di Carlo Azeglio Ciampi
Sessant’anni fa, oggi, si compì la liberazione e la riunificazione della nostra Patria. Tanti ricordi si affollano alla mente. Il cuore è ancora gonfio di pena, ma anche di orgoglio, per quelli che, compagni della nostra giovinezza, diedero la vita per la libertà di tutti; anche di chi li combatteva. Presero le armi per far nascere quelle istituzioni democratiche in cui oggi noi italiani tutti ci riconosciamo. Eredi degli ideali del Risorgimento, restituirono alla Patria l'onore e il rispetto dei popoli liberi. Uomini e donne, militari e civili, laici e religiosi, ci insegnarono a conquistare e a vivere la libertà. Nel loro anelito di democrazia e di giustizia, nell’amor di Patria, che nell’ora della prova più difficile proruppe spontaneo nei loro cuori, si riconobbe una nuova Italia.
* * * *
Un forte, indissolubile legame, unisce l’Italia del 25 aprile 1945 all’Italia che il 2 giugno 1946 partecipò, con universale entusiasmo, alle prime elezioni politiche libere dopo la dittatura. Vi presero parte, per la prima volta, anche le donne, elettrici e candidate. Gli italiani scelsero la Repubblica. Lo spirito della Resistenza vive nel testo della Costituzione repubblicana. La memoria dei sacrifici e delle lotte della Resistenza è fondamento della nostra passione per la libertà. Di quei sacrifici danno oggi solenne testimonianza le decine e decine di gonfaloni delle città e province insignite di medaglia d’oro che affollano, per la prima volta, questo cortile del Quirinale, la casa di tutti gli italiani. Da questi stendardi lo sguardo si leva al tricolore che sventola in alto, l’insegna che guidò i nostri padri nelle guerre del Risorgimento, affiancata oggi dalla bandiera azzurro-stellata della nuova Europa, unita da ideali di concordia e di pace.
Noi non dimentichiamo nessuno di coloro che furono protagonisti della lotta per la libertà di tutti gli italiani. Non dimentichiamo la Resistenza operaia, esplosa negli scioperi di massa del marzo ‘43 a Torino, a Milano, a Genova e in altre città, prima della caduta della dittatura.
Non dimentichiamo la Resistenza dei militari che, dopo l’8 settembre del ‘43, nello smarrimento delle istituzioni, trovarono nel loro cuore le radici di un orgoglioso amor di Patria, che li spinse all’azione. Molte migliaia caddero con le armi in pugno, o vennero trucidati dai nazisti.
Non dimentichiamo i civili che, a Roma e altrove, si unirono a loro per la difesa delle loro città, o, come a Napoli, si batterono per cacciare le forze di occupazione.
Non dimentichiamo la Resistenza delle centinaia di migliaia di militari deportati, che preferirono una durissima prigionia, che costò la vita a tanti di loro, al ritorno in Italia al servizio della dittatura.
Non dimentichiamo la Resistenza popolare, che si manifestò spontanea. Migliaia e migliaia di donne e uomini di ogni ceto, a rischio e a prezzo della loro vita, salvarono e protessero civili e militari alla macchia, ebrei minacciati dallo sterminio, soldati stranieri fuggiti dai campi di prigionia, che cercavano la salvezza. Li aiutarono a raggiungere l’Italia già liberata, accompagnandoli lungo quei sentieri della libertà che solcarono allora tutta la penisola, da Nord a Sud, di casolare in casolare, di paese in paese, di città in città. Fu una catena di silenziosa, spontanea solidarietà.
Non dimentichiamo le migliaia e migliaia di vittime delle innumerevoli, orrende stragi che insanguinarono il nostro Paese. Donne, vecchi, bambini, civili colpevoli soltanto di sostenere chi si batteva per la libertà.
Non dimentichiamo soprattutto i protagonisti della Resistenza armata, che nacque come scelta di popolo, che si organizzò in unità partigiane combattenti e dilagò nelle città, nelle pianure, nelle montagne, fino alla riconquista, nell’aprile del 1945, delle grandi città del Nord d’Italia, prima ancora della resa dell’esercito nazista.
Non dimentichiamo le unità del nostro esercito ricostituito, che combatterono con valore per l’onore della nuova Italia democratica.
Non dimentichiamo, non dimenticheremo mai, i soldati alleati, venuti da tutti i continenti per liberare, a costo di perdite immense, tutti i popoli europei dalla feroce tirannide nazifascista.
* * * *
La memoria degli eventi di sessant’anni fa è un libro fatto di molte pagine, di tante storie personali e collettive, storie di individui che diedero una risposta alta e nobile alla sfida dei tempi, che seppero interpretare i valori profondi della civiltà italiana ed europea.
Essi volevano un’Italia libera per tutti, unita. Il loro ricordo non vuole alimentare divisioni, vuole insegnarci la concordia, insieme con l’amore per la Patria e l’amore per la Costituzione, fondamento delle nostre libertà. Questo è il significato profondo delle giornate della memoria che noi celebriamo: occasioni per ricordare ai giovani i valori ispiratori di quella libertà che essi hanno il privilegio di vivere e il dovere di custodire.
* * * *
Italiani, gli uomini della mia generazione hanno avuto un singolare destino. Abbiamo vissuto, nella giovinezza, anni tra i più foschi della millenaria storia europea. Ma nelle prove più difficili si tempra l’identità di una Nazione. Dalle tragedie di quegli anni abbiamo tutti tratto ammaestramento. A noi sopravvissuti è toccata poi la fortuna di essere partecipi della grande rinascita democratica della nostra Patria; partecipi altresì della miracolosa costruzione di una unione di Stati e di popoli che assicura a tutta l'Europa, dopo millenni di guerre, una pace irreversibile.
Abbiamo avuto la fortuna di garantire ai nostri figli, e ai figli dei nostri figli, quei beni, quei valori, quelle speranze, che noi, da giovani, non avevamo conosciuto. E ne siamo orgogliosi. Ai giovani d’oggi, cresciuti in un’Italia libera, in un’Europa pacifica e unita, dico: non dimenticate mai gli ideali che ispirarono coloro che diedero la vita per voi. Possa la memoria dei sacrifici dei Padri della Repubblica rimanere viva, tramandata di generazione in generazione, guida e monito ad essere sempre vigili nella difesa della libertà riconquistata. Il ricordo di quei giorni ci fa guardare con fiducia al nostro futuro; ci fa sentire il dovere di essere uniti tutti nell'amore per la Patria italiana ed europea, uniti nell’orgoglio delle nostre grandi tradizioni di civiltà, uniti nell’impegno a contribuire al progresso e alla pace di tutti i popoli.
Viva la Resistenza.
Viva la Repubblica.
Viva l’Italia libera e unita.
Discorso pronunciato ieri dal Presidente della Repubblica a Roma in occasione delle celebrazioni per il 25 aprile
martedì 26 aprile 2005
Noi non dimentichiamo
lunedì 25 aprile 2005
Se avessero vinto loro
di Furio Colombo
Se avessero vinto loro? Loro sono anche le brave persone che pensavano di combattere per l'onore dell'Italia. Loro sono anche i ragazzi che per l'avventuroso entusiasmo dell'età o per la disinformazione profonda o per l'indottrinamento subito si sono arruolati adolescenti o bambini nelle formazioni fasciste. Loro sono coloro a cui hanno messo in mano un'arma per uccidere i partigiani, detti "banditi" e condannati sempre alla pena di morte. Loro erano gli addetti ad arrestare gli ebrei - definiti per legge nemici - da consegnare da fedeli alleati ai tedeschi. Queste consegne sono sempre avvenute. Sono innumerevoli le testimonianze in proposito. Basti per tutti "Il libro della Memoria" di Liliana Picciotto Fargion, e "L'Olocausto italiano" di Susan Zuccotti, con i nomi, i luoghi, le circostanze di una fervida attività di rastrellamento e consegna degli ebrei italiani da parte di fascisti italiani.
A Milano, se entrate al pian terreno dell'immensa Stazione centrale, sul lato destro che si affaccia su Piazza Luigi di Savoia, vi fanno vedere il binario, tuttora intatto, tuttora collegato con Auschwitz, dal quale partivano i treni stipati di ebrei italiani. Tutto il servizio di arresto, raccolta, imprigionamento a San Vittore, attesa, trasporto in quel lato della Stazione, le lunghe file di adulti e bambini nella notte e nel gelo, la spinta dentro i vagoni, l'accurato lavoro di sigillare le porte dei vagoni-bestiame, era tutto italiano. Italiano di Salò. Italiano della Repubblica Sociale Italiana. Italiano a cura di coloro che avevano deciso di restare fedeli alleati dei nazisti e della loro macchina mortale.
Certo, molti non sapevano dove finiva quel binario. Molti potevano essere avvolti in una disorientante cecità selettiva che non permetteva loro di vedere e capire a quale mondo stavano dando una mano, e verso quale futuro essi stessi stavano andando.
Per questo diciamo: tutti sono cittadini a pieno titolo nel mondo della libertà. Ma quel mondo non ci sarebbe mai stato se avessero vinto loro. Loro e Hitler, loro e le camere a gas, loro e i forni di Auschwitz, loro e i morti impiccati ai lampioni di via Cernaia a Torino, loro e le stragi di Marzabotto e di Sant'Anna di Stazzema, loro e i torturatori di via Tasso, loro che consegnavano gli arrestati al comando germanico all'Hotel Regina di Milano.
Il rispetto per ogni libero essere umano, compresi coloro che si erano avviati sulla strada di un mondo fondato sui campi di sterminio, è un dovere di tutti, e un diritto di cui ciascuno è titolare, nel mondo della libertà.
Chi quel mondo di sterminio lo ha difeso fino all'ultimo, può dire che non sapeva e può persino essere creduto. Ma non deve dire di non sapere, oggi, di avere lavorato per Auschwitz, di avere dato forze e giovinezza a un universo di discriminazione, di sterminio, di morte. Adesso lo sappiamo, lo sanno anche coloro che hanno agito dentro la nebbia dell'indottrinamento di quella terribile fede di morte.
Adesso coloro che erano fascisti sanno che anch'essi sono stati liberati il 25 aprile. Sanno che il 25 aprile è già una festa di riconciliazione perché ha salvato tanti giovani fascisti dal destino tremendo di continuare a fornire di corpi umani ai campi di sterminio, di servire da guarnigione per le prigioni e i centri di tortura, e per occupare col terrore i Paesi d'Europa. È vero, i giovani fascisti di allora devono essere grati agli Americani, agli Inglesi, alla loro invasione di libertà. E dovrebbero non dimenticare 23 milioni di morti russi che hanno fatto da barriera, con i loro corpi alla vittoria nazista.
Però dedichino in questa giornata un pensiero anche ai partigiani che alcuni di essi hanno, in nome di un confuso onore dell'Italia, ucciso o tentato di uccidere. La loro lotta per tre inverni indicibili sulle montagne, per le strade dei nostri paesi e delle nostre città ha ridato a tutti gli italiani il vero onore che segna la nostra storia: quello di non essere dalla parte dei forni crematori, quello di non essere dalla parte di Auschwitz.
Se loro sanno, se lo capiscono (e non possono dire di non saperlo) allora potremo dire che siamo insieme in questo giorno di festa perché questa è la festa degli italiani liberi. E gli italiani, tutti, compresi i ferventi nostalgici, coloro che vorrebbero farci ricordare altre cose pur di non parlare della nostra liberazione italiana, dovrebbero riconoscere il 25 aprile come il giorno dello scampato pericolo. È il no definitivo della storia alla vita sotto il fascismo.
da l'Unità del 25/04/2005
venerdì 22 aprile 2005
Così abbiamo difeso i diritti dei cittadini
di JOSÉ LUIS RODRIGUEZ ZAPATERO
La notte del 14 marzo del 2004, quando noi socialisti celebravamo la vittoria elettorale, ho sentito con chiarezza un coro di voci giovanili che mi gridava: "Zapatero, non ci deludere!". Quelle voci, che continuano a risuonare dentro di me, sono la voce dei cittadini spagnoli, che non voglio deludere e ai quali spetta di giudicare il primo anno del mio mandato alla guida del governo.
Nella campagna elettorale del 2004 avevo presentato agli spagnoli un programma per il cambiamento articolato attorno a tre assi: lavorare per la pace, dare ai cittadini più diritti e instaurare uno stile di governo che in Spagna abbiamo convenuto chiamare "talante", disponibilità, e che altro non è se non la politica del dialogo e del negoziato.
Un anno dopo, ritengo che il mio governo abbia fatto alcune cose importanti in risposta a quel messaggio. Una consistente maggioranza degli spagnoli desiderava che il nostro paese ritornasse a fare parte del cuore dell'Europa, e così abbiamo fatto. Il mio governo ha contribuito a sbloccare il processo dell'approvazione della Costituzione europea e della firma a Roma da parte dei capi di Stato e di governo. E a febbraio, il popolo spagnolo ha dimostrato la sua ferma vocazione europeista diventando il primo paese a ratificare con un referendum questa Costituzione.
Per l'Europa, il secolo XX è stato devastante. E, tuttavia, nella seconda metà di questo secolo, la Costruzione europea è diventata il progetto più ambizioso e appassionante di sempre, consistente nel tentativo di creare un grande spazio di democrazia, di diritti umani, di progresso economico, di solidarietà e di incoraggiamento alla pace.
Il nascente secolo XXI deve essere quello dell'allargamento, dell'approfondimento e della consolidazione di questo spazio. Il mondo ha bisogno e chiede più Europa, non meno Europa.
Parliamo ancora di pace. In un contesto internazionale convulso, anche il terrorismo si è globalizzato. In Spagna, che da trent'anni è colpita dal flagello dell'Eta, abbiamo subito l'accanimento della violenza selvaggia del terrorismo internazionale l'11 marzo 2004.
Bisogna ripeterlo: il terrorismo non ha alcuna giustificazione possibile, in nessun luogo e in nessuna circostanza. Di fronte a questa piaga c'è posto solo per la fermezza democratica e per la forza della legge. Per questo abbiamo aumentato le risorse umane e materiali per la lotta contro il terrorismo internazionale. Per questo abbiamo rafforzato il contingente militare in Afghanistan. Ed è anche per questo che abbiamo incrementato la cooperazione internazionale, dentro e fuori dell'Ue, nel settore delle forze di polizia, dei servizi d'intelligence e del potere giudiziario.
Ma il terrorismo va combattuto senza violare l'essenza stessa della democrazia, senza offendere i diritti e le libertà irrinunciabili, senza forzare la legalità internazionale, senza associarlo a delle comunità, a delle culture o a delle religioni determinate. L'uso della violenza e il terrorismo non sono patrimonio di alcuna comunità, cultura o religione, e da qui deriva la proposta che ho presentato davanti all'Assemblea dell'Onu di un'Alleanza di civiltà. È fondamentale chiudere il divario che s'è aperto tra Occidente e il mondo arabo e musulmano.
Dobbiamo studiare le cause di questa frattura e adottare delle misure per ricucirla. La risposta al terrorismo non può essere solo di tipo repressivo. Occorre bonificare le paludi dove questa peste cresce; prosciugare ogni brodo di coltura politico, economico, sociale o culturale che possa favorirlo. È per questo motivo che insistiamo nel multilateralismo, nella legalità internazionale, nel ruolo dell'Onu e nella solidarietà.
La Spagna sta aumentando il livello della sua cooperazione estera per raggiungere lo 0,5% del Pil al termine di questa legislatura. E mi sono impegnato a raggiungere quel simbolico 0,7% che il mondo in via di sviluppo sollecita. Assieme al Brasile, al Cile, alla Francia e al segretariato generale Onu, stiamo anche promuovendo l'Alleanza contro la fame.
"Zapatero, non ci deludere". La mia prima decisione come presidente del governo è stata di decidere il rientro delle truppe di stanza in Iraq. Lo aveva chiesto la grande maggioranza dei cittadini. Era un impegno preso in campagna elettorale che ho voluto onorare senza indugi. Non siamo stati d'accordo con la guerra, ma ciò non impedisce che siamo tra i più importanti contribuenti al processo di ricostruzione dell'Iraq. E non impedisce che io rispetti le decisioni che su questa materia hanno adottato i governi di altri paesi amici e alleati. E loro hanno saputo rispettare la posizione spagnola.
"Zapatero, non ci deludere". Le forze progressiste del secolo XXI devono ampliare i diritti dei cittadini; ciò deve essere uno dei primi segnali della nostra identità. In un anno appena, abbiamo rafforzato la tutela delle donne di fronte alla violenza machista, abbiamo reso più agile la legge sul divorzio e abbiamo riconosciuto il diritto al matrimonio delle coppie omosessuali.
Abbiamo anche aumentato il salario minimo e le pensioni e abbiamo moltiplicato il numero di borse di studio e di contributi per l'alloggio. E non considero progressista una smisurata spesa pubblica e neppure un deficit fuori controllo, credo nella sinistra della gestione virtuosa.
"Zapatero, non ci deludere". La parola spagnola talante è diventata un'etichetta del mio governo. Mi riempie d'orgoglio. Perché questo talante segna uno stile nel modo di governare. Talante è scommettere affinché il Parlamento riacquisti il suo ruolo centrale nella vita politica; è dare impulso allo spirito del dialogo e della negoziazione tra i partiti politici e le Comunità autonome d'una Spagna unita e pluralista.
Talante è, infine, garantire che i mezzi di comunicazione pubblici siano, per la prima volta nella storia della Spagna, indipendenti dal governo di turno e diretti da professionisti. Ho affidato a un comitato d'esperti l'incarico d'elaborare un insieme di proposte, che potrebbero essere poi convertite in legge.
Sta al popolo spagnolo trarre il bilancio della mia gestione alla guida del governo: penso che la nostra sia la strada giusta, ma non mi concederò un minuto d'autocompiacimento. E voglio che diventi un mandato cittadino quel grido della notte elettorale: "Zapatero, non ci deludere!".
L'autore è presidente del governo spagnolo
(traduzione di Guiomar Parada)
(22 aprile 2005)
http://www.repubblica.it/2005/d/sezioni/esteri/matrigay/zapate/zapate.html
giovedì 21 aprile 2005
Spagna: primo Sì del Parlamento ai matrimoni gay
Madrid, 21 apr. (Adnkronos) - Con 183 voti a favore, 136 contrari e 6 astenuti, il Congresso spagnolo, la Camera bassa del Parlamento, ha approvato oggi in prima lettura una modifica del codice civile che autorizza i matrimoni gay.
Il disegno di legge, che passera' ora al Senato per poi ritornare alla Camera per la sua approvazione in via definitiva, introduce modifiche in 16 articoli del codice.
In particolare prevede la sostituzione delle parole 'marito' e moglie' con 'coniugi' e le parole 'padre e madre' con 'genitori'.
''Il matrimonio - si legge nel testo - avra' gli stessi requisiti e effetti nel caso in cui entrambi i contraenti siano dello stesso sesso o di sesso opposto''.
Tra i deputati contrari quelli del Partito Popolare, i nazionalisti del CiU e i baschi del Pnv.
Se per il presidente della 'Federazione lesbiche, gay e transessuali', Beatriz Gimeno, quello di oggi e' ''un giorno storico per tutti i cittadini che credono nell'uguaglianza, nella giustizia e nello stato di diritto'', per la Conferenza episcopale spagnola, la riforma ''introduce un pericoloso fattore di dissoluzione dell'istituzione familiare e con essa dell'ordine sociale''.
La questione ha gia' in passato creato tensioni tra Madrid e il Vaticano e arriva a due giorni dall'elezione a Papa del cardinale Joseph Ratzinger, al quale il premier socialista Jose Luis Rodriguez Zapatero aveva segnalato in un messaggio la sua disponibilita' a collaborare.
http://www.gaynews.it/view.php?ID=31842
Tramonto democristiano
di CURZIO MALTESE
Berlusconi ha scelto di morire democristiano. Pur di tirare a campare ancora per qualche mese, abbrancato alla poltrona, all'ultima e unica promessa mantenuta agli italiani: "Non vi libererete facilmente di me". Perché già la penultima, "non mi dimetterò mai", è andata a farsi benedire. L'uomo che solo lunedì non si sarebbe "mai piegato ai riti politicanti", nello spazio d'un mattino o due accetta di naufragare nel più grottesco dei voltafaccia, nel puro teatrino della politica, in antiche paludi che si chiamano dimissioni&rimpasto, rosa dei nomi, totoministri, verifica, orrido governo bis o balneare.
Stavolta è suo il ruggito del coniglio. Berlusconi e non Follini appare come il vecchio democristiano di ritorno. Più ancora che la vendetta della prima repubblica sulla seconda, questa è la comica finale del berlusconismo. Solo l'altro giorno il premier ha regalato ai suoi falchi l'ultimo gesto titanico, le dimissioni negate con tanto di minacce agli alleati, l'ennesimo salto nel cerchio di fuoco destinato all'applauso della corte dei vari Ferrara e Fede. Appena il tempo per il cambio scena e d'abito e Berlusconi da oggi è già lì a distribuire sorrisi, pacche, barzellette e ministeri ai nemici mortali dell'Udc. E allora a che cosa è servita la recita incendiaria? Soltanto a ingigantire la vittoria e la figura del nemico interno, Follini, e a ridurre a nani politici gli alleati più fedeli, Bossi e anche Fini.
La verità è che l'ultimo Berlusconi sbaglia tutte le mosse, almeno quanto le azzeccava il primo. È un contrappasso totale, quotidiano. La puntata di Ballarò del dopo elezioni era l'esatto contrappasso della discesa in campo del '93.
Il brontolio dimissionario con cui ieri al Senato Berlusconi ha stracciato il "contratto con gli italiani" è la risposta del tempo al radioso comizio d'insediamento nell'estate del 2001. Allora si celebrava l'inizio di un ipotetico ventennio ("governeremo per molte legislature"), ora se va bene si tratta d'arrivare al panettone. Da neothatcheriano a vecchio doroteo in soli 1400 giorni.
Fra le due immagini passa il clamoroso fallimento del berlusconismo. Non solo nei risultati concreti, deludenti oltre l'immaginabile, con il peggior stallo economico dal dopoguerra, il declino incombente, l'impoverimento dei ceti medi e le grandi opere ridotte a una villona padronale e semiabusiva in Sardegna. Ancora più definitivo è il fallimento ideologico, culturale, nel linguaggio e nella rappresentazione del Paese.
L'idea arrogante di poter guidare la politica e la nazione come un'azienda, l'altra di riuscire a manipolare all'infinito con le televisioni un'opinione pubblica infantile. Alla prima seria rivolta di un alleato o due, i più piccoli per giunta, il mantello d'invulnerabilità del berlusconismo è scivolato a terra e il capo si ritrova ora a inseguire un compromesso qualsiasi, arrangiandosi con le povere risorse dell'eterno trasformismo.
Il marasma finale è evidente perfino nel linguaggio, nelle parole e nei gesti del Berlusconi dimissionario. Lo show di 11 minuti durante il quale il premier ha alternato scuse di fatto a minacce virtuali, la tardiva ammissione di sconfitta e la sicumera delle future immancabili vittorie, una concreta retromarcia di fronte alle divisioni nella maggioranza e la chimerica fuga in avanti verso il partito unico della destra, l'ossequio formale al Quirinale e il disprezzo per la Costituzione. Un guazzabuglio da stato confusionale che le fide Rai e Mediaset, con pietoso servilismo, si sono ben guardate dal mandare in diretta. Lo show s'è chiuso poi nel paradosso d'una maggioranza che applaude con entusiasmo le dimissioni del suo premier mentre l'opposizione medita in silenzio.
Su queste basi di partenza c'è da domandarsi a che cosa serva prolungare l'agonia d'un anno con un Berlusconi bis.
Tutto lascia prevedere un anno orribile, gravido di vendette, dispetti, regolamenti di conti. Fallito l'ultimo, Berlusconi cercherà altri colpi di scena. Com'è nella sua natura, tornerà a fare la voce del padrone appena sarà caduta in prescrizione anche la minaccia del voto anticipato. I centristi possono rispondere con altre crisi e crisette. Già ieri hanno fatto una piccola prova generale facendo mancare la maggioranza a un decreto governativo.
Una specie di Vietnam parlamentare attende un'Italia già stremata e impaurita dalla crisi. Le elezioni anticipate rappresentavano almeno una soluzione decente, forse l'ultimo dei tanti treni persi dal paese nei dieci anni buttati per inseguire uno strano sogno.
(21 aprile 2005)
http://www.repubblica.it/2005/d/sezioni/politica/crisigoverno3/tramonto/tramonto.html
Le illusioni dello sconfitto
di MASSIMO GIANNINI
È finita. La parabola eroica del "leader vincitore", stavolta, si è chiusa senza altre sorprese. A Silvio Berlusconi, che ieri si è dimesso dopo 1.409 giorni di "regno democratico", va reso almeno un merito: ha svestito i panni del "monarca" in tono minore e dimesso. E dunque, per un autocrate mediatico cresciuto nel culto della personalità, in modo "quasi" responsabile. Lui, che aveva forgiato la sua immagine sul mito della legittimazione popolare e populista piuttosto che sulla mediazione politica e politicante, si è sottoposto a tutte le "stazioni" imposte dalla via crucis istituzionale che regola da mezzo secolo le crisi di governo di questo Paese.
Basterebbe già questo, a sancire la fine di un ciclo. Ieri, prima al Senato e poi al Quirinale, abbiamo assistito alla definitiva de-sacralizzazione dell'unto del Signore. Il Cavaliere "è sceso dal piedistallo", come ha detto con qualche malcelata soddisfazione uno dei suoi forse ex-alleati. Berlusconi non è più il padre-padrone della Casa delle Libertà. Se tutto va bene, sarà ancora giusto per un anno il presidente del Consiglio di un governicchio quadri-partito. Tenuto insieme solo dal gioco dei ricatti incrociati, e dalla mutua impossibilità delle singole forze che lo compongono di andarsene ciascuna per proprio conto. Ma da ieri, e a dispetto di tutte le convinte asserzioni formulate dal premier nell'aula di Palazzo Madama, il vincolo che ha retto il centrodestra in questi anni si è sciolto. Il Cavaliere riuscirà pure a rimettere in piedi un Berlusconi-bis.
Tenterà pure di far credere, attraverso un rimescolamento di poltrone ministeriali, che l'asse Forza Italia-Lega sarà riequilibrato a vantaggio del fronte An-Udc. Proverà pure a dimostrare, attraverso qualche altra trovata propagandistica, che un nuovo programma politico è ancora possibile, e che un altro miracolo economico per le famiglie, le imprese e il Sud è ancora probabile.
Ma sarà pura inerzia "resistenziale". Farà male allo stesso premier, che senza più un euro di tasse da restituire si esporrà al lento declino del suo strampalato modello di Berlusconomics. Farà male ai suoi alleati, che continueranno a litigarsi le spoglie di un'alleanza in calo progressivo di appeal elettorale. Farà male all'Italia, che con un deficit pubblico lanciato al 4,6% del Pil e una crescita inchiodata all'1% avrebbe bisogno nel frattempo di un vero elettrochoc per rimettersi in piedi. A questo punto le elezioni anticipate sarebbero la soluzione più equa e conveniente. Ma anche se nulla si può escludere, nessuno sembra disposto a rischiarle.
Il centrodestra consuma se stesso e il Paese in una doppia "condanna". È condannato a tenersi ancora per un anno questo leader: non ne ha altri capaci e coraggiosi al punto di accettare la sfida per il comando. È condannato a stare insieme chissà ancora per quanto: in base a una simulazione di Roberto D'Alimonte sulle politiche del 2001, nel maggioritario la Cdl senza la Lega perderebbe 52 seggi, senza l'Udc ne perderebbe 49, senza An ne perderebbe 159.
Come ha scritto mestamente ma lucidamente Giuliano Ferrara: "Non so come finirà, ma so che è finita".
Eppure, anche nella fine malinconica e quasi burocratica di ieri al Senato, Berlusconi ha trovato il modo per azzardare l'ultima forzatura. Da un lato, finalmente ha riconosciuto che la "coalizione attraversa una fase di difficoltà", e che la crisi di governo si innesca sul "segnale di disagio" trasmesso dagli elettori con il voto regionale. Meglio tardi che mai, per scoprire i fallimenti del progetto politico berlusconiano. Dall'altro lato, sorprendentemente ha collegato la crisi di governo non a quelle "difficoltà" a quei "segnali di disagio", ma ha detto sono "costretto a dimettermi da questa Costituzione". Non è mai troppo tardi, per verificare i fermenti della vena antipolitica berlusconiana.
Con il solito gioco di specchi, il Cavaliere confonde il suo mondo virtuale con la realtà fattuale. Scarica sulle regole, cioè sul sistema costituzionale, le tensioni tra i partiti, cioè l'assetto coalizionale. "Nei paesi europei dove il sistema istituzionale lo consente - dice - il presidente eletto dal popolo adegua la squadra di governo ogni volta che se ne presenta la necessità, con la sua diretta responsabilità, senza dunque le estenuanti crisi politiche e i passaggi parlamentari... In Italia, invece, per conseguire questo risultato la Costituzione richiede una serie di passaggi formali, a partire dalle dimissioni del governo. La riforma costituzionale di questa maggioranza adeguerà il nostro sistema di governo alle moderne democrazie. Ma ora, dovendo dar vita al nuovo governo, non mi posso sottrarre al passaggio attraverso una formale crisi di governo...".
In queste parole è racchiusa tutta l'anomalia della psico-politica berlusconiana. La possibilità che gli alleati-vassalli non siano d'accordo con il capo supremo non è contemplata. L'ipotesi che gli elettori-sudditi non apprezzino le scelte del sovrano assoluto non è prevista. Se qualcosa non funziona, se l'esercizio della leadership genera conflitti e non carisma, se la pratica di governo produce disaffezione e non consenso, la colpa è sempre di un fattore "esterno". Nel '94, a costringerlo a gettare la spugna furono i "comunisti", che non lo lasciarono "lavorare". Nel 2005 è "questa Costituzione", che lo obbliga alle "estenuanti crisi politiche e ai passaggi parlamentari".
Siamo all'ultima, brutale svalorizzazione della Carta del 1948. È colpa della Costituzione, se dopo quattro anni di legislatura si è sciolto il fragile patto che legava gli inquilini della Casa delle Libertà? È colpa della Costituzione, se Bossi (senza il quale si perde al Nord) ricatta Berlusconi con la devolution, se Follini e Fini (senza i quali si perde al Centro-Sud) ricattano a loro volta Berlusconi sul programma e sulla squadra, e se lo stesso Berlusconi (senza il quale nessun centrodestra vince da nessuna parte) non ha più risorse politiche per pagare tutti questi riscatti? È colpa della Costituzione, se questa formidabile maggioranza che stravinse al voto del 2001 ha perso poi in sequenza ben cinque tornate elettorali consecutive? È colpa della Costituzione, se oggi un blocco sociale ancora in attesa di rappresentanza organica rescinde il "contratto con gli italiani", che ieri aveva sottoscritto come simbolo della modernizzazione pubblica e dell'arricchimento privato?
Il nostro sistema elettorale, l'esecrato Mattarellum, è un ibrido ancora imperfetto, che accresce i poteri di interdizione e di veto delle forze minori. Il nostro sistema istituzionale, e la forma di governo che vi è sottesa, meritano senz'altro qualche correzione, che rafforzi il peso e l'efficienza dell'esecutivo. Eppure l'ingegneria delle Costituzioni e delle coalizioni è solo uno strumento. Lo si può manipolare (o manomettere) quanto si vuole. Ma serve a poco, se non è al "servizio" di un disegno politico comune e condiviso. Il famoso "modello Westminster" sarebbe comunque inutile, se in Gran Bretagna non ci fossero stati due grandi leader come Margareth Thatcher e Tony Blair, che all'interno dei propri schieramenti alternativi e agli occhi dei rispettivi elettori hanno saputo incarnare un progetto riformatore forte, visibile e coeso.
Esattamente quello che è mancato e che ormai irrimediabilmente manca al centrodestra e al Cavaliere. Per questo Berlusconi commette oggi una palese mistificazione: per spiegare la rottura nella sua maggioranza, denuncia la presunta inadeguatezza dello "strumento" (la Costituzione) e nasconde l'imperizia di chi non l'ha saputo usare (la coalizione). Per questo Berlusconi non è credibile, e tradisce la sua endemica inclinazione alle super-semplificazioni demagogiche, e per certi aspetti anche pericolose: per ricercare in altro modo una rilegittimazione tardiva, si illude che cambiare la (nostra) Costituzione sia sufficiente a rifondare la (sua) coalizione.
Non è così. Non sarà così. Per quanto il Cavaliere si sforzi con altre invenzioni di marketing politico, dopo questa crisi il suo "palinsesto" è fallito. Come ha scritto il Censis, in un'indagine diffusa proprio ieri sulle ultime elezioni, "già dalle scorse europee si era registrato un evidente affanno della capacità di traino del leaderismo carismatico". Con le regionali, l'affanno è diventato collasso. E se la terapia è quella ascoltata ieri a Palazzo Madama, un altro anno di Berlusconi bis non salverà il centrodestra.
(21 aprile 2005)
http://www.repubblica.it/2005/d/sezioni/politica/crisigoverno3/illusioni/illusioni.html
mercoledì 20 aprile 2005
Un papato che fa chiarezza
Presa di posizione della Comunità cristiana di Base di Pinerolo guidata da Don Franco Barbero
La gerarchia cattolica, ancora una volta, è stata pienamente coerente con se stessa, con il suo potere, con la sua azienda ecclesiastica. Di questo dobbiamoprendere atto.
I cardinali non hanno eletto un uomo dai lineamenti incerti.
Hanno scelto il rappresentante più significativo dell'assoluta continuità con papa Wojtyla, un uomo che metterà tutte le sue energie in una direzione autoritaria, omofobica, sessuofobica, antidemocratica, accentratrice.
Finalmente c'é chiarezza! Il papato è contro la liberazione delle donne, dei gay e delle lesbiche, a favore dell'ipocrisia del celibato obbligatorio dei preti, contro la ricerca teologica, contro le seconde nozze.
Un papato che si inserisce nel solco trionfalista di Wojtyla aiuterà il popolo di Dio a ribellarsi contro questa tirannia.
Una grande speranza
Finalmente non c'é dubbio: la gerarchia non sta a destra dando l'illusione di guardare a sinistra.
Qui ci troviamo di fronte ad un papato incarnato da un uomo, Joseph Ratzinger, della destra più retriva. A ben pensarci, se il nostro cuore si fa attento al messaggio di Gesù, questa struttura ecclesiastica oppressiva può rappresentare l'opportunità di capire il vero ruolo della gerarchia.
Nutriamo una grande speranza. Occorre, a nostro avviso, imparare la libertà delle figlie e dei figli di Dio fuori dalle obbedienze sacrali. E' un'ora importante, un invito a deciderci; un'ora in cui l'obbedienza al Vangelo può tradursi in libertà, responsabilità, gioia, creatività.
Questo papa "buttafuori" farà il vuoto degli uomini e delle donne che hanno il gusto della libertà responsabile e attirerà quanti hanno la scelta o il "destino" dell'obbedienza.
Con enorme fiducia continuiamo il nostro cammino come tentativo di vivere sulle tracce di Gesù di Nazareth e non sarà lo squallore vaticano a toglierci la gioia di vivere e di credere. I padroni di questo mondo, politici o religiosi, non governano più i nostri cuori e non dirigono più le nostre vite.
La Comunità cristiana di base di Pinerolo (www.viottoli.it)
Pinerolo, 19 aprile 2005
http://www.gaynews.it/view.php?ID=31817
Ratzinger papa: ha vinto la Chiesa più retriva
Benedetto XVI è il campione di una chiesa medioevale
Con l’elezione di Benedetto XVI, cardinale Ratzinger ha vinto la Chiesa più retriva, contraria a qualsiasi apertura in materia di morale sessuale, assolutamente sorda rispetto all’evoluzione dei tempi e della società.
Una Chiesa, che vuole continuare ad avere un forte potere d’interdizione nei confronti dei partiti e delle scelte politiche.
Benedetto XVI, come Prefetto della Dottrina della Fede, si è distinto come il campione dell’ortodossia, della conservazione, esprimendo più volte nostalgie pre Conciliari. Il cardinale Ratzinger, ha in questi anni più volte offeso le persone gay, lesbiche e transessuali del mondo e, ha ridotto al silenzio qualsiasi voce, che all’interno della Chiesa, ha dissentito rispetto ad una visione medioevale della fede cattolica.
Come Arcigay attenderemo gli atti concreti del nuovo papa, che certamente con il suo passato non ci appare come il miglior interprete dell’originario messaggio d’amore di Gesù Cristo.
Aurelio Mancuso
Segretario nazionale Arcigay
Bologna, 19 aprile 2005
http://www.gaynews.it/view.php?ID=31809
martedì 19 aprile 2005
Missione compiuta
di Furio Colombo
Vi ricordate quando ci ammonivano: «Se continuate a parlar male di Berlusconi, resteremo all'opposizione per altri vent'anni»? Ricordate quando la parola "regime" detta con riferimento al controllo totale (scandaloso per il resto del mondo) di tutte le televisioni e all'intimidazione della stampa (attraverso decapitazioni clamorose) suscitava reazioni decisamente ostili anche fra coloro che era naturale immaginare amici e vicini e partecipi dell'unico grande impegno democratico di questo Paese, rimuovere Berlusconi con il voto, per far sciogliere come neve al sole tutto il suo mondo di clienti e dipendenti?
Ci ho ripensato leggendo l'articolo del premio Nobel americano per l'Economia John Stiglitz sulla prima pagina de la Repubblicadel 14 aprile. Stiglitz in quell'articolo è duro e inesorabile con Bush. Una delle cause più sprezzanti è questa: «Bush esprime preoccupazione per la concentrazione del settore dei media russi. Ma tace su quella dei mezzi di comunicazione in Italia». Denuncia questa cecità selettiva (fingere di non vedere il clamoroso caso Berlusconi) come una "ipocrisia imperdonabile".
Ma il caso Berlusconi è apparso imperdonabile, ovvero estraneo alla democrazia e unico nel mondo libero, al Parlamento Europeo, alle agenzie di sorveglianza delle Nazioni Unite, agli esperti e politologi americani, anche di destra, che in questi anni si sono occupati dell'Italia. E' diventato un caso nelle università del mondo, una barzelletta (per noi alquanto triste) per i vignettisti dei cinque continenti. E' stato l'esclusivo tema della grande stampa internazionale - tutta, senza eccezione - ma soprattutto dei grandi organi finanziari ogni volta che quella stampa si è occupata dell'Italia. E non di Fini, non di Follini, non degli adoratori di Forza Italia, ma esclusivamente di Silvio Berlusconi.
Esattamente come ha fatto l'Unitàin questi anni. Lo ha fatto subito, nel momento in cui si è capito che il rischio della democrazia italiana, privata di televisioni e intimidita gravemente nei giornali, era rappresentato da una sola persona in grado di controllare, imporre, comprare, vendere tutto, dicendo, negando, aprendo e concludendo da solo "grandi opere" e campagne elettorali, capace di raccontare senza smentita i suoi grandi "successi internazionali", mentre il prestigio del Paese precipitava nel vuoto e i debiti italiani diventavano enormi.
Ostacolare così tenacemente Berlusconi comporta molti rishi, come sanno Enzo Biagi, Ferruccio De Bortoli e altri direttori e giornalisti italiani, come sa la vasta schiera di condannati al silenzio fra i migliori colleghi della Rai. Avrà contato questo impegno senza sosta e senza interruzioni de l'Unità durante questi anni del regime mediatico, in cui c'è stata una serie di vittorie elettorali del centrosinistra che hanno progressivamente intaccato la inossidabilità del mito, del capo, del tycoon buono che avrebbe fatto piovere ricchezza sulle famiglie italiane, in cambio di un po' di silenzio, di conformismo, di "lasciatelo lavorare"? Avrà contato, nella straordinaria e quasi completa, sconfitta di Berlusconi alle elezioni regionali?
Sconfitta di Berlusconi, abbiamo detto (non dei presidenti delle diverse regioni strappate alla destra). Infatti Berlusconi in persona, la sera della morte del Papa, aveva sequestrato, tutta per sé, tutta da solo la principale rete della televisione pubblica del Paese, e aveva lanciato la sua sfilza di numeri inesistenti nello studio vuoto. Ma ci sembra arbitrario un reclamo di credito. Nelle elezioni ha vinto chi ha vinto: una opposizione unita e ben guidata, le scelte giuste dei candidati, le campagne elettorali condotte con generosità e con fermezza.
Ma poiché tutto ciò che abbiamo detto e scritto per quattro anni su questo giornale era basato sulla persuasione (condivisa con la stampa libera del mondo) che esistesse un solo grande problema per l'Italia, il potere troppo grande, troppo arbitrario, troppo circondato di silenzio, di Silvio Berlusconi, ci fa piacere il riconoscimento che adesso ci giunge dai grandi sostenitori mediatici del presidente del Consiglio ormai avviato sul viale del tramonto.
Ci dice che avevamo visto giusto, politicamente, avevamo capito bene la macchina organizzativa di quella presunta modernizzazione che erano Forza Italia e i suoi alleati. Ci dice che avevamo combattuto la battaglia che bisognava combattere. Quella contro il predominio e la prepotenza di un uomo solo, che era riuscito a imporre celebrazione o silenzio. Inutile occuparsi d'altro o di altri, c'eravamo detti, perché, senza di lui, a destra non c'è niente, niente resta di cui valga la pena di occuparsi. E d'altra parte niente avrebbe potuto esistere di questa strana politica definita - a richiesta del suo unico autore Berlusconi - il "nuovo" e che invece è antico, fondato sul danaro, sul potere personale, sulla perentoria richiesta di partecipare al gioco così come esso viene condotto, pena l'esclusione dalla vita pubblica.
Ma ecco il vero e proprio diploma di idoneità politica. Viene rilasciato a questo giornale da Angelo Panebianco nel suo ormai celebre editoriale sul Corriere della Sera del 10 aprile. Quell'editoriale è un appello a Berlusconi perché accetti subito di rendersi conto del disastro e chieda le elezioni anticipate. Il senso è: se Berlusconi non accettasse l'evidenza della sconfitta cercando nuove elezioni, «Berlusconi diventerebbe un leader puramente nominale. Sia l'Italia che conta sia la comunità internazionale guarderebbero a Berlusconi come a un leader finito e a Romano Prodi come all'astro nascente».
La riflessione di Panebianco è chiara e indica il punto. Berlusconi è un leader finito. Ma il fatto interessante è che senza di lui, istantaneamente, evapora tutto. Tanto che, persino in questo momento di emergenza per la destra, nessuno pensa a fare altri nomi o a immaginare altri percorsi. O Berlusconi, o tutti a casa.
Tutto ciò viene detto con più chiarezza da un'altra fonte che ha sempre maltrattato l'Unità proprio con l'accusa di ossessione per Berlusconi. Ecco il testo della grande abiura del Riformista: «Quello che è venuto meno è il connotato stesso del bipolarismo italiano, fin dal suo inizio e senza soluzione di continuità incarnato in Berlusconi. Si è sciolto il collante che teneva insieme il Nord e il Sud del Paese, la partita Iva e gli statali, gli animal spirits e i vegetativi trasformismi. Il centrodestra italiano non è mai esistito in altra forma e mai senza Berlusconi. Il centrodestra italiano è così anomalo da dover scartare a priori ciò che in ogni altro Paese sarebbe la soluzione ovvia: cambiare il premier e ricominciare». Si può avere un riconoscimento più netto della decisione di dedicare quattro anni di vita giornalistica e di impegno politico allo scopo di scalzare quell'unico leader, la sua statua di resina sintetica e la sua glorificazione ottenuta esclusivamente con il controllo delle televisioni e dei giornali?
Non ci avevano detto che il "conflitto di interessi non interessa nessuno"? Non ci avevano ripetuto che l'Unità era una testata omicida e criminale e che il nostro insistere sulla ricchezza oscura, sul potere smisurato (economico, mediatico e politico, l'uno accresciuto con l'altro) e sul controllo totale della informazione era la strategia sbagliata che avrebbe rafforzato Berlusconi? Non ci avevano detto che monitorare costantemente il comportamento di continua aggressione che era il governare di Berlusconi era cattivo giornalismo politico? Ve la ricordate la "demonizzazione"? Nel Paese in cui la maggioranza berlusconiana ha votato un "giorno della caduta del Muro" (come se ci avessero liberato i ragazzi tedeschi col piccone, invece che i partigiani italiani e i soldati americani) dovrebbe esserci, nel nostro prossimo mondo libero, un "giorno della demonizzazione". Servirà per raccontare nelle scuole di Enzo Biagi, di Michele Santoro, di Luttazzi, della Guzzanti, e di tutti coloro che sono stati colpiti dall'accusa stregonesca di "demonizzazione" mentre erano intenti a fare giornalismo di opposizione, unico modo per salvare la democrazia di un Paese.
La sera dell'8 aprile la delicata sensibilità di Clemente Mimun ha fatto seguire al telegiornale di illustri funerali un Batti e ribatti in cui l'ospite celebrato era Sandro Bondi. Bondi ha usato tutti i suoi minuti per spiegare che, anche se il comunismo è morto, non è morto in Italia il pericolo della sinistra. Ovvero si è lamentato che esista ancora l'opposizione. Ma il conduttore del programma, un certo Berti, vestito - Dio sa perché - nel tipo di doppiopetto gessato che Francis Ford Coppola aveva immaginato per "Il Padrino", ha riportato persino Bondi al punto cruciale del dramma che la destra sta vivendo. Ha concluso infatti con queste storiche parole: «Alla fine tutto ruota intorno al prestigio di Silvio Berlusconi». Un vero riconoscimento per questi anni di lavoro de l'Unità.
Abbiamo scommesso tutto, e rischiato molto, per dire ogni giorno agli italiani che il prestigio di Berlusconi non esiste. E finalmente ci dicono con cruda chiarezza gli eventi di questi giorni e la processione di coloro che stanno abbandonando, a uno a uno, Palazzo Chigi, che niente più ruota intorno a Berlusconi perché si è visto che non c'è alcun prestigio. Non è delegittimazione. È constatazione della realtà, testimoni gli italiani. Missione compiuta.
Tratto da l'Unità del 16/04/2005
L'agonia di un'alleanza
di EZIO MAURO
L'uomo che ha resuscitato la destra italiana, portandola dal nulla al governo, oggi la tiene prigioniera del suo destino, che non è politico e tantomeno istituzionale, ma solo privato e personale. A quel destino di comando e di invulnerabilità, quasi di predestinazione, Berlusconi sta sacrificando tutto, scuotendo le colonne che reggono il tempio della Casa delle libertà.
La prova è un colpo di teatro che in realtà è un colpo di mano sulla strada che lo portava al Quirinale, dove Fini e Follini erano certi che si sarebbe dimesso, mantenendo la parola data agli alleati poche ore prima. Invece Silvio Berlusconi ha detto al Presidente della Repubblica che non intende dimettersi perché ha conservato la fiducia dell'Udc, pur avendo perso i suoi quattro ministri: dunque la sua maggioranza è numericamente intatta, anche se politicamente a pezzi.
Di fronte a questo quadro, Ciampi ha rinviato il premier alle Camere "senza indugio" per certificare se Berlusconi ha ancora un futuro, o se le urne sono la strada maestra per la fine di quell'avventura.
Formalmente, il premier può fingere di non sentire l'obbligo di dimettersi. Politicamente non può evitare di prendere atto che un intero partito si sfila dal suo governo, con Fini sempre più ridotto a far la foglia d'insalata, insapore, nel sandwich nordista Bossi-Berlusconi.
Invece di seguire la ragione che consigliava un Berlusconi-bis, il premier ha seguito ancora una volta l'istinto, truffando i suoi alleati ma soprattutto truffando se stesso con la finzione esoterica che esista ancora la Casa delle libertà e il suo leader. Va in scena, con più cupezza, un deja vu e oggi come nel '94 il Cavaliere dimostra di essere una formidabile macchina elettorale ma un pessimo uomo politico, perché sfascia la sua alleanza.
Avevamo avvertito che l'agonia politica del berlusconismo sarebbe stata terribile perché il Cavaliere non accetta le sconfitte e per evitarle è pronto a tutto, compreso il peggio. Oggi, in anticipo, siamo davanti a un concentrato di quel peggio. Con il premier che pur di durare un giorno in più si gioca il futuro dell'intera destra.
(19 aprile 2005)
http://www.repubblica.it/2005/d/sezioni/politica/crisigoverno2/agonia/agonia.html
lunedì 18 aprile 2005
Mobilitiamoci per i SÌ al referendum
Come movimento lgbt dobbiamo batterci affinchè vinca la laicità dello Stato sull'oscurantismo clericale
di Aurelio Mancuso
Il 12 e 13 giugno siamo chiamati ad esprimerci rispetto ai 4 quesiti referendari che intendono abrogare alcune parti della legge 40, sulla procreazione medicalmente assistita. Si tratta di una brutta legge che ha introdotto nell'ordinamento italiano mostruosità giuridiche severamente criticate da premi nobel, dalla comunità scientifica, da costituzionalisti.
Tralasciando gli aspetti tecnici e le buone ragioni per andare a votare, che ben sono illustrati dal Comitato per il Referendum (sul sito potete trovare un'ampia documentazione: www.comitatoreferendum.it), c'interessa qui richiamare le ragioni politiche per cui il movimento lgbt deve impegnarsi con tutte le sue forze affinché si raggiunga il quorum e si vinca questa nuova battaglia di libertà.
In gioco c'è la laicità dello Stato, più volte messa in discussione in questi decenni dagli ambienti più retrivi del cattolicesimo italiano (divorzio, aborto, ecc.), che non si rassegna al fatto che le democrazie devono assumere tutti quei provvedimenti che aiutino le persone a vivere meglio, secondo le proprie convinzioni, senza creare danno o obbligare altri a subirne le conseguenze.
Lo Stato laico deve tutelare la salute delle donne, consentire la ricerca scientifica, consentire alle madri e ai padri di poter scegliere le migliori terapie. Tutto ciò è impedito dalla legge 40 perché si sono introdotte norme figlie di una visione confessionale e proibizionista della società.
Come fu per il divorzio e l'aborto, le gerarchie cattoliche (oggi con il trucco dell'appello all'astensionismo, perché sanno che le loro posizioni sono minoritarie) tentano di dimostrare che lo Stato laico è inferiore allo Stato etico, che il pluralismo e il cosiddetto relativismo devono lasciare posto ad un'unica visione di verità. E' la Chiesa trionfante, interventista e con grande capacità d'interdizione verso la politica che deve dimostrare la propria forza.
I gay, le lesbiche, le/i trans italiani non possono avere tentennamenti: questo progetto teo con deve essere sconfitto, anche perché, in caso di non raggiungimento del quorum, diventerà difficile per chiunque vada al governo, promuovere una stagione di riforme libertarie e di civiltà. Insomma, come hanno ben evidenziato scienziati, operatori socio sanitari e politici, in un recente seminario interno dei DS del nord tenutosi a Milano (che ha visto una partecipazione straordinaria, al di là delle migliori previsioni): il futuro sociale del paese sarà segnato in modo inequivocabile dal risultato di questi referendum.
Per il movimento lgbt ci sono ragioni aggiuntive affinché quest'orrenda legge sia resa non applicabile. In primo luogo si tratta di una legge che all'articolo 5 si esprime contro la possibilità che coppie dello stesso sesso possano accedere alle tecniche di procreazione assistita, in secondo luogo se perderanno i referendum anche temi a noi cari saranno più difficili da affrontare.
Sull'articolo 5 (di cui non è chiesta l'abrogazione) possiamo dire che rappresenta una discriminazione aggiuntiva rispetto alle già numerose discriminazioni operate nel complesso dell'articolato. Si nega la genitorialità agli omosessuali, mentre, come tutti sanno questa è assolutamente diffusa, prova ne sono le reti di madri e padri omosessuali che da tempo operano in Italia. Il referendum radicale, fortemente sostenuto da Arcigay e Arcilesbica, abrogava tutta la legge, quindi, anche il famigerato articolo 5, purtroppo lo stesso è stato respinto dalla Corte Costituzionale, con motivazioni che riteniamo, per usare un eufemismo, fragili.
Ma ora ciò che è davvero importante è che si dia un chiaro segno rigetto di un provvedimento anti libertario, per questo come cittadini lgbt ci dobbiamo sentire impegnati più di altri, perché sappiamo che la vittoria dei Sì ci aiuterà a vincere altre battaglie: prima fra tutte il riconoscimento dei diritti delle persone omosessuali, il Pacs, ecc.
Per tutte queste ragioni, è importante partecipare al lavoro dei Comitati per il Referendum presenti sul territorio, organizzare iniziative e materiali rivolti alla comunità, invitare amici e parenti ad andare a votare.
http://www.gaynews.it/view.php?ID=31793
Nichi Vendola è come il divorzio
«E' a suo modo nel costume e nella psicologia di una regione meridionale una ripetizione del referendum sul divorzio»
DI PAOLO FRANCHI
Ha scritto Peppino Caldarola sul Riformista che la vittoria sul filo di lana di Nichi Vendola in Puglia (la più imprevista e imprevedibile di quelle del centrosinistra nelle elezioni del 3 aprile) «è a suo modo nel costume e nella psicologia di una regione meridionale una ripetizione del referendum sul divorzio». Perché già nella campagna elettorale sono saltate le barriere ideologiche e la discriminazione sessuale. E perché a cose fatte tutto un mondo composito e variegato (l'intellettuale come l'imprenditore come il giovane disoccupato) si è scoperto «più laico, più ambizioso, più politicizzato»: come succede solo quando comincia un'altra storia. Anche e soprattutto nel Mezzogiorno. Dove cose simili capitano. com'è noto, di rado.
Io spero che Caldarola abbia ragione. E che la vittoria del «radicale» Nichi per apparente paradosso sia, o possa diventare, una vittoria riformista. Perché il riformismo, per non esaurirsi in un «flatus vocis», deve essere anche, e forse soprattutto, capacità di entrare in relazione con un'idea di modernità più ricca e complessa di quanto dica un termine, modernizzazione, che non diviene meno vacuo solo per-ché tanti riformisti veri o presunti ne abusano.
Proprio per questo bisogna intendersi, quando si azzarda un paragone (affascinante) con la vittoria del No nel referendum abrogativo del-la legge sul divorzio (12 maggio 1974). Fu un trionfo, quello. E per molti, a sinistra, ancora più inaspettato, almeno in partenza, del successo di Vendola in Puglia. L'Italia e il Mezzo-giorno erano cambiati molto più in profondità di quanto le categorie tradizionali di cui disponevano potessero far prevedere. Anche allora la rottura si era manifestata su un terreno, quello del costume, dei rapporti tra i sessi, dei diritti. delle forme stesse della convivenza. che sin lì si era preferito arare con la massima discrezione: per antico moralismo, certo, ma soprattutto per non farsi inutili problemi con i cattolici e i «moderati». Che nella cultura politica della sinistra dell'epoca grosso modo coincidevano con la Dc. Pesò eccome, questa «in-comprensione», nei disastri cui andò incontro la sinistra nei decenni successivi. I tempi sono cambiati, si capisce: Puglia docet. Ma non sarebbe male rifletterci su.
http://www.gaynews.it/view.php?ID=31791
Istituzioni fatte a pezzi
di GIORGIO BOCCA
Le ultime frasi del Berlusconi sconfitto e tradito sono nello stile del Berlusconi vincente e arrogante: "Ma che volete? Vi manderò una cartolina dalle Bahamas". "Sono uno che ha un capitale di ventimila miliardi, che vogliono questi?...". Che l'uomo politico Berlusconi sia irrecuperabile al buon governo non vuol dire che sia fuori da ogni governo, vuol dire che con lui un buon governo è impensabile. Diceva l'altra sera in televisione il suo maggiordomo Bondi che Berlusconi era arrivato a Palazzo Chigi con due soli obiettivi: cambiare l'Italia con le riforme e pacificarla, farne un Paese unito.
Incauto maggiordomo a rimarcare in pubblico le due fondamentali ragioni della sconfitta del suo padrone. Berlusconi ha cambiato l'Italia mandando in pezzi quel po' di Stato moderno che c'era, si è accanito con le sue controriforme contro la pace sociale, contro la giustizia, contro la scuola, contro la finanza pubblica e ha diviso il Paese come non lo era più stato dagli anni della guerra civile, ha evocato il fantasma di un comunismo staliniano morto e stramorto, ha sdoganato i neofascisti e li ha riportati al potere, si è alleato con i secessionisti e soprattutto ha ingannato i cittadini con le false promesse.
Gli analisti della politica non sforzino i loro cervelli a cercare le ragioni della sua sconfitta: sono lì, visibili, grandi come delle montagne. A cominciare dalla legge obiettivo per le grandi opere, rimaste lettera morta, avviata solo per la propaganda, senza i finanziamenti necessari, con i debiti che si accumulano, una eredità spaventosa per i governi a venire sicché le elezioni anticipate più che una occasione di riscatto vengono pensate dalla gente che conserva il ben dell'intelletto come un amarissimo redde rationem. E fortuna che si è ancora in tempo a fermare gli impegni più demenziali come il ponte sullo Stretto di Messina.
Per mesi, per anni la gente ha subito la propaganda governativa come qualcosa di incomprensibile ma di sopportabile. Sapeva che il cavaliere sparava balle in continuazione ma pensava che proprio male non facevano. Qualcuno trovava persino simpatico il suo ottimismo. E perdurava la strana illusione che uno che aveva fatto tanti denari per sé ne avrebbe fatto anche per i concittadini. Adesso incominciano a capire che il benefattore milanese di fronte alle incertezze della politica fa cassa, vende la sua azienda.
Nella sua testa il capitale conta più di tutto, pur di salvarlo fa la figura di uno che si prepara a tagliare la corda, e i suoi più stretti collaboratori lo lodano "ha venduto al meglio". Complimenti! Il senso dello Stato nel governo di opportunisti che ha messo assieme non esiste, è una debolezza da democratici ingenui, da prima repubblica. Anche per questo i cittadini stanno voltandogli le spalle.
Nell'ora della sconfitta i suoi alleati risultano francamente incomprensibili. Che vogliono? Maggiore autonomia? Più potere? Ma che hanno fatto in questi anni per meritarselo? Raggiunti i loro ministeri e le auto blu, le vetrine televisive e le scorte sono diventati dei perfetti yes men.
Altro che turarsi il naso e votare, come consigliava Montanelli ai tempi della Dc! Hanno votato per anni a naso aperto tutte le leggi ad personam. Arrivavano all'informazione dei flebili sussurri: "Pare che a Fini la legge salva Previti non piaccia. Quelli dell'Udc sono infuriati per le nomine nella Rai. Bossi è pronto a dimettersi se non passa la devolution". Poi si arrivava al voto, si accendevano le lampadine dei sì e il gregge era compatto come sempre a far passare le prepotenze e le arroganze del padrone. Ora si susseguono i dibattiti sulla crisi con le solite dosi omeopatiche.
In maggioranza i rappresentanti del governo che fu in minoranza, volenterosi oppositori che neppure a vittoria ottenuta sembrano crederci e il concerto non sembra cambiato "non mi interrompa", "mi consenta di correggerla" e così via su aspetti insignificanti pur di sorvolare il disastro che sta davanti a tutti, con cui tutti nei prossimi mesi ed anni dovranno pure misurarsi.
Come è possibile che un governo moribondo, carico di debiti e con le casse vuote continui a promettere tagli delle tasse? Come è possibile che un timoniere alla guida di una barca sfondata continui a promettere la scoperta dell'America? Deciso a quanto pare a tener duro. Una antica voglia, per non dire una antica certezza circola per il Paese. Cosa faremo? Faremo come hanno già fatto i nostri padri e nonni, volteremo gabbana, come stanno voltandola nei partiti, nei ministeri, negli uffici pubblici, nell'informazione, nello spettacolo quelli che si adontavano se qualcuno parlava di un nuovo regime, di tendenze autoritarie. Ma questa volta, a casse vuote, cambiar padrone serve a poco. Forse la celebrazione del 25 aprile può avere quest'anno un unico senso, quello del '45: rimettere in piedi il Paese. Se siamo ancora in tempo.
(18 aprile 2005)
http://www.repubblica.it/2005/d/sezioni/politica/crisigoverno1/pezzi/pezzi.html
venerdì 15 aprile 2005
Il re nudo del centrodestra
di CURZIO MALTESE
Il voto anticipato non ci sarà ed è forse l'ultimo dei molti treni persi dall'Italia di Berlusconi. Ma la crisi di governo è cominciata. Stavolta non è il solito ruggito del coniglio centrista. O forse sì ma basta a terrorizzare il berlusconismo in rotta. Oggi si vedrà se davvero Follini avrà la forza di ritirare dal governo i ministri dell'Udc, così affezionati alla poltrona. In ogni caso da ieri sono chiare un paio di cose. L'una è che ci attende un anno orribile, l'altra che la destra non ha più un padrone. E' una crisi contro Berlusconi, una rivolta contro il premier demiurgo ormai incapace di tenere insieme una maggioranza che sa di non essere più tale nel Paese e si lacera, litiga e si divide come ha fatto l'opposizione di fronte alla marea vincente del berlusconismo. Alla vigilia del voto tutti, compresa la timida fronda centrista, avevano creduto che a Berlusconi potesse riuscire l'ennesimo miracolo populista. La batosta elettorale l'ha trasformato in un re nudo.
Ora sono tutti convinti che sia lui l'unica causa della sconfitta, perfino i leghisti, in privato. La divisione è fra chi pensa che dopo Berlusconi ci sarà il diluvio per la destra italiana, quindi tanto vale rimanere legati al carro. E chi, come Follini, è convinto che il diluvio ci sarà grazie a Berlusconi. Nel caso del leader centrista la preoccupazione è più che fondata. Nell'ultimo anno elettorale, con la disperata rincorsa al collegio, il segretario Udc rischia di vedersi sparire il partito sotto gli occhi, con una metà arruolata direttamente da Berlusconi e l'altra metà da Mastella e Rutelli. Quindi, ora o mai più.
Sarebbe una crisetta, roba da rimpasto o da nuovo dicastero del Mezzogiorno, tanto per rimanere nel grottesco, se sullo sfondo non ci fosse un'Italia dall'economia malata. Follini e Fini chiedono, con modi differenti, che il premier prenda atto dell'emergenza, che stracci il celebre "contratto con gli italiani" e si presenti almeno in televisione, se non alle Camere, con un programma alternativo, concreto, realista. Una mossa magari drammatica, alla Andreotti anni Settanta o alla Amato del '92, ma che dia l'impressione agli italiani di non essere soli nella crisi, con un governo che pensa alla devolution e alla riforma della giustizia, insomma ai soliti affari di casa.
Berlusconi naturalmente non ci pensa neppure. La parola crisi, economica o politica, non rientra nel suo vocabolario. E' come sempre ottimista, fiducioso in sé stesso. Personalmente, è anche molto più ricco di prima, non solo di capelli. Con la vendita faraonica della quota Mediaset, i due miliardi di liquidi freschi in cassa, più gli utili favolosi degli ultimi quattro anni, il berlusconismo aziendale vive un miracolo economico senza precedenti. Separando gli interessi del Paese dai suoi, il conflitto non si avverte. La parola crisi suona straniera, marziana, comunista e un po' jettatoria.
Ed è proprio questo sordo rifiuto alla realtà ad aver compiuto il capolavoro di saldare le cento anime e correnti dei centristi. Ora Follini può sfidare il premier anche senza Fini perché ha dietro l'intero partito. Tanto da far sembrare al confronto assai più democristiani quelli di An, prigionieri di mille distinguo. Con l'immaginabile psicodramma dei post fascisti dal machismo politico umiliato e offeso. E la conseguente ribellione dell'ala più orgogliosa, incarnata da Storace, nei confronti del (troppo) diplomatico Fini.
In tutto questo Berlusconi non è più in grado di mediare, al massimo s'arrangia, alternando minacce a barzellette.
Prende tempo, tira a campare e prepara nei prossimi mesi altri grandi affari, sicuro alla fine di rimontare con i soldi e le televisioni. Però la crisi, esclusa in partenza, è una realtà. Le crisi di governo, diceva Andreotti, si sa dove cominciano ma non come finiscono. Questa potrebbe durare a lungo, come la famosa verifica, e finire malissimo. Non tanto per questo o quel leader ma per l'economia malata. Con i conti pubblici fuori controllo, la crescita più bassa d'Europa e l'export in calo da anni, un altro anno perso dietro agli arabeschi di potere berlusconiani rischia di essere fatale.
(15 aprile 2005)
http://www.repubblica.it/2005/d/sezioni/politica/regio2005cinque/renudo/renudo.html
giovedì 14 aprile 2005
Noi, umili parroci vorremmo una Chiesa così
Tre sacerdoti (del nord, del centro e del sud) parlano del dopo Wojtyla
Coppie gay e poligamia per don Redento bisogna semplicemente allargare i paletti entro i quali possono agire autonomamente i pastori che ogni giorno vivono a contatto con le pecorelle smarrite
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Il parroco Giacomo Ribaudo, 60 anni C'è chi invoca più potere alla base della Chiesa, chi confida nel fatto che sarà Dio a vegliare sulla nomina del nuovo pontefice, chi infine auspica che la religione si adegui maggiormente ai tempi moderni Parola d'ordine: devoluzione Il vero problema della Chiesa non è tanto la scelta del successore di Karol Wojtyla ma l'eccessivo accentramento di potere nella Curia romana. Questo il giudizio che arriva da Brescia, la città di Papa Paolo VI. "I problemi di Bergamo non sono quelli di Napoli, eppure a Roma sono trattati esattamente allo stesso modo sulla base della semplice osservanza delle leggi vaticane". Redento Tignonsini, parroco bresciano, non ha certo l'arguzia politica di Roberto Calderoli o la linguaccia lunga di Mario Borghezio. Dopotutto, se anche avesse voluto, nella sua vita non avrebbe avuto il tempo di pensare a certe cose. Sempre alle prese con i tossicodipendenti e, negli anni Settanta, un'esperienza da missionario in Africa. Fino a quando, a 70 anni, ha chiesto al vescovo di Brescia la parrocchia più piccola che c'era ed è stato accontentato: Sacca di Esine, in provincia, poco più di mille abitanti. Nessun fazzoletto verde al collo, dunque, o magari nascosto in una tasca. Eppure, la sintesi del suo discorso è racchiusa in una parola che lui non pronuncia mai: devoluzione. "Roma è la Chiesa legale, ma c'è un'altra Chiesa, quella pastorale dei preti e vescovi. Il risultato è che le questioni che riguardano le anime vanno a finire nelle mani di persone asettiche che non sono impastate con la realtà umana". E qui il discorso rischia di toccare questioni spinose: le coppie di fatto, i profilattici, i matrimoni tra gay. Don Redento schiva le trappole ma non si sottrae: "Che senso ha costringere alla convivenza coppie che non esistono più per offrire loro anni e anni di sofferenza?". E ancora: "In Africa non si può andare con il diritto canonico della tribù dei romani, là ci sono altre tribù. La poligamia non è solo una questione di sesso ma di vita, di famiglia". Per uscire da questo imbuto, per don Redento bisogna semplicemente allargare i paletti entro i quali possono agire autonomamente i pastori che ogni giorno vivono a contatto con le pecorelle smarrite. Ma stando ben attenti a non tradire la dottrina cristiana: "Perché io sono nemico del relativismo. Capire non vuol dire consentire, bensì avere la capacità di accompagnare l'uomo di oggi". Il discorso cade inevitabilmente sul nome. Nella rosa dei papabili successori di Karol Wojtyla c'è una figura che crede nella necessità di sburocratizzare la Chiesa, decentrare, per dare spazio ai movimenti ecclesiali: il cardinale tedesco Joseph Ratzinger. Don Redento non ha dubbi: "Comunque vada in Vaticano ci sarà sempre lo Sprito Santo. Tutti gli ultimi papi sono stati degni del tempo che hanno attraversato".
Carmelo Abbate
(Panorama.it del 14/04/2005)
http://www.gaynews.it/view.php?ID=31761
Nuovo Papa: speriamo sia Ratzinger
Meglio il nostro fiero avversario che uno scolorito comprimario, che nei fatti sarebbe comunque in linea con l'attuale custode dell'ortodossia
di Aurelio Mancuso
Sono giorni intensi negli ampi saloni e androni dei palazzi sacri. Il Conclave è alle porte ed è tutto un trionfo di sottane nere fasciate di rosso o di violetto, che morbidamente vanno su è giù per i vari piani per organizzare, convincere, far conoscere posizioni, dossier dei candidati, volontà curiali contrapposte ad aspirazioni conciliari.
I cardinali questa volta hanno avuto la possibilità di conoscere bene le idee in campo, farsi un'opinione sugli schieramenti, prendere dimestichezza con le finezze linguistiche ovattate, soprattutto utilizzate dallo schieramento di Curia, per esprimere concetti in verità assai chiari: il nuovo papa dovrà percorrere le orme di quello precedente.
Al di là delle cortine fumogene dei vari Porta a Porta e degli incensanti reportage giornalistici delle tv nazionali, dentro la Congregazione generale, che ogni giorno riunisce tutti i cardinali (elettori e non), ne stanno venendo fuori delle belle. Qualche giornalista (per lo più della carta stampata) ammette che il dibattito è vivace, che tutto è messo in discussione e, quindi, molte certezze sui papabili, in verità sono invece più che altro auspici, ancora tutti da concretizzare.
Intanto perché proprio lo schieramento conservatore (Ratzinger, Ruini, Sodano) ha già troppi voti in saccoccia, e chi conosce bene la storia dei Conclavi, sa, che questo potrebbe rappresentare più uno svantaggio paralizzante, che uno strumento decisivo per influenzare l'elezione del papa.
I cosiddetti progressisti, appaiono però deboli (e troppi sono fuori dal voto perché ultraottantenni), anche se non hanno rinunciato a sollevare il tema del cambiamento e di una decisa discontinuità rispetto al papato appena concluso.
Stiamo però tutti attenti a non cadere nella trappola delle rappresentazioni di questi giorni: non si tratta di uno scontro epocale, né le parti contendenti sono solo due, né ci può attendere segni di vero e proprio dissenso. I cardinali li avete visti tutti schierati al funerale: la gran parte sono molto anziani, appesantiti in preziose vesti, che è il chiaro segno di una condivisa appartenenza ad una struttura gerarchica, da tanti cattolici (eh sì anche da tantissimi teologici e uomini di Chiesa)è ritenuta anacronistica, impermeabile ai mutamenti dei tempi, ancora aggrappata ai riti e a visioni cesaro papiste. Difficile, che da questa assemblea esca intenzionalmente qualcosa di veramente innovativo e chiaro.
In questo clima paludato ed incerto viene voglia di tifare per il cardinale Ratzinger. Già, proprio per quel Ratzinger custode dell'ortodossia, di una teologia assolutamente respingente rispetto alla modernità, ai mutamenti sociali, alle libertà individuali.
Di Ratzinger, infatti, è apprezzabile il fatto che i suoi documenti ed omelie sono estremamente chiari: da molti anni si è abbandonato il bizantinismo verbale e si sono affermate con semplicità le posizioni della Curia, di quella parte della Chiesa che non vuole essere timida e neutra rispetto al mondo politico. Piuttosto che ritrovarci con una paffuta e simpatica faccia, che nella sostanza non si discosterà dall'attuale fase storica della Chiesa, meglio il nostro diamantino avversario cardinale tedesco, fiero delle sue posizioni e fermo nel suo dire. La Chiesa ne patirà? Vedremo. Non è detto che sia giunto il momento di una vera svolta, anche perché bisognerebbe avere a disposizione (a meno delle sorprese sopra citate) una personalità così forte da poter mutare nel profondo il governo della cattolicità.
Allo stato attuale, fare previsioni è impossibile, ma nel dubbio meglio non cambiare: teniamoci stretto Ratzinger, con i suoi anatemi, le sue condanne inappellabili. Per chi di noi non è credente cambierà poco, (forse aumenterà la conflittualità tra movimento e gerarchie, ma tanto non è che sia stato flebile in questi anni…), per chi è cattolico aumenterà la consapevolezza, che forse lo Spirito Santo non ha ancora deciso di svelare il suo progetto, per aiutare questa Chiesa ad uscire dalle tenebre della paura e dell'ossificazione.
http://www.gaynews.it/view.php?ID=31767
mercoledì 13 aprile 2005
Appello dei laici italiani: la stazione Termini è di tutti
Mandate la vostra adesione a info@italialaica.it
La decisione di intitolare a Giovanni Paolo II la stazione centrale "Termini" della capitale della repubblica italiana non è che il culmine, davvero eccessivo, di un crescendo di delirio idolatrico da cui l'intera società italiana è investita in questi giorni. Sull'onda di un servilismo e di un'eccitazione mediatica e politica senza precedenti, si smarrisce ogni memoria del carattere laico delle istituzioni, del profondo pluralismo culturale, politico e religioso della società in cui viviamo, del carattere estremamente controverso, perfino per gli stessi cattolici, dell'eredità del defunto Papa. Si è perso in questi giorni, soprattutto, ogni rispetto per i milioni di cittadini che dissentono dalle opinioni e dalle convinzioni di questo Pontefice.
Riteniamo che, quanto meno, decisioni destinate a segnare a tempo indeterminato il volto di Roma dovrebbero essere assunte solo una volta esaurita l'attuale ondata emotiva.
Le organizzazioni che, tra gli altri, firmano questo appello e che fanno attualmente parte della "Consulta laica" del Comune di Roma, annunciano che, se la decisione di intitolare la stazione Termini a Giovanni Paolo II sarà confermata, si ritireranno da tale organismo.
http://www.italialaica.it/cgi-bin/news/view.pl?id=004475
lunedì 11 aprile 2005
Giovanni Paolo II è morto. Bilancio di un pontificato controverso
di François Houtart*
02 Apr 2005
Città del Vaticano - (Reuters) - "Papa Giovanni Paolo II è morto oggi, sabato 2 Aprile 2005, a Roma alle 21.37".
La vista di un uomo anziano, stanco, malato, che continua nonostante tutto a farsi carico di un compito immane, desta un senso di rispetto, simpatia o pietà. L'attaccamento di immense folle popolari, in tanti paesi del mondo, continua a essere impressionante. Una personalità che unisce a un vasto sapere la conoscenza di numerose lingue, un comportamento sportivo, un reale coraggio fisico, una profonda spiritualità, la fedeltà nell'amicizia e una grande forza di persuasione suscita ammirazione. Ma un bilancio deve comportare altre prospettive, e un diverso tipo di analisi.
Ripercorrere alcune delle linee di fondo del pontificato di Giovanni Paolo II non è impresa di poco conto, dati i numerosi anni da lui trascorsi al governo della Chiesa cattolica (poco meno di un quarto di secolo), i quasi cento viaggi internazionali, una dozzina di encicliche, innumerevoli discorsi, gli incontri con tante personalità e centinaia di beatificazioni e canonizzazioni. E tutto questo, in un periodo storico che ha visto il consenso di Washington orientare l'economia mondiale verso il neoliberismo, con le conseguenti catastrofi sociali.
Il periodo del crollo del muro di Berlino, dell'avvento del pensiero unico e del fiorire dei movimenti di protesta su scala mondiale, per non parlare dell'attacco terroristico contro gli Stati uniti, o delle guerre che rafforzano il dominio del sistema mondiale oggi in atto. La missione che Giovanni Paolo II si è assegnato alla testa della Chiesa cattolica era duplice: restaurare una Chiesa scossa dal concilio Vaticano II, e rafforzarne la presenza nella società, onde consentirle di attuare il suo compito di evangelizzazione.
Il cardinale Karol Wojtyla aveva partecipato attivamente al concilio Vaticano II. Aveva sostenuto la modernizzazione dell'immagine della Chiesa cattolica, appoggiando molte delle riforme adottate dall'Assemblea del vescovi. E tuttavia osservava con preoccupazione, dalla natia Polonia, le conseguenze del concilio su una Chiesa che si stava riformando in profondità, non senza traumi e conflitti interni. Vicino all'Opus Dei, che lo aveva accolto in occasione di alcuni suoi viaggi all'estero, guardava con riprovazione non soltanto a taluni sviluppi eccessivi in campo liturgico (introduzione di testi o di musiche profane), ma anche a numerose applicazioni concrete delle decisioni conciliari.
Lo rafforzava nei suoi convincimenti la sua appartenenza al cattolicesimo polacco, culturalmente egemonico in quella società: solido, ma spesso semplicistico nei contenuti, vigoroso nella sua spiritualità caratterizzata dal culto per la Vergine Maria, rigido nella sua morale, cemento della nazione e anima della resistenza al comunismo. Tutto questo doveva condurre l'eletto del Conclave a intraprendere una restaurazione dottrinale, morale e istituzionale della Chiesa cattolica. Sul piano dottrinale, non c'è quasi un tema che non sia stato affrontato, se non da lui personalmente, dagli organi della Santa Sede. La fede, il magistero, l'autorità dottrinale della gerarchia ecclesiastica, la collegialità tra i vescovi per il funzionamento della Chiesa universale, la liturgia, il sacerdozio, il ruolo delle donne nella Chiesa, l'ecumenismo o i rapporti tra le Chiese cristiane, le religioni non cristiane, la dottrina sociale ...
Accanto a precisazioni interessanti figurano ammonimenti, richiami dottrinali o anche esplicite condanne che rappresentano altrettanti colpi di freno, con misure disciplinari sempre più restrittive, in luogo dell'accompagnamento pastorale di un difficile processo di riforme che doveva consentire alla Chiesa, in un mondo sempre più complesso, di trasmettere meglio il messaggio evangelico. Sono stati sospesi, ad esempio, gli adattamenti liturgici iniziati da alcune Chiese locali asiatiche, in particolare in India, volti a dare alla fede un'espressione più adeguata a quel contesto culturale.
Il documento Dominus Jesus, attinente alla funzione salvifica universale di Gesù, ha posto termine al tentativo di ripensare i rapporti con le grandi religioni d'Oriente: il testo in questione è stato interpretato da alcuni responsabili religiosi e politici asiatici come una giustificazione del proselitismo nelle società che stanno faticosamente recuperando la propria identità culturale, segnatamente attraverso la religione.
Diversi teologi hanno subìto condanne, quali il divieto di insegnare o di pubblicare; al cingalese Tissa Balasuriya è stata inflitta la scomunica per aver pubblicato un libro considerato troppo ambiguo sulla verginità di Maria e sul concetto di peccato originale. L'ascesa dell'Opus Dei Certo, nel campo dei rapporti con le varie confessioni cristiane e con le altre religioni vi sono state alcune manifestazioni suggestive, come gli incontri di Assisi nel 1986 e nel 2002, il digiuno dell'ultimo giorno del Ramadan nel 2001, e così via. Ma l'intransigenza dottrinale e gli ostacoli creati verso forme di collaborazione più istituzionali, in particolare con il Consiglio ecumenico delle Chiese, hanno opposto un limite invalicabile a taluni progressi.
Se il papa ha chiesto perdono per le colpe di molti membri della Chiesa cattolica - ai tempi delle crociate e dell'Inquisizione, o ancora per comportamenti razzisti e antisemiti - non ha mai sollevato la questione delle responsabilità dell'istituzione in quanto tale. Quanto alla collegialità episcopale - uno dei punti forti del concilio Vaticano II - Giovanni Paolo II l'ha chiaramente subordinata all'autorità romana. I sinodi generali o continentali si sono spesso trasformati in organi di registrazione della linea pontificia, se non in semplici occasioni di sfogo senza grandi conseguenze. Per la pubblicazione dei loro documenti si richiedeva l'approvazione preventiva del papa; e a volte sono state persino imposte alcune modifiche.
La Teologia della liberazione è stata oggetto di una repressione specifica.
Nata in America latina, ha trovato espressione anche in Africa, soprattutto tra i teologi protestanti, così come in Asia, in India, nelle Filippine e nella Corea del Sud. È una riflessione su Dio - come tutte le teologie - che assume come punto di partenza la condizione dei poveri e degli oppressi, rendendo esplicito il suo carattere contestuale - cosa che altre correnti rifiutano generalmente di fare, velando così la relatività del discorso. Per stabilire con chiarezza il suo punto di partenza nella complessità delle situazioni sociali contemporanee, la Teologia della liberazione, che attinge la sua ispirazione al Vangelo, esige la mediazione di un'analisi sociale.
Ma questo pensiero travalica largamente il campo dell'etica sociale e ritrova, attraverso lo sguardo degli sfruttati, il senso della persona di Gesù, reinserito nel contesto storico della Palestina del suo tempo. Si sviluppano così una spiritualità e una gamma di espressioni liturgiche in cui ci si rende conto della vita dei poveri, e si guarda con severità a una Chiesa troppo spesso compromessa con i poteri oppressivi. Questa teologia parla di liberazione, al presente, come espressione dell'amore di Dio per il suo popolo. E dunque appariva pericolosa per l'ordine, sia sociale che ecclesiastico.
La reazione di Roma è stata durissima.
Era facile accusare questa corrente teologica di marxismo, dato che è fondata sull'esistenza delle strutture di classe. Una prospettiva del genere, come ha detto il cardinale Joseph Ratzinger, responsabile della Congregazione per la dottrina della fede, doveva condurre direttamente all'ateismo. Numerosi teologi hanno quindi subito il divieto di insegnamento e di pubblicazione. I Centri didattici hanno ricevuto l'ordine di proibire qualsiasi insegnamento in cui si parlasse di questa dottrina. La teologia della liberazione ha dovuto cercare rifugio presso qualche centro di studio o di formazione ecumenico, o nelle università laiche. Nel 1996, lo stesso Giovanni Paolo II, in occasione del suo viaggio in Nicaragua, dichiarò che una volta morto il marxismo, la teologia della liberazione non aveva più motivo di esistere.
Quanto alle questioni morali, è nota l'insistenza del papa sul rispetto per la vita fin dal suo concepimento, così come la sua radicale opposizione all'aborto, alla contraccezione, al divorzio, all'eutanasia, ma anche alla pena di morte.
Certo, il positivismo scientifico, gli effetti genocidi delle scelte dei poteri economici o il relativismo di un certo pensiero post-moderno rappresentano una minaccia per la vita. Ma l'attaccamento del pontefice a una filosofia della natura superata dalle conoscenze contemporanee, la sua riluttanza a prendere in considerazione le condizioni sociali e psicologiche concrete degli esseri umani, così come le drammatiche conseguenze - come nel caso dell'Aids in Africa - di talune posizioni dogmatiche, hanno finito per far perdere alla Chiesa cattolica buona parte della sua credibilità.
La dottrina sociale rimane un campo privilegiato dell'attenzione di Giovanni Paolo II. I documenti su questo tema sono innumerevoli. In nome del Vangelo, il papa ha condannato con estrema durezza gli abusi e gli eccessi del capitalismo, e ha persino denunciato - a Cuba - il neoliberismo e i suoi effetti perversi. Ma se nell'enciclica Centesimus Annus ha condannato il socialismo nella sua essenza, in quanto veicolo di ateismo, quando ha stigmatizzato il capitalismo selvaggio lo ha fatto denunciando le sue pratiche, non la sua logica. E laddove si fa riferimento, in questo stesso documento, a un'«economia sociale di mercato», non si menzionano le pratiche «selvagge» attuate nei paesi del Sud e nell'Est europeo da quegli stessi agenti economici che si richiamano a questo modello.
Allo stesso modo, i frequenti e insistenti appelli alla «globalizzazione della solidarietà» non sfociano mai in una denuncia delle cause profonde della povertà e delle disuguaglianze. Peraltro, uno degli strumenti dell'elaborazione e della diffusione della sua dottrina sociale è la Commissione Giustizia e pace, istituita dal concilio Vaticano II: ma la presenza di Michel Camdessus, ex direttore del Fondo Monetario Internazionale (Fmi), nominato nel 2000 suo consigliere, basta da sola a far dubitare del ruolo di questa Commissione come portavoce dei poveri e degli oppressi...
Per l'attuazione del suo fondamentale progetto di restaurazione dottrinale e morale, Giovanni Paolo II aveva bisogno di un'istituzione in grado di portarlo avanti.
La sua politica di nomine episcopali si è quindi orientata in questo senso. In numerose diocesi, i nuovi vescovi, su ispirazione della Santa Sede, hanno iniziato a esercitare un controllo sui centri di formazione, smantellando l'opera pastorale dei loro predecessori e introducendo congregazioni religiose o organizzazioni cattoliche conservatrici. In America latina, il Consiglio episcopale latinoamericano (Celam), che aveva svolto un ruolo di punta nel rinnovamento, organizzando, nel 1968, la Conferenza di Medellín per l'applicazione del concilio Vaticano II nel subcontinente, fu trasformato a poco a poco in un organismo di restaurazione. Le conferenze episcopali furono riorientate attraverso nuove nomine.
In tutto il mondo, centinaia di diocesi attraversarono penosi processi di transizione pastorale, non senza drammi personali per coloro che avevano creduto in una Chiesa profetica e in un'istituzione più umana. Solo alcune diocesi di più antica cristianità furono in grado di preservare la propria autonomia, frenando il dilagare delle nomine di segno conservatore. Nel 1982, quattro anni dopo l'elezione di Giovanni Paolo II, l'Opus Dei acquisì uno status di prelatura personale, al di sopra della giurisdizione dei vescovi. Il suo fondatore fu canonizzato nel 2002, a soli 27 anni dalla sua morte; molti dei suoi membri vennero nominati vescovi, spesso in diocesi importanti, e alcuni furono fatti cardinali.
Ma la sua influenza si fece sentire soprattutto nell'amministrazione centrale della Chiesa cattolica (la curia), dove i suoi membri occupano cariche importanti in numerosi settori e beneficiano di «promozioni» interne. L'«Opera di Dio» potrebbe giocare un ruolo di rilievo anche nella designazione del successore dell'attuale papa. Giovanni Paolo II ha inoltre rafforzato la Curia romana, un apparato il cui mantenimento richiede mezzi considerevoli, che i contributi del fedeli non bastano ad assicurare.
Ma la Santa Sede dispone di un ingente patrimonio, in particolare grazie ai Patti lateranensi (1929), mediante i quali l'Italia fascista risarcì il Vaticano della perdita dell'antico stato pontificio. Questo capitale fondiario e finanziario produce elevati redditi. Ma sotto l'attuale pontificato, le istituzioni bancarie del pontificato hanno dato luogo a clamorosi scandali, tra cui quello del Banco Ambrosiano. Scandali che sono costati centinaia di milioni di dollari alla Chiesa cattolica.
Ma il pubblico è stato scarsamente informato di queste vicende, che si pongono in plateale contrasto con lo spirito del Vangelo. Tutti i poteri - giudiziari, politici, economici e mediatici - hanno congiurato per tacitarle, nel timore di mettere a repentaglio un'istanza morale che ai loro occhi costituisce una garanzia dell'ordine sociale. Giovanni Paolo II, vescovo di Roma, avrebbe dovuto ritirarsi a 75 anni, come sono invitati a fare tutti i vescovi a partire dal concilio Vaticano II.
Il suo rifiuto ha rafforzato il potere di un'amministrazione sempre più conservatrice.
Nuovo «prigioniero del Vaticano», il papa è divenuto così vittima di una curia i cui maggiori esponenti, da lui stesso nominati, hanno portato la restaurazione a un punto tale da provocare reazioni crescenti persino negli ambienti moderati della Chiesa. La «nuova evangelizzazione» promossa da Giovanni Paolo II è caratterizzata da due principali orientamenti: da un lato quello dell'Opus Dei, volto a evangelizzare attraverso il potere, facendo della spiritualità un segno di eccellenza sociale; dall'altro, quello dei vari movimenti carismatici, esigenti in materia di comportamenti personali, con una tendenza a valorizzare aspetti di tipo affettivo, ma generalmente poco inclini a integrare una dimensione sociale.
D'altro canto, le comunità ecclesiali di base nate in America latina, caratterizzate dall'autogestione, in cui a prendere la parola erano i poveri, sono state emarginate e talvolta distrutte: ai sacerdoti che vi esercitavano la funzione di consulenti si imponeva il trasferimento, o si vietava addirittura l'accesso ai locali parrocchiali. E intanto si creavano sotto l'egida clericale altri gruppi con lo stesso nome. Quanto al ruolo dei laici nella Chiesa, benché valorizzato nei testi, è stato il larga misura relegato a un livello subalterno, a meno che si trattasse di organizzazioni incondizionate quali l'Opus Dei.
D'altra parte - e questo è un esempio che colpisce - la Gioventù Operaia Internazionale (Gcoi), nonostante il sostegno di varie conferenze episcopali, è stata emarginata, con l'abrogazione del suo status di organizzazione internazionale cattolica, mentre una Federazione concorrente è stata creata di sana pianta. Queste tendenze si collocano in un contesto tipico di dissociazione culturale, che si manifesta nelle correnti filosofiche così come in parte delle scienze umane, nella produzione artistica e nella ricerca religiosa, ove l'accento è posto sull'individuo. Paradossalmente, la nostra epoca è contrassegnata a un tempo dal predominio del mercato e da un irrigidimento autoritario ai vertici delle istituzioni.
Sradicare il comunismo ateo
I numerosi viaggi di Giovanni Paolo II da un capo all'altro del mondo hanno indubbiamente rivelato la sua eccezionale energia, e sono stati molto apprezzati in numerosi ambienti popolari, soprattutto nel Sud, oltre che - logicamente - in Polonia, e in generale da parte dei nuclei cattolici più ferventi. Ma più che di una vera presa di contatto con le realtà dei luoghi visitati, si è trattato innanzitutto di diffondere il pensiero di Roma. L'evento ha prevalso sul messaggio. Se le visite pontificie hanno suscitato emozione, il più delle volte sono servite a rafforzare l'ala conservatrice del cattolicesimo.
La restaurazione della Chiesa cattolica dopo il concilio Vaticano II si è dunque tradotta, per Giovanni Paolo II, in una ridefinita solidità dottrinale, in un codice morale tutto d'un pezzo e in un'autorità fuori discussione, al servizio di un progetto modernizzato nella forma, ma fondamentalmente conservatore. Un orientamento del genere era necessario, secondo il papa, per affrontare le forze ostili della società. Perciò Giovanni Paolo II ha adottato come riferimento la figura di Pio XII, e ha aperto il suo processo di beatificazione accanto a quello di Giovanni XXIII, che la vox populi aveva già da tempo elevato agli altari. Nella Gaudium et Spes, il concilio Vaticano II descrive il ruolo della Chiesa non già come esercizio di un potere, ma come ispirazione morale.
La volontà di condividere le gioie e le speranze dell'umanità, che sembrava nascere da un ottimismo al limite del realismo, era il frutto di un'ispirazione programmatica. Il nuovo papa non ha tardato a tradurre questo spirito in una duplice battaglia contro le forze ostili al messaggio cristiano: il comunismo ateo e il secolarismo occidentale. La lotta tradizionale contro il comunismo era stata rafforzata dalla proclamazione dell'ateismo quale «religione di stato» nei paesi dell'Est europeo, ma anche, più concretamente, dalla repressione delle libertà e dalle persecuzioni religiose.
Giovanni Paolo II, guidato dall'esperienza della Polonia, riteneva che per sradicare il comunismo occorresse mobilitare i cattolici, sia all'interno della Chiesa - e da qui la condanna alla teologia della liberazione - sia all'esterno, attraverso un'azione diretta. Laddove il comunismo era al governo, il papa incoraggiava la creazione di un contro-potere. Con le sue visite in Polonia ha promosso una mobilitazione religiosa, e assicurato - anche sul piano finanziario, tramite il Banco Ambrosiano - l'appoggio a Solidarnosc. Nei paesi in cui era sul punto di prendere il potere, i cattolici dovevano essere arruolati in un fronte d'opposizione. Fu così che in Nicaragua si arrivò nel 1983 allo scontro con il Fronte sandinista. Nell'omelia tenuta a Managua, il papa condannò la Chiesa popolare e il «falso ecumenismo» dei cristiani impegnati nel processo rivoluzionario.
E fece appello all'unità, sotto l'egida di un episcopato particolare reazionario (l'arcivescovo di Managua, Mons. Miguel Obando y Bravo, sarà nominato cardinale dopo la visita pontificia). Tutto questo portò a una forte repressione ecclesiastica, e sconcertò profondamente i cristiani dei ceti popolari, venuti a celebrare a un tempo la loro rivoluzione e la visita del loro papa. Il viaggio a Cuba segue la stessa linea. Nell'idea di Giovanni Paolo II, quest'isola era l'ultimo bastione del comunismo in Occidente, ormai a fine corsa. L'aggressività - in parte anche a causa del suo stato di salute - non era più all'ordine del giorno.
E dato che a suo modo di vedere, la rivoluzione cubana rappresentava una parentesi nella storia, non la menzionò in quanto tale, ma si limitò a sottolinearne gli effetti, tutti in negativo.
E al suo ritorno a Roma, dichiarò che la sua visita avrebbe avuto lo stesso effetto del viaggio compiuto dieci anni prima in Polonia. Per la lotta anticomunista c'era bisogno non solo di una Chiesa forte e disciplinata, ma anche di alleanze con altre forze, in campo economico e politico. Da qui i numerosi compromessi con il potere americano, per cui molte delle sue organizzazioni cattoliche, in Europa e a Roma, hanno canalizzati fondi, sia ufficiali che segreti, in favore di Solidarnosc.
E da qui anche la tolleranza nei confronti di regimi dittatoriali di destra, come quelli del Cile, dell'Argentina o delle Filippine.
Gli artefici di queste discutibili relazioni sono stati promossi da Giovanni Paolo II ai vertici di importanti organi della Santa Sede, prima tra tutte le Segreteria di Stato. Da qui infine l'intervento in favore del generale Augusto Pinochet. E sul piano simbolico, la beatificazione, proclamata nel 1998, del cardinale Stepinac, che era stato molto vicino al regime fascista della Croazia durante la seconda guerra mondiale. Il secolarismo occidentale, caratterizzato dal relativismo, dal consumismo e dall'edonismo, è stato il secondo avversario di Giovanni Paolo II. Il quale ha ricordato con forza i valori dell'amore per il prossimo, della solidarietà, della moderazione nell'uso dei beni materiali.
Ma ancora una volta, lo ha fatto in una quadro dottrinale e morale talmente rigido che il messaggio è rimasto purtroppo in larga misura incompreso, e in definitiva poco efficace. Purtroppo, perché l'umanità contemporanea aspira alla spiritualità, è alla ricerca di un senso; e le lotte sociali sono il segnale di un profondo desiderio di giustizia, a fronte di una globalizzazione economica e culturale distruttiva. Richiamo astratto ai valori sociali Un'altra preoccupazione di Giovanni Paolo II è stata quella di perseguire la pace.
Si è opposto alla guerra del Golfo, ha messo in guardia contro quella del Kosovo, ha dichiarato le sue riserve sull'attacco all'Afghanistan, ha rivendicato il diritto dei palestinesi a uno stato. Un suo leitmotiv costante è la pace tra i popoli, fondata sulla giustizia nei loro rapporti. Si è dimostrato attento alle sofferenze delle vittime, condannando ad esempio l'embargo contro l'Iraq e contro Cuba, che sottopone la popolazione a restrizioni devastanti. Tutte posizioni ispirate alla fedeltà al Vangelo.
Purtroppo, questi richiami ai valori sono rimasti il più delle volte astratti, dato che il papa non ha mai esplicitato le cause reali delle guerre e le loro connessioni con l'imperialismo economico. Peraltro, l'alleanza di fatto tra la Santa Sede e i poteri economici e politici dell'Occidente continua ad esistere, sulla base di una logica istituzionale (la riproduzione sociale dell'istituzione ecclesiastica), e ha fatto perdere al discorso contro le guerre gran parte della sua credibilità.
In questo campo, lo strumento privilegiato della Santa Sede è il servizio diplomatico.
Contrariamente a quanto spesso si crede, questo servizio non è un organo del Vaticano in quanto stato, bensì della Santa Sede, cioè della Chiesa; e ha avuto un considerevole sviluppo grazie a Giovanni Paolo II. Non solo è l'elemento più costoso, ma anche quello socialmente più compromettente, e simbolicamente più contraddittorio rispetto all'ispirazione evangelica, in quanto segno di potere (privilegio di uno stato) ed espressione di ricchezza (l'insediamento di nunziature a fianco delle ambasciate).
Nessuno può dubitare che Giovanni Paolo II, il prelato sportivo, l'ex operaio dello stabilimento Solvay di Cracovia, dilettante di teatro e moralista dell'Università cattolica di Lublino, il sacerdote dalla personalità mistica, il pastore dei Carpazi sia destinato a rimanere nella storia come un gigante dell'era contemporanea: il papa di un quarto di secolo che ha trasformato profondamente l'umanità, il papa della globalizzazione.
Ma per aver voluto ricostruire una Chiesa più solida in un mondo più umano, questo papa ha finito per distruggere un gran numero di forze vive emergenti, che portavano l'impronta di una visione evangelica e profetica. La luce spirituale e morale di cui voleva essere portatore si è trasformata in istanza politica. Il governo centrale della Chiesa, che avrebbe dovuto essere al servizio del «popolo di Dio», è divenuto un apparato reazionario, alleato di fatto dei poteri oppressori. Il suo appello alla giustizia e alla pace non ha assunto una dimensione profetica commisurata all'immenso sfruttamento, oggi più che mai globalizzato, ma si è tramutato in una critica dai toni ragionevoli. Ha fatto leva non già sulla forza del simbolo, ma su quella dell'autorità.
Certo, Giovanni Paolo II ha restaurato la Chiesa, ma quale Chiesa? Certo, ha rafforzato il suo posto nella società, ma quale posto?
La cristianità - aveva detto Harvey Cox, teologo battista, docente a Harvard - ha bisogno di un papa, ma non come potere, bensì in quanto espressione simbolica dell'unità. L'umanità ha bisogno di un richiamo alla speranza, sulla base di analisi della realtà e di progetti per il futuro. Non si può dire che il bilancio del pontificato abbia risposto a questa duplice attesa.
Dovrebbe essere questa la sfida del successore di Giovanni Paolo II, che potrà fondarsi a tal fine su una grandissima speranza e sulle forze vive, che fortunatamente sono tuttora presenti sull'intero pianeta.
(*Direttore del Centro tricontinentale e della rivista Alternatives Sud, Belgio)
Fonte: "Le Monde Diplomatique"
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In basso il tam tam: spigolature dal mondo dei cartoon e dell'economia. Parliamo anche dell'avanzata in America delle nozze gay e della ..pesca di casa nostra!
Agenda fitta di appuntamenti
Il 17 Maggio prossimo si festeggerà la giornata mondiale contro l'omofobia
Già più di 30 nazioni hanno aderito all'appello
La comunità LGBT internazionale si sta mobilitando per promuovere, su iniziativa di Louis-Georges Tin curatore del Dictionnaire de l'homophobie (Presses Universitaires de France, 2003), una Giornata mondiale contro l'omofobia da celebrarsi il 17 maggio di ogni anno.
Arcigay ha aderito all'appello e si è fatta promotrice per l'Italia attraverso una Commissione appositamente istituita all'ultimo Consiglio Nazionale per la celebrazione di una Giornata Mondiale Contro l'Omofobia da celebrarsi ogni anno il 17 maggio, giorno in cui, nel 1990 l'Assemblea generale dell'Organizzazione Mondiale della Sanità cancellava l'omosessualità dalla lista delle malattie mentali.
Già più di 30 nazioni hanno aderito all'appello; in Belgio è stata presentata una proposta di legge per l'istituzione della Giornata, dal Parlamento Europeo hanno dato ufficialmente l'adesione il Gruppo dei Socialisti, il Gruppo ALDE (Liberal Democratici), il Gruppo Verdi/ALE, l'Intergruppo gay e lesbico, e altri gruppi sono in procinto di dare la loro adesione.
Dobbiamo fare tutto ciò che possiamo perché l'Italia aderisca all'iniziativa, e sensibilizzare l'opinione pubblica a un problema che è la causa di tutte le discriminazioni basate sull'orientamento sessuale e sull'identità di genere.
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Ecco l'Ordine del Giorno che sarà presentato in numerosi comuni Italiani su iniziativa di Arcigay.
Il Consiglio ...........
considerato che
* in diverse nazioni del mondo gli atti omosessuali sono condannati dalla legge come atti criminali, con pene che arrivano anche alla morte, oppure sono oggetto di persecuzione;
* una cultura diffusa ancora oggi anche in Italia spinge a considerare le persone omosessuali e transessuali come perverse o malate, rendendole spesso oggetto di scherno e discriminazione;
* a causa di questa cultura omofobica, molte persone con orientamento sessuale diverso dalla maggioranza tendono a nascondersi e spesso rinunciano, per paura di essere scoperti, al diritto di denunciare maltrattamenti, percosse, furti o ricatti;
* sempre a causa di questo clima molti giovani omosessuali non riescono ad accettare la propria diversità, si considerano "sbagliati", in alcuni casi sviluppano problemi psicologici seri fino ad arrivare al suicidio;
* il 17 maggio 1990 l'Assemblea generale dell'Organizzazione Mondiale della Sanità (OMS) eliminava l'omosessualità dalla lista delle malattie mentali intendendo così mettere fine a più di un secolo di omofobia medica;
ADERISCE
all'iniziativa internazionale per l'istituzione di una Giornata internazionale contro l'omofobia (International Day Against Homophobia) da celebrarsi il 17 maggio di ogni anno nella ricorrenza della cancellazione, il 17 maggio 1990, dell'omosessualità dalla lista delle malattie mentali da parte dell'Organizzazione Mondiale della Sanità;
PROMUOVE
anche in coordinamento con le associazioni e gli organismi operanti nel settore, iniziative volte a sensibilizzare l'opinione pubblica a una cultura delle differenze e alla condanna di una mentalità omofobica, intervenendo, in collaborazione con gli organismi istituzionali di competenza, anche e soprattutto nelle scuole che hanno il dovere di formare i giovani perché contribuiscano a costruire un mondo rispettoso dei diritti di ciascuno;
INVITA
il Parlamento italiano a promuovere un riconoscimento ufficiale della Giornata contro l'omofobia.
http://www.gaynews.it/view.php?ID=31712