Un uomo di 39 anni denuncia il suo caso: "Ma non mi arrendo"
Dal 2000 nessun divieto ai prelievi per gli omosessuali
La decisione del medico nonostante l'ok della legge
"Rapporti tra maschi a rischio, con le lesbiche nessun problema"
di PAOLO BERIZZI
MILANO - Se volete donare il sangue e siete omosessuali, badate bene: potreste essere scartati. "In Italia non si può". Anzi sì, ma dipende dai punti di vista (del medico). In pratica: non è che la legge lo vieti - un tempo era così, oggi non più - al contrario. E' che può succedere che qualcuno vi dica "no, se lei è gay allora niente prelievo". Proprio questo si è sentito rispondere, al Policlinico di Milano, Paolo Pedote, 39 anni, alla sua prima, mancata, donazione di sangue. E' il 16 agosto.
Pedote, che - ironizza - "nonostante l'omosessualità" è sano come un pesce, vede in giro uno slogan pubblicitario: "Se hai sangue nelle vene, dimostralo!". E' lo spot scelto dal Policlinico per incentivare la donazione. "Donare il sangue - si legge - è un gesto di altruismo e di responsabilità civile. Basta avere tra i 18 e i 60 anni, un peso superiore ai 50 kg, un buono stato di salute e avere fatto una colazione leggera...". "Ma soprattutto - aggiunge Paolo con un sorriso amaro - è indispensabile non essere omosessuali".
Lui di sangue nelle vene ne ha da vendere. E non può certo immaginare che i suoi gusti sessuali siano, per i medici, una discriminante. Così si presenta al Policlinico. Reparto trasfusioni e immunologia dei trapianti. "Alla reception - racconta - ti chiedono di leggere un modulo sul quale è indicato tutto ciò che presuppone la sospensione temporanea o definitiva dalla donazione: dai vaccini agli antibiotici, dai tatuaggi all'assunzione di droghe leggere; fino alle malattie infettive, sifilide, Aids, epatite".
Poi il punto più importante: "I rapporti sessuali, anche protetti, con persone a rischio, prevedono la sospensione permanente". "Giusto - dice Paolo - la discriminante infatti deve essere questa, i rapporti a rischio, di qualsiasi tipo. Non l'omosessualità". Che infatti, nel vademecum, non viene mai menzionata.
Il veto per chi ha rapporti omosessuali (maggio '91, decreto dell'allora ministro alla Sanità De Lorenzo) è stato abolito (nel 2000 dal governo Amato) dopo anni di lotte gay. Ma tant'è. "Avendo escluso tutti i motivi elencati - continua - mi sento del tutto idoneo come donatore. La dottoressa Elena Coluccio mi sottopone a una visita medica. Inizia una serie di domande considerate di routine per i neofiti della donazione. Lavoro, stile di vita, biografia sanitaria, via via fino alla mia vita sessuale: mi chiede se ho rapporti con una partner fissa o con partner femminili occasionali non protetti. Rispondo di no, i miei rapporti sono sempre protetti e mai a rischio, ma aggiungo che i miei partner non sono donne ma uomini perché sono gay".
Sul volto della dottoressa c'è un misto di panico e imbarazzo: "Allora, il problema è questo - mi dice - So che la legge permette anche agli omosessuali di donare il sangue, ma noi come nostra politica interna del Centro abbiamo deciso di non accettarli". Pedote reagisce indignandosi. "Lei mi porta dal dottor Maurizio Marconi. Il quale, dopo una cordiale stretta di mano, mi spiega il problema: "Io applico le leggi dello Stato"".
Segue contraddittorio sulle leggi dello Stato. "Mi dice: "Non è il suo orientamento sessuale a escluderla dalla donazione. Il punto è che i rapporti gay tra maschi sono sempre a rischio". Solo quelli. Infatti le lesbiche, mi spiega, vengono accettate. E comunque, conclude, "qui si fa così. Ognuno sceglie secondo coscienza. Mi dispiace". E se ne va". La direzione sanitaria, interpellata, rifiuta di commentare quanto accaduto.
Paolo Pedote esce umiliato e amareggiato dall'ospedale. Dice di non essersi mai sentito così offeso. Per di più, in barba alla legge. "Ma non mi arrendo, io il sangue voglio donarlo. E le norme me lo consentono". Piccolo particolare: di mestiere Paolo fa lo scrittore (collabora con la rivista Pride). Il suo ultimo libro si intitola "Omofobia". Ma questo i medici non potevano saperlo.
(3 settembre 2005)
http://www.repubblica.it/2005/i/sezioni/cronaca/gaymi/gaymi/gaymi.html
sabato 3 settembre 2005
"E' gay, non può donare il sangue" respinto da policlinico milanese
venerdì 2 settembre 2005
Il Massachusetts sempre più vicino a mollare i formati Microsoft
di Paolo Attivissimo http://attivissimo.blogspot.com/
Secondo ElectricNews.net, lo stato del Massachusetts ha proposto di imporre a tutti i propri dipendenti l'uso di formati aperti per i documenti elettronici a partire dall'inizio del 2007. L'iniziativa di questo stato USA potrebbe produrre un effetto domino, inducendo altri stati a mollare i formati proprietari (tipicamente quelli di Microsoft).
La scelta di formati aperti deriva principalmente dalle preoccupazioni dello stato per quanto riguarda la futura accessibilità dei documenti scritti oggi. In parole povere, se un governo o un'amministrazione pubblica oggi scrive un documento in un formato proprietario (per esempio un certificato di nascita o una denuncia in formato Word), come può avere la certezza che quel documento sarà ancora leggibile fra venti, cinquanta, cento anni?. Fra vent'anni Word userà chissà quale formato, e l'unica azienda che sa precisamente com'è fatto il formato Word attuale è Microsoft. Fra venti, cinquanta o cent'anni, Microsoft se ne ricorderà? Microsoft esisterà ancora?
Da qui l'idea di usare formati aperti, la cui struttura è pubblicamente documentata. Fra 20-50-100 anni, un documento elettronico in formato aperto sarà ancora leggibile, perché anche se non dovesse più esistere una versione funzionante sui computer futuri del programma che ha scritto il documento, sarà sempre possibile pagare un gruppo di programmatori per scrivere da capo un programma che legga correttamente il formato del documento. Con un formato proprietario segreto, questo non sarà possibile.
C'è anche da considerare la preoccupazione per il ricatto economico. Se un governo scrive un documento in un formato proprietario segreto, sarà per sempre obbligato a usare programmi specifici per leggerlo. Se un governo scrive in Word, dovrà sempre comperare ogni nuova incarnazione di Word per poter leggere la montagna di documenti elettronici che ha scritto: dovrà comperare Word 2020, Word 2050, Word 2100, e tutti i Word intermedi. A che prezzo?
Microsoft queste cose le sa benissimo e ci tiene che i governi continuino a usare i suoi prodotti, visto che sono una delle fonti principali di reddito di zio Bill e soci. Come riassume Electricnews, nel 2003 l'amministrazione pubblica di Monaco minacciò di mollare Office e Windows perché Microsoft le chiedeva 36 milioni di dollari per l'aggiornamento del proprio software. Pensate a quante pensioni o a quante cure mediche si possono pagare con quella cifra.
Si fiondò a Monaco personalmente Steve Ballmer, numero due di Microsoft, per supplicare di ripensarci. Steve offrì uno sconto del 90%, ma Monaco decise di andare avanti lo stesso. Saggia decisione: più presto ci si libera dei formati proprietari, più presto si comincia a risparmiare i soldi dei contribuenti.
Fra l'altro, il Massachusetts non ha improvvisamente scoperto un sentimento anti-Microsoft. Fu l'unico stato che non raggiunse un accordo in una causa antitrust lanciata dal governo federale USA nel 2002, perché -- diceva il governo dello stato -- Microsoft era ancora impegnata attivamente nello strangolare la concorrenza. La Corte d'Appello USA ha respinto l'argomentazione del Massachusetts l'anno scorso, ma un po' di astio dev'essere rimasto.
In sostanza, non ha importanza il sistema operativo che si usa: ha importanza il formato in cui si scrivono i propri dati. Se il formato non è pubblicamente documentato, i nostri dati saranno sempre ostaggio di chi detiene il segreto e i diritti sul formato in cui sono scritti.
Vi siete mai chiesti perché, per esempio, Microsoft Office non integra la possibilità di salvare in formato PDF ma una suite gratuita come OpenOffice.org lo fa? Semplice: perché se diventa facile salvare in formato PDF (e i documenti governativi sono spesso concepiti per essere soltanto letti, una volta scritti), non è più necessario usare programmi Microsoft per leggere i documenti, e questo è male. Per zio Bill, s'intende.
Il formato PDF, fra l'altro, è proprietario ma pubblicamente documentato, per cui chiunque può scrivere programmi che leggono e scrivono PDF. E infatti non è necessario rivolgersi ad Adobe, proprietaria del formato, per procurarsi un programma che gestisca i PDF.
Meditate, governi e aziende, meditate :-)
Mostra del cinema di Venezia: L'amore fra due cowboy gay, una storia forte e tenera
Il regista: "Quando ho letto questo racconto, mi è venuto un nodo alla gola. Ma a quelli del marketing ho detto..."
Finalmente un vero film d'amore. Una di quelle love story forti, tradizionali (in senso buono), che parlano di una comunione totale tra due corpi e due anime. Ci voleva, in questa Mostra del cinema, un po' di sentimento: a portarlo qui sul Lido, in concorso, è Ang Lee, col suo "Brokeback mountain". Che racconta il legame impossibile, eppure inevitabile, tra due cowboy (segretamente) gay: Heath Ledger e Jake Gyllenhall.
Due giovani attori popolarissimi, negli Stati Uniti, un po' meno da noi. Ma anche qui in Italia i loro volti sono molto noti: Ledger ha già interpretato film come "Destino di un cavaliere" e "Le quattro piume", oltre al kolssal "Casanova" che proprio domani sbarca qui a Venezia; ed è anche considerato un sex-symbol, dalle ragazzine di mezzo mondo. Quanto a Gyllenhall, è stato protagonista, tra gli altri, del cult giovanile "Donnie Darko", oltre che di filmoni hollywoodiani come "L'alba del giorno dopo".
E così non sorprende che oggi, qui al Lido, gli eroi della mattinata siano proprio loro, Heath e Jake. Applauditissimi e vezzeggiatissimi dagli addetti ai lavori, accolti come due veri divi al loro arrivo nei luoghi della Mostra. E anche coraggiosi, a Hollywood, nell'accettare ruoli che prevedono, come ovvio, scene di sesso omosex. Una scelta che Ledger rivendica con forza: "E' una storia bellissima - racconta oggi, qui al Lido - una splendida rappresentazione dell'amore. Tutte le cose che parlano d'amore di solito mi sembrano piuttosto stanche, questa invece mi è parsa subito fresca. E poi finalmente ho potuto girare una vera love -story, cosa che finora non mi era capitato di fare". Altrettanto convinto Gyllenhall: "Sapevo che per Ang Lee il tema forte era l'amore, non un cliché. Per questo ho immediatamente accettato di fare il film".
Tratto dall'omonimo racconto di Annie Proulx (vincitore di un Pulitzer), accolto con favore dal pubblico della Mostra, "Brokeback Mountain" comincia nel '63, in Wyoming, e va avanti per circa vent'anni. I due protagonisti, Ennis (Ledger) e Jack (Gyllenhall) si incontrano già nella prima scena: entrambi cercano lavoro da un allevatore di pecore. Che li spedisce entrambi sulla Brokeback Mountain, a guardare il bestiame. Nel corso dell'estate che i due trascorrono insieme, nasce prima un'amicizia, poi un'intimità sempre più profonda e alla fine, inevitabile, la passione fisica.
Ma nel mondo dei mandriani del West, all'inizio degli anni Sessanta, certo non c'è spazio per un sentimento del genere; così i due si separano, si sposano, hanno figli. Si incontrano solo quattro anni dopo, e il loro sentimento riesplode. Continuano a incontrarsi (anche se raramente) nel corso degli anni: Ennis più deciso a mantenere la facciata di "normalità", Jack disposto a rischiare una convivenza tra uomini. Ma si tratta di un sogno difficile, se non impossibile, da realizzare.
Insomma una vicenda a tinte forti, una sorta di "Ponti di Madison County" in salsa gay. Una storia che ha conquistato il cuore del regista, Ang Lee, autore di successi come "La tigre e il dragone": "Quando ho letto il racconto - dichiara, a bordo della piscina del lussuoso hotel Des Bains - mi è venuto un nodo alla gola. Io credo che sia una grande love story romantica. E poi credo che ognuno di noi, a modo suo, abbia la sua Brokeback Mountain: qualcosa che ha il sapore, il gusto dell'amore. Qualcosa di privato, di intimo. E il fatto che in questo caso tutto accada nel West dell'epoca rende tutto più interessante: maggiore è l'ostacolo, più appassionante è la storia".
Lee nega, però, che ad attrarlo sia stato specificamente il lato omosex della faccenda: "Girando questo film - prosegue - non ho pensato alla comunità gay, a come lo avrebbe accolto. Mi interessava il tipo di affetto che lega i due protagonisti, al di là del fatto che fossero due uomini".
L'autore nega anche di aver ripreso sequenze di sesso più esplicite tra Ledger e Gyllenhall, rispetto a quelle - tutto sommato sobrie - che vediamo nel film: "Tutto cio' che ho girato lo vedete sul grande schermo", assicura.
Un po' di preoccupazione, anche se condita dall'ironia, traspare quando invece quando l'autore parla di come un'altra comunità - quella dei cowboy e dei frequentatori dei rodeo, ancora presente in molte zone degli Usa - accoglierà la pellicola. "Ho detto al marketing, scherzando - conclude Lee - che voglio distribuire il film solo negli stati democratici, nelle città con oltre 50 mila abitanti, e dove tutti hanno votato John Kerry... così almeno posso stare tranquillo!".
(2 settembre 2005)
http://www.repubblica.it/2005/i/sezioni/spettacoli_e_cultura/cinema/venezia/anglee/anglee/anglee.html
giovedì 1 settembre 2005
Non c'è pace senza giustizia
di ROSA CALIPARI*
3 Marzo 1983 - 4 marzo 2005 due date che segnano l'inizio e la fine di un progetto di vita condiviso. Ventidue anni sono pochi per chi ha programmi, ideali e valori comuni; sono pochi per chi rimane ed è travolto in poche decine di secondi da un incubo senza fine. Non è possibile dimenticare la sera del 4 marzo quando al rientro a casa ho trovato ad attendermi alcun colleghi e amici di Nicola. Una scena che si affaccia spesso alla mente di chi ha vissuto con un funzionario di polizia «operativo» ma che si tende a rimuovere per difesa e per non farsi sopraffare da un'angoscia paralizzante. Con orrore ho urlato il mio «No!» di fronte a ciò che intuivo essere la verità ma che nessuno dei presenti era in grado di confermarmi. E poi: «Ucciso dagli americani, un incidente.... Non si sa cosa è successo».
Attonita da quella sera continuo a pormi sempre la stessa domanda «Perché?» ancor più dopo gli esiti contrastanti raggiunti dal Gruppo investigativo congiunto italo-statunitense, incaricato di esaminare la dinamica dei fatti accaduti il 4 marzo.
Un indagine che se negli intenti doveva svolgersi congiuntamente di fatto ha portato alla pubblicazione di due relazioni. Molti i limiti e le restrizioni incontrati dai rappresentanti italiani. Vincoli allo svolgimento delle indagini sono, innanzitutto, derivati dall'esclusiva applicazione della normativa statunitense, Army Regulation 16-6, che disciplina le procedure e le modalità per le inchieste nell'ambito dell'esercito Usa, e che, come risulta dal rapporto italiano, ha posto dei limiti non trascurabili rispetto a quanto previsto dall'ordinamento italiano per analoghe attività. Per quanto attiene, ad esempio, alle modalità di acquisizione delle testimonianze, non potevano essere reiterate le domande ai testimoni già sentiti e non sono stati possibili confronti diretti, per non voler sottolineare che le domande dei rappresentanti italiani potevano essere poste ai testimoni solo tramite il Generale Vangjel, l'Ufficiale statunitense incaricato, già prima dell'arrivo della delegazione italiana, di svolgere indagini.
Ulteriore elemento di rilevante limitazione per l'indagine congiunta è stato il mancato «congelamento» del luogo nell'immediatezza della sparatoria che, come dichiarato dagli stessi militari Usa, è stato completamente ripulito e alterato mentre non si consentiva agli italiani, presenti a Baghdad quella sera del 4 marzo, di arrivare sul posto. Ma neanche successivamente durante i lavori della Commissione congiunta, è stato possibile ricostruire la scena del «crimine», poiché le Autorità militari Usa hanno ritenuto inopportuno, in ragione del luogo dell'«evento», anche il sopralluogo notturno. Pertanto manca la certezza sulla ricostruzione della dinamica dei fatti. Tutto ciò non ha, inoltre, consentito di svolgere un'analisi approfondita sul posto, per cui quanto risultato dalla perizia effettuata in Iraq sulla vettura -come emerge dal rapporto italiano - non sembra avere quella decisiva rilevanza probatoria. E ancora: la rimozione ed eliminazione dei bossoli, la non preservazione delle armi e delle munizioni del reparto coinvolto nel fatto.... e, ancora il rientro dell'autovettura, ormai di proprietà dello Stato italiano, solo dopo due mesi...
E' un percorso difficile doloroso e straziante per chiunque dover affrontare la tragica perdita del proprio compagno ma diventa ancor più arduo se questa avviene in tale contesto e con questa modalità.
Nicola era un dirigente del Sismi, un Servizio alleato degli americani, e ha agito in nome e per conto dello Stato italiano. Non era un Rambo né uno 007 con licenza di uccidere ma un uomo che in altre delicate operazioni aveva dimostrato di possedere le qualità per negoziare anche con gli elementi più integralisti del contesto mediorientale. Dotato di notevole intuito, riflessivo e osservatore affrontava le situazioni con lucidità razionalità, con notevole self-control e con forte determinazione. Consapevole dei rischi insiti nei diversi incarichi ricoperti consigliava la prudenza ai suoi collaboratori e vagliava i costi e i benefici di ogni opzione. Nicola, anche nella sua precedente carriera in Polizia, ha sempre improntato il suo stile al confronto con gli altri e non allo scontro, «prevenire, e non reprimere», diceva. Anche nel rapporto con i suoi collaboratori prediligeva la politica del «consenso» piuttosto che dell'«ordine impartito», dell'affermazione pacata ma «autorevole» della sua opinione e non «autoritaria» anche se si assumeva sempre la piena responsabilità delle proprie decisioni. Uno stile che, spesso, spiazzava gli avversari ma che creava coesione e rafforzava l'identità di gruppo in coloro che lavoravano al suo fianco. Un particolare pensiero va con affetto alla «squadra di Nicola», ai Calipariani, come qualcuno li definisce all'interno del Servizio forse proprio a voler differenziarne lo stile umano e di lavoro.
Era certamente nota agli americani la sua partecipazione e collaborazione anche ad altre vicende di sequestri avvenute sul territorio iracheno e anche in questo caso della giornalista italiana rapita, pur in assenza di una espressa comunicazione formale ai Comandi militari Usa del motivo della missione, Nicola e la sua squadra, come molte altre volte, hanno richiesto l'autorizzazione per atterrare all'aeroporto di Baghdad, per poter alloggiare a Camp Victory e, muniti di tesserini identificativi e di armi, per i loro successivi spostamenti nella capitale irachena.
Nicola ha non solo condotto a termine la sua missione, la liberazione di Giuliana Sgrena, ma ha anche sacrificato la sua vita per proteggerla dal «fuoco amico» e, proprio per rispettare quella bandiera nella quale è tornato avvolto da Baghdad, continuo a chiedere con forza e determinazione la verità su quanto è realmente successo e di far luce sulle responsabilità di coloro che direttamente o indirettamente ne hanno causato la morte.
Non è possibile avere pace se non c'è giustizia.
* Testo tratto dal volume «Nicola Calipari ucciso dal fuoco amico», che sarà distribuito sabato con «l'Unità»
mercoledì 31 agosto 2005
Piccoli passi in Sicilia per l'accettazione dell'omosessualità
Vita di Fulvio nel paese che lo rifiuta
di Rosario Giue
Fulvio è di una persona molto riservata, timida e, insieme, di una dolcezza e sensibilità non comuni. Senza dire che è un tipo generoso e con una innata disponibilità verso gli altri. Ma ha una pesante storia alle spalle. Nel suo paese, in Sicilia, da ragazzo frequenta per anni gli scout. Dopo la scuola, è sempre alla sede, puntuale, pronto a fare quello che è stato programmato.
Ma proprio lì, dove pensa che dovrebbe essere ben accolto e amato per quello che è, lì si trova a dover fare i conti con gli stessi capi che lo prendono in giro per il suo modo di essere. Sono pronti a giudicarlo senza mai mettersi in ascolto o in discussione. E a Fulvio, che ha una viva capacità di cogliere le sfumature dei sentimenti, del detto e non detto, tutto ciò appare sempre più assurdo. Non basta che deve già sopportare i compagni a scuola? E così, sentendosi calcolato come un "diverso", non gli rimane che uscire dal gruppo. Ormai diplomato, non ha un lavoro fisso, ma ha un mestiere. E in tanti lo chiamano. Ma spostarsi da casa per andare a svolgere un lavoro in un'abitazione privata per lui è una sofferenza immane. Attraversare il corso principale, poi, è il peggio che gli possa capitare, una vera punizione. Mentre cammina, se passa davanti al bar del paese o davanti al circolo dei benpensanti, è costretto a sentire qualcuno che in modo vigliacco gli tira addosso la parola "frocio". Se a volte non la sente quella parola, se la sente addosso lo stesso, perché vede senza guardare che molti occhi sono buttati su di lui e che quella parola gliela stanno dicendo con gli occhi. Perciò, per evitare quella ghigliottina, Fulvio prende le stradine laterali, ma anche lì un "attentato terroristico" fatto di uno sguardo malevolo, di una risatina o di una brutta parola può spuntare da un momento all'altro. Ma come si fa a vivere così? Quasi vorrebbe che nessuno lo chiamasse più per fare i lavori artigianali, pur di non sentirsi addosso quella pressione così "umana". Tanto i genitori a casa non gli fanno mancare il necessario per vivere e cercano di proteggerlo come possono. Ma si può continuare? E allora Fulvio matura il bisogno di andare via dalla Sicilia, dal suo paese che ormai gli sta così stretto. Che gli toglie il respiro, gli fa mancare l'aria, non lo fa essere se stesso. Andare al Nord d'Italia, ecco cosa decide un bel giorno Fulvio. E così una ventina di anni fa lascia la sua casa. Non come Abramo perché il Signore lo chiama verso la terra promessa, ma perché si sente espulso dai suoi compaesani. E come è duro ricominciare. Abita in una cameretta facendo i lavori più umili. Con il tempo trova un lavoro stabile che gli permette di sfruttare appieno il suo diploma. Al Nord dice di sentirsi sereno. Ma anche lì, una media città del Nord, a volte si sente deriso. Anche lì qualche collega fa le sue battute. Ma Fulvio non lo vuole ammettere. Lì si sente realizzato. Vuole mettere radici, compra una casa. In paese sono rimasti i vecchi genitori. E quando questi si ammalando gravemente, torna e se ne prende cura con pazienza. Quando può scappa nella sua città del Nord, anche per quindici o venti giorni, per poi tornare a dedicarsi ai suoi vecchi, fino alla fine. Ma anche ora che i genitori sono morti in estate va in paese. Perché vi ha gli affetti. Ma gli amici e le amiche che lo vogliono bene davvero avverte che si possono contare forse con le sole dita di una sola mano. Con loro si sente protetto, va a mare, in montagna, ma che non lo invitino a fare una passeggiata per la strada principale del paese durante della festa della santa patrona. Ma no, gli dicono loro, sai, il paese è cambiato, sta cambiando. E per incoraggiarlo un'amica gli racconta che in paese vi sono diversi ragazzi con un orientamento omosessuale e che non fanno molto per nasconderlo. Gli racconta che le nuove generazioni sono più aperte. Che, anzi, suo figlio ha un amico omosessuale e che non c'è nessun problema. Che "Gianni" viene a casa del figlio con frequenza, che il figlio va a casa di Gianni senza problemi, che gli altri amici ed amiche cercano Gianni senza pregiudizi. Entrano ed escono, vanno a mare insieme. Il paese, vedi, sta cambiando, gli dicono. E lui, Fulvio, a dire "no". Che non è proprio cambiato il paese se gli hanno raccontato che il sacerdote pubblicamente ha detto che gli omosessuali sono malati e che vanno curati. Loro. Ed è deluso perché pensa che la Chiesa dovrebbe spingere al rispetto di tutti, avere un atteggiamento più in positivo, e non alimentare separazione, condanna ed esclusione. E poi c'è la sua generazione, quella dei quarantenni e dei cinquantenni: quanto è cambiata quella? Certo, sente un po' di nostalgia per le sue antiche radici, pensa alla gioia innocente dei giochi fra bambini. Ma Fulvio non tornerà. Intanto ha deciso di aggiustare la casa paterna. Ogni estate fa qualche rifinitura in più. Forse è un piccolo segno di una flebile speranza che, sì, la Sicilia può cambiare davvero più del Nord e che un giorno, quanto lontano non lo sa, possa tornarvi. rosario giuè.
(laRepubblica del 31/08/2005)
sabato 27 agosto 2005
Comunicato arcigay: Auguri di buon lavoro alla pastora valdese
Il saluto di Arcigay a Maria Bonafede, prima donna a capo della più antica chiesa protestante italiana
L'elezione di una donna a capo della più antica chiesa protestante d'Italia è un segno ulteriore della grande capacita' dei valdesi e dei metodisti di recepire positivamente le concrete aspirazioni della societa' moderna.
Come associazione da sempre invitiamo i gay e le lesbiche italiane a versare l'8 per mille alla chiesa valdese e metodista, perchè utilizza questi soldi non per scopi religiosi, ma per opere sociali e culturali a favore del bene comune, rendendo pubblico ogni anno il resoconto degli investimenti effettuati.
I gay e le lesbiche italiani, credenti, agnostici o atei riconoscono ai valdesi e ai metodisti una capacita' di dialogo e di confronto sui temi attinenti alla morale sessuale, alla laicita' dello Stato, ai diritti civili e alle liberta' individuali, a differenza di una chiesa cattolica chiusa e anacronisticamente maschilista e astinente.
Aurelio Mancuso, 26 agosto 2005
http://www.arcigay.it/show.php?1532
Una donna a capo della Chiesa Valdese
di red Ad eleggerla sono stati i 180 membri con diritto di voto del Sinodo – il “parlamento” protestante -, metà dei quali sono pastori e metà “laici”. Durante il Sinodo, a Torre Pellice in Piemonte, sono stati anche consacrati quattro nuovi pastori: Mirella Manocchio, Jannique Perrin, Davide Rostan e Francesco Sciotto. Il Sinodo ha confermato la scelta fondante verso l’ecumenismo e infatti ospiti dell’assise sono stati monsignor Vincenzo Paglia, presidente della Commissione episcopale per l'ecumenismo e il dialogo, e di una delegazione della Sacra Arcidiocesi Ortodossa d'Italia. Ma su questo tema duro è stato l’intervento verso le posizioni dalla Cei sull’invito a non votare al referendum sulla fecondazione assistita e sulla difesa del crocifisso nelle aule scolastiche pronunciato da Fulvio Ferrario, docente presso la Facoltà valdese di teologia di Roma e coordinatore della Commissione per le relazioni ecumeniche della Tavola Valdese. Ferrario ha parlato dell’intervento di monsignor Ruini a favore dell’astensione sul referendum come di un «problema grave» perché «è legittimo che la chiesa cattolica si sia inserita nel dibattito, ma il problema è come ha condizionato la partecipazione al voto. Peccato - ha aggiunto Ferrario - perché veniamo da una stagione tutto sommato di intenso dialogo ecumenico». Tra gli invitati anche dal pastore Joseph Mfochive, presidente della Chiesa evangelica del Camerun, per la prima volta al Sinodo. Oltre al vescovo di Pinerolo, monsignor Pier Giorgio Debernardi. Il Sinodo, nel documento finale, ha ribadito come la povertà e l'ingiustizia economica che oppongono il Nord al Sud del mondo siano ritenuti «incompatibili con la fede cristiana come lo furono a loro tempo nazismo e apartheid». «Prima di parlare di povertà vorrei parlare di fraternità - è intervenuto il presidente della Chiesa Evangelica del Camerun, il pastore Joseph Mfochive - perché le ingiustizie del mondo nascono dalla mancanza di fraternità tra gli esseri umani. Ciò che può cambiare la realtà sono gli atti concreti, anche piccoli, di ognuno». È per questo che il 30% dell'8 per mille di valdesi e metodisti, pari a oltre 1,5 milioni euro, viene utilizzato per progetti di solidarietà nel mondo. «Una cifra certamente piccolissima per rispetto alle esigenze - ha commentato il pastore Gianni Genre - ma comunque significativa, tanto più mentre apprendiamo che una quota dell'8 per mille destinato invece allo stato italiano è stato utilizzato per finanziare l'intervento militare in Iraq». Nella tre giorni di Torre Pellice un altro tema che ha caratterizzato molti interventi è stato quello della povertà in Italia e «la progressiva demolizione dello stato sociale, e la crescente “proletarizzazione” delle fasce medio basse», per usare le parole di Genre da moderatore della Tavola valdese, che è l’organo direttivo delle chiese protestanti italiane. Il pastore Giorgio Tourn ha anche ricordato come «a un anno dalla cessione degli ospedali valdesi – Torre Pellice, Torino e Pomaretto - alla Regione Piemonte ci pare che la ferita non abbia lasciato tracce profonde». I valdesi, gli anabattisti, i metodisti e l'Esercito della Salvezza - che si riuniscono nella Tavola valdese - hanno infatti da anni progressivamente abbandonato le attività di assistenza gestite in prima persona, per collaborare con le istituzioni pubbliche nell'ambito del Terzo settore o dell'insegnamento. http://www.unita.it/index.asp?SEZIONE_COD=HP&TOPIC_TIPO=&TOPIC_ID=44314
Non chiamatela “papessa”, perché è tutto il contrario. Ma Maria Bonafede è la prima donna a rappresentare le comunità metodiste e valdesi italiane. È stata eletta dal Sinodo delle Chiese valdesi e metodiste come moderatore della Tavola valdese. Maria Bonafede, sposata con figli, di “mestiere” fa la pastora. Da più di dieci anni è lei a dirigere il culto nel tempio valdese di piazza Cavour a Roma. Era già una dei due vice del “moderatore”, cioè il coordinatore e portavoce della Tavola valdese, l’organo direttivo dei protestanti italiani. Ma non si tratta della prima donna ad assumere la guida di una comunità protestante italiana. Anna Maffei da più di un anno è infatti alla testa dell'Unione Cristiana Evangelica Battista d’Italia.
giovedì 25 agosto 2005
Primo, colpire i privilegi
di Gian Giacomo Migone
Chiunque si accinga a governare il Paese - le elezioni politiche per fortuna non sono lontane - deve assumere un impegno di ricostruzione con ciò che di morale e materiale questa parola storicamente evoca. Non è solo una questione di conti pubblici. C'entra la qualità della vita pubblica come dimostrano le cronache solitamente più tranquille del mese di agosto. Persino la funzione e la credibilità della Banca d'Italia sono compromesse.
Un'istituzione che, senza essere perfetta, in passato aveva superato molte prove in un Paese giovane - solo 150 anni, non dimentichiamolo - e perciò povero di tradizione statuale.
L'impegno di ricostruzione non può solo riguardare la sfera pubblica ma deve investire un'economia e una società fortemente bisognosi di una trasformazione che le collochi all'altezza delle sfide europee e globali, non è solo questione di Parmalat da cui quasi nessuno sembra avere imparato nulla. Basti riflettere su un'economia, fino a pochi anni fa per dimensione la quinta del mondo, che ha liquidato gran parte del proprio patrimonio industriale (cfr. Gallino) e che, per difendere le proprie banche da acquisizioni straniere di per sé potenzialmente salutari, debba ricorrere ai cosiddetti immobiliaristi e ai loro veri o presunti padrini politici. Sono fenomeni la cui entità non certo assolve il governo in carica ma lo riduce a un epifenomeno: l'esasperazione grottesca di mali antichi cui non può e non vuole mettere mano.
Il grande sforzo per l'ingresso dell'euro fu qualche cosa di simile a ciò che un nuovo governo dovrà mettere in atto. Se non vi fosse stato, la partita sarebbe già chiusa. Tuttavia, per riaprirla, per sottrarre il Paese alla propria autoesclusione, oggi non basterà affrontare la sfida non solo contabile dei conti pubblici. Nessuna coalizione di governo potrà vincere le elezioni ma nemmeno governare chiedendo ancora una volta solo o soprattutto sacrifici, eventualmente alleviati da una congiuntura più favorevole, se questi non fossero sostenuti da almeno tre ferme convinzioni: che quei sacrifici siano necessari, che contengano elementi di risanamento duraturi e che siano equamente distribuiti.
Cosa significa equità? Quando ero poco più che ragazzo, Donato Menichella ci spiegava che, dopo la seconda guerra mondiale, gli inglesi avevano evitato la borsa nera e conservavano il razionamento mentre noi, che la guerra non l'avevamo vinta, «mangiavamo le pasta alla crema da Caflish. E sapete come avveniva questo miracolo?», chiedeva il successore di Einaudi alla Banca d'Italia. «Gli inglesi erano certi che le due principessine disponevano di 50 grammi di zucchero al mese, esattamente come i loro figli».
In altre parole, lo sforzo dovrà essere equamente distribuito più di quanto non lo fosse nella ricostruzione del dopoguerra. Con buona pace di Menichella, non tutti mangiavano le paste da Caflish. Ma una ricostruzione non è equa soltanto perché i sacrifici sono equamente distribuiti, affinché non siano i soliti a pagare.
Anche, ma non solo: l'apologo di Menichella contiene un ulteriore elemento, quello del buon esempio da parte di chi sta al vertice della piramide. I sacrifici della principessa Margaret e della futura regina, Elisabetta II, non cambiavano nulla di materiale nella politica di approvvigionamento del governo laburista, ma costituivano la condizione etica politica per costruire un consenso intorno a quella politica. Non sono convinto che tutti o anche i principali mali dell'Italia risiedano esclusivamente nella sfera pubblica. Basterebbe valutare la moralità delle liquidazioni di certi manager in fuga da grandi imprese private in crisi.
Ma il punto, come si dice ormai, è un altro. Proprio perché gli amministratori pubblici hanno poteri relativamente scarsi rispetto alla società nel suo insieme (e che tali poteri sono ulteriormente erosi dai cosiddetti processi di globalizzazione), non possono permettersi di rinunciare a quello essenziale per esercitare qualsiasi forma di indirizzo o leadership: quello dell'esempio che si traduce anche, banalmente, in uno stile di governo.
Un'auto blu soppressa, una scorta spostata ad altri incarichi, hanno sicuramente un'incidenza limitata ai fini del risanamento dei conti pubblici o della prevenzione antiterrorista, ma se diventano atti ripetuti ed estesi a settori più significativi potrebbero generare qualcosa che, salvo in rarissime occasioni nel nostro Paese, non c'è mai stato: fiducia in chi governa, fiducia nella sua volontà e capacità di autodisciplinarsi in nome di un interesse collettivo e non per estendere i privilegi della classe politica.
Poiché ogni buona predica non è tale se non si conclude con almeno un'indicazione operativa, eccola! Chiunque voglia governare con questi intenti, compia un atto preliminare indispensabile: la costituzione di una commissione parlamentare con i necessari poteri e tempi stretti che abbia il compito di esplorare e «mappare» la selva selvaggia delle retribuzioni reali - insisto reali: gettoni di presenza, fuoribusta, fringe benefits ecc. - di tutto il settore pubblico, compresi i più inesplorati sancta sanctorum del potere istituzionale, ma anche di quello meno aulico e forse più concreto (come la Rai). Ne emergerà, per l'appunto, una giungla piena di paradossi e pericolose assurdità, oltreché sprechi.
Perché chi non conosce la realtà, chi non la vuole conoscere, nemmeno intende trasformarla. È un discorso lungo, anche affascinante, che vale la pena riprendere.
g.gmigone@libero.it
Tratto da l'Unità del 25/08/2005
mercoledì 24 agosto 2005
Al Meeting di Rimini il senatore se la prende con le riforme di Zapatero. Dura nota di Arcigay
Invitato al Meeting di CL il Senatore a vita Giulio Andreotti, si lancia in un anatema contro i matrimoni gay spagnoli.
Senatore Andreotti: si vergogni!
Ecco il comunicato stampa di Arcigay
Con sfumature più o meno reazionarie vari esponenti politici stanno dando sfogo ai loro peggiori istinti omofobici, utilizzando il linguaggio dei bassifondi.
Anche Giulio Andreotti, al Meeting di Rimini non ha perso l’occasione per insultare le persone omosessuali, e riferendosi alle recenti riforme spagnole, ha affermato: “Sono sbalordito, e pensare che mi avevano detto che questa storia del matrimonio gay faceva parte di un programma elettorale stilato nella prospettiva di perdere... ma insomma, dobbiamo fare l'elogio degli invertiti? Ma se lo fossero tutti si estinguerebbe la razza umana!”.
Egregio senatore a vita siamo noi sbalorditi della sua affermazione, che ricorda parole utilizzate dai regimi dittatoriali del novecento per assassinare i gay nei forni crematori o nei gulag!
Ci sembra futile chiederle di rimangiarsi questa orribile frase, compiaciuto come sarà stato dei numerosi applausi del parterre ciellino, movimento dove è noto che non sia assolutamente consentito essere omosessuali (visibili), per non contaminare la purezza ideologica di un’organizzazione che si sente eletta e unica a difendere la Tradizione cattolica.
Non ci rimane che registrare che in questo Paese, l’onorabilità di milioni di cittadini, che come tutti gli altri pagano le tasse e vivono pacificamente, viene calpestata quotidianamente senza che ciò provochi la necessaria indignazione nella politica, nella cultura, nella società italiane.
Aurelio Mancuso
Segretario nazionale Arcigay
http://www.gaynews.it/view.php?ID=33818
Parola di condannato per associazione mafiosa (ma prescritto)
Andreotti è così intervenuto al meeting di Rimini: "''Sono sbalordito, e pensare che mi avevano detto che questa storia del matrimonio gay faceva parte di un programma elettorale stilato nella prospettiva di perdere... ma insomma, dobbiamo fare l'elogio degli invertiti? Ma se lo fossero tutti si estinguerebbe la razza umana!''.
martedì 23 agosto 2005
La seconda vita di Pera XVI, ex laico ed ex anticlericale
di Marco Travaglio
C’è stato un momento in cui, nella diretta Sky sull’omelia di Peratzinger XVI al Meeting, gli eventuali telespettatori hanno trattenuto il fiato. Ammutoliti come le migliaia di giovani ciellini rapiti nella grande sala in attesa della Rivelazione. E’ stato quando il ragioniere che presiede il Senato s’interrogava sui “fondamenti morali della nostra società” e domandava pensoso: “Dove trovarli? E come?” . Lunga, interminabile pausa carica di tensione. L’ora era grave, l’emozione si tagliava col coltello,gli astanti rinunciavano financo a deglutire per non perdersi una sillaba del Verbo perisco. Uno normale ne avrebbe profittato per suggerire: “Magari, se cerchi la morale, prova a non frequentare Berlusconi, Previti e Dell’Utri. Non che sia risolutivo, ma aiuta”. Invece nessuno ha fiatato: si tratta pur sempre di giovani ammaestrati all’etica da Andreotti e Formigoni.
Certo no dev’essere facile la vita di Pera. Con tutte le reincarnazioni che ha subito – craxiano e anticraxiano, giustizialista e garantista, anticlericale e clericale – è costretto continuamente a resettare il passato, per cancellarne ogni traccia dalla mente e dagli scritti. Basta un nonnulla, un attimo di distrazione, per farsi scappare qualche frase, qualche concetto della vita precedente. Senza contare il rischio che un collaboratore burlone o infedele gli passi i fogli di un discorso di qualche anno fa. Immaginiamo la scena del ragionier Pera che, sopite le prime standing ovations del popolo niellino, l’arringa per sbaglio con una filippica del periodo rosso: “Come alla caduta di altri regimi, occorre una nuova Resistenza e poi una vera, radicale, impietosa epurazione” (19-7-92). “Andreotti è un premier dell’era Gromyko… è il trasformismo, il vino vecchio in otri vecchi, il tirare a campare…Per queste figure logorate dall’uso, è venuta l’ora di inaugurare la serie “visti da lontano”… Devono pagare il conto per ciò che han fatto o omesso di fare. Abituati all’arte sopraffina del riciclaggio, i vecchi marpioni Dc (e gli ex giovani recentemente rimpinzati dei voti rubati ai vecchi) non si sono accorti che il muro di Berlino era caduto addosso a chi l’aveva eretto, ma anche a chi vi si nascondeva e faceva ogni genere di traffici approfittando dell’impunità offerta dalla sua ombra.” (16-4-92). Immaginiamo Pera che, soprappensiero, ripete una memorabile rivelazione al Tg2: “La sera, quando sono solo a Palazzo Madama, mi piace mangiare in mutande” (21-10-2002). O, inavvertitamente, torna per qualche istante il mangiapreti di prima: “Non dobbiamo infilare Dio nella Costituzione Europea o inseguire su tutto le posizioni della chiesa.” (L’Espresso, 5-12-2002). E dà lezioni di anticlericalismo agli sbigottiti seguaci di don Giussani, esaltando il “perché non sono cristiano” di Bertrand Russell: “Per essere anticlericali bisogna sentire la dignità della propria identità e delle proprie idee e, quando occorre, avere il coraggio di impugnare una spada per contrastarne un’altra… Il laico crede solo nelle proprie idee e nella propria coscienza… Rispetta la tua coscienza, non avere altra tutela fuori di te”. Un comandamento che “vale anche contro Dio (“L’identità degli italiani”, Laterza, 1998).
Figuriamoci se ieri, mentre Pera esaltava i “valori irrinunciabili della vita e della famiglia”, una perfida manina gli avesse passato il suo discorso ai riformatori pannelliani del ’94: “Non si può esser liberaldemocratici e al contempo restrittivi su divorzio e aborto” (10-4-94). O uno dei suoi attacchi alla Chiesa: “Non si risolve il problema decretando d’autorità che un embrione è una “persona umana”. Davvero mons. Sgreccia vuol farci credere che prelevare il seme in un modo o in un altro è moralmente rilevante? La morale dipende da come si eiacula? Nostro Signore non guarderà le nostre intenzioni piuttosto che rovistare sotto le nostre lenzuola?” (27-12-98).
I vecchi cronisti sportivi ricordano quel collega che un mercoledì sera, poco prima della fine del derby Milan-Inter, aveva appena terminato di dettare un resoconto sulla tonante vittoria del Milan, quando l’Inter, in zona Cesarini, segnò due gol e ribaltò il risultato. Non avendo voglia né tempo di riscriverre il pezzo, il cronista richiamò lo stenografo e intimò: “Dove ho scritto Milan metti Inter, e viceversa”. Ecco, il ragionier Pera potrebbe fare così. “Dove ho scritto Craxi, metti Borrelli. Dove ho scritto Borrelli, metti Berlusconi. Dove ho scritto ateo, metti cristiano. Dove ho scritto Voltaire, metti Ratzinger”. Secondo dove tira il vento. Perché lui non è un Neo-con, e nemmeno un Teo-con. Lui è un Meteo-con.
da l'Unità del 22/08/2005
Mani pulite, revisionismo all'italiana
di Curzio Maltese
Lo spettro di Tangentopoli, puntualmente agitato dall'apprensiva stampa italiana ogni volta che si apre un'inchiesta sul potere economico e politico, tanto per cominciare non è uno spettro.
E' divenuto tale grazie a un decennio di propaganda a senso unico. Hanno dipinto l'epoca delle inchieste come il biennio del Terrore. Per chi? Per i ladri e i galoppini al seguito? Se pure così fosse, si tratterebbe di un lieve contrappasso rispetto alla vita di terrore che tocca in Italia da sempre agli onesti. Mani pulite non è stata un incubo ma una speranza. La storia forse dirà che si è trattato dell'ultima rivoluzione mancata, un'occasione persa dall'Italia di darsi una classe dirigente moderna e capace.
Allora buona parte dell'opinione pubblica avvertì il pericolo di affrontare una nuova epoca con una guida antica, corrotta, mediocre e provinciale. Si strinse dunque attorno alla magistratura indipendente contro la solita Italietta dell'ntrallazzo, amorale familista, ipocrita e mafiosa, nella speranza, magari ingenua ma generosa, di voltar pagina. In questione non era il primato della politica, che sarebbe un'ottima cosa. Piuttosto lo strapotere di una partitocrazia che esisteva ed esiste solo in Italia. Un sistema folle che privilegia l'appartenenza in tutti i settori, la scuola e la sanità, il mercato e l'informazione, l'impiego pubblico e il privato, con l'effetto di deprimere il merito e garantire un rapido declino.
La spinta davvero riformista di quegli anni è finita. Ha fallito di fronte alla scelta maggioritaria, nostalgica degli anni Ottanta e degli antichi vizi nazionali. Ha vinto il ragazzo prodigio del Caf, ha trionfato l'indietro tutta, la partitocrazia dei nuovi partiti, che è ancora più primitiva e ingiusta, il malaffare. Il risultato è sintetizzato dal titolo dell'Economist: Italia, un altro anno, un altro scandalo. Dopo Parmalat, ecco Bankitalia di Fazio. Ma la reazione dell'opinione pubblica, ormai mitridatizzata, è inesistente. Si è persa la speranza di cambiare, e i cittadini seguono gli scandali con l'attenzione distratta degli spettatori di uno dei tanti pessimi talk show.
Qui è normale che il governatore della Banca centrale finisca nel mucchio con Anna Falchi, Briatore e Ricucci e nessuno si stupisce se un poverino piazzato dalla Lega nel consiglio d'amministrazione dell'Enea boccia come incompetente il Premio Nobel Rubbia. Non c'è scandalo perchè non esistono più le istituzioni, non c'è fiducia in niente e nessuno. Sembra normale che la Rai sia lottizzata come e anzi peggio che durante la Prima repubblica. I galoppini possono stare tranquilli: non ci sarà un'altra Mani pulite. Ma il prezzo da pagare a questa placida rassegnazione, al ritorno dell'Italia per bande, sarà altissimo.
Tredici anni dopo Tangentopoli il paese non ha più la forza di ribellarsi al declino annunciato, tutto qui. E il declino avanza.
da La Repubblica del 21/08/2005
Non siamo pronti
di ALESSANDRO ROBECCHI
Ero davvero pronto a tutto. A tutto, tranne che a sentirmi dire che «non siamo pronti». Eppure, stringi stringi, tra l'attesa delle primarie e l'attesa delle elezioni, è questo che, in sostanza, sta dicendo l'opposizione-futura-maggioranza: non siamo pronti alla spallata finale, non vogliamo elezioni anticipate, nemmeno di cinque minuti. Il programma arriverà mentre ci stiamo facendo la barba per andare al seggio, perché «nessuno presenta un programma dieci mesi prima delle elezioni». Meglio dieci minuti prima, così non ci sarà troppo tempo per litigarci sopra. Persino dalle chiacchiere tra i compagni, dai microfoni aperti di Radio Popolare, dai commenti dei dirigenti e pensatori della sinistra sui giornali, si apprende alla fine questo: vinceremo, probabile, ma adesso, ora, in questo preciso istante, «non siamo pronti». Ecco. Io ero pronto a tutto, ma non a non essere pronto. Mi aspetto ancora furibonde giravolte, carpiati e capriole, centristi che si accentrano, Rutelli che rutellano, persino un paso doble di Casini, condito con qualche sberlone tra ds e margherita, tra margherita e ds, rinfacci e accuse su banche e banchieri, don Gallo che fa gli scherzi da prete a Bertinotti. E magari anche qualche «lei non sa chi sono io» e un paio di fraterni «vaffanculo», insomma, la tipica dialettica interna del centrosinistra ai tempi del colera, che attraversiamo ormai da qualche decennio senza aver scoperto il vaccino.
Io so tutte queste cose e le considero un po' patrimonio genetico della sinistra. Ma non essere pronti, una volta tanto, non è possibile, non è perdonabile e ancor meno è comprensibile. E' quasi una provocazione, come se il Cnl nell'aprile del '45 avesse tuonato dalle colline: non siamo pronti, si potrebbe rimandare al 25 maggio? Al 25 giugno? Dateci ancora un po' di tempo. Proprio così: dopo quattro anni abbondanti di scorrerie e ruberie, di calpestamento della costituzione, di arricchimento dei ricchi, di impoverimento dei poveri, di voti di fiducia, di leggi fatte apposta per salvare il culo a questo e a quello, di pasticci, di patti vergognosi con la Muti leghista, di leggi razziali come la Bossi-Fini (e potrei andare avanti per un paio di paginette), non si può dire «non siamo pronti». Eppure ogni volta eravamo lì, a strapparci i capelli e a protestare. A dire «all'erta sto», a gridare al regime, e a litigare tra noi se c'è il regime, se non c'è, se solo gli somiglia, se è da operetta o da ospedale psichiatrico. Ma intanto il regime o chi per lui andava avanti, risolveva il problema dei precari precarizzandoli a vita, normalizzava l'informazione, faceva i soldi. Praticava - dal calcio alle assicurazioni che si mangeranno i tfr, dalla tivù alla finanza - il suo elefantiaco conflitto di interessi, quel peccato originale che tutti i tromboni del grandi giornali denunciarono da subito: si risolva il problema in cento giorni! In un anno! E poi, oblio e silenzio. E ogni volta che passava una legge, una politica neoliberista, un restringimento dei diritti - dalle legge 30 alla legge 40 - o addirittura una guerra, tutta l'opposizione che tuonava: noi faremo, noi diremo, noi cambieremo tutto questo. E dunque ti veniva da pensare, gattino cieco che sei, che eccolo qui il programma, è già fatto: ogni cosa loro la dovremo ribaltare, abrogare, ridiscutere. Eccolo qui il programma, una ricostruzione nazionale, un rendere ai derubati dal mercato quello che si sono presi gli squali dei dividendi e delle plusvalenze. Un restituire dignità e «normalità» (e soldi) al paese, un bastonare il falso in bilancio anziché benedirlo e incentivarlo. Insomma, uno scendere e sciamare dalle colline verso le città e liberarle, e dire chiaro e forte che adesso si cambia musica. Magari con qualche ingenuità, o eccesso di entusiasmo, magari dicendo che l'ha fatto Zapatero, facciamolo pure noi. E invece guardo ai discorsi della sinistra e vedo che Zapatero praticamente non esiste: non solo non è un esempio, ma rompe le scatole, è un cattivo maestro. Meglio farlo dimenticare, che sennò si spaventano i centristi, al Riformista appendono l'aglio alle porte della redazione, a Rutelli gli viene l'orticaria; seri e ponderosi, i ds dicono: non esageriamo!
Ecco qui, non siamo pronti, dobbiamo ancora sistemare tante cose, Ds, Margherita, terzo polo, Mastella, i post-it di Bertinotti, la sindrome da accerchiamento, la questione morale, le banche e le cooperative. Quattro anni di salita, e ora che comincia la discesa, tutti contro tutti, a sputarsi e tirarsi i capelli. Coraggio, per il programma è presto, non vedete che abbiamo da fare? Non siamo pronti.
Incredibile.
da il manifesto del 21/08/2005
lunedì 22 agosto 2005
Grillini: Le riforme in Europa fanno bene alla famiglia
Non è Marcello Pera che decide che cosa è una famiglia
(Apcom) - "Non ci è chiaro sulla base di quali elementi, se non puramente ideologici, il presidente del Senato Marcello Pera possa affermare che le riforme sul Diritto di famiglia in Europa non facciano bene alla famiglia stessa". E' quanto afferma Franco Grillini, deputato Ds a proposito del discorso fatto ieri dal Presidente del Senato al meeting di Cl.
"La Danimarca ha approvato la 'partnership registrata', una legge che riconosce i diritti delle coppie omosessuali, ben 16 anni fa, senza rilevare alcuna disgregazione della famiglia - ricorda il deputato della Quercia - ma, al contrario, abbiamo assistito ad un aumento dei nuclei familiari inclusi nell'area del diritto, ad una maggiore coesione sociale e ad un più ampio riconoscimento dei diritti umani".
"L'esempio danese ha fatto scuola tanto che in quasi tutti i paesi europei sono state approvate, da tempo, leggi simili. L'approvazione di leggi sui nuovi nuclei familiari aggregano la famiglia! È necessario quindi - sottolinea Grillini - riconoscere le nuove famiglie, anche gay, e prendere atto che non è il Presidente Pera che decide cosa è e cosa non è famiglia, e nemmeno la gerarchia cattolica, e neppure i Ministri che attuano provvedimenti di carattere familistico e ideologico.
Dovere dello Stato è prendere atto della realtà e dei suoi cambiamenti".
http://www.gaynews.it/view.php?ID=33787
Musica e libertà: Friendly Versilia è l'altro meeting
L’appuntamento gay estivo di Torre del Lago, Sitges della costa tirrenica, si chiude oggi. Facciamo un bilancio dell’iniziativa con Alessio De Giorgi promotore dell’iniziativa.
lunedì 22 agosto 2005 , di stefano bolognini
In questi giorni si sta svolgendo il meeting di Comunione e liberazione con numerosi politici presenti. “Friendly Versilia” non è stata da meno e, oltre al divertimento, avete offerto, ad un pubblico gay e gay friendly, incontri con politici di primo piano. I contenuti espressi dalle due manifestazioni sono però opposti. Possiamo definire Friendly Versilia “l’altro Meeting”?
Perché no? In effetti a “Friendly Versilia” abbiamo sostenuto posizioni diametralmente opposte a quelle che stiamo ascoltando al meeting di Rimini sui grandi temi dei diritti individuali, del multiculturalismo della libertà e della laicità dello Stato.
Se penso che entrambe le manifestazioni non sono di partito e alla rivalità tra Versilia e Riviera adriatica... Siamo l’antimeeting ciellino.
Ma cosa è successo in Versilia quest’anno?
Quest’anno, con Fabio Canino, abbiamo offerto spettacoli di qualità e instaurato una collaborazione con la Fondazione Carnevale di Viareggio e il Festival Pucciniano.
Oltre a questo abbiamo voluto, a otto mesi dalle elezioni politiche, mettere alla prova, insieme a Franco Grillini, il centro sinistra chiedendo, ai candidati delle primarie, un impegno pubblico sui Pacs per l’attività del prossimo Governo.
E chi si è impegnato?
Si sono impegnati Alfonso Pecoraro Scanio, leader dei Verdi, Antonio di Pietro e Ivan Scalfarotto che ha ottenuto un successo strepitoso. Oggi verrà a trovarci Niki Vendola e il 21 settembre aspettiamo Fausto Bertinotti.
Possiamo tracciare un bilancio dell’iniziativa?
Abbiamo registrato oltre quarantamila presenze in 4 giorni.
Il pubblico è sempre più misto, omosex, bisex, etero e si respira un’aria di libertà, in un clima meno avvelenato dalle solite vecchie polemiche tra destra e comunità gay.
La qualità degli spettacoli di quest’anno è stata indiscutibilmente alta. Le dichiarazione del direttore del Principe di Piemonte, l’albergo più eslcusivo della Versilia, che ha detto che questa estate ha avuto una presenza qualificata di pubblico gay, che non aveva mai avuto, e di cui è fiero, dimostrano quanto la presenza del turismo omosessuale in Versilia sia ormai la normalità.
Ricordo poi lo spettacolo di Loredana Bertà e Dolcenera che hanno cantato Pensiero stupendo, con ammiccamenti lesbici, di fronte ad un pubblico in gran parte gay... è stato grandioso.
Nelle edizioni precedenti avete avuto qualche ostacolo dal Comune nell’organizzare l’iniziativa. Quest’anno?
Il Comune ha ignorato i borbottii della circoscrizione amministrata da centro destra che non voleva Friendly Versilia. La manifestazione è ormai nel calendario officiale della estate della Versilia.
Per l’anno prossimo?
Stiamo lavorando ad un concerto di una grande artista americani che potrebbe essere uno degli eventi 2006. Vi prometto sorprese eclatanti...
http://www.gaynews.it/view.php?ID=33792
Meeting CL. Pera a tutto campo: attacca l'islam, Prodi e i gay
"In Europa si approvano leggi che disgregano la famiglia e si mettono con arroganza e protervia al voto popolare i valori della persona e della vita"
Di Ettore Colombo (e.colombo@vita.it)
Altro che lectio magistralis, un vero e proprio annuncio di ingresso in politica
Rimini - dal nostro inviato. Un presidente del Senato - presunta autorità super partes e seconda carica dello Stato - che ha chiaramente deciso di buttarsi in politica, dalla parte del centrodestra, naturalmente. Un filosofo ex popperiano ed ex liberale doc che ha deciso di diventare, più che cattolico, lefebrvriano. Un professore laico che si sente un "ateo devoto" così devoto da far impallidire i chierici. Tutto questo è, oggi, Marcello Pera, che ha deciso di fare la sua grande entreé in politica, anche se dal lato dell'identità culturale da costruire, dal palco del Meeting di Rimini dove, di fronte al popolo di Cl, ha lanciato quello che è un vero e proprio manifesto politico-culturale, altro che lectio magistralis... Prima del partito unitario, la Cdl deve ''definire la propria identità'', fissare ''prima i contenuti e poi i contenitori dove essi dovranno trovare posto. Marcello Pera sceglie il palco del Meeting di Rimini per lanciare un messaggio chiaro agli alleati: ''partito unico, premiership, primarie, neocentrismo e simili - dice ai quattromila che gremiscono il grande auditorium della Fiera di Rimini - sono importanti e dovranno essere affrontate. Ma dopo, non prima. Prima dobbiamo definire la nostra identità. Fissare in quale luogo vogliamo vivere, con chi e come''. Dunque - sembra voler dire Pera - per la realizzazione del partito unico non si deve aver fretta. Prima si ''deve affermare una cornice intellettuale e morale entro cui agire. Capire in che cosa siamo diversi dai nostri avversari politici. Insomma prima dobbiamo aver chiari i contenuti e dopo i contenitori che dovrebbero contenere''. E questo perché ''chi antepone il dopo al prima non avverte la richiesta di identità, il bisogno di senso, la voglia di basi morali e di fede che milioni di uomini e donne stanno sollevando in Italia, in Europa, nel mondo. Il partito politico, specie se nuovo o unico o unitario, deve ascoltare questo bisogno di identità, deve rappresentarlo e tradurlo in programma e azione politica''. Ma il tema della Cdl finisce con l'essere solo la chiusa del corposo intervento del presidente del Senato, che parla di crisi morale dell'occidente, contro cui è in corso una "guerra santa", dell'Europa in particolare dove, fra l'altro, ''la popolazione diminuisce, si apre la porta all'immigrazione incontrollata e si diventa 'meticci' ''. Un intervento piaciuto molto ai ciellini, che più volte hanno con scroscianti applausi Pera, il quale ci ha tenuto a citare le parole di papa Benedetto XVI. Secondo Pera ''l'Occidente attraversa una crisi morale. Oggi la cultura diffusa in Occidente e' un pericolo per l'Occidente stesso''. E gli elementi piu' preoccupanti sono per il presidente del Senato il ''relativismo'' ed il ''laicismo''. ''In Europa - è l'analisi di Pera - si evita di menzionare nella Costituzione le radici giudaico-cristiane, si condanna un politico; mi riferisco al caso Buttiglione perché in fatto di omosessualità afferma i suoi convincimenti morali cristiani, anche se si dichiara rispettoso della legge pubblica. In Europa si perde il senso religioso dei nostri costumi e della nostra tradizione e si impedisce l'esibizione pubblica di simboli di identità religiosa: mi riferisco - precisa senza allusioni - alla legge francese sul velo e alla sentenza della nostra Corte costituzionale sul crocifisso''. ''In Europa - prosegue Pera - rinasce l'antisemitismo e sono piu' le critiche allo Stato di Israele che gli atteggiamenti di comprensione; in Europa si approvano leggi che disgregano la famiglia e si mettono con arroganza e protervia al voto popolare i valori della persona e della vita: il riferimento - sono le sue parole - chiaramente è alla legge spagnola sulle coppie omosessuali e al referendum italiano sulla fecondazione assistita''. Un referendum per il quale i ''laicisti, liberali, socialisti, azionisti, comunisti e anche qualche cattolico cosiddetto 'adulto' - dice, alludendo a Romano Prodi - che hanno provato a dare un violento colpo di forbice ai valori sono ancora li' che si accarezzano la guancia per lo schiaffo ricevuto''. Ma il presidente del Senato ne ha anche per chi ''in Europa alza le bandiere arcobaleno anche quando si e' massacrati e si ritirano le truppe dal fronte della guerra contro il terrorismo anche quando il terrorismo fa vittime in casa nostra'', e ribadisce che non si può separare la religione dalla politica'', tornando all'appello del Papa a mantenere i crocifissi nelle scuole. Il discorso di Pera viene definito ''molto importante'' da Sandro Bondi, coordinatore nazionale di Forza Italia, che lo ha ascoltato in platea, ma scatena la reazione nel centrosinistra. A cominciare dal diessino Angius: ''E' evidente che in questo passaggio dal laicismo al neo confessionalismo di Pera c'e' tutto il fallimento del patrimonio culturale di Forza Italia e della destra italiana''. Il leader dei Verdi Pecoraro Scanio definisce ''indegne e deliranti'' le affermazioni di Pera, ''ormai un clone della Fallaci'' e lo invita a dimettersi. Un tono analogo a quello di Marco Rizzo (Pdci), che biasima Pera sottolineando la necessità che ''la religione resti nella sfera privata''. ''Al suo magistero - commenta il prodiano Franco Monaco - preferisco quello del Papa che ama richiamare la vocazione universale del Cristianesimo, che non può essere confinato entro la civiltà occidentale, e il messaggio di Ciampi al meeting di Rimini che piu' utilmente incoraggia i giovani, laici e cattolici, all'impegno per un patrimonio etico universale''.
(Vita non profit online del 22/08/2005)
sabato 20 agosto 2005
Petruccioli: Il bell'addormentato
di Marco Travaglio
Ma che bella scenetta.
Il presidente della commissione parlamentare di Vigilanza sulla Rai Claudio Petruccioli, senatore dei Ds, si reca in pellegrinaggio a casa del padrone di Mediaset e ne esce con l’investitura a presidente della Rai.
Il nuovo direttore generale è un dipendente in aspettativa della Rai, Alfredo Meocci, già parlamentare dell’Udc, già membro dell’Authority delle Comunicazioni.
Due ex controllori (si fa per dire) s’insediano ai vertici dell’azienda che dovevano controllare. Il tutto grazie alla designazione del proprietario dell’azienda concorrente che, fra l’altro, è pure il capo del governo.
E, nel nuovo consiglio di amministrazione, siedono un ex ministro (Urbani di Forza Italia), quattro parlamentari (Malgieri di An, Rognoni dei Ds, Bianchi Clerici della Lega e lo stesso Urbani) e tre ex direttori di giornali di partito (Curzi di Liberazione, Malgieri del Secolo d’Italia, Rizzo Nervo di Europa).
Mai, nemmeno ai tempi di Craxi, Forlani e Andreotti, i partiti erano stati così spudorati nell’occupare la televisione pubblica (cioè, in teoria, nostra). All’epoca c’erano le foglie di fico degli “intellettuali di area”, e fra questi ogni tanto uno bravo c’era. Ora è caduta anche quella.
Il grande inciucione destra-sinistra ratifica la brutale occupazione militare della Rai in vista delle elezioni politiche, a garanzia di tutti: proprio nel momento in cui l’informazione dovrebbe essere più libera, per fare le pulci ai candidati dei vari schieramenti, i vari schieramenti blindano la televisione per mettersi al riparo da qualsiasi notizia vera e scomoda. Petruccioli, da questo punto di vista, è una garanzia.
Non solo per Berlusconi.Per tutti i partiti.
L’informazione vera e scomoda, quella alla Santoro, a lui non è mai piaciuta.
E nemmeno la satira alla Luttazzi. Le considera “faziose”, “militanti”, senza nemmeno conoscere il significato degli aggettivi. Le paragona agli obbrobri di Masotti.
Più che vigilare, in questi quattro anni di presidenza della Commissione, lui ha dormito.
Sotto il suo naso sono passati i più infami casi di censura che la tv italiana abbia mai conosciuto. Biagi, Santoro, Luttazzi, Freccero, Sabina Guzzanti, Paolo Rossi, Massimo Fini, Oliviero Beha, Paolo Hendel e tanti altri.
Lui dormiva. Qualche protesta formale, qualche dichiarazione moderatamente critica, qualche prudente raccomandazione, ma senza esagerare. Per non disturbare troppo.
Tre esempi fra i tanti.
Primo, 18 aprile 2002: diktat bulgaro del premier Silvio Berlusconi contro Biagi, Santoro e Luttazzi. La commissione di Dormienza convoca e riconvoca per tutta la primavera-estate il presidente Rai Baldassarre e il direttore generale Saccà, facendosi voluttuosamente prendere per i fondelli. Per Biagi e Santoro non c’è problema, nessuno intende epurarli, “sono un patrimonio della Rai”, resteranno come prima e più di prima. Petruccioli si beve tutto e attacca chi parla di epurazione: “Vedo con una certa sorpresa che si parla di licenziamento di Biagi. Invece Saccà ha espresso forte apprezzamento per Biagi...”. Naturalmente sono tutte balle. Quando Il Fatto e Sciuscià vengono chiusi, ci si attenderebbe un ammutinamento dei vigilantes. Nulla. Biagi licenziato, Santoro sparito, Petruccioli non pervenuto.
Secondo, settembre 2003: Rai2 ingaggia Massimo Fini per un programma notturno di costume, “Cyrano”. Ma poi lo epura prima ancora di cominciare. Il direttore padano Antonio Marano confida a Fini che “c’è un veto politico e aziendale su di lei”. Fini registra di nascosto il colloquio e porta la cassetta a Petruccioli. Il quale minaccia fuoco e fiamme. Poi però imbosca la cassetta, non la fa ascoltare agli altri commissari e convoca tutti i protagonisti. Marano nega di aver parlato di veto politico, accampa motivi artistici, insomma mente per la gola. Ma, senza registrazione, è la sua parola contro quella di Fini. Pilato Petruccioli stila la sentenza: “Non si può affermare ma neppure negare in modo perentorio che un veto nei confronti di Fini ci sia stato”.
Terzo, gennaio 2005: Paolo Hendel viene prima invitato e poi tenuto fuori dalla porta nel programma del sabato sera di Panariello. Il comico toscano minacciava di fare una battuta su Sandro Bondi, paragonandolo addirittura a Braccobaldo. Inaccettabile. L’artefice dell’ennesima censura è il direttore forzista di Rai1, Fabrizio Del Noce. Che se ne vanta pure: “La satira politica è vietata dalla linea editoriale della rete, è una tutela per la destra e per la sinistra”. Nemmeno Mussolini, Francisco Franco o Milosevic avevano osato dire una simile enormità. Il capo della presunta Vigilanza, stavolta, non dorme. Collabora direttamente con la censura. “Da quanto mi è stato detto – dichiara Petruccioli – lo stop a Hendel è partito dalla produzione.
Ma, prima di parlare di censura, devo leggere il testo dello sketch”. Se lo sketch gli piace, è censura. Se non gli piace, o non capisce le battute, non è censura. Decide lui. Del caso Hendel non si parlerà più.
Sarà un caso, ma fra i suoi migliori amici Petruccioli vanta Fedele Confalonieri (che è pure l’editore del figlio di sua moglie, Giangiacomo Mazzucchelli, giornalista al Tg5) e la numero tre di Mediaset, Gina Nieri. Guai però a chi lo scrive: quando il Manifesto e Curzio Maltese, due mesi fa, misero nero su bianco che Petruccioli era il candidato di Berlusconi e Confalonieri, il nostro tuonò e strepitò: “Chi dice che sono il candidato del premier mi espone ai colpi delle Br”. La verità gli fa male. Infatti, oltre al Foglio di Ferrara, al Riformatorio di Polito, a Fassino e a D’Alema, è stato proprio Confalonieri a spingere di più per la promozione di Petruccioli alla Rai. E, dal suo punto di vista, ha fatto bene. Per i berluscones, comandare in Rai come prima, più di prima e poter ripetere a ogni pie’ sospinto che la Rai è ricaduta nelle mani di un “comunista”, è l’ideale. Si ripete il giochino della “presidente di garanzia” Lucia Annunziata. Berlusconi imperversa e la sinistra gli regala una foglia di fico in cambio di qualche briciola.
I soliti sospettosi parlano di un “do ut des”, ma qui si vede soltanto il “do” (della sinistra a Berlusconi). Il “des” (di Berlusconi alla sinistra) non si conosce, anche se ciascuno può lavorare con l’immaginazione. Quel che è certo è che i telespettatori, che vorrebbero rivedere in tv Biagi, Santoro, Luttazzi, Grillo, Sabina Guzzanti, Paolo Hendel, Massimo Fini, Oliviero Beha, Carlo Freccero e tutti gli altri, non avranno né il “do” né il “des”. Una sola cosa possiamo chiedere a questi partitocrati che occupano abusivamente la Rai: non parlino mai più di conflitto d’interessi. La scena del senatore Petruccioli che va a Palazzo Grazioli col cappello in mano a rassicurare il capo del governo e di Mediaset per diventare presidente della Rai è la santificazione di tutti i conflitti d’interessi.
Gli interessi sono chiarissimi. Ma il conflitto dov’è?
Feehily (Westlife): "Sono gay e orgoglioso di esserlo"
Mark Feehily ha deciso di rendere ufficialmente nota il suo orientamento sessuale attraverso le pagine del tabloid britannico Sun
Londra. "Sono gay e orgoglioso di esserlo". Queste le parole con cui la star dei "Westlife" Mark Feehily ha deciso di rendere ufficialmente nota il suo orientamento sessuale attraverso le pagine del tabloid britannico Sun. Il venticinquenne cantante irlandese ha ammesso di essere stanco di dover continuare a mantenere segreta la sua omosessualità ed ha scelto di ammetterla in prima persona per informare i suoi fan e non doversi più nascondere. "Voglio che la gente sappia la verità su di me - ha detto Mark - non cerco simpatia e non voglio pormi come modello per nessuno, mi sono solo reso conto che era giunto il momento di dire la verità ". Mark e gli altri componenti dei Westlife sono adorati dalle ragazzine di tutto il mondo che si accampano fuori dagli alberghi sperando di ottenere un loro autografo. La boyband vanta dodici singoli primi in classifica, un Brit Award, un Mtv Europe Music Award e ben cinque album di platino. Da tempo Mark porta avanti una relazione con il cantante 21enne Kevin McDaid e parlando della sua storia ha detto: "Sono felice di aver trovato un vero compagno. Essere sempre in tournee con la band a volte fa sentire soli e sono molto contento di aver trovato una persona che finalmente mi faccia stare bene".
(Sicilia, La del 20/08/2005)
http://www.gaynews.it/view.php?ID=33770
giovedì 18 agosto 2005
Grillo e le primarie dell'Unione: "Non mi candido, perché vincerei"
Intervistato dall'Espresso l'umorista genovese sferra attacchi a tutto campo
Il calcio è "l'espressione mafiosa dell'economia". Ricucci "una pianta carnivora"
Beppe Grillo
ROMA - Un Beppe Grillo polemico e pungente se la prende con la classe politica italiana e con il mondo del calcio senza risparmiare il papa e il mondo economico. "Alle primarie del centrosinistra non mi candido perché vincerei io - afferma il comico in un'intervista che uscirà domani sull'Espresso - e poi io sono per la dittatura, tanto con la vostra democrazia non andiamo da nessuna parte".
"Non ci sono più la destra e la sinistra - prosegue Grillo - serve qualcosa di nuovo. Non ci sono idee. Prodi doveva fare la Fabbrica e invece ha messo su un capannone. Il suo blog ha chiuso dopo 20 giorni. Pecoraro ha un sito ma se clicchi sopra non si apre nulla. Bertinotti l'ho visto perplesso, quando gli ho detto l'indirizzo del mio sito è andato in crisi".
L'umorista si sofferma sul ruolo della comunicazione e dell'informazione, affermando: "In Corea ci sono 40 milioni di persone tutte connesse a internet, in Estonia sono tutti connessi, noi siamo al novantesimo posto nella classifica della libertà di stampa. Siamo un Paese fallito. La nostra democrazia si sta trasformando in un impero. Al suo posto c'è un regime di persone sorridenti. Sei manipolato da divertito, non da incazzato. Non ti bruciano i libri, ti fanno passare la voglia di leggere".
Rispondendo a una domanda sui disordini scatenati dai tifosi negli ultimi giorni, Grillo critica poi il mondo del pallone: "Il calcio è la civiltà dei bambini. I tifosi si incazzano perché gli hai tolto il giocattolo. Ma il calcio è l'espressione mafiosa dell'economia. Per funzionare ha bisogno di questa gente che piange, si dispera, scende in piazza. Bambini, appunto".
L'intervista prosegue a tutto campo: chiesa, economia, finanza. Grillo non salva nessuno. Parlando di papa Ratzinger l'umorista afferma che "non sa muoversi. Wojtyla era un gigante. Andava in Africa e parlava dei disastri della Banca mondiale e del Fondo monetario. Ora mi sembra che vogliamo ritornare a una concezione bagetbozzistica della religione".
Il comico definisce Ricucci "un anemone, quella pianta carnivora che punge la preda e la mangia viva. Si è messo a spolpare gli altri vecchi usurai dell'economia - e attacca il capitalismo italiano - finto, dove con l'1,33% controlli una società, produci debiti a non finire come la Telecom di Tronchetti".
(18 agosto 2005)
http://www.repubblica.it/2005/h/sezioni/spettacoli_e_cultura/grillo/grillo/grillo.html
Il codice politico
di ANTONIO TABUCCHI
L'Italia sembra stupirsi perché si dice che Berlusconi attraverso amici suoi stia comprando il Corriere della Sera. Lui nega. Forse non è lui, è una P3, chissà. Comunque stupisce tanto stupore, come se si trattasse di un fatto inaudito. Berlusconi ha un conflitto d'interessi grosso come il Titanic, possiede quasi tutta l'informazione italiana: rientra nella sua logica che cerchi di eliminare il «quasi». Il suo sistema consiste in un regime mediatico e di affari esteso su tutta l'Italia che serve a due scopi: diffondere il pensiero di Berlusconi (perché Berlusconi ha un pensiero, per quanto unico ed elementare) e aumentare in maniera faraonica le sue casseforti (in quattro anni di governo è diventato uno degli uomini più ricchi del pianeta). Il problema dunque non è tanto l'eventuale acquisto del Corriere da parte sua o di un'ipotetica organizzazione, il problema è perché si è arrivati a questo punto. A un punto tale che in una lettera al direttore di Repubblica, dopo essersi rammaricato che De Benedetti non sia entrato in affari con lui a causa del «massacro mediatico, e tutto politico, che investe immediatamente chiunque osi entrare in rapporto con Silvio Berlusconi» (Berlusconi non dice mai «con me», si chiama sempre Silvio Berlusconi, come se fosse un altro) e dopo avere affermato che lui tale massacro lo soffre quotidianamente sulla sua pelle da quando ha «osato togliere il potere a una sinistra illusa di avere già vinto», Berlusconi così conclude: «Non vorrei, signor direttore, che questa stessa sinistra e che molte persone che la pensano come Lei si illudessero ancora una volta». Che sembrerebbe una frase sempliciotta, e che invece è abbastanza complessa, perché è una sorta di messaggio in codice, che tradotto ai profani suona: lasciamo perdere il Corriere, che di quello mi occupo io; a voi di Repubblica stavolta è andata bene, ma vedremo alla prossima, perché gli affari sono affari, e chi in Italia è in affari, prima o poi, volente o nolente, gli affari li deve fare con Silvio Berlusconi, visto che i miei soldi sono dappertutto.
Ma è opportuno ricordare, a questo punto, che quando la società civile italiana (cioè quei cittadini che non credono alle televendite e ai telecontratti berlusconiani) si accorse che Berlusconi stava instaurando in Italia un regime totalizzante (non totalitario, totalizzante - cioè basato sul controllo di tutto ciò che acquistiamo, che leggiamo, che vediamo e che sentiamo) e cominciò a manifestare la sua forte preoccupazione (grandi scioperi sindacali, Palavobis, girotondi, interventi di intellettuali sulla stampa ancora libera, eccetera), dall'opposizione, in specie da quel pezzo dei Ds detti «riformisti» (che non si capisce cosa mai debbano ancora riformare, essendo tutto già riformato da tempo) e da coloro che si dicono progressisti ma chissà perché «sospettano» delle socialdemocrazie scandinave come se fossero rivoluzionarie, si alzò un severo monito, «Non si deve demonizzare l'avversario!».
Cioè: i cittadini che protestavano (peraltro civilissimamente) perché un presidente del consiglio che è al contempo padrone di mezza Italia confezionava a raffica leggi ad personam e licenziava giornalisti della televisione di Stato come se fossero stallieri delle sue ville, per una certa opposizione (la stessa che precedentemente con tale signore era entrata in colloqui istituzionali non andati poi a buon fine) erano dei demonizzatori del povero Berlusconi. E intanto Berlusconi, facendo gli affari suoi e le leggi sue, demonizzava a tutto vapore: tutti comunisti, le toghe rosse, i magistrati mentalmente disturbati, la nostra Costituzione «sovietica», il maggior sindacato italiano «mandante» di omicidi, la commissione Telekom Serbia, e via demonizzando. Con tutti i suoi mazziatori schierati nelle postazioni giornalistiche o televisive, non di rado coadiuvati da qualche gentile rifondatrice del comunismo che infilava la cartuccera nella mitraglia del cecchino (si veda il recente processo instaurato a Cofferati, «reo» soprattutto di aver portato in piazza tre milioni di italiani in pieno berlusconismo: una cosa che in Italia non si perdona a nessuno, né da destra né da sinistra). Questa filantropica «comprensione» dell'avversario parve strana a molti. Così come parve stranissimo che alcuni politici dell'opposizione sembrassero punti da una serpe se qualcuno definiva «regime» il sistema di Berlusconi (che con il sistema economico-mediatico di cui sopra ha ingabbiato l'Italia in una camicia di Nasso che è una forma di regime). Alcuni personaggi dell'opposizione reagivano alla parola come se si parlasse di loro o di un parente stretto, tanto che veniva voglia di tranquillizzarli. E la creazione da parte dello stesso partito di un giornale come Il Riformista (dal colore di giornale economico) che facesse la guardia all'Unità allorché a Berlusconi fa un'opposizione come si deve, cioè senza sconti e comprensioni, non è strana? È stranissima. Attualmente il chiodo fisso del Riformista è Antonio Padellaro, come lo è stato Furio Colombo, fino alle sue «dimissioni». Ma quelle «dimissioni» non sono strane? Lo sono quanto e più di quelle di Ferruccio De Bortoli dal Corriere della Sera. Viene spontaneo pensare che Berlusconi abbia la mano lunga a destra, al centro e a sinistra. E l'elogio di Craxi fatto dal segretario di un partito che dovrebbe rivendicare la questione morale, non è strano? Non solo è strano, è inaccettabile, soprattutto se giustificato dalla curiosa motivazione che Craxi appartiene alla storia di famiglia. Se fosse stato detto: «purtroppo Craxi appartiene alla storia di questa famiglia», il discorso cambiava, perché per le famiglie perbene esiste l'interdizione del parente che ha buttato male. Il sistema politico di Craxi, fatto di corruzione e di intrecci oscuri con la finanza, era un sistema marcio, ragioni per le quali è morto in contumacia con una condanna sulle spalle. Accettarlo in una famiglia come se il legame del sangue fosse più importante dei principi morali, è un fatto strano.
Ma tutte le stranezze, tutte le anomalie, hanno una spiegazione, non sono effetto di fenomeni paranormali. Lungi dal voler attribuire in anticipo qualsivoglia colpevolezza a chicchessia, una cosa è certa: le recenti intercettazioni telefoniche disposte dalla magistratura rivelano allarmanti intrecci fra politica e finanza. Un mondo sottobanco (o sotto-banche) fluido, filamentoso, multiforme e proteiforme, un alien i cui gangli vitali interagiscono e si alimentano a vicenda: una vera «società multicolore». Sorpresa? Non troppo, per chi ricorda quello che già è successo in Italia. Per chi ricorda Sindona, Marcinkus, il Banco Ambrosiano, Calvi. Per chi ricorda il Caf. Per chi ricorda i metodi del craxismo. Per chi ricorda Mani pulite (poi mozzate dalla classe politica tutta).
Ma facciamo finta che l'Italia sia un paese normale. Facciamo finta che certi accoppiamenti poco giudiziosi non siano mai avvenuti, che tutto si svolga in una trasparenza almeno relativa, come si svolge nel resto dei paesi civili europei o nelle temute socialdemocrazie scandinave. Facciamo finta che le accuse di latinoamericanizzazione che giornali come l'Economist lanciano all'Italia siano frutto di pura maldicenza, e spostiamoci davvero in America Latina. El País del 13 agosto, nella sua rassegna stampa internazionale, riporta questo testo apparso sul quotidiano peruviano La República, intitolato Etica, corrupción y política e riferito al governo brasiliano. Traduco le righe finali: «Costa fatica pensare che Lula non fosse al corrente della corruzione. E gli stessi brasiliani sono rimasti di stucco allorché Lula ha assicurato che non sapeva niente dei movimenti del suo compagno e intimo amico José Dirceu. Le stesse persone che rivendicavano un esercizio etico della politica hanno organizzato o tollerato la corruzione degli oppositori con denaro di oscura provenienza. Ora che il vento della sinistra soffia con forza in almeno sette paesi dell'America Latina, è urgente che i suoi leader capiscano che la trasparenza è imprescindibile per chi aspira a essere portavoce delle cause del popolo».
Io non so se sull'Italia soffia un vento di sinistra o di destra, e poco importa in questo caso la direzione da cui proviene. So però che è un vento bolso e sabbioso, uno scirocco malsano che abbatte e demoralizza tutti quei cittadini (sono molti) che cominciano a sospettare che il simbolo che votano sulla scheda elettorale non contenga ideali o progetti, ma mascheri delle azioni bancarie (che ovviamente non hanno colore). Per quanto mi riguarda l'appello per un codice etico che con altri ho indirizzato a Romano Prodi concerne soprattutto questo punto. È vero che un codice etico non basta: certe caratteristiche antropologiche di una classe politica non si cambiano con un codice. Ma può essere un profilattico punto di partenza per evitare brutte sorprese. Ma questo Prodi lo sa meglio di noi, perché sa che stavolta deve evitare ad ogni costo brutte sorprese.
tratto da il manifesto del 17/08/2005