Quasi sempre a spese degli altri due alleati, An e Udc, sempre poco visibili, sempre troppo acquiescenti.
2) La beffa del Lazio è ancora più cocente. E gravida di conseguenze. Qui entra in rotta il modello sociale rappresentato dall'anima più popolare e populista di An. L'autodafè di Storace è clamorosa. Probabilmente non basta a spiegarla il verminaio sudamericano esploso con la Mussolini: se anche si fosse raggiunto un accordo elettorale con la nipote del duce, la somma dei voti delle rispettive liste non sarebbe bastata a superare Marrazzo.
In ogni caso, "Epurator" ha costruito la sua immagine sull'alterità: da Berlusconi, ma anche da Fini. Ha sempre contestato al suo leader la colpa di aver trasformato An in una "corrente" sbiadita di Forza Italia. Su questa posizione, ha dietro di sé una bella fetta di partito.
È verosimile che ora chieda il conto al vicepremier, riversando su di lui la responsabilità di un'onta che non riguarda una persona, ma un partito e il suo posizionamento politico dentro la coalizione. Ed è altrettanto verosimile che Fini, privo di un suo vero delfino e assorbito com'è dalla Farnesina, abbia adesso una seria difficoltà a controllare An, fiaccata da un gregariato estenuante e lacerata com'è dalle correnti interne.
3) Il probabile successo di Vendola in Puglia è una pugnalata al cuore di un sedicente "moderatismo" che, evidentemente, Forza Italia e i centristi dell'Udc (i due partiti più forti al Sud) si sono illusi di rappresentare quasi "a prescindere". Dovrebbe aver vinto un rifondatore comunista e gay discreto ma dichiarato, che va a prendersi una delle regioni più "conservatrici" della Penisola.
Al di là dei problemi che questa eventuale vittoria creerà nel centrosinistra sul piano dei rapporti di forza con Bertinotti, qui c'è l'indizio della crisi profonda di un falso modello di sviluppo, che il Cavaliere ha creduto di spacciare a colpi di grandi opere scritte sulla lavagna invece che realizzate sul territorio. Fitto è stato da sempre una pupilla dei suoi occhi, aperta sul prezioso serbatoio di voti del Mezzogiorno. Ora quella pupilla si chiude, e quel serbatoio si prosciuga. A Sud, per il Polo, resta solo la Sicilia.
4) Al fondo di tutto, c'è una nuova e inedita interpretazione del cosiddetto "fattore B". Così come quella di quattro anni fa fu in larga misura una vittoria personale, questa del 2005 è per ragioni uguali e contrarie una debacle personale. Perde la maggioranza, ma perde soprattutto lui, Berlusconi, che ha fondato le sue fortune politico-imprenditoriali sul mito dell'invincibilità. Il Cavaliere viene investito da un'onda lunga e crescente di malcontento popolare. La sanzione inevitabile dopo una fase stupefacente e ininterrotta di malgoverno politico.
Berlusconi perde sulla politica. Paga tutti gli errori commessi in questa avventurosa legislatura. Non lo premia una rovinosa riforma costituzionale, approvata prima di Pasqua solo per onorare un patto con la Lega, ma vissuta dagli italiani come una mannaia che si abbatte sull'unità del Paese. Non lo premia la grancassa degli sconti fiscali, suonata ossessivamente per un anno, e poi maledetta dai contribuenti che si sono ritrovati una manciata di spiccioli nella busta paga di gennaio.
Il Cavaliere ha cercato più volte di sminuire la portata generale di queste elezioni. Ma negli ultimi dieci giorni si è presentato ben due volte nel salotto tv di Vespa, "terza Camera" un po' corriva di questa sguaiata Seconda Repubblica. Ha occupato per una mattinata intera i microfoni di Radio anch'io. E se il mondo non si fosse fermato per la morte del Papa, avrebbe concluso tra bandiere e paillettes la campagna elettorale di Storace. Non proprio la condotta di chi vuole restare "fuori dalla mischia". Semmai la percezione, drammaticamente tardiva, di un consenso che gli stava e gli sta gradualmente sfuggendo di mano.
Berlusconi perde anche sui numeri. Dopo il 2001 avevamo creduto alla metamorfosi di Forza Italia, trasformata in un vero partito di massa. Ci eravamo sbagliati. Il crollo dei consensi che si registra dai primi dati sui voti di lista dimostra che quello del premier è rimasto ciò che era: un partito di plastica. Per questo, ora, anche tra gli azzurri si profila qualche notte dei lunghi coltelli, che non potrà non avere ripercussioni sul governo.
Il Cavaliere aveva affermato che alla fine avrebbe contato non il numero di regioni che cambiavano segno, ma il numero di elettori che avrebbero votato per i due schieramenti. Il premier incassa una batosta anche su questo. Nelle regionali del 2000 il Polo ottenne 14 milioni 170 mila voti, contro i 12 milioni 453 mila del centrosinistra. Cinque anni dopo la maggioranza perde oltre 2 milioni di voti, che passano quasi interamente all'opposizione. La Cdl precipita dal 50,8% a poco più del 44%. L'Unione decolla dal 44,6% a oltre il 52%.
Dopo questo sisma elettorale, si entra in una "terra incognita". Un anno di livorosa resa dei conti a destra. Fini e Follini dovranno dimostrare, se ne hanno la forza e la voglia, che "un altro centrodestra è possibile". Ma sarà difficile che ci riescano. Il Cavaliere è un animale ferito, e ora anche braccato. Azzarderà colpi di coda pericolosi e imprevedibili.
Ci aspettano dodici mesi di campagna elettorale permanente. Tra due settimane i ballottaggi, poi il referendum sulla fecondazione, poi le politiche nella prossima primavera. Ma queste regionali confermano che il Grande Seduttore non incanta più. Chiedere che si dimetta, compiendo lo stesso gesto di "disarmo unilaterale" che compì D'Alema nel 2000, non sarebbe sbagliato. Sarebbe inutile. Non lo farà mai. È geneticamente inadatto ad assumere quel minimo senso di responsabilità che si addice a qualunque uomo di Stato.
In quasi quattro anni ha rinunciato a tradurre in un vero progetto politico una folgorante intuizione personale. Continuerà a governare l'Italia usando la vecchia legge di Truman: se non li puoi convincere, confondili. Ma dopo queste regionali, forse, gli italiani hanno scoperto il trucco.
(5 aprile 2005)
http://www.repubblica.it/2005/d/sezioni/politica/regio2005uno/gianninitalia/gianninitalia.html
La corsa del professore che trascina la sinistra
di CURZIO MALTESE
SE SI TRATTAVA di una prova generale, un referendum su Berlusconi e Prodi, allora il Professore ha stravinto e il Cavaliere ha straperso. Il vero risultato non è l'11 a 2 o il 10 a 3, è la frana di Forza Italia, la fine del berlusconismo, il ritrarsi dell'onda lunga che ha dominato un decennio di vita italiana.
La rovinosa sconfitta di Silvio Berlusconi è palpabile perfino dove il centrodestra ha vinto. Nelle roccheforti della Lombardia e del Veneto sono passati da un vantaggio di 30 e 20 punti di percentuale a 10 e 5. Liguria e Piemonte, dopo il Friuli, sono andate a sinistra. L'asse del Nord rovina e i tagli fiscali non hanno funzionato.
In parallelo, l'avanzata del centrosinistra e il trionfo personale di Romano Prodi sono clamorosi perfino nelle regioni già "rosse".
In Toscana e in Emilia dove l'Unione sfonda i record del vecchio Pci e fa guadagnare altri sei o sette punti ai governi regionali, riducendo la destra a riserva indiana. Con buona pace dell'azzeccagarbugli La Loggia ("Chi è al governo è sempre svantaggiato").
In cifre assolute, si tratta di un ribaltone come non se n'erano mai visti nella seconda repubblica. Nel '96 l'Ulivo vinse soltanto grazie alla Lega. Oggi per la prima volta il centrosinistra è reale maggioranza nel Paese. Un miracolo alla rovescia del berlusconismo.
Bisogna riscrivere la storia, assegnare le nuove parti.
Berlusconi era la chiave di tutte le vittorie della destra, il leader anzi il padrone incontrastato, l'Unto dal Signore. Prodi? Uno "bollito", con troppe pretese, contestato nel suo stesso schieramento, ostaggio dei partiti. Da oggi i ruoli si capovolgono. Berlusconi è il perdente, processato dagli alleati, costretto a scendere a patti con l'ultimo vassallo se vuole conservare la poltrona. Prodi è il leader vincente, il grande federatore, quello che ha avuto le intuizioni giuste e ora può chiedere e ottenere di tutto.
Lo spettacolo offerto nelle prime ore dai due poli era chiarissimo, nel grande solco del rapido trasformismo nazionale. A difendere Berlusconi dalla rivolta nella maggioranza è rimasto soltanto un pugno di pretoriani, i vari Schifani, Bondi, Cicchitto, più l'inevitabile Bruno Vespa, al quale giustamente la dirigenza Rai in scadenza vuole prolungare il contratto fino al 2010 per i servigi resi.
Ma contro il premier nel centrodestra è già cominciato il tiro al bersaglio dentro la maggioranza, con il responsabile di An, Nania, che parla di "sconfitta da attribuire a Forza Italia" e l'unico vincente della tornata, Roberto Formigoni, che commenta. "Qualcosa si è rotto nel rapporto fra governo e cittadini". Un'implicita candidatura alla successione. Ora nulla è più feroce in Italia di una rivolta di ex cortigiani.
Berlusconi, che ha pescato a piene mani fra gli ex funzionari comunisti, dovrebbe saperlo. Altrimenti lo scoprirà nei prossimi mesi.
D'altra parte, nessuno è più entusiasta di un convertito.
Così nell'opposizione oggi tutti corrono in soccorso del vincitore Prodi, pronti a offrire primarie anche domani stesso, ora che non ne ha più bisogno.
Ansiosi di sottolineare l'importanza della lista unitaria che soltanto l'altra mattina era ancora un contenitore elettorale d'occasione. Basta aspettare qualche giorno e s'invocherà il partito unico, formula già respinta da tutti i congressi.
Nell'anno elettorale che ha davanti, Prodi deve guardarsi soprattutto da loro, dal trionfalismo facile dei suoi ex critici. E dal conservatorismo più o meno riformista di una sinistra che ha sempre troppa paura di rischiare. In compenso, Berlusconi ha un compito molto più difficile: guardarsi da sé stesso. Non gli è mai riuscito. Nella consapevolezza che gli italiani non credono più all'immagine riflessa in mille televisioni.
(5 aprile 2005)
http://www.repubblica.it/2005/d/sezioni/politica/regio2005uno/curziocorsa/curziocorsa.html
Puglia, la vittoria più bella, l'Italia entra finalmente in Europa
Per la prima volta un omosessuale sullo scranno della presidenza regionale.
di Franco Grillini
Quella della Puglia è la vittoria più bella per chi come noi ha sempre pensato che un omosessuale posso ricoprire qualsiasi incarico a qualsiasi livello dello Stato. Negli ultimi giorni il centrodestra aveva giocato la carta della volgarità e dell’insulto sulla vita privata di Vendola, dimostrando ancora una volta l’incapacità di capire la modernità e, soprattutto, il cambiamento nella cultura e nel costume.
Dopo la vittoria di Vendola non si potrà mai più dire che un omosessuale non può rappresentare le istituzioni in quanto istituzioni di tutti. Proprio la grande manifestazione del gay pride di 3 anni fa a Bari aveva già mostrato che la maggioranza della popolazione condivide gli ideali di libertà e giustizia assieme alla cultura dei diritti civili espressa dal movimento omosessuale.
Come esponenti del movimento glbt siamo grati a Vendola per la sua battaglia e la sua perseveranza. Oggi possiamo dire che anche in Italia abbiamo un Delanoe (il sindaco omosessuale di Parigi) o un Wowereit (il sindaco gay di Berlino) entrambi eletti a grande maggioranza dal voto popolare.
L’elezione popolare di Vendola in Puglia riveste un carattere particolare perché dimostra come lo stereotipo del machismo e del maschilismo meridionale sta venendo meno di fronte all’avanzare di una nuova classe dirigente aperta e capace di interpretare il cambiamento. Anche per questo dobbiamo dire grazie a Nichi Vendola e agli elettori pugliesi che si sono recati in massa alle urne per votare un rinnovamento radicale che non mancherà di avere effetti forti e duraturi sulla cultura di tutto il paese.
http://www.gaynews.it/view.php?ID=31633
Regionali 2005. Il trionfo dell'Unione: 11 Regioni a 2
Il centrosinistra cresce sia come amministrazioni sia come voti. Fini: «Un segnale chiaro e inequivocabile. Governo indebolito»
Ai primi exit poll tutti sono rimasti prudenti. La memoria di dichiarazioni fatte su dati poi smentiti non permetteva valutazioni nette. Prodi, nei suoi uffici, ha visto affissi cartelli eloquenti: «Dichiarazioni prudenti, grazie». E ha sorriso. Un sorriso che già pregustava quello liberatorio e sereno di qualche ora dopo quando ha potuto affermare «E' stata una vittoria larg. Gli italiani ci chiedono di prepararci a governare». Per la Cdl è stato un tracollo, apparso fin dai primi dati: 11 a 2, dicevano gli exit poll. Ma le «forbici» in tre Regioni (Piemonte, Lazio e Puglia) erano vicine. L'unione non poteva ancora cantar vittoria, il Polo non doveva ancora stracciarsi le vesti, perché aveva messo in preventivo di non vincere altrove e di non confermarsi in Calabria, Abruzzo e Liguria, regioni amministrate dal centrodestra e quasi subito ( soprattutto le prime due) sfuggite. Poi sono arrivate le proiezioni, ovvero le percentuali tratte dai primi voti reali. Lo schema si ripeteva e non dava illusioni di rimonte nette al centrodestra. I leader non si facavano vedere, qualcuno stava sul vago e per la maggioranza il solo Tabacci parlava già chiaramente di sconfitta e di colpe interne: dalle riforme fatte per il cosidetto asse del Nord ai problemi di guida della coalizione. Alla fine era chiaro: per la maggioranzza è stato un tracollo. L'unico a mostrarsi soddisfatto, nella Cdl, era Calderoli, per aver guadagnato qualche punto percentuale per le liste della Lega nord. Una soddisfazione qasi surreale se appena si alzava lo sguardo alla cartina d'Italia: 11 Regioni a 2 per l'Unione che ottiene la conferma di tutti e cinque i presidenti e ne strappa ben 6 al centrodestra. La Cdl salva per sè soltanto Lombardia e Veneto.
LAZIO E PIEMONTE - Bruciano soprattutto le sconfitte in Lazio e Piemonte, regioni cruciali, dove i governatori uscenti Francesco Storace e Enzo Ghigo devono cedere lo scettro rispettivamente a Piero Marrazzo e Mercedes Bresso. Storace è stato tra i primi ad ammettere la debàcle chiamando di persona Marrazzo e aggiungendo a mo' di commento finale: «E' stata un'ecatombe in tutta Italia». L'unica casella rimasta in bilico fino a notte fonda è stata la Puglia dove la lotta tra Fitto (Cdl) e Vendola (Unione) è stata incertissima e giocata all'ulitmo voto.
L'UNIONE ESULTA - Diventa comprensibile, dopo la prudenza iniziale, l'esultanza del centrosinistra. Come prima Romano Prodi, anche Piero Fassino, quantificando il tracollo della Casa delle libertà, osserva: «Il risultato delle regionali è un terremoto che ha colpito il centrodestra, un ribaltamento totale dei rapporti di forza sul piano nazionale. Il centrosinistra, - anticipa Fassino- gadagna non soltanto in amministrazioni governate, ma anche nel golbale dei voti espressi». Esplicita l'ala radicale della coalizione che con Oliviero Diliberto e Antonio Di Pietro chiede apertamente che Berlusconi prenda atto che non ha più la maggiranza nel Paese e si dimetta e si vada ad elezioni anticipate.
IL SILENZIO DEL PREMIER - Berlusconi non interviene. Il suo silenzio sul voto dura tutto il giorno. Tocca al vicepremier Gianfranco Fini presentarsi a Porta a porta, da Bruno Vespa: «Il voto ci fa capire che gli italiani, in questo momento, hanno una preferenza per il centrosinistra. E' un segnale chiaro e inequivocabile da parte degli elettori, è un campanello d'allarme. E il governo è senza dubbio indebolito. E' un dovere, per An e tutto il centrodestra, assumersi le proprie responsabilità con elettori e con italiani». Dopo la triste parentesi della morte del Papa, la politica torna a Porta a porta dove era rimasta all'utima, discussa, apparizione di Berlusconi, nella giornata che lo aveva visto protagonista anche della diretta dalla Fiera di Milano. Stasera, a recitare il meaculpa, c'è Fini. Il silenzio del premier peserà. E il voto, è inevitabile, aprirà una serie di «discussioni» interne. Oppure, per usare le parole del vicepremier Follini: «La difficoltà della Cdl esiste tutta: per risalire la china occorrerà riflettere e magari non solo riflettere...».
IL BILANCIO GLOBALE: 16 A 4 - Dopo il voto di oggi, il centrodestra governa in 4 Regioni: Lombardia, Veneto, Molise e Sicilia (le ultime due torneranno alle urne nel 2006). Il centrosinistra governa ora in 16 Regioni: Piemonte, Valle d'Aosta, Liguria, Trentino Alto-Adige, Friuli Venezia-Giulia, Emilia-Romagna, Toscana, Umbria, Marche, Abruzzo, Lazio, Campania, Puglia, Basilicata, Calabria e Sardegna.
http://www.corriere.it/Speciali/Politica/2005/regionali/articoli/index2.shtml
sabato 2 aprile 2005
Addio Giovanni Paolo II
Il Papa sta morendo in Vaticano ed un commento si impone: certamente un grande rispetto per chi si sta spegnendo, ma anche per chi a causa sua ha sofferto. L'editoriale del nostro direttore.
Bisogna portare a chi, dopo una lunga sofferenza, sta morendo.
In qualche modo questo grande evento collettivo, mondiale, di profondo cordoglio per la sua morte, tocca tutti noi, gay e lesbiche, cattolici, di altre confessioni od atei.
Ma questa morte, il rispetto che di fronte a questa è dovuto e anche una certa reverenza per una persona che ha segnato profondamente la storia dell'umanità dell'ultimo quarto di secolo, non può farci tacere rispetto al ruolo che il suo pontificato ha avuto nella vita concreta delle lesbiche, dei gay, dei bisessuali e delle persone transessuali del pianeta.
Non riesco neppure oggi, neppure di fronte alla morte, dimenticare chi è questo signore polacco che si sta spegnendo nelle stanze del Vaticano. E il fatto di essere bombardato, io come tutti voi, da telegiornali e giornali che non riescono minimamente a parlare d'altro e che lanciano continue e patinatissime agiografie su di lui, mi impedisce ancor di più di tacere.
Questo Papa lo ricordo certamente come un grande artefice della pace mondiale, un grande mediatore, una persona spesso al fianco dei più poveri e un po' meno a fianco dei potenti (Pinochet a parte), uno che ha sfidato l'Unione Sovietica e quello che quell'impero rappresentava e che nella distruzione di quella dittatura ha avuto un ruolo non secondario, uno che ha abbracciato tante persone sieropositive, anche se con quell'atteggiamento pietistico e compassionevole che non è facile, da laici, condividere.
Ma non posso non ricordarlo come il papa più omofobo di tutti i tempi, quello che ha sbattuto la porta in faccia nell'anno del Giubileo al 5% della popolazione mondiale, unica categoria non accolta quell'anno e la cui manifestazione è stata apertamente osteggiata, quello che ha dato il via ad una caccia alle streghe senza fine nella Chiesa mondiale ai preti ed alle suore omosessuali, quello che ha occultato lo scandalo della pedofilia nella Chiesa statunitense, quello che ha condotto una battaglia senza tregua contro qualsiasi riconoscimento delle coppie dello stesso sesso, quello che ha messo il veto alla risoluzione dell'ONU contro la penalizzazione dell'omosessualità anche con la pena di morte in molti paesi del mondo, quello che si è circondato di alcuni personaggi (come quel Ratzinger che oggi La Repubblica dice potrebbe pure diventare papa) che semplicemente ci vedrebbero di nuovo bruciati sul rogo, come facevano un tempo proprio nelle terre in cui abito, quello che ha lasciato che l'AIDS fosse intesa come giusta punzione divina contro le aberrazioni sessuali degli uomini gay, quello che in nome del rispetto della vita (ovviamente vita di quelli che hanno ancora da nascere, non di quelli che vivono) ha impedito l'utilizzo del preservativo in molti paesi poveri del mondo, aiutando così che l'epidemia si espandesse a larghissime parti della popolazione.
Come giustamente commenta stamani John Gallagher su Planetout.com, grazie a lui, l'omosessualità è entrata nella top ten dei mali della modernità da combattere. Questo posizionamento era dovuto alle sue esperienze. Come giovane, ha visto l'occupazione nazista della Polonia. Come vescovo e poi come cardinale, ha resistito alla repressione di un regime comunista. Una volta che il comunismo è caduto, qualcos'altro ha dovuto prendere il posto nei mali da combattere. E noi, con le nostre rivendicazioni, con la nostra chiamata di dignità e diritti, eravamo lì, pronti, a colmare quel vuoto.
Non riconoscergli questo ruolo, anche in questo momento in cui merita profondo rispetto per la morte che lo sta raggiungendo, non sarebbe giusto per le tante ed i tanti che hanno sofferto e stanno soffrendo a causa sua.
Alessio De Giorgi, Direttore di www.gay.it
http://it.gay.com/view.php?ID=19976
venerdì 1 aprile 2005
Il Tg3: per giustificare il comizio di Berlusconi, ci hanno vietato di parlare del Papa
di red
Nessuno tolga audience al premier. La denuncia che arriva dal comitato di redazione del Tg3 è gravissima. I vertici della Rai avrebbero vietato al telegiornale della terza rete di aggiornare i telespettatori sulle condizioni di salute del Papa per «coprire la scelta di mandare in onda su Raiuno la trasmissione registrata di Vespa con Berlusconi».
«Siamo indignati e sgomenti per quanto è accaduto ieri sera quando sono arrivate le prime notizie sull' aggravarsi delle condizioni di salute del papa». Così una nota del Cdr ricostruisce la vicenda: «Il Tg3 stava andando in onda con Primo Piano, raccontando quanto stava avvenendo, quando i vertici aziendali hanno chiamato il direttore del Tg3 Di Bella, chiedendogli di togliere la scritta che stava andando in sovrimpressione: «Il Papa è grave». Gli stessi vertici hanno imposto di chiudere la diretta per lasciare il posto a un programma di rete per giunta in replica . Mentre tutte le Tv del mondo - sottolinea la nota - stavano aprendo i loro notiziari con la notizia proveniente dal Vaticano, il Tg3 ha dovuto chiudere per coprire la scelta di mandare in onda su Rai1 la trasmissione registrata di Vespa con Berlusconi. È una vergogna per la Rai e per la nostra professione di giornalisti. Per questo dissentiamo profondamente da quanto avvenuto e chiediamo conto delle responsabilità del vertice aziendale».
«Illazioni prive di fondamento». Così replica la Rai alla polemica scatenata dal Cdr, definita dall'azienda un tentativo «di sollevare una polemica su quella che è una prassi abituale in certe particolari occasioni, adottata per garantire nel breve un'informazione straordinaria su tutte e tre le reti».«Si tratta - spiega una nota della Rai - di una sorta di staffetta tra i tre TG resa necessaria, nell'immediatezza dell'evento, dall'impossibilità di garantire a tutti i necessari collegamenti e l'utilizzo delle linee di trasmissione».
A schierarsi dalla parte del Cdr del Tg3 è Carlo Rognoni, responsabile Informazione della segreteria nazionale Ds: «Solo una logica ragionieristica, burocratica e miope può spiegare la decisione della Rai di sospendere la trasmissione 'Primo Piano'. Secondo l'esponente della Quercia, l'intervento della direzione Rai «è talmente assurdo da far pensare il peggio e cioè che i dirigenti fossero più preoccupati degli indici d'ascolto di 'Porta a porta' e dunque del premier Berlusconi piuttosto che delle notizie che arrivavano dal Vaticano».
www.unita.it/index.asp?SEZIONE_COD=HP&TOPIC_TIPO=&TOPIC_ID=41807
Le ultime ore di Giovanni Paolo II, la fine di un'epoca
Il rispetto per il lento spegnersi di una vita non ci faccia dimenticare ciò che ha rappresentato questo Papa
di Aurelio Mancuso
In queste ore il mondo guarda a San Pietro con grande apprensione e rispetto. Il tramonto di un indiscusso protagonista della scena mondiale degli ultimi 25 anni, pone interrogativi forti. Il giusto silenzio davanti alla sofferenza e al rapido fuggire della vita, non può cancellare che questo Papa è stato un fiero avversario di ogni qualsiasi apertura della Chiesa verso le questioni che attengono la morale sessuale, l’autonomia dei corpi, le aspirazioni sentimentali di milioni di gay e lesbiche.
Con il rigore asciutto, in sintonia con il generale cordoglio per la fine di un pontificato così storicamente importante, delle parole che vanno pronunciate con attenzione ed equilibrio, come movimento lgbt italiano non vogliamo, ne dobbiamo, rinunciare ad evidenziare che Giovanni Paolo II è stato il campione di una normalizzazione curiale che ha consumato la propria rivincita sulle pur timide aperture del Concilio Vaticano II. Il Papa polacco ha riportato indietro le lancette della storia e immerso la struttura ecclesiale in una sorta di moderno medioevo, giocato con abilità sulla scena mondiale e sui mass media, conciliando indiscutibili importanti prese di posizioni sui temi della pace e della risoluzione dei conflitti, con altrettanto fermi moniti contro le libertà individuali, e i diritti civili.
Stiamo per essere sommersi da una campagna stampa, che accrediterà esclusivamente i meriti di questo importante uomo del nostro tempo; sarà quasi impossibile ascoltare voci dissidenti, che ricordino le poche cose qui descritte (e tante altre potrebbero essere ricordate…); come dirigenti e militanti del movimento lgbt italiano, manteniamo salda la nostra testimonianza di un popolo, che non può e non deve sottacere quanto, a causa anche di questo Papa, si è protratto e accresciuto dentro la Chiesa un atteggiamento discriminatorio verso le persone omosessuali.
http://www.gaynews.it/view.php?ID=31590
giovedì 31 marzo 2005
La verità
di Antonio Padellaro
Ieri pomeriggio ci ha chiamato Fabio Sabbatani Schiuma, esponente romano di An molto vicino a Storace e ha preso le difese di Radio Cuore Tricolore, l'emittente che da venerdì scorso non ha smesso di insultare e minacciare l'Unità. È stato, malgrado tutto, un colloquio civile che Schiuma ha concluso con queste parole: «Siamo anche pronti a formulare le scuse in diretta al direttore dell'Unità purché questa volta dica tutta la verità». Apprezziamo le scuse mentre sulla richiesta di dire la verità, tutta la verità, eccoci pronti. La verità è che sulla falsa notizia del padre di Storace picchiatore fascista è stata imbastita, ad arte, una speculazione elettorale mai vista. La verità è che attorno a un errore, immediatamente riconosciuto, l'informazione unica dei tg Rai-Mediaset, ora dopo ora, edizione dopo edizione, ha lavorato come una schiacciasassi sulla realtà dei fatti al fine di togliere ogni credibilità a questo giornale e per costringere alle dimissioni il suo direttore. La verità è che non hanno ottenuto né l'una né l'altra cosa poiché, sembrerà strano, ma noi ci sentiamo più forti di tutti loro messi insieme. La verità è che Storace non ha voluto sporgere querela contro l'Unità ma che il ministro di An Gasparri ha chiesto che l'Ordine dei giornalisti aprisse immediatamente un procedimento disciplinare contro il direttore di questo giornale e la collega autrice dell'intervista contestata. La verità è che l'Ordine lo ha immediatamente fatto. La verità è che non si ricordano riunioni così straordinarie e decisioni così immediate da parte di un ordine professionale che dovrebbe tutelare i giornalisti e non i ministri. La verità è che la notizia del procedimento è stata prontamente rilanciata dai tg unificati nella striscia delle news, seconda soltanto alla catastrofe dello Tsunami e alla salute del Papa. La verità è che su Radio Cuore Tricolore, emittente elettorale di Storace, qualcuno ci ha definiti topi di fogna e qualcun altro ha minacciato di farcela pagare. La verità è che abbiamo chiesto alla Questura di Roma di vigilare sulla nostra incolumità messa a repentaglio dal clima di linciaggio creato intorno a l'Unità. La verità è che nessun tg unificato ha ritenuto di fare il benché minimo cenno a quanto trasmesso dalla radio di Storace e da noi denunciato. La verità è che non si ha notizia di un procedimento aperto dall'Ordine dei giornalisti nei confronti dei giornalisti responsabili del filo diretto di Radio Cuore Tricolore. La verità è che siamo stanchi di questo regime di ometti prepotenti. E siamo stanchi dei loro servi e dei loro manutengoli. La verità è che non ne possiamo più di questa continua, indecente, immorale strage di verità.
Tratto da l'Unità del 31/03/2005
mercoledì 30 marzo 2005
Referendum, "Si per nascere, guarire, scegliere"
Un si su sfondo verde con un cuore al posto del puntino.
Questo il logo scelto dal comitato contro la legge sulla procreazione assistita per la prossima campagna referendaria.
"Si per nascere, guarire, scegliere" è lo slogan.
Il sito del comitato, per ora è consultabile solo la homepage, http://www.comitatoreferendum.it
giovedì 24 marzo 2005
Le garanzie cancellate
di ANDREA MANZELLA
Non c'è stata dunque tregua nella corsa per sradicare la nostra Costituzione dai suoi principi originari. L'estrema difesa sembra ormai affidata al referendum impeditivo. Tutte le previsioni dicono che in quel referendum prevarrà la grande maggioranza moderata degli italiani: di centro, di sinistra e anche di destra. E che sarà battuto l'estremismo di chi predica e pratica ogni giorno, da quattro anni, un bipolarismo feroce: nelle leggi, nelle nomine, nell'informazione, nella immagine esterna del Paese. Il clima di divisione nazionale, appunto, cristallizzato nel disegno governativo.
Maestri giuristi ci spiegano anche che questo progetto comunque non funzionerà. I maldestri meccanici che vi hanno lavorato hanno avvitato bulloni a casaccio. Ne è uscito fuori un macchinario che sembra privo di logica motrice. Ma il punto non è in tutto questo.
Il punto, che peserà come una zavorra nella storia della Repubblica, è che con questo progetto si è rotto il bene più prezioso che ci univa dal 1946: la pace costituzionale degli italiani. È un bene che aveva resistito allo scontro tra laici e cattolici, tra liberali e comunisti e persino alla guerra civile fredda che per trent'anni, dal 1946 al 1976, aveva opposto pro-atlantici a pro-sovietici. Ora si è dimostrato che è sufficiente un calcolo elettorale a breve, una baratteria di coalizione, la voglia di agitare un successo parlamentare, sia pure di corta durata, per potere spezzare senza scrupoli quel segno storico della nostra unità.
E, allora, non basterà vincere un referendum. Esso non potrà essere una misura di conservazione. Dovrà essere piuttosto la riscoperta e la rifondazione dei principi e degli equilibri della Costituzione. Una battaglia, in questo senso costituente, per una ricostruzione della specifica identità istituzionale italiana nel grande movimento costituzionale europeo.
La riconquista della pace costituzionale significherà innanzitutto la ricomposizione delle garanzie violate. Dopo le rotture, ci sarà da ristabilire le garanzie per i tre grandi principi di base: l'equilibrio democratico tra maggioranze e minoranze; l'equilibrio parlamentare tra poteri e contropoteri del governo; l'equilibrio nazionale tra unità e pluralismo territoriale.
Risultano, infatti, fiaccate, in primo luogo, le garanzie democratiche. La stessa contestata procedura seguita in modo convulso per cambiare 53 articoli della Costituzione, con fortissima limitazione dei diritti dell'opposizione, dimostra, per sé sola, che in questo Paese il governo ormai può tutto. E può di più quando, come nel caso della revisione costituzionale, sono tecnicamente fuori gioco sia il Presidente della Repubblica sia, forse, la Corte costituzionale.
Manomettere, come fa il progetto, queste garanzie si traduce immediatamente in un attacco alla zona dei diritti fondamentali. Si è così costruita una passerella di aggressione che va dalla parte organizzativa della Costituzione alla parte, apparentemente illesa, dei diritti dei cittadini. La prima tradizionale tutela dei diritti è affidata alla ordinaria legge parlamentare. Ma questa ora non è più una difesa.
Questo degrado di sicurezza costituzionale avviene contemporaneamente al rigetto di tutte le proposte dell'opposizione che cercavano di adeguare le garanzie della Costituzione al nuovo sistema elettorale maggioritario. Erano proposte che non ponevano minimamente a rischio la stabilità dei governi e le condizioni di governabilità. Il loro rifiuto è reso più cupo dal pesante contorno di leggi che minano le pre-condizioni della democrazia: stabilizzando il monopolio governativo dell'informazione televisiva, legittimando il conflitto di interessi, insidiando l'indipendenza della magistratura.
Sono in giuoco, poi, le garanzie per il regime parlamentare. C'è già ora il disprezzo di un primo ministro che rifiuta di andare in parlamento non solo per rispondere ad un cortese question time di importazione, ma perfino sull'indecifrabile destino di tremila soldati italiani, trascinati in un teatro di guerra. Il progetto consolida e legittima questa retrocessione del parlamento.
Una sovranità elettorale assoluta cancella ogni autonomia delle Assemblee rappresentative. Il rapporto a due parlamento-governo che è la vita stessa del principio parlamentare è bruciato fin dal giorno delle elezioni. La legge elettorale, si dice, deve "favorire la formazione di una maggioranza collegata al candidato alla carica di primo ministro". Con voti bloccati, questioni di fiducia, minaccia di scioglimento la stessa maggioranza parlamentare non ha alcuna possibilità di confronto e men che meno di controllo sull'operato del governo.
Quanto all'opposizione, i suoi voti sono considerati costituzionalmente appestati e non le si concede neppure il rimedio tipico delle democrazie maggioritarie: il ricorso preventivo al tribunale costituzionale almeno nei casi di sospetti abusi nel procedimento legislativo.
Nessun temperamento dunque all'attuale situazione di prevaricazione governativa. Vi è semmai il suo aggravarsi: con uno squilibrio ancor più forte a favore di una figura di primo ministro che assorbe in sé praticamente anche la rappresentanza parlamentare, cancellandone la differente identità.
È compromessa, infine, la garanzia dell'unità territoriale della Repubblica. Compromessa dall'inserimento della clausola di "esclusività" nelle competenze legislative delle regioni. Una "esclusività" che non tocca solo i grandi sistemi unitari nazionali - la scuola, la sanità - ma si estende indefinitamente anche "ad ogni altra materia non espressamente riservata alla legislazione dello Stato". Ora, questa "esclusività" - che è il punto di inconciliabile frattura tra il regionalismo di tutti (e non solo del centro-sinistra) e quello della Lega - è una aberrazione sia per l'ordinamento italiano sia per l'ordinamento europeo. Nell'uno e nell'altro è in contrasto, infatti, con il fondamentale principio di sussidiarietà. Un principio - imperniato sulle intese fra i differenti livelli di governo - che rende mobili e flessibili le competenze.
La competenza esclusiva, se ha un senso, creerà invece un sistema di rigide gabbie legislative nel territorio della Repubblica, di compartimenti impermeabili a principi comuni, di vere e proprie dighe alla stessa legislazione comunitaria e prevedibili ostacoli alla circolazione delle imprese e dei servizi. D'altronde la logica della frammentazione e del separatismo lascia le sue impronte digitali. Là dove consente che per cinque anni tutte le tentazioni alla diaspora del localismo italiano trovino sfogo. Sia attraverso una sospensione delle garanzie attuali della Costituzione. Sia stabilendo che ai referendum di amputazione territoriale partecipino solo "i cittadini residenti nei comuni o nelle province di cui si propone il distacco dalla regione"...
Per tutte queste ragioni il referendum non potrà esaurisi in un semplice "no". Con esso si devono ridefinire le condizioni e i principi repubblicani per un coabitare mite in Costituzione.
Nel 1946 quando cominciò la Costituente, il fascismo era definitivamente morto. Eppure si creò una Costituzione antifascista: per cercare di evitare, sbagliando magari qualcosa in senso opposto, gli eccessi di potere di quel regime trascorso. Forse è troppo pretendere che si ponga ora mano a regole costituzionali che mettano fine all'attuale esorbitante accumulo di poteri pubblici e privati proprio del berlusconismo. Ma è certamente impossibile accettare, dopo questa esperienza, meccanismi che concedano al berlusconismo (non ancora morto) o a qualunque altro estremismo populista, una patente costituzionale per prevaricare di più. Ogni politica costituzionale deve partire dall'esistente e non dalle teorie. E l'esistente è questo. Non c'è Westminster né la Bbc.
Ecco perché, alla fine, questo referendum avrà logicamente una forte influenza sulle elezioni politiche del 2006. Quale che sarà la data del suo svolgimento, esso consentirà ai cittadini di valutare l'intera posta in giuoco e di riappropriarsi di valori costituzionali che si sono fatti lontani. E che, come ogni cosa lontana, rischiano di essere perduti per sempre.
(24 marzo 2005)
http://www.repubblica.it/2005/c/sezioni/politica/rifoist2/manzellaedit/manzellaedit.html
La Patria perduta
Nuova Carta, in pericolo l’unità italiana
di Ernesto Galli della Loggia
È impossibile nascondersi la gravità di quanto è accaduto ieri al Senato. Dopo la Camera, infatti, l’assemblea di Palazzo Madama ha approvato definitivamente in prima lettura una riforma della Costituzione italiana che distrugge alcuni aspetti caratterizzanti dell’organizzazione dello Stato repubblicano e modifica in profondità il funzionamento dei massimi organi del suo potere politico nonché lo schema dei loro rapporti. Il panorama delle rovine è presto descritto. Viene estesa a dismisura, anche a campi delicatissimi come quello dell’istruzione e della sicurezza pubblica, la capacità legiferatrice delle Regioni: lo Stato centrale mantiene sì formalmente l’esercizio di un potere d’interdizione, ma in misura attenuata e così ambigua che l’unico risultato prevedibile è una crescita esponenziale del contenzioso Stato- Regioni, già oggi ben oltre il limite di guardia. Nell’ambito del potere centrale, poi, la fine dell’attuale bicameralismo perfetto serve ad installare un Senato di nuovo tipo — presentato come «federale» ma in realtà non eletto in rappresentanza delle Regioni in quanto tali, e con competenze ridotte rispetto ad una vera camera politica —e una Camera dei deputati sovrastata da un primo ministro eletto dal popolo ma che, in barba ad ogni logica costituzionale, potrà a certe condizioni essere sfiduciato dalla stessa ed avrà, insieme, il potere di scioglierla quando gli piacerà. Ciò che in conclusione la riforma costituzionale realizza—per giunta non subito ma, tanto per accrescere la confusione, in varie tappe scaglionate nel tempo — sarà un incrocio contraddittorio e micidiale di accentramento e decentramento, all’insegna dell’istituzionalizzazione della paralisi e dell’apoteosi del ricatto. Del resto è solo per il ricatto continuo e minaccioso della Lega che l’onorevole Berlusconi e la destra hanno dato il via a un progetto simile. È esclusivamente, cioè, per il proprio immediato tornaconto politico che il presidente del Consiglio e altre forze della sua maggioranza, che al pari di lui non hanno mai manifestato alcun interesse per il federalismo, e anzi sono ideologicamente ai suoi antipodi come Alleanza nazionale, lo hanno improvvisamente abbracciato, accettando così cinicamente di mettere mano al disfacimento del Paese. Perché di questo si tratta: la riforma della Costituzione voluta dal governo e dalla sua maggioranza costituisce forse il più grave pericolo che l’unità italiana si trova a correre dopo quello terribile corso sessant’anni orsono nel periodo seguito all’armistizio dell’8 settembre. Mentre in misura altrettanto forte sono in pericolo la funzionalità e l’efficienza della direzione politica dello Stato da un lato, e dall’altro alcuni valori di fondo della nostra convivenza, non più garantiti da una tutela pubblica affidabile. Di fronte a questa prospettiva inquietante, non ci sembra che abbia molto senso unire la nostra voce al coro di quelli che, sia pure con qualche ragione, mettono sotto accusa le responsabilità anche della sinistra per aver aperto la porta al disastro attuale approvando, con una ristrettissima maggioranza, le modifiche del Titolo V della Costituzione nella scorsa legislatura. Anche nelle responsabilità c’è una gerarchia, e oggi quello che appare in modo indiscutibile è il primo posto guadagnato dalla destra e dal suo capo nella corsa a fare il male del Paese. Per realizzare il misfatto hanno bisogno però del consenso dei cittadini nel referendum confermativo da qui ad un anno o quando sarà: vedremo allora se gli italiani sono davvero stanchi di avere una Costituzione e una patria.
24 marzo 2005
http://www.corriere.it/Primo_Piano/Editoriali/2005/03_Marzo/24/patria.shtml
lunedì 21 marzo 2005
Riforme....
Hanno riformato anche la lingua italiana. «Le funzioni del Presidente della Repubblica in ogni caso che egli non possa adempierle, sono esercitate dal Presidente del Senato federale della Repubblica».
Testuale dall'Art. 25 della nuova Costituzione redatta dal governo Berlusconi-Bossi-Fini-Follini
domenica 20 marzo 2005
Unità di misura
di Furio Colombo
Una piccola storia vera che forse può servire a far luce su certi vicoli della politica berlusconiana. Ricordate Donald Trump, il leggendario miliardario americano? Un tempo non era così ricco. Possedeva solo un po’ di appartamenti a New York. Erano il lascito di suo padre, tutti affittati. Ma Trump voleva valorizzare in fretta le sue proprietà, non aveva tempo per le noiose procedure di sfratto. Come fare? Semplice. Assumeva bande di giovani teppisti che cominciavano a prendere di mira una famiglia, una coppia, un anziano solo. Sporcavano e imbrattavano davanti alla porta, urlavano insulti ogni volta che la persona presa di mira entrava o usciva, gli rovesciavano la borsa della spesa, rompevano bottiglie contro la sua porta, sempre con grande baccano, magari anche di notte. Veniva il momento in cui il perseguitato decideva di andarsene. Infatti gli altri inquilini attribuivano a lui, non alla gang, tutto quel disordine. In questo modo nel giro di pochi mesi ben organizzati, Trump è riuscito a liberarsi degli inquilini che riducevano, con la loro presenza, il valore dei suoi appartamenti. È una storia rimasta celebre a New York. Tanto che ha impedito al miliardario di lanciarsi in una avventura politica: sindaco di New York o presidente degli Stati Uniti.
Ma ci sono dei dettagli interessanti che Donald Trump racconta nella sua biografia. In ogni edificio da conquistare, con i metodi rozzi ma efficaci che abbiamo descritto, Trump sceglieva una famiglia modello. Ad essa non accadeva nulla, a patto che si prestasse a rendere vana e poco credibile la denuncia dei vicini. Ogni volta i membri di quella famiglia erano pronti a testimoniare in cambio di sicurezza e affitto condonato: «Qui? Non è accaduto nulla. Siamo liberi di difendere i nostri diritti di inquilini e il proprietario ci rispetta». In ogni edificio, alla fine, anche la famiglia modello veniva sfrattata.
Bisogna ammettere però che è una bella lezione sul modo di esercitare il potere politico ai nostri giorni. Anche in Italia. Primo, identificare l’avversario che non sta al gioco. Secondo, farne l’oggetto di tutto il peso della tua aggressività, non importa come. Terzo, fare in modo che gli altri percepiscano lui (o lei) come il portatore del disordine. Si starebbe così bene in un caseggiato armonioso, niente scontri e niente grida nell’androne, senza di lui.
Quarto, insieme a tutti coloro che si associano per amore di pace, liberarsene. Quinto, dedicarsi agli altri che restano da espellere, uno alla volta, sempre con lo stesso metodo.
Giornali e giornalisti disponibili per questo gioco si trovano. È una questione di mercato. Come per l’appartamento modello di Trump, a proteggere la loro reputazione provvede il sistema di potere.
Questo sistema di potere garantisce: a) la presenza in tv con tutta la sua credibilità e i suoi onori. b) La contiguità con i “grandi” della tv stessa. Chi sta loro accanto non può che essere meritevole. c) Il silenzio o benevolo o forzato degli altri giornali che si terranno alla larga per non trovarsi coinvolti nelle scenate dei teppisti appositamente organizzate in programmi tv di prima serata, ormai quasi tutti - come le case da svuotare di Trump - sotto attento controllo. d) cambiare la scena della vita politica, utilizzando il controllo totale dei mezzi di comunicazione.
In questo modo impongono ai cittadini un paesaggio costruito sulle esigenze di chi conduce il potere. In quel paesaggio la sinistra è una riserva fuori dalla quale sei “radicale” o meglio “estremista”, il centro coincide con la difesa più stretta di una neo-teologia implacabile o con la pacata accettazione di tutto. Alla destra viene assegnato uno spazio di scorrimento senza limiti, dal razzismo aperto della Lega alle scorrerie di An verso il recupero del fascismo. È certo un modo conveniente e abile di governare. Da un lato si realizza col metodo esemplare di togliere credibilità, reputazione, rispetto a chi si oppone. Per farlo, occorre il silenzio di molti che devono fare finta di non sapere. Se alzi un po’ la voce per attrarre attenzione, ti ammoniscono a non demonizzare l’avversario e a non fare giornalismo “urlato”. Urlato è tutto ciò che non fa comodo a chi conduce il gioco.
Dall’altra si perfeziona la ridefinizione del paesaggio politico, una specie di Truman Show in cui tutto è finto, tranne gli enormi interessi dell’impresario dello spettacolo e dei suoi più immediati consociati. Tutto ciò disorienta al punto che molti, in buona fede, cominciano a credere che quel paesaggio sia vero, che sia una buona cosa adattarsi. Tanto più che ogni sera vere persone, magari ancora attive su giornali di sinistra, attraversano tutta la scena e vanno a sedersi a destra, accanto ai simboli più vistosi del sistema di potere, in uno spettacolo a cui nessun Pinter, Genet o Jonesco avevano mai pensato.
Si può arrivare al punto che - in un simile spettacolo - ci si sente autorizzati a montare un processo di quelli che - nel gergo americano - si chiamano “kangaroo court”. Vuol dire “processo organizzato con la forza” (in questo caso il controllo esclusivo dei media) da parte di chi non ha alcun titolo per montare un processo, se non altro perché è parte in causa.
Una kangaroo court si è dedicata a un “processo” contro l’Unità, processo organizzato dalla stesse persone che avevano definito questa testata “omicida”. Per capire bene che cosa è una kangaroo court (o tribunale dei canguri, espressione popolare americana) ci si deve riferire al testo di Eugenio Scalfari “La furia del processo a Furio” (l’Espresso, 4 marzo, ripubblicato su l’Unità del giorno successivo) che è l’unica cronaca e l’unico commento all’evento accaduto nella rete televisiva La 7 la sera del 25 febbraio. Il fondatore di la Repubblica è l’unico giornalista a esprimere meraviglia per ciò che può accadere nelle proprietà di Berlusconi: usare la televisione per processare il giornale sgradito a Berlusconi e affidare l’incarico a una corte di dipendenti di Berlusconi, o di dipendenti dei dipendenti di Berlusconi.
È giusto dire che il direttore di questo giornale era stato invitato dalla corte dei canguri ad essere presente. Nella storia di quei processi falsi non si conosce nessuna partecipazione spontanea. Simili eventi non sono uno scherzo quando si fanno dalla parte del potere, sommando una immensa forza economica a una immensa forza mediatica a una immensa forza politica. È giusto ricordare che Piero Sansonetti e Bruno Gravagnuolo hanno difeso questo giornale, nei limiti in cui è possibile farlo nei processi-canguro, fra effusivi incoraggiamenti al peggio, accorti silenzi, e le dichiarazioni di Filippo Facci (che sembrava una comparsa dell’indimenticabile film di Spielberg) e che è stato prontamente querelato per avere ripetutamente definito l’Unità “giornale criminale” nel silenzio attento degli organizzatori del processo.
Tutto ciò accade secondo il modello di sfratto spregiudicatamente narrato da Donald Trump: la colpa deve ricadere sullo sfrattato. Ciò che gli organizzatori di processi-canguro cercano è la solitudine di chi riescono a trasformare in imputato. In questo caso l’Unità ha ricevuto migliaia e migliaia di lettere, di e-mail, di telegrammi. Solo una piccola parte di essi è stata pubblicata, come testimonianza di sostegno e affetto per tutto il giornale. L’organizzatore del processo-canguro è sùbito apparso costernato, anzi offeso. Contava sul silenzio calato sul Paese (non scherzano, sono vendicativi, se ti opponi rischi reputazione e posto) per calunniare la vittima appositamente isolata. Gli è andata male, al punto da provocare un rigurgito d’ira fuori controllo (Panorama, 5 marzo, pag. 23) a causa delle lettere di solidarietà che hanno fatto barriera intorno a Unità.
Gli sta andando male anche nella costruzione dello scenario finto sull’Italia. Il fatto è che Romano Prodi, come nel finale del film “Truman Show”, ha aperto la porta nel finto cielo di Berlusconi e sta conducendo l’Unione fuori dalla mistificazione, lontano dalla fiction in cui chiunque partecipi al gioco rischia di diventare o suddito o cortigiano o comparsa di squallide sceneggiate.
da l'Unità del 20/03/2005
giovedì 17 marzo 2005
Un fatuo venditore di fumo
di Furio Colombo
Dunque le truppe italiane - che hanno appena pagato il prezzo di un’altra vita umana con la morte per cause non ancora chiarite di Salvatore Marracino - se ne possono andare dall’Iraq.
Quando? In qualunque momento, diciamo settembre, vi va? Infatti il presidente del Consiglio Berlusconi dopo aver disertato il Parlamento in cui si discuteva del rifinanziamento del contingente italiano in Iraq, se ne è andato fatuamente in un programma Tv che controlla attraverso giornalisti di fiducia, e ha annunciato, buttando lì la battuta, che «i nostri soldati tornano a casa in settembre».
La sorpresa deve essere stata grande sia per quel settanta e più per cento degli italiani che hanno sempre voluto i soldati italiani non coinvolti in una guerra che viola il dettato della nostra Costituzione, sia quei gruppetti di cittadini (mai visti, mai comparsi in alcuna manifestazione per la guerra, in Italia) che sono rappresentati da una rigonfia destra parlamentare che zittisce e tenta di impedire ogni obiezione (anche quando l’obiezione viene da milioni di cittadini per le strade e da milioni di bandiere nelle case degli italiani). E tratta i deputati dell’Unione che parlano di ritiro come imbelli inadatti ai tempi virili in cui viviamo, piagnoni (quando arrivano le salme di soldati che in quel luogo e per quella guerra non avrebbero mai voluto morire) e - si fa capire abbastanza chiaramente - traditori.
Ricordate quando tutta la destra (e, purtroppo bisogna dire, qualcuno anche a sinistra) ha tentato di usare il nome di Zapatero come sinonimo di complice del terrorismo e come definizione del vile in fuga?
Tempi passati, voi direte. Con la sua ferma sicurezza di condottiero, Berlusconi - che ha offerto le nostre truppe alla discrezione di generali inglesi e americani che stavano facendo una guerra che Berlusconi ha chiamato “missione di pace” - ci aveva detto che: a) Ce ne andremo quando ce lo chiederà il governo iracheno. Ora non c’è nessun governo iracheno, ci sono state tre diverse elezioni che ciascuno ha vinto per conto suo (gli sciiti hanno votato gli sciiti, i curdi hanno votato i curdi, e i sunniti, compatti, non sono andati a votare) nessuno ha mai più avuto notizie del “primo ministro” Allawi. E, da Baghdad, nessuno ha fiatato. b) Concorderemo il ritorno delle truppe italiane con gli alleati inglesi e americani. È evidente che gli alleati inglesi e americani hanno così poco tempo da dedicare agli italiani, che non possono neppure occuparsi di garantire il passaggio a un posto di blocco. Ma di certo non hanno discusso con nessun italiano di nessun ritiro. Lo dimostrano le reazioni giustamente sorprese e stizzite, prima del portavoce della Casa Bianca e poi del Segretario di Stato Condoleezza Rice, che non esita a mostrarsi stupita. È vero che loro, da Washington, non vedono Porta a Porta.
E forse, per questo, sopraggiunge dagli Usa la smentita: Bush comunica a Berlusconi che non si ritira proprio niente. È vero che, nonostante che siano conservatori e neocons, credono ancora, in quella lontana democrazia, che un Primo ministro certe cose le dice in Parlamento. Sono convinti che un Primo ministro serio raramente smentisce la sua maggioranza, dopo averla mandata al voto con vessilli di guerra e discorsi di sprezzo per l’opposizione che non voleva accettare il rifinanziamento della missione, solo poche ore prima.
Sappiamo benissimo che metà dell’America si unisce alla stragrande maggioranza degli Europei che non credono che la democrazia debba essere per forza preceduta e avviata da centomila morti. Ma è dubbio che l’altra metà dell’America, quella che ha sostenuto la guerra, apprezzi in questo momento Berlusconi.
La barzelletta farà presto il giro dei “talk show” americani, in un Paese che con George W. Bush ha accumulato molti difetti, ma non ha i propri uomini al lavoro dentro ciascuna trasmissione Tv come accade in Paesi inferiori come questa Italia. E sarà forse l’unico momento in cui gli americani, che hanno perduto 1500 uomini e donne (la tragica cifra non è aggiornata all’ultima settimana) in un mondo devastato e senza pace, avranno qualcosa di cui ridere.
Si domanderanno chi, quando, perché qualcuno dovrebbe prendere sul serio un ometto che manda a ritirare i soldati (meno ventidue morti) prima per fare bella figura personale e poi per andare su nei sondaggi, che manovra a questo scopo tutta la sua foresta mediatica (appena definita inaccettabile da una allarmata Commissione delle Nazioni Unite) e che va in giro non con un progetto di risanamento della disperata economia italiana sotto il braccio, ma con un elenco (non aggiornato) di 500 insulti ricevuti dall’Unità. Lui, che fa definire dai suoi “portavoce” il capo della opposizione “tupamaro”, cioè terrorista, a causa di un giudizio politico sul suo, diciamo, lavoro. Se descrivete la sua vita e le sue imprese, si offende subito.
Conclusione: niente è serio in questa storia di annunci internazionali fatti con il sistema dello spot televisivo, manovrando i media di Stato di cui è in completo controllo, pur essendo anche il padrone della più accanita concorrenza privata. Nulla è serio salvo il disprezzo per il Parlamento, la violazione della Costituzione con la cosiddetta “missione di pace”, la morte di soldati che, per coprire la finzione della missione di pace, sono stati mandati allo sbaraglio, senza protezione adeguata. E la perdita della faccia di un Paese che era considerato rispettabile e onorevole appena pochi anni fa. Persino Bush ci ripenserà. Figuriamoci gli italiani.
da l'Unità del 17/03/2005
martedì 15 marzo 2005
I fuorisede si mobilitano per Vendola
«Nichi express» sarà il treno speciale che porterà a votare i pugliesi attraversando tutto il nord. Partirà nei giorni di Pasqua
di SARA MENAFRA
Pugliesi nel mondo unitevi (per votare Nichi Vendola). Tutti i pronostici dicono che in Puglia ci sarà una battaglia all'ultimo sangue, che ogni voto nella tenzone tra l'uscente di Forza Italia Raffaele Fitto e il candidato di Rifondazione e di tutta l'Unione, Nichi Vendola, sarà una sfida all'ultimo sangue e che ogni voto in più o in meno potrebbe rivelarsi decisivo. E così in tutta Italia, ma in realtà bisognerebbe dire in tutto il pianeta, sono nati comitati elettorali per sostenere l'acclamatissimo Vendola. Ce ne sono 19 in Italia (uno a Bologna, uno a Siena, in Abruzzo, in Campania, a Roma, a Genova, a Milano, a Novara, a Urbino, a Pisa, tre in Trentino ad Ala, Trento e Rovereto e uno a Padova) undici nel resto del pianeta, dalle Barbados a New York (Barbados, Belgio, Parigi, Dresda, Dublino, Londra, Barcellona, Basilea, Boston e New York). Chi abbia avuto la prima idea difficile dirlo. A Siena assicurano che il loro è stato il primo in assoluto, nato un mese e mezzo fa da una chiacchierata tra pugliesi: «Io e un mio amico ci siamo incontrati - racconta Fiornino Iantorno - e io gli ho fatto notare che dai dati dell'Università risulta che a Siena studino almeno 3.500 pugliesi. Da questa considerazione è nata l'idea di costituire un vero e proprio comitato». Checco Micioccia, che da Bari tiene i collegamenti con tutti i comitati in giro per il mondo quale sia stato il primo non se lo ricorda nemmeno più «di certo - spiega - moltissimo ha aiutato il sito internet www.nichivendola.it. Abbiamo messo on line il primo elenco di comitati solo pugliesi e da lì è partita la catena dei comitati in giro per il mondo. Certo non è pensabile che a Bruxelles ci sia una sede fisica. Però c'è un gruppo di persone che segue l'evoluzione della campagna elettorale a distanza e si sta organizzando per tornare in Puglia a votare». L'idea ha avuto un successo strepitoso a Bologna, dove lunedì scorso ad una riunione che avrebbe dovuto essere solo organizzativa lanciata da un gruppo di giovani comunisti, quasi tutti studenti universitari, si sono presentate centocinquanta persone. E in molti casi a partecipare alle riunioni non ci sono solo pugliesi. A Siena per esempio, il Social forum che era morto e defunto da almeno un anno ha praticamente ripreso vita per dare una mano a Vendola, e ad attaccare i suoi manifesti in giro per la città si sono ritrovati toscani purosangue che magari in Toscana sostengono due candidati diversi (la roccaforte rossa è una delle poche regioni dove Fed e Rifondazione sostengono due aspiranti presidenti diversi).
Lunedì Nichi Vendola farà un giro per i comitati elettorali del nord, toccando prima Siena con una iniziativa alle 17.00 a cui parteciperà anche lo scrittore Antonio Tabucchi (alla saletta dei Mutilati) e poi alle 21 sbarcherà a Bologna (sala Farnese, palazzo D'Accursio), la città che sembra vantare il comitato più popoloso.
Ma il vero clou della campagna elettorale sarà un treno «speciale» che dovrebbe partire nei giorni di pasqua verso la Puglia. I dettagli non sono ancora fissati, ma il nome c'è già: «Italian sud est Nichi express». «Sarà un viaggio simbolico, l'abbiamo immaginato come l'inizio di una nuova avventura - dice Sonia Pellizzari del comitato bolognese - speriamo che porti fortuna».
da il manifesto del 14/03/2005
venerdì 11 marzo 2005
O ti pieghi oppure ti spezzo
di Antonio Padellaro
È destinato a cambiare il corso della politica italiana l’allarme lanciato da Romano Prodi sul rischio di una «moderna e pericolosissima dittatura della maggioranza e del suo premier». Diretta conseguenza, ha detto il leader dell’Unione, della riforma della Costituzione imposta dalla Casa delle libertà, «che crea un rischio grave e imminente per la nostra convivenza democratica e contro cui il centrosinistra si batterà in ogni modo». Cambia la politica che abbiamo conosciuto fino a ieri, perché fino a ieri nessun capo dell’opposizione si era espresso in termini tanto drammatici nei confronti di questo «assalto alle istituzioni più preziose del paese, a partire da quella più amata, la Presidenza della Repubblica». Unanime sul documento Prodi cambia anche la qualità dell’opposizione. Accresce la propria forza d’urto contro lo stravolgimento della carta fondamentale dei diritti e dei doveri avendo essa compreso che dalla dissoluzione dell’unità nazionale, dalla limitazione delle istituzioni di garanzia, dalla fine del pluralismo dell’informazione radiotelevisiva è il ruolo dell’opposizione stessa ad essere mortificato e compresso.
Ma è dalla reazione rabbiosa e insultante della maggioranza che meglio si capisce quanto Prodi abbia colto nel segno. Lo stanno accusando di tutto, perfino di essere un «tupamaro» (Vito), di alimentare la «violenza» (Volontè) mentre l’equilibrato Follini gli mette addosso il «passamontagna» alludendo forse alle Br. Che simili farneticazioni giungano proprio dai cosiddetti moderati del Polo la dice lunga sulla vera natura degli Harry Potter del centro, tutti casa (delle libertà) e chiesa.
Pettinati e infiocchettati quando si tratta di indossare la maschera dei berluscones saggi e per bene. Sempre disposti, su ordine del capo, a votare tutte le leggi Previti di questo mondo, a digerire, per opportunismo, qualsiasi negazione delle regole democratiche venga loro propinata.
La denuncia di Prodi serve poi a demistificare, una volta per tutte, la leggenda metropolitana dell’intesa obbligatoria tra i poli. Accordo che in un qualunque sistema bipolare, quindi di fisiologica contrapposizione, diventa possibile, e auspicabile, davanti a questioni vitali per la difesa dello Stato, come per esempio la lotta al terrorismo o le grandi scelte di politica internazionale. Su tutto il resto, fermo restando che la dialettica anche aspra tra maggioranza e opposizione rimane la via maestra di una democrazia sana, il compromesso può starci. Purché sia veramente compromesso, e cioé accordo raggiunto con reciproche concessioni, e non cedimento di una parte alla tracotanza dell’altra parte.
Prendiamo il ruolo dell’Italia nella vicenda irachena. Prendiamo l’ultimo drammatico segmento di questa storia che coincide con l’uccisione di Nicola Calipari e la liberazione di Giuliana Sgrena. Poche ore dopo la sparatoria sulla strada per l’aeroporto di Baghdad, l’Unità ha riconosciuto l’impegno profuso dal governo italiano per arrivare al rilascio della giornalista del manifesto. L’atteggiamento tenuto dal presidente del Consiglio subito dopo quei tragici accadimenti, con l’immediata convocazione a palazzo Chigi dell’ambasciatore americano, ci ha fatto scrivere che, almeno per una volta, Berlusconi si era comportato da statista. Il clima di condivisione ha fatto sì che il successivo dibattito parlamentare fosse improntato al riconoscimento reciproco: avere agito tutti con senso di responsabilità. Subito, il coordinatore di Forza Italia Sandro Bondi propone «una strategia concordata sul futuro dell’Iraq, a prescindere dal giudizio iniziale sulla guerra».
Aggiunge che la prima occasione può essere il voto sul rifinanziamento della missione italiana, lunedì prossimo alla Camera. Davvero una bella «strategia concordata» quella proposta da Bondi: il centrosinistra vota a favore (o si astiene) sulla missione italiana in Iraq e, in cambio, rinuncia a porre la questione della guerra sbagliata (magari affermando che si è trattato di una guerra giusta visto che ha portato il paese alle elezioni anche se era stata dichiarata per trovare le armi di distruzione di massa). Già che ci si trova l’opposizione potrebbe fare qualcosa di più. Ammettere finalmente che quella dei nostri soldati è una missione di pace in un paese in guerra (è una bugia, un controsenso ma è servito ad aggirare la Costituzione vigente che ripudia la guerra come mezzo di offesa o di risoluzione della controversie internazionali). Oppure, un’opposizione, realmente costruttiva e concorde, potrebbe smettere di domandarsi cosa ci stanno a fare i soldati italiani in Iraq, trincerati da mesi nel deserto di Nassiryia.
E se, infine, volesse dare un segno veramente tangibile del nuovo spirito bipartisan l’opposizione potrebbe partecipare al massacro di Giuliana Sgrena, sostenere (come fanno gli esponenti e i giornali della maggioranza) che è lei (e non la guerra sbagliata) la vera causa dell’uccisione di Nicola Calipari.
Certo che il governo Berlusconi si sgancerà dalla guerra sbagliata. Ma lo farà a tempo debito, magari alla vigilia delle prossime elezioni politiche quando vorrà andare all’incasso completo dell’operazione per poter dire agli italiani: vedete come siamo stati bravi, fedeli all’alleanza con gli Usa e, nello stesso tempo, premurosi con i nostri ragazzi? Mentre l’opposizione, se non si sarà piegata, se non avrà chiesto scusa, sarà indicata come antiamericana, antipatriottica, comunista. Proprio come sta accadendo a Romano Prodi, paragonato a un terrorista soltanto perché pretende il rispetto della democrazia.
da l'Unità del 12/03/2005
giovedì 10 marzo 2005
Il professore e il cardinale
di EDMONDO BERSELLI
A dispetto delle parole trattenute, delle dichiarazioni sotto controllo, delle prudenze e delle alchimie, il duello è cominciato. Romano e il Cardinale. Il professor Prodi e sua eminenza Camillo Ruini. Il candidato del centrosinistra e il presidente della Conferenza episcopale. Non è una baruffa: è un confronto tesissimo, su cui possono incrinarsi gli equilibri nell'Unione e dentro il suo nucleo propulsore, la Federazione ulivista. Possono mischiarsi le posizioni fra destra e sinistra. Possono entrare in crisi rapporti costruiti con dispendio di tempo e di fatica.
Quella che non si consumerà è la rottura fra Ruini e Prodi: ma solo perché si è già consumata da tempo.
Sono passati 35 anni da quando "don Camillo" celebrò il matrimonio di Prodi con Flavia Franzoni. Ruini era uno studioso finissimo, attento alla teologia e alla "teologia politica" tedesca; "Romano" era l'enfant prodige del cattolicesimo emiliano. Adesso il Cardinale è il pastore che si fa imprenditore politico, che rivolge ai cattolici l'appello a disertare il referendum sulla fecondazione assistita. Prodi è un leader politico che dice "sono un cattolico adulto e vado a votare": e quell'"adulto" segna il massimo distacco fra il presidente della Cei e il candidato cattolico del centrosinistra.
E' il caso di ricordare che Ruini era legatissimo alla Democrazia cristiana. Anche nei giorni della disperazione politica, allorché Mino Martinazzoli tentava di reincarnare il corpaccione democristiano nel Partito popolare, il Cardinale non esitò a spendersi, ripetendo che la Dc "non aveva tradito il suo ruolo", e che l'"unità politica" restava un valore o un rimpianto.
Per questa ragione, per il legame con quell'idea di centro moderato, di interclassismo che incorporava statutariamente la dottrina sociale della chiesa, Ruini non accettò di buon grado la dislocazione a sinistra del Professore. Per lui Prodi era più o meno la maschera dei comunisti; e la caduta del suo governo nell'ottobre del 1998 fu presa quasi come un'operazione verità, cioè come la prova che il giudizio era azzeccato. Gratta Prodi e trovi D'Alema, avrebbe potuto dire il don Camillo di Guareschi, e Ruini avrebbe sottoscritto con il più compiaciuto dei suoi lievissimi sorrisi.
"Adulto". E' un aggettivo che per Prodi implica la libertà di giudizio, la maturità democratica, la coscienza che la prova della propria fede si osserva nelle opere, non nei proclami. Nella tessitura degli atti di governo, non nelle parole né tantomeno nei toni o nei sottintesi da crociata.
E' un azzardo, quello di Prodi? Sì, è un azzardo. Ma è un rischio attenuato da alcune convinzioni. In primo luogo da un criterio di laicità intesa, più ancora che come valore, come istinto, come propensione pragmatica, per cui la politica deve andare con un passo diverso da quello dell'appartenenza religiosa.
Forse, in quel dichiararsi "adulto" del cattolico Prodi si può perfino avvertire il riflesso della visione "luterana" del suo maestro, Nino Andreatta: un uomo che non avrebbe mai rinunciato a una battaglia politica, nemmeno se segnata a priori dal crisma della sconfitta.
Ma la vera certezza di Prodi, ancorché inconfessata, è una convinzione di tipo politico. L'assunto di fondo è che la bioetica è una questione troppo seria per lasciarla al "calcolo del consenso"; ma subito dopo c'è anche la sicurezza che la scommessa di Ruini non equivale alla mobilitazione di tutta la chiesa. Il Cardinale infatti ha radicalizzato il confronto, giocando sul referendum buona parte del suo prestigio: eppure non tutti, nelle sfere ecclesiastiche, sono convinti di una scelta che i critici più spregiudicati definiscono, mutati mutandis, "fanfaniana", risvegliando così echi infausti.
E c'è un elemento ulteriore, e forse ancora più rilevante, che Prodi comunque considera cruciale: ossia la divaricazione, che fu esplicita alle elezioni del 1996, tra i vertici della chiesa e la base cattolica. Con la gerarchia vaticana e la Cei che guardavano all'esperienza dell'Ulivo come a una serie di "affrettate semplificazioni", mostrando sospetto e insofferenza. Mentre dal basso, il cattolicesimo dei movimenti, il volontariato, le associazioni, gli assistenti dei gruppi giovanili espressero una larga fiducia verso il progetto prodiano di opposizione al berlusconismo, e di apprezzamento per un progetto di "modernizzazione senza fratture", rispettosa degli equilibri sociali.
Evidentemente Prodi è ancora convinto che sia questo lo schema di fondo che presiede al confronto politico di qui alle elezioni politiche del 2006. Il cattolicesimo del leader dell'Unione fa i conti con il grado di secolarizzazione del Paese, non ignora la varietà delle culture presenti nel centrosinistra. Sa benissimo che il progetto ulivista, e il suo strumento tecnico-politico, ossia la Federazione, contiene anche quegli elementi di forzatura che in questi giorni vengono indicati da alcuni esponenti del popolarismo cristiano (vedi Gerardo Bianco) come il sintomo di un'operazione frettolosa se non incoerente.
Mentre il Cardinale offre una risposta unilaterale, paragonabile per qualcuno al non expedit, Prodi tenta di offrire una risposta istituzionale. Ruini sa che i cattolici di nome e di fatto nella società italiana contemporanea sono una minoranza: ma prova a massimizzare il risultato che questa minoranza può ottenere, agitando un tema altissimo e controverso, la vita umana, a protezione di una legge rudimentale. Tenta di fare entrare nel senso comune, perfino nell'inerzia comportamentale dei cittadini, ossia nella disaffezione elettorale, la visione più esclusiva e gelosa del magistero religioso.
A quanto si capisce, "Romano" non crede alle ipotesi secondo cui sono al lavoro nel centrosinistra anime sante e machiavelliche che progettano il "partito di Ruini": ci sono già troppe forze a destra che speculano su una proclamata fedeltà alla chiesa. Prodi si affida con maggiore fiducia al funzionamento e alla logica istituzionale della democrazia, senza agitare vessilli o illusioni. Sarebbe sbagliato dire che il suo e quello del Cardinale sono due modi di interpretare il cattolicesimo. Ma non è sbagliato affatto giudicare che si tratta di due modi alternativi, cioè sostanzialmente inconciliabili, di interpretare la politica.
(10 marzo 2005)
http://www.repubblica.it/2005/c/sezioni/politica/regionalics/profcard/profcard.html
lunedì 7 marzo 2005
La mia verità
di GIULIANA SGRENA
Sto ancora nel buio. E' stata quella di venerdì la giornata più drammatica della mia vita. Erano tanti i giorni che ero stata sequestrata. Avevo parlato solo poco prima con i miei rapitori, da giorni dicevano che mi avrebbero liberato. Vivevo così ore di attesa. Parlavano di cose delle quali soltanto dopo avrei capito l'importanza. Dicevano di problemi «legati ai trasferimenti». Avevo imparato a capire che aria tirava dall'atteggiamento delle mie due «sentinelle», i due personaggi che mi avevano ogni giorno in custodia. Uno in particolare che mostrava attenzione ad ogni mio desiderio, era incredibilmente baldanzoso. Per capire davvero quello che stava succedendo gli ho provocatoriamente chiesto se era contento perché me ne andavo oppure perché restavo. Sono rimasta stupita e contenta quando, era la prima volta che accadeva, mi ha detto «so solo che te ne andrai, ma non so quando». A conferma che qualcosa di nuovo stava avvenendo a un certo punto sono venuti tutti e due nella stanza come a confortarmi e a scherzare: «Complimenti - mi hanno detto - stai partendo per Roma». Per Roma, hanno detto proprio così.
Ho provato una strana sensazione. Perché quella parola ha evocato subito la liberazione ma ha anche proiettato dentro di me un vuoto. Ho capito che era il momento più difficile di tutto il rapimento e che se tutto quello che avevo vissuto finora era «certo» ora si apriva un baratro di incertezze, una più pesante dell'altra. Mi sono cambiata d'abito. Loro sono tornati: «Ti accompagniamo noi, e non dare segnali della tua presenza insieme a noi sennò gli americani possono intervenire». Era la conferma che non avrei voluto sentire. Era il momento più felice e insieme il più pericoloso. Se incontravamo qualcuno, vale a dire dei militari americani, ci sarebbe stato uno scontro a fuoco, i miei rapitori erano pronti e avrebbero risposto. Dovevo avere gli occhi coperti. Già mi abituavo ad una momentanea cecità. Di quel che accadeva fuori sapevo solo che a Baghdad aveva piovuto. La macchina camminava sicura in una zona di pantani. C'era l'autista più i soliti due sequestratori. Ho subito sentito qualcosa che non avrei voluto sentire. Un elicottero che sorvolava a bassa quota proprio la zona dove noi ci eravamo fermati. «Stai tranquilla, ora ti verranno a cercare...tra dieci minuti ti verranno a cercare». Avevano parlato per tutto il tempo sempre in arabo, e un po' in francese e molto in un inglese stentato. Anche stavolta parlavano così.
Poi sono scesi. Sono rimasta in quella condizione di immobilità e cecità. Avevo gli occhi imbottiti di cotone, coperti da occhiali da sole. Ero ferma. Ho pensato...che faccio? comincio a contare i secondi che passano da qui ad un'altra condizione, quella della libertà? Ho appena accennato mentalmente ad una conta che mi è arrivata subito una voce amica alle orecchie: «Giuliana, Giuliana sono Nicola, non ti preoccupare ho parlato con Gabriele Polo, stai tranquilla sei libera».
Mi ha fatto togliere la «benda» di cotone e gli occhiali neri. Ho provato sollievo, non per quello che accadeva e che non capivo, ma per le parole di questo «Nicola». Parlava, parlava, era incontenibile, una valanga di frasi amiche, di battute. Ho provato finalmente una consolazione quasi fisica, calorosa, che avevo dimenticato da tempo. La macchina continuava la sua strada, attraversando un sottopassaggio pieno di pozzanghere, e quasi sbandando per evitarle. Abbiamo tutti incredibilmente riso. Era liberatorio. Sbandare in una strada colma d'acqua a Baghdad e magari fare un brutto incidente stradale dopo tutto quello che avevo passato era davvero non raccontabile. Nicola Calipari allora si è seduto al mio fianco. L'autista aveva per due volte comunicato in ambasciata e in Italia che noi eravamo diretti verso l'aeroporto che io sapevo supercontrollato dalle truppe americane, mancava meno di un chilometro mi hanno detto...quando...Io ricordo solo fuoco. A quel punto una pioggia di fuoco e proiettili si è abbattuta su di noi zittendo per sempre le voci divertite di pochi minuti prima.
L'autista ha cominciato a gridare che eravamo italiani, «siamo italiani, siamo italiani...», Nicola Calipari si è buttato su di me per proteggermi, e subito, ripeto subito, ho sentito l'ultimo respiro di lui che mi moriva addosso. Devo aver provato dolore fisico, non sapevo perché. Ma ho avuto una folgorazione, la mia mente è andata subito alle parole che i rapitori mi avevano detto. Loro dichiaravano di sentirsi fino in fondo impegnati a liberarmi, però dovevo stare attenta «perché ci sono gli americani che non vogliono che tu torni». Allora, quando me l'avevano detto, avevo giudicato quelle parole come superflue e ideologiche. In quel momento per me rischiavano di acquistare il sapore della più amara delle verità.
Il resto non lo posso ancora raccontare.
Questo è stato il giorno più drammatico. Ma il mese che ho vissuto da sequestrata ha probabilmente cambiato per sempre la mia esistenza. Un mese da sola con me stessa, prigioniera delle mie convinzioni più profonde. Ogni ora è stata una verifica impietosa sul mio lavoro. A volte mi prendevano in giro, arrivavano a chiedermi perché mai volessi andar via, di restare. Insistevano sui rapporti personali. Erano loro a farmi pensare a quella priorità che troppo spesso mettiamo in disparte. Puntavano sulla famiglia. «Chiedi aiuto a tuo marito», dicevano. E l'ho detto anche nel primo video che credo avete visto tutti. La vita mi è cambiata. Me lo raccontava l'ingegnere iracheno Ra'ad Ali Abdulaziz di "Un Ponte per" rapito con le due Simone, «la mia vita non è più la stessa», diceva. Non capivo. Ora so quello che voleva dire. Perché ho provato tutta la durezza della verità, la sua difficile proponibilità. E la fragilità di chi la tenta.
Nei primi giorni del rapimento non ho versato una sola lacrima. Ero semplicemente infuriata. Dicevo in faccia ai miei rapitori: «Ma come, rapite me che sono contro la guerra?!». E a quel punto loro aprivano un dialogo feroce. «Sì, perché tu vai a parlare con la gente, non rapiremmo mai un giornalista che se ne sta chiuso in albergo. E poi il fatto che dici di essere contro la guerra potrebbe essere una copertura». E io ribattevo, quasi a provocarli: «E' facile rapire una donna debole come me, perché non provate con i militari americani?». Insistevo sul fatto che non potevano chiedere al governo italiano di ritirare le truppe, il loro interlocutore «politico» non poteva essere il governo ma il popolo italiano che era ed è contro la guerra.
E' stato un mese di altalena, tra speranze forti e momenti di grande depressione. Come quando, era la prima domenica dopo il venerdì del rapimento, nella casa di Baghdad dove ero sequestrata e su cui svettava una parabolica, mi fecero vedere un telegiornale di Euronews. Lì ho visto la mia foto in gigantografia appesa al palazzo del comune di Roma. E mi sono rincuorata. Poi però, subito dopo, è arrivata la rivendicazione della Jihad che annunciava la mia esecuzione se l'Italia non avesse ritirato le sue truppe. Ero terrorizzata. Ma subito mi hanno rassicurata che non erano loro, dovevo diffidare di quei proclami, erano dei «provocatori». Spesso chiedevo a quello che, dalla faccia, sembrava il più disponibile che comunque aveva, con l'altro, un aspetto da soldato: «Dimmi la verità, mi volete uccidere». Eppure, molte volte, c'erano strane finestre di comunicazione, proprio con loro. «Vieni a vedere un film in tv», mi dicevano, mentre una donna wahabita, coperta dalla testa ai piedi girava per casa e mi accudiva.
I rapitori mi sono sembrati un gruppo molto religioso, in continua preghiera sui versetti del Corano. Ma venerdì, al momento del mio rilascio, quello tra tutti che sembrava il più religioso e che ogni mattina si alzava alla 5 per pregare, mi ha fatto le sue «congratulazioni» incredibilmente stringendomi fortemente la mano - non è un comportamento usuale per un fondamentalista islamico -, aggiungendo «se ti comporti bene parti subito». Poi, un episodio quasi divertente. Uno dei due guardiani è venuto da me esterrefatto sia perché la tv mostrava i miei ritratti appesi nelle città europee e sia per Totti. Sì Totti, lui si è dichiarato tifoso della Roma ed era rimasto sconcertato che il suo giocatore preferito fosse sceso in campo con la scritta «Liberate Giuliana» sulla sua maglietta.
Ho vissuto in una enclave in cui non avevo più certezze. Mi sono ritrovata profondamente debole. Avevo fallito nelle mie certezze. Io sostenevo che bisognava andare a raccontare quella guerra sporca. E mi ritrovavo nell'alternativa o di stare in albergo ad aspettare o di finire sequestrata per colpa del mio lavoro. «Noi non vogliamo più nessuno», mi dicevano i sequestratori. Ma io volevo raccontare il bagno di sangue di Falluja dalle parole dei profughi. E quella mattina già i profughi, o qualche loro «leader» non mi ascoltavano. Io avevo davanti a me la verifica puntuale delle analisi su quello che la società irachena è diventata con la guerra e loro mi sbattevano in faccia la loro verità: «Non vogliamo nessuno, perché non ve ne state a casa, che cosa ci può servire a noi questa intervista?». L'effetto collaterale peggiore, la guerra che uccide la comunicazione, mi precipitava addosso. A me che ho rischiato tutto, sfidando il governo italiano che non voleva che i giornalisti potessero raggiungere l'Iraq, e gli americani che non vogliono che il nostro lavoro testimoni che cosa è diventato quel paese davvero con la guerra e nonostante quelle che chiamano elezioni.
Ora mi chiedo. E' un fallimento questo loro rifiuto?
da Il manifesto del 6/3/2005
Maledette siano le guerre e le canaglie che le fanno
di LUIS SEPÚLVEDA
Maledette siano le guerre e le canaglie che le fanno, disse Julio Anguita, un dirigente storico della sinistra spagnola, quando seppe che suo figlio, il giornalista Julio Anguita Parrando, era morto in Iraq per gli spari dell'esercito americano - o «fuoco amico», come cercarono di spiegare i difensori di quella guerra basata sulle menzogne e sulle ambizioni dei gruppi economici più forti negli Stati uniti. Più tardi un altro giornalista spagnolo, José Couso, ha potuto vedere come un carrarmato statunitense puntava verso il balcone dell'hotel in cui si trovava. Anche lui è morto «sotto il fuoco amico», perché così ha concluso la parodia di indagine svolta dall'esercito americano e pienamente accettata dal governo di ultradestra di José Maria Aznar.
Troppi giornalisti sono morti o sono stati feriti in Iraq. Troppi iracheni - oltre centomila, 100.000! sono caduti sotto i proiettili delle forze d'occupazione e le bombe intelligenti, vittime della «morale di guerra» sbandierata da criminali come il generale Jim Mattis, capo dei marines che hanno devastato Falluja e uomo temprato in Afghanistan. Alcuni ricordano le immagini dei resti umani di varie persone che assistevano a un matrimonio in Afghanistan e furono bombardati dagli americani. «C'era gente in età militare», aveva giustificato il generale Mattis. E, interrogato dalla televisione Fox su cosa sentisse a Falluja, aveva detto «sparare alla gente è eccitante».
Dobbiamo stupirci che Giuliana Sgrena stia - per fortuna - riprendendosi dalle ferite ricevute a 700 metri dall'aereoporto di Baghdad, quando il veicolo su cui viaggiava aveva già passato diversi controlli?
Che spiegazione daranno gli Stati uniti al governo italiano, altra forza occupante dell'Iraq che ha perso già troppi uomini, troppi italiani tornati avvolti nei sacchi di plastica?
Berlusconi avrà la faccia tosta di dire alla famiglia di Nicola Calipari e degli altri italiani feriti che sono stati raggiunti da «fuoco amico»?
In Europa sappiamo che la manipolazione del «patriottismo» conduce su strade oscure, senza altra via d'uscita che avanzare verso l'abisso, e che sebbene Mussolini e Hitler avessero il favore di maggioranze accecate da un osceno patriottismo nulla giustifica i crimini che hanno commesso. Allo stesso modo, il trionfo di George W. Bush alle ultime elezioni statunitensi non giustifica né la guerra in Iraq, né l'occupazione di questo paese, né l'atroce campagna di minacce contro l'Iran e la Siria intrapresa dal duo Bush-Rice. Ogni giorno di permanenza delle forze militari europee in Iraq è un atto di vassallaggio e di complicità, più che con una nazione potente con un gruppo di esaltatori dell'imperialismo - Bush, Rumsfeld, Wolfowitz, Cheney, Rice - che pretende di imporre un'idea messianica dell'ordine internazionale, ma un ordine basato sulla forza e l'aggressione imperialista.
E' possibile che i soldati statunitensi che hanno sparato contro il veicolo che conduceva Giuliana Sgrena, che hanno ucciso Nicola Calipari e ferito altri due agenti italiani, non sapessero neppure contro chi sparavano: perché la maggioranza degli americani finiti in Iraq sono poveri diavoli reclutati tra gli emigranti ispanici - per lo più centroamericani - che hanno accettato di vestire l'uniforme yankee e partecipare a una guerra che non capiscono, in un paese di cui ignorano tutto, in cambio della nazionalità statunitense, portuma nella gran parte dei casi.
Quello che però risulta inconcepibile e impossibile da accettare è la tesi che il veicolo «andava troppo veloce» e che «non ha obbedito all'ordine di fermarsi». Con oltre millecinquecento caduti, le forze di occupazione hanno un perimetro di sicurezza piuttosto rigoroso attorno all'aereoporto, secondo le dichiarazioni della stessa Giuliana Sgrena: e loro erano già passati per altri controlli, e oltretutto nessuno può credere o accettare che tra le forze occupanti esista una tale mancanza di coordinazione tra le informazioni e che i soldati americani ignorassero che quel veicolo portava una giornalista appena liberata da un mese di sequestro.
Cara Giuliana, benvenuta in Italia, dai tuoi. Tutta la mia solidarietà alle famiglie di Nicola Callipari e degli agenti feriti, e pensando ai caduti, che sono troppi, soprattutto i morti della popolazione civile irachena, una riflessione oggi più necessaria che mai: maledette siano le guerre e le canaglie che le fanno.
da il manifesto del 6/3/2005