Gli effetti della nuova norma sulle eventuali condanne ai manager
Da Fazio a Fiorani, da Consorte a Ricucci, ma anche Tanzi, Geronzi e Cragnotti
di ORIANA LISO e FERRUCCIO SANSA
MILANO - L'indulto? Un affare d'oro, per chi di affari se ne intende. Finanzieri, banchieri, immobiliaristi. Indagati alcuni, imputati altri, per tutte le possibili combinazioni di reati economico-finanziari. Per semplicità: i "furbetti del quartierino". Fazio, Fiorani, Consorte, Ricucci. Ma anche Tanzi, Geronzi, Cragnotti. Per loro i tre anni di sconto di pena previsti dall'indulto hanno il sapore della certezza della libertà.
Fatti due conti, la nuova legge aiuterà tutti loro, in caso di eventuale condanna, a fare pochi o nessun giorno di carcere perché l'indulto - che copre tutti i reati commessi entro il 2 maggio scorso - "abbuona" di fatto sei, e non tre, anni di carcere, grazie alla possibilità di accedere prima del tempo all'affidamento ai servizi sociali e, in generale, alle misure alternative. Basta sfogliare il Codice penale per rendersi conto che le eventuali condanne più alte - che potrebbero aggirarsi sui dieci anni - saranno comunque ridotte sensibilmente. Considerando quanti chiederanno il giudizio abbreviato (con lo sconto di un terzo della pena) e che alcuni di loro hanno problemi di salute e di età, il gioco è fatto. Da ultimo, non va dimenticato che molte di queste indagini arriveranno a processo per il rotto della cuffia, grazie alla legge ex Cirielli, che riduce i tempi di prescrizione.
Eccessivo parlare di colpo di spugna, obiettano gli avvocati. Ma che gli effetti della nuova legge servano anche ai protagonisti di tutti gli ultimi scandali bancari è indubbio. In caso di condanna la mano al portafogli, per risarcire le parti civili, dovranno mettercela comunque, perché l'indulto su questo non ha effetti. Ma i tempi saranno lunghi e le vittime dovranno pazientare anni. Così, resteranno in piedi anche le pene accessorie, come l'interdizione dai pubblici uffici.
Gli esempi si sprecano, solo fermandosi ai nomi che hanno riempito le cronache giudiziarie recenti. L'ex governatore di Bankitalia Antonio Fazio è indagato a Milano per aggiotaggio (pena massima sei anni) e a Roma per abuso d'ufficio (da sei mesi a tre anni). Indagini ancora aperte e collegate, perché l'inchiesta è sempre quella sulla fallita scalata di Bpi all'Antonveneta. Se Fazio dovesse essere processato e condannato al massimo della pena, grazie all'indulto la vedrebbe ridotta a metà. Per i suoi legali sarebbe facile ottenere l'affidamento ai servizi sociali.
Per Calisto Tanzi il discorso è di poco diverso. L'ex patron della Parmalat, per motivi di salute e di età, difficilmente finirebbe in carcere, nonostante le accuse pesantissime. Ma l'indulto potrebbe fargli "saltare" o ridurre anche gli arresti domiciliari. Non ha problemi di età, invece, Gianpiero Fiorani, l'ad disarcionato della Bpi. L'inchiesta milanese è vicina alla chiusura: Fiorani è iscritto nel registro degli indagati per associazione a delinquere, aggiotaggio e riciclaggio. Anche per lui un calcolo, per quanto approssimativo, dovrebbe tenere conto di sei mesi di custodia preventiva (tra carcere e domiciliari) già scontati, dei tre anni dell'indulto e dei tre in cui utilizzare il "bonus" delle misure alternative. Questo vuol dire che anche a Fiorani (come al suo braccio destro Gianfranco Boni) rimarrebbe poco o nulla da scontare in carcere, almeno per quanto riguarda quel filone (perché, ovviamente, l'indulto si applica una volta sola, e non per ogni condanna).
Forse, alla fine, chi rischia di più è Sergio Cragnotti, ex patron della Cirio. Lo scandalo dei bond argentini ha coinvolto migliaia di risparmiatori e fatto da apripista tra le indagini economico-finanziarie degli ultimi anni. Per il finanziere si è già aperta l'udienza preliminare per il crac Cirio, a Roma: la bancarotta fraudolenta - che è solo uno dei reati contestati - prevede condanne fino a dieci anni. Ma anche per lui, lo sconto dei tre anni per l'indulto, una volta arrivati in appello, potrebbe automaticamente far scendere la sua pena fino ai fatidici tre anni. Oltre i quali resta solo l'affidamento ai servizi sociali. Che di fatto vuol dire la libertà.
(18 agosto 2006)
http://tinyurl.com/f8tfx
venerdì 18 agosto 2006
Così l'indulto salverà i "furbetti" Niente carcere per gli scandali finanziari
sabato 12 agosto 2006
Le Chiese in Europa e il metodo Zapatero
Massimo Salvadori commenta la mancata partecipazione di Zapatero alla messa del Papa a Valencia e si chiede "Chi sa che non si possa vedere in futuro anche in Italia quel che abbiamo visto in Spagna?"
Le Chiese in Europa e il metodo Zapatero
di Massimo L. Salvadori
Non è difficile comprendere che il dibattito sui rapporti tra Chiese e Stato, tra religione da un lato ed etica, costume e politica, insomma società, dall´altro, e sui modi per affrontarli e regolarli è destinato a crescere di importanza nel nostro continente. È inevitabile che nel corso dell´evoluzione storica e dei relativi mutamenti culturali, sociali e demografici emergano nuovi problemi e si ricerchino equilibri atti a offrire soluzioni convenienti. La storia dell´Europa moderna ha visto per circa cinque secoli i singoli Stati assumere nelle loro mani la questione in base al principio della propria assoluta sovranità e a seconda delle loro caratteristiche e finalità. Ogni epoca e ogni paese ha dato in proposito le sue risposte. Poi negli ultimi decenni la questione ha assunto un volto qualitativamente differente da quello del passato.
Si è creato uno spazio politico, istituzionale, culturale e civile europeo in cui l´insieme va facendo sempre più premio sulle parti, in cui il fenomeno della secolarizzazione ha conosciuto una forte accelerazione, i costumi e la mentalità sono rapidamente e profondamente cambiati, il confronto tra i valori e gli stili di vita è divenuto pressante mettendo in gioco molte delle eredità trasmesse dalla tradizione, in cui, specie in conseguenza delle ondate di immigrati islamici da altri continenti la mappa religiosa – caratterizzata in passato dalla schiacciante prevalenza delle chiese cristiane – è andata sostanzialmente cambiando (sullo sfondo sta il possibile ingresso nell´Unione Europea della Turchia, che sotto questo profilo risulterebbe davvero dirompente). È un pluralismo ricco, variegato e complesso che va allargandosi e approfondendosi. Dinnanzi a un simile quadro quale è la responsabilità, quale il dovere civile di uno statista democratico in tema di relazioni tra lo Stato, le Chiese e le religioni? Ebbene, la via la troviamo pur sempre indicata con luminosa semplicità nei Vangeli, là dove si riporta la risposta data da Gesù ai farisei che maliziosamente lo interrogavano sui giusti rapporti tra potere politico e religione: «Rendete a Cesare quel che è di Cesare e a Dio quel che è di Dio».
La funzione dello statista democratico è di tutelare le libertà degli individui, dei gruppi, delle associazioni nel rispetto dei valori di ogni Chiesa e di ogni fede religiosa, di cattolici, protestanti, ortodossi, ebrei e musulmani, dei credenti in Dio e dei non credenti, attribuendo al potere pubblico il compito di garantire che la reciproca convivenza non comporti vantaggi e neppure riguardi particolari per gli uni e preclusioni o danni per gli altri: il che avviene quando, per calcolo politico, per fede personale o per entrambi, egli invece privilegia una Chiesa e una religione perché questa è quella della maggioranza dei cittadini. Se e quando così agisce, allora attiva la reazione di quanti si sentono oggetto di discriminazione, e fa inclinare lo Stato in senso illiberale. La presenza di una Chiesa "più libera", più tutelata o anche solo più omaggiata rende meno liberi i diversamente credenti e i non credenti e costituisce una discriminazione nei loro confronti. Nella recente visita del Papa in Spagna Zapatero ha espresso la sua etica di leader democratico europeo accogliendo in veste ufficiale il Papa capo della Chiesa cattolica e di uno Stato tra gli Stati, ma astenendosi - in quanto capo del governo di un paese parte di un´Unione sovranazionale multireligiosa, laica e popolata da molti non credenti e perché personalmente non credente - dalla partecipazione alla messa officiata da Benedetto XVI. Un atto, teniamolo presente, squisitamente religioso, assemblea della comunità ecclesiale presieduta da un sacerdote in cui si rinnova la Cena di Cristo e si celebra la sua passione, morte e resurrezione. Zapatero ha così espresso il dovuto rispetto al Papa-sovrano, al primo sacerdote cattolico e a tutti i cittadini con la pluralità delle loro opinioni. E ha scatenato un´ondata di reazioni.
Alcuni, tra i quali una piccola minoranza di cattolici, lo hanno lodato. Altri lo hanno decisamente vituperato. In Spagna i nostalgici di una Chiesa cattolica abituata ad essere beneficiata in passato da un cumulo di privilegi lo hanno sonoramente fischiato. In Italia i partiti del centro-destra, con l´eccezione di poche mosche bianche, hanno rumoreggiato contro lo scandaloso Zapatero, quasi fosse la reincarnazione degli atei anticlericali della guerra civile spagnola o di quelli della rivoluzione messicana. Ma in prima fila a schierarsi rumorosamente contro lo "zapaterismo" sono stati anche nel centrosinistra coloro che ieri levavano la loro voce per criticare con alti toni il "laicismo alla francese" e oggi la alzano per denunciare i mali di quello "alla spagnola". Il sindaco filosofo Massimo Cacciari ha definito la scelta di Zapatero di non presenziare alla messa papale un atto "stupido" e il leader della Margherita Francesco Rutelli ha presentato nei termini di una sciagura nazionale l´eventualità che in Italia un premier come lui abbia mai a guidare il governo. Insomma, un grande scandalo quello compiuto da Zapatero, a impedire il quale Rutelli ha promesso di opporre il suo scudo in nome dei valori della religione, dei superiori diritti della Chiesa cattolica e degli obblighi specifici che un capo di governo ha nei confronti del pontefice. Si viene colpiti dal richiamo all´"idealismo", ma ci si chiede di quale idealismo si tratti, e se non sia più "idealista" Zapatero (naturalmente con segni e implicazioni diversi) che non Rutelli.
Enrico IV, protestante, divenuto sovrano di una Francia a grande maggioranza cattolica, in tempi nei quali non si concepiva che lo Stato assumesse il ruolo di garante verso chiese parimenti libere, si piegò al fatto che Parigi valeva pure una messa. Zapatero, eletto democraticamente alla guida del governo da cittadini diversamente pensanti in materia di fede, ha creduto che non vi sia motivo per cui a Madrid il realismo politico dovesse valere una messa, e ha voluto affermare il principio liberale e laico che gli atti di culto, strette espressioni della pratica religiosa, appartengono alla sfera della coscienza degli individui e non comportano un dovere di rappresentanza da parte di un capo di governo. Un modo di intendere i valori e le funzioni che, appunto, non è quello di Rutelli.
Un´ultima domanda. Ma che cosa si direbbe se un premier europeo si recasse a partecipare ai riti religiosi presenziati da una grande autorità protestante, ebraica o islamica escludendo il rito cattolico? Inimmaginabile poi la presenza ad una assemblea di dichiarati non credenti. Altro che scandalo. Un tale atteggiamento sarebbe considerato tale da chiederne la lapidazione politica. Credo che di questi problemi fosse intimamente consapevole Zapatero quando prese la decisione di non attendere alla messa del Papa. Non vi è chi non lodi il pluralismo, la libertà di pensiero e di opinione. Poi, quando si viene al dunque, si mostra la corda. Cavour lanciò all´Italia appena unificata il motto: «Libera Chiesa in libero Stato». Agli statisti dell´Europa unita spetta di riprenderlo e aggiornarlo: «Libere chiese e libere correnti di opinione in una libera Europa». Chi sa che non si possa vedere in un futuro anche in Italia quel che abbiamo visto in Spagna. La speranza, anche quando è arduo sperare, è pur sempre l´ultima dea.
la Repubblica, 12 agosto 2006
mercoledì 9 agosto 2006
L'indulto secondo Piero Fassino e la risposta di Marco Travaglio
Una ragazza, Sabrina, ha chiesto spiegazioni sull’indulto (tramite il blog di Beppe Grillo) a Piero Fassino che ha prontamente risposto.
Riporto la lettera di Fassino per consentirgli di ricevere incoraggiamenti, suggerimenti e anche obiezioni di cui, sono certo, farà tesoro.
Chi volesse corrispondere direttamente con il segretario dei Ds può farlo inviando una mail a p.fassino@dsonline.it
“ Rispondo volentieri alla e-mail sull’indulto che mi hai inviato.
Oggi vivere in carcere significa vivere in un inferno. La disumanità del carcere riguarda la società intera, riguarda tutti noi. Perchè nega la missione rieducativa che la Costituzione assegna alla detenzione. Perché la civiltà di una società si misura anche dal suo sistema carcerario. Nessuno di noi, “fuori”, può disinteressarsi di come vive chi è 'dentro', delle sue condizioni presenti e delle sue prospettive di reinserimento.
In cinque anni, il centrodestra non ha fatto nulla per le carceri, al contrario, ha varato leggi che hanno già prodotto una inutile e dannosa moltiplicazione della popolazione carceraria, pensiamo alla ex-Cirielli, alla legge sulle tossicodipendenze e alla Bossi-Fini
Al 31 dicembre 2005 il numero dei detenuti era pari a 59.523 unità in un sistema carcerario fatto per ospitarne 35.000. Nel 2001 erano 43.000.
Dall'entrata in vigore della Bossi-Fini, i detenuti stranieri sono diventati il 45% del totale: una cifra mai raggiunta prima. Altro dato significativo riguardo gli ingressi nelle carceri è quello relativo alla violazione delle norme in materia di stupefacenti: nel 2005 sono stati registrati 15.917 ingressi di italiani e 10.144 di stranieri.
Un provvedimento di clemenza non era più rinviabile, tenuto conto che l'ultimo indulto risale a sedici anni fa.
La Costituzione richiede, per una legge di questa natura, il voto favorevole dei due terzi dei componenti di ogni ramo del Parlamento. Una maggioranza amplissima che può essere realizzata solo con un'intesa tra il più ampio numero di forze politiche e con la ricerca di un punto di equilibrio.
Abbiamo perciò lavorato ad un testo equilibrato e ragionevole, che, rispetto ad indulti del passato, comprende la più lunga lista di reati esclusi dall'applicazione dell'indulto: associazione sovversiva; tutti i reati connessi al terrorismo; devastazione, saccheggio e strage; sequestro di persona a scopo di eversione; banda armata; associazione per delinquere finalizzata alla commissione dei delitti di cui agli articoli 600, 601 e 602 del codice penale; associazione di tipo mafioso; riduzione o mantenimento in schiavitù o in servitù; prostituzione e pornografia minorile; tratta di persone; tutte le forme di violenza sessuale; corruzione di minorenni; sequestro di persona a scopo di rapina o di estorsione; riciclaggio di denaro o beni provenienti da sequestri di persona a scopo estorsivo; produzione, traffico e detenzione illeciti di sostanze stupefacenti secondo l'articolo 73 del testo unico delle leggi in materia di disciplina degli stupefacenti e sostanze psicotrope.
Non solo, ma su tutti i reati a cui si applica l’indulto non c'è nessun colpo di spugna.
Per i reati finanziari, di corruzione e contro la pubblica amministrazione i processi proseguono, restano immutate le responsabilità, le condanne, i reati non si cancellano e, soprattutto resta ferma l'interdizione perpetua dai pubblici uffici, restano ferme le pene accessorie anche temporanee. Per quanto riguarda gli infortuni sul lavoro e le morti bianche, viene garantito il diritto delle vittime al risarcimento. Noi saremmo stati i primi a dire no ad un'amnistia perchè questa cancella il reato. Non è questo il caso.
Abbiamo detto sì all'indulto, dunque, non per favorire qualcuno, ma perchè era una risposta necessaria, doverosa e non più eludibile all'emergenza delle carceri.
Ora occorre dare avvio ad una serie di riforme per restituire efficienza all'amministrazione della giustizia e cancellare le pessime leggi - vergogna ereditate dal centrodestra, a cominciare dalla Cirami e dalla ex-Cirielli. Ed è quello che faremo.
Ringraziandoti per l’attenzione”.
Piero Fassino
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Travaglio ha deciso di aggiungere il suo commento alle parole di Fassino.
'Caro Beppe,
purtroppo la risposta di Fassino sull’indulto fa acqua da tutte le parti. E provo a spiegare, punto per punto, il perché.
- “Abbiamo detto sì all’indulto non per favorire qualcuno, ma perchè era una risposta necessaria, doverosa e non più eludibile all'emergenza delle carceri”.
Perché allora, se si proponevano di svuotare le carceri, hanno escluso dall’indulto molti reati per i quali molti sono detenuti, mentre vi hanno inserito molti reati (quelli contro la pubblica amministrazione, quelli finanziari, societari e fiscali, gli omicidi colposi per le “morti bianche” sul lavoro) per i quali sono detenute poche decine di persone?
- “ Al 31 dicembre 2005 il numero dei detenuti era pari a 59.523 unità in un sistema carcerario fatto per ospitarne 35.000. Nel 2001 erano 43.000”. Dunque “un provvedimento di clemenza non era più rinviabile, tenuto conto che l'ultimo indulto risale a sedici anni fa”.
Per la verità l’ultimo indulto (il cosiddetto indultino) risale a due anni fa: scarcerò circa 6 mila persone, col risultato che dopo pochi mesi la popolazione carceraria non solo era tornata quella di prima, ma era addirittura aumentata. La prova del fatto che pensare di risolvere l’affollamento delle carceri mandando a casa i delinquenti è pura follia. Bisognerebbe agire sulle cause che “producono” i detenuti: e cioè, anzitutto, l’alto numero dei reati che si commettono e l’alto numero di delinquenti in circolazione; e poi alcune leggi che puniscono col carcere comportamenti che potrebbero essere sanzionati diversamente.
- Cinque anni di governo di centrodestra – osserva Fassino - hanno prodotto una “inutile e dannosa moltiplicazione della popolazione carceraria, pensiamo alla ex-Cirielli, alla legge sulle tossicodipendenze e alla Bossi-Fini”.
Perfetto: e allora perché, invece di imbarcarsi nell’indulto, non si è cancellata la ex Cirielli e non si è modificata la Bossi-Fini? La ex Cirielli allunga le pene per i recidivi, la Bossi-Fini impone l’arresto dei clandestini che non lasciano l’Italia dopo l’espulsione (anche se non commettono alcun delitto): arresto che non porta mai a lunghi periodi di detenzione, perché l’arrestato viene subito scarcerato in quanto la pena prevista è minima e non giustifica la custodia cautelare. Ma questi continui arresti di massa, sia pure col meccanismo del “turn over” (5.500 all’anno), incidono enormemente sulla popolazione carceraria.
- “La Costituzione richiede, per una legge di questa natura, il voto favorevole dei due terzi dei componenti di ogni ramo del Parlamento. Una maggioranza amplissima che può essere realizzata solo con un'intesa tra il più ampio numero di forze politiche e con la ricerca di un punto di equilibrio”.
Qui, caro Beppe, casca l’asino. O meglio: cade la maschera dell’inciucio. Perché all’indulto di 3 anni allargato a corrotti & furbetti esistevano varie alternative, che avrebbero liberato ugualmente migliaia di detenuti, ma senza dover ricorrere alla maggioranza dei due terzi, cioè senza dipendere dal "ricatto" di Forza Italia (un ricatto a cui la sinistra ha ceduto molto volentieri...). Per esempio una legge ordinaria che depenalizzasse (con maggioranza semplice, 50% più uno) la Bossi-Fini, o abolisse la ex Cirielli, o trasferisse in strutture sanitarie vigilate i detenuti malati o in comunità i tossici colpevoli di piccolo spaccio. Oppure, volendo proprio ricorrere all’indulto con maggioranza dei due terzi, si poteva “scontare” un anno di pena, e non tre, a tutti i condannati: è la proposta avanzata da un senatore indipendente eletto nei Ds, l’ex procuratore Gerardo D’Ambrosio, che avrebbe liberato 11.500 persone, ma avrebbe lasciato ai domiciliari Previti per altri due anni e non avrebbe salvato platealmente dal rischio di finire in galera i vari furbetti del quartierino, Tanzi, Cragnotti, per non parlare di Berlusconi, Confalonieri e famiglia (imputati per i diritti Mediaset). In quest’ultimo caso, se Forza Italia si fosse opposta, l’Unione avrebbe avuto buon gioco a spiegare agli elettori che il Cavaliere teneva i detenuti sotto sequestro, accatastati l’uno sull’altro nelle patrie galere, solo per salvare se stesso, Previti e i grandi ladroni dei bond e di Bancopoli.
- “Per tutti i reati a cui si applica l’indulto, non c'è nessun colpo di spugna. Per i reati finanziari, di corruzione e contro la pubblica amministrazione i processi proseguono, restano immutate le responsabilità, le condanne, i reati non si cancellano e, soprattutto resta ferma l'interdizione perpetua dai pubblici uffici, restano ferme le pene accessorie anche temporanee. Per quanto riguarda gli infortuni sul lavoro e le morti bianche, viene garantito il diritto delle vittime al risarcimento”.
Fassino, essendo stato ministro della Giustizia, sa benissimo che per questi reati le pene non superano quasi mai i 3 anni di reclusione: chi, grazie all’indulto, parte da “meno tre”, sa che in caso di condanna la pena da scontare sarà pari a zero o sottozero. Per rischiare la galera, bisognerebbe esser condannati a più di 6 anni (sotto i 3 in Italia non si va in carcere): il che non accade mai. E' vero che i processi continuano: ma le pene saranno del tutto virtuali. Se un rapinatore viene condannato a 10-12 anni e gliene abbuonano 3, qualche anno di galera se la fa. Ma se un colletto bianco viene condannato a 3 anni e gliene abbuonano 3, non paga nemmeno per un giorno. Non solo: quando rischia la galera, il colletto bianco è indotto a patteggiare la pena per guadagnarsi lo sconto; in questo caso il pm può condizionare il patteggiamento al risarcimento delle vittime (cioè dello Stato, nei casi di Tangentopoli, o dei morti e feriti sul lavoro, nei casi di omicidio colposo in fabbrica o in cantiere). Quando non rischia la galera, invece, il colletto bianco imputato si guarda bene dal risarcire le vittime durante il processo penale: preferisce costringerle a far causa civile, rinviando il tutto di 10-15 anni, quando saranno tutti morti. Bel risultato, non c'è che dire.
- Fassino conclude promettendo di abrogare la Cirami e la Cirielli.
Gli ricordo che esistono anche la Gasparri, la Pecorella (abolizione dell’appello per il pm, ma non per l’imputato) e il falso in bilancio. E faccio rispettosamente osservare che trattasi di promesse. I fatti, per ora, si chiamano indulto alvacorrotti e, prossimamente, legge contro i pm che fanno intercettazioni e i giornalisti che le pubblicano. Altra trovata di Mastella, su testi e musica di Berlusconi. Se queste porcate le facesse il Cavaliere, scenderemmo tutti in piazza. Spero che lo faremo anche se le fanno i centrosinistri insieme a Berlusconi. Anzi, soprattutto per questo. Li abbiamo votati, ma ce la pagheranno'.
Marco Travaglio.
domenica 30 luglio 2006
Chi ha votato a favore dell'indulto/ 2
Riporto l'elenco dei senatori che hanno votato a favore dell'indulto (dal sito www.senato.it):
ALLEANZA NAZIONALE
Buccico Emilio Nicola, Curto Euprepio, De Angelis Marcello, Matteoli Altero, Saporito Learco, Valentino Giuseppe
AUT
Bosone Daniele, Molinari Claudio, Montalbano Accursio, Negri Magda, Peterlini Oskar, Pinzger Manfred, Rubinato Simonetta, Thaler Ausserhofer Helga, Tonini Giorgio
DC-IND-MA
Antonione Roberto, Cutrufo Mauro, Girfatti Antonio Franco, Manunza Ignazio, Massidda Piergiorgio, Pistorio Giovanni, Rotondi Gianfranco, Santini Giacomo, Saro Giuseppe Ferruccio, Stracquadanio Giorgio Clelio
FORZA ITALIA
Alberti Casellati M. E., Amato Pietro Paolo, Asciutti Franco, Azzollini Antonio, Baldini Massimo, Barba Vincenzo, Barelli Paolo, Bettamio Giampaolo, Bianconi Laura, Biondi Alfredo, Bonfrisco Anna Cinzia, Burani Procaccini Maria, Camber Giulio, Cantoni Gianpiero Carlo, Carrara Valerio, Casoli Francesco, Cicolani Angelo Maria, Colli Ombretta, Comincioli Romano, Costa Rosario Giorgio, D'Ali' Antonio, Dell'Utri Marcello, Fazzone Claudio, Ferrara Mario Francesco, Firrarello Giuseppe, Gentile Antonio, Ghedini Niccolo', Ghigo Enzo, Giuliano Pasquale, Grillo Luigi, Iannuzzi Raffaele, Iorio Angelo Michele, Izzo Cosimo, Lorusso Antonio, Lunardi Pietro, Malan Lucio, Malvano Franco, Marini Giulio, Mauro Giovanni, Morra Carmelo, Nessa Pasquale, Novi Emiddio, Palma Nitto Francesco, Pastore Andrea, Pianetta Enrico, Piccioni Lorenzo, Piccone Filippo, Pisanu Beppe, Pittelli Giancarlo, Possa Guido, Quagliariello Gaetano, Rebuzzi Antonella, Sacconi Maurizio, Scarabosio Aldo, Scarpa Bonazza Buora Paolo, Schifani Renato Giuseppe, Scotti Luigi, Stanca Lucio, Sterpa Egidio, Taddei Vincenzo, Tomassini Antonio, Vegas Giuseppe, Ventucci Cosimo, Viceconte G. Walter C., Vizzini Carlo, Zanettin Pierantonio, Ziccone Guido
IU-VERDI-COMUNISTI ITALIANI
Bulgarelli Mauro, Cossutta Armando, De Petris Loredana, Pecoraro Scanio Marco, Ripamonti Natale, Silvestri Gianpaolo
MISTO
Andreotti Giulio, Colombo Emilio, Cossiga Francesco, Del Pennino Antonio Adolfo Mar
MISTO-PDM
Fuda Pietro
MISTO.POP-UDEUR
Barbato Tommaso, Cusumano Stefano, Mastella Clemente
RIFONDAZIONE COMUNISTA-SE
Albonetti Martino, Alfonzi Daniela, Allocca Salvatore, Boccia Maria Luisa, Bonadonna Salvatore, Brisca Menapace Lidia, Capelli Giovanna, Caprili Milziade, Confalonieri Giovanni, Del Roio Josè Luiz, Di Lello Finuoli Giuseppe, Emprin Gilardini Erminia, Gagliardi Rina, Giannini Fosco, Grassi Claudio, Liotta Santo, Malabarba Luigi, Martone Francesco, Nardini Maria Celeste, Palermo Anna Maria, Russo Spena Giovanni, Sodano Tommaso, Tecce Raffaele, Turigliatto Franco, Valpiana Tiziana, Vano Olimpia, Zuccherini Stefano
UDC
Baccini Mario, Buttiglione Rocco, Ciccanti Amedeo, De Poli Antonio, D'Onofrio Francesco, Eufemi Maurizio, Fantola Massimo, Follini Marco, Forte Michele, Libe' Mauro, Maffioli Graziano, Maninetti Luigi, Marconi Luca, Monacelli Sandra, Naro Giuseppe, Pionati Francesco, Poli Nedo Lorenzo, Ruggeri Salvatore, Trematerra Gino, Zanoletti Tomaso
ULIVO
Adragna Benedetto, Amati Silvana, Angius Gavino, Baio Dossi Emanuela, Banti Egidio, Barbieri Roberto, Barbolini Giuliano, Bassoli Fiorenza, Battaglia Giovanni, Bellini Giovanni, Benvenuto Giorgio, Bettini Goffredo Maria, Bianco Enzo, Binetti Paola, Bobba Luigi, Boccia Antonio, Bodini Paolo, Bordon Willer, Bruno Franco, Brutti Massimo, Brutti Paolo, Bubbico Filippo, Cabras Antonello, Calvi Guido, Carloni Anna Maria, Casson Felice, D'Amico Natale Maria Alfonso, Danieli Franco, De Simone Andrea Carmine, Di Siena Piero, Enriques Federico, Fazio Bartolo, Ferrante Francesco, Filippi Marco, Finocchiaro Anna, Fontana Carlo Ferruccio Antoni, Franco Vittoria, Galardi Guido, Garraffa Costantino, Gasbarri Mario, Giaretta Paolo, Iovene Antonio, Ladu Salvatore, Latorre Nicola, Legnini Giovanni, Livi Bacci Massimo, Lusi Luigi, Maccanico Antonio, Magistrelli Marina, Magnolfi Beatrice Maria, Manzella Andrea, Manzione Roberto, Marino Ignazio Roberto Maria, Massa Augusto, Mele Giorgio, Mercatali Vidmer, Micheloni Claudio, Mongiello Colomba, Montino Esterino, Morando Antonio Enrico, Morgando Gianfranco, Nieddu Gianni, Palumbo Aniello, Papania Antonino, Pasetto Giorgio, Pegorer Carlo, Piglionica Donato, Pignedoli Leana, Pisa Silvana, Polito Antonio, Pollastri Edoardo, Procacci Giovanni, Randazzo Antonino, Ranieri Andrea, Roilo Giorgio, Ronchi Edo, Rossa Sabina, Rossi Paolo, Salvi Cesare, Scalera Giuseppe, Scarpetti Lido, Serafini Anna Maria, Sinisi Giannicola, Soliani Albertina, Treu Tiziano, Turano Renato Guerino, Turco Livia, Vernetti Gianni, Villecco Calipari Rosa Maria, Vitali Walter, Zanda Luigi, Zavoli Sergio Wolmar
sabato 29 luglio 2006
Val d'Aosta, lite sul «signor Ratzinger»
Così lo chiama un consigliere del centrosinistra. Si spacca il Consiglio
di Ottavio Rossani
AOSTA — L'ha chiamato in consiglio regionale «signor Ratzinger», perché a tutti fosse chiaro che per lui, laico e uomo di sinistra, il Papa in vacanza in terra valdostana deve essere trattato come un ospite qualunque. Quindi l'ha paragonato a Tariq Ramadan, sottolineando come la calorosa accoglienza riservata al Pontefice strida con il divieto imposto un anno fa all'intellettuale islamico di prendere parte a un convegno organizzato dall'università della Valle d'Aosta. Tanto è bastato perché il consigliere Alessandro Bortot, esponente della sinistra alternativa aderente alla costituente Sinistra europea, riuscisse a trasformare il soggiorno montano di Benedetto XVI (terminato ieri dopo 18 giorni) in un motivo di scontro all'interno del consiglio regionale. Una spaccatura consumatasi nel corso della votazione di una mozione pro-Ratzinger presentata dalla Stella Alpina, una delle componenti della maggioranza insieme alla Fédération Autonomiste ma anche all'Union Valdotaine (la prima forza di governo che alle ultime Politiche ha dato sostegno a Prodi).
Papa Ratzinger in Valle d'Aosta (foto AGF)
Papa Ratzinger in Valle d'Aosta (foto AGF)
Il consiglio regionale (con 25 voti a favore e un'astensione) ha approvato un documento in cui rinnova la sua «piena e viva soddisfazione per la presenza del Papa in Valle d'Aosta» e definisce «deplorevole» il comportamento del consigliere Bortot (un tentativo di «affermare in modo irriverente il rispetto del principio del pluralismo culturale»); sette rappresentanti della minoranza, quattro ds e tre della coalizione Arcobaleno (due verdi e Bortot) hanno abbandonato l'aula senza prendere parte al voto. Tutto è cominciato con la seduta del 13 luglio. Il consigliere Alessandro Bortot interviene in consiglio. Mette a confronto «l'accoglienza calorosa al signor Ratzinger» con il «diniego all'esponente islamista Tariq Ramadan». E denuncia l'assenza di pluralismo religioso in Valle. «Il fatto è che sulla mia espressione "signor Ratzinger" si è scatenata una speculazione strumentale della maggioranza di centrodestra — ha affermato ieri Bortot —. Volevo solo sottolineare che i rappresentanti delle varie confessioni religiose dovrebbero essere trattati tutti allo stesso modo. Invece il Papa qui è stato strattonato per portarlo in giro come se fossimo al Giro d'Italia». In assemblea ha aggiunto: «Questo non è ancora un consiglio a sovranità limitata in cui la Curia decide cosa bisogna fare. Ho tutto il diritto di esprimere le mie convinzioni. Questa mozione è strumentale».
Lui e i suoi due colleghi dell'Arcobaleno sono usciti dall'aula come i Ds al momento del voto. «Non è proprio così — ha replicato Luciano Caveri, presidente della giunta, che alla partenza ha regalato al Papa una statua di legno che rappresenta Sant'Orso, dello scultore Roberto Chiurlato —. Per noi la presenza del Papa in Valle è importante e vogliamo rispettarla ed esaltarla. Ben diversa la posizione di Tariq Ramadan al quale io stesso ho ritirato l'invito ad intervenire al convegno in università: quell'intellettuale si è dichiarato più volte sostenitore di estremisti con espressioni anche antisemite. Per il resto, qui in Valle abbiamo una lunga tradizione interreligiosa che non ha bisogno di altri commenti. È stata una tempesta in un bicchiere d'acqua, che poteva essere evitata». «Noi abbiamo deciso di uscire dall'aula e non votare perché ci è sembrato molto irriguardoso da parte della maggioranza presentare quella mozione — ha detto Giovanni Sandri a nome dei Ds —. Era un problema che si poteva ben risolvere a livello della presidenza del consiglio senza arrivare ad un voto». Certo: «Il consigliere Bortot ha esagerato con le sue parole inopportune, la maggioranza ha amplificato la portata delle sue parole, strumentalizzandole in una mozione eccessiva rispetto al fatto in sé».
http://tinyurl.com/gjkou
venerdì 28 luglio 2006
Chi ha votato a favore dell'indulto
Il voto dei deputati è pubblico e quindi, per definizione, tutti hanno diritto di sapere come hanno votato i singoli parlamentari. Le votazioni sono presenti sul sito della Camera nel documento Indice Elenco N.2 da cui sono ripresi i nomi riportati in questo post.
Sarebbe davvero grave se si volesse nascondere agli elettori chi ha votato a favore dell'indulto.
Di seguito riporto i nomi di chi ha votato per questo colpo di spugna:
Democrazia Socialista
Barani, Catone, De Luca Francesco, Del Bue, Nardi.
Forza Italia
Adornato, Alfano Angelino, Alfano Gioacchino, Aprea, Aracu, Armosino, Azzolini, Baiamonte, Baldelli, Berlusconi, Bernardo, Berruti, Bertolini, Biancofiore, Bocciardo, Bonaiuti, Bondi, Boniver, Boscetto, Brancher, Bruno, Brusco, Caligiuri, Campa, Carfagna, Carlucci, Casero, Ceccacci, Ceroni, Cesaro, Cicchitto, Cicu, Colucci, Conte Gianfranco, Costa, Craxi, Crimi, Dell’elce, Della Vedova, Di Cagno Abbrescia, Di Centa, Di Virgilio, Fabbri, Fallica, Fasolino, Fedele, Ferrigno, Fini Giuseppe, Fitto, Floresta, Fontana Gregorio, Franzoso, Fratta Pasini, Galli, Garagnani, Gardini, Gelmini, Germana’, Giacomoni, Giro, Giudice, Iannarilli, Jannone, La Loggia, Lainati, Laurini, Lazzari, Lenna, Leone, Licastro Scardino, Lupi, Marinello, Marras, Martusciello, Mazzaracchio, Milanato, Minardo, Mistrello Destro, Misuraca, Mondello, Mormino, Moroni, Nan, Napoli Osvaldo, Palmieri, Palumbo, Paoletti Tangheroni, Paroli, Pecorella, Pelino, Pepe Mario, Pescante, Picchi, Pili, Pizzolante, Ponzo, Prestigiacomo, Ravetto, Rivolta, Rossi Luciano, Russo Paolo, Santelli, Sanza, Scajola, Simeoni, Stagno D’alcontres, Stradella, Testoni, Tondo, Tortoli, Ugge’, Valducci, Valentini, Verdini, Verro, Vitali, Vito Alfredo, Vito Elio, Zanetta, Zorzato.
Italia Dei Valori
Rossi Gasparrini.
La Rosa Nel Pugno
Antinucci, Beltrandi, Bonino, Boselli, Buemi, Buglio, Capezzone, Crema, D’elia, Di Gioia, Mancini, Mellano, Piazza Angelo, Poretti, Schietroma, Turci, Turco, Villetti.
Misto
Brugger, Neri, Nucara, Oliva, Rao, Reina, Widmann, Zeller.
Rifondazione Comunista
Acerbo, Burgio, Cannavo’, Cardano, Caruso, Cogodi, De Cristofaro, De Simone, Deiana, Dioguardi, Duranti, Falomi, Farina Daniele, Ferrara, Folena, Forgione, Frias, Giordano, Guadagno, Iacomino, Khalil, Locatelli, Lombardi, Mantovani, Mascia, Migliore, Mungo, Olivieri, Pegolo, Perugia, Provera, Ricci Andrea, Ricci Mario, Rocchi, Russo Franco, Siniscalchi, Smeriglio, Sperandio, Zipponi.
Udc
Adolfo, Alfano Ciro, Barbieri, Bosi, Capitanio Santolini, Casini, Cesa, Ciocchetti, Compagnon, Conti Riccardo, D’agro’, D’alia, Delfino, Dionisi, Drago, Forlani, Formisano, Galati, Galletti, Giovanardi, Greco, Lucchese, Marcazzan, Martinello, Mazzoni, Mele, Mereu, Peretti, Romano, Ronconi, Ruvolo, Tabacci, Tassone, Tucci, Vietti, Volonte’, Zinzi.
Udeur
Adenti, Affronti, Capotosti, Cioffi, D’elpidio, Fabris, Giuditta, Li Causi, Morrone, Picano, Pisacane, Satta.
Ulivo
Albonetti, Allam, Amato, Amendola, Amici, Attili, Aurisicchio, Bandoli, Baratella, Barbi, Bellanova, Benvenuto, Benzoni, Bersani, Betta, Bianchi, Bianco, Bimbi, Bindi, Bocci, Boffa, Bordo, Brandolini, Bressa, Bucchino, Buffo, Burchiellaro, Burtone, Caldarola, Calgaro, Capodicasa, Carbonella, Cardinale, Carta, Castagnetti, Ceccuzzi, Cesario, Chianale, Chiaromonte, Chicchi, Chiti, Cialente, Codurelli, Colasio, Cordoni, Cosentino Lionello, Crisafulli, Crisci, Cuperlo, D’alema, D’antona, D’antoni, Damiano, Dato, De Biasi, De Brasi, De Castro, De Piccoli, Delbono, Di Girolamo, Di Salvo, Duilio, Fadda, Farina Gianni, Farinone, Fasciani, Fassino, Fedi, Ferrari, Fiano, Filippeschi, Fincato, Fiorio, Fioroni, Fistarol, Fluvi, Fogliardi, Fontana Cinzia, Franceschini, Franci, Froner, Fumagalli, Galeazzi, Gambescia, Garofani, Gentili, Gentiloni, Ghizzoni, Giachetti, Giacomelli, Giovanelli, Giulietti, Gozi, Grassi, Grillini, Iannuzzi, Incostante, Intrieri, Lanzillotta, Laratta, Leddi Maiola, Lenzi, Leoni, Letta, Levi, Lomaglio, Longhi, Lovelli, Luca’, Lulli, Luongo, Lusetti, Maderloni, Mantini, Maran, Marantelli, Marcenaro, Marchi, Mariani, Marino, Marone, Martella, Mattarella, Melandri, Merlo Giorgio, Merloni, Meta, Migliavacca, Miglioli, Milana, Minniti, Misiani, Monaco, Morri, Mosella, Motta, Musi, Mussi, Naccarato, Nannicini, Narducci, Nicchi, Oliverio, Orlando Andrea, Ottone, Papini, Parisi, Pedulli, Pertoldi, Pettinari, Pinotti, Piro, Piscitello, Pollastrini, Prodi, Quartiani, Ranieri, Realacci, Rigoni, Rossi Nicola, Rotondo, Ruggeri, Rugghia, Rusconi, Ruta, Rutelli, Samperi, Sanga, Sanna, Santagata, Sasso, Schirru, Scotto, Sereni, Servodio, Sircana, Soro, Spini, Sposetti, Squeglia, Stramaccioni, Strizzolo, Suppa, Tanoni, Tenaglia, Testa, Tolotti, Tomaselli, Trupia, Vannucci, Velo, Ventura, Verini, Vichi, Vico, Villari, Viola, Violante, Visco, Volpini, Zaccaria, Zanotti, Zucchi, Zunino.
Verdi
Balducci, Boato, Boco, Bonelli, Cassola, Cento, De Zulueta, Francescato, Fundaro’, Lion, Pecoraro Scanio, Pellegrino, Piazza Camillo, Poletti, Trepiccione, Zanella.
Strappa il volantino dei tassisti, lo picchiano
Giovane aggredito a Milano per aver cestinato un comunicato in cui si invitava a disturbare a colpi di clacson l'economista Giavazzi
di Gianni Santucci
MILANO — L'invito: «Passando sotto casa del nostro amico, rivolgetegli un saluto con qualche colpo di clacson». Le indicazioni: «Giorno e notte». L'istigazione: «Ora e per il resto della sua vita». In calce al manifesto, comparso ieri sotto la pensilina di una fermata dei taxi, indirizzo e numero di telefono del professor Francesco Giavazzi, docente della Bocconi, economista ed editorialista del Corriere della Sera. L'accusa: avere opinioni contrarie al pensare comune dei tassisti. Sedici righe di intimidazioni, accuse, caustica ironia.
Per aver staccato il manifesto, dopo averlo letto e giudicato «incivile», un ignaro passante si è ritrovato sotto una scarica di pugni. Erano passate da poco le otto e mezza di ieri mattina, in piazza Cinque Giornate, pieno centro di Milano. Nello stesso istante, in Comune, si apriva la trattativa tra assessore al Traffico e sindacati per la riforma del servizio taxi. Sorrisi. Strette di mano. Pacche sulle spalle. Proclami di «pieno accordo». Apertura di un «positivo percorso di dialogo». In strada, sotto il sole a picco, i nervi di qualcuno però erano ancora tesi.
Strascichi di un clima di tensione che a Milano ha regnato per l'intero secondo mandato della giunta Albertini, scaduto pochi mesi fa. Anni di scontro frontale sulle nuove licenze, cortei di auto lumaca per bloccare la città, manifestazioni, scioperi. Fino all'ultima vertenza, quella col ministro Pierluigi Bersani. Otto e mezza di ieri, Marco M., 37 anni, tecnico informatico, passa davanti al posteggio taxi di piazza Cinque giornate. Il suo sguardo si ferma per caso su un foglio appeso alla vetrata.
La testata è quella del Corriere. Sotto, la foto del professore e il disegno di una mano con un fiocchetto al dito indice. Leggendo il testo, si svela il significato del simbolo: qualche tassista «se l'è legata al dito». Ma cosa? «Abbiamo scoperto — dice il manifesto — che l'articolista è sconvolto per il trionfo della categoria dei tassisti». Segue il riferimento a un libro, Lobby d'Italia, in cui Giavazzi ha esaminato «L'italia dei monopoli, delle corporazioni e dei privilegi. Di giornalisti, farmacisti, professori, banchieri, notai... (in copertina i tassisti non compaiono, ndr). Le storture di un Paese bloccato». L'accusa, in poche parole, è quella di essere a favore delle liberalizzazioni. Il testo si chiude con una sorta di processo all'intenzione di «voler attaccare la categoria per farci scontrare con il sindaco Moratti». Finale: si invitano i tassisti a tormentare Giavazzi a colpi di clacson.
Marco M. legge, s'indigna e strappa. Due ore dopo, in pronto soccorso, spiega: «Non conosco il professor Giavazzi, ma mi sembra davvero un modo sbagliato di protestare». Questa è la sua versione dei fatti. Col volantino in tasca, fa per allontanarsi. Un tassista scende dall'auto e grida: «Ehi, fatti i fatti tuoi, chi sei?». I due si ritrovano faccia a faccia. Qualche spinta. Minacce. Marco M. ammette le sue provocazioni: «Li ho insultati perché facevano quella roba». Non è tutto: «Mentre il tassista continuava a spintonarmi, gli ho sputato». La lite degenera. Parte il primo pugno. A segno, diretto al volto. Poi altri colpi. Una zuffa di fronte alla folla impietrita. Arrivano i carabinieri e l'ambulanza. Marco M., camicia bianca chiazzata di sangue, bernoccoli e abrasioni sulla testa, scopre davanti a un otorino di avere il setto nasale incrinato.
Il professor Giavazzi è stupito: «Dopo che il ministro Bersani ha fatto marcia indietro sulle licenze, davvero non si capisce questo clima di esasperazione ». Poi la solidarietà al suo sconosciuto difensore: «Alle opinioni, in un Paese civile, non si risponde con i pugni». Giavazzi non è l'unico del Corriere a essere incappato nella contestazione dei tassisti. Lo scorso anno Giangiacomo Schiavi, ex capocronista e ora titolare della rubrica delle lettere in cronaca di Milano, venne indicato come «soggetto pericoloso» in centinaia di volantini sparsi per la città.
Ieri i manifesti anti-Giavazzi sono comparsi anche a Linate. Rappresentanti dei tassisti sdegnati. Raffaele Grassi, sindacalista del Satam e consigliere comunale: «Episodio squalificante, ma isolato». Giovanni Maggiolo, Unica taxi Cgil: «Volantini del genere travalicano il buon gusto e la correttezza. Fatto grave che non deve rovinare l'immagine della categoria». I tassisti fanno notare che durante gli scioperi contro il decreto Bersani, pur in un clima di grande tensione, a Milano non sono mai volati schiaffi e calci, come avvenuto in altre città. E ancora: «Bisogna ammettere che una campagna denigratoria contro i tassisti, spesso fondata su dati falsi, ha esasperato gli animi» (Maggiolo). Parola d'ordine in coro: «Dimenticare in fretta l'accaduto e andare avanti». Marco M. e il suo rivale tassista hanno 90 giorni di tempo per sporgere denuncia. Se non lo faranno, visto che per quel tipo di scontri non si procede d'ufficio, la loro lite sarà archiviata come scazzottata semplice.
28 luglio 2006
http://tinyurl.com/rxwlt
Indulto: furbetti del quartierino e non, Wanna Marchi, Cesare Previti. E molti, molti politici
di Marco Travaglio
L’indulto è come la patente a punti.
Chiunque, fino al maggio 2006, ha concusso, ha corrotto o s'è fatto corrompere, ha abusato dei suoi poteri per favorire qualcuno, derubato lo Stato col peculato o la sua società con la bancarotta, truffato il prossimo, truccato gare d'appalto, incassato fondi neri, frodato il fisco, falsato bilanci, turbato il mercato finanziario con l'aggiotaggio, scalato banche violando le leggi, speculato con l'insider trading, giocato con la salute dei dipendenti provocando infortuni o addirittura decessi nei luoghi di lavoro, e fino a oggi temeva - in caso di condanna - di andare in carcere a scontare la pena, può tirare un sospiro di sollievo: partirà da meno tre.
Nel senso di meno 3 anni di pena, da detrarre da eventuali condanne definitive. Per i reati puniti più severamente (per esempio, la bancarotta o la rapina), l'indulto comporterà semplicemente uno sconto di pena. Per quelli puniti con sanzioni più blande (tutti quelli dei colletti bianchi), significherà azzerare le pene del tutto o quasi.
E comunque garantirsi l'esenzione dal carcere: in Italia infatti si scontano dietro le sbarre solo le pene superiori ai 3 anni (sotto, c'è l'affidamento al servizio sociale: cioè l'assoluta libertà con qualche opera buona).
Risultato: chi rischia pene fino ai 6 anni scende a 3, e non sconta nemmeno un giorno.
Non solo:
Giudici, pm e investigatori dovranno portare a termine indagini e processi già sapendo che sarà tutto inutile, o quasi: come per la Juventus, il campionato degli inquirenti partirà con una forte penalizzazione.
L'elenco dei beneficiari di questo colpo di spugna a orologeria, che sta per esser varato urbi et orbi con la scusa delle carceri affollate, è lungo chilometri. In cima alla lista, com'è noto, c'è Cesare Previti (pregiudicato per corruzione giudiziaria), che scenderà da 5 a 2 anni, lascerà gli arresti domiciliari e rientrerà in Parlamento, almeno finché la Camera non si deciderà a dichiararlo decaduto per l'interdizione perpetua.
Poi c'è Silvio Berlusconi, imputato per corruzione del testimone David Mills e per i diritti Mediaset (appropriazione indebita, falso in bilancio e frode fiscale), insieme a Confalonieri (falso in bilancio) e ai figli Marina e Piersilvio (indagati per riciclaggio).
Poi ci sono i protagonisti di tutti gli scandali degli ultimi due anni. Comprese le teletruffe di Wanna Marchi e Stefania Nobile: condannate a 10 anni in primo grado, se patteggiano in appello scendono a 6 anni, e con l'indulto a 3: in pratica, non tornano mai più in carcere.
I protagonisti dell'inchiesta penale su Calciopoli, a Napoli), non dovranno neppure patteggiare: le pene per la frode sportiva sono talmente basse da vanificare il futuro processo a Moggi, Carraro, Giraudo, Galliani, Mazzini, De Santis, Pairetto, Bergamo, ai figli di papà targati Gea e così via.
Idem per Bancopoli (aggiotaggio e altri reati finanziari, a Milano e Roma), che vede inquisiti l'ex governatore Fazio e i multicolori furbetti del quartierino: Fiorani, Gnutti, Ricucci, Coppola, Consorte, Sacchetti, Billè, Palenzona.
E sono ancora al vaglio degli inquirenti le posizioni dei politici beneficiati dal munifico banchiere di Lodi: i forzisti Brancher, Grillo, Dell'Utri, Romani e Comincioli, il leghista Calderoli e l'Udc Tarolli.
Poi c'è la banda Parmalat, imputata a Milano e a Parma: da Calisto Tanzi in giù, fino ai banchieri (a cominciare da Cesare Geronzi) suoi presunti complici nella truffa a migliaia di risparmiatori.
E c'è la banda Cirio di Sergio Cragnotti, anch'essa specializzata in bond-carta straccia.
In una tranche collaterale del caso Parmalat sono indagati per corruzione De Mita (Dl) e Burlando (Ds), e in un'altra ancora, per finanziamento illecito, l'ex ministro Alemanno (An).
Il "meno tre" potrebbe far comodo anche al forzista Raffaele Fitto e ai suoi coindagati a Bari per le presunte tangenti dal gruppo Angelucci.
Per non parlare dei protagonisti dell'ultimo scandalo di Potenza: Vittorio Emanuele e due uomini di Fini: Salvo Sottile e Francesco Proietti Cosimi.
Ma c'è pure un esercito di deputati e senatori nei guai con la giustizia per vari reati, tutti compresi nell'indulto (conflitto d'interessi? Forse).
Marcello Dell'Utri è imputato a Palermo per calunnia contro tre pentiti.
Francesco Storace e il suo entourage sono accusati a Roma di associazione a delinquere per aver spiato illegalmente Marrazzo e la Mussolini.
Il Ds ribelle Vincenzo De Luca, neosindaco di Salerno, è indagato per concussione, abuso, truffa e falso.
An voterà no all'indulto, salvo due ex ministri, entrambi indagati: uno è Alemanno, l'altro è Altero Matteoli, rinviato a giudizio per favoreggiamento nell' inchiesta sugli abusi edilizi all'Elba.
E la lista "nera" non finisce qui: Ugo Martinat è inquisito a Torino per turbativa d'asta e abuso per alcuni appalti Tav; e Silvano Moffa lo è a Velletri per corruzione.
Nutrita anche la pattuglia Udc: se cade l'aggravante mafiosa del favoreggiamento, l'indulto serve a Totò Cuffaro; e, in caso di condanna, servirà di certo al neo- onorevole Vittorio Adolfo, accusato a Sanremo di corruzione, truffa e turbativa d'asta; a Giampiero Catone, imputato per truffa e bancarotta a Roma e L'Aquila; ad Aldo Patriciello, coinvolto nello scandalo molisano della circonvallazione di Venafro; e a Teresio Delfino, indagato per associazione a delinquere e truffa nella gestione allegra dell'Enoteca d'Italia; senza dimenticare Giuseppe Drago, condannato in primo grado a 3 anni e 3 mesi per peculato per aver svuotato la cassa della presidenza della regione Sicilia quando ne era governatore. Idem come sopra per altri ex Dc come Pino Firrarello (FI) e Nuccio Cusumano (Udeur), imputati per gli appalti truccati dell'ospedale di Catania.
A condurre le trattative col centrosinistra per l'indulto è stato l'on. avv. prof. Gaetano Pecorella (FI), che non solo difende Berlusconi in vari processi per reati non esclusi dall'indulto; ma, a quel che si sa, risulta ancora indagato a Brescia con l'accusa di aver pagato il supertestimone Martino Siciliano, affinchè ritrattasse le accuse al suo cliente Delfo Zorzi per le stragi di Piazza Fontana e Piazza della Loggia. Il reato ipotizzato è favoreggiamento: anch'esso compreso nel Grande Condono.
da l'Unità del 25.7.2006
martedì 25 luglio 2006
Roma, la denuncia di due gay: "Licenziati perché omosessuali"
La notizia fornita a "Gay Help Line" da una coppia di uomini che lavoravano insieme in un centralissimo bar della capitale
L'Arcigay: "L'episodio è gravissimo, ma ancora più grave è che in Italia non ci sia nessuna legge che tuteli i gay"
ROMA - "Licenziati perchè gay". La denuncia è stata inoltrata a "Gay Help Line", da Marco Carbonaro, direttore di un bar a Roma, e dal suo compagno, Aldo Pinciroli, rimasti senza lavoro dall'oggi al domani, senza "nessuna valida giustificazione".
Come spiega Marco Carbonaro, la vicenda ha inizio quando viene assunto al bar a Roma, in galleria Alberto Sordi, che "non aveva un direttore da oltre un anno". Per questo, "il lavoro da fare è molto fin dall'inizio". I primi risultati, però arrivano in fretta: "I commercianti della galleria - racconta Carbonaro - oltre a complimentarsi per il lavoro che stavo svolgendo, hanno anche ricominciato a frequentare il caffè che, prima del mio arrivo era molto caotico".
Il lavoro nel bar in galleria procede bene fino a qualche giorno fa, quando "il general manager - dice Carbonaro - mi ha comunicato la necessità di assumere altro personale, dato l'aumento di lavoro dell'ultimo periodo e io gli ho proposto di fare un colloquio ad Aldo Pinciroli (il mio compagno da oltre due anni). Che la scorsa settimana è stato assunto come barman".
Così i due iniziano a lavorare insieme nel bar e "in quest'ultima settimana - come precisa Carbonaro - è stato per molti evidente l'esistenza della nostra relazione, senza che ciò inficiasse il lavoro". Fino a ieri, quando, aggiunge, "mi hanno comunicato che non sono in linea con la filosofia del bar e che sono licenziato". E anche Aldo è stato licenziato, senza "nessuna valida giustificazione".
"L'episodio denunciato da Marco Carbonaro è gravissimo - ha dichiarato il presidente dell'Arcigay di Roma, Fabrizio Marrazzo - ed è l'ennesima dimostrazione di quante discriminazioni ci siano ancora nei confronti degli omosessuali".
Ma l'Arcigay ritiene ancor più grave "il fatto che in Italia non ci sia nessuna legge che tuteli i gay da questo tipo di situazioni. In tema di diritti omosessuali - aggiunge Marrazzo - siamo il fanalino di coda dell'Europa e, laddove manca lo Stato, siamo costretti ad aiutarci tra di noi".
Intanto, da quando è stato attivata, quattro mesi fa, la GayHelpLine, il numero verde nazionale di supporto e assistenza per le persone gay e lesbiche, finanziato dal Comune e dalla Provincia di Roma, sono arrivate oltre 10mila telefonate di denuncia.
(25 luglio 2006)
http://tinyurl.com/j7sal
Indulto: "Eternit pronta a risarcire ma poi ha fatto marcia indietro"
di Marco Travaglio
TORINO - Non ci sono soltanto i reati finanziari e quelli di Tangentopoli. Ci sono anche i caduti sul lavoro. E le malattie professionali. E i morti da amianto: 3 mila soltanto per gli stabilimenti Eternit. L'indulto, e ancor di più l'amnistia prossima ventura, rischiano di mandare in fumo il maxiprocesso che si aprirà l'anno prossimo a Torino contro i big boss della multinazionale svizzera: fra questi, il "Berlusconi elvetico" Stephan Schmidheiny, il fratello Tomas (assistito da Carlo Malinconico, segretario generale di Palazzo Chigi) e il loro socio belga, barone Louis De Cartier de Marchienne.
Insieme a una decina di dirigenti e amministratori dei cinque stabilimenti italiani (Cavagnolo, Casale Monferrato, Reggio Emilia, Bagnoli e Siracusa), che dal 1906 fino a vent'anni fa hanno avvelenato la vita a migliaia di lavoratori e cittadini comuni, i tre magnati devono rispondere di disastro doloso e di un'infinità di omicidi colposi. Grazie all'indulto, difficilmente finiranno mai in carcere (anche se condannati a 6 anni, scenderebbero a 3 e otterrebbero l'affidamento ai servizi sociali, cioè resterebbero a piede libero).
Grazie all'amnistia di 5 anni, annunciata per la ripresa autunnale, non verserebbero nemmeno un euro alle vittime e ai loro familiari. E dire che, fino a due settimane fa, i legali degli indagati e delle parti lese erano a un passo dall'accordo per un cospicuo risarcimento ai malati e ai parenti dei morti. Poi, in seguito a una strana telefonata, tutto è sfumato.
"E' accaduto due settimane fa a Lugano", racconta a Repubblica l'avvocato Sergio Bonetto, che insieme al collega genovese Paolo Pissarello rappresenta 800 vittime. "Eravamo riuniti col liquidatore della Bacon, la società che controllava gli stabilimenti italiani della Eternit. Per tre ore abbiamo discusso, incontrando ampia disponibilità dei rappresentanti indiretti della famiglia Schmidheiny a riconoscere i danni e a rifonderli in misura accettabile. Prima d'impegnarsi nero su bianco, il liquidatore ha chiesto di fare una telefonata ed è uscito.
E' rientrato un'ora e mezza dopo, scuro in volto: "Scusate - ci ha detto - ma mi hanno appena revocato il mandato. Dicono di avere avuto la garanzia che entro l'anno arriverà l'amnistia". Non ci è rimasto altro che alzarci e andarcene. Ora, a settembre, nella riunione periodica con i malati e i parenti delle vittime, dovremo comunicare la triste notizia: se passa l'amnistia, nessuno vedrà un soldo di danni".
E l'indulto? "Beh - osserva l'avvocato - la prospettiva di uno sconto di pena così rilevante anche per reati tanto gravi come l'omicidio colposo da amianto, che provoca il mesotelioma pleurico, l'asbestosi, il carcinoma polmonare non solo in chi lavora negli stabilimenti, ma anche in chi abita nelle vicinanze, è un'ulteriore garanzia di sostanziale impunità. Se penso alla fatica che abbiamo fatto per raccogliere le carte che inchiodano l'Eternit, le perizie, le testimonianze, sfidando il potere di quelle potentissime lobby... E se penso che, solo a Casale, si scoprono ancor oggi 35-40 nuovi casi di mesotelioma all'anno...".
L'inchiesta Eternit, coordinata dal procuratore aggiunto Raffaele Guariniello, è in dirittura d'arrivo: dovrebbe concludersi, con le consulenze tecniche e gli studi epidemiologici, entro fine anno. Ma se, in dibattimento, dovesse cadere l'ipotesi più grave e difficile da dimostrare - il disastro doloso - le eventuali condanne per gli altri reati rientrerebbero facilmente nei 3 anni dell'indulto.
Non basta. L'avvocato Bonetto è parte civile anche in un altro processo, che inizierà a Torino il 7 ottobre: quello a carico degli ex vertici di Fiat Auto (68 manager e dirigenti, da Paolo Cantarella e Roberto Testore in giù), rinviati a giudizio per lesioni colpose gravi o gravissime nei confronti di 187 operai delle carrozzerie Mirafiori. Il processo mette in discussione l'organizzazione dei ritmi di produzione, che avrebbero causato nei lavoratori varie "sindromi da sforzo ripetuto" alle mani, alle spalle e alle braccia. Accuse gravi, ma punite con pene molto basse, certamente inferiori ai 3 anni "tagliati" dall'indulto.
Il procuratore Guariniello, che coordina il pool "Salute e sicurezza", prevede un colpo di spugna pressoché totale di gran parte dei suoi processi anche per i reati ambientali, per il doping e per la tutela consumatori. Come quelli a carico delle multinazionali Bayer e Glaxo, per i presunti danni alla salute provocati da farmaci come il Lipobay e il Lanoxin. Per questi reati, oggi, in carcere non c'è nessuno. Grazie all'indulto, non ci entrerà nessuno nemmeno in futuro.
da la Repubblica
lunedì 24 luglio 2006
Una lettera del ministro Di Pietro
foto: lemonde.fr
Pubblico questa lettera inviata dal ministro Antonio Di Pietro al sito di Beppe Grillo.
“Caro Beppe,
a pochi mesi dalle elezioni ho deciso di scriverti una lettera che spero tu possa pubblicare sul blog. Domani Unione e Cdl voteranno a favore di una legge, quella sull’indulto, che non era prevista nel programma dell’Unione e che io ritengo del tutto estranea alla volontà degli elettori del centrosinistra. Questa legge, nata per liberare le carceri, è stata estesa ai reati di falso in bilancio, corruzione, reati fiscali e finanziari anche nei confronti della Pubblica amministrazione.
Neppure il governo Berlusconi era arrivato a tanto. E’ un colpo di spugna che viene effettuato nel pieno del periodo estivo. Un atto gravissimo del quale è riportata un’informazione parziale, e spesso strumentale, da parte di giornali e televisioni. Il tuo blog, forse, può darne una diffusione maggiore e soprattutto libera.
Sono profondamente contrario al fatto che l’accordo per l’approvazione dell’indulto si basi su uno scambio politico con Forza Italia, in quanto prevede l’inclusione di reati per i quali vi sono processi e condanne di esponenti, anche di primo piano, della Casa delle Libertà. Se l’indulto passasse così com’è, tutti i fatti di mala amministrazione e di mala attività imprenditoriale, rimarrebbero impuniti. Si tratta di persone colpevoli di reati come tangentopoli, calciopoli, bancopoli. Persone che hanno occupato le indagini delle magistrature e le prime pagine dei giornali in questi ultimi anni.
Io ho scritto ai leader dei partiti dell’Unione per un vertice in cui discutere dell’indulto. Non ho avuto risposta. Nel Consiglio dei ministri dello scorso venerdì ho sottolineato la gravità di questa legge, contraria agli interessi dei cittadini, ma utile alle consorterie dei partiti.
Ho minacciato le dimissioni da ministro nella più totale indifferenza dei colleghi. L’Idv è il quarto partito della coalizione con 25 rappresentanti tra Camera e Senato. La sua uscita dalla coalizione può far cadere il Governo, ma io non mi sento di ritornare alle urne e, forse, di riconsegnare il Paese a Berlusconi.
L’Unione ha posto il veto sui nostri emendamenti per l’esclusione dei reati finanziari, societari e di corruzione dall’indulto. Lunedì e martedì prossimo l’Italia dei Valori farà tutto quello che è in suo potere per rallentare l’approvazione della legge sull’indulto attraverso una serie di emendamenti. L’Italia merita altri politici, altri governi. Non deve essere costretta a scegliere tra il peggio e il meno peggio, come tu spesso dici.
L’Italia dei Valori, da sola non può cambiare, questo Paese. Gli italiani devono fare sentire e forte la loro voce, in tutti i modi legittimi possibili, per evitare un ennesimo passo indietro della democrazia”.
Antonio Di Pietro.
Un ricatto in nome di Cesare Previti
di EUGENIO SCALFARI
Debbo confessare che il Di Pietro capo di partito non incontra le mie simpatie. Non mi piace la sua squadra. Non mi piace affatto quel suo subdolo personaggio che è andato a fare il presidente della commissione Difesa della Camera con i voti del centrodestra. Diciamo insomma che non sono un fan dell'ex procuratore di Mani pulite.
Ma dichiaro che condivido invece al cento per cento la posizione di Di Pietro sul provvedimento di indulto preparato dal ministro della Giustizia, sul quale la Camera discute oggi e probabilmente voterà domani. Sono molto stupito che quel provvedimento abbia il sostegno di tutti i gruppi del centrosinistra, compresa quella sinistra radicale che spacca il capello in quattro sulla necessità che il governo sia "discontinuo" rispetto alla politica e alla legislazione ereditate da Berlusconi.
Il problema di questo indulto è chiarissimo: il centrosinistra è favorevole all'amnistia ma non riesce ad ottenere la maggioranza qualificata che la legge richiede.
Allora ripiega su un indulto diminuendo di tre anni le pene comminate a tutti i responsabili di reato salvo alcune categorie ritenute di particolare gravità. I reati esclusi dall'indulto sono nel disegno di legge Mastella quelli di natura mafiosa, quelli riguardanti la pedofilia e i reati di terrorismo interno e internazionale. In tutti gli indulti che sono stati approvati in precedenti occasioni (come pure in tutte le precedenti amnistie) sono stati sempre esclusi dai provvedimenti di clemenza i reati di corruzione e di concussione commessi contro la pubblica amministrazione. Invece nel provvedimento Mastella - e per la prima volta nella nostra legislazione - questi reati beneficeranno della clemenza approvata dal Parlamento. Di qui il rifiuto di Di Pietro di votare in favore e di qui anche la nostra concordanza con la sua posizione.
La verità che sta dietro all'estensione dell'indulto ai reati di corruzione e concussione contro lo Stato è presto detta: senza quell'estensione i voti di Forza Italia verrebbero a mancare e quindi non si raggiungerebbe il "quorum" necessario. Mastella e la maggioranza di centrosinistra si sono trovati di fronte a questa "impasse"; per superarla hanno trangugiato il rospo.
Il rospo, tra l'altro, ha un nome abbastanza ostico: si chiama Cesare Previti. Previti deve scontare cinque anni per una sentenza passata in giudicato. Con l'indulto la pena si riduce a due anni per i quali sono previsti provvedimenti alternativi come l'affidamento ai servizi sociali.
Il problema Previti ha rappresentato una spina costante per Forza Italia, che ha cercato di liberarsene in tutti i modi. Soprattutto con un'aggressione continua e durata un decennio intero contro la magistratura italiana nel suo complesso e quella milanese in specie e con leggi "ad personam" che hanno rappresentato una delle più umilianti stagioni politiche del Parlamento italiano.
Nonostante questi innumerevoli tentativi di manipolare e impedire l'azione della giurisdizione, l'obiettivo è stato raggiunto solo in parte; una condanna c'è stata, un reo è stato assicurato alla giustizia. E come lui parecchi altri in analoghe condizioni.
Ora l'indulto che il centrosinistra propone oggi alla Camera, con l'accordo di Forza Italia, realizzerà ciò che non era riuscito al governo Berlusconi. Di più: le persone responsabili di reati contro la pubblica amministrazione sono in tutto sessantasette; un numero esiguo che non contribuirà in nessun modo a quello sfoltimento della popolazione carceraria che è l'intento principale del provvedimento di clemenza.
C'è infine un'ultima ragione che ci spinge a criticare la posizione del governo e a concordare con quella di Di Pietro: gran parte dei parlamentari di An voteranno contro il provvedimento di Mastella. Per ragioni che non condividiamo, ma resta il fatto che i colpevoli di reato contro lo Stato per corruzione e concussione avranno sconti di pena col voto del centrosinistra e di Forza Italia e con il voto contrario di Alleanza nazionale. È una posizione piuttosto scomoda, non vi pare?
(24 luglio 2006)
http://tinyurl.com/h9dc2
mercoledì 19 luglio 2006
"La mia lotta alla mafia che divide la sinistra"
In un'intervista all'Unita Rosario Crocetta, sindaco dichiaratamente omosessuale di Gela, denuncia chi lo ostacola anche dentro il centrosinistra
di Saverio Lodato
Ha rivoltato Gela, facendola diventare tutto tranne che un mito negativo. Ha rivoltato Gela, facendo diventare l’antimafia, nella città di una delle mafie più feroci, moneta di uso corrente. Ha rivoltato Gela, licenziando assessori che, essendo avvocati, pensavano non ci fosse conflitto nel difendere il cliente nello stesso processo in cui il Municipio si era costituito parte civile. Ha rivoltato la Gela dell’appalto facile pretendendo e imponendo la presenza della forza pubblica durante l’espletamento delle gare d’appalto. Ha scandalizzato tutti, a Gela, denunciando che gli appalti del Petrolchimico erano in mano alla mafia. Non ha un carattere facile.
Il sindaco di Gela Crocetta parla l’arabo, l’inglese e il francese. È dei Comunisti italiani. Vive blindato. Ha fatto della lotta alla mafia un punto quasi d’onore: «E da qui cominciano i miei guai. Perchè anche a sinistra mi dicono: la lotta a Cosa Nostra va bene, però... Credo che certa politica mi voglia far fuori dai giochi»
Conosce tre lingue, l'arabo, l'inglese, il francese, ma quella che parla meglio è la lingua del rigore e dell'intransigenza. Eppure, tutto questo, in molti non glielo vogliono riconoscere.
Wilkipedia, che secondo la recente diatriba fra appassionati sarebbe un'enciclopedia addirittura più informata della Treccani (ma noi non siamo all'altezza di sapere se sia davvero così) lo ha definito il «primo sindaco di una città che nella storia d'Italia si sia dichiarato omosessuale».
Curiosamente, di Rosario Crocetta, 55 anni, primo cittadino a Gela - 80 mila abitanti, terra promessa del sogno petrolifero di Enrico Mattei - avamposto maleodorante di un recente Far West siciliano, a far notizia è sempre stato il suo essersi proclamato gay, piuttosto che la lunga lista dei primati che vi abbiamo enunciato. Ma quello di cui oggi vi parleremo non è il curriculum politico e umano di Crocetta, bensì le difficoltà che incontra, uno come lui, anche negli ambienti di una certa sinistra siciliana. Le difficoltà che provengono da un'area che, almeno sulla carta, dovrebbe guardare con simpatia al suo ruolo e al suo lavoro.
Crocetta, per chi non lo sapesse, appartiene ai Comunisti Italiani, dopo una lunga militanza prima nel Pci, poi in Rifondazione Comunista. E curiosamente a far la guerra a Crocetta sono sia gli appartenenti al suo partito, sia qualche esponente Ds siciliano che ha sempre considerato la lotta alla mafia poco appetibile elettoralmente.
Crocetta, problemi con la sinistra siciliana?
«Quando venni eletto sindaco a Gela, l'11 marzo 2003, volli segnare subito la mia discontinuità anche rispetto alla precedente amministrazione di centro sinistra. Per carità: un amministrazione che aveva ottenuto risultati significativi ma che, negli ultimi tempi, era stata attaccata proprio dai Ds per scarsa attenzione verso la lotta alla mafia. E io ritenni necessario un impegno eccezionale su questo fronte. E cominciarono i miei guai».
Quali guai? Troppa lotta alla mafia?
«Proprio così. Infatti venni immediatamente accusato di aver dato troppo peso a questo argomento. Accusa totalmente ingenerosa».
Perché?
«Perché in questi tre anni di mia amministrazione, non abbiamo fatto antimafia di facciata, ma interventi concreti sul terreno dello sviluppo, della legalità e della giustizia sociale. Abbiamo appaltato opere per centocinquanta milioni di euro. Abbiamo studiato un grande progetto di riqualificazione urbana, pronto ormai per essere eseguito, che ridisegnerà il volto del centro storico e dei quartieri abusivi di Gela. È in dirittura d'arrivo il piano regolatore inesistente dal 1969. Siamo l'unica città siciliana che ha abolito gli articolisti facendoli diventare tutti lavoratori a tempo pieno».
Ma allora, Crocetta, non di sola mafia e antimafia sta vivendo la sua amministrazione?
«Mi fa arrabbiare tremendamente, quando, anche in ambienti di sinistra, sento dire: la lotta alla mafia va bene però…»
Però che?
«Nel però è implicita la convinzione che la questione della mafia in Sicilia sia una questione come tante altre. Invece è la questione. Ad esempio, a Gela siamo in piena crisi idrica. L'altro giorno vengo a scoprire che dei 140 litri di acqua al secondo, che vengono inviati su uno dei serbatoi di accumulo della città, ben 20 litri vengono rubati per alimentare alcuni laghetti artificiali delle campagne di proprietà di alcune famiglie mafiose. Così si scopre che i gelesi non hanno acqua a sufficienza, perché la mafia ruba l'acqua. Allora la questione legale finisce con il coincidere con la questione sociale e con quella economica. E ciò accade in tutti i campi».
Secondo questa sua visione, mi par di capire che la lotta alla mafia dovrebbe essere un gigantesco collante per unire questioni sociali, politiche, economiche, altrimenti non risolvibili?
«Infatti. Bisogna capire che in alcune realtà del Mezzogiorno la mafia non è il cancro inserito all'interno di un corpo sano, ma un autentico sistema di metastasi. In Sicilia, la mafia attraversa la politica, l'imprenditoria, settori di società civile, e una politica sana non può limitarsi alla gestione dell'esistente, ma deve essere profondamente rivoluzionaria mettendo in discussione i nodi di questi rapporti. Altrimenti non riesci neanche ad avere l'acqua per lavarti».
Lei è stato ripetutamente minacciato di morte, anche di recente.
«Non sono argomenti di cui mi piace parlare. È certo che ho misure di sicurezza particolarmente alte e dure per la mia vita privata che da tre anni è quasi inesistente».
All'indomani delle ultime elezioni regionali, Calogero Speziale, vice presidente Ds all'Assemblea regionale siciliana, e Salvatore Morinello, ex deputato regionale dei Comunisti Italiani, hanno raccolto firme di diversi consiglieri comunali del centro sinistra, e persino di assessori della sua giunta, per chiedere le sue dimissioni da sindaco. Come se lo spiega?
«Me l'aspettavo. C'è da dire che in casa Ds le forti reazioni che ci sono state hanno rasserenato un po' il clima come anche la reazione di Oliviero Diliberto. Ma per tornare alla sua domanda. Sapevo che il sostegno alla mia amministrazione sarebbe rimasto in piedi sino allo svolgimento di tutte le tappe elettorali. Infatti, a Gela, nelle elezioni comunali il centro sinistra aveva il 38 e 50 contro il 48 e 50 che avevo raggiunto io al primo turno, a parte una lista mia di ragazze e ragazzi che prese il 5%. L'anno dopo, alle elezioni provinciali, dopo la mia elezione, il centro sinistra supera il 52%. Insomma: in tutti gli appuntamenti elettorali il centro sinistra supera pienamente il 50% e il risultato a favore di Rita Borsellino, a Gela, è fra i più alti dell'intera Sicilia. Altro che antimafia di facciata».
Sospetta di non servire più?
«Un po' sì. Secondo un certo modo di concepire la politica, sì. Non ci sono appuntamenti elettorali imminenti e qualcuno sta pensando di togliere di mezzo un rompipalle. Ma Gela e la Sicilia hanno bisogno di vera lotta alla mafia. E su questo è impossibile tornare indietro».
saverio.lodato@virgilio.it
da l'Unità del 19/07/2006
lunedì 17 luglio 2006
Cassazione: "Dare del frocio è reato, chiaro l'intento di deridere"
La Suprema Corte riforma la sentenza di assoluzione del giudice di pace di Teramo
"Si ravvisa nel termine una palese volontà di scherno"
ROMA - Dare del "frocio" a qualcuno è un reato. Lo sostiene la Cassazione in una sentenza appena pubblicata: "Si ravvisa nel termine frocio un chiaro intento di derisione e di scherno espresso in forma graffiante". La Suprema Corte è stata chiamata a pronunciarsi sul parere di un giudice di pace di Teramo che riteneva invece la parola non offensiva.
Un quarantenne abruzzese era stato denunciato nel maggio 2005 per aver rivolto a un suo conoscente l'epiteto incriminato. Il giudice lo aveva assolto ma la parte civile, insieme al pubblico ministero, erano ricorsi alla Cassazione. Oggi il pronunciamento della Suprema Corte: "La sentenza del giudice di pace è contraria alla logica ed alla sensibilità".
Accogliendo le richieste dei ricorrenti, la quinta sezione penale della Suprema Corte presieduta da Bruno Foscarini, ha annullato la decisione rilevando che il giudice di pace "ha svalutato la portata lesiva della frase pronunciata dall'imputato". Quella del collega abruzzese, spiegano i supremi giudici nella sentenza 24.513, è una decisione contraria "alla logica ed alla sensibilità sociale che ravvisa nel termine 'frocio' un chiaro intento di derisione e di scherno, espresso in forma graffiante".
I giudici di Piazza Cavour hanno rinviato gli atti al giudice di pace di Teramo che dovrà riesaminare la vicenda tenendo conto del loro pronunciamento.
(17 luglio 2006)
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giovedì 13 luglio 2006
La Cassazione apre ai Pacs: "Più tutela per le coppie di fatto"
La sentenza prende spunto dalla morte di un ragazzo deceduto in seguito ad un incidente in mare
Secondo la III sezione civile anche i cosiddetti "nuovi parenti" hanno diritto al risarcimento in caso di perdita del proprio caro
ROMA - La corte di Cassazione apre ai Pacs e sottolinea la necessità di garantire più tutela alle coppie di fatto, anche a quelle costituite da parenti conviventi.
I giudici della III sezione civile con la sentenza 15760 depositata oggi intervengono nel dibattito sui Patti civili di solidarietà osservando che anche i cosiddetti "nuovi parenti" hanno diritto al risarcimento in caso di perdita del proprio caro e aggiungono che "l'attuale movimento per l'estensione della tutela civile ai Pacs conduce appunto all'estensione della solidarietà umana a situazioni di vita in comune".
Il riferimento ai Pacs prende spunto da un ricorso, accolto dalla Suprema corte, presentato dai genitori di un ragazzo minorenne deceduto nel 1989 in un incidente in mare: il giovane, mentre si trovava a bordo di un pedalò, fu investito da una moto d'acqua condotta da un altro minorenne.
I suoi genitori, nonché il fratello, avevano proposto ricorso in Cassazione in relazione alla liquidazione del danno morale stabilita dalla Corte d'appello di Messina. Per i giudici del 'Palazzaccio', "il danno da morte dei congiunti come danno morale interessa la lesione di due beni della vita", l'integrità e la solidarietà familiare, "sia in relazione alla vita matrimoniale che al rapporto parentale tra genitori e figli e tra parenti prossimi conviventi". In questo contesto, l'introduzione dei patti civili di solidarietà permetterebbero l'estensione del danno parentale anche alle stabili convivenze di fatto.
(13 luglio 2006)
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lunedì 10 luglio 2006
sabato 8 luglio 2006
India, un principe si dichiara gay: diseredato
Alla NDTV ha detto: i miei hanno provato a convertirmi all'eterosessualità
Secondo l'Indian Express, la famiglia ha agito subito dopo che un giornale locale aveva riportato la notizia data dallo stesso giovane
NEW DELHI - Il principe Manvendra Singh Gohil, che appartiene ad una delle famiglie nobili più antiche dello Stato del Gujarat, nell'India nord - occidentale, è stato diseredato dalla sua famiglia per aver rivelato, non solo ai suoi parenti, ma anche pubblicamente, di essere gay. La voglia di smettere di vivere nella menzogna gli è costata davvero molto.
«Ho detto alla mia famiglia di essere gay - ha raccontato il principe alla NDTV, una delle principali televisioni locali -. Per loro era difficile accettarlo. Infatti hanno tentato di convertirmi all'eterosessualità, ma senza alcun successo. Anche i medici hanno detto loro che non era possibile». Da qui alla decisione di diseredare il figlio il passo è stato breve. Secondo l'Indian Express, uno dei più diffusi quotidiani indiani, la famiglia avrebbe agito subito dopo che un giornale locale aveva riportato la notizia (data dallo stesso giovane) dell'omosessualità del principe Gohil. «Nessuno deve più riferirsi a me come la madre del principe Gohil», ha detto la mamma in un comunicato. Prima della comunicazione ufficiale alla stampa, la famiglia, pur essendo già venuta a conoscenza delle tendenze del principe, che ha 40 anni, aveva relegato Gohil in un'ala del palazzo di Rajpipla, a circa 100 chilometri dalla città di Vadodara, capitale del Gujarat, loro sede storica.
«Sentivo che non era più giusto vivere nella bugia e nella solitudine» ha detto il principe, che ora guida un programma per il controllo della diffusione dell'Aids per il governo locale. «Tutto quello che voglio fare ora - continua - è assicurare che si parli dell'argomento e che la gente cominci a parlare di omosessualità e che soprattutto ci venga riconosciuto una sorta di status». Gohil ha poi aggiunto che non si è mai pentito di aver rivelato la sua condizione e che non nutre alcun risentimento nei confronti dei parenti, anche se non condivide ovviamente le loro posizioni.
«Non rivendicherò la mia eredità, conclude, ho trovato una nuova famiglia nella comunità gay del Gujarat e sono felice». La legge indiana considera l'omosessualità un reato sin dal 1860 quando, sotto gli inglesi, venne emanata una norma, tuttora in vigore, che prevede sino a 10 anni di carcere, oltre ad una pena pecuniaria, per chiunque «si renda colpevole di rapporti carnali contro l'ordine della natura». Sebbene la legge venga applicata raramente oggigiorno, la sua esistenza resta fonte di preoccupazione per la comunità dei gay e delle lesbiche indiani.
07 luglio 2006
http://tinyurl.com/q8js8
venerdì 7 luglio 2006
Lettera al Cardinale
di Wladimir Luxuria
Cara Eminenza, sull´Espresso del 27 aprile scorso ho letto con estremo interesse il dialogo sulle grandi questioni etiche del nostro tempo tra Lei, che considero un esponente tra i più sensibili e autorevoli del Collegio Cardinalizio e Ignazio Marino, Senatore nonché scienziato e chirurgo di fama internazionale. Prima ancora del contenuto ho apprezzato i toni civili con i quali vi siete confrontati su temi delicati che riguardano la vita e la morte. (...) Su molti temi è in atto più che un auspicato confronto uno scontro, spesso strumentalizzato da alcuni partiti per ottenere consenso popolare o per «tirare per la sottana» un sacerdote, un vescovo o un cardinale affinché si rivolgano ai propri fedeli non considerandoli più «gregge di Dio» ma «potenziale elettorato».(...) È stato coniato un neologismo per definire chi è portatore di valori diversi rispetto a quelli dell´etica cattolica se non addirittura l´assenza di valori: il termine è laicismo.
Troviamo questa parola, ad esempio, nell'appello dell'ex Presidente del Senato Marcello Pera: «Siamo impegnati a riconfermare la distinzione tra Stato e Chiesa, senza cedere al tentativo laicista di relegare la dimensione religiosa alla sfera del privato». Mi auguro che Lei convenga che un principio costituzionale non ha bisogno di difensori e riconferme, c'è una Corte Costituzionale che adempie già a questo compito; nessuno, inoltre, ha mai né pensato né affermato che la Chiesa non abbia il diritto di esprimere pubblicamente le proprie posizioni su qualsiasi argomento, considererei offensivo tacciare di cattolicismo chi non la pensa come me su alcune questioni.
(...) Bisognerebbe fare più attenzione al linguaggio che si usa, le parole possono diventare sassi scagliati con violenza. La parola più violenta è genocidio, cioè la programmata distruzione di un gruppo etnico, compiuta sterminando gli individui che ne fanno parte e l'annullamento dei valori e dei documenti culturali. Definire l'aborto come un genocidio significa definire naziste tutte quelle donne che ne hanno dovuto fare ricorso: donne che hanno subito una violenza, la gravidanza di una dodicenne, una donna senza alcuna possibilità economica di far crescere un bambino, casi in cui un feto minaccia gravemente la vita di una madre. Recentemente i Pacs e le Unioni Civili sono state definite «eclissi di Dio», ovvero equiparate a quei campi di concentramento di cui il papa ha fatto visita denunciando la «assenza di Dio». Le eclissi in un immaginario superstizioso e popolare sono anche foriere di sciagure e calamità. All'ultima Via Crucis Papa Benedetto XVI ha dichiarato: «Certamente è dolorosa passione di Cristo l'aggressione nei confronti della famiglia. Sembra che oggi sia in atto una specie di anti-Genesi, un anti-disegno, un orgoglio diabolico che pensa di spazzar via la famiglia». Non Le sembra, cardinale Martini, che, al di là dei contenuti, il linguaggio usato adoperi dei termini inadeguati rispetto al messaggio che si vuole dare? Non Le sembra che accusare di genocidio, eclissi e di essere degli anti-Cristo sia pericoloso? Nel documento «Homosexualitatis problema» del 1986 l'allora cardinale Joseph Ratzinger deplorava «che le persone omosessuali siano oggetto di espressioni malevoli e di azioni violente»; mi sembra che terrorizzare l'opinione pubblica in questo modo possa far credere a qualcuno di avere la giustificazione ideologica a episodi di violenza nei nostri confronti considerandoli legittima difesa.
Mi rivolgo a Lei perché nel dialogo citato tra i temi etici non viene affrontato quello delle forme giuridiche che tutelino pubblicamente coppie formate da persone dello stesso sesso. Cercherò brevemente di spiegarLe, a mio parere, perché oggi la comunità di cui faccio parte sente il bisogno che il proprio nucleo affettivo non viva più clandestinamente nella società. Negli anni '70, in clima di liberazione sessuale, gli omosessuali rivendicavano la propria esistenza soprattutto attraverso la sessualità, il culto del corpo, il carpe diam, i rapporti occasionali visti spesso come unici rapporti possibili. Negli anni '80 l'Aids ha colpito inizialmente soprattutto la nostra comunità, abbiamo assistito impotenti alla scarnificazione dei corpi di decine e decine di nostri amici. In questa occasione abbiamo riscoperto il grande valore della solidarietà: molte associazioni hanno organizzato gruppi di auto-aiuto per persone sieropositive, servizi di assistenza ospedaliera e domiciliare e mentre il Vaticano condannava l'uso del preservativo noi non siamo passati all'attacco cedendo ad accuse di genocidio, abbiamo preferito rimboccarci le maniche e fare informazione sul sesso protetto visto più come necessario che come male minore.
Grazie al progresso della medicina oggi la nostra comunità sembra essere scampata all'estinzione (sebbene si continui ancora ad ammalarsi e a morire), oggi la nostra comunità non vuole più solo sopravvivere ma vuole sperare in un futuro non triste, misero e solitario ma in coppia con qualcuno. Non è un caso che il valore «solidarietà» sia stato inserito nella definizione della formula adottata in Francia dei Pacs. Non è un caso che nella definizione di Unione Civile si parli di rapporti di solidarietà, stabilità e sentimenti: quel «sentire» che non vuol dire solo «sentirsi» omosessuali ma nutrire affetto per qualcuno che prova, senza violenza e circoscrizione, lo stesso per noi. La Chiesa Cattolica fa una distinzione di giudizio morale sull'omosessualità: l'orientamento sessuale appartiene alla sfera pre-morale, ovvero ciò che si sente e se ci si dedica alla castità non c'è peccato, mentre l'atto omosessuale appartiene alla sfera della volontà ed è quindi peccaminoso. Sarebbe presuntuoso da parte mia cercare di farLe cambiare idea su questo punto ma La invito solo a considerare come «atto» omosessuale non solo quello sessuale ma quello affettivo, amicale, di solidarietà. La stessa formulazione delle Unioni Civili non sta a indagare nelle camere da letto delle persone e non chiede né allo Stato né al Vaticano di esprimersi specificatamente in merito: non si parla di relazione sessuale ma di «orientamento sessuale» come elemento non inficiante. Nella stessa terminologia da noi usata abbiamo preferito «gay» e «lesbica» a «omosessuale», «trangender» a «transessuale», consideriamo che appiattire tutta la complessa personalità di un individuo a un fattore meramente sessuale sia semplicistico. Le ricordo, cara Eminenza, che per individui dello stesso sesso si intendono anche coppie di anziani che si unirebbero per reciproca compagnia e per dividere le spese o badanti con assistiti anziani. Non mi arrogo neanche il diritto di entrare in questioni più strettamente teologiche di Sua competenza, ma ricordo che nelle parole di Gesù non c'è mai stata una condanna esplicita dell'omosessualità, anzi «chi di voi è senza peccato scagli la prima pietra» dovrebbe essere un insegnamento soprattutto per certi politici che condannano le Unioni Civili senza mai ricordare che anche il divorzio è condannato dalla Chiesa. (...) Non troppi anni fa Umberto Bossi denunciava la Chiesa mondialista, dei Marcinkus, della P2 e della Parmalat e chiedeva di «togliere l'8 per mille alla Chiesa, rimetterli a piedi nudi». Nella scorsa legislatura il governo di centro-destra (di cui la Lega fa parte) con un blitz estivo ha esentato gli istituti privati cattolici (hotel, ristoranti e vari immobili) dal pagamento dell'Ici. Le chiedo se tentare di comprarsi l'appoggio della Chiesa sia un modo per nutrire rispetto così come io credo che sia più rispettoso considerare l'esposizione del crocifisso nei luoghi di culto perché davanti a un crocifisso si prega, e non in altri luoghi come le aule scolastiche, i tribunali e uffici statali dove un simbolo così importante di venerazione non deve poter scadere ad arredamento.
Mi rendo conto di aver toccato molti punti caldi e da molti non condivisi ma sono sicura che una persona così sensibile e pronta al dialogo e confronto come Lei non considererà come provocazione ma come possibilità di crescita reciproca.
Mi auguro che un giorno anche i rappresentanti della comunità gay, lesbica e transgender possano avere l'onore di incontrare importanti personalità ecclesiastiche. Se non Le sembro troppo ottimista mi auto-candido per conoscerLa personalmente.
[QUALIFICA]Testo tratto dal nuovo numero di MicroMega, in uscita oggi, che si apre con la proposta di Paolo Prodi di affidare a 15 non politici (eletti dal popolo delle primarie) la nascita del Partito democratico: oltre alla lettera aperta di Vladimir Luxuria al Cardinal Carlo Maria Martini, Furio Colombo in un´apologia delle intercettazioni telefoniche, un forum sulla televisione con Sabina Guzzanti, Marco Travaglio, Oliviero Beha che incalzano il nuovo ministro delle Comunicazioni. Un'ampia sezione di filosofia con saggi di Franco Cordero, Roberto Esposito e Corinna Albolino, Inoltre Niles Eldredge , uno dei più noti paleontologi mondiali, in un violento attacco all'America di Bush, mentre Carla Del Ponte, Baltasar Garzón Real e Antonio Cassese discutono di Tribunali e Corti penali internazionali.
E infine Sue Savage-Rumbaugh e Marc Hauser discutono dell'origine del linguaggio e del pensiero
Pubblicato da l'Unita del 07.07.06
mercoledì 5 luglio 2006
I PACS e la Costituzione: conflitto o convivenza di valori?
Inconcepibile un sistema legislativo che non preveda alcuna estensione dei diritti civili alle formazioni familiari "atipiche" rispetto a quelle consacrate dal coniugio
di Selene Pascasi
Le disquisizioni nate attorno alla presunta questione di incostituzionalità di una probabile e futura regolamentazione dei patti civili di solidarietà, stanno infiammando gli animi di politici e religiosi italiani, tutti intenti a discutere sulla necessità o meno di fornire tutela giuridica alle unioni di fatto; senza contare, che nel nostro paese si sta delineando una situazione storico - politica più sensibile alle problematiche sociali, tanto da sostenere la creazione di un Ministero per la Famiglia. Una considerazione di più ampio respiro, vede l'Italia aprirsi, con intento adeguatore, al panorama europeo, al quale auspica di allinearsi, al pari degli altri Stati comunitari. Seppur estranea a questo contesto, la trattazione della normativa di disciplina dei pacs, già affrontata in precedenti interventi, preme accennare, seppur brevemente, ad una questione di estrema importanza. Il riferimento è all'assoluta mancanza, nel nostro paese, di legislazione in tema di unioni civili non coniugate, siano esse eterosessuali o omosessuali. Il vuoto normativo non è di poco rilievo, soprattutto alla luce degli intenti europei, di vedute ampie e pluraliste. Basti ricordare la Costituzione europea, approvata, tra gli altri, anche dal nostro parlamento, della quale è principio cardine, il divieto assoluto di ogni forma di discriminazione, specie sessuale. Non solo, nella stessa direzione si è mosso il Parlamento comunitario, che, con risoluzione del 1994 e con relazione del 2000, ha invitato gli Stati membri ad adottare una normativa di riconoscimento delle unioni di fatto, anche omosessualmente formate. Da ultimo, il cd. "rapporto Sylla" del 3 settembre 2003, che auspica la legittimazione, all'interno delle singole nazioni, degli istituti di coniugio o di adozione, anche se richiesti da nuclei familiari non tradizionali, con riferimento alle realtà lesbo o gay. Seppure gli imput lanciati dallo spirito europeistico appaiono forti e chiari, ad oggi non vige ancora alcuna normativa, in Italia, in materia di convivenze "atipiche". La questione diviene più preoccupante, ove si rivolga l'attenzione a quanto previsto dalla Direttiva comunitaria n. 38 del 2004, che sancisce il principio della libera circolazione, in ambito europeo, delle persone e dei loro familiari, laddove, per "familiare", si intende non solo il coniuge e la prole, ma altresì il partner che abbia registrato la propria unione. Si comprende allora, la difficoltà italiana di gestire fattispecie di tal genere, in mancanza di adeguata normativa. Traendo le somme, la lacuna legislativa italiana non può e non deve essere sottovalutata, specie in una società come quella attuale, dove l'esercito delle unioni di fatto aumenta di giorno in giorno e dove l'assoluta mancanza di tutela verso tali coppie, non è certo indice di pluralismo. Invero, qualche timido tentativo di rimediare al vuoto normativo, può individuarsi, in primis, col ricorso ad una sorta di autoregolamentazione del rapporto; in secondo luogo, con l'intervento di giurisprudenza suppletiva e, infine, con l'ausilio della legislazione europea. Circa il primo rilevo, pur apprezzando il tentativo di alcune coppie di colmare le lacune legislative sottoscrivendo convenzioni atte a regolare singoli aspetti della loro convivenza, il buon intento trova diversi limiti, primo fra tutti, in materia di lasciti ereditari, laddove la disposizione di cui all'art. 458 del codice civile fa divieto, pena la nullità, di stipulare patti successori. La giurisprudenza della Corte di Cassazione, dal canto suo, ha tentato vari approcci: talora riconducendo la fattispecie alla categoria delle obbligazioni naturali, talaltra intervenendo su singoli aspetti, come nel caso della decisione n. 2988/94, con cui si riconosce al convivente, in caso di uccisione del partner, la pretesa al risarcimento del danno morale e patrimoniale, nei confronti del terzo che ne abbia cagionato la morte. Interessante è la tesi di chi afferma la possibilità di contrarre, anche in Italia, il patto civile di solidarietà, sulla base del sostegno offerto dalla Convenzione di Roma del 1980, stilata in tema di legge applicabile alle obbligazioni contrattuali. Ivi si legge, all'articolo terzo, che "Il contratto è regolato dalla legge scelta dalle parti" ? a patto che la scelta risulti univoca e che la legge straniera indicata non contrasti con le cd. norme imperative. Se ne deduce, allora, che, ove non pregiudizievole ad alcuna norma imperativa, ben potrebbe stipularsi nel nostro paese un pacs per regolamentare la convivenza more uxorio; si tratterebbe solo di optare, come la Convenzione consente, per la legge francese quale criterio legislativo alla luce del quale normare la singola unione. Purtroppo, un rilievo negativo balza agli occhi: pur volendo aderire a tale visione, certo è che, un tale accordo non potrebbe produrre effetti al di fuori del nucleo contraente, giusta la carenza, in Italia, di strutture organizzative che registrino il patto, rendendolo opponibile a terzi. Dal quadro normativo descritto, si delinea con chiarezza la necessità, da parte del legislatore italiano, di dare una risposta concreta a quelle coppie di fatto, stimate in circa un milione e duecentomila, che vedono ogni giorno negarsi diritti e aspettative di non poco conto. Non può lasciare indifferenti, il fatto che perfino conviventi di lunga data, anche ventennali, vedono negarsi il diritto di visita o di assistenza al partner gravemente malato o degente. O ancora, l'impossibilità per il singolo convivente di testare in favore del compagno, senza andare incontro alle gravose misure fiscali previste in materia di successione a terzi estranei. Ebbene, proprio per risolvere tali questioni, sono stati presentati nella scorsa legislatura e in quella appena iniziata, disegni di legge volti all'introduzione dell'istituto dei patti civili di solidarietà, intesi come forma di regolamentazione delle unioni non coniugali, estensibile altresì alle coppie omosessuali. Si è inteso, in tal modo, da una parte dotare di un'ulteriore chance le convivenze eterosessuali, non più ristrette tra il formalismo del coniugio e la carenza assoluta di tutela della mera unione, ma altresì fornire di prima tutela le coppie gay. Per via del carattere innovatore dei progetti de qua, si sono intavolate ardite discussioni che, dal piano prettamente tecnico - giuridico, hanno finito per toccare temi di grande spessore, attinenti all'etica anziché alle considerazioni di diritto, alle quali, per evidenti ragioni, resterà circoscritta la presente disamina. Punto focale dell'odierna discussione: la questione di presunta incostituzionalità della figura del pacs, inteso come riconoscimento legislativo delle unioni di fatto, etero o omosessuali. Il dato normativo da cui partire, ai fini di una più chiara ricostruzione della vicenda esaminata, è l'articolo 29 del testo costituzionale, nel quale si legge che "la Repubblica riconosce i diritti della famiglia come società naturale fondata sul matrimonio" e identificata con la formazione sociale denominata "famiglia legittima". Detta famiglia legittima è, secondo la vigente normativa italiana, l'unico modello di unione formalmente riconosciuto dal legislatore e, pertanto, solo nucleo meritevole di tutela normativa; di contro, la famiglia di fatto, basata sulla mera affectio, resta ancora allo stadio di società naturale, priva di qualsivoglia garanzia giuridica. Le critiche di incostituzionalità di cui si discorre, trovano spunto e ragione, per taluni, proprio in base al dettato di cui all'art. 29 della Costituzione, laddove il testo fa riferimento alla "società naturale fondata sul matrimonio". Un rilevo appare doveroso: se dalla lettera della norma descritta, non si evince alcun riconoscimento di legami diversi da quelli coniugali, d'altro canto, neppure vi si ravvisa la negazione di altre tipologie di convivenza, le quali, perciò, non risultano né vietate, né autorizzate. A sostegno di tale interpretazione del testo costituzionale, si adducono due considerazioni: la prima, vertente sulla semantica della norma, e la seconda, desunta dal raccordo dell'art. 29 con altre norme della stessa Costituzione. Sotto il primo profilo, si sottolinea che, in realtà, l'articolo 29, non solo non esclude espressamente il rilievo delle formazioni sociali non coniugali, ma neppure fa riferimento alla differenza di sesso quale elemento caratterizzante il matrimonio, posto a base della famiglia legittima. In altre parole, l'unico dato certo sul quale risulta formata la norma de qua, è il termine "naturale", al quale si è dato, solo in seguito, il significato di "legame matrimoniale tra persone di sesso diverso". In realtà, come sostenuto perfino da autorevoli costituzionalisti, tra cui il Galgano, appare più corretto riferire l'aggettivo "naturale" all'insieme delle regole disciplinanti la società, in relazione allo specifico contesto di volta in volta ravvisato. In effetti, se in un periodo non troppo lontano, appariva inconcepibile la dissoluzione del matrimonio o lo "sdoganamento" dei diritti di moglie dalla sottomissione alla potestà maritale, con le Riforme degli anni settanta, tali visioni della famiglia sono state sostituite da principi più egualitari e più civili. E' per tali ragioni, che non può darsi al termine "naturale" altro significato, se non quello che per primi i Costituenti vollero attribuirgli: la famiglia, nella ratio della Costituzione, è di certo una società naturale, ma nel senso di formazione preesistente allo Stato e originaria rispetto a qualsivoglia normazione. Se ne deduce, come sostenuto altresì dal compianto Moro, che il riconoscimento effettuato dall'art. 29 della Costituzione, non era riferito ai diritti naturali della famiglia, bensì alla famiglia naturale, non già creata, ma solo normata dal legislatore. Ebbene, se si riconosce la preesistenza della famiglia ai poteri legislativi, allora tutte le norme poste a garanzia del nucleo familiare, vengono in un secondo momento e intervengono non a legittimare un istituto, ma solo a regolamentarlo; ne consegue che, la normazione della formazione coniugale, seppur essenziale, non può e non deve tradursi in una negazione delle unioni non formalizzate dal matrimonio. Sotto il secondo aspetto, occorre raccordare la disposizione di cui all'art. 29 con altre norme costituzionali, anch'esse necessarie al fine di meglio qualificare e delineare la fattispecie trattata; in effetti, è proprio nelle disposizioni relative alle formazioni sociali, di cui agli articoli 2, 3, 30 e 31 della Costituzione, che si cerca di trovare sostegno normativo per offrire tutela alle unioni "non coniugali", inserendole nell'alveo dei nuclei sociali alternativi. Nel senso della compatibilità tra una normativa di disciplina dei pacs e l'intento del costituente, si muove l'articolo 3 della Carta, nel quale si distinguono due "sotto ? principi" al principio cardine dell'uguaglianza, sanciti rispettivamente dal primo e dal secondo comma, l'uno di natura formale, l'altro sostanziale. Nel primo comma si legge che "Tutti i cittadini hanno pari dignità sociale e sono eguali davanti alla legge, senza distinzione di sesso, di razza, di lingua, di religione, di opinioni politiche, di condizioni personali e sociali"; nel secondo, invece, si avverte l'esigenza di un intervento concreto della Repubblica, cui si assegna il compito di "rimuovere gli ostacoli di ordine economico e sociale, che, limitando di fatto la libertà e l'eguaglianza dei cittadini, impediscono il pieno sviluppo della persona umana e l'effettiva partecipazione di tutti i lavoratori all'organizzazione politica, economica e sociale del Paese". In sostanza, se la norma descritta impone eguale trattamento per eguali situazioni, essa invocherebbe una necessaria parificazione normativa tra la famiglia legittima e le altre forme di unione, la cui inottemperanza andrebbe a configurare un'esplicita violazione dei principio cardine di eguaglianza. Passando ad altra disposizione, l'articolo 2 del testo costituzionale dispone che "La Repubblica riconosce e garantisce i diritti inviolabili dell'uomo, sia come singolo sia nelle formazioni sociali ove si svolge la sua personalità ?". Trattasi di una norma atta a costituire un valido alveo di appartenenza per le unioni di fatto, agilmente collocabili tra le "formazioni sociali" appena citate. A sostegno, la genericità della dicitura "diritti inviolabili dell'uomo", atta ad rendere il volere dei costituenti, facilmente adattabile alle mutazioni sociali e sempre aderente al singolo momento storico. Di certo, la società attuale appare profondamente mutata rispetto a quella meno recente e si assiste ad un graduale affermarsi del pluralismo, in nome di una maggiore apertura verso le realtà quotidiane apparentemente "diverse", ma comunque meritevoli di tutela giuridica. Non si può non considerare che il fenomeno delle unioni di fatto, siano esse etero o omosessuali, è in crescita esponenziale. Se ciò è vero, allora risulta inconcepibile un sistema legislativo che non preveda alcuna estensione dei diritti civili alle formazioni familiari "atipiche" rispetto a quelle consacrate dal coniugio. La situazione diviene ancora più incomprensibile laddove si pensi all'atteggiamento della Corte Costituzionale, che da tempo lancia segnali in tal senso, oltre che alla normativa comunitaria. Dalla disamina effettuata, di natura prettamente giuridica, deriva una lettura "elastica" della Carta Costituzionale, certamente più aderente non solo alle esigenze dell'odierna società, ma anche, al pensiero, che qui piace ricordare, di Hannah Arendt, la quale sul finire degli anni cinquanta, sostenne, anche se per altra questione, relativa ai matrimoni interrazziali, che "il diritto di sposare chi vogliamo è un diritto umano elementare, accanto al quale tutti gli altri diritti sono di rango inferiore".
(AltaLex del 05/07/2006)
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