Torna in libreria lo "scandaloso" saggio di Bertrand Russell sul matrimonio
di Piergiorgio Odifreddi
L´opera risale al 1929 e costò al filosofo numerosi attacchi da parte dei benpensanti e della Chiesa
Mentre il capitolo sull´educazione dei bambini causò un putiferio non ci furono reazioni sull´eugenetica
Basandosi sulle proprie esperienze teorizzò la coppia aperta e la massima libertà sessuale
Non mancano le proposte un po´ naziste tipo quella di favorire la diminuzione degli idioti e degli scemi
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Il 24 febbraio 1940 il City College di New York affidò a Bertrand Russell l´incarico di tenere l´anno seguente tre corsi di filosofia: il primo sui concetti moderni della logica, il secondo sulle basi della matematica e il terzo sulle relazioni tra scienza pura e applicata. Il vescovo William Manning inviò immediatamente una lettera ai giornali cittadini, avvisando la popolazione che l´incaricato era «un uomo noto come propagandista antireligioso e antimorale, che difende in particolar modo l´adulterio». Il settimanale gesuita America precisò che egli era «un arido e decadente difensore della promiscuità sessuale», e il senatore John Dunigan dichiarò in aula che la filosofia di Russell «sovverte religione, stato e famiglia».
Passando dalle proteste alle denunce, una scandalizzata signora di nome Jean Kay chiese alla Corte Suprema di New York di revocare l´incarico al filosofo. L´avvocato dell´accusa definì le sue opere «lascive, libidinose, sensuali, erotiche, afrodisiache, irriverenti, grette, false e prive di contenuto morale». E il giudice John McGeehan sentenziò il 30 marzo, chiudendo ufficialmente la vicenda: «Si accusa Russell di aver divulgato dottrine immorali e libertine per mezzo di libri, riconosciuti come scritti da lui e qui presentati come prova. Non è necessario scendere in particolari sulle sudicerie contenute in queste opere: basterà citarne alcuni brani».
Uno dei (quattro) libri in questione, che nella sua Autobiografia Russell identifica come la fonte principale dei materiali per gli attacchi contro di lui, era appunto Matrimonio e morale: un´opera del 1929, che teorizzava modelli di comportamento che l´autore stava ormai praticando da qualche anno. Dopo il fallimento del suo primo e giovanile matrimonio con la puritana Alys Smith, egli aveva infatti sposato nel 1921 in seconde nozze la femminista Dora Black, di ventidue anni più giovane di lui, dalla quale l´ormai cinquantenne filosofo ebbe i suoi primi due figli (John e Kate): anzi, sembra che l´avesse sposata proprio perché era l´unica, tra le sue numerose amanti, disponibile a dargli un erede (per il titolo nobiliare che lui stesso avrebbe ereditato nel 1931).
La presenza dei bambini modificò la percezione della vita sentimentale di Russell, che prese a distinguere nettamente fra l´amore coniugale rivolto al mantenimento della famiglia e all´educazione dei figli, e l´amore passionale dedicato al soddisfacimento dell´attrazione romantica e della pulsione erotica. Dopo essere stato in precedenza, con altre donne, un amante geloso fino all´ossessione, egli accettò dunque di vivere con la promiscua moglie un rapporto di coppia aperta, spiegando nel Capitolo 10 di questo libro che «un matrimonio nato da un amore appassionato, e da cui sono nati figli desiderati e amati, dovrebbe far nascere tra un uomo e una donna un vincolo così profondo da rendere preziosa per entrambi la reciproca compagnia, anche quando la passione sessuale sia spenta, anche se uno dei due ami un´altra persona».
Quanto al divorzio, la posizione completamente espressa nel Capitolo 16 è che «il matrimonio dovrebbe essere inteso da tutt´e due le parti come un´unione amichevole, valida sino a che i figli diventino grandi». Ma poiché «tra i popoli civili liberi da inibizioni, uomini e donne sono generalmente poligami per istinto», ci si può aspettare che l´adulterio più che possibile, sia semplicemente inevitabile da entrambe le parti: esso però «non dovrebbe essere per se stesso una ragione di divorzio, a meno che non implichi una deliberata e assoluta preferenza per un´altra persona».
Detto altrimenti, meglio tradire il coniuge per amore dei figli, che divorziare da esso per amore di un amante.
Il problema non si pone, ovviamente, quando i figli non ci sono: in tal caso, cosa succede tra un uomo e una donna è solo affar loro, e ogni persona per bene dovrebbe riconoscere loro il diritto di prendersi e lasciarsi a piacere. Se invece i figli non solo ci sono nel matrimonio, ma ad essi se ne aggiungono altri che arrivano dal di fuori, allora i problemi si pongono eccome: Russell l´aveva previsto in teoria nel libro, e se ne accorse in pratica nella vita, quando la moglie ne ebbe due da un bisessuale (Barry Griffin) con il quale essa condivideva anche un altro amante (Paul Gillard). A questo punto il filosofo divorziò e si risposò nel 1936 con la ventiduenne Patricia Spence, di quarantadue anni più giovane di lui, che gli diede un terzo figlio (Conrad).
Non fu però l´esperienza con quest´ultimo, venuto al mondo quando ormai il libro era già scritto, a dettare a Russell le numerose pagine di Matrimonio e morale dedicate all´educazione sessuale, bensì quella con i primi due figli. E, soprattutto, con la scuola che egli aveva fondato con la moglie Dora nel 1927, per evitare che i bimbi propri e altrui fossero condannati alla diseducazione religiosa imperante, allora come ora, nelle scuole istituzionali pubbliche e private.
A proposito della sedicente etica cristiana, Russell l´accusa nel Capitolo 5 di essere «contraria ai fatti biologici» e «una morbosa aberrazione». Con buone ragioni, visto che nella Prima Lettera ai Corinzi si legge che «è bene per l´uomo non toccar donna», anche se «è meglio sposarsi che ardere»: ovvero, il Cristianesimo propone la castità come modello, e accetta il matrimonio unicamente come un rimedio contro la fornicazione. Per il Cattolicesimo, poi, persino i rapporti sessuali coniugali non finalizzati alla procreazione sono illegittimi: da cui l´ottusa proibizione degli anticoncezionali, anche se il bravo logico non può fare a meno di notare che «la dottrina cattolica non si è mai spinta sino a permettere lo scioglimento di un matrimonio a causa della sterilità». E meno che mai, come argomenta nel Capitolo 11, ad ammettere che la prostituzione è una conseguenza necessaria del fatto che «molti uomini, celibi o comunque lontani dalle moglie, non sanno rimanere continenti, e in una comunità convenzionalmente virtuosa non trovano nel loro stesso ambiente donne disponibili». A scanso di equivoci, Russell non era favorevole alla prostituzione, che anzi riteneva foriera di gravi pericoli sanitari e psicologici: in particolare, di abituare l´uomo a disprezzare la donna e a pensare di poter soddisfare il suo istinto sessuale a comando, con le possibili opposte conseguenze di arrivare a trattare la moglie da prostituta, o di idealizzarla e smettere di avere rapporti con lei.
Per questo Russell si rallegrava della nuova libertà sessuale che andava diffondendosi tra i giovani, e nel Capitolo 12 propaganda il «matrimonio di amicizia» proposto dal giudice Ben Lindsey, pioniere dell´abolizione del lavoro minorile e dell´introduzione del tribunale dei minori: semplicemente, si tratta di un tentativo di contrastare la promiscuità e di favorire una certa stabilità nelle relazioni sessuali dei giovani, permettendo loro di legalizzare il proprio legame con una specie di PACS (Patto Civile di Solidarietà) che può essere sciolto consensualmente e senza strascichi economici, finché non ci sono figli.
La futuribilità di queste proposte è evidente dal fatto che solo nel 1999, settant´anni dopo la pubblicazione di Matrimonio e morale, una nazione europea (la Francia) ha approvato i primi PACS per coppie adulte. Quanto al Vaticano, dopo aver per decenni chiuso gli occhi di fronte alle perversioni sessuali del proprio clero, che gli sono già costate un miliardo di euro in risarcimenti alle sole vittime minorili, li tiene oggi ben aperti per cercare di evitare a ogni costo che nelle nazioni cattoliche si diffondano la sanità sessuale e la felicità sentimentale.
Si può dunque ben capire come mai, ottant´anni fa, questo libro causò un putiferio con le sue idee sull´educazione dei bambini, i rapporti degli adolescenti e le relazioni degli adulti. Stranamente, non ci furono allora reazioni particolari a proposito del Capitolo 18 sull´eugenetica, che oggi suona un po´ nazista con le sue candide affermazioni che «gli esseri umani differiscono gli uni dagli altri per una capacità mentale congenita» e che «le persone intelligenti sono da preferire agli idioti», con le conseguenti proposte di misure sterilizzatrici per «diminuire il numero degli idioti, degli scemi e dei deboli di mente» pur «severamente limitate alle persone difettose da un punto di vista mentale».
Il fatto è che nel 1929 le leggi eugenetiche in Germania erano di là da venire. Erano invece già venute quelle degli Stati Uniti, talmente radicali che lo stesso Russell fu costretto a dichiarare: «Non posso accettare leggi simili a quelle dell´Idaho, che autorizzano la sterilizzazione dei malati mentali, epilettici, criminali abituali, degenerati morali e pervertiti sessuali». Queste leggi, adottate a partire dal 1907 da una trentina di Stati americani, dichiarate costituzionali nel 1927 dalla Corte Suprema, e solo nel 1933 copiate da Hitler, erano state ispirate da Harry Laughlin, che nel 1936 ricevette per questo una laurea ad honorem a Heidelberg.
Certe idee non erano dunque specialità tedesca, e risultavano appetibili anche agli inglesi: non solo ai filonazisti come il re Edoardo VIII, ma anche ai liberali come Russell, che dichiara candidamente in questo libro che «non possono sussistere dubbi sulla superiorità di una razza rispetto all´altra», e che «è giusto considerare i negri a un livello medio inferiore a quello dei bianchi».
In seguito Russell cambiò fortunatamente idea, ma le reazionarie idee sull´eugenetica non diminuiscono la portata rivoluzionaria di quelle sul sesso e l´amore espresse in Matrimonio e morale: un libro che non fu citato nella menzione del premio Nobel per la letteratura assegnatogli nel 1950, come invece egli afferma nel terzo volume della sua Autobiografia, ma che certamente ha contribuito a meritargli la qualifica di «campione della libertà di pensiero e di parola» assegnatagli dal comitato di Stoccolma.
http://www.gaynews.it/view.php?ID=73060
venerdì 23 marzo 2007
Gli antenati dei PACS e la coppia aperta
giovedì 22 marzo 2007
Svezia: la chiesa vuole il matrimonio gay
Anche se il governo non dovesse approvare il matrimonio omosessuale, la chiesa di Svezia celebrera` le unioni gay. STOCCOLMA - Dopo 15 anni di unioni civili gay, la Svezia non solo non ha visto la tanto temuta distruzione della famiglia, ma la chiesa luterana-anglicana di Svezia ha dato il suo assenso ufficiale al progetto di legge governativo che vuole estendere il matrimonio alle coppie omosex. Anche nel caso il Parlamento decida di mantenere le unioni civili, la chiesa ha fatto sapere che aprirà alle cerimonie per le coppie gay. Già dal 2005 infatti i sacerdoti danno la benedizione alle coppie gay che hanno registrato la loro unione di fronte all'autorità civile. Sempre nel 2005 il governo ha incaricato una commissione d'inchiesta di studiare la questione del matrimonio gay. Il rapporto sarà presentato al ministro della Giustizia il prossimo 21 marzo. La chiesa di Svezia è una delle poche chiese al mondo ad aver affrontato teologicamente il problema del riconoscimento dell'amore omosessuale assieme alla Chiesa Unita del Canada, alle sinagoghe riformiste, la chiesa Unitaria e alle chiese comunitarie metropolitane. Queste due celebrano cerimonie religiose per coppie omosessuali nel Massachussets, l'unico stato degli Usa che permette legalmente i matrimoni. Il fatto che la chiesa di Svezia sia intervenuta nel dibattito parlamentare è un forte segnale di pressione a favore del matrimonio gay. Giorgio Lazzarini - Giacomo Cellottini
redazione@gay.tv
venerdì 16 marzo 2007
Martini e lo strappo sui Dico: la Chiesa non comandi dall’alto
BETLEMME — Avanza piano col bastone nella Chiesa di Santa Caterina, accanto alla Basilica della Natività. Per festeggiarne gli ottant’anni, l’arcivescovo Dionigi Tettamanzi ha guidato il pellegrinaggio di 1.300 pellegrini milanesi che scandiscono «Carlo Maria» battendo le mani. E lui, il cardinale Martini, a dispetto delle sopracciglia imbiancate come i tetti di Betlemme («mai successo, una messa di Natale a marzo e addirittura nevica!»), ha nello sguardo la solita luce d’ironia mentre ringrazia i fedeli e invita la Chiesa ad «ascoltare la gente»: «È un grande compito che dobbiamo portare avanti, per il quale io prego nella mia intercessione quotidiana: che ci sia dato, anche come Chiesa italiana, di dire quello che la gente capisce: non un comando dall’alto che bisogna accettare perché è lì, viene ordinato, ma come qualcosa che ha una ragione, un senso, che dice qualcosa a qualcuno... ».
http://tinyurl.com/2mqqmm
martedì 6 marzo 2007
Omosessualità: per 6 italiani su 10 è naturale
Lo rivela un sondaggio condotto dal mensile Focus Il 64,3% degli italiani considera naturale la condizione gay. E il 93 si dichiara aperto ad amicizie con persone omosessuali.
L'omosessualita' e' naturale per sei italiani su dieci. Lo rivela un sondaggio condotto dal mensile Focus Il 64,3% degli italiani considera naturale la condizione gay. E il 93 si dichiara aperto ad amicizie con persone omosessuali. Sono questi alcuni dei piu' significativi risultati di un sondaggio, su un campione di piu' di settecento lettori, condotto dal mensile Focus sull'onda di un'inchiesta sulla vita delle persone omosessuali, i loro problemi, i loro comportamenti di coppia. Proprio mentre il dibattito sui Dico riapre la diatriba sulla omosessualita' (per alcuni sarebbe una devianza, per altri una delle tante espressioni della naturale sessualita' umana) il sondaggio dimostra che la maggior parte degli italiani non condanna e non teme il mondo gay. L'apertura verso i gay e' piu' diffusa tra le donne (il 98% di loro si dichiara disponibile a un'amicizia gay) che tra gli uomini (87). La fascia di eta' piu' aperta (solo il 27% considera l'omosessualita' innaturale) e' quella di chi ha tra i 40 e i 64 anni, la generazione del boom demografico e della contestazione.
Nella generazione successiva invece (26-39 anni) la percentuale di chi considera "innaturale" la condizione di gay torna a salire al 40, per poi scendere di nuovo (33,88) tra chi ha tra i 14 e i 25 anni. Altre curiosita': il 69% non avrebbe problemi ad entrare "per curiosita'" in un locale gay. Il 54% delle donne (ma solo il 42% dei maschi) si dichiara disponibile a partecipare "per solidarieta'" a un gay pride. Un'ampia maggioranza (76%) e' infine favorevole al "coming out", vale a dire la dichiarazione pubblica della propria omosessualita'.
http://www.gaynews.it/view.php?ID=72738
lunedì 5 marzo 2007
Diritti civili in Spagna. Così parlò Zapatero
di Leonardo Sacchetti
Il cerbiatto è diventato leone? «A ben vedere - raccontano i giornalisti de El Pais -, lo è sempre stato». Quel soprannome - «Bambi» - che gli avversari (dentro e fuori il suo partito, il socialista) gli avevano affibbiato, non ha mai dato noia al premier spagnolo José Luis Rodriguez Zapatero. Anzi: essere «Bambi» lo ha fatto sottovalutare al conservatore Partito Popolare nella campagna per le elezioni di tre anni fa. E anche i colonnelli del Psoe lo avevano appoggiato come chi scommette su un buon cavallo ma non certo un purosangue. Ad un anno dalle nuove elezioni politiche, Zapatero è sempre più leone e la Spagna continua a marciare avanti, sia nell'economia che nell'agenda delle riforme sociali.
Forse è merito anche dell'unità del suo governo, con 8 ministri donne sui sedici. Una pattuglia «rosa» guidata dalla vicepremier Maria Teresa Fernandez de la Vega, considerata la miglior politica spagnola, seconda solo a Zapatero. Forse, più semplicemente, è merito dell'intero governo che, compatto, è riuscito a mettere in pratica gran parte del programma. Nell'agenda degli spagnoli, il venerdì è così diventato un appuntamento fisso con la politica: è il giorno in cui si riunisce il Consiglio dei Ministri alla Moncloa (Madrid). E già in tarda mattinata, le novità sono sulla bocca di tutti. L'ultima, in fatto di tempo, è quella sulle nuove regole e garanzie per chi prende mutui o ipoteche. Una svolta per un Paese che ha poggiato e poggia la sua ricchezza sull'economia del mattone. Sulla costante crescita (oltre la media europea) del suo prodotto interno, la Spagna di Zapatero è criticata per continuare ad appoggiarsi ancora alle lottizzazioni edilizie. Madrid non ha mai smesso di crescere e di costruire. Così pure Barcellona, Valenzia e Siviglia.
Ma la continuità con il passato finisce qui. Il governo Zapatero è riuscito a legiferare su vari campi.
Nozze tra persone dello stesso sesso, codice di tutela per le pari opportunità, salvaguardia dei diritti delle donne, codice di trasparenza per gli amministratori, abolizione dell'ora di religione obbligatoria nelle scuole pubbliche.
Nel giro di tre anni, Zapatero è riuscito a imprimere un nuovo volto alla categoria dei diritti sociali. La Legge sull'Uguaglianza (2006) ha messo nero su bianco i diritti delle donne sia in ambito domestico (anche contro le violenze dentro le mura di casa) che in quello economico (fissando la parità di stipendi e di diritti da stipulare nei nuovi contratti). E poi: la Legge sui diritti dei consumatori, che ha permesso di frenare la pratica dell'arrotondamento seguita e radicatasi dopo l'ingresso dell'Euro. Una nuova Legge organica dell'Educazione, con paletti certi e condivisi del ruolo delle chiese anche nelle scuole private. Ci sono anche tutte le leggi legate ai diritti di genere: come quella appena approvata sulla possibilità per i transessuali di cambiare sesso all'anagrafe senza doversi sottoporre a costosi e dolorosi interventi chirurgici; quella che equipara i diritti delle coppie (sia omo che etero) nella giurisprudenza di famiglia, snellendo ataviche procedure burocratiche, anche in caso di separazione e divorzio. O come la Legge sulla fecondazione assistita che, in poco tempo, ha permesso a migliaia di persone (anche a italiani) di avere figli.
La riforma del mercato del lavoro, in un'economia che punta a superare l'Italia nel G8, è uno dei temi più spinosi per la sinistra spagnola. Zapatero non è riuscito a diminuire la precarietà dell'occupazione, soprattutto per i più giovani. È in Spagna che è stato coniato il termine «mileuristas» (i giovani lavoratori che campano con al massimo mille euro al mese). Ma è pur sempre la Spagna di Zapatero che ha puntato sul risvolto della medaglia della precarietà: qui, la mobilità permette di cambiare rapidamente lavoro e anche di poter puntare a posizioni di prestigio. Un po' come ha fatto la Gran Bretagna del primo Tony Blair, anche se i dati sulla disoccupazione iberica (soprattutto tra le donne e i giovani) continuano ad essere alti.
Poi c'è la nuova politica estera, lontana da Bush ma in sintonia con Bruxelles e, soprattutto, con i paesi arabi; la riforma per poter giudicare le violazioni dei diritti umani, ovunque nel mondo. C'è il percorso di riforma delle autonomie locali.
Certo, questo cerbiatto rivelatosi leone non ha passato tre anni sempre sulla breccia dell'onda. È la cancrena dell'Eta che ha messo all'angolo Zapatero in questi anni: il premier è stato accusato di voler negoziare con gli etarras sul corpo delle vittime del terrorismo. Sono state le manifestazioni contro l'Eta e contro il dialogo, le uniche forme rilevanti di opposizione a Zapatero. Il governo ha così interrotto ogni negoziato.
Il leone mascherato da «Bambi» può così guardare alle elezioni del prossimo anno con ottimismo, anche per via del disastro che ancor oggi è il Pp. La lunga serie di riforme, infatti, non ha creato una nuova opposizione politica e anche l'episcopato spagnolo sembra ormai convinto che nessun anatema possa fermare questo 46enne cerbiatto socialista, figlio di repubblicani anti-franchisti. La sera del 14 marzo 2004, chiesero a Zapatero: «Ma quando tornerà la repubblica?». Lui sorrise e non rispose. Chissà se «Bambi» avrà il coraggio di sfidare l'ultimo tabù spagnolo.
http://www.unita.it/view.asp?IDcontent=64114
domenica 4 marzo 2007
Binetti infiamma il raduno gay: "Omosessualità, una devianza"
La senatrice teodem parla di diversità genetica. Grillini: sovrappone
la religione alla scienza. E sulle adesioni alla marcia del 10 marzo l'Unione si divide
di ALBERTO CUSTODERO
Paola Binetti
La patente di "diversità genetica", tuttavia, non è piaciuta al deputato Ds Franco Grillini, presidente onorario di Arcigay, anch'egli presente alla trasmissione. "Tu sovrapponi la religione alla scienza - ha tuonato Grillini - e le confondi. Usi del ciarpame scientifico per sostenere una posizione razzista". Per l'affondo, Grillini ha fatto riferimento all'ammissione della Binetti di praticare la preghiera dell'Opus Dei (di cui fa parte), con l'uso del cilicio. "La chiesa è una dittatura - ha chiosato Grillini - e l'Opus Dei vuole curare gli omosessuali. Io difendo il tuo diritto a godere mortificando la carne. Non critico le pratiche di sadomasochismo, ma non devono essere imposte agli altri".
Il confronto fra i due politici che appartengono allo stesso gruppo parlamentare (l'Ulivo), e sono destinati a far parte in futuro dello stesso partito (il Democratico), ha animato la vigilia della manifestazione del "10 aprile". Don Luigi Ciotti, fondatore del Gruppo Abele, prende le distanze da certi toni. "Per me - ha detto - queste cose non aiutano la gente a capire, umiliano e emarginano ancor di più". Sul battibecco Binetti-Grillini è intervenuto anche Enrico Oliari, militante di An, autore del libro "l'omodelinquente", e fondatore di GayLib, il movimento omosessuale di centro destra. "Siamo diventati lo zimbello di tutte le associazioni omosessuali europee - ha spiegato Oliari - anche per le recenti dichiarazioni di Berlusconi secondo cui i gay sono 'di sinistra'. Il fondamentalismo cattolico della Binelli fa pensare, mi pare più estremista dello stesso Ruini. Ogni tanto penso che vogliano farci vivere come l'Afghanistan dei talebani".
Ma sabato prossimo la manifestazione nazionale gay sarà, per così dire, bipartisan. A sorpresa, infatti, aderiranno anche gli omosessuali di centro destra di GayLib. "Saremo in piazza - ha commentato ancora Oliari - per convincere i politici di destra a approvare in parlamento una legge sulle 'unioni civili'". "È passato molto tempo - ha aggiunto - da quando Fini disse che i gli omosessuali non potevano fare i maestri di scuola. Oggi ci sono aperture dallo stesso segretario di An e anche dal più 'durò Storace".
Sul fronte della partecipazione al raduno del "10 marzo", si sono registrate adesioni e defezioni all'interno del centrosinistra, segno che la risi di governo (ufficialmente sulla politica estera, in realtà sulle coppie di fatto), ha lasciato il segno. E anche azioni di disturbo. Opposte le posizioni dei due ministri che hanno firmato i Dico: Rosy Bindi rinuncerà perché "è tema del suo ministero della Famiglia", Barbara Pollastrini, invece, ci sarà "se riuscirà a tornare in tempo da New York". Cesare Salvi, Ds, presidente commissione Giustizia del senato "non ritiene conveniente esserci per evitare polemiche", mentre Paolo Ferrero, Prc, ministro della Solidarietà sociale, non vuole fare "due parti in commedia". È Paolo Hutter, infine (nel '92, come consigliere comunale a Milano, unì per la prima volta 10 coppie gay), a denunciare il tentativo dei comunisti italiani di mettere i bastoni fra le ruote al comitato organizzatore, tutto il movimento gay nazionale più Arci e Cgil: in concomitanza con piazza Farnese, il Pdci ha organizzato a Milano una manifestazione sullo stesso tema.
(4 marzo 2007)
http://tinyurl.com/3bahal
martedì 13 febbraio 2007
Nessun divieto nella Costituzione per le coppie di fatto
L'appello di 23 celebri costituzionalisti
LE FAMIGLIE NELLA COSTITUZIONE
Senza entrare nel merito della discussione delle attuali proposte di riforma, volte a riconoscere o tutelare in diversa forma e misura unioni familiari di tipo diverso da quello tradizionale, ci preme però chiarire che è infondata l'affermazione secondo cui l'articolo 29, primo comma, della vigente Costituzione porrebbe dei limiti costituzionali al riconoscimento giuridico delle famiglie non tradizionali o non fondate sul matrimonio, come è ormai avvenuto in quasi tutti gli altri paesi dell'Europa occidentale.
L'articolo 29, primo comma, non impone affatto alla Repubblica di riconoscere come famiglia solo quella definita quale «società naturale fondata sul matrimonio». Impone invece alla Repubblica di riconoscere i suoi diritti, in quanto espressione dell'autonomia sociale. Testualmente: «la Repubblica riconosce i diritti della famiglia come società naturale fondata sul matrimonio». Ad essa viene quindi garantita una sfera di autonomia rispetto al potere dello Stato. Per tale motivo sarebbe contraria alla Costituzione una legge ordinaria che mirasse a disconoscere i diritti di tali famiglie. «Circoscrivere i poteri del futuro legislatore in ordine alla sua [della famiglia] regolamentazione»: questa la funzione della disposizione secondo quanto ebbe a dichiarare Costantino Mortati nell'Assemblea costituente. «Non è una definizione, è una determinazione di limiti», ribadì nella stessa sede Aldo Moro.
Il Costituente del 1946-47 non poteva immaginare che nei decenni successivi sarebbe stata avanzata in Italia o altrove la richiesta del riconoscimento di famiglie di tipo diverso dal modello tradizionale, mentre vivo era invece il ricordo del tentativo fascista di monopolizzare l'educazione dei giovani, tentativo analogo a quello in corso proprio in quei mesi con l'instaurazione di regimi stalinisti in molti paesi dell'Europa centrale: e tale era appunto il pericolo che con la formulazione dell'articolo 29 si intendeva scongiurare. Inoltre, secondo l'art. 9 della Carta dei diritti fondamentali dell'Unione europea, la disciplina nazionale può modulare variamente le modalità di esercizio dei distinti diritti di sposarsi e di costituire una famiglia, ma non in forme tali che possano portare alla vanificazione dell'uno o dell'altro.
Il riconoscimento giuridico di altre tipologie di famiglia non comporterebbe alcun disconoscimento dei diritti delle famiglie fondate sul matrimonio e non potrebbe quindi violare il disposto dell'articolo 29, primo comma, della Costituzione.
Il fatto che la Costituzione garantisca in modo particolare i diritti della famiglia fondata sul matrimonio non può in alcun modo avere come effetto il mancato riconoscimento dei diritti delle altre formazioni famigliari.
A proposito delle quali vanno invece tenuti ben presenti il fondamentale divieto di discriminare sulla base, anche, di «condizioni personali», di cui all'articolo 3, primo comma, della Costituzione, e il dovere della Repubblica di riconoscere e garantire «i diritti inviolabili dell'uomo, sia come singolo sia nelle formazioni sociali ove si svolge la sua personalità», di cui all'articolo 2, già richiamato in questa materia dalla giurisprudenza costituzionale.
Questo Appello, promosso dalla "Fondazione Critica liberale", è stato sottoscritto da:
1. Piero Bellini (Prof. emerito Univ. Roma "La Sapienza" - Accademico dei Lincei), 2. Roberto Bin (Prof. Diritto Costituzionale - Univ. di Ferrara), 3. Giuditta Brunelli, (Prof. Istituzioni di Diritto pubblico – Univ. di Ferrara), 4. Massimo Carli (Prof. Diritto costituzionale - Università di Firenze), 5. Paolo Cendon (Prof. Istituzioni di Diritto Privato - Univ. Trieste), 6. Enzo Cheli (Prof. Diritto costituzionale - Univ. Firenze - Accademico dei Lincei), 7. Giovanni Di Cosimo (Prof. Diritto Costituzionale - Univ. Macerata), 8. Alfonso Di Giovine (Prof. Diritto Costituzionale Comparato - Univ. Torino), 9. Gilda Ferrando (Prof. Diritto Privato - Univ. Genova), 10. Vincenzo Ferrari (Prof. Filosofia del Diritto - Univ. Milano ), 11. Maurizio Fumo (Magistrato), 12. Sergio Lariccia (Prof. Diritto Amministrativo - Univ. Roma "La Sapienza"), 13. Alessandro Pizzorusso (Prof. Istituzioni di Diritto Pubblico - Univ. Pisa – Accademico dei Lincei), 14. Fausto Pocar (Prof. Diritto internazionale _ Univ. Milano –Pres. Tribunale penaledell'Aja) 15. Valerio Pocar (Prof. Sociologia del Diritto - Univ. Milano "Bicocca"), 16. Salvatore Prisco (Prof. Istituzioni di Diritto Pubblico - Univ. Napoli "Federico II"), 17. Andrea Pugiotto, (Prof. di Diritto costituzionale - Università di Ferrara), 18. Paolo Ridola (Prof. Diritto Costituzionale Comparato - Univ. Roma "La Sapienza"), 19. Paola Ronfani (Prof. Sociologia del diritto – Univ. Milano), 20. Francesco Rimoli (Prof. Istituzioni di Diritto Pubblico - Univ. Teramo), 21. Stefano Rodotà (Prof. Diritto Civile - Univ. Roma "La Sapienza"), 22. Gustavo Zagrebelski (Prof. Diritto costituzionale - Univ. Torino), 23. Paolo Zatti (Prof. Istituzioni di diritto privato – Univ. Padova).
http://www.gaynews.it/view.php?ID=72383
sabato 10 febbraio 2007
Le 10 regole per migliorare il DICO
“Verrebbe proprio da dire: che te lo ‘dico’ a fare? Dico o Pacs, scopo della legge deve rimanere quello di riconoscere diritti e doveri delle coppie legate da vincoli affettivi. Includere rapporti di altra natura, come quelli tra fratelli, è solo un tentativo di introdurre incongruità nel testo della legge al fine di snaturarla, e imporre ulteriori limitazioni ai diritti previsti”.
Questo il segnale d’allarme lanciato dal presidente nazionale di Arcigay, Sergio Lo Giudice, che, all’indomani del varo dei Dico da parte del governo, propone dieci punti per migliorare il provvedimento.
“Alcuni aspetti del ddl sono vessatori – spiega Lo Giudice - Altri sono solo il tentativo del Vaticano, rappresentato da Rutelli, di snaturare la legge e di limitare i diritti previsti."
“Solo per fare un esempio i nove anni di attesa per il diritto all’eredità sono davvero troppi. E che succede se una macchina mi mette sotto prima?"
“Altro problema spinoso è il partner extracomunitario. Se ci si registra all’anagrafe, ha diritto al permesso di soggiorno. Ma come fa a registrarsi se il permesso di soggiorno non ce l’ha ancora? Una coppia eterosessuale potrebbe sposarsi. Una coppia gay, rischia la separazione forzata."
“Va inoltre prevista la possibilità per i conviventi di recedere dal rapporto, senza dover per forza cambiare subito di casa. Un rapporto affettivo può finire anche se, magari per necessità temporanea, si continua a vivere sotto lo stesso tetto. Altrimenti viene contraddetta la volontarietà del rapporto”.
Di seguito i dieci miglioramenti che Arcigay propone al pdl Dico
“CHE TE LO DICO A FARE”
1. Dichiarazione
La dichiarazione deve essere resa insieme: quella di avvisare il partner tramite raccomandata è una disposizione ridicola e rischia di aprire il varco a false convivenze. Non ha senso estendere le convivenze dichiarate a fratelli e sorelle.
2. Convivenza
E' la condizione della dichiarazione, ma deve essere resa possibile: va prevista la possibilità di regolarizzare il partner straniero privo di permesso e che ci siano punteggi nelle graduatorie lavorative per il ricongiungimento al partner con cui si vuole andare a convivere. Inoltre impedire che si possa dichiarare una convivenza con l’amministratore di sostegno è in contrasto con la legge che prevede che sia proprio il coniuge o il convivente ad assumere questo ruolo.
3. Possibilità di recesso
Deve essere inserita. Nell’attuale proposta non è prevista, in contrasto con la volontarietà della dichiarazione iniziale.
4. Parte patrimoniale
Deve essere possibile scegliere la comunione dei beni e opporla a terzi.
5. Accesso alle strutture sanitarie
Il diritto deve essere garantito e non lasciato alla buona volontà dei singoli ospedali.
6. Successione ereditaria
I nove anni di attesa sono eccessivi. E se uno muore prima che succede? Va inoltre parificata la tassa di successione a quella prevista per i familiari.
7. Successione nel contratto di locazione
Deve poter essere immediata, come già stabilito dalla Corte costituzionale, e non legata ai tre anni di convivenza.
8. Reversibilità della pensione
Viene rimandata alla successiva riforma, ma vanno almeno esplicitati in modo chiaro i principi e definiti tempi congrui e non eccessivi. In particolare va riconosciuto il periodo di convivenza pregressa.
9. Impresa familiare
Viene riconosciuta al partner la partecipazione agli utili, ma non ai miglioramenti dell’impresa e non si tiene conto del lavoro casalingo.
10. Graduatorie lavorative
Va definito in modo vincolante il diritto ad un punteggio e vanno abbassati i tre anni previsti, che penalizzano le coppie giovani.
http://www.arcigay.it/show.php?2413
Bindi: "Questa Chiesa così arroccata non capisce una legge giusta"
Intervista al ministro della Famiglia: "stiamo dando diritti ai deboli, non alternative al matrimonio"
"Bindi: Soffro ma ho imparato della Dc che la politica è laica"
di CONCITA DE GREGORIO
Rosy Bindi disegnata da Mannelli
"Radio vaticana ha solo trasmesso un commento di D'Agostino, il presidente dei giuristi cattolici..."
Ministro Bindi, possiamo anche minimizzare ma si tratta di un'offensiva formidabile e univoca, il Santo Padre in testa.
"Non voglio minimizzare. Cosa vuole che le dica? Ogni giorno ha la sua pena".
Cosa risponde al Papa?
"Non sono abituata a rivolgermi direttamente a Lui. Non nego che per me sia un momento di grande sofferenza. La maggiore è quella dell'incomprensione. Abbiamo scritto una legge giusta che tutela i più deboli, riconosce diritti alle persone discriminate e non crea nessuna figura giuridica che possa attentare alla famiglia. Non è negando diritti e doveri a chi è in difficoltà che si difende la famiglia. Soffro come credente prima che come politica".
Soffre del fatto che la Chiesa sia arroccata su posizioni distanti dal sentire comune persino di molti cattolici?
"E' così. Mi domando perché una Chiesa che assolve in confessionale e che vive accanto a chi ha bisogno poi invece nella sua parola appaia sempre giudicante. Questo crea una distanza. L'insegnamento cattolico dice un'altra cosa: parla di valore della giustizia, di pace, di libertà personale, di accoglienza appunto persino nell'errore. Di carità e di misericordia".
Viene in mente il funerale negato a Welby.
"Ecco: c'erano gli estremi per dire di no, la decisione era corretta. Proprio per questo sarebbe stato possibile dire di sì, in qualche forma: si sarebbero capiti meglio i motivi del no, sarebbe stata chiara la grandezza della Chiesa. La strada per comunicare la verità è la misericordia. La strada per cercarla è il dialogo".
Lei ha detto che il momento in cui ha capito di dover andare avanti da sola è coinciso col "non possumus" dei vescovi.
"Certo. Io ho parlato in questo mese con tutti: con le associazioni degli omosessuali, dei notai e degli avvocati..."
... con il segretario della Cei Betori, col ministro della famiglia della Santa Sede Trujillo...
"Con tutti, e assiduamente con il mio mondo di riferimento come è normale. Con Trujillo abbiamo avuto rapporti istituzionali fra ministri. Poi però quando il dialogo si interrompe unilateralmente resti da solo: sono momenti difficili in cui devi fare appello alla tua coscienza. Sto andando adesso alla messa in ricordo di Bachelet, un vero laico cristiano. Diceva: bisogna essere autenticamente figli della Chiesa e cittadini del proprio Stato".
Cosa le ha detto Prodi il giorno del 'non possumus'?
"Ci siamo detti andiamo avanti. Era molto sereno".
Non teme che essere 'scomunicata' dalle gerarchie possa accreditare altri, nel suo partito, come referenti del Vaticano?
"Un politico non deve sentirsi il referente di nessuno. Il mio riferimento è il Paese, certo anche il mondo cattolico che fa parte del popolo italiano. Mi sento un'erede della Dc: era un partito di cattolici ma un partito laico. E' lì che ho imparato".
Come va con Rutelli?
"Abbiamo avuto momenti di discussione animata giusto fino a ieri. Ora meglio. Abbiamo raggiunto uno scopo comune: non volevamo creare una figura giuridica alternativa al matrimonio. Questo è".
Da sinistra dicono: troppo poco. Il progetto iniziale prevedeva un registro delle convivenze, questo testo certifica quel che già esiste. Si va all'anagrafe e si mette una postilla: "convivenza affettiva".
"Non è affatto poco. Si assegnano diritti ai più deboli: pensi al convivente che non lavora, a quelle coppie in cui uno dei due non può o non vuole sposarsi, a due sorelle anziane, a una coppia di omosessuali a cui sinora nessun diritto e dovere era riconosciuto. A una zia e una nipote, ho qui una lettera, ecco: una zia e una nipote che vivono come madre e figlia da trent'anni".
Nove anni per attivare il diritto alla successione sono molti.
"Sono un anno meno di un mutuo decennale. Si parla di trasferimento di beni in caso di morte".
Da destra dicono che così eredita il convivente e non i figli di un eventuale precedente matrimonio, che per attivare diritti bisogna assumersi responsabilità: sposarsi, insomma.
"E' falso. I figli ereditano sempre la quota legittima. Tra l'altro se i nuovi conviventi si sposassero i figli precedenti erediterebbero di meno. E comunque c'è chi non può e non vuole sposarsi ma non per questo il legame può essere ignorato".
Lei farebbe un Dico?
"Con mia sorella, coi miei nipoti. Lo farei, ma io non ne ho bisogno. Le coppie omosessuali celebri e potenti non ne hanno. Dobbiamo uscire dall'ipocrisia: in questo paese chi se lo può permettere vive come vuole. E' chi non ha tutela che deve essere protetto".
Lei crede che l'offensiva della chiesa si trasformerà in una campagna paragonabile a quelle contro il divorzio e l'aborto, o anche solo all'opposizione di piazza a Zapatero?
"Io non sono Zapatero, come è del tutto evidente. Questa legge fa riferimento all'anagrafe istituita da Tambroni nella Dc degli anni Cinquanta. Mi auguro davvero che non ci siamo campagne, sarebbe anacronistico. Credo che nel dibattito parlamentare potremo dimostrare che diamo qualcosa a qualcuno senza togliere niente a nessuno".
La verità: quanto ha pesato la sfida del Partito democratico?
"Ha pesato. E' stata una prova di dialogo, di responsabilità politica e di laicità. Senza questi tre elementi il Partito democratico non si può fare".
Un lavoro di donne, ha detto anche.
"Sicuro. Gli uomini devono sempre marcare il territorio e segnare il 'più uno'. Chi vince chi perde, ha presente? Le donne meno: hanno in mente il risultato".
(10 febbraio 2007)
http://tinyurl.com/2fdqwg
venerdì 9 febbraio 2007
Primo sì ai Pacs all'italiana
Diritti e doveri delle persone stabilmente conviventi (DICO)
ARTICOLO 1 (Ambito e modalità di applicazione)
1. Due persone maggiorenni e capaci, anche dello stesso sesso, unite da reciproci vincoli affettivi, che convivono stabilmente e si prestano assistenza e solidarietà materiale e morale, non legate da vincoli di matrimonio, parentela in linea retta entro il secondo grado, affinità in linea retta entro il secondo grado, adozione, affiliazione, tutela, curatela o amministrazione di sostegno, sono titolari dei diritti, dei doveri e delle facoltà stabiliti dalla presente legge.
2. La convivenza di cui al comma 1 è provata dalle risultanze anagrafiche in conformità agli articoli 4, 13 comma 1 lettera b), 21 e 33 del decreto del Presidente della Repubblica 30 maggio 1989, n. 223, secondo le modalità stabilite nel medesimo decreto per l’iscrizione, il mutamento o la cancellazione. È fatta salva la prova contraria sulla sussistenza degli elementi di cui al comma 1 e delle cause di esclusione di cui all’articolo 2. Chiunque ne abbia interesse può fornire la prova che la convivenza è iniziata successivamente o è terminata in data diversa rispetto alle risultanze anagrafiche.
3. Relativamente alla convivenza di cui al comma 1, qualora la dichiarazione all’ufficio di anagrafe di cui all’articolo 13, comma 1, lettera b), del decreto del Presidente della Repubblica 30 maggio 1989, n. 223, non sia resa contestualmente da entrambi i conviventi, il convivente che l’ha resa ha l’onere di darne comunicazione mediante lettera raccomandata con avviso di ricevimento all’altro convivente; la mancata comunicazione preclude la possibilità di utilizzare le risultanze anagrafiche a fini probatori ai sensi della presente legge.
4. L’esercizio dei diritti e delle facoltà previsti dalla presente legge presuppone l’attualità della convivenza.
5. Le disposizioni di cui al presente articolo si applicano anche all'anagrafe degli italiani residenti all’estero. 6. Ai fini della presente legge i soggetti di cui al comma 1 sono definiti «conviventi».
1. Le disposizioni della presente legge non si applicano alle persone: a) delle quali l’una sia stata condannata per omicidio consumato o tentato sul coniuge dell’altra o sulla persona con la quale l’altra conviveva ai sensi dell’articolo 1, comma 1, ovvero sulla base di analoga disciplina prevista da altri ordinamenti; b) delle quali l’una sia stata rinviata a giudizio, ovvero sottoposta a misura cautelare, per i reati di cui alla lettera a); c) legate da rapporti contrattuali, anche lavorativi, che comportino necessariamente l’abitare in comune.
1. Salvo che il fatto costituisca più grave reato, chiunque, al fine di beneficiare delle disposizioni della presente legge, chiede l’iscrizione anagrafica in assenza di coabitazione ovvero dichiara falsamente di essere convivente ai sensi della presente legge, è punito con la reclusione da uno a tre anni e con la multa da euro 3.000 a euro 10.000.
2. La falsa dichiarazione di cui al comma 1 produce la nullità degli atti conseguenti; i pagamenti eseguiti sono ripetibili ai sensi dell’articolo 2033 del codice civile.
1. Le strutture ospedaliere e di assistenza pubbliche e private disciplinano le modalità di esercizio del diritto di accesso del convivente per fini di visita e di assistenza nel caso di malattia o ricovero dell’altro convivente.
1. Ciascun convivente può designare l’altro quale suo rappresentante: a) in caso di malattia che comporta incapacità di intendere e volere, al fine di concorrere alle decisioni in materia di salute, nei limiti previsti dalle disposizioni vigenti; b) in caso di morte, per quanto riguarda la donazione di organi, le modalità di trattamento del corpo e le celebrazioni funerarie, nei limiti previsti dalle disposizioni vigenti.
2. La designazione è effettuata mediante atto scritto e autografo; in caso di impossibilità a redigerlo, viene formato un processo verbale alla presenza di tre testimoni, che lo sottoscrivono.
1. Il cittadino straniero extracomunitario o apolide, convivente con un cittadino italiano e comunitario, che non ha un autonomo diritto di soggiorno, può chiedere il rilascio di un permesso di soggiorno per convivenza.
2. Il cittadino dell’Unione europea, convivente con un cittadino italiano, che non ha un autonomo diritto di soggiorno, ha diritto all’iscrizione anagrafica di cui all’articolo 9 del decreto legislativo di attuazione della direttiva 2004/38/CE.
1. Le Regioni e le Province autonome di Trento e di Bolzano tengono conto della convivenza di cui all’articolo 1 ai fini dell’assegnazione di alloggi di edilizia popolare o residenziale pubblica.
1. In caso di morte di uno dei conviventi che sia conduttore nel contratto di locazione della comune abitazione, l’altro convivente può succedergli nel contratto, purché la convivenza perduri da almeno tre anni ovvero vi siano figli comuni.
2. La disposizione di cui al comma 1 si applica anche nel caso di cessazione della convivenza nei confronti del convivente che intenda subentrare nel rapporto di locazione.
1. La legge e i contratti collettivi disciplinano i trasferimenti e le assegnazioni di sede dei conviventi dipendenti pubblici e privati al fine di agevolare il mantenimento della comune residenza, prevedendo tra i requisiti per l’accesso al beneficio una durata almeno triennale della convivenza.
2. Il convivente che abbia prestato attività lavorativa continuativa nell’impresa di cui sia titolare l’altro convivente può chiedere, salvo che l’attività medesima si basi su di un diverso rapporto, il riconoscimento della partecipazione agli utili dell’impresa, in proporzione dell’apporto fornito.
1. In sede di riordino della normativa previdenziale e pensionistica, la legge disciplina i trattamenti da attribuire al convivente, stabilendo un requisito di durata minima della convivenza, commisurando le prestazioni alla durata della medesima e tenendo conto delle condizioni economiche e patrimoniali del convivente superstite.
1. Trascorsi nove anni dall’inizio della convivenza, il convivente concorre alla successione legittima dell’altro convivente, secondo le disposizioni dei commi 2 e 3.
2. Il convivente ha diritto a un terzo dell’eredità se alla successione concorre un solo figlio e ad un quarto se concorrono due o più figli. In caso di concorso con ascendenti legittimi o con fratelli e sorelle anche se unilaterali, ovvero con gli uni e con gli altri, al convivente è devoluta la metà dell’eredità.
3. In mancanza di figli, di ascendenti, di fratelli o sorelle, al convivente si devolvono i due terzi dell’eredità, e, in assenza di altri parenti entro il secondo grado in linea collaterale, l’intera eredità.
4. Al convivente, trascorsi almeno nove anni dall’inizio della convivenza, e fatti salvi i diritti dei legittimari, spettano i diritti di abitazione nella casa adibita a residenza della convivenza e di uso sui mobili che la corredano, se di proprietà del defunto o comuni. Tali diritti gravano sulla quota spettante al convivente.
5. Quando i beni ereditari di un convivente vengono devoluti, per testamento o per legge, all’altro convivente, l’aliquota sul valore complessivo netto dei beni prevista dall’articolo 2, comma 48, del decreto-legge 3 ottobre 2006, n. 262, convertito, con modificazioni, dalla legge 24 novembre 2006, n. 286, è stabilita nella misura del cinque per cento sul valore complessivo netto eccedente i 100.000 euro.
1. Nell’ipotesi in cui uno dei conviventi versi in stato di bisogno e non sia in grado di provvedere al proprio mantenimento, l’altro convivente è tenuto a prestare gli alimenti oltre la cessazione della convivenza, purché perdurante da almeno tre anni, con precedenza sugli altri obbligati, per un periodo determinato in proporzione alla durata della convivenza. L’obbligo di prestare gli alimenti cessa qualora l’avente diritto contragga matrimonio o inizi una nuova convivenza ai sensi dell’articolo 1.
1. I conviventi sono titolari dei diritti e degli obblighi previsti da altre disposizioni vigenti per le situazioni di convivenza, salvi in ogni caso i presupposti e lemodalità dalle stesse previste.
2. Entro nove mesi dalla data di entrata in vigore della presente legge, può essere fornita la prova di una data di inizio della convivenza anteriore a quella delle certificazioni di cui all’articolo 1, comma 2. La disposizione di cui al presente comma non ha effetti relativamente ai diritti di cui all’articolo 10 della presente legge.
3. Il termine di cui al comma 2 viene computato escludendo i periodi in cui per uno o per entrambi i conviventi sussistevano i legami di cui all’articolo 1, comma 1, e le cause di esclusione di cui all’articolo 2.
4. In caso di scioglimento o di cessazione degli effetti civili del matrimonio può essere fornita, entro tre mesi dal passaggio in giudicato della sentenza, da parte di ciascuno dei conviventi o, in caso di morte intervenuta di un convivente, da parte del superstite, la prova di una data di inizio della convivenza anteriore a quella dell’iscrizione di cui all’articolo 1, comma 2, comunque successiva al triennio di separazione calcolato a far tempo dall’avvenuta comparizione dei coniugi innanzi al presidente del tribunale.
5. I diritti patrimoniali, successori o previdenziali e le agevolazioni previsti dalle disposizioni vigenti a favore dell’ex coniuge cessano quando questi risulti convivente ai sensi della presente legge. 6. I diritti patrimoniali, successori o previdenziali e le agevolazioni previsti dalla presente legge cessano qualora uno dei conviventi contragga matrimonio.
1. All’onere derivante dall’articolo 11, pari ad euro 4 milioni e 600 mila per l’anno 2008 ed euro 5milioni a decorrere dall’anno 2009 si provvede mediante corrispondente riduzione dell’autorizzazione di spesa di cui all’articolo 1, comma20, della legge 23 dicembre 2005, n. 266, iscritta all’U.P.B. dello stato di previsione del Ministero dell’Economia e delle Finanze per l’anno 2007. Il Ministro dell’Economia e delle Finanze è autorizzato ad apportare con propri decreti le occorrenti variazioni di bilancio.
mercoledì 7 febbraio 2007
Il cardinale Bertone: Chi giudica l'operato della Chiesa è ignorante
Il cardinale Bertone, numero due del Vaticano, è intervenuto in diretta alla trasmissione ‘Prima pagina’ su RadioTre.
Stamattina un nuovo assaggio della nuova politica vaticana che prevede una linea politica non negoziabile e non soggetta a contraddittorio. Intervenendo come un ascoltatore qualsiasi alla trasmissione 'Prima pagina' su radio tre, il cardinale Bertone, numero due del Vaticano, ha contestato duramente chi critica l'operato della chiesa in occasione del poliziotto ucciso allo stadio e ha invitato Baudo a stare zitto e non contraddire cosa fa la chiesa, dando dell'ignoranti a tutti gli ascoltatori, Baudo compreso, che si permettono di giudicare l'operato pontificio. Grande soggezione del giornalista conduttore, Gaspare Amedei, che non solo ha concesso un tempo triplo rispetto agli altri ascoltatori ma ha usato il tipico tono di deferenza con un risultato a tratti fantozziano.
Giorgio Lazzarini
redazione@gay.tv
Chi volesse ascoltare l'intervista di Gaspare Barbiellini Amedei a Bertone può scaricarla dal sito della rai http://www.radio.rai.it/podcast/F0009672.mp3
domenica 4 febbraio 2007
Una "quasi moglie" priva di diritti e umiliata dallo Stato
Adele Parrillo vicepresidente della Liff , www.liff.it, si batte perché altre donne e altri uomini non debbano subire le stesse ingiustizie e gira attraverso l’Italia per presentare il suo libro
di Maria Antonietta Schiavina
Di Adele Parrillo abbiamo sentito parlare subito dopo l’attentato del 12 novembre 2003 a Nassiriya, nel quale il suo compagno, Stefano Rolla, regista e sceneggiatore, è morto (insieme a lui hanno perso la vita 28 persone, fra cui 17 militari italiani e un cooperatore internazionale e, proprio in questi giorni, i presunti responsabili della strage, sono stati identificati tra i membri di una organizzazione aderente ad al Qaeda). Messa da parte per dare spazio ad altri drammi, questa storia, o almeno l’epilogo tanto triste quanto assurdo, ha trasformato una donna disperata, in un emblema vivente della lotta per i Pacs.
Sì, perché la Parrillo - autrice del libro testimonianza “Nemmeno il dolore” - non ha perso soltanto il compagno di vita, ma parte della sua vita, compreso il lavoro di sceneggiatrice che svolgeva per lui e la speranza, condivisa, di diventare mamma attraverso la fecondazione assistita.
Privata di colpo di qualsiasi diritto, “cancellata” dalla vita dell’uomo che amava e che l’amava, colpita al cuore e nella dignità, ogni volta che qualche funzionario le comunicava che il suo nome “non era nella lista delle vedove”, è stata anche, in una scena umanamente straziante e politicamente scandalosa, trascinata via di forza dalla cerimonia di commemorazione della strage a cui era andata come le altre vedove, convinta di poter piangere insieme alle mogli ufficiali, di essere considerata soltanto una persona disperata e non un’intrusa.
Per raccontare la sua vita con Stefano Rolla e quella dopo la sua morte, Adele Parrillo ha scritto un romanzo che è un manifesto civile. E dietro le 197 pagine, riempite con sorprendente forza poetica da una donna messa in ginocchio ma non annientata si legge, oltre che una bella storia d’amore, l’umiliazione del dolore negato, che trascina pagina dopo pagina, con il suo potente messaggio e sublima il valore dell’amore e della persona, al di là di ogni formula giuridica, con un’intensità che è difficile ignorare.
Un storia d’amore, di dolore, di rabbia, quella di Adele Parrillo e Stefano Rolla. Un libro crudo e anche molto tenero nei flashback, che riportano a galla i ricordi di una coppia che aveva l’unica colpa di non essere ufficializzata, ma soprattutto la denuncia di una donna che racconta a viso scoperto il boicottaggio riservatole da parte dello Stato.
Adele Parrillo stava insieme a Stefano da anni, si amavano profondamente e presto avrebbero voluto sposarsi.
Ma l’amore per la legge italiana non conta se non è sancito dal matrimonio, così lei si è trovata sola davanti al mondo e privata di ogni diritto.
Esclusa dai programmi di assistenza psicologica offerti ai familiari delle vittime dell’attentato e da ogni risarcimento economico, la sceneggiatrice “quasi moglie “ha perso anche i diritti del lungometraggio sulla missione militare italiana in Iraq a cui stava lavorando con Rolla.
Oggi, diventata vicepresidente della Liff (la Lega italiana famiglie di fatto), www.liff.it, si batte perché altre donne e altri uomini non debbano subire le stesse ingiustizie e gira attraverso l’Italia per presentare il suo libro, raccontando la sua storia, con dignità e senza rancore, cercando giustizia per lei e per tante donne - o uomini - ai quali, proprio perché non sono regolarmente sposati, la legge non permette di ufficializzare nemmeno il dolore.
Signora Parrillo, come mai ha deciso di fermare in un libro la sua esperienza?
«All’indomani della strage di Nassiriya, vedendo che lo Stato non riconosceva il mio legame con Stefano, trattandomi di fatto da fantasma, mi sono chiesta se davvero la nostra storia fosse esistita, se non si fosse trattato solo di un sogno, se ciò che era accaduto fra me e Stefano fosse stato vero o frutto della mia fantasia. Allora, per cercare di ricordare e fermare sulla carta i miei ricordi, ho iniziato a scrivere, ripercorrendo la mia, anzi la nostra storia».
Lei e Stefano eravate una coppia a tutti gli effetti. Perché avevate scelto di non regolarizzare la vostra unione?
«Quella di non sposarci - Stefano fra l’altro era vedovo - come ho scritto anche nel libro, non é stata una scelta, ma un insieme di occasioni che ci hanno impedito di realizzare i nostri progetti per tempo... Avevamo fatto apporre le pubblicazioni di matrimonio per ben due volte, ma il mio compagno era spesso fuori Italia per il suo lavoro e dovevamo rimandare continuamente la cerimonia... E poi, la cosa che contava di più per noi, era rappresentata da un figlio.... Io ero in cura e, un giorno sì e l’altro no, andavo in una clinica di Roma dove ci sono cinque embrioni congelati con il seme di Stefano, per sottopormi alle terapie. Oggi però penso che, se Stefano fosse vivo, a furia di rimandare il matrimonio, avremmo entrambi optato sicuramente per i Pacs».
Gli embrioni che avrebbero dovuto farvi diventare genitori, a questo punto non avranno dunque un futuro...
«Come tutti sanno, con la nuova legge approvata nel 2004, io - da single - non ne posso disporre e, anche se il mio compagno fosse vivo, essendo noi solo conviventi, non ci sarebbe permessa alcuna fecondazione assistita... Tant’è che moltissime coppie ormai vanno all’estero...».
Cosa le ha fatto più male dopo la scomparsa di Stefano?
«Il “disconoscimento” da parte dello Stato di quello che per me sarebbe stato il mio primo e unico matrimonio (era la prima volta, infatti, che vivevo more-uxorio con un uomo e mi sentivo a tutti gli effetti come sua moglie).
Chi ha cercato di darle una mano?
«Pochi amici fuori dal mio ambiente, quello del cinema. Primo fra tutti Maurizio Costanzo, l’unico che con molta semplicità, mi ha offerto un lavoro nella sua redazione, per il programma del pomeriggio su Canale 5. So che l’ha fatto esclusivamente per aiutarmi e di questo gliene sarò sempre grata. Così come sono grata alla senatrice Franca Rame, oggi per me una cara amica, che sta appoggiando calorosamente la mia battaglia: nel suo sito c’è addirittura l’invito ad acquistare il libro e a segnalare alla casa editrice le librerie che non ne hanno copie disponibili».
Dopo aver pubblicato “Nemmeno il dolore” ha ricevuto messaggi di solidarietà da altre donne - o uomini - che vivono la loro situazione di compagne e compagni di fatto?
«Sul mio blog:http://adeleparrillo.splinder.com/, ricevo continui messaggi di solidarietà da parte di donne e uomini, considerati mogli e mariti di serie B e, quando vado a presentare il libro, c’è gente che chi si commuove fino al pianto».
Qual è il pensiero più ricorrente, nei confronti del suo compagno, oggi che il problema dei Pacs si sta dibattendo sul tavolo della politica?
«Quello che Stefano sarebbe contento di me, di ciò che sto facendo. Lui ammirava la mia “forza” e la mia determinazione, quindi in questa lotta lui mi è accanto. Infatti... in un passo del libro dedicato a lui, dico esplicitamente, quando decido di andare “non invitata” alla commemorazione in chiesa al primo anniversario (pagina 182 n.d.r) “... da invisibile potrò vedere cose che gli altri non vedono e tu mi camminerai accanto”.
http://www.gaynews.it/view.php?ID=72213
giovedì 1 febbraio 2007
PACS: passa il sì, Mastella contrario
Approvata la richiesta che impegna il governo a fare la legge L'Udeur vota il proprio testo e quelli di Udc e Forza Italia
Nel video Luca Volontè dell'UDC, nel corso del dibattito sulle mozioni antipacs, attacca duramente la militanza gay
ROMA — Alla fine vince la mozione dell'Ulivo, l'unica approvata su 8 presentate. Perché catalizza il voto di tutta l'Unione, compresa la Rosa nel Pugno che pure non ritira il suo testo. L'impegno a legiferare sulle coppie di fatto passa alla Camera con 301 voti contro 266 e 10 astenuti. Ma, nonostante il lavoro sotterraneo di diplomazia intentato da Dario Franceschini e compagni di Margherita e Ds, l'Udeur vota contro. E attorno al partito di Clemente Mastella si arrocca la Cdl per tentare di mettere in contraddizione la maggioranza. Non ci riesce, ma promette battaglia in Parlamento, una volta che il governo avrà presentato il disegno di legge sul quale stanno lavorando Rosy Bindi (Dl) e Barbara Pollastrini (Ds). Romano Prodi si dichiara «soddisfatto», ma ora chiede di «recuperare» l'Udeur lavorando con intelligenza alla nuova normativa che potrebbe essere presentata, per un primo giro di pareri, anche nel Consiglio dei ministri fissato domani. O al massimo in quello del 9 febbraio.
UDEUR NON CEDE — Ad un certo punto, nel primo pomeriggio, prima che si aprisse la discussione in aula, sembrava che l'Unione avesse recuperato gli udierrini con un'astensione che avrebbe comunque bloccato la sfida del centrodestra sui valori. Ma il ritiro delle mozioni da parte di Prc, Verdi e Pdci ha provocato la marcia indietro dell'Udeur che non se l'è sentita di farsi accomunare alla sinistra radicale. E così si è scelta la linea dura. Con gli applausi del centrodestra e il voto reciproco: l'Udeur che ha appoggiato le mozioni di Forza Italia, Udc e Lega e viceversa, con l'aggiunta di molti esponenti di An.
Per sfidare i cattolici dell'Ulivo il partito di Mastella ha presentato la sua mozione in parti separate, in modo da votare da sola la diffida a qualunque equiparazione tra le coppie etero e quelle omosessuali. Ma i cattolici della Margherita hanno fatto quadrato attorno all'Ulivo. Commento del capogruppo udierrino Mauro Fabris: «Dove stanno i teodem? Neanche di fronte a questo tema hanno avuto un sussulto di identità».
DISSIDENTI LAICI — Forza Italia, grazie alla mediazione di Enrico La Loggia, alla fine è riuscita a presentare una mozione unitaria, firmata dalla cattolica Isabella Bertolini e dall'ex radicale Benedetto Della Vedova. L'accordo è stato raggiunto sul fatto che della materia non doveva occuparsi il governo ma il Parlamento. Ma non sono mancati i «dissidenti» anche all'interno della Casa delle Libertà. In più votazioni si sono distinti alcuni gruppetti di laici che hanno votato in modo diverso rispetto ai loro partiti. Dentro Forza Italia, ad esempio, Margherita Boniver, Enrico Costa, Gaetano Pecorella, Stefania Prestigiacomo e Dario Rivolta. Un buon risultato ha incassato anche la mozione del Nuovo Psi con 169 voti.
Sul fronte opposto è da registrare la posizione della Rosa nel Pugno che, pur votando a favore della mozione dell'Ulivo, ha deciso di mettere ai voti anche il suo testo, pur sapendo che sarebbe stato bocciato. Del resto anche radicali e socialisti, come l'Udeur, ma per motivi opposti, non avevano firmato quelle 7 righe del programma dell'Unione sulle coppie di fatto.
MINISTRI AL LAVORO — Ora si attende che venga completato il lavoro sul testo che il governo dovrà presentare in Consiglio dei ministri. La Bindi, che lo sta redigendo insieme alla Pollastrini, ieri è intervenuta in aula tentando di rassicurare anche i contrari: «Non vogliamo ledere le prerogative del Parlamento, ma offrire un contributo di sintesi al libero confronto». Riprendendo l'invito del presidente Giorgio Napolitano ha parlato di «sintesi etica e culturale del nostro Paese», di «tutela dei diritti della famiglia e delle persone» e ha escluso il «riconoscimento delle convivenze in quanto tali». Infine: ha auspicato «un'ampia convergenza di Unione e Cdl in Parlamento». Insomma, un messaggio di pace che arriva quando la battaglia è appena cominciata.
http://www.gaynews.it/view.php?ID=72165
martedì 30 gennaio 2007
Delusi dal presidente
Si dimetta, a sostituirlo Ruini o il Papa
Il Presidente della Repubblica Napolitano, intervistato sullo spinoso dibattito riguardo le coppie di fatto decide di prendere posizione e si dice certo che si arriverà al dialogo, "tenendo conto delle preoccupazioni espresse dal Pontefice e dalle alte gerarchie della Chiesa".
L’associazione Articolo Tre e il Circolo di Cultura Omosessuale Mario Mieli sono delusi e contrariati dalle parole del Presidente Napolitano che, nella sua alta funzione, dovrebbe essere il primo garante della laicità e dell'indipendenza dello Stato, della sua sovranità e del rispetto di tutti i cittadini, comprese le minoranze.
Con queste gravi affermazioni Napoliltano rinnega la sua storia, che lo ha certamente visto in prima fila nelle battaglie di rinnovamento del diritto di famiglia e di dignità della donna, in favore di divorzio e aborto, e si schiera contro i diritti civili e in favore delle pretese discriminazioni di una confessione religiosa che non è “religione di stato” e che secondo la legge italiana (cui anche il Presidente è soggetto) dovrebbe astenersi dall'ingerenza nella vita politica nazionale.
Sarebbe onesto a questo punto dimettersi e chiamare a sostituirlo il presidente della Cei Ruini o il Papa. Almeno si porrebbe fine a una ridicola finzione e i cittadini italiani saprebbero chi li governa davvero.
Articolo Tre - Associazione Omosessuale - Palermo
Circolo Di Cultura Omosessuale Mario Mieli- Roma
http://www.gaynews.it/view.php?ID=72116
sabato 27 gennaio 2007
27 GENNAIO, PER NON DIMENTICARE L`OMOCAUSTO
(26/01/2007) Tante le manifestazioni in tutta Italia. Approvato il ddl Mastella contro la discriminazione che contempla anche l’orientamento sessuale e l’identità di genere.
Sabotatori sociosessuali. Così il regime nazista chiamava gli omosessuali. Il popolo tedesco doveva sopravvivere e moltiplicarsi. Noi froci non potevano avere figli e così ci appiccicavano un triangolo rosa e ci mandavano a morire nei campi di concentramento. Il 27 gennaio è il "Giorno della Memoria". Per non dimenticare i sei milioni di ebrei sterminati; ma anche i dissidenti politici, gli zingari, i testimoni di Geova. E gli omosessuali. 60mila persone furono processate per la violazione del paragrafo 175, di questi circa 10mila vennero internati nei campi di concentramento. Quest’anno una bella notizia accompagna il ricordo delle vittime. Il Consiglio dei ministri ha approvato all'unanimita' il ddl del ministro della Giustizia Clemente Mastella che reintroduce le norme del 1993 previste dal decreto Mancino sulla discriminazione razziale, etnica e religiosa. Norme che il governo Berlusconi aveva depenalizzato lo scorso anno e che ora contempleranno anche l’orientamento sessuale e l’identità di genere.
TUTTE LE INIZIATIVE ITALIANE IN MEMORIA DELL'OMOCAUSTO
Ma del monumento alle vittime omosessuali del nazismo, che doveva sorgere a Roma, ancora non c’è traccia. "Mi auguro che il sindaco di Roma in occasione delle celebrazioni della giornata della memoria dia una concreta indicazione per la costruzione di un monumento per ricordare le vittime gay e transessuali sacrificate durante il nazifascismo - ha dichiarato Wladimir Luxuria, ricordando che nel 2004 era stata approvata, dalla giunta Veltroni, una mozione per la costruzione del monumento - Finora non risulta che siano cominciati i lavori. Spero che dal sindaco Veltroni arrivino indicazioni in questo senso in occasione proprio della giornata della memoria". In Italia monumenti in memoria dei perseguitati a causa dell’orientamento sessuale sono presenti a Trieste nella risiera di San Sabba e a Bologna nei giardini di Villa Canarini. Anche l´Homomonument nel centro di Amsterdam, quello di Berlino, di San Francisco e di altre città ricordano le vittime gay e transessuali (tutti i monumenti delle persecuzioni omofobe).
si ringrazia Arcigay
redazione@gay.tv
La testimonianza di un omosessuale sopravvissuto ai campi di concentramento. Una voce per troppo tempo azzittita dal silenzio della storia.
"[A Sachsenhausen, nda] Il nostro blocco era occupato esclusivamente da omosessuali, e ogni ala aveva circa 250 detenuti. Potevamo dormire solo in camicia da notte e con le mani fuori dalle coperte, perché "Voi brutti froci siete sempre arrapati". Bisogna tener presente che le finestre erano ricoperte da uno spesso strato di ghiaccio. Per punizione, chi veniva sorpreso a letto in mutande o con le mani sotto le coperte - quasi ogni notte venivano fatti dei controlli - veniva portato all’aperto, dove gli rovesciavano addosso alcuni secchi d’acqua, per poi lasciarlo là in piedi per un’ora buona. Ben pochi sopravvivevano… E noi, uomini dal triangolo rosa, eravamo veramente dei criminali, dei depravati, dei "degenerati" che arrecavano danno alla comunità? L’ordine del governo nazista di fare piazza pulita degli omosessuali, dei "degenerati", in tutto il territorio del Reich e di annientarli, di liquidarli fu eseguito docilmente e con gioia sadica dalle SS. Ma non volevano annientarci subito: prima di morire dovevamo subire crudeltà e brutalità, razioni da fame e lavori massacranti, sevizie tormentose….[A Flossenbürg, nda] Grazie alla mia amicizia con l’anziano del blocco, il mio kapò mi assegnò a dei lavori più leggeri nella cava, che però erano comunque abbastanza pesanti. Ciò che mi permise di reggere questo lavoro estenuante furono le razioni di cibo che mi passava di nascosto il mio amico. Noi uomini dal triangolo rosa, agli occhi degli altri detenuti, continuavamo ad essere gli "sporchi froci", mentre gli stessi che ci ingiuriavano e condannavano in questo modo si guardavano bene dal disturbare le relazioni dei kapò con i giovani polacchi, limitandosi ad accettarli come naturali, magari sorridendo o addirittura con una punta benevola di approvazione…. Le pratiche omosessuali di due "normali" venivano minimizzate come pratiche di compensazione, ma se due omosessuali facevano la stessa cosa col consenso reciproco, allora era una "porcata", una faccenda "sporca e disgustosa". Ovviamente avevo ben chiara una cosa: la mia volontà di sopravvivere alla prigionia nel lager era fortissima, ma per sopravvivere tra quelle bestie delle SS dovevo pagare un prezzo molto elevato. E questo prezzo erano i miei principi morali, l’educazione e l’onore. Lo sapevo bene e ne soffrivo, ma senza queste relazioni con i vari kapò oggi non sarei vivo. Nell’autunno del 1941 il reparto costruzioni del lager di Flossenbürg fu assegnato ad un nuovo Kommandoführer delle SS che era stato trasferito da un altro campo di concentramento… Alcuni di noi portavano il triangolo rosa, e quando ci presentavamo davanti a lui, per prima cosa ci sputava in faccia per esprimere in modo inequivocabile il suo profondo disprezzo per gli omosessuali. Agli omosessuali che non stavano abbastanza eretti o che non rispondevano velocemente dava un colpo di bastone in pieno viso, così forte da farli cadere in terra sanguinanti e con due o tre denti spezzati….Su ordine del comandante supremo delle SS Heinrich Himmler, nel campo di concentramento di Flossenbürg, l’estate del 1943, fu allestito un bordello per detenuti [...]. Per quanto riguardava noi detenuti omosessuali, Himmler aveva disposto che fossimo obbligati a frequentarlo regolarmente per guarire dal nostro orientamento omosessuale. [...] Il Lagerführer mi ordinò per tre volte di recarmi al bordello, e la cosa mi risultò non solo imbarazzante ma anche straziante…Nella prima fase dopo il rientro, non provavo nessun bisogno di raccontare la mia storia ad altre persone. Ma col tempo questo isolamento divenne penoso e triste".
[HEGER Heinz (pseudonomo di Josef Kohout), Gli uomini con il triangolo rosa. La testimonianza di un omosessuale deportato in campo di concentramento dal 1939 al 1945, ed. it., Torino-Milano, Sonda, 1991]
http://www.gay.tv/ita/magazine/we_like/dettaglio.asp?i=3544
lunedì 22 gennaio 2007
Gay con figlia in tv, teo-dem scandalizzati
di Roberto Brunelli
Aiuto, una coppia di omosessuali devasterà l´italica televisione. Due uomini che, orrore degli orrori, alleveranno una bambina. Le invocazioni del Papa, di cardinal Ruini e della senatrice Binetti sono rimaste inascoltate in casa Rai: per colpa di un noto agitatore, Lino Banfi, e con l´aiuto di un pirata malese, Kabir Bedi, l´istituto della famiglia viene aggredito frontalmente sin nel tepore dei salotti degli italiani, minando alla base il concetto stesso di civiltà.
Alt: facciamo un passo indietro. La notizia, autorevolmente anticipata da Tv Sorrisi & Canzoni, è che nell´imminente quinta stagione della fiction Un medico in famiglia (in onda da marzo su Raiuno, Vaticano permettendo) l´omosessuale Oscar (interpretato da Paolo Sassanelli), finora single, si fidanzerà con Max (Alessandro Bertolucci), il quale ha pure una figlia, Agnese, che i due tireranno su insieme. Il tutto all´ombra del mitico nonno Libero (Lino Banfi, appunto), che se la vedrà col suo nuovo vicino di casa, l´indiano Kabir Bedi (un immigrato!), già celebre interprete di Sandokan (e dunque potenziale terrorista).
Signore e signori, per quanto possa sembrarvi bizzarro, per la prima volta una coppia gay con prole fa ingresso in un serial italiano. Oltretutto, il serial più rassicurante, lontano ere siderali da ben più avanzati e complessi modelli americani, come The L Word o Sex and the City. Solo che, diabolicamente, lo fa proprio mentre infuria la polemica su Pacs e similari, poche settimane dopo i feroci scontri seguiti alla fiction Il padre delle spose: quella, guarda un po´, con Banfi protagonista e produttore (ma allora, commentano i maligni, qui c´è il dolo!), padre di una ragazza (sua figlia anche nella realtà) sposatasi a un´altra ragazza nella Spagna di Zapatero.
Anche ora «neocon» e «teodem» si sono già scatenati, secondo un copione più rigido di quelli della più prevedibile telenovela. Per prima è la Alessandra Mussolini a consegnare alle agenzie di stampa il suo articolato pensiero: «Sembra che la Rai debba indottrinare gli italiani. Ci stanno facendo il lavaggio del cervello...». Conclude la segretaria di Azione Sociale che ormai si discriminano «i normali» e gli «eterosessuali».
Segue a ruota la senatrice Maria Burani Procaccini, di Forza Italia, che parla di «uso strumentale, culturalmente povero, di una tematica assai delicata come quella dei rapporto fra omosessuali: penso che queste cose siano molto pericolose per le figure identitarie necessarie e per la crescita psicologica dei bambini».
Terza, e curiosamente assonante con la Mussolini, la senatrice magheritina Paola Binetti: «C´è il rischio che d´ora in avanti gli unici discriminati siano i single». Poi parla di «massima criticità» per la presenza «di una bambina all´interno di una coppia omosessuale», e del fatto che, continuando su questa strada, in tv «l´unico grande assente» finisce per essere «la famiglia nella normalità» (bizzarro, detto da lei, che in una recente intervista ha affermato di non essere contraria alla mortificazione del corpo...).
Tocca al solo Beppe Giulietti, Ds, difendere il buon senso: «Non spetta ai politici comporre i palinsesti e i copioni della fiction. In tutta Europa, e non da oggi, ci sono stati e ci saranno film, canzoni, spettacoli, libri e fiction dedicati alle tematiche della coppie di fatto e della sessualità. Peraltro, questo accade già da qualche secolo».
Ultimo dubbio: non sarà che quella del simpatico Lino è una subodola strategia? Solo pochi giorni fa l´attore ha rivendicato con orgoglio la scelta di realizzare Il padre delle spose: «Ricevo lettere di ringraziamento da tutta l´Europa. Ho capito che la gente apprezza gli argomenti tosti». I «teo-neo-con-dem» (anche nella variante nera) sono avvertiti: sarà scontro di civiltà tra Lino Banfi e la senatrice Binetti?
http://www.unita.it/view.asp?IDcontent=62948
Francia, è morto l'Abbé Pierre
Aveva 94 anni, era uno dei personaggi più popolari del Paese
Sempre su posizioni progressiste, ha sostenuto le unioni omosessuali
Nel 2005 ammise di aver avuto rapporti sessuali con una donna dopo l'ordinazione
Henri Groues, detto l'Abbè Pierre, prese gli ordini religiosi nel 1938 e, durante la seconda guerra mondiale, partecipò alla resistenza francese salvando numerose vite e favorendo la fuga di ebrei e perseguitati politici verso Svizzera o Algeria.
"L'Abate ci ha lasciato alle 05:25" ha aggiunto Martin Hirsch annunciando la morte del religioso che era stato ricoverato per una infezione polmonare. L'Abbè Pierre era uno dei personaggi più popolari della Francia.
Nell'ottobre 2005, fece scalpore per l'ammissione di un rapporto sessuale con una donna dopo l'ordinazione e per il suo appoggio alle unioni omosessuali.
Addolorata la prima reazione del presidente Jaques Chirac: "Tutta la Francia è profondamente commossa. Abbiamo perso un'immensa figura, una coscienza, un uomo che impersonificava la bontà"
(22 gennaio 2007)
domenica 21 gennaio 2007
Bresso: Il mio no al Partito Democratico? Qui c'è la Binetti, servirebbe Zapatero
E non ho capito perché due partiti l'un contro l'altro armati siano così convinti di doversi unificare"
ROMA — Sorprende che sia proprio lei a dire no: per il partito democratico sembrava tagliata su misura. «Non ho mai avuto la tessera del Pci. Da ragazza ero nella federazione giovanile repubblicana, poi mi sono iscritta al partito radicale sull'onda della battaglia per divorzio e aborto. Nel partito sono entrata dopo la svolta di Occhetto».
Presidente della Provincia di Torino, europarlamentare, nel 2005 Mercedes Bresso strappa alla destra il Piemonte. Qualche giorno fa, Repubblica scrive che non parteciperà al dibattito congressuale dei Ds, e non entrerà nel partito democratico. L'altro ieri non era a Roma, in direzione, ma a Berlino, in un altro tipo di bufera. «Fassino si è
irritato moltissimo. Mi ha rimproverato di non averlo avvertito. Ma io gli avevo espresso tutte le mie perplessità su come si vuol costruire il nuovo partito; e gli avevo detto che, stando così le cose, non me la sentivo di farne parte. Si vede che mi sono spiegata male. Piero dice che è l'unica strada. Chiamparino è d'accordo con lui. Io no».
«Sono stata al seminario di Orvieto sul Pd. E non ho capito perché due partiti l'un contro l'altro armati siano così convinti di doversi unificare. Oltretutto lo scontro non è semplicemente tra Ds e Margherita, ma coinvolge correnti e personaggi diversi, su ogni questione possibile. Ero curiosa di conoscere la Binetti. A Orvieto abbiamo parlato dei Pacs, lei mi ha fatto un lungo discorso, ma temo di non averlo compreso. Mi ha spiegato che è possibile tutelare alcuni diritti, tipo la pensione di reversibilità e l'assistenza in ospedale, purché non ci sia alcun riconoscimento pubblicistico ... sinceramente non ho capito cosa volesse dire. Ora, già è complicato che la Binetti e io stiamo nella stessa coalizione. Come potremmo stare nello stesso partito?».
Dice la presidente del Piemonte che «le difficoltà del governo certo non aiutano. Ma non aiuta neppure l'atteggiamento di
Prodi, che dovrebbe essere il leader, l'unificatore. Siamo sicuri che nel '98 Prodi sia caduto solo perché non aveva un grande partito di riferimento? Io non credo. L'altro giorno alla Cattolica ha detto che si considera più vicino ad Aznar che a Zapatero. Io invece mi considero molto più vicina a Zapatero che ad Aznar. Sento denunciare il rischio di una "deriva zapaterista". Magari ci fosse davvero, una simile deriva! Zapatero è un liberal, in economia come nei diritti civili. Uno che fa un governo composto per metà da donne». Condivide anche le nozze tra omosessuali? «Non avrei nulla in contrario. Si allarga un diritto ad alcuni senza restringerlo ad altri. Ma mi dicono che in Italia non si può, che abbiamo una tradizione diversa. Se è per questo, anche la
Spagna è un paese cattolico, non è mica l'Olanda. Comunque, mi rendo conto che in un governo di coalizione si deve cercare un accordo, trovare un compromesso. I movimenti gay sono stati ragionevoli, hanno rinunciato a posizioni radicali. Ma nell'Ulivo ci sono forze che non intendono transigere su nulla: sui Pacs come sulla ricerca scientifica,
sulla fecondazione assistita, sulla laicità dello Stato, su cento altri argomenti. Amato dice che si deve trovare una linea comune. Giusto. Ma molto difficile».
«Prodi non è di grande aiuto neppure a sciogliere il nodo della collocazione internazionale del nuovo partito.
Fassino fa bene a dire che il Pse è un approdo obbligato; ma la Margherita lo esclude. Io sono legata alla tradizione socialista. In Europa come in America Latina, da Blair a Lula e alla Bachelet, il riformismo viene dall'area socialista e socialdemocratica.
Però Prodi dice che il più europeista di tutti è Bayrou, che a Strasburgo siede nel gruppo liberaldemocratico. Ma Bayrou è un noto opportunista, sempre alla ricerca di uno spazietto elettorale. In Francia io sto con
Ségolène Royal».
In comune hanno in effetti un nome di antica
tradizione cattolica: Marie-Ségolène, santa della Lorena, per la Royal; mentre Mercedes viene dal santuario sanremese di Nuestra Señora de la Mercedes, cui i genitori della Bresso erano devoti. «Io non ho nulla contro i cattolici. Osservo che nella Margherita ce ne sono di diversi tipi: alcuni vengono dalla sinistra Dc, altri avevano come riferimento Oscar Luigi Scalfaro che di sinistra proprio non era. Poi ci sono i
teo-dem, gli ex liberali, gli ex repubblicani; tutti guidati da un ex radicale. Ecco, l'impressione è che il partito democratico sarebbe una grande Margherita, resa ancora più confusa e divisa dall'arrivo della componente socialista e di quella ex comunista. Fassino dice che dobbiamo unire i riformisti. Ma non è meglio restare ognuno nella
propria casa? Anziché appiccicare pezzi diversi mascherando un'intesa che non c'è, non è più onesto che ciascuno si presenti agli elettori con le proprie idee? "Partito" implica una parte, non il tutto. Ho letto i documenti dei saggi. Interessanti, ben scritti. Ma un partito non nasce così».
La Bresso non chiude tutti gli spazi. Non è nel suo carattere e neppure nel suo interesse, avendo una Regione da amministrare. «Tanto mi dicono che il nuovo partito si fa nel 2009; quindi c'è tempo. Il congresso Ds? Non ho vocazione per le battaglie congressuali. Sono rappresentazioni per il pubblico; tutto si decide prima. Non mi riconosco nella sinistra interna, se dovessi decidere
votare sosterrei Fassino; per il momento, me ne sto in disparte. Ds e Margherita sono i principali partiti della mia giunta, continuerò a cercare punti comuni: sulla Tav ad esempio si deve andare avanti, come mi pare debba avvenire anche a Vicenza. Ma non vedo quell'entusiasmo necessario a un'impresa faticosissima come creare un nuovo partito: non
è che si può gettare il cuore oltre l'ostacolo. Abbiamo già cambiato fin troppi nomi e simboli. E poi i Ds non sono così male. Stanno emergendo personalità che, se restassimo uniti tra noi, potrebbero liberare tutte le loro energie...».
Aldo Cazzullo
Piero si è irritato, dice che non l'ho avvertito. Ma io gli avevo espresso tutte le mie perplessità su come si vuole costruire il nuovo soggetto politico. Si vede che mi sono spiegata male
L'impressione è
che la fusione tra Ds e Dl possa portare a una grande Margherita, resa solo più confusa dall'arrivo della componente socialista e di quella ex comunista
http://www.gaynews.it/view.php?ID=71964