venerdì 9 settembre 2005

Posto prioritario.

Ministri. Parlamentari. Sindacalisti. Persino cardinali. Dai documenti riservati delle Poste ecco la mappa delle raccomandazioni
di Riccardo Bocca


La lettera ha un tono burocratico, ma il contenuto è confidenziale. La prepara il 21 aprile 2004 un'impiegata di Poste Italiane per l'amministratore delegato Massimo Sarmi. Con un'intestazione chiara: "Egregio signor onorevole Gianfranco Fini, vicepresidente del Consiglio dei ministri". Il leader di An si è interessato nel novembre 2003 alla "valorizzazione" dell'ingegner P. T., e ora riceve notizie: "Le comunico", si legge, "che nell'ambito del consolidamento della struttura organizzativa di appartenenza, all'interessato è stata di recente assegnata la responsabilità di un ruolo di maggiore ampiezza manageriale, in coerenza col profilo professionale e esperienziale posseduto". Ovviamente in sintonia "con quanto dallo stesso auspicato".

Questo e molto altro emerge da un documento titolato esplicitamente 'Casi in evidenza delicata'. Dentro, migliaia di pagine, nomi, date, numeri di telefono. La cronaca quotidiana di uno scandalo delle raccomandazioni che coinvolge tutti: vertici delle Poste e politici di prima fila, sindacati e agenzie interinali. Una montagna di segnalazioni gestita per anni con l'aiuto della Direzione centrale delle risorse umane. Candidature turbo che sono state vagliate dal gruppo Poste e spesso premiate con assunzioni, promozioni, lavori a tempo determinato o trasferimenti desiderati. Il tutto avvalendosi delle strutture interne di selezione, le quali di volta in volta hanno svolto colloqui e fornito indicazioni ai capi.

In altre parole: la mappa del privilegio di cui si è spesso favoleggiato, e che trova conferma in database e file con messaggi di posta elettronica e bozze di lettere, indirizzari e minuziosi riepiloghi. Elenchi nei quali compaiono, tra i raccomandanti, volti illustri della politica italiana: soprattutto di centro-destra, ma non solo. Dal ministro delle Comunicazioni Mario Landolfi ai suoi predecessori Maurizio Gasparri e Salvatore Cardinale. Dal vicepremier Giulio Tremonti al segretario dell'Udeur Clemente Mastella. Dal ministro per i Rapporti con il Parlamento Carlo Giovanardi al segretario del Udc Marco Follini. Dal senatore della Margherita Michele Lauria, ex sottosegretario alle Comunicazioni, al ministro per gli Affari regionali Enrico La Loggia (Forza Italia). Continuando con celebri sindacalisti, dirigenti interni e persino cardinali. Tutti catalogati nei computer di Poste Italiane nel tentativo di ordinare le infinite richieste. Una fiumana di schede in cui si trovano anche quelli indicati come "casi umani" e normali procedure di assunzione. Non sempre, va sottolineato, i casi in evidenza sfociano in un posto di lavoro: molte volte i selezionatori bocciano l'aspirante dipendente, oltre al suo sponsor, e la cosa finisce lì. Ma l'altra faccia della medaglia, quella della corsia preferenziale, prevale. Su 3 mila 203 casi analizzati da 'L'espresso', 841 sono indicati con esito positivo, 86 in stand by, 613 con esito negativo e 1.663 non hanno precisazioni. Quanto basta per aprire un nuovo, imbarazzante capitolo nel dibattito su politica, affari e questione morale.

Esplosiva, in questo senso, è una nota riservata del primo marzo 2005, un mese prima delle delicatissime elezioni regionali. Chi scrive è la Direzione centrale risorse umane, la quale informa l'amministratore delegato Massimo Sarmi riguardo all'attivazione di nuovi contratti di lavoro a tempo determinato nella provincia di Roma. "Coerentemente con specifici fabbisogni espressi dalla Divisione rete territoriale per far fronte a criticità connesse alla 'gestione code'", si legge, "e nel quadro delle esigenze più volte poste dalla medesima in termini di fabbisogni su specifici uffici postali di Roma, è stata autorizzata l'attivazione di una fornitura di 100 lavoratori somministrati per attività di sportello per il periodo 1 marzo-30 giugno 2005". Onde evitare eccessive concentrazioni su singole società, continua il documento, "il contingente autorizzato è stato ripartito tra le seguenti agenzie per il lavoro, secondo le quantità rispettivamente indicate: Adecco 31, Select 20, E-work 20, Manpower 14, Metis 15". Nel frattempo però, a fianco delle procedure ordinarie, entra in gioco la politica: "In data 28 febbraio", spiega la Direzione centrale risorse umane, "il capo di gabinetto del ministro delle Comunicazioni, avvocato Condemi (Massimo, ndr), venuto a conoscenza della suddetta manovra gestionale, ha inoltrato per conto del Ministro (allora Maurizio Gasparri, ndr) un elenco di 74 nominativi, con richiesta di inserirne 35. Contestualmente, l'avvocato Condemi ha preannunciato e inviato un secondo elenco di 50 nominativi, con richiesta di inserirne 40, per un totale di 75 persone (...). Si è proceduto tempestivamente", conclude la nota, "a richiedere alle agenzie per il lavoro di sospendere l'inserimento dei lavoratori non ancora contrattualizzati. A fronte di tale intervento si ritiene possibile 'congelare' 60-65 aliquote". Via libera insomma ai raccomandati, stop ai figli di nessuno.

Non è un caso isolato, lo strappo alla regola. La pioggia di raccomandazioni che parte dal ministero delle Comunicazioni e arriva a Poste Italiane, è incessante. Da anni. Lo svela il database riservato ai 'Casi in evidenza delicata', dove oltre alle persone segnalate si trovano i segnalatori, inseriti nella casella 'provenienza'. Uno spazio più volte riempito dagli uomini fidati dell'ex ministro Gasparri. L'avvocato Condemi, per l'appunto, compare in decine di schede, compresa quella di Flaminia Volpi, assunta nel febbraio 2004 presso la filiale di Roma est e nipote del consigliere di Gasparri Franco Volpi. Lo stesso Volpi, già accusato da un dirigente della Regione Lazio di interferire nei contratti di lavoro a termine delle Poste ('L'espresso' n. 25), spunta nel database il 26 settembre 2003, dove l'oggetto della raccomandazione è un contratto interinale per la Calabria alla società Inwork. Raccomandano anche Franco Medici e Giovanni Bruno, entrambi consiglieri di Gasparri. Come pure il capo della sua segreteria Ranieri Mamalchi, dal 2003 direttore degli affari istituzionali di Poste Italiane, citato 125 volte. C'è il suo cognome nella scheda del 7 febbraio 2005 dedicata alla signora P. G., la quale ottiene un contratto di lavoro a tempo determinato. Ricompare il 30 giugno 2005 nella scheda della signora C. Z., poi assunta dalla società Adecco presso la filiale di Roma Centro. E altrettanto risolutiva, nel novembre 2004, è la presenza di Mamalchi nella scheda del signor L. M., inserito in uno stage di Bancoposta a partire dal 14 febbraio 2005.

Quanto all'ex ministro Gasparri, otto sono le raccomandazioni dov'è citato in prima persona. Nel marzo 2004, ad esempio, per l'assunzione in Basilicata della signora M. T. D. S., avvenuta il 3 maggio successivo. Il suo nome è anche abbinato a quello di Adalberto Baldoni, già presidente della Commissione per l'assetto del sistema radiotelevisivo, e Donato Bruno (Forza Italia), presidente alla Camera della commissione Affari costituzionali. Ma a prescindere da Gasparri, incroci e sovrapposizioni sono la regola nel database delle Poste. Il potere bussa in mille modi, e a Raccomandopoli trova spesso aperto. Lo stesso Mario Landolfi, successore di Gasparri alle Comunicazioni, risulta nella casella delle 'provenienze' prima e dopo la nomina. Non solo per la richiesta di assunzioni, ma anche per avanzamenti in carriera. Lo dimostra la lettera che nel luglio 2004 viene mandata alla firma del capo della Direzione centrale risorse umane, Claudio Picucci: "Mi riferisco al suo interessamento a favore della signora L. A.", scrive a Landolfi, "inizialmente assegnata alla Direzione commerciale business, area sud, la quale aspirava a transitare presso il Chief marketing office per la gestione dei clienti della Pubblica amministrazione. Al riguardo, la informo che quanto auspicato ha potuto trovare accoglimento, e l'interessata è già passata a svolgere la sua attività presso la funzione richiesta".

Certo, tutto potrebbe essere. Anche che i raccomandanti illustri agiscano in totale disinteresse; che i loro interventi servano a sanare casi disperati. Ci sono pure storie così, nelle migliaia di pagine che raccontano il volto segreto di Poste Italiane. Si trovano politici che cercano di aiutare ragazzi orfani, che domandano alle Poste un lavoro per chi è alla disperazione. Come il sindaco di Roma Walter Veltroni, tre volte presente nel database, il cui nome risulta il 10 marzo 2005 nella richiesta di lavoro a tempo determinato per la signora P. S., secondo Poste Italiane in "una situazione familiare molto disagiata". Ma poi emergono altre storie che portano nella direzione opposta: quella della tradizionale spintarella. Ad esempio, la vicenda che vede protagonista Maria Brancher, scoperta lo scorso aprile da un'inchiesta del 'Corriere delle Alpi'. Secondo il quotidiano, la sorella del sottosegretario alle Riforme Aldo Brancher sarebbe stata assunta a tempo indeterminato da Poste Italiane. A ruota, il 26 aprile 2005 la parlamentare di Rifondazione comunista Titti De Simone ha presentato un'interrogazione al ministro delle Comunicazioni, "non ricevendo ancora una risposta". Che arriva adesso dalla documentazione di Poste Italiane: la signora Brancher è stata effettivamente assunta il 18 gennaio 2005. Con uno stipendio annuo di 19 mila 3 euro e 29 centesimi.

Situazioni simili, nel palazzone di Poste Italiane, sono frequenti. Lo si capisce leggendo i file che riguardano l'assunzione avvenuta il 16 maggio 2005 di Roberto Baldassarri, nipote del sottosegretario alle Finanze Mario Baldassarri. Lo stesso sottosegretario segnala il nipote assieme al suo segretario particolare, Sandro Cacchiarelli. Il quale a sua volta risulta assieme a Enrico Pazzali (in quel momento capo del Chief marketing office delle Poste) nel file per l'assunzione di Paolo Bicocchi, figlio di quel Giuseppe consulente di Baldassarri. Una girandola di raccomandazioni che sembra non finire mai. E che continua, salendo di grado, fino al vicepremier Giulio Tremonti, il cui cognome compare assieme a quello di Francesco Valsecchi (ex consigliere di amministrazione in Poste Italiane) per l'assunzione di Alberto De Ghislanzoni Cardoli: figlio di Giacomo, Forza Italia, presidente alla Camera della Commissione agricola. Assunzione richiesta il 31 maggio 2004 e arrivata il 16 marzo 2005.

Quanto agli altri nomi eccellenti del centro-destra, c'è soltanto da scegliere. Si può partire dal presidente del gruppo parlamentare di An alla Camera Ignazio La Russa e arrivare a Giuseppe Gargani, responsabile Giustizia di Forza Italia e presidente della Commissione giuridica al Parlamento europeo. Si può virare su Enzo Fragalà (An) e su Cristiana Muscardini, numero uno di An in Lombardia. Oppure puntare sul senatore siciliano Calogero Sodano (Udc) e poi rimbalzare su Enrico Ferri, ex parlamentare europeo di Forza Italia. Fino al vicepremier Gianfranco Fini, del quale nel database appaiono pure la segretaria Rita Marino e il capo della segreteria particolare Francesco Proietti Cosimi, citato con un misterioso signor (o ufficio) 'V.' per l'assunzione di Laura Proietti Cosimi, classe 1978, avvenuta il 15 marzo 2004. Da parte sua, Fini compare sette volte. Per esempio nella scheda per l'assunzione della signora L.C., effettivamente avvenuta il 16 marzo 2004.

Tutto, dalle procedure standard alla creazione di un database, indica che quello delle raccomandazioni non è un accrocchio estemporaneo. È un sistema, un metodo in cui è difficile comprendere chi governi il gioco e chi lo subisca. Chi, tra il gruppo Poste, classe politica e aziende di lavoro temporaneo, faccia piaceri a chi. L'unica certezza è la dimensione del fenomeno, straripante, soprattutto tra i politici. Non ne è esente il ministro per gli Affari regionali Enrico La Loggia (Forza Italia), inserito nella casella 'provenienza' assieme a Valsecchi e al misterioso 'V.' per l'assunzione del signor G. B., richiesta il 15 novembre 2004 e avvenuta il 16 marzo 2005. Altrettanto evidente è l'impegno del senatore Michele Lauria (Margherita), ex sottosegretario alle Comunicazioni, citato nella scheda della signora A. S., poi assunta nell'aprile 2004. E pari attenzione meritano due ulteriori casi, legati stavolta all'Udc.

Il primo riguarda il ministro per i Rapporti con il parlamento Carlo Giovanardi, che nel marzo 2004 si interessa alla signora "P. O., in servizio al call center unico di Roma con contratto di lavoro interinale in scadenza il 30 giugno p.v., la quale aspira a un'assunzione a tempo indeterminato o a ulteriori proroghe del rapporto in essere". Passano due mesi e la Direzione centrale risorse umane invia risposta positiva alla firma di Sarmi: "Mi riferisco al suo interessamento a favore della signora O. D.", si legge. "(...) Ove alla scadenza permangano i fabbisogni che hanno originato il ricorso alla fornitura di lavoro interinale, sarà nostra cura prevedere che il contratto con l'interessata venga ulteriormente prorogato".

Simile è la seconda vicenda, riguardante la signora V. P., sulla cui scheda del dicembre 2003 appare il cognome dal segretario dell'Udc Marco Follini. Anche qui trionfa l'happy end, con i vertici delle Poste che "al fine di dare riscontro positivo alla richiesta di assunzione", sottopongono "il nominativo dell'interessata all'evidenza delle società di lavoro interinale che gestiscono il reclutamento di sportellisti nella regione Lazio". Risultato: "L'interessata è stata contattata e assunta presso la filiale di Roma Sud, a partire dal 23 aprile 2004, con un contratto di lavoro temporaneo" presso la società Inwork. Di più. La signora V. P. viene riconfermata dalla Inwork con "un ulteriore contratto di somministrazione lavoro a tempo determinato dal 10 novembre 2004 al 15 gennaio 2005".

Ordinaria amministrazione. Non c'è soluzione di continuità, nella parata dei grandi nomi. Colpisce, per esempio, che nel database delle raccomandazioni compaia Domenico Vulpiani, direttore del Servizio polizia postale e delle comunicazioni. Singolare è la presenza di Luigi Pietro Caruso, magistrato della Corte dei conti già delegato al controllo su Poste Italiane, inserito sia nel database che in un elenco titolato 'Segnalazioni archiviate'. E altrettanto imprevedibile è che tra i raccomandanti spuntino i cardinali Achille Silvestrini (quattro casi) e George Marie Cottier, teologo della casa pontificia, che con il misterioso V. sponsorizza il signor L. F. (assunto il primo marzo 2005). Ma il capitolo più delicato, in questa storia, è forse quello che riguarda il sindacato, controparte dell'azienda e nume tutelare dei lavoratori. Il suo ruolo, nella vicenda di Poste Italiane, è tutto da interpretare, ma certo non secondario. Il cognome di Ciro Amicone, segretario generale della Uil Post, compare nel database 60 volte, legato ad assunzioni a tempo indeterminato, contratti di somministrazione lavoro o sviluppi di carriera. Altrettanto attivo (80 presenze) è Carlo Ciancio, segretario generale Sailp (Sindacato autonomo italiano lavoratori postelegrafonici), il quale raccomanda R.P., secondo Poste Italiane "nipote della moglie di Ciancio, inserita dalla (società) Select su Napoli sportello dal 26 gennaio al 30 aprile 2005". Mentre il segretario della Cisl, Sabino Pezzotta, si interessa del signor P. C., la cui assunzione richiesta il 29 dicembre 2003 avviene a tempo indeterminato il 16 marzo 2004.

In altri file spuntano i cognomi di Donatello Bertozzi, consulente politico della segreteria generale Cisl, Antonino Sorgi (segretario della Slp-Cisl), Mario Petitto (segretario generale Slp-Cisl) e Walter De Candiziis, segretario generale della Federazione autonoma italiana lavoratori postelegrafonici (Failp-Cisal). Ma il vero mattatore del database è Serafino Cabras, segretario generale dell'Ugl (Unione generale del lavoro), a quota 94 presenze. A suo nome, gli uomini di Poste Italiane hanno creato tabulati riassuntivi per tenere sotto controllo le pratiche. Sempre a suo nome viene stilata da Poste Italiane il 6 giugno 2005 una nota riservata che ha per oggetto i contratti di somministrazione delle signore B. M. e F. C. D. F.. E tracce della sua attività si trovano anche in un file definito 'confidenziale', dove le pratiche a lui riconducibili sono suddivise in 'assunzioni' e 'sviluppo'.

Ora sarà interessante scoprire se tutte queste segnalazioni siano frutto di procedure ortodosse. O se giorno dopo giorno, anno dopo anno, abbia prevalso soltanto la regola del 'di' che ti mando io'. Del posto prioritario, oltre che della posta prioritaria. Bisogna chiederselo anche quando si scopre, dalle carte di Poste Italiane, che il condirettore generale Francesco Mengozzi, assieme al direttore Internal auditing Carolyn Dittmeier, ha chiesto l'assunzione di Stefano Tezzon (avvenuta a tempo indeterminato il 23 dicembre successivo). Non per altro: le note riservate delle stesse Poste lo definiscono "figlio" di Massimo Tezzon, "direttore generale della Consob".


I fantastici 20

Ecco l'elenco dei nomi che più spesso appaiono nel documento di Poste Italiane titolato 'Casi in evidenza delicata'. Va ribadito che nel database sono presenti non soltanto raccomandazioni illustri, ma anche procedure ordinarie e segnalazioni di 'casi umani'. Inoltre, la presenza tanto evidente di dirigenti di Poste Italiane può essere dovuta alla normale segnalazione interna per l'assunzione di personale. Va infine precisato che in cima alla classifica dei raccomandanti c'è una persona, o un ufficio, indicato con l'abbreviazione 'V.', presente ben 348 volte. E che il quattordicesimo posto spetterebbe al cognome Bruno, citato 45 volte. Ma è impossibile distinguere tra Donato Bruno (Forza Italia), presidente alla Camera della commissione Affari costituzionali, e Giovanni Bruno, consigliere del ministro delle Comunicazioni Landolfi: entrambi citati in lettere o altri documenti di Poste Italiane come segnalatori

140 Massimo Sarmi amministratore delegato Poste Italiane

125 Ranieri Mamalchi direttore Affari istituzionali di Poste Italiane, ex capo della segreteria del ministro delle Comunicazioni Gasparri

109 Francesco Valsecchi ex membro del cda di Poste Italiane

95 Massimo Condemi ex capo di gabinetto del ministro Gasparri

94 Serafino Cabras segretario generale Ugl (Unione generale lavoratori)

80 Carlo Ciancio segretario generale Sailp (Sindacato autonomo italiano lavoratori postelegrafonici)

72 Antonio Mazzone ex membro del cda di Poste Italiane ed ex deputato di An

70 Salvatore Cardinale deputato della Margherita ed ex ministro delle Comunicazioni

60 Ciro Amicone segretario generale Uil Post

60 Giancarlo Innocenzi (Forza Italia), ex sottosegretario alle Comunicazioni

54 Luca Sbardella ex capo segreteria particolare del ministro Gasparri

53 Massimo Baldini Forza Italia, sottosegretario alle Comunicazioni

50 Massimo Bragazzi, responsabile Divisione rete territoriale di Poste Italiane

50 Michele Scarpelli responsabile Servizio centrale segreteria organi societari di Poste Italiane

47 Salvatore Viti consulente dell'ex ministro delle Comunicazioni Cardinale

41 Luigi Pietro Caruso magistrato della Corte dei conti, ex delegato al controllo di Poste Italiane

36 Francesco Proietti Cosimi capo segreteria particolare del vicepremier Fini

36 Remo Gaspari ex ministro dc delle Poste

35 Franco Corlaita membro del cda di Poste Italiane

32 Ruggero Parrotto responsabile relazioni industriali di Poste Italiane


L'attivismo dell'ex ministro

Secondo il database di Poste Italiane, dal settembre 2002 al giugno 2005 l'ex ministro delle Comunicazioni Salvatore Cardinale ha raccomandato 70 volte. Numerose sono anche le bozze di risposta che la Direzione centrale risorse umane di Poste Italiane ha mandato alla firma dell'amministratore delegato Massimo Sarmi. Sia negative che positive. C'è il caso del signor F. C., che aspira "a uno sviluppo dall'attuale livello B ad A1". C'è la vicenda del signor G. F., il cui "nominativo è stato posto all'evidenza delle società di lavoro interinale che gestiscono per noi il reclutamento nella Regione Lazio".
E c'è la situazione di G. P., "attualmente in servizio come lavoratore interinale presso il Centro stampa Postel di Palermo, e che ambisce a un consolidamento a tempo indeterminato".

Ma l'ex ministro Cardinale non si limita a segnalare persone e ambizioni. Lo rivela una nota riservata della Direzione centrale risorse umane di Poste Italiane, che il 23 giugno 2005 scrive a Sarmi. Oggetto: proposta di pubblicità sulla rivista 'InnovAzioni'. "Facendo seguito alla nota dello scorso 18 maggio avente il medesimo oggetto", si legge, "si trasmette l'allegata comunicazione, pervenuta nuovamente dall'onorevole Cardinale, contenente la richiesta di intervento per incrementare la presenza, in termini di spazi pubblicitari, decisa da Poste Italiane sulla rivista 'InnovAzioni'. Pare infatti", continua la lettera, "che dai contatti sinora intercorsi la nostra Azienda abbia deciso di essere presente sulla rivista con uno spazio pubblicitario piuttosto contenuto".

Per la cronaca, direttore del bimestrale di cultura politica 'InnovAzioni' è l'ex presidente socialista della Rai Enrico Manca, nonché consulente dell'ex ministro Cardinale. Mentre il condirettore è Vincenzo Viti, pure lui consulente di Cardinale, il quale compare spesso nel database delle raccomandazioni illustri. E tra tutte le schede in cui risulta nella casella 'provenienza', c'e anche quella di suo figlio, Gaetano Maria Michele, assunto a tempo indeterminato con chiamata nominativa dal primo febbraio 2005.

Sempre Viti, propone inoltre a Poste Italiane di utilizzare "la società Interim 25 per la fornitura di lavoro temporaneo". Ma il gruppo nel 2003 ritiene che "non sussistano le condizioni per un ulteriore sviluppo del ricorso al lavoro interinale". Valutazione in seguito completamente ribaltata. Tanto che Interim 25 inizia a lavorare per Poste Italiane, e bene. Come dimostra una nota riservata alla 'cortese attenzione superiore' che la sezione risorse umane prepara il 16 novembre 2004 e titola 'Riepilogo evidenze Viti'. Il sottotitolo è "Interim 25, richiesta utilizzo più intensivo". Seguito dal commento: "Con il passaggio alla nuova normativa relativa alla somministrazione a tempo determinato, è già stata incrementata la quota relativa alla società, passata da 33 a 54 risorse, ad oggi in servizio in Puglia, Basilicata, Emilia e Marche".


Consigliere in trasferta

Molti dirigenti di Poste Italiane risultano nel database delle raccomandazioni. Dall'amministratore delegato Massimo Sarmi al vice presidente delegato Nunzio Guglielmino, dal condirettore generale Francesco Mengozzi, in abbinata anche con il membro del consiglio di amministrazione Franco Corlaita, a membri ed ex membri del cda quali Mauro Michielon (in carica, quota Lega), Francesco Valsecchi (ex, quota Forza Italia) e Luigi Caruso (il precedente magistrato della Corte dei conti delegato al controllo).

Ma il caso più singolare è forse quello di Antonio Mazzone, ex deputato di An ed ex membro del cda delle Poste. Nel marzo 2002 il diessino Giuseppe Rossiello ha infatti rivolto al ministro delle Comunicazioni Maurizio Gasparri un'interrogazione parlamentare, nella quale chiedeva se corrispondesse "al vero che il ministro interrogato, in data 9 febbraio 2002, in una riunione presso l'Hotel Sheraton di Bari" avesse "formulato espresso invito affinché i dirigenti del sindacato Ugl e i vertici di Poste Italiane organizzassero l'ospitalità al consigliere Antonio Mazzone". E se fosse "a conoscenza del ministro che la segreteria - settore Poste - del sindacato Ugl di Bari" avesse "con nota scritta coinvolto ufficialmente i predetti vertici locali delle Poste nel programma di visita del consigliere Mazzone". Chiedendo, infine, come Gasparri valutasse "il comportamento del consigliere di amministrazione che ha effettuato una visita ufficiale confondendo il ruolo di amministratore con quello di ex parlamentare in manifesta campagna elettorale, coinvolgendo nella stessa visita uno dei sindacati con cui il gruppo Poste ha un confronto in atto".

A tutte queste domande, non ha risposto il ministro Gasparri. Al suo posto si è presentato alla Camera l'allora sottosegretario per le Comunicazioni Giancarlo Innocenzi, il quale ha smentito qualunque forma di scorrettezza, fornendo una versione dei fatti che Rossiello ha definito, nella sua replica, "una vera e propria bugia". Ora si scopre che Giancarlo Innocenzi compare 60 volte nel database delle raccomandazioni illustri. Inoltre, anche il nome del consigliere Mazzone è assai presente. E compare in un caso abbinato a quello di Serafino Cabras: il segretario di quell'Ugl citata nell'interrogazione.


Tratto da l'Espresso del 09/09/2005

giovedì 8 settembre 2005

Schwarzy ha deciso: porrà il veto alle unioni omosex in California

Il Governatore: "Non possiamo avere un sistema dove il popolo vota e i suoi rappresentanti ne alterano le scelte"


WASHINGTON - Il governatore della California Arnold Schwarzenegger ha deciso: porrà il veto sulla legge approvata martedì dal Parlamento statale che legalizza i matrimoni fra persone dello stesso sesso. Schwarzenegger sostiene che la legge - approvata ieri ma con voti insufficienti ad eludere il veto del governatore - è in contrasto con la volontà degli elettori che, cinque anni or sono, approvarono una proposta di referendum perché la California non riconosca i matrimoni omosessuali contratti in altri Stati.

In una dichiarazione diffusa dalla sua portavoce, 'Schwarzy' afferma: "Non possiamo avere un sistema dove il popolo vota e i suoi rappresentanti ne alterano il voto. Mettero il veto alla legge per rispetto della volontà del popolo".

Nell'annunciare il veto, il governatore ha però precisato di credere che le coppie omosessuali "hanno diritto a piena protezione legale e non debbano essere discriminate".

L'intera questione dei matrimoni omosessuali è attualmente all'esame della magistratura californiana, che deve ancora pronunciarsi in modo definitivo.

(8 settembre 2005)

http://www.repubblica.it/2005/i/sezioni/esteri/gay/veto/veto.html

mercoledì 7 settembre 2005

California, il Parlamento dice sì ai matrimoni tra omosessuali

La norma approvata definisce il matrimonio quello tra "due persone" invece che "tra uomo e donna". Primo Stato in Usa.
La legge deve essere firmata dal governatore Schwarzenegger



WASHINGTON - Il Parlamento della California è divenuto martedì la prima assemblea statale degli Stati Uniti ad approvare una legge che autorizza i matrimoni omosessuali. La norma approvata definisce il matrimonio quello tra "due persone" invece che "tra un uomo e una donna". I sostenitori dei diritti di gay e lesbiche, che erano stati battuti due volte su provvedimenti analoghi, si sono imposti con 41 voti a favore e 35 contrari.

Per entrare in vigore, la legge deve essere firmata dal governatore Arnold Schwarzenegger, che non è favorevole al provvedimento. I fautori dei matrimoni omosessuali affermano che questa è una battaglia per i diritti civili comparabile a quelle per abolire la schiavitù e dare il voto alle donne. Il portavoce Margita Thompson, ha fatto sapere che il governatore ritiene che la questione dei matrimoni tra persone dello stesso sesso debba essere affidata a una corte di giustizia e non all'assemblea. Al tempo stesso non ha specificato se egli intenda porre il veto o no. La legge è passata ma non con abbastanza voti per annullare la possibilità di un veto.

Un democratico di san Francisco, Mark Leno, prima del voto aveva invitato i colleghi a dare il loro sì alla legge: "Fate quello che vi suggerisce il cuore, in modo che tutte le famiglie della California possano godere della stessa protezione legale".

(7 settembre 2005)


http://www.repubblica.it/2005/i/sezioni/esteri/gay/gay/gay.html

martedì 6 settembre 2005

PACS nella sanità, consensi bipartisan

Giudizi positivi anche a destra sull'apertura del ministro della sanità Storace. Sì di Bondi e Cecchi Paone, critico invece Calderoli.


MILANO - La maggior parte è favorevole, qualcuno scettico, pochi, nel centrosinistra come nel centrodestra, quelli contrari a priori. Fa discutere l´apertura del ministro per la Salute, Francesco Storace, sul Pacs nella Sanità. «È giusto che le coppie omosessuali possano registrarsi alle Asl», aveva dichiarato il ministro in un´intervista a Repubblica. Un´uscita considerata da molti sorprendente, viste le posizioni, non proprio morbide, tenute in passato sull´argomento. Ma che adesso, a maggior ragione, apre un dibattito politico serio. Quella di Storace è stata qualcosa di più di una semplice riflessione: ed è stata accolta come un viatico che può portare in tempi brevi a una parificazione - per ora sanitaria, poi chissà - dei diritti delle coppie gay conviventi. «È un fatto largamente positivo - commenta Franco Grillini, parlamentare diessino e presidente onorario Arcigay nonché primo firmatario della proposta di legge sui Pacs - Bisogna cominciare ad affrontare in concreto la questione dei diritti delle coppie conviventi, omosessuali comprese. Quindi ben vengano anche provvedimenti parziali come quello annunciato del ministero della Salute». C´è chi, come i parlamentari verdi Paolo Cento e Natale Ripamonti, si aspetta adesso da Storace fatti concreti: «Meglio tardi che mai - sottolineano - finalmente anche a destra si comincia ad avvertire la necessità di tutelare i diritti delle persone indipendentemente dall´orientamento sessuale. Il prossimo passo potrebbe essere il riconoscimento delle coppie di fatto». È su questo punto che interviene Ignazio La Russa, di An: «Attenzione a non strumentalizzare le parole di Storace - dice - . Del Pacs sanitario ne abbiamo parlato insieme quest´estate. È un´ipotesi sulla quale si può lavorare. Ma che non va letta come un´apertura alle unioni civili». Il suo collega di partito e senatore Riccardo Pedrizzi dice che «il riconoscimento dei Pacs nella sanità va consentirlo a tutti coloro che convivono stabilmente, a prescindere dall´orientamento sessuale».

Uno che già mesi fa si era espresso a favore del riconoscimento giuridico delle coppie di fatto è Sandro Bondi: «E allora ben venga la registrazione delle coppie gay al servizio sanitario», spiega il coordinatore nazionale di Forza Italia, che resta però contrario sia al matrimonio che all´adozione di figli da parte di coppie omosessuali. «Un primo passo importantissimo», esulta il presentatore Alessandro Cecchi Paone: «In An si sta muovendo qualcosa che merita attenzione - ragiona - . Prima l´apertura di Fini sulla fecondazione assistita, adesso questa bella iniziativa di Storace...». Qualcuno, però, mostra scetticismo: «L´uscita del ministro per la Salute è aberrante, grottesca, contraddittoria», taglia corto Saverio Aversa di Rifondazione. «Come fa a dire sì al Pacs sanitario e no al Pacs nelle unioni civili? O le coppie omosessuali esistono, e vengono legittimate, o non esistono». Il giudizio più tranciante, e anche il più colorito, è però quello del ministro delle Riforme Roberto Calderoli: «Mi viene da ridere. Il buon Dio ci ha fatto con requisiti diversi: uomo e donna. Io rispetto questi requisiti. E comunque in Italia l´assistenza sanitaria è già prevista per tutti, omosessuali e eterosessuali».

http://www.gaynews.it/view.php?ID=33938

Fabbricando Laicità: lavori in corso

Si è tenuto sabato alla Festa nazionale de l'Unità di Milano un confrontro tra Nichi Vendola, Rosy Bindi, Barbara Pollastrini. Articolo dal sito della Festa
di Aurelio Mancuso



Finché si è trattato di parlare del presidente del Senato Marcello Pera e delle sue ripetute esternazioni sullo scontro tra le civiltà, il confronto tra i tre esponenti dell’Unione è filato liscio. Ma Marco Politi, vaticanista di Repubblica e Corrado Formigli, coordinatore dell’incontro che si è svolto sabato sera alla Sala Italia 2006, non si sono fatti scappare l’occasione di incalzarli sui cosiddetti temi sensibili: fecondazione assistita, testamento biologico, riconoscimento delle coppie di fatto.



Barbara Pollastrini, la coordinatrice nazionale delle Democratiche di sinistra esordisce così: “E meglio perdere per i propri valori, che perdere i propri valori”; la platea gli tributa un’ovazione e ascolta attenta la risposta di Rosy Bindi, responsabile Welfare della Margherita: “Quando si trattò di votare la legge in Parlamento, ci siamo rifugiati nella libertà di coscienza. E’ stato un errore. Del cambiamento di alcune norme della legge 40, dovremo ridiscutere e cercare un intesa dentro l’Unione. Sono convinta che se c’è la volontà politica riusciremo a trovare un accordo”.. Nichi Vendola, presidente della Puglia, ripercorre le grandi conquiste civili del nostro Paese: “La difesa del divorzio e dell’interruzione di gravidanza parlavano a una società, che comprendeva con facilità di cosa si trattava. Sulla fecondazione assistita questo coinvolgimento sociale non vi è stato, la campagna referendaria è stata percepita come un confronto poco interessante”. Ma la coordinatrice delle donne DS non ci sta, o perlomeno vuole affermare che: “Se fossimo stati tutti più impegnati, anche se la battaglia era difficile, il risultato poteva essere meno negativo”. La sala approva, ma è il tema della laicità e della sua definizione che appassiona, e soprattutto come l’Unione saprà trovare un terreno comune per dare risposte convincenti sulla questione simbolo del momento: il riconoscimento delle coppie di fatto. Sul concetto di laicità le differenze, seppur lievi, emergono.

La Pollastrini parla del valore della laicità come “unico regolatore per una politica di ascolto e di accoglienza di tutte le differenze”; l’esponente della Margherita rivendica uno Stato laico, “distinto dalla Chiesa, ma non separato dai valori di cui è portatrice”; il governatore della Puglia non può non ricordare come Papa Ratzinger lo abbia profondamente deluso “dopo aver ricevuto la Oriana Fallaci”, subito la Bindi non si fa sfuggire la battuta “quella fa terrorismo letterario", il pubblico reagisce con entusiasmo. La figura del presidente spagnolo José Luis Rodríguez Zapatero aleggia sul confronto e, mentre Barbara Pollastrini si dice “entusiasta di un leader politico che ha avuto un grande coraggio”, la Bindi si fa scura in volto e con puntigliosità ribadisce “su quello che è successo in Spagna non ho la tua stessa opinione; credo che si sia imposto, in modo anche un po’ violento, a quella società delle leggi iper laiciste.



Se invece si chiede di confrontarsi sul riconoscimento giuridico delle coppie di fatto sono disponibile a discutere”. Marco Politi non si fa sfuggire l’occasione: “Perché date l’impressione su questo tema di avere ancora il freno a mano tirato, quando tutte le altre società europee hanno dato risposte positive? “Io sono la seconda firmataria della legge sul Pacs (Patto civile di Solidarietà) – sbotta orgogliosa la Pollastrini – è una battaglia a cui credo con convinzione e sono determinata a portarla fino in fondo!” Tocca a Nichi Vendola raccogliere il testimone e valorizzare il suo risultato elettorale. “Si è detto che non avrei mai potuto vincere perché ero estremista e omosessuale. Sappiamo come è andata a finire”.



Il pubblico gli riserva una prolungata ovazione e, mentre il governatore chiede un segnale chiaro da parte dell’Unione sui Pacs (“il matrimonio lo lasciamo volentieri agli eterosessuali”); in silenzio ascolta la sua confessione finale, sollecitata da Formigli: “vorresti avere un figlio?”.

“Alla mia età si fanno i primi bilanci e si riflette su molte cose; io amo molto i bambini, ho dei nipoti stupendi. Sarei sicuramente un bravo padre, magari di uno dei milioni di disperati che in questo mondo ingiusto sono abbandonati, lasciati morire. Ma ho anche la consapevolezza che sono nato troppo tardi, forse altri dopo di me potranno parlare più serenamente di questo tema”.

Il silenzio indica forti emozioni in platea, che si liberano in un bruciante applauso.

sabato 3 settembre 2005

"E' gay, non può donare il sangue" respinto da policlinico milanese

Un uomo di 39 anni denuncia il suo caso: "Ma non mi arrendo"
Dal 2000 nessun divieto ai prelievi per gli omosessuali
La decisione del medico nonostante l'ok della legge
"Rapporti tra maschi a rischio, con le lesbiche nessun problema"
di PAOLO BERIZZI


MILANO - Se volete donare il sangue e siete omosessuali, badate bene: potreste essere scartati. "In Italia non si può". Anzi sì, ma dipende dai punti di vista (del medico). In pratica: non è che la legge lo vieti - un tempo era così, oggi non più - al contrario. E' che può succedere che qualcuno vi dica "no, se lei è gay allora niente prelievo". Proprio questo si è sentito rispondere, al Policlinico di Milano, Paolo Pedote, 39 anni, alla sua prima, mancata, donazione di sangue. E' il 16 agosto.

Pedote, che - ironizza - "nonostante l'omosessualità" è sano come un pesce, vede in giro uno slogan pubblicitario: "Se hai sangue nelle vene, dimostralo!". E' lo spot scelto dal Policlinico per incentivare la donazione. "Donare il sangue - si legge - è un gesto di altruismo e di responsabilità civile. Basta avere tra i 18 e i 60 anni, un peso superiore ai 50 kg, un buono stato di salute e avere fatto una colazione leggera...". "Ma soprattutto - aggiunge Paolo con un sorriso amaro - è indispensabile non essere omosessuali".

Lui di sangue nelle vene ne ha da vendere. E non può certo immaginare che i suoi gusti sessuali siano, per i medici, una discriminante. Così si presenta al Policlinico. Reparto trasfusioni e immunologia dei trapianti. "Alla reception - racconta - ti chiedono di leggere un modulo sul quale è indicato tutto ciò che presuppone la sospensione temporanea o definitiva dalla donazione: dai vaccini agli antibiotici, dai tatuaggi all'assunzione di droghe leggere; fino alle malattie infettive, sifilide, Aids, epatite".

Poi il punto più importante: "I rapporti sessuali, anche protetti, con persone a rischio, prevedono la sospensione permanente". "Giusto - dice Paolo - la discriminante infatti deve essere questa, i rapporti a rischio, di qualsiasi tipo. Non l'omosessualità". Che infatti, nel vademecum, non viene mai menzionata.

Il veto per chi ha rapporti omosessuali (maggio '91, decreto dell'allora ministro alla Sanità De Lorenzo) è stato abolito (nel 2000 dal governo Amato) dopo anni di lotte gay. Ma tant'è. "Avendo escluso tutti i motivi elencati - continua - mi sento del tutto idoneo come donatore. La dottoressa Elena Coluccio mi sottopone a una visita medica. Inizia una serie di domande considerate di routine per i neofiti della donazione. Lavoro, stile di vita, biografia sanitaria, via via fino alla mia vita sessuale: mi chiede se ho rapporti con una partner fissa o con partner femminili occasionali non protetti. Rispondo di no, i miei rapporti sono sempre protetti e mai a rischio, ma aggiungo che i miei partner non sono donne ma uomini perché sono gay".

Sul volto della dottoressa c'è un misto di panico e imbarazzo: "Allora, il problema è questo - mi dice - So che la legge permette anche agli omosessuali di donare il sangue, ma noi come nostra politica interna del Centro abbiamo deciso di non accettarli". Pedote reagisce indignandosi. "Lei mi porta dal dottor Maurizio Marconi. Il quale, dopo una cordiale stretta di mano, mi spiega il problema: "Io applico le leggi dello Stato"".

Segue contraddittorio sulle leggi dello Stato. "Mi dice: "Non è il suo orientamento sessuale a escluderla dalla donazione. Il punto è che i rapporti gay tra maschi sono sempre a rischio". Solo quelli. Infatti le lesbiche, mi spiega, vengono accettate. E comunque, conclude, "qui si fa così. Ognuno sceglie secondo coscienza. Mi dispiace". E se ne va". La direzione sanitaria, interpellata, rifiuta di commentare quanto accaduto.

Paolo Pedote esce umiliato e amareggiato dall'ospedale. Dice di non essersi mai sentito così offeso. Per di più, in barba alla legge. "Ma non mi arrendo, io il sangue voglio donarlo. E le norme me lo consentono". Piccolo particolare: di mestiere Paolo fa lo scrittore (collabora con la rivista Pride). Il suo ultimo libro si intitola "Omofobia". Ma questo i medici non potevano saperlo.

(3 settembre 2005)

http://www.repubblica.it/2005/i/sezioni/cronaca/gaymi/gaymi/gaymi.html

venerdì 2 settembre 2005

Il Massachusetts sempre più vicino a mollare i formati Microsoft

di Paolo Attivissimo http://attivissimo.blogspot.com/


Secondo ElectricNews.net, lo stato del Massachusetts ha proposto di imporre a tutti i propri dipendenti l'uso di formati aperti per i documenti elettronici a partire dall'inizio del 2007. L'iniziativa di questo stato USA potrebbe produrre un effetto domino, inducendo altri stati a mollare i formati proprietari (tipicamente quelli di Microsoft).

La scelta di formati aperti deriva principalmente dalle preoccupazioni dello stato per quanto riguarda la futura accessibilità dei documenti scritti oggi. In parole povere, se un governo o un'amministrazione pubblica oggi scrive un documento in un formato proprietario (per esempio un certificato di nascita o una denuncia in formato Word), come può avere la certezza che quel documento sarà ancora leggibile fra venti, cinquanta, cento anni?. Fra vent'anni Word userà chissà quale formato, e l'unica azienda che sa precisamente com'è fatto il formato Word attuale è Microsoft. Fra venti, cinquanta o cent'anni, Microsoft se ne ricorderà? Microsoft esisterà ancora?

Da qui l'idea di usare formati aperti, la cui struttura è pubblicamente documentata. Fra 20-50-100 anni, un documento elettronico in formato aperto sarà ancora leggibile, perché anche se non dovesse più esistere una versione funzionante sui computer futuri del programma che ha scritto il documento, sarà sempre possibile pagare un gruppo di programmatori per scrivere da capo un programma che legga correttamente il formato del documento. Con un formato proprietario segreto, questo non sarà possibile.

C'è anche da considerare la preoccupazione per il ricatto economico. Se un governo scrive un documento in un formato proprietario segreto, sarà per sempre obbligato a usare programmi specifici per leggerlo. Se un governo scrive in Word, dovrà sempre comperare ogni nuova incarnazione di Word per poter leggere la montagna di documenti elettronici che ha scritto: dovrà comperare Word 2020, Word 2050, Word 2100, e tutti i Word intermedi. A che prezzo?

Microsoft queste cose le sa benissimo e ci tiene che i governi continuino a usare i suoi prodotti, visto che sono una delle fonti principali di reddito di zio Bill e soci. Come riassume Electricnews, nel 2003 l'amministrazione pubblica di Monaco minacciò di mollare Office e Windows perché Microsoft le chiedeva 36 milioni di dollari per l'aggiornamento del proprio software. Pensate a quante pensioni o a quante cure mediche si possono pagare con quella cifra.

Si fiondò a Monaco personalmente Steve Ballmer, numero due di Microsoft, per supplicare di ripensarci. Steve offrì uno sconto del 90%, ma Monaco decise di andare avanti lo stesso. Saggia decisione: più presto ci si libera dei formati proprietari, più presto si comincia a risparmiare i soldi dei contribuenti.

Fra l'altro, il Massachusetts non ha improvvisamente scoperto un sentimento anti-Microsoft. Fu l'unico stato che non raggiunse un accordo in una causa antitrust lanciata dal governo federale USA nel 2002, perché -- diceva il governo dello stato -- Microsoft era ancora impegnata attivamente nello strangolare la concorrenza. La Corte d'Appello USA ha respinto l'argomentazione del Massachusetts l'anno scorso, ma un po' di astio dev'essere rimasto.

In sostanza, non ha importanza il sistema operativo che si usa: ha importanza il formato in cui si scrivono i propri dati. Se il formato non è pubblicamente documentato, i nostri dati saranno sempre ostaggio di chi detiene il segreto e i diritti sul formato in cui sono scritti.

Vi siete mai chiesti perché, per esempio, Microsoft Office non integra la possibilità di salvare in formato PDF ma una suite gratuita come OpenOffice.org lo fa? Semplice: perché se diventa facile salvare in formato PDF (e i documenti governativi sono spesso concepiti per essere soltanto letti, una volta scritti), non è più necessario usare programmi Microsoft per leggere i documenti, e questo è male. Per zio Bill, s'intende.

Il formato PDF, fra l'altro, è proprietario ma pubblicamente documentato, per cui chiunque può scrivere programmi che leggono e scrivono PDF. E infatti non è necessario rivolgersi ad Adobe, proprietaria del formato, per procurarsi un programma che gestisca i PDF.

Meditate, governi e aziende, meditate :-)

Mostra del cinema di Venezia: L'amore fra due cowboy gay, una storia forte e tenera

Il regista: "Quando ho letto questo racconto, mi è venuto un nodo alla gola. Ma a quelli del marketing ho detto..."

foto
dal nostro inviato CLAUDIA MORGOGLIONE


Finalmente un vero film d'amore. Una di quelle love story forti, tradizionali (in senso buono), che parlano di una comunione totale tra due corpi e due anime. Ci voleva, in questa Mostra del cinema, un po' di sentimento: a portarlo qui sul Lido, in concorso, è Ang Lee, col suo "Brokeback mountain". Che racconta il legame impossibile, eppure inevitabile, tra due cowboy (segretamente) gay: Heath Ledger e Jake Gyllenhall.

Due giovani attori popolarissimi, negli Stati Uniti, un po' meno da noi. Ma anche qui in Italia i loro volti sono molto noti: Ledger ha già interpretato film come "Destino di un cavaliere" e "Le quattro piume", oltre al kolssal "Casanova" che proprio domani sbarca qui a Venezia; ed è anche considerato un sex-symbol, dalle ragazzine di mezzo mondo. Quanto a Gyllenhall, è stato protagonista, tra gli altri, del cult giovanile "Donnie Darko", oltre che di filmoni hollywoodiani come "L'alba del giorno dopo".

E così non sorprende che oggi, qui al Lido, gli eroi della mattinata siano proprio loro, Heath e Jake. Applauditissimi e vezzeggiatissimi dagli addetti ai lavori, accolti come due veri divi al loro arrivo nei luoghi della Mostra. E anche coraggiosi, a Hollywood, nell'accettare ruoli che prevedono, come ovvio, scene di sesso omosex. Una scelta che Ledger rivendica con forza: "E' una storia bellissima - racconta oggi, qui al Lido - una splendida rappresentazione dell'amore. Tutte le cose che parlano d'amore di solito mi sembrano piuttosto stanche, questa invece mi è parsa subito fresca. E poi finalmente ho potuto girare una vera love -story, cosa che finora non mi era capitato di fare". Altrettanto convinto Gyllenhall: "Sapevo che per Ang Lee il tema forte era l'amore, non un cliché. Per questo ho immediatamente accettato di fare il film".

Tratto dall'omonimo racconto di Annie Proulx (vincitore di un Pulitzer), accolto con favore dal pubblico della Mostra, "Brokeback Mountain" comincia nel '63, in Wyoming, e va avanti per circa vent'anni. I due protagonisti, Ennis (Ledger) e Jack (Gyllenhall) si incontrano già nella prima scena: entrambi cercano lavoro da un allevatore di pecore. Che li spedisce entrambi sulla Brokeback Mountain, a guardare il bestiame. Nel corso dell'estate che i due trascorrono insieme, nasce prima un'amicizia, poi un'intimità sempre più profonda e alla fine, inevitabile, la passione fisica.

Ma nel mondo dei mandriani del West, all'inizio degli anni Sessanta, certo non c'è spazio per un sentimento del genere; così i due si separano, si sposano, hanno figli. Si incontrano solo quattro anni dopo, e il loro sentimento riesplode. Continuano a incontrarsi (anche se raramente) nel corso degli anni: Ennis più deciso a mantenere la facciata di "normalità", Jack disposto a rischiare una convivenza tra uomini. Ma si tratta di un sogno difficile, se non impossibile, da realizzare.

Insomma una vicenda a tinte forti, una sorta di "Ponti di Madison County" in salsa gay. Una storia che ha conquistato il cuore del regista, Ang Lee, autore di successi come "La tigre e il dragone": "Quando ho letto il racconto - dichiara, a bordo della piscina del lussuoso hotel Des Bains - mi è venuto un nodo alla gola. Io credo che sia una grande love story romantica. E poi credo che ognuno di noi, a modo suo, abbia la sua Brokeback Mountain: qualcosa che ha il sapore, il gusto dell'amore. Qualcosa di privato, di intimo. E il fatto che in questo caso tutto accada nel West dell'epoca rende tutto più interessante: maggiore è l'ostacolo, più appassionante è la storia".

Lee nega, però, che ad attrarlo sia stato specificamente il lato omosex della faccenda: "Girando questo film - prosegue - non ho pensato alla comunità gay, a come lo avrebbe accolto. Mi interessava il tipo di affetto che lega i due protagonisti, al di là del fatto che fossero due uomini".

L'autore nega anche di aver ripreso sequenze di sesso più esplicite tra Ledger e Gyllenhall, rispetto a quelle - tutto sommato sobrie - che vediamo nel film: "Tutto cio' che ho girato lo vedete sul grande schermo", assicura.

Un po' di preoccupazione, anche se condita dall'ironia, traspare quando invece quando l'autore parla di come un'altra comunità - quella dei cowboy e dei frequentatori dei rodeo, ancora presente in molte zone degli Usa - accoglierà la pellicola. "Ho detto al marketing, scherzando - conclude Lee - che voglio distribuire il film solo negli stati democratici, nelle città con oltre 50 mila abitanti, e dove tutti hanno votato John Kerry... così almeno posso stare tranquillo!".
(2 settembre 2005)

http://www.repubblica.it/2005/i/sezioni/spettacoli_e_cultura/cinema/venezia/anglee/anglee/anglee.html

giovedì 1 settembre 2005

Non c'è pace senza giustizia

di ROSA CALIPARI*


3 Marzo 1983 - 4 marzo 2005 due date che segnano l'inizio e la fine di un progetto di vita condiviso. Ventidue anni sono pochi per chi ha programmi, ideali e valori comuni; sono pochi per chi rimane ed è travolto in poche decine di secondi da un incubo senza fine. Non è possibile dimenticare la sera del 4 marzo quando al rientro a casa ho trovato ad attendermi alcun colleghi e amici di Nicola. Una scena che si affaccia spesso alla mente di chi ha vissuto con un funzionario di polizia «operativo» ma che si tende a rimuovere per difesa e per non farsi sopraffare da un'angoscia paralizzante. Con orrore ho urlato il mio «No!» di fronte a ciò che intuivo essere la verità ma che nessuno dei presenti era in grado di confermarmi. E poi: «Ucciso dagli americani, un incidente.... Non si sa cosa è successo».

Attonita da quella sera continuo a pormi sempre la stessa domanda «Perché?» ancor più dopo gli esiti contrastanti raggiunti dal Gruppo investigativo congiunto italo-statunitense, incaricato di esaminare la dinamica dei fatti accaduti il 4 marzo.

Un indagine che se negli intenti doveva svolgersi congiuntamente di fatto ha portato alla pubblicazione di due relazioni. Molti i limiti e le restrizioni incontrati dai rappresentanti italiani. Vincoli allo svolgimento delle indagini sono, innanzitutto, derivati dall'esclusiva applicazione della normativa statunitense, Army Regulation 16-6, che disciplina le procedure e le modalità per le inchieste nell'ambito dell'esercito Usa, e che, come risulta dal rapporto italiano, ha posto dei limiti non trascurabili rispetto a quanto previsto dall'ordinamento italiano per analoghe attività. Per quanto attiene, ad esempio, alle modalità di acquisizione delle testimonianze, non potevano essere reiterate le domande ai testimoni già sentiti e non sono stati possibili confronti diretti, per non voler sottolineare che le domande dei rappresentanti italiani potevano essere poste ai testimoni solo tramite il Generale Vangjel, l'Ufficiale statunitense incaricato, già prima dell'arrivo della delegazione italiana, di svolgere indagini.

Ulteriore elemento di rilevante limitazione per l'indagine congiunta è stato il mancato «congelamento» del luogo nell'immediatezza della sparatoria che, come dichiarato dagli stessi militari Usa, è stato completamente ripulito e alterato mentre non si consentiva agli italiani, presenti a Baghdad quella sera del 4 marzo, di arrivare sul posto. Ma neanche successivamente durante i lavori della Commissione congiunta, è stato possibile ricostruire la scena del «crimine», poiché le Autorità militari Usa hanno ritenuto inopportuno, in ragione del luogo dell'«evento», anche il sopralluogo notturno. Pertanto manca la certezza sulla ricostruzione della dinamica dei fatti. Tutto ciò non ha, inoltre, consentito di svolgere un'analisi approfondita sul posto, per cui quanto risultato dalla perizia effettuata in Iraq sulla vettura -come emerge dal rapporto italiano - non sembra avere quella decisiva rilevanza probatoria. E ancora: la rimozione ed eliminazione dei bossoli, la non preservazione delle armi e delle munizioni del reparto coinvolto nel fatto.... e, ancora il rientro dell'autovettura, ormai di proprietà dello Stato italiano, solo dopo due mesi...

E' un percorso difficile doloroso e straziante per chiunque dover affrontare la tragica perdita del proprio compagno ma diventa ancor più arduo se questa avviene in tale contesto e con questa modalità.

Nicola era un dirigente del Sismi, un Servizio alleato degli americani, e ha agito in nome e per conto dello Stato italiano. Non era un Rambo né uno 007 con licenza di uccidere ma un uomo che in altre delicate operazioni aveva dimostrato di possedere le qualità per negoziare anche con gli elementi più integralisti del contesto mediorientale. Dotato di notevole intuito, riflessivo e osservatore affrontava le situazioni con lucidità razionalità, con notevole self-control e con forte determinazione. Consapevole dei rischi insiti nei diversi incarichi ricoperti consigliava la prudenza ai suoi collaboratori e vagliava i costi e i benefici di ogni opzione. Nicola, anche nella sua precedente carriera in Polizia, ha sempre improntato il suo stile al confronto con gli altri e non allo scontro, «prevenire, e non reprimere», diceva. Anche nel rapporto con i suoi collaboratori prediligeva la politica del «consenso» piuttosto che dell'«ordine impartito», dell'affermazione pacata ma «autorevole» della sua opinione e non «autoritaria» anche se si assumeva sempre la piena responsabilità delle proprie decisioni. Uno stile che, spesso, spiazzava gli avversari ma che creava coesione e rafforzava l'identità di gruppo in coloro che lavoravano al suo fianco. Un particolare pensiero va con affetto alla «squadra di Nicola», ai Calipariani, come qualcuno li definisce all'interno del Servizio forse proprio a voler differenziarne lo stile umano e di lavoro.

Era certamente nota agli americani la sua partecipazione e collaborazione anche ad altre vicende di sequestri avvenute sul territorio iracheno e anche in questo caso della giornalista italiana rapita, pur in assenza di una espressa comunicazione formale ai Comandi militari Usa del motivo della missione, Nicola e la sua squadra, come molte altre volte, hanno richiesto l'autorizzazione per atterrare all'aeroporto di Baghdad, per poter alloggiare a Camp Victory e, muniti di tesserini identificativi e di armi, per i loro successivi spostamenti nella capitale irachena.

Nicola ha non solo condotto a termine la sua missione, la liberazione di Giuliana Sgrena, ma ha anche sacrificato la sua vita per proteggerla dal «fuoco amico» e, proprio per rispettare quella bandiera nella quale è tornato avvolto da Baghdad, continuo a chiedere con forza e determinazione la verità su quanto è realmente successo e di far luce sulle responsabilità di coloro che direttamente o indirettamente ne hanno causato la morte.

Non è possibile avere pace se non c'è giustizia.


* Testo tratto dal volume «Nicola Calipari ucciso dal fuoco amico», che sarà distribuito sabato con «l'Unità»

mercoledì 31 agosto 2005

Piccoli passi in Sicilia per l'accettazione dell'omosessualità

Vita di Fulvio nel paese che lo rifiuta
di Rosario Giue


Fulvio è di una persona molto riservata, timida e, insieme, di una dolcezza e sensibilità non comuni. Senza dire che è un tipo generoso e con una innata disponibilità verso gli altri. Ma ha una pesante storia alle spalle. Nel suo paese, in Sicilia, da ragazzo frequenta per anni gli scout. Dopo la scuola, è sempre alla sede, puntuale, pronto a fare quello che è stato programmato.

Ma proprio lì, dove pensa che dovrebbe essere ben accolto e amato per quello che è, lì si trova a dover fare i conti con gli stessi capi che lo prendono in giro per il suo modo di essere. Sono pronti a giudicarlo senza mai mettersi in ascolto o in discussione. E a Fulvio, che ha una viva capacità di cogliere le sfumature dei sentimenti, del detto e non detto, tutto ciò appare sempre più assurdo. Non basta che deve già sopportare i compagni a scuola? E così, sentendosi calcolato come un "diverso", non gli rimane che uscire dal gruppo. Ormai diplomato, non ha un lavoro fisso, ma ha un mestiere. E in tanti lo chiamano. Ma spostarsi da casa per andare a svolgere un lavoro in un'abitazione privata per lui è una sofferenza immane. Attraversare il corso principale, poi, è il peggio che gli possa capitare, una vera punizione. Mentre cammina, se passa davanti al bar del paese o davanti al circolo dei benpensanti, è costretto a sentire qualcuno che in modo vigliacco gli tira addosso la parola "frocio". Se a volte non la sente quella parola, se la sente addosso lo stesso, perché vede senza guardare che molti occhi sono buttati su di lui e che quella parola gliela stanno dicendo con gli occhi. Perciò, per evitare quella ghigliottina, Fulvio prende le stradine laterali, ma anche lì un "attentato terroristico" fatto di uno sguardo malevolo, di una risatina o di una brutta parola può spuntare da un momento all'altro. Ma come si fa a vivere così? Quasi vorrebbe che nessuno lo chiamasse più per fare i lavori artigianali, pur di non sentirsi addosso quella pressione così "umana". Tanto i genitori a casa non gli fanno mancare il necessario per vivere e cercano di proteggerlo come possono. Ma si può continuare? E allora Fulvio matura il bisogno di andare via dalla Sicilia, dal suo paese che ormai gli sta così stretto. Che gli toglie il respiro, gli fa mancare l'aria, non lo fa essere se stesso. Andare al Nord d'Italia, ecco cosa decide un bel giorno Fulvio. E così una ventina di anni fa lascia la sua casa. Non come Abramo perché il Signore lo chiama verso la terra promessa, ma perché si sente espulso dai suoi compaesani. E come è duro ricominciare. Abita in una cameretta facendo i lavori più umili. Con il tempo trova un lavoro stabile che gli permette di sfruttare appieno il suo diploma. Al Nord dice di sentirsi sereno. Ma anche lì, una media città del Nord, a volte si sente deriso. Anche lì qualche collega fa le sue battute. Ma Fulvio non lo vuole ammettere. Lì si sente realizzato. Vuole mettere radici, compra una casa. In paese sono rimasti i vecchi genitori. E quando questi si ammalando gravemente, torna e se ne prende cura con pazienza. Quando può scappa nella sua città del Nord, anche per quindici o venti giorni, per poi tornare a dedicarsi ai suoi vecchi, fino alla fine. Ma anche ora che i genitori sono morti in estate va in paese. Perché vi ha gli affetti. Ma gli amici e le amiche che lo vogliono bene davvero avverte che si possono contare forse con le sole dita di una sola mano. Con loro si sente protetto, va a mare, in montagna, ma che non lo invitino a fare una passeggiata per la strada principale del paese durante della festa della santa patrona. Ma no, gli dicono loro, sai, il paese è cambiato, sta cambiando. E per incoraggiarlo un'amica gli racconta che in paese vi sono diversi ragazzi con un orientamento omosessuale e che non fanno molto per nasconderlo. Gli racconta che le nuove generazioni sono più aperte. Che, anzi, suo figlio ha un amico omosessuale e che non c'è nessun problema. Che "Gianni" viene a casa del figlio con frequenza, che il figlio va a casa di Gianni senza problemi, che gli altri amici ed amiche cercano Gianni senza pregiudizi. Entrano ed escono, vanno a mare insieme. Il paese, vedi, sta cambiando, gli dicono. E lui, Fulvio, a dire "no". Che non è proprio cambiato il paese se gli hanno raccontato che il sacerdote pubblicamente ha detto che gli omosessuali sono malati e che vanno curati. Loro. Ed è deluso perché pensa che la Chiesa dovrebbe spingere al rispetto di tutti, avere un atteggiamento più in positivo, e non alimentare separazione, condanna ed esclusione. E poi c'è la sua generazione, quella dei quarantenni e dei cinquantenni: quanto è cambiata quella? Certo, sente un po' di nostalgia per le sue antiche radici, pensa alla gioia innocente dei giochi fra bambini. Ma Fulvio non tornerà. Intanto ha deciso di aggiustare la casa paterna. Ogni estate fa qualche rifinitura in più. Forse è un piccolo segno di una flebile speranza che, sì, la Sicilia può cambiare davvero più del Nord e che un giorno, quanto lontano non lo sa, possa tornarvi. rosario giuè.

(laRepubblica del 31/08/2005)

sabato 27 agosto 2005

Comunicato arcigay: Auguri di buon lavoro alla pastora valdese

Il saluto di Arcigay a Maria Bonafede, prima donna a capo della più antica chiesa protestante italiana


L'elezione di una donna a capo della più antica chiesa protestante d'Italia è un segno ulteriore della grande capacita' dei valdesi e dei metodisti di recepire positivamente le concrete aspirazioni della societa' moderna.

Come associazione da sempre invitiamo i gay e le lesbiche italiane a versare l'8 per mille alla chiesa valdese e metodista, perchè utilizza questi soldi non per scopi religiosi, ma per opere sociali e culturali a favore del bene comune, rendendo pubblico ogni anno il resoconto degli investimenti effettuati.

I gay e le lesbiche italiani, credenti, agnostici o atei riconoscono ai valdesi e ai metodisti una capacita' di dialogo e di confronto sui temi attinenti alla morale sessuale, alla laicita' dello Stato, ai diritti civili e alle liberta' individuali, a differenza di una chiesa cattolica chiusa e anacronisticamente maschilista e astinente.

Aurelio Mancuso, 26 agosto 2005
http://www.arcigay.it/show.php?1532

Una donna a capo della Chiesa Valdese

di red

 Non chiamatela “papessa”, perché è tutto il contrario. Ma Maria Bonafede è la prima donna a rappresentare le comunità metodiste e valdesi italiane. È stata eletta dal Sinodo delle Chiese valdesi e metodiste come moderatore della Tavola valdese. Maria Bonafede, sposata con figli, di “mestiere” fa la pastora. Da più di dieci anni è lei a dirigere il culto nel tempio valdese di piazza Cavour a Roma. Era già una dei due vice del “moderatore”, cioè il coordinatore e portavoce della Tavola valdese, l’organo direttivo dei protestanti italiani. Ma non si tratta della prima donna ad assumere la guida di una comunità protestante italiana. Anna Maffei da più di un anno è infatti alla testa dell'Unione Cristiana Evangelica Battista d’Italia.

Ad eleggerla sono stati i 180 membri con diritto di voto del Sinodo – il “parlamento” protestante -, metà dei quali sono pastori e metà “laici”.

Durante il Sinodo, a Torre Pellice in Piemonte, sono stati anche consacrati quattro nuovi pastori: Mirella Manocchio, Jannique Perrin, Davide Rostan e Francesco Sciotto.

Il Sinodo ha confermato la scelta fondante verso l’ecumenismo e infatti ospiti dell’assise sono stati monsignor Vincenzo Paglia, presidente della Commissione episcopale per l'ecumenismo e il dialogo, e di una delegazione della Sacra Arcidiocesi Ortodossa d'Italia. Ma su questo tema duro è stato l’intervento verso le posizioni dalla Cei sull’invito a non votare al referendum sulla fecondazione assistita e sulla difesa del crocifisso nelle aule scolastiche pronunciato da Fulvio Ferrario, docente presso la Facoltà valdese di teologia di Roma e coordinatore della Commissione per le relazioni ecumeniche della Tavola Valdese. Ferrario ha parlato dell’intervento di monsignor Ruini a favore dell’astensione sul referendum come di un «problema grave» perché «è legittimo che la chiesa cattolica si sia inserita nel dibattito, ma il problema è come ha condizionato la partecipazione al voto. Peccato - ha aggiunto Ferrario - perché veniamo da una stagione tutto sommato di intenso dialogo ecumenico».

Tra gli invitati anche dal pastore Joseph Mfochive, presidente della Chiesa evangelica del Camerun, per la prima volta al Sinodo. Oltre al vescovo di Pinerolo, monsignor Pier Giorgio Debernardi.

Il Sinodo, nel documento finale, ha ribadito come la povertà e l'ingiustizia economica che oppongono il Nord al Sud del mondo siano ritenuti «incompatibili con la fede cristiana come lo furono a loro tempo nazismo e apartheid».

«Prima di parlare di povertà vorrei parlare di fraternità - è intervenuto il presidente della Chiesa Evangelica del Camerun, il pastore Joseph Mfochive - perché le ingiustizie del mondo nascono dalla mancanza di fraternità tra gli esseri umani. Ciò che può cambiare la realtà sono gli atti concreti, anche piccoli, di ognuno». È per questo che il 30% dell'8 per mille di valdesi e metodisti, pari a oltre 1,5 milioni euro, viene utilizzato per progetti di solidarietà nel mondo. «Una cifra certamente piccolissima per rispetto alle esigenze - ha commentato il pastore Gianni Genre - ma comunque significativa, tanto più mentre apprendiamo che una quota dell'8 per mille destinato invece allo stato italiano è stato utilizzato per finanziare l'intervento militare in Iraq».

Nella tre giorni di Torre Pellice un altro tema che ha caratterizzato molti interventi è stato quello della povertà in Italia e «la progressiva demolizione dello stato sociale, e la crescente “proletarizzazione” delle fasce medio basse», per usare le parole di Genre da moderatore della Tavola valdese, che è l’organo direttivo delle chiese protestanti italiane.

Il pastore Giorgio Tourn ha anche ricordato come «a un anno dalla cessione degli ospedali valdesi – Torre Pellice, Torino e Pomaretto - alla Regione Piemonte ci pare che la ferita non abbia lasciato tracce profonde». I valdesi, gli anabattisti, i metodisti e l'Esercito della Salvezza - che si riuniscono nella Tavola valdese - hanno infatti da anni progressivamente abbandonato le attività di assistenza gestite in prima persona, per collaborare con le istituzioni pubbliche nell'ambito del Terzo settore o dell'insegnamento.

http://www.unita.it/index.asp?SEZIONE_COD=HP&TOPIC_TIPO=&TOPIC_ID=44314

giovedì 25 agosto 2005

Primo, colpire i privilegi

di Gian Giacomo Migone


Chiunque si accinga a governare il Paese - le elezioni politiche per fortuna non sono lontane - deve assumere un impegno di ricostruzione con ciò che di morale e materiale questa parola storicamente evoca. Non è solo una questione di conti pubblici. C'entra la qualità della vita pubblica come dimostrano le cronache solitamente più tranquille del mese di agosto. Persino la funzione e la credibilità della Banca d'Italia sono compromesse.

Un'istituzione che, senza essere perfetta, in passato aveva superato molte prove in un Paese giovane - solo 150 anni, non dimentichiamolo - e perciò povero di tradizione statuale.

L'impegno di ricostruzione non può solo riguardare la sfera pubblica ma deve investire un'economia e una società fortemente bisognosi di una trasformazione che le collochi all'altezza delle sfide europee e globali, non è solo questione di Parmalat da cui quasi nessuno sembra avere imparato nulla. Basti riflettere su un'economia, fino a pochi anni fa per dimensione la quinta del mondo, che ha liquidato gran parte del proprio patrimonio industriale (cfr. Gallino) e che, per difendere le proprie banche da acquisizioni straniere di per sé potenzialmente salutari, debba ricorrere ai cosiddetti immobiliaristi e ai loro veri o presunti padrini politici. Sono fenomeni la cui entità non certo assolve il governo in carica ma lo riduce a un epifenomeno: l'esasperazione grottesca di mali antichi cui non può e non vuole mettere mano.
Il grande sforzo per l'ingresso dell'euro fu qualche cosa di simile a ciò che un nuovo governo dovrà mettere in atto. Se non vi fosse stato, la partita sarebbe già chiusa. Tuttavia, per riaprirla, per sottrarre il Paese alla propria autoesclusione, oggi non basterà affrontare la sfida non solo contabile dei conti pubblici. Nessuna coalizione di governo potrà vincere le elezioni ma nemmeno governare chiedendo ancora una volta solo o soprattutto sacrifici, eventualmente alleviati da una congiuntura più favorevole, se questi non fossero sostenuti da almeno tre ferme convinzioni: che quei sacrifici siano necessari, che contengano elementi di risanamento duraturi e che siano equamente distribuiti.

Cosa significa equità? Quando ero poco più che ragazzo, Donato Menichella ci spiegava che, dopo la seconda guerra mondiale, gli inglesi avevano evitato la borsa nera e conservavano il razionamento mentre noi, che la guerra non l'avevamo vinta, «mangiavamo le pasta alla crema da Caflish. E sapete come avveniva questo miracolo?», chiedeva il successore di Einaudi alla Banca d'Italia. «Gli inglesi erano certi che le due principessine disponevano di 50 grammi di zucchero al mese, esattamente come i loro figli».

In altre parole, lo sforzo dovrà essere equamente distribuito più di quanto non lo fosse nella ricostruzione del dopoguerra. Con buona pace di Menichella, non tutti mangiavano le paste da Caflish. Ma una ricostruzione non è equa soltanto perché i sacrifici sono equamente distribuiti, affinché non siano i soliti a pagare.

Anche, ma non solo: l'apologo di Menichella contiene un ulteriore elemento, quello del buon esempio da parte di chi sta al vertice della piramide. I sacrifici della principessa Margaret e della futura regina, Elisabetta II, non cambiavano nulla di materiale nella politica di approvvigionamento del governo laburista, ma costituivano la condizione etica politica per costruire un consenso intorno a quella politica. Non sono convinto che tutti o anche i principali mali dell'Italia risiedano esclusivamente nella sfera pubblica. Basterebbe valutare la moralità delle liquidazioni di certi manager in fuga da grandi imprese private in crisi.

Ma il punto, come si dice ormai, è un altro. Proprio perché gli amministratori pubblici hanno poteri relativamente scarsi rispetto alla società nel suo insieme (e che tali poteri sono ulteriormente erosi dai cosiddetti processi di globalizzazione), non possono permettersi di rinunciare a quello essenziale per esercitare qualsiasi forma di indirizzo o leadership: quello dell'esempio che si traduce anche, banalmente, in uno stile di governo.

Un'auto blu soppressa, una scorta spostata ad altri incarichi, hanno sicuramente un'incidenza limitata ai fini del risanamento dei conti pubblici o della prevenzione antiterrorista, ma se diventano atti ripetuti ed estesi a settori più significativi potrebbero generare qualcosa che, salvo in rarissime occasioni nel nostro Paese, non c'è mai stato: fiducia in chi governa, fiducia nella sua volontà e capacità di autodisciplinarsi in nome di un interesse collettivo e non per estendere i privilegi della classe politica.

Poiché ogni buona predica non è tale se non si conclude con almeno un'indicazione operativa, eccola! Chiunque voglia governare con questi intenti, compia un atto preliminare indispensabile: la costituzione di una commissione parlamentare con i necessari poteri e tempi stretti che abbia il compito di esplorare e «mappare» la selva selvaggia delle retribuzioni reali - insisto reali: gettoni di presenza, fuoribusta, fringe benefits ecc. - di tutto il settore pubblico, compresi i più inesplorati sancta sanctorum del potere istituzionale, ma anche di quello meno aulico e forse più concreto (come la Rai). Ne emergerà, per l'appunto, una giungla piena di paradossi e pericolose assurdità, oltreché sprechi.

Perché chi non conosce la realtà, chi non la vuole conoscere, nemmeno intende trasformarla. È un discorso lungo, anche affascinante, che vale la pena riprendere.

g.gmigone@libero.it

Tratto da l'Unità del 25/08/2005

mercoledì 24 agosto 2005

Al Meeting di Rimini il senatore se la prende con le riforme di Zapatero. Dura nota di Arcigay

Invitato al Meeting di CL il Senatore a vita Giulio Andreotti, si lancia in un anatema contro i matrimoni gay spagnoli.


Senatore Andreotti: si vergogni!

Ecco il comunicato stampa di Arcigay

Con sfumature più o meno reazionarie vari esponenti politici stanno dando sfogo ai loro peggiori istinti omofobici, utilizzando il linguaggio dei bassifondi.

Anche Giulio Andreotti, al Meeting di Rimini non ha perso l’occasione per insultare le persone omosessuali, e riferendosi alle recenti riforme spagnole, ha affermato: “Sono sbalordito, e pensare che mi avevano detto che questa storia del matrimonio gay faceva parte di un programma elettorale stilato nella prospettiva di perdere... ma insomma, dobbiamo fare l'elogio degli invertiti? Ma se lo fossero tutti si estinguerebbe la razza umana!”.

Egregio senatore a vita siamo noi sbalorditi della sua affermazione, che ricorda parole utilizzate dai regimi dittatoriali del novecento per assassinare i gay nei forni crematori o nei gulag!

Ci sembra futile chiederle di rimangiarsi questa orribile frase, compiaciuto come sarà stato dei numerosi applausi del parterre ciellino, movimento dove è noto che non sia assolutamente consentito essere omosessuali (visibili), per non contaminare la purezza ideologica di un’organizzazione che si sente eletta e unica a difendere la Tradizione cattolica.

Non ci rimane che registrare che in questo Paese, l’onorabilità di milioni di cittadini, che come tutti gli altri pagano le tasse e vivono pacificamente, viene calpestata quotidianamente senza che ciò provochi la necessaria indignazione nella politica, nella cultura, nella società italiane.

Aurelio Mancuso
Segretario nazionale Arcigay

http://www.gaynews.it/view.php?ID=33818

Parola di condannato per associazione mafiosa (ma prescritto)

Andreotti è così intervenuto al meeting di Rimini: "''Sono sbalordito, e pensare che mi avevano detto che questa storia del matrimonio gay faceva parte di un programma elettorale stilato nella prospettiva di perdere... ma insomma, dobbiamo fare l'elogio degli invertiti? Ma se lo fossero tutti si estinguerebbe la razza umana!''.

martedì 23 agosto 2005

La seconda vita di Pera XVI, ex laico ed ex anticlericale

di Marco Travaglio


C’è stato un momento in cui, nella diretta Sky sull’omelia di Peratzinger XVI al Meeting, gli eventuali telespettatori hanno trattenuto il fiato. Ammutoliti come le migliaia di giovani ciellini rapiti nella grande sala in attesa della Rivelazione. E’ stato quando il ragioniere che presiede il Senato s’interrogava sui “fondamenti morali della nostra società” e domandava pensoso: “Dove trovarli? E come?” . Lunga, interminabile pausa carica di tensione. L’ora era grave, l’emozione si tagliava col coltello,gli astanti rinunciavano financo a deglutire per non perdersi una sillaba del Verbo perisco. Uno normale ne avrebbe profittato per suggerire: “Magari, se cerchi la morale, prova a non frequentare Berlusconi, Previti e Dell’Utri. Non che sia risolutivo, ma aiuta”. Invece nessuno ha fiatato: si tratta pur sempre di giovani ammaestrati all’etica da Andreotti e Formigoni.

Certo no dev’essere facile la vita di Pera. Con tutte le reincarnazioni che ha subito – craxiano e anticraxiano, giustizialista e garantista, anticlericale e clericale – è costretto continuamente a resettare il passato, per cancellarne ogni traccia dalla mente e dagli scritti. Basta un nonnulla, un attimo di distrazione, per farsi scappare qualche frase, qualche concetto della vita precedente. Senza contare il rischio che un collaboratore burlone o infedele gli passi i fogli di un discorso di qualche anno fa. Immaginiamo la scena del ragionier Pera che, sopite le prime standing ovations del popolo niellino, l’arringa per sbaglio con una filippica del periodo rosso: “Come alla caduta di altri regimi, occorre una nuova Resistenza e poi una vera, radicale, impietosa epurazione” (19-7-92). “Andreotti è un premier dell’era Gromyko… è il trasformismo, il vino vecchio in otri vecchi, il tirare a campare…Per queste figure logorate dall’uso, è venuta l’ora di inaugurare la serie “visti da lontano”… Devono pagare il conto per ciò che han fatto o omesso di fare. Abituati all’arte sopraffina del riciclaggio, i vecchi marpioni Dc (e gli ex giovani recentemente rimpinzati dei voti rubati ai vecchi) non si sono accorti che il muro di Berlino era caduto addosso a chi l’aveva eretto, ma anche a chi vi si nascondeva e faceva ogni genere di traffici approfittando dell’impunità offerta dalla sua ombra.” (16-4-92). Immaginiamo Pera che, soprappensiero, ripete una memorabile rivelazione al Tg2: “La sera, quando sono solo a Palazzo Madama, mi piace mangiare in mutande” (21-10-2002). O, inavvertitamente, torna per qualche istante il mangiapreti di prima: “Non dobbiamo infilare Dio nella Costituzione Europea o inseguire su tutto le posizioni della chiesa.” (L’Espresso, 5-12-2002). E dà lezioni di anticlericalismo agli sbigottiti seguaci di don Giussani, esaltando il “perché non sono cristiano” di Bertrand Russell: “Per essere anticlericali bisogna sentire la dignità della propria identità e delle proprie idee e, quando occorre, avere il coraggio di impugnare una spada per contrastarne un’altra… Il laico crede solo nelle proprie idee e nella propria coscienza… Rispetta la tua coscienza, non avere altra tutela fuori di te”. Un comandamento che “vale anche contro Dio (“L’identità degli italiani”, Laterza, 1998).

Figuriamoci se ieri, mentre Pera esaltava i “valori irrinunciabili della vita e della famiglia”, una perfida manina gli avesse passato il suo discorso ai riformatori pannelliani del ’94: “Non si può esser liberaldemocratici e al contempo restrittivi su divorzio e aborto” (10-4-94). O uno dei suoi attacchi alla Chiesa: “Non si risolve il problema decretando d’autorità che un embrione è una “persona umana”. Davvero mons. Sgreccia vuol farci credere che prelevare il seme in un modo o in un altro è moralmente rilevante? La morale dipende da come si eiacula? Nostro Signore non guarderà le nostre intenzioni piuttosto che rovistare sotto le nostre lenzuola?” (27-12-98).

I vecchi cronisti sportivi ricordano quel collega che un mercoledì sera, poco prima della fine del derby Milan-Inter, aveva appena terminato di dettare un resoconto sulla tonante vittoria del Milan, quando l’Inter, in zona Cesarini, segnò due gol e ribaltò il risultato. Non avendo voglia né tempo di riscriverre il pezzo, il cronista richiamò lo stenografo e intimò: “Dove ho scritto Milan metti Inter, e viceversa”. Ecco, il ragionier Pera potrebbe fare così. “Dove ho scritto Craxi, metti Borrelli. Dove ho scritto Borrelli, metti Berlusconi. Dove ho scritto ateo, metti cristiano. Dove ho scritto Voltaire, metti Ratzinger”. Secondo dove tira il vento. Perché lui non è un Neo-con, e nemmeno un Teo-con. Lui è un Meteo-con.

da l'Unità del 22/08/2005

Mani pulite, revisionismo all'italiana

di Curzio Maltese


Lo spettro di Tangentopoli, puntualmente agitato dall'apprensiva stampa italiana ogni volta che si apre un'inchiesta sul potere economico e politico, tanto per cominciare non è uno spettro.
E' divenuto tale grazie a un decennio di propaganda a senso unico. Hanno dipinto l'epoca delle inchieste come il biennio del Terrore. Per chi? Per i ladri e i galoppini al seguito? Se pure così fosse, si tratterebbe di un lieve contrappasso rispetto alla vita di terrore che tocca in Italia da sempre agli onesti. Mani pulite non è stata un incubo ma una speranza. La storia forse dirà che si è trattato dell'ultima rivoluzione mancata, un'occasione persa dall'Italia di darsi una classe dirigente moderna e capace.
Allora buona parte dell'opinione pubblica avvertì il pericolo di affrontare una nuova epoca con una guida antica, corrotta, mediocre e provinciale. Si strinse dunque attorno alla magistratura indipendente contro la solita Italietta dell'ntrallazzo, amorale familista, ipocrita e mafiosa, nella speranza, magari ingenua ma generosa, di voltar pagina. In questione non era il primato della politica, che sarebbe un'ottima cosa. Piuttosto lo strapotere di una partitocrazia che esisteva ed esiste solo in Italia. Un sistema folle che privilegia l'appartenenza in tutti i settori, la scuola e la sanità, il mercato e l'informazione, l'impiego pubblico e il privato, con l'effetto di deprimere il merito e garantire un rapido declino.
La spinta davvero riformista di quegli anni è finita. Ha fallito di fronte alla scelta maggioritaria, nostalgica degli anni Ottanta e degli antichi vizi nazionali. Ha vinto il ragazzo prodigio del Caf, ha trionfato l'indietro tutta, la partitocrazia dei nuovi partiti, che è ancora più primitiva e ingiusta, il malaffare. Il risultato è sintetizzato dal titolo dell'Economist: Italia, un altro anno, un altro scandalo. Dopo Parmalat, ecco Bankitalia di Fazio. Ma la reazione dell'opinione pubblica, ormai mitridatizzata, è inesistente. Si è persa la speranza di cambiare, e i cittadini seguono gli scandali con l'attenzione distratta degli spettatori di uno dei tanti pessimi talk show.
Qui è normale che il governatore della Banca centrale finisca nel mucchio con Anna Falchi, Briatore e Ricucci e nessuno si stupisce se un poverino piazzato dalla Lega nel consiglio d'amministrazione dell'Enea boccia come incompetente il Premio Nobel Rubbia. Non c'è scandalo perchè non esistono più le istituzioni, non c'è fiducia in niente e nessuno. Sembra normale che la Rai sia lottizzata come e anzi peggio che durante la Prima repubblica. I galoppini possono stare tranquilli: non ci sarà un'altra Mani pulite. Ma il prezzo da pagare a questa placida rassegnazione, al ritorno dell'Italia per bande, sarà altissimo.
Tredici anni dopo Tangentopoli il paese non ha più la forza di ribellarsi al declino annunciato, tutto qui. E il declino avanza.


da La Repubblica del 21/08/2005

Non siamo pronti

di ALESSANDRO ROBECCHI


Ero davvero pronto a tutto. A tutto, tranne che a sentirmi dire che «non siamo pronti». Eppure, stringi stringi, tra l'attesa delle primarie e l'attesa delle elezioni, è questo che, in sostanza, sta dicendo l'opposizione-futura-maggioranza: non siamo pronti alla spallata finale, non vogliamo elezioni anticipate, nemmeno di cinque minuti. Il programma arriverà mentre ci stiamo facendo la barba per andare al seggio, perché «nessuno presenta un programma dieci mesi prima delle elezioni». Meglio dieci minuti prima, così non ci sarà troppo tempo per litigarci sopra. Persino dalle chiacchiere tra i compagni, dai microfoni aperti di Radio Popolare, dai commenti dei dirigenti e pensatori della sinistra sui giornali, si apprende alla fine questo: vinceremo, probabile, ma adesso, ora, in questo preciso istante, «non siamo pronti». Ecco. Io ero pronto a tutto, ma non a non essere pronto. Mi aspetto ancora furibonde giravolte, carpiati e capriole, centristi che si accentrano, Rutelli che rutellano, persino un paso doble di Casini, condito con qualche sberlone tra ds e margherita, tra margherita e ds, rinfacci e accuse su banche e banchieri, don Gallo che fa gli scherzi da prete a Bertinotti. E magari anche qualche «lei non sa chi sono io» e un paio di fraterni «vaffanculo», insomma, la tipica dialettica interna del centrosinistra ai tempi del colera, che attraversiamo ormai da qualche decennio senza aver scoperto il vaccino.

Io so tutte queste cose e le considero un po' patrimonio genetico della sinistra. Ma non essere pronti, una volta tanto, non è possibile, non è perdonabile e ancor meno è comprensibile. E' quasi una provocazione, come se il Cnl nell'aprile del '45 avesse tuonato dalle colline: non siamo pronti, si potrebbe rimandare al 25 maggio? Al 25 giugno? Dateci ancora un po' di tempo. Proprio così: dopo quattro anni abbondanti di scorrerie e ruberie, di calpestamento della costituzione, di arricchimento dei ricchi, di impoverimento dei poveri, di voti di fiducia, di leggi fatte apposta per salvare il culo a questo e a quello, di pasticci, di patti vergognosi con la Muti leghista, di leggi razziali come la Bossi-Fini (e potrei andare avanti per un paio di paginette), non si può dire «non siamo pronti». Eppure ogni volta eravamo lì, a strapparci i capelli e a protestare. A dire «all'erta sto», a gridare al regime, e a litigare tra noi se c'è il regime, se non c'è, se solo gli somiglia, se è da operetta o da ospedale psichiatrico. Ma intanto il regime o chi per lui andava avanti, risolveva il problema dei precari precarizzandoli a vita, normalizzava l'informazione, faceva i soldi. Praticava - dal calcio alle assicurazioni che si mangeranno i tfr, dalla tivù alla finanza - il suo elefantiaco conflitto di interessi, quel peccato originale che tutti i tromboni del grandi giornali denunciarono da subito: si risolva il problema in cento giorni! In un anno! E poi, oblio e silenzio. E ogni volta che passava una legge, una politica neoliberista, un restringimento dei diritti - dalle legge 30 alla legge 40 - o addirittura una guerra, tutta l'opposizione che tuonava: noi faremo, noi diremo, noi cambieremo tutto questo. E dunque ti veniva da pensare, gattino cieco che sei, che eccolo qui il programma, è già fatto: ogni cosa loro la dovremo ribaltare, abrogare, ridiscutere. Eccolo qui il programma, una ricostruzione nazionale, un rendere ai derubati dal mercato quello che si sono presi gli squali dei dividendi e delle plusvalenze. Un restituire dignità e «normalità» (e soldi) al paese, un bastonare il falso in bilancio anziché benedirlo e incentivarlo. Insomma, uno scendere e sciamare dalle colline verso le città e liberarle, e dire chiaro e forte che adesso si cambia musica. Magari con qualche ingenuità, o eccesso di entusiasmo, magari dicendo che l'ha fatto Zapatero, facciamolo pure noi. E invece guardo ai discorsi della sinistra e vedo che Zapatero praticamente non esiste: non solo non è un esempio, ma rompe le scatole, è un cattivo maestro. Meglio farlo dimenticare, che sennò si spaventano i centristi, al Riformista appendono l'aglio alle porte della redazione, a Rutelli gli viene l'orticaria; seri e ponderosi, i ds dicono: non esageriamo!

Ecco qui, non siamo pronti, dobbiamo ancora sistemare tante cose, Ds, Margherita, terzo polo, Mastella, i post-it di Bertinotti, la sindrome da accerchiamento, la questione morale, le banche e le cooperative. Quattro anni di salita, e ora che comincia la discesa, tutti contro tutti, a sputarsi e tirarsi i capelli. Coraggio, per il programma è presto, non vedete che abbiamo da fare? Non siamo pronti.

Incredibile.

da il manifesto del 21/08/2005

lunedì 22 agosto 2005

Grillini: Le riforme in Europa fanno bene alla famiglia

Non è Marcello Pera che decide che cosa è una famiglia


(Apcom) - "Non ci è chiaro sulla base di quali elementi, se non puramente ideologici, il presidente del Senato Marcello Pera possa affermare che le riforme sul Diritto di famiglia in Europa non facciano bene alla famiglia stessa". E' quanto afferma Franco Grillini, deputato Ds a proposito del discorso fatto ieri dal Presidente del Senato al meeting di Cl.

"La Danimarca ha approvato la 'partnership registrata', una legge che riconosce i diritti delle coppie omosessuali, ben 16 anni fa, senza rilevare alcuna disgregazione della famiglia - ricorda il deputato della Quercia - ma, al contrario, abbiamo assistito ad un aumento dei nuclei familiari inclusi nell'area del diritto, ad una maggiore coesione sociale e ad un più ampio riconoscimento dei diritti umani".

"L'esempio danese ha fatto scuola tanto che in quasi tutti i paesi europei sono state approvate, da tempo, leggi simili. L'approvazione di leggi sui nuovi nuclei familiari aggregano la famiglia! È necessario quindi - sottolinea Grillini - riconoscere le nuove famiglie, anche gay, e prendere atto che non è il Presidente Pera che decide cosa è e cosa non è famiglia, e nemmeno la gerarchia cattolica, e neppure i Ministri che attuano provvedimenti di carattere familistico e ideologico.

Dovere dello Stato è prendere atto della realtà e dei suoi cambiamenti".


http://www.gaynews.it/view.php?ID=33787

Musica e libertà: Friendly Versilia è l'altro meeting

L’appuntamento gay estivo di Torre del Lago, Sitges della costa tirrenica, si chiude oggi. Facciamo un bilancio dell’iniziativa con Alessio De Giorgi promotore dell’iniziativa.
lunedì 22 agosto 2005 , di stefano bolognini

In questi giorni si sta svolgendo il meeting di Comunione e liberazione con numerosi politici presenti. “Friendly Versilia” non è stata da meno e, oltre al divertimento, avete offerto, ad un pubblico gay e gay friendly, incontri con politici di primo piano. I contenuti espressi dalle due manifestazioni sono però opposti. Possiamo definire Friendly Versilia “l’altro Meeting”?


Perché no? In effetti a “Friendly Versilia” abbiamo sostenuto posizioni diametralmente opposte a quelle che stiamo ascoltando al meeting di Rimini sui grandi temi dei diritti individuali, del multiculturalismo della libertà e della laicità dello Stato.

Se penso che entrambe le manifestazioni non sono di partito e alla rivalità tra Versilia e Riviera adriatica... Siamo l’antimeeting ciellino.

Ma cosa è successo in Versilia quest’anno?

Quest’anno, con Fabio Canino, abbiamo offerto spettacoli di qualità e instaurato una collaborazione con la Fondazione Carnevale di Viareggio e il Festival Pucciniano.

Oltre a questo abbiamo voluto, a otto mesi dalle elezioni politiche, mettere alla prova, insieme a Franco Grillini, il centro sinistra chiedendo, ai candidati delle primarie, un impegno pubblico sui Pacs per l’attività del prossimo Governo.

E chi si è impegnato?

Si sono impegnati Alfonso Pecoraro Scanio, leader dei Verdi, Antonio di Pietro e Ivan Scalfarotto che ha ottenuto un successo strepitoso. Oggi verrà a trovarci Niki Vendola e il 21 settembre aspettiamo Fausto Bertinotti.

Possiamo tracciare un bilancio dell’iniziativa?

Abbiamo registrato oltre quarantamila presenze in 4 giorni.

Il pubblico è sempre più misto, omosex, bisex, etero e si respira un’aria di libertà, in un clima meno avvelenato dalle solite vecchie polemiche tra destra e comunità gay.

La qualità degli spettacoli di quest’anno è stata indiscutibilmente alta. Le dichiarazione del direttore del Principe di Piemonte, l’albergo più eslcusivo della Versilia, che ha detto che questa estate ha avuto una presenza qualificata di pubblico gay, che non aveva mai avuto, e di cui è fiero, dimostrano quanto la presenza del turismo omosessuale in Versilia sia ormai la normalità.

Ricordo poi lo spettacolo di Loredana Bertà e Dolcenera che hanno cantato Pensiero stupendo, con ammiccamenti lesbici, di fronte ad un pubblico in gran parte gay... è stato grandioso.

Nelle edizioni precedenti avete avuto qualche ostacolo dal Comune nell’organizzare l’iniziativa. Quest’anno?

Il Comune ha ignorato i borbottii della circoscrizione amministrata da centro destra che non voleva Friendly Versilia. La manifestazione è ormai nel calendario officiale della estate della Versilia.

Per l’anno prossimo?

Stiamo lavorando ad un concerto di una grande artista americani che potrebbe essere uno degli eventi 2006. Vi prometto sorprese eclatanti...

http://www.gaynews.it/view.php?ID=33792

Uno straccio di laicità

Sex crimes and the Vatican

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