sabato 22 ottobre 2005

La chiesa degli scandali

di Roberto Taddeucci

Mentre la macchia dei preti pedofili si espande senza sosta, la Chiesa Cattolica invita a scovare i gay nei seminari. Storia "papale papale" di una vicenda di soprusi e ipocrisie.

CITTA' DEL VATICANO - Occhi puntati sul Vaticano. Nonostante i telegiornali italiani distolgano lo sguardo, evidentemente per non creare imbarazzo né dubbio alcuno nei fedeli telespettatori, il prestigioso New York Times ha dedicato pochi giorni fa un ampio articolo su 75 anni di vergognosi abusi sessuali in ambito ecclesiastico. Clicca per ingrandire...L'analisi prende spunto dalle rivelazioni recenti fatte dall'arcivescovo della diocesi di Los Angeles, il cardinale Roger Mahony, che ha finalmente compiuto quello che è stato presentato come un "atto di buona volontà" rendendo pubblici fascicoli sinora riservati riguardanti ben 126 preti cattolici accusati di abusi e molestie sessuali su minori. I casi emersi nel sud della California, una delle aree più cattoliche dell'intera federazione di stati, sono più di 500, moltissimi e molto circostanziati, il che potrebbe portare l'ente religioso a dover elargire risarcimenti per oltre 500 milioni di dollari. Cifra che molto probabilmente chiunque offra donazioni in denaro alla Chiesa Cattolica avrebbe voluto vedere spesa in ben altro modo.

Anni di abusi e ipocrisie
Clicca per  ingrandire...Il problema non è certo nuovo e la "bolla" ignominiosa ha cominciato a gonfiarsi ormai da anni. All'inizio del 2002 aveva scioccato la cattolicissima Polonia il caso del potente arcivescovo Juliusz Paetz, accusato da almeno una dozzina di testimoni di aver "insidiato" giovani seminaristi in molte e ripetute occasioni. Paetz era stato fatto vescovo dal suo connazionale e amico Karol Wojtyla nel 1982 e aveva lavorato anche nella Camera Pontificia in Vaticano. In quello stesso periodo negli Stati Uniti si era scatenato l'uragano mediatico che aveva visto coinvolti i leader della Chiesa Cattolica d'oltreoceano accusati di aver permesso che abusi simili andassero avanti per anni. Successivamente la sola diocesi di Boston aveva dovuto pagare oltre 85 milioni di dollari in risarcimenti a vittime di abusi sessuali su bambini e giovani da parte di preti locali, cifra che poi è aumentata ulteriormente.

Insomma, negli Stati Uniti i casi venuti alla luce si contano ormai a centinaia con le diocesi sotto accusa per essersi adoperate più ad evitare che gli abusi diventassero di dominio pubblico (trasferendo i prelati coinvolti) che non a tutelare la sicurezza dei bambini. Sono in attività da tempo associazioni di cittadini che chiedono che finalmente i Vescovi coinvolti si assumano le proprie responsabilità o che fanno informazione nella casistica specifica. Il precedente costituito da Boston pare non aver insegnato niente ad altre diocesi che hanno continuato imperterrite a cercare di insabbiare gli scandali man mano che emergevano attuando la solita tattica del "trasferimento" ogni qualvolta le circostanze lo richiedessero.

I pontefici che non sanno reagire
Giovanni Paolo II dal canto suo aveva deplorato pubblicamente questi accadimenti richiamando vescovi e sacerdoti al loro ruolo di esempi di moralità ma si era attirato anche pesanti critiche per via della sua inconcludente lettera apostolica "Sacramentorum sanctitatis tutela" che risaliva a neanche un anno prima (aprile 2001) e che, a parte prevedere una visita ed un'indagine apostolica, non prendeva nessun provvedimento concreto volto a risolvere una volta per tutte la piaga degli scandali sessuali in seno alla Chiesa causato da preti predatori. Alla Congregazione per la Dottrina della Fede veniva affidata la competenza esclusiva su tutta una serie di atti gravi commessi dai ministri del culto nella loro missione educativa a contatto con i giovani, tra i quali la pedofilia. Secondo tali indicazioni la stessa Congregazione, allora guidata da Joseph Ratzinger, il mese successivo (maggio 2001) diffuse una lettera ai vescovi nella quale avoca a sé i processi riguardanti gli abusi sessuali commessi da sacerdoti su minori, l´assoluzione di complici in peccati contro il sesto comandamento e altri simili delitti. Mentre le alte gerarchie vaticane emanavano queste circolari interne più di forma che di sostanza altre scottanti realtà continuavano a venire a galla. Clicca per ingrandire...Tra i nomi di rilievo coinvolti in questi anni in accuse per reati di abusi sessuali c'è anche il messicano padre Marcial Maciel Degollado, fondatore dell'ordine dei Legionari di Cristo. Le accuse nei suoi confronti risalivano ad eventi che si sarebbero protratti per decenni e che vedevano coinvolti giovani seminaristi, tutti al di sotto dei 14 anni. Di questi fatti il Vaticano era a conoscenza sin dai tardi anni '70 ma ciò non impedì a Wojtyla di raccomandare pubblicamente padre Maciel come "guida efficace della gioventù". Era il 1994.

E i media italiani tacciono
Clicca per ingrandire...Come già sottolineato in apertura in Italia i mezzi d'informazione televisiva, Rai come Mediaset, si sono ben guardati nei loro notiziari principali dal riferire tutto ciò preferendo dar spazio ai gruppi di bambini invitati a giocare a calcio in piazza San Pietro (21 settembre) oppure all'edificante immagine del migliaio di bambini invitati a ricevere la prima comunione sotto gli occhi accorti di SS Ratzinger Benedetto XVI (16 ottobre). Nel campo della carta stampata su Repubblica Vittorio Zucconi ha dedicato all'argomento un'interessante ed esauriente corrispondenza dagli USA, commento che fa seguito all'articolo del New York Times.

Vade retro gay!
Purtroppo la pratica del "trasferimento" in presenza di preti coinvolti in scandali a sfondo sessuale pare essere diffusa ovunque, non certo solo negli Stati Uniti. In settembre era arrivata dalla Francia la notizia della condanna a 12 anni di carcere per un prete 65enne, Denis Vadeboncoeur, parroco in Normandia, per violenza su minore.

Padre Vadeboncoeur era stato in carcere 20 mesi in Canada per sodomia e aggressioni sessuali negli anni Ottanta ma poi si era visto affidare successivamente dalla chiesa francese - al corrente del suo passato - una parrocchia in Normandia. In Italia nel luglio scorso a Castagnole Piemonte il 36enne don Roberto Volaterra aveva accettato di pagare un risarcimento di 45 mila euro nel patteggiamento della pena relativa a violenza sessuale su una bambina. Anche in questo caso il sacerdote, a quanto riportato dall'agenzia di stampa Agr, risulta essere stato "trasferito". A fronte di tutto questo il Vaticano si accinge a pubblicare un nuovo documento che lancia invece una nuova crociata non contro i preti pedofili ma contro gli aspiranti sacerdoti che rivelino tendenze omosessuali. Il documento, un'"istruzione" di 16 pagine a firma del cardinale polacco Zenon Grocholewski, prefetto della Congregazione per l'Educazione cattolica, sarebbe stato letto e approvato questa estate dal pontefice durante le sue vacanze estive a Castelgandolfo e dovrebbe essere diffuso ai primi di novembre. L'annunciato divieto per i gay di prendere i voti ha già attirato molte critiche provenienti anche dall'interno del mondo religioso. Negli USA almeno due responsabili dei Gesuiti hanno inviato una lettera a preti e seminaristi assicurando loro che il loro orientamento sessuale non costituisce un problema fintanto che, ovviamente, siano mantenuti celibato e castità. "Non manderemo via nessuno", ha dichiarato il reverendo John Whitney, capo dei Gesuiti dello stato dell'Oregon.

Una confusione che conviene a qualcuno
C'è chi sembra essere interessato a mescolare due questioni assai diverse come pedofilia e omosessualità attribuendo il boom di scandali a sfondo sessuale a preti gay che avrebbero abusato di giovani ragazzi. Clicca per ingrandire...Monsignor Francis Maniscalco, portavoce della Conferenza Statunitense dei Vescovi Cattolici, invita a non confondere le due cose e ricorda che la pedofilia è una malattia psicosessuale: "Questo riguarda un argomento del tutto diverso, che è l'adattamento al celibato e la capacità di vivere una vita casta. Viviamo in un'epoca nella quale viene detto di esprimere se stessi e i movimenti gay sostengono di seguire il proprio orientamento sessuale e di viverlo, e questo può creare confusione, anche tra i seminaristi." Anche un altro gesuita, il reverendo Gerald Chojnacki, ha scritto una lettera nella quale afferma di non condividere affatto questa linea: "Sappiamo che Dio non discrimina, sappiamo che uomini gay hanno risposto alla vocazione ed hanno servito bene la Chiesa, come preti e come religiosi, e allora perché ci si dovrebbe chiedere di discriminare sulla sola base dell'orientamento sessuale coloro che Dio ha chiamato e invitato?".

Alla base di tutto ci potrebbe essere lo stereotipo secondo il quale gli omosessuali sarebbero incapaci di controllare la loro sessualità. Ma, come ricorda Gerard Thomas, un prete che ha fatto coming out, era stato proprio l'allora cardinale Ratzinger nella sua famigerata Lettera sulla cura pastorale delle persone omosessuali del 1986 ad invitare a non creare confusioni su questo aspetto: "Dev'essere comunque evitata la presunzione infondata e umiliante che il comportamento omosessuale delle persone omosessuali sia sempre e totalmente soggetto a coazione e pertanto senza colpa. In realtà anche nelle persone con tendenza omosessuale dev'essere riconosciuta quella libertà fondamentale che caratterizza la persona umana e le conferisce la sua particolare dignità. Come in ogni conversione dal male, grazie a questa libertà, lo sforzo umano, illuminato e sostenuto dalla grazia di Dio, potrà consentire ad esse di evitare l'attività omosessuale." Da questo il concetto che gli uomini gay non sarebbero accettabili in seminario perché non sarebbero in grado di mantenersi casti è un qualcosa che va contro gli stessi scritti di colui che è adesso Papa Benedetto XVI.

giovedì 20 ottobre 2005

Luttazzi e Travaglio assolti "Berlusconi non fu diffamato"

Caso "Satyricon", chiesti da Berlusconi 20 mld di risarcimento per aver "devastato l'immagine di politico e di imprenditore"
Il premier condannato a pagare 100 mila euro di spese legali
di ALESSANDRA LONGO



Marco Travaglio
e Daniele Luttazzi

ROMA - Condannato. Silvio Berlusconi aveva chiesto un risarcimento di 20 miliardi del vecchio conio, come direbbe Bonolis, a quel diavolo di Marco Travaglio, colpevole, in associazione a delinquere con l'attualmente desaparecido Rai Daniele Luttazzi, di averlo offeso, anzi di aver "letteralmente devastato - si legge nella querela - la sua immagine di politico e di imprenditore".

Ma il giudice ha deciso diversamente e ha condannato il capo del governo a pagare le spese legali nell'ordine di centomila euro. Ne dà notizia lo stesso Travaglio, molto sollevato all'idea di non dover versare a rate, per il resto dei suoi giorni, la cifra richiesta dagli avvocati del Cavaliere. E ora i fatti, come si dice in gergo d'aula.

Era il 14 marzo del 2001, un mercoledì sera. Su Raidue andava in onda Satyricon, direttore di rete Carlo Freccero, produttore Bibi Ballandi (anche loro denunciati in sede civile). Luttazzi chiama Travaglio a parlare del suo libro, "L'odore dei soldi", scritto a quattro mani con Elio Veltri. Storia non autorizzata sulle origini delle fortune economiche di Berlusconi, sui segreti meccanismi finanziari che portarono alla nascita della Fininvest, sullo strano arrivo, ad Arcore, dello stalliere mafioso Vittorio Mangano. Minuti televisivi senza filtro.

Luttazzi chiede, Travaglio risponde, con documenti e atti che ha usato per scrivere. Da dove ha preso Berlusconi i miliardi per cominciare? Perché ha ospitato un boss, poi condannato a due ergastoli, a casa sua? Perché la Rai ha sempre scansato l'ultima intervista di Paolo Borsellino, acquisita da chi indaga sulle stragi di Capaci, via D'Amelio e degli Uffizi? Intervista nella quale, spiega Travaglio, il magistrato parla dell'interesse della procura di Palermo per Berlusconi, Dell'Utri e Mangano?

"Ignobile attacco al capo dell'opposizione, libercolo diffamatorio": Berlusconi s'infuria, querela, fa querelare. Partono dieci cause che sarebbero in realtà cinque raddoppiate, una per la trasmissione e una per il libro, moltiplicate appunto per cinque. La Fininvest di Aldo Bonomo chiede cinque miliardi, Mediaset di Confalonieri si aggrega. Querelano anche Giulio Tremonti, citato perché la sua legge avrebbe garantito 243 miliardi di sgravi a Mediaset, e Forza Italia, partito offeso del leader offeso. In tutto le richieste di risarcimento ammontano a 150 miliardi di vecchie lire.

Pochi giorni fa, in sordina, la decisione del giudice, a breve la motivazione della sentenza. Travaglio, che ha appena finito di risarcire Previti per una causa persa ("Un problema di avvocato"), si dice "contento, molto contento": "Nel mio libro non dicevo niente di nuovo, mi sono limitato a riordinare documenti. Non abbiamo danneggiato nessuno perché non abbiamo mentito. Le querele sono partite solo per spaventarci. Io ho scritto acqua fresca rispetto a quel che si legge nella sentenza Dell'Utri dell'anno scorso.

Berlusconi è stato condannato in sede civile, dovrà pagare le spese legali. E' un passaggio importante. Con questa, ho vinto tre cause su dieci. Me ne rimangono altre sette...". Travaglio sta preparando un altro libro. Si chiama "Inciucio". Avverte: "Questa volta s'incazzerà anche la sinistra".

(20 ottobre 2005)
http://www.repubblica.it/2005/j/sezioni/politica/lutra/lutra/lutra.html

sabato 15 ottobre 2005

Il coraggio di Patrizia

Delia Vaccarello sulla prima pagina dell'Unità fa un bel ritratto della transessuale Patrizia che ha salvato la vita a Lapo Elkann


di Delia Vaccarello

«È il 118? Presto, correte, un uomo sta morendo». Avete passato la notte insieme. Lui ha i capelli biondi, le labbra sottili, gli occhi azzurri. Tu hai le labbra carnose, il seno, i genitali maschili: sei una transessuale. Sono le nove del mattino. Ti avvicini e ti accorgi che lui rantola. Chiami subito i soccorsi. Se perdi un secondo, può essere troppo tardi. Sei nata in un corpo di uomo, ma ti senti donna. Hai scelto "Patrizia" come nome per la tua identità ritrovata. Con il tuo corpo, con il tuo nome, ti senti te stessa. Non hai un pensiero per la notte e uno per il giorno. Non sei sollecita al buio e vile alla luce del sole. Non sei doppia. Sei unica, come è unica la vita di quell'uomo gentile che rischia di andarsene via.

«Correte, sta morendo». Eppure potresti restare stritolata in un gioco più grande di te. L'uomo da soccorrere si chiama Lapo Elkann. È famoso. Tra un attimo tutto il mondo ne parlerà. Ci saranno domande, le forze dell'ordine indagheranno. Tu lo sai. Hai imparato, da anni, a non curarti dello sguardo doppio di molti, anche se fa male. All'inizio ti ferisce di più, poi sempre meno. Ma fa sempre male l'aggressività degli occhi appostati dietro le lenti dell' ipocrisia. Ti guardano, fissano le tue camicette scollate, le calze a rete, la tua eccezionale altezza, trasalgono al timbro della tua voce non del tutto ammorbidita dagli ormoni e ti disprezzano. Tolgono valore alla tua vita solo perché la tua immagine non è rispettabile per i benpensanti. La vita, invece, per te ha un valore grandissimo, qualunque vita, e non importa se viene travestita dagli altri con gli abiti logori del pregiudizio o con i panni "regali" della fama.

Lapo Elkann sta morendo, a salvare una vita non serve la fama, non servono i soldi, serve, ora, subito, una telefonata, succeda quel che succeda. «Presto, correte, un uomo sta morendo». Se non conoscessi la Dignità, tu, Patrizia non saresti sopravvissuta. La dignità ha la forza di un canto che non si estingue, anche se gli altri urlano o ti accoltellano alla schiena. Ti ha dato l'energia di chi non aspetta, per sentirsi vivo, che il can can mediatico dia l'approvazione, che ti metta oggi sull'altare e ti getti domani nella polvere. Il carnevale televisivo, che troppo spesso "maschera" la vera informazione ­ quella sì, quanto è travestita -, parlerà di Lapo Elkann. Ne parlerà mentre Lapo sarà nella polvere in cui ci getta la vita quando non abbiamo le forze. Ci sarà gente che camufferà morbosità e scandalizzata sorpresa alla notizia che aveva trascorso la notte con te, con te che l'hai soccorso. Ci sarà chi, alla notizia della sfortuna altrui, ammiccherà: «Ehi, hai visto con chi era?». Ti spingeranno fuori dall'ombra con cui finora hai cercato di proteggerti. Non importa. Per te importa tirare quell'uomo gentile fuori dalla polvere che può ricoprire la vita, in un attimo, e trasformarla in morte.

«Correte, sta morendo». Conosco tante persone transessuali. Ad alcune mi lega un profondo sentimento di amicizia. Ne abbiamo parlato spesso su questo giornale. Cercando ogni volta di dar voce alla voce soffocata dalla coperta di pregiudizi con cui il mondo le occulta. Tutti i giorni incontriamo le persone transessuali: lavorano in case di riposo per anziani, fanno l'animazione tra i giovani, sono esperte di informatica, alcune leggono l'oroscopo al mattino, altre esercitano la prostituzione. Fanno i lavori di tutti. Le giovani si cercano nell'età tra le più difficili, quella dell'adolescenza. Lì dove il confine tra la morte e la nuova vita si fa sottile. Lì dove la seconda nascita, quella alla società, alla sfera "pubblica", avviene solo grazie all'infinito coraggio di dire: «Io sono così e ho il diritto alla dignità». Ma se non si trova il coraggio, si muore alla vita vera.

Le persone trans interrogano se stesse per lungo tempo in una solitudine spaventosa, affinando l'orecchio alle tante solitudini. Non hanno modelli che aiutano a cercare la propria identità, trovano spesso solo un'abbondante dose di derisione.

Chi riesce a trovarsi, a tenere fermo il contatto con ciò che sente, difende fino allo stremo una voce dentro di sé. Misteriosa, forse. La difende quando è fragile, quando può bastare un pizzico di difficoltà in più a zittirla per sempre. Difende la voce della vita. Quella che gli altri disprezzano, quando disprezzano. Ma chi disprezza la vita altrui, disprezza la propria. Quella che gli altri non soccorrono, se non la riconoscono in pericolo o se, percepito il pericolo, tirano diritto per la propria strada. Tu, Patrizia, non hai potuto farlo. Hai detto a te stessa, tanto tempo fa: «Devo soccorrermi, altrimenti muoio». Hai aperto la porta di casa, di notte e di giorno, con le camicette scollate, il seno, i tacchi alti, la voce dal timbro forte. E hai detto: «Sono viva». Così l'altra mattina hai detto: «Correte, Lapo Elkann sta morendo». Hai dato voce alla giustizia. All'unica giustizia che conta. Quella che soccorre la vita.

venerdì 14 ottobre 2005

Prodi conferma: "Regolamenteremo le convivenze"

In una lettera al giornale diocesano di Vittorio Veneto il leader dell'Unione risponde alle critiche espresse dal vescovo mons. Giuseppe Zenti sulla sua posizione sui PACS


Vittorio Veneto (Tv), 14 ott. (Adnkronos) - ''Il mio pensiero su un problema tanto delicato quale quello della famiglia e delle convivenze e' stato davvero travisato e strumentalizzato. Un tema che non puo' essere affrontato, come invece si e' fatto, con dichiarazioni estemporanee e in un clima nel quale si privilegiano i toni 'gridati' e ad effetto''. A sottolinearlo e' Romano Prodi nella lettera che apparira' domani sul settimanale diocesano 'L'azione' di Vittorio Veneto (Treviso), in risposta alla critiche espresse dal vescovo mons. Giuseppe Zenti sullo stesso settimanale sulla sua posizione sui pacs e che, rivolgendosi allo stesso Prodi, gli diceva invece di puntare tutto sulla famiglia se vuole vincere le prossime elezioni politiche.

E Prodi spiega: ''In questo specifico caso, inoltre, mi sono dovuto rendere conto che la vicinanza sia geografica che temporale con la vicenda spagnola, dove si e' dato via libera al matrimonio tra persone dello stesso sesso, ha reso ancora piu' difficile la comprensione corretta dei miei orientamenti al riguardo e assai piu' facile la strumentalizzazione delle mie parole. (Troppo comodo dire che Prodi era piu' o meno come Zapatero!). Invece le cose stanno in modo ben diverso''.

''Ecco perche' vorrei cominciare precisando quel che non ho mai detto - sottolinea il leader dell'Unione - Come ho avuto modo di scrivere in una lettera a 'Famiglia Cristiana' non ho mai sostenuto l'opportunita' di matrimoni tra persone dello stesso sesso, anzi in tempi non sospetti mi sono pubblicamente dichiarato contrario; ne' ho mai pensato e penso a provvedimenti che mettano minimamente in discussione la famiglia''.

''Molti mesi or sono, quando ancora ero alla guida della Commissione europea, io stesso -aggiunge Prodi- ebbi modo di dire personalmente al Presidente Zapatero che non ero d'accordo con lui e che i matrimoni tra persone dello stesso sesso non sono accettabili in alcun modo. Ho sempre detto che i figli devono avere un padre e una madre e che sono contrario a soluzioni diverse da questa. Ho ribadito che considero la famiglia basata sul matrimonio un fondamento della societa'. Ed e' certo che i miei orientamenti religiosi sostengono questa convinzione''.

''Penso pero', ed e' quanto ho detto - ggiunge Prodi-, che non si possa piu' non dare una regolamentazione ad altre forme di convivenza e alle unioni riconoscendo alcune tutele- avverte il professore - Sono tante, ormai, anche nel nostro Paese. Sono del piu' diverso tipo e a volte sono scelte o imposte dall'organizzazione della vita e della nostra societa'''.

''E' a loro che pensavo (e penso) quando ho chiesto a me stesso e a tutti noi se e' giusto privare due persone che hanno condiviso anni di vita comune in un rapporto di aiuto reciproco, della possibilita' di una visita in ospedale, o di lasciare un'eredita', piccola o grande che sia all'atro, o la pensione - prosegue Prodi - I casi sono innumerevoli e diversi tra loro e la politica non puo' ignorare la realta'. Ecco perche' ho detto che, in concreto, si trattera' di individuare i diritti e i doveri in capo ai partners di una unione e di assicurare la loro tutela cosi' da evitare ogni forma di discriminazione''.

''Quanto alla famiglia non ho dubbi al riguardo: per la mia vita e' stata la cosa piu' importante. La considero un fondamento della nostra societa'- assicura il professore - Sono ben consapevole che la nostra stessa tenuta sociale richiede un forte sostegno alla famiglia e penso che l'intero sistema debba tenerne conto. Non bastano singoli interventi. Serve un lavoro non precario, un sistema fiscale, un'organizzazione del tempo che tenga conto delle esigenze delle famiglie''.

''In queste settimane ho esaminato uno studio prodotto per le Acli dal prof. Luigi Campiglio che presenta costi e vantaggi dell'introduzione del 'quoziente familiare' nel nostro sistema di tassazione -conclude il professore - Qualcosa di piu' di un semplice sistema di detrazioni fiscali che aiuti le famiglie con figli e con un piu' basso reddito. Nel mio stesso programma per le primarie c'e' un forte impegno per i nidi ma anche per ridurre la precarizzazione del lavoro che produce insicurezza nei giovani e, di conseguenza, maggiori difficolta' a farsi una famiglia e ad avere figli''.

http://www.gaynews.it/view.php?ID=34582

mercoledì 12 ottobre 2005

A sostegno di Giorgio e Luciana Alpi contro la querela di Taormina

Ci appelliamo alla sensibilità e alla passione di quanti ancora credono che si possa giungere alla verità sulla morte di Ilaria Alpi e Miran Hrovatin, gionalisti del Tg3 uccisi a Mogadiscio - Somalia - il 20 marzo 1994.

E' di ieri la notizia, diffusa dalle agenzie stampa e da "Reporter Associati International", della lettera scritta dall'on. Carlo Taormina al presidente della Camera on. Pierferdinando Casini, contenente la minaccia di una querela per diffamazione contro i genitori di Ilaria Alpi, Giorgio e Luciana, colpevoli - a giudizio dell'on. Taormina - di aver "osato" criticare il metodo e le procedure che il presidente Taormina applica ai lavori della Commissione. Critiche che facciamo fin d'ora nostre assumendocene la piena responsabilità.

La minaccia di querela contro i genitori di Ilaria Alpi, e del loro difensore Domenico D'Amati, segna l'ultimo atto di una politica spregiudicata portata avanti dall'on. Carlo Taormina all'interno della Commissione parlamentare da lui presieduta, una politica che ha portato ad oggi quale unico risultato dopo due anni di lavori quello di indicare nei giornalisti allontanati dal compito di consulenti della Commissione dei"depistatori", altri giornalisti che erano, a ragione, considerati memorie storiche del "caso Alpi" additati come "occultatori", altri ancora, i colleghi del Tg3 di Ilaria Alpi ridotti a "inquinatori". E da ieri perfino i genitori di Ilaria bollati come "diffamatori".

Una politica spregiudicata che ha posto nei fatti la Commissione parlamentare sulla strada di un conflitto tra poteri dello stato con il rifiuto di ottemperare ad alcuni disposizioni della magistratura in occasione alcuni delicati passaggi operativi e procedurali. E per questo motivo la Procura della Repubblica di Roma, con una iniziativa definita "grottesca" dal presidente della Commissione Carlo Taormina nella lettera inviata all'On. Pierferdinando Casini, ha aperto un'indagine intorno al ritrovamento a Mogadiscio (a undici anni di distanza dal duplice omicidio...) dell'auto indicata come quella dove persero la vita i due giornalisti italiani. Un ritrovamento che, come altri passaggi dei lavori della Commissione, lascia non pochi dubbi e perplessità...

Ci appelliamo all'opinione pubblica, ai movimenti, alle associazioni, a tutti i cittadini che hanno a cuore la verità e il rispetto delle procedure necessarie a raggiungerla. Ci appelliamo perchè tutti ci possano stringere solidarmente intorno alle figure di Giorgio e Luciana Alpi che hanno dedicato questi undici anni alla ricera della verità sull'esecuzione alla quale vennero sottoposti Ilaria Alpi e Miran Hrovatin.

Ci appelliamo a quanti ancora credono sia posibile arrivare a identificare i mandanti del duplice omicidio e l'ambiente dal quale venne ordinato di assassinare i due giornalisti.

Ci appelliamo ai parlamentari del centrosinistra perchè adoperino ogni mezzo e ogni strumento perchè firmino questo appello e lo facciano arrivare fin dentro la Camera dei Deputati e al presidente on.Casini.

Ci appelliamo a tutti i giornalisti, agli operatori dell'informazione perchè non abbassino la guardia sulla drammatica vicenda della morte di Ilaria Alpi e Miran Hrovatin, perchè non si accontentino di verità tanto "semplici" come inusitatamente e pubblicamente enunciate dall'on. Carlo Taormina, prima ancora delle conclusioni ufficiali dei lavori della Commissione parlamentare, e che vedono indicare come causa della morte di Ilaria Alpi e Miran Hrovatin qualcosa di molto simile a un incidente: "un tentativo di rapina, o rapimento, finito male...".

La minaccia di querela per diffamazione contro Giorgio e Luciana Alpi ci indigna profondamente persino nella forma che è stata consapevolmente usata per diffonderla, ci indigna come cittadini che crediamo ancora nel valore della politica e degli strumenti democratici della politica per raggiungere la verità, ci indigna perchè segna il tentativo di delegittimare il lavoro e l'impegno di tutti coloro che per undici anni si sono impegnati e si sono battuti, senza alcun interesse personale, per cercare di arrivare a smascherare i mandanti dell'esecuzione di Ilaria e Miran. Ovunque si trovino, dentro e fuori la Somalia.

Noi firmatari di questo appello non ci accontenteremo fin quando non sarà raggiunta la verità, fino a quando non saranno chiarite tutte le dinamiche che hanno portato al duplice omicidio. Fino a quando non leggeremo nero su bianco i nomi dei mandanti.

Sentiamo di doverlo a Ilaria e Miran

Sappiamo di doverlo a Giorgio e Luciana

Noi siamo al loro fianco

Sottoscrivi l'appello

Nelle roccaforti Cdl emorragia di seggi

CON LA RIFORMA VITTORIA DEL CENTROSINISTRA RIDIMENSIONATA, MA A SORPRESA POLO SVANTAGGIATO IN LOMBARDIA, VENETO E SICILIA

Il centrosinistra in testa con 60 deputati in più in base alle elaborazioni dell’Ufficio Studi di Montecitorio

Ci hanno lavorato sopra una settimana, calcoli e ponderazioni non erano semplici, ma alla fine il Servizio Studi della Camera dei deputati ha sfornato l’attesissimo risultato: con la nuova legge elettorale, calcolando come base le Regionali di quest’anno, il centrosinistra vincerebbe le elezioni con un margine di 63 deputati: 340 contro 277. Anche se la sorpresa affiora nel peso che i due Poli assumerebbero nelle diverse aree geografiche del Paese.
Certo, si sapeva che il sistema proporzionale avrebbe ridimensionato ogni schieramento nelle sue roccaforti - la sinistra nelle regioni rosse, il centrodestra nel Lombardo-Veneto e in Sicilia - ma le proiezioni dimostrano che in quelle aree il salasso più sensibile lo subisce la maggioranza. Un dato fino a ieri intuitivo ma da questa mattina, quando in aula si voterà la riforma, il documento del Servizio Studi non sarà più ufficioso, ma accessibile a tutti i deputati.
In Lombardia, Veneto e in Sicilia alle elezioni politiche del 2001 il centrodestra aveva conquistato alla Camera una valanga di seggi, ben 170 su 368 e dunque in sole tre regioni era stato eletto il 46% dell’intera compagine parlamentare della Casa delle libertà. La proiezioni del Servizio Studi di Montecitorio dimostrano che in quelle tre regioni, con la riforma in discussione da oggi, il centrodestra perderebbe ben 59 deputati, una emorragia molto più corposa rispetto a quella che si verificherebbe con la legge elettorale attualmente in vigore. In quelle tre regioni infatti il centrodestra mantiene un significativo, diffuso vantaggio sullo schieramento avversario e dunque i collegi a rischio (legge in vigore) sarebbero molti di meno. Anzi un calcolo è stato già fatto: sulla base dei risultati delle elezioni 2004 e 2005 in Lombardia il centrodestra perderebbe 11 collegi, in Veneto 2 e in Sicilia 8. Totale, 21. Il calcolo è presto fatto: con la nuova legge elettorale nelle sue tre regioni-roccaforte la Casa delle libertà perderebbe 59 deputati, con quella ancora in vigore soltanto 21.
Numeri più eloquenti di tante proiezioni fatte «ad occhio» in questi giorni dai deputati del centrodestra ed è proprio sull’ansia da novità, sul terrore di non essere rieletti scommettono i capi del centrosinistra. Ieri Romano Prodi è arrivato a dirlo esplicitamente, con una brutalità disarmante: «Riusciranno ad evitare una nostra robusta maggioranza, ma la prossima volta non saranno in Parlamento.
Naturalmente l’effetto-riequilibrio ci sarebbe anche nelle regioni rosse, dove il centrosinistra nel 2001 aveva sbancato: in Emilia-Romagna, Marche, Umbria e Toscana l’attuale opposizione aveva eletto 89 deputati, pari al 34% del totale. Ma a riforma proporzionale attuata, gli 89 diventerebbero 70 e quindi per l’opposizione si profila un arretramento, non un salasso.
Ed è nel Mezzogiorno che il centrosinistra avanza sensibilmente rispetto alle ultime Politiche: nel 2001 in Sicilia la Cdl aveva conquistato 50 deputati contro 5, oggi il rapporto sarebbe di 29 (centrodestra) a 25 (centrosinistra). Per non parlare della Campania, dove i rapporti di forza sarebbero ribaltati rispetto a 4 anni fa: 38 a 25 nel 2001 a favore del centrodestra, mentre oggi - sempre in base alle proiezioni - l’attuale opposizione conquisterebbe 43 deputati contro i 20 della Cdl.
Stessa inversione in Puglia: 28 a 16 nel 2001 per il centrodestra, mentre oggi il rapporto sarebbe di 24 a 20 a favore del centrosinistra. Rapporti di forza diversi anche in regioni politicamente più in bilico come il Piemonte: nel 2001 il centrodestra aveva conquistato 28 seggi contro 20, il nuovo proporzionale e i voti nel frattempo transitati sull’altra sponda darebbero oggi il centrosinistra con 26 deputati contro i 21 della Casa delle libertà.

Fabio Martini

La Stampa 11-10-2005

Cosa accade a chi cambia la legge elettorale

La maggioranza intende cambiare la legge elettorale a pochi mesi dal voto perché ritiene di poter conseguire risultati migliori con il sistema proporzionale che con quello maggioritario. In effetti, con il presente sistema "misto", il centro-destra ottiene risultati sistematicamente migliori nella quota proporzionale che in quella maggioritaria. Anche le simulazioni degli effetti della riforma sulle intenzioni di voto espresse nei sondaggi sembrano fornire risultati più favorevoli al centro-destra, che riuscirebbe così a ridurre il suo distacco nei confronti di un centro-sinistra oggi accreditato della maggioranza dei consensi.

Ma è fuorviante pensare che la legge elettorale intervenga semplicemente cambiando l'esito, in termini di seggi, di una data distribuzione dei voti fra e all'interno degli schieramenti; le scelte di voto vengono in realtà esse stesse influenzate dalla riforma. L'esperienza storica indica che chi cambia la legge elettorale in genere perde voti. E come ci insegna la Francia, gli elettori possono punire ancora di più i Governi che unilateralmente cambiano le regole a proprio vantaggio poco prima del voto.

Se per i partiti è difficile prevedere l'effetto delle riforme sui loro risultati alle elezioni successive, questo compito è ancora più difficile per i singoli parlamentari. I precedenti storici dimostrano che i deputati e i senatori che approvano il cambiamento della legge elettorale hanno una probabilità più bassa di essere rieletti dei predecessori o di chi è loro succeduto in legislature successive.

La riforma proposta dalla Casa delle libertà in questo fine di legislatura in Italia aggiunge a questa incertezza ulteriori incognite: i) la competizione tra i partiti all'interno dello schieramento, ii) la possibilità che (dopo le elezioni) nascano nuove aggregazioni o nuovi partiti e iii) la complessità nei meccanismi di attribuzione del premio di maggioranza, in particolare al Senato. I parlamentari che voteranno a favore della nuova legge elettorale implicitamente voteranno per una maggiore flessibilità del loro lavoro. È bene che comincino a cercarsi una valida alternativa fin da subito.

Vediamo dunque in maggiore dettaglio cosa è successo in tutte le riforme di sistemi elettorali varate nei paesi Ocse dal 1960 in poi, procedendo in ordine cronologico.

Francia
Il 10 luglio 1985 il Parlamento francese approvò una riforma del sistema elettorale che ripristinava il sistema proporzionale (in vigore fino al 1958). La riforma serviva, nelle intenzioni di François Mitterrand, a indebolire il centro-destra, dato in vantaggio nelle intenzioni di voto per il rinnovo dell'Assemblée Nationale. Grazie alla riforma, le elezioni del 16 marzo 1986 "regalarono" al Fronte Nazionale una pattuglia di 35 deputati (prima non era rappresentato in Parlamento). Ma ciò non impedì la vittoria del centro-destra che, appena tornato al Governo, ripristinò il sistema maggioritario, nel luglio 1986.

Nuova Zelanda
La legge elettorale è stata modificata, passando da un sistema maggioritario a uno misto, nel 1993. La riforma è stata approvata su iniziativa dei due partiti di maggioranza relativa, il National Party e il Labour Party. Alle elezioni successive (1996) i due partiti sono scesi dal 96 per cento al 67 per cento dei seggi in Parlamento. E solo il 56 per cento dei parlamentari del 1993 ha mantenuto il proprio posto dopo le elezioni mentre in elezioni precedenti e successive il tasso di riconferma dei parlamentari uscenti è stato mediamente superiore al 70 per cento.

Giappone
La riforma elettorale è stata varata nel 1994, per iniziativa del Governo in carica, anche qui passando da un sistema maggioritario a uno misto. L'intenzione era quella di indebolire il partito che aveva egemonizzato la scena politica nel Dopoguerra, il Liberal Democratic Party (Ldp), per favorire una maggiore alternanza. Ma le elezioni del 1996 riportarono al potere il Ldp e attuarono un ricambio maggiore che in passato dei deputati uscenti. I parlamentari giapponesi erano, infatti, tradizionalmente deputati a vita. Prima della riforma, i deputati Ldp avevano in media 58 anni e cinque legislature alle spalle. Dopo la riforma, il ricambio dei parlamentari eletti nelle zone urbane fu molto più pronunciato. Nelle zone non urbane l'organizzazione di sostegno del singolo candidato è infatti molto forte, spesso molto più forte di quella del partito di appartenenza.

Italia
Non c'è bisogno di andare lontano per documentare gli effetti paradossali delle riforme della legge elettorale e l'incertezza che comportano per il futuro di chi le approva. Basta comparare le proiezioni svolte al momento del cambiamento della legge elettorale nell'estate 1993 con l'esito delle elezioni del 27 marzo 1994 per rendersi conto che la riforma portò a risultati molto diversi da quelli auspicati da chi l'aveva sponsorizzata. La Democrazia Cristiana aveva votato compatta a favore della riforma sia alla Camera che al Senato sulla base di studi che la accreditavano di una pattuglia tra gli 80 e i 180 deputati alla Camera. Ma pochi mesi dopo la Dc ottenne, assieme a reduci del Psi e del Pri, nel Patto per l'Italia, solo quattro deputati e grazie allo scorporo. Appena il 25 per cento dei senatori venne riconfermato. Nelle elezioni immediatamente precedenti e in quelle successive ne fu invece rieletto il 45 per cento. Alla Camera il tasso di riconferma fu del 30 per cento contro il 45 per cento delle elezioni successive e una media del 60-70 per cento in quelle precedenti. Certo, eravamo in piena tangentopoli, ma il ricambio di tre senatori su quattro e di due deputati su tre, non può essere solo il frutto dell'offensiva giudiziaria di quegli anni.

Un ultimo dato su cui riflettere
Dunque, le riforme del sistema elettorale possono riservare sgradite sorprese a chi le realizza.
Il disinteresse in genere manifestato dai cittadini nei confronti delle legge elettorali non significa che questi rimarranno passivi di fronte a una eventuale riforma, soprattutto se viene varata in extremis e con palesi finalità di alterare l'esito elettorale. Anche in Giappone, all'atto della riforma del 1994, solo il 15 per cento degli elettori riteneva che la riforma della legge elettorale fosse molto importante. Eppure, la riforma ottenne risultati opposti a quelli auspicati da chi la proponeva. Forse perché gli elettori sembrano pronti a punire chi cambia le regole intervenendo sul loro esercizio del diritto di selezionare la classe politica. E i sondaggi disponibili suggeriscono che la riforma oggi non è popolare in Italia, neppure tra gli elettori di centro-destra.

Non è un caso che di riforme dei sistemi elettorali se ne facciano così poche: anche prendendo in considerazione i paesi al di fuori dell'area Ocse, dal 1960 a oggi meno di un paese su quattro ha cambiato il sistema elettorale.

Noi ne abbiamo appena fatta una e i partiti e gli elettori si stanno ancora adattando al cambiamento. Vale davvero la pena di farne un'altra?

Tito Boeri
La Voce.info

lunedì 10 ottobre 2005

Svezia: presto le unioni gay celebrate in chiesa

La Chiesa di Svezia potrebbe essere la prima chiesa cristiana a celebrare ufficialmente unioni gay
di Lorenzo Gallo


Il più alto organo della Chiesa di Svezia dopo il sinodo, la Direzione (Kyrkostyrelsen) ha proposto alla Commissione liturgica della Chiesa svedese di creare una benedizione ad hoc per le coppie omosessuali che abbiano contratto una partnership.

La commissione competente che ha giudicato la proposta si è espressa a favore con larga maggioranza: 12 dei 15 rappresentanti.

A questo punto, entro la fine di ottobre il sinodo probabilmente deciderà di accogliere la richiesta ed elaborare un rito di benedizione all’interno del suo catechismo.

Secondo la proposta della Direzione (Kyrkostyrelse), l’ordinamento della nuova cerimonia sarà inserito nel capitolo dedicato alle benedizioni ecclesiastiche; se approvata, la riforma

entrerà in vigore dal prossimo anno.

Nello stesso documento, la Commissione ha indicato anche quattro punti fermi:

- è escluso che sia lecito condannare le persone omosessuali o colpevolizzare gli atti omosessuali.

- la Chiesa deve attivamente contrastare la discriminazione delle persone in base all’orientamento sessuale.

- la Chiesa non deve sanzionare o condurre attività organizzate con lo scopo di “curare” omosessuali dal loro orientamento

- l’orientamento omosessuale o l’aver contratto un’unione civile non sono motivi per rifiutare la consacrazione al servizio ecclesiastico.



http://konline.rfsl.se/o.o.i.s?id=55&article_id=91844

sabato 8 ottobre 2005

Unioni di fatto: il parere della moderatore della Tavola Valdese

Maria Bonafede: "Non capisco l'accanimento della chiesa cattolica"


"Non sono mica obbligatori i PACS, non vengono imposti a nessuno. Non tolgono nulla al matrimonio, che rimane certamente un istituto importantissimo della società civile". Questo a caldo il commento della neoeletta moderatore della Tavola valdese, la pastora Maria Bonafede, all'atteggiamento della Conferenza episcopale italiana (CEI) in merito alle unioni di fatto. "Ho accolto la proposta dei PACS come una proposta di civiltà e di attenzione alla vita reale dei cittadini e delle cittadine in Italia. Ci sono persone che da tanti anni convivono e si accompagnano nella vita condividendone pesi e gioie e sostenendosi reciprocamente. Non tutti hanno l’occasione nella loro vita e per i motivi più diversi, di poter formare una famiglia cosiddetta 'tradizionale', ma nella nostra società tanti hanno trovato modo di accompagnarsi nella difficile avventura della vita". Allora Maria Bonafede si chiede: "Perché chi condivide la vita con un’altra persona non può avere la gioia di sapere che la sua pensione sarà reversibile, che l’affitto che pagano insieme potrà essere mantenuto dalla persona che convive con loro il giorno che non ci fossero più?". Le riesce pertanto difficile capire "l’accanimento", e quella che a suo avviso rimane una "indebita ingerenza", della gerarchia romana ed in particolare del cardinal Ruini nella vita dello Stato italiano: "Mi sembra che dal punto di vista dell’amore cristiano ci sia tanto legalismo ed un pizzico di avarizia in questa chiusura" sostiene Bonafede, sottolineando il principio di laicità dello Stato: "E' nella sua libertà di tutelare in modo innovativo i diritti dei più deboli". E per concludere il suo pensiero Maria Bonafede tiene a fare una riflessione più propriamente pastorale: "L'amore di Cristo è abbondante e generoso verso tutti i suoi figli e le sue figlie e l’amore non è un’ideologia, fosse anche un’ideologia cristiana, da applicare sulla realtà anche se le va così stretta. L’amore guarda alla vita vera delle persone, alle sofferenze, ai sacrifici che la vita chiede, agli spazi di umanità e di condivisione che di fatto si creano, e lì, qualunque essi siano, chiede il massimo del rispetto reciproco, del dono di sé, di esercizio della carità cristiana".

(tratto dal NEV, del 28 settembre 2005)

venerdì 7 ottobre 2005

Io, clandestino a Lampedusa

Ripescato in mare e rinchiuso nel centro di permanenza temporanea, l'inviato dell'Espresso Fabrizio Gatti ha vissuto una settimana con gli immigrati in condizioni disumane. E' stato poi liberato con il foglio di via

di Fabrizio Gatti



Un nome inventato e un tuffo in mare. Non serve altro per essere rinchiusi nel centro per immigrati di Lampedusa. Basta fingersi clandestino e in poco tempo ci si ritrova nella gabbia dove ogni anno migliaia di persone finiscono il loro viaggio e dove nessun osservatore o giornalista può entrare. La via più veloce per infiltrarsi nella Cayenna dell'Unione europea prevede un salto dagli scogli e qualche ora in acqua. Se non si vuole partire dalla Libia e rischiare di affondare con le barche sovraccariche, non esistono alternative. Così ho scelto un nome straniero e uno stratagemma preso in prestito da Papillon, il mitico film del 1973: per fuggire dalla Cayenna, quella vera, Steve McQueen si butta dalle rocce e si affida all'Oceano aggrappato a una zattera di fortuna. Solo che qui lo scopo non è scappare ma farsi prendere. Ed è ciò che mi è successo: ripescato da un automobilista, catturato dai carabinieri sul lettino del pronto soccorso e rilasciato la settimana dopo, la sera di venerdì 30 settembre. Libero, con la possibilità di andare a lavorare in qualunque città d'Europa come clandestino, nonostante i precedenti penali e una condanna nel 2004. Comincia e finisce così il diario di otto giorni da prigioniero nell'inferno di Lampedusa. Il prezzo da pagare per assistere in prima fila a umiliazioni, abusi, violenze e a tutto quanto l'Italia ha sempre nascosto alle ispezioni del Parlamento europeo e delle Nazioni Unite. Ma è anche l'opportunità per vivere l'immane solitudine di uomini, donne e bambini che, nella fatica di migliorare la propria vita, hanno avuto contro il deserto, i trafficanti, le tempeste e adesso che sono sbarcati hanno contro la legge che dovrebbero rispettare.

Venerdì 23 settembre

Il Mediterraneo stasera ha il respiro lento. Sotto il cielo senza luna, l'acqua non si vede. Si sente soltanto il suono, due o tre metri laggiù ai piedi della scogliera. Prima del salto, bisogna sincronizzarsi con il ritmo del mare. Entrare in acqua quando l'onda è più alta, sfruttare la risacca e allontanarsi subito dalle rocce. Uno. Due. Al tre il freddo già avvolge il corpo: da questo momento sono Bilal Ibrahim el Habib, nato il 9 settembre 1970 nel villaggio immaginario di Assalah, distretto di Aqrah, Kurdistan iracheno. Sugli scogli non sono rimaste tracce. Scarpe e calze sono state affondate con quattro sassi. E anche il rotweiler randagio che aveva deciso di seguirmi e passare la sera in compagnia, adesso se ne sta andando un po' perplesso. Bilal non ha molto con sé. Ha addosso pantaloni di tela neri, boxer, maglietta di cotone, una felpa blu, un pile pesante e un giubbotto di salvataggio con una scritta in arabo. Sul petto Bilal stringe una borsa sportiva. Dentro ci sono tre scatolette di sardine 'Product of Morocco', tre panini ormai poltiglia, una bottiglia d'acqua e un paio di vecchie ciabatte di plastica. Ma quella borsa, gonfia d'aria, aiuta soprattutto a galleggiare. È la serata ideale per buttarsi in mare senza essere visti. Nel cielo rimbalzano le luci e i suoni di 'O' Scià', il festival di Claudio Baglioni. Quasi tutti i turisti, gli abitanti e le pattuglie di polizia e carabinieri sono allo spettacolo. E Bilal può nuotare indisturbato fino a un promontorio su cui brillano le finestre di una villa. C'è un andirivieni di ragazzi, auto e scooter. E prima che qualcuno si accorga dell'uomo in mare, passano almeno quattro ore e mezzo.

La gente di Lampedusa e le infermiere del pronto soccorso hanno regalato tutta la loro generosità. Ma adesso Bilal è su una macchina dei carabinieri. I fari illuminano una strada senza uscita accanto all'aeroporto. Poi un cancello sulla destra, decorato dal filo spinato. Apre un carabiniere in tuta antisommossa, anfibi e pistola nella fondina. Saranno le due e mezzo di notte. Anche se per la legge resta un libero cittadino, da qui Bilal non può più andarsene. "Dal pronto soccorso ci hanno consegnato questo", dice al collega il militare sceso dall'auto. Bilal viene accompagnato a testa bassa fino a un piccolo cortile dove aspettano altri carabinieri e un ragazzo con la divisa della Misericordia, l'associazione che ha in appalto il centro di Lampedusa. Il ragazzo offre un bicchiere d'acqua e quattro confezioni di cornetti. Poi toglie da un sacchetto una maglietta di cotone e una tuta da ginnastica: "Mettiti queste che stai più caldo", dice. "Come ti chiami? Da dove vieni?", vuol sapere un carabiniere. "I don't understand", sussurra Bilal, non capisco. La domanda viene rifatta in inglese maccheronico. "Kurdistan? Ma se questo è più bianco di me, come fa a essere curdo?", chiede un carabiniere molto abbronzato. Bilal tiene gli occhi bassi sulle sue ciabatte logore e ascolta le voci. "Un curdo che parla inglese. Sarà. Non è che questo è un giornalista della Cnn infiltrato qui dentro?". "Sì, o magari è un giornalista italiano?". "Ma va', gli italiani non fanno queste cose", risponde la prima voce. Pericolo scampato. "Bilal, you must tell ze verity", urla un carabiniere, devi dire ze verity. "Ze verity, understand? Se no bam bam", e mima gli schiaffi. Verity? In inglese verità si dice truth. Sarà un errore o un tranello? "Bilal vieni", chiama il ragazzo della Misericordia. Trascina un materassino di gommapiuma preso da una pila di materassi. Lo sistema in corridoio, tra una fila di cessi puliti e la porta di un altro gabinetto molto sporco. Poi lo ricopre con un lenzuolo di carta. "Stanotte lo facciamo dormire qui", dice il ragazzo ai carabinieri. Un altro immigrato sta russando, avvolto come una mummia in una coperta. E da una porta semichiusa si intravvedono le sagome di decine di donne stese sul pavimento e un bambino. Quando Bilal torna dal gabinetto, dove è sempre stato seguito da un carabiniere, trova il suo posto occupato. Più di 200 mosche hanno pensato che quel lenzuolo bianco e fresco di cartiera fosse per loro. Ma sono mosche educate. Si alzano quando Bilal arriva e si riappoggiano su di lui soltanto dopo che si è sdraiato. Il tentativo di scacciarle è una battaglia persa. Dal pavimento sale un fortissimo odore di urina. Dal soffitto la luce non si spegne mai. I carabinieri ridono e parlano a voce alta tutta la notte. È difficile prendere sonno. E poi c'è il problema del colore della pelle. Occorre inventarsi una spiegazione credibile prima di domani mattina. Forse questa può andare: Bilal è così pallido perché il papà è curdo, ma la mamma è bosniaca.

Sabato 24 settembre

L'alba si annuncia con un fragore assordante. Nel dormiveglia sembra il rumore di un aspirapolvere. No, forse è una lucidatrice. Ma no, è troppo forte. La puzza risolve il mistero. Sì, queste sono esalazioni di jp, il carburante degli aerei. Ecco cos'è: l'aeroporto accanto. Quando gli Airbus fanno manovra, sparano il getto dei motori dritto dentro le finestre dove dormono gli immigrati. È ancora buio, ma ormai sono tutti svegli. Dalla stanza delle donne escono ragazze eritree o etiopi. Altre appaiono da una seconda porta. C'è anche una donna con il pancione della gravidanza. Il conto è subito fatto: tra teenager e adulte sono quasi una cinquantina. In più Bilal e l'altro uomo che dorme in corridoio. Per tutti c'è un solo water, quattro docce e qualche lavandino. I carabinieri non vogliono che si usino le loro turche, le uniche che profumano di candeggina. Per evitare domande e guai, Bilal finge di dormire. Ma osserva e ascolta. C'è un viavai di carabinieri e qualche poliziotto intorno a lui. Si chiedono se sia davvero curdo. Le ragazze africane passano il tempo ad annodarsi treccine. Una di loro, che non avrà più di vent'anni, ha tutte le unghie smaltate a metà. La parte sopra è abbellita da un leggero velo perlaceo, la parte sotto è cresciuta senza cura. Forse dove finisce lo smalto è cominciato il suo viaggio. Fuori, nel piccolo cortile, pendono scarpe, pantaloni e maglie delle ultime arrivate. Ieri sera sono sbarcati 161 immigrati, poi altri 37, e poi Bilal. C'è un libro del Corano messo ad asciugare al sole. "Bilal", urla forte una voce. "Tu", dice un poliziotto e con la mano fa capire che bisogna seguirlo.

L'ufficio identificazioni della polizia è una grande stanza con quattro scrivanie. Bilal lo fanno sedere in fondo a destra. Di fronte a lui due poliziotti in borghese, un computer e un ragazzo con il volto berbero. È l'interprete: "Parli arabo?", chiede in arabo. "Sì". "Da dove vieni?". "Kurdistan. Ma vorrei continuare in inglese, l'arabo non è la mia lingua, gli arabi hanno occupato la mia terra", risponde Bilal. Scegliere la lingua è il primo nell'elenco dei 'Diritti degli immigrati' scritto su carta della Prefettura di Agrigento e appeso in corridoio. All'interrogatorio si aggiunge una ragazza che chiamano dottoressa e indossa una maglietta mimetica stile esercito americano. Vuole sapere tutto. Bilal racconta di voler andare in Germania. E di essere stato chiuso in un container in Turchia, caricato su un mercantile e messo su una lancia a motore a qualche miglio dalla costa italiana. Poi la lancia si è spaccata, è affondata e Bilal si è salvato a nuoto. Vogliono sapere della scritta in arabo sul giubbotto salvagente. "C'è scritto: La felicità 3. Forse è il nome di una nave", spiega l'interprete di arabo. "Tu sai cosa c'è scritto?", chiede la dottoressa, sempre in inglese. "Sì, as Soror, la felicità: tutti noi siamo venuti in Europa a cercarla". Bilal deve ripetere tre volte la storia del suo viaggio. Cercano di metterlo in contraddizione. Fanno domande tranello: "Se sei curdo, parli urdu". "No, l'urdu è una lingua del Pakistan". Poi si arrabbiano: "Tu non vieni dalla Turchia, tu arrivi dalla Libia. E quella scritta in arabo lo dimostra. Noi adesso ti rimandiamo da Gheddafi", promette la dottoressa. "Ce lo lascia un attimo che lo portiamo nella sala delle torture?", le chiede un poliziotto robusto che si è appena aggiunto al gruppo. Ma forse è solo un modo per capire se Bilal parla italiano e per spaventarlo. L'interrogatorio ritorna subito a un volume più umano. La dottoressa prende il telefono e protesta con la stazione dei carabinieri perché chi ha prelevato Bilal al pronto soccorso non ha scritto il verbale e nessuno sa dove sia stato pescato e chi lo abbia portato nel centro. "Ecco, devi dire al maresciallo che è un coglione", conclude la dottoressa. Dopo l'interrogatorio, bisogna lasciare le impronte digitali. Le dita e il palmo delle mani vanno premuti sul vetro rosso di uno scanner e si è automaticamente schedati. Fuori, 21 teenager aspettano il loro turno. Avranno tra i 15 e i 20 anni, visti insieme sembrano una classe di liceali in gita. Sono tutti di Kerouane, in Tunisia, tutti vicini di casa, tutti partiti con la stessa barca. Bilal non ha il tempo di sedersi accanto a loro. Un poliziotto gli consegna un biglietto con il numero di matricola 001 e lo affida ai carabinieri. Lo portano davanti a un grande cancello verde incorniciato da rotoli di filo spinato. Un altro carabiniere apre il lucchetto, poi sblocca il catenaccio. Subito dopo il cancello si richiude.

Centinaia di immigrati sono seduti sull'asfalto in file da dieci tra due baracche prefabbricate e quattro container. "Oggi siamo a quota 447", avevano detto nell'ufficio di polizia. I carabinieri gridano e ridono. Sulla tuta hanno il distintivo rosso del reparto: 1 Brigata Mobile. "Vai in fondo, muoversi, muoversi", urla uno dei militari. Bilal va a sistemarsi dietro a tutti, accanto a un cinquantenne magro e piccolo con la maglia di Bergkamp, e due ragazzi egiziani. Due rigagnoli di liquido violaceo escono da una porta a destra e scivolano sotto i piedi delle ultime file. Il liquame puzza di urina e fogna. "Seduti", urla uno dei carabinieri, "Sit down". "Ma qui in fondo è una schifezza", dice il collega, un ragazzone con accento napoletano. "Il maresciallo ha detto di farli sedere. Sit down", grida più forte il primo e sorprende un immigrato alle spalle, frustandolo sulle orecchie con i suoi guanti in pelle. Bilal e gli altri si erano accovacciati sulle caviglie per non sporcarsi con il liquame. Ma non basta ai carabinieri. Per evitare botte bisogna rassegnarsi e bagnarsi. Là davanti l'interprete berbero e un poliziotto in borghese chiamano i prossimi che lasceranno il campo. Un aereo è in partenza per il Cpt di Bari o forse per la Libia. Nessuno spiega nulla. Il carabiniere con i guanti di pelle tenta di chiudere a calci la porta da dove escono i rigagnoli. Poi si piazza in posizione strategica e sempre con i guanti frusta sulle orecchie chi viene chiamato dall'interprete. Qualcuno deve ripassargli davanti per andare a prendere in camerata il sacchetto con le poche cose. E si riprende un'altra sventola. Ride il carabiniere, occhiali e carnagione pallida. E ridono anche i suoi colleghi. Altra frustata. Per loro è solo un gioco. L'interprete e i poliziotti fanno finta di non vedere. Ma tra le file sedute a terra, ragazzi e uomini mormorano di rabbia. "Italiano, puttana, cornuto", sussurra lo smilzo con la maglietta di Bergkamp.

Non sembra per niente un centro di accoglienza. E qui dentro non c'è nemmeno l'atteggiamento di rispetto che i poliziotti dell'ufficio di identificazione avevano alla fine mantenuto. Bilal e tutti gli altri devono rimanere seduti e rannicchiati per più di un'ora perché dopo l'appello si resta in coda per il pranzo. Un piatto di plastica con pasta e tonno, un altro con bocconcini di pesce fritto (forse) e verdura in agrodolce, un panino, una mela e una bottiglia di due litri d'acqua da dividere in due senza bicchieri. Un'occasione per socializzare ma anche un rischio se qualcuno è entrato con malattie infettive. Nemmeno Bilal è stato visitato dal medico del centro. Si mangia per terra sotto il sole rovente, appoggiando pane e mela sull'asfalto o sui muretti. Il pomeriggio bisogna trovare un posto dove ripararsi dal caldo. I letti a castello sono tutti occupati. Dormono a decine perfino sui tavoli della mensa. Nessun assistente della Misericordia spiega a Bilal cosa deve fare. Dietro alla mensa-dormitorio c'è qualche materassino lasciato da chi è appena partito. Guardando meglio molti sono pieni di insetti minuscoli, forse pulci. E non ci sono nemmeno le lenzuola di carta per proteggersi, abbandonate fuori perché un poliziotto aveva fatto capire che la Misericordia le avrebbe distribuite una volta dentro la gabbia. Ma non era vero. Bilal crolla addormentato sotto il sole, proteggendosi la testa con l'asciugamano che gli hanno dato come coperta. Lo risveglia un egiziano: "Ehi, ashara-ashara". Ashara? In arabo significa dieci. "Ashara-ashara", urlano pattuglie di carabinieri entrate nel campo con i manganelli Tonfa infilati nel cinturone. Bisogna andare a risedersi sul viale dei liquami. In file da dieci, "ashara-ashara". È un altro trasferimento: questa volta l'aereo dell'Alitalia parte per Crotone. Chiamano anche lo scafista egiziano di Rosetta che ha guidato la barca di 161 persone arrivata ieri sera. Carnagione chiara, capelli neri voluminosi. Nel suo zainetto gli hanno trovato (e lasciato) cinquemila euro in contanti, la paga per il suo lavoro. "Questo qua è la terza volta quest'anno che passa da Lampedusa", lo indica un appuntato dei carabinieri. Qualcuno dovrebbe però spiegare perché questa volta lo scafista è rimasto a Lampedusa meno di 24 ore.

Prima di sera l'ufficio identificazioni scopre che le impronte di Bilal corrispondono a quelle di un altro immigrato: Roman Ladu, nato a Bucarest il 29 dicembre 1970. È il nome che ho usato nel 2000 per entrare nel Cpt di via Corelli a Milano, poi chiuso per le precarie condizioni di detenzione. Il computer però non dice ai poliziotti che Roman Ladu è in realtà un giornalista. E forse nemmeno che il giornalista, alias Roman Ladu, per quell'inchiesta è stato denunciato e condannato a venti giorni di carcere. Così Bilal, vero pregiudicato, può tenere duro. "Tu sei romeno e parli italiano", insiste un ispettore in borghese. Un suo collega si avvicina e chiede "Ce face?", come stai. E poi all'orecchio di Bilal sussura: "Pizda, pizda, pizda, pizda, pizda...", un modo poco elegante usato in Romania e altrove per chiamare i genitali femmili. Lo sguardo di Bilal resta fisso nel vuoto. Ci riprovano con un'interprete marocchina che alla fine conclude: "Non credo sia romeno. Parla l'arabo, però continua a chiedere che l'interrogatorio sia in inglese".

Domenica 25 settembre

Bilal ha deciso di andare al gabinetto quando è notte. I gabinetti sono un'esperienza indimenticabile. Il prefabbricato che li ospita è diviso in due settori. In uno, otto docce con gli scarichi intasati, quaranta lavandini. E otto turche di cui tre stracolme fino all'orlo di un impasto cremoso: la sorgente dei due rigagnoli. L'altro settore ha cinque water, di cui due senza sciacquone, cinque docce e otto lavandini. Dai rubinetti esce acqua salata. Non ci sono porte, non c'è elettricità, non c'è privacy. Si fa tutto davanti a tutti. Qualcuno si ripara come può con l'asciugamano. E non c'è nemmeno carta igienica: bisogna usare le mani. Lì dentro è meglio andarci di notte perché di giorno il livello dei liquami sul pavimento è più alto dello spessore delle ciabatte e bisogna affondarci i piedi. Ma anche il pediluvio nel lavandino prima di uscire diventa un problema: perché non appena si sfila il piede, la ciabatta comincia a galleggiare e a navigare con la corrente. Eppure il 15 settembre il leghista Mario Borghezio, guidando una delegazione di europarlamentari, ha detto che il centro di Lampedusa è un hotel a cinque stelle e che lui ci abiterebbe: quel giorno il ministero dell'Interno gli aveva fatto trovare soltanto 11 reclusi e quella settimana i trafficanti avevano deviato la rotta dei barconi fino in Sicilia. Chissà, forse nell'appartamento di Borghezio è normale avere i pavimenti coperti di liquami. Ma la maggior parte degli immigrati rinchiusi qui dentro viene da case pulite in cui si entra addirittura a piedi nudi.

La colazione è un bicchiere di latte freddo, due cornetti e la bottiglia d'acqua da dividere in due. All'ashara-ashara del mattino i carabinieri si accorgono che mancano cinque persone. Ma parlando tra loro decidono di non segnalarlo. Impossibile sapere chi sia scappato perché non si fa nessun appello: i reclusi vengono solo contati. A metà della recinzione che separa dall'aeroporto, proprio dietro uno dei pali con le telecamere a circuito chiuso, il filo spinato è tagliato. E sul palo sono rimasti due lacci di stoffa bianca, forse legati lì per facilitare la presa di chi si è arrampicato fin sopra la rete. I carabinieri rifanno il conto un'altra volta e rimettono tutti a sedere sotto il sole. Si resta così ore perché c'è un'altra chiamata. Fanno partire tutti gli eritrei e gli etiopi sbarcati lunedì 19. Tra loro, un'intera famiglia di fratelli e cugini, gli Abraham. Sono scappati dall'Eritrea per non essere mandati al fronte, vogliono continuare a studiare in Europa. Uno di loro, Youssef, è una promessa dell'atletica: ha continuato ad allenarsi anche nel centro, ogni mattina alle sei. Ci sono molti minorenni, rinchiusi da una settimana insieme agli adulti. Un carabiniere là davanti mostra loro un grosso telefonino e qualcuno si copre gli occhi con le mani. Ma non si capisce perché. Ahmed Ibrahim ha da giorni un'infezione intestinale. Chiede di andare alla toilette e dopo qualche minuto i carabinieri gli danno il permesso di alzarsi. Al gabinetto ci resta un bel po'. "Ma è tornato quello che è andato in bagno?", domanda uno dei militari. "E no che non è tornato, adesso vado a fare un giro". Altri chiedono di andare in bagno, ma i carabinieri non danno più il permesso. Dopo quasi mezz'ora Ahmed Ibrahim riappare, sudato e sfinito. "Tu", gli urla il carabiniere che mostrava il telefonino, "tu sei un cornuto". Ahmed lo guarda spaventato. "Sei un cornuto. Vai a sederti e non ti alzare più". I colleghi ridono. Alla fine partono in 150, forse per il centro di Caltanissetta. Ci si rialza e ci si risiede subito dopo per l'ashara-ashara del pranzo. Bilal ora è in terza fila. Un'altra lunga attesa, seduti e rannicchiati. Si avvicina il carabiniere con il grosso telefonino. È il meno robusto tra i suoi colleghi. Ha capelli neri curati, un neo ben visibile sulla guancia destra, un bracciale argentato e uno di cuoio con medagliette dorate al polso destro, e un orologio con cinturino in pelle al polso sinistro. Dopo aver fatto sentire un po' di musica tecno, schiaccia un altro tasto e il telefonino comincia ad ansimare. Lui si china, mostra lo schermo ai minorenni seduti accanto a Bilal. Sono immagini di un film porno scaricate forse da Internet. Il carabiniere si rialza e sorride: "E dopo, shampoo", annuncia ai minorenni mimando il gesto della masturbazione. I ragazzini ridono. Poi si china di nuovo sulla prima fila, la percorre e pretende che tutti guardino. Un trentenne si copre gli occhi con le mani. È uno dei ragazzi che ieri sera ha guidato la preghiera sul marciapiede-moschea. È un musulmano praticante e non vuole guardare. Il carabiniere con il neo gli strappa le mani dagli occhi: "E guarda che così impari", dice piazzandogli lo schermo davanti al naso. Il trentenne si volta, guarda Bilal con gli occhi lucidi. Un carabiniere alle loro spalle scherza con il collega: "Ma lascia perdere che quello è frocio".

Arriva il comandante, un appuntato che nel tempo libero gira con bandana, camicione e pantaloni fino al polpaccio. E il tormento non è finito. L'appuntato vuole farsi fare una foto davanti ai reclusi. Lui grida "Italia" e tutti devono alzare il pollice destro e rispondere "Uno". "Forza", dice un altro carabiniere, "chi non risponde 'uno' non mangia". Bilal non risponde e non alza nemmeno il braccio. Il carabiniere lo vede. Bilal lo fissa negli occhi e quello lascia perdere.

Poco dopo la polizia rivuole Bilal in ufficio. Ma non è per un interrogatorio. Due ispettori, sempre gentili e rispettosi, gli fanno indossare il giubbotto di salvataggio che hanno sequestrato la notte dello sbarco. Vogliono semplicemente fare una foto ricordo con lui. Uno si mette a destra, l'altro a sinistra: "Bilal smile, sorridi". Da quello scatto nessuno si occuperà più dell'identità dello strano immigrato curdo. Passa un'altra giornata. Su uno spiazzo di sassi appuntiti si gioca a calcio. Non ci sono scarpe per tutti. Così metà giocatori calza la destra, l'altra metà la sinistra e i due portieri restano a piedi nudi. Poco prima di cena cala il silenzio, all'improvviso. Un pullmino e un'ambulanza scaricano 21 immigrati neri. Sono sfiniti, affamati, seccati dal sale e bruciati dal sole. Passano davanti al cancello e agli sguardi fissi sulla loro sofferenza. Vengono fotografati, registrati, spogliati e perquisiti. Ricevono un tè caldo, un cornetto, un asciugamano e chi ha i vestiti logori, anche una tuta. Non si reggono in piedi. Ma dopo mezz'ora il cancello si apre e a gruppi di sei vengono spinti nella gabbia. Non sanno dove andare, barcollano. Due sono senza scarpe e quando vedono le condizioni del gabinetto tornano indietro a chiederne un paio. Cherriere, un arabo- francese sospettato di essere uno dei più famosi scafisti del Mediterraneo, impone ai carabinieri che gli ultimi arrivati siano serviti prima di tutti. Cherriere è il vero mediatore culturale: carabinieri e polizia lo chiamano spesso per farsi aiutare con l'arabo o per smussare le tensioni. Il medico ha mandato nella gabbia anche un uomo malato di scabbia. Non riesce nemmeno a sedersi per le piaghe, ma i militari insistono perché si metta come gli altri. L'ultimo entrato deve avere un colpo di sole perché continua a ciondolare. I carabinieri lo fanno andare avanti e indietro tre volte. "Quanto ha bevuto questo?", ride un militare. Bilal e Cherriere ottengono che anche lui sia messo in prima fila con i compagni di viaggio. Poi un carabiniere parla di Bilal convinto di non essere capito: "A questo qua dobbiamo insegnargli a farsi i cazzi suoi". Ma per le scarpe non c'è niente da fare. "Le scarpe le abbiamo date a tutti, dite a quei due che non scassino la minchia", gracchia il caposervizio della Misericordia, un uomo con i capelli bianchi, molto diverso da Angelo, Andrea o il cuoco, i ragazzi sempre disponibili anche se lavorano sodo tutto il giorno. E i due restano a piedi nudi. Dopo cena gli ultimi arrivati guardano la rotta tra la Libia e Lampedusa dipinta sul prefabbricato all'ingresso: "Abbiamo perso l'orientamento e siamo rimasti in mare sette giorni. Mia moglie diceva: we gonna die, moriremo. Ma io le dicevo: no, Dio ci porterà in Europa". Sono quasi tutti cristiani. Prima di andare a dormire intonano un gospel di ringraziamento al buio di una camerata. Impossibile trattenere le lacrime.

Lunedì 26 settembre

Bilal finalmente ha trovato una branda su cui dormire. Stesso materasso di gommapiuma e stessa coperta usata da chissà quante persone, in una stanza con gli scafisti egiziani e alcuni loro passeggeri. Ma la notte finisce presto. La sveglia è un lamento. Si alzano in molti e vanno a cercare chi sta male. Forse viene dalla prima camerata. Ma avvicinandosi il lamento prende la forma di una canzone stonata: "Ma quanto tempo e ancora, ti fai sentire dentro, quanto tempo e ancora.". Viene da oltre il cancello: i carabinieri giocano al karaoke con il computer portatile della polizia. Sono le quattro e mezzo del mattino, è lo stesso turno che ieri mattina ha mostrato le scene porno sul telefonino. C'è anche il loro appuntato. Sono di spalle e non si accorgono. Si torna a letto. Ma non si riesce più a dormire perché un'Airbus della Windjet continua a girare a bassa quota sopra Lampedusa. La torre di controllo ha le luci spente e i piloti aspettano che qualcuno si svegli per farli atterrare.

Subito dopo la colazione Bilal deve risolvere un problema serio: far sapere ai familiari e alla redazione che è rinchiuso nel centro. Al quarto giorno di silenzio, qualcuno potrebbe preoccuparsi. La possibilità di contattare la famiglia è al secondo posto tra i diritti degli immigrati secondo l'avviso che la Prefettura di Agrigento ha fatto appendere nelle camerate e nei bagni. Ma ogni volta che Bilal e gli altri hanno chiesto di ricevere o di comprare una scheda telefonica, il caposervizio della Misericordia ha risposto: "Non io, direttore". Oppure: "Bukara, domani". Oppure: "Non scassare la minchia". Sarà per questo che alcuni scafisti, chiusi da settimane nella gabbia, fanno affari d'oro vendendo a 20 euro schede da 3. Ma visto che nessuno può uscire, chi le passa dentro il cancello? Bilal deve assolutamente telefonare e ogni sistema di aprire la linea con un fil di ferro non funziona. Idea: il 118 risponde gratis. "Ho bisogno di aiuto, sono chiuso in un centro per immigrati e non ci fanno telefonare", dice Bilal in francese, "Devo avvertire la famiglia, per favore, vi do un numero di telefono italiano, chiamate e dite che Bilal è vivo. Vi costa meno di un euro". Non è uno scherzo: centinaia di papà e figli qui dentro hanno la stessa grave necessità. Ma nessuno è disposto a fare questo favore. Bilal riprova facendo a caso un po' di numeri verdi. All'800-400-400 risponde lo sportello di Madre segreta della Provincia di Milano. È una giunta di centro-sinistra: magari sono più sensibili ai diritti di un immigrato. Invece dopo mezz'ora di insistenze in inglese, la ragazza al telefono si inventa perfino una legge: "Non posso, la legge sul terrorismo mi vieta di fare questa telefonata". A nessuno interessano le angosce di questi immigrati chiusi in gabbia.

La sera, dopo cena, si prepara un'altra notte d'inferno. A Lampedusa sta arrivando una barca alla deriva con quasi 350 stranieri. I poliziotti dell'ufficio identificazione e i dipendenti della Misericordia tornano al lavoro. Anche i carabinieri della Brigata Mobile sono pronti per le perquisizioni. Ma stasera è di turno una squadra di persone per bene. La comanda un brigadiere che dà gli ordini con accento napoletano. È un uomo con i capelli grigi e un po' di calvizie. In tutta la settimana nessuno dei suoi ragazzi è mai stato sentito gridare o insultare un immigrato. E quando arrivano stremati i primi passeggeri della barca, loro si fanno capire a gesti, senza urlare.

Martedì 27 settembre

È una giornata umida. Molti hanno la pelle della fronte e delle mani piena di punture. Le più grandi sono zanzare, le più piccole forse pulci. Bilal ogni volta che cerca di attraversare indenne la toilette pensa alla casa di Borghezio. È una giornata di attesa. I trasferimenti annunciati ieri sono rinviati perché la polizia deve prima identificare gli ultimi arrivati. È l'unico giorno in cui vengono pulite le camere. Uno dei dipendenti della Misericordia usa la stessa scopa con cui ha inutilmente rimosso i liquami dai bagni. Hanno mandato anche un autospurghi. Ma le schifezze invece di essere aspirate sono state sparate tutt'intorno alle turche. Anche nel mangiare c'è qualcosa che non quadra. Sabato sera e poi ancora altre volte la piccola cotoletta non era fatta di carne ma di pan grattato, farina e forse uovo. Tanto che era possibile tagliarla con un cucchiaino di plastica. Se è così vuol dire che a Lampedusa qualcuno spaccia pan grattato per carne. Bilal e gli altri vengono privati non solo della libertà ma anche delle proteine.

Mercoledì 28 settembre

L'ashara-ashara di mezzogiorno è una parata fascista. Sono quelli dello stesso turno che sabato ha fatto sedere Bilal nei liquami. Nella gabbia ci sono ormai 600 immigrati. Sono tutti seduti ad aspettare il pranzo. Un carabiniere si affaccia a una porta e imita il Duce. Un brigadiere, che a Mussolini un po' ci assomiglia, mette le mani ai fianchi e molleggia sulle ginocchia. Poi saluta i colleghi con il braccio destro teso. "No", lo corregge un carabiniere, "quello è il saluto nazista. Quello fascista è così. Italiani!... La prossima volta a questi ci insegniamo Faccetta nera?". Il brigadiere è uno dei più rispettosi con gli immigrati della gabbia. Ieri pomeriggio Bilal l'ha visto portare un malato in braccio, dall'infermeria alla sua branda. Ma di notte questi ragazzi dimostrano di che pasta sono fatti. I reclusi sono a dormire. Bilal è nascosto dietro una rete. Ascolta e osserva. Un'altra notte durissima. I poliziotti hanno lavorato fino a tardi per gli ultimi interrogatori sullo sbarco di lunedì. E adesso ci sono 180 nuovi arrivi da registrare, perquisire e sistemare. Seduti su un muretto, due gemelline di due anni, la mamma e il papà. I carabinieri con mascherina e guanti in lattice cominciano subito a controllare tasche e borse. Li aiuta un collega in borghese, forse fuori servizio, basette curate, capelli neri con il gel e una maglietta con alcune scritte sul petto. "Spogliati nudo", dice a un ragazzo in canottiera che sta tremando per il freddo e la paura. Lui non capisce. Resta immobile un minuto intero. "What is the problem?", urla il carabiniere e gli tira uno schiaffo sulla testa. L'immigrato, pallido e magro come uno scheletro, trema. Altro schiaffo. Tutte le persone in quel momento nude davanti ai carabinieri vengono prese a schiaffi. Da mezz'ora quei ragazzi parlavano di fare il corridoio e nel gergo militare non è un ambiente che unisce due locali. Cosa sia lo dimostrano subito dopo: una fila di sei stranieri da portare nella gabbia passa in mezzo a loro e ciascuno si prende la sua razione di schiaffi. Quattro carabinieri fanno quattro schiaffi a testa. Appare finalmente il brigadiere che a mezzogiorno imitava Mussolini. Ma non rimprovera nessuno. "Questo ti dà problemi?", chiede al collega in borghese. E spara un pugno sullo sterno all'immigrato magro, che non capisce proprio che cosa ha sbagliato ed è ancora in piedi immobile, in canottiera. Passa un'altra fila di immigrati, altro corridoio. Questa volta li accompagna un dipendente in divisa della Misericordia. Uno con il pizzetto e una piccola cicatrice vicino al naso, che una sera quando un ragazzo ha chiamato i musulmani alla preghiera, si è messo ad abbaiare ogni volta che sentiva dire Allahu akbar. Forse li farà smettere. Invece no, guarda e ride. Davanti alla fila si sistema il brigadiere. Fa il passo dell'oca e finge di portare una lancia: "Avanti marsh". Soltanto un carabiniere napoletano non partecipa al gioco. Gli schiaffi risuonano nell'aria per mezz'ora. E finalmente una funzionaria di polizia se ne accorge. È una ragazza bionda, non tanto alta, che di giorno raccoglie i capelli dentro un bandana. "Maresciallo", dice nervosa, "vada di là a vedere cosa stanno facendo i suoi ragazzi perché sento troppe mani che si muovono". Il maresciallo volta l'angolo e raggiunge gli altri carabinieri: "Uhe ragazzi, mi raccomando", dice loro e si mettono a ridere tutti insieme. Gli ultimi sei immigrati vengono portati dentro la gabbia a notte fonda, vanno a dormire sull'asfalto perché non ci sono più brande. E i carabinieri festeggiano con una grigliata nel cortile.

Giovedì 29 settembre

Bilal passa tutta la giornata a convincere un gruppo di ferventi musulmani che non può assolutamente seguirli a pregare. Alle sei di sera, prima dell'ashara-ashara della cena, una voce femminile gli cambia l'umore. "El Habib Ibrahim Bilal. Domani mattina alle otto presentati al cancello perché verrai trasferito", dice l'interprete marocchina in arabo. "Quale destinazione?". "Agrigento". "Bilal va via", dice Cherriere. E davanti a Bilal si forma una coda di prigionieri della gabbia che vogliono salutarlo. Rachid, 31 anni, marocchino, sbarcato ieri sera, gli spiega come funziona: "Ti danno un foglio di via. Tu per cinque giorni lo tieni e ti sposti fin dove devi arrivare. Poi lo butti. Io farò così, a Padova da mio cugino ho già un lavoro che mi aspetta. Modi diversi di entrare in Italia non ce ne sono". La sera sbarcano altri 350 immigrati. Ma è il turno del brigadiere per bene e nessuno viene picchiato. Appena entra nella gabbia John, 27 anni, partito dal Togo e altri suoi compagni di viaggio chiedono dove si può mangiare. Ma la Misericordia fa sapere che il primo pasto sarà distribuito solo l'indomani mattina. "We are starving, non mangiamo da sette giorni", trema John, "Quando siamo sbarcati ho visto un negozio e volevo comprare qualcosa ma la polizia ci ha detto che non potevamo e che qui dentro avremmo mangiato. Abbiamo i nostri soldi. Se siamo liberi, perché non possiamo comprare da mangiare?". Bilal vede passare il medico, lo chiama e gli spiega la situazione. "Porto qualche brioche", dice il medico. Invece va via e non porta nulla. John e gli altri vanno a dormire su un marciapiede perché sono finiti anche i materassini. Un funzionario in borghese rovescia una lattina di Coca Cola addosso agli immigrati attraverso le sbarre. "Perché questo?", grida Teemer, 26 anni, palestinese, "Siamo clandestini, ma non siamo animali". Il funzionario si scusa. Le camerate sono strapiene di gente fin sotto i letti. La radio a tutto volume in cucina canta ciò che centinaia di bimbi forse pensano ogni giorno dei loro papà rinchiusi qui dentro: 'How I wish, how I wish you were here', come vorrei tu fossi qui. Si va a dormire in una scena da fine del mondo.

Venerdì 30 settembre

Quando torna dalla sua doccia notturna, Bilal trova il letto occupato da altre due persone. Sono le ultime ore nella gabbia, può anche rimanere alzato. Il cielo è illuminato da lampi e fulmini. Il temporale dura poco ma gli scrosci d'acqua risvegliano le centinaia di persone che si erano addormentate all'aperto. Davanti al cancello stanno registrando un nuovo sbarco. E i carabinieri stanno di nuovo picchiando i ragazzi che perquisiscono. I primi sono due uomini che non si erano seduti al loro ordine. Uno lo chiamano Maradona. Volano sberle e per Maradona anche un calcio. Si fermano solo quando passa il tenente in borghese, un ragazzo con il pizzetto. Poi prendono a schiaffi un ventenne che non capisce che cosa deve fare. E altri due ragazzi che al 'sit-down' non si sono seduti perché parlano arabo e francese. Bisogna fermare questo schifo. Bilal grida in inglese: "State picchiando la gente, perché?". Un carabiniere tira un calcio alla rete da dove sta osservando, cercando di colpirlo. Bilal viene chiamato fuori dal cancello. È un faccia a faccia tesissimo, gli occhi di Bilal dentro gli occhi di un carabiniere con i capelli un po' brizzolati e la mascherina per nascondersi. Ma almeno smettono di picchiare. Quando il sole è alto dentro la gabbia sono state ammassate 1250 persone. "Questo è 'o Professore", dice di Bilal un carabiniere a due colleghi, "Avete visto cosa ha fatto prima? Questo qua un giorno lo chiamiamo fuori e gli diamo una ripassata". Ma cinque minuti dopo è la polizia a chiamarlo fuori. Bilal viene portato vicino all'uscita, dove lo aspetta il gruppo che sta per essere trasferito. Nove adulti e 35 minori. La Misericordia distribuisce una maglietta bianca a tutti e le scarpe ai tre rimasti senza. Ma non restituisce i soldi che i ragazzini avevano depositato in segreteria. I carabinieri li hanno accompagnati all'uscita senza dire loro che sarebbero stati trasferiti da Lampedusa. "Oggi non è giornata, non c'è nessuno in ufficio che possa dare quei soldi", spiega un giovane della Misericordia. Bilal insiste in inglese: "Sono centinaia di euro, è importante che partano con i soldi". Un carabiniere dice di no con il dito e allarga le mani.

Si parte senza soldi. All'imbarco del traghetto gli ultimi turisti della stagione guardano la fila di immigrati sotto scorta dai carabinieri. Ciascuno ha un sacchetto con due panini e una bottiglia d'acqua. Si viaggia fino a sera nella sala soggiorno della nave, piantonata da un brigadiere e due carabinieri molto cortesi. Youssef, 16 anni, è sicuro sia una deportazione in Libia e si mette a pregare verso prua, convinto che la rotta sia verso Sud-Est. Ma quando sull'orizzonte appaiono le montagne della Sicilia, tutti gli altri si incollano al finestrino e ridono: "Jebel Scisciglia". A Porto Empedocle i 45 sono caricati su un'autobus della ditta Cuffaro scortato dalla polizia. La carovana sale fino alla questura di Agrigento. Bilal e gli altri 8 adulti vengono separati dai minorenni. I teenager sono destinati a un istituto in attesa di essere affidati ai parenti già in Italia. Gli altri ricevono tre fogli, un sacchetto con due panini e una bottiglia d'acqua. Poi vengono caricati su un furgone che parte a tutta velocità. "Bilal, ho paura. Secondo me ci portano in Libia", dice Abdrazak, 18 anni marocchino, che vuole raggiungere lo zio a Catania. Invece si finisce alla stazione. Ma il treno per Palermo è già partito: "Minchia, non parte mai in orario", s'arrabbia un ispettore. Nuova corsa in auto, furgone e sirena fino ad Aragona, la stazione successiva. E questa volta il treno non è ancora arrivato. "Ragazzi ascoltatemi", spiega un funzionario in inglese, "Avete cinque giorni di tempo per lasciare l'Italia. Siete liberi". Anche Bilal è libero, nonostante il suo alter ego romeno e i precedenti penali. Gli altri quando capiscono, esultano. Uno si attacca al collo dell'ispettore che sorride, ma preferisce non essere baciato. Tutti, tranne uno, hanno un lavoro o un parente che li aspetta: a Milano, a Torino, a Napoli e Catania. L'ultimo ostacolo è un bigliettaio, la mattina dopo alla stazione di Palermo. È convinto che abbia davanti immigrati che non parlano italiano e li insulta. Maltratta anche un pendolare che si è offerto di aiutarli: "Lei che c'entra, crede che non li capisca?". Bilal esplode: "Ma se nun capisti mancu l'italiano, lo fate o no 'sta minchia di biglietto?". Il bigliettaio sorpreso si mette subito al lavoro. "Che lingua era Bilal?", chiede Abdrazak in francese, "era curdo?". n

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Istruzioni per la fuga




"Se vai a Crotone te la puoi cavare con 150 euro. A Bari puoi scappare dal centro di detenzione la notte, saltando la rete e seguendo i sentieri. A Caltanissetta e Trapani no, se ti chiudono lì dentro esci solo quando lo decide la polizia". Ahmed, così dice di chiamarsi, 26 anni, egiziano del Delta del Nilo, è chiuso da qualche settimana nel centro di Lampedusa e di mestiere fa lo scafista. Il suo desiderio è essere trasferito al centro per immigrati di Crotone: "Perché lì è più facile uscire. È per questo che alcuni di noi viaggiano con il telefono satellitare: quando sono vicini a Lampedusa, chiamano qualcuno a Crotone e rivelano quale nome useranno quando si presenteranno alla polizia". Vuol dire che è possibile condizionare la propria destinazione? "No, se qui a Lampedusa sanno che vuoi andare a Crotone, ti mandano da un'altra parte. Però succede che alcuni di noi riescano più facilmente ad andare a Crotone di altri. Il punto di riferimento è un gruppo di sudanesi. Una volta liberi, andiamo a Roma, facciamo un duplicato del passaporto e rientriamo in Egitto. Dopo un po' di riposo, torniamo in Libia legalmente e siamo pronti per un nuovo incarico. Fanno 5 mila euro a viaggio o 6 mila dollari. Alcuni poliziotti libici chiedono invece tra i 5 mila e i 20 mila euro per lasciar partire le navi. Dipende dal numero dei passeggeri". Gli arrivi in massa degli ultimi giorni segnano la fine dell'accordo tra Silvio Berlusconi e il colonnello Gheddafi. La barca approdata a Lampedusa con quasi 350 immigrati il 26 settembre è addirittura partita dalla Tunisia: "Ci hanno raccolti in Libia e portati oltre il confine", raccontano i passeggeri. F. G.


I diritti umani secondo il Viminale




In sette giorni di reclusione nel centro per immigrati di Lampedusa, la detenzione di Bilal Ibrahim el Habib non è stata convalidata da nessun giudice: nonostante nessun cittadino possa essere privato della libertà senza il giudizio di un magistrato entro un tempo massimo di 48 ore. Gli immigrati rilasciati la sera di venerdì 30 settembre hanno ricevuto l'ordine di lasciare l'Italia entro cinque giorni firmato dal questore di Agrigento e il decreto di respingimento con accompagnamento alla frontiera. In realtà solo una formalità, perché nessuno è stato fisicamente accompagnato al confine. Ma soprattutto in nessun documento consegnato dalla Questura risulta la detenzione degli immigrati per una settimana o più. La Prefettura ha invece pagato ai nove stranieri il biglietto ferroviario da Agrigento a Palermo. Il ministero dell'Interno ha recentemente confermato alla Commissione europea e alla Corte europea per i diritti umani il rispetto della dignità umana nelle procedure di identificazione degli stranieri: in particolare grazie alla sostituzione dell'inchiostro per le impronte digitali con i Visa Scanner che non sporcano le mani. Il Viminale ha anche assicurato alla Ue che per ogni straniero detenuto a Lampedusa avviene un'udienza di convalida davanti a un giudice di pace. Nei casi di Bilal Ibrahim el Habib e degli stranieri detenuti tra il 24 e il 30 settembre nella gabbia del centro per immigrati sull'isola questa affermazione è falsa. F. G.


È l'ora della mangeria




A Lampedusa si usa uno slang che fonde idiomi diversi.

Maifrend: dall'inglese my friend, mio amico. È il modo con cui carabinieri, poliziotti e assistenti si rivolgono agli immigrati rinchiusi nella gabbia di Lampedusa quando si tratta di un singolo. Il plurale diventa cornuti ed è usato soltanto dai carabinieri.
Ashara-ashara: dall'arabo ashara, dieci. È il richiamo per l'adunata poiché ci si siede sull'asfalto in file da dieci. È anche l'indicazione data la sera alla distribuzione delle sigarette: dieci a testa, un pacchetto ogni due reclusi.
Fisa-fisa: dall'arabo, è l'ordine dato quando gli immigrati devono muoversi o fare qualcosa velocemente. Si usa anche visa-visa.
Mangeria: è l'ora dei pasti (colazione, pranzo o cena). Gli egiziani la chiamano anche mangheria o mangaria.
Asciugamano: nella gabbia di Lampedusa ha molti significati e funzioni in più rispetto all'esterno. Sta al posto di coperta, cuscino, parasole, pantaloni, separé nel wc, turbante, fazzoletto, stuoia e serve a proteggersi gli occhi dalla luce dei fari per dormire la notte.Kulu kulu: derivato dall'arabo, è tutto ciò che riguarda il mangiare. F. G.



http://www.espressonline.it/eol/free/jsp/detail.jsp?type=cs

giovedì 6 ottobre 2005

Scuole e cliniche cattoliche, il Senato cancella l'Ici

Approvata la norma sull'esenzione. In rivolta Comuni e centrosinistra


ROMA - Scuole private, strutture alberghiere per pellegrini e cliniche di proprietà della Chiesa non pagheranno più l'Ici. L'articolo 6 del decreto Infrastrutture, che porta la firma del ministro Pietro Lunardi, approvato ieri in Senato, estende infatti le agevolazioni previste per le chiese cattoliche a tutti gli immobili dove si svolgono attività "connesse a finalità di culto" anche in "forma commerciale". In pratica, se finora l'Ici non doveva essere pagata per i luoghi di culto e le loro pertinenze (oratori e sale giochi, conventi e monasteri), la nuova legge allarga l'esenzione a scuole private, case di cura, ristoranti e foresterie appartenenti alle istituzioni cattoliche (e non alle altre confessioni religiose).

Il danno calcolato dall'Anci per le casse dei Comuni è di almeno 300 milioni di euro, 25 dei quali solo a Roma e di una perdita del 30 per cento del gettito in località come Assisi (dove il sindaco di centrodestra si è lamentato). La stima potrebbe però peccare per difetto: solo le strutture destinate all'ospitalità (alberghi per pellegrini, case per ferie, colonie, pensionati e simili) sono circa 3.000 in tutta Italia.

La vicenda, oltre ad essere contestata per la disparità che crea a favore delle attività gestite dalla chiesa cattolica, apre preoccupanti risvolti di finanza pubblica. La norma infatti è di carattere interpretativo e dunque dà la chiave di lettura della legge che istituì l'Ici nel 1993: si apre la porta di conseguenza ad un contenzioso gigantesco di fronte ai giudici tributari, ai quali potranno ricorrere i proprietari degli immobili che fino ad oggi hanno regolarmente pagato la tassa comunale.

"Se il governo voleva fare un intervento di questo genere libero di farlo, ma avrebbe dovuto dare una adeguata copertura senza mettere le finanze dei Comuni in grave rischio", ha detto il ds Morando. Del resto il provvedimento era stato bloccato in commissione Bilancio del Senato alcuni giorni fa proprio per mancanza di copertura finanziaria.

Preoccupato il giudizio di Angius (Ds): "E' un altro dei regali che la Cdl ha fatto in questi anni alla Cei".
Il colpo di mano sull'Ici "ecclesiastica" non fa che gettare benzina sul fuoco dello scontro tra enti locali e governo per i tagli di 3,1 miliardi previsti dalla Finanziaria. Ieri il presidente dell'Anci Domenici è tornato a parlare di manovra "autoritaria e non concertata", Legautonomie propone di sospendere tutti i servizi comunali di un'ora per protesta e il sindaco di Bologna Cofferati ha invitato a "difendersi dall'aggressione".

Palazzo Chigi nel frattempo reagisce alle accuse di sprechi, rivolte dai sindaci allo Stato centrale, e in particolare all'accusa di aver speso 6 milioni per sondaggi. "Notizia falsa", ha detto la presidenza del Consiglio. "La notizia sta in un dossier della Confesercenti che è stato utilizzato anche da Tremonti e dunque è stato giudicato affidabile", hanno replicato dall'Anci. (r. p.)

(6 ottobre 2005)

http://www.repubblica.it/2005/j/sezioni/economia/icicatt/icicatt/icicatt.html

mercoledì 5 ottobre 2005

Confessioni gay

In dieci confessionali di San Pietro per raccontare la propria omosessualità. E i sacerdoti rispondono: iscriviti ai boy scout
di Roberto Mauri


Morto un papa se ne fa un altro, ma mica sempre si finisce meglio.

È tempo di tastare direttamente il terreno e nessun indicatore può essere meglio della questione omosessuale. Che cosa pensano dei gay i preti dell'era Ratzinger? Che cosa dicono i padri confessori ad un penitente trentenne che si sente escluso da una Chiesa che considera l'omosessualità un peccato e il gay un peccatore?

Mi presento a San Pietro un pomeriggio di fine estate, mi avvicino a un confessionale, entro e mi inginocchio.

Il prete che mi aspetta, con un gesto della mano, traccia una croce nell'aria e mi invita a confidargli le mie colpe. Gli spiego che non sento di averne ma che più semplicemente mi sento escluso da una Chiesa che non ama gli omosessuali.

«E perché ti senti escluso?», mi chiede lui. «Padre, io sono gay», mi tocca precisare.

II vecchio sacerdote apre gli occhi che fino ad ora erano rimasti chiusi e fa un sospiro profondo, poi lapidario aggiunge: «Perché?».

Perché... che cosa? Perché sono gay o perché lo sono venuto a confessare? «A tutto c'è un perché - mi illumina il prete -, ci deve essere qualcosa di leggibile anche nella tua omosessualità». Gli segnalo che a me non interessa: io sono gay ma sono anche sereno.

Sto bene nella pelle che mi è capitata e vivo i miei sentimenti e le mie relazioni in modo consapevole. Ma sento il mio rapporto con Dio minato da una Chiesa che stabilisce per iscritto che il legame omosessuale è «nocivo perla società».

«Lo è perché è sterile - mi spiega -, lo è perché il vostro amore non sa riprodurre la vita che il Signore vi ha dato. Per questo non è sano, per questo l'atto sessuale che voi compiete è un peccato. La vostra vita, data la sterilità cui vi costringete. è sbagliata».

Provo a segnalargli che diverse centinania di migliaia di adulti, nella sola Italia, soffrono di patologie che purtroppo precludono loro il dono della riproduzione, e giacché ci sono gli ricordo che ogni prete che si rispetti dovrebbe non avere nessuna vita sessuale, quindi precludersi ogni possibilità riproduttiva. Una vita malsana anche quella del clero?

Cambio confessionale. Poco lontano mi aspetta il mio secondo confessore. Anche a questo giovane sacerdote racconto di sentirmi a disagio in una Chiesa che mi esclude e gli spiego senza troppi fronzoli qual è il problema.

«La Chiesa - mi risponde - ti vuole bene per quello che sei. Se ti si chiede di smettere di peccare, non è per farti star male ma per avvicinarti alla perfezione, alla santità. Ora, tu hai certamente voglia di andare a ballare in discoteca, incontrare della gente e fare con loro quello che ti va in quel momento senza pensare che tutto questo ti allontana da Dio. La Chiesa ti dice che la vita eterna si conquista col sacrificio, con spirito di abnegazione, a volte anche con dolore. Si tratta di scegliere».

In un attimo mi si sono parati davanti agli occhi tutti i frequentatori di discoteche d'Italia e del mondo. Una manica di indemoniati, una montagna di gente da redimere. Avrei voluto dirgli che personalmente non ho mai messo piede in discoteca in vita mia ma che non credo proprio che lì si annidi un covo di belzebù. Allora gli spiego che amare è un fatto assoluto, che coinvolge tutte le emozioni e che noi, esseri umani, non sappiamo scegliere chi amare.

«Hai l'aria di un bravo ragazzo - risponde - ma sei molto confuso. Forse dovresti frequentare qualche gruppo religioso, qualche associazione parrocchiale. i boy scout. Esistono grup pi di laici che si incontrano per parlare di Dio e del suo amore per noi. Magari potresti scoprire che la salvezza è proprio lì, nella tua parrocchia, a portata di mano».

Mi pare geniale: saranno i boy scout a redimermi dal peccato.

Esco da questo confessionale sorridendo: mi pare che la teoria di questo sacerdote sia un tantino fantasiosa. Invece poche ore più tardi dovrò arrendermi all'idea che questa convinzione riscuote una certa popolarità presso il clero dato che quattro dei sei confessori incontrati il primo giorno mi hanno consigliato di frequentare dei gruppi parrocchiali, gli scout, il volontariato in casa di riposo o quello internazionale.

A nessuno di loro ho fatto sapere che per diciotto anni ho frequentato una parrocchia nella provincia di Lecco, che sono stato felicemente animatore parrocchiale, che ho fatto volontariato in casa di riposo e che ho passato otto anni della mia vita a lavorare nei paesi in via di sviluppo. E che questo non mi ha allontanato dalla mia sessualità, casomai è successo il contrario. Però mi tocca ammettere di non essere mai stato un boy scout. Vuoi vedere che è per questo che sono ancora gay?

L'indomani su Roma splende il sole ma io quasi non lo vedo. Con passo spedito ritorno a San Pietro dove mi sono dato la chance di incontrare altri quattro confessori e di ragionare con loro di quanto e se una persona omosessuale possa stare serenamente dentro la Chiesa di Benedetto XVI.

Nel confessionale mi aspetta un bel prete, segno che si può essere sacerdoti senza dimenticare di essere uomini: i capelli scuri vagamente brizzolati sono la cornice di due grandi occhi neri e indossa una camicia grigio chiaro sopra ad un paio di jeans. Intorno al collo ha appoggiata la stola che la liturgia vuole che si indossi nel sacramento della penitenza. Faccio il segno della croce e gli descrivo il peso che sopporta chi si sente escluso e la violenza inenarrabile che leggo nelle parole scritte da Ratzinger sul tema dell'omosessualità.

«Ma tu come stai con Dio?», mi chiede. «Bene, non lo frequento», gli rispondo. Gli spiego che la Chiesa mi ha allontanato da sé e anche dal Signore. «La tua vita - mi spiega - è dono di Dio. Ed è a Dio che devi rendere conto. Noi siamo strumenti nelle sue mani, ma non siamo infallibili. Non sei chiamato a credere alla Chiesa: sei invitato a credere in Dio. Anche la Chiesa deve convertirsi al Signore e a volte se ne dimentica».

Mi pare di aver trovato un prete per una volta davvero illuminato, probabilmente non avrà nessuna possibilità di fare carriera ma almeno aiuta qualcuno. Allora provo ad andare più lontano e gli dico che mi piacerebbe moltissimo poter partecipare alla vita della Chiesa, mano nella mano del mio compagno.

Ci piacerebbe riconvertirci a Dio e trovare riparo sotto il tetto della sua Chiesa. «Forse verrà un giorno in cui potrete - risponde il prete con un sorriso - ma non è tempo per ora. Questa Chiesa, che è fatta di uomini, non è ancora riuscita a parlare con serenità del celibato del clero. Ed è un tema sentito per quanto taciuto. Figurati se sa parlare senza orrore della questione omosessuale. Accettare la presenza attiva di coppie omosessuali dentro la Chiesa significa superare addirittura il concetto di tolleranza. Non è tempo». La pillola è amara e lui non ha cercato di addolcirla. Ma almeno è stato chiaro e franco: questa Chiesa non solo non è pronta ad accettare l'omosessualità dei suoi fedeli, ma nemmeno i bisogni del suo clero. Per migliorare le cose servirebbe un intervento divino.

Alla fine della giornata entro nuovamente in un confessionale dove le cose vanno un po' diversamente. Ad aspettarmi è un giovane prete, potrebbe avere trent'anni. Un po' stempiato, occhi scuri dietro ad un paio di occhiali da vista con una montatura sottilissima. Ha la carnagione chiara, mani affusolate e unghie curate con attenzione. Indossa l'abito talare, nero, porta la stola e sulle ginocchia ha appoggiato un messale o la Bibbia. Traccia con la mano il disegno del-a croce e mi invita a parlargli. Noto nei suoi gesti un qualcosa di francamente effeminato. Mi sento protetto, sento di avere davanti qualcuno che probabilmente saprà che cosa dirmi per il semplice fatto che, almeno apparentemente, sul tema ci deve essere già andato per motivi personali. Gli dico che mi sento a disagio in una Chiesa che fa fatica ad accettare i gay.

Lui diventa improvvisamente cupo e si trincera dietro a uno sguardo severissimo. Non parla. Allora aggiungo che da quando conosco il nuovo catechismo e i documenti a firma di Ratzinger su questo tema, mi sento decisamente lontano da Santa Romana Chiesa. Insiste nel suo guardarmi in silenzio. Taccio anche io.

«Non posso darti l'assoluzione per questo peccato», chiosa lui.

Non mi pare grave, gli chiedo però un consiglio, una lettura sua dell'intera questione. Al mio parere - conclude - non conta. Il Santo Padre è stato chiarissimo sulla materia. Voi omosessuali vivete dentro al peccato e faticate a riconoscerlo. Tu per esempio da quando sei entrato in questo confessionale non hai ancora chiesto perdono una volta. Io non posso assolvere chi non si sente peccatore. E non posso, a maggior ragione, se so che peccherà ancora, se noto che non c'è pentimento. E tu non sei pentito».

Insisto nel dire che non di perdono sono alla ricerca, ma di un punto di vista, la cosiddetta parola di conforto. «Non si conforta un peccatore - dice -, meno che mai se intende peccare ancora».

Gli ricordo che da qualche parte nel Vangelo ho letto, anni fa, la storia di un figliol prodigo e le vicende di una donna che si chiamava Maddalena. Lui se ne ricorda? Con tutto quel suo atteggiarsi a santo inquisitore non è riuscito nemmeno per un momento a mascherare la sua gestualità marcata-mente effeminata.

Provo a ricordargli l'evangelico "Chi è senza peccato scagli la prima pie-tra". «Quanto è grande la sua pietra?», gli chiedo. Lui si alza, si sfila la stola, la appoggia sul suo sedile, esce dal confessionale e ancheggiando scompare dietro a una colonna della grande basilica di San Pietro.

Per fortuna, quando esco, lungo il colonnato del Bernini due ragazze australiane si danno un lungo. lento, semplice bacio che provoca sguardi curiosi e qualche smorfia di disgusto fra gli astanti. Le due ragazze invece sorridono, guardano i volti cupi di chi le osserva e ostentano le loro magliette su cui si legge: "This is lo-ve". Certe del loro amore, si prendo-no per mano e si allontanano dal cuore della cristianità cattolica. Me ne vado anche io. Qui rimangono i turisti, i fedeli, Benedetto XVI e i suoi preti inquadrati.

http://www.gaynews.it/view.php?ID=34428

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