sabato 5 febbraio 2005

Intervento di Andrea Benedino al congresso DS

Intervento di Andrea Benedino, portavoce nazionale di GAYLEFT, al Terzo Congresso Nazionale dei DS


Mio caro Simone,
dopo di te, il rosso non è più rosso. L'azzurro del cielo non è più azzurro. Gli alberi non sono più verdi. Dopo di te, devo cercare i colori, dentro la nostalgia che ho di noi.
Dopo di te, rimpiango persino il dolore che ci faceva timidi e clandestini.
Rimpiango le attese, le rinunce, i messaggi cifrati, i nostri sguardi rubati in mezzo a un mondo di ciechi, che non volevano vedere, perché se avessero visto saremmo stati la loro vergogna, il loro odio, la loro crudeltà.
Rimpiango di non avere avuto ancora il coraggio di chiederti perdono.
Per questo, non posso più nemmeno guardare dentro la tua finestra. Era lì che ti vedevo sempre, quando ancora non sapevo il tuo nome. E tu sognavi un mondo migliore, in cui non si può proibire ad un albero di essere albero, e all'azzurro…di diventare cielo. Non so se questo è un mondo migliore.
Ora che nessuno mi chiama più Davide, ora che mi sento chiamare soltanto 'signor Veroli', come posso dire che questo è un mondo migliore?
Come posso dirlo senza di te?


Il brano che ho letto è tratto da un film di grande successo di un paio d'anni fa, "La finestra di fronte" di Ferzan Ozpetek. Si tratta della lettera che il protagonista del film, Davide Veroli, scrive al suo amato compagno Simone, portato via dai tedeschi durante i raid contro gli ebrei a Roma durante la seconda guerra mondiale senza che lui potesse far nulla per salvarlo. Una lettera che Simone non leggerà mai, ma che fa da spunto alla trama del film, perché quell'amore "che non osa pronunciare il suo nome", per dirla con le parole di Oscar Wilde, un amore vissuto in quegli anni in clandestinità, fatto di attese, di rinunce, di messaggi cifrati, di "sguardi rubati in un mondo di ciechi", aveva accompagnato Davide lungo tutto il corso della sua vita, fino ai giorni nostri.

Ho citato questa lettera perché a parer mio essa descrive qual è il senso più profondo della nostra battaglia civile. Quando noi chiediamo una legge che riconosca diritti e doveri reciproci alle coppie di fatto etero ed omosessuali del nostro Paese, come giustamente ha fatto ieri nella sua bella relazione Piero Fassino, quando noi chiediamo una legge che consenta a tutte le coppie che condividono casa e sentimenti di poter condividere pure i diritti, come abbiamo detto nella campagna di manifesti sul PACS, noi stiamo costruendo proprio quel "mondo migliore" di cui si parla nella lettera, un mondo in cui tutte le relazioni affettive possano avere pari dignità sociale, perché non ci sono affetti di serie A e affetti di serie B; un mondo in cui due persone che si amano non siano costrette a vivere quest'amore clandestinamente; un mondo "in cui non si possa proibire ad un albero di essere albero, e all'azzurro…di diventare cielo".

Dobbiamo infatti essere pienamente consapevoli, compagne e compagni, che ormai sulla questione delle coppie di fatto si è creata un'attesa forte nella comunità gay-lesbica italiana, una comunità che nel 2001 guardò al centrosinistra con grande sospetto e diffidenza, a causa della assoluta mancanza di qualsiasi risultato ottenuto nella legislatura in cui abbiamo governato il Paese (unico caso per una forza del PSE) e che ha saputo ritrovare un barlume di fiducia in noi solo grazie alla speranza che la proposta di legge sul PACS, il Patto Civile di Solidarietà, possa tradursi in un impegno preciso di tutta la coalizione che si candiderà a governare il Paese.

Non solo la comunità omosessuale italiana, ma più in generale una fetta consistente di opinione pubblica laica individuano in noi, nei Democratici di Sinistra, la forza politica che può convincere l'intero centrosinistra a prendersi impegni chiari e precisi su questi temi. E' stato quindi un bene che ieri Piero Fassino ne abbia parlato nella sua relazione, perché solo se ci crediamo fino in fondo come DS sarà possibile inserire questa proposta nel programma comune di tutta la coalizione.

Dobbiamo crederci, quindi, non dobbiamo avere paura di colmare i ritardi che ci separano su queste tematiche dai nostri partiti fratelli del socialismo europeo, dobbiamo smetterla di pensare che parlare di omosessualità ci faccia perdere voti. L'aver sostenuto con determinazione la battaglia della maggioranza del Parlamento Europeo che ha impedito all'integralista Rocco Buttiglione - un politico ormai completamente in preda a un delirio sessuofobico e bacchettone - di andare ad occupare la poltrona di Commissario Europeo alle Libertà Civili, un fatto che avrebbe comportato il rischio di far tornare indietro di decenni le politiche europee antidiscriminatorie e di rispetto dei diritti civili di tutti, ci ha fatto perdere consensi nell'elettorato o ce ne ha fatti guadagnare?

Ecco perché mi chiedo, compagni, anzi lo chiedo a voi. Nei mesi scorsi abbiamo lanciato sul PACS una bella campagna di manifesti promossa dai dipartimenti giustizia e welfare del partito: come mai questa campagna è stata in questi mesi in Italia quasi invisibile? Come mai molte grandi federazioni non hanno ritenuto di dover attaccare quei manifesti? Come mai in alcune città sono stati affissi solo i due manifesti relativi alle coppie di fatto eterosessuali? Come mai non abbiamo il coraggio di investire su una campagna civile come questa risorse anche solo paragonabili a quelle investite su altre campagne? Io credo che se tutti insieme provassimo a rispondere a queste domande, avremo fatto un grande servizio alla sinistra italiana, ma forse soprattutto a noi stessi, perché solo nella consapevolezza che i pregiudizi possono annidarsi ovunque, persino al nostro interno, noi saremo in grado di sconfiggerli costruendo tutti assieme un altro pezzo di quel "mondo migliore".

Il percorso fatto in questi anni dagli omosessuali del partito è stato un percorso importante, che ci ha consentito di conseguire molti risultati significativi. Noi giungiamo a questo Terzo Congresso come lesbiche, gay e transessuali del partito portando in dote la nascita di un nuovo soggetto politico, la consulta GAYLEFT, che raccoglie l'eredità del vecchio Coordinamento degli Omosessuali. In questi anni abbiamo lavorato a fondo per radicarci nel partito, ma soprattutto per radicare nei programmi del partito le nostre proposte, facendole vivere in un confronto vivo con tutte le anime dei DS. Per i risultati ottenuti dobbiamo dire grazie a quei tanti che dentro al partito ci hanno aiutato, condividendo con noi le nostre battaglie come se fossero le loro. Mi riferisco in particolare alla Sinistra Giovanile e soprattutto alle donne DS, in primis Barbara Pollastrini, con le quali abbiamo sviluppato e fatto vivere in questi anni un patto che si è rivelato fecondo di risultati importanti, che stanno contaminando tutta l'azione del partito.

Ora che però il partito è al nostro fianco dobbiamo fare un passo in più. Ieri Fassino ci ha ricordato che "la democrazia vive nella ricerca del dialogo e non nella fuga dal confronto". Ebbene, compagni, noi dobbiamo utilizzare gli strumenti del dialogo e del confronto per far condividere le nostre proposte, a partire da quella sul PACS, da tutta la GAD, fare in modo che entrino nel programma di tutta la coalizione per le prossime elezioni politiche.

Prima di concludere questo mio intervento vi voglio quindi proporre un piccolo gioco, che forse ci può aiutare nel conseguire il nostro obiettivo. Vi leggerò tre frasi pronunciate da tre diversi leaders politici negli ultimi mesi senza dirvi subito chi le ha pronunciate.

1) Sulle coppie omosessuali ritengo che occorra dare una risposta di politica sociale nel rispetto dei diritti delle persone. Non bisogna ignorare il fatto che ci sono persone che condividono insieme affetti, beni e relazioni: uno stato di diritto non può rifiutarsi di regolarli

2) Ritengo maturi i tempi per dare una disciplina giuridica, al di là del rispetto dovuto, a quelle obbligazioni morali naturali che possono derivare dall'aver vissuto in coppie di fatto, anche non eterosessuali, senza però che ciò si confonda con il matrimonio civile o religioso

3) Ritengo doveroso il massimo rispetto verso tutti e penso che per i gay che vogliono vivere insieme si possa individuare uno status che dia loro le necessarie garanzie

Queste frasi non sono state pronunciate dal premier spagnolo Zapatero, né da alcuno dei leaders della sinistra europea o italiana. La prima l'ha pronunciata lo scorso 10 settembre in un'intervista a Repubblica la nostra amica Rosy Bindi; la seconda il 30 gennaio sul Corriere della Sera il senatore Francesco Cossiga; la terza invece il 29 gennaio sempre sul Corriere della Sera il senatore Oscar Luigi Scalfaro.

Tra poche decine di minuti da questo microfono interverrà Romano Prodi. Ebbene, compagni, noi non pretendiamo certo da Prodi, per il rispetto che portiamo alla sua cultura politica di provenienza, che egli usi su questa materia espressioni simili a quelle di Zapatero. Però non possiamo non chiederci quanto tempo debba ancora passare perché Romano Prodi, il leader che tutti quanti noi vogliamo vedere al più presto al governo del Paese, possa pronunciare almeno parole simili a quelle della Bindi, di Cossiga o di Scalfaro. Ce lo chiediamo perché anche noi, come il Davide della lettera, sogniamo di vivere in un mondo migliore e perché crediamo nella politica come in un mezzo per provare tutti assieme a costruirlo.

giovedì 3 febbraio 2005

Fassino al congresso DS: riconoscere anche le convivenze gay

Roma, 3 feb. - I Ds rispettano "il principio costituzionale della famiglia fondata sul matrimonio", ma avanzano precise proposte "per il riconoscimento delle forme di convivenza sia tra persone di sesso diverso sia in coppie omosessuali".

Lo ha detto Piero Fassino nel suo intervento al congresso Ds. (AGI)

mercoledì 2 febbraio 2005

Guerra, guerriglia e voto

di Furio Colombo

In Italia si è riformato quello che una volta si chiamava «l'Arco costituzionale» . In tempi di democrazia italiana comprendeva tutti i partiti che avevano lottato contro il fascismo o almeno consideravano base fondante del Paese la Resistenza e la Costituzione. Erano esclusi i neo fascisti. L'arco si è riformato. Include tutti coloro che accettano le graduatorie di fatti stabilite dal governo come «importanti». Il governo stabilisce il fatto che conta. Chi non ci sta è fuori. La parola «radicale» è stata tolta al suo contesto storico (e alla designazione politica italiana che indica i militanti di Marco Pannella) per farne una gabbia. In essa, di volta in volta, vengono messi in mostra e additati, come stravaganti o come nemici, coloro che non riconoscono vincolante l'ordine del giorno del governo.

Esempio: l'altra settimana Panorama nota che l'Unità non ha messo, come tutti, in prima pagina, la notizia che la giudice Forleo stava per rilasciare due islamici (sospetti di pericolosi contatti) per mancanza di indizi. Immediatamente, secondo il modello Castelli, partono gli ispettori. I colleghi di Panorama esigono una spiegazione. La ottengono, lunga, motivata. Con riferimenti precisi (quel giorno l'Unità non voleva ignorare l'ottima vittoria elettorale dell'opposizione in due collegi di ferro berlusconiani). Panorama ha fatto della finta intervista venti righe sarcastiche. Ha esposto la gabbia dei radicali irriducibili, ovvero di coloro che non seguono l'odg del governo.

Esempio: l'Unità, pur sapendo che sul voto iracheno è d'obbligo la celebrazione anche un po' affannata, meglio se accompagnata da un riconoscimento di errore ha notato già dal titolo che quelle elezioni hanno certo un valore.

Hanno votato in tanti. Ma tutti sciiti nelle regioni sciite e tutti curdi nelle regioni curde, mentre i sunniti non hanno quasi votato. Vede il pericolo del voto diviso. Così facendo si mette fuori dal nuovo arco di osservanza e viene subito esposta nella gabbia dei comportamenti pericolosi.

Ecco il titolo del Corriere della Sera del 1° febbraio: «Il partito degli irriducibili». Il pacchetto comprende chi ha avuto dubbi sulla guerra, a causa delle gravi bugie che l'hanno provocata, chi ha avuto dubbi sulla missione italiana perché, sotto bandiera belligerante inglese e americana, non poteva essere missione di pace. Perciò, come dice quell'irriducibile dell'ex Capo dello Stato Oscar Luigi Scalfaro, viola la Costituzione. E coloro che hanno dubbi sul voto, perché è stato abbastanza grande (certo molto più del previsto) ma diviso lungo linee rigorosamente etniche e religiose. Ce ne è abbastanza per essere esposti nella gabbia degli irriducibili.

Un tempo un redattore si sarebbe domandato «irriducibili» rispetto a cosa? La stampa di tutto il mondo prende atto del sorprendente numero dei votanti, ma non fa finta di non vedere che stanno nascendo tre Iraq, uno sciita, uno curdo, uno sunnita (che non ha votato). Non divide i giudizi in ortodossi e irriducibili perché, altrimenti, si dovrebbe considerare «irriducibile» il giornalista inglese Robert Fisk, l'unico ad andare in giro da solo per le strade di quel Paese e a dire la gravità di ciò che accade ogni giorno. Il giornale di Fisk oggi intitola «Dubbi su Allawi» e «L'altra Iraq aspetta ancora il vento del cambiamento».

E si dovrebbe considerare «irriducibile» il Washington Post che, il 2 febbraio, apre con questo titolo: «Voto in Iraq, vantaggi per Bush , ma persino alla Casa Bianca vi sono dubbi e incertezze».

Washington può avere dubbi e incertezze perché la sua opinione giornalistica non subisce ispezioni dei colleghi ortodossi e ognuno è libero di avere dubbi sulla guerra in Iraq e di avere ansie sul voto in quel Paese e sulle effettive conseguenze di quel voto, senza essere rinchiuso nella gabbia degli irriducibili. Dovunque nei Paesi democratici, le opinioni hanno peso e dignità uguale. Da noi c'è la grande demarcazione: chi sta al gioco unico e si presta (magari con qualche scostamento di punto di vista) a seguire l'ordine del giorno del governo. E chi - evidentemente privo di istinto politico - resta fuori.

* * *

Questo è il caso dell'Unità, quotidiano malvisto perché - pur essendo vicino all'Indipendente al Guardian di Londra e a buona parte dei principali quotidiani americani - non sta al gioco di squadra che in questo periodo tormenta il giornalismo italiano. Un giorno se ne parlerà nelle scuole di giornalismo. Per ora, consci di essere, come dicono i nostri colleghi, «irriducibili» , solo perché condividiamo i dubbi di Arthur Schlesinger e le ansie di Ted Kennedy (e dell'ultimo numero di Newsweek che intitola in copertina: «Chi sono gli insorti e perché le elezioni non li fermeranno?») ci limitiamo a un breve riassunto. Sui tre punti in cui si finge di credere che una diversa e motivata opinione (condivisa da mezzo mondo) sia prova di imperdonabile estraneità alla condivisa causa della lotta contro il terrorismo.

1. La guerra. Insieme a metà dell'America e a quasi tutta l'Europa, abbiamo avuto paura dell'idea (fare una guerra a uno Stato per combattere il terrorismo che non è uno Stato) del disastro (le decine di migliaia di morti iracheni non sono mai state contate ma ci resta - esemplare e straziante - l'immagine del bambino senza braccia) e delle conseguenze che abbiamo temuto e che si sono rivelate spaventose. Infine, mentre infuriava e infuria il più spaventoso "dopoguerra" che si sia mai visto, insieme a tutto il mondo abbiamo appreso che le ragioni per scatenare la guerra erano false. Avete qualche ripensamento da suggerirci?

2. La guerriglia. Si è scatenata in modi, forme e fenomeni che hanno messo a dura prova il linguaggio giornalistico del mondo. Incuranti del fatto che il governo americano definisce senz'altro ed esclusivamente «terrorista» chiunque si opponga all'occupazione eppure, alcune settimane fa, proprio George Bush ha dichiarato: «Se fossi iracheno anch'io mi batterei per scacciare gli invasori dal mio Paese») i giornalisti americani usano tre termini diversi: «insurgents», «guerrilla groups» e «terrorists».

S'intende che neppure l'intelligence americana sa se e come e in che modo queste tre realtà diverse possono incrociarsi o dividersi. Ma almeno, azione per azione, appaiono «insorti» gli abitanti di Sadr City (la periferia povera di Baghdad) di Najaf, di Falluja, di Mossul, nel momento e nelle fasi di rivolta. Sono considerati «guerriglieri» quella parte degli insorti che si danno strutture militari e sembrano capaci di organizzarsi con una certa stabilità. E vengono definiti terroristi coloro che compiono atti terroristici, a volte tremendi e selvaggi per i quali, a differenza degli insorti e dei guerriglieri, non sembrano avere appoggio popolare di nessun tipo, anche per il gran numero di vittime civili che deliberatamente provocano.

Per quanto sia dato di sapere, l'Italia è l'unico Paese nell'arco dei Paesi democratici e anche fra coloro che fanno parte della cosiddetta «Coalizione dei volenterosi», in cui il governo impone - pena reazioni furiose anche verso magistrati - che siano considerati terroristi tutti coloro che si oppongono, in qualsiasi modo e forma, all'occupazione militare. E tendono ad assimilare ai terroristi coloro che, scrivendo articoli e sentenze, cercano una distinzione e una diversa valutazione di comportamenti all'interno della tragedia Iraq, proprio come si fa negli Stati Uniti.

3. Il voto. C'è evidentemente da parte di tutti una risposta di sorpresa favorevole e di apprezzamento per il coraggio degli iracheni che - in numero così grande - sono andati a votare. È altrettanto inevitabile notare che il voto, diviso rigorosamente lungo linee religiose e secondo frontiere etniche, non può essere e non sarà la nascita di un nuovo Iraq ma solo una rischiosissima fase transitoria in cui è possibile una forma di accordo ma anche conflitti spaventosi, ovvero (sarebbe facile citare vari autorevoli studi americani) la guerra civile tanto temuta. Coloro che esigono adesso e subito la festa e dichiarano «irriducibili» (irriducibili a cosa?) coloro che non ci credono potranno tornare a rivisitare il doloroso e scottante argomento fra tre o quattro mesi.

Potranno dirci allora se «irriducibile» è il comportamento di chi resta vicino alla constatazione dei fatti o quello di coloro che - avendo voluto la guerra - ne raccomandano adesso l'ottimo esito. Noi abbiamo temuto la guerra, continuiamo a fare l'inventario di morti, feriti e orrore, continuiamo ad avere paura, come tanti americani, che tutto ciò non finirà col voto diviso e non finirà tanto presto. Per questo, non in nome del pacifismo ma del buon senso, vorremmo che i soldati italiani tornassero a casa subito. Esattamente come lo desiderano e chiedono padri e madri e mogli e figli bambini di tanti soldati americani.

da l'Unità del 02/02/2005

martedì 1 febbraio 2005

Gayleft chiede a Fassino parole chiare sui diritti dei gay al congresso DS

"Gayleft: chiediamo a Fassino di rompere un tabù e di pronunciare al Congresso parole chiare sul PACS e sui diritti degli omosessuali"


Gayleft, la Consulta lgbt dei DS, si appresta a partecipare al prossimo Congresso Nazionale del partito con una delegazione ampia e qualificata, composta dalle seguenti persone: Andrea Benedino (portavoce nazionale Gayleft), Franco Grillini (deputato DS), Anna Paola Concia (Direzione nazionale DS e responsabile nazionale Sport DS), Sergio Lo Giudice (presidente nazionale Arcigay e consigliere comunale Bologna), Aurelio Mancuso (segretario nazionale Arcigay), Nunzio Liso (vicecapogruppo Ds consiglio provinciale Bari), Edoardo Del Vecchio (consigliere provinciale Roma), Alessandro Zan (consigliere comunale Padova), Delia Vaccarello (giornalista dell'Unità) e Stefano Bucaioni (portavoce Gayleft Umbria).

"E' la prima volta che una delegazione gay-lesbica così numerosa partecipa a pieno titolo al congresso nazionale del partito - afferma il portavoce nazionale Andrea Benedino - ed è il segno dei passi in avanti che i DS hanno fatto negli ultimi anni rispetto al riconoscimento dei diritti degli omosessuali."

"Nelle settimane scorse - prosegue Benedino - assieme al Coordinamento delle Democratiche di Sinistra e alla Sinistra Giovanile abbiamo proposto un ordine del giorno che impegna i DS a considerare il PACS, cioè la legge per i diritti delle coppie di fatto sia etero che omosessuali, come una delle proposte che qualificheranno il contributo del partito al programma di governo per le prossime elezioni politiche. Quest'ordine del giorno è stato approvato a larghissima maggioranza in tantissimi congressi regionali e provinciali del partito."

"E' tempo quindi che si rompano ulteriori tabù rispetto al passato - conclude Benedino - e che il tema dei diritti dei gay, della lotta contro le discriminazioni per orientamento sessuale e del PACS entrino nel cuore della piattaforma programmatica del partito. Per questo motivo chiediamo a Fassino di lanciare un segnale chiaro giovedì su queste questioni e di essere il primo segretario che pronuncia senza esitazioni la parola GAY nella sua relazione accompagnandola da impegni precisi. Ce lo chiede la nostra base e ce lo chiede ancora più la società italiana"

Ivrea, 1 febbraio 2005

Per info: Andrea Benedino (portavoce nazionale GAYLEFT) 348-3427447 andreabenedino@iol.it

lunedì 31 gennaio 2005

Domani su l'Unità "liberi tutti", la rubrica gaylesbica di Delia Vaccarello

L'articolo centrale di liberi tutti su l'Unità di martedì primo febbraio è una inchiesta su "La ricerca dell'emozione perduta" perduta nel senso di "non compresa.
Sulla scorta di interrogativi e storie narrateci dai lettori ci interroghiamo sulla difficoltà a "riconoscere" l'emozione omosex.
Lo facciamo attraverso interviste, dati e testimonianze.
Riconoscere le emozioni e valorizzarle è possibile attraverso l'introspezione e lo spirito critico avverte lo piscoterapeuta Paolo Rigliano.
Mentre la dottoressa Simonetta Marucci, responsabile del settore medicina integrata nella Asl di Perugia, ci illustra i buoni effetti della meditazione lungo la strada intrapresa per ritrovare il contatto tra la mente e il corpo.
Contatto che si può smarrire quando l'emotività non trova accoglienza.

Nell'agenda, poi, riportiamo appuntamenti e segnalazioni
nel tam tam citiamo flash di notizie dall'Italia e dal mondo: da Bush al coniglio amico dei gay!

Compratene almeno una copia!!!!

giovedì 27 gennaio 2005

Noi ricordiamo

di Furio Colombo

Oggi, Giorno della Memoria, i lettori dell'Unità trovano compiegate con questo quotidiano le pagine di due giornali italiani dell'estate del 1938, ovvero alcuni mesi prima della promulgazione delle leggi anti ebraiche e della espulsione degli italiani ebrei da tutte le attività e la vita del Paese. Abbiamo riprodotto la prima pagina del Popolo d'Italia, il giornale fondato da Mussolini, che ha questo titolo, che è anche una rivendicazione e un vanto: «Il razzismo italiano data dall'anno 1919 ed è base fondamentale dello stato fascista. Assoluta continuità della concezione mussoliniana» (6 agosto 1938).

Ci è sembrato importante anche riprodurre la prima pagina de La Stampa (31 luglio 1938) in cui il titolo a prima pagina è «Anche nella questione della razza noi tireremo diritto». Si legge nel breve testo che segue intitolato «Testuali parole»: «Dire che il fascismo ha imitato qualcuno o qualcosa è semplicemente assurdo».


In queste due pagine il regime fascista, nella sua peggiore incarnazione di persecutore di cittadini italiani, smentisce con decenni di anticipo coloro che penosamente sostengono, ai nostri giorni, che il fascismo non è stato uno dei due grandi protagonisti della Shoah, insieme alla Germania nazista. La Shoah - come si può vedere e capire in una grande mostra aperta in questi giorni a Roma, presso il Vittoriano (e da cui abbiamo tratto «La Stampa» e «Il Popolo d'Italia» del 1938) - non avrebbe mai potuto cominciare se leggi razziali ossessive, totali e durissime, come quelle approvate all'unanimità da Camera e Senato italiani, non si fossero saldate con quelle tedesche, diventando orrendo modello di persecuzione in tutta l'Europa occupata. Con questo numero de «l'Unità» c'è anche il volume «Voci della memoria», una antologia di documenti e testimonianze che potrà essere utile agli insegnanti costretti ad affrontare da soli, senza sostegni della scuola e senza sussidi, i ricordi di questa giornata.


Le pagine così crudelmente esplicite di due giornali fascisti, in pieno dominio del regime, e il volume ci servono per ripetere qui, a coloro che fingono di non sapere o di non sentire che, quando si parla di Shoah, richiamare altri crimini e orrori esecrabili accaduti altrove nella Storia (le Foibe, i Gulag) è solo un espediente per allontanare il discorso dal fascismo. La Shoah infatti è un delitto italiano, un delitto che, senza la fervida collaborazione fascista, non avrebbe potuto raggiungere un tale livello di sterminio in Europa. È questo delitto italiano - acclamato all'unanimità nel Parlamento e dai cosiddetti grandi statisti di allora - che oggi si ricorda con dolore inguaribile nelle scuole e nelle istituzioni italiane. Lo si ricorda insieme al delitto di perseguitare ed eliminare gli avversari politici, nel periodo più buio della Storia contemporanea italiana. Per questo, e per impedire che malattie mortali come il fascismo possano riprodursi, anche attraverso lo stravolgimento della verità e la negazione dei fatti, che esiste il "Giorno della Memoria", 27 gennaio, il giorno in cui sono stati abbattuti i cancelli di Auschwitz e il mondo ha cominciato a scoprire l'orrore della persecuzione nazista e fascista, tedesca e italiana.

tratto da l'Unità del 27/01/2005


Spagna, Zapatero al Papa: "Rispetto per il mio Governo"

Il ministero degli Esteri di Madrid convoca l´ambasciatore: "Esagerato l´attacco della Chiesa contro di noi".Il premier risponde alle critiche alle sue riforme rivolte lunedì da Giovanni Paolo II
di ALESSANDRO OPPES

MADRID - La disputa fra il governo Zapatero e la Chiesa sale di tono fino a sfiorare la crisi diplomatica. Il nunzio del Vaticano in Spagna, monsignor Manuel Monteiro de Castro, è stato convocato al ministero degli Esteri, dove gli è stato notificato formalmente lo «stupore» dell´esecutivo socialista per le parole di dura critica pronunciate lunedì scorso da papa Giovanni Paolo II.

Una lamentela che è stata spiegata nei dettagli dallo stesso premier José Luis Rodríguez Zapatero durante la tappa argentina della sua visita in Sudamerica. La libertà religiosa è in pericolo? In Spagna si diffonde una mentalità ispirata nel laicismo? Parole «esagerate» quelle del pontefice secondo il capo del governo: «Qualunque spagnolo può constatare che è esagerato dire che c´è un problema di libertà religiosa quando la Spagna vive il momento di maggior libertà religiosa, ideologica e politica di tutta la sua storia».

Nonostante il «profondo rispetto» che sostiene di nutrire per il papa e per il suo diritto di esprimere le opinioni che ritenga opportune «sull´azione dei governi di qualunque tendenza», Zapatero ricorda di aver vinto le elezioni dello scorso anno con un programma politico ben preciso. Un programma che comprende leggi che hanno l´obiettivo di mettere fine alle discriminazioni sofferte dagli omosessuali e una più moderna legge sul divorzio: «Il governo mantiene i suoi impegni elettorali e rispetta scrupolosamente gli accordi sottoscritti con la Santa Sede», ha sottolineato il premier da Buenos Aires.

Lo «stupore» trasmesso dal sottosegretario agli Esteri Luis Calvo al nunzio apostolico si riferisce anche a questo: gli impegni contenuti nel Concordato siglato con il Vaticano sono stati sempre rispettati e mai è stato segnalato dal Vaticano un malumore e, da nessuna delle parti, l´intenzione di denunciare gli accordi. Mentre l´ala dura dell´episcopato spagnolo approfitta delle parole di Karol Wojtyla per alzare i toni della polemica, il governo chiede «rispetto» e ricorda che non esiste altro paese al mondo con un finanziamento «così generoso» alla Chiesa cattolica a carico delle finanze dello Stato (quest´anno sfiorerà i 150 milioni di euro). Dice il ministro della Giustizia Juan Fernando Lopez Aguilar, dal quale dipende la direzione affari religiosi: «In Spagna è pienamente garantito il diritto dei padri a che i loro figli ottengano un insegnamento religioso rispettoso del loro credo. Ma il governo fa il suo lavoro e sta sviluppando i suoi impegni nei confronti dei cittadini, come in qualunque società democratica, libera e aperta».

Se il governo socialista non si è tirato indietro di fronte alla prospettiva di una imbarazzante polemica diretta con il pontefice, è anche perché sono in pochi a pensare che dietro quel discorso non ci fosse una regia esterna al Vaticano, una mano spagnola. È apparso chiaro dal riferimento, del tutto fuori luogo, fatto dal Papa a qualcosa di molto poco spirituale come il Piano idrologico nazionale. «A chi gli ha passato il copione è sfuggita un pò la mano», ironizza pesantemente il portavoce parlamentare del Psoe Alfredo Perez Rubalcaba. «Sembra che il Papa parli a nome di un partito che ha anch´esso due P come lui».

http://www.gaynews.it/view.php?ID=30754

L'idea fissa del filosofo Buttiglione

di Oreste Pivetta

Al pari di certi medici che ti vogliono salvare a tutti i costi, anche quando di te non restano che quattro ossa in croce, Rocco Buttiglione si rivela ogni giorno di più un perfetto interprete di ciò che si definisce “accanimento terapeutico”. Solo che lui non pensa al corpo, ma all’anima e si esercita esclusivamente nei confronti di alcuni malati e basta. Tra una cannonata e l’altra sull’aborto o sulla clonazione, vorrebbe guarire i gay, quelli che con respiro politico il ministro degli italiani all’estero Tremaglia aveva chiamato «culattoni» e che un vescovo di Madrid, monsignor Jesus Català, con dottrina, aveva battezzato «anormali psicologici», cioè «invertiti». Diciamo le cose come stanno, era sbottato il vescovo, orecchiando Tremaglia.

Bocciato in Europa, arricchendo con i suoi detti il panorama di una piccola Italia sempre più fuori dall’orbita, l’onorevole Buttiglione sembra non rassegnarsi mai alle battaglie perse. E ne ha perse tante, nella Dc, nel Ppi, tra gli amici di Cl, tra i nemici della cosiddetta Casa delle libertà, sbeffeggiato da Bossi («sento puzza d’incenso»), sopportato da An. Buttiglione insiste. Chissà chi gliela dà tanta forza. Ma è sempre stato così, incorreggibile nel suo immobile sorriso da fototessera e la pupilla calata da sonnolenza post prandiale. Forse, semplicemente, non capisce. Così ha denunciato «lobby forti che vorrebbero, per esempio, imporre, a partire dal Parlamento europeo, ai Parlamenti nazionali il matrimonio gay e politiche di privilegio delle minoranze omosessuali». Il sospetto l’ha manifestato a Firenze, dentro Palazzo Vecchio, in ambito di presentazione della nuova Costituzione europea, quella per intenderci senza le «radici cristiane». Naturalmente per difendere la visione tradizionale del matrimonio, che a Bruxelles richiamandosi alle «radici latine» aveva spiegato come «protezione della madre, protezione da parte dell’uomo che consente alle donne di generare figli». Per intenderci: «La famiglia è solo quella in cui la donna sacrifica un pezzo della sua carriera professionale per i figli». La spiegazione aveva suscitato sgomento e ilarità tra deputati e deputate europee in odore di parità, ai quali magari non era mancata negli anni qualche lettura più aggiornata e realistica. A Firenze Buttiglione s’è consolato affermando che ventidue paesi su venticinque la pensano come lui. Malgrado questo, ha voluto sostenere che il matrimonio deve restare questione nazionale, non sia mai che l’esempio di Zapatero dilaghi a Bruxelles o che il matrimonio diventi «unione di individui» (come indica il trattato europeo), per rintuzzare le potenti lobby gay che promuoverebbero, secondo il nostro Buttiglione, «non politiche di non discriminazione, sulle quali siamo tutti d'accordo, ma politiche di privilegio, sulle quali potrebbe essere bene rassicurare tutti spiegando che queste sono e devono rimanere materie di esclusiva competenza nazionale». Sulle competenze nazionali vi sarebbe un gran discutere in ambito Unione Europea e nuova Costituzione. Colpisce questa idea ripetuta di Buttiglione, l’idea delle potenti lobby e del privilegio. Una fissazione inquietante, che nella sintesi di Tremaglia sarebbe: «culattoni culattoni». L’idea di una influenza e di poteri, sotterranei, misteriosi, fortunati e tanti. Basterebbero due chiacchiere con Tremaglia stesso, che ha la sua memoria storica, per capire quanto l’idea sia falsa. Senza contare una qualsiasi esperienza del mondo. Invece Buttiglione il suo potere ce l’ha e l’usa. Ad esempio nel 2003 si era distinto, in sede di Consiglio dei ministri, per intiepidire la direttiva europea contro la discriminazione delle persone omosessuali sul posto di lavoro o nelle forze armate.

«I criteri - ci illumina Buttiglione - sono quelli indicati dai vescovi». Peccato che ci sia «un totalitarismo strisciante che avanza da sinistra e che minaccia la libertà di coscienza». Anche lui insomma come il suo superiore sembra vedere comunisti che strisciano ovunque. Non conforta sapere che siamo tutti peccatori, come insegna Buttiglione. Perché, seguendo l’insegnamento, ci sono peccatori peggiori degli altri e non ci sono dubbi sul posto nel quale piazzerà comunisti e gay, quando finalmente, trionfando il Bene, gli consegneranno, laicamente, il ministero del peccato.

http://www.gaynews.it/view.php?ID=30747

Sondaggio Eurisko: Centrosinistra in vantaggio nelle intenzioni di voto

Governo, calo di consenso. Otto italiani su 10 vedono nero
Centrosinistra in vantaggio ma cresce la paura di perdere
Il centrosinistra perde però nei pronostici: a settembre, il 45,8% prevedeva la vittoria dell'Ulivo: quest'area ora ha perso 10 punti
di FABIO BORDIGNON e ROBERTO BIORCIO


UN GOVERNO che naviga, da tempo, in un clima di sfiducia, prodotto da un diffuso senso di insoddisfazione. Un'opposizione che non riesce ad "approfittare della situazione": pur avendo acquisito un piccolo vantaggio negli equilibri elettorali, rimane indietro nei giudizi dell'opinione pubblica; e vede le aspettative di vittoria riallinearsi, nelle previsioni dei cittadini, a quelle del centro-destra. Sono questi i principali tratti dello scenario politico evidenziati dai risultati di un ampio sondaggio realizzato da Demos-Eurisko per la Repubblica.

Il clima politico. Ben otto persone su dieci non sono soddisfatte di come vanno le cose in Italia. Le ragioni di questo malumore si legano, innanzitutto, alle preoccupazioni generate dalle performance economiche, dalle ripercussioni sull'occupazione e sulle dinamiche dei prezzi. Sebbene la maggioranza dei cittadini esprima una valutazione positiva sulla situazione familiare, solo il 22% è contento dei soldi che riesce a risparmiare, appena il 28% delle opportunità di lavoro. Un quadro di questo tipo - tanto più se prolungato nel tempo - incide sulle valutazioni nei confronti dell'esecutivo.
Smarrito l'entusiasmo che aveva accompagnato i primi mesi di governo, l'apprezzamento per la squadra di Berlusconi si attesta su livelli piuttosto bassi e, dopo la lieve ripresa registrata lo scorso autunno, torna a scendere (36%).

Le evidenti difficoltà del governo, tuttavia, non si traducono (automaticamente) in una crescita del consenso verso l'opposizione. Il giudizio dell'elettorato nei confronti del centro-sinistra rimane poco benevolo: con un indice di apprezzamento inferiore a quello dell'esecutivo e in lieve ribasso nel corso degli ultimi mesi (forse per effetto del continuo fermento interno alla coalizione). Peraltro, la stessa opinione pubblica sembra percepire, oggi, condizioni meno favorevoli per le formazioni di centro-sinistra. Se chiediamo agli intervistati di formulare una previsione sull'esito delle elezioni, i due schieramenti risultano quasi allineati (mentre si espande l'area dell'incertezza: 28%). Solo pochi mesi fa, il centro-sinistra otteneva un ampio vantaggio.

Coerenti con le indicazioni generali sono anche i giudizi sui leader politici.
L'apprezzamento per Berlusconi tende a rispecchiare quello nei confronti dell'esecutivo (34%). Sugli stessi livelli troviamo anche Follini; leggermente più in basso si colloca Bossi (22%). L'unica (importante) eccezione, tra gli esponenti della maggioranza, è rappresentata da Fini, al
primo posto con il 58%. Il ministro degli Esteri - che recentemente ha goduto di grande visibilità, in relazione alla tragedia del Sud-Est asiatico - ottiene significativi apprezzamenti anche tra gli elettori dello schieramento avversario, in particolare nell'area centrista. Su livelli intermedi si posizionano i leader della Gad: Prodi (45%) e Fassino (39%), sfruttando una
maggiore trasversalità rispetto ai due maggiori partiti della coalizione, ottengono i punteggi più elevati. Più connotate sotto il profilo partitico sono, invece, le pagelle di Bertinotti (39%) e Rutelli (37%).

Le tendenze elettorali. Se il clima politico è notevolmente cambiato negli ultimi mesi, molto più lenta, complessa e in parte contraddittoria è stata l'evoluzione degli orientamenti elettorali. Sei mesi fa, dopo le elezioni europee era diffusa la previsione di una possibile vittoria del
centrosinistra. Prevale oggi un clima di maggiore incertezza. L'attivismo politico-mediatico di Berlusconi e dei leader della Casa delle Libertà da una parte, le tensioni e le polemiche nell'area del centrosinistra dall'altra hanno avuto un effetto indubbio sull'opinione pubblica. Se si sono ridotte le attese di successo dello schieramento di centrosinistra, si possono
registrare tendenze parallele anche negli orientamenti elettorali? I mutamenti che si possono registrare rispetto a sei mesi fa appaiono ancora limitati ma significativi. Le intenzioni di voto per i partiti che fanno riferimento alla Gad superano di tre punti percentuali quelle per i partiti della Casa delle Libertà. E il distacco aumenta a sei punti percentuali se si propone agli intervistati la scelta fra le due coalizioni. La differenza fra i due tipi di scelta - registrata anche nelle ultime elezioni politiche - può avere diverse spiegazioni. Gli intervistati hanno in generale maggiore disponibilità e minori incertezze ad esprimere il proprio orientamento elettorale per una coalizione rispetto a quello per un partito: le mancate risposte sono del 16% nel primo caso, e salgono al 30% nel secondo. E, soprattutto nell'area di centrosinistra, una parte rilevante degli intervistati esita ad esprimere la scelta per uno dei partiti della coalizione.

Le diverse stime sono concordi nel segnalare una crescita non trascurabile delle opzioni a favore della coalizione di centrosinistra rispetto alle elezioni europee. La vasta insoddisfazione sulla situazione generale del paese, e una valutazione tendenzialmente negativa del governo, non si sono tradotte in un forte aumento dei consensi per i partiti di opposizione. Ma frena e deprime le possibilità di recupero dei partiti di centrodestra e la mobilitazione della loro area elettorale.

Si registrano d'altra parte mutamenti significativi anche nell'ambito delle due coalizioni. Nella Casa delle Libertà tendono ad aumentare gli orientamenti elettorali a favore di Alleanza nazionale, che recupera consensi sia dall'area dell'astensionismo che dai partiti alleati. Più in difficoltà appare Forza Italia, che non riesce a mantenere neppure i consensi avuti sei mesi fa. Una parte dell'elettorato azzurro è tentata dall'astensione.
L'interscambio di voti con il partito di Fini risulta nettamente sbilanciato a favore di An. Anche la Lega mostra una tendenze al recupero dei consensi, soprattutto nelle aree di tradizionale insediamento.

La crescita di opzioni a favore del centrosinistra ha premiato soprattutto due aree politiche: da un lato Rifondazione comunista, dall'altra i tre partiti che si erano presentati alle europee sotto il simbolo di Uniti per l'Ulivo (Ds, Margherita e Sdi).

Gli orientamenti elettorali che si possono rilevare dai sondaggi rappresentano naturalmente solo probabilità di voto. La loro traduzione in comportamenti effettivi dipende dal contesto delle specifiche competizioni elettorali, dal clima politico e dal livello di mobilitazione e smobilitazione delle diverse aree di elettori.
(27 gennaio 2005)

http://www.repubblica.it/2005/a/sezioni/politica/atlantepol/atlantepol/atlantepol.html



Corsa all'indietro tra i due Poli

di ILVO DIAMANTI

LA STAGIONE grigia della politica italiana prosegue. Nessun soggetto politico che riesca a suscitare passione. Nessun cambiamento apprezzabile, nel clima d'opinione. Tanto che il confronto elettorale oggi rammenta un inseguimento all'indietro. Il centrosinistra, per la verità, mantiene un vantaggio significativo, nel maggioritario, ma anche nel proporzionale. Ma la distanza fra i due poli si è ridotta, rispetto a quanto indicavano alcuni sondaggi condotti dopo le europee. Sei punti nel proporzionale, ma solo 3 nel maggioritario. Tuttavia, secondo le previsioni degli elettori, se oggi si votasse, le due coalizioni sarebbero alla pari. Anzi: il centrodestra vincerebbe, seppure di poco.

D'altronde, gli italiani giudicano il comportamento dell'opposizione, in questa fase, peggiore di quello del governo. I principali tratti delineati dall'Atlante politico, pubblicato da Repubblica, contribuiscono a chiarire i motivi - alcuni, almeno - che hanno indotto il premier a cambiare strategia.
Berlusconi: ha smesso di decantare le virtù del governo, di promettere agli italiani un futuro felice. E ha spostato l'attenzione sulla (in) credibilità dell'opposizione. Senza nome e senza valori.

D'altronde, i dati proposti dall'Atlante suggeriscono che il governo abbia fatto poco per restituire slancio e fiducia agli elettori. I meriti - o le colpe - di questa ripresa, dal punto di vista delle previsioni piuttosto che delle intenzioni elettorali, vanno attribuiti quasi per intero all'opposizione. La percentuale di quanti pensano che, se oggi si dovesse andare a elezioni politiche, vincerebbe il centrosinistra è, infatti, calata di oltre il 10% negli ultimi quattro mesi. Mentre la quota di quanti prevedono il successo del centrodestra, nel frattempo, è rimasta pressoché uguale.

In altri termini: non è il centrodestra ad aver "rimontato". Semmai, è il centrosinistra che è "ricaduto". Il centrodestra ha fatto poco. Ha sfruttato le mille incertezze, i mille litigi, le mille polemiche dell'opposizione.
Senza che, peraltro, la fiducia nei confronti della sua azione migliorasse.

Non ha ragione di rallegrarsi troppo, il centrodestra, perché le condizioni che hanno generato e, successivamente, allargato la disaffezione degli elettori non sono cambiate. L'insoddisfazione nei confronti della situazione socio-economica, la distanza fra le promesse e la realtà. I fattori che avevano eroso, in modo profondo, il consenso (sociale ed elettorale) verso il
governo e la fiducia nel premier, persistono, evidenti.

Le riforme approvate negli ultimi mesi, in particolar modo la riduzione delle aliquote Irpef, hanno frenato questa deriva. Ma non l'hanno arrestata. E, soprattutto, non hanno invertito il segno del sentimento sociale. Otto persone su dieci (ma 6 anche fra gli elettori del centrodestra) si dicono insoddisfatte di come vanno le cose in Italia, in questo momento. E una larga maggioranza di persone valuta negativamente l'andamento dell'economia e del lavoro.

Quasi tutti, inoltre, si confessano incapaci di risparmiare. Mentre il fatto che sei italiani su dieci ritengano soddisfacente la condizione della loro famiglia non rasserena il clima d'opinione. Semmai lo aggrava, perché suggerisce il diffondersi di una sorta di "sindrome da assedio": le famiglie da sole, a difendersi dal mondo esterno.

E' comprensibile, allora, che, nonostante l'opposizione stenti a uscire dall'ombra, il centrodestra non riesca ad allargare davvero i suoi consensi elettorali. A riprendere velocità. A riconquistare la fiducia dei suoi elettori delusi. In fondo, malgrado le aspettative, nelle stime di voto la Casa delle Libertà resta sotto. Non per altro, in questa fase, il premier insiste, in modo quasi ossessivo, sui valori invece che sugli interessi. E preferisce polemizzare sulla natura maligna della sinistra, piuttosto che esaltare - e ostentare - i risultati dell'operato suo e del governo. Perché, in questo caso, il conflitto di Berlusconi con gli interessi degli elettori diverrebbe palese. Ineludibile.

Da ciò deriva il senso di disincanto, che rende difficile immaginare il futuro elettorale. Perché, da un lato, il centrosinistra continua a prevalere, nelle stime del voto proporzionale e ancor più maggioritario. Ma, come ha dimostrato Paolo Natale, anche un distacco del 10% nell'uninominale non gli garantirebbe una maggioranza di seggi, visto che la distribuzione dei suoi voti è troppo squilibrata: fortemente addensata al centro, debole in altre zone, soprattutto del Nord. Se, peraltro, il centrodestra modificasse la legge elettorale (secondo la proposta di Nespoli; il "nespolum", come lo chiama Sartori), collegando, in modo diretto, sulla stessa scheda, il voto di partito con quello di coalizione, il vantaggio del centrosinistra nel
maggioritario rischierebbe di svanire del tutto.

D'altro canto, però, è rischioso, anche per Berlusconi, confidare e investire sulla debolezza degli altri. Fare l'opposizione operando al governo.
L'opposizione dell'opposizione. E' difficile attrarre, suscitare consenso limitandosi a generare il dissenso verso gli altri. Imitando quanto ha fatto l'opposizione in questi anni.

Non è un caso se la fiducia nei suoi confronti (nonostante le affermazioni contrarie) continua ad essere ridotta. Non è solo colpa degli elettori di centrosinistra ("capaci solo di odiare"). E' che gli stessi elettori dei partiti alleati esprimono nei suoi riguardi sentimenti tiepidi. E un poco freddi.

Demonizzare l'avversario. Riaprire il capitolo, mai chiuso, della lotta al comunismo. Può bastare a contrastare l'indifferenza di tante persone che in passato avevano votato per la CdL e oggi appaiono, semplicemente, disamorate e disancorate? E' il problema sotteso al risultato delle elezioni suppletive dei giorni scorsi, vinte nettamente dal centrosinistra, al pari di quelle di
qualche mese fa. Non fanno testo, hanno decretato a centrodestra. Troppo bassa la partecipazione al voto. Si sono mobilitati solo gli elettori mossi da impegno e risentimento. I più appassionati. Che si posizionano prevalentemente a centrosinistra. Alle prossime regionali e, ancor più, alle politiche del 2006, le cose cambieranno. La partecipazione, favorita dalla
campagna elettorale, crescerà certamente, rendendo competitiva la CdL.

Considerazione ragionevole. Che, tuttavia, dà per scontata una questione per nulla scontata. Come può, il centrodestra, "mobilitare" tanti elettori delusi? Convincere gli indifferenti a uscire di casa? A recarsi ai seggi? E a votare per lui? Non in nome degli interessi, pare di capire. Ma in nome dei valori. Della "lotta contro il Male". Della "guerra di civiltà". Se nel 2001 Berlusconi, per vincere le elezioni, aveva proposto agli italiani un sogno, ora regala loro un incubo. Da cui promette di "salvarli".

Speriamo di risvegliarci prima.
(27 gennaio 2005)

http://www.repubblica.it/2005/a/sezioni/politica/atlantepol/indietro/indietro.html

mercoledì 26 gennaio 2005

Giorno della memoria: il dvd di Paragraph 175 in vendita con Diario del mese

di Rob Epstein e Jeffrey Friedman *

Il triangolo rosa è stato adottato dalla comunità gay come simbolo, ma la sua storia e il suo significato non sono mai stati pienamente compresi da molti gay, né soprattutto dal grande pubblico.

Secondo una ricerca del 1993 commissionata dall'American Jewish Committee, solamente la metà degli adulti inglesi e un quarto di quelli americani sapevano che i gay erano state vittime del regime nazista e che il triangolo rosa era l'emblema fisico usato dai nazisti per identificare gli omosessuali. Con Paragraph 175 abbiamo voluto esplorare una storia mai raccontata prima su pellicola e difficilmente studiata nei libri di storia.

Perché non c'è traccia storica delle esperienze di decine di migliaia di persone perseguitate e uccise?
In qualità di gay e di ebrei avevamo ovviamente ragioni personali per approfondire questa storia. Sentimmo la necessità di registrare tutti quei racconti che era possibile raccogliere mentre ancora c'erano dei testimoni viventi a narrarli.

C'erano vittime omosessuali, c'erano combattenti della resistenza omosessuali e c'erano nazisti e loro simpatizzanti omosessuali. Inoltre, anche se i nazisti perseguitarono costantemente gli omosessuali, i loro oppositori cercarono di usare l'omosessualità di un ufficiale nazista di alto rango per propagandare che tutti i nazisti erano omosessuali.

Tra il 1933 e il 1945 secondo i documenti nazisti furono arrestati per omosessualità circa 100 mila uomini. La metà furono imprigionati, e di questi 10 o 15 mila finirono nei campi di concentramento.

Il tasso di morte dei prigionieri omosessuali nei campi è stimato attorno al 60 per cento (una delle percentuali più alte tra i prigionieri non ebrei) cosicché nel 1945 solo 4 mila erano sopravvissuti.
Ancora più ignota è la storia del dopo lager: molti sopravvissuti gay furono soggetti a una continua persecuzione anche nella Germania post nazista dove venivano visti non come prigionieri politici, ma come criminali secondo la legge sulla sodomia in vigore anche dopo la liberazione.

Nel dopoguerra alcuni di loro furono di nuovo arrestati e imprigionati. Tutti restarono esclusi dai sussidi del governo e in gran parte dei casi il tempo che trascorsero nei lager fu dedotto dalle loro pensioni.

La «cura» attraverso suicidio, matrimonio o isolamento erano comuni. Negli anni Cinquanta e Sessanta il numero di incarcerazioni per omosessualità nella Germania Ovest fu alto quanto lo era durante il nazismo. La versione nazista della legge sulla sodomia restò in vigore fino al 1969.

Quando la comunità internazionale cercò la giustizia per le vittime di Hitler con i processi di Norimberga (1946) non furono mai menzionati né le atrocità commesse contro gli omosessuali né la legge e le misure antigay.

La fobia e la persecuzione furono accettate come normali nell'Europa e negli Stati Uniti del dopoguerra. Allo stesso modo, le ricerche sulla Shoah, i memoriali e anche i musei ignoravano il destino dei detenuti omosessuali nei lager. Ancora oggi il governo tedesco si rifiuta di riconoscere gli omosessuali come vittime del nazismo. (Altri Paesi europei hanno politiche simili di esclusione e di non riconoscimento).

Negli anni Novanta, i ricercatori iniziarono a documentare le storie degli uomini che portavano il triangolo rosa. La prima istituzione a farlo, fu lo United States Holocaust Memorial Museum di Washington, che cambiò la percezione pubblica includendo nelle sue rassegne la persecuzione nazista degli omosessuali.

Incoraggiati dagli storici e dai musei molti sopravvissuti gay si fecero avanti e raccontarono le loro storie per la prima volta, mettendo fine a decenni di silenzio e isolamento innaturali. Nel 1995 otto sopravvissuti sottoscrissero una dichiarazione collettiva chiedendo il riconoscimento giuridico e morale della loro persecuzione.

* Con questo film nel 2000 hanno vinto l'Orso d'oro per il miglior documentario al Festival di Berlino e il Premio per il miglior documentario al Festival di Sundance

martedì 25 gennaio 2005

Un eroe di troppo

di Alessandro Robecchi

Il ventesimo eroe italiano della pace in Iraq, mitragliere che mitragliava dall'alto, è morto mitragliato da terra, proprio come se fossimo in guerra. Inevitabile per (quasi) tutti i media l'uso della parola «eroe». Giusto il cordoglio e giusto il dolore: il ventesimo eroe italiano della pace in Iraq lascia una figlia di cinque mesi, che certo sarebbe stato più eroico veder crescere, andare a scuola, affrontare le mille difficoltà della vita. Si dice (ma l'ho letto soltanto su questo giornale) che non ci volesse andare, in Iraq, che l'avesse sfangata un paio di volte e che poi non abbia potuto evitarlo. E' sicuro, invece, che volasse su una carretta poco adatta e non corazzata, datosi che gli elicotteri corazzati non li mandiamo laggiù in Iraq, essendo armi da guerra ed essendo noialtri laggiù a far la pace. Comma 22. Un anno fa alcuni elicotteristi italiani si permisero di far notare che non c'erano le condizioni di sicurezza nelle missioni, nessuna certezza di non morire mitragliati dal basso mentre si vola, e si rifiutarono di volare. Furono presi a pesci in faccia, sbertucciati, sgridati di brutto e trattati come codardi. Non erano eroi. Pussa via, femminucce.

La parola eroe, sparsa ieri dai molti neo-cogl di casa nostra a piene mani tra le pieghe di un cordoglio che suona falso lontano un chilometro, non è però del tutto fuori luogo. Un uomo giovane mandato a combattere una guerra sbagliata e illegale che abbiamo chiamato missione di pace per puro paraculismo, senza nemmeno gli strumenti tecnici più sicuri per farlo, può ben essere un eroe. Uno che lavorava in mezzo alle ovvie menzogne della guerra, quelle che ci dicono quanto siamo amati laggiù, quanto a Nassiriya va tutto bene, quanto siamo umanitari. Uno che si muoveva in una realtà difficile, dove tu spari addosso alla gente e la gente spara addosso a te, circondato da una fiction ufficiale fatta di belle parole, inni, pacche sulle spalle, discorsi su libertà e democrazia, nazionalismo e maschia voglia di menar le mani, ma - si capisce - solo perché Saddam era tanto cattivo, anche se non aveva armi di distruzione di massa.

Non è una cosa facile passare al setaccio la retorica del momento, distinguere nel lutto e nel dolore le frasi di circostanza dalla sostanza vera. Lo faceva per passione. No, per aiutare i bambini (di cui incidentalmente, però, mitragliava i padri). No, per senso del dovere. No (Salvatore Scarpino su Il Giornale) «per distribuire caramelle senza allentare la vigilanza». Si può scegliere fior da fiore, ma sempre si nota l'imbarazzo e il disagio dei sostenitori della guerra, gli stessi che la chiamano pace, gli stessi che sono costretti a chiamare eroi i caduti da loro stessi mandati a cadere. Eroi che vengono celebrati da fiumi limacciosi di retorica e sommersi da messaggi ufficiali, ma che dopo un po' sono ingombranti, ricordano a tutti che sono stati mandati a fare una cosa sbagliata e per di più con mezzi inadeguati, la versione moderna delle vecchie scarpe di cartone con cui si mandarono altri giovani a diventare eroi sul Don e sulla Drina. Avere un eroe può far piacere - fidelizza l'utente, come dicono quelli del marketing, e la guerra ha il suo - ma prima o poi si diffonderà l'idea che era meglio non averlo, che si poteva non averlo, che con qualche accortezza (politica o militare) si poteva avere un eroe in meno e un marito, un padre in più.

Per questo il ventesimo eroe italiano della nostra benemerita pace con l'Iraq sarà celebrato con tutti gli onori e poi frettolosamente dimenticato, archiviato come «casualità», o come incidente nel luminoso percorso della consegna porta a porta della democrazia in Iraq. Secondo le carte dell'inchiesta, sarà soltanto stato vittima di «attentato con finalità di terrorismo», che è un altro bell'esercizio di paraculismo per evitare di dire che stiamo facendo la guerra. Mitraglia alla mano, sorvoli un territorio che hai invaso, ma se per caso ti sparano sono soltanto terroristi. Non è una novità che si neghi agli iracheni la patente di combattenti. Ma è un chiaro effetto collaterale che se quelli non sono combattenti (soltanto terroristi), l'eroe è un po' meno eroe. Ecco che già nelle pratiche della burocrazia e nelle carte bollate la parola eroe trascolora, perde forza, si squaglia un po'. Tra pochi giorni anche i neo-cogl la useranno con più pudore: celebrare troppi eroi fa male alla guerra, è cattiva pubblicità, meglio scordarseli presto e, soprattutto, scaricarseli dalla coscienza. Quelli che oggi usano con tanto ardore la parola eroe sono quelli che l'eroe l'hanno mandato là, usandolo da vivo e poi pure da morto. Grande cordoglio. Ma l'eroe meglio scordarlo in fretta.

da il manifesto del 23/01/2005

sabato 22 gennaio 2005

Le scoperte scientifiche del secolo d'Italia sull'omosessualità

Se un giovane vede una rappresentazione dell'omosessualità felice allora diventa gay
di Valerio Fioravanti

Un mese fa il MOIGE, Movimento Italiano Genitori contestava la presenza in tv “di trasmissioni in cui i gay sono mostrati felici e perfettamente integrati. Queste trasmissioni sono estremamente dannose per i bambini e gli adolescenti”. Eravamo rimasti indietro. Nell’ultimo secolo ci siamo divisi tra chi riteneva che l’omosessualità derivasse da una sorta di “disequilibrio ormonale”, e chi invece, più a sinistra, citava le madri oppressive e castranti di Freud, o i padri ipermaschilisti, o la società consumista e aggressiva che induceva le persone sensibili a cercare “modi diversi di relazionarsi con l’altro”.

Due giorni fa il Secolo d’Italia titolava in prima: “Buzzanca è bravo, ma attenti al rischio-fiction”. Il riferimento era allo sceneggiato “Mio figlio”, in cui Lando Buzzanca interpretava un commissario di polizia che scopre l’omosessualità del figlio. Argomentava il Secolo: “È noto che è da tempo in atto un’articolata strategia volta a promuovere la “normalizzazione dell’anormalità”… questo rischia di incoraggiare a scegliere comportamenti devianti chi, in delicati momenti di formazione della personalità, come la pubertà, può essere combattuto fra diverse pulsioni e tentazioni”.

Insomma, se un ragazzo “normale” vede in tv degli omosessuali felici, secondo Moige e Secolo, può decidere di darsi all’omosessualità così, per spirito di emulazione. E, perché no, se un ragazzo che ha qualche tendenza omosessuale vede invece in TV dei gay tristi, magari ricomincia a uscire con le ragazze. Queste sì che sono scoperte scientifiche.

da L'Opinione on line

http://www.gaynews.it/view.php?ID=30704

Chi odia la bandiera?

«La sinistra, la storia lo insegna, è sempre contro qualcuno: contro i padri, contro la nazione, contro la bandiera». Sembra incredibile, ma sono parole di Silvio Berlusconi. Due anni fa il suo alleato Umberto Bossi ha suggerito pubblicamente di usare la bandiera italiana come carta igienica. La bandiera che i partigiani hanno sventolato sull'Italia liberata

Agi, 21 gennaio

venerdì 21 gennaio 2005

Gay: Toscana, il Consiglio dei Ministri impugna la legge regionale

Per il Governo "il concetto di orientamento sessuale nell'ordinamento giuridico vigente non assume specifica rilevanza"

(ANSA) - ROMA, 21 GEN - Il governo ha deciso di impugnare, su proposta del ministro degli Affari Regionali, Enrico La Loggia, la legge regionale n. 63 del 15 novembre 2004 della Regione Toscana in materia di ''Norme contro le discriminazioni determinate dall'orientamento sessuale o dall'identita' di genere''.

Due le motivazioni principali, secondo quanto si e' appreso, illustrate nel documento tecnico portato stamane dal ministro La Loggia all'esame del Consiglio dei ministri: la legge della Regione Toscana interviene su diritti e situazioni giuridiche la cui tutela deve realizzarsi da parte dello Stato; il concetto di ''orientamento sessuale'' non assume una specifica rilevanza nell'ordinamento giuridico corrente.

Nel documento si rileva che la legge n. 63 della Regione Toscana ''seppur in materia di legislazione concorrente, collega ad un certo tipo di diversita' sessuale diritti e situazioni giuridiche che costituiscono diritti fondamentali per la persona la cui tutela deve realizzarsi dallo Stato in maniera uniforme sul territorio nazionale ai sensi degli artt. 2, 3 e 5 della Costituzione''.

Un'altra motivazione alla base dell'impugnazione spiega che ''nonostante l'ordinamento statale e comunitario abbiano riconosciuto il diritto all'identita' sessuale, la legge regionale in questione introduce anche il concetto di orientamento sessuale che - sottolinea il documento - nell'ordinamento giuridico vigente non assume specifica rilevanza. Infatti, l'ordinamento statale non esprime alcun giudizio di valore nell'ovvio rispetto dei principi di liberta' e autonomia individuale''. (ANSA).

http://www.gaynews.it/view.php?ID=30698

Dove andremo a finire?

di Alessandro Golinelli


Dove si andrà a finire?

Un signore che scrive in prima pagina sul “Corriere della Sera”, tale Ernesto Galli della Loggia, sostiene, a proposito della recente bocciatura delle leggi antidiscriminatorie in Francia, che quella sia stata una decisione giusta. Il tutto in base a due semplici ragionamenti (sic).

Il primo: se si fa una legge contro la discriminazione di una minoranza allora bisogna farne per tutte. In altre parole, si comincia a fare una legge in cui si impedisce di offendere o discriminare le persone per i loro orientamenti sessuali, e chissà dove si va a finire. Magari che non si può nemmeno più dire “negro di merda”, oppure “ebreo da gasare”, o addirittura “giornalista del cazzo” o “vecchio trombone”…

Il secondo ragionamento è più sottile: si impedisce la libertà di espressione, che è uno dei principi cardine del liberismo. In poche parole, questo signore sostiene che apostrofare qualcuno con la parola “frocio”, “culattone”, “ricchione”, o magari licenziarlo perché infastidisce il suo aspetto effeminato, non sia maleducazione o razzismo, bensì puro liberismo.

Come non essere d’accordo. Ma ci pensate che la ministro per le pari opportunità Stefania Prestigiacomo ha assunto Dario Mattiello, precedentemente licenziato dal collega di governo Fisichella perché omosessuale? E tentando di rimediare alla gaffe, ha, come sostiene il ministro della giustizia (sic) Castelli, clamorosamente discriminato gli eterosessuali? Ha sempre ragione il signor Ernesto Galli della Loggia. Vedete cosa succede a spingersi troppo in là. Si è cominciato col concedere il diritto di voto alle donne, poi le si è fatte diventare deputate, ora addirittura ministri e guarda cosa ti combinano. Minano e discriminano lo strapotere dei maschi etero. Dove si andrà a finire? Magari che pretendano anche di diventare presidenti del consiglio.

Non preoccupatevi, in Italia, a differenza del Pakistan mussulmano o dell’India, o delle Filippine, è inimmaginabile un primo ministro donna. Ci teniamo a fare bella figura.

Eppure come non avvertire il campanello d’allarme? Tutta l’Europa si sta coalizzando contro la libertà, discriminando Rocco Buttiglione solo perché considera omosessuali e donne un gradino inferiori a lui, che invece è maschio, etero e credente. Goebbels si è rigirato nella tomba: avete visto dove si è arrivati non lasciando il potere esclusivamente agli ariani.

Bene hanno fatto gli americani che per difendere la libertà della più grande democrazia del pianeta, la migliore, l’assoluto paradiso da esportare, oltre a rieleggere quel simpaticone di Bush, uomo raffinato e intelligente, hanno deciso di opporsi, in molti stati, alle unioni fra gay. La libertà di unirsi per i gay minava infatti la loro libertà di sentirsi i migliori del mondo, i più puri, gli eletti da Dio.

C’è anche chi propone di cambiare la costituzione degli Stati Uniti: non ci sarà più il diritto di ogni uomo ad aspirare alla felicità, ma sarà ben specificato di ogni uomo etero (bianco, ricco, americano, credente, possibilmente petroliere o imparentato con petrolieri). Come dar loro torto, in fondo, uno leggendo quelle parole così mal scritte potrebbe anche sbagliarsi...

Ma tornando in patria ci sono addirittura intere aree dell’Italia che rischiano di portare il paese allo sfacelo. Come la Toscana, dove le unioni civili fra gay hanno avuto il beneplacito della Consulta. Ve lo immaginate cosa diventerà la Toscana in pochi anni? Magari una regione dove un gay potrà andare a visitare il proprio compagno in ospedale o in carcere senza il permesso dei familiari. Potrà comprare casa con lui senza sotterfugi, avere, in caso di separazione o di morte, dei diritti, e non sentirsi discriminato nella vita quotidiana.

Ma dove andremo a finire? Be’: ovviamente, almeno noi gay, in Toscana...
Buon Anno.

(fonte: Priode gennaio 2005)

http://www.gaynews.it/view.php?ID=30690

Risiera di San Sabba: una lapide per i gay vittime del nazismo

Sarà scoperta in occasione della Giornata della Memoria

Risiera di San Sabba: una lapide per i gay vittime del nazismo Voto all'unanimità, sì del vicesindaco di Trieste (An)

MILANO - Quando gli omosessuali arrivavano nei lager, le guardie naziste cucivano sulla casacca un triangolo rosa, il marchio della "perversione". Quel triangolo, a lungo rimosso dalla storiografia ufficiale - come altri che contrassegnavano zingari, prigionieri politici e Testimoni di Geova - campeggia ora su una pietra rosa in rilievo, incastonata sopra una targa di marmo nero: la lapide sarà esposta in occasione della "Giornata della memoria" alla Risiera di San Sabba di Trieste, l'unico campo di sterminio nazista italiano. Sotto il triangolo, comparirà una scritta: "Contro tutte le discriminazioni, il circolo Arcobaleno Arcigay di Trieste ricorda le vittime omosessuali del nazifascismo". Un evento unico, realizzato con il parere favorevole (all'unanimità) della commissione che gestisce il museo della Risiera, presieduta dal vicesindaco di Trieste, l'esponente di An Paris Lippi. LA TARGA - "Quando nel 2003, per la prima volta, fu ricordato lo sterminio degli omosessuali - racconta Marco Reglia, presidente del Circolo Arcobaleno - il sindaco Roberto Di Piazza parlò anche dei gay e nel centrodestra scoppiò un putiferio di polemiche". Due anni sembrano pochi, eppure a distanza di così poco tempo, tutto sembra essere cambiato. Il sindaco è ancora Di Piazza (Forza Italia), ma non c'è più Roberto Menia, l'assessore di An, che dal palco disse: "Siamo arrivati al punto che per essere politicamente corretti bisogna essere culi per forza". Al posto di Menia c'è un nuovo assessore alla Cultura, il vicesindaco Lippi (anche lui di An). E così quando l'Arcigay ha chiesto alla commissione che gestisce la Risiera il permesso di scoprire una lapide, il sì è stato unanime. Per alcuni Lippi avrebbe subìto la vicenda. Lui la spiega così: "Di fronte a una richiesta del genere cosa avremmo dovuto fare? Non c'erano ragioni per dire di no. Del resto ce ne sono anche altre di targhe. E se ce lo chiedessero gli zingari o i Testimoni di Geova, diremmo ugualmente di sì". "Una bella svolta" - dice Reglia - anche perché la Risiera è visitata da molte scolaresche e in questo modo argomenti del genere forse riusciranno a entrare anche nell'educazione scolastica". La targa - 100 centimetri per 70, costata 1.300 euro - sarà scoperta il 26 gennaio al termine di una fiaccolata, mentre il 27, giorno della Memoria, una delegazione Arcigay deporrà un triangolo di fiori rosa e, insieme a un coro partigiano sloveno, intonerà "Auschwitz", la canzone scritta da Guccini nel 1968. Nel museo sarà inaugurata una mostra con pannelli fotografici e testi che raccontano la tragedia degli omosessuali. LO STERMINIO - Un libro pubblicato nel 2002 dal circolo Pink di Verona si intitolava "Le ragioni di un silenzio". E che di silenzio si sia trattato non c'è dubbio. In Germania il famigerato paragrafo 175, che puniva l'omosessualità, è rimasto in vigore fino al 1969, costringendo a tacere i pochi sopravvissuti. La Germania nazista mandava nei lager gli omosessuali, l'Italia li spediva al confino. All'epoca del codice Rocco (1930), Mussolini non volle introdurre un reato specifico, perché convinto che "per fortuna e orgoglio dell'Italia il vizio abominevole qui non esiste". Gli omosessuali italiani - come racconta il film "Una giornata particolare", con Mastroianni - finivano al confino, molti nelle isole Tremiti. Incerti i numeri. Si parla di 100 mila omosessuali coinvolti nello sterminio nazista. I gay nei lager subivano torture e violenze sessuali. In alcuni casi venivano evirati. Un fenomeno di cui si parla ancora poco: "Questa targa - spiega Sergio Lo Giudice, presidente di Arcigay - è importante anche perché finalmente nelle commemorazioni trovano legittimazione anche i triangoli rosa. E' il segno che in Italia qualcosa sta cambiando: negli ultimi mesi - prima con la levata di scudi contro Buttiglione, poi con l'elezione di Vendola - i segnali di un atteggiamento diverso verso i gay si sono moltiplicati".
Alessandro Trocino Interni.

(Corriere della Sera del 20/01/2005)

http://www.gaynews.it/view.php?ID=30678

giovedì 20 gennaio 2005

Trovato il nuovo nome per il centrosinistra: "Unione per la democrazia"

Il centrosinistra ragiona sul rapporto degli esperti di marketing
L'obiettivo è evocare "alto contenuto etico"
Ma il simbolo non c'è. E l'Ulivo vivrà nella Fed
di MASSIMO GIANNINI


ROMA - Di giorno litigano sugli aggettivi. Riformista, cattolico, socialdemocratico. Di notte ragionano sui nomi. Ulivone, Alleanza, Federazione. Ma ora, nonostante i conflitti quotidiani sulle primarie e sul programma, i leader del centrosinistra hanno trovato un accordo di massima su come si dovrà chiamare la coalizione che sfiderà Berlusconi nel 2006. "Unione per la democrazia.

Questo, salvo sorprese, dovrebbe essere alla fine il nome di quella "Cosa" che va dall'Udeur a Rifondazione e che finora, con un acronimo semanticamente insensato e politicamente impronunciabile, era stata ribattezzata "Gad". Non solo. L'Ulivo continuerà a vivere. Questo, salvo sorprese, dovrebbe diventare alla fine il nome di quell'altra "Cosa" che va dai Ds alla Margherita, dallo Sdi ai Repubblicani europei, e che finora, con un altro acronimo semanticamente sensato ma politicamente inafferrabile, era stata ribattezzata "Fed".

Romano Prodi, Piero Fassino, Francesco Rutelli, Massimo D'Alema, personalmente e attraverso i rispettivi "sherpa", stanno conducendo da venerdì scorso una trattativa riservata sul nome. E hanno praticamente concluso la fase "istruttoria", che non riflette i gusti e gli orientamenti personali dei leader, ma ha invece una pretesa quasi scientifica.

Sul tavolo dei dirigenti ulivisti, infatti, è appena arrivato il rapporto-sondaggio che lo staff prodiano aveva commissionato un mese fa alla Gpf&Associati, lo studio di esperti di marketing politico guidato da Giampaolo Fabris. Il documento si intitola appunto "La denominazione di un nuovo soggetto politico: il Centrosinistra". Sessantaquattro cartelle, ricche di analisi e di quadri sinottici, frutto di una rilevazione condotta attraverso "sei colloqui di gruppo a carattere esteso e proiettivo, con un campione corrispondente all'elettorato potenziale", nelle tre città principali di Milano, Roma e Napoli, e tra fasce di elettori di centrosinistra e indecisi.

L'indicazione finale sul nome della coalizione, "Unione per la democrazia", è stata tratta proprio dalle risposte fornite dal campione interrogato da Fabris. Il rapporto parte da una premessa politica generale, sul grado di consenso degli elettori, che i leader del centrosinistra hanno letto con un sussulto. "La cifra culturale dominante è di profonda disillusione: la certezza della vittoria rilevata in precedenza si sta tramutando in paura della sconfitta e produce disincanto, frustrazione ma anche aggressività".

Di buono, secondo il sondaggio, c'è che a questa "incrinatura emotiva" nei confronti dell'opposizione, non si rileva una ripresa di fiducia verso Berlusconi, anche se, rispetto all'estate, è in atto "una stasi nella perdita dei consensi". La discesa in campo di Prodi è percepita "molto positivamente". Ma solo a condizione che il centrosinistra sappia "emendarsi". "La litigiosità interna allo schieramento - si legge nel documento, che per altro non registra gli scontri ulteriori esplosi dopo la vittoria di Vendola in Puglia - ha infatti ormai assunto agli occhi dell'elettorato tratti iperbolici e genera un forte risentimento e rancore verso i presunti responsabili della conflittualità".

Nel corpo elettorale ulivista resta l'ideale di un'etica "alta e altra" rispetto a quella del centrodestra, e il riferimento a un "patrimonio valoriale di straordinaria pregnanza (giustizia, uguaglianza, tolleranza, pace, ambiente)". Ma tutto questo - secondo il sondaggio - finisce per svilirsi "nella confusione, autoreferenzialità, opacità, acrimonia spesso mostrata dalla coalizione". La logica e la strategia dello schieramento "appaiono oscure".

Il popolo del centrosinistra avverte il problema di un programma adeguato alle emergenze del Paese.
Ma anche e forse ancora di più il problema di un'identità condivisa dello schieramento. Quello che Fabris definisce "il requisito ontologico, il voler essere del centrosinistra". Anche per questo, probabilmente, l'elettore o il simpatizzante dell'opposizione sembra non comprendere il perché dell'abbandono della denominazione "Ulivo" considerata vincente: appare invece un errore e un'ulteriore manifestazione di scollamento delle aspettative dell'elettorato di centrosinistra e del comune buon senso".

Ecco perché, in questa fase di impasse, diventa importante per certi aspetti decisivo il nome della Cosa. È un "fattore-chiave per gli intervistati". Ma prima di dare indicazioni costruttive sul nome futuro, il rapporto compie una sana opera distruttiva sulle sigle esistenti. "I nomi attualmente in circolazione - si legge nel documento - soffrono di una complessiva debolezza rispetto alla forza evocativa e alla ricchezza semantica del nome 'Casa delle Libertà'". "Gad" suscita reazioni "fortemente negative" (qualche risposta-tipo del sondaggio: "non comunica niente", "è un nome duro, freddo").

"Alleanza" agita invece reazioni "ambivalenti" (ma al fondo evoca essenzialmente un accordo di tipo tattico, tra soggetti diversi e con scopi incerti). "Grande Alleanza Democratica" va meglio per i contenuti che riflette, ma risulta "poco coinvolgente" (è "generico e privo di impatto").

La conclusione propositiva degli esperti, a questo punto, è chiara. Gli elettori chiedono un nome "capace di esprimere l'identità del centrosinistra". Questo nome deve incardinarsi intorno a due concetti essenziali. Il primo è "Democrazia". È fortemente alternativo al concetto di "Libertà" evocato nel nome del centrodestra. E soprattutto declina a tutto tondo i valori del centrosinistra, "sia sul piano istituzionale (le regole e le procedure) che su quello fattuale (il benessere individuale e quello comune)".

Un insieme di valori, insomma, che "segnano il superamento della dicotomia individuo-collettività", e che evocano "un alto contenuto etico e morale di richiamo a valori universali". Il secondo è "Unione". Come "convergenza di principi e di intenti". Oltre tutto, estesa su un duplice livello: "alla coalizione, ma anche all'elettorato: il senso della collettività, il 'noi', l'idea comunitaria e di appartenenza".

Il messaggio prioritario che l'opposizione dovrebbe veicolare, attraverso il suo "marchio", è insomma il "bene comune". Perché - come conclude il rapporto di Fabris - "se il termine 'democrazià denota per gli intervistati l'identità istituzionale del centrosinistra, e quello di 'unionè ne rimarca la cifra espressiva, il concetto di bene comune rappresenta la chiave di accesso valoriale alla coalizione".

Con tutti questi elementi di riflessione e di valutazione sul tavolo, i leader si sono consultati, per ora ancora a livello riservato e informale. Hanno scartato diverse ipotesi intermedie. Lo stesso Fabris suggerisce nel suo studio, tra le altre, la formula "i democratici": facilmente associabile a slogan brevi ed efficaci (L'Italia dei democratici, I democratici per il futuro)". Ma la pre-esistenza già considerata talvolta culturalmente "egemonica" dei Ds (i Democratici di
Sinistra) rende questa ipotesi difficile da percorrere.

Allo stesso modo, il rilancio della "vecchia ditta", l'Ulivo, è preclusa dai veti di Mastella e Bertinotti. Per questo, in attesa di mettere l'accordo nero su bianco in un incontro che potrebbe svolgersi entro questa settimana, Prodi, Fassino, Rutelli, D'Alema e gli altri dirigenti della coalizione si sono orientati verso una sintesi semantica e simbolica: "Unione per la democrazia", appunto. O magari, con una piccola variante, "Unità per la democrazia".

Se questo sarà il nome, la discussione sul simbolo non è invece neanche iniziata. Una sola cosa è sicura. Da qualche parte l'Ulivo rimane. "Quel marchio è nostro - si sono detti Prodi e i vertici della Quercia - e nessuno ce lo può togliere. Se non lo possiamo utilizzare per tutta la coalizione, quello diventerà il nome della Federazione unitaria". Visto lo scontro in atto con la Margherita, più che riformismo questo sembra piuttosto esorcismo.

(20 gennaio 2005)

http://www.repubblica.it/2005/a/sezioni/politica/proditornatre/proditornatre/proditornatre.html

Grande clamore...

«Grande clamore per la vittoria alle primarie di Nichi Vendola, comunista e omosessuale. Nessuna delle due prerogative è contraria alla Costituzione italiana, almeno quella vigente. E aggiungerei subito che analogo sconcerto non ha accolto fior di candidature del centrodestra, che pure ha presentato agli elettori secessionisti dichiarati».

Michele Serra, la Repubblica, 19 gennaio

mercoledì 19 gennaio 2005

I gay regalano a Fassino una rosa ma con le spine

Una rosa, simbolo del socialismo europeo, con tanti petali quanti sono i colori dell’arcobaleno, è il nuovo simbolo degli omosex ds che da ieri si chiamano Gayleft, consulta glbt

di Delia Vaccarello

ROMA - Una rosa con petali e spine offerta a Piero Fassino nel corso di un assemblea cui hanno preso molti dirigenti della Quercia, segnalando la crescente attenzione alle istanze gay. Fassino è stato risoluto: «Sostenere il patto civile di solidarietà (Pacs) è una scelta di civiltà, svilupperemo pienamente la campagna di sostegno alla proposta di legge. Sosteniamo il diritto di tutela e di riconoscimento delle relazioni interpersonali etero e omosessuali, dandoci un obiettivo: far adottare il pacs entro questa legislatura. Se ciò non avverrà, sarà un punto qualificante del programma di governo della coalizione di centro-sinistra per le elezioni del 2006». Andrea Benedino, portavoce Gayleft, aveva chiesto ai Ds una energica battaglia, preannunciando in caso contrario le «spine»: «Se il Pacs non sarà nel programma della coalizione per il 2006 gli omosessuali Ds non saranno a fianco del loro partito». Altra novità: Gayleft è una consulta, «strumento di osmosi» per Fassino tra gli omosex dentro e fuori la quercia, che serve a radicarsi nella società. «Una fetta del paese già si riconosce nella nostra battaglia di libertà», ha confermato Grillini. Ma che succede dentro la Quercia? La forte relazione con il coordinamento donne è già in atto da due anni, terreno comune «il principio della laicità e la capacità di ascolto», ha detto Barbara Pollastrini. Secondo Gianni Cuperlo la scommessa per Gayleft è quella di «contribuire al rinnovamento della sinistra riformista, provando a scuoterne cultura e vocabolario». Scossa di cui c’è bisogno: «Occorre un lavoro pedagogico rivolto alla classe dirigente dei Ds», ha detto Paola Concia, mentre Aurelio Mancuso ha proposto la redazione di un vocabolario di termini corretti per parlare di omosessualità. E con gli alleati? «Come farà Fassino a inserire il Pacs nel programma dell’intera coalizione?», si è chiesto Lo Giudice, annunciando altrimenti anche l’allontanamento di Arcigay. Insomma, la lotta degli omosessuali deve essere interpretata come battaglia per i diritti di libertà autentiche di cui la società sente il bisogno. Questo, secondo Gayleft, il messaggio cristallino che deve passare dentro i Ds e con gli alleati.

http://www.gaynews.it/view.php?ID=30655

Uno straccio di laicità

Sex crimes and the Vatican

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