sabato 21 maggio 2005

Le famiglie gay e la Costituzione

di Franco Grillini


La Costituzione non vieta il riconoscimento delle famiglie gay.
Nella nostra vita pubblica affermazioni perentorie ripetute all'infinito e non contraddette diventano verità anche se non hanno alcun fondamento. Ne è una dimostrazione il continuo riferimento all'art. 29 della Costituzione, presentato come un ostacolo insuperabile che si frapporrebbe in Italia all'introduzione non solo del "matrimonio gay", ma anche di qualunque forma di riconoscimento giuridico delle famiglie diverse da quelle tradizionali fondate sul matrimonio: come ormai hanno invece fatto tutti i paesi dell'Europa occidentale, con le sole eccezioni di Italia, Austria, Malta e (probabilmente ancora per poco) Irlanda. Questo errore è così radicato, che spesso spinge addirittura le sue vittime a citare "a memoria" in modo testualmente sbagliato l'art. 29.

È un argomento usato incomprensibilmente contro l'introduzione perfino del "patto civile di solidarietà". Proprio domani si celebrerà a Roma il "Pacs day": alle 11 in piazza S. Lorenzo in Lucina, dove giorni fa due ragazzi gay sono stati brutalmente pestati da un gruppo di teppisti omofobi solo perché si tenevano per mano, trenta coppie contrarranno informalmente il loro pacs, davanti a consiglieri comunali provenienti dalle rispettive città; di lì i manifestanti si recheranno, tenendosi per mano, nella sala della Protomoteca in Campidoglio, dove saranno presentate numerose testimonianze e un ampio dossier sulle conseguenze spesso tragiche che il mancato riconoscimento giuridico ha sulla vita di tante coppie non sposate, gay e non, nell'Italia di oggi.

Nel dicembre 2002, la rivista Critica liberale ha pubblicato un ampio saggio sulla questione dell'art. 29 della Costituzione (ora integralmente reperibile anche su Internet, nel sito da me diretto www.gaynews.it , nella rubrica "documentazione") in cui si dimostra con dovizia di argomenti che esso non pone alcun ostacolo al riconoscimento delle famiglie omosessuali, ma finora nessuno si è preoccupato di confutarli.

In sintesi, l'art. 29 non ha niente a che fare con il riconoscimento delle famiglie gay o delle famiglie di fatto eterosessuali. Si limita a tutelare le famiglie tradizionali e fondate sul matrimonio (le uniche che potevano essere prese in considerazione all'epoca della Costituente) da interventi invasivi e autoritari dello Stato, come quelli che si erano verificati durante il fascismo ai tempi dello scontro per l'Azione cattolica o, nei mesi stessi della Costituente, nei paesi in cui si stavano instaurando regimi comunisti: non detta limiti su che cosa costituisca famiglia per il diritto italiano. Sarebbe davvero assurdo attendersi il contrario, dato che, nel 1947, era del tutto impensabile prevedere che mai un problema del genere avrebbe potuto affacciarsi nel dibattito politico. E autorevoli costituenti cattolici come Mortati e Moro chiarirono senza possibilità di equivoci il significato e la portata di quella norma.

L'articolo 29 della Costituzione non dice affatto che la Repubblica riconosce come famiglia solo quella definita come «società naturale fondata sul matrimonio». Dice una cosa diversa: «La Repubblica riconosce i diritti della famiglia come società naturale fondata sul matrimonio». I costituenti vollero con ciò stabilire che lo Stato non avrebbe potuto fare a meno di garantire «i diritti» delle famiglie fondate sul matrimonio, alle quali veniva così assicurata una relativa sfera di autonomia rispetto al potere regolativo dello Stato: di qui l'illegittimità costituzionale una legge ordinaria che mirasse a disconoscere i diritti di tali famiglie. Il riconoscimento giuridico delle famiglie non tradizionali non riguarderebbe minimamente la materia regolata dall'art. 29, e non avrebbe nessuna incidenza su quel che l'art. 29 dispone, dato che non sarebbe suscettibile di modificare, limitare, compromettere o intaccare in nessun modo e in nessuna misura i diritti o la sfera di autonomia delle famiglie tradizionali, che non ne sarebbero neppure sfiorati.

Come dice lo studio di Critica liberale, «è del tutto illogico pretendere che la particolare o rinforzata tutela esplicitamente garantita dalla Costituzione a una specifica situazione obblighi positivamente anche a denegare lo stesso trattamento ad altre situazioni socialmente analoghe o identiche: la garanzia costituzionale rinforzata di un diritto non implica di per sé anche l'obbligo costituzionale di negare la parità di trattamento ai casi in cui, pure, essa non sia costituzionalmente dovuta. Gli articoli 33 primo comma e 19 tutelano in modo particolare, rispettivamente, la libertà di insegnamento e la libertà di culto, ma nessuno si sogna di trarne la conseguenza che la libertà di espressione del pensiero in altri campi, garantita in modo meno incondizionato dall'art. 21, debba essere obbligatoriamente limitata al solo fine di sottolinearne un presunto minor valore o una minore dignità nei casi che non sono oggetto della tutela rinforzata prevista dagli artt. 33 e 19. Affermare in modo particolarmente solenne e impegnativo i diritti di qualcuno (perché sono la storia recente e gli avvenimenti altrove in corso a consigliare di farlo) non equivale a vietare qualunque minimo riconoscimento dei diritti di qualcun altro; e comunque una così rilevante denegazione di diritti, per essere obbligatoria benché derogatoria rispetto a principi fondamentali della Costituzione, dovrebbe almeno essere stata formulata in modo espresso.»

Semmai, continua il saggio in questione, sono l'art. 3 della Costituzione a imporre parità di diritti e a vietare espressamente le discriminazioni fondate sulle "condizioni personali" dei cittadini, e l'art. 2 a tutelare le "formazioni sociali" ove si svolge la loro personalità. Le invenzioni sull'art. 29 sono solo pretesti per cercare di legittimare discriminazioni fondate sull'identità ascritta degli individui, discriminazioni cioè concettualmente del tutto identiche al razzismo propriamente detto.

Mi si deve spiegare in che cosa la condizione di due persone omosessuali conviventi è diversa da quella di due sposi che, per i più svariati motivi (ad esempio a causa dell'età), non possono o non vogliono avere figli (dei figli, infatti, le nostre proposte di legge non si occupano). Siamo forse Untermenschen, sottouomini, cittadini di terza categoria?

Tanto più che la proposta del pacs, la sola attualmente calendarizzata, è solo una prima proposta ultramoderata, che si limita a risolvere alcune questioni pratiche senza neppure realizzare la parità di diritti, e che è lontana anni luce dalla grande riforma civile approvata in Spagna. Le scomposte polemiche razziste di questi giorni testimoniano soltanto il carattere primitivo di gran parte della politica italiana.

tratto da l'Unità del 21 Maggio 2005

La comunità cattolica di Firenze: "Apriamo alle coppie di fatto, ai gay e divorziati"

Lo chiede la comunità cattolica fiorentina nelle venti proposizioni che il Consiglio pastorale diocesano consegnerà al cardinale Antonelli


APERTURA ai gay, ai divorrziati e alle coppie di fatto. La richiesta viene nientemeno che dai fedeli fiorentini. Ed è scritta nera su bianco nelle venti proposizioni che il Consiglio pastorale diocesano consegnerà all'arcivescovo di Firenze Ennio Antonelli durante l'assemblea pastorale diocesana di domani al centro Spazio Reale di San Donnino. Le venti proposizioni sono il risultato di un anno di lavoro svolto dai rappresentanti di associazioni, parrocchie e vicariati della diocesi con la partecipazione di oltre mille persone. Il testo definitivo nato attorno al tema «Comunità eucaristica per un mondo che cambia» sarà sottoposto a una votazione. E tra il bisogno di semplificare i linguaggi e la necessità di celebrare le festeil documento mette con la proposizione numero 10 al centro del dibattito cattolico l'apertura verso una società in continua trasformazione. Con coppie che si dividono e genitori che non si sposano, con credenti omosessuali e famiglie allargate. «Alla base c'è l'idea che la comunità eucaristica deve accogliere anche queste persone senza ritenerle cristiani di serie B», spiega il presidente del Consiglio pastorale diocesano Leonardo Bianchi. E aggiunge: «Questo non significa mettere in forse il fondamento della dottrina, non possiamo snaturare i nostri principi, ma neanche rifugiarci nella logica dell'arroccamento». Il parroco di San Donnino Don Giovanni Momigli, da 15 anni testimone attento della sua comunità, conferma: «La società è cambiata in modo veloce. Per la Chiesa è venuto il momento di rapportarsi in modo nuovo con forme di convivenza che vanno al di là delle forme canoniche». Eppure per Momigli la Chiesa non è affatto nuova a un concetto del genere. «Qui si tratta di rendere visibile e tangibile il concetto di accoglienza che già è presente». In realtà l'apertura alle coppie di fatto da parte della chiesa sa molto di rivoluzionario, ma Don Momigli è convinto del contrario e precisa: «Ripeto, nei fatti è già così, solo che ora è una cosa privata tra il parroco e le singole persone. Ma se un gay o un divorziato bussa alla porta della parrocchia nessuno lo manda via. Anzi. Io stesso in questo periodo sto preparando al matrimonio una coppia che ha un bambino e non è sposata». Ma se è davvero così, allora che bisogno c'era di metterlo per iscritto nelle proposizioni elaborate dal Consiglio pastorale. «Il bisogno c'era - conclude Momigli - perché ora è necessario che questo concetto esca dal privato per diventare di dominio pubblico, patrimonio della comunità. Senza che nessuno si scandalizzi».

http://www.gaynews.it/view.php?ID=32342

Gay, a Roma è il Pacs day: il giorno delle unioni civili

In piazza San Lorenzo in Lucina cinquanta coppie hanno detto sì
gesto per attirare l'attenzione sulla legge per le coppie di fatto


ROMA - Folla colorata e festante stamattina a piazza San Lorenzo in Lucina, nel cuore di Roma a due passi da Montecitorio, per il Pacs Day, il giorno delle unioni civili tra gay, lesbiche ma anche etero. L'iniziativa è stata voluta dall'Arcigay Nazionale per attirare l'attenzione dell'opinione pubblica sulla legge ferma alla Camera per regolarizzare le coppie di fatto.

Insieme a una cinquantina di coppie, c'erano Alessandro Zanna, consigliere Ds a Padova, e i consiglieri comunali romani Patrizia Sentinelli del Prc, Pino Galeota dei Ds, Maurizio Bartolucci dei Ds, il presidente nazionale Arcigay, Sergio Lo Giudice, insieme con Franco Grillini e Vanni Piccolo, leader storici del movimento omosessuale in Italia. E poi ancora Katia Belillo dei Comunisti Italiani, il consigliere comunale di Roma Enzo Foschi, la leader di DìGayProject, Imma Battaglia.

"E' una giornata importante, che emozione", dicono due ragazzi, sui 30 anni, che si tengono per mano. Alcuni, a voler simboleggiare un vero e proprio matrimonio, portano dei fiori agli amici protagonisti del "Pacs".

Le coppie, dopo aver riempito dei moduli, si sono messe in fila davanti al pubblico ufficiale (da Foschi a Sergio Lo Giudice), che legge loro gli articoli del Pacs, che pur non avendo alcun valore legale, ha un forte significato simbolico. Seguono lo scambio di anello, baci e abbracci di rito, per la gioia dei fotografi. Finite le cerimonie, le coppie hanno sfilato lungo via del Corso fino in Campidoglio.

"Questa è un'iniziativa che non ha precedenti ma che si ripeterà in tutta Italia - ha detto Franco Grillini - Per questo daremo vita alla Lega Italiana per le Famiglie di Fatto (www.liff.it, ndr), un'associazione dal carattere laico che discuterà con tutte le consulte".

In concomitanza col Pacs day, Azione Giovani (An) ha organizzato una mobilitazione per la famiglia in 50 piazze di Roma, per dire no a matrimoni e adozioni per omosessuali. "A San Lorenzo in Lucina e in Campidoglio vediamo il vero volto dell'Ulivo che, per interessi elettorali, strizza l'occhio alla Chiesa cattolica e poi, in realtà, è portatore della peggior cultura del relativismo etico e morale", ha detto Federico Iadicicco, dirigente nazionale e presidente romano di Ag. E ancora: "Difendere la Famiglia significa difendere storia, cultura, tradizioni e valori che hanno caratterizzato la vita degli uomini. Diciamo no a matrimoni e adozioni gay e non ci sono pregiudizi ideologici in questa posizione".

http://www.repubblica.it/2005/e/sezioni/cronaca/pacsday/pacsday/pacsday.html

L'ulivo e la cicoria

di EZIO MAURO

PROPRIO nel giorno in cui l'Economist additava alla comunità internazionale l'Italia come il vero "malato d'Europa" (con un'economia stagnante, un business depresso, un sistema di riforme moribondo, una mancanza di regole drammatica) il centrosinistra si è spaccato in due, divaricando le sue strategie e le sue prospettive, avvelenando i suoi rapporti interni, mettendo nuovamente in dubbio - davanti ai cittadini - la sua capacità di sfidare vittoriosamente Berlusconi nel 2006, e soprattutto di creare una cultura di governo moderna ed europea, in grado di ridare slancio, fiducia e credibilità ad un Paese in declino, senza più missione.

Il problema non è la lista unitaria alle elezioni politiche, a cui la Margherita si è opposta ieri con un voto chiaro e netto, che ha consegnato il partito a Rutelli e ha messo in minoranza i prodiani. I cittadini di centrosinistra capiscono che si è rotto un progetto più grande, un percorso ambizioso, un disegno che puntava a unire davvero all'ombra dell'Ulivo la cultura cattolico-democratica con quella post-comunista e quella socialista: costruendo non tanto un partito unico, oggi impossibile e controproducente, ma un perimetro e un baricentro finalmente riformista nel centrosinistra italiano, capace di funzionare da guida e cabina di regia dell'intero schieramento, nella competizione-alleanza con la sinistra più radicale. Qualcosa che la sinistra non ha mai avuto, in Italia, e che è indispensabile se si ha l'ambizione di governare, e prima di vincere, e prima ancora di parlare all'intero Paese.

La Margherita sembra voler sostituire a questo progetto riformista d'impianto maggioritario un'opzione centrista, perfettamente legittima perché non ha alcuna ambiguità di schieramento, ma che sembra avere lo slogan del "riformismo in un solo partito", e individua nei ds il principale competitore da superare prima di poter costruire qualsiasi progetto unitario: come ripeteva Craxi al Pci, nell'epoca in cui il comunismo e la sua pratica egemonica esistevano davvero.

D'altra parte, la Margherita pensa così di poter crescere come il soggetto più adatto ad intercettare lo smottamento del centrodestra: divisi e sciolti, dunque, ma con un saldo elettorale che può far vincere il centrosinistra. Fino a costruire dopo la vittoria, addirittura, le basi di un nuovo partito democratico che raccolga l'intuizione dell'Ulivo, ma la porti fuori da ogni replica novecentesca e socialdemocratica.

Resta il fatto che la meta è lontana, e oggi bisogna fare i conti con un'altra rottura a sinistra che dopo dieci anni rischia di cancellare l'Ulivo - e ciò che potenzialmente significa - dal panorama politico italiano. Dopo la stagione dell'Ulivo, potremmo dire, comincia quella della cicoria. Per un danno così rilevante, le responsabilità vanno distribuite equamente.

Rutelli da tempo voleva le mani libere e alla prima occasione ha portato la rottura fino in fondo, privilegiando il profilo del suo partito a quello del centrosinistra. Prodi in questi mesi non ha esercitato una funzione obbligatoria della leadership, che è la capacità di unire, ed è mancato non tanto di autorità quanto di carisma: fino ad assistere al testa-coda spettacolare e assurdo di Bertinotti che solidarizza con i no global impegnati a occupare la "Fabbrica" prodiana del programma dell'Unione di cui il leader di Rifondazione fa parte.

Fassino e D'Alema hanno delegato all'ingegneria politica ulivista (invece che a uno sforzo culturale) la soluzione dell'identità del loro partito, e oggi si trovano senza un apriscatole esterno, dentro una stagione post-comunista troppo lunga.

Ma più dei destini individuali dei leader, è il destino della sinistra italiana che preoccupa, perché rischia di restare nuovamente incompiuto, anche alla fine del ciclo dell'Ulivo, con evidenti riflessi sul sistema politico bipolare, dunque sul Paese. Con una formula, e pensando alla diagnosi drammatica dell'Economist per l'Italia, potremmo concludere che la destra, da noi, è preoccupante per ciò che è. La sinistra, per ciò che non è, e non riesce ad essere. Ancora una volta.

(21 maggio 2005)

http://www.repubblica.it/2005/e/sezioni/politica/fed/cicoria/cicoria.html

giovedì 19 maggio 2005

Pestaggio omofobo davanti alla TV

di Giulio Maria Corbelli
Mercoledì 18 Maggio 2005

E' accaduto a Battipaglia, Salerno. Pasquale Quaranta, giornalista e attivista, era per mano con un amico per la trasmissione Lucignolo. In sette li hanno aggrediti, a telecamere accese.

SALERNO - E' stato aggredito perché gay mentre le telecamere di Italia 1 lo riprendevano. La storia ha dell'incredibile, ma è purtroppo accaduta a Battipaglia, in provincia di Salerno, lunedì 16 maggio, cioè il giorno prima della Giornata Mondiale contro l'Omofobia celebrata in decine di città italiane e centinaia di paesi in tutto il mondo. Vittime dell'aggressione Pasquale Quaranta, presidente del circolo Arcigay salernitano e giornalista collaboratore, tra le altre testate, di Gay.it, e il suo amico Eddy. I due stavano registrando una puntata di Lucignolo, il magazine notturno di Italia 1, incentrata sull'attivismo di Pasquale, che è tra i gay più visibili del meridione, molto impegnato nei gruppi di omosessuali credenti, e i cui genitori, intervistati anche loro per il programma, hanno attivato un nucleo dell'Agedo nella zona.

«Quelli di Lucignolo ci hanno chiesto di camminare mano nella mano per raccogliere le reazioni del paese - ci racconta Pasquale - Il mio ragazzo non c'era e così ho chiesto a Eddy di prestarsi. Eravamo ripresi da una telecamera nascosta di un operatore della trasmissione. Prima qualcuno si è limitato a qualche presa in giro e a fischiare, ma a un certo punto sei o sette ragazzi ci hanno assaliti. Uno ha detto qualcosa e Eddy ha risposto "Avete qualche problema?"; a quel punto tutti si sono scagliati contro di noi. Eddy ha preso un pugno, io altri due, ma quelli che ci seguivano con le telecamere sono intervenuti subito e loro sono scappati».

Gli aggressori («delinquenti, figli di delinquenti» li definisce Pasquale) hanno avuto la spudoratezza di agire in pieno centro, di giorno, senza sapere che dietro di loro c'era una telecamera nascosta che riprendeva la scena. «E pare che anche la piazza sia sorvegliata da telecamere - aggiunge Pasquale - Questi dovrebbero essere elementi sufficienti per incastrarli».

Clicca per ingrandire...I due ragazzi se la sono cavati con qualche contusione, due giorni di prognosi e, quello che è più grave, tanto spavento. «Ora ho molta paura - confessa il presidente del circolo Arcigay di Salerno - Penso a quello che mi potrebbe accadere se li incontrassi da solo di sera. E penso anche alla mia famiglia: loro sono in grande apprensione». E' per questo che Pasquale ha deciso di non denunciare i suoi aggressori: «In molti mi dicono che sbaglio, ma io non me la sento. Qui si vive in un clima pesante. Non si sa mai come possono comportarsi queste persone. E poi ci sono i miei genitori».

Clicca per ingrandire...Nonostante questo, l'aggressione dovrebbe comunque giungere all'attenzione delle forze dell'ordine. In presenza di documentazioni che testimoniano le loro azioni, anche senza la denuncia dell'aggredito i teppisti saranno perseguiti. In tal senso si è impegnato oggi stesso il senatore dei Verdi Fiorello Cortiana, presente oggi a Salerno per la conferenza stampa di presentazione del Salerno Pride 2005, di cui Pasquale Quaranta è uno degli organizzatori. «Occorre che gli organi di polizia ed i ministri Pisanu e Castelli intervengano per garantire le libertà individuali e l'incolumità di tutti i cittadini soprattutto in queste settimane che precedono il Gay Pride di Salerno che si terrà il 24 e il 25 giugno» ha affermato Cortiana, Segretario della commissione cultura, che oggi ha presentato un'interrogazione urgente ai ministri dell'Interno e della Giustizia nella quale si denuncia il grave episodio e si chiede di avviare regolari indagini.

«Occorre che le istituzioni - prosegue l'esponente del Sole che Ride - si attivino per prevenire altri episodi di intolleranza, sponsorizzando e patrocinando manifestazioni come il Gay Pride in tutte le città italiane e garantendone la sicurezza. Solo così si potrà alimentare una cultura dell'uguaglianza e del rispetto. Oggi ho incontrato il Sindaco di Salerno per chiedergli il patrocinio dell'iniziativa da parte del Comune e farò la stessa richiesta alla Provincia e alla Regione».

Le associazioni glbt intanto denunciano quanto accaduto: GayLib chiede che «le azioni sconsiderate, di pubblico scherno, pressione psicologica e violenza fisica mirate contro omosessuali e transessuali vengano al più presto specificamente punite anche in Italia come reati chiaramente indicati nei codici». Anche il presidente nazionale di Arcigay Sergio Lo Giudice lamenta il fatto che se un fatto del genere accadesse in altri paesi europei «la legge punirebbe in modo specifico un'aggressione del genere, riconoscendo l'aggravante del "crimine d'odio" (hate crime), per le motivazioni discriminatorie, al pari di un'aggressione razzista o antisemita. In Italia accade l'opposto: la legge 205 del 1993 (legge Mancino o "anti-naziskin") protegge contro le discriminazioni motivate da condizioni razziali, etniche, nazionali o religiose. L'orientamento sessuale, una delle principali cause di discriminazione ed intolleranza sociale, ne è rimasta fuori».

Proprio ieri, 17 maggio, in occasione della Giornata internazionale contro l'omofobia, il presidente del parlamento europeo Josep Borrell ha richiamato il principio di non discriminazione in relazione all'orientamento sessuale, aggiungendo: "Mentre può essere vero che l'omosessualità oggi è più libera che nel passato, le discriminazioni per orientamento sessuale rimangono un serio problema vissuto da milioni di persone nel mondo e all'interno dell'Unione europea. Rimane nostro dovere continuare a combattere le discriminazioni morali e le violenze fisiche collegate all' orientamento sessuale".

Aggiornamento importante: oggi, giovedì 16 maggio, Pasquale Quaranta si è recato a presentare regolare denuncia contro i suoi aggressori. «Non devo aver paura. Questo è il messaggio che deve passare - ha detto - Ieri ho parlato con il questore di Salerno e con quello di Battipaglia. Devo tutelarmi. Denunciare i delinquenti è una garanzia per me, questo mi hanno detto i questori. La mia famiglia è con me, anche mia madre e mio padre hanno capito che abbiamo sbagliato a non rivolgerci subito ai carabinieri». La redazione di Gay.it desidera esprimere la massima ammirazione a amicizia per Pasquale.

http://it.gay.com/view.php?ID=20232

sabato 14 maggio 2005

L'antigay Levada nuovo Prefetto per la Dottrina della Fede

I giornalisti di San Francisco gliel'hanno chiesto : come ci si sente al posto che fu del cardinale Ratzinger, il "Rottweiler di Dio"? E Lui : "beh, io mi sento più un Cocker"

Il Corriere della Sera

Un americano all'ex Sant'Uffizio: il Papa un rottweiler? Io un cocker



Benedetto XVI nomina Levada, di San Francisco, suo successore Il video contro il Gay Pride di Roma, le lotte per l'assistenza sanitaria I giornalisti di San Francisco gliel'hanno chiesto subito: come ci si sente al posto che fu del cardinale Ratzinger, il "Rottweiler di Dio"? E lui ha disteso un sorriso ironico sulla faccia paffuta, "beh, io mi sento più un Cocker Spaniel che un Rottweiler!". Se c'è una cosa che l'arcivescovo William Joseph Levada non regge sono le etichette, lo chiamavano " conservative " e lui scuoteva la testa, "le etichette sono una peste!, ogni volta cercano di classificarti in base a un modello secolare già definito, "conservatore o liberal ", per la società americana non è facile comprendere la Chiesa...". Certo, la stampa Usa lo definisce un "ortodosso" e in fondo ci mancherebbe altro, per chi guida l'ex Sant'Uffizio si tratta tutto sommato del requisito minimo: deve fare, come dire, il suo mestiere. Ma la novità essenziale nella nomina di Levada sta altrove. Perché Benedetto XVI aveva davanti a sé una scelta delicatissima, si trattava di trovare qualcuno che gli succedesse come prefetto della Congregazione per la dottrina della fede: la responsabilità che l'allora cardinale Ratzinger aveva sostenuto per più di ventitré anni. Mica per niente si erano fatti nomi di grandi teologi come il cardinale Christoph Schönborn o l'arcivescovo Bruno Forte. In questo senso Levada, 69 anni a giugno, laureato in teologia magna cum laude alla Gregoriana e poliglotta (parla sei lingue, compreso l'italiano), non ha certo problemi: tra l'altro ha fatto già parte della Congregazione dal '76 all'82 e soprattutto - con la supervisione di Ratzinger - è stato assieme a Schönborn uno dei principali estensori del nuovo Catechismo della Chiesa cattolica promulgato da Giovanni Paolo II. Così la sorpresa - relativa: il suo nome circolava dal 3 maggio, quando il Papa lo ha ricevuto in udienza - sta piuttosto nell'origine del nuovo Prefetto: mai era accaduto che un americano occupasse quel posto, per di più un americano della West Coast. L'arcivescovo Levada è nato e ha studiato a Long Beach, ha frequentato il seminario a Los Angeles. Californiano da quattro generazioni, viene da una famiglia di immigrati portoghesi e irlandesi. Se il problema della Chiesa, specie in Occidente, è confrontarsi con il mondo moderno, la scristianizzazione, le altre fedi e i non credenti, il nuovo Prefetto dell'ex Sant'Uffizio è vissuto nel posto giusto al momento giusto. La realtà del cattolicesimo americano, in questo senso, è pionieristica e William Joseph Levada, prima di andare a San Francisco, nel '95, aveva guidato dall'86 anche l'arcidiocesi di Portland, Oregon, il primo Stato che negli Usa ha legalizzato l'eutanasia. Quindi l'arrivo a "Frisco", città dell'avanguardia americana dai tempi dei beat , la libreria City Lights di Ferlinghetti e le caves raccontate da Kerouac nei Sotterranei , letteratura e vita, "una poesia di Baudelaire non vale il suo dolore, avrei preferito fosse felice", e ancora la rivolta dei campus, il pacifismo, i diritti civili, la rivoluzione sessuale e quella informatica. Tutto questo, senza contare che San Francisco è la culla del movimento gay. Negli anni del suo episcopato c'è un episodio rivelatore del carattere di Levada: risale al '96, quando l'allora sindaco Will Brown, democratico, fece una legge che obbligava le società in affari con il Comune a garantire la copertura sanitaria anche alle coppie omosessuali. Per le associazioni caritative cattoliche c'erano in ballo contratti da cinque milioni e mezzo di dollari. E l'arcivescovo non fece barricate né riconobbe le coppie gay: invocò per la Chiesa il diritto alla libertà d'espressione e obiettò che la copertura sanitaria era un diritto per ogni cittadino, non solo per le coppie etero o gay, "e i figli, e le pensione anziane a carico?". La mossa funzionò: incontrato il sindaco, trovarono il compromesso. Del resto, il "conservative" Levada è uno che ha definito la mancanza di assistenza sanitaria per tutti "una vergogna nazionale". Il cardinale Pio Laghi, che Giovanni Paolo II mandò da Bush come "inviato speciale" in missione diplomatica, sorride: "Non corrisponde a nessuno dei ritratti che lo dipingono come intransigente. Certo, non è uomo che venga a patti con la verità, e come si potrebbe? Ma è una persona di grande cultura e buon senso, davvero un uomo di Dio che sa gestire molto bene le situazioni, senza rigidità, cercando sempre di risolvere i conflitti con misura e rispetto". Rigoroso e pragmatico. Gli attacchi, chiaro, non gli sono mancati. Alla vigilia del Gay Pride di Roma, nel 2000, inviò in Vaticano una cassetta che mostrava militanti vestiti da preti e suore impegnati a mimare le più svariate prestazioni sessuali e orge nel corteo del '98 a San Francisco, "mi meraviglio che il governo italiano non abbia impedito la manifestazione a Roma - disse - non sapete cosa vi aspetta, fermatevi sull'orlo del burrone!". Ieri l'Arcigay lo ha dipinto come "un campione della sessuofobia e omofobia militante". Nel 2004, inoltre, gli avvocati di alcune vittime di pedofilia in Oregon hanno sostenuto che non aveva fatto abbastanza, quand'era vescovo, per proteggere i bambini dai preti pedofili. "Accuse false e fuori misura", ha replicato. Del resto contro di lui non ci sono mai state contestazioni e anzi Levada ha fatto parte della commissione vaticana istituita dopo lo scandalo degli abusi sessuali per risollevare la Chiesa americana, anche agli occhi dei fedeli. La sua nomina, in questo senso, è un segnale importante. Lui stesso ha detto ieri che si farà "portavoce" dei fedeli Usa. A San Francisco si presentò così: "Ho la responsabilità di custodire il magistero della Chiesa, e spero di essere compassionevole, vicino alla gente, ai loro problemi e difficoltà". Con buona pace delle etichette: conservatore, progressista? "Considero me stesso come un uomo che sta nel centro esatto della strada, dove dovrebbe restare un vescovo". Gian Guido Vecchi.



Il Foglio

William Joseph Levada nuovo prefetto della Congregazione per la dottrina della Fede



Il neo-prefetto non ha mancato di far sentire il suo dissenso nei confronti delle autorità municipali favorevoli al matrimonio gay... Benedetto XVI ha scelto il suo successore alla guida dell'ex Sant'Uffizio. Il nuovo prefetto sarà William Joseph Levada, 69 anni il prossimo 15 giugno, dal 1995 arcivescovo di San Francisco. Secondo il cardinale di Genova Tarcisio Bertone, la nomina potrebbe essere resa pubblica già oggi. Quello di Levada è un nome a sorpresa ma non troppo. Sulla stampa anglosassone non era passato inosservato il fatto che martedì scorso, tra i primi a essere ricevuti dal nuovo Papa in udienza privata c'era stato proprio l'arcivescovo di San Francisco. Levada è una vecchia conoscenza di Ratzinger. Dal 1976 al 1983 ha lavorato come officiale all'ex Sant'Uffizio. Dal 1986 al 1992 è stato l'unico statunitense a far parte del Comitato redazionale che ha scritto il Catechismo della Chiesa cattolica, Comitato che ha lavorato sotto la supervisione di una Commissione cardinalizia guidata proprio da Ratzinger. Dal 2000 era membro della Congregazione deputata a difendere e promuovere la dottrina cattolica. Originario di Long Beach, californiano di quarta generazione, Levada ha sangue portoghese e irlandese nelle vene. Ordinato sacerdote in San Pietro nel 1961, dopo aver lavorato nella Curia romana è diventato vescovo ausiliare di Los Angeles, quindi arcivescovo di Portland in Oregon e poi arcivescovo di San Francisco dove è succeduto a John Raphael Quinn, uno dei presuli più liberal dell'episcopato americano. Quella di Levada con San Francisco è stata una convivenza difficile ma senza eccessive polemiche. Il neo-prefetto non ha mancato di far sentire il suo dissenso nei confronti delle autorità municipali favorevoli al matrimonio gay. Nel febbraio dello scorso anno Levada ha espresso il suo appoggio a un emendamento costituzionale che stabilisca esplicitamente che può definirsi matrimonio solo una unione tra un uomo e una donna, un atto sottoposto a lunghe procedure del Congresso e degli Stati e che il Senato americano ha già insabbiato. Negli ultimi anni ha invocato la rinascita di un'apologia cattolica e ha auspicato un atteggiamento più aggressivo nei confronti dell'invadenza delle sette protestanti in America Latina. Levada però non può essere etichettato come un esponente dell'ala più conservatrice dell'episcopato statunitense. Nella biografia sul sito della sua diocesi si ricorda che a inviarlo a Roma fu il cardinale Joseph Bernardin, storico leader della Conferenza episcopale statunitense di tendenze progressiste. Lo scorso anno poi Levada ha preso le distanze da quei suoi confratelli che avevano impostato una linea dura nei confronti dei politici cattolici abortisti minacciandoli di privarli della comunione. Quella di Levada, che non è ancora cardinale, sembra essere una scelta personalissima di Benedetto XVI, che lo ritiene pienamente affidabile e non considera ostativa la mancanza in Levada di una forte formazione accademico-teologica e canonistica.



Gazzetta del Sud

È considerato un teologo raffinato e un tenace conservatore



L'arcivescovo di San Francisco guiderà la Congregazione per la dottrina della fede Levada, rigido e pragmatico Marco Bardazzi NEW YORK ? È considerato un teologo raffinato e un tenace conservatore, ma ammiratori e avversari gli riconoscono anche una passione per il pragmatismo. È questa dote che permise per esempio all'arcivescovo William Levada, nel 1997, di chiudere con un compromesso un difficile braccio di ferro con l'amministrazione di San Francisco, che voleva far adeguare la Chiesa a una legge sul riconoscimento della copertura sanitaria per le coppie omosessuali. L'arcivescovo scelto da Papa Benedetto XVI come proprio successore alla guida della Congregazione per la dottrina della fede, ha alle spalle venti anni di esperienza come guida dei cattolici in due diocesi difficili come San Francisco e Portland (Oregon) e ha trascorso sei anni all'ex Sant'Uffizio. Sotto la guida dell'allora cardinale Joseph Ratzinger, Levada è stato anche tra gli estensori del nuovo Catechismo. A San Francisco, città-laboratorio per le nuove legislazioni a favore dei gay e a Portland, nello stato che per primo negli Usa ha legalizzato l'eutanasia, Levada ha tenuto un atteggiamento rigido sulle grandi battaglie, ma quasi sempre aperto al dialogo. Il più celebre dei suoi confronti con le autorità locali avvenne tra il 1996 e il '97, quando l'allora sindaco della città del Golden Gate, Willie Brown, varò una legge che intendeva mettere San Francisco ? una delle città più progressiste d'America ? all'avanguardia nazionale sul tema dei diritti degli omosessuali. La legge prevedeva l'obbligo, per chi voleva fare affari con il Comune, di garantire copertura sanitaria ai dipendenti sia per le coppie eterosessuali, sia per quelle omosessuali. Levada si oppose, nonostante il rischio di veder saltare contratti per 5,5 milioni di dollari l'anno per società caritative cattoliche legate all'arcidiocesi. Applicare la legge significava riconoscere di fatto la legalità delle unioni gay, a cui la Chiesa si oppone. L'arcivescovo decise di invocare la violazione dei diritti costituzionali della Chiesa previsti dal Primo emendamento (libertà d'espressione) e sostenne poi di ritenere che l'assistenza sanitaria fosse un diritto per tutti i cittadini, non solo per coniugi e conviventi, accusando l'amministrazione di discriminare per esempio figli o persone anziane a carico. Il sindaco Brown, dopo un iniziale irrigidimento, alla fine accettò di incontrare Levada e stipulò un compromesso che ha evitato alla Chiesa di doversi adeguare alla legge sui gay. Monsignor Levada è nato il 15 giugno 1936 a Long Beach, in California, pronipote di immigrati con sangue irlandese e portoghese. Dopo aver studiato a Roma ed essere stato ordinato sacerdote in San Pietro nel 1961, ha avuto incarichi prima in California e poi, dal 1976, alla Congregazione per la dottrina della fede, dove è rimasto fino al 1982. Nel 1986 è diventato arcivescovo di Portland e nel 1995 è stato trasferito a San Francisco. Parla sei lingue, tra cui l'italiano.



L'Unità

Benedetto XVI: subito l'iter della canonizzazione. Due parroci gli chiedono: che facciamo con i divorziati?



CITTÀ DEL VATICANO Per Giovanni Paolo II inizia subito l'iter per la canonizzazione. Non si attenderanno i cinque anni dalla sua scomparsa previsti dal diritto canonico. L'annuncio è stato dato ieri da Benedetto XVI, vescovo di Roma, durante il suo incontro con il clero romano tenutosi nella Basilica di san Giovanni in Laterano. È nelle prerogative del pontefice derogare da questa regola. Un record assoluto. «Vox populi, vox Dei» ha commentato il cardinale Josè Saraiva Martins, prefetto della Congregazione per le cause dei Santi. È stata accolta così la richiesta scandita già durante le esequie di Karol Wojtyla, quel «Papa-santo» e che ha raccolto plausi in tanti ambienti e in tutto il mondo. Ora si aprirà il procedimento per «accertare» la santità di Giovanni Paolo II che ha un suo percorso preciso, dalla nomina del postulatore alla definazione dell'elenco di coloro saranno chiamati a testimoniare «sulle virtù eroiche» di Giovanni Paolo II. Con i suoi tempi.

Ma questa non è stata l'unica decisione presa dal pontefice. Ieri papa Ratzinger ha nominato il suo successore alla Congregazione per la Dottrina della Fede e, come era nelle previsioni, ha scelto l'arcivescovo di san Francisco, mons. William Joseph Levada. Ha colto nel segno chi ha considerato un'investitura l'averlo ricevuto in udienza tra i primi, già il 3 maggio, appena dopo la sua elezione. Così un americano sarà alla guida del principale dicastero della Curia romana, quello che vigila sull'ortodossia teologica e, dopo lo scandalo dei preti pedofili che ha sconvolto la Chiesa statunitense e non solo quella, ha la gestione diretta dei casi di molestie sessuali che hanno per protagonisti clero e religiosi. Mons. Levada, 68 anni, non è un teologo, ma gode della massima fiducia del pontefice-teologo. Ha collaborato a lungo con l'allora cardinale Joseph Ratzinger ed è stato il solo nordamericano chiamato a collaborare alla stesura del nuovo Catechismo della Chiesa cattolica. Per 6 anni ha lavorato all'ex sant'Uffizio. L'arcivescovo di san Francisco ha fama di conservatore «illuminato», impegnato contro i preti pedofili e i movimenti gay molto forti in California, è stato nella commissione mista Vaticano-episcopato Usa impegnata a definire una posizione concordata sulla vicenda. Viene considerato uomo capace di ascolto.

Nella giornata di ieri di Benedetto XVI è stato importante anche l'incontro che il «vescovo di Roma» ha avuto con il suo clero, con i parroci, i religiosi e le religiose, i diaconi della sua diocesi.

Nelle due ore trascorse nella sua cattedrale di san Giovanni in Laterano il Papa ha ricordato le ragioni di fondo della scelta sacerdotale. Lasciato alle spalle «il tempo della crisi di identità che ha travagliato tanti sacerdoti», anche se «rimangono ben presenti però quelle cause di deserto spirituale che affliggono l'umanità del nostro tempo e conseguentemente minano anche la Chiesa che vive in questa umanità» il pontefice ha ricordato che per superare le «insidie» ancora presenti «è indispensabile ritornare sempre di nuovo alla radice del nostro sacerdozio» che è una sola: Gesù Cristo Signore». «In Lui si compie la salvezza del genere umano». Da qui il richiamo all'obbedienza a Cristo e del clero ai loro vescovi. In modo «libero», poi sono arrivate le domande dei preti romani al loro vescovo. Tanti temi toccati. Molti hanno riguardato i drammi dell'uomo nella società contemporanea con i quali il sacerdote si misura ogni giorno. Due parroci hanno posto il problema dei credenti divorziati «loro malgrado» cui sono negati i sacramenti. Un dramma cui porre rimedio.

http://www.gaynews.it/view.php?ID=32216

venerdì 13 maggio 2005

Svelato il vero scopo della missione italiana: "Siamo a Nassiriya per il petrolio"

La missione "Antica Babilonia" e il petrolio di Nassiriya
In un dossier del governo scritto sei mesi prima della guerra si indicava la provincia irachena come località strategica per l'Italia
Peacekeeping e business: un'inchiesta di Rai News 24 va alle origini della missione italiana in Iraq


ROMA - Siamo in Iraq per il petrolio. Certo anche per scopi umanitari e di salvaguardia dell'immenso patrimonio archeologico di quel paese - non a caso la missione si chiama "Antica Babilonia" - ma l'oro nero c'entra e come.

L'inchiesta di Sigfrido Ranucci, in onda oggi su Rai News 24, documenti alla mano, prova a dimostrarlo. E non sarebbe nemmeno un caso che i nostri militari siano stati dislocati a Nassirya e non altrove, perché il capoluogo della provincia sciita di Dhi Qar era proprio il posto in cui volevamo essere mandati. Perché? Perché sapevamo quanto ricca di petrolio fosse quella zona. In gran parte desertica, ma letteralmente galleggiante su un mare di quel preziosissimo liquido che muove il mondo.

Un vecchio accordo tra Saddam e l'Eni, che risale a metà degli anni Novanta, per lo sfruttamento di un consistente giacimento (2,5-3 miliardi di barili) nella zona di Nassiriya induce quantomeno a sospettarlo. Così come qualche dubbio lo insinua lo studio commissionato dal ministero per le Attività produttive, ben sei mesi prima dello scoppio della guerra, al professor Giuseppe Cassano, docente di statistica economica all'università di Teramo. Un dossier nel quale si conferma che non dobbiamo lasciarci scappare l'occasione in caso di guerra di basarci a Nassiriya, "se non vogliamo perdere - scrive Cassano - un affare di 300 miliardi di dollari".

Qual è il problema?, si chiederanno molti. In fondo che male c'è se dopo aver preso parte a una missione così onerosa e rischiosa, alla fine ce ne viene qualcosa? Salvaguardare "anche" il buon andamento dei nostri affari petroliferi, suggerisce il sottosegretario alle Attività Produttive Cosimo Ventucci, intervistato da Ranucci, è una scelta "intelligente".

Certo, bastava ammetterlo - questa la tesi di Ranucci - e rispondere alle interrogazioni parlamentari in materia senza nascondersi dietro formule di circostanza. Ammettere che in realtà la ragione petrolio era tanto più importante di quella umanitaria: "Ho cercato di occuparmi di progetti di ricostruzione - denuncia Marco Calamai, che ha lavorato con il governatore di Nassiriya per un periodo - ma la ricostruzione non è mai veramente partita. L'America esporta la democrazia a parole, in effetti ne ha impedito la crescita dal basso".

I nostri carabinieri hanno pertanto scortato barili di petrolio e sorvegliato oleodotti. E la strage di Nassiriya, come ha scritto il corrispondente del Sole24 Ore Claudio Gatti all'indomani dell'attentato, non era diretta contro il nostro contingente militare, ma contro l'Eni.

D'altronde, l'Iraq è la vera cassaforte petrolifera del pianeta. Con scorte che secondo Benito Livigni, ex manager dell'americana Gulf Oil Company e successivamente dell'Eni, sarebbero superiori a quelle dell'Arabia Saudita: "Secondo una stima le riserve dell'Iraq ammonterebbero a 400 miliardi di barili di petrolio, e non i 116 dei quali si è sempre parlato. Nel Paese ci sono vaste zone desertiche non sfruttate".

(13 maggio 2005)

http://www.repubblica.it/2005/e/sezioni/esteri/iraq53/petroliorai/petroliorai.html

giovedì 12 maggio 2005

Nozze gay in Spagna, il Re firmerà, respinto l'appello della Chiesa

La monarchia spagnola è decisa e annuncia un rigoroso rispetto della Costituzione: Ratificherò la legge socialista"


MADRID - Re Juan Carlos non si lascia coinvolgere nello scontro fra governo socialista e chiesa cattolica e fa sapere che ratificherà la legge sul matrimonio omosessuale se questa sarà approvata dalle Cortes spagnole, malgrado un auspicio contrario espresso dai vescovi.

Un portavoce della Casa Reale ha detto all'Ansa che il re "adempirà rigorosamente" le sue funzioni costituzionali che prevedono la ratifica delle leggi approvate dal parlamento nazionale. "Non farà altro che agire con la costituzione in mano" ha detto il portavoce.

Ieri il quotidiano El Mundo aveva citato fonti della Conferenza episcopale che invitavano il re "in quanto cattolico" a far uso del diritto alla "obiezione di coscienza" e a non apporre la sua firma sul testo della legge che equiparerà l'unione fra omosessuali al matrimonio tradizionale. Quanto scritto dal giornale non aveva ricevuto smentite ufficiali.

Il portavoce della Conferenza, Josè Antonio Martinez Camino, facendo riferimento a una recente nota dei vescovi in cui si chiedeva agli spagnoli la disobbedienza civile contro l'applicazione futura della legge sul matrimonio gay, aveva detto a El Mundo che tale nota "stabilisce un principio generale" e "riguarda tutti i cattolici, insieme a tutte le persone con retta formazione morale".

E altre fonti episcopali avevano aggiunto che "se il re è cattolico, riguarda anche lui il diritto e il dovere all'obiezione di coscienza di fronte a una legge radicalmente ingiusta che corrompe l'istituzione del matrimonio".

Secondo il giornale la chiesa spagnola immaginerebbe uno scenario simile a quello belga del 1990 quando re Baldovino abdicò per 36 ore per non firmare, per "ragioni di coscienza", la legge sull'aborto approvata dal parlamento. "Che il re segua l'esempio di Baldovino" ha detto la fonte episcopale citata.

Ma la monarchia spagnola, come suo costume, sembra al riguardo voler prendere senza tentennamenti una strada diversa, e cioè quella del rigoroso rispetto della costituzione. E già il ministro della giustizia Juan Fernando Lopez Aguilar aveva ieri anticipato tale posizione dicendo di essere convinto che "il re di tutti gli spagnoli" adempirà "impeccabilmente" il suo dovere istituzionale. E aveva avvertito la chiesa cattolica a non fare "un cattivo servizio" al sovrano cercando di coinvolgerlo nel dibattito sul matrimonio gay.

La Conferenza episcopale, che già alla vigilia del voto nella camera bassa aveva chiesto ai deputati cattolici di votare contro la legge, in una nota del 5 maggio aveva invitato i cittadini a "rivendicare il diritto all'obiezione di coscienza" opponendosi sul piano pratico all'entrata in vigore della legge.

E alcuni sindaci del Partito popolare (Pp) avevano annunciato, già prima della nota e in risposta all'appello alla disobbedienza civile del cardinale Alfonso Lopez Trujillo, presidente del Consiglio pontificio per la famiglia, che erano pronti a opporsi all'inaccettabile matrimonio. In quella occasione il governo socialista aveva avvertito che nessun responsabile pubblico può opporsi a una legge dello Stato, ma oggi l'arcivescovo di Valladolid, Rodriguez Plaza, ha criticato tale posizione affermando che "l'obiezione di coscienza è un diritto delle persone e nessun governo può cancellarlo".

(12 maggio 2005)

http://www.repubblica.it/2005/e/sezioni/esteri/matrigay/matrigay/matrigay.html

mercoledì 11 maggio 2005

Appello alla comunità gay: l'8 per mille dell'IRPEF alla Chiesa Valdese

Anche quest'anno rinnoviamo l’indicazione a favore della "Chiesa valdese - Unione delle Chiese metodiste e valdesi" come destinataria dell'8 per mille dell'Irpef.

Lo facciamo innanzitutto per ricordare che anche in Italia vi sono Chiese cristiane che non hanno nulla a che fare con i continui attacchi della gerarchia vaticana contro le più importanti conquiste democratiche degli ultimi decenni in materia di diritti umani e civili.

L’ostilità della gerarchia cattolica (che decide in via esclusiva sulla ripartizione dei fondi conferiti a tale Chiesa) a ogni riconoscimento dei più elementari diritti dei cittadini omosessuali viene invece espressa sistematicamente perfino in occasione di ogni più banale manifestazione a sostegno dei diritti degli omosessuali. Tale ostilità si ripropone ostinatamente e con protervia con la richiesta rivolta a tutte le forze politiche di negare ogni riconoscimento dei diritti reclamati dalle associazioni gay ovunque nel mondo, e cioè di una completa tutela giuridica contro le discriminazioni e della parità di diritti per le coppie gay. E perfino con accostamenti diffamatori fra omosessualità e pedofilia, così frequenti nelle prediche e nella pubblicistica cattolica, come se non fosse proprio negli ambienti ecclesiastici cattolici (oltre che all’interno di famiglie eterosessuali) che si verificano più di frequente gli episodi di pedofilia. Questo arrogante spirito di rivincita contro le conquiste della modernità democratica è assecondato purtroppo da gran parte della classe politica italiana.

Ricordiamo ancora l'attacco alla scuola laica e la pretesa di clericalizzare il più possibile la scuola pubblica, sottraendole in pari tempo fondi e risorse a favore di quella confessionale; ricordiamo il boicottaggio di ogni seria campagna di prevenzione dell'Aids (anche in sede di conferenze internazionali, con il risultato di bloccare importanti campagne di prevenzione dell’Onu) e la pretesa di regolare ogni aspetto controverso dell’esistenza individuale (bioetica, eutanasia, ricerca scientifica sugli embrioni, limiti cervellotici e vessatori alla procreazione assistita) con l’imposizione autoritaria anche ai non cattolici e ai non credenti delle regole proprie della religione cattolica.

Quest’anno, attraverso l’indicazione di astensione nei referendum sulla procreazione assistita per far mancare il quorum e invalidare la consultazione, la Chiesa cattolica italiana ha dimostrato una volta di più non solo la sua volontà di imporre all’intera società italiana la propria morale confessionale, ma anche la volontà di farlo pur sapendosi minoranza: solo sommando i (mancati) suffragi dei propri sostenitori più acritici alle astensioni fisiologiche, i vescovi possono sperare di continuare a imporre la volontà di una confessione religiosa a un’intera popolazione che, su questo punto, come attestano tutti i sondaggi, ha opinioni maggioritariamente diverse e più rispettose della libertà individuale.

D’altra parte, i fondi attribuiti con il meccanismo dell'8 per mille alla Chiesa romano-cattolica sono in larga prevalenza destinati a scopi di culto, al pagamento degli stipendi dei sacerdoti e alla costruzione di nuovi edifici ecclesiastici, all’opposto di quel che lasciano intendere i tendenziosi messaggi pubblicitari della campagna cattolica sull’8 per mille. Viceversa, la gran parte delle altre confessioni religiose concorrenti alla ripartizione di tali fondi (a cominciare dalla Chiesa valdese, il cui rendiconto è visibile all’indirizzo http://www.chiesavaldese.org/pages/finanze/otto_mille.php) li destinano invece esclusivamente a finalità sociali e umanitarie. Nell’atmosfera di parossistica mobilitazione mediatica a sostegno delle posizioni vaticane in ogni campo, seguita alla morte di Giovanni Paolo II, la Rai era addirittura arrivata, nelle scorse settimane, a censurare in un primo tempo uno spot della Chiesa valdese sull’8 per mille che evidenzia questa differenza fra valdesi e cattolici nell’uso dei fondi in questione.

Dall'altro lato, neppure lo Stato merita la nostra generosità. Lo Stato è inerte per quel che riguarda la prevenzione dell'Aids e l’Italia è il solo paese dell’Europa occidentale che abbia escluso il finanziamento della distribuzione gratuita di preservativi come strumento di prevenzione, condannando migliaia di adolescenti italiani ogni anno a infettarsi e a contagiare a loro volta i loro partner. E, mentre preleva ai cittadini omosessuali lo stesso contributo fiscale imposto agli altri, nega loro non solo il riconoscimento della parità di diritti come individui e come coppie, ma perfino una legge che vieti le discriminazioni ai loro danni, come richiesto più volte dal Parlamento europeo: una legge come quelle vigenti in quasi tutti gli altri paesi dell’Europa occidentale e come quelle che vietano anche in Italia la discriminazione di altre minoranze. Addirittura, una direttiva europea mirante a combattere la discriminazione è stata “recepita” dall’attuale maggioranza parlamentare in modo così distorto – e illegale – da rendere possibili discriminazioni in precedenza vietate da norme di legge generali.

La Chiesa valdese e metodista ha invece da tempo avviato una seria e coraggiosa riflessione anche sul tema dell'omosessualità (come sulla bioetica e da sempre sulla laicità dello Stato e della scuola pubblica, e come anni fa sul tema del divorzio e su quello dell'aborto), fondata sull'esegesi biblica e sull'impegno civile, tesa a superare pregiudizi secolari, riflessione che si è manifestata in numerose occasioni e anche con la solidarietà sempre manifestata di fronte agli ostacoli frapposti dalla Chiesa cattolica al libero svolgimento delle nostre manifestazioni. Queste riflessioni che provengono da una Chiesa cristiana universalmente rispettata e riconosciuta sono preziose per noi nel confronto con chi vuole negarci pari diritti e pari dignità sociale sulla base di una presunta “naturale” illiceità della nostra identità personale e morale.

Anche, ma non solo, attraverso questo impegno di riflessione e di ricerca, questa minoranza significativa nella società italiana ha spesso dimostrato che anche in questo paese la fede religiosa può motivare scelte di libertà anziché di autoritarismo clericale.

La scelta sulla destinazione dell’8 per mille assume un particolare significato quest’anno, al culmine di un crescendo di delirio idolatrico da cui l’intera società italiana è stata investita dopo la morte di Giovanni Paolo II e l’elezione del suo successore. Sull’onda di un servilismo e di un’eccitazione mediatica e politica senza precedenti, si è smarrita ogni memoria del carattere laico delle istituzioni italiane, del profondo pluralismo culturale, politico e religioso della società in cui viviamo, del carattere estremamente controverso, perfino per gli stessi cattolici romani, dell’eredità del defunto Papa, pienamente condivisa dal nuovo soprattutto in materia di limitazione dei diritti civili. Si è perso in questi giorni, soprattutto, ogni rispetto per i milioni di cittadini che dissentivano dalle opinioni e dalle convinzioni della Chiesa di Roma.

http://www.gaynews.it/view.php?ID=32165

lunedì 9 maggio 2005

Benedetta primavera

di Giovanni Dall'Orto

L'affossamento della chiesa cattolica, inziato da Giovanni Paolo II, potrò essere concluso senza pericolosi ripensamenti.
Giovanni Paolo II era riuscito a soffocare nella chiesa cattolica qualsiasi fermento e apertura verso il mondo moderno. Oggi le gerarchie monopolizzano con pugno di ferro le decisioni; il dibattito è impossibile, chi dissente è messo a tacere o espulso. Le teorie che osavano mettersi dalla parte dei poveri, come la teologia della liberazione dell'America Latina, sono state sradicate.
Il risultato? In America Latina oggi i poveri stanno "votando con i piedi", passando a ritmo preoccupanti a sette protestanti non meno fanatiche, ma che almeno garantiscono un sostegno socio-economico ai senza-diritti. In Africa ci sono molte conversioni all'Islam per ogni conversione al cattolicesimo, ed oggi l'Islam ha ormai più fedeli del cattolicesimo.

Anche altrove la gente "vota coi piedi". Le chiese si svuotano. I cattolici italiani che andavano a messa almeno una volta alla settimana sono passati dal 36% del 1981 al 25,8% del 1999. In Germania e in Spagna sono arrivati ad appena 17% e 18,1%.
Le donazione dell'otto per mille alla chiesa cattolica sono scese dal 43,1% del 1990 al 31,4% del 1998.
Il numero dei sacerdoti diocesani italiani è sceso da 41.666 nel 1974 a 35.019 nel 2000. Il numero di sacerdoti ordinati è crollato da 918 nel 1966 ai 384 del 1978. E questo non è un fenomeno solo italiano: nel mondo il numero dei sacerdoti cattolici è sceso da 420.971 nel 1978 a 404.626 nel 1998, nonostante la l'esplosione mondiale della popolazione e quindi del numero totale dei cattolici. Né in futuro la situazione migliorerà: i seminaristi, in Italia, sono crollati da 30.500 nel 1962 a 9.853 nel 1978, fino a 5.349 nel 2000. Su sei ragazzi potenziali preti nel 1962, oggi cinque preferiscono altre scelte.
Concentratosi sulla visione medievale della sessualità, il papato ha collezionato una sconfitta dietro l'altra su tutti i fronti: aborto (due referendum persi), divorzio, e perfino omosessualità (si pensi alla sfida lanciata, e persa, col worldpride). In diverse città italiane i matrimoni civili hanno superato quelli religiosi. E la maggioranza degli italiani, compresi quelli di centrodestra, si dice favorevole a una legge sulle "unioni civili" aperta anche agli omosessuali.

Josef Ratzinger ha vegliato inflessibilmente, in quanto capo dell'(ex) Inquisizione, affinché la chiesa cattolica non deviasse mai da questa politica suicida. La sua elezione al papato è una garanzia del fatto che le chiese e i seminari termineranno di svuotarsi. Benedetto XVI potrà in compenso consolarsi con i politici italiani, pronti a leccare il pavimento davanti a lui qualunque cosa chieda. Ma i politici possono riempirgli le casse (e lo hanno fatto in abbondanza, negli ultimi anni!) ma non le parrocchie.

Visto il bilancio, resta ovviamente da chiedere ai gruppi di cattolici gay, che da 25 anni aspettavano la scomparsa di Giovanni Paolo II nella convinzione che il prossimo papa avrebbe portato a un'apertura, su quale "apertura" stessero delirando.

Ratzinger è l'autore di documenti talmente omofobi da scadere nel fanatismo religioso (vedi http://www.alleanzacattolica.org/temi/bioetica/cdf_omosessualita.htm e http://www.vatican.va/roman_curia/congregations/cfaith/documents/rc_con_cfaith_doc_20030731_homosexual-unions_it.html).

Ci chiediamo allora cosa occorra per fare in modo che finalmente la loro voce di dissenso, anzi contestazione, anzi critica aperta, si senta finalmente, forte e chiara, qui ed ora.

http://www.gaynews.it/view.php?ID=32153

Effetto governo per Berlusconi: patrimonio familiare triplicato

Il boom del Cavaliere trainato dalla corsa di Mediaset in Borsa anche grazie alla legge Gasparri e ai guai della Rai
In undici anni di politica il valore è salito da 3 a nove miliardi
di ETTORE LIVINI


MILANO - L'economia italiana fatica a tenere il passo del resto d'Europa. Ma l'impero di Arcore - malgrado il prestito del suo timoniere alla politica - continua a non conoscere crisi: negli undici anni dedicati a Forza Italia e al governo, infatti, Silvio Berlusconi è riuscito a moltiplicare per tre il suo valore. A inizio '94 il suo patrimonio era di 3,1 miliardi. Oggi i beni di famiglia sono lievitati a 9,6 miliardi. Pari alla somma dei soldi custoditi nelle holding di controllo (980 milioni contro i 162 del '94) e delle quote in Mediaset, Mediolanum e Mondadori, cresciute in valore da 3 a 8,5 miliardi, compresi i 2 miliardi di liquidità appena incassati vendendo in Borsa il 16,6% delle tv.

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Le fortune del premier - che Forbes cataloga oggi come il venticinquesimo uomo più ricco del mondo - sono passate indenni attraverso la frenata congiunturale, un quinquennio di interregno dell'Ulivo e lo sboom della bolla internet. Trainate da Mediaset che dal '94 - grazie anche al salvataggio di Rete 4 e alla resistenza "relativa" offerta dalla Rai - ha macinato record di audience, di utili e di raccolta pubblicitaria. Il suo valore - come ovvia conseguenza - è decollato: dalla quotazione a oggi i titoli delle tv del premier hanno guadagnato il 187%. Un'anomalia nel panorama dei media europei - l'indice che registra il valore in Borsa del settore è sceso da allora del 4% - e anche rispetto ai risultati di altre blasonate dinastie imprenditoriali italiane: nello stesso periodo la Fiat ha ridotto del 76% la sua capitalizzazione e il titolo Benetton ha perso il 24%. Il valore della quota Mediaset in tasca al premier è salito in undici anni da 2 a 6 miliardi, con Mondadori che nello stesso arco di tempo ha raddoppiato il suo valore e Mediolanum che lo ha addirittura triplicato.

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Le attività operative hanno pompato verso Fininvest centinaia di milioni di cedole. E la holding di via Paleocapa, a sua volta, ha versato nelle casseforti personali di casa Berlusconi (in via di riorganizzazione per "sistemare" tutti e cinque i figli del premier) quasi 700 milioni dal '94 a oggi. Pari a uno "stipendio" medio mensile di 5,2 milioni di euro per il presidente del Consiglio. Questa pioggia di dividendi potrebbe gonfiarsi ancor di più quest'anno: malgrado la crisi dell'Italia Spa, infatti, Fininvest ha chiuso il primo semestre 2004 con oltre 400 milioni di utili.
Qualche rimpianto, però, rimane. Non tutte le avventure imprenditoriali dell'ultimo decennio hanno dato i risultati sperati. La spina nel fianco sono tre disavventure senza le quali il bilancio del premier avrebbe potuto essere ancora più rosa: l'investimento nelle tv tedesche di Kirch, le Pagine Utili e il Milan.

Queste tre partecipazioni, da sole, hanno bruciato un miliardo di euro, più dei soldi incassati da Fininvest con la quotazione di Mediolanum e Mediaset. Quasi 400 milioni sono spariti nel buco Kirch. Circa 300 sono andati in fumo nella sfida alle Pagine Gialle. Mentre la passione per i rossoneri (ripagata a suon di scudetti e coppe) è costata al premier dal '94 a oggi 230 milioni di euro.

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Certo parte del merito del boom del conto in banca di Berlusconi va ai "supplenti" cui ha affidato i beni di famiglia, dai figli Marina e Piersilvio a Fedele Confalonieri. Ma un aiuto importante - sintesi di un conflitto di interessi mai risolto - è arrivato anche direttamente dai provvedimenti del governo. Magari non "ad hoc" come il salva-Previti o la Cirami, ma cavalcati a suon di milioni di risparmi dalle aziende di casa. Difficile quantificare quanto le "sbandate" della Rai targata centro-destra abbiano contribuito alle fortune di Mediaset. Ma gli esempi di ricadute dirette dell'attività politica sul patrimonio del premier sono tanti: la Tremonti uno e la Tremonti Bis hanno consentito a Mediaset di risparmiare oltre 150 milioni di imposte. Stesso discorso per il condono fiscale.

Certo Mediaset ha pagato 2 miliardi di tasse in 11 anni, ma Berlusconi si era pubblicamente impegnato a non utilizzare questo strumento per le società di casa. Peccato che dalle tv a Idra (la Spa che controlla Villa Certosa) quasi tutte le sue aziende ne abbiano beneficiato. In tutto sono stati versati 60 milioni circa per cancellarne 220 pretesi dall'erario. L'elenco degli "aiutini" dall'esecutivo è lungo: il salva-calcio ha consentito a Berlusconi di evitare di staccare un assegno di 242 milioni (la svalutazione dei giocatori ammortizzata in dieci anni). La riforma Tremonti sulla tassazione delle plusvalenze ha consentito di rimbalzo al premier di risparmiare 340 milioni di tasse sull'ultimo collocamento Mediaset. E la madre di tutte le riforme Tv, la legge Gasparri, "regala a Mediaset un bacino di crescita potenziale di 1-2 miliardi", come ha candidamente ammesso lo stesso Fedele Confalonieri. Forse - a undici anni dal primo successo elettorale e con un portafoglio che ha triplicato il suo valore - anche Berlusconi si è convinto che la politica è un calice meno amaro del previsto.

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(9 maggio 2005)
http://www.repubblica.it/2005/e/sezioni/economia/patriberlu/patriberlu/patriberlu.html

martedì 3 maggio 2005

I corsi per "guarire" i gay, In Italia "terapie" dagli Usa

Una lunga inchiesta della rivista omosessuale Pride
Nel numero di maggio dossier sui guaritori di una malattia inesistente
di NATALIA ASPESI


PAREVA una fissazione solo americana, invece anche in Italia c'è chi vuole "guarire" gay e lesbiche: proprio adesso che da noi diventano presidenti di regione e che, in una nazione molto cattolica come la Spagna, il governo approva leggi per consentire loro matrimonio e adozioni. O forse proprio per questo, perché se l'omosessualità diventa definitivamente una condizione esclusivamente privata, accettata, "sdoganata", cosa farà la resistenza omofobica, clericale e laica, tuttora viva e vegeta anche da noi? Il mensile gay italiano Pride pubblica nel suo numero di maggio una lunga inchiesta su questi "guaritori" di una malattia che non esiste.

Come ha sancito da decenni anche l'Organizzazione mondiale della Sanità: e che anziché aiutare quei gay che non sono orgogliosi di esserlo, ad accettarsi e raggiungere un proprio equilibrio, li illudono, talvolta aumentando angosce, insicurezze, sensi di colpa. La massima autorità italiana nella santa impresa è la dottoressa Chiara Atzori, medico infettivologo dell'ospedale Sacco di Milano, mentre molto se ne parla a Radio Maria, si pubblicano libri e corrono sul web sia consigli per "aiutare a fiorire" (per non usare la parola sbagliata, guarire) con ormoni, psicoterapia che sempre colpevolizza i genitori, soprattutto preghiera, che lettere di convertiti: "Sono diventato omosessuale per una madre castrante e un padre ostile. Sono stato in analisi per tre anni (narth. com) e ora sono felicemente sposato e quasi del tutto etero". Di quel quasi non sarà felicissima la sua signora.

Si fa chiamare Giovanni il collaboratore di Pride che, dopo aver tentato invano di intervistare la dottoressa Atzori, si infiltra nel gruppo gay italiano "In cammino nel ricupero dell'identità sessuale ferita" e viene invitato a un incontro per la fine del corso organizzato "per abbandonare lo stile di vita gay", 100 euro il costo. Aula Magna dell'istituto Padre Beccaro a Milano, al centro l'icona della Resurrezione del santuario mariano di Medjugorie, tredici persone tra cui cinque promotori del gruppo e otto giovani gay e lesbiche un po' delusi. "I nodi si possono sciogliere con volontà personale. La falsa identità può essere squarciata per fare emergere la vera identità".

Nume terapeutico della cristiana anche se incerta conversione all'eterosessualità è il cattolico americano Joseph Nicolosi che con un gruppo di psicanalisti considera l'omosessualità curabile con una terapia "che può durare anni", detta riparativa: otto anni fa le associazioni scientifiche l'hanno dichiarata inefficace se non addirittura dannosa. Sempre meno dell'accanimento curativo del passato quando si usava l'elettroshock o addirittura il trapianto dei testicoli. Ma anche meno utile forse delle terapie dei grandi Masters e Johnson che, per cominciare, insegnavano ai gay come conversare con le donne e come intrecciare sguardi infuocati con loro. Il gruppo americano più forte, Exodus, pur segnalando suoi risultati miracolosi, col 30% di convertiti e lietamente accasati, 30% non più gay ma prudentemente casti, e solo 30% di irrecuperabili, ha subito un'antipatica sconfitta quando due suoi membri fondatori tra i più devoti alla causa si sono innamorati e sono fuggiti insieme, mentre 13 dei loro 83 centri hanno dovuto chiudere essendo i loro responsabili tornati allegramente alle precedenti abitudini, comprese le ciglia finte. Più dei giovani gay, sono spesso padri e madri a disperarsi, e Pride pubblica la storia ossessiva e distruttiva di Marco, 22 anni, che a 13 fu portato dai genitori che avevano scoperto una sua lettera a un compagno di classe, in un reparto di psichiatria per essere "salvato". Fu affidato ai medici per due anni, poi dichiarato "sano" e restituito ai genitori, i quali non del tutto convinti, lo affidarono per un anno a uno psicologo cattolico. Cocciuti gli affranti genitori, ma anche lui, Marco: iscritto all'università in un'altra città del sud, va a convivere con un compagno, i genitori cercano di fargli smettere gli studi, poi lo fanno seguire da un detective. Altro giro di psichiatri che rifiutano l'insano compito mentre il medico curante gli consiglia d'innamorarsi della mamma per vivere il complesso edipico.

Ascoltando Radio Maria la mamma scopre il centro studi Achille Dedè di Milano, che suggerisce come cura preghiere e buona volontà. Per rappacificarsi con i suoi, Marco telefona al centro e parla con lo psicologo Marchesini che, definendolo privo di dignità, gli suggerisce di rivivere il rapporto col padre, abbandonare gli amici etero colpevoli di averlo accettato; concludendo che i genitori avevano fatto bene a cacciarlo in quanto omosessuale. Il ragazzo si è stufato e si è allontanato dai genitori. La mamma per punire tutti è diventata anoressica e i suoi medici hanno chiesto al figlio di non tornare più a casa.

(3 maggio 2005)

http://www.repubblica.it/2005/e/sezioni/cronaca/guarigay/guarigay/guarigay.html

domenica 1 maggio 2005

Internet, saltano gli omissis nel rapporto Usa su Calipari

Basta scaricare il testo in Pdf dal sito della forza multinazionale su un normale programa di scrittura: le cancellature scompaiono
Il documento verrà acquisito dala Procura di Roma


ROMA - Saltano i numerosi "omissis" del documento della commissione d'inchiesta americana sul caso Calipari. Cadono con una semplicissima operazione tecnica che si può fare con qualunque computer collegato a internet. Basta scaricare dal sito della Forza Multinazionale in Iraq il testo di 42 pagine (più 3 di indice) pieno di grosse cancellature nere e trasferirlo su un qualsiasi file word (o altro programma di scrittura), come per incanto, tutte le "pecette" nere spariscono e si possono leggere le parti che gli americani hanno "classificato" e che, quindi, non dovevano essere leggibili.

Se ne sono accorti alcuni lettori che, una volta scaricato il Pdf, l'hanno copiato su Word di Office o su programmi anche più semplici. Rileggendo il testo, sono rimasti sbalorditi.

Vengono così "in chiaro" i nomi dei militari americani (quasi tutti di origine spagnola) che hanno sparato e quelli degli ufficiali che li comandavano, nonché quello del terzo uomo (un agente italiano) che era a bordo dell'auto con Sgrena e Calipari. Emergono anche alcuni dettagli dell'organizzazione dell'operazione "sicurezza" intorno a Negroponte e le difficoltà che si verificarono la sera del 4 marzo nella catena di comando americana.

Ed è quasi certo che anche la procura di Roma acquisirà nelle prossime ore il rapporto Usa senza gli omissis.

Insieme con l'auto sulla quale viaggiava il funzionario del Sismi, l'esame del rapporto viene ritenuto dagli investigatori il primo passo per poter poi eventualmente sentire i due componenti italiani della Commissione che non hanno controfirmato la relazione a patto che le loro motivazioni non siano coperte da segreto militare.

I pm Franco Ionta, Erminio Amelio e Pietro Saviotti, che hanno aperto un fascicolo per omicidio volontario e tentato omicidio, dovrebbero infine ascoltare Gianluca Preite, difeso dall'avvocato Carlo Taormina. Preite, un ingegnere che sostiene di aver lavorato per i servizi di sicurezza italiani anche durante la vicenda delle 'due Simone', spiegò nella scorse settimana di aver intercettato telefonate sul web tra l'Iraq e Roma durante l'operazione da cui scaturì la liberazione della giornalista de 'Il Manifesto', Giuliana Sgrena.

(1 maggio 2005)

http://www.repubblica.it/2005/d/sezioni/esteri/niccal3/rror/rror.html

sabato 30 aprile 2005

Don Vitaliano Della Sala: "Il gay pride segnale a un papa reazionario"

In un intervista il parroco no global parla del prossimo gay pride a Salerno e dice : "Gay pride a Salerno? È cosa buona e giusta"
sabato 30 aprile 2005 , di Il Corriere del Mezzogiorno

Don Vitaliano Della Sala, il prete no global di Sant'Angelo a Scala, commenta la proposta del gay pride che si terrà a Salerno in giugno. Lui, che proprio a causa del suo discorso al raduno gay nella Roma del Giubileo, fu sospeso dalle gerarchie vaticane.

«Come tutte le iniziative analoghe, servirà a far capire a Papa Benedetto XVI che le crociate non servono. Inutile tergiversare: la verità è che è stato eletto un Papa reazionario» . Ma il prete irpino non parteciperà alla sfilata dell'orgoglio omosessuale perché, oltre ad aver perso la sua parrocchia, è interdetto dalla Chiesa a partecipare a iniziative militanti.

«La mia sarà una protesta in absentia, perché il fatto stesso che non potrò esserci testimonierà che l'anima intransigente della Chiesa ha vinto» .


NAPOLI - «Un gay pride a Salerno? Come tutte le iniziative analoghe, servirà a far capire al nuovo Papa, Benedetto XVI, che le crociate non servono: perché è inutile girarci intorno, la verità è che è stato eletto un papa reazionario e intransigente».


Don Vitaliano Della Sala, prete no global di Sant'Angelo a Scala, sospeso a divinis e privato della sua parrocchia, non ha dubbi: l'iniziativa promossa dai gruppi Arcigay , Garcia Lorca e Renée Vivienne - il gay pride che si terrà a Salerno, dal 24 al 26 giugno - è cosa buona e giusta.


Don Vitaliano, lei nel 2000, partecipò a Roma alla grande sfilata omosessuale, attirando su di sé gli anatemi dei superiori. Andrà al gay pride di Salerno?

«No, ma solo perché non mi è più consentito. La mia sarà una protesta in absentia, nel senso che il mio non esserci indica quanto la chiesa sia oggi intollerante e sorda al dialogo. E poi, il gay pride romano mi è costato tanto. Fu soprattutto il mio discorso a indispettire la curia, i miei attacchi a Sodano. Ma che ci fosse aria di restaurazione, come io denunciai, è stato confermato».


Venti di controriforma, dunque. O è troppo?

«È poco».


Addirittura?

«Umanamente credo che saranno anni bui, ma non possiamo giurarci. Alla fine c'è sempre il Padreterno che ci fa sperare nei miracoli. Siamo preti, dobbiamo crederci» .


E quale potrebbe essere il miracolo?

«Guardando alla storia del cardinale Ratzinger, non si può non sospettare il peggio. Ma anche lui dovrà porsi il problema del suo pontificato e chissà che non modifichi la sua durezza. Di sicuro uno dei problemi da affrontare subito è la questione degli omosessuali. Che, è bene ricordare, la Chiesa ammette, purché non pratichino la loro sessualità».


Lei crede siano possibili delle aperture del Vaticano?

«Io non metto in dubbio l'insegnamento dottrinario della chiesa, né non tocca a me dare le soluzioni: non sono né un teologo né un moralista. Sono un prete e mi hanno insegnato la cultura dell'accoglienza. In questo senso partecipai al gay pride dell'anno del Giubileo. Non certo per mettere in discussione la dottrina, ma per dire che se il Giubileo era per eccellenza il momento di accoglienza della Chiesa, doveva riguardare anche gli omosessuali. Accogliere non significa condividere, naturalmente. Gesù frequentava quelli che erano ritenuti i peggiori di Israele, le prostitute e i peccatori e disse: ti precederanno nel regno cieli. Qualcuno dovrà pure ricordarsi che l'apertura di Gesù era l'affermazione della sua forza, non di una debolezza. La mia vicenda personale, però, testimonia che a prevalere non è il volto umano della della chiesa ma quello dottrinario».


La sua sospensione dopo il gay pride è stato un deterrente per gli altri preti?

«Certo l'epilogo della mia storia parla chiaramente di una caccia alle streghe. Provi a fare un'intervista come questa ad un prete qualsiasi. Tanti sacerdoti si terranno lontani anche da questo gay pride, ma non perché hanno un sentire distante dal mio. In Italia ci sono don Alessandro Santoro di Firenze, don Pino d'Aloia di San Severo di Puglia e a Napoli c'è Don Merola della parrocchia di Forcella che, per aver urlato contro la camorra, è stato redarguito dai superiori. La chiesa è così. Oggi mi paga per non fare niente, anzi purché non faccia niente».

http://www.gaynews.it/view.php?ID=31998

Un eroe può essere gay?

Il sergente Robert Stout premiato con onoreficienze al valore cacciato dall'esercito statunitense perché ha dichiarato all'Associated press di essere gay

Il sergente Robert Stout ha ricevuto la Purple heart, una delle più alte onorificenze al valore dell'esercito americano, dopo che una granata lo ha ferito in Iraq. Ma è stato cacciato dall'esercito statunitense perché ha dichiarato all'Associated press di essere gay. E negli ultimi dieci anni sono stati spesi 190 milioni di dollari per reclutare e addestrare i sostituti dei 9.488 militari omosessuali cacciati dalle forze armate americane. Un progetto di legge pro-posto dai democratici mira ad abrogare la legge «Don't ask, don't teli» relativa alle abitudini sessuali dei militari: una norma per cui fino a oggi sono stati banditi dall'esercito statunitense i gay dichiarati. I promotori della riforma sottolineano che non c'è al-cuna prova che i soldati omosessuali mettano a rischio la disciplina militare o lavorino peggio degli altri. Tanto più che forze americane in Iraq e Afghanistan combattono a fianco a fianco con eserciti di paesi che non fanno discriminazioni.

http://www.gaynews.it/view.php?ID=32002

martedì 26 aprile 2005

Noi non dimentichiamo

di Carlo Azeglio Ciampi

Sessant’anni fa, oggi, si compì la liberazione e la riunificazione della nostra Patria. Tanti ricordi si affollano alla mente. Il cuore è ancora gonfio di pena, ma anche di orgoglio, per quelli che, compagni della nostra giovinezza, diedero la vita per la libertà di tutti; anche di chi li combatteva. Presero le armi per far nascere quelle istituzioni democratiche in cui oggi noi italiani tutti ci riconosciamo. Eredi degli ideali del Risorgimento, restituirono alla Patria l'onore e il rispetto dei popoli liberi. Uomini e donne, militari e civili, laici e religiosi, ci insegnarono a conquistare e a vivere la libertà. Nel loro anelito di democrazia e di giustizia, nell’amor di Patria, che nell’ora della prova più difficile proruppe spontaneo nei loro cuori, si riconobbe una nuova Italia.

* * * *

Un forte, indissolubile legame, unisce l’Italia del 25 aprile 1945 all’Italia che il 2 giugno 1946 partecipò, con universale entusiasmo, alle prime elezioni politiche libere dopo la dittatura. Vi presero parte, per la prima volta, anche le donne, elettrici e candidate. Gli italiani scelsero la Repubblica. Lo spirito della Resistenza vive nel testo della Costituzione repubblicana. La memoria dei sacrifici e delle lotte della Resistenza è fondamento della nostra passione per la libertà. Di quei sacrifici danno oggi solenne testimonianza le decine e decine di gonfaloni delle città e province insignite di medaglia d’oro che affollano, per la prima volta, questo cortile del Quirinale, la casa di tutti gli italiani. Da questi stendardi lo sguardo si leva al tricolore che sventola in alto, l’insegna che guidò i nostri padri nelle guerre del Risorgimento, affiancata oggi dalla bandiera azzurro-stellata della nuova Europa, unita da ideali di concordia e di pace.

Noi non dimentichiamo nessuno di coloro che furono protagonisti della lotta per la libertà di tutti gli italiani. Non dimentichiamo la Resistenza operaia, esplosa negli scioperi di massa del marzo ‘43 a Torino, a Milano, a Genova e in altre città, prima della caduta della dittatura.

Non dimentichiamo la Resistenza dei militari che, dopo l’8 settembre del ‘43, nello smarrimento delle istituzioni, trovarono nel loro cuore le radici di un orgoglioso amor di Patria, che li spinse all’azione. Molte migliaia caddero con le armi in pugno, o vennero trucidati dai nazisti.

Non dimentichiamo i civili che, a Roma e altrove, si unirono a loro per la difesa delle loro città, o, come a Napoli, si batterono per cacciare le forze di occupazione.

Non dimentichiamo la Resistenza delle centinaia di migliaia di militari deportati, che preferirono una durissima prigionia, che costò la vita a tanti di loro, al ritorno in Italia al servizio della dittatura.

Non dimentichiamo la Resistenza popolare, che si manifestò spontanea. Migliaia e migliaia di donne e uomini di ogni ceto, a rischio e a prezzo della loro vita, salvarono e protessero civili e militari alla macchia, ebrei minacciati dallo sterminio, soldati stranieri fuggiti dai campi di prigionia, che cercavano la salvezza. Li aiutarono a raggiungere l’Italia già liberata, accompagnandoli lungo quei sentieri della libertà che solcarono allora tutta la penisola, da Nord a Sud, di casolare in casolare, di paese in paese, di città in città. Fu una catena di silenziosa, spontanea solidarietà.

Non dimentichiamo le migliaia e migliaia di vittime delle innumerevoli, orrende stragi che insanguinarono il nostro Paese. Donne, vecchi, bambini, civili colpevoli soltanto di sostenere chi si batteva per la libertà.

Non dimentichiamo soprattutto i protagonisti della Resistenza armata, che nacque come scelta di popolo, che si organizzò in unità partigiane combattenti e dilagò nelle città, nelle pianure, nelle montagne, fino alla riconquista, nell’aprile del 1945, delle grandi città del Nord d’Italia, prima ancora della resa dell’esercito nazista.

Non dimentichiamo le unità del nostro esercito ricostituito, che combatterono con valore per l’onore della nuova Italia democratica.

Non dimentichiamo, non dimenticheremo mai, i soldati alleati, venuti da tutti i continenti per liberare, a costo di perdite immense, tutti i popoli europei dalla feroce tirannide nazifascista.

* * * *

La memoria degli eventi di sessant’anni fa è un libro fatto di molte pagine, di tante storie personali e collettive, storie di individui che diedero una risposta alta e nobile alla sfida dei tempi, che seppero interpretare i valori profondi della civiltà italiana ed europea.

Essi volevano un’Italia libera per tutti, unita. Il loro ricordo non vuole alimentare divisioni, vuole insegnarci la concordia, insieme con l’amore per la Patria e l’amore per la Costituzione, fondamento delle nostre libertà. Questo è il significato profondo delle giornate della memoria che noi celebriamo: occasioni per ricordare ai giovani i valori ispiratori di quella libertà che essi hanno il privilegio di vivere e il dovere di custodire.

* * * *

Italiani, gli uomini della mia generazione hanno avuto un singolare destino. Abbiamo vissuto, nella giovinezza, anni tra i più foschi della millenaria storia europea. Ma nelle prove più difficili si tempra l’identità di una Nazione. Dalle tragedie di quegli anni abbiamo tutti tratto ammaestramento. A noi sopravvissuti è toccata poi la fortuna di essere partecipi della grande rinascita democratica della nostra Patria; partecipi altresì della miracolosa costruzione di una unione di Stati e di popoli che assicura a tutta l'Europa, dopo millenni di guerre, una pace irreversibile.

Abbiamo avuto la fortuna di garantire ai nostri figli, e ai figli dei nostri figli, quei beni, quei valori, quelle speranze, che noi, da giovani, non avevamo conosciuto. E ne siamo orgogliosi. Ai giovani d’oggi, cresciuti in un’Italia libera, in un’Europa pacifica e unita, dico: non dimenticate mai gli ideali che ispirarono coloro che diedero la vita per voi. Possa la memoria dei sacrifici dei Padri della Repubblica rimanere viva, tramandata di generazione in generazione, guida e monito ad essere sempre vigili nella difesa della libertà riconquistata. Il ricordo di quei giorni ci fa guardare con fiducia al nostro futuro; ci fa sentire il dovere di essere uniti tutti nell'amore per la Patria italiana ed europea, uniti nell’orgoglio delle nostre grandi tradizioni di civiltà, uniti nell’impegno a contribuire al progresso e alla pace di tutti i popoli.

Viva la Resistenza.
Viva la Repubblica.
Viva l’Italia libera e unita.


Discorso pronunciato ieri dal Presidente della Repubblica a Roma in occasione delle celebrazioni per il 25 aprile

lunedì 25 aprile 2005

Se avessero vinto loro

di Furio Colombo

Se avessero vinto loro? Loro sono anche le brave persone che pensavano di combattere per l'onore dell'Italia. Loro sono anche i ragazzi che per l'avventuroso entusiasmo dell'età o per la disinformazione profonda o per l'indottrinamento subito si sono arruolati adolescenti o bambini nelle formazioni fasciste. Loro sono coloro a cui hanno messo in mano un'arma per uccidere i partigiani, detti "banditi" e condannati sempre alla pena di morte. Loro erano gli addetti ad arrestare gli ebrei - definiti per legge nemici - da consegnare da fedeli alleati ai tedeschi. Queste consegne sono sempre avvenute. Sono innumerevoli le testimonianze in proposito. Basti per tutti "Il libro della Memoria" di Liliana Picciotto Fargion, e "L'Olocausto italiano" di Susan Zuccotti, con i nomi, i luoghi, le circostanze di una fervida attività di rastrellamento e consegna degli ebrei italiani da parte di fascisti italiani.
A Milano, se entrate al pian terreno dell'immensa Stazione centrale, sul lato destro che si affaccia su Piazza Luigi di Savoia, vi fanno vedere il binario, tuttora intatto, tuttora collegato con Auschwitz, dal quale partivano i treni stipati di ebrei italiani. Tutto il servizio di arresto, raccolta, imprigionamento a San Vittore, attesa, trasporto in quel lato della Stazione, le lunghe file di adulti e bambini nella notte e nel gelo, la spinta dentro i vagoni, l'accurato lavoro di sigillare le porte dei vagoni-bestiame, era tutto italiano. Italiano di Salò. Italiano della Repubblica Sociale Italiana. Italiano a cura di coloro che avevano deciso di restare fedeli alleati dei nazisti e della loro macchina mortale.
Certo, molti non sapevano dove finiva quel binario. Molti potevano essere avvolti in una disorientante cecità selettiva che non permetteva loro di vedere e capire a quale mondo stavano dando una mano, e verso quale futuro essi stessi stavano andando.
Per questo diciamo: tutti sono cittadini a pieno titolo nel mondo della libertà. Ma quel mondo non ci sarebbe mai stato se avessero vinto loro. Loro e Hitler, loro e le camere a gas, loro e i forni di Auschwitz, loro e i morti impiccati ai lampioni di via Cernaia a Torino, loro e le stragi di Marzabotto e di Sant'Anna di Stazzema, loro e i torturatori di via Tasso, loro che consegnavano gli arrestati al comando germanico all'Hotel Regina di Milano.
Il rispetto per ogni libero essere umano, compresi coloro che si erano avviati sulla strada di un mondo fondato sui campi di sterminio, è un dovere di tutti, e un diritto di cui ciascuno è titolare, nel mondo della libertà.
Chi quel mondo di sterminio lo ha difeso fino all'ultimo, può dire che non sapeva e può persino essere creduto. Ma non deve dire di non sapere, oggi, di avere lavorato per Auschwitz, di avere dato forze e giovinezza a un universo di discriminazione, di sterminio, di morte. Adesso lo sappiamo, lo sanno anche coloro che hanno agito dentro la nebbia dell'indottrinamento di quella terribile fede di morte.
Adesso coloro che erano fascisti sanno che anch'essi sono stati liberati il 25 aprile. Sanno che il 25 aprile è già una festa di riconciliazione perché ha salvato tanti giovani fascisti dal destino tremendo di continuare a fornire di corpi umani ai campi di sterminio, di servire da guarnigione per le prigioni e i centri di tortura, e per occupare col terrore i Paesi d'Europa. È vero, i giovani fascisti di allora devono essere grati agli Americani, agli Inglesi, alla loro invasione di libertà. E dovrebbero non dimenticare 23 milioni di morti russi che hanno fatto da barriera, con i loro corpi alla vittoria nazista.
Però dedichino in questa giornata un pensiero anche ai partigiani che alcuni di essi hanno, in nome di un confuso onore dell'Italia, ucciso o tentato di uccidere. La loro lotta per tre inverni indicibili sulle montagne, per le strade dei nostri paesi e delle nostre città ha ridato a tutti gli italiani il vero onore che segna la nostra storia: quello di non essere dalla parte dei forni crematori, quello di non essere dalla parte di Auschwitz.
Se loro sanno, se lo capiscono (e non possono dire di non saperlo) allora potremo dire che siamo insieme in questo giorno di festa perché questa è la festa degli italiani liberi. E gli italiani, tutti, compresi i ferventi nostalgici, coloro che vorrebbero farci ricordare altre cose pur di non parlare della nostra liberazione italiana, dovrebbero riconoscere il 25 aprile come il giorno dello scampato pericolo. È il no definitivo della storia alla vita sotto il fascismo.

da l'Unità del 25/04/2005

venerdì 22 aprile 2005

Così abbiamo difeso i diritti dei cittadini

di JOSÉ LUIS RODRIGUEZ ZAPATERO

La notte del 14 marzo del 2004, quando noi socialisti celebravamo la vittoria elettorale, ho sentito con chiarezza un coro di voci giovanili che mi gridava: "Zapatero, non ci deludere!". Quelle voci, che continuano a risuonare dentro di me, sono la voce dei cittadini spagnoli, che non voglio deludere e ai quali spetta di giudicare il primo anno del mio mandato alla guida del governo.

Nella campagna elettorale del 2004 avevo presentato agli spagnoli un programma per il cambiamento articolato attorno a tre assi: lavorare per la pace, dare ai cittadini più diritti e instaurare uno stile di governo che in Spagna abbiamo convenuto chiamare "talante", disponibilità, e che altro non è se non la politica del dialogo e del negoziato.

Un anno dopo, ritengo che il mio governo abbia fatto alcune cose importanti in risposta a quel messaggio. Una consistente maggioranza degli spagnoli desiderava che il nostro paese ritornasse a fare parte del cuore dell'Europa, e così abbiamo fatto. Il mio governo ha contribuito a sbloccare il processo dell'approvazione della Costituzione europea e della firma a Roma da parte dei capi di Stato e di governo. E a febbraio, il popolo spagnolo ha dimostrato la sua ferma vocazione europeista diventando il primo paese a ratificare con un referendum questa Costituzione.

Per l'Europa, il secolo XX è stato devastante. E, tuttavia, nella seconda metà di questo secolo, la Costruzione europea è diventata il progetto più ambizioso e appassionante di sempre, consistente nel tentativo di creare un grande spazio di democrazia, di diritti umani, di progresso economico, di solidarietà e di incoraggiamento alla pace.

Il nascente secolo XXI deve essere quello dell'allargamento, dell'approfondimento e della consolidazione di questo spazio. Il mondo ha bisogno e chiede più Europa, non meno Europa.

Parliamo ancora di pace. In un contesto internazionale convulso, anche il terrorismo si è globalizzato. In Spagna, che da trent'anni è colpita dal flagello dell'Eta, abbiamo subito l'accanimento della violenza selvaggia del terrorismo internazionale l'11 marzo 2004.

Bisogna ripeterlo: il terrorismo non ha alcuna giustificazione possibile, in nessun luogo e in nessuna circostanza. Di fronte a questa piaga c'è posto solo per la fermezza democratica e per la forza della legge. Per questo abbiamo aumentato le risorse umane e materiali per la lotta contro il terrorismo internazionale. Per questo abbiamo rafforzato il contingente militare in Afghanistan. Ed è anche per questo che abbiamo incrementato la cooperazione internazionale, dentro e fuori dell'Ue, nel settore delle forze di polizia, dei servizi d'intelligence e del potere giudiziario.

Ma il terrorismo va combattuto senza violare l'essenza stessa della democrazia, senza offendere i diritti e le libertà irrinunciabili, senza forzare la legalità internazionale, senza associarlo a delle comunità, a delle culture o a delle religioni determinate. L'uso della violenza e il terrorismo non sono patrimonio di alcuna comunità, cultura o religione, e da qui deriva la proposta che ho presentato davanti all'Assemblea dell'Onu di un'Alleanza di civiltà. È fondamentale chiudere il divario che s'è aperto tra Occidente e il mondo arabo e musulmano.

Dobbiamo studiare le cause di questa frattura e adottare delle misure per ricucirla. La risposta al terrorismo non può essere solo di tipo repressivo. Occorre bonificare le paludi dove questa peste cresce; prosciugare ogni brodo di coltura politico, economico, sociale o culturale che possa favorirlo. È per questo motivo che insistiamo nel multilateralismo, nella legalità internazionale, nel ruolo dell'Onu e nella solidarietà.

La Spagna sta aumentando il livello della sua cooperazione estera per raggiungere lo 0,5% del Pil al termine di questa legislatura. E mi sono impegnato a raggiungere quel simbolico 0,7% che il mondo in via di sviluppo sollecita. Assieme al Brasile, al Cile, alla Francia e al segretariato generale Onu, stiamo anche promuovendo l'Alleanza contro la fame.

"Zapatero, non ci deludere". La mia prima decisione come presidente del governo è stata di decidere il rientro delle truppe di stanza in Iraq. Lo aveva chiesto la grande maggioranza dei cittadini. Era un impegno preso in campagna elettorale che ho voluto onorare senza indugi. Non siamo stati d'accordo con la guerra, ma ciò non impedisce che siamo tra i più importanti contribuenti al processo di ricostruzione dell'Iraq. E non impedisce che io rispetti le decisioni che su questa materia hanno adottato i governi di altri paesi amici e alleati. E loro hanno saputo rispettare la posizione spagnola.

"Zapatero, non ci deludere". Le forze progressiste del secolo XXI devono ampliare i diritti dei cittadini; ciò deve essere uno dei primi segnali della nostra identità. In un anno appena, abbiamo rafforzato la tutela delle donne di fronte alla violenza machista, abbiamo reso più agile la legge sul divorzio e abbiamo riconosciuto il diritto al matrimonio delle coppie omosessuali.

Abbiamo anche aumentato il salario minimo e le pensioni e abbiamo moltiplicato il numero di borse di studio e di contributi per l'alloggio. E non considero progressista una smisurata spesa pubblica e neppure un deficit fuori controllo, credo nella sinistra della gestione virtuosa.

"Zapatero, non ci deludere". La parola spagnola talante è diventata un'etichetta del mio governo. Mi riempie d'orgoglio. Perché questo talante segna uno stile nel modo di governare. Talante è scommettere affinché il Parlamento riacquisti il suo ruolo centrale nella vita politica; è dare impulso allo spirito del dialogo e della negoziazione tra i partiti politici e le Comunità autonome d'una Spagna unita e pluralista.

Talante è, infine, garantire che i mezzi di comunicazione pubblici siano, per la prima volta nella storia della Spagna, indipendenti dal governo di turno e diretti da professionisti. Ho affidato a un comitato d'esperti l'incarico d'elaborare un insieme di proposte, che potrebbero essere poi convertite in legge.

Sta al popolo spagnolo trarre il bilancio della mia gestione alla guida del governo: penso che la nostra sia la strada giusta, ma non mi concederò un minuto d'autocompiacimento. E voglio che diventi un mandato cittadino quel grido della notte elettorale: "Zapatero, non ci deludere!".

L'autore è presidente del governo spagnolo
(traduzione di Guiomar Parada)

(22 aprile 2005)
http://www.repubblica.it/2005/d/sezioni/esteri/matrigay/zapate/zapate.html

giovedì 21 aprile 2005

Spagna: primo Sì del Parlamento ai matrimoni gay

Madrid, 21 apr. (Adnkronos) - Con 183 voti a favore, 136 contrari e 6 astenuti, il Congresso spagnolo, la Camera bassa del Parlamento, ha approvato oggi in prima lettura una modifica del codice civile che autorizza i matrimoni gay.
Il disegno di legge, che passera' ora al Senato per poi ritornare alla Camera per la sua approvazione in via definitiva, introduce modifiche in 16 articoli del codice.
In particolare prevede la sostituzione delle parole 'marito' e moglie' con 'coniugi' e le parole 'padre e madre' con 'genitori'.
''Il matrimonio - si legge nel testo - avra' gli stessi requisiti e effetti nel caso in cui entrambi i contraenti siano dello stesso sesso o di sesso opposto''.
Tra i deputati contrari quelli del Partito Popolare, i nazionalisti del CiU e i baschi del Pnv.
Se per il presidente della 'Federazione lesbiche, gay e transessuali', Beatriz Gimeno, quello di oggi e' ''un giorno storico per tutti i cittadini che credono nell'uguaglianza, nella giustizia e nello stato di diritto'', per la Conferenza episcopale spagnola, la riforma ''introduce un pericoloso fattore di dissoluzione dell'istituzione familiare e con essa dell'ordine sociale''.
La questione ha gia' in passato creato tensioni tra Madrid e il Vaticano e arriva a due giorni dall'elezione a Papa del cardinale Joseph Ratzinger, al quale il premier socialista Jose Luis Rodriguez Zapatero aveva segnalato in un messaggio la sua disponibilita' a collaborare.

http://www.gaynews.it/view.php?ID=31842

Tramonto democristiano

di CURZIO MALTESE

Berlusconi ha scelto di morire democristiano. Pur di tirare a campare ancora per qualche mese, abbrancato alla poltrona, all'ultima e unica promessa mantenuta agli italiani: "Non vi libererete facilmente di me". Perché già la penultima, "non mi dimetterò mai", è andata a farsi benedire. L'uomo che solo lunedì non si sarebbe "mai piegato ai riti politicanti", nello spazio d'un mattino o due accetta di naufragare nel più grottesco dei voltafaccia, nel puro teatrino della politica, in antiche paludi che si chiamano dimissioni&rimpasto, rosa dei nomi, totoministri, verifica, orrido governo bis o balneare.

Stavolta è suo il ruggito del coniglio. Berlusconi e non Follini appare come il vecchio democristiano di ritorno. Più ancora che la vendetta della prima repubblica sulla seconda, questa è la comica finale del berlusconismo. Solo l'altro giorno il premier ha regalato ai suoi falchi l'ultimo gesto titanico, le dimissioni negate con tanto di minacce agli alleati, l'ennesimo salto nel cerchio di fuoco destinato all'applauso della corte dei vari Ferrara e Fede. Appena il tempo per il cambio scena e d'abito e Berlusconi da oggi è già lì a distribuire sorrisi, pacche, barzellette e ministeri ai nemici mortali dell'Udc. E allora a che cosa è servita la recita incendiaria? Soltanto a ingigantire la vittoria e la figura del nemico interno, Follini, e a ridurre a nani politici gli alleati più fedeli, Bossi e anche Fini.

La verità è che l'ultimo Berlusconi sbaglia tutte le mosse, almeno quanto le azzeccava il primo. È un contrappasso totale, quotidiano. La puntata di Ballarò del dopo elezioni era l'esatto contrappasso della discesa in campo del '93.

Il brontolio dimissionario con cui ieri al Senato Berlusconi ha stracciato il "contratto con gli italiani" è la risposta del tempo al radioso comizio d'insediamento nell'estate del 2001. Allora si celebrava l'inizio di un ipotetico ventennio ("governeremo per molte legislature"), ora se va bene si tratta d'arrivare al panettone. Da neothatcheriano a vecchio doroteo in soli 1400 giorni.

Fra le due immagini passa il clamoroso fallimento del berlusconismo. Non solo nei risultati concreti, deludenti oltre l'immaginabile, con il peggior stallo economico dal dopoguerra, il declino incombente, l'impoverimento dei ceti medi e le grandi opere ridotte a una villona padronale e semiabusiva in Sardegna. Ancora più definitivo è il fallimento ideologico, culturale, nel linguaggio e nella rappresentazione del Paese.

L'idea arrogante di poter guidare la politica e la nazione come un'azienda, l'altra di riuscire a manipolare all'infinito con le televisioni un'opinione pubblica infantile. Alla prima seria rivolta di un alleato o due, i più piccoli per giunta, il mantello d'invulnerabilità del berlusconismo è scivolato a terra e il capo si ritrova ora a inseguire un compromesso qualsiasi, arrangiandosi con le povere risorse dell'eterno trasformismo.

Il marasma finale è evidente perfino nel linguaggio, nelle parole e nei gesti del Berlusconi dimissionario. Lo show di 11 minuti durante il quale il premier ha alternato scuse di fatto a minacce virtuali, la tardiva ammissione di sconfitta e la sicumera delle future immancabili vittorie, una concreta retromarcia di fronte alle divisioni nella maggioranza e la chimerica fuga in avanti verso il partito unico della destra, l'ossequio formale al Quirinale e il disprezzo per la Costituzione. Un guazzabuglio da stato confusionale che le fide Rai e Mediaset, con pietoso servilismo, si sono ben guardate dal mandare in diretta. Lo show s'è chiuso poi nel paradosso d'una maggioranza che applaude con entusiasmo le dimissioni del suo premier mentre l'opposizione medita in silenzio.
Su queste basi di partenza c'è da domandarsi a che cosa serva prolungare l'agonia d'un anno con un Berlusconi bis.

Tutto lascia prevedere un anno orribile, gravido di vendette, dispetti, regolamenti di conti. Fallito l'ultimo, Berlusconi cercherà altri colpi di scena. Com'è nella sua natura, tornerà a fare la voce del padrone appena sarà caduta in prescrizione anche la minaccia del voto anticipato. I centristi possono rispondere con altre crisi e crisette. Già ieri hanno fatto una piccola prova generale facendo mancare la maggioranza a un decreto governativo.

Una specie di Vietnam parlamentare attende un'Italia già stremata e impaurita dalla crisi. Le elezioni anticipate rappresentavano almeno una soluzione decente, forse l'ultimo dei tanti treni persi dal paese nei dieci anni buttati per inseguire uno strano sogno.

(21 aprile 2005)

http://www.repubblica.it/2005/d/sezioni/politica/crisigoverno3/tramonto/tramonto.html

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