giovedì 13 luglio 2006

La Cassazione apre ai Pacs: "Più tutela per le coppie di fatto"

La sentenza prende spunto dalla morte di un ragazzo deceduto in seguito ad un incidente in mare
Secondo la III sezione civile anche i cosiddetti "nuovi parenti" hanno diritto al risarcimento in caso di perdita del proprio caro



ROMA - La corte di Cassazione apre ai Pacs e sottolinea la necessità di garantire più tutela alle coppie di fatto, anche a quelle costituite da parenti conviventi.

I giudici della III sezione civile con la sentenza 15760 depositata oggi intervengono nel dibattito sui Patti civili di solidarietà osservando che anche i cosiddetti "nuovi parenti" hanno diritto al risarcimento in caso di perdita del proprio caro e aggiungono che "l'attuale movimento per l'estensione della tutela civile ai Pacs conduce appunto all'estensione della solidarietà umana a situazioni di vita in comune".

Il riferimento ai Pacs prende spunto da un ricorso, accolto dalla Suprema corte, presentato dai genitori di un ragazzo minorenne deceduto nel 1989 in un incidente in mare: il giovane, mentre si trovava a bordo di un pedalò, fu investito da una moto d'acqua condotta da un altro minorenne.

I suoi genitori, nonché il fratello, avevano proposto ricorso in Cassazione in relazione alla liquidazione del danno morale stabilita dalla Corte d'appello di Messina. Per i giudici del 'Palazzaccio', "il danno da morte dei congiunti come danno morale interessa la lesione di due beni della vita", l'integrità e la solidarietà familiare, "sia in relazione alla vita matrimoniale che al rapporto parentale tra genitori e figli e tra parenti prossimi conviventi". In questo contesto, l'introduzione dei patti civili di solidarietà permetterebbero l'estensione del danno parentale anche alle stabili convivenze di fatto.

(13 luglio 2006)
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lunedì 10 luglio 2006

campioni

sabato 8 luglio 2006

India, un principe si dichiara gay: diseredato

Alla NDTV ha detto: i miei hanno provato a convertirmi all'eterosessualità
Secondo l'Indian Express, la famiglia ha agito subito dopo che un giornale locale aveva riportato la notizia data dallo stesso giovane



NEW DELHI - Il principe Manvendra Singh Gohil, che appartiene ad una delle famiglie nobili più antiche dello Stato del Gujarat, nell'India nord - occidentale, è stato diseredato dalla sua famiglia per aver rivelato, non solo ai suoi parenti, ma anche pubblicamente, di essere gay. La voglia di smettere di vivere nella menzogna gli è costata davvero molto.

«Ho detto alla mia famiglia di essere gay - ha raccontato il principe alla NDTV, una delle principali televisioni locali -. Per loro era difficile accettarlo. Infatti hanno tentato di convertirmi all'eterosessualità, ma senza alcun successo. Anche i medici hanno detto loro che non era possibile». Da qui alla decisione di diseredare il figlio il passo è stato breve. Secondo l'Indian Express, uno dei più diffusi quotidiani indiani, la famiglia avrebbe agito subito dopo che un giornale locale aveva riportato la notizia (data dallo stesso giovane) dell'omosessualità del principe Gohil. «Nessuno deve più riferirsi a me come la madre del principe Gohil», ha detto la mamma in un comunicato. Prima della comunicazione ufficiale alla stampa, la famiglia, pur essendo già venuta a conoscenza delle tendenze del principe, che ha 40 anni, aveva relegato Gohil in un'ala del palazzo di Rajpipla, a circa 100 chilometri dalla città di Vadodara, capitale del Gujarat, loro sede storica.

«Sentivo che non era più giusto vivere nella bugia e nella solitudine» ha detto il principe, che ora guida un programma per il controllo della diffusione dell'Aids per il governo locale. «Tutto quello che voglio fare ora - continua - è assicurare che si parli dell'argomento e che la gente cominci a parlare di omosessualità e che soprattutto ci venga riconosciuto una sorta di status». Gohil ha poi aggiunto che non si è mai pentito di aver rivelato la sua condizione e che non nutre alcun risentimento nei confronti dei parenti, anche se non condivide ovviamente le loro posizioni.

«Non rivendicherò la mia eredità, conclude, ho trovato una nuova famiglia nella comunità gay del Gujarat e sono felice». La legge indiana considera l'omosessualità un reato sin dal 1860 quando, sotto gli inglesi, venne emanata una norma, tuttora in vigore, che prevede sino a 10 anni di carcere, oltre ad una pena pecuniaria, per chiunque «si renda colpevole di rapporti carnali contro l'ordine della natura». Sebbene la legge venga applicata raramente oggigiorno, la sua esistenza resta fonte di preoccupazione per la comunità dei gay e delle lesbiche indiani.

07 luglio 2006
http://tinyurl.com/q8js8

venerdì 7 luglio 2006

Lettera al Cardinale

di Wladimir Luxuria


Cara Eminenza, sull´Espresso del 27 aprile scorso ho letto con estremo interesse il dialogo sulle grandi questioni etiche del nostro tempo tra Lei, che considero un esponente tra i più sensibili e autorevoli del Collegio Cardinalizio e Ignazio Marino, Senatore nonché scienziato e chirurgo di fama internazionale. Prima ancora del contenuto ho apprezzato i toni civili con i quali vi siete confrontati su temi delicati che riguardano la vita e la morte. (...) Su molti temi è in atto più che un auspicato confronto uno scontro, spesso strumentalizzato da alcuni partiti per ottenere consenso popolare o per «tirare per la sottana» un sacerdote, un vescovo o un cardinale affinché si rivolgano ai propri fedeli non considerandoli più «gregge di Dio» ma «potenziale elettorato».(...) È stato coniato un neologismo per definire chi è portatore di valori diversi rispetto a quelli dell´etica cattolica se non addirittura l´assenza di valori: il termine è laicismo.

Troviamo questa parola, ad esempio, nell'appello dell'ex Presidente del Senato Marcello Pera: «Siamo impegnati a riconfermare la distinzione tra Stato e Chiesa, senza cedere al tentativo laicista di relegare la dimensione religiosa alla sfera del privato». Mi auguro che Lei convenga che un principio costituzionale non ha bisogno di difensori e riconferme, c'è una Corte Costituzionale che adempie già a questo compito; nessuno, inoltre, ha mai né pensato né affermato che la Chiesa non abbia il diritto di esprimere pubblicamente le proprie posizioni su qualsiasi argomento, considererei offensivo tacciare di cattolicismo chi non la pensa come me su alcune questioni.

(...) Bisognerebbe fare più attenzione al linguaggio che si usa, le parole possono diventare sassi scagliati con violenza. La parola più violenta è genocidio, cioè la programmata distruzione di un gruppo etnico, compiuta sterminando gli individui che ne fanno parte e l'annullamento dei valori e dei documenti culturali. Definire l'aborto come un genocidio significa definire naziste tutte quelle donne che ne hanno dovuto fare ricorso: donne che hanno subito una violenza, la gravidanza di una dodicenne, una donna senza alcuna possibilità economica di far crescere un bambino, casi in cui un feto minaccia gravemente la vita di una madre. Recentemente i Pacs e le Unioni Civili sono state definite «eclissi di Dio», ovvero equiparate a quei campi di concentramento di cui il papa ha fatto visita denunciando la «assenza di Dio». Le eclissi in un immaginario superstizioso e popolare sono anche foriere di sciagure e calamità. All'ultima Via Crucis Papa Benedetto XVI ha dichiarato: «Certamente è dolorosa passione di Cristo l'aggressione nei confronti della famiglia. Sembra che oggi sia in atto una specie di anti-Genesi, un anti-disegno, un orgoglio diabolico che pensa di spazzar via la famiglia». Non Le sembra, cardinale Martini, che, al di là dei contenuti, il linguaggio usato adoperi dei termini inadeguati rispetto al messaggio che si vuole dare? Non Le sembra che accusare di genocidio, eclissi e di essere degli anti-Cristo sia pericoloso? Nel documento «Homosexualitatis problema» del 1986 l'allora cardinale Joseph Ratzinger deplorava «che le persone omosessuali siano oggetto di espressioni malevoli e di azioni violente»; mi sembra che terrorizzare l'opinione pubblica in questo modo possa far credere a qualcuno di avere la giustificazione ideologica a episodi di violenza nei nostri confronti considerandoli legittima difesa.

Mi rivolgo a Lei perché nel dialogo citato tra i temi etici non viene affrontato quello delle forme giuridiche che tutelino pubblicamente coppie formate da persone dello stesso sesso. Cercherò brevemente di spiegarLe, a mio parere, perché oggi la comunità di cui faccio parte sente il bisogno che il proprio nucleo affettivo non viva più clandestinamente nella società. Negli anni '70, in clima di liberazione sessuale, gli omosessuali rivendicavano la propria esistenza soprattutto attraverso la sessualità, il culto del corpo, il carpe diam, i rapporti occasionali visti spesso come unici rapporti possibili. Negli anni '80 l'Aids ha colpito inizialmente soprattutto la nostra comunità, abbiamo assistito impotenti alla scarnificazione dei corpi di decine e decine di nostri amici. In questa occasione abbiamo riscoperto il grande valore della solidarietà: molte associazioni hanno organizzato gruppi di auto-aiuto per persone sieropositive, servizi di assistenza ospedaliera e domiciliare e mentre il Vaticano condannava l'uso del preservativo noi non siamo passati all'attacco cedendo ad accuse di genocidio, abbiamo preferito rimboccarci le maniche e fare informazione sul sesso protetto visto più come necessario che come male minore.

Grazie al progresso della medicina oggi la nostra comunità sembra essere scampata all'estinzione (sebbene si continui ancora ad ammalarsi e a morire), oggi la nostra comunità non vuole più solo sopravvivere ma vuole sperare in un futuro non triste, misero e solitario ma in coppia con qualcuno. Non è un caso che il valore «solidarietà» sia stato inserito nella definizione della formula adottata in Francia dei Pacs. Non è un caso che nella definizione di Unione Civile si parli di rapporti di solidarietà, stabilità e sentimenti: quel «sentire» che non vuol dire solo «sentirsi» omosessuali ma nutrire affetto per qualcuno che prova, senza violenza e circoscrizione, lo stesso per noi. La Chiesa Cattolica fa una distinzione di giudizio morale sull'omosessualità: l'orientamento sessuale appartiene alla sfera pre-morale, ovvero ciò che si sente e se ci si dedica alla castità non c'è peccato, mentre l'atto omosessuale appartiene alla sfera della volontà ed è quindi peccaminoso. Sarebbe presuntuoso da parte mia cercare di farLe cambiare idea su questo punto ma La invito solo a considerare come «atto» omosessuale non solo quello sessuale ma quello affettivo, amicale, di solidarietà. La stessa formulazione delle Unioni Civili non sta a indagare nelle camere da letto delle persone e non chiede né allo Stato né al Vaticano di esprimersi specificatamente in merito: non si parla di relazione sessuale ma di «orientamento sessuale» come elemento non inficiante. Nella stessa terminologia da noi usata abbiamo preferito «gay» e «lesbica» a «omosessuale», «trangender» a «transessuale», consideriamo che appiattire tutta la complessa personalità di un individuo a un fattore meramente sessuale sia semplicistico. Le ricordo, cara Eminenza, che per individui dello stesso sesso si intendono anche coppie di anziani che si unirebbero per reciproca compagnia e per dividere le spese o badanti con assistiti anziani. Non mi arrogo neanche il diritto di entrare in questioni più strettamente teologiche di Sua competenza, ma ricordo che nelle parole di Gesù non c'è mai stata una condanna esplicita dell'omosessualità, anzi «chi di voi è senza peccato scagli la prima pietra» dovrebbe essere un insegnamento soprattutto per certi politici che condannano le Unioni Civili senza mai ricordare che anche il divorzio è condannato dalla Chiesa. (...) Non troppi anni fa Umberto Bossi denunciava la Chiesa mondialista, dei Marcinkus, della P2 e della Parmalat e chiedeva di «togliere l'8 per mille alla Chiesa, rimetterli a piedi nudi». Nella scorsa legislatura il governo di centro-destra (di cui la Lega fa parte) con un blitz estivo ha esentato gli istituti privati cattolici (hotel, ristoranti e vari immobili) dal pagamento dell'Ici. Le chiedo se tentare di comprarsi l'appoggio della Chiesa sia un modo per nutrire rispetto così come io credo che sia più rispettoso considerare l'esposizione del crocifisso nei luoghi di culto perché davanti a un crocifisso si prega, e non in altri luoghi come le aule scolastiche, i tribunali e uffici statali dove un simbolo così importante di venerazione non deve poter scadere ad arredamento.

Mi rendo conto di aver toccato molti punti caldi e da molti non condivisi ma sono sicura che una persona così sensibile e pronta al dialogo e confronto come Lei non considererà come provocazione ma come possibilità di crescita reciproca.

Mi auguro che un giorno anche i rappresentanti della comunità gay, lesbica e transgender possano avere l'onore di incontrare importanti personalità ecclesiastiche. Se non Le sembro troppo ottimista mi auto-candido per conoscerLa personalmente.

[QUALIFICA]Testo tratto dal nuovo numero di MicroMega, in uscita oggi, che si apre con la proposta di Paolo Prodi di affidare a 15 non politici (eletti dal popolo delle primarie) la nascita del Partito democratico: oltre alla lettera aperta di Vladimir Luxuria al Cardinal Carlo Maria Martini, Furio Colombo in un´apologia delle intercettazioni telefoniche, un forum sulla televisione con Sabina Guzzanti, Marco Travaglio, Oliviero Beha che incalzano il nuovo ministro delle Comunicazioni. Un'ampia sezione di filosofia con saggi di Franco Cordero, Roberto Esposito e Corinna Albolino, Inoltre Niles Eldredge , uno dei più noti paleontologi mondiali, in un violento attacco all'America di Bush, mentre Carla Del Ponte, Baltasar Garzón Real e Antonio Cassese discutono di Tribunali e Corti penali internazionali.

E infine Sue Savage-Rumbaugh e Marc Hauser discutono dell'origine del linguaggio e del pensiero

Pubblicato da l'Unita del 07.07.06

mercoledì 5 luglio 2006

I PACS e la Costituzione: conflitto o convivenza di valori?

Inconcepibile un sistema legislativo che non preveda alcuna estensione dei diritti civili alle formazioni familiari "atipiche" rispetto a quelle consacrate dal coniugio
di Selene Pascasi

Le disquisizioni nate attorno alla presunta questione di incostituzionalità di una probabile e futura regolamentazione dei patti civili di solidarietà, stanno infiammando gli animi di politici e religiosi italiani, tutti intenti a discutere sulla necessità o meno di fornire tutela giuridica alle unioni di fatto; senza contare, che nel nostro paese si sta delineando una situazione storico - politica più sensibile alle problematiche sociali, tanto da sostenere la creazione di un Ministero per la Famiglia. Una considerazione di più ampio respiro, vede l'Italia aprirsi, con intento adeguatore, al panorama europeo, al quale auspica di allinearsi, al pari degli altri Stati comunitari. Seppur estranea a questo contesto, la trattazione della normativa di disciplina dei pacs, già affrontata in precedenti interventi, preme accennare, seppur brevemente, ad una questione di estrema importanza. Il riferimento è all'assoluta mancanza, nel nostro paese, di legislazione in tema di unioni civili non coniugate, siano esse eterosessuali o omosessuali. Il vuoto normativo non è di poco rilievo, soprattutto alla luce degli intenti europei, di vedute ampie e pluraliste. Basti ricordare la Costituzione europea, approvata, tra gli altri, anche dal nostro parlamento, della quale è principio cardine, il divieto assoluto di ogni forma di discriminazione, specie sessuale. Non solo, nella stessa direzione si è mosso il Parlamento comunitario, che, con risoluzione del 1994 e con relazione del 2000, ha invitato gli Stati membri ad adottare una normativa di riconoscimento delle unioni di fatto, anche omosessualmente formate. Da ultimo, il cd. "rapporto Sylla" del 3 settembre 2003, che auspica la legittimazione, all'interno delle singole nazioni, degli istituti di coniugio o di adozione, anche se richiesti da nuclei familiari non tradizionali, con riferimento alle realtà lesbo o gay. Seppure gli imput lanciati dallo spirito europeistico appaiono forti e chiari, ad oggi non vige ancora alcuna normativa, in Italia, in materia di convivenze "atipiche". La questione diviene più preoccupante, ove si rivolga l'attenzione a quanto previsto dalla Direttiva comunitaria n. 38 del 2004, che sancisce il principio della libera circolazione, in ambito europeo, delle persone e dei loro familiari, laddove, per "familiare", si intende non solo il coniuge e la prole, ma altresì il partner che abbia registrato la propria unione. Si comprende allora, la difficoltà italiana di gestire fattispecie di tal genere, in mancanza di adeguata normativa. Traendo le somme, la lacuna legislativa italiana non può e non deve essere sottovalutata, specie in una società come quella attuale, dove l'esercito delle unioni di fatto aumenta di giorno in giorno e dove l'assoluta mancanza di tutela verso tali coppie, non è certo indice di pluralismo. Invero, qualche timido tentativo di rimediare al vuoto normativo, può individuarsi, in primis, col ricorso ad una sorta di autoregolamentazione del rapporto; in secondo luogo, con l'intervento di giurisprudenza suppletiva e, infine, con l'ausilio della legislazione europea. Circa il primo rilevo, pur apprezzando il tentativo di alcune coppie di colmare le lacune legislative sottoscrivendo convenzioni atte a regolare singoli aspetti della loro convivenza, il buon intento trova diversi limiti, primo fra tutti, in materia di lasciti ereditari, laddove la disposizione di cui all'art. 458 del codice civile fa divieto, pena la nullità, di stipulare patti successori. La giurisprudenza della Corte di Cassazione, dal canto suo, ha tentato vari approcci: talora riconducendo la fattispecie alla categoria delle obbligazioni naturali, talaltra intervenendo su singoli aspetti, come nel caso della decisione n. 2988/94, con cui si riconosce al convivente, in caso di uccisione del partner, la pretesa al risarcimento del danno morale e patrimoniale, nei confronti del terzo che ne abbia cagionato la morte. Interessante è la tesi di chi afferma la possibilità di contrarre, anche in Italia, il patto civile di solidarietà, sulla base del sostegno offerto dalla Convenzione di Roma del 1980, stilata in tema di legge applicabile alle obbligazioni contrattuali. Ivi si legge, all'articolo terzo, che "Il contratto è regolato dalla legge scelta dalle parti" ? a patto che la scelta risulti univoca e che la legge straniera indicata non contrasti con le cd. norme imperative. Se ne deduce, allora, che, ove non pregiudizievole ad alcuna norma imperativa, ben potrebbe stipularsi nel nostro paese un pacs per regolamentare la convivenza more uxorio; si tratterebbe solo di optare, come la Convenzione consente, per la legge francese quale criterio legislativo alla luce del quale normare la singola unione. Purtroppo, un rilievo negativo balza agli occhi: pur volendo aderire a tale visione, certo è che, un tale accordo non potrebbe produrre effetti al di fuori del nucleo contraente, giusta la carenza, in Italia, di strutture organizzative che registrino il patto, rendendolo opponibile a terzi. Dal quadro normativo descritto, si delinea con chiarezza la necessità, da parte del legislatore italiano, di dare una risposta concreta a quelle coppie di fatto, stimate in circa un milione e duecentomila, che vedono ogni giorno negarsi diritti e aspettative di non poco conto. Non può lasciare indifferenti, il fatto che perfino conviventi di lunga data, anche ventennali, vedono negarsi il diritto di visita o di assistenza al partner gravemente malato o degente. O ancora, l'impossibilità per il singolo convivente di testare in favore del compagno, senza andare incontro alle gravose misure fiscali previste in materia di successione a terzi estranei. Ebbene, proprio per risolvere tali questioni, sono stati presentati nella scorsa legislatura e in quella appena iniziata, disegni di legge volti all'introduzione dell'istituto dei patti civili di solidarietà, intesi come forma di regolamentazione delle unioni non coniugali, estensibile altresì alle coppie omosessuali. Si è inteso, in tal modo, da una parte dotare di un'ulteriore chance le convivenze eterosessuali, non più ristrette tra il formalismo del coniugio e la carenza assoluta di tutela della mera unione, ma altresì fornire di prima tutela le coppie gay. Per via del carattere innovatore dei progetti de qua, si sono intavolate ardite discussioni che, dal piano prettamente tecnico - giuridico, hanno finito per toccare temi di grande spessore, attinenti all'etica anziché alle considerazioni di diritto, alle quali, per evidenti ragioni, resterà circoscritta la presente disamina. Punto focale dell'odierna discussione: la questione di presunta incostituzionalità della figura del pacs, inteso come riconoscimento legislativo delle unioni di fatto, etero o omosessuali. Il dato normativo da cui partire, ai fini di una più chiara ricostruzione della vicenda esaminata, è l'articolo 29 del testo costituzionale, nel quale si legge che "la Repubblica riconosce i diritti della famiglia come società naturale fondata sul matrimonio" e identificata con la formazione sociale denominata "famiglia legittima". Detta famiglia legittima è, secondo la vigente normativa italiana, l'unico modello di unione formalmente riconosciuto dal legislatore e, pertanto, solo nucleo meritevole di tutela normativa; di contro, la famiglia di fatto, basata sulla mera affectio, resta ancora allo stadio di società naturale, priva di qualsivoglia garanzia giuridica. Le critiche di incostituzionalità di cui si discorre, trovano spunto e ragione, per taluni, proprio in base al dettato di cui all'art. 29 della Costituzione, laddove il testo fa riferimento alla "società naturale fondata sul matrimonio". Un rilevo appare doveroso: se dalla lettera della norma descritta, non si evince alcun riconoscimento di legami diversi da quelli coniugali, d'altro canto, neppure vi si ravvisa la negazione di altre tipologie di convivenza, le quali, perciò, non risultano né vietate, né autorizzate. A sostegno di tale interpretazione del testo costituzionale, si adducono due considerazioni: la prima, vertente sulla semantica della norma, e la seconda, desunta dal raccordo dell'art. 29 con altre norme della stessa Costituzione. Sotto il primo profilo, si sottolinea che, in realtà, l'articolo 29, non solo non esclude espressamente il rilievo delle formazioni sociali non coniugali, ma neppure fa riferimento alla differenza di sesso quale elemento caratterizzante il matrimonio, posto a base della famiglia legittima. In altre parole, l'unico dato certo sul quale risulta formata la norma de qua, è il termine "naturale", al quale si è dato, solo in seguito, il significato di "legame matrimoniale tra persone di sesso diverso". In realtà, come sostenuto perfino da autorevoli costituzionalisti, tra cui il Galgano, appare più corretto riferire l'aggettivo "naturale" all'insieme delle regole disciplinanti la società, in relazione allo specifico contesto di volta in volta ravvisato. In effetti, se in un periodo non troppo lontano, appariva inconcepibile la dissoluzione del matrimonio o lo "sdoganamento" dei diritti di moglie dalla sottomissione alla potestà maritale, con le Riforme degli anni settanta, tali visioni della famiglia sono state sostituite da principi più egualitari e più civili. E' per tali ragioni, che non può darsi al termine "naturale" altro significato, se non quello che per primi i Costituenti vollero attribuirgli: la famiglia, nella ratio della Costituzione, è di certo una società naturale, ma nel senso di formazione preesistente allo Stato e originaria rispetto a qualsivoglia normazione. Se ne deduce, come sostenuto altresì dal compianto Moro, che il riconoscimento effettuato dall'art. 29 della Costituzione, non era riferito ai diritti naturali della famiglia, bensì alla famiglia naturale, non già creata, ma solo normata dal legislatore. Ebbene, se si riconosce la preesistenza della famiglia ai poteri legislativi, allora tutte le norme poste a garanzia del nucleo familiare, vengono in un secondo momento e intervengono non a legittimare un istituto, ma solo a regolamentarlo; ne consegue che, la normazione della formazione coniugale, seppur essenziale, non può e non deve tradursi in una negazione delle unioni non formalizzate dal matrimonio. Sotto il secondo aspetto, occorre raccordare la disposizione di cui all'art. 29 con altre norme costituzionali, anch'esse necessarie al fine di meglio qualificare e delineare la fattispecie trattata; in effetti, è proprio nelle disposizioni relative alle formazioni sociali, di cui agli articoli 2, 3, 30 e 31 della Costituzione, che si cerca di trovare sostegno normativo per offrire tutela alle unioni "non coniugali", inserendole nell'alveo dei nuclei sociali alternativi. Nel senso della compatibilità tra una normativa di disciplina dei pacs e l'intento del costituente, si muove l'articolo 3 della Carta, nel quale si distinguono due "sotto ? principi" al principio cardine dell'uguaglianza, sanciti rispettivamente dal primo e dal secondo comma, l'uno di natura formale, l'altro sostanziale. Nel primo comma si legge che "Tutti i cittadini hanno pari dignità sociale e sono eguali davanti alla legge, senza distinzione di sesso, di razza, di lingua, di religione, di opinioni politiche, di condizioni personali e sociali"; nel secondo, invece, si avverte l'esigenza di un intervento concreto della Repubblica, cui si assegna il compito di "rimuovere gli ostacoli di ordine economico e sociale, che, limitando di fatto la libertà e l'eguaglianza dei cittadini, impediscono il pieno sviluppo della persona umana e l'effettiva partecipazione di tutti i lavoratori all'organizzazione politica, economica e sociale del Paese". In sostanza, se la norma descritta impone eguale trattamento per eguali situazioni, essa invocherebbe una necessaria parificazione normativa tra la famiglia legittima e le altre forme di unione, la cui inottemperanza andrebbe a configurare un'esplicita violazione dei principio cardine di eguaglianza. Passando ad altra disposizione, l'articolo 2 del testo costituzionale dispone che "La Repubblica riconosce e garantisce i diritti inviolabili dell'uomo, sia come singolo sia nelle formazioni sociali ove si svolge la sua personalità ?". Trattasi di una norma atta a costituire un valido alveo di appartenenza per le unioni di fatto, agilmente collocabili tra le "formazioni sociali" appena citate. A sostegno, la genericità della dicitura "diritti inviolabili dell'uomo", atta ad rendere il volere dei costituenti, facilmente adattabile alle mutazioni sociali e sempre aderente al singolo momento storico. Di certo, la società attuale appare profondamente mutata rispetto a quella meno recente e si assiste ad un graduale affermarsi del pluralismo, in nome di una maggiore apertura verso le realtà quotidiane apparentemente "diverse", ma comunque meritevoli di tutela giuridica. Non si può non considerare che il fenomeno delle unioni di fatto, siano esse etero o omosessuali, è in crescita esponenziale. Se ciò è vero, allora risulta inconcepibile un sistema legislativo che non preveda alcuna estensione dei diritti civili alle formazioni familiari "atipiche" rispetto a quelle consacrate dal coniugio. La situazione diviene ancora più incomprensibile laddove si pensi all'atteggiamento della Corte Costituzionale, che da tempo lancia segnali in tal senso, oltre che alla normativa comunitaria. Dalla disamina effettuata, di natura prettamente giuridica, deriva una lettura "elastica" della Carta Costituzionale, certamente più aderente non solo alle esigenze dell'odierna società, ma anche, al pensiero, che qui piace ricordare, di Hannah Arendt, la quale sul finire degli anni cinquanta, sostenne, anche se per altra questione, relativa ai matrimoni interrazziali, che "il diritto di sposare chi vogliamo è un diritto umano elementare, accanto al quale tutti gli altri diritti sono di rango inferiore".

(AltaLex del 05/07/2006)
http://www.gaynews.it/view.php?ID=38266

sabato 1 luglio 2006

Puglia, la terra promessa dell'arcobaleno gay

In tutta Italia commenti positivi dopo l'inserimento nella legge delle norme sulle unioni civili

di Lello Parise

Grillini. Il dibattito sui Pacs non può essere una guerra di religione ma deve essere un ragionamento sui diritti delle persone lucia laterza Un grande passo avanti che regala serenità a tutti coloro che ancora oggi sono vittime dell'omofobia



Sdoganati. Votatissimi. E adesso in Puglia, gli omosessuali sfondano le barriere delle leggi e conquistano la scena come non era mai successo. Questa diventa una "buona regione per esserci". L'avevano intitolato così qualche giorno fa, un convegno a Bologna dove volevano capire che cosa si stava muovendo nel Belpaese lungo il paludato fronte istituzionale attorno al mondo delle coppie di fatto. Dalla Toscana al Piemonte lavorano per fissare un manuale del gioco destinato a mettere al bando discriminazioni o solo la paura della diversità, che comunque "è una delle prime cause di suicidio fra i minori" sottolineava, preoccupato, Nichi Vendola in un'intervista di un anno fa al Venerdì di Repubblica. "Nel Lazio" ricorda poi Franco Grillini, leader storico dei gay e deputato dell'Ulivo, "l'ex presidente di centrosinistra Piero Badaloni varò le prime norme per estendere proprio a tutti, i servizi sociali. Ma subito dopo arrivò Storace e le cancellò con il classico colpo di spugna: "La Regione non finanzia il vizio" disse, e addio patto civile di solidarietà. Ecco perché la legge approvata dalla giunta pugliese, ha un sapore ancora di più straordinario. Soprattutto ci permetterà di dare battaglia per esportarla in tutte quante le altre regioni italiane". Sostiene Vendola: "Aiuteremo la politica nazionale ad uscire fuori dalle sue contorsioni". E Grillini fa di sì con la testa: "Ha ragione da vendere. Giacché il dibattito sui Pacs non deve essere una guerra di religione fra chi è favorevole e chi li guarda come il fumo negli occhi, ma un ragionamento sulla vita delle persone. Intendiamoci: quella reale, ispirata ai criteri dell'equità e di uguaglianza". Il "comunista gentile" d'altra parte, fin da quando s'insedia a Lungomare Nazario Sauro, racconta di non volere "piantare una bandiera, ma guidare un avanzamento. Devo interpretare sentimenti profondi, ricostruire una convivenza. Anche in Italia è tempo di stabilire una regola giuridica che consenta pari diritti di cittadinanza". Passano dodici mesi, e all'ombra di san Nicola spuntano le nuove "istruzioni" per le famiglie. "Un atto di civiltà" è il commento di Enrico Fusco, avvocato e "ambasciatore" dell'Arcigay. Fusco parla della "grande maturità" dimostrata dal centrodestra che, politicamente, evita alla legge di precipitare e quindi di essere risucchiata, nel burrone dell'ostruzionismo. Ma pensa alle applicazioni pratiche di un provvedimento del genere: "Immaginate un quartiere come Enziteto, dove le coppie che convivono sono tantissime e, magari, perfino perché non riescono a racimolare i soldi per sposarsi in pompa magna. Nuclei familiari umili, con non pochi problemi economici, che però da oggi in avanti avranno l'opportunità di poter accedere ad una serie di benefici da cui sembravano condannati ad essere esclusi. Sì, insomma, sono crollate le barricate grazie ad un intervento che non è esagerato definire rivoluzionario. E che ora dovremo cercare di pubblicizzare in tutti i modi perché chiunque abbia l'occasione di conoscerlo nonché di apprezzarlo, al di là dello sciocchezzaio dei luoghi comuni". "Ho sofferto, in questi giorni" confessa Lucia Laterza, presidente dell'Agedo, l'associazione genitori di omosessuali. "La Casa delle libertà che aveva presentato seimila emendamenti, non concedeva chissà quali illusioni a quanti come me speravano in una conclusione positiva di questa storia. Per fortuna la brillante mediazione di Vendola ha fatto sì che tutti gli ostacoli siano stati saltati a piedi uniti, e senza inciampare". Non per questo mamma Laterza nasconde l'ansia per la vita complicata che potrebbero avere i suoi figli. "Sì, crescendo avranno la possibilità di vivere un amore, qualsiasi amore, più serenamente. Ma mi auguro che quello fatto ieri dalla Regione, sia soltanto il primo passo, perché... ". Agita il fantasma dell'omofobia, la presidente dell'Agedo: "è tuttora molto diffusa e provoca danni, purtroppo".

da La Repubblica del 01/07/2006

Clicca qui per leggere il testo della proposta di legge regionale

martedì 27 giugno 2006

sabato 24 giugno 2006

Referendum: Il verdetto degli esperti

I sì e i no (prevalenti) dei costituzionalisti
di Giovanni Sartori


Allora si vota (da domattina). Se votassi solo io, voterei No e vincerei il referendum. Come sarei contento. Ma non andrà così. Qualche bastian contrario che mi vuole fare dispetto votando Sì ci sarà di sicuro; e quindi non mi posso fidare. Tanto più che dopo un mese e passa di disinformazione il grosso dei votanti sa a malapena di che cosa si parli. Sì, la Costituzione. Ma l'altro giorno il mio barbiere mi ha chiesto che animale fosse, e quando gli ho risposto che era la «suprema legge» del Paese, la legge che governava tutte le altre leggi, ho visto nei suoi occhi che la risposta non lo aveva impressionato.

Il fatto è che un referendum così «in grande», così sovraccarico di temi e di problemi, noi non l'abbiamo mai affrontato. Sono in ballo più di 50 articoli della Costituzione quasi tutti di natura tecnica, quasi tutti complessi e difficili da valutare. Il Polo ha disfatto e rifatto (o viceversa, rifatto e disfatto) tutto il nostro sistema politico e di governo; e così noi ci troviamo in mano un solo Sì o un solo No per decidere su decine e decine di questioni. È un'assurdità, ma è così.

Che fare? Secondo me, dovremmo fare come facciamo sempre in casi analoghi. Ci sentiamo male? Siamo malati? Andiamo da un dottore e ci rimettiamo a lui. Abbiamo una grana legale? Andiamo da un avvocato che la gestisce per noi. Non sappiamo come investire i nostri soldi? Chiediamo a un consulente finanziario. Alla stessa stregua, se uno non sa se la nuova Costituzione sia buona o cattiva, allora una persona di buon senso chiede lumi ai costituzionalisti, a chi ne sa.

Si avverta: il grosso dei nostri costituzionalisti non è politicamente schierato. È costituito da studiosi la cui priorità è la materia che studiano. Ha ragione chi chiede un voto che affronti il merito ed eviti una scelta basata su uno spirito di fazione. Il punto è che questo voto sul merito non verrà certo chiarito dai politici, che devono essere per forza «di parte». Nemmeno può venire da chi di costituzioni non si intende. Può soltanto provenire ed essere orientato da chi se ne intende. Mi pare terribilmente ovvio. E il fatto è che la stragrande maggioranza dei nostri costituzionalisti bocciano la Costituzione sottoposta a referendum: 10 contro 1 propongono il No.

Il conto è presto fatto. L'associazione italiana dei costituzionalisti (sono circa 220) dispone di un sito Internet sul quale, dichiara il presidente dell'Aic Sergio Bartole, «tutti gli interventi sono nettamente contrari alla riforma della Cdl». E Bartole soggiunge che la tesi di chi chiede il Sì per riaprire il dialogo è assurda: non si può dire «approviamo la riforma per poi cambiarla». In secondo luogo, abbiamo due associazioni culturali che hanno raccolto firme (a livello accademico). L'associazione di destra Magna carta ha racimolato soltanto 42 Sì e, tra questi, soltanto 16 costituzionalisti. Invece l'associazione di sinistra Astrid ha raccolto i no di 17 presidenti e vicepresidenti emeriti della Corte costituzionale, di 178 professori di diritto costituzionale, pubblico e amministrativo, più 274 professori di altre discipline.

Come si vede, quando calcolo 10 contro 1 sono generoso (favorisco il solitario). E da questi numeri ricavo che un Paese serio dovrebbe ascoltare i propri esperti. Se gli esperti dicono No, dovrebbe votare No. Il guaio è che la voce dei costituzionalisti è stata oscurata o quanto meno del tutto emarginata dalla televisione «cattiva maestra» denunziata da Karl Popper. Vedremo lunedì sera se avrà vinto la cattiva maestra.


24 giugno 2006
http://tinyurl.com/hba47

lunedì 19 giugno 2006

La storia siamo noi nessuno si senta offeso

di Paolo Hutter

La sensazione straordinaria è stata che l’intera città abbia fatto proprio il Pride. Dai ragazzini alle madame del popolo. La distinzione tra partecipanti e spettatori passava per sfumature.

Già a Porta Susa l’attenzione non era più tanto catturata dall’interrogativo su quanti (pochi) ministri o sindaci sarebbero venuti, né su quanti gruppi gay del centro Sud sarebbero arrivati. Il Pride era la gente, erano le diverse sfumature della partecipazione. Certo il ragazzo a torso nudo che ballava sul carro musicale non era la stessa cosa della femminista torinese che scende in piazza da trent’anni. E la anziana signora semplice che mi rispondeva “sono torinese, vengo a vedere le manifestazioni nuove che arrivano” non è la stessa cosa degli studenti che si inseguivano con gli sms.

Ma tutto si combinava in una straordinaria armonia, in cui ciascuno si sentiva libero di essere sé stesso e di modulare curiosità e partecipazione solidale, azione e osservazione. Grazie alla gente di Torino è stato uno dei più bei Pride della storia italiana Tra gli ingredienti e i precedenti di questo successo ci possiamo mettere tante cose: anche le recenti Olimpiadi e le più antiche manifestazioni del Fuori di 25 anni fa. La percezione della questione omosessuale è dopo questo sabato più ricca, ma lo è anche la percezione umana – non cerebrale e astratta – della questione laica. Ci sarà da litigare ancora sulle riforme, la famiglia,la morale. Ma per quello che poteva essere e dare, il Pride ha stravinto. Mi viene in mente un verso di De Gregori: “la storia siamo noi, nessuno si senta offeso”.

http://www.gaynews.it/view.php?ID=38015

Un gay pride per 150000

La sfilata dell'"orgoglio gay" è un promemoria per l'Unione


In corteo i ministri Ferrero e Pollastrini, Pannella e Mercedes Bresso. Grande accoglienza dei torinesi, che scendono in piazza Orsola Casagrande Torino Let's Pride! Invito raccolto: ieri a Torino hanno sfilato coloratissime e rumorosissime oltre 150 mila persone.

Il Pride 2006 è stato un successo di adesioni. A Porta Susa l'atmosfera che si respira è festosa. E del resto il Pride è un trionfo di colori. Nel grigio di una città che non ha perso occasione per mostrare (almeno a livello di istituzioni) i suoi lati più "bacchettoni", i colori risaltano ancora di più. Il rosa naturalmente trionfa, ma anche il giallo, il rosso, il verde, il fucsia. In un armonico serpentone chiassoso. I carri sono stati addobbati per bene. Il chiasso simpatico e allegro regna sovrano. In mezzo al corteo si riconoscono Vladimir Luxuria, parlamentare di Rifondazione. E proprio il partito di Franco Giordano partecipa a questo Pride con un nutrito contingente di nomi noti e meno noti. Ci sono il governatore della Puglia Niki Vendola, e ci sono i tanti consiglieri comunali e regionali del partito. Ci sono le deputate Marilde Provera e Titti de Simone. E anche una fetta di governo, con i ministri Paolo Ferrero e Barbara Pollastrini, che proprio il giorno prima aveva scatenato le polemiche dei cattolici del centrosinistra con una lettera agli organizzatori del Pride in cui parlava di "unioni civili" come da programma dell'Unione. La ministra per le Pari opportunità ha rimarcato che le "regole miti e sagge" devono essere trovate "cercando una larga condivisione in parlamento". Ma le regole ci vogliono "perché le coppie di fatto, omosessuali e non, possano avere quei diritti e quei doveri che fanno stare bene". Sarà difficile trovare una "larga condivisione" se è vero che ieri esponenti del centrodestra non si sono fatti problemi a bollare la manifestazione come "anormale" (Gianluca Galletti, Udc). Gli striscioni sono centinaia e raccontano di viaggi fatti da tutta Italia per arrivare a Torino. C'è l'Arcigay di Napoli che ha organizzato pullman, ci sono pullman da Bologna, e mini cortei da Milano, Roma, la Calabria, la Sicilia. Per gli organizzatori torinesi un successo, che premia il duro lavoro e in qualche modo cancella le stupide e bigotte polemiche dei mesi scorsi: è soprattutto la gente che saluta festosa il corteo mentre scivola per le strade. Anche se vale la pena in realtà tenerle sempre a mente quelle polemiche. A partire dall'uscita dell'ex vice sindaco (in quota Margherita) che in campagna elettorale non aveva trovato di meglio da fare che dire che a lui l'idea di un Pride a Torino proprio non piaceva. Il sindaco riconfermato Sergio Chiamparino, dopo un lungo e imbarazzante (per lui) silenzio, aveva riconfermato non solo il patrocinio del comune alla manifestazione ma anche il percorso del corteo. Poi però, a quattro giorni dalla sfilata, ha deciso di non parteciparvi, dicendo che non si sarebbe sentito a suo agio. Ieri, in qualche modo, ha dato la sua benedizione alla manifestazione, ma da lontano: "Ho appreso che tutto si è svolto in un bel clima di festa, rispettando la sensibilità di tutti. Questo è un successo degli organizzatori e di tutta la città", specificando che "la città era rappresentata da un buon numero di assessori e di consiglieri comunali". Il corteo è stato aperto da uno striscione che pone una domanda al nuovo governo. "Uguali diritti: se non ora, quando?" Quindi la banda musicale e poi i carri. Una ventina. C'era quello della "visibilità lesbica", dodici metri. E poi decine di associazioni. Dalle mamme dell'Agedo, l'associazione genitori di omosessuali e le famiglie arcobaleno. E poi le famiglie di san Salvario, associazione cristiana. Tra gli spezzoni caratterizzati da canti e balli spicca lo striscione di Amnesty international. La sezione italiana ha aderito anche quest'anno alle manifestazioni organizzate a livello nazionale dal Pride e alla sfilata. "Libere e liberi di essere", questo lo slogan scelto da Amnesty perché, come ricorda il presidente della sezione italiana, Paolo Pobbiati, "l'orientamento sessuale e l'identità di genere fanno parte dei caratteri fondamentali dell'identità umana". No-Vat è invece lo striscione del gruppo torinese "Facciamo breccia", dove il Vat sta evidentemente per Vaticano. Sulla stessa lunghezza d'onda anche gli striscioni della Rosa nel pugno "no taliban, no vatican". Abbastanza inquietante la presenza di militanti di Forza nuova, che hanno tenuto una contromanifestazione in una zona lontana dal Pride. Il segretario dei neofascisti Roberto Fiore è intervenuto per dire che il Pride attacca i diritti della famiglia tradizionale. Gli appuntamenti del Pride 2006 non finiscono con la sfilata di ieri. Infatti già oggi ci sarà un convegno sulla storia lesbica con la storica Lillian Federman. E poi eventi durante l'estate e in autunno. Su tutti, il concerto al teatro Regio del coro gay di Londra e poi il recital di Milva.

il manifesto, 19/06/2006
http://www.gaynews.it/view.php?ID=38019

venerdì 16 giugno 2006

Pacs, il ministro Pollastrini "Penso a legge su unioni di fatto"

ROMA - Il ministro Barbara Pollastrini aderisce al Gay Pride in programma domani a Torino. In una lettera agli organizzatori, in cui il ministro per i diritti e le pari opportunità spiega i motivi della sua adesione alla manifestazione, la Pollastrini annuncia che sta "pensando ad una legislazione umana e saggia per le unioni di fatto, omosessuali e non, cosa che sta a cuore a voi e a molti di noi. Penso ad urgenti provvedimenti sul lavoro. Mi riferisco - precisa il ministro - a una politica di risanamento che sia tutt'uno con innovazione, giustizia sociale e talenti. E cioè esprima un'idea di crescita ispirata ad una visione dinamica, tollerante, umana della società".
(16-06-2006)
http://tinyurl.com/rhqj8

La scelta oscurata

Referendum: se per la Rai va tutto bene
di Giovanni Sartori


Tanto tuonò che piovve. A quanto pare il mio editoriale sul referendum in televisione del 13 maggio ha tanto tuonato da scatenare una grandinata. Il grandinatore massimo è l’ex ministro delle Riforme Calderoli che dichiara che io sono «come Moggi», che «mento sapendo di mentire ». Come Moggi proprio no: io sono più bello. E poi come fa il nostro a sapere che so di mentire? È anche indovino? Legge nel mio animo? Io indovino non sono, però so che io non ho nessun interesse a mentire, mentre Calderoli sì: se perde rischia di dover tornare all’odontoiatria. Ma anche Calderisi e Taradash ci vanno con la mano pesante. Sartori, dichiarano, «racconta bugie colossali», perché non è vero che nella riforma costituzionale del 2001 la sinistra aveva eliminato il bicameralismo perfetto e incluso la riduzione del numero dei parlamentari. Povero me. Scrivo un pezzo per spiegare che il quesito referendario non chiede ai votanti un paragone tra il 2001 e il 2005 (ma invece di soppesare i pro e i contro del testo del 2005), e la nostra coppietta mi accusa proprio di questo e dimentire su questo. Invece, e ovviamente, io faccio riferimento alle proposte della sinistra nella successiva legislatura, a cominciare dal disegno di legge (al Senato) n.ro 2320 dell’11 giugno 2003 nel quale si propone un Senato federale che superi «le incongruenze e gli appesantimenti dell’attuale bicameralismo perfetto», e una riduzione dei senatori a 200 (invece di 252) e dei deputati a 400 (invece di 518). Potrei citare altri testi. Ma già si intende che le «bugie colossali » sono di altri, non mie.
Tanto tuonò che piovve. Ma c’è anche il detto inverso: tuonò parecchio, ma non piovve per niente. In barba ai miei tuoni il consiglio di amministrazione della Rai mi fa sapere che tutto è ben fatto e va bene così. Questo «non ricevere» è stato votato, si noti, all’unanimità, e quindi anche dalla sinistra. Il che mi lascia impavido, visto che per me le costituzioni non sono né di destra né di sinistra (dal che consegue che farei le stesse riserve se il testo fosse di D’Alema-Fassino). Però mi fa specie che ai «sinistri» in Rai sfugga che il No è promosso dai loro. Vogliono perdere? Se lo meriterebbero. Torno a spiegare. Il mio argomento è che un referendum deve strutturare una scelta; e il mio lamento è che la Rai non lo fa. La Rai illustra il testo del Polo; un testo che incorpora, ovviamente, le tesi del Polo. E le controtesi? Le critiche? Non ci sono. La Rai sostiene invece che ci sono, perché dopo il suo raccontino intervengono un sinistro e un destro con pistolotti prefabbricati di 10-30 secondi. Ma le spade non si incrociano mai. Uno dice che il popolo comanderà, l’altro che la devolution costa troppo.
I due interventi non si controbattono, possono essere entrambi faziosi, e quindi lasciano il tempo che trovano. Quel che non capisco è se i vertici Rai fanno le gattemorte, oppure se proprio non sanno come fare meglio. Il messaggio che di fatto arriva al pubblico dal servizio pubblico è che il Polo vuole cambiare, vuole un governo forte e durevole, vuolemeno costi e meno parlamentari, e così via di belluria in belluria. Invece i fautori del No cosa vogliono e cosa propongono? La Rai tace e non spiega che i due fronti vogliono entrambi le suddette bellurie, ma con metodi e strumenti diversi. I votanti indecisi questo lo sanno? Dalla Rai assolutamente no.

Corriere della Sera, 16 giugno 2006
http://tinyurl.com/qoydy

giovedì 15 giugno 2006

Referendum: la TV inganna

Rai e Mediaset disorientano gli italiani
di GIOVANNI SARTORI

L'incombente referendum sulla nuova costituzione investe argomenti molto difficili. I più non li capiscono, e quindi se ne disinteressano. A torto perché una scelta sbagliata danneggerà tutti, ivi inclusi i disinteressati. Ma tant'è. Il referendum è indetto, e il dovere della Rai come servizio pubblico è di spiegarlo onestamente e imparzialmente. Come? Come si fa? La nostra tv non lo ha mai fatto, probabilmente nemmeno sa come farlo, e comunque se ne impipa. In Saxa Rubra l'imparziale è un imbecille; l'intelligentone si schiera e, se l'azzecca, viene debitamente ricompensato dal vincitore. Da aprile il vincitore è cambiato. Ma il nuovo vincitore continua a sonnecchiare, consentendo così che il referendum costituzionale sia gestito, senza nemmeno cambiare un guardalinee, dalla tv colonizzata da Berlusconi.
Facendo un passo indietro comincio da questa domanda: qual è il problema che viene specificamente posto da un referendum? In questo contesto non si tratta più di descrivere un testo ma di strutturare una scelta. Perché è meglio approvare? Perché è meglio rifiutare? Questo è il quesito posto agli italiani, e questo è il quesito che il nostro cosiddetto servizio pubblico pervicacemente elude.
Pilucco tra i vari spot e filmatini che per dovere di ufficio mi sono dovuto sorbire in questi giorni. Un tema molto insistito, non a caso, è quello della riduzione del numero dei parlamentari. Il tema è popolare e gli strateghi al servizio di Sua Emittenza hanno capito che è più facile da vendere agli ignari di tutto. E così si ripete a distesa che i deputati passeranno, con la riforma, da 630 a 518 e i senatori da 313 a 252. Vero o falso? Semi-vero, e quindi semi- falso. E anzi più falso che vero. Non solo perché la sinistra ha proposto un taglio più drastico, ma anche perché ne propone l'attuazione subito mentre la destra la rinvia addirittura al 2016. Mediaset, poi, è ancora più imbrogliona. Perché nella sua animazione di questo punto le figurine dei parlamentari si trasformano in simboli dell'euro. Come per dire: votate Sì e risparmierete soldi. E questa non è una mezza verità ma una sicura falsità.
Secondo esempio: il bicameralismo perfetto (paritario). La riforma Bossi- Berlusconi lo ha eliminato. Ma lo aveva anche eliminato prima la sinistra. Sul che la Rai tace, mentre il problema dovrebbe essere di chi lo abbia sostituito peggio. Imperturbato lo spot Rai illustra così: «La riforma prevede tre tipi di leggi», norme approvate soltanto dalla Camera (alle quali però il Senato federale può proporre modifiche); secondo, norme approvate soltanto dal Senato federale (alle quali la Camera può anch'essa proporre modifiche); e infine «norme che disciplinano norme sia dello Stato e delle Regioni». Quasi tutti i costituzionalisti hanno detto che questo è un caos ingestibile. Ma questo non va detto. I vari Mimun, Mazza, Giuliana Del Bufalo, o chi per loro (non so chi confezioni queste pillole papaverine) si chiamano fuori dichiarandosi «neutrali».
Neutrali? Per carità. Un referendum è come ricorrere a un tribunale. La destra ha imposto la sua riforma, la sinistra la contesta. Nel tribunale si devono udire entrambe le parti, e poi il giudice (il demos
votante) decide. Ma il nostro referendum sta procedendo inaudita altera parte, senza contraddittorio. A me sembra incredibile, oltreché vergognoso. Eppure sino al momento nel quale scrivo il consiglio di amministrazione della Rai e il suo presidente Petruccioli hanno fatto finta di non vedere che «mamma Rai» sta disorientando gli italiani con un'informazione che è, in realtà, disinformazione.

Gay Pride: Sì di Bertinotti e Bonino, proteste cattoliche

Sabato il corteo a Torino, aderiscono presidente della Camera e ministro. La Margherita: era meglio evitare
di Gian Guido Vecchi



MILANO - Che ci fosse un filo di disagio lo si è capito quando la giunta torinese di centrosinistra, considerata l’ansia della Margherita, non ha concesso il parco Colletta per il gran finale del Gay Pride nazionale di sabato sera, «problemi di inquinamento acustico», tutti spostati a Collegno. Il filosofo Gianni Vattimo ancora se la ride, «è fantastico, quel parco confina pure col cimitero, non credo che i poveri defunti avrebbero obiettato sul rumore; e poi andiamo, è tutto l’inverno che passiamo dalle notti bianche olimpiche alle feste dei tifosi, mi sembra un po’ come arrestare Al Capone per evasione fiscale».


ADESIONI - Sforzo lodevole ma inutile, peraltro. Perché poi salta fuori che l’appello «Esserci è diverso, io ci sarò!», l’adesione «al più importante appuntamento della comunità gay lesbica bisessuale e transessuale», è stato firmato tra gli altri dal presidente della Camera Fausto Bertinotti e dal ministro Emma Bonino. Che la Rosa nel Pugno sfilerà con un suo carro drappeggiato di slogan come «No Vatican No Taleban» e «Nessun Pacs indietro» e domani presenterà «alcune proposte di legge sul tema», informa Daniele Capezzone, «con buona pace dello strano ostracismo degli ultimi tempi». E allora, va da sé, i cattolici dell’Unione, Margherita in testa, un po’ si agitano. Niente a che vedere con quello che Storace sibilò su Katia Bellillo per il Gay Pride del 2000 a Roma, «il ministro a una sfilata è una cosa immonda!». D’altra parte Bertinotti e Bonino, a quanto pare, non potranno essere fisicamente presenti.


PROTESTE - Però, sospira Pierluigi Castagnetti, sarebbe stato meglio evitare: «Viviamo in un momento di relazioni difficili con la Chiesa italiana e il mondo cattolico, il governo ha bisogno di rasserenare il clima: ferma restando la laicità dello Stato sono molto preoccupato, proprio adesso mi sembra inopportuno, chi ha responsabilità istituzionali dovrebbe ispirarsi a un di più di prudenza per non aumentare le incomprensioni». Castagnetti, tra l’altro è pure vicepresidente vicario della Camera. L’adesione della terza carica dello Stato? «Dò per scontato che sia a titolo personale, certo non coinvolge la responsabilità delle istituzioni...». L’appello, del resto, non precisa, e poi non fa molta differenza: «Noi abbiamo chiesto una firma, che certo è un invito ad esserci», sorride la portavoce del Gay Pride, Roberta Padovano, «e il fatto che un ministro e la terza carica dello Stato abbiano aderito ha un valore simbolico e politico molto importante, è chiaro».

Ecco, appunto. C’è poco da discettare, considera il senatore Luigi Bobba, anche lui della Margherita: «Prodi aveva detto ai ministri "testa bassa e pedalare", non parlate e lavorate, e questo mi pare un po’ il contrario, no?». Le considerazioni si ripetono, «ci vorrebbe prudenza, responsabilità, andrebbe scelta la strada del confronto piuttosto che procedere per strappi che in fin dei conti servono solo ad alzare steccati». Anche se, geme il compagno di partito Enzo Carra, «temo che ormai prendersela per queste cose sia inutile, perché ognuno fa come gli pare». Il che potrebbe anche andare bene, «come cattolico liberale io rispetto le opinioni altrui: purché gli altri rispettino le mie senza bollarmi come uno della lobby di Ruini e robe del genere, però».


TRANVIERI - Comunque il sindaco Sergio Chiamparino non andrà alla sfilata, «di tutto il Gay Pride è la manifestazione che mi convince meno», e non manderà il Gonfalone. Delusioni, discussioni come da copione. Meno male che c’è Vattimo: «Il Gonfalone? Le dirò, non mi scandalizza: mica è il 25 Aprile, solo una manifestazione di un rispettabile gruppo di cittadini che vuole riconosciuti alcuni diritti. Un po’ come fosse un corteo di tranvieri».


dal Corriere della Sera del 15/06/2006

giovedì 8 giugno 2006

Matrimoni gay, Senato Usa boccia l'emendamento che li bandisce

A favore 49 voti, contro 48: serviva la maggioranza di due terzi
Il testo, appoggiato da Bush, sarà presto riproposto alla Camera


Dimostranti favorevoli
ai matrimoni gay



WASHINGTON - Il Senato degli Stati Uniti ha bocciato la proposta di un emendamento della Costituzione per mettere al bando i matrimoni omosessuali: 49 senatori si sono pronunciati a favore e 48 contro.

L'iniziativa non ha quindi avuto la maggioranza dei senatori, che sono 100, e tanto meno i due terzi dei voti che sarebbero necessari per fare passare un emendamento costituzionale. Due anni fa un voto analogo aveva visto 48 senatori pronunciarsi a favore del bando.

I promotori dell'emendamento, sostenuto con convinzione anche dal presidente George W. Bush, sapevano di andare incontro alla disfatta, ma speravano di raccogliere almeno la maggioranza dei voti, cioè più di 50, sul testo dell'emendamento che definisce il matrimonio come l'unione tra un uomo e una donna.

Lo schiaffo del Senato non è giunto del tutto sgradito a Bush e agli alfieri del bando: ne porteranno le stimmate alle elezioni di metà mandato del 7 novembre, sperando di recuperare, così, il sostegno, evaporato negli ultimi mesi, dei movimenti integralisti cristiani.

D'altra parte, poiché gli oppositori non hanno i 60 voti necessari per fare cessare il dibattito, la questione resta aperta e i sostenitori del matrimonio tradizionale promettono di provarci ancora.

E, infatti, forte anche dell'appoggio del presidente Bush, il capogruppo repubblicano alla Camera John Boehner intende portare in aula la questione il mese prossimo, sostenendo che un numero "significativo" di deputati vogliono discuterne ed esprimersi con un voto.
I promotori dell'iniziativa ritengono che il Congresso abbia l'autorità per definire gli standard etici della società e che il matrimonio tradizionale sia il fondamento essenziale "d'una società sana".

Gli oppositori sostengono che l'emendamento è un'intrusione dell'Amministrazione nella vita privata di tutti i cittadini: per il senatore del Minnesota Mark Dayton, avrebbe apportato "un elemento di discriminazione" alla Costituzione.

L'opposizione democratica, inoltre, accusa la maggioranza repubblicana di volere solo chiamare a raccolta la sua base religiosa e conservatrice, in vista delle elezioni politiche del 7 novembre. Il senatore del Vermont Patrick Leahy avverte che la Costituzione "è troppo importante per essere usata a fini così partitici".

I sondaggi indicano che una maggioranza d'americani ritiene che il matrimonio sia un'unione tra un uomo e una donna, ma che un'analoga maggioranza è contraria al bando costituzionale.

(7 giugno 2006)
http://tinyurl.com/rfwum

domenica 4 giugno 2006

Baci, sequenze sexy, terrore i premi alle scene cult dei film

Assegnati gli Mtv Movie Awards: trofei lontani anni luce dagli Oscar, che strizzano l'occhio ai giovanissimi
Le effusioni gay di "Brokeback Mountain" battono quelle di Pitt-Jolie in "Mr & Mrs Smith". Ma la più sensuale è Jessica Alba...
di CLAUDIA MORGOGLIONE



Sequenze da grande schermo così, agli Oscar, non le vedremo mai: una Beyonce Knowles supersexy, che tenta di sedurre l'ispettore Clouseau-Steve Martin (nella Pantera Rosa); Paris Hilton in biancheria intima che viene barbaramente assassinata (nella Maschera di cera); Brad Pitt e Angelina Jolie che, anticipando la realtà, si baciano con passione (in Mr & Mrs Smith). Tutte scene di film non acclamati dai critici, e dunque esclusi dal normali circuiti dei premi cinematografici. E apprezzati soprattutto dal pubblico dei ragazzini: quelli, per intenderci, che adorano gli horror, le starlette da reality show e i programmi di Mtv.

E così non sorprende che proprio l'emittente televisiva, seguendo la sua tradizione giovanilistica e irriverente, assegni ogni anno - anche a pellicole non d'autore - un tipo di premi per nulla ortodossi: gli Mtv Movie Awards, diventati ormai un appuntamento fisso nell'universo hollywoodiano. Riconoscimenti riservati non solo al miglior film, ma anche a una serie di categorie più eccentriche: il miglior bacio, la migliore performance sexy, la miglior interpretazione "da paura", e così via.

Ecco perché, come sempre, anche quest'anno c'è molta attesa per la cerimonia di consegna dei trofei, in programma per la sera del 9 giugno: party co che si è tenuta stanotte: condotta dalla neodiva Jessica Alba, e in cui si sono esibite anche star del pop (come l'immancabile Christina Aguilera). E allora diamo un'occhiata, sia alle nomination che ai vincitori. Per avere un'idea di cosa è stato "hot", dal punto di vista dello star system e delle preferenze giovanili, nella stagione cinematografica appena conclusa.

Cominciamo allora dall'unica categoria tradizionale, tra quelle selezionate da Mtv: quella del miglior film. Ma di prevedibile c'è solo il nome del premio. Perche in realtà, nella cinquina di candidati, troviamo pellicole quasi tutte lontane dagli altri premi ufficiali: la commedia demenziale 40 anni vergine, e quella irriverente di Due single a nozze; il noir cupo e pulp Sin City; il superkolossal King Kong di Peter Jackson; l'avvincente Batman begins interpretato da Christian Bale. E alla fine, a prevalere, è stata Due single a nozze.

E poi ci sono gli altri riconoscimenti. Come quello al miglior bacio da grande schermo. In cui ritroviamo, tra i nominati, la coppia più gossippata di questo inizio Millennio, ovvero Brad Pitt e Angelina Jolie, sul set galeotto di Mr & Mrs Smith. Che però, nella vittoria finale, devono cedere il passo alle effusioni altrettanto cult tra Heath Ledger e Jake Gyllenhaal, nel western gay Brokeback Mountain. In lizza anche i baci di Rosario Dawson e Clive Owen in Sin City, di Taraji P. Henson e Terrence Howard in Hustle and flow, di Anna Faris e Chris Marquette in Just friends.

Restando in tema più o meno erotico, per le migliori performance sexy erano in gara Beyonce Knowles (nella Pantera rosa), la Jessica Alba ballerina di Sin City, la bella e languida Ziyi Zhang di Memorie di una geisha, la stella del gossip Usa Jessica Simpson nel ruolo di Daisy Duke in Hazzard, e - a sorpresa - un uomo, Rob Schneider, protagonista della commedia demenziale Deuce Bigalow - Puttano in saldo. Alla fine, a prevalere, è stata lei, la Alba: splendida sia nel costume bikini sfoggiata nella pellicola, sia nei numerosi abiti indossati ieri sera, durante lo show.

Ancora, vale la pena di segnalare le candidature per la miglior performance in un film "di paura": ci sono la piccola Dakota Fanning, figlia spaventata di Tom Cruise nella Guerra dei mondi; la Jennifer Carpenter assassinata in The Exorcism of Emily Rose; il Derek Richardson finito nell'incubo super splatter di The Hostel; la Rachel Nichols di The Amityville horror. E infine lei, la reginetta dei tabloid Paris Hilton. Che certo non sarà mai Meryl Streep, ma che comunque è candidata a un premio cinematografico grazie alla sua performance nel remake della Maschera di cera. In cui, sostanzialmente, si limita a morire in lingerie rossa. Per la gioia dei suoi ammiratori un po' feticisti. Ma a prevalere, nella categoria, è stata la Carpenter. Anche perché lei, figlia del regista John (che della suspance cinematografica è uno specialista), la paura cinematografica in famiglia l'ha sempre respirata.

(4 giugno 2006)
http://tinyurl.com/j5jgj

mercoledì 31 maggio 2006

Spallata

GIANNELLI



Vignetta di Giannelli dal Corriere della Sera del 31/05/2006

martedì 30 maggio 2006

Riepilogo nazionale delle elezioni amministrative

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Fermiamo l´internazionale omofoba

di Paolo Hutter



Erano hooligans anti-gay i giovani che lanciavano fumogeni inseguiti dalla polizia, e non gay come erroneamente indicato nei servizi delle agenzie televisive. Non c´era bisogno di insinuare che ci sia stato qualche gay scalmanato: a Mosca il primo tentativo di Gay Pride è stato praticamente soffocato dall´omofobia.

La cosa dovrebbe suscitare alcune preoccupazioni e altrettante suggestioni, valide anche qui. E va vista in relazione a un quadro est europeo, per esempio alla recente «marcia per la tolleranza» organizzata da giovanissimi gay e lesbiche a Cracovia, e conclusasi «vittoriosamente», non come a Mosca, nonostante le intimidazioni dei gruppi omofobi. Forse i mass media avrebbero fatto bene a mettere la notizia dello scontro tra gay militanti e gruppi omofobi nella capitale russa accanto alla visita di Ratzinger in Polonia, non perché i cristiani ortodossi siano egemonizzati direttamente dal Papa, ma per il ruolo delle religioni e del fanatismo religioso nei paesi ex comunisti. Non mi voglio improvvisare esperto di questi paesi, sto seguendo la vicenda come «produttore esecutivo» di due video documentari realizzati da due studenti torinesi e co-finanziati dai Verdi.

Vedendo in anteprima le immagini delle bigotte moscovite e dei trucidi nazionalisti ortodossi che si scagliano contro i pochissimi omosessuali che hanno avuto il coraggio di presentarsi nel primo tentativo di gay Pride della storia russa… penso che forse non ci troviamo di fronte ai colpi di coda della reazione nei confronti del progresso, ma a una articolazione locale di un conflitto internazionale se non globale. Sospetto che la mobilitazione cattolica internazionale - e protestante negli Usa - contro le unioni gay abbia indirettamente favorito e coperto la mobilitazione cristiano ortodossa omofoba a Mosca, che è giunta al punto di assediare i frequentatori di un locale gay un mese fa e che è lanciata in una triste competizione con gli anatemi musulmani del «Mufti» moscovita.

Certo, esiste anche una omofobia hooligan o naziskin che nelle sue pulsioni psicologiche e sociali non ha molto a che fare con la religiosità, ma non c´è dubbio che le radici e gli appigli della ostilità militante contro i gay si trovino oggi quasi esclusivamente nelle religioni, o meglio nella loro interpretazione fondamentalista. La Chiesa Cattolica ovviamente ha il pieno diritto di dire la sua contro la approvazione di leggi che modificano e ampliano il diritto di famiglia. Ma in un mondo dove l´omosessualità è ancora in tanti paesi perseguitata come tale, spesso con violenza pesante, la Chiesa dovrebbe meditare le sue parole che pesano come macigni, perché provviste di un grande potere di legittimazione. Insomma, la distanza tra l´opposizione al matrimonio gay e la copertura dell´omofobia è molto sottile, e se ai vertici ecclesiastici stanno a cuore la pace e il rispetto dei diritti, di questa sottigliezza dovrebbero farsi carico.

Forse per queste ragioni è stato finora scarso e limitato il pronunciamento politico contro la situazione che abbiamo visto in Russia. Dopo aver detto due battute di rito sui veleni lasciati dai regimi comunisti, bisognerebbe affrontare questioni più attuali, scomode,trasversali. La cosa positiva è che all´interno della Ue, nei confronti della omofobia polacca, si registrano episodi interessanti di mobilitazione transnazionale e di solidarietà attiva.

Alla marcia per la tolleranza di Cracovia c´erano un centinaio di giovani provenienti per lo più da Germania e Belgio che avevano di tasca loro stanziato il viaggio per dare man forte ai diritti dei loro simili polacchi. Un Erasmus dell´impegno per una vera tolleranza. Il 17 giugno ci sarà un Pride nazionale italiano a Torino che sarà l´occasione non solo per rivendicare i Pacs ma per affermare un attivo impegno internazionale dell´Italia contro l´omofobia.


da l'Unità del 30/05/2006

La Chiesa e il Male

di Nicola Tranfaglia


Il complesso concentrazionario di Auschwitz costituisce la più gigantesca opera criminale del Novecento, divenendo il simbolo eloquente dello sterminio nazista e della ferocia del regime di Hitler.

In quel campo, alla fine della seconda guerra mondiale, quando i prigionieri superstiti vennero liberati il 27 gennaio 1945 dalla sessantesima armata dell'esercito sovietico,erano stati assassinati con lo Zyclon B e mezzi più primitivi come fucilazioni e rappresaglie, un milione e seicentomila prigionieri,tra i quali duecentoventimila adolescenti e bambini in maggioranza ebrei e undicimila ragazzi e bambini del campo di famiglie zingare.

Quello che aveva caratterizzato il massacro era la realizzazione in pochi anni di una pianificazione massiccia dello sterminio dei «diversi»: non solo gli ebrei da eliminare fisicamente dalla Terra ma gli oppositori politici e sociali, gli zingari e chiunque non facesse parte del popolo eletto degli ariani biondi e senza Dio.

Questi caratteri fanno di Auschwitz e dell'universo concentrazionario il centro di una questione storica tuttora aperta: «Perché Dio non c'era?», come si è chiesto più volte con angoscia Benedetto XVI nel suo discorso di domenica scorsa in quel campo, ripercorrendo il cammino fatto nel 1979 da Giovanni Paolo II ma - aggiungiamo noi - gli uomini e la Chiesa cattolica c´erano e non si opposero con l'energia necessaria all'orrore nazista. Sta qui il problema storico che l'attuale pontefice non ha voluto e saputo affrontare nella visita solenne compiuta da Papa e da tedesco nel campo nazista.

Giovanni Paolo II era andato oltre e nel 1998 nel documento vaticano intitolato «Noi ricordiamo:una riflessione sulla Shoa» aveva chiesto perdono «per il ruolo esercitato dalla Chiesa e dal gregge cristiano nella persecuzione del popolo ebraico».

Ma questi accenti in cui si era affrontato, sia pure in un documento piuttosto che direttamente di fronte alle masse dei fedeli, c'era stato il riconoscimento dell'antisemitismo cristiano e cattolico che esercitò purtroppo un ruolo importante nella vittoria e nel consolidamento della Germania di Hitler,non sono ritornati nel discorso, pur commosso, che il pontefice ha fatto di fronte al Muro della morte e, al contrario, papa Ratzinger ha usato un´espressione, per spiegare la vittoria del nazionalsocialismo in Germania e in Europa, che non può essere accettata dagli storici.

Ha detto che lo sterminio fu il frutto di «un gruppo di criminali che raggiunse il potere mediante promesse bugiarde, in nome di prospettive di grandezza, di ricupero dell'onore e della sua rilevanza, con previsioni di benessere e anche con la forza del terrore e dell'intimidazione, cosicchè il nostro popolo potè essere usato e abusato come strumento della loro smania di distruzione e di dominio», ed ha aggiunto poi che quei criminali volevano «uccidere quel Dio che chiamò Abramo che parlando sul Sinai stabilì i criteri orientativi dell'umanità che restano validi in eterno».

Parole nobili che raccolgono per il cristianesimo l'eredità del popolo di Israele e del popolo ebraico ma che, nello stesso tempo,pongono fuori di ogni responsabilità quel popolo tedesco di cui è figlio Ratzinger e quella Chiesa cattolica di cui è pontefice.

E questo secondo aspetto in un momento storico come l'attuale è un tema che non si può accantonare.

La Chiesa cattolica ha avuto con Pio XII precise responsabilità di fronte alla Shoa e il mondo cattolico per venti secoli ha alimentato e fatto crescere, non da solo certo, un tenace antisemitismo contro il popolo ebraico accusato di deicidio sicchè, pur dopo la scomparsa nel 1958 di papa Pacelli, è stato assai lento il cammino del Vaticano nel riconoscimento delle sue responsabilità nell'immane tragedia.

Giovanni XXIII e Paolo VI hanno incominciato timidamente un cammino che ha trovato soltanto con l'avvento del papa polacco un'aperta ammissione di colpa e un'esplicita richiesta di perdono agli ebrei e a tutti gli uomini.

Ma il discorso di Benedetto XVI sembra riportare indietro le cose e nascondersi dietro il gruppo di criminali che gestirono i campi di sterminio. Ma può reggere una spiegazione storica così mutila e semplicistica? Si può ridurre la complessa vicenda dei fascismi europei, in particolare del nazionalsocialismo, a una storia criminale?

Chiunque si sia accostato, sia pure per poco, a quelle vicende è portato necessariamente ad escluderlo.

Fu in Europa, nell'Europa cristiana e cattolica, che nacque e crebbe prima in Italia (non dimentichiamolo!), poi in Germania e in altri paesi europei che nacque quella forma di nazionalismo totalitario che assunse dall'inizio tinte razziste e antisemite.

Si trattò di un lungo processo storico che sedusse centinaia, poi migliaia e milioni di giovani che presero parte poi in prima persona ai regimi che vinsero e di consolidarono fino agli anni quaranta sopravvivendo poi in altri continenti per alcuni decenni (basta pensare al perdonismo argentino).

Liquidare dunque il caso nazista con quell'espressione usata da Benedetto XVI significa darne una visione inadeguata e riduttiva come hanno subito detto le comunità ebraiche in tutto il mondo.

Del resto la Chiesa cattolica non ha ancora messo a disposizione degli studiosi le carte che riguardavano il suo ruolo in quegli anni. Fu Giovanni Paolo II ad estendere la possibilità di consultazione degli archivi fino al 1939, al limitare della tragedia. Quando Ratzinger venne eletto,le comunità ebraiche chiedero che il termine fosse portato al 1945. Ma finora non è arrivata nessuna risposta.

C'è forse un legame tra l'una e l'altra cosa, tra il passo indietro compiuto dal pontefice proprio ad Auschwitz e l'impossibilità per gli storici di andare avanti nelle ricerche?


da l'Unita del 30/05/2006

Uno straccio di laicità

Sex crimes and the Vatican

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