Non sappiamo, e non c’interessa sapere se definire una mascalzonata la puntata sul G8 di Genova di “Punto e a capo” sia fare del giornalismo molto massimalista oppure poco riformista. È stata una mascalzonata di regime (sì, di regime) punto e basta.
Non capiamo (o forse lo abbiamo capito troppo bene), come mai la maggior parte dei giornali italiani abbia occultato quanto l’avvocato Mills ha dichiarato al “Guardian” sulle operazioni fittizie, con ipotesi di frode fiscale, per destinare ai figli di Berlusconi parte del capitale Mediaset. Noi lo abbiamo pubblicato con il rilievo dovuto perché stiamo, e continueremo a stare dalla parte del “Guardian”, dell’”Independent”, dell’”Economist”, de “L’Observateur”, de “El Pais” e di tutta la libera stampa internazionale che da quattro anni descrive esterrefatta il dramma di un grande paese sottomesso agli interessi, spesso poco chiari, di un piccolo uomo.
Ci dispiace che tra l’Unione e i radicali non sia stato raggiunto il tanto auspicato, da noi, accordo elettorale. E se hanno sbagliato i radicali, lo scriveremo. E se ha sbagliato l’Unione lo scriveremo con maggiore dipiacere, come si fa con gli amici più cari, perché noi vogliamo che l’Unione vinca e governi l’Italia.
Se il governo di Israele e quello dell’Anp decidono di investire coraggio, prestigio e futuro per un nuovo rapporto che possa finalmente portare alla creazione di due stati che potranno vivere in pace, noi siamo con il governo d’Israele e con il governo palestinese perché siamo per la pace (e se all’ambasciatore d’Israele viene impedito di parlare all’Università di Firenze, gli esprimiano viva solidarietà perché noi siamo contro l’intolleranza e la stupidità).
Abbiamo voluto fare qualche esempio di quello che l’«Unità» vuole continuare a essere, a beneficio, anche, di quei giornali (pochi per fortuna) che davanti alla staffetta tra Furio Colombo e Antonio Padellaro hanno cominciato a ricamare merletti su possibili riposizionamenti della nuova direzione. Nell’immaginare un giornalismo popolato di camerieri sull’attenti tenuti, in cambio della cadrega, all’osservanza delle istruzioni per la servitù, costoro probabilmente riflettono all’esterno la loro triste condizione umana e professionale. Se non fosse il giornale libero che è l’«Unità», probabilmente, non avrebbe avuto i problemi che ha (la pubblicità negata, soprattutto) e di cui Furio ha scritto nell’editoriale di mercoledì scorso come meglio non si poteva. La libertà di stampa non è l’esercizio di una virtù ma il perseguimento di una necessità. Lo ha detto Paolo Mieli quando è ritornato alla direzione del «Corriere della sera» che la libertà di stampa è un potere per contrasto: se la stampa è compiacente essa finisce molto rapidamente per non contare più nulla, per non avere più potere. E allora: quali giornalisti e quale giornale, degni di questo nome, possono desiderare di non contare nulla?
Personalmente ho sempre considerato con un certo divertimento i buoni propositi dei direttori freschi di nomina: una grandinata di faremo e diremo da lasciare tramortiti i lettori (immancabile la frase: staremo dalla parte dei cittadini e fuori dal palazzo). Un tale guarnimento di parole mi viene risparmiato dal fatto che ricoprendo da quattro l’incarico di condirettore di questo giornale credo, in qualche modo, di avere già fatto e già detto quel che basta per essere giudicato.
Tuttavia, qualche punto fermo va ribadito. L’indiscutibile successo di questa «Unità» risorta dalle ceneri si deve, prima di tutto e prima di tutti, a Furio Colombo. Del resto, è quanto c’è scritto nelle centinaia di lettere e di messaggi di stima e di affetto che stanno arrivando in redazione e che solo in parte riusciamo a pubblicare. A proposito di questi quattro anni, Furio ha scritto di una conduzione del giornale «molto legata e molto unita», ed è una verità di cui lui e io siamo particolarmente orgogliosi; poi ha annunciato che resterà per continuare a scrivere articoli che saranno simili a quelli che ha già scritto prima e che «hanno tanto irritato Berlusconi e il suo personale». Chi temeva per l’identità e la continuità del giornale può sentirsi, dunque, rassicurato.
Qualche parola, infine, sui problemi dietro l’angolo. Il direttore dell’«Unità» si trova al centro di un triangolo della fiducia (nella speranza non diventi un triangolo delle Bermude) formato dalla proprietà, dalla redazione, dai lettori.
Non è formale il ringraziamento ai consiglieri di amministrazione della Nie per la fiducia che mi hanno accordato, e per tutto ciò che hanno fatto e che faranno per l’autonomia di questa storica testata.
I colleghi della redazione, che al successo di questa «Unità» hanno contribuito con grande passione, si esprimeranno quanto prima sulla nuova direzione, speriamo positivamente.
I lettori, infine, anche se evidentemente tutte le righe che precedono è a loro che sono dedicate. Nell’alluvione di messaggi che stiamo ricevendo, la stragrande maggioranza manifesta preoccupazione, a anche amarezza, per quanto sta accadendo all’«Unità»; ma, nello stesso tempo, conferma piena fiducia nel giornale. Poi ci sono alcuni (pochi) così preoccupati che la linea del giornale possa appiattirsi, scolorirsi, perdere vigore da prendere in considerazione la possibilità di non comprarci più. A loro chiediamo se hanno visto venerdì sera Antonio Polito ospite della puntata di «Otto e mezzo» dedicata all’«Unità» discettare sul futuro di questo quotidiano. Che il direttore del «Riformista» prevede essere un grigio futuro di giornale trasformato in una sorta di bollettino di partito. Non si comprende quale interesse avrebbero mai i Ds a normalizzare un giornale che rappresenta l’opinione forte di tutta l’opposizione, alla vigilia di una stagione elettorale decisiva. E, infatti, oltre che impossibile sarebbe assurdo. E infatti il ragionamento di Polito è più sottile: far sì che l’«Unità» così accuratamente diffamata possa subire una tale emorragia di copie da ridursi rapidamente a testata marginale; cosicché il foglio arancione possa in qualche modo prenderne il posto.
Insomma, non comprando più l’«Unità» quei lettori arrabbiati di cui sopra, oltre a danneggiare il giornale che dicono di amare, finirebbero per fare il gioco di chi questo stesso giornale vuole indebolire, ma per le ragioni politiche esattamente opposte. Quindi, cari lettori che ci volete lasciare la richiesta di tenere duro, di giudicare l’«Unità» sui fatti e non su timori immotivati, non è una petizione per sostenere questa direzione ma è il solo modo che abbiamo per darvi ragione.
Da l'Unità del 26/02/2005
sabato 26 febbraio 2005
Cari lettori
venerdì 25 febbraio 2005
«Punto e a capo», squadrismo tv contro la sinistra
di Anna Tarquini
Pensavamo di aver visto tutto, ma Punto a Capo di giovedì sera ha superato qualsiasi immaginazione. È andato in onda lo squadrismo in tv, è andato in onda un processo postumo al G8, ma soprattutto alla sinistra e senza contraddittorio possibile. L’inchiesta, come l’ha chiamata Masotti, aveva un titolo: «Genova G8, lezione di guerriglia urbana».
Le prove: qualche filmato inedito sugli scontri, ma soprattutto tre registrazioni di telefonate e una e-mail, secretate dai magistrati di Cosenza che stanno indagando su una decina di no global. Atti che non potrebbero nemmeno esser pubblicati e che vengono trasmessi in diretta tv nell’ora di massimo ascolto. Non sono previsti filmati con le cariche della polizia ai manifestanti, ai sessantenni scesi in piazza con i giovani e alla gente comune. Non si dice che a Genova è in corso un processo che vede decine di agenti di polizia, compresi i vertici del Viminale, accusati di falso e lesioni gravi.
Inizia così Masotti. Inizia con la faccia che sembra uno smacco: «Abbiamo documenti scottanti, e-mail che vi faremo vedere per dare un contributo alla verità. Ma noi non siamo giudici, non siamo qui per questo». Una pausa e precisa: «Avevamo invitato Agnoletto insieme al ministro Gasparri che tra poco sarà coin noi. Ma un’ora e mezzo prima dell’inizio della trasmissione ha declinato l'invito». Legge la motivazione: «Indipendentemente dal fatto che, come lei ben sa, la legge italiana vieta la diffusione di materiale depositato in sede di indagine prima che sia giunto a conclusione il processo di appello - scrive Agnoletto - per quanto mi riguarda non condivido e non mi sono mai arreso all'idea che i processi, prima ancora che in tribunale, si svolgano negli studi televisivi». Non commenta oltre e passa a Caruso, il leader dei no global napoletani che non ha invitato e che non è nemmeno in collegamento telefonico. «Caruso mi preannuncia querela. Ma anche noi staremo a vedere cosa succederà».
Stacco, parte il filmato con una manifestazione di piazza. Non è una manifestazione qualsiasi e non è il G8. È il corteo di sabato scorso per la liberazione di Giuliana Sgrena. La telecamera inquadra Caruso e un gruppo di disobbedienti. In sottofondo si sentono le loro voci scherzare con l’operatore «Ti ammazziamo, ti ammazziamo, sei della Digos». E la risata di un bambino. Poi l’obiettivo inquadra Caruso che sfila pacificamente dietro uno striscione mentre viene intervistato. Masotti commenta fuori scena: «Ecco quali sono le frasi che usano, ecco come si comportano alle manifestazioni». Poi ammicca al pubblico: «Consigliamo questo programma ad un pubblico adulto». È il momento, Masotti tira fuori lo scoop, quell’intercettazione che nessuno dovrebbe avere. Per loro è la prova. È il 18 luglio alle 17.46, Caruso parla con un giornalista a proposito della zona rossa posta a protezione dell'area del vertice e spiega: «ma noi andremo oltre la zona rossa. Cioè, se ci saranno altri muri che non saranno di ferro, saranno umani». Quanto all'eventualità di «superare prima degli altri muri, non è questo il problema, l'abbiamo preventivato. Cioè che c'era prima un muro che è fatto appunto... che costa 24 milioni al mese senza gli straordinari, che è fatto coi manganelli, coi caschi».
La scena si apre sullo studio. Sono presenti Barbara Palombelli, Marco Rizzo, Diaconale e il ministro Gasparri. Non c’è Casarini, non c’è Caruso. «Ecco - sorride Masotti - abbiamo visto la preparazione alla guerriglia urbana, chiedo a Rizzo (Comunisti italiani) un commento». «La prima cosa che mi viene da dire della vostra trasmissione è che state violando il segreto istruttorio e lo state facendo in televisione - dice - Mi viene da rilevare la gravità della modalità con cui avete usato le intercettazioni». Interviene Palombelli: «Prendo le distanze dalla trasmissione e da Rizzo, anche perché in questo momento dovremmo pensare al Santo Padre». Masotti a Diaconale: «Avresti pubblicato questo materiale?». «Sì, l’avrei pubblicato».
È la volta di Gasparri: «Sentire le affermazioni di Caruso e Cesarini nei filmati è come fare un’intervista. Quello che dobbiamo rilevare è che c’è una contiguità tra la sinistra e i movimenti. Vogliamo ricordare il consigliere D’Erme che è stato arrestato per una manifestazione non global?». Il ministro di An non parla molto perché arriva la seconda prova, l’altra intercettazione e gli altri filmati. La telefonata è delle 23.48 del 16 luglio 2001, e a pochi giorni dal G8 di Genova. Francesco Caruso parla con Pietro: «C'è anche il Black Bloc qui con noi - dice Caruso - allo stadio Carlini ci stanno i Black Bloc, svedesi, inglesi che vogliono fare come Goteborg, cioè vogliono fare una cosa assieme sul livello della disobbedienza....». Il filmato riprende le devastazioni di Genova e Caruso che parla: «La città è grande - dice al megafono in piazza - ci sono mille vie e ognuno è libero di manifestare come crede». Parlano ancora la Palombelli, e Diaconale che dice: «C’è una verità oggettiva, la violenza di Genova è stata organizzata. E c’è una verità giudiziale che ha colpito soprattutto o poliziotti». Masotti interrompe: «C’è soprattutto un rapporto con i black bloc che è stato sempre negato». Lo ferma Rizzo, l’unica controparte: «A Genova è stato ucciso un ragazzo e questo non è stato proprio detto in trasmissione. A Genova ci sono delle indagini dei magistrati sui pestaggi, quella banda vestita di nero che sembrava uscita dalla Rinascente, quella che avete fatto vedere adesso perché non l’ha fermata nessuno? E Fini, perché Fini era nella caserma dei carabinieri quel giorno?». La risposta non arriva. La trasmissione viene interrotta per un collegamento sul Papa. Quando si torna in studio c’è solo posto per Gasparri. L’ultimo insulto: «Qui parliamo di violenza e toni di violenza usati dall’Unità e dal suo direttore che dopo una vita passata come dipendente della Fiat nei C.d.A. e nei paradisi fiscali, quasi per farsi perdonare è diventato estremista»
http://www.unita.it/index.asp?SEZIONE_COD=HP&TOPIC_TIPO=&TOPIC_ID=41078
lunedì 21 febbraio 2005
Primarie in Toscana: più di 150mila al voto
Domenica 20 febbraio 287 comuni della Toscana hanno votato per le prime elezioni primarie ufficiali nella storia della Repubblica italiana, in vista delle regionali del 3 e 4 aprile. E' infatti la prima volta che i partiti, in seguito all'approvazione del nuovo Statuto e della nuova legge elettorale toscani, possono utilizzare questo strumento per designare i candidati all'interno delle proprie liste.
I Democratici di sinistra sono stati gli unici ad avvalersi delle primarie, aperte al voto di tutti i residenti nella regione. Settantatre gli esponenti del partito guidato in toscana da Marco Filippeschi, candidati per i 63 posti che ai DS spettano nelle liste di Uniti nell’Ulivo. Nel dettaglio 17 a Firenze, 6 ad Arezzo, 4 a Grosseto, 6 a Livorno, 7 a Lucca, 3 a Massa Carrara, 7 a Pisa, 5 a Pistoia, 4 a Prato e 4 a Siena. Fra di loro le donne sono 35, quasi la metà, mentre sono 12 i ragazzi provenienti dalla Sinistra Giovanile.
L’affluenza è stata altissima, superiore alle aspettative. Hanno votato infatti in più di 150 mila (secondo una stima dei Ds), di cui solo un terzo iscritti allla Quercia e che rappresentano circa il 21% dei voti presi dai Ds alle precedenti regionali toscane. Alti picchi di affluenza sono stati rilevati, oltre che nel capoluogo di Regione in cui hanno votato in 44.000, anche ad Arezzo e a Pisa, le città in cui i 'duelli' tra candidature forti si sono più sentiti e a Lucca (12.000 di cui solo 2000 iscritti alla Quercia). In Toscana elezioni primarie autogestite, si erano svolte anche nel ’95 e nel 2000. In quell’occasione, nonostante fossero presenti 350 seggi in più, l’affluenza fu di 70.750 di cui (34.000 circa iscritti ai DS e 36.000 non iscritti).
La grande affluenza è stata valutata positivamente anche dalla Regione, che ha sostenuto le spese ed ha organizzato e controllato lo svolgimento del voto e l' esito della consultazione nelle 603 sezioni distribuite nelle 10 province e nei 287 comuni del territorio.
«L’esperimento della legge regionale per le primarie - dice Marco Filippeschi - è riuscito. Abbiamo superando da soli e di gran lunga la partecipazione della Puglia dove le primarie le aveva fatte l'intero centrosinistra con grande battage mediatico nazionale. La Toscana può essere fiera di questa esperienza che costituisce anche una spinta positiva alla lista unitaria dell'Ulivo e a Claudio Martini».
«E' un'ottima partenza, segno che ai toscani piace partecipare - ha dichiarato Claudio Martini, presidente della Regione Toscana - ed è un risultato incoraggiante visto che si tratta della prima esperienza assoluta e a cui ha partecipato un solo partito, i Ds. Se anche gli altri partiti sia del centrosinistra che del centrodestra avessero fatto altrettanto, tutta la politica avrebbe dato un segnale di apertura e di incoraggiamento alla partecipazione degli elettori».
http://www.dsonline.it/stampa/documenti/dettaglio.asp?id_doc=23464
mercoledì 16 febbraio 2005
Il testo integrale dell'appello di Giuliana Sgrena
Ecco le parole di Giuliana Sgrena, ripresa dai suoi rapitori con uno sfondo bianco. La giornalista lancia il suo appello prima in italiano e poi in francese.
"Sono in Iraq dalla fine di gennaio, per testimoniare la situazione di questo popolo, che muore ogni giorno, migliaia di persone sono in prigione, bambini, vecchi, le donne sono violentate e la gente muore ovunque, per strada, non ha più niente da mangiare, non ha più elettricità, non ha acqua."
"Vi prego mettete fine all'occupazione, lo chiedo al governo italiano, lo chiedo al popolo italiano perché faccia pressione sul governo. Pierre aiutami, per piacere, fai vedere le foto dei bambini colpiti dalle cluster bomb, chiedo alla mia famiglia di aiutarmi, chiedo a tutti, a tutti quelli che hanno lottato con me contro la guerra, contro l'occupazione, vi prego, aiutatemi".
"Questo popolo non deve più soffrire, così, ritiratevi dall'Iraq, nessuno deve più venire in Iraq, perché tutti gli stranieri, tutti gli italiani qui sono considerati nemici, per favore fate qualcosa per me. "Pierre, aiutami tu, sei sempre stato con me in tutte le mie battaglie, ti prego aiutami a chiedere il ritiro delle truppe, fai vedere tutte le foto che ho fatto, questo popolo non vuole occupazione".
"Aiutami, aiutatemi, la mia vita dipende da voi, fate pressioni sul governo perché ritiri le truppe. Conto su di voi, potete aiutarmi. Bisogna mettere fine
all'occupazione, la situazione qui è intollerabile, i bambini muoiono, la gente muore di fame per strada, le donne vengono violentate, bisogna ritirare le truppe. "Pierre aiutami, fai vedere le foto che ho fatto dei bambini colpiti dalle cluster bombs, fai vedere quel che ho fatto per le donne. Nessuno dovrebbe venire in Iraq in questo momento, neanche i giornalisti, nessuno".
(16 febbraio 2005)
Svezia, la tv di Stato si fa lo spot: "Non siamo come Berlusconi"
Un filmato autoprodotto della Svt mostra l'immagine del premier insieme alle note di un mandolino
ROMA - Per farsi pubblicità, e sottolineare la sua indipendenza e obiettività, la televisione di stato svedese Svt usa l'immagine di Silvio Berlusconi. In un filmato breve, che va in onda in questi giorni e si può vedere anche sul sito dell'emittente, sfilano alcune riprese di Berlusconi che saluta la folla o che appare su decine di video contemporaneamente. Il sottofondo musicale è il mandolino tipico della peggiore iconografia dell'italietta, con le note ovvie di "O sole mio".
Ad accompagnare le immagini una serie di scritte: "In Italia, il 90 per cento dei mass media è in mano a Silvio Berlusconi", "Dopo intensiva campagna elettorale (grazie ai propri mezzi di comunicazione) vince le elezioni" ", "Ora è anche presidente del consiglio" e per finire: "Svt: noi siamo una televisione libera".
La televisione svedese non sottolinea solo la concentrazione dei mezzi di comunicazione in mano al presidente del consiglio, ma anche la qualità dei programmi. Le riprese di Berlusconi, che saluta sorridente, sono alternate a quelle di ballerine poco vestite nei varietà italiani.
(16 febbraio 2005)
http://www.repubblica.it/2005/b/sezioni/politica/tvsvezia/tvsvezia/tvsvezia.html
Ecco chi ha detto "mostro bavoso"
di Antonio Padellaro
Lunedì sera, ospite su Raiuno della trasmissione «Conferenza Stampa», Silvio Berlusconi ha accusato l'Unità di averlo definito un «mostro bavoso». Data la profonda gravità e volgarità dell'ingiuria abbiamo subito proceduto a una ricerca di archivio per verificare l'esattezza della citazione che se confermata ci avrebbe naturalmente imposto di rivolgere le più sentite scuse al presidente del Consiglio.
La ricerca ha effettivamente confermato che in data 7 dicembre 2004 la rubrica «Bananas» di Marco Travaglio aveva come titolo «Qua la mano mascalzone (non mostro, ndr) bavoso». Il testo, effettivamente, contiene una serie incredibile di insulti, offese, oltraggi, contumelie che sommati l'uno con l'altro determinano un'aggressione personale senza precedenti nei confronti di un leader politico. Si parla nell'ordine di «leader rottamato», «fior di mascalzone», «uomo dal passato cupo di ombre», «amico dei golpisti», «bavoso», «vergognoso», uno che «ha fatto a pezzi il Paese», «salame», «come chi in America latina adorava il mitra», «disastro», «medium da retrobottega», «capo di uno schieramento demenziale e violento» fatto di «poveracci» e da «squadristi da far valere alle manifestazioni», «canagliesco», «attrezzo per disperati», «figura indegna», uno che «è entrato in una cabina telefonica, si è tolto il liso panciotto, si è spolverato la forfora, si è spogliato ed è rimasto nel costume con mantellina con la grande "M" di Mascalzone». Solo che l'oggetto di tanto odio non è Silvio Berlusconi bensì Romano Prodi. Travaglio, infatti, si è limitato a riportare tutte le infamanti citazioni contenute nell'articolo pubblicato il giorno prima sul «Giornale» di proprietà della famiglia Berlusconi, a firma di Paolo Guzzanti, vicedirettore del quotidiano e senatore di Forza Italia.
Da notare che l'altra sera, su Raiuno, Berlusconi ha potuto diffamare l'Unità a colpi di citazioni false (attingendole dal dossier già distribuito alla stampa, che definisce questo giornale affetto da «sindrome nazicomunista») senza che la conduttrice Anna La Rosa e i quattro colleghi presenti, certamente a conoscenza delle farneticazioni prodotte dagli appositi uffici del premier, abbiano potuto obiettare alcunché. È veramente paradossale (per non dire altro) che il Berlusconi che si presenta in televisione con l'aria della vittima costretta a subire ingiurie e derisione è lo stesso Berlusconi che un giorno sì e l'altro pure insulta pm e giudici ("toghe rosse", "eversori", "golpisti", "comunisti", "fascisti", "come la banda della Uno Bianca", "criminali", "matti"),giornalisti e attori (Biagi, Santoro e Luttazzi "criminosi"), capi di Stato (Scalfaro "golpista e ribaltonista") e semplici cittadini ("faccia da stronza", alla signora di Rimini che lo invitava a tornare a casa).
A questo punto ci aspettiamo che Berlusconi renda, se ne è capace, le sue più sentite scuse a Romano Prodi, all'Unità e alla verità.
da l'Unità del 16/02/2005
martedì 15 febbraio 2005
Coppie di fatto: storia di una donna senza diritti
L’emblematica vicenda di Federica e Francesco: «Dovevamo sposarci nel 2004».
Dieci anni d’amore, una casa, un mutuo. Poi lui muore e ora l’appartamento va agli eredi di lui. Lei dovrà andarsene perché non c’è una legge che la tuteli.
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di Delia Vaccarello
ROMA «La mia vita è finita. Solo quando torno nella nostra casa mi sento protetta, perché c’è ancora lui. Ci siamo noi». Federica ha perso il suo amore il 21 maggio del 2004. Si chiamava Francesco. Andava sullo scooter al lavoro. È stato investito da un’auto ed è finito contro un palo della luce. Il Corriere Adriatico ha dato la notizia dicendo che Francesco Filippini lasciava la moglie Federica. Ma Federica non era ancora sua moglie. «La casa dove abitavamo l’avevamo acquistata con un mutuo che aveva messo a suo nome perché trattandosi di prima casa poteva detrarre gli interessi dalle tasse», dice Federica. Se succede qualcosa? La domanda, forse, deve avere attraversato la mente di entrambi, ma l’età giovane non ha creato la necessaria ansia.
E poi si sarebbero sposati presto. Dieci anni di unione di cui gli ultimi di convivenza erano una buona garanzia per una vita insieme felice. Se ci possono mai essere garanzie in amore. «Ci sposiamo nel 2004?». «Ma il 2004 è bisestile!». Federica ricorda i loro colloqui quando sentivano di avere il bene più prezioso il tempo che sostiene la spensieratezza. Decidono di finire di arredare la casa «così anche la taverna sarà a posto» - e di sposarsi con l’anno nuovo. L’amore c’è, e dunque si crede ci siano futuro e progetti. L’amore è rimasto. Ma uno dei due partner non c’è più. E la casa? Se ci fosse in Italia una legge che riconosce le coppie di fatto, Federica avrebbe diritto a restare. Ma la legge ancora non c’è. E non è lei l’erede.
Amori e dolori. Il loro legame è nato nel 1994. Nel giugno del 1997, Francesco e Federica prendono in affitto un piccolo alloggio, in via Firenze, a Senigallia, e vanno a vivere insieme. «Nostra madre era contraria alla coabitazione perché non si erano ancora sposati», dice Ludovica Marra, la sorella più grande di Federica. Il dolore però non li risparmia. «La mamma morì, dopo una malattia breve ma prostrante per tutta la famiglia, il primo novembre del 1997, e da allora Federica prese a vivere un po´ con il papà, per accudirlo ed alleviargli i dolori della vedovanza, un po´ con Francesco, che continuava ad essere l´incrollabile punto fermo della sua esistenza».
Nel 1999 Francesco si trasferisce in un´altra casa, sulla Statale Adriatica, in via Podesti. Federica abita ormai definitivamente con lui. Nel settembre del 2000 muore anche il padre di Federica, lasciando le figlie in una condizione non facile. L’altra sorella di Federica, Raffaella, ha contratto una grave malattia che richiede cure molto costose. Il padre delle tre donne muore lasciando dei debiti. Federica e Raffaella rinunciano all’eredità, Ludovica interviene. «Decido per motivi di onore di accollarmi i debiti di mio padre».
La casa di Senigallia. Federica e Francesco continuano ad amarsi, lottano contro questo destino avverso che colpisce negli affetti Federica e le sue sorelle, si sentono sempre più vicini. Nel 2001 acquistano un immobile a S. Angelo di Senigallia, dove vanno a vivere dal febbraio del 2002. L'appartamento è intestato a Francesco che contrae il mutuo e lo assicura. Entrambi hanno la residenza nella casa nuova dal mese di luglio del 2002. Per l’anagrafe sono un nucleo. Francesco è un giocatore professionista di pallavolo e lavora come operaio all’Api di Falconara. Federica lavora in un call center e fa la cartomante. «Per comprare casa e mobili abbiamo fatto un po’ di sacrifici, ma stavamo costruendo il nostro mondo. Ricordo un natale più “povero degli altri” e Francesco che mi sembrava rattristato. Ma poi fu preso da un moto di orgoglio e mi scrisse in una lettera: “tutto quello che faccio è per te”», ricorda Federica.
Passano due anni dall’acquisto della casa. Una mattina come le altre Francesco si prepara per andare al lavoro: la prima colazione insieme al cane adorato che pregusta la passeggiata mattutina, le risate, l’estate che sta per arrivare, le vacanze. Esce. Monta sullo scooter. Un’auto lo scaraventa contro un albero. Finisce tutto.
«Quando Francesco muore, il mutuo viene bloccato e pagato all´assicurazione, quindi la casa, oggi, è di proprietà degli eredi. Dei genitori e della sorella di Francesco», dice la sorella Ludovica. Federica ha la residenza nella casa dove ha convissuto con Francesco, ma per avere titolo a restare deve acquistare l’immobile. A nulla valgono i progetti, il contributo che deve aver dato, il fatto che quelle mura erano nate insieme alla coppia.
Vacatio legis. In Italia non c’è una legge che riconosce un diritto conseguente alla convivenza. Questo vuoto è iniquo per le coppie etero che non si sposano o non fanno a tempo a sposarsi, lo è per le coppie gay che non possono neanche ricorrere alle nozze. «Io potrei anche comperare la casa che è stata acquistata 250 milioni. Quanto varrà oggi? Ma non ho soldi. L’assicurazione dell’auto che ha investito il mio Francesco dovrebbe riconoscermi un danno morale. Avrò solo questo. Rispetto agli eredi per la legge attuale io sono un’acquirente come tante. Una di quelle persone che rispondono a un annuncio perché cercano casa. Io non la cerco, questa è la casa del nostro amore. Non c’è altra casa per me. Prego il Signore di potere restare. Spero che la volontà di Francesco di vivere qui con me non sia morta insieme a lui».
http://www.gaynews.it/view.php?ID=30953
lunedì 7 febbraio 2005
Sondaggio sul taglio delle tasse: "Gli italiani sono rimasti delusi"
Dopo la busta paga di gennaio, indagine Confesercenti-Swg
Il 52% boccia senza appello la riforma, il 31% soddisfatto
ROMA - Gli italiani non credono alla riforma fiscale di Berlusconi: il 52% la boccia senza appello, contro un 31% che invece l'accoglie positivamente. E' quanto emerge da un'indagine condotta da Confesercenti-SWG.
"L'indagine - ha dichiarato il presidente della Confesercenti Marco Venturi - è stata realizzata dopo l'arrivo delle buste paga di gennaio ed ha fatto emergere una evidente delusione dei lavoratori italiani, consapevoli che pochi spiccioli in più non cambiano loro la vita e soprattutto non risolvono i loro problemi né quelli di un'economia al palo".
Il giudizio più positivo lo danno i giovanissimi (46,60%) molti dei quali non lavorano e quindi non hanno subito delusioni, mentre nella fascia successiva, 25/34 anni, il 52% ha bocciato drasticamente la riforma. Per la stragrande maggioranza (56%) sarebbe stato meglio destinare i sei miliardi di euro della riforma allo sviluppo dell'economia e dei posti di lavoro (33%), ad aumentare le pensioni (14%) o a migliorare i servizi sociali (9%). Degli altri, il 18% avrebbe concentrato i tagli fiscali sui reddito medio-bassi.
Sono i giovani, uno su due, quelli più convinti della necessità di destinare le risorse allo sviluppo, mentre quelli delle fasce successive avrebbero gradito una maggiore attenzione alle pensioni.
"E' evidente - afferma ancora Venturi - la necessità di ripensare una politica economica basata su automatismi fiscali nella convinzione che qualche euro in più nelle tasche degli italiani possa portare alla crescita del Paese. L'assenza di una puntuale analisi dei problemi della nostra economia, le carenze infrastrutturali e produttive del nostro Paese, l'arretratezza economica del nostro Mezzogiorno, il pesante ritardo in tema di ricerca e innovazione, in una parola la carenza di competitività dell'Italia, è giudicata come necessità prioritaria della maggioranza degli italiani".
"Noi - conclude il presidente della Confesercenti - stiamo ancora aspettando il pur leggero ed insufficiente disegno di legge sulla competitività, con la convinzione che con sei miliardi si potevano creare sviluppo e molti nuovi posti di lavoro".
(7 febbraio 2005)
http://www.repubblica.it/2005/a/sezioni/economia/tagliotasse/sondatas/sondatas.html
Se la sinistra sa sognare
di CURZIO MALTESE
Prodi ha trovato un progetto per l'Italia e Berlusconi non ha più sogni da vendere. Dal confronto a distanza di questi giorni stavolta Prodi e il centrosinistra emergono in primo piano, con un'immagine finalmente lineare, unitaria, positiva. Berlusconi aveva convocato la sua assemblea allo scopo dichiarato di "oscurare" gli avversari. Ma rimane sullo sfondo ad agitare spettri di comunismo con toni da telepredicatore invasato, imbarazzanti perfino per i suoi mezzibusti.
Al voto mancano molti mesi e le risorse propagandistiche del berlusconismo sono infinite. Ma se questo rimane lo stile del confronto, l'opposizione può guardare con ottimismo alla lunga campagna elettorale. La prova a contrario risiede del resto nel clima di cupo pessimismo in cui s'è svolta l'assemblea forzitaliota. Quali che fossero le intenzioni, Berlusconi e seguaci per tre giorni consecutivi non hanno fatto altro che parlare nella prospettiva di una (sanguinosa, s'intende) "vittoria delle sinistre". E perché mai avvelenarsi così il fine settimana, quando i sondaggi, parola del Cavaliere, assicurano il trionfo della Cdl?
In tre giorni i ruoli si sono invertiti e non si sa davvero quale sia la metamorfosi più sorprendente, se quella vincente dello sfidante o quella perdente del premier. Prodi si è affacciato alla ribalta diessina circondato dalla fama di leader in crisi, ostaggio dei partiti, in procinto d'esser fatto fuori da un altro complotto di colonnelli della Quercia. Ebbene, durante i lavori del congresso, si scopre che due presunti capi del complotto, D'Alema e Veltroni, non soltanto sono totalmente d'accordo con lui (e quindi perfino fra di loro) ma risultano un po' più prodiani di Prodi stesso.
Non s'accontentano delle primarie e della Fed, quei due vogliono addirittura il partito unico. Quanto al cuore del partito, ai funzionari gelosi dell'identità diessina e in teoria soltanto "rassegnati" ad acclamare un leader straniero, gli consegnano la guida a furor di popolo, un'ovazione dopo l'altra. E Prodi ricambia con il discorso più "socialista" della tre giorni. Un discorso fondato per intero sull'idea che nel nuovo mondo globalizzato il welfare costituisca un vantaggio e non una zavorra per l'Europa e per l'Italia. È un Prodi decisamente in forma, sforna dati, visioni e soluzioni contro il declino italiano, nella prospettiva di un nuovo ruolo del Paese. E' un leader che ha un sogno.
Al contrario, Berlusconi appare come un capo che al posto dei sogni può offrire agli italiani soltanto incubi. "Terrore, miseria, morte". Un linguaggio da fare gli scongiuri. Per fortuna è il solito Berlusconi, si smette presto e volentieri di prenderlo sul serio. Ma la trasformazione del sorridente venditore di miracoli in jettatorio profeta, stile Quinto Potere, contraddice le stesse regole del suo successo. Il berlusconismo ha vinto soltanto quando aveva sogni da offrire, nel '94 come nel 2001. La fabbrica dei sogni ha funzionato ancora, da ultimo, con la promessa dei tagli fiscali, che ha fatto rimbalzare i sondaggi in alto.
E' vero che prima o poi arriva la realtà e in questo caso è bastato aspettare il 27 del mese. Eppure un berlusconismo senza illusioni da piazzare agli elettori è la classica tigre di carta. Era possibile e magari anche facile immaginare anni fa un'Italia abbastanza ingenua da credere nei miracoli economici alle porte, nei milioni di posti di lavoro in arrivo, nei paradisi fiscali e nei contratti firmati dal notaio Vespa. A un'Italia che nel 2006 andrà a votare in massa per paura dei bolscevichi, dopo averli visti al governo per cinque anni, onestamente non può credere neppure Emilio Fede.
(6 febbraio 2005)
http://www.repubblica.it/2005/b/sezioni/politica/congrediesse/curz/curz.html
sabato 5 febbraio 2005
Intervento di Andrea Benedino al congresso DS
Intervento di Andrea Benedino, portavoce nazionale di GAYLEFT, al Terzo Congresso Nazionale dei DS
Mio caro Simone,
dopo di te, il rosso non è più rosso. L'azzurro del cielo non è più azzurro. Gli alberi non sono più verdi. Dopo di te, devo cercare i colori, dentro la nostalgia che ho di noi.
Dopo di te, rimpiango persino il dolore che ci faceva timidi e clandestini.
Rimpiango le attese, le rinunce, i messaggi cifrati, i nostri sguardi rubati in mezzo a un mondo di ciechi, che non volevano vedere, perché se avessero visto saremmo stati la loro vergogna, il loro odio, la loro crudeltà.
Rimpiango di non avere avuto ancora il coraggio di chiederti perdono.
Per questo, non posso più nemmeno guardare dentro la tua finestra. Era lì che ti vedevo sempre, quando ancora non sapevo il tuo nome. E tu sognavi un mondo migliore, in cui non si può proibire ad un albero di essere albero, e all'azzurro…di diventare cielo. Non so se questo è un mondo migliore.
Ora che nessuno mi chiama più Davide, ora che mi sento chiamare soltanto 'signor Veroli', come posso dire che questo è un mondo migliore?
Come posso dirlo senza di te?
Il brano che ho letto è tratto da un film di grande successo di un paio d'anni fa, "La finestra di fronte" di Ferzan Ozpetek. Si tratta della lettera che il protagonista del film, Davide Veroli, scrive al suo amato compagno Simone, portato via dai tedeschi durante i raid contro gli ebrei a Roma durante la seconda guerra mondiale senza che lui potesse far nulla per salvarlo. Una lettera che Simone non leggerà mai, ma che fa da spunto alla trama del film, perché quell'amore "che non osa pronunciare il suo nome", per dirla con le parole di Oscar Wilde, un amore vissuto in quegli anni in clandestinità, fatto di attese, di rinunce, di messaggi cifrati, di "sguardi rubati in un mondo di ciechi", aveva accompagnato Davide lungo tutto il corso della sua vita, fino ai giorni nostri.
Ho citato questa lettera perché a parer mio essa descrive qual è il senso più profondo della nostra battaglia civile. Quando noi chiediamo una legge che riconosca diritti e doveri reciproci alle coppie di fatto etero ed omosessuali del nostro Paese, come giustamente ha fatto ieri nella sua bella relazione Piero Fassino, quando noi chiediamo una legge che consenta a tutte le coppie che condividono casa e sentimenti di poter condividere pure i diritti, come abbiamo detto nella campagna di manifesti sul PACS, noi stiamo costruendo proprio quel "mondo migliore" di cui si parla nella lettera, un mondo in cui tutte le relazioni affettive possano avere pari dignità sociale, perché non ci sono affetti di serie A e affetti di serie B; un mondo in cui due persone che si amano non siano costrette a vivere quest'amore clandestinamente; un mondo "in cui non si possa proibire ad un albero di essere albero, e all'azzurro…di diventare cielo".
Dobbiamo infatti essere pienamente consapevoli, compagne e compagni, che ormai sulla questione delle coppie di fatto si è creata un'attesa forte nella comunità gay-lesbica italiana, una comunità che nel 2001 guardò al centrosinistra con grande sospetto e diffidenza, a causa della assoluta mancanza di qualsiasi risultato ottenuto nella legislatura in cui abbiamo governato il Paese (unico caso per una forza del PSE) e che ha saputo ritrovare un barlume di fiducia in noi solo grazie alla speranza che la proposta di legge sul PACS, il Patto Civile di Solidarietà, possa tradursi in un impegno preciso di tutta la coalizione che si candiderà a governare il Paese.
Non solo la comunità omosessuale italiana, ma più in generale una fetta consistente di opinione pubblica laica individuano in noi, nei Democratici di Sinistra, la forza politica che può convincere l'intero centrosinistra a prendersi impegni chiari e precisi su questi temi. E' stato quindi un bene che ieri Piero Fassino ne abbia parlato nella sua relazione, perché solo se ci crediamo fino in fondo come DS sarà possibile inserire questa proposta nel programma comune di tutta la coalizione.
Dobbiamo crederci, quindi, non dobbiamo avere paura di colmare i ritardi che ci separano su queste tematiche dai nostri partiti fratelli del socialismo europeo, dobbiamo smetterla di pensare che parlare di omosessualità ci faccia perdere voti. L'aver sostenuto con determinazione la battaglia della maggioranza del Parlamento Europeo che ha impedito all'integralista Rocco Buttiglione - un politico ormai completamente in preda a un delirio sessuofobico e bacchettone - di andare ad occupare la poltrona di Commissario Europeo alle Libertà Civili, un fatto che avrebbe comportato il rischio di far tornare indietro di decenni le politiche europee antidiscriminatorie e di rispetto dei diritti civili di tutti, ci ha fatto perdere consensi nell'elettorato o ce ne ha fatti guadagnare?
Ecco perché mi chiedo, compagni, anzi lo chiedo a voi. Nei mesi scorsi abbiamo lanciato sul PACS una bella campagna di manifesti promossa dai dipartimenti giustizia e welfare del partito: come mai questa campagna è stata in questi mesi in Italia quasi invisibile? Come mai molte grandi federazioni non hanno ritenuto di dover attaccare quei manifesti? Come mai in alcune città sono stati affissi solo i due manifesti relativi alle coppie di fatto eterosessuali? Come mai non abbiamo il coraggio di investire su una campagna civile come questa risorse anche solo paragonabili a quelle investite su altre campagne? Io credo che se tutti insieme provassimo a rispondere a queste domande, avremo fatto un grande servizio alla sinistra italiana, ma forse soprattutto a noi stessi, perché solo nella consapevolezza che i pregiudizi possono annidarsi ovunque, persino al nostro interno, noi saremo in grado di sconfiggerli costruendo tutti assieme un altro pezzo di quel "mondo migliore".
Il percorso fatto in questi anni dagli omosessuali del partito è stato un percorso importante, che ci ha consentito di conseguire molti risultati significativi. Noi giungiamo a questo Terzo Congresso come lesbiche, gay e transessuali del partito portando in dote la nascita di un nuovo soggetto politico, la consulta GAYLEFT, che raccoglie l'eredità del vecchio Coordinamento degli Omosessuali. In questi anni abbiamo lavorato a fondo per radicarci nel partito, ma soprattutto per radicare nei programmi del partito le nostre proposte, facendole vivere in un confronto vivo con tutte le anime dei DS. Per i risultati ottenuti dobbiamo dire grazie a quei tanti che dentro al partito ci hanno aiutato, condividendo con noi le nostre battaglie come se fossero le loro. Mi riferisco in particolare alla Sinistra Giovanile e soprattutto alle donne DS, in primis Barbara Pollastrini, con le quali abbiamo sviluppato e fatto vivere in questi anni un patto che si è rivelato fecondo di risultati importanti, che stanno contaminando tutta l'azione del partito.
Ora che però il partito è al nostro fianco dobbiamo fare un passo in più. Ieri Fassino ci ha ricordato che "la democrazia vive nella ricerca del dialogo e non nella fuga dal confronto". Ebbene, compagni, noi dobbiamo utilizzare gli strumenti del dialogo e del confronto per far condividere le nostre proposte, a partire da quella sul PACS, da tutta la GAD, fare in modo che entrino nel programma di tutta la coalizione per le prossime elezioni politiche.
Prima di concludere questo mio intervento vi voglio quindi proporre un piccolo gioco, che forse ci può aiutare nel conseguire il nostro obiettivo. Vi leggerò tre frasi pronunciate da tre diversi leaders politici negli ultimi mesi senza dirvi subito chi le ha pronunciate.
1) Sulle coppie omosessuali ritengo che occorra dare una risposta di politica sociale nel rispetto dei diritti delle persone. Non bisogna ignorare il fatto che ci sono persone che condividono insieme affetti, beni e relazioni: uno stato di diritto non può rifiutarsi di regolarli
2) Ritengo maturi i tempi per dare una disciplina giuridica, al di là del rispetto dovuto, a quelle obbligazioni morali naturali che possono derivare dall'aver vissuto in coppie di fatto, anche non eterosessuali, senza però che ciò si confonda con il matrimonio civile o religioso
3) Ritengo doveroso il massimo rispetto verso tutti e penso che per i gay che vogliono vivere insieme si possa individuare uno status che dia loro le necessarie garanzie
Queste frasi non sono state pronunciate dal premier spagnolo Zapatero, né da alcuno dei leaders della sinistra europea o italiana. La prima l'ha pronunciata lo scorso 10 settembre in un'intervista a Repubblica la nostra amica Rosy Bindi; la seconda il 30 gennaio sul Corriere della Sera il senatore Francesco Cossiga; la terza invece il 29 gennaio sempre sul Corriere della Sera il senatore Oscar Luigi Scalfaro.
Tra poche decine di minuti da questo microfono interverrà Romano Prodi. Ebbene, compagni, noi non pretendiamo certo da Prodi, per il rispetto che portiamo alla sua cultura politica di provenienza, che egli usi su questa materia espressioni simili a quelle di Zapatero. Però non possiamo non chiederci quanto tempo debba ancora passare perché Romano Prodi, il leader che tutti quanti noi vogliamo vedere al più presto al governo del Paese, possa pronunciare almeno parole simili a quelle della Bindi, di Cossiga o di Scalfaro. Ce lo chiediamo perché anche noi, come il Davide della lettera, sogniamo di vivere in un mondo migliore e perché crediamo nella politica come in un mezzo per provare tutti assieme a costruirlo.
giovedì 3 febbraio 2005
Fassino al congresso DS: riconoscere anche le convivenze gay
Roma, 3 feb. - I Ds rispettano "il principio costituzionale della famiglia fondata sul matrimonio", ma avanzano precise proposte "per il riconoscimento delle forme di convivenza sia tra persone di sesso diverso sia in coppie omosessuali".
Lo ha detto Piero Fassino nel suo intervento al congresso Ds. (AGI)
mercoledì 2 febbraio 2005
Guerra, guerriglia e voto
di Furio Colombo
In Italia si è riformato quello che una volta si chiamava «l'Arco costituzionale» . In tempi di democrazia italiana comprendeva tutti i partiti che avevano lottato contro il fascismo o almeno consideravano base fondante del Paese la Resistenza e la Costituzione. Erano esclusi i neo fascisti. L'arco si è riformato. Include tutti coloro che accettano le graduatorie di fatti stabilite dal governo come «importanti». Il governo stabilisce il fatto che conta. Chi non ci sta è fuori. La parola «radicale» è stata tolta al suo contesto storico (e alla designazione politica italiana che indica i militanti di Marco Pannella) per farne una gabbia. In essa, di volta in volta, vengono messi in mostra e additati, come stravaganti o come nemici, coloro che non riconoscono vincolante l'ordine del giorno del governo.
Esempio: l'altra settimana Panorama nota che l'Unità non ha messo, come tutti, in prima pagina, la notizia che la giudice Forleo stava per rilasciare due islamici (sospetti di pericolosi contatti) per mancanza di indizi. Immediatamente, secondo il modello Castelli, partono gli ispettori. I colleghi di Panorama esigono una spiegazione. La ottengono, lunga, motivata. Con riferimenti precisi (quel giorno l'Unità non voleva ignorare l'ottima vittoria elettorale dell'opposizione in due collegi di ferro berlusconiani). Panorama ha fatto della finta intervista venti righe sarcastiche. Ha esposto la gabbia dei radicali irriducibili, ovvero di coloro che non seguono l'odg del governo.
Esempio: l'Unità, pur sapendo che sul voto iracheno è d'obbligo la celebrazione anche un po' affannata, meglio se accompagnata da un riconoscimento di errore ha notato già dal titolo che quelle elezioni hanno certo un valore.
Hanno votato in tanti. Ma tutti sciiti nelle regioni sciite e tutti curdi nelle regioni curde, mentre i sunniti non hanno quasi votato. Vede il pericolo del voto diviso. Così facendo si mette fuori dal nuovo arco di osservanza e viene subito esposta nella gabbia dei comportamenti pericolosi.
Ecco il titolo del Corriere della Sera del 1° febbraio: «Il partito degli irriducibili». Il pacchetto comprende chi ha avuto dubbi sulla guerra, a causa delle gravi bugie che l'hanno provocata, chi ha avuto dubbi sulla missione italiana perché, sotto bandiera belligerante inglese e americana, non poteva essere missione di pace. Perciò, come dice quell'irriducibile dell'ex Capo dello Stato Oscar Luigi Scalfaro, viola la Costituzione. E coloro che hanno dubbi sul voto, perché è stato abbastanza grande (certo molto più del previsto) ma diviso lungo linee rigorosamente etniche e religiose. Ce ne è abbastanza per essere esposti nella gabbia degli irriducibili.
Un tempo un redattore si sarebbe domandato «irriducibili» rispetto a cosa? La stampa di tutto il mondo prende atto del sorprendente numero dei votanti, ma non fa finta di non vedere che stanno nascendo tre Iraq, uno sciita, uno curdo, uno sunnita (che non ha votato). Non divide i giudizi in ortodossi e irriducibili perché, altrimenti, si dovrebbe considerare «irriducibile» il giornalista inglese Robert Fisk, l'unico ad andare in giro da solo per le strade di quel Paese e a dire la gravità di ciò che accade ogni giorno. Il giornale di Fisk oggi intitola «Dubbi su Allawi» e «L'altra Iraq aspetta ancora il vento del cambiamento».
E si dovrebbe considerare «irriducibile» il Washington Post che, il 2 febbraio, apre con questo titolo: «Voto in Iraq, vantaggi per Bush , ma persino alla Casa Bianca vi sono dubbi e incertezze».
Washington può avere dubbi e incertezze perché la sua opinione giornalistica non subisce ispezioni dei colleghi ortodossi e ognuno è libero di avere dubbi sulla guerra in Iraq e di avere ansie sul voto in quel Paese e sulle effettive conseguenze di quel voto, senza essere rinchiuso nella gabbia degli irriducibili. Dovunque nei Paesi democratici, le opinioni hanno peso e dignità uguale. Da noi c'è la grande demarcazione: chi sta al gioco unico e si presta (magari con qualche scostamento di punto di vista) a seguire l'ordine del giorno del governo. E chi - evidentemente privo di istinto politico - resta fuori.
* * *
Questo è il caso dell'Unità, quotidiano malvisto perché - pur essendo vicino all'Indipendente al Guardian di Londra e a buona parte dei principali quotidiani americani - non sta al gioco di squadra che in questo periodo tormenta il giornalismo italiano. Un giorno se ne parlerà nelle scuole di giornalismo. Per ora, consci di essere, come dicono i nostri colleghi, «irriducibili» , solo perché condividiamo i dubbi di Arthur Schlesinger e le ansie di Ted Kennedy (e dell'ultimo numero di Newsweek che intitola in copertina: «Chi sono gli insorti e perché le elezioni non li fermeranno?») ci limitiamo a un breve riassunto. Sui tre punti in cui si finge di credere che una diversa e motivata opinione (condivisa da mezzo mondo) sia prova di imperdonabile estraneità alla condivisa causa della lotta contro il terrorismo.
1. La guerra. Insieme a metà dell'America e a quasi tutta l'Europa, abbiamo avuto paura dell'idea (fare una guerra a uno Stato per combattere il terrorismo che non è uno Stato) del disastro (le decine di migliaia di morti iracheni non sono mai state contate ma ci resta - esemplare e straziante - l'immagine del bambino senza braccia) e delle conseguenze che abbiamo temuto e che si sono rivelate spaventose. Infine, mentre infuriava e infuria il più spaventoso "dopoguerra" che si sia mai visto, insieme a tutto il mondo abbiamo appreso che le ragioni per scatenare la guerra erano false. Avete qualche ripensamento da suggerirci?
2. La guerriglia. Si è scatenata in modi, forme e fenomeni che hanno messo a dura prova il linguaggio giornalistico del mondo. Incuranti del fatto che il governo americano definisce senz'altro ed esclusivamente «terrorista» chiunque si opponga all'occupazione eppure, alcune settimane fa, proprio George Bush ha dichiarato: «Se fossi iracheno anch'io mi batterei per scacciare gli invasori dal mio Paese») i giornalisti americani usano tre termini diversi: «insurgents», «guerrilla groups» e «terrorists».
S'intende che neppure l'intelligence americana sa se e come e in che modo queste tre realtà diverse possono incrociarsi o dividersi. Ma almeno, azione per azione, appaiono «insorti» gli abitanti di Sadr City (la periferia povera di Baghdad) di Najaf, di Falluja, di Mossul, nel momento e nelle fasi di rivolta. Sono considerati «guerriglieri» quella parte degli insorti che si danno strutture militari e sembrano capaci di organizzarsi con una certa stabilità. E vengono definiti terroristi coloro che compiono atti terroristici, a volte tremendi e selvaggi per i quali, a differenza degli insorti e dei guerriglieri, non sembrano avere appoggio popolare di nessun tipo, anche per il gran numero di vittime civili che deliberatamente provocano.
Per quanto sia dato di sapere, l'Italia è l'unico Paese nell'arco dei Paesi democratici e anche fra coloro che fanno parte della cosiddetta «Coalizione dei volenterosi», in cui il governo impone - pena reazioni furiose anche verso magistrati - che siano considerati terroristi tutti coloro che si oppongono, in qualsiasi modo e forma, all'occupazione militare. E tendono ad assimilare ai terroristi coloro che, scrivendo articoli e sentenze, cercano una distinzione e una diversa valutazione di comportamenti all'interno della tragedia Iraq, proprio come si fa negli Stati Uniti.
3. Il voto. C'è evidentemente da parte di tutti una risposta di sorpresa favorevole e di apprezzamento per il coraggio degli iracheni che - in numero così grande - sono andati a votare. È altrettanto inevitabile notare che il voto, diviso rigorosamente lungo linee religiose e secondo frontiere etniche, non può essere e non sarà la nascita di un nuovo Iraq ma solo una rischiosissima fase transitoria in cui è possibile una forma di accordo ma anche conflitti spaventosi, ovvero (sarebbe facile citare vari autorevoli studi americani) la guerra civile tanto temuta. Coloro che esigono adesso e subito la festa e dichiarano «irriducibili» (irriducibili a cosa?) coloro che non ci credono potranno tornare a rivisitare il doloroso e scottante argomento fra tre o quattro mesi.
Potranno dirci allora se «irriducibile» è il comportamento di chi resta vicino alla constatazione dei fatti o quello di coloro che - avendo voluto la guerra - ne raccomandano adesso l'ottimo esito. Noi abbiamo temuto la guerra, continuiamo a fare l'inventario di morti, feriti e orrore, continuiamo ad avere paura, come tanti americani, che tutto ciò non finirà col voto diviso e non finirà tanto presto. Per questo, non in nome del pacifismo ma del buon senso, vorremmo che i soldati italiani tornassero a casa subito. Esattamente come lo desiderano e chiedono padri e madri e mogli e figli bambini di tanti soldati americani.
da l'Unità del 02/02/2005
martedì 1 febbraio 2005
Gayleft chiede a Fassino parole chiare sui diritti dei gay al congresso DS
"Gayleft: chiediamo a Fassino di rompere un tabù e di pronunciare al Congresso parole chiare sul PACS e sui diritti degli omosessuali"
Gayleft, la Consulta lgbt dei DS, si appresta a partecipare al prossimo Congresso Nazionale del partito con una delegazione ampia e qualificata, composta dalle seguenti persone: Andrea Benedino (portavoce nazionale Gayleft), Franco Grillini (deputato DS), Anna Paola Concia (Direzione nazionale DS e responsabile nazionale Sport DS), Sergio Lo Giudice (presidente nazionale Arcigay e consigliere comunale Bologna), Aurelio Mancuso (segretario nazionale Arcigay), Nunzio Liso (vicecapogruppo Ds consiglio provinciale Bari), Edoardo Del Vecchio (consigliere provinciale Roma), Alessandro Zan (consigliere comunale Padova), Delia Vaccarello (giornalista dell'Unità) e Stefano Bucaioni (portavoce Gayleft Umbria).
"E' la prima volta che una delegazione gay-lesbica così numerosa partecipa a pieno titolo al congresso nazionale del partito - afferma il portavoce nazionale Andrea Benedino - ed è il segno dei passi in avanti che i DS hanno fatto negli ultimi anni rispetto al riconoscimento dei diritti degli omosessuali."
"Nelle settimane scorse - prosegue Benedino - assieme al Coordinamento delle Democratiche di Sinistra e alla Sinistra Giovanile abbiamo proposto un ordine del giorno che impegna i DS a considerare il PACS, cioè la legge per i diritti delle coppie di fatto sia etero che omosessuali, come una delle proposte che qualificheranno il contributo del partito al programma di governo per le prossime elezioni politiche. Quest'ordine del giorno è stato approvato a larghissima maggioranza in tantissimi congressi regionali e provinciali del partito."
"E' tempo quindi che si rompano ulteriori tabù rispetto al passato - conclude Benedino - e che il tema dei diritti dei gay, della lotta contro le discriminazioni per orientamento sessuale e del PACS entrino nel cuore della piattaforma programmatica del partito. Per questo motivo chiediamo a Fassino di lanciare un segnale chiaro giovedì su queste questioni e di essere il primo segretario che pronuncia senza esitazioni la parola GAY nella sua relazione accompagnandola da impegni precisi. Ce lo chiede la nostra base e ce lo chiede ancora più la società italiana"
Ivrea, 1 febbraio 2005
Per info: Andrea Benedino (portavoce nazionale GAYLEFT) 348-3427447 andreabenedino@iol.it
lunedì 31 gennaio 2005
Domani su l'Unità "liberi tutti", la rubrica gaylesbica di Delia Vaccarello
L'articolo centrale di liberi tutti su l'Unità di martedì primo febbraio è una inchiesta su "La ricerca dell'emozione perduta" perduta nel senso di "non compresa.
Sulla scorta di interrogativi e storie narrateci dai lettori ci interroghiamo sulla difficoltà a "riconoscere" l'emozione omosex.
Lo facciamo attraverso interviste, dati e testimonianze.
Riconoscere le emozioni e valorizzarle è possibile attraverso l'introspezione e lo spirito critico avverte lo piscoterapeuta Paolo Rigliano.
Mentre la dottoressa Simonetta Marucci, responsabile del settore medicina integrata nella Asl di Perugia, ci illustra i buoni effetti della meditazione lungo la strada intrapresa per ritrovare il contatto tra la mente e il corpo.
Contatto che si può smarrire quando l'emotività non trova accoglienza.
Nell'agenda, poi, riportiamo appuntamenti e segnalazioni
nel tam tam citiamo flash di notizie dall'Italia e dal mondo: da Bush al coniglio amico dei gay!
Compratene almeno una copia!!!!
giovedì 27 gennaio 2005
Noi ricordiamo
di Furio Colombo
Oggi, Giorno della Memoria, i lettori dell'Unità trovano compiegate con questo quotidiano le pagine di due giornali italiani dell'estate del 1938, ovvero alcuni mesi prima della promulgazione delle leggi anti ebraiche e della espulsione degli italiani ebrei da tutte le attività e la vita del Paese. Abbiamo riprodotto la prima pagina del Popolo d'Italia, il giornale fondato da Mussolini, che ha questo titolo, che è anche una rivendicazione e un vanto: «Il razzismo italiano data dall'anno 1919 ed è base fondamentale dello stato fascista. Assoluta continuità della concezione mussoliniana» (6 agosto 1938).
Ci è sembrato importante anche riprodurre la prima pagina de La Stampa (31 luglio 1938) in cui il titolo a prima pagina è «Anche nella questione della razza noi tireremo diritto». Si legge nel breve testo che segue intitolato «Testuali parole»: «Dire che il fascismo ha imitato qualcuno o qualcosa è semplicemente assurdo».
In queste due pagine il regime fascista, nella sua peggiore incarnazione di persecutore di cittadini italiani, smentisce con decenni di anticipo coloro che penosamente sostengono, ai nostri giorni, che il fascismo non è stato uno dei due grandi protagonisti della Shoah, insieme alla Germania nazista. La Shoah - come si può vedere e capire in una grande mostra aperta in questi giorni a Roma, presso il Vittoriano (e da cui abbiamo tratto «La Stampa» e «Il Popolo d'Italia» del 1938) - non avrebbe mai potuto cominciare se leggi razziali ossessive, totali e durissime, come quelle approvate all'unanimità da Camera e Senato italiani, non si fossero saldate con quelle tedesche, diventando orrendo modello di persecuzione in tutta l'Europa occupata. Con questo numero de «l'Unità» c'è anche il volume «Voci della memoria», una antologia di documenti e testimonianze che potrà essere utile agli insegnanti costretti ad affrontare da soli, senza sostegni della scuola e senza sussidi, i ricordi di questa giornata.
Le pagine così crudelmente esplicite di due giornali fascisti, in pieno dominio del regime, e il volume ci servono per ripetere qui, a coloro che fingono di non sapere o di non sentire che, quando si parla di Shoah, richiamare altri crimini e orrori esecrabili accaduti altrove nella Storia (le Foibe, i Gulag) è solo un espediente per allontanare il discorso dal fascismo. La Shoah infatti è un delitto italiano, un delitto che, senza la fervida collaborazione fascista, non avrebbe potuto raggiungere un tale livello di sterminio in Europa. È questo delitto italiano - acclamato all'unanimità nel Parlamento e dai cosiddetti grandi statisti di allora - che oggi si ricorda con dolore inguaribile nelle scuole e nelle istituzioni italiane. Lo si ricorda insieme al delitto di perseguitare ed eliminare gli avversari politici, nel periodo più buio della Storia contemporanea italiana. Per questo, e per impedire che malattie mortali come il fascismo possano riprodursi, anche attraverso lo stravolgimento della verità e la negazione dei fatti, che esiste il "Giorno della Memoria", 27 gennaio, il giorno in cui sono stati abbattuti i cancelli di Auschwitz e il mondo ha cominciato a scoprire l'orrore della persecuzione nazista e fascista, tedesca e italiana.
tratto da l'Unità del 27/01/2005
Spagna, Zapatero al Papa: "Rispetto per il mio Governo"
Il ministero degli Esteri di Madrid convoca l´ambasciatore: "Esagerato l´attacco della Chiesa contro di noi".Il premier risponde alle critiche alle sue riforme rivolte lunedì da Giovanni Paolo II
di ALESSANDRO OPPES
MADRID - La disputa fra il governo Zapatero e la Chiesa sale di tono fino a sfiorare la crisi diplomatica. Il nunzio del Vaticano in Spagna, monsignor Manuel Monteiro de Castro, è stato convocato al ministero degli Esteri, dove gli è stato notificato formalmente lo «stupore» dell´esecutivo socialista per le parole di dura critica pronunciate lunedì scorso da papa Giovanni Paolo II.
Una lamentela che è stata spiegata nei dettagli dallo stesso premier José Luis Rodríguez Zapatero durante la tappa argentina della sua visita in Sudamerica. La libertà religiosa è in pericolo? In Spagna si diffonde una mentalità ispirata nel laicismo? Parole «esagerate» quelle del pontefice secondo il capo del governo: «Qualunque spagnolo può constatare che è esagerato dire che c´è un problema di libertà religiosa quando la Spagna vive il momento di maggior libertà religiosa, ideologica e politica di tutta la sua storia».
Nonostante il «profondo rispetto» che sostiene di nutrire per il papa e per il suo diritto di esprimere le opinioni che ritenga opportune «sull´azione dei governi di qualunque tendenza», Zapatero ricorda di aver vinto le elezioni dello scorso anno con un programma politico ben preciso. Un programma che comprende leggi che hanno l´obiettivo di mettere fine alle discriminazioni sofferte dagli omosessuali e una più moderna legge sul divorzio: «Il governo mantiene i suoi impegni elettorali e rispetta scrupolosamente gli accordi sottoscritti con la Santa Sede», ha sottolineato il premier da Buenos Aires.
Lo «stupore» trasmesso dal sottosegretario agli Esteri Luis Calvo al nunzio apostolico si riferisce anche a questo: gli impegni contenuti nel Concordato siglato con il Vaticano sono stati sempre rispettati e mai è stato segnalato dal Vaticano un malumore e, da nessuna delle parti, l´intenzione di denunciare gli accordi. Mentre l´ala dura dell´episcopato spagnolo approfitta delle parole di Karol Wojtyla per alzare i toni della polemica, il governo chiede «rispetto» e ricorda che non esiste altro paese al mondo con un finanziamento «così generoso» alla Chiesa cattolica a carico delle finanze dello Stato (quest´anno sfiorerà i 150 milioni di euro). Dice il ministro della Giustizia Juan Fernando Lopez Aguilar, dal quale dipende la direzione affari religiosi: «In Spagna è pienamente garantito il diritto dei padri a che i loro figli ottengano un insegnamento religioso rispettoso del loro credo. Ma il governo fa il suo lavoro e sta sviluppando i suoi impegni nei confronti dei cittadini, come in qualunque società democratica, libera e aperta».
Se il governo socialista non si è tirato indietro di fronte alla prospettiva di una imbarazzante polemica diretta con il pontefice, è anche perché sono in pochi a pensare che dietro quel discorso non ci fosse una regia esterna al Vaticano, una mano spagnola. È apparso chiaro dal riferimento, del tutto fuori luogo, fatto dal Papa a qualcosa di molto poco spirituale come il Piano idrologico nazionale. «A chi gli ha passato il copione è sfuggita un pò la mano», ironizza pesantemente il portavoce parlamentare del Psoe Alfredo Perez Rubalcaba. «Sembra che il Papa parli a nome di un partito che ha anch´esso due P come lui».
http://www.gaynews.it/view.php?ID=30754
L'idea fissa del filosofo Buttiglione
di Oreste Pivetta
Al pari di certi medici che ti vogliono salvare a tutti i costi, anche quando di te non restano che quattro ossa in croce, Rocco Buttiglione si rivela ogni giorno di più un perfetto interprete di ciò che si definisce “accanimento terapeutico”. Solo che lui non pensa al corpo, ma all’anima e si esercita esclusivamente nei confronti di alcuni malati e basta. Tra una cannonata e l’altra sull’aborto o sulla clonazione, vorrebbe guarire i gay, quelli che con respiro politico il ministro degli italiani all’estero Tremaglia aveva chiamato «culattoni» e che un vescovo di Madrid, monsignor Jesus Català, con dottrina, aveva battezzato «anormali psicologici», cioè «invertiti». Diciamo le cose come stanno, era sbottato il vescovo, orecchiando Tremaglia.
Bocciato in Europa, arricchendo con i suoi detti il panorama di una piccola Italia sempre più fuori dall’orbita, l’onorevole Buttiglione sembra non rassegnarsi mai alle battaglie perse. E ne ha perse tante, nella Dc, nel Ppi, tra gli amici di Cl, tra i nemici della cosiddetta Casa delle libertà, sbeffeggiato da Bossi («sento puzza d’incenso»), sopportato da An. Buttiglione insiste. Chissà chi gliela dà tanta forza. Ma è sempre stato così, incorreggibile nel suo immobile sorriso da fototessera e la pupilla calata da sonnolenza post prandiale. Forse, semplicemente, non capisce. Così ha denunciato «lobby forti che vorrebbero, per esempio, imporre, a partire dal Parlamento europeo, ai Parlamenti nazionali il matrimonio gay e politiche di privilegio delle minoranze omosessuali». Il sospetto l’ha manifestato a Firenze, dentro Palazzo Vecchio, in ambito di presentazione della nuova Costituzione europea, quella per intenderci senza le «radici cristiane». Naturalmente per difendere la visione tradizionale del matrimonio, che a Bruxelles richiamandosi alle «radici latine» aveva spiegato come «protezione della madre, protezione da parte dell’uomo che consente alle donne di generare figli». Per intenderci: «La famiglia è solo quella in cui la donna sacrifica un pezzo della sua carriera professionale per i figli». La spiegazione aveva suscitato sgomento e ilarità tra deputati e deputate europee in odore di parità, ai quali magari non era mancata negli anni qualche lettura più aggiornata e realistica. A Firenze Buttiglione s’è consolato affermando che ventidue paesi su venticinque la pensano come lui. Malgrado questo, ha voluto sostenere che il matrimonio deve restare questione nazionale, non sia mai che l’esempio di Zapatero dilaghi a Bruxelles o che il matrimonio diventi «unione di individui» (come indica il trattato europeo), per rintuzzare le potenti lobby gay che promuoverebbero, secondo il nostro Buttiglione, «non politiche di non discriminazione, sulle quali siamo tutti d'accordo, ma politiche di privilegio, sulle quali potrebbe essere bene rassicurare tutti spiegando che queste sono e devono rimanere materie di esclusiva competenza nazionale». Sulle competenze nazionali vi sarebbe un gran discutere in ambito Unione Europea e nuova Costituzione. Colpisce questa idea ripetuta di Buttiglione, l’idea delle potenti lobby e del privilegio. Una fissazione inquietante, che nella sintesi di Tremaglia sarebbe: «culattoni culattoni». L’idea di una influenza e di poteri, sotterranei, misteriosi, fortunati e tanti. Basterebbero due chiacchiere con Tremaglia stesso, che ha la sua memoria storica, per capire quanto l’idea sia falsa. Senza contare una qualsiasi esperienza del mondo. Invece Buttiglione il suo potere ce l’ha e l’usa. Ad esempio nel 2003 si era distinto, in sede di Consiglio dei ministri, per intiepidire la direttiva europea contro la discriminazione delle persone omosessuali sul posto di lavoro o nelle forze armate.
«I criteri - ci illumina Buttiglione - sono quelli indicati dai vescovi». Peccato che ci sia «un totalitarismo strisciante che avanza da sinistra e che minaccia la libertà di coscienza». Anche lui insomma come il suo superiore sembra vedere comunisti che strisciano ovunque. Non conforta sapere che siamo tutti peccatori, come insegna Buttiglione. Perché, seguendo l’insegnamento, ci sono peccatori peggiori degli altri e non ci sono dubbi sul posto nel quale piazzerà comunisti e gay, quando finalmente, trionfando il Bene, gli consegneranno, laicamente, il ministero del peccato.
http://www.gaynews.it/view.php?ID=30747
Sondaggio Eurisko: Centrosinistra in vantaggio nelle intenzioni di voto
Governo, calo di consenso. Otto italiani su 10 vedono nero
Centrosinistra in vantaggio ma cresce la paura di perdere
Il centrosinistra perde però nei pronostici: a settembre, il 45,8% prevedeva la vittoria dell'Ulivo: quest'area ora ha perso 10 punti
di FABIO BORDIGNON e ROBERTO BIORCIO
UN GOVERNO che naviga, da tempo, in un clima di sfiducia, prodotto da un diffuso senso di insoddisfazione. Un'opposizione che non riesce ad "approfittare della situazione": pur avendo acquisito un piccolo vantaggio negli equilibri elettorali, rimane indietro nei giudizi dell'opinione pubblica; e vede le aspettative di vittoria riallinearsi, nelle previsioni dei cittadini, a quelle del centro-destra. Sono questi i principali tratti dello scenario politico evidenziati dai risultati di un ampio sondaggio realizzato da Demos-Eurisko per la Repubblica.
Il clima politico. Ben otto persone su dieci non sono soddisfatte di come vanno le cose in Italia. Le ragioni di questo malumore si legano, innanzitutto, alle preoccupazioni generate dalle performance economiche, dalle ripercussioni sull'occupazione e sulle dinamiche dei prezzi. Sebbene la maggioranza dei cittadini esprima una valutazione positiva sulla situazione familiare, solo il 22% è contento dei soldi che riesce a risparmiare, appena il 28% delle opportunità di lavoro. Un quadro di questo tipo - tanto più se prolungato nel tempo - incide sulle valutazioni nei confronti dell'esecutivo.
Smarrito l'entusiasmo che aveva accompagnato i primi mesi di governo, l'apprezzamento per la squadra di Berlusconi si attesta su livelli piuttosto bassi e, dopo la lieve ripresa registrata lo scorso autunno, torna a scendere (36%).
Le evidenti difficoltà del governo, tuttavia, non si traducono (automaticamente) in una crescita del consenso verso l'opposizione. Il giudizio dell'elettorato nei confronti del centro-sinistra rimane poco benevolo: con un indice di apprezzamento inferiore a quello dell'esecutivo e in lieve ribasso nel corso degli ultimi mesi (forse per effetto del continuo fermento interno alla coalizione). Peraltro, la stessa opinione pubblica sembra percepire, oggi, condizioni meno favorevoli per le formazioni di centro-sinistra. Se chiediamo agli intervistati di formulare una previsione sull'esito delle elezioni, i due schieramenti risultano quasi allineati (mentre si espande l'area dell'incertezza: 28%). Solo pochi mesi fa, il centro-sinistra otteneva un ampio vantaggio.
Coerenti con le indicazioni generali sono anche i giudizi sui leader politici.
L'apprezzamento per Berlusconi tende a rispecchiare quello nei confronti dell'esecutivo (34%). Sugli stessi livelli troviamo anche Follini; leggermente più in basso si colloca Bossi (22%). L'unica (importante) eccezione, tra gli esponenti della maggioranza, è rappresentata da Fini, al
primo posto con il 58%. Il ministro degli Esteri - che recentemente ha goduto di grande visibilità, in relazione alla tragedia del Sud-Est asiatico - ottiene significativi apprezzamenti anche tra gli elettori dello schieramento avversario, in particolare nell'area centrista. Su livelli intermedi si posizionano i leader della Gad: Prodi (45%) e Fassino (39%), sfruttando una
maggiore trasversalità rispetto ai due maggiori partiti della coalizione, ottengono i punteggi più elevati. Più connotate sotto il profilo partitico sono, invece, le pagelle di Bertinotti (39%) e Rutelli (37%).
Le tendenze elettorali. Se il clima politico è notevolmente cambiato negli ultimi mesi, molto più lenta, complessa e in parte contraddittoria è stata l'evoluzione degli orientamenti elettorali. Sei mesi fa, dopo le elezioni europee era diffusa la previsione di una possibile vittoria del
centrosinistra. Prevale oggi un clima di maggiore incertezza. L'attivismo politico-mediatico di Berlusconi e dei leader della Casa delle Libertà da una parte, le tensioni e le polemiche nell'area del centrosinistra dall'altra hanno avuto un effetto indubbio sull'opinione pubblica. Se si sono ridotte le attese di successo dello schieramento di centrosinistra, si possono
registrare tendenze parallele anche negli orientamenti elettorali? I mutamenti che si possono registrare rispetto a sei mesi fa appaiono ancora limitati ma significativi. Le intenzioni di voto per i partiti che fanno riferimento alla Gad superano di tre punti percentuali quelle per i partiti della Casa delle Libertà. E il distacco aumenta a sei punti percentuali se si propone agli intervistati la scelta fra le due coalizioni. La differenza fra i due tipi di scelta - registrata anche nelle ultime elezioni politiche - può avere diverse spiegazioni. Gli intervistati hanno in generale maggiore disponibilità e minori incertezze ad esprimere il proprio orientamento elettorale per una coalizione rispetto a quello per un partito: le mancate risposte sono del 16% nel primo caso, e salgono al 30% nel secondo. E, soprattutto nell'area di centrosinistra, una parte rilevante degli intervistati esita ad esprimere la scelta per uno dei partiti della coalizione.
Le diverse stime sono concordi nel segnalare una crescita non trascurabile delle opzioni a favore della coalizione di centrosinistra rispetto alle elezioni europee. La vasta insoddisfazione sulla situazione generale del paese, e una valutazione tendenzialmente negativa del governo, non si sono tradotte in un forte aumento dei consensi per i partiti di opposizione. Ma frena e deprime le possibilità di recupero dei partiti di centrodestra e la mobilitazione della loro area elettorale.
Si registrano d'altra parte mutamenti significativi anche nell'ambito delle due coalizioni. Nella Casa delle Libertà tendono ad aumentare gli orientamenti elettorali a favore di Alleanza nazionale, che recupera consensi sia dall'area dell'astensionismo che dai partiti alleati. Più in difficoltà appare Forza Italia, che non riesce a mantenere neppure i consensi avuti sei mesi fa. Una parte dell'elettorato azzurro è tentata dall'astensione.
L'interscambio di voti con il partito di Fini risulta nettamente sbilanciato a favore di An. Anche la Lega mostra una tendenze al recupero dei consensi, soprattutto nelle aree di tradizionale insediamento.
La crescita di opzioni a favore del centrosinistra ha premiato soprattutto due aree politiche: da un lato Rifondazione comunista, dall'altra i tre partiti che si erano presentati alle europee sotto il simbolo di Uniti per l'Ulivo (Ds, Margherita e Sdi).
Gli orientamenti elettorali che si possono rilevare dai sondaggi rappresentano naturalmente solo probabilità di voto. La loro traduzione in comportamenti effettivi dipende dal contesto delle specifiche competizioni elettorali, dal clima politico e dal livello di mobilitazione e smobilitazione delle diverse aree di elettori.
(27 gennaio 2005)
http://www.repubblica.it/2005/a/sezioni/politica/atlantepol/atlantepol/atlantepol.html
Corsa all'indietro tra i due Poli
di ILVO DIAMANTI
LA STAGIONE grigia della politica italiana prosegue. Nessun soggetto politico che riesca a suscitare passione. Nessun cambiamento apprezzabile, nel clima d'opinione. Tanto che il confronto elettorale oggi rammenta un inseguimento all'indietro. Il centrosinistra, per la verità, mantiene un vantaggio significativo, nel maggioritario, ma anche nel proporzionale. Ma la distanza fra i due poli si è ridotta, rispetto a quanto indicavano alcuni sondaggi condotti dopo le europee. Sei punti nel proporzionale, ma solo 3 nel maggioritario. Tuttavia, secondo le previsioni degli elettori, se oggi si votasse, le due coalizioni sarebbero alla pari. Anzi: il centrodestra vincerebbe, seppure di poco.
D'altronde, gli italiani giudicano il comportamento dell'opposizione, in questa fase, peggiore di quello del governo. I principali tratti delineati dall'Atlante politico, pubblicato da Repubblica, contribuiscono a chiarire i motivi - alcuni, almeno - che hanno indotto il premier a cambiare strategia.
Berlusconi: ha smesso di decantare le virtù del governo, di promettere agli italiani un futuro felice. E ha spostato l'attenzione sulla (in) credibilità dell'opposizione. Senza nome e senza valori.
D'altronde, i dati proposti dall'Atlante suggeriscono che il governo abbia fatto poco per restituire slancio e fiducia agli elettori. I meriti - o le colpe - di questa ripresa, dal punto di vista delle previsioni piuttosto che delle intenzioni elettorali, vanno attribuiti quasi per intero all'opposizione. La percentuale di quanti pensano che, se oggi si dovesse andare a elezioni politiche, vincerebbe il centrosinistra è, infatti, calata di oltre il 10% negli ultimi quattro mesi. Mentre la quota di quanti prevedono il successo del centrodestra, nel frattempo, è rimasta pressoché uguale.
In altri termini: non è il centrodestra ad aver "rimontato". Semmai, è il centrosinistra che è "ricaduto". Il centrodestra ha fatto poco. Ha sfruttato le mille incertezze, i mille litigi, le mille polemiche dell'opposizione.
Senza che, peraltro, la fiducia nei confronti della sua azione migliorasse.
Non ha ragione di rallegrarsi troppo, il centrodestra, perché le condizioni che hanno generato e, successivamente, allargato la disaffezione degli elettori non sono cambiate. L'insoddisfazione nei confronti della situazione socio-economica, la distanza fra le promesse e la realtà. I fattori che avevano eroso, in modo profondo, il consenso (sociale ed elettorale) verso il
governo e la fiducia nel premier, persistono, evidenti.
Le riforme approvate negli ultimi mesi, in particolar modo la riduzione delle aliquote Irpef, hanno frenato questa deriva. Ma non l'hanno arrestata. E, soprattutto, non hanno invertito il segno del sentimento sociale. Otto persone su dieci (ma 6 anche fra gli elettori del centrodestra) si dicono insoddisfatte di come vanno le cose in Italia, in questo momento. E una larga maggioranza di persone valuta negativamente l'andamento dell'economia e del lavoro.
Quasi tutti, inoltre, si confessano incapaci di risparmiare. Mentre il fatto che sei italiani su dieci ritengano soddisfacente la condizione della loro famiglia non rasserena il clima d'opinione. Semmai lo aggrava, perché suggerisce il diffondersi di una sorta di "sindrome da assedio": le famiglie da sole, a difendersi dal mondo esterno.
E' comprensibile, allora, che, nonostante l'opposizione stenti a uscire dall'ombra, il centrodestra non riesca ad allargare davvero i suoi consensi elettorali. A riprendere velocità. A riconquistare la fiducia dei suoi elettori delusi. In fondo, malgrado le aspettative, nelle stime di voto la Casa delle Libertà resta sotto. Non per altro, in questa fase, il premier insiste, in modo quasi ossessivo, sui valori invece che sugli interessi. E preferisce polemizzare sulla natura maligna della sinistra, piuttosto che esaltare - e ostentare - i risultati dell'operato suo e del governo. Perché, in questo caso, il conflitto di Berlusconi con gli interessi degli elettori diverrebbe palese. Ineludibile.
Da ciò deriva il senso di disincanto, che rende difficile immaginare il futuro elettorale. Perché, da un lato, il centrosinistra continua a prevalere, nelle stime del voto proporzionale e ancor più maggioritario. Ma, come ha dimostrato Paolo Natale, anche un distacco del 10% nell'uninominale non gli garantirebbe una maggioranza di seggi, visto che la distribuzione dei suoi voti è troppo squilibrata: fortemente addensata al centro, debole in altre zone, soprattutto del Nord. Se, peraltro, il centrodestra modificasse la legge elettorale (secondo la proposta di Nespoli; il "nespolum", come lo chiama Sartori), collegando, in modo diretto, sulla stessa scheda, il voto di partito con quello di coalizione, il vantaggio del centrosinistra nel
maggioritario rischierebbe di svanire del tutto.
D'altro canto, però, è rischioso, anche per Berlusconi, confidare e investire sulla debolezza degli altri. Fare l'opposizione operando al governo.
L'opposizione dell'opposizione. E' difficile attrarre, suscitare consenso limitandosi a generare il dissenso verso gli altri. Imitando quanto ha fatto l'opposizione in questi anni.
Non è un caso se la fiducia nei suoi confronti (nonostante le affermazioni contrarie) continua ad essere ridotta. Non è solo colpa degli elettori di centrosinistra ("capaci solo di odiare"). E' che gli stessi elettori dei partiti alleati esprimono nei suoi riguardi sentimenti tiepidi. E un poco freddi.
Demonizzare l'avversario. Riaprire il capitolo, mai chiuso, della lotta al comunismo. Può bastare a contrastare l'indifferenza di tante persone che in passato avevano votato per la CdL e oggi appaiono, semplicemente, disamorate e disancorate? E' il problema sotteso al risultato delle elezioni suppletive dei giorni scorsi, vinte nettamente dal centrosinistra, al pari di quelle di
qualche mese fa. Non fanno testo, hanno decretato a centrodestra. Troppo bassa la partecipazione al voto. Si sono mobilitati solo gli elettori mossi da impegno e risentimento. I più appassionati. Che si posizionano prevalentemente a centrosinistra. Alle prossime regionali e, ancor più, alle politiche del 2006, le cose cambieranno. La partecipazione, favorita dalla
campagna elettorale, crescerà certamente, rendendo competitiva la CdL.
Considerazione ragionevole. Che, tuttavia, dà per scontata una questione per nulla scontata. Come può, il centrodestra, "mobilitare" tanti elettori delusi? Convincere gli indifferenti a uscire di casa? A recarsi ai seggi? E a votare per lui? Non in nome degli interessi, pare di capire. Ma in nome dei valori. Della "lotta contro il Male". Della "guerra di civiltà". Se nel 2001 Berlusconi, per vincere le elezioni, aveva proposto agli italiani un sogno, ora regala loro un incubo. Da cui promette di "salvarli".
Speriamo di risvegliarci prima.
(27 gennaio 2005)
http://www.repubblica.it/2005/a/sezioni/politica/atlantepol/indietro/indietro.html
mercoledì 26 gennaio 2005
Giorno della memoria: il dvd di Paragraph 175 in vendita con Diario del mese
di Rob Epstein e Jeffrey Friedman *
Il triangolo rosa è stato adottato dalla comunità gay come simbolo, ma la sua storia e il suo significato non sono mai stati pienamente compresi da molti gay, né soprattutto dal grande pubblico.
Secondo una ricerca del 1993 commissionata dall'American Jewish Committee, solamente la metà degli adulti inglesi e un quarto di quelli americani sapevano che i gay erano state vittime del regime nazista e che il triangolo rosa era l'emblema fisico usato dai nazisti per identificare gli omosessuali. Con Paragraph 175 abbiamo voluto esplorare una storia mai raccontata prima su pellicola e difficilmente studiata nei libri di storia.
Perché non c'è traccia storica delle esperienze di decine di migliaia di persone perseguitate e uccise?
In qualità di gay e di ebrei avevamo ovviamente ragioni personali per approfondire questa storia. Sentimmo la necessità di registrare tutti quei racconti che era possibile raccogliere mentre ancora c'erano dei testimoni viventi a narrarli.
C'erano vittime omosessuali, c'erano combattenti della resistenza omosessuali e c'erano nazisti e loro simpatizzanti omosessuali. Inoltre, anche se i nazisti perseguitarono costantemente gli omosessuali, i loro oppositori cercarono di usare l'omosessualità di un ufficiale nazista di alto rango per propagandare che tutti i nazisti erano omosessuali.
Tra il 1933 e il 1945 secondo i documenti nazisti furono arrestati per omosessualità circa 100 mila uomini. La metà furono imprigionati, e di questi 10 o 15 mila finirono nei campi di concentramento.
Il tasso di morte dei prigionieri omosessuali nei campi è stimato attorno al 60 per cento (una delle percentuali più alte tra i prigionieri non ebrei) cosicché nel 1945 solo 4 mila erano sopravvissuti.
Ancora più ignota è la storia del dopo lager: molti sopravvissuti gay furono soggetti a una continua persecuzione anche nella Germania post nazista dove venivano visti non come prigionieri politici, ma come criminali secondo la legge sulla sodomia in vigore anche dopo la liberazione.
Nel dopoguerra alcuni di loro furono di nuovo arrestati e imprigionati. Tutti restarono esclusi dai sussidi del governo e in gran parte dei casi il tempo che trascorsero nei lager fu dedotto dalle loro pensioni.
La «cura» attraverso suicidio, matrimonio o isolamento erano comuni. Negli anni Cinquanta e Sessanta il numero di incarcerazioni per omosessualità nella Germania Ovest fu alto quanto lo era durante il nazismo. La versione nazista della legge sulla sodomia restò in vigore fino al 1969.
Quando la comunità internazionale cercò la giustizia per le vittime di Hitler con i processi di Norimberga (1946) non furono mai menzionati né le atrocità commesse contro gli omosessuali né la legge e le misure antigay.
La fobia e la persecuzione furono accettate come normali nell'Europa e negli Stati Uniti del dopoguerra. Allo stesso modo, le ricerche sulla Shoah, i memoriali e anche i musei ignoravano il destino dei detenuti omosessuali nei lager. Ancora oggi il governo tedesco si rifiuta di riconoscere gli omosessuali come vittime del nazismo. (Altri Paesi europei hanno politiche simili di esclusione e di non riconoscimento).
Negli anni Novanta, i ricercatori iniziarono a documentare le storie degli uomini che portavano il triangolo rosa. La prima istituzione a farlo, fu lo United States Holocaust Memorial Museum di Washington, che cambiò la percezione pubblica includendo nelle sue rassegne la persecuzione nazista degli omosessuali.
Incoraggiati dagli storici e dai musei molti sopravvissuti gay si fecero avanti e raccontarono le loro storie per la prima volta, mettendo fine a decenni di silenzio e isolamento innaturali. Nel 1995 otto sopravvissuti sottoscrissero una dichiarazione collettiva chiedendo il riconoscimento giuridico e morale della loro persecuzione.
* Con questo film nel 2000 hanno vinto l'Orso d'oro per il miglior documentario al Festival di Berlino e il Premio per il miglior documentario al Festival di Sundance