In tutta Italia commenti positivi dopo l'inserimento nella legge delle norme sulle unioni civili
di Lello Parise
Grillini. Il dibattito sui Pacs non può essere una guerra di religione ma deve essere un ragionamento sui diritti delle persone lucia laterza Un grande passo avanti che regala serenità a tutti coloro che ancora oggi sono vittime dell'omofobia
Sdoganati. Votatissimi. E adesso in Puglia, gli omosessuali sfondano le barriere delle leggi e conquistano la scena come non era mai successo. Questa diventa una "buona regione per esserci". L'avevano intitolato così qualche giorno fa, un convegno a Bologna dove volevano capire che cosa si stava muovendo nel Belpaese lungo il paludato fronte istituzionale attorno al mondo delle coppie di fatto. Dalla Toscana al Piemonte lavorano per fissare un manuale del gioco destinato a mettere al bando discriminazioni o solo la paura della diversità, che comunque "è una delle prime cause di suicidio fra i minori" sottolineava, preoccupato, Nichi Vendola in un'intervista di un anno fa al Venerdì di Repubblica. "Nel Lazio" ricorda poi Franco Grillini, leader storico dei gay e deputato dell'Ulivo, "l'ex presidente di centrosinistra Piero Badaloni varò le prime norme per estendere proprio a tutti, i servizi sociali. Ma subito dopo arrivò Storace e le cancellò con il classico colpo di spugna: "La Regione non finanzia il vizio" disse, e addio patto civile di solidarietà. Ecco perché la legge approvata dalla giunta pugliese, ha un sapore ancora di più straordinario. Soprattutto ci permetterà di dare battaglia per esportarla in tutte quante le altre regioni italiane". Sostiene Vendola: "Aiuteremo la politica nazionale ad uscire fuori dalle sue contorsioni". E Grillini fa di sì con la testa: "Ha ragione da vendere. Giacché il dibattito sui Pacs non deve essere una guerra di religione fra chi è favorevole e chi li guarda come il fumo negli occhi, ma un ragionamento sulla vita delle persone. Intendiamoci: quella reale, ispirata ai criteri dell'equità e di uguaglianza". Il "comunista gentile" d'altra parte, fin da quando s'insedia a Lungomare Nazario Sauro, racconta di non volere "piantare una bandiera, ma guidare un avanzamento. Devo interpretare sentimenti profondi, ricostruire una convivenza. Anche in Italia è tempo di stabilire una regola giuridica che consenta pari diritti di cittadinanza". Passano dodici mesi, e all'ombra di san Nicola spuntano le nuove "istruzioni" per le famiglie. "Un atto di civiltà" è il commento di Enrico Fusco, avvocato e "ambasciatore" dell'Arcigay. Fusco parla della "grande maturità" dimostrata dal centrodestra che, politicamente, evita alla legge di precipitare e quindi di essere risucchiata, nel burrone dell'ostruzionismo. Ma pensa alle applicazioni pratiche di un provvedimento del genere: "Immaginate un quartiere come Enziteto, dove le coppie che convivono sono tantissime e, magari, perfino perché non riescono a racimolare i soldi per sposarsi in pompa magna. Nuclei familiari umili, con non pochi problemi economici, che però da oggi in avanti avranno l'opportunità di poter accedere ad una serie di benefici da cui sembravano condannati ad essere esclusi. Sì, insomma, sono crollate le barricate grazie ad un intervento che non è esagerato definire rivoluzionario. E che ora dovremo cercare di pubblicizzare in tutti i modi perché chiunque abbia l'occasione di conoscerlo nonché di apprezzarlo, al di là dello sciocchezzaio dei luoghi comuni". "Ho sofferto, in questi giorni" confessa Lucia Laterza, presidente dell'Agedo, l'associazione genitori di omosessuali. "La Casa delle libertà che aveva presentato seimila emendamenti, non concedeva chissà quali illusioni a quanti come me speravano in una conclusione positiva di questa storia. Per fortuna la brillante mediazione di Vendola ha fatto sì che tutti gli ostacoli siano stati saltati a piedi uniti, e senza inciampare". Non per questo mamma Laterza nasconde l'ansia per la vita complicata che potrebbero avere i suoi figli. "Sì, crescendo avranno la possibilità di vivere un amore, qualsiasi amore, più serenamente. Ma mi auguro che quello fatto ieri dalla Regione, sia soltanto il primo passo, perché... ". Agita il fantasma dell'omofobia, la presidente dell'Agedo: "è tuttora molto diffusa e provoca danni, purtroppo".
da La Repubblica del 01/07/2006
Clicca qui per leggere il testo della proposta di legge regionale
sabato 1 luglio 2006
Puglia, la terra promessa dell'arcobaleno gay
martedì 27 giugno 2006
sabato 24 giugno 2006
Referendum: Il verdetto degli esperti
I sì e i no (prevalenti) dei costituzionalisti
di Giovanni Sartori
Allora si vota (da domattina). Se votassi solo io, voterei No e vincerei il referendum. Come sarei contento. Ma non andrà così. Qualche bastian contrario che mi vuole fare dispetto votando Sì ci sarà di sicuro; e quindi non mi posso fidare. Tanto più che dopo un mese e passa di disinformazione il grosso dei votanti sa a malapena di che cosa si parli. Sì, la Costituzione. Ma l'altro giorno il mio barbiere mi ha chiesto che animale fosse, e quando gli ho risposto che era la «suprema legge» del Paese, la legge che governava tutte le altre leggi, ho visto nei suoi occhi che la risposta non lo aveva impressionato.
Il fatto è che un referendum così «in grande», così sovraccarico di temi e di problemi, noi non l'abbiamo mai affrontato. Sono in ballo più di 50 articoli della Costituzione quasi tutti di natura tecnica, quasi tutti complessi e difficili da valutare. Il Polo ha disfatto e rifatto (o viceversa, rifatto e disfatto) tutto il nostro sistema politico e di governo; e così noi ci troviamo in mano un solo Sì o un solo No per decidere su decine e decine di questioni. È un'assurdità, ma è così.
Che fare? Secondo me, dovremmo fare come facciamo sempre in casi analoghi. Ci sentiamo male? Siamo malati? Andiamo da un dottore e ci rimettiamo a lui. Abbiamo una grana legale? Andiamo da un avvocato che la gestisce per noi. Non sappiamo come investire i nostri soldi? Chiediamo a un consulente finanziario. Alla stessa stregua, se uno non sa se la nuova Costituzione sia buona o cattiva, allora una persona di buon senso chiede lumi ai costituzionalisti, a chi ne sa.
Si avverta: il grosso dei nostri costituzionalisti non è politicamente schierato. È costituito da studiosi la cui priorità è la materia che studiano. Ha ragione chi chiede un voto che affronti il merito ed eviti una scelta basata su uno spirito di fazione. Il punto è che questo voto sul merito non verrà certo chiarito dai politici, che devono essere per forza «di parte». Nemmeno può venire da chi di costituzioni non si intende. Può soltanto provenire ed essere orientato da chi se ne intende. Mi pare terribilmente ovvio. E il fatto è che la stragrande maggioranza dei nostri costituzionalisti bocciano la Costituzione sottoposta a referendum: 10 contro 1 propongono il No.
Il conto è presto fatto. L'associazione italiana dei costituzionalisti (sono circa 220) dispone di un sito Internet sul quale, dichiara il presidente dell'Aic Sergio Bartole, «tutti gli interventi sono nettamente contrari alla riforma della Cdl». E Bartole soggiunge che la tesi di chi chiede il Sì per riaprire il dialogo è assurda: non si può dire «approviamo la riforma per poi cambiarla». In secondo luogo, abbiamo due associazioni culturali che hanno raccolto firme (a livello accademico). L'associazione di destra Magna carta ha racimolato soltanto 42 Sì e, tra questi, soltanto 16 costituzionalisti. Invece l'associazione di sinistra Astrid ha raccolto i no di 17 presidenti e vicepresidenti emeriti della Corte costituzionale, di 178 professori di diritto costituzionale, pubblico e amministrativo, più 274 professori di altre discipline.
Come si vede, quando calcolo 10 contro 1 sono generoso (favorisco il solitario). E da questi numeri ricavo che un Paese serio dovrebbe ascoltare i propri esperti. Se gli esperti dicono No, dovrebbe votare No. Il guaio è che la voce dei costituzionalisti è stata oscurata o quanto meno del tutto emarginata dalla televisione «cattiva maestra» denunziata da Karl Popper. Vedremo lunedì sera se avrà vinto la cattiva maestra.
24 giugno 2006
http://tinyurl.com/hba47
lunedì 19 giugno 2006
La storia siamo noi nessuno si senta offeso
di Paolo Hutter
La sensazione straordinaria è stata che l’intera città abbia fatto proprio il Pride. Dai ragazzini alle madame del popolo. La distinzione tra partecipanti e spettatori passava per sfumature.
Già a Porta Susa l’attenzione non era più tanto catturata dall’interrogativo su quanti (pochi) ministri o sindaci sarebbero venuti, né su quanti gruppi gay del centro Sud sarebbero arrivati. Il Pride era la gente, erano le diverse sfumature della partecipazione. Certo il ragazzo a torso nudo che ballava sul carro musicale non era la stessa cosa della femminista torinese che scende in piazza da trent’anni. E la anziana signora semplice che mi rispondeva “sono torinese, vengo a vedere le manifestazioni nuove che arrivano” non è la stessa cosa degli studenti che si inseguivano con gli sms.
Ma tutto si combinava in una straordinaria armonia, in cui ciascuno si sentiva libero di essere sé stesso e di modulare curiosità e partecipazione solidale, azione e osservazione. Grazie alla gente di Torino è stato uno dei più bei Pride della storia italiana Tra gli ingredienti e i precedenti di questo successo ci possiamo mettere tante cose: anche le recenti Olimpiadi e le più antiche manifestazioni del Fuori di 25 anni fa. La percezione della questione omosessuale è dopo questo sabato più ricca, ma lo è anche la percezione umana – non cerebrale e astratta – della questione laica. Ci sarà da litigare ancora sulle riforme, la famiglia,la morale. Ma per quello che poteva essere e dare, il Pride ha stravinto. Mi viene in mente un verso di De Gregori: “la storia siamo noi, nessuno si senta offeso”.
http://www.gaynews.it/view.php?ID=38015
Un gay pride per 150000
La sfilata dell'"orgoglio gay" è un promemoria per l'Unione
In corteo i ministri Ferrero e Pollastrini, Pannella e Mercedes Bresso. Grande accoglienza dei torinesi, che scendono in piazza Orsola Casagrande Torino Let's Pride! Invito raccolto: ieri a Torino hanno sfilato coloratissime e rumorosissime oltre 150 mila persone.
Il Pride 2006 è stato un successo di adesioni. A Porta Susa l'atmosfera che si respira è festosa. E del resto il Pride è un trionfo di colori. Nel grigio di una città che non ha perso occasione per mostrare (almeno a livello di istituzioni) i suoi lati più "bacchettoni", i colori risaltano ancora di più. Il rosa naturalmente trionfa, ma anche il giallo, il rosso, il verde, il fucsia. In un armonico serpentone chiassoso. I carri sono stati addobbati per bene. Il chiasso simpatico e allegro regna sovrano. In mezzo al corteo si riconoscono Vladimir Luxuria, parlamentare di Rifondazione. E proprio il partito di Franco Giordano partecipa a questo Pride con un nutrito contingente di nomi noti e meno noti. Ci sono il governatore della Puglia Niki Vendola, e ci sono i tanti consiglieri comunali e regionali del partito. Ci sono le deputate Marilde Provera e Titti de Simone. E anche una fetta di governo, con i ministri Paolo Ferrero e Barbara Pollastrini, che proprio il giorno prima aveva scatenato le polemiche dei cattolici del centrosinistra con una lettera agli organizzatori del Pride in cui parlava di "unioni civili" come da programma dell'Unione. La ministra per le Pari opportunità ha rimarcato che le "regole miti e sagge" devono essere trovate "cercando una larga condivisione in parlamento". Ma le regole ci vogliono "perché le coppie di fatto, omosessuali e non, possano avere quei diritti e quei doveri che fanno stare bene". Sarà difficile trovare una "larga condivisione" se è vero che ieri esponenti del centrodestra non si sono fatti problemi a bollare la manifestazione come "anormale" (Gianluca Galletti, Udc). Gli striscioni sono centinaia e raccontano di viaggi fatti da tutta Italia per arrivare a Torino. C'è l'Arcigay di Napoli che ha organizzato pullman, ci sono pullman da Bologna, e mini cortei da Milano, Roma, la Calabria, la Sicilia. Per gli organizzatori torinesi un successo, che premia il duro lavoro e in qualche modo cancella le stupide e bigotte polemiche dei mesi scorsi: è soprattutto la gente che saluta festosa il corteo mentre scivola per le strade. Anche se vale la pena in realtà tenerle sempre a mente quelle polemiche. A partire dall'uscita dell'ex vice sindaco (in quota Margherita) che in campagna elettorale non aveva trovato di meglio da fare che dire che a lui l'idea di un Pride a Torino proprio non piaceva. Il sindaco riconfermato Sergio Chiamparino, dopo un lungo e imbarazzante (per lui) silenzio, aveva riconfermato non solo il patrocinio del comune alla manifestazione ma anche il percorso del corteo. Poi però, a quattro giorni dalla sfilata, ha deciso di non parteciparvi, dicendo che non si sarebbe sentito a suo agio. Ieri, in qualche modo, ha dato la sua benedizione alla manifestazione, ma da lontano: "Ho appreso che tutto si è svolto in un bel clima di festa, rispettando la sensibilità di tutti. Questo è un successo degli organizzatori e di tutta la città", specificando che "la città era rappresentata da un buon numero di assessori e di consiglieri comunali". Il corteo è stato aperto da uno striscione che pone una domanda al nuovo governo. "Uguali diritti: se non ora, quando?" Quindi la banda musicale e poi i carri. Una ventina. C'era quello della "visibilità lesbica", dodici metri. E poi decine di associazioni. Dalle mamme dell'Agedo, l'associazione genitori di omosessuali e le famiglie arcobaleno. E poi le famiglie di san Salvario, associazione cristiana. Tra gli spezzoni caratterizzati da canti e balli spicca lo striscione di Amnesty international. La sezione italiana ha aderito anche quest'anno alle manifestazioni organizzate a livello nazionale dal Pride e alla sfilata. "Libere e liberi di essere", questo lo slogan scelto da Amnesty perché, come ricorda il presidente della sezione italiana, Paolo Pobbiati, "l'orientamento sessuale e l'identità di genere fanno parte dei caratteri fondamentali dell'identità umana". No-Vat è invece lo striscione del gruppo torinese "Facciamo breccia", dove il Vat sta evidentemente per Vaticano. Sulla stessa lunghezza d'onda anche gli striscioni della Rosa nel pugno "no taliban, no vatican". Abbastanza inquietante la presenza di militanti di Forza nuova, che hanno tenuto una contromanifestazione in una zona lontana dal Pride. Il segretario dei neofascisti Roberto Fiore è intervenuto per dire che il Pride attacca i diritti della famiglia tradizionale. Gli appuntamenti del Pride 2006 non finiscono con la sfilata di ieri. Infatti già oggi ci sarà un convegno sulla storia lesbica con la storica Lillian Federman. E poi eventi durante l'estate e in autunno. Su tutti, il concerto al teatro Regio del coro gay di Londra e poi il recital di Milva.
il manifesto, 19/06/2006
http://www.gaynews.it/view.php?ID=38019
venerdì 16 giugno 2006
Pacs, il ministro Pollastrini "Penso a legge su unioni di fatto"
ROMA - Il ministro Barbara Pollastrini aderisce al Gay Pride in programma domani a Torino. In una lettera agli organizzatori, in cui il ministro per i diritti e le pari opportunità spiega i motivi della sua adesione alla manifestazione, la Pollastrini annuncia che sta "pensando ad una legislazione umana e saggia per le unioni di fatto, omosessuali e non, cosa che sta a cuore a voi e a molti di noi. Penso ad urgenti provvedimenti sul lavoro. Mi riferisco - precisa il ministro - a una politica di risanamento che sia tutt'uno con innovazione, giustizia sociale e talenti. E cioè esprima un'idea di crescita ispirata ad una visione dinamica, tollerante, umana della società".
(16-06-2006)
http://tinyurl.com/rhqj8
La scelta oscurata
Referendum: se per la Rai va tutto bene
di Giovanni Sartori
Tanto tuonò che piovve. A quanto pare il mio editoriale sul referendum in televisione del 13 maggio ha tanto tuonato da scatenare una grandinata. Il grandinatore massimo è l’ex ministro delle Riforme Calderoli che dichiara che io sono «come Moggi», che «mento sapendo di mentire ». Come Moggi proprio no: io sono più bello. E poi come fa il nostro a sapere che so di mentire? È anche indovino? Legge nel mio animo? Io indovino non sono, però so che io non ho nessun interesse a mentire, mentre Calderoli sì: se perde rischia di dover tornare all’odontoiatria. Ma anche Calderisi e Taradash ci vanno con la mano pesante. Sartori, dichiarano, «racconta bugie colossali», perché non è vero che nella riforma costituzionale del 2001 la sinistra aveva eliminato il bicameralismo perfetto e incluso la riduzione del numero dei parlamentari. Povero me. Scrivo un pezzo per spiegare che il quesito referendario non chiede ai votanti un paragone tra il 2001 e il 2005 (ma invece di soppesare i pro e i contro del testo del 2005), e la nostra coppietta mi accusa proprio di questo e dimentire su questo. Invece, e ovviamente, io faccio riferimento alle proposte della sinistra nella successiva legislatura, a cominciare dal disegno di legge (al Senato) n.ro 2320 dell’11 giugno 2003 nel quale si propone un Senato federale che superi «le incongruenze e gli appesantimenti dell’attuale bicameralismo perfetto», e una riduzione dei senatori a 200 (invece di 252) e dei deputati a 400 (invece di 518). Potrei citare altri testi. Ma già si intende che le «bugie colossali » sono di altri, non mie.
Tanto tuonò che piovve. Ma c’è anche il detto inverso: tuonò parecchio, ma non piovve per niente. In barba ai miei tuoni il consiglio di amministrazione della Rai mi fa sapere che tutto è ben fatto e va bene così. Questo «non ricevere» è stato votato, si noti, all’unanimità, e quindi anche dalla sinistra. Il che mi lascia impavido, visto che per me le costituzioni non sono né di destra né di sinistra (dal che consegue che farei le stesse riserve se il testo fosse di D’Alema-Fassino). Però mi fa specie che ai «sinistri» in Rai sfugga che il No è promosso dai loro. Vogliono perdere? Se lo meriterebbero. Torno a spiegare. Il mio argomento è che un referendum deve strutturare una scelta; e il mio lamento è che la Rai non lo fa. La Rai illustra il testo del Polo; un testo che incorpora, ovviamente, le tesi del Polo. E le controtesi? Le critiche? Non ci sono. La Rai sostiene invece che ci sono, perché dopo il suo raccontino intervengono un sinistro e un destro con pistolotti prefabbricati di 10-30 secondi. Ma le spade non si incrociano mai. Uno dice che il popolo comanderà, l’altro che la devolution costa troppo.
I due interventi non si controbattono, possono essere entrambi faziosi, e quindi lasciano il tempo che trovano. Quel che non capisco è se i vertici Rai fanno le gattemorte, oppure se proprio non sanno come fare meglio. Il messaggio che di fatto arriva al pubblico dal servizio pubblico è che il Polo vuole cambiare, vuole un governo forte e durevole, vuolemeno costi e meno parlamentari, e così via di belluria in belluria. Invece i fautori del No cosa vogliono e cosa propongono? La Rai tace e non spiega che i due fronti vogliono entrambi le suddette bellurie, ma con metodi e strumenti diversi. I votanti indecisi questo lo sanno? Dalla Rai assolutamente no.
Corriere della Sera, 16 giugno 2006
http://tinyurl.com/qoydy
giovedì 15 giugno 2006
Referendum: la TV inganna
Rai e Mediaset disorientano gli italiani
di GIOVANNI SARTORI
L'incombente referendum sulla nuova costituzione investe argomenti molto difficili. I più non li capiscono, e quindi se ne disinteressano. A torto perché una scelta sbagliata danneggerà tutti, ivi inclusi i disinteressati. Ma tant'è. Il referendum è indetto, e il dovere della Rai come servizio pubblico è di spiegarlo onestamente e imparzialmente. Come? Come si fa? La nostra tv non lo ha mai fatto, probabilmente nemmeno sa come farlo, e comunque se ne impipa. In Saxa Rubra l'imparziale è un imbecille; l'intelligentone si schiera e, se l'azzecca, viene debitamente ricompensato dal vincitore. Da aprile il vincitore è cambiato. Ma il nuovo vincitore continua a sonnecchiare, consentendo così che il referendum costituzionale sia gestito, senza nemmeno cambiare un guardalinee, dalla tv colonizzata da Berlusconi.
Facendo un passo indietro comincio da questa domanda: qual è il problema che viene specificamente posto da un referendum? In questo contesto non si tratta più di descrivere un testo ma di strutturare una scelta. Perché è meglio approvare? Perché è meglio rifiutare? Questo è il quesito posto agli italiani, e questo è il quesito che il nostro cosiddetto servizio pubblico pervicacemente elude.
Pilucco tra i vari spot e filmatini che per dovere di ufficio mi sono dovuto sorbire in questi giorni. Un tema molto insistito, non a caso, è quello della riduzione del numero dei parlamentari. Il tema è popolare e gli strateghi al servizio di Sua Emittenza hanno capito che è più facile da vendere agli ignari di tutto. E così si ripete a distesa che i deputati passeranno, con la riforma, da 630 a 518 e i senatori da 313 a 252. Vero o falso? Semi-vero, e quindi semi- falso. E anzi più falso che vero. Non solo perché la sinistra ha proposto un taglio più drastico, ma anche perché ne propone l'attuazione subito mentre la destra la rinvia addirittura al 2016. Mediaset, poi, è ancora più imbrogliona. Perché nella sua animazione di questo punto le figurine dei parlamentari si trasformano in simboli dell'euro. Come per dire: votate Sì e risparmierete soldi. E questa non è una mezza verità ma una sicura falsità.
Secondo esempio: il bicameralismo perfetto (paritario). La riforma Bossi- Berlusconi lo ha eliminato. Ma lo aveva anche eliminato prima la sinistra. Sul che la Rai tace, mentre il problema dovrebbe essere di chi lo abbia sostituito peggio. Imperturbato lo spot Rai illustra così: «La riforma prevede tre tipi di leggi», norme approvate soltanto dalla Camera (alle quali però il Senato federale può proporre modifiche); secondo, norme approvate soltanto dal Senato federale (alle quali la Camera può anch'essa proporre modifiche); e infine «norme che disciplinano norme sia dello Stato e delle Regioni». Quasi tutti i costituzionalisti hanno detto che questo è un caos ingestibile. Ma questo non va detto. I vari Mimun, Mazza, Giuliana Del Bufalo, o chi per loro (non so chi confezioni queste pillole papaverine) si chiamano fuori dichiarandosi «neutrali».
Neutrali? Per carità. Un referendum è come ricorrere a un tribunale. La destra ha imposto la sua riforma, la sinistra la contesta. Nel tribunale si devono udire entrambe le parti, e poi il giudice (il demos
votante) decide. Ma il nostro referendum sta procedendo inaudita altera parte, senza contraddittorio. A me sembra incredibile, oltreché vergognoso. Eppure sino al momento nel quale scrivo il consiglio di amministrazione della Rai e il suo presidente Petruccioli hanno fatto finta di non vedere che «mamma Rai» sta disorientando gli italiani con un'informazione che è, in realtà, disinformazione.
Gay Pride: Sì di Bertinotti e Bonino, proteste cattoliche
Sabato il corteo a Torino, aderiscono presidente della Camera e ministro. La Margherita: era meglio evitare
di Gian Guido Vecchi
MILANO - Che ci fosse un filo di disagio lo si è capito quando la giunta torinese di centrosinistra, considerata l’ansia della Margherita, non ha concesso il parco Colletta per il gran finale del Gay Pride nazionale di sabato sera, «problemi di inquinamento acustico», tutti spostati a Collegno. Il filosofo Gianni Vattimo ancora se la ride, «è fantastico, quel parco confina pure col cimitero, non credo che i poveri defunti avrebbero obiettato sul rumore; e poi andiamo, è tutto l’inverno che passiamo dalle notti bianche olimpiche alle feste dei tifosi, mi sembra un po’ come arrestare Al Capone per evasione fiscale».
ADESIONI - Sforzo lodevole ma inutile, peraltro. Perché poi salta fuori che l’appello «Esserci è diverso, io ci sarò!», l’adesione «al più importante appuntamento della comunità gay lesbica bisessuale e transessuale», è stato firmato tra gli altri dal presidente della Camera Fausto Bertinotti e dal ministro Emma Bonino. Che la Rosa nel Pugno sfilerà con un suo carro drappeggiato di slogan come «No Vatican No Taleban» e «Nessun Pacs indietro» e domani presenterà «alcune proposte di legge sul tema», informa Daniele Capezzone, «con buona pace dello strano ostracismo degli ultimi tempi». E allora, va da sé, i cattolici dell’Unione, Margherita in testa, un po’ si agitano. Niente a che vedere con quello che Storace sibilò su Katia Bellillo per il Gay Pride del 2000 a Roma, «il ministro a una sfilata è una cosa immonda!». D’altra parte Bertinotti e Bonino, a quanto pare, non potranno essere fisicamente presenti.
PROTESTE - Però, sospira Pierluigi Castagnetti, sarebbe stato meglio evitare: «Viviamo in un momento di relazioni difficili con la Chiesa italiana e il mondo cattolico, il governo ha bisogno di rasserenare il clima: ferma restando la laicità dello Stato sono molto preoccupato, proprio adesso mi sembra inopportuno, chi ha responsabilità istituzionali dovrebbe ispirarsi a un di più di prudenza per non aumentare le incomprensioni». Castagnetti, tra l’altro è pure vicepresidente vicario della Camera. L’adesione della terza carica dello Stato? «Dò per scontato che sia a titolo personale, certo non coinvolge la responsabilità delle istituzioni...». L’appello, del resto, non precisa, e poi non fa molta differenza: «Noi abbiamo chiesto una firma, che certo è un invito ad esserci», sorride la portavoce del Gay Pride, Roberta Padovano, «e il fatto che un ministro e la terza carica dello Stato abbiano aderito ha un valore simbolico e politico molto importante, è chiaro».
Ecco, appunto. C’è poco da discettare, considera il senatore Luigi Bobba, anche lui della Margherita: «Prodi aveva detto ai ministri "testa bassa e pedalare", non parlate e lavorate, e questo mi pare un po’ il contrario, no?». Le considerazioni si ripetono, «ci vorrebbe prudenza, responsabilità, andrebbe scelta la strada del confronto piuttosto che procedere per strappi che in fin dei conti servono solo ad alzare steccati». Anche se, geme il compagno di partito Enzo Carra, «temo che ormai prendersela per queste cose sia inutile, perché ognuno fa come gli pare». Il che potrebbe anche andare bene, «come cattolico liberale io rispetto le opinioni altrui: purché gli altri rispettino le mie senza bollarmi come uno della lobby di Ruini e robe del genere, però».
TRANVIERI - Comunque il sindaco Sergio Chiamparino non andrà alla sfilata, «di tutto il Gay Pride è la manifestazione che mi convince meno», e non manderà il Gonfalone. Delusioni, discussioni come da copione. Meno male che c’è Vattimo: «Il Gonfalone? Le dirò, non mi scandalizza: mica è il 25 Aprile, solo una manifestazione di un rispettabile gruppo di cittadini che vuole riconosciuti alcuni diritti. Un po’ come fosse un corteo di tranvieri».
dal Corriere della Sera del 15/06/2006
giovedì 8 giugno 2006
Matrimoni gay, Senato Usa boccia l'emendamento che li bandisce
A favore 49 voti, contro 48: serviva la maggioranza di due terzi
Il testo, appoggiato da Bush, sarà presto riproposto alla Camera
Dimostranti favorevoli
ai matrimoni gay
WASHINGTON - Il Senato degli Stati Uniti ha bocciato la proposta di un emendamento della Costituzione per mettere al bando i matrimoni omosessuali: 49 senatori si sono pronunciati a favore e 48 contro.
L'iniziativa non ha quindi avuto la maggioranza dei senatori, che sono 100, e tanto meno i due terzi dei voti che sarebbero necessari per fare passare un emendamento costituzionale. Due anni fa un voto analogo aveva visto 48 senatori pronunciarsi a favore del bando.
I promotori dell'emendamento, sostenuto con convinzione anche dal presidente George W. Bush, sapevano di andare incontro alla disfatta, ma speravano di raccogliere almeno la maggioranza dei voti, cioè più di 50, sul testo dell'emendamento che definisce il matrimonio come l'unione tra un uomo e una donna.
Lo schiaffo del Senato non è giunto del tutto sgradito a Bush e agli alfieri del bando: ne porteranno le stimmate alle elezioni di metà mandato del 7 novembre, sperando di recuperare, così, il sostegno, evaporato negli ultimi mesi, dei movimenti integralisti cristiani.
D'altra parte, poiché gli oppositori non hanno i 60 voti necessari per fare cessare il dibattito, la questione resta aperta e i sostenitori del matrimonio tradizionale promettono di provarci ancora.
E, infatti, forte anche dell'appoggio del presidente Bush, il capogruppo repubblicano alla Camera John Boehner intende portare in aula la questione il mese prossimo, sostenendo che un numero "significativo" di deputati vogliono discuterne ed esprimersi con un voto.
I promotori dell'iniziativa ritengono che il Congresso abbia l'autorità per definire gli standard etici della società e che il matrimonio tradizionale sia il fondamento essenziale "d'una società sana".
Gli oppositori sostengono che l'emendamento è un'intrusione dell'Amministrazione nella vita privata di tutti i cittadini: per il senatore del Minnesota Mark Dayton, avrebbe apportato "un elemento di discriminazione" alla Costituzione.
L'opposizione democratica, inoltre, accusa la maggioranza repubblicana di volere solo chiamare a raccolta la sua base religiosa e conservatrice, in vista delle elezioni politiche del 7 novembre. Il senatore del Vermont Patrick Leahy avverte che la Costituzione "è troppo importante per essere usata a fini così partitici".
I sondaggi indicano che una maggioranza d'americani ritiene che il matrimonio sia un'unione tra un uomo e una donna, ma che un'analoga maggioranza è contraria al bando costituzionale.
(7 giugno 2006)
http://tinyurl.com/rfwum
domenica 4 giugno 2006
Baci, sequenze sexy, terrore i premi alle scene cult dei film
Assegnati gli Mtv Movie Awards: trofei lontani anni luce dagli Oscar, che strizzano l'occhio ai giovanissimi
Le effusioni gay di "Brokeback Mountain" battono quelle di Pitt-Jolie in "Mr & Mrs Smith". Ma la più sensuale è Jessica Alba...
di CLAUDIA MORGOGLIONE
Sequenze da grande schermo così, agli Oscar, non le vedremo mai: una Beyonce Knowles supersexy, che tenta di sedurre l'ispettore Clouseau-Steve Martin (nella Pantera Rosa); Paris Hilton in biancheria intima che viene barbaramente assassinata (nella Maschera di cera); Brad Pitt e Angelina Jolie che, anticipando la realtà, si baciano con passione (in Mr & Mrs Smith). Tutte scene di film non acclamati dai critici, e dunque esclusi dal normali circuiti dei premi cinematografici. E apprezzati soprattutto dal pubblico dei ragazzini: quelli, per intenderci, che adorano gli horror, le starlette da reality show e i programmi di Mtv.
E così non sorprende che proprio l'emittente televisiva, seguendo la sua tradizione giovanilistica e irriverente, assegni ogni anno - anche a pellicole non d'autore - un tipo di premi per nulla ortodossi: gli Mtv Movie Awards, diventati ormai un appuntamento fisso nell'universo hollywoodiano. Riconoscimenti riservati non solo al miglior film, ma anche a una serie di categorie più eccentriche: il miglior bacio, la migliore performance sexy, la miglior interpretazione "da paura", e così via.
Ecco perché, come sempre, anche quest'anno c'è molta attesa per la cerimonia di consegna dei trofei, in programma per la sera del 9 giugno: party co che si è tenuta stanotte: condotta dalla neodiva Jessica Alba, e in cui si sono esibite anche star del pop (come l'immancabile Christina Aguilera). E allora diamo un'occhiata, sia alle nomination che ai vincitori. Per avere un'idea di cosa è stato "hot", dal punto di vista dello star system e delle preferenze giovanili, nella stagione cinematografica appena conclusa.
Cominciamo allora dall'unica categoria tradizionale, tra quelle selezionate da Mtv: quella del miglior film. Ma di prevedibile c'è solo il nome del premio. Perche in realtà, nella cinquina di candidati, troviamo pellicole quasi tutte lontane dagli altri premi ufficiali: la commedia demenziale 40 anni vergine, e quella irriverente di Due single a nozze; il noir cupo e pulp Sin City; il superkolossal King Kong di Peter Jackson; l'avvincente Batman begins interpretato da Christian Bale. E alla fine, a prevalere, è stata Due single a nozze.
E poi ci sono gli altri riconoscimenti. Come quello al miglior bacio da grande schermo. In cui ritroviamo, tra i nominati, la coppia più gossippata di questo inizio Millennio, ovvero Brad Pitt e Angelina Jolie, sul set galeotto di Mr & Mrs Smith. Che però, nella vittoria finale, devono cedere il passo alle effusioni altrettanto cult tra Heath Ledger e Jake Gyllenhaal, nel western gay Brokeback Mountain. In lizza anche i baci di Rosario Dawson e Clive Owen in Sin City, di Taraji P. Henson e Terrence Howard in Hustle and flow, di Anna Faris e Chris Marquette in Just friends.
Restando in tema più o meno erotico, per le migliori performance sexy erano in gara Beyonce Knowles (nella Pantera rosa), la Jessica Alba ballerina di Sin City, la bella e languida Ziyi Zhang di Memorie di una geisha, la stella del gossip Usa Jessica Simpson nel ruolo di Daisy Duke in Hazzard, e - a sorpresa - un uomo, Rob Schneider, protagonista della commedia demenziale Deuce Bigalow - Puttano in saldo. Alla fine, a prevalere, è stata lei, la Alba: splendida sia nel costume bikini sfoggiata nella pellicola, sia nei numerosi abiti indossati ieri sera, durante lo show.
Ancora, vale la pena di segnalare le candidature per la miglior performance in un film "di paura": ci sono la piccola Dakota Fanning, figlia spaventata di Tom Cruise nella Guerra dei mondi; la Jennifer Carpenter assassinata in The Exorcism of Emily Rose; il Derek Richardson finito nell'incubo super splatter di The Hostel; la Rachel Nichols di The Amityville horror. E infine lei, la reginetta dei tabloid Paris Hilton. Che certo non sarà mai Meryl Streep, ma che comunque è candidata a un premio cinematografico grazie alla sua performance nel remake della Maschera di cera. In cui, sostanzialmente, si limita a morire in lingerie rossa. Per la gioia dei suoi ammiratori un po' feticisti. Ma a prevalere, nella categoria, è stata la Carpenter. Anche perché lei, figlia del regista John (che della suspance cinematografica è uno specialista), la paura cinematografica in famiglia l'ha sempre respirata.
(4 giugno 2006)
http://tinyurl.com/j5jgj
mercoledì 31 maggio 2006
martedì 30 maggio 2006
Fermiamo l´internazionale omofoba
di Paolo Hutter
Erano hooligans anti-gay i giovani che lanciavano fumogeni inseguiti dalla polizia, e non gay come erroneamente indicato nei servizi delle agenzie televisive. Non c´era bisogno di insinuare che ci sia stato qualche gay scalmanato: a Mosca il primo tentativo di Gay Pride è stato praticamente soffocato dall´omofobia.
La cosa dovrebbe suscitare alcune preoccupazioni e altrettante suggestioni, valide anche qui. E va vista in relazione a un quadro est europeo, per esempio alla recente «marcia per la tolleranza» organizzata da giovanissimi gay e lesbiche a Cracovia, e conclusasi «vittoriosamente», non come a Mosca, nonostante le intimidazioni dei gruppi omofobi. Forse i mass media avrebbero fatto bene a mettere la notizia dello scontro tra gay militanti e gruppi omofobi nella capitale russa accanto alla visita di Ratzinger in Polonia, non perché i cristiani ortodossi siano egemonizzati direttamente dal Papa, ma per il ruolo delle religioni e del fanatismo religioso nei paesi ex comunisti. Non mi voglio improvvisare esperto di questi paesi, sto seguendo la vicenda come «produttore esecutivo» di due video documentari realizzati da due studenti torinesi e co-finanziati dai Verdi.
Vedendo in anteprima le immagini delle bigotte moscovite e dei trucidi nazionalisti ortodossi che si scagliano contro i pochissimi omosessuali che hanno avuto il coraggio di presentarsi nel primo tentativo di gay Pride della storia russa… penso che forse non ci troviamo di fronte ai colpi di coda della reazione nei confronti del progresso, ma a una articolazione locale di un conflitto internazionale se non globale. Sospetto che la mobilitazione cattolica internazionale - e protestante negli Usa - contro le unioni gay abbia indirettamente favorito e coperto la mobilitazione cristiano ortodossa omofoba a Mosca, che è giunta al punto di assediare i frequentatori di un locale gay un mese fa e che è lanciata in una triste competizione con gli anatemi musulmani del «Mufti» moscovita.
Certo, esiste anche una omofobia hooligan o naziskin che nelle sue pulsioni psicologiche e sociali non ha molto a che fare con la religiosità, ma non c´è dubbio che le radici e gli appigli della ostilità militante contro i gay si trovino oggi quasi esclusivamente nelle religioni, o meglio nella loro interpretazione fondamentalista. La Chiesa Cattolica ovviamente ha il pieno diritto di dire la sua contro la approvazione di leggi che modificano e ampliano il diritto di famiglia. Ma in un mondo dove l´omosessualità è ancora in tanti paesi perseguitata come tale, spesso con violenza pesante, la Chiesa dovrebbe meditare le sue parole che pesano come macigni, perché provviste di un grande potere di legittimazione. Insomma, la distanza tra l´opposizione al matrimonio gay e la copertura dell´omofobia è molto sottile, e se ai vertici ecclesiastici stanno a cuore la pace e il rispetto dei diritti, di questa sottigliezza dovrebbero farsi carico.
Forse per queste ragioni è stato finora scarso e limitato il pronunciamento politico contro la situazione che abbiamo visto in Russia. Dopo aver detto due battute di rito sui veleni lasciati dai regimi comunisti, bisognerebbe affrontare questioni più attuali, scomode,trasversali. La cosa positiva è che all´interno della Ue, nei confronti della omofobia polacca, si registrano episodi interessanti di mobilitazione transnazionale e di solidarietà attiva.
Alla marcia per la tolleranza di Cracovia c´erano un centinaio di giovani provenienti per lo più da Germania e Belgio che avevano di tasca loro stanziato il viaggio per dare man forte ai diritti dei loro simili polacchi. Un Erasmus dell´impegno per una vera tolleranza. Il 17 giugno ci sarà un Pride nazionale italiano a Torino che sarà l´occasione non solo per rivendicare i Pacs ma per affermare un attivo impegno internazionale dell´Italia contro l´omofobia.
da l'Unità del 30/05/2006
La Chiesa e il Male
di Nicola Tranfaglia
Il complesso concentrazionario di Auschwitz costituisce la più gigantesca opera criminale del Novecento, divenendo il simbolo eloquente dello sterminio nazista e della ferocia del regime di Hitler.
In quel campo, alla fine della seconda guerra mondiale, quando i prigionieri superstiti vennero liberati il 27 gennaio 1945 dalla sessantesima armata dell'esercito sovietico,erano stati assassinati con lo Zyclon B e mezzi più primitivi come fucilazioni e rappresaglie, un milione e seicentomila prigionieri,tra i quali duecentoventimila adolescenti e bambini in maggioranza ebrei e undicimila ragazzi e bambini del campo di famiglie zingare.
Quello che aveva caratterizzato il massacro era la realizzazione in pochi anni di una pianificazione massiccia dello sterminio dei «diversi»: non solo gli ebrei da eliminare fisicamente dalla Terra ma gli oppositori politici e sociali, gli zingari e chiunque non facesse parte del popolo eletto degli ariani biondi e senza Dio.
Questi caratteri fanno di Auschwitz e dell'universo concentrazionario il centro di una questione storica tuttora aperta: «Perché Dio non c'era?», come si è chiesto più volte con angoscia Benedetto XVI nel suo discorso di domenica scorsa in quel campo, ripercorrendo il cammino fatto nel 1979 da Giovanni Paolo II ma - aggiungiamo noi - gli uomini e la Chiesa cattolica c´erano e non si opposero con l'energia necessaria all'orrore nazista. Sta qui il problema storico che l'attuale pontefice non ha voluto e saputo affrontare nella visita solenne compiuta da Papa e da tedesco nel campo nazista.
Giovanni Paolo II era andato oltre e nel 1998 nel documento vaticano intitolato «Noi ricordiamo:una riflessione sulla Shoa» aveva chiesto perdono «per il ruolo esercitato dalla Chiesa e dal gregge cristiano nella persecuzione del popolo ebraico».
Ma questi accenti in cui si era affrontato, sia pure in un documento piuttosto che direttamente di fronte alle masse dei fedeli, c'era stato il riconoscimento dell'antisemitismo cristiano e cattolico che esercitò purtroppo un ruolo importante nella vittoria e nel consolidamento della Germania di Hitler,non sono ritornati nel discorso, pur commosso, che il pontefice ha fatto di fronte al Muro della morte e, al contrario, papa Ratzinger ha usato un´espressione, per spiegare la vittoria del nazionalsocialismo in Germania e in Europa, che non può essere accettata dagli storici.
Ha detto che lo sterminio fu il frutto di «un gruppo di criminali che raggiunse il potere mediante promesse bugiarde, in nome di prospettive di grandezza, di ricupero dell'onore e della sua rilevanza, con previsioni di benessere e anche con la forza del terrore e dell'intimidazione, cosicchè il nostro popolo potè essere usato e abusato come strumento della loro smania di distruzione e di dominio», ed ha aggiunto poi che quei criminali volevano «uccidere quel Dio che chiamò Abramo che parlando sul Sinai stabilì i criteri orientativi dell'umanità che restano validi in eterno».
Parole nobili che raccolgono per il cristianesimo l'eredità del popolo di Israele e del popolo ebraico ma che, nello stesso tempo,pongono fuori di ogni responsabilità quel popolo tedesco di cui è figlio Ratzinger e quella Chiesa cattolica di cui è pontefice.
E questo secondo aspetto in un momento storico come l'attuale è un tema che non si può accantonare.
La Chiesa cattolica ha avuto con Pio XII precise responsabilità di fronte alla Shoa e il mondo cattolico per venti secoli ha alimentato e fatto crescere, non da solo certo, un tenace antisemitismo contro il popolo ebraico accusato di deicidio sicchè, pur dopo la scomparsa nel 1958 di papa Pacelli, è stato assai lento il cammino del Vaticano nel riconoscimento delle sue responsabilità nell'immane tragedia.
Giovanni XXIII e Paolo VI hanno incominciato timidamente un cammino che ha trovato soltanto con l'avvento del papa polacco un'aperta ammissione di colpa e un'esplicita richiesta di perdono agli ebrei e a tutti gli uomini.
Ma il discorso di Benedetto XVI sembra riportare indietro le cose e nascondersi dietro il gruppo di criminali che gestirono i campi di sterminio. Ma può reggere una spiegazione storica così mutila e semplicistica? Si può ridurre la complessa vicenda dei fascismi europei, in particolare del nazionalsocialismo, a una storia criminale?
Chiunque si sia accostato, sia pure per poco, a quelle vicende è portato necessariamente ad escluderlo.
Fu in Europa, nell'Europa cristiana e cattolica, che nacque e crebbe prima in Italia (non dimentichiamolo!), poi in Germania e in altri paesi europei che nacque quella forma di nazionalismo totalitario che assunse dall'inizio tinte razziste e antisemite.
Si trattò di un lungo processo storico che sedusse centinaia, poi migliaia e milioni di giovani che presero parte poi in prima persona ai regimi che vinsero e di consolidarono fino agli anni quaranta sopravvivendo poi in altri continenti per alcuni decenni (basta pensare al perdonismo argentino).
Liquidare dunque il caso nazista con quell'espressione usata da Benedetto XVI significa darne una visione inadeguata e riduttiva come hanno subito detto le comunità ebraiche in tutto il mondo.
Del resto la Chiesa cattolica non ha ancora messo a disposizione degli studiosi le carte che riguardavano il suo ruolo in quegli anni. Fu Giovanni Paolo II ad estendere la possibilità di consultazione degli archivi fino al 1939, al limitare della tragedia. Quando Ratzinger venne eletto,le comunità ebraiche chiedero che il termine fosse portato al 1945. Ma finora non è arrivata nessuna risposta.
C'è forse un legame tra l'una e l'altra cosa, tra il passo indietro compiuto dal pontefice proprio ad Auschwitz e l'impossibilità per gli storici di andare avanti nelle ricerche?
da l'Unita del 30/05/2006
mercoledì 24 maggio 2006
Berlusconi scrive a Zapatero: "Tornerò premier dopo il riconteggio dei voti"
«Caro Josè Luis Rodriguez Zapatero, dopo cinque anni mi accingo a lasciare la guida del governo italiano ma spero di tornare presto... dopo che saranno state verificate le oltre un milione e centomila schede annullate». Mittente: Silvio Berlusconi. Inizia così la lettera che l'ex premier ha inviato da Palazzo Chigi al leader spagnolo il 16 maggio scorso: cinque giorni dopo la sconfitta alle elezioni. Una lettera scritta su carta intestata «Il presidente del Consiglio de Ministri» e pubblicata nel numero di giovedì del settimanale L'Espresso.
Che a Berlusconi la sconfitta non fosse andata proprio giù è cosa nota. «Siamo minoranza in Parlamento, ma maggioranza nel Paese»: «Con il riconteggio delle schede annullate, tornerò al governo», «Il risultato deve cambiare»: dice Berlusconi in Parlamento, nel salotto televisivo di Vespa «Porta a porta», per strada. Poi, non contento, sguinzaglia i suoi parlamentari Gregorio Fontana ed Elisabetta Gardini presso la sede distaccata della Camera dei Deputati a Castelnuovo di Porto (Roma) dove è stato allestito il centro di raccolta della documentazione elettorale (così come previsto dalla legge). Ma Berlusconi fa molto di più. Secondo quanto rivelaato dall´Espresso, cinque giorni dopo la sconfitta elettorale, il premier ormai uscente avrebbe scritto ad alcuni capi di stato europei per salutarli ma soprattutto per ribadire ufficialmente la sua teoria del complotto del centrosinistra.
L´Espresso pubblica per intero la sola lettera a Zapatero ma l´ipotesi, inquietante, è che altre missive, identiche, siano state spedite un po´ a tutti i premier del Vecchio Continente. «Caro Josè Luis – scrive dunque Berlusconi - dopo cinque anni mi accingo a lasciare la guida del governo italiano. Si è trattato di un periodo di stabilità senza precedenti nella storia della Repubblica italiana, che mi ha consentito di varare 36 importanti riforme di ammodernamento del paese e di sviluppare un'esperienza particolarmente importante e positiva nei rapporti con i colleghi degli altri paesi europei».
«Come probabilmente sai - continua l'ex premier con tono vittimistico - per il particolare sistema elettorale italiano, nonostante il mio personale successo (Forza Italia è di gran lunga il primo partito italiano), la coalizione che guido è risultata globalmente maggioritaria in termini di voti ma minoritaria in termini di rappresentanza parlamentare. Come leader dell'opposizione rappresento comunque il 50,2 per cento del paese e spero di tornare presto al governo dopo che saranno state verificate le oltre un milione e centomila schede annullate».
Seguono ringraziamenti, saluti e, tocco finale: «Ti ricordo che hai un amico che Ti vuole bene! Un forte abbraccio». Firmato: «Silvio».
Mani Pulite sul pallone
di Marco Travaglio
Non basterebbe un plotone di neuropsichiatri, né un manipolo di criminologi, per spiegare le reazioni della Casa della Libertà Provvisoria alla nomina di Francesco Saverio Borrelli a capo dell´Ufficio indagini della Federcalcio. Reazioni decisamente più dure di quelle che avrebbero accolto la nomina di Al Capone. Il fatto è che, per la prima volta nella sua storia, il calcio italiano scivola via dalle mani della politica, che fin dai tempi del Duce l´aveva sempre usato come "instrumentum regni" e gestito come il cortile di casa.
Scivola via, il calcio, e si dà un vertice totalmente sganciato dai partiti. Il commissario Guido Rossi e il procuratore Borrelli sono due marziani: hanno un´età, una storia, un prestigio, un peso specifico e un orgoglio financo un po´ snobistico della propria autonomia da garantire assoluta libertà di movimento, al riparo da ogni condizionamento, ammiccamento, accomodamento. Con due così, l´italica arte della strizzatina d´occhio, del darsi di gomito, dell´ "aumma aumma", del ricattuccio non attacca. E tanto basta a spiegare lo sgomento di chi quell´italica arte ha elevato a programma di vita e poi di governo. Quelli che tuonano contro Borrelli sono gli stessi che 12 anni fa volevano Previti ministro della Giustizia e 10 anni fa avevano pronto un collegio sicuro per Dell´Utri e uno per Squillante (il primo fu eletto, il secondo fu arrestato appena in tempo). Pretendere da questa gente un giudizio sereno su Borrelli è come stupirsi se la Banda Bassotti detesta il commissario Basettoni. L´idea, poi, che a guidare le indagini sul calcio sia uno che sa guidare le indagini getta gli intoccabili nel più cupo smarrimento: all´ex procuratore di Milano avrebbero preferito di gran lunga un procuratore della Gea.
In fondo, bisogna capirli. Già duramente provati dalle indagini sui furbetti, dalle elezioni politiche, dalla cattura di Provenzano, dall´arresto di Previti e dalla condanna di Vanna Marchi, stanno vivendo come un incubo questa strana aria di legalità che si respira da qualche settimana. Il centrosinistra non c´entra, anzi: Prodi aveva pensato bene di offrire la Federcalcio a Gianni Letta, il quale ci aveva fatto la grazia di declinare, e solo a quel punto era saltato fuori Guido Rossi. Quel che si dice, per la politica politicante, un marziano. Un odioso e odiato "moralista" che parla di «etica negli affari» e «conflitto d´interessi», e che con la sinistra ufficiale c´entra poco o nulla (basti pensare alla sua fiera opposizione alla scalata Unipol a Bnl e all´immortale battuta sulla «merchant bank» di Palazzo Chigi ai tempi di D´Alema). Esattamente come Borrelli, protagonista di epici scontri con il centrosinistra ai tempi della famigerata Bicamerale e delle leggi-vergogna della legislatura dell´Ulivo. Per questo Berlusconi li detesta: sa benissimo che la sua litania sulla «sinistra che ha messo le mani sul calcio» è una balla sesquipedale, visto che né Rossi né Borrelli rispondono ad alcuno se non alle proprie coscienze e alle leggi penali e sportive. Ed è proprio questo che lo preoccupa. È più forte di lui. Quando sente parlare di legge, e peggio ancora di coscienza, mette mano alla fondina. O allo stalliere.
Come diceva Bossi quand´era lucido, «se Berlusconi piange, state allegri: vuol dire che non ha ancora messo le mani sulla cassaforte». Dunque stiamo allegri. Godiamoci questa boccata d´ossigeno, ovviamente passeggera, finchè dura: due uomini di legge di specchiata fama ai vertici del calcio. E ringraziamo l´ingorgo istituzionale, il vuoto di potere a Roma, le intercettazioni di Torino e di Napoli e le congiunzioni astrali che han consentito ad alcune pericolose schegge di legalità di insinuarsi proditoriamente nel corpo marcio del Paese, rischiando fra l´altro di creare un pericoloso precedente. Se non si provvede per tempo, queste tracce di Stato potrebbero contaminare irrimediabilmente l´Antistato e disorientare l´opinione pubblica non più avvezza a emozioni così choccanti.
È bello leggere, mentre le acque del Mar Rosso restano ancora miracolosamente aperte, i commenti di Cicchitto, Rotondi, Mantovano e altri giureconsulti di fama mondiale sul ritorno di Borrelli. Non potendo tirar fuori la solita menata delle toghe rosse, anche perché il Comintern non ha squadre nel campionato di serie A, sono a corto di argomenti. Detestano Borrelli, ma non riescono a trovare un solo motivo (confessabile, s´intende) per cui non dovrebbe diventare procuratore della Figc. E per di più sanno che i tifosi di tutt´Italia non capiscono a quale titolo i politici continuino a pontificare sul pallone e, auspicando una giustizia rapida e inflessibile, non comprendono perché mai Borrelli non va bene. È forse un dirigente di qualche squadra? Lo manda forse l´Inter, o la Juve, o il Peretola? Non sanno che dire, e allora delirano, dicendo cose che una persona normale si vergognerebbe di pensare. Berlusconi seguita a blaterare di «mani della sinistra sul calcio», ma solo perchè vorrebbe tenercele ancora lui («Ho detto a Galliani di non dimettersi»: come se la Lega Calcio la nominasse il capo dell´opposizione o il padrone di Milan). Intanto Fabrizio Cicchitto, con grave sprezzo del ridicolo, intravede «una manina che vuole recuperare il giustizialismo» e parla di «nomina incredibile e tutt´altro che innocente»: e lui, venendo dalla P2, di colpevoli se ne intende. La manovra, prosegue il boccoluto muratorino, punta a «riprendere a sparare a raffica in molteplici direzioni, e aumentare il potere di ricatto e di interdizione di alcuni ben precisi ambienti milanesi collocati a cavallo fra alcuni grandi studi legali, alcune banche, qualche potere editoriale». Parole incomprensibili, da cifrario esoterico. «È un´altra prova del regime dell´Unione», tuona Isabella Bertolini, farfugliando di «uso politico della giustizia sportiva contro Berlusconi». Anche Alfredo Mantovano di An, magistrato-deputato («toga nera»?), sostiene che questa è «la risposta più adeguata all´intenzione di Berlusconi di tornare presidente del Milan». Capìta l´antifona? Borrelli potrebbe disturbare il conflitto d´interessi politico-sportivo di Berlusconi, dunque è meglio che si faccia da parte (a proposito: ma perchè Mantovano e Bertolini, a proposito del nuovo capufficio indagini, pensano subito al Milan? Sanno qualcosa che noi non sappiamo?). Sempre acuto l´ex ministro Gasparri: «Io non ho problemi perché sono romanista, ma se fossi milanista sarei preoccupato. Perché gli ex procuratori di Milano non vanno in pensione a fare i nonni?». Parola del responsabile di un partito che, all´Authority della Privacy, ha nominato un condannato definitivo per violazione della privacy. Il meglio lo dà l´on. avv. prof. Gaetano Pecorella: «Se Borrelli farà al calcio italiano quello che ha fatto alla politica, sarà la fine del calcio italiano». Tre cazzate in una: il calcio italiano è finito a causa degli scandali, ben prima che arrivasse Borrelli; la politica non è mai finita, anche se la presenza di Pecorella in Parlamento potrebbe farlo supporre; Borrelli non s´è mai occupato di politica e ora non si occuperà i calcio: s´è sempre occupato di reati, e se questi hanno attinenza con la politica e con il calcio, è colpa della politica e del calcio, non di Borrelli.
Un certo Ciocchetti dell´Udc vaneggia di «ferite che si riaprono» e di nomina che «spacca ulteriormente il Paese». Evidentemente ha notizia di moti di piazza fra borrelliani e antiborrelliani che, per il momento, non abbiamo notato. Per il segretario, con rispetto parlando, della Nuova Dc, Gianfranco Rotondi, la nomina di Borrelli è «un´operazione politica contro Berlusconi», addirittura «un ghigno mafioso»: parola di uno che ha portato in Parlamento due pregiudicati, De Michelis e Cirino Pomicino (ieri molto critico anche lui). Ora Rotondi minaccia di «lasciare il Paese», per la gioia dei più. E pare che si lamenti anche Mario Pescante di An, quello che dovette dimettersi da presidente del Coni perché nel laboratorio dell´Acquacetosa era vietato cercare il doping, onde evitare il rischio di trovarlo.
Politici a parte, gli unici commenti normali arrivano da due calciatori azzurri. Alberto Gilardino: «Borrelli è uomo di grande competenza, mai come ora ci aspettiamo molto dalla giustizia sportiva perchè il calcio torni pulito» (Gilardino è, o almeno era fino a ieri, l´attaccante del Milan). E Simone Perrotta: «Se Borrelli è riuscito a fare pulizia nel mondo politico, ci riuscirà anche nel calcio. Speriamo che ci riesca come ha fatto a suo tempo con il pool di Mani pulite». Ecco: quel che sperano gli sportivi è proprio quel che temono lorsignori.
da l'Unità del 24/05/2006
lunedì 22 maggio 2006
Zapatero al Papa: la Spagna è uno stato aconfessionale
La Chiesa deve autofinanziarsi
Il governo spagnolo ha risposto alle critiche implicite del Papa al ridimensionamento dell'insegnamento della religione nella riforma scolastica e al matrimonio omosessuale, affermando che l'esecutivo socialista "non può occuparsi più del catechismo che del programma" e che "governa per tutti i cittadini e non domanda prima quale sia la loro condizione". Il portavoce della Moncloa, Fernando Moraleda, citato dai media, rispondendo alle osservazioni di sabato di Benedetto XVI durante la cerimonia delle credenziali del nuovo ambasciatore spagnolo in Vaticano, ha ribadito che la Spagna "è uno Stato aconfessionale". E "come non imporrà mai ai cittadini una guerra che non desiderano", così "mai imporrà l'insegnamento della religione ai bambini che non lo vogliano". Perché, ha spiegato Moraleda, quello di Jose Luis Rodriguez Zapatero "è un governo dei cittadini".
Riferendosi ai matrimoni omosessuali, il portavoce ha detto che Madrid non può consentire che "a causa del suo orientamento sessuale una persona soffra di una riduzione dei propri diritti".
Sul finanziamento della Chiesa, Moraleda ha detto che quest'ultima "deve trovare meccanismi di autofinanziamento" e che "non ha senso" che lo Stato, essendo per costituzione "aconfessionale", continui a finanziarla . Ed ha ricordato che si sta discutendo con la Chiesa tale problema.Lo scontro Vaticano-Spagna è nato dal nuovo "no" del Papa alle unioni che "soppiantano o offuscano" la famiglia fondata sul matrimonio. Un nuovo monito in difesa della vita "dal concepimento alla morte naturale". Un nuovo richiamo sul diritto dei genitori a educare i figli secondo le proprie convinzioni religiose. Queste sottolineature, Benedetto XVI le aveva consegnate venerdì nelle mani del nuovo ambasciatore spagnolo presso la Santa Sede. Il Pontefice aveva riaffermato che si tratta di confini non valicabili i temi come le unioni di fatto (per non parlare dei matrimoni gay leciti in Spagna) e la manipolazione della vita."La Chiesa proclama senza riserve il diritto primordiale alla vita, dal concepimento alla morte naturale, il diritto a nascere, a formare e a vivere in una famiglia", ha ribadito Benedetto XVI all'ambasciatore Francisco Vazquez Vazquez. E l'accento speciale sulla famiglia comprende il fatto che essa non può essere "soppiantata o offuscata da altre forme o istituzioni diverse".Ricordando quindi la sua partecipazione al prossimo Incontro Mondiale delle Famiglie, a Valencia in luglio, ha auspicato che l'occasione gli dia "l'opportunità di celebrare la bellezza e la fecondità della famiglia fondata sul matrimonio, la sua altissima vocazione e il suo imprescindibile valore sociale".
(Il Gazzettino, 22/05/2006)
http://www.gaynews.it/view.php?ID=37604
Diritti alle coppie di fatto. Divide il sì della Bindi
Marini: estenderli è giusto. L'Udc: così si disgrega la famiglia La Bonino: coraggiosa. Il ministro Pollastrini: presto la legge
http://www.corriere.it/Primo_Piano/Politica/2006/05_Maggio/22/iossa.shtml
domenica 21 maggio 2006
Il grande show della politica
Al discorso di insediamento di Napolitano, una fotografia ritrae il Cavaliere seduto, immobile, le mani congiunte, a testa china
http://www.corriere.it/Primo_Piano/Politica/2006/05_Maggio/21/biagi.shtml