lunedì 6 giugno 2005

Rassegna Stampa Gay Pride Milano: L'orgoglio dei centomila

Milano, in centomila al gay pride "sì alla legge sui pacs o non votiamo" - enrico bonerandi
(La Repubblica del 05/06/2005)

Cronaca LA MANIFESTAZIONE Dalla sfilata un messaggio ai politici. Polemica per la presenza dei figli di coppie lesbiche nel corteo Milano, in centomila al Gay Pride "Sì alla legge sui Pacs o non votiamo" Fischi sotto a Palazzo Marino E il ministro leghista Calderoli accusa "Mai visto utilizzare bimbi innocenti per sostenere le proprie perversioni..." ENRICO BONERANDI MILANO - Detto a modo loro, tra botanica e doppi sensi, l'invito sui cartelli suona così: "Prodi, sotto l'Ulivo pota la Margherita e coltiva i finocchi!". Se le sortite di Rutelli sui referendum ai gay non sono proprio piaciute, a rischiare la fine dell'idillio con il movimento omosessuale è adesso tutto il centro-sinistra: "Se non specificano chiaro e tondo cosa vogliono fare con la legge sui Pacs, sulle coppie di fatto, alle prossime elezioni i partiti se li sognano i nostri voti", minaccia Aurelio Mancuso, presidente dell'Arci-gay, che resta volutamente nel vago ma si riferisce soprattutto all'Unione. Mentre in testa al Pride nazionale, ieri a Milano, gli esponenti della sinistra, da Pecoraro Scanio dei Verdi a Luigi Manconi dei Ds, parano il colpo e promettono concordi: "Sui Pacs non ci saranno problemi". Quest'anno il Gay Pride, pur non rinunciando al colore e al baraccone, è stato politicamente più netto del solito. Migliaia di bandiere con la scritta "Pacs" e un'iniziativa creata apposta per aizzare le polemiche: il trenino delle "Famiglie arcobaleno" con a bordo - tra aranciate, panini e merendine - madri lesbiche e una ventina di bimbi, in maggioranza figli della provetta, le cui mamme si sono rivolte a cliniche straniere, visto che in Italia è proibito. Annie e Micky, due di queste mamme, ripetono ai cronisti che le loro due figlie, di 4 e 7 anni, concepite col seme di un amico, sanno tutto e non hanno problemi neppure con gli amici della scuola, dove non si fa mistero sulla loro vicenda. Di certo ieri le due bambine, con addosso le magliette dell'associazione - tre cuoricini - pareva si divertissero come al Luna Park. Sergio Lo Giudice, dell'Arci-gay, dice che non c'è scandalo: "Queste situazioni stanno nella società, così si supera lo stigma sociale che le condanna all'invisibilità". Dopo l'assessore Prosperini di An, a parlare ieri di "schifezza" ci ha pensato il ministro leghista Calderoli: "Milano nella sua storia ha visto di tutto, ma utilizzare dei bambini innocenti per sostenere le proprie perversioni...". Il Gay Pride milanese, forte della grande affluenza di gente da tutta Italia - per gli organizzatori 100 mila, molto di meno per la questura - ha voluto imporre le proprie scelte, rischiando gli attacchi della destra ma anche gli imbarazzi del centro-sinistra. Sul trenino Arcobaleno Filippo Penati, presidente ds della Provincia di Milano, che in polemica con il Comune ha dato il proprio patrocinio alla manifestazione, si è rifugiato in un "no comment". Grande successo personale, comunque, il suo, superato solo da Nichi Vendola - primo gay dichiarato ad assurgere all'olimpo delle istituzioni - accolto da applausi e soffocato di abbracci. Record dei fischi, ovviamente in contumacia, come sempre per Gabriele Albertini: al suono della canzoncina di Heidi, davanti a palazzo Marino, tutti gli hanno indirizzato un sonoro "buh". Il corteo era aperto da un trans vestito da Repubblica Laica sugli zatteroni, incatenato a due guardie svizzere. Sarà per la recente piena religioso-papale sui media, o per l'approssimarsi dei referendum, ma il corteo di quest'anno ha assunto spesso contorni anticlericali, in passato più sfumati. Stavolta c'era pure Alessandro Cecchi Paone con il suo cartello "Ponzio Pilato si astenne" e una vistosa travestita agghindata da diavolessa, seguita da un paio di angioletti con alucce di piume e mutande elastiche. Non c'è però corteo più sfrangiato, mutante e imprevedibile del Gay Pride. Tutto si mischia nella marea in stile balneare che procede dietro ai carri che mandano canzonette italiane Anni Sessanta o musica House. Transitano Cgil e Cobas, poi il coro lesbico in divisa rossa, gli omosessuali cattolici ("qui sembriamo quattro gatti, ma in realtà siamo tanti"), gli Orsi ("felici di essere grossi, contenti di essere pelosi"), le lesbiche di Ferrara, le Ninfe di Genova, quelli di Salerno e di Perugia, gli universitari gay della Bicocca, i trans che chiedono più occasioni di lavoro (e c'è uno molto macho, ex-donna, che sulla maglietta protesta: "E io ti sembro Deborah?"), quelli del Cassero bolognese, i genitori di figli omosessuali, "Brescia c'è". Dopo i feticisti in pelle nera, due bandiere dello Sdi. Segue una limousine bianca che fa pubblicità a una discoteca di Moncalieri e via via il multiforme popolo del Pride che balla e lancia coriandoli celesti. In coda ci sono i raeliani con il loro motto sugli extraterrestri tolleranti e polisex, gli Atei agnostici e razionalisti, la Sinistra giovanile e ultimo, ma proprio ultimo, un camioncino con la faccia di Umberto Veronesi che incita a votare quattro sì. Una maratona sfiancante, ma i gay vanno in palestra e il fisico ce l'hanno. Dalle tre del pomeriggio alle otto, tagliando tutto il centro della città e ottenendo finalmente il passaggio - che qualcuno giudicava sacrilego - in piazza del Duomo. Tra le centinaia di coppie omosessuali allacciate in abbracci, un marito e marito - lui di Viterbo, l'altro olandese - sposati due anni fa giusti a Rotterdam. Tranquilli, semplici, per niente esibizionisti ma decisissimi a godere dei propri diritti anche in Italia: "In Olanda potremmo adottare dei figli, poi veniamo qui e diventiamo sconosciuti uno all'altro. Però è solo lo Stato italiano che è arretrato, non la gente. Che facciano almeno i Pacs in Italia, non dico il matrimonio come in Olanda. Però che ridere quando in albergo prendono i nostri passaporti e vedendo che uno ha preso il nome dell'altro chiedono: fratelli? Eh no, cari, siamo coniugi".


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Migliaia al Gay Pride, diritti e coppie di fatto

(Corriere della Sera del 05/06/2005)

Manifestazione a Milano, polemiche sui Pacs: "Se l'Unione non li vara, diserteremo le urne" MILANO - L'Italia è una giovane transessuale. Abito candido, corona d'argento, fascia blu con la scritta: "Repubblica laica". Ha i polsi incatenati. Cammina tra due guardie svizzere che la tengono prigioniera. Dietro l'allegoria, sfilano i 40 mila del Gay Pride 2005. Facciata glamour : coriandoli, colori, parrucche, musica sfondatimpani. Ma anche un messaggio ai politici dell'Unione, con il tono dell'ultimatum: "O inserite la legge sulle coppie di fatto nel programma elettorale, o alle prossime elezioni non andremo a votare". Parola d'ordine della manifestazione: Pacs. Sventola su mille bandiere. Sta per "Patto civile di solidarietà". Istituto giuridico che sancisce la relazione tra due coniugi, indipendentemente dal sesso. Definisce la vita in comune della coppia: diritti e doveri. Non un matrimonio, ma qualcosa che ci si avvicina molto: unione legalizzata e riconosciuta. "Il centrosinistra si metta d'accordo con Rutelli e le altre forze che ancora storcono la bocca - sbotta Aurelio Mancuso, presidente dell'Arcigay - altrimenti raccomanderemo a milioni di omosessuali di disertare le urne". Minaccia soft . I 40 mila del Pride non concedono deroghe, uniti nello slogan: "Patti chiari, amicizia lunga". A stringere i patti, in questa piazza milanese vestita da carnevale di Rio, arrivano ben pochi politici. Tutti di centrosinistra. Tutti d'accordo nel sostegno alla legge: "Chiediamo che l'Italia si metta al passo con l'Europa - spiega Franco Grillini, deputato ds, anima storica dell'Arcigay - e riconosca le unioni di fatto con i Pacs. La proposta riguarda quattro milioni di persone che convivono e non possono essere lasciate a se stesse". La Francia ha legalizzato le unioni di fatto nel 1999. In Italia se ne parla da anni. Durante l'ultimo congresso dei Ds, il segretario Piero Fassino disse che i "Pacs" sarebbero entrati nel programma di governo. Alla Camera - oltre a quelle di FI, An e socialisti - è ferma una proposta di legge Grillini. La Spagna di Zapatero, autorizzando i matrimoni gay, ha rilanciato il dibattito. Con il corteo di ieri, il movimento gay-lesbico italiano prova a segnare un punto di non ritorno. Un aut aut pronunciato da "100 mila persone" (stimano gli organizzatori). Non più di 40 mila, secondo un calcolo più attendibile. "È finito il tempo delle chiacchiere - incalza Mancuso - pretendiamo impegni". Risponde Luigi Manconi, responsabile dei diritti civili per i Ds: "Credo che il centrosinistra nella sua totalità sia d'accordo nell'approvare i Pacs, la cosa si potrebbe fare entro la prossima legislatura". "Se ci saranno dei problemi sull'approvazione - aggiunge il presidente dei Verdi, Alfonso Pecoraro Scanio - faremo delle primarie sul programma". Venti carri. Tir che trasportano discoteche. Decine e decine di associazioni rappresentate. La rivendicazione dei diritti che passa per le danze scatenate, gli slogan dei genitori di omosessuali ("Etero o gay, son sempre figli miei"), la stilettata di Alessandro Cecchi Paone al sindaco di Milano: "Albertini è diventato famoso nel mondo per essersi fatto fotografare in mutande, ma si è schierato contro il patrocinio al Gay Pride. È assurdo". Il corteo sfila davanti a Palazzo Marino. Fischi. Passaggio in piazza del Duomo (che fu negato nel 2003). Fine pomeriggio. Cala il sole. L'Italia del Gay Pride è ancora in catene. Coro: "Liberatela". Gianni Santucci.


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Obiettivo l'approvazione del disegno di legge sulle coppie di fatto

(Gazzetta del Sud del 05/06/2005)

In 100 mila sfilano al Gay Pride a Milano Albina Olivati MILANO ? Almeno centomila persone hanno partecipato al corteo del Gay Pride Milano 2005. Sono venuti da tutta Italia per affermare il loro obiettivo: l'approvazione del disegno di legge sulle coppie di fatto. Nell'acronimo Pacs (patti civili di solidarietà) è sintetizzata la battaglia che gli omosessuali italiani stanno combattendo "Ponzio Pilato si è astenuto". Si leggeva questa frase sul cartello che porta al collo Alessandro Cecchi Paone, intervenuto al corteo. Il conduttore televisivo ribadisce così la sua posizione contro l'astensione al referendum per la procreazione assistita che si terrà il prossimo 12 e 13 giugno. Per Cecchi Paone è necessario andare a votare e votare 4 sì ai quattro quesiti referendari. . Uno striscione bianco coi colori dell'arcobaleno e la scritta "Pacs, patti chiari, amicizia lunga" ha aperto la lunga sfilata. Dietro i politici che hanno portato il loro sostegno: Luigi Manconi (Ds), Pecoraro Scanio (Verdi), Katia Belillo (Comunisti Italiani) e Filippo Penati (Ds) presidente della Provincia di Milano. Subito dopo, un trenino verde con a bordo bambini di genitori omosessuali, nati con la fecondazione assistita. La presenza dei ragazzini ha dato lo spunto al ministro leghista, Roberto Calderoli (Riforme), per ingaggiare una polemica di fuoco. Dopo aver affermato che: "Milano ha visto di tutto, ma la schifezza di utilizzare bambini innocenti per sostenere le proprie perversioni, come nel corteo del Gay pride, le mancava", ha invitato a non andare a votare al referendum del 12 giugno, ricordando che invece: "Urge portare avanti la mia proposta di legge di riforma costituzionale che specifica che il matrimonio, deve essere necessariamente tra persone di sesso diverso". Altrimenti: "A breve, avremo anche a casa nostra figli di coppie di lesbiche o bimbi adottati da coppie di finocchi".


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Gay pride, in centomila per chiedere i pacs

(Gazzetta di Reggio del 05/06/2005)

Attualità Gay Pride, in centomila per chiedere i Pacs Messaggio ai politici: approvate la legge sulle coppie di fatto o non votiamo MILANO. Il movimento omosessuale invia un messaggio ai partiti di centrodestra e di centrosinistra: approvate al più presto la legge sui Pacs (Patto civile di solidarietà), ovvero sulle coppie di fatto, e mettete al centro dei vostri programmi i nostri problemi, altrimenti alle prossime elezioni non andremo a votare. Lo slogan del Pride che si è svolto a Milano è chiaro: "Pacs! Patti chiari, amicizia lunga...". Aurelio Mancuso dell'Arcigay nazionale è molto esplicito in proposito: "Il centrosinistra si metta d'accordo con Rutelli e quant'altri. Noi altrimenti diremo di non votare". Ma alla manifestazione milanese i rappresentati dei partiti ci sono. Sono in pochi, e tutti di centrosinistra, e tutti sono d'accordo nel sostenere che è giusto ed urgente approvare la legge sulle unioni di fatto. "Questo corteo - dice Franco Grillini - rivendica diritti umani universali, non solo dei gay come minoranza, infatti chiediamo che la legislazione italiana si metta al passo con quella europea e riconosca le unioni di fatto con i Pacs". "Le nostre non sono proposte elitarie - aggiunge - perchè in Italia riguardano quattro milioni di persone che convivono e non possono essere lasciate a se stesse. Non è questione di ideologia, ma di buon senso". "Credo che il centrosinistra in Parlamento lavorerà per approvare la legge sui patti di civile solidarietà" dice Luigi Manconi, responsabile dei diritti civili per i Ds, il quale è convinto che "il centrosinistra nella sua totalità sia d'accordo nell'approvare i Pacs e credo che la prossima legislatura sarà in grado di approvare questa legge, che è una legge di civiltà oltre a rappresentare un importante atto di moralità pubblica". Una legge che potrebbe dividere ulteriormente il centrosinistra dopo la spaccatura sul referendum sulla procreazione?: "Non vedo nemmeno un articolo, un codicillo, nella proposta di legge sulle unioni civili in contraddizione con la coscienza cattolica. Anche il presidente della Regione Puglia, Niki Vendola, è convinto che la legge sarà approvata: "Credo sia giunto il tempo di fare i conti con questa grande domanda di riconoscimento del diritto non solo alla libertà ma del diritto all'affettività". "Non possiamo - aggiunge - pensare di rimanere in una situazione di arretratezza rispetto al resto d'Europa. Lo Stato deve legiferare per conto dell'insieme della cittadinanza. Dovremmo tenere separata la sfera del magistero religioso da quella della normativa". "La richiesta della legge del Pacs delle unioni di fatto è una giusta pressione del movimento per i diritti civili e di quello omosessuale" dice il presidente dei Verdi, Alfonso Pecoraro Scanio, che sull'ipotesi di una divisione del centrosinistra su questo tema afferma: "Se ci saranno dei problemi faremo delle primarie programmatiche nelle quali chiederemo agli elettori se vogliono ampliare o restringere i diritti. Sono sicuro che la risposta sarà per l'ampliamento dei diritti".


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Orgoglio e polemiche nel giorno della festa - giuseppina piano

(Repubblica, La del 05/06/2005)

Pagina VI - Milano Prosperini: "Un'indecenza". Penati: "Sono qui per risparmiare una figuraccia a Milano" Orgoglio e polemiche nel giorno della festa Centrodestra all'attacco sul corteo Perplessità anche nella Margherita: "C'è un uso strumentale dei minori, servirebbero altri modi" Fischi sotto Palazzo Marino, accoglienza da eroe per il presidente della Puglia Vendola GIUSEPPINA PIANO I centomila attesi, evocati, non si vedono. Ma se questo Gay Pride dei quarantamila è inferiore alle previsioni numeriche, quello che non manca è un corteo che fa parlare di sé. Loro, gay e lesbiche e trans, sfilano nella giornata dell'orgoglio sorridenti e festanti. Sono qui per ottenere il riconoscimento delle coppie di fatto, che non è il matrimonio ma sarebbe comunque un inizio. Si concedono gli unici fischi davanti a Palazzo Marino, svillaneggiando il sindaco Albertini che ha detto no al patrocinio. Ma nel frattempo dal centrodestra partono attacchi pesanti per quei quindici bambini che aprono la marcia con le loro mamme lesbiche. Una "strumentalizzazione indecente", dicono da An, Forza Italia e Lega. E di "uso strumentale" parla anche qualcuno della Margherita. Il centrodestra al corteo non c'è. Non se ne vede uno della Cdl, nella lentissima marcia che da piazza della Repubblica porta all'Arena. Ma non si vede neppure qualcuno della Margherita. Altre le facce del centrosinistra, dai Verdi ai Ds, dal Pdci a Rifondazione, con il presidente pugliese Nichi Vendola accolto come "il nostro eroe". Ci sono assessori di tre Comuni del Milanese governati dall'Unione, Cinisello e Rozzano e Cologno, con tanto di fascia. E arriva anche (ma senza fascia) il presidente della Provincia Filippo Penati, a salutare alla partenza e a dire che "è compito delle istituzioni aderire a una battaglia di civiltà". "Sono qui anche per non far fare a Milano una brutta figura sul piano internazionale", aggiunge il presidente, e il pensiero corre al patrocinio negato dal Comune. Il suo vicepresidente Alberto Mattioli, Margherita, è rimasto a casa. E dice che sì, "c'è un uso strumentale dei bambini a cui viene fatta sembrare una festa una vicenda che andrebbe tratta in altri modi e sedi". La perplessità della Margherita diventa attacco ad alzo zero nel centrodestra. Se An, con l'assessore regionale Gianni Prosperini, dice che "il cosiddetto orgoglio gay ha usato anche degli esseri innocenti in una manifestazione indecente". Se la Lega con il ministro Roberto Calderoli bolla la cosa come "la schifezza di utilizzare bimbi innocenti per sostenere le proprie perversioni", e con il capogruppo comunale Matteo Salvini parla di "strumentalizzazione indecente". E ancora, il forzista cattolico Maurizio Lupi dice di essere "molto preoccupato di quanto è avvenuto, un conto è manifestare ma altro conto è strumentalizzare tutto e tutti". E infine, da Palazzo Marino l'assessore all'Educazione Bruno Simini scandisce che "lo dico da sempre: i bambini non devono essere portati a manifestare per le opinioni degli adulti". Dentro al pride, dentro a quel mix di gente qualunque e cotonatissime drag queen, le accuse sono rispedite indietro con sdegno. La battaglia di chi marcia è per i Pacs, i Patti civili di solidarietà che darebbero quel riconoscimento giuridico a tutte le coppie etero e omosex. Con un avviso al centrosinistra di Prodi: "Se i Pacs non saranno nel programma elettorale non voteremo Unione", scandisce il presidente nazionale dell'Arcigay Aurelio Mancuso. E i bambini? "Sono solo la riprova che anche gli omosessuali sono genitori. E sono qui oggi perché testimoniano l'importanza di andare a votare sì al referendum sulla fecondazione assistita". Strumentalizzazione? Un'accusa che la piazza rispedisce indietro. Per il presidente pugliese Vendola quelle di Calderoli sono "parole deliranti" e "si cerca di nascondere una cultura violenta e ipocrita, che difende l'embrione ma è incapace di difendere la vita che esiste in questi bambini". Per il leader dei Verdi Alfonso Pecoraro Scanio "i bambini sono una cosa bella sempre, perché sono la vita". E per il diessino Luigi Manconi "o si decide che i bimbi non possano manifestare mai, neppure alle adunate della Lega, oppure non può esistere un divieto solo per questa civilissima manifestazione".


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A Milano sfilano in 100mila 'Uguali diritti per tutti'

(Quotidiano.net del 05/06/2005)

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GAY PRIDE A Milano sfilano in 100mila 'Uguali diritti per tutti' --> MILANO, 4 GIUGNO 2005 - Una ragazza in catene, tenute da due guardie svizzere, che indossa una fascia con la scritta "Repubblica Laica". E' la parodia dell'Italia "ostaggio" della Chiesa cattolica alla testa del corteo del Gay pride nazionale che, partito poco dopo le 16, ha percorsole strade del centro di Milan o. Un lungo fiume di persone, decine di migliaia, oltre ventimila secondo dati ancora ufficiosi della Questura, centomila per gli organizzatori, donne e trans giunti da tutta Italia per rivendicare innanzitutto l'approvazione del progetto di legge sulle unioni civili, ma anche ilrispetto delle diversità e il diritto ad una "vita normale di affetti e relazioni vissute alla luce del sole". Con l'Arcigay che avverte ilcentrosinistra: "O mettete nel proprio programma l'approvazione della legge oppure daremo libertà di scelta di voto alle prossime elezioni". Non solo esibizione, e a volte ostentazione, della propria identità di gay, lesbiche o trans; non solo canti, goliardia e libere effusioni tra omosessuali. Ma anche una forte caratterizzazione politica, con precise richieste da parte degli organizzatori: da una parte l'approvazionedel cosiddetto Pacs!, il "Patto Civile di Solidarietà" , l'istituto giuridico "che attesta la relazione di due persone maggiorenni dello stesso o didifferente sesso. Definisce legalmente la vita in comune dei contraenti: sancisce l'obbligo al mutuo sostegno morale e materiale, stabilisce idiritti e i doveri reciproci e verso la società". Ma soprattutto, in ballo, ci sono anche i voti della folta comunità omossessuale italiana:"Potranno essere decisivi in molti collegi alle prossime elezioni politiche. Ma se l'Unione non inserirà nel nostro programma di governo lalegge sulle unioni civili daremo libertà di scelta di voto", ha avvertito il segretario nazionale dell'Arcigay, Aurelio Mancuso. Nonostante la legge sui Pacs sia stata firmata da 161 parlamentari del centrosinistra, ha aggiunto, "ci sono ancora pareri contrari all'interno dello schieramento e non è stato ancora preso nessun impegno formale". In altre parole, la comunità omosessuale italiana chiede che Prodi dica"con chiarezza che cosa vuole fare". Al corteo, inframmezzato da una quindicina di "Tir-Sound machine" carichi di donne e uomini che ballano al ritmo delle canzoni pop diffuse dagli altoparlanti installati sui mezzi, hanno partecipato diversi esponenti del centrosinistra, come il presidente della Regione Puglia Niki Vendola, il responsabile dei diritti civili dei Ds Luigi Marconi, il presidente della provincia di Milano Filippo Penati, il leader dei verdi Alfonso Pecoraro Scanio, il deputato Ds Franco Grillini. Sul cassone di uno dei 13 camion che hanno accompagnato il corteo, anche le mamme dei gay che cantavano ''siano gay o lesbiche sonosempre figli miei'. E quasi in testa al corteo anche un trenino con sopra una ventina di bambini di genitori omosessuali. Molti di loro sono figlidella procreazione assistita: ''per loro - spiegava una mamma - questo e' un momento di gioco e di divertimento''. Ma e' davanti a Palazzo Marino, sede del Comune, che i manifestanti si sono scatenati. I trans che da donna sono diventate uomini hanno mostrato il cartello 'ci siamo anche noi', e con le lesbiche e i ragazzi con il cappello da cow-boy hanno cantato Heidi e slogan indirizzati al sindaco: ''Albertini yuu-u, vieni anche tu '', in polemica per il mancato patrocinio da parte del Comune. In mezzo al corteo anche un sosia di Platinette, il travestito opinionista televisivo che da una limousine bianca ha lanciato preservativi e caramelle. Un successo il movimento omosessuale quest'anno l'ha certamente ottenuto perche' a differenza dell'edizione del 2001 il corteo e' passato anche per piazza Duomo. ''Quella piazza - aveva spiegato alla conferenza stampa Aurelio Mancuso - e' il cuore della citta'. Noi viviamo a Milano e vogliamo passare dal cuore della citta', certo non per mancare di rispetto al simbolo religioso''. Nel corteo c'e' stato anche chi ha sfilato con lo striscione del Coordinamento gay cattolici e chi ha ostentato una sua appartenenza alla citta' di provenienza: 'Brescia c'e'','Milano c'e'', 'Sondrio c'e''. Davanti all'Arena Civica Gianni Brera, dove a Milano vengono celebrati i matrimoni civili, la conclusione del lungo e chiassoso corteo con imanifestanti, che per sottolineare la necessita' della legge sulle unioni di fatto sono andati a bussare alla porta. La festa e' continuata poi al Village allestito con la partecipazione della Provincia di Milano all'Idroscalo, dove fino al giorno 18 ogni sera saranno organizzati happy hours,concerti, rassegne di bellezza ma anche dibattiti sulle tematiche omosessuali La festa dell'orgoglio gay.

http://www.gaynews.it/view.php?ID=32546

venerdì 3 giugno 2005

Quando Rutelli firmò la legge per la fecondazione eterologa

Nel 1988 il presidente della Margherita allora radicale appoggiò la proposta contro le ingerenze della "teologia morale cattolica".
Il documento fu concepito da Massimo Teodori per evitare gli abusi del mercato ma con interventi minimi dello Stato.
di DARIO OLIVERO


ROMA - Un lontanissimo 29 dicembre del 1988 alla Camera dei deputati tuonarono parole pesanti contro il "più retrivo proibizionismo con la pretesa di trasferire nella legislazione dello Stato quanto previsto dalla teologia morale cattolica e codificato nel diritto canonico". Si parlava per la prima volta dell'inseminazione artificiale eterologa colpita da quella teologia morale come "una nuova fattispecie criminosa... per le gravi conseguenze che tale evento può avere nell'ambito della famiglia". Il deputato Massimo Teodori del Gruppo federalista europeo, cioè i radicali, presentava una proposta di legge sull'inseminazione artificiale. Spicca tra i firmatari del documento il terzo nome: l'allora radicale Rutelli Francesco. Gli altri erano Giuseppe Calderisi, Emilio Vesce e Domenico Modugno.

Oggi Rutelli divenuto nel frattempo presidente della post-democristiana Margherita la pensa in tutt'altro modo e dichiara, in linea con la Cei e il Vaticano, che si asterrà contribuendo a far fallire il quorum della consultazione e a mantenere in vigore l'attuale legge 40 della quale è stato uno dei firmatari.

Un cambio di visione del mondo che gli è stato fatto notare immediatamente dal segretario dei Radicali Daniele Capezzone che ricordando quella proposta del 1988, commenta: "Ancora una volta secondo un copione triste e scontato, nella politica italiana le convenienze e le furbate prevalgono sulle convinzioni". Ma già quindici giorni fa Teodori in un'intervista all'Unità faceva notare come fosse "singolare" che Rutelli fosse stato tra i primi firmatari di una proposta di rottura e oggi un difensore della legge 40.

In effetti quel documento era, come dice giustamente Capezzone, "ben più impegnativa di questi referendum". Per esempio, a voler fare un difficile parallelo che attraversa quasi vent'anni, la proposta Teodori-Rutelli prevedeva la "possibilità di inseminazione omologa e eterologa su donna sposata e non" (l'eterologa è vietata dalla legge 40 e il quarto quesito del referenudum è se mantenere o non questo divieto) specificando che "l'inseminazione artificiale con lo sperma di persona diversa dal coniuge non può essere praticata che in caso di infecondità causata da sterilità maschile irreversibile o quando la procreazione da parte del marito comporterebbe un rischio patologico per il nascituro".

Ma più che sugli aspetti specifici che si ispiravano a una direttiva del Consiglio d'Europa, contava il principio liberale supremo: "In un campo come i rapporti fra coniugi, la loro scelta di procreare, è opportuno che lo Stato intervenga il meno possibile", ma qualora dovesse farlo, lo dovrebbe fare in modo minimo. "Le inseminazioni artificiali vengono oggi praticate in Italia regolarmente, ma al di fuori di un definito quadro normativo; sicché non sono rari sia gli abusi commerciali sia l'assenza di rigorosi controlli e garanzie sanitarie. Una pratica effettuata così come avviene al giorno d'oggi è lasciata in balia del mercato che, per il carattere delicato e riservato dell'intervento, dà luogo inevitabilmente a fenomeni speculativi senza imporre contestualmente quelle garanzie anche legali che una procreazione di questo tipo richiede". La proposta di legge finì arenata un paio di mesi dopo e non se ne parlò più. Fino a oggi.

(3 giugno 2005)
http://www.repubblica.it/2005/f/sezioni/politica/dossifeconda2/teodori/teodori.html

Procreazione, Severino Antinori denuncia Ruini, i presidenti delle Camere e alcuni ministri

ROMA - Un comitato per il "Sì" al referendum sulla procreazione assistita ha denunciato oggi il presidente della Cei cardinale Camillo Ruini, i presidenti di Camera e Senato e quattro ministri per aver esortato gli italiani all'astensione, violando così - secondo la denuncia - una legge del 1957.

Lo riferiscono fonti giudiziarie.

Il medico Severino Antinori ha presentato oggi a nome del comitato "Libertà e Ricerca" una denuncia nei confronti del presidente della Conferenza Episcopale italiana Ruini, dei presidenti delle Camere Pier Ferdinando Casini e Marcello Pera e dei ministri della Cultura Rocco Buttiglione, dei Rapporti col Parlamento Carlo Giovanardi, dell'Agricoltura Gianni Alemanno e della Salute Francesco Storace.

"Con i loro interventi - si legge nella denuncia - hanno avuto il palese scopo di indurre i cittadini ad astenersi dal voto", con ciò violando quanto previsto dal dpr 30 marzo 1957 che punisce i pubblici ufficiali, ministri di culto e "chiunque investito di pubblici poteri si prodiga per indurre l'elettorato ad astenersi" da una consultazione.

Il reato in questione è punibile con la reclusione dai 6 mesi ai 3 anni e con multe dalle 600.000 ai 4 milioni di lire.

Il 12 e 13 giugno è atteso un discusso referendum abrogativo di quattro articoli della legge 40 sulla procreazione assistita - in particolare quelli che riguardano i limiti alla ricerca scientifica sugli embrioni, i limiti di accesso alla fecondazione artificiale, i diritti dell'embrione e il divieto di fecondazione eterologa.

La posizione sul referendum hanno spaccato in modo trasversale il mondo politico italiano sia destra che di sinistra, e il dibattito ha visto l'intervento diretto del Vaticano, che - attraverso un appello della Cei poi appoggiato dal Papa Benedetto XVI - ha invitato gli elettori a non andare a votare.

Fonte: Reuters

giovedì 2 giugno 2005

I Giannini, la forza dei gemelli "Dalla nostra famiglia 36 volte sì"

La chiesa sbaglia sul tema della fecondazione, sui sacramenti ai divorziati, sull'uso del preservativo quando c'è mezza Africa che muore di Aids, sulle coppie di fatto e le unioni omosessuali

Dal Valdarno i fratelli più famosi d'Italia annunciano: voteremo tutti contro questa legge. Mamma rosanna "Spetta alla donna decidere quanti figli è in grado di crescere". Giorgio il cattolico "Come fa un semino di poche cellule ad avere gli stessi miei diritti? "
di CLAUDIA RICONDA


Da Giorgio sono quattro sì. "Convintissimi". Poi ci sono gli altri quattro a testa per Linda e Fabrizio, altri otto dal tandem Roberto e Francesco, e altri quattro da Letizia. In più i voti di mamma Rosanna e di babbo Franco. "E nel conto metteteci anche me: se sto bene in salute, andrò a votare". Con gli ultimi quattro di nonna Vera, siamo a trentasei sì. Un pacchetto di mischia, questi Giannini. "Essere in tanti ha i suoi vantaggi". La super famiglia d'Italia, quella dei sei gemelli più famosi e pubblicizzati dai rotocalchi, arriva compatta al referendum. Uniti come un pugno, anzi due, solidali, gemelli anche quando si tratta di scelte molto individuali. Andranno tutti a votare, cercando di spingere l'Italia verso il quorum. La forza dei numeri è dalla loro parte. "Ma ognuno è arrivato a questi sì attraverso un suo percorso personale. Ne abbiamo parlato poco in famiglia, ritrovarsi tutti insieme nello stesso momento per noi è sempre un problema. Tra chi studia, chi lavora, siamo tutti un po' sparpagliati. Faremo la nostra classica riunione di famiglia un paio di giorni prima del voto. Come sempre, quando si avvicina una scadenza elettorale". Piacerebbe vederli, tutti e nove, una specie di assemblea di condominio, nel salotto della loro casa di Soci, nel valdarno aretino. Dove per altro vivono ancora tutti insieme, perché i gemelli crescono, oggi hanno venticinque anni, sono laureati, lavorano, ma per tutti la cuccia resta quella di mamma Rosanna. E' soprattutto lei, che oggi ha 54 anni e insegna ancora in una scuola elementare, a sentire molto vicini i temi sollevati dal referendum, lei che venticinque anni fa si ritrovò, dopo ripetute stimolazioni ormonali, madre di sei gemelli. "Il concepimento fu naturale, nessuna fecondazione assistita, ma certo la stimolazione ovarica fu l'origine di quella gravidanza eccezionale. Erano veramente altri tempi, non c'erano le tecniche di oggi, i controlli me li facevo io da casa: non so cosa sia successo al mio corpo, il fatto sta che dopo tre anni di cure a base di ormoni e durante i quali non ero riuscita a restare incinta, all'improvviso mi sono ritrovata con quella pancia enorme. Prima mi dissero che erano tre, poi quattro, poi sei. Fu uno shock. Ho rischiato d'impazzire, non so come abbiamo fatto a farcela, tutto da soli". Per questo, dice Rosanna, voterò per la tutela della salute della donna: "E' suo diritto decidere quanti embrioni farsi impiantare e non che sia una legge ad imporlo. Con l'obbligo dei tre embrioni so che il rischio di gravidanze trigemellari è molto alto: tre gemelli, per me, oggi sarebbero una passeggiata, col senno di poi. Ma per un'altra donna rischiare di averne tre, quanto è preparata per uno, può creare uno stress notevole. Fisico, piscologico, economico". I quattro sì di mamma Giannini, anche se consapevoli, sono comunque frutto di un conflitto interiore. "Sono cattolica, e molto. Conosco la posizione del clero e l'invito all'astensione. Ma stavolta non riesco ad essere d'accordo: il desiderio di maternità non può essere frustrato da questa legge, è più forte di tutto. Così come è forte l'esigenza di garantire alle coppie la libertà di poter scegliere il proprio cammino. Da ragazza ho votato con passione sia a favore dell'aborto che per il divorzio: ma non perché pensassi di abortire o divorziare, non l'avrei mai fatto. Però vedevo la sofferenza atroce di quelle amiche che all'epoca andavano ad abortire nelle cantine, i ferri da calza e tutto il resto. Ho detto sì per loro. Così come adesso voterò sì per gli altri: anche per i miei figli". Per uno, in particolare: Francesco. Tre anni in dialisi, poi il trapianto di un rene, il futuro ancora incerto, nonostante i grandi miglioramenti: "Quello che abbiamo passato negli ultimi anni, non lo auguro a nessuno. Se mio figlio ora sta meglio, lo dobbiamo alla scienza. Davanti alla sua sofferenza, non posso pensare che un embrione di poche cellule non possa essere sacrificato per far guarire una persona malata, o darle comunque la speranza di una vita migliore. Chi vota no alla ricerca sulle staminali embrionali e poi in futuro scoprirà di avere un parente malato di Alzheimer, si morderà le mani. Quando uno non ci passa, non ci pensa. Ma noi Giannini la malattia l'abbiamo vissuta sulla nostra pelle". Giorgio, uno dei sei gemelli, che si è laureato in economia e oggi insegna in una scuola superiore, avrebbe votato sì alla ricerca anche se suo fratello fosse stato bene. "Nessuno mi convincerà mai che un semino di pochi millimetri abbia gli stessi diritti di una persona già nata. Penso a mio fratello, ma penso anche agli altri malati. Buttare via quei trentamila embrioni già congelati, è un controsenso per i cattolici: dicono che l'embrione è già vita, e poi però sono pronti a disperdere quelle vite congelate in un lavandino, negandole alla scienza e togliendo la speranza a tanti disabili". Anche Giorgio è cattolico. "E mi piace il nuovo papa, così come mi piaceva Giovanni Paolo II, ma su questi temi la chiesa dovrebbe essere più aperta, seguire i cambiamenti della società. Non solo sul tema della fecondazione, ma anche sui sacramenti ai divorziati, l'uso del preservativo quando c'è mezza Africa che muore di Aids, sulle coppie di fatto e le unioni omosessuali. C'è uno scollamento tra le posizioni della chiesa e il reale sentire e agire delle persone cattoliche. Invitare all'astensione è scandaloso. Il voto è un obbligo morale". Giorgio dice che è contento di parlare di questi argomenti. "Per anni noi gemelli siamo stati abbinati ai pannolini e ai detersivi: bene, era tempo che la gente scoprisse che i gemelli Giannini nel frattempo sono cresciuti e sono diventati i cittadini Giannini".

http://www.gaynews.it/view.php?ID=32509

martedì 31 maggio 2005

La battaglia dell'egemonia: ecco la strategia di Ratzinger

Per papa Benedetto XVI l'Italia è un laboratorio aperto e lo scontro sulla procreazione è una partita fondamentale
di MARCO POLITI


BENEDETTO XVI entra nel fuoco del referendum e benedice la "concretezza" tattica e strategica del cardinale Ruini. La battaglia era già stata organizzata nei particolari ben prima del conclave, da cui è scaturito il successore di Papa Wojtyla. Ratzinger non può che appoggiarla. Il sostegno, tuttavia, è convinto e totale nonostante che l'intervento esporrà inevitabilmente il Papa a polemiche come chiunque entri nell'arena di uno scontro politico. Agli strali l'ex prefetto della Congregazione per la dottrina delle fede è comunque abituato.

"L'inviolabilità della vita umana dal concepimento fino alla morte naturale" è stata da lui affermata solennemente sin dall'insediamento a San Giovanni in Laterano. Resta significativo che Ratzinger si schieri con parole molto espressive a fianco della Cei e dei vescovi per il loro impegno a "illuminare e motivare le scelte dei cattolici e di tutti i cittadini circa i referendum ormai imminenti in merito alla legge sulla procreazione assistita".

Nessuna perifrasi. Chiara condivisione della mobilitazione con cui Ruini si batte per tenere lontani dalle urne i cattolici, impedendo uno scrutinio del consenso reale a favore o contro eventuali modifiche della legge. Il suo patronato all'operazione-Ruini il nuovo pontefice lo inserisce nell'ambito di una strategia per salvare il "presente e il futuro cristiano nelle case e negli animi degli italiani".

Dalle tre pagine del suo discorso asciutto e, come d'abitudine, razionalmente ben concatenato, i duecentocinquanta vescovi hanno capito subito che il neo-eletto lotterà perché l'Italia rimanga una trincea avanzata contro la secolarizzazione che ha invaso l'Occidente. Vincere la battaglia del referendum significa per Ratzinger contrastare lo spettro della de-cristianizzazione, da lui evocato ancora una volta ieri: "Una forma di cultura, basata su una razionalità puramente funzionale, che contraddice e tende ad escludere il cristianesimo e in genere le tradizioni religiose e morali".

Tendenza diffusa un po' ovunque in Europa. Ma - ed è questa la frase che ha fatto scattare l'attenzione dei presenti - "qui in Italia la sua egemonia non è affatto totale e tanto meno incontrastata". Anche tra quanti non condividono o non praticano la fede cristiana, nota Benedetto XVI, ci sono molte persone che ritengono la secolarizzazione una specie di "funesta mutilazione dell'uomo e della sua stessa ragione".

A questa analisi si accompagna, positivamente, la presenza capillare della Chiesa cattolica in mezzo alla gente di ogni età e condizione. Per questo, guardando la vasta platea dei presuli italiani, Benedetto XVI li ha spronati ad incrementare il dinamismo missionario, a rilanciare le parrocchie, a spingerle alla cooperazione con i nuovi movimenti sorti nel cattolicesimo come "realtà carismatiche". Altri tasselli di questa strategia sono l'incoraggiamento al Progetto culturale di Ruini e naturalmente a tutte le iniziative della Cei a salvaguardia del matrimonio e della vitalità della famiglia.

L'ingresso del pontefice nell'arena politica appare destinato a svolgersi, tuttavia, su binari ben precisi. Non ci dovrebbe essere uno stillicidio di dichiarazioni. Da Bari si è già capito che Benedetto XVI intende scegliere soltanto alcuni momenti selezionati. Inoltre le sue esternazioni sembrano configurarsi come un appoggio a strategie scelte dagli episcopati nazionali.
Così è stato in Spagna. Dopo che i vescovi iberici si sono mobilitati contro il governo Zapatero, Ratzinger ha lanciato il suo appello ai fedeli spagnoli perché "resistano alle tendenze laiche". Ma in Vaticano sanno anche benissimo che tre quarti degli spagnoli affermano nei sondaggi di considerare la Chiesa lontana dalla realtà sociale. Eppure i nostri vicini iberici, interrogati, si dichiarano all'ottanta per cento cattolici. Come gli italiani.

In prima linea si staglia dunque la responsabilità degli episcopati nazionali. E sulla futura organizzazione dell'episcopato italiano Ratzinger sta cominciando a ragionare, con l'occhio rivolto alla fine del 2006 quando scadrà il mandato del cardinale Ruini. Sotto la coltre dell'allineamento dell'associazionismo bianco la realtà cattolica è complessa. Sulle norme che dovrebbero regolare la sfera familiare i fedeli hanno spesso idee molto diverse dalla gerarchia ecclesiastica e mal sopportano - quando sono interrogati nei sondaggi - l'invadenza della Chiesa.

I frammenti di dissenso organizzato, come "Noi siamo Chiesa", riecheggiano posizioni abbastanza diffuse, quando ricordano che al referendum "non si tratta di pronunciarsi su grandi principi - a favore della vita o della morte - ma su alcuni aspetti di una legge, del tutto discutibile, poco applicabile e tesa a voler imporre a tutti posizioni sull'embrione opinabili anche dal punto di vista di molti teologi cattolici".

Non è affatto casuale che nelle ultime battute della campagna referendaria il cardinal Ruini si preoccupi, come ha fatto all'assemblea della Cei, di affermare che la Chiesa non vuole minimamente intralciare la scienza e i suoi progressi. Ed è indicativo che l'Avvenire abbia concesso l'altro giorno un po' di righe all'appello di Padova di quei cattolici, che ritengono legittimo andare a votare. L'ombra dell'intolleranza o di un atteggiamento illiberale della gerarchia ecclesiastica verso la ricerca scientifica potrebbe spingere, infatti, una percentuale degli elettori indecisi a recarsi alle urne. Lo sanno alla Cei e lo sanno in Vaticano. Ed è battiquorum.

(31 maggio 2005)
http://www.repubblica.it/2005/e/sezioni/politica/dossifeconda1/egepoliti/egepoliti.html

lunedì 30 maggio 2005

Firenze: strisce pedonali Rainbow in S.M. Novella

A Firenze è stata realizzata in Piazza Santa Maria Novella, di fronte alla Chiesa, "Zebra" un'opera dell'artista croato Silvio Vujicic.


FIRENZE - A Firenze è stata realizzata in Piazza Santa Maria Novella, di fronte alla Chiesa, "Zebra" un'opera dell'artista croato Silvio Vujicic che consiste nella realizzazione di un percorso/attraversamento pedonale urbano fatto di strisce bianche e strisce colorate.

I sei diversi colori utilizzati, che vengono alternati alle strisce bianche, sono: celeste, verde, giallo, arancione, rosso e violetto. Questi colori rappresentano la bandiera arcobaleno, che è il simbolo internazionale del movimento gay, lesbico e transgender (oltre che la bandiera della pace) e simboleggiano le tante diversità culturali, anche legate all'orientamento sessuale, che compongono la società: una esplosione colorata di entusiasmo primaverile che celebra il diritto alla diversità, un percorso multicolore da attraversare a piedi negli ordinari spostamenti urbani.

Zebra è un'opera realizzata nell'ambito del Florence Queer Festival, festival internazionale di cinema, video e altre arti a tematica gay, lesbica e transgender, la cui terza edizione si è svolta a Firenze dal 14 al 26 maggio 2005, con il patrocinio di Comune di Firenze, Provincia di Firenze e Regione Toscana.

L'installazione di Zebra a Firenze è presentata dall'associazione Ireos insieme a Domina Hair and Style, in collaborazione con Eventi e il Queer Zagreb Festival, che per primo ha realizzato l'opera a Zagabria nel 2004.

http://it.gay.com/view.php?ID=20301

sabato 21 maggio 2005

Le famiglie gay e la Costituzione

di Franco Grillini


La Costituzione non vieta il riconoscimento delle famiglie gay.
Nella nostra vita pubblica affermazioni perentorie ripetute all'infinito e non contraddette diventano verità anche se non hanno alcun fondamento. Ne è una dimostrazione il continuo riferimento all'art. 29 della Costituzione, presentato come un ostacolo insuperabile che si frapporrebbe in Italia all'introduzione non solo del "matrimonio gay", ma anche di qualunque forma di riconoscimento giuridico delle famiglie diverse da quelle tradizionali fondate sul matrimonio: come ormai hanno invece fatto tutti i paesi dell'Europa occidentale, con le sole eccezioni di Italia, Austria, Malta e (probabilmente ancora per poco) Irlanda. Questo errore è così radicato, che spesso spinge addirittura le sue vittime a citare "a memoria" in modo testualmente sbagliato l'art. 29.

È un argomento usato incomprensibilmente contro l'introduzione perfino del "patto civile di solidarietà". Proprio domani si celebrerà a Roma il "Pacs day": alle 11 in piazza S. Lorenzo in Lucina, dove giorni fa due ragazzi gay sono stati brutalmente pestati da un gruppo di teppisti omofobi solo perché si tenevano per mano, trenta coppie contrarranno informalmente il loro pacs, davanti a consiglieri comunali provenienti dalle rispettive città; di lì i manifestanti si recheranno, tenendosi per mano, nella sala della Protomoteca in Campidoglio, dove saranno presentate numerose testimonianze e un ampio dossier sulle conseguenze spesso tragiche che il mancato riconoscimento giuridico ha sulla vita di tante coppie non sposate, gay e non, nell'Italia di oggi.

Nel dicembre 2002, la rivista Critica liberale ha pubblicato un ampio saggio sulla questione dell'art. 29 della Costituzione (ora integralmente reperibile anche su Internet, nel sito da me diretto www.gaynews.it , nella rubrica "documentazione") in cui si dimostra con dovizia di argomenti che esso non pone alcun ostacolo al riconoscimento delle famiglie omosessuali, ma finora nessuno si è preoccupato di confutarli.

In sintesi, l'art. 29 non ha niente a che fare con il riconoscimento delle famiglie gay o delle famiglie di fatto eterosessuali. Si limita a tutelare le famiglie tradizionali e fondate sul matrimonio (le uniche che potevano essere prese in considerazione all'epoca della Costituente) da interventi invasivi e autoritari dello Stato, come quelli che si erano verificati durante il fascismo ai tempi dello scontro per l'Azione cattolica o, nei mesi stessi della Costituente, nei paesi in cui si stavano instaurando regimi comunisti: non detta limiti su che cosa costituisca famiglia per il diritto italiano. Sarebbe davvero assurdo attendersi il contrario, dato che, nel 1947, era del tutto impensabile prevedere che mai un problema del genere avrebbe potuto affacciarsi nel dibattito politico. E autorevoli costituenti cattolici come Mortati e Moro chiarirono senza possibilità di equivoci il significato e la portata di quella norma.

L'articolo 29 della Costituzione non dice affatto che la Repubblica riconosce come famiglia solo quella definita come «società naturale fondata sul matrimonio». Dice una cosa diversa: «La Repubblica riconosce i diritti della famiglia come società naturale fondata sul matrimonio». I costituenti vollero con ciò stabilire che lo Stato non avrebbe potuto fare a meno di garantire «i diritti» delle famiglie fondate sul matrimonio, alle quali veniva così assicurata una relativa sfera di autonomia rispetto al potere regolativo dello Stato: di qui l'illegittimità costituzionale una legge ordinaria che mirasse a disconoscere i diritti di tali famiglie. Il riconoscimento giuridico delle famiglie non tradizionali non riguarderebbe minimamente la materia regolata dall'art. 29, e non avrebbe nessuna incidenza su quel che l'art. 29 dispone, dato che non sarebbe suscettibile di modificare, limitare, compromettere o intaccare in nessun modo e in nessuna misura i diritti o la sfera di autonomia delle famiglie tradizionali, che non ne sarebbero neppure sfiorati.

Come dice lo studio di Critica liberale, «è del tutto illogico pretendere che la particolare o rinforzata tutela esplicitamente garantita dalla Costituzione a una specifica situazione obblighi positivamente anche a denegare lo stesso trattamento ad altre situazioni socialmente analoghe o identiche: la garanzia costituzionale rinforzata di un diritto non implica di per sé anche l'obbligo costituzionale di negare la parità di trattamento ai casi in cui, pure, essa non sia costituzionalmente dovuta. Gli articoli 33 primo comma e 19 tutelano in modo particolare, rispettivamente, la libertà di insegnamento e la libertà di culto, ma nessuno si sogna di trarne la conseguenza che la libertà di espressione del pensiero in altri campi, garantita in modo meno incondizionato dall'art. 21, debba essere obbligatoriamente limitata al solo fine di sottolinearne un presunto minor valore o una minore dignità nei casi che non sono oggetto della tutela rinforzata prevista dagli artt. 33 e 19. Affermare in modo particolarmente solenne e impegnativo i diritti di qualcuno (perché sono la storia recente e gli avvenimenti altrove in corso a consigliare di farlo) non equivale a vietare qualunque minimo riconoscimento dei diritti di qualcun altro; e comunque una così rilevante denegazione di diritti, per essere obbligatoria benché derogatoria rispetto a principi fondamentali della Costituzione, dovrebbe almeno essere stata formulata in modo espresso.»

Semmai, continua il saggio in questione, sono l'art. 3 della Costituzione a imporre parità di diritti e a vietare espressamente le discriminazioni fondate sulle "condizioni personali" dei cittadini, e l'art. 2 a tutelare le "formazioni sociali" ove si svolge la loro personalità. Le invenzioni sull'art. 29 sono solo pretesti per cercare di legittimare discriminazioni fondate sull'identità ascritta degli individui, discriminazioni cioè concettualmente del tutto identiche al razzismo propriamente detto.

Mi si deve spiegare in che cosa la condizione di due persone omosessuali conviventi è diversa da quella di due sposi che, per i più svariati motivi (ad esempio a causa dell'età), non possono o non vogliono avere figli (dei figli, infatti, le nostre proposte di legge non si occupano). Siamo forse Untermenschen, sottouomini, cittadini di terza categoria?

Tanto più che la proposta del pacs, la sola attualmente calendarizzata, è solo una prima proposta ultramoderata, che si limita a risolvere alcune questioni pratiche senza neppure realizzare la parità di diritti, e che è lontana anni luce dalla grande riforma civile approvata in Spagna. Le scomposte polemiche razziste di questi giorni testimoniano soltanto il carattere primitivo di gran parte della politica italiana.

tratto da l'Unità del 21 Maggio 2005

La comunità cattolica di Firenze: "Apriamo alle coppie di fatto, ai gay e divorziati"

Lo chiede la comunità cattolica fiorentina nelle venti proposizioni che il Consiglio pastorale diocesano consegnerà al cardinale Antonelli


APERTURA ai gay, ai divorrziati e alle coppie di fatto. La richiesta viene nientemeno che dai fedeli fiorentini. Ed è scritta nera su bianco nelle venti proposizioni che il Consiglio pastorale diocesano consegnerà all'arcivescovo di Firenze Ennio Antonelli durante l'assemblea pastorale diocesana di domani al centro Spazio Reale di San Donnino. Le venti proposizioni sono il risultato di un anno di lavoro svolto dai rappresentanti di associazioni, parrocchie e vicariati della diocesi con la partecipazione di oltre mille persone. Il testo definitivo nato attorno al tema «Comunità eucaristica per un mondo che cambia» sarà sottoposto a una votazione. E tra il bisogno di semplificare i linguaggi e la necessità di celebrare le festeil documento mette con la proposizione numero 10 al centro del dibattito cattolico l'apertura verso una società in continua trasformazione. Con coppie che si dividono e genitori che non si sposano, con credenti omosessuali e famiglie allargate. «Alla base c'è l'idea che la comunità eucaristica deve accogliere anche queste persone senza ritenerle cristiani di serie B», spiega il presidente del Consiglio pastorale diocesano Leonardo Bianchi. E aggiunge: «Questo non significa mettere in forse il fondamento della dottrina, non possiamo snaturare i nostri principi, ma neanche rifugiarci nella logica dell'arroccamento». Il parroco di San Donnino Don Giovanni Momigli, da 15 anni testimone attento della sua comunità, conferma: «La società è cambiata in modo veloce. Per la Chiesa è venuto il momento di rapportarsi in modo nuovo con forme di convivenza che vanno al di là delle forme canoniche». Eppure per Momigli la Chiesa non è affatto nuova a un concetto del genere. «Qui si tratta di rendere visibile e tangibile il concetto di accoglienza che già è presente». In realtà l'apertura alle coppie di fatto da parte della chiesa sa molto di rivoluzionario, ma Don Momigli è convinto del contrario e precisa: «Ripeto, nei fatti è già così, solo che ora è una cosa privata tra il parroco e le singole persone. Ma se un gay o un divorziato bussa alla porta della parrocchia nessuno lo manda via. Anzi. Io stesso in questo periodo sto preparando al matrimonio una coppia che ha un bambino e non è sposata». Ma se è davvero così, allora che bisogno c'era di metterlo per iscritto nelle proposizioni elaborate dal Consiglio pastorale. «Il bisogno c'era - conclude Momigli - perché ora è necessario che questo concetto esca dal privato per diventare di dominio pubblico, patrimonio della comunità. Senza che nessuno si scandalizzi».

http://www.gaynews.it/view.php?ID=32342

Gay, a Roma è il Pacs day: il giorno delle unioni civili

In piazza San Lorenzo in Lucina cinquanta coppie hanno detto sì
gesto per attirare l'attenzione sulla legge per le coppie di fatto


ROMA - Folla colorata e festante stamattina a piazza San Lorenzo in Lucina, nel cuore di Roma a due passi da Montecitorio, per il Pacs Day, il giorno delle unioni civili tra gay, lesbiche ma anche etero. L'iniziativa è stata voluta dall'Arcigay Nazionale per attirare l'attenzione dell'opinione pubblica sulla legge ferma alla Camera per regolarizzare le coppie di fatto.

Insieme a una cinquantina di coppie, c'erano Alessandro Zanna, consigliere Ds a Padova, e i consiglieri comunali romani Patrizia Sentinelli del Prc, Pino Galeota dei Ds, Maurizio Bartolucci dei Ds, il presidente nazionale Arcigay, Sergio Lo Giudice, insieme con Franco Grillini e Vanni Piccolo, leader storici del movimento omosessuale in Italia. E poi ancora Katia Belillo dei Comunisti Italiani, il consigliere comunale di Roma Enzo Foschi, la leader di DìGayProject, Imma Battaglia.

"E' una giornata importante, che emozione", dicono due ragazzi, sui 30 anni, che si tengono per mano. Alcuni, a voler simboleggiare un vero e proprio matrimonio, portano dei fiori agli amici protagonisti del "Pacs".

Le coppie, dopo aver riempito dei moduli, si sono messe in fila davanti al pubblico ufficiale (da Foschi a Sergio Lo Giudice), che legge loro gli articoli del Pacs, che pur non avendo alcun valore legale, ha un forte significato simbolico. Seguono lo scambio di anello, baci e abbracci di rito, per la gioia dei fotografi. Finite le cerimonie, le coppie hanno sfilato lungo via del Corso fino in Campidoglio.

"Questa è un'iniziativa che non ha precedenti ma che si ripeterà in tutta Italia - ha detto Franco Grillini - Per questo daremo vita alla Lega Italiana per le Famiglie di Fatto (www.liff.it, ndr), un'associazione dal carattere laico che discuterà con tutte le consulte".

In concomitanza col Pacs day, Azione Giovani (An) ha organizzato una mobilitazione per la famiglia in 50 piazze di Roma, per dire no a matrimoni e adozioni per omosessuali. "A San Lorenzo in Lucina e in Campidoglio vediamo il vero volto dell'Ulivo che, per interessi elettorali, strizza l'occhio alla Chiesa cattolica e poi, in realtà, è portatore della peggior cultura del relativismo etico e morale", ha detto Federico Iadicicco, dirigente nazionale e presidente romano di Ag. E ancora: "Difendere la Famiglia significa difendere storia, cultura, tradizioni e valori che hanno caratterizzato la vita degli uomini. Diciamo no a matrimoni e adozioni gay e non ci sono pregiudizi ideologici in questa posizione".

http://www.repubblica.it/2005/e/sezioni/cronaca/pacsday/pacsday/pacsday.html

L'ulivo e la cicoria

di EZIO MAURO

PROPRIO nel giorno in cui l'Economist additava alla comunità internazionale l'Italia come il vero "malato d'Europa" (con un'economia stagnante, un business depresso, un sistema di riforme moribondo, una mancanza di regole drammatica) il centrosinistra si è spaccato in due, divaricando le sue strategie e le sue prospettive, avvelenando i suoi rapporti interni, mettendo nuovamente in dubbio - davanti ai cittadini - la sua capacità di sfidare vittoriosamente Berlusconi nel 2006, e soprattutto di creare una cultura di governo moderna ed europea, in grado di ridare slancio, fiducia e credibilità ad un Paese in declino, senza più missione.

Il problema non è la lista unitaria alle elezioni politiche, a cui la Margherita si è opposta ieri con un voto chiaro e netto, che ha consegnato il partito a Rutelli e ha messo in minoranza i prodiani. I cittadini di centrosinistra capiscono che si è rotto un progetto più grande, un percorso ambizioso, un disegno che puntava a unire davvero all'ombra dell'Ulivo la cultura cattolico-democratica con quella post-comunista e quella socialista: costruendo non tanto un partito unico, oggi impossibile e controproducente, ma un perimetro e un baricentro finalmente riformista nel centrosinistra italiano, capace di funzionare da guida e cabina di regia dell'intero schieramento, nella competizione-alleanza con la sinistra più radicale. Qualcosa che la sinistra non ha mai avuto, in Italia, e che è indispensabile se si ha l'ambizione di governare, e prima di vincere, e prima ancora di parlare all'intero Paese.

La Margherita sembra voler sostituire a questo progetto riformista d'impianto maggioritario un'opzione centrista, perfettamente legittima perché non ha alcuna ambiguità di schieramento, ma che sembra avere lo slogan del "riformismo in un solo partito", e individua nei ds il principale competitore da superare prima di poter costruire qualsiasi progetto unitario: come ripeteva Craxi al Pci, nell'epoca in cui il comunismo e la sua pratica egemonica esistevano davvero.

D'altra parte, la Margherita pensa così di poter crescere come il soggetto più adatto ad intercettare lo smottamento del centrodestra: divisi e sciolti, dunque, ma con un saldo elettorale che può far vincere il centrosinistra. Fino a costruire dopo la vittoria, addirittura, le basi di un nuovo partito democratico che raccolga l'intuizione dell'Ulivo, ma la porti fuori da ogni replica novecentesca e socialdemocratica.

Resta il fatto che la meta è lontana, e oggi bisogna fare i conti con un'altra rottura a sinistra che dopo dieci anni rischia di cancellare l'Ulivo - e ciò che potenzialmente significa - dal panorama politico italiano. Dopo la stagione dell'Ulivo, potremmo dire, comincia quella della cicoria. Per un danno così rilevante, le responsabilità vanno distribuite equamente.

Rutelli da tempo voleva le mani libere e alla prima occasione ha portato la rottura fino in fondo, privilegiando il profilo del suo partito a quello del centrosinistra. Prodi in questi mesi non ha esercitato una funzione obbligatoria della leadership, che è la capacità di unire, ed è mancato non tanto di autorità quanto di carisma: fino ad assistere al testa-coda spettacolare e assurdo di Bertinotti che solidarizza con i no global impegnati a occupare la "Fabbrica" prodiana del programma dell'Unione di cui il leader di Rifondazione fa parte.

Fassino e D'Alema hanno delegato all'ingegneria politica ulivista (invece che a uno sforzo culturale) la soluzione dell'identità del loro partito, e oggi si trovano senza un apriscatole esterno, dentro una stagione post-comunista troppo lunga.

Ma più dei destini individuali dei leader, è il destino della sinistra italiana che preoccupa, perché rischia di restare nuovamente incompiuto, anche alla fine del ciclo dell'Ulivo, con evidenti riflessi sul sistema politico bipolare, dunque sul Paese. Con una formula, e pensando alla diagnosi drammatica dell'Economist per l'Italia, potremmo concludere che la destra, da noi, è preoccupante per ciò che è. La sinistra, per ciò che non è, e non riesce ad essere. Ancora una volta.

(21 maggio 2005)

http://www.repubblica.it/2005/e/sezioni/politica/fed/cicoria/cicoria.html

giovedì 19 maggio 2005

Pestaggio omofobo davanti alla TV

di Giulio Maria Corbelli
Mercoledì 18 Maggio 2005

E' accaduto a Battipaglia, Salerno. Pasquale Quaranta, giornalista e attivista, era per mano con un amico per la trasmissione Lucignolo. In sette li hanno aggrediti, a telecamere accese.

SALERNO - E' stato aggredito perché gay mentre le telecamere di Italia 1 lo riprendevano. La storia ha dell'incredibile, ma è purtroppo accaduta a Battipaglia, in provincia di Salerno, lunedì 16 maggio, cioè il giorno prima della Giornata Mondiale contro l'Omofobia celebrata in decine di città italiane e centinaia di paesi in tutto il mondo. Vittime dell'aggressione Pasquale Quaranta, presidente del circolo Arcigay salernitano e giornalista collaboratore, tra le altre testate, di Gay.it, e il suo amico Eddy. I due stavano registrando una puntata di Lucignolo, il magazine notturno di Italia 1, incentrata sull'attivismo di Pasquale, che è tra i gay più visibili del meridione, molto impegnato nei gruppi di omosessuali credenti, e i cui genitori, intervistati anche loro per il programma, hanno attivato un nucleo dell'Agedo nella zona.

«Quelli di Lucignolo ci hanno chiesto di camminare mano nella mano per raccogliere le reazioni del paese - ci racconta Pasquale - Il mio ragazzo non c'era e così ho chiesto a Eddy di prestarsi. Eravamo ripresi da una telecamera nascosta di un operatore della trasmissione. Prima qualcuno si è limitato a qualche presa in giro e a fischiare, ma a un certo punto sei o sette ragazzi ci hanno assaliti. Uno ha detto qualcosa e Eddy ha risposto "Avete qualche problema?"; a quel punto tutti si sono scagliati contro di noi. Eddy ha preso un pugno, io altri due, ma quelli che ci seguivano con le telecamere sono intervenuti subito e loro sono scappati».

Gli aggressori («delinquenti, figli di delinquenti» li definisce Pasquale) hanno avuto la spudoratezza di agire in pieno centro, di giorno, senza sapere che dietro di loro c'era una telecamera nascosta che riprendeva la scena. «E pare che anche la piazza sia sorvegliata da telecamere - aggiunge Pasquale - Questi dovrebbero essere elementi sufficienti per incastrarli».

Clicca per ingrandire...I due ragazzi se la sono cavati con qualche contusione, due giorni di prognosi e, quello che è più grave, tanto spavento. «Ora ho molta paura - confessa il presidente del circolo Arcigay di Salerno - Penso a quello che mi potrebbe accadere se li incontrassi da solo di sera. E penso anche alla mia famiglia: loro sono in grande apprensione». E' per questo che Pasquale ha deciso di non denunciare i suoi aggressori: «In molti mi dicono che sbaglio, ma io non me la sento. Qui si vive in un clima pesante. Non si sa mai come possono comportarsi queste persone. E poi ci sono i miei genitori».

Clicca per ingrandire...Nonostante questo, l'aggressione dovrebbe comunque giungere all'attenzione delle forze dell'ordine. In presenza di documentazioni che testimoniano le loro azioni, anche senza la denuncia dell'aggredito i teppisti saranno perseguiti. In tal senso si è impegnato oggi stesso il senatore dei Verdi Fiorello Cortiana, presente oggi a Salerno per la conferenza stampa di presentazione del Salerno Pride 2005, di cui Pasquale Quaranta è uno degli organizzatori. «Occorre che gli organi di polizia ed i ministri Pisanu e Castelli intervengano per garantire le libertà individuali e l'incolumità di tutti i cittadini soprattutto in queste settimane che precedono il Gay Pride di Salerno che si terrà il 24 e il 25 giugno» ha affermato Cortiana, Segretario della commissione cultura, che oggi ha presentato un'interrogazione urgente ai ministri dell'Interno e della Giustizia nella quale si denuncia il grave episodio e si chiede di avviare regolari indagini.

«Occorre che le istituzioni - prosegue l'esponente del Sole che Ride - si attivino per prevenire altri episodi di intolleranza, sponsorizzando e patrocinando manifestazioni come il Gay Pride in tutte le città italiane e garantendone la sicurezza. Solo così si potrà alimentare una cultura dell'uguaglianza e del rispetto. Oggi ho incontrato il Sindaco di Salerno per chiedergli il patrocinio dell'iniziativa da parte del Comune e farò la stessa richiesta alla Provincia e alla Regione».

Le associazioni glbt intanto denunciano quanto accaduto: GayLib chiede che «le azioni sconsiderate, di pubblico scherno, pressione psicologica e violenza fisica mirate contro omosessuali e transessuali vengano al più presto specificamente punite anche in Italia come reati chiaramente indicati nei codici». Anche il presidente nazionale di Arcigay Sergio Lo Giudice lamenta il fatto che se un fatto del genere accadesse in altri paesi europei «la legge punirebbe in modo specifico un'aggressione del genere, riconoscendo l'aggravante del "crimine d'odio" (hate crime), per le motivazioni discriminatorie, al pari di un'aggressione razzista o antisemita. In Italia accade l'opposto: la legge 205 del 1993 (legge Mancino o "anti-naziskin") protegge contro le discriminazioni motivate da condizioni razziali, etniche, nazionali o religiose. L'orientamento sessuale, una delle principali cause di discriminazione ed intolleranza sociale, ne è rimasta fuori».

Proprio ieri, 17 maggio, in occasione della Giornata internazionale contro l'omofobia, il presidente del parlamento europeo Josep Borrell ha richiamato il principio di non discriminazione in relazione all'orientamento sessuale, aggiungendo: "Mentre può essere vero che l'omosessualità oggi è più libera che nel passato, le discriminazioni per orientamento sessuale rimangono un serio problema vissuto da milioni di persone nel mondo e all'interno dell'Unione europea. Rimane nostro dovere continuare a combattere le discriminazioni morali e le violenze fisiche collegate all' orientamento sessuale".

Aggiornamento importante: oggi, giovedì 16 maggio, Pasquale Quaranta si è recato a presentare regolare denuncia contro i suoi aggressori. «Non devo aver paura. Questo è il messaggio che deve passare - ha detto - Ieri ho parlato con il questore di Salerno e con quello di Battipaglia. Devo tutelarmi. Denunciare i delinquenti è una garanzia per me, questo mi hanno detto i questori. La mia famiglia è con me, anche mia madre e mio padre hanno capito che abbiamo sbagliato a non rivolgerci subito ai carabinieri». La redazione di Gay.it desidera esprimere la massima ammirazione a amicizia per Pasquale.

http://it.gay.com/view.php?ID=20232

sabato 14 maggio 2005

L'antigay Levada nuovo Prefetto per la Dottrina della Fede

I giornalisti di San Francisco gliel'hanno chiesto : come ci si sente al posto che fu del cardinale Ratzinger, il "Rottweiler di Dio"? E Lui : "beh, io mi sento più un Cocker"

Il Corriere della Sera

Un americano all'ex Sant'Uffizio: il Papa un rottweiler? Io un cocker



Benedetto XVI nomina Levada, di San Francisco, suo successore Il video contro il Gay Pride di Roma, le lotte per l'assistenza sanitaria I giornalisti di San Francisco gliel'hanno chiesto subito: come ci si sente al posto che fu del cardinale Ratzinger, il "Rottweiler di Dio"? E lui ha disteso un sorriso ironico sulla faccia paffuta, "beh, io mi sento più un Cocker Spaniel che un Rottweiler!". Se c'è una cosa che l'arcivescovo William Joseph Levada non regge sono le etichette, lo chiamavano " conservative " e lui scuoteva la testa, "le etichette sono una peste!, ogni volta cercano di classificarti in base a un modello secolare già definito, "conservatore o liberal ", per la società americana non è facile comprendere la Chiesa...". Certo, la stampa Usa lo definisce un "ortodosso" e in fondo ci mancherebbe altro, per chi guida l'ex Sant'Uffizio si tratta tutto sommato del requisito minimo: deve fare, come dire, il suo mestiere. Ma la novità essenziale nella nomina di Levada sta altrove. Perché Benedetto XVI aveva davanti a sé una scelta delicatissima, si trattava di trovare qualcuno che gli succedesse come prefetto della Congregazione per la dottrina della fede: la responsabilità che l'allora cardinale Ratzinger aveva sostenuto per più di ventitré anni. Mica per niente si erano fatti nomi di grandi teologi come il cardinale Christoph Schönborn o l'arcivescovo Bruno Forte. In questo senso Levada, 69 anni a giugno, laureato in teologia magna cum laude alla Gregoriana e poliglotta (parla sei lingue, compreso l'italiano), non ha certo problemi: tra l'altro ha fatto già parte della Congregazione dal '76 all'82 e soprattutto - con la supervisione di Ratzinger - è stato assieme a Schönborn uno dei principali estensori del nuovo Catechismo della Chiesa cattolica promulgato da Giovanni Paolo II. Così la sorpresa - relativa: il suo nome circolava dal 3 maggio, quando il Papa lo ha ricevuto in udienza - sta piuttosto nell'origine del nuovo Prefetto: mai era accaduto che un americano occupasse quel posto, per di più un americano della West Coast. L'arcivescovo Levada è nato e ha studiato a Long Beach, ha frequentato il seminario a Los Angeles. Californiano da quattro generazioni, viene da una famiglia di immigrati portoghesi e irlandesi. Se il problema della Chiesa, specie in Occidente, è confrontarsi con il mondo moderno, la scristianizzazione, le altre fedi e i non credenti, il nuovo Prefetto dell'ex Sant'Uffizio è vissuto nel posto giusto al momento giusto. La realtà del cattolicesimo americano, in questo senso, è pionieristica e William Joseph Levada, prima di andare a San Francisco, nel '95, aveva guidato dall'86 anche l'arcidiocesi di Portland, Oregon, il primo Stato che negli Usa ha legalizzato l'eutanasia. Quindi l'arrivo a "Frisco", città dell'avanguardia americana dai tempi dei beat , la libreria City Lights di Ferlinghetti e le caves raccontate da Kerouac nei Sotterranei , letteratura e vita, "una poesia di Baudelaire non vale il suo dolore, avrei preferito fosse felice", e ancora la rivolta dei campus, il pacifismo, i diritti civili, la rivoluzione sessuale e quella informatica. Tutto questo, senza contare che San Francisco è la culla del movimento gay. Negli anni del suo episcopato c'è un episodio rivelatore del carattere di Levada: risale al '96, quando l'allora sindaco Will Brown, democratico, fece una legge che obbligava le società in affari con il Comune a garantire la copertura sanitaria anche alle coppie omosessuali. Per le associazioni caritative cattoliche c'erano in ballo contratti da cinque milioni e mezzo di dollari. E l'arcivescovo non fece barricate né riconobbe le coppie gay: invocò per la Chiesa il diritto alla libertà d'espressione e obiettò che la copertura sanitaria era un diritto per ogni cittadino, non solo per le coppie etero o gay, "e i figli, e le pensione anziane a carico?". La mossa funzionò: incontrato il sindaco, trovarono il compromesso. Del resto, il "conservative" Levada è uno che ha definito la mancanza di assistenza sanitaria per tutti "una vergogna nazionale". Il cardinale Pio Laghi, che Giovanni Paolo II mandò da Bush come "inviato speciale" in missione diplomatica, sorride: "Non corrisponde a nessuno dei ritratti che lo dipingono come intransigente. Certo, non è uomo che venga a patti con la verità, e come si potrebbe? Ma è una persona di grande cultura e buon senso, davvero un uomo di Dio che sa gestire molto bene le situazioni, senza rigidità, cercando sempre di risolvere i conflitti con misura e rispetto". Rigoroso e pragmatico. Gli attacchi, chiaro, non gli sono mancati. Alla vigilia del Gay Pride di Roma, nel 2000, inviò in Vaticano una cassetta che mostrava militanti vestiti da preti e suore impegnati a mimare le più svariate prestazioni sessuali e orge nel corteo del '98 a San Francisco, "mi meraviglio che il governo italiano non abbia impedito la manifestazione a Roma - disse - non sapete cosa vi aspetta, fermatevi sull'orlo del burrone!". Ieri l'Arcigay lo ha dipinto come "un campione della sessuofobia e omofobia militante". Nel 2004, inoltre, gli avvocati di alcune vittime di pedofilia in Oregon hanno sostenuto che non aveva fatto abbastanza, quand'era vescovo, per proteggere i bambini dai preti pedofili. "Accuse false e fuori misura", ha replicato. Del resto contro di lui non ci sono mai state contestazioni e anzi Levada ha fatto parte della commissione vaticana istituita dopo lo scandalo degli abusi sessuali per risollevare la Chiesa americana, anche agli occhi dei fedeli. La sua nomina, in questo senso, è un segnale importante. Lui stesso ha detto ieri che si farà "portavoce" dei fedeli Usa. A San Francisco si presentò così: "Ho la responsabilità di custodire il magistero della Chiesa, e spero di essere compassionevole, vicino alla gente, ai loro problemi e difficoltà". Con buona pace delle etichette: conservatore, progressista? "Considero me stesso come un uomo che sta nel centro esatto della strada, dove dovrebbe restare un vescovo". Gian Guido Vecchi.



Il Foglio

William Joseph Levada nuovo prefetto della Congregazione per la dottrina della Fede



Il neo-prefetto non ha mancato di far sentire il suo dissenso nei confronti delle autorità municipali favorevoli al matrimonio gay... Benedetto XVI ha scelto il suo successore alla guida dell'ex Sant'Uffizio. Il nuovo prefetto sarà William Joseph Levada, 69 anni il prossimo 15 giugno, dal 1995 arcivescovo di San Francisco. Secondo il cardinale di Genova Tarcisio Bertone, la nomina potrebbe essere resa pubblica già oggi. Quello di Levada è un nome a sorpresa ma non troppo. Sulla stampa anglosassone non era passato inosservato il fatto che martedì scorso, tra i primi a essere ricevuti dal nuovo Papa in udienza privata c'era stato proprio l'arcivescovo di San Francisco. Levada è una vecchia conoscenza di Ratzinger. Dal 1976 al 1983 ha lavorato come officiale all'ex Sant'Uffizio. Dal 1986 al 1992 è stato l'unico statunitense a far parte del Comitato redazionale che ha scritto il Catechismo della Chiesa cattolica, Comitato che ha lavorato sotto la supervisione di una Commissione cardinalizia guidata proprio da Ratzinger. Dal 2000 era membro della Congregazione deputata a difendere e promuovere la dottrina cattolica. Originario di Long Beach, californiano di quarta generazione, Levada ha sangue portoghese e irlandese nelle vene. Ordinato sacerdote in San Pietro nel 1961, dopo aver lavorato nella Curia romana è diventato vescovo ausiliare di Los Angeles, quindi arcivescovo di Portland in Oregon e poi arcivescovo di San Francisco dove è succeduto a John Raphael Quinn, uno dei presuli più liberal dell'episcopato americano. Quella di Levada con San Francisco è stata una convivenza difficile ma senza eccessive polemiche. Il neo-prefetto non ha mancato di far sentire il suo dissenso nei confronti delle autorità municipali favorevoli al matrimonio gay. Nel febbraio dello scorso anno Levada ha espresso il suo appoggio a un emendamento costituzionale che stabilisca esplicitamente che può definirsi matrimonio solo una unione tra un uomo e una donna, un atto sottoposto a lunghe procedure del Congresso e degli Stati e che il Senato americano ha già insabbiato. Negli ultimi anni ha invocato la rinascita di un'apologia cattolica e ha auspicato un atteggiamento più aggressivo nei confronti dell'invadenza delle sette protestanti in America Latina. Levada però non può essere etichettato come un esponente dell'ala più conservatrice dell'episcopato statunitense. Nella biografia sul sito della sua diocesi si ricorda che a inviarlo a Roma fu il cardinale Joseph Bernardin, storico leader della Conferenza episcopale statunitense di tendenze progressiste. Lo scorso anno poi Levada ha preso le distanze da quei suoi confratelli che avevano impostato una linea dura nei confronti dei politici cattolici abortisti minacciandoli di privarli della comunione. Quella di Levada, che non è ancora cardinale, sembra essere una scelta personalissima di Benedetto XVI, che lo ritiene pienamente affidabile e non considera ostativa la mancanza in Levada di una forte formazione accademico-teologica e canonistica.



Gazzetta del Sud

È considerato un teologo raffinato e un tenace conservatore



L'arcivescovo di San Francisco guiderà la Congregazione per la dottrina della fede Levada, rigido e pragmatico Marco Bardazzi NEW YORK ? È considerato un teologo raffinato e un tenace conservatore, ma ammiratori e avversari gli riconoscono anche una passione per il pragmatismo. È questa dote che permise per esempio all'arcivescovo William Levada, nel 1997, di chiudere con un compromesso un difficile braccio di ferro con l'amministrazione di San Francisco, che voleva far adeguare la Chiesa a una legge sul riconoscimento della copertura sanitaria per le coppie omosessuali. L'arcivescovo scelto da Papa Benedetto XVI come proprio successore alla guida della Congregazione per la dottrina della fede, ha alle spalle venti anni di esperienza come guida dei cattolici in due diocesi difficili come San Francisco e Portland (Oregon) e ha trascorso sei anni all'ex Sant'Uffizio. Sotto la guida dell'allora cardinale Joseph Ratzinger, Levada è stato anche tra gli estensori del nuovo Catechismo. A San Francisco, città-laboratorio per le nuove legislazioni a favore dei gay e a Portland, nello stato che per primo negli Usa ha legalizzato l'eutanasia, Levada ha tenuto un atteggiamento rigido sulle grandi battaglie, ma quasi sempre aperto al dialogo. Il più celebre dei suoi confronti con le autorità locali avvenne tra il 1996 e il '97, quando l'allora sindaco della città del Golden Gate, Willie Brown, varò una legge che intendeva mettere San Francisco ? una delle città più progressiste d'America ? all'avanguardia nazionale sul tema dei diritti degli omosessuali. La legge prevedeva l'obbligo, per chi voleva fare affari con il Comune, di garantire copertura sanitaria ai dipendenti sia per le coppie eterosessuali, sia per quelle omosessuali. Levada si oppose, nonostante il rischio di veder saltare contratti per 5,5 milioni di dollari l'anno per società caritative cattoliche legate all'arcidiocesi. Applicare la legge significava riconoscere di fatto la legalità delle unioni gay, a cui la Chiesa si oppone. L'arcivescovo decise di invocare la violazione dei diritti costituzionali della Chiesa previsti dal Primo emendamento (libertà d'espressione) e sostenne poi di ritenere che l'assistenza sanitaria fosse un diritto per tutti i cittadini, non solo per coniugi e conviventi, accusando l'amministrazione di discriminare per esempio figli o persone anziane a carico. Il sindaco Brown, dopo un iniziale irrigidimento, alla fine accettò di incontrare Levada e stipulò un compromesso che ha evitato alla Chiesa di doversi adeguare alla legge sui gay. Monsignor Levada è nato il 15 giugno 1936 a Long Beach, in California, pronipote di immigrati con sangue irlandese e portoghese. Dopo aver studiato a Roma ed essere stato ordinato sacerdote in San Pietro nel 1961, ha avuto incarichi prima in California e poi, dal 1976, alla Congregazione per la dottrina della fede, dove è rimasto fino al 1982. Nel 1986 è diventato arcivescovo di Portland e nel 1995 è stato trasferito a San Francisco. Parla sei lingue, tra cui l'italiano.



L'Unità

Benedetto XVI: subito l'iter della canonizzazione. Due parroci gli chiedono: che facciamo con i divorziati?



CITTÀ DEL VATICANO Per Giovanni Paolo II inizia subito l'iter per la canonizzazione. Non si attenderanno i cinque anni dalla sua scomparsa previsti dal diritto canonico. L'annuncio è stato dato ieri da Benedetto XVI, vescovo di Roma, durante il suo incontro con il clero romano tenutosi nella Basilica di san Giovanni in Laterano. È nelle prerogative del pontefice derogare da questa regola. Un record assoluto. «Vox populi, vox Dei» ha commentato il cardinale Josè Saraiva Martins, prefetto della Congregazione per le cause dei Santi. È stata accolta così la richiesta scandita già durante le esequie di Karol Wojtyla, quel «Papa-santo» e che ha raccolto plausi in tanti ambienti e in tutto il mondo. Ora si aprirà il procedimento per «accertare» la santità di Giovanni Paolo II che ha un suo percorso preciso, dalla nomina del postulatore alla definazione dell'elenco di coloro saranno chiamati a testimoniare «sulle virtù eroiche» di Giovanni Paolo II. Con i suoi tempi.

Ma questa non è stata l'unica decisione presa dal pontefice. Ieri papa Ratzinger ha nominato il suo successore alla Congregazione per la Dottrina della Fede e, come era nelle previsioni, ha scelto l'arcivescovo di san Francisco, mons. William Joseph Levada. Ha colto nel segno chi ha considerato un'investitura l'averlo ricevuto in udienza tra i primi, già il 3 maggio, appena dopo la sua elezione. Così un americano sarà alla guida del principale dicastero della Curia romana, quello che vigila sull'ortodossia teologica e, dopo lo scandalo dei preti pedofili che ha sconvolto la Chiesa statunitense e non solo quella, ha la gestione diretta dei casi di molestie sessuali che hanno per protagonisti clero e religiosi. Mons. Levada, 68 anni, non è un teologo, ma gode della massima fiducia del pontefice-teologo. Ha collaborato a lungo con l'allora cardinale Joseph Ratzinger ed è stato il solo nordamericano chiamato a collaborare alla stesura del nuovo Catechismo della Chiesa cattolica. Per 6 anni ha lavorato all'ex sant'Uffizio. L'arcivescovo di san Francisco ha fama di conservatore «illuminato», impegnato contro i preti pedofili e i movimenti gay molto forti in California, è stato nella commissione mista Vaticano-episcopato Usa impegnata a definire una posizione concordata sulla vicenda. Viene considerato uomo capace di ascolto.

Nella giornata di ieri di Benedetto XVI è stato importante anche l'incontro che il «vescovo di Roma» ha avuto con il suo clero, con i parroci, i religiosi e le religiose, i diaconi della sua diocesi.

Nelle due ore trascorse nella sua cattedrale di san Giovanni in Laterano il Papa ha ricordato le ragioni di fondo della scelta sacerdotale. Lasciato alle spalle «il tempo della crisi di identità che ha travagliato tanti sacerdoti», anche se «rimangono ben presenti però quelle cause di deserto spirituale che affliggono l'umanità del nostro tempo e conseguentemente minano anche la Chiesa che vive in questa umanità» il pontefice ha ricordato che per superare le «insidie» ancora presenti «è indispensabile ritornare sempre di nuovo alla radice del nostro sacerdozio» che è una sola: Gesù Cristo Signore». «In Lui si compie la salvezza del genere umano». Da qui il richiamo all'obbedienza a Cristo e del clero ai loro vescovi. In modo «libero», poi sono arrivate le domande dei preti romani al loro vescovo. Tanti temi toccati. Molti hanno riguardato i drammi dell'uomo nella società contemporanea con i quali il sacerdote si misura ogni giorno. Due parroci hanno posto il problema dei credenti divorziati «loro malgrado» cui sono negati i sacramenti. Un dramma cui porre rimedio.

http://www.gaynews.it/view.php?ID=32216

venerdì 13 maggio 2005

Svelato il vero scopo della missione italiana: "Siamo a Nassiriya per il petrolio"

La missione "Antica Babilonia" e il petrolio di Nassiriya
In un dossier del governo scritto sei mesi prima della guerra si indicava la provincia irachena come località strategica per l'Italia
Peacekeeping e business: un'inchiesta di Rai News 24 va alle origini della missione italiana in Iraq


ROMA - Siamo in Iraq per il petrolio. Certo anche per scopi umanitari e di salvaguardia dell'immenso patrimonio archeologico di quel paese - non a caso la missione si chiama "Antica Babilonia" - ma l'oro nero c'entra e come.

L'inchiesta di Sigfrido Ranucci, in onda oggi su Rai News 24, documenti alla mano, prova a dimostrarlo. E non sarebbe nemmeno un caso che i nostri militari siano stati dislocati a Nassirya e non altrove, perché il capoluogo della provincia sciita di Dhi Qar era proprio il posto in cui volevamo essere mandati. Perché? Perché sapevamo quanto ricca di petrolio fosse quella zona. In gran parte desertica, ma letteralmente galleggiante su un mare di quel preziosissimo liquido che muove il mondo.

Un vecchio accordo tra Saddam e l'Eni, che risale a metà degli anni Novanta, per lo sfruttamento di un consistente giacimento (2,5-3 miliardi di barili) nella zona di Nassiriya induce quantomeno a sospettarlo. Così come qualche dubbio lo insinua lo studio commissionato dal ministero per le Attività produttive, ben sei mesi prima dello scoppio della guerra, al professor Giuseppe Cassano, docente di statistica economica all'università di Teramo. Un dossier nel quale si conferma che non dobbiamo lasciarci scappare l'occasione in caso di guerra di basarci a Nassiriya, "se non vogliamo perdere - scrive Cassano - un affare di 300 miliardi di dollari".

Qual è il problema?, si chiederanno molti. In fondo che male c'è se dopo aver preso parte a una missione così onerosa e rischiosa, alla fine ce ne viene qualcosa? Salvaguardare "anche" il buon andamento dei nostri affari petroliferi, suggerisce il sottosegretario alle Attività Produttive Cosimo Ventucci, intervistato da Ranucci, è una scelta "intelligente".

Certo, bastava ammetterlo - questa la tesi di Ranucci - e rispondere alle interrogazioni parlamentari in materia senza nascondersi dietro formule di circostanza. Ammettere che in realtà la ragione petrolio era tanto più importante di quella umanitaria: "Ho cercato di occuparmi di progetti di ricostruzione - denuncia Marco Calamai, che ha lavorato con il governatore di Nassiriya per un periodo - ma la ricostruzione non è mai veramente partita. L'America esporta la democrazia a parole, in effetti ne ha impedito la crescita dal basso".

I nostri carabinieri hanno pertanto scortato barili di petrolio e sorvegliato oleodotti. E la strage di Nassiriya, come ha scritto il corrispondente del Sole24 Ore Claudio Gatti all'indomani dell'attentato, non era diretta contro il nostro contingente militare, ma contro l'Eni.

D'altronde, l'Iraq è la vera cassaforte petrolifera del pianeta. Con scorte che secondo Benito Livigni, ex manager dell'americana Gulf Oil Company e successivamente dell'Eni, sarebbero superiori a quelle dell'Arabia Saudita: "Secondo una stima le riserve dell'Iraq ammonterebbero a 400 miliardi di barili di petrolio, e non i 116 dei quali si è sempre parlato. Nel Paese ci sono vaste zone desertiche non sfruttate".

(13 maggio 2005)

http://www.repubblica.it/2005/e/sezioni/esteri/iraq53/petroliorai/petroliorai.html

giovedì 12 maggio 2005

Nozze gay in Spagna, il Re firmerà, respinto l'appello della Chiesa

La monarchia spagnola è decisa e annuncia un rigoroso rispetto della Costituzione: Ratificherò la legge socialista"


MADRID - Re Juan Carlos non si lascia coinvolgere nello scontro fra governo socialista e chiesa cattolica e fa sapere che ratificherà la legge sul matrimonio omosessuale se questa sarà approvata dalle Cortes spagnole, malgrado un auspicio contrario espresso dai vescovi.

Un portavoce della Casa Reale ha detto all'Ansa che il re "adempirà rigorosamente" le sue funzioni costituzionali che prevedono la ratifica delle leggi approvate dal parlamento nazionale. "Non farà altro che agire con la costituzione in mano" ha detto il portavoce.

Ieri il quotidiano El Mundo aveva citato fonti della Conferenza episcopale che invitavano il re "in quanto cattolico" a far uso del diritto alla "obiezione di coscienza" e a non apporre la sua firma sul testo della legge che equiparerà l'unione fra omosessuali al matrimonio tradizionale. Quanto scritto dal giornale non aveva ricevuto smentite ufficiali.

Il portavoce della Conferenza, Josè Antonio Martinez Camino, facendo riferimento a una recente nota dei vescovi in cui si chiedeva agli spagnoli la disobbedienza civile contro l'applicazione futura della legge sul matrimonio gay, aveva detto a El Mundo che tale nota "stabilisce un principio generale" e "riguarda tutti i cattolici, insieme a tutte le persone con retta formazione morale".

E altre fonti episcopali avevano aggiunto che "se il re è cattolico, riguarda anche lui il diritto e il dovere all'obiezione di coscienza di fronte a una legge radicalmente ingiusta che corrompe l'istituzione del matrimonio".

Secondo il giornale la chiesa spagnola immaginerebbe uno scenario simile a quello belga del 1990 quando re Baldovino abdicò per 36 ore per non firmare, per "ragioni di coscienza", la legge sull'aborto approvata dal parlamento. "Che il re segua l'esempio di Baldovino" ha detto la fonte episcopale citata.

Ma la monarchia spagnola, come suo costume, sembra al riguardo voler prendere senza tentennamenti una strada diversa, e cioè quella del rigoroso rispetto della costituzione. E già il ministro della giustizia Juan Fernando Lopez Aguilar aveva ieri anticipato tale posizione dicendo di essere convinto che "il re di tutti gli spagnoli" adempirà "impeccabilmente" il suo dovere istituzionale. E aveva avvertito la chiesa cattolica a non fare "un cattivo servizio" al sovrano cercando di coinvolgerlo nel dibattito sul matrimonio gay.

La Conferenza episcopale, che già alla vigilia del voto nella camera bassa aveva chiesto ai deputati cattolici di votare contro la legge, in una nota del 5 maggio aveva invitato i cittadini a "rivendicare il diritto all'obiezione di coscienza" opponendosi sul piano pratico all'entrata in vigore della legge.

E alcuni sindaci del Partito popolare (Pp) avevano annunciato, già prima della nota e in risposta all'appello alla disobbedienza civile del cardinale Alfonso Lopez Trujillo, presidente del Consiglio pontificio per la famiglia, che erano pronti a opporsi all'inaccettabile matrimonio. In quella occasione il governo socialista aveva avvertito che nessun responsabile pubblico può opporsi a una legge dello Stato, ma oggi l'arcivescovo di Valladolid, Rodriguez Plaza, ha criticato tale posizione affermando che "l'obiezione di coscienza è un diritto delle persone e nessun governo può cancellarlo".

(12 maggio 2005)

http://www.repubblica.it/2005/e/sezioni/esteri/matrigay/matrigay/matrigay.html

mercoledì 11 maggio 2005

Appello alla comunità gay: l'8 per mille dell'IRPEF alla Chiesa Valdese

Anche quest'anno rinnoviamo l’indicazione a favore della "Chiesa valdese - Unione delle Chiese metodiste e valdesi" come destinataria dell'8 per mille dell'Irpef.

Lo facciamo innanzitutto per ricordare che anche in Italia vi sono Chiese cristiane che non hanno nulla a che fare con i continui attacchi della gerarchia vaticana contro le più importanti conquiste democratiche degli ultimi decenni in materia di diritti umani e civili.

L’ostilità della gerarchia cattolica (che decide in via esclusiva sulla ripartizione dei fondi conferiti a tale Chiesa) a ogni riconoscimento dei più elementari diritti dei cittadini omosessuali viene invece espressa sistematicamente perfino in occasione di ogni più banale manifestazione a sostegno dei diritti degli omosessuali. Tale ostilità si ripropone ostinatamente e con protervia con la richiesta rivolta a tutte le forze politiche di negare ogni riconoscimento dei diritti reclamati dalle associazioni gay ovunque nel mondo, e cioè di una completa tutela giuridica contro le discriminazioni e della parità di diritti per le coppie gay. E perfino con accostamenti diffamatori fra omosessualità e pedofilia, così frequenti nelle prediche e nella pubblicistica cattolica, come se non fosse proprio negli ambienti ecclesiastici cattolici (oltre che all’interno di famiglie eterosessuali) che si verificano più di frequente gli episodi di pedofilia. Questo arrogante spirito di rivincita contro le conquiste della modernità democratica è assecondato purtroppo da gran parte della classe politica italiana.

Ricordiamo ancora l'attacco alla scuola laica e la pretesa di clericalizzare il più possibile la scuola pubblica, sottraendole in pari tempo fondi e risorse a favore di quella confessionale; ricordiamo il boicottaggio di ogni seria campagna di prevenzione dell'Aids (anche in sede di conferenze internazionali, con il risultato di bloccare importanti campagne di prevenzione dell’Onu) e la pretesa di regolare ogni aspetto controverso dell’esistenza individuale (bioetica, eutanasia, ricerca scientifica sugli embrioni, limiti cervellotici e vessatori alla procreazione assistita) con l’imposizione autoritaria anche ai non cattolici e ai non credenti delle regole proprie della religione cattolica.

Quest’anno, attraverso l’indicazione di astensione nei referendum sulla procreazione assistita per far mancare il quorum e invalidare la consultazione, la Chiesa cattolica italiana ha dimostrato una volta di più non solo la sua volontà di imporre all’intera società italiana la propria morale confessionale, ma anche la volontà di farlo pur sapendosi minoranza: solo sommando i (mancati) suffragi dei propri sostenitori più acritici alle astensioni fisiologiche, i vescovi possono sperare di continuare a imporre la volontà di una confessione religiosa a un’intera popolazione che, su questo punto, come attestano tutti i sondaggi, ha opinioni maggioritariamente diverse e più rispettose della libertà individuale.

D’altra parte, i fondi attribuiti con il meccanismo dell'8 per mille alla Chiesa romano-cattolica sono in larga prevalenza destinati a scopi di culto, al pagamento degli stipendi dei sacerdoti e alla costruzione di nuovi edifici ecclesiastici, all’opposto di quel che lasciano intendere i tendenziosi messaggi pubblicitari della campagna cattolica sull’8 per mille. Viceversa, la gran parte delle altre confessioni religiose concorrenti alla ripartizione di tali fondi (a cominciare dalla Chiesa valdese, il cui rendiconto è visibile all’indirizzo http://www.chiesavaldese.org/pages/finanze/otto_mille.php) li destinano invece esclusivamente a finalità sociali e umanitarie. Nell’atmosfera di parossistica mobilitazione mediatica a sostegno delle posizioni vaticane in ogni campo, seguita alla morte di Giovanni Paolo II, la Rai era addirittura arrivata, nelle scorse settimane, a censurare in un primo tempo uno spot della Chiesa valdese sull’8 per mille che evidenzia questa differenza fra valdesi e cattolici nell’uso dei fondi in questione.

Dall'altro lato, neppure lo Stato merita la nostra generosità. Lo Stato è inerte per quel che riguarda la prevenzione dell'Aids e l’Italia è il solo paese dell’Europa occidentale che abbia escluso il finanziamento della distribuzione gratuita di preservativi come strumento di prevenzione, condannando migliaia di adolescenti italiani ogni anno a infettarsi e a contagiare a loro volta i loro partner. E, mentre preleva ai cittadini omosessuali lo stesso contributo fiscale imposto agli altri, nega loro non solo il riconoscimento della parità di diritti come individui e come coppie, ma perfino una legge che vieti le discriminazioni ai loro danni, come richiesto più volte dal Parlamento europeo: una legge come quelle vigenti in quasi tutti gli altri paesi dell’Europa occidentale e come quelle che vietano anche in Italia la discriminazione di altre minoranze. Addirittura, una direttiva europea mirante a combattere la discriminazione è stata “recepita” dall’attuale maggioranza parlamentare in modo così distorto – e illegale – da rendere possibili discriminazioni in precedenza vietate da norme di legge generali.

La Chiesa valdese e metodista ha invece da tempo avviato una seria e coraggiosa riflessione anche sul tema dell'omosessualità (come sulla bioetica e da sempre sulla laicità dello Stato e della scuola pubblica, e come anni fa sul tema del divorzio e su quello dell'aborto), fondata sull'esegesi biblica e sull'impegno civile, tesa a superare pregiudizi secolari, riflessione che si è manifestata in numerose occasioni e anche con la solidarietà sempre manifestata di fronte agli ostacoli frapposti dalla Chiesa cattolica al libero svolgimento delle nostre manifestazioni. Queste riflessioni che provengono da una Chiesa cristiana universalmente rispettata e riconosciuta sono preziose per noi nel confronto con chi vuole negarci pari diritti e pari dignità sociale sulla base di una presunta “naturale” illiceità della nostra identità personale e morale.

Anche, ma non solo, attraverso questo impegno di riflessione e di ricerca, questa minoranza significativa nella società italiana ha spesso dimostrato che anche in questo paese la fede religiosa può motivare scelte di libertà anziché di autoritarismo clericale.

La scelta sulla destinazione dell’8 per mille assume un particolare significato quest’anno, al culmine di un crescendo di delirio idolatrico da cui l’intera società italiana è stata investita dopo la morte di Giovanni Paolo II e l’elezione del suo successore. Sull’onda di un servilismo e di un’eccitazione mediatica e politica senza precedenti, si è smarrita ogni memoria del carattere laico delle istituzioni italiane, del profondo pluralismo culturale, politico e religioso della società in cui viviamo, del carattere estremamente controverso, perfino per gli stessi cattolici romani, dell’eredità del defunto Papa, pienamente condivisa dal nuovo soprattutto in materia di limitazione dei diritti civili. Si è perso in questi giorni, soprattutto, ogni rispetto per i milioni di cittadini che dissentivano dalle opinioni e dalle convinzioni della Chiesa di Roma.

http://www.gaynews.it/view.php?ID=32165

lunedì 9 maggio 2005

Benedetta primavera

di Giovanni Dall'Orto

L'affossamento della chiesa cattolica, inziato da Giovanni Paolo II, potrò essere concluso senza pericolosi ripensamenti.
Giovanni Paolo II era riuscito a soffocare nella chiesa cattolica qualsiasi fermento e apertura verso il mondo moderno. Oggi le gerarchie monopolizzano con pugno di ferro le decisioni; il dibattito è impossibile, chi dissente è messo a tacere o espulso. Le teorie che osavano mettersi dalla parte dei poveri, come la teologia della liberazione dell'America Latina, sono state sradicate.
Il risultato? In America Latina oggi i poveri stanno "votando con i piedi", passando a ritmo preoccupanti a sette protestanti non meno fanatiche, ma che almeno garantiscono un sostegno socio-economico ai senza-diritti. In Africa ci sono molte conversioni all'Islam per ogni conversione al cattolicesimo, ed oggi l'Islam ha ormai più fedeli del cattolicesimo.

Anche altrove la gente "vota coi piedi". Le chiese si svuotano. I cattolici italiani che andavano a messa almeno una volta alla settimana sono passati dal 36% del 1981 al 25,8% del 1999. In Germania e in Spagna sono arrivati ad appena 17% e 18,1%.
Le donazione dell'otto per mille alla chiesa cattolica sono scese dal 43,1% del 1990 al 31,4% del 1998.
Il numero dei sacerdoti diocesani italiani è sceso da 41.666 nel 1974 a 35.019 nel 2000. Il numero di sacerdoti ordinati è crollato da 918 nel 1966 ai 384 del 1978. E questo non è un fenomeno solo italiano: nel mondo il numero dei sacerdoti cattolici è sceso da 420.971 nel 1978 a 404.626 nel 1998, nonostante la l'esplosione mondiale della popolazione e quindi del numero totale dei cattolici. Né in futuro la situazione migliorerà: i seminaristi, in Italia, sono crollati da 30.500 nel 1962 a 9.853 nel 1978, fino a 5.349 nel 2000. Su sei ragazzi potenziali preti nel 1962, oggi cinque preferiscono altre scelte.
Concentratosi sulla visione medievale della sessualità, il papato ha collezionato una sconfitta dietro l'altra su tutti i fronti: aborto (due referendum persi), divorzio, e perfino omosessualità (si pensi alla sfida lanciata, e persa, col worldpride). In diverse città italiane i matrimoni civili hanno superato quelli religiosi. E la maggioranza degli italiani, compresi quelli di centrodestra, si dice favorevole a una legge sulle "unioni civili" aperta anche agli omosessuali.

Josef Ratzinger ha vegliato inflessibilmente, in quanto capo dell'(ex) Inquisizione, affinché la chiesa cattolica non deviasse mai da questa politica suicida. La sua elezione al papato è una garanzia del fatto che le chiese e i seminari termineranno di svuotarsi. Benedetto XVI potrà in compenso consolarsi con i politici italiani, pronti a leccare il pavimento davanti a lui qualunque cosa chieda. Ma i politici possono riempirgli le casse (e lo hanno fatto in abbondanza, negli ultimi anni!) ma non le parrocchie.

Visto il bilancio, resta ovviamente da chiedere ai gruppi di cattolici gay, che da 25 anni aspettavano la scomparsa di Giovanni Paolo II nella convinzione che il prossimo papa avrebbe portato a un'apertura, su quale "apertura" stessero delirando.

Ratzinger è l'autore di documenti talmente omofobi da scadere nel fanatismo religioso (vedi http://www.alleanzacattolica.org/temi/bioetica/cdf_omosessualita.htm e http://www.vatican.va/roman_curia/congregations/cfaith/documents/rc_con_cfaith_doc_20030731_homosexual-unions_it.html).

Ci chiediamo allora cosa occorra per fare in modo che finalmente la loro voce di dissenso, anzi contestazione, anzi critica aperta, si senta finalmente, forte e chiara, qui ed ora.

http://www.gaynews.it/view.php?ID=32153

Effetto governo per Berlusconi: patrimonio familiare triplicato

Il boom del Cavaliere trainato dalla corsa di Mediaset in Borsa anche grazie alla legge Gasparri e ai guai della Rai
In undici anni di politica il valore è salito da 3 a nove miliardi
di ETTORE LIVINI


MILANO - L'economia italiana fatica a tenere il passo del resto d'Europa. Ma l'impero di Arcore - malgrado il prestito del suo timoniere alla politica - continua a non conoscere crisi: negli undici anni dedicati a Forza Italia e al governo, infatti, Silvio Berlusconi è riuscito a moltiplicare per tre il suo valore. A inizio '94 il suo patrimonio era di 3,1 miliardi. Oggi i beni di famiglia sono lievitati a 9,6 miliardi. Pari alla somma dei soldi custoditi nelle holding di controllo (980 milioni contro i 162 del '94) e delle quote in Mediaset, Mediolanum e Mondadori, cresciute in valore da 3 a 8,5 miliardi, compresi i 2 miliardi di liquidità appena incassati vendendo in Borsa il 16,6% delle tv.

1

Le fortune del premier - che Forbes cataloga oggi come il venticinquesimo uomo più ricco del mondo - sono passate indenni attraverso la frenata congiunturale, un quinquennio di interregno dell'Ulivo e lo sboom della bolla internet. Trainate da Mediaset che dal '94 - grazie anche al salvataggio di Rete 4 e alla resistenza "relativa" offerta dalla Rai - ha macinato record di audience, di utili e di raccolta pubblicitaria. Il suo valore - come ovvia conseguenza - è decollato: dalla quotazione a oggi i titoli delle tv del premier hanno guadagnato il 187%. Un'anomalia nel panorama dei media europei - l'indice che registra il valore in Borsa del settore è sceso da allora del 4% - e anche rispetto ai risultati di altre blasonate dinastie imprenditoriali italiane: nello stesso periodo la Fiat ha ridotto del 76% la sua capitalizzazione e il titolo Benetton ha perso il 24%. Il valore della quota Mediaset in tasca al premier è salito in undici anni da 2 a 6 miliardi, con Mondadori che nello stesso arco di tempo ha raddoppiato il suo valore e Mediolanum che lo ha addirittura triplicato.

2

Le attività operative hanno pompato verso Fininvest centinaia di milioni di cedole. E la holding di via Paleocapa, a sua volta, ha versato nelle casseforti personali di casa Berlusconi (in via di riorganizzazione per "sistemare" tutti e cinque i figli del premier) quasi 700 milioni dal '94 a oggi. Pari a uno "stipendio" medio mensile di 5,2 milioni di euro per il presidente del Consiglio. Questa pioggia di dividendi potrebbe gonfiarsi ancor di più quest'anno: malgrado la crisi dell'Italia Spa, infatti, Fininvest ha chiuso il primo semestre 2004 con oltre 400 milioni di utili.
Qualche rimpianto, però, rimane. Non tutte le avventure imprenditoriali dell'ultimo decennio hanno dato i risultati sperati. La spina nel fianco sono tre disavventure senza le quali il bilancio del premier avrebbe potuto essere ancora più rosa: l'investimento nelle tv tedesche di Kirch, le Pagine Utili e il Milan.

Queste tre partecipazioni, da sole, hanno bruciato un miliardo di euro, più dei soldi incassati da Fininvest con la quotazione di Mediolanum e Mediaset. Quasi 400 milioni sono spariti nel buco Kirch. Circa 300 sono andati in fumo nella sfida alle Pagine Gialle. Mentre la passione per i rossoneri (ripagata a suon di scudetti e coppe) è costata al premier dal '94 a oggi 230 milioni di euro.

3

Certo parte del merito del boom del conto in banca di Berlusconi va ai "supplenti" cui ha affidato i beni di famiglia, dai figli Marina e Piersilvio a Fedele Confalonieri. Ma un aiuto importante - sintesi di un conflitto di interessi mai risolto - è arrivato anche direttamente dai provvedimenti del governo. Magari non "ad hoc" come il salva-Previti o la Cirami, ma cavalcati a suon di milioni di risparmi dalle aziende di casa. Difficile quantificare quanto le "sbandate" della Rai targata centro-destra abbiano contribuito alle fortune di Mediaset. Ma gli esempi di ricadute dirette dell'attività politica sul patrimonio del premier sono tanti: la Tremonti uno e la Tremonti Bis hanno consentito a Mediaset di risparmiare oltre 150 milioni di imposte. Stesso discorso per il condono fiscale.

Certo Mediaset ha pagato 2 miliardi di tasse in 11 anni, ma Berlusconi si era pubblicamente impegnato a non utilizzare questo strumento per le società di casa. Peccato che dalle tv a Idra (la Spa che controlla Villa Certosa) quasi tutte le sue aziende ne abbiano beneficiato. In tutto sono stati versati 60 milioni circa per cancellarne 220 pretesi dall'erario. L'elenco degli "aiutini" dall'esecutivo è lungo: il salva-calcio ha consentito a Berlusconi di evitare di staccare un assegno di 242 milioni (la svalutazione dei giocatori ammortizzata in dieci anni). La riforma Tremonti sulla tassazione delle plusvalenze ha consentito di rimbalzo al premier di risparmiare 340 milioni di tasse sull'ultimo collocamento Mediaset. E la madre di tutte le riforme Tv, la legge Gasparri, "regala a Mediaset un bacino di crescita potenziale di 1-2 miliardi", come ha candidamente ammesso lo stesso Fedele Confalonieri. Forse - a undici anni dal primo successo elettorale e con un portafoglio che ha triplicato il suo valore - anche Berlusconi si è convinto che la politica è un calice meno amaro del previsto.

4

(9 maggio 2005)
http://www.repubblica.it/2005/e/sezioni/economia/patriberlu/patriberlu/patriberlu.html

Uno straccio di laicità

Sex crimes and the Vatican

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