Tribunale di Viterbo - Condannati i tre aggressori solo a tre anni e dieci mesi
Marian Pavel Caster, giovane ragazzo gay albanese, il 7 Novembre 2004 fu cosparso di benzina e bruciato vivo a Viterbo nella centralissima Piazza della Morte, ha riportato ustioni che hanno sfigurato l'ottanta percento del suo corpo.
La comunità gay fu fortemente scossa e dopo alcuni giorni furono rintracciati i tre aggressori Mukaj Erion, Voka Taulant e Gini Shkurt, anche loro albanesi e amici di Marian, confessarono di averlo aggredito perchè era gay e quindi non meritava di essere loro amico e di vivere.
I Pm Barili ed Elisabetta Centogambe da una pena richiesta di 21 anni di reclusione, hanno chiesto ed ottenuto una pena pari a tre anni e dieci mesi, tenendo in considerazione le attenuanti generiche e del patteggiamento.
"Tre anni e dieci mesi - dichiara Fabrizio Marrazzo, presidente Arcigay - Comitato provinciale di Roma e Consigliere Nazionale Arcigay - sono una pena irrisoria per un atto così violento di odio omofobo, sono un offessa per la comunità gay e per la vittima, come ha affermato anche il legale di Mariam , l'avv. Antonio Ranucci"
"Putroppo il nostro governo anche dopo le nostre sollecitazioni - continua Marrazzo - non si è voluto occupare dei diritti dei gay sia italiani che immigrati, ad esempio il ministero delle Pari Opportunità ha attivato il numero 800 90 10 10 contro il razzismo, ma tale numero non ha mai voluto supportare alcuni nostri soci doppiamente discriminati in quanto gay e immigrati. Un governo che ha messo tra i primi punti del suo programma la giustizia, ma non sì è mai interessato a definire delle leggi contro l'odio verso gli omossessuali, che in Italia contano oltre 200 vittime negli ultimi 10 anni, di cui la quasi totalità degli assassini è rimasto impunito"
Quindi, dato che il nostro governo in 5 anni non ha mai cercato di tutelare la nostra comunità, ci rivolgiamo alla Presidenza della Regione Lazio, che nel suo programma si è gia mostrata sensibile alle istanze della comunità gay, chiedendo di supportare la nostra comunita con:
- una legge regionale contro le discriminazioni per le persone omosessuali, come già fatto dalla Regione Toscana;
- un piano di informazione contro le discriminazioni multiple, gay-immigrati, gay-disabili, etc.;
- un piano di formazione contro le discriminazione per il personale URP della Regione Lazio e degli Enti da esso dipendenti, come già attuato dal Comune di Roma.
per far sì che almeno la Regione Lazio sia la Regione di tutti, nessuno escluso.
http://www.gaynews.it/view.php?ID=34834
venerdì 4 novembre 2005
Bruciato vivo perché gay
Telecinco nel mirino: troppy gay
"Alba", un settimanale cattolico, denuncia i serial TV nella spagna di Zapatero
di Gian Antonio Orighi
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MADRID I serial tv nella Spagna di Zapatero? "Sono contro la famiglia e a favore delle coppie omosessuali, diffondono più ideologia di un telegiornale - denuncia "Alba", l'unico settimanale cattolico in edicola nella sempre più liberal e laica "Piel de Toro" -. Riscuotono grande successo, ma i copioni brillanti nascondono un'interpretazione della vita e delle relazioni personali estranee ad un punto di vista cristiano". Il setttimanale, in un Paese ove ci sono 4 milioni di gay (un decimo della popolazione), prende in esame gli otto serial più seguiti delle prime tre tv nazionali: Telecinco , Antena 3 e la statale Tve-1. Ebbene, secondo "Alba", "le famiglie che vi appaiono non sono un esempio di felicità, mentre le coppie gay figurano come oasi di pace e di sensibilità". Delle otto serie, tutte in prime time, ben 4 sono trasmesse da Telecinco. Il j'accuse parte con "Aída" che narra la vita di una donna delle pulizie in un bar, le sue peripezie nel quartiere, i problemi dei suoi figli, amici e conoscenti. "Il programma si burla del cattolicesimo e della fede, la miglior amica della protagonista è una prostituta, i figli soffrono la precarietà affettiva", lamenta "Alba". C'è poi "Aquí no hay quien viva" la divertentissima vita in un condominio ove abitano prima una coppia gay, poi di gay e lesbiche con figlio. "Non c'è una sola coppia stabile, un solo matrimonio felice, una famiglia normale e il leader omosessuale impugna la bandiera della causa gay in ogni puntata", frusta il settimanale osservante. Se ancora non bastasse, ecco "Hospital Central", una copia di "ER". Anche qui la sede è un Pronto Soccorso, ma con la differenza che due dei protagonisti, la chirurga Maca e l'infermiera Esther, sono lesbiche. "Continuano gli stereotipi dei serial spagnoli: c'è chi dichiara la sua omosessualità, pregare ed andare in Chiesa non è di moda, ma lo è il sesso tra adolescenti", continua implacabile "Alba".
(La Stampa del 03/11/2005)
Matrimonio gay VIP in Spagna
Jesus Vazquez
Nozze vip nella comunita' omosessuale spagnola. Una delle star della tv, il presentatore Jesus Vazquez si e' sposato a Madrid con il fidanzato, Roberto Cortes, in una cerimonia officiata dalla portavoce socialista al Comune, Trinidad Jimenez.
Entrambi vestiti in jeans, camicia bianca e giacca scura, la coppia e' apparsa con un look molto glamour ai giornalisti che li attendevano all'uscita dell'edificio, in pieno centro. Vazquez presenta uno dei reality della tv spagnola, Operacion Triunfo. Secondo la Jimenez, "Roberto ha pianto tutto il tempo mentre Jesus tratteneva le lacrime".
Alla cerimonia ha assistito Pedro Zerolo, amico personale della coppia, anche lui appena convolato a nozze con il fidanzato, il quale ha detto che il matrimonio e' stato "una dichiarazione d'amore".
http://www.gaynews.it/view.php?ID=34826
giovedì 3 novembre 2005
"Ponte sullo stretto, vincerà Impregilo"
Telefonata intercettata prima dell'appalto: me l'ha detto Dell'Utri
Verifiche dei pm di Monza sulla conversazione tra il presidente della società e un amico economista vicino al deputato forzista
di LUCA FAZZO e FERRUCCIO SANSA
Panoramica dello stretto, con la costruzione simulata del Ponte
MILANO - "La gara per il ponte sullo Stretto la vincerà Impregilo". Quando i pm di Monza hanno letto i brogliacci delle intercettazioni telefoniche sono rimasti colpiti. Il colloquio intercettato infatti si svolge tra Paolo Savona - al momento dell'intercettazione presidente di Impregilo, una delle due cordate in gara per il ponte - e Carlo Pelanda, economista e amico di Savona. Una frase che ha sollevato l'attenzione degli inquirenti anche perché al telefono Pelanda sostiene di avere saputo da Marcello Dell'Utri del probabile esito della gara per l'appalto più costoso mai assegnato in Italia. Sarebbe stato il senatore di Forza Italia a dare assicurazioni in tal senso. In effetti, il 13 ottobre la gara è stata vinta da Impregilo.
La frase di Pelanda a Savona viene captata per caso. I microfoni degli investigatori stavano registrando le conversazioni telefoniche dei vertici di Impregilo (oggi rinnovati) nell'ambito di un'inchiesta per falso in bilancio e false comunicazioni sociali che si trascina da tempo, e nella quale sono indagati a vario titolo Paolo Savona e Pier Giorgio Romiti, figlio dell'ex presidente di Fiat. Il sostituto procuratore Walter Mapelli e il suo capo, il procuratore di Monza Antonio Pizzi, al ponte non ci pensano nemmeno. Ma, a partire dalla fine dell'estate, molte delle comunicazioni registrate iniziano a riguardare proprio la gara: sono le settimane decisive, è in gioco l'appalto del secolo, un'opera da 3,88 miliardi di euro. In lizza sono rimasti soltanto due concorrenti, dopo il ritiro delle cordate straniere: Impregilo e Astaldi.
Per entrambi i concorrenti è una partita decisiva. L'affare è colossale sia che il ponte venga costruito, ma anche (o soprattutto, come sostengono in molti) che resti sulla carta, visto che il contratto prevede una penale stratosferica in caso di recesso da parte dello Stato (il 10 per cento dell'importo totale, cioè 388 milioni, più le spese già affrontate dal general contractor) dopo la definitiva approvazione dell'opera prevista per il 2006. Così le telefonate, i contatti a tutti i livelli sono incessanti. Nulla, però, di penalmente rilevante.
Poi arriva quella telefonata che gli investigatori ascoltano e riascoltano. Che passano ai pubblici ministeri. Pizzi e Mapelli si consultano a lungo sul da farsi. E alla fine, nel corso di un interrogatorio di Paolo Savona, gli domandano: "Il professor Pelanda le ha detto che voi avreste vinto la gara per il ponte. Come faceva a saperlo? E Marcello Dell'Utri che cosa c'entra?". Savona risponde: "Era una legittima previsione: Pelanda mi stava spiegando che noi eravamo obiettivamente il concorrente più forte". I pm di Monza, tuttavia, sono convinti di avere in mano altri elementi per nutrire qualche dubbio sulla gara di aggiudicazione.
Paolo Savona e Carlo Pelanda (economista ed editorialista del Foglio e del Giornale) si conoscono da anni, hanno scritto libri insieme, niente di strano che si sentano e che parlino anche del Ponte. Ma Pelanda chiama in causa il suo amico Marcello Dell'Utri, senatore di Forza Italia, stretto collaboratore di Berlusconi. Anche Pelanda e Dell'Utri si conoscono: Pelanda è stato presidente dell'associazione "Il Buongoverno", fondata proprio dal senatore.
In Procura c'è molta cautela: non si vuole danneggiare Impregilo, la più grande impresa della zona, soprattutto adesso che i vertici coinvolti nell'inchiesta sono cambiati. Ma da quelle parole e dagli altri elementi raccolti, il procuratore Antonio Pizzi (già noto per essersi occupato delle inchieste sul Banco Ambrosiano e le Bestie di Satana) potrebbe decidere di avviare un'inchiesta per turbativa d'asta. E se questa inchiesta venisse aperta nel fascicolo potrebbe comparire anche un altro nome importante: quello dell'ex presidente della Repubblica Francesco Cossiga, che figura nei brogliacci delle intercettazioni per alcuni contatti con Pelanda. L'ex presidente e l'economista sono infatti in buoni rapporti. Pelanda è stato consigliere della Presidenza della Repubblica (mentre oggi risulta consulente del ministro della Difesa Antonio Martino).
A questo si riferiva lo stesso Cossiga quando, durante la puntata di Porta a Porta del 5 ottobre, ha rivelato: "Sono stato intercettato da un pm mentre parlo con un mio amico che brigava per ottenere gli appalti del Ponte".
(3 novembre 2005)
http://www.repubblica.it/2005/j/sezioni/economia/pontestretto/intercettazione/intercettazione.html
lunedì 31 ottobre 2005
Il dipendente del Consiglio
"Il presidente Silvio non voleva la guerra in Iraq ma Bush non gli ha dato retta.
Il presidente Silvio voleva sollevare l'economia ma gli imprenditori non hanno avuto fiducia in lui.
Il presidente Silvio non voleva leggi ad personam ma qualcuno le ha fatte di nascosto.
Il presidente Silvio non voleva toccare l'unità d'Italia ma la Lega lo ha fregato.
Il presidente Silvio voleva un posto nel consiglio di sicurezza all'Onu ma il Giappone gli è passato davanti.
Il presidente Silvio voleva un'informazione democratica e invece la stampa e la televisione sono finite in mano ai comunisti.
Il presidente Silvio voleva eliminare la mafia ma la mafia è risorta.
Il presidente Silvio voleva creare un dialogo ma l'opposizione non ha voluto.
Il presidente Silvio non voleva più Tremonti ma Tremonti è tornato.
Il presidente Silvio voleva risollevare l'immagine dell'Italia nel mondo ma il mondo è cattivo e ci sputtana.
Il presidente Silvio non voleva evitare i processi ma i processi hanno evitato lui.
Il presidente Silvio voleva tagliare le rendite parassitarie ma a sua insaputa hanno tolto l'Ici al Vaticano.
Il presidente Silvio non voleva più comprare nessuna società ma il fratello e la figlia lo hanno fatto senza dirglielo.
Il presidente Silvio non voleva che Previti andasse a offrire soldi agli avvocati ma Previti c'è andato lo stesso.
Il presidente Silvio non voleva la guerra in Iraq ma i suoi agenti hanno inventato il Nigergate.
Il presidente Silvio non voleva la guerra in Iraq ma il suo benzinaio lo ha minacciato.
Il presidente Silvio non voleva ricandidarsi ma lo hanno obbligato.
Il presidente Silvio non voleva toccare le tasche degli italiani ma qualcuno di nascosto ha fatto tre finanziarie in un mese.
Il presidente del consiglio o è un ipocrita, o non conta un c…o."
Di Stefano Benni (il lupo) .Tratto dal blog di Beppe Grillo: http://www.beppegrillo.it/
Prodi: "Il PACS non tocca il matrimonio, vedrò Ruini"
Il Professore annuncia sul libro di Vespa un prossimo incontro con il cardinale.
VEDRO' PRESTO CARDINALE RUINI Roma, 30 ott. - (Adnkronos) - ''Il riconoscimento delle conseguenze civili delle unioni di fatto non tocca in alcun modo l'istituto matrimoniale. Francamente, non vedo la differenza con quello che dice Rutelli. Francesco un giorno mi ha detto: 'non sarebbe meglio chiamarli contratti invece di patti?' Ho risposto: possiamo chiamarli come vogliamo, ma con la parola patti volevo proprio evitare di usare il termine contratto perche' e' quello che, anche nel catechismo, e' usato per definire il matrimonio. Per questo la parola patto mi sembrava piu' appropriata, ma non ne faccio certo una questione di terminologia''. E' quanto dice il leader dell'Unione Romano Prodi nell'ultimo libro di Bruno Vespa, 'Vincitori e vinti. Le stagioni dell'odio dalle leggi razziali a Prodi e Berlusconi'.
Prodi poi dice che ''non e' vero che ho rivisto il cardinal Ruini, ma penso di rivederlo presto''. ''L'articolo 29 che riconosce i diritti della famiglia come societa' naturale fondata sul matrimonio -sottolinea il professore- e' un pezzo fondamentale della nostra Costituzione. Io, inoltre, ritengo la famiglia il fondamento stesso della nostra societa'''.
http://www.gaynews.it/view.php?ID=34772
l'Avvenire attacca pesantemente la proposta del PACS
Il riconoscimento delle coppie di fatto cozza contro l'aspirazione al "per sempre", l'inclinazione più autentica
PER LEGAMI PRECARI
di Marina Corradi
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Nel gran rumore sui Patti civili di solidarietà seguito alla dichiarazione di Romano Prodi di voler inserire una regolamentazione giuridica delle coppie di fatto nel suo programma elettorale (due giorni dopo che l'Arcigay aveva preteso questa inclusione come conditio sine qua non per votare l'Unione) forse la cosa più impor-tante è passata in secondo piano. E vero, c'è in Italia un gran numero di coppie di fatto, anche e soprattutto non gay, in cui i diritti del singolo non sono tutelati. Per risolvere questi problemi però, come ha detto il cardinale Camillo Ruini, basterebbe il Codice civile, ed eventualmente norme ad hoc mirate a riconoscere particolari diritti soggettivi. Altra e tutt'altra cosa sarebbero dei Pacs sul modello francese o su quello del disegno di legge Grillini (Arcigay), sostanzialmente tendenti a creare un matrimonio intende contrarre quello vero. Il vero motivo dell'opposizione della Chiesa a questa prospettiva è in una dimensione educativa e antropologica. A fronte di migliaia di coppie che - spesso non solo per scelta, ma anche per difficoltà oggettive di costruire le condizioni per sposarsi, come trovare una casa idonea e un lavoro fisso - formano "unioni di fatto", si sceglie di fondare giuridicamente un "piccolo matrimonio", con alcuni diritti e garanzie, facile a rimuoversi, un contratto di solidarietà fra chi non possa o non voglia vin-colarsi a un impegno definitivo come è, in partenza, il matrimonio religioso o civile.
Ora, le leggi valgono non solo per chi c'è già, ma anche per chi verrà domani. E una legge di questo genere avrebbe una forte valenza di modello culturale per le nuove generazioni. Sarebbe anzi la "codificazione" di quell'individualismo già così fortemente radicato, nella cui logica si sta insieme finché va bene, finché dura, evitando quanto più possibile l'assunzione di impegni definitivi, e rimandando indefinitamente il momento della procreazione.
Il problema di fondo dunque è culturale: e attiene al modo, allo sguardo con cui si affronta la costruzione della propria vita. Il magistero cattolico, che indica come necessario, a fondamento dell'unione fra uomo e donna, il carattere perpetuo, la volontà di restare insieme per sempre condividendo intera-mente il reciproco destino, non ha un fine afflittivo, ma corrisponde in realtà al desiderio, all'ideale di qualunque coppia che si ami profondamente. Staremo insieme per sempre, si dicono i fidanzati, e non è illusorio romanticismo: è l'inclinazione più autentica dell'amore umano, il desiderare che non finisca, non si logori, e sempre si possa contare sulla comprensione e la solidarietà dell'altro. Ciò che si vuole, quando ci si ama, è un "per sempre", è la natura originaria del rapporto fra uomo e donna. La frequenza dei fallimenti di questa speranza testimonia del-la nostra incapacità, non della illusorietà della domanda. "Per sempre" è ciò che vorremmo per noi, e per i nostri figli, se siamo sinceri. Ma, codificare invece un altro "matrimonio", più piccolo, senza pretese, in cui ci si dica in fondo: finché dura, fin-ché si può, ci sosteniamo l'un l'altro, ecco questo è mettere accanto al matrimonio un altro modello culturale, è educare ad accontentarsi. Un po' di solidarietà, la reversibilità del contratto di affitto o del-la pensione, e un patto che si può sciogliere da un giorno all'altro semplicemente dicendo: ora basta. Codificare questo patto, è insegnare a chi ha vent'anni a desiderare poco. E un indurre a non giocarsi in un "per sempre" che pare sempre più rischioso e controcorrente. E che pure, nella sua idea di dedizione senza limiti di tempo, è anche la con-dizione ragionevole per avere dei figli, e non uno, ma di più. Perché i figli, quelli durano "per sempre". Non si accontentano di temporanee solidarietà. E ben difficile diventare madre, se oltre al lavoro e magari al contratto di affitto, anche il legame col padre del bambino appare precario. Almeno sull'altro bisogna poter contare "per sempre", per avere il coraggio di una famiglia. E dunque questi Pacs, che risolverebbero forse in parte delle situazioni contingenti, andrebbero a toccare le radici della famiglia vera. Che è quella che continua una società. «Meritano un posto nel cielo più alto coloro che continuano la civitas», scrisse Cicerone. Che non era cristiano, ma aveva bene in mente la necessità e il desiderio di continuare la vita del suo popolo. Ciò che oggi molti stanno dimenticando.
Di matrimonio ce n'è uno solo
DALLA "FAMILIARIS CONSORTIO" ALLA PROLUSIONE DEL CARDINALE RUINI: IL MAGISTERO DELLA CHIESA SULLE UNIONI DI FATTO. SÌ ALLA TUTELA DEI SOGGETTI ATTRAVERSO IL DIRITTO COMUNE, NO ALLE PSEUDO-NOZZE
di Pierluigi Fornari
Il Documento
La "Familiaris Consortio" è un'esortazione apostolica scritta da Giovanni Paolo Il nel 1981 e rivolta ai vescovi, al clero e ai fedeli «circa i compiti della famiglia cristiana nel mondo di oggi». Il grande tema annunciato in quell'occasione fu "Famiglia, diventa ciò che sei": un invito a prendere coscienza del proprio ruolo sia all'interno di se stessa, nel promuovere relazioni profondamente umane, sia all'esterno, nella società civile e nella politica.
LA PAROLA
"registri delle unioni civili" sono elenchi istituiti a partire dal 1996 presso gli uffici dell'anagrafe o dello stato civile di una ventina di Comuni italiani. Le coppie di fatto che vi si iscrivono ottengono un riconoscimento formale della propria esistenza. I registri sono attivi tra l'altro a Firenze, Bolzano, Ferrara, Arezzo, Pisa, Piombino... A tutt'oggi pochissime coppie, eterosessuali e omosessuali, si sono "registrate".
Un esempio di dittatura del relativismo? Il riconoscimento pubblico delle unioni di fatto, che conferisce loro uno statuto simile alla famiglia fondata sul matrimonio. Un esempio così concreto che in qualche modo trasforma la natura di un regime politico avviandolo verso il totalitarismo. Un documento del Pontificio Consiglio per la Famiglia, ("Famiglia, matrimonio e 'unioni di fatto"', 21 novembre 2000), avverte, infatti, che «si tratterebbe di un uso arbitrario del potere che non contribuirebbe al bene comune, poiché la natura originaria del matrimonio e della famiglia precede e supera, in maniera assoluta e radicale, il potere sovrano dello Stato».
Già dal 1981 il magistero ecclesiale, con l'esortazione apostolica "Familiaris Consortio", ha preso posizione sui cosiddetti "matrimoni per esperimento" e "unioni libere di fatto". «Il Popolo di Dio si adoperi anche presso le pubbliche autorità affinché resistendo a queste tendenze disgregatrici della stessa società e dannose per la dignità, sicurezza e benessere dei singoli cittadini, si adoperino perché l'opinione pubblica non sia indotta a sottovalutare l'importanza istituzionale del matrimonio e della famiglia», ammoniva Giovanni Paolo II.
Grande attenzione veniva posta, però, come del resto la Chiesa non ha mai smesso di fare, alle difficoltà economiche, all'ignoranza e alla povertà, che in buona parte spiegavano il fenomeno. Ancora oggi in Italia, tali unioni oltre ad essere a livelli decisamente inferiori ad altri Paesi, come ha sottolineato il cardinale Camillo Ruini nella sua prolusione all'ultimo Consiglio permanente della Cei, sono in parte provocate da difficoltà oggettive a contrarre un matrimonio desiderato, oppure non vogliono nessun riconoscimento legale. Lo confermano le cifre minime delle iscrizioni ai "registri delle unioni civili" istituiti in qualche Comune.
Ma in questi anni, un'ideologia vecchia già di vari decenni, ha avuto diffusione di massa grazie al sostegno di potenti lobby e l'appoggio di buona parte dei media, amplificando la percezione sociale della rilevanza di tali unioni e del loro riconoscimento. Dunque la vera posta in gioco, come ha evidenziato ancora il presidente della Cei, è costituita da "implicazioni etiche, sociali e antropologiche".
Già nel 2000 il documento citato del Pontificio Consiglio per la Famiglia ha messo in luce come le unioni di fatto rappresentino un'alternativa culturale al matrimonio, visto come "violenza inammissibile al benessere personale" o perfino "la tomba dell'amore appassionato". Tale mentalità è stata forgiata - spiegava il documento dopo un lungo lavoro di approfondimento con esperti di tutto il dando - dal marxismo da pensatori Wilhelm Reich e Herbert Marcuse, da un certo femminismo radicalizzato ed estremista rappresentato da Margaret Sanger e da Simone de Beauvoir. E in fine dalla "Gender theory", sponsorizzata anche dall'Onu, secondo cui ogni persona dovrebbe scegliere a piacimento il suo orientamento sessuale (i generi sarebbero cinque, sette, o forse più). Infatti il fallimento storico della società comunitaria promessa dal marxismo ha esaltato all'ennesima potenza il nocciolo nascosto e più velenoso di quella ideologia: l'individualismo, cioè un'antropologia antagonista ("l'inferno è l'altro" ha affermato Jean Paul Sarte).
Perciò quando si pretende di dare un pubblico riconoscimento a un legame dichiaratamente e volutamente instabile (una contraddizione in termini) anche di natura eterosessuale, non si punta ad altro che a consacrare questa antropologia antagonista e relativista, e a demolire il riconoscimento conferito anche dal senso comune alla funzione sociale della famiglia. Non si tratta quindi di lotta a presunte discriminazioni, ma di una vera e propria rivoluzione culturale, perché non solo si vuole rendere sistematica l'instabilità delle relazioni, ma scardinare anche la naturale complementarità dei due sessi. E questo la preoccupante novità delle rivendicazioni del movimento gay, al di là di comportamenti che possono essersi verificati in qualsiasi epoca storica.
Il filosofo Stanislaw Grygiel ha coniato il termine "tautologia sessuale" per tale ideologia che nega il dialogo del maschile e del femminile. Ma è proprio la differenza sessuale ad aprire all'uomo la via verso quell'Alterità a cui non può non aspirare. «Se non vengono superate, le tautologie sessuali (omosessualità, lesbismo) sbarrano questa via - spiega Grygiel -. In esse l'uomo si smarrisce, perché il suo desiderio di essere altro viene deluso e spento». Del resto la psicoanalisi per decenni ha affermato che uno degli elementi del "principio di realtà" è il fatto che la generazione avvenga attraverso un rapporto tra sessi diversi, un antidoto alla ricorrente tentazione della onnipotenza. Dunque con la legalizzazione delle unioni di fatto non si riconoscono i diritti di una minoranza, ma si mette mano allo stesso "Dna", per così dire, della società umana.
In questo senso la Chiesa non è né oscurantista, né difende il passato, ma di fronte al disastro del marxismo propone una socialità, un'antropologia relazionale, che è così radicata da innervarsi nella primaria cellula della società, la famiglia, e nello stesso corpo dell'uomo e della donna. In questi anni il magistero non si è limitato ad attestarsi su una vecchia formulazione del diritto naturale, ma (come ha sottolineato un recente documento della Commissione teologica internazionale) dal Concilio in poi, in particolare con le catechesi di Giovanni Paolo II sul linguaggio del corpo, ha sviluppato l'antropologia biblica dell'"imago Dei". «L'eguale dignità delle persone - afferma un documento della Congregazione per la Dottrina della Fede sulla collaborazione dell'uomo e della donna - si realizza come complementarità fisica, psicologica ed ontologica, dando luogo a un'armonica "unidualità" relazionale, che solo il peccato e le "strutture di peccato" iscritte nella cultura hanno reso potenzialmente conflittuale. L'antropologia biblica suggerisce di affrontare con un approccio relazionale, non concorrenziale ne di rivalsa, quei problemi che a livello pubblico o privato coinvolgono la differenza di sesso». «Matrimonio e famiglia non sono (...) una costruzione sociologica casuale, frutto di particolari situazioni storiche ed economiche - ha ribadito Benedetto XVI nel discorso del 6 giugno scorso al convegno sulla famiglia della Diocesi di Roma. Al contrario, la questione del giusto rapporto tra l'uomo e la donna affonda le sue radici dentro l'essenza più profonda dell'essere umano e può trovare la sua risposta soltanto a partire da qui». E il Santo Padre ha aggiunto: «Il matrimonio come istituzione non è quindi una indebita ingerenza della società o dell'autorità, l'imposizione di una forma dal di fuori nella realtà più privata della vita; è invece esigenza intrinseca del patto dell'amore coniugale e della profondità della persona umana». Quindi le varie forme odierne di dissoluzione del matrimonio, come le unioni di fatto, il "matrimonio di prova" e lo pseudo-matrimonio tra persone dello stesso sesso «sono invece espressioni di una libertà anarchica, che si fa passare a torto per vera liberazione dell'uomo. Una tale pseudo-libertà si fonda su una banalizzazione del corpo, che inevitabilmente include la banalizzazione dell'uomo».
Il cardinale Ruini nella sua prolusione ha ricordato anche che la "Nota dottrinale circa alcune questioni riguardanti l'impegno e il comportamento dei cattolici nella vita pubblica", redatto della Congregazione per la Dottrina della Fede (24 novembre 2002), annovera le unioni di fatto tra i «punti nodali nell'attuale dibattito culturale e politico», affermando che alla famiglia fondata sul matrimonio monogamico tra persone di sesso diverso «non possono essere giuridicamente equiparate in alcun modo altre forme di convivenza, né queste possono ricevere in quanto tali un riconoscimento legale». Del resto la stessa Congregazione, nelle "Considerazioni circa i progetti di riconoscimento legale delle unioni tra persone omosessuali" (3 giugno 2003), evidenzia: «Non è vera l'argomentazione secondo la quale il riconoscimento legale delle unioni omosessuali sarebbe necessario per evitare che i conviventi omosessuali perdano, per il semplice fatto della loro convivenza, l'effettivo riconoscimento dei diritti comuni che essi hanno in quanto persone e in quanto cittadini. In realtà, essi possono sempre ricorrere - come tutti i cittadini e a partire dalla loro autonomia privata - al diritto comune per tutelare situazioni giuridiche di reciproco interesse. Costituisce invece una grave ingiustizia sacrificare il bene comune e il retto diritto di famiglia allo scopo di ottenere dei beni che possono e debbono essere garantiti per vie non nocive per la generalità del corpo sociale».
E proprio alla "strada" del diritto comune ha fatto riferimento anche Ruini a riguardo di quelle unioni di fatto che abbiano desiderio o bisogno di dare una protezione giuridica ai loro rapporti: una strada, quella del diritto comune, «assai ampia e adattabile alle diverse situazioni». «Qualora emergessero alcune ulteriori esigenze, specifiche e realmente fondate - ha aggiunto il presidente della Cei - eventuali norme a loro tutela non dovrebbero comunque dar luogo a un modello legislativamente precostituito e tendere a configurare qualcosa di simile al matrimonio, ma rimanere invece nell'ambito dei diritti e doveri delle persone. Esse pertanto dovrebbero valere anche per convivenze non di indole affettivo-sessuale».
Il cardinale ha ricordato inoltre che la Costituzione nell'art. 29 «intende con univoca precisione la famiglia come "società naturale fondata sul matrimonio"». Principio ripetutamente confermato da sentenze della Corte Costituzionale, per le quali la convivenza more uxorio non può essere assimilata alla famiglia. Noncuranti di ciò, però, le proposte di legge presentate in Parlamento sul riconoscimento delle unioni di fatto prefigurano un "piccolo matrimonio". «Qualcosa - ha ammonito il Vicario del Papa per la diocesi di Roma - cioè di cui non vi è alcun reale bisogno e che produrrebbe un oscuramento della natura e del valore della famiglia e un gravissimo danno al popolo italiano». Perché il nostro Paese è afflitto già da un drammatico paradosso: la famiglia svolge un grandissimo ruolo sociale - determinante è il suo contributo nell'educazione dei figli - ma il sostegno pubblico è «molto minore, meno moderno e organico» di quello garantito da molti Paesi europei, «pur in presenza di una gravissima e persistente crisi della natalità che sta già provocando, e causerà assai di più in futuro, ingenti danni sociali». «Il sostegno alla famiglia legittima - ha concluso Ruini - dovrebbe essere dunque la prima e vera preoccupazione dei legislatori».
Pacs aII'italiana
RICONOSCIMENTO DELLE COPPIE DI FATTO: OTTO TESTI ALL'ESAME DELLA CAMERA
di Paola Abiuso
Sono decine le proposte di legge che in Italia si pongono l'obiettivo, in vario modo, di regolamentare le coppie di fatto. Un gruppo corposo giace in Commissione Giustizia della Camera, che ha iniziato a esaminarle l'8 luglio del 2004. Nello stesso mese furono escluse otto proposte che miravano a «estendere l'istituto del matrimonio anche alle coppie omosessuali o comunque a modificare sostanzialmente il diritto di famiglia». All'esame della Commissione, presieduta da Gaetano Pecorella, sono rimaste otto proposte che non parlano di matrimonio ma di Pacs (vedi box a parte), di cui due (Grillini e Moroni) menzionano esplicitamente l'estensione dei Pacs agli omosessuali, mentre le altre non lo escludono. Nel luglio 2004 il diessino Franco Grillini, presidente onorario dell'Arcigay, chiese un'indagine conoscitiva per verificare la consistenza numerica delle unioni di fatto. L'indagine è andata a rilento; nella seduta del 4 ottobre la Commissione Giustizia ha concordato sulla necessità di concluderla in tempi rapidi (in realtà si è registrata la dura opposizione del centrosinistra, ndr) e il presidente Pecorella ha suggerito che «avvicinandosi la legislatura al suo termine naturale», la Commissione si «pronunci sulla opportunità di proseguire l'esame del provvedimento in discussione».
L'iter prevede che la Commissione completi l'indagine conoscitiva e giunga a un testo unificato da proporre all'esame della Camera. Ma difficilmente i tempi tecnici della legislatura consentiranno di arrivare a questo passaggio. AI Senato i disegni di legge sulle convivenze sono quattro e l'esame non è iniziato per nessuno di questi.
LA PROPOSTA GRILLINI: I "PACSISTI" COME I CONIUGI
La proposta Grillini raccoglie 161 deputati del centrosinistra. Essa è rivolta alle coppie sia etero sia omosessuali, non invece a chi ha vincoli di parentela. In molti articoli si propone una equiparazione dei "pacsisti" ai coniugi. Negli articoli sull'assistenza sanitaria, c'è un passaggio ulteriore: i "pacsisti" vengono equiparati ai componenti delle coppie di fatto non legate dal Pacs.
Si prevede una modifica dello stato civile, con l'iscrizione in un registro, che diventa una sorta di riconoscimento pubblico della coppia.
Il contraente di un Pacs è erede legittimo alla stessa stregua di un coniuge.
FISCO E PREVIDENZA Il trattamento in vigore per le coppie sposate è uguale anche per chi ha sottoscritto un Pacs da almeno due anni.
I "pacsisti" sono equiparati ai coniugi in materia di decisione sul trapianto di organi e di assistenza ospedaliera. Queste previsioni sono estese alle coppie di fatto, dunque in assenza di Pacs.
Il Patto può essere sciolto anche unilateralmente. In caso di scioglimento, colui che riceve l'affidamento dei figli ha diritto ad abitare la casa familiare e a un assegno di mantenimento. La parte che versa in condizioni di povertà ha diritto a ricevere gli alimenti per due anni.
I TESTI ALLA CAMERA
* Proposta di legge numero 3296, primo firmatario Grillini con altri 161 deputati, "Disciplina del patto civile di solidarietà e delle unioni di fatto" presentata il 21 ottobre 2002. n. 795 Bellillo, "Disciplina dei patti di convivenza", 13 giugno 2001.
n. 4334 Rivolta e altri 37 deputati, "Disciplina del patto civile di solidarietà", presentata il 2 ottobre 2003.
'1' n. 4442 Buemi, "Disciplina delle unioni di fatto", 29 ottobre 2003.
n. 4585 Moroni, "Istituzione del patto civile di solidarietà e disciplina delle famiglie di fatto", presentata il 22 dicembre 2003
n. 4588 Consiglio regionale della Toscana, "Disciplina delle unioni di fatto", presentata il 29 dicembre 2003. 4 n. 5153 Strano, "Modifiche al Codice civile concernenti l'introduzione del patto civile di solidarietà", 15 luglio 2004.
n. 5321 Titti De Simone con altri 9 deputati, "Disciplina delle unioni di fatto", presentata 1'1 ottobre 2004.
I TESTI AL SENATO
* n. 47 Cortiana, "Normativa sulle unioni civili", presentata il 16 ottobre 2001.
n. 305 Malabarba, "Disciplina delle unioni civili", presentata il 2 aprile 2002.
n. 3134 Biscardini, "Disciplina delle unioni di fatto", presentata il 5 ottobre 2004.
n. 3534 Angius , "Disciplina del patto civile di solidarietà e delle unioni di fatto", presentata il 7 luglio 2005 e sostanzialmente analoga alla proposta Grillini all'esame alla Camera.
CONVIVENTI, ECCO LE TUTELE GIÀ PREVISTE DALLA LEGGE
E' proprio vero che due persone che convivono senza essere sposate non dispongono di alcuna tutela? In realtà le cose non stanno proprio così, e l'aveva già indicato il cardinale Ruini aprendo il 19 settembre il Consiglio permanente della Cei: «Per quelle unioni che abbiano desiderio o bisogno di dare una protezione giuridica ai rapporti reciproci esiste anzitutto la strada del diritto comune, assai ampia e adattabile alle diverse situazioni». In effetti, l'unione non fondata sul matrimonio ha rilievo a vario titolo nell'ordinamento italiano.
In materia di edilizia residenziale pubblica, ad esempio, la legge 513 del 1977 include «i conviventi in forma continuativa a qualunque titolo» tra gli appartenenti al nucleo familiare del-l'assegnatario di un alloggio. La legge 40 sulla fecondazione assistita prevede l'accesso alla "tecniche" da parte di «coppie di maggiorenni di sesso diverso, coniugate o conviventi (...)». Un lavoratore ha diritto a un permesso retribuito in caso di decesso o grave infermità del coniuge o di un parente entro il secondo grado o del convivente (legge 53 del 2000).
In ambito penalistico, l'articolo 199 prevede la facoltà di astenersi dal deporre in giudizio per chi «pur non essendo coniuge dell'imputato, come tale conviva o abbia convissuto con esso». Anche la giurisprudenza assegna rilevanza alle unioni di fatto. Ad esempio, ci sono state diverse decisioni con le quali si è affermato che il convivente subentra nell'affitto sia in caso di morte del titolare del contratto sia nell'ipotesi che la convivenza sia terminata e vi siano però figli.
«NELLA COSTITUZIONE UNA SOLA FAMIGLIA»
IL PROFESSOR MARANO: SBAGLIATO IMITARE I PAESI STRANIERI.
NO ALLA EQUIPARAZIONE TRA CONVIVENTI E SPOSI
di Angelo Picariello
"Non si tratta di riproporre un'inutile e fuorviante contrapposizione fra laici e cattolici. Siamo di fronte invece a due diverse concezioni egualmente "laiche" del matrimonio, della famiglia e delle relazioni affettive». Venerando Marano, professore associato di Diritto ecclesiastico all'Università di Foggia - e autore del recentissimo libro "Le unioni di fatto", editore Giuffré - sgombra il campo da uno degli argomenti più gettonati per sostenere la regolamentazione delle coppie di fatto e i cosiddetti Pacs, i Patti civili di convivenza e solidarietà. «Anche i recenti interventi della Chiesa in materia argomentano non tanto in chiave teologica, quanto a partire dalla cosiddetta "recta ratio", in base alla quale le scelte di politica legislativa non possono "fare astrazione dei principi fondamentali della verità sulla persona umana"».
Un argomento molto forte, che esamina anche lei nel suo libro, è questo: come si può chiedere allo Stato di prendere impegni con una coppia che ha liberamente scelto di non prenderne alcuno?
E una delle obiezioni ricorrenti nel dibattito, anche se riguarda solo una parte della fenomenologia delle unioni di fatto, quella costituita da chi "potrebbe ma non vuole", e non anche quell'altra che ha degli impedimenti a contrarre un vincolo matrimoniale. Ma non vi è dubbio che una gran parte delle coppie di fatto sostiene di non essere interessata ad alcuna forma alternativa di legalizzazione del vincolo, proprio per evitare il paradosso di invocare l'intervento dello Stato per regolamentare una scelta di libertà.
D'altronde se una serie di previsioni riferite al matrimonio venisse attribuite anche ad altri rapporti, non ne discenderebbe un sostanziale svilimento della scelta matrimoniale?
In realtà non si può ignorare che solo la famiglia fondata sul matrimonio trova esplicito e specifico riconoscimento nella nostra Carta costituzionale. Questo chiaro "favor familiare" non esclude la possibilità di individuare alcuni rapporti connessi alla convivenza di tipo matrimoniale che presentino una propria rilevanza e un'autonoma giustificazione, ad esempio in materia di successione nella locazione, di mantenimento dell'abitazione, di assistenza e rappresentanza degli interessi in caso di malattia o morte, di risarcimento del danno in caso di morte del convivente causata da illecito altrui. Tuttavia, l'eventuale regolamentazione di questi aspetti non dovrebbe comportare un'equiparazione - formale o sostanziale, esplicita o implicita - della convivenza al rapporto coniugale, quale potrebbe derivare dall'approvazione di alcune proposte di legge attualmente all'esame del Parlamento. Situazioni diverse, quali da un Iato la famiglia fondata sul matrimonio e dall'altro le molteplici esperienze riunite nella categoria eterogenea delle unioni di fatto, non consentono una disciplina analoga se non al prezzo di una forzata assimilazione, che ignora la specifica identità del matrimonio e della famiglia o pretende di superarla in nome di una pretesa pluralità dei "modelli" familiari (e non solo delle relazioni affettive). Forse è proprio questo il vero obiettivo.
In effetti talune proposte, ancor prima che rispondere a esigenze concrete, sembrano perseguire un obiettivo di carattere simbolico e culturale, cioè il riconoscimento pubblico del valore di queste forme di convivenza.
Ma se risulta preclusa la strada del riconoscimento pubblico resta comunque perseguibile la strada del diritto privato?
Questa strada è da esplorare, nella ricerca di soluzioni condivise in grado di corrispondere meglio alla specificità dell'esperienza italiana, evitando di recepire in modo acritico modelli adottati in altri Paesi europei che non sembrano adeguatamente rispondenti al nostro sistema costituzionale, alla nostra tradizione culturale e sensibilità sociale.
CHI E
Venerando Marano è professore associato di Diritto ecclesiastico alla la Facoltà di Giurisprudenza dell'Università di Foggia. E autore di numerose pubblicazioni dedicate all'esame della disciplina del fenomeno religioso nell'esperienza giuridica contemporanea. Fra i suoi lavori monografici più recenti, si segnalano quello su "Il fenomeno associativo nell'ordinamento ecclesiale" (Giuffré ed., 2003) e su "Le unioni di fatto. Esperienza giuridica secolare e insegnamento della Chiesa" (Giuffrè ed., 2005).
http://www.gaynews.it/view.php?ID=34777
giovedì 27 ottobre 2005
Domani alle 14 su GAY.tv il nuovo video di Madonna
E’ fissata per venerdì 28 ottobre alle 14.00 la video date mondiale per il lancio di HUNG UP. Il nuovo video di Madonna. GAY.tv sarà puntuale.
E’ arrivato agli studi di Milano di GAY.tv il nuovo video di Madonna. Ma dalla Warner Music – la casa discografica di Madonna - sono anche arrivate istruzioni ben precise e rigorose. Niente trasmissione fino a venerdì 28 ottobre ore 14.00. Giorno e ora in cui tutte le tv del mondo potranno trasmettere HUNG UP. Il video del nuovo singolo di Madonna che fa da preludio all’album di prossima uscita.
Quello che siamo riusciti a intravedere dal video è una Madonna (molto) dimagrita, ma in magnifica forma, che in jeans e maglietta impazza per le strade.
L’appuntamento è per VENERDI’ 28 OTTOBRE alle ore 14.00 su GAY.tv.
mercoledì 26 ottobre 2005
Proprio un bel gesto, "onorevole" Santanchè!
Santanchè mostra il dito alzato agli studenti
La parlamentare di An: «Non è vero, voglio vedere la foto»
L'onorevole di An replica con un gestaccio ai cori dei manifestanti giunti a Roma per protestare contro la riforma della scuola
ROMA - L'onorevole di An Daniela Santanchè ha risposto ai cori degli studenti raccolti in protesta davanti a Montecitorio, dove si stava votando la riforma dell'Università, alzando il braccio e mostrando loro dito medio alzato, sorridendo. Raggiunta telefonicamente da Corriere.it, ( ■ Ascolta l'audio) la parlamentare si è mostrata sorpresa, e ha reagito con un «Non è vero, voglio vedere la foto».
LO SDEGNO DELL'OPPOSIZIONE - Un gesto probabilmente non colto dagli studenti, ma stigmatizzato dall'opposizione. «Il gesto della deputato Daniela Santanchè nei confronti degli studenti che oggi manifestavano davanti a Montecitorio è rozzo e volgare. Dimostra tutto l'autoritarismo della destra» ha detto Vittoria Franco, responsabile nazionale Ds per la Cultura. «Ciò che mi turba è che un gesto del genere venga da una deputata - spiega Franco - e cioè da una persona che per il ruolo che ricopre dovrebbe dimostrare ai giovani capacità di ascolto. Si tratta invece di un gesto volgare e rozzo, che dimostra la chiusura e tutto l'autoritarismo della destra nei confronti di studenti che stanno semplicemente manifestando la loro voglia di partecipare alla vita della scuola e dell'università italiane. È chiaro che ormai questa destra è davvero lontana dal sentire del Paese».
26 ottobre 2005
http://www.corriere.it/Primo_Piano/Politica/2005/10_Ottobre/25/santanche.shtml
1512, World Gay Pride a Firenze
Quando la Storia riserva sorprese...
di Massimo Consoli
Il 31 agosto del 1512, un gruppo di 30 giovani aristocratici, riuniti sotto il nome di Compagnacci (gruppo nato nel 1497), fece irruzione nel palazzo del governo, costringendo un alto funzionario alle dimissioni e chiedendo che il consiglio comunale abrogasse le condanne di quei sodomiti ch'erano stati costretti all'esilio o a perdere il lavoro proprio per la loro omosessualita'.
Due settimane piu' tardi (il 16 settembre), gli Spagnoli imponevano a Piero Soderini, eletto nel 1502 dal Consiglio Maggiore gonfaloniere a vita, cioe' alla piu' alta carica dello Stato, di ritirarsi dal potere e di fuggire dalla citta', permettendo cosi' il ritorno dei Medici i quali, tra le prime iniziative, accettavano tutte le richieste dei rivoltosi.
L'iniziativa fu clamorosa e, una volta studiata la situazione della Firenze Rinascimentale, se ne capisce meglio la straordinarieta'. In effetti, l'insurrezione del 31 agosto 1512 puo', a ben ragione, essere considerata una sorta di Stonewall italiana ante litteram e, come tale, andrebbe debitamente commemorata.
Il momento storico era particolarmente delicato. L'anno prima Papa Giulio II aveva formato una "Santa Lega" insieme a Venezia, la Spagna e l'Inghilterra di Enrico VIII. La guerra, come al solito, si svolse in Italia visto che il Papa l'aveva voluta per i suoi interessi politici e territoriali, ma avra' conseguenze disastrose per il nostro paese fino ad arrivare al suo culmine con il tremendo sacco di Roma da parte dei lanzichenecchi tedeschi, nel 1527.
Firenze era famosa in tutta Europa per la liberalita' dei costumi e per l'ampia diffusione dell'omosessualita', a tal punto che in Germania, per indicare un sodomita, lo si chiamava con l'appellativo di "fiorentino" ("Florenzer"). La sua reputazione era talmente "cattiva", secondo il punto di vista ufficiale, che perfino Genova aveva vietato l'assunzione di insegnanti toscani, per non mettere in pericolo i propri studenti.
Questa situazione sembra aver favorito il fiorire di una vita culturale particolarmente vivace e la citta' divenne anche il centro delle arti e della letteratura dell'epoca, mentre i suoi sodomiti piu' illustri, a cominciare da Michelangelo e Leonardo, contribuivano alla riedificazione del mondo conosciuto e perfino alla costruzione della Roma cristiana come la conosciamo oggi.
Ma tutto cio' non andava molto bene alla chiesa cattolica che, nonostante la forte presenza di peccatori "a fide catholica deviantes" tra le sue stesse fila, premeva sulle autorita' civili per una stretta di vite. E ci riuscirono nel 1432, quando la citta' creo' un nuovo corpo di guardie speciali incaricati proprio di occuparsi delle accuse, delle prove e dei processi di sodomia. Erano nati gli "Ufficiali di Notte".
Poco piu' tardi anche Lucca, nel 1448, istitui' una magistratura simile.
Le denunce venivano spesso presentate anonimamente, infilate in apposite cassette sparse per la citta'. Una delle vittime piu' illustri fu Leonardo da Vinci. L'8 aprile 1476, qualcuno deposito' nella cassetta di Palazzo Vecchio un foglio con su scritto che il pittore aveva una relazione con il 17enne Jacopo Saltarelli.
Di quel lungo periodo di 70 anni, dal momento della loro costituzione fino al 1502, si sono conservati tutti i documenti raccolti a Firenze e che evidenziano la bellezza di 17.000 casi di sodomia riguardanti altrettanti cittadini. Senza considerare quelli che, ovviamente, la praticavano senza essere scoperti. Queste informazioni (preziosissime) ci vengono da uno studio di Michael Rocke, Forbidden Friendships: Homosexuality and Male Culture in Renaissance Florence, 1996.
Ora, considerato che Firenze aveva una popolazione di 40.000 abitanti, grosso modo 20.000 uomini e 20.000 donne, compresi i bambini e gli anziani, e che un periodo di 70 anni corrisponde, altrettanto grosso modo a due generazioni, qui stiamo parlando di quasi meta' della popolazione di una citta' coinvolta in pratiche sessuali vietate e per le quali non era inusuale finire bruciati vivi sul rogo.
Questo vuol dire che una citta' come Roma, che con la sua provincia ha raggiunto i 5 milioni di presenze medie quotidiane (tra cittadini, pendolari, turisti, clandestini, e chissa' chi altro ancora) nel periodo che va dal 1935 al 2005 dovrebbe avere avuto, in proporzione, una cifra di uomini accusati di omosessualita' tra il milione e mezzo e i 2 milioni!
Impressionante!
E' ovvio che dobbiamo tener presente la particolarita' dell'epoca. E poi, praticare l'omosessualita' non vuol dire essere omosessuali. Al contrario, dalla notte dei tempi fino a poco tempo fa, in molte societa' quello che contava era la posizione assunta durante il rapporto sessuale. Essere attivo era il massimo della virilita', sia con la donna che con un altro uomo. Percio', non c'era un biasimo particolare verso chi si sapeva essere un gran "fottitore" anzi, una sorta di ammirazione e invidia.
L'eta' media del matrimonio, per gli uomini, era di 30/31 anni, in un'epoca in cui, chi arrivava ai 60, era considerato quasi una sorta di "filosofo" da ascoltare con venerazione, non foss'altro perch'era riuscito a vivere tanto a lungo.
Una buona parte della popolazione rimaneva celibe: all'incirca il 12 per cento dei maschi. E questo in un periodo storico in cui avere rapporti sessuali al di fuori del matrimonio era quasi impossibile. Si', le prostitute c'erano, ma erano poche e costose, per le tasche della maggioranza della popolazione che non era tutta, di certo, composta da banchieri e commercianti.
Tutto
questo rendeva quasi automatica la pratica "banale" dell'omosessualita', cosi' come la nascita di relazioni anche affettive molto forti e durature. E non solo tra gli scapoli, ma anche tra gli uomini gia' sposati e con figli.
E'
in questo periodo che opera Bernardino da Siena (1380-1444), il santo
cattolico tanto amato dalla Chiesa di Roma, che invitava i fedeli a sputare sul pavimento di Santa Croce, sempre a Firenze, al grido di "Al fuoco! Bruciate tutti i sodomiti!". O, se proprio non si riusciva a sterminarli fisicamente, almeno "cacciateli dalla citta', privateli del lavoro che svolgono."
Sodomiti, urlava dal pulpito il frate, sono sotto gli occhi di tutti; i bambini li reputano normali perche' li incontrano dentro casa, invitati da genitori incoscienti che non capiscono il male che fanno loro! Reputa talmente grave la situazione che, in un momento di particolare ispirazione, quasi invita padri e madri a far stuprare le bambine piuttosto che i bambini: "non mandate i vostri figli a giocare per le strade, dove rischiano di essere violentati perche' troppo belli. Mandate le vostre figlie, invece".
Anche il domenicano fra' Girolamo Savonarola (1452-1498), capito che la battaglia per i principi morali era la piu' facile e la piu' redditizia, comincio' a predicare contro i sodomiti riuscendo a convincere il governo della citta' ad emanare leggi ancora piu' feroci di quelle che gia' c'erano.
Lo stesso frate fu uno di quelli che capi' subito il rapporto che c'era tra liberta' sessuale e rigoglio culturale, tanto da profetizzare che Firenze avrebbe potuto sostituirsi all'ormai corrotta Roma, guidando la riscossa della chiesa cattolica, se solo si fosse liberata "della poesia, degli sport pubblici, dell'alcol, dell'usura, degli abbigliamenti indecenti e della sodomia".
Dopo la sua morte, un membro del Consiglio dei Dieci non pote' trattenersi dall'esclamare: "Ed ora, finalmente, possiamo tornare a goderci la sodomia".
Fu per questo che il 31 agosto del 1512 i giovani scesero in piazza e lo contestarono violentemente, ottenendo una delle piu' grandi vittorie che il movimento gay mondiale, oggi, puo' festeggiare.
Propongo di celebrare il World Gay Pride del 2012 a Firenze, e di farlo coincidere con l'insurrezione dei Compagnacci del 31 agosto. Questo contribuirebbe a svelare un'altra pagina importante della Storia, troppo a lungo tenuta nascosta, ed a ricordare un momento glorioso della nostra Resistenza che va ben al di la' dello Stonewall del 28 giugno 1969, e che ha il suo centro nel nostro Paese.
(da "Ompo" N. 218, Agosto 2000)
http://www.gaynews.it/view.php?ID=34723
domenica 23 ottobre 2005
'Ndrangheta, telefonate al Viminale spuntano chiamate a numeri segreti
Delitto Fortugno, i contatti tra il medico boss coinvolto nel caso e un'utenza in uso al ministero dell'Interno. Ecco i documenti
Si scava nei tabulati sul traffico telefonico tra il 1997 e il 2003
dai nostri inviati ATTILIO BOLZONI e CARLO BONINI
REGGIO CALABRIA - Nell'inchiesta sull'omicidio di Francesco Fortugno ci sono cinque proiettili calibro 9 x 21 marca Luger e una consulenza tecnica che ha rovesciato tanta polvere sul morto. Ci sono tanti, troppi contatti, diretti e indiretti, che in questa storia portano al Viminale. È il giallo delle telefonate, quelle che apparentemente sono al centro della scena investigativa, quelle che erano state intercettate tra il vice presidente del parlamento calabrese ucciso domenica al seggio e il medico Giuseppe Pansera, al tempo solo il genero incensurato del boss Giuseppe Morabito detto "Tiradritto" e poi schedato come boss.
Siamo andati a vederla quella perizia, abbiamo sfogliato centinaia di pagine di tabulati, abbiamo trovato un groviglio di numeri che raccontano alcuni fatti.
Il primo fatto: in tre anni, dal 1997 al 2000, Francesco Fortugno e Giuseppe Pansera si sono parlati al telefono solo 12 volte e sempre per una manciata di secondi. Il secondo fatto: su 464 utenze portate all'attenzione della magistratura dal consulente tecnico, quelle 12 tracce telefoniche non sono state né trascritte né presentate al pubblico ministero di Milano perché "assolutamente ininfluenti per le indagini". Il terzo fatto: tra centinaia di cellulari sospetti il consulente ne ha individuato due intestati al "Ministero degli Interni Dipartimento di Pubblica Sicurezza" e poi ne ha scoperti almeno altri 18 senza codici, cellulari "blindati", senza numero e senza identificativo. Il quarto e ultimo fatto: Giuseppe Pansera, quando era già latitante per un traffico di stupefacenti, telefonava a un personaggio che a sua volta era in contatto con un'utenza del ministero degli Interni. Cosa si potevano mai dire un ricercato della 'ndrangheta e uomini collegati al Viminale?
A una settimana dall'uccisione dell'uomo politico calabrese il Racis di Messina (il reparto delle investigazioni scientifiche dei carabinieri) sta completando il rapporto sulla scena del delitto. Di certo, al momento, ci sono il calibro e la marca delle pallottole che hanno ucciso Francesco Fortugno. E più di un dubbio sulle testimonianze che parlano "di un killer che si è allontanato con un complice su una A112". Gli investigatori sono molto perplessi: "Fare un omicidio di questo tipo utilizzando un'A112, vuol dire farsi trovare: in Italia di quelle macchine non ne girano ormai più di cento". E sospettano anche che i killer non siano della Locride ma siano venuti da Reggio o da lì vicino. Naturalmente con un nulla osta di una o di più 'ndrine locali.
Ma torniamo al giallo del tabulato. E cominciamo a ricostruire tutti i "collegamenti" telefonici tra Fortugno e il suo collega Pansera in 36 mesi, sfogliando pagina per pagina la consulenza tecnica. Bisogna precisare subito che il nome di Francesco Fortugno neanche compare in quel documento che si chiama "Elaborazione analitico-relazionale dei dati di traffico di utenze radiomobili e di telefonia di base", la perizia che il consulente Gioacchino Genchi ha consegnato al sostituto procuratore della repubblica di Milano Laura Barbaini, la titolare di un'inchiesta su mafia e coca nella Locride con agganci in Lombardia. Il nome di Francesco Fortugno - al contrario di altri 464 tra i quali professionisti calabresi, trafficanti, professori universitari di Messina, farmacisti della Locride, tanti imprenditori, qualche avvocato - era stato relegato in una specie di "cestino" con tanti altri uomini e donne individuati attraverso l'esame dei tabulati.
Ripescando il nome di Francesco Fortugno da quel contenitore e verificando a una a una tutte le tracce telefoniche si scopre che le conversazione tra lui e il futuro boss non sono 31 né 26, ma solo 12. Alcune sono state rivelate da due ponti radio diversi e così, una telefonata fatta nello stesso momento risulta come due telefonate. È il caso di una conversazione tra i due - chiama Giuseppe Pansera dall'ospedale di Melito Porto San Salvo in località Acquedotto (la perizia indica sempre il luogo preciso delle chiamate) - alle 9, 55 minuti e 7 secondi del 29 novembre 2000. Nel tabulato è riportata due volte da due diversi ponti radio. Qualche mese prima, siamo nel novembre del 1999 - esattamente il giorno 22 - Pansera chiamava ancora Fortugno.
Risultano due conversazioni di 34 secondi l'una. La prima inizia alle 11,22,06, ma nella perizia si certifica che quattro secondi dopo - cioè contemporaneamente - Fortugno e Pansera hanno un'altra conversazione. Così si arriva prima a 26 telefonate tra i due e poi a 31. Capita anche il 18 gennaio del 2000 alle 11,55,02. E capita il 22 gennaio altre tre volte, tra le 9,01,36 e le 11,23,19. La perizia è molto precisa, asettica, svela ogni contatto, ogni numero che chiama e riceve, la località da dove partono le chiamate e la località dove arrivano.
Basta leggerla per scoprire quanto hanno parlato in quei 3 anni, il medico ucciso e il medico che oggi è in carcere con una condanna a sedici anni per traffico internazionale di droga. Nella consulenza poi c'è un ultimo particolare: tutte le telefonate "rintracciate" sono state fatte o ricevute dagli ospedali di Locri e da quello di Melito Porto Salvo, nel primo lavorava Fortugno e nel secondo Pansera. Dodici conversazioni: la più lunga è di 181 secondi.
Fin qui le strisce dei tabulati che riguardano l'uomo politico ammazzato dalla 'ndrangheta. Uscendo da quel "cestino" dove era finito Fortugno si entra invece nel vivo di quell'inchiesta su mafia e droga. E analizzando - anche qui uno dopo l'altro - quelle 464 utenze intercettate nei contatti dalla perizia, si trovano tracce che gli investigatori avevano ritenuti "spunti interessanti". Soprattutto due: quei numeri di telefono intestati al Ministero degli Interni Dipartimento di Pubblica sicurezza. I numeri si trovano nel quarto foglio delle 464 utenze "attenzionate". Il primo è un 33559879.. che è stato monitorato dal 6 febbraio del 1999 al 3 gennaio del 2002.
Il secondo è un 33559878.. monitorato dal 25 febbraio 1999 al 31 dicembre 2001. La sorpresa è al primo numero. Viene chiamato due volte - la prima dalla Puglia e la seconda dalla Campania - da un uomo che è in stretto contatto con Giuseppe Pansera quando il medico è già latitante. Due conversazioni. Una alle 21,50,52 dell'8 dicembre del 2000, l'altra alle 12,13,45 del primo gennaio 2001.
In quei giorni Pansera era ricercato. Qualche mese prima era sfuggito alla cattura della polizia mentre viaggiava sulla costa jonica, scortato da cinque auto cariche di picciotti. Qualche mese dopo sarà catturato dai carabinieri. A chi appartenevano quei numeri che il consulente tecnico ha individuato come intestati al Viminale? Abbiamo chiamato, prima uno e poi l'altro. Sono ancora attivi. Al primo ci ha risposto la voce giovane di una ragazza: "Non so niente della Calabria, non conoscono il signor Pansera o il signor Fortugno, ha acquistato tre anni fa questo telefono usato". Al secondo cellulare intestato al Ministero ci ha risposto un uomo: "Sono un funzionario del ministero e non autorizzato a rivelare la mia identità, posso solo dirvi che questo è un telefono di servizio che ho in uso da tre anni".
Ma nel tabulato dei contatti telefonici c'è altra materia per le indagini. Una miriade di nomi stranieri e una miriade di telefonate fatte in tutti gli angoli del mondo: in Spagna, tante in Bulgaria, a Sao Tome, in Svizzera, in Francia, in Germania. E poi ci sono 18 utenze non identificate. Diciotto numeri chiamati da personaggi in qualche modo sotto indagine o sfiorati dalle indagini sul traffico di droga che non sono stati individuati. Il consulente non è riuscito a risalire né al numero né al codice di quei telefoni. Telefoni fissi o radiomobili assolutamente "bui".
Nel secondo foglio del tabulato sono stati registrati 13 numeri top secret con un movimento telefonico dal 1 luglio 2001 al 28 ottobre 2001, dal 4 gennaio 2000 al 28 marzo 2001, dal 14 maggio 2001 al 15 maggio 2002. Nel terzo foglio del tabulato altri 5 telefoni senza codice identificativo. Con un'altra marea di contatti telefonici: dal 19 febbraio 2002 al 18 gennaio 2003, dal 11 giugno 2002 al 14 gennaio 2003. A chi sono intestati questi telefoni "blindati"? Sono telefoni e numeri e codici mandati al macero? Sono numeri "inaccessibili" perché in uso a uomini di apparati riservati? E perché tutti quei contatti - di mesi, di anni - in quel contesto d'indagine sui traffici di droga della 'ndrangheta? La consulenza tecnica nel procedimento numero 3308/03 del registro generale della Procura della Repubblica di Milano naturalmente non lo spiega e non lo può spiegare. Una perizia è solo una perizia. Cerca dati, sforna numeri, li incrocia, li confronta.
(23 ottobre 2005)
http://www.repubblica.it/2005/i/sezioni/cronaca/ndrangheta/ndravi/ndravi.html
La mia Italia lenta e la mia Italia rock
di Enzo Biagi
Ho guardato Adriano Celentano e ho sognato di essere a fianco di Michele Santoro, perché Michele è rock, ma è stato giusto che io non ci fossi, perché so di essere lento, mentre lui è stato super rock. Ha detto parole che in tempi ormai lontani qualcuno, mio padre e mia madre, mi hanno insegnato: fratellanza e libertà. Le ha dette all’interno di una messinscena e il giorno dopo una decisione difficile e molto sofferta, quello delle dimissioni dal Parlamento europeo, ma le ha dette col cuore. Solo un regime non gli dà quel microfono che gli ha offerto il Molleggiato.
Celentano è rock perché ha fatto la televisione, quella vera, quella studiata, quella degli autori, quella che non si fa più perché fa pensare. Una frase su tutte: «La paura delle parole ». Fabrizio Del Noce è lento perché pensa ai politici e non ai telespettatori; Alfredo Meocci è rock perché ha difeso gli autori e lo ha fatto davanti a milioni di italiani. Non lo invidio, immagino le reazioni ad Arcore e a Palazzo Chigi. Maurizio Crozza è rock e mi manca la domenica pomeriggio. Antonio Cornacchione è rock, ma siccome è amico mio, è super rock.
L’Italia è rock, ma il Paese è lento perché non ha capito che l’assassinio di Francesco Fortugno è un delitto di mafia; tutti i politici che abbiamo visto in tv sono lenti perché non hanno dedicato un pensiero alla tragedia calabrese, non hanno ricordato che questo fatto drammatico si aggiunge a un lungo elenco nel quale spiccano i nomi di Piersanti Mattarella e Pio La Torre.
Monsignor Giancarlo Bregantini è rock perché ha denunciato che la criminalità organizzata vuole dominare la politica. Carlo Azeglio Ciampi è rock perché è andato a Locri; Silvio Berlusconi è lento perché si è fatto rappresentare.
23 ottobre 2005
http://www.corriere.it/Primo_Piano/Editoriali/2005/10_Ottobre/23/biagi.shtml
sabato 22 ottobre 2005
La chiesa degli scandali
| di Roberto Taddeucci Mentre la macchia dei preti pedofili si espande senza sosta, la Chiesa Cattolica invita a scovare i gay nei seminari. Storia "papale papale" di una vicenda di soprusi e ipocrisie. | |
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Anni di abusi e ipocrisie
Insomma, negli Stati Uniti i casi venuti alla luce si contano ormai a centinaia con le diocesi sotto accusa per essersi adoperate più ad evitare che gli abusi diventassero di dominio pubblico (trasferendo i prelati coinvolti) che non a tutelare la sicurezza dei bambini. Sono in attività da tempo associazioni di cittadini che chiedono che finalmente i Vescovi coinvolti si assumano le proprie responsabilità o che fanno informazione nella casistica specifica. Il precedente costituito da Boston pare non aver insegnato niente ad altre diocesi che hanno continuato imperterrite a cercare di insabbiare gli scandali man mano che emergevano attuando la solita tattica del "trasferimento" ogni qualvolta le circostanze lo richiedessero.
I pontefici che non sanno reagire
Giovanni Paolo II dal canto suo aveva deplorato pubblicamente questi accadimenti richiamando vescovi e sacerdoti al loro ruolo di esempi di moralità ma si era attirato anche pesanti critiche per via della sua inconcludente lettera apostolica "Sacramentorum sanctitatis tutela" che risaliva a neanche un anno prima (aprile 2001) e che, a parte prevedere una visita ed un'indagine apostolica, non prendeva nessun provvedimento concreto volto a risolvere una volta per tutte la piaga degli scandali sessuali in seno alla Chiesa causato da preti predatori. Alla Congregazione per la Dottrina della Fede veniva affidata la competenza esclusiva su tutta una serie di atti gravi commessi dai ministri del culto nella loro missione educativa a contatto con i giovani, tra i quali la pedofilia. Secondo tali indicazioni la stessa Congregazione, allora guidata da Joseph Ratzinger, il mese successivo (maggio 2001) diffuse una lettera ai vescovi nella quale avoca a sé i processi riguardanti gli abusi sessuali commessi da sacerdoti su minori, l´assoluzione di complici in peccati contro il sesto comandamento e altri simili delitti. Mentre le alte gerarchie vaticane emanavano queste circolari interne più di forma che di sostanza altre scottanti realtà continuavano a venire a galla.
E i media italiani tacciono
Vade retro gay!
Purtroppo la pratica del "trasferimento" in presenza di preti coinvolti in scandali a sfondo sessuale pare essere diffusa ovunque, non certo solo negli Stati Uniti. In settembre era arrivata dalla Francia la notizia della condanna a 12 anni di carcere per un prete 65enne, Denis Vadeboncoeur, parroco in Normandia, per violenza su minore.
Padre Vadeboncoeur era stato in carcere 20 mesi in Canada per sodomia e aggressioni sessuali negli anni Ottanta ma poi si era visto affidare successivamente dalla chiesa francese - al corrente del suo passato - una parrocchia in Normandia. In Italia nel luglio scorso a Castagnole Piemonte il 36enne don Roberto Volaterra aveva accettato di pagare un risarcimento di 45 mila euro nel patteggiamento della pena relativa a violenza sessuale su una bambina. Anche in questo caso il sacerdote, a quanto riportato dall'agenzia di stampa Agr, risulta essere stato "trasferito". A fronte di tutto questo il Vaticano si accinge a pubblicare un nuovo documento che lancia invece una nuova crociata non contro i preti pedofili ma contro gli aspiranti sacerdoti che rivelino tendenze omosessuali. Il documento, un'"istruzione" di 16 pagine a firma del cardinale polacco Zenon Grocholewski, prefetto della Congregazione per l'Educazione cattolica, sarebbe stato letto e approvato questa estate dal pontefice durante le sue vacanze estive a Castelgandolfo e dovrebbe essere diffuso ai primi di novembre. L'annunciato divieto per i gay di prendere i voti ha già attirato molte critiche provenienti anche dall'interno del mondo religioso. Negli USA almeno due responsabili dei Gesuiti hanno inviato una lettera a preti e seminaristi assicurando loro che il loro orientamento sessuale non costituisce un problema fintanto che, ovviamente, siano mantenuti celibato e castità. "Non manderemo via nessuno", ha dichiarato il reverendo John Whitney, capo dei Gesuiti dello stato dell'Oregon.
Una confusione che conviene a qualcuno
C'è chi sembra essere interessato a mescolare due questioni assai diverse come pedofilia e omosessualità attribuendo il boom di scandali a sfondo sessuale a preti gay che avrebbero abusato di giovani ragazzi.
Alla base di tutto ci potrebbe essere lo stereotipo secondo il quale gli omosessuali sarebbero incapaci di controllare la loro sessualità. Ma, come ricorda Gerard Thomas, un prete che ha fatto coming out, era stato proprio l'allora cardinale Ratzinger nella sua famigerata Lettera sulla cura pastorale delle persone omosessuali del 1986 ad invitare a non creare confusioni su questo aspetto: "Dev'essere comunque evitata la presunzione infondata e umiliante che il comportamento omosessuale delle persone omosessuali sia sempre e totalmente soggetto a coazione e pertanto senza colpa. In realtà anche nelle persone con tendenza omosessuale dev'essere riconosciuta quella libertà fondamentale che caratterizza la persona umana e le conferisce la sua particolare dignità. Come in ogni conversione dal male, grazie a questa libertà, lo sforzo umano, illuminato e sostenuto dalla grazia di Dio, potrà consentire ad esse di evitare l'attività omosessuale." Da questo il concetto che gli uomini gay non sarebbero accettabili in seminario perché non sarebbero in grado di mantenersi casti è un qualcosa che va contro gli stessi scritti di colui che è adesso Papa Benedetto XVI.
giovedì 20 ottobre 2005
Luttazzi e Travaglio assolti "Berlusconi non fu diffamato"
Caso "Satyricon", chiesti da Berlusconi 20 mld di risarcimento per aver "devastato l'immagine di politico e di imprenditore"
Il premier condannato a pagare 100 mila euro di spese legali
di ALESSANDRA LONGO
Marco Travaglio
e Daniele Luttazzi
ROMA - Condannato. Silvio Berlusconi aveva chiesto un risarcimento di 20 miliardi del vecchio conio, come direbbe Bonolis, a quel diavolo di Marco Travaglio, colpevole, in associazione a delinquere con l'attualmente desaparecido Rai Daniele Luttazzi, di averlo offeso, anzi di aver "letteralmente devastato - si legge nella querela - la sua immagine di politico e di imprenditore".
Ma il giudice ha deciso diversamente e ha condannato il capo del governo a pagare le spese legali nell'ordine di centomila euro. Ne dà notizia lo stesso Travaglio, molto sollevato all'idea di non dover versare a rate, per il resto dei suoi giorni, la cifra richiesta dagli avvocati del Cavaliere. E ora i fatti, come si dice in gergo d'aula.
Era il 14 marzo del 2001, un mercoledì sera. Su Raidue andava in onda Satyricon, direttore di rete Carlo Freccero, produttore Bibi Ballandi (anche loro denunciati in sede civile). Luttazzi chiama Travaglio a parlare del suo libro, "L'odore dei soldi", scritto a quattro mani con Elio Veltri. Storia non autorizzata sulle origini delle fortune economiche di Berlusconi, sui segreti meccanismi finanziari che portarono alla nascita della Fininvest, sullo strano arrivo, ad Arcore, dello stalliere mafioso Vittorio Mangano. Minuti televisivi senza filtro.
Luttazzi chiede, Travaglio risponde, con documenti e atti che ha usato per scrivere. Da dove ha preso Berlusconi i miliardi per cominciare? Perché ha ospitato un boss, poi condannato a due ergastoli, a casa sua? Perché la Rai ha sempre scansato l'ultima intervista di Paolo Borsellino, acquisita da chi indaga sulle stragi di Capaci, via D'Amelio e degli Uffizi? Intervista nella quale, spiega Travaglio, il magistrato parla dell'interesse della procura di Palermo per Berlusconi, Dell'Utri e Mangano?
"Ignobile attacco al capo dell'opposizione, libercolo diffamatorio": Berlusconi s'infuria, querela, fa querelare. Partono dieci cause che sarebbero in realtà cinque raddoppiate, una per la trasmissione e una per il libro, moltiplicate appunto per cinque. La Fininvest di Aldo Bonomo chiede cinque miliardi, Mediaset di Confalonieri si aggrega. Querelano anche Giulio Tremonti, citato perché la sua legge avrebbe garantito 243 miliardi di sgravi a Mediaset, e Forza Italia, partito offeso del leader offeso. In tutto le richieste di risarcimento ammontano a 150 miliardi di vecchie lire.
Pochi giorni fa, in sordina, la decisione del giudice, a breve la motivazione della sentenza. Travaglio, che ha appena finito di risarcire Previti per una causa persa ("Un problema di avvocato"), si dice "contento, molto contento": "Nel mio libro non dicevo niente di nuovo, mi sono limitato a riordinare documenti. Non abbiamo danneggiato nessuno perché non abbiamo mentito. Le querele sono partite solo per spaventarci. Io ho scritto acqua fresca rispetto a quel che si legge nella sentenza Dell'Utri dell'anno scorso.
Berlusconi è stato condannato in sede civile, dovrà pagare le spese legali. E' un passaggio importante. Con questa, ho vinto tre cause su dieci. Me ne rimangono altre sette...". Travaglio sta preparando un altro libro. Si chiama "Inciucio". Avverte: "Questa volta s'incazzerà anche la sinistra".
(20 ottobre 2005)
http://www.repubblica.it/2005/j/sezioni/politica/lutra/lutra/lutra.html
sabato 15 ottobre 2005
Il coraggio di Patrizia
Delia Vaccarello sulla prima pagina dell'Unità fa un bel ritratto della transessuale Patrizia che ha salvato la vita a Lapo Elkann
di Delia Vaccarello
«È il 118? Presto, correte, un uomo sta morendo». Avete passato la notte insieme. Lui ha i capelli biondi, le labbra sottili, gli occhi azzurri. Tu hai le labbra carnose, il seno, i genitali maschili: sei una transessuale. Sono le nove del mattino. Ti avvicini e ti accorgi che lui rantola. Chiami subito i soccorsi. Se perdi un secondo, può essere troppo tardi. Sei nata in un corpo di uomo, ma ti senti donna. Hai scelto "Patrizia" come nome per la tua identità ritrovata. Con il tuo corpo, con il tuo nome, ti senti te stessa. Non hai un pensiero per la notte e uno per il giorno. Non sei sollecita al buio e vile alla luce del sole. Non sei doppia. Sei unica, come è unica la vita di quell'uomo gentile che rischia di andarsene via.
«Correte, sta morendo». Eppure potresti restare stritolata in un gioco più grande di te. L'uomo da soccorrere si chiama Lapo Elkann. È famoso. Tra un attimo tutto il mondo ne parlerà. Ci saranno domande, le forze dell'ordine indagheranno. Tu lo sai. Hai imparato, da anni, a non curarti dello sguardo doppio di molti, anche se fa male. All'inizio ti ferisce di più, poi sempre meno. Ma fa sempre male l'aggressività degli occhi appostati dietro le lenti dell' ipocrisia. Ti guardano, fissano le tue camicette scollate, le calze a rete, la tua eccezionale altezza, trasalgono al timbro della tua voce non del tutto ammorbidita dagli ormoni e ti disprezzano. Tolgono valore alla tua vita solo perché la tua immagine non è rispettabile per i benpensanti. La vita, invece, per te ha un valore grandissimo, qualunque vita, e non importa se viene travestita dagli altri con gli abiti logori del pregiudizio o con i panni "regali" della fama.
Lapo Elkann sta morendo, a salvare una vita non serve la fama, non servono i soldi, serve, ora, subito, una telefonata, succeda quel che succeda. «Presto, correte, un uomo sta morendo». Se non conoscessi la Dignità, tu, Patrizia non saresti sopravvissuta. La dignità ha la forza di un canto che non si estingue, anche se gli altri urlano o ti accoltellano alla schiena. Ti ha dato l'energia di chi non aspetta, per sentirsi vivo, che il can can mediatico dia l'approvazione, che ti metta oggi sull'altare e ti getti domani nella polvere. Il carnevale televisivo, che troppo spesso "maschera" la vera informazione quella sì, quanto è travestita -, parlerà di Lapo Elkann. Ne parlerà mentre Lapo sarà nella polvere in cui ci getta la vita quando non abbiamo le forze. Ci sarà gente che camufferà morbosità e scandalizzata sorpresa alla notizia che aveva trascorso la notte con te, con te che l'hai soccorso. Ci sarà chi, alla notizia della sfortuna altrui, ammiccherà: «Ehi, hai visto con chi era?». Ti spingeranno fuori dall'ombra con cui finora hai cercato di proteggerti. Non importa. Per te importa tirare quell'uomo gentile fuori dalla polvere che può ricoprire la vita, in un attimo, e trasformarla in morte.
«Correte, sta morendo». Conosco tante persone transessuali. Ad alcune mi lega un profondo sentimento di amicizia. Ne abbiamo parlato spesso su questo giornale. Cercando ogni volta di dar voce alla voce soffocata dalla coperta di pregiudizi con cui il mondo le occulta. Tutti i giorni incontriamo le persone transessuali: lavorano in case di riposo per anziani, fanno l'animazione tra i giovani, sono esperte di informatica, alcune leggono l'oroscopo al mattino, altre esercitano la prostituzione. Fanno i lavori di tutti. Le giovani si cercano nell'età tra le più difficili, quella dell'adolescenza. Lì dove il confine tra la morte e la nuova vita si fa sottile. Lì dove la seconda nascita, quella alla società, alla sfera "pubblica", avviene solo grazie all'infinito coraggio di dire: «Io sono così e ho il diritto alla dignità». Ma se non si trova il coraggio, si muore alla vita vera.
Le persone trans interrogano se stesse per lungo tempo in una solitudine spaventosa, affinando l'orecchio alle tante solitudini. Non hanno modelli che aiutano a cercare la propria identità, trovano spesso solo un'abbondante dose di derisione.
Chi riesce a trovarsi, a tenere fermo il contatto con ciò che sente, difende fino allo stremo una voce dentro di sé. Misteriosa, forse. La difende quando è fragile, quando può bastare un pizzico di difficoltà in più a zittirla per sempre. Difende la voce della vita. Quella che gli altri disprezzano, quando disprezzano. Ma chi disprezza la vita altrui, disprezza la propria. Quella che gli altri non soccorrono, se non la riconoscono in pericolo o se, percepito il pericolo, tirano diritto per la propria strada. Tu, Patrizia, non hai potuto farlo. Hai detto a te stessa, tanto tempo fa: «Devo soccorrermi, altrimenti muoio». Hai aperto la porta di casa, di notte e di giorno, con le camicette scollate, il seno, i tacchi alti, la voce dal timbro forte. E hai detto: «Sono viva». Così l'altra mattina hai detto: «Correte, Lapo Elkann sta morendo». Hai dato voce alla giustizia. All'unica giustizia che conta. Quella che soccorre la vita.
venerdì 14 ottobre 2005
Prodi conferma: "Regolamenteremo le convivenze"
In una lettera al giornale diocesano di Vittorio Veneto il leader dell'Unione risponde alle critiche espresse dal vescovo mons. Giuseppe Zenti sulla sua posizione sui PACS
Vittorio Veneto (Tv), 14 ott. (Adnkronos) - ''Il mio pensiero su un problema tanto delicato quale quello della famiglia e delle convivenze e' stato davvero travisato e strumentalizzato. Un tema che non puo' essere affrontato, come invece si e' fatto, con dichiarazioni estemporanee e in un clima nel quale si privilegiano i toni 'gridati' e ad effetto''. A sottolinearlo e' Romano Prodi nella lettera che apparira' domani sul settimanale diocesano 'L'azione' di Vittorio Veneto (Treviso), in risposta alla critiche espresse dal vescovo mons. Giuseppe Zenti sullo stesso settimanale sulla sua posizione sui pacs e che, rivolgendosi allo stesso Prodi, gli diceva invece di puntare tutto sulla famiglia se vuole vincere le prossime elezioni politiche.
E Prodi spiega: ''In questo specifico caso, inoltre, mi sono dovuto rendere conto che la vicinanza sia geografica che temporale con la vicenda spagnola, dove si e' dato via libera al matrimonio tra persone dello stesso sesso, ha reso ancora piu' difficile la comprensione corretta dei miei orientamenti al riguardo e assai piu' facile la strumentalizzazione delle mie parole. (Troppo comodo dire che Prodi era piu' o meno come Zapatero!). Invece le cose stanno in modo ben diverso''.
''Ecco perche' vorrei cominciare precisando quel che non ho mai detto - sottolinea il leader dell'Unione - Come ho avuto modo di scrivere in una lettera a 'Famiglia Cristiana' non ho mai sostenuto l'opportunita' di matrimoni tra persone dello stesso sesso, anzi in tempi non sospetti mi sono pubblicamente dichiarato contrario; ne' ho mai pensato e penso a provvedimenti che mettano minimamente in discussione la famiglia''.
''Molti mesi or sono, quando ancora ero alla guida della Commissione europea, io stesso -aggiunge Prodi- ebbi modo di dire personalmente al Presidente Zapatero che non ero d'accordo con lui e che i matrimoni tra persone dello stesso sesso non sono accettabili in alcun modo. Ho sempre detto che i figli devono avere un padre e una madre e che sono contrario a soluzioni diverse da questa. Ho ribadito che considero la famiglia basata sul matrimonio un fondamento della societa'. Ed e' certo che i miei orientamenti religiosi sostengono questa convinzione''.
''Penso pero', ed e' quanto ho detto - ggiunge Prodi-, che non si possa piu' non dare una regolamentazione ad altre forme di convivenza e alle unioni riconoscendo alcune tutele- avverte il professore - Sono tante, ormai, anche nel nostro Paese. Sono del piu' diverso tipo e a volte sono scelte o imposte dall'organizzazione della vita e della nostra societa'''.
''E' a loro che pensavo (e penso) quando ho chiesto a me stesso e a tutti noi se e' giusto privare due persone che hanno condiviso anni di vita comune in un rapporto di aiuto reciproco, della possibilita' di una visita in ospedale, o di lasciare un'eredita', piccola o grande che sia all'atro, o la pensione - prosegue Prodi - I casi sono innumerevoli e diversi tra loro e la politica non puo' ignorare la realta'. Ecco perche' ho detto che, in concreto, si trattera' di individuare i diritti e i doveri in capo ai partners di una unione e di assicurare la loro tutela cosi' da evitare ogni forma di discriminazione''.
''Quanto alla famiglia non ho dubbi al riguardo: per la mia vita e' stata la cosa piu' importante. La considero un fondamento della nostra societa'- assicura il professore - Sono ben consapevole che la nostra stessa tenuta sociale richiede un forte sostegno alla famiglia e penso che l'intero sistema debba tenerne conto. Non bastano singoli interventi. Serve un lavoro non precario, un sistema fiscale, un'organizzazione del tempo che tenga conto delle esigenze delle famiglie''.
''In queste settimane ho esaminato uno studio prodotto per le Acli dal prof. Luigi Campiglio che presenta costi e vantaggi dell'introduzione del 'quoziente familiare' nel nostro sistema di tassazione -conclude il professore - Qualcosa di piu' di un semplice sistema di detrazioni fiscali che aiuti le famiglie con figli e con un piu' basso reddito. Nel mio stesso programma per le primarie c'e' un forte impegno per i nidi ma anche per ridurre la precarizzazione del lavoro che produce insicurezza nei giovani e, di conseguenza, maggiori difficolta' a farsi una famiglia e ad avere figli''.
http://www.gaynews.it/view.php?ID=34582
mercoledì 12 ottobre 2005
A sostegno di Giorgio e Luciana Alpi contro la querela di Taormina
Ci appelliamo alla sensibilità e alla passione di quanti ancora credono che si possa giungere alla verità sulla morte di Ilaria Alpi e Miran Hrovatin, gionalisti del Tg3 uccisi a Mogadiscio - Somalia - il 20 marzo 1994.
E' di ieri la notizia, diffusa dalle agenzie stampa e da "Reporter Associati International", della lettera scritta dall'on. Carlo Taormina al presidente della Camera on. Pierferdinando Casini, contenente la minaccia di una querela per diffamazione contro i genitori di Ilaria Alpi, Giorgio e Luciana, colpevoli - a giudizio dell'on. Taormina - di aver "osato" criticare il metodo e le procedure che il presidente Taormina applica ai lavori della Commissione. Critiche che facciamo fin d'ora nostre assumendocene la piena responsabilità.
La minaccia di querela contro i genitori di Ilaria Alpi, e del loro difensore Domenico D'Amati, segna l'ultimo atto di una politica spregiudicata portata avanti dall'on. Carlo Taormina all'interno della Commissione parlamentare da lui presieduta, una politica che ha portato ad oggi quale unico risultato dopo due anni di lavori quello di indicare nei giornalisti allontanati dal compito di consulenti della Commissione dei"depistatori", altri giornalisti che erano, a ragione, considerati memorie storiche del "caso Alpi" additati come "occultatori", altri ancora, i colleghi del Tg3 di Ilaria Alpi ridotti a "inquinatori". E da ieri perfino i genitori di Ilaria bollati come "diffamatori".
Una politica spregiudicata che ha posto nei fatti la Commissione parlamentare sulla strada di un conflitto tra poteri dello stato con il rifiuto di ottemperare ad alcuni disposizioni della magistratura in occasione alcuni delicati passaggi operativi e procedurali. E per questo motivo la Procura della Repubblica di Roma, con una iniziativa definita "grottesca" dal presidente della Commissione Carlo Taormina nella lettera inviata all'On. Pierferdinando Casini, ha aperto un'indagine intorno al ritrovamento a Mogadiscio (a undici anni di distanza dal duplice omicidio...) dell'auto indicata come quella dove persero la vita i due giornalisti italiani. Un ritrovamento che, come altri passaggi dei lavori della Commissione, lascia non pochi dubbi e perplessità...
Ci appelliamo all'opinione pubblica, ai movimenti, alle associazioni, a tutti i cittadini che hanno a cuore la verità e il rispetto delle procedure necessarie a raggiungerla. Ci appelliamo perchè tutti ci possano stringere solidarmente intorno alle figure di Giorgio e Luciana Alpi che hanno dedicato questi undici anni alla ricera della verità sull'esecuzione alla quale vennero sottoposti Ilaria Alpi e Miran Hrovatin.
Ci appelliamo a quanti ancora credono sia posibile arrivare a identificare i mandanti del duplice omicidio e l'ambiente dal quale venne ordinato di assassinare i due giornalisti.
Ci appelliamo ai parlamentari del centrosinistra perchè adoperino ogni mezzo e ogni strumento perchè firmino questo appello e lo facciano arrivare fin dentro la Camera dei Deputati e al presidente on.Casini.
Ci appelliamo a tutti i giornalisti, agli operatori dell'informazione perchè non abbassino la guardia sulla drammatica vicenda della morte di Ilaria Alpi e Miran Hrovatin, perchè non si accontentino di verità tanto "semplici" come inusitatamente e pubblicamente enunciate dall'on. Carlo Taormina, prima ancora delle conclusioni ufficiali dei lavori della Commissione parlamentare, e che vedono indicare come causa della morte di Ilaria Alpi e Miran Hrovatin qualcosa di molto simile a un incidente: "un tentativo di rapina, o rapimento, finito male...".
La minaccia di querela per diffamazione contro Giorgio e Luciana Alpi ci indigna profondamente persino nella forma che è stata consapevolmente usata per diffonderla, ci indigna come cittadini che crediamo ancora nel valore della politica e degli strumenti democratici della politica per raggiungere la verità, ci indigna perchè segna il tentativo di delegittimare il lavoro e l'impegno di tutti coloro che per undici anni si sono impegnati e si sono battuti, senza alcun interesse personale, per cercare di arrivare a smascherare i mandanti dell'esecuzione di Ilaria e Miran. Ovunque si trovino, dentro e fuori la Somalia.
Noi firmatari di questo appello non ci accontenteremo fin quando non sarà raggiunta la verità, fino a quando non saranno chiarite tutte le dinamiche che hanno portato al duplice omicidio. Fino a quando non leggeremo nero su bianco i nomi dei mandanti.
Sentiamo di doverlo a Ilaria e Miran
Sappiamo di doverlo a Giorgio e Luciana
Noi siamo al loro fianco
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