giovedì 9 marzo 2006

Mussolini a Vladimir Luxuria: "Meglio fascista che frocio"

A 'Porta a porta' l'europarlamentare insulta il candidato di Rifondazione
La replica: "Una caduta di stile che rivela la loro vera identità"




ROMA - Un durissimo scambio di battute, condito da una battuta finale che farà polemica: "Meglio fascista che frocio". La frase è stata rivolta da Alessandra Mussolini a Vladimir Luxuria, nel corso della trasmissione Porta a porta, ospiti anche il ministro della Giustizia Roberto Castelli e il leader dell'Italia dei valori, Antonio Di Pietro.

E' la prima volta che il candidato di Rifondazione entra nel salotto di Bruno Vespa. Alessandra Mussolini è arrivata in ritardo rispetto all'inizio della registrazione, e con l'umore pessimo per via dell'inchiesta sulle intercettazioni. Ma a quindici minuti dall'inizio della trasmissione, il primo a rivolgersi direttamente a Luxuria è stato il Guardasigilli. Che lo chiama ripetutamente "signor Guadagno", cioè con il vero cognome di Luxuria.

"Se mi chiama signor Guadagno per offendermi, non attacca", replica il candidato di Rifondazione. "Non voglio offendere il signore - incalza Castelli - ma mi dica come chiamarlo: lui, lei...". L'altro taglia corto, con una battuta: "Mi dia del loro".

Ma sono semplici schermaglie rispetto all'affondo finale della Mussolini. Partita già con il piede sbagliato, fin dal principio: "Mi scusi - dice - non voglio essere offensiva, ma che vuol dire transgender? Transgender, transgendarmi, sembra Schwarzenneger... Usiamo termini italiani", chiede sorridendo a Luxuria.

Ma gli argomenti in scaletta non favoriscono l'incontro fra culture e storie diverse. Sui Pacs monta il conflitto, con Mussolini e Castelli da un lato, schierati per dimostrare che la legge dell'Unione toglierà diritti ai bambini, e dall'altro Luxuria e Di Pietro decisi nel respingere il parallelo sostenendo che la legge sarà una conquista di civiltà per tutti.

"Non voglio essere dipinta come nemica dei bambini, non siamo gli Attila arrivati a distruggere", si difende Luxuria, mentre Di Pietro sottolinea: "Lei non mangia i bambini, il vostro è un falso problema".

I Pacs lasciano il campo al tema dell'immigrazione. Mussolini elenca i rischi dell'immigrazione clandestina e, a quel punto, Di Pietro le dà della "fascista". "E me ne vanto", risponde gridando l'onorevole. "Una che si vanta di essere fascista, mi preoccupa - aggiunge Luxuria - ci metterete al confino?". "A me - replica Mussolini - preoccupa chi brucia le bandiere, chi grida "dieci, cento, mille Nassyria, vergogna, vergogna, vergogna".

Bruno Vespa in evidente difficoltà non riesce a fermare l'ira della parlamentare e in un istante si passa dal "vergogna" all'insulto. E rivolta a Luxuria: "Si veste da donna e pensa di poter dire quello che vuole. Meglio fascista che frocio!". Impassibile, il candidato di Rifondazione si limita a fare la conta delle "battutacce" rivolte dai politici ai gay: "Dopo il culattone di Tremaglia, il frocio della Mussolini. Grazie". E aggiungerà, parlando con i giornalisti all'uscita degli studi Rai di via Teulada: "Non pensavo che ci fosse questa caduta di stile. Probabilmente è un atto rivelatore della loro identità".

(9 marzo 2006)
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Eco: "Al popolo della sinistra dico la nave sta affondando, votate"

Intervista al professore: "Io all'estero se vince il Cavaliere?
Il fatto è che dovrebbe conviverci la maggioranza dei cittadini"
"Italiani sempre più poveri, Berlusconi è più ricco"

di ALBERTO STATERA


Apocalittico, noblesse oblige, l'appello di Umberto Eco - con Claudio Magris l'intellettuale italiano più conosciuto nel mondo - per "Libertà e Giustizia", dall'angoscioso titolo: "9 aprile, salviamo la democrazia". Viene subito da chiedere impertinentemente all'autore di "Apocalittici e Integrati": ci perdoni, professor Eco, se Berlusconi in cinque anni ha già compiuto quasi tutte le nefandezze possibili, facendo "precipitare l'Italia spaventosamente in basso", che cosa potrebbe fare di peggio? Chissà, invece, che in una resipiscenza ad uso della storia, magari per una lastra encomiastica sul mausoleo nel parco di Arcore, non perseguirebbe stavolta la santità. Figurarsi se Eco non sta al gioco: "Anche san Francesco e sant'Agostino gozzovigliavano, andavano a donne e poi diventarono santi. Ma per Berlusconi non ci conterei".

Allora, per favore, ci sceneggi il panorama "drammatico" che si profila in caso di vittoria berlusconiana, con Previti, i reduci di Salò, Calderoli, Mediaset, Mediolanum, Generali, le banche...
"Conferma delle leggi ad personam, peggioramento di altre leggi, attacco finale alla magistratura, sfracello definitivo di Montesquieu e della divisione dei poteri. Ulteriore arricchimento personale. Negli ultimi cinque anni gli italiani si sono impoveriti e non arricchiti. Il presidente del Consiglio si è arricchito in modo esponenziale, un caso unico al mondo per dimensioni. In una parola, declino inarrestabile del paese, un declino da cui sarebbe impossibile risollevarsi".

Ma il premier ha appena concionato al Congresso con buon successo, Hillary Clinton si è persino commossa.
"Hillary Clinton teneva d'occhio il suo elettorato italiano, è sotto elezioni anche lei. La nostra immagine all'estero in questo momento è penosa, benché Berlusconi esibisca la sua amicizia con Bush e con Putin. Va in America e dice: avevo consigliato a George di non invadere l'Iraq. E lui l'ha invaso. Va da Putin e dice: Vladimir è il mio miglior amico. E quello gli taglia il gas. Va da Gheddafi e quello minaccia stragi o, come minimo, gli chiede un'autostrada di risarcimento. Deve essere andato da Chirac, se quello gli ha bloccato le acquisizioni dell'Enel. Come si muove fa danni".

Professor Eco, Magris dice che il 9 aprile bisogna puntare sui delusi di destra e parlare ai berlusconiani senza disprezzarli.
"Sulla gravità del momento con Magris abbiamo un'identità di vedute, semplicemente è come se ci fossimo messi d'accordo, lui cerca di far ragionare quelli che hanno votato Berlusconi e io mi rivolgo invece ai delusi della sinistra".

Disprezza chi ha votato per Berlusconi?
"Per carità. Dico solo: amici voi vi sbagliate, ma io non mi rivolgo a voi perché tanto voi non mi leggete, lo ha detto Berlusconi quando ha affermato che non gli importa nulla di quel che scrivono i giornali perché il suo elettorato guarda solo la televisione. Io mi rivolgo a quei quattro gatti che mi leggono, ai quali dico: guardate che il momento è tragico, non tacete, non vi estraniate anche se non siete contenti del centrosinistra. Non è puzza sotto il naso, ma realismo".

Anche lei è stato zitto a lungo.
"Ho appena pubblicato un libro, "A passo di gambero", dove raccolgo gli allarmi che in questi sei anni ho lanciato su Repubblica, L'espresso e altri giornali. Questa è la prova che gli intellettuali non servono a niente. O forse che non sono solo gli elettori di Berlusconi a non leggere i giornali. Ma pazienza, bisogna continuare a fare il proprio dovere".

Insomma, lei rivendica il diritto di strapazzare quei milioni che hanno votato Berlusconi?
"Scusi, uno che ha vissuto sotto il fascismo aveva o no il diritto (anzi il dovere) di dire che quelli che andavano a piazza Venezia ad applaudire il duce sotto il balcone erano fanatici o ingannati? E io se ritengo che qualcuno sbagli ho il diritto e il dovere di dirlo. E' il mio mestiere: se i miei studenti sbagliano all'esame e io lascio perdere sono un disonesto".
A proposito di puzza sotto il naso, D'Alema che in tivù maneggia la politica come "arte alta", con un ghigno che può sembrare di superiorità professorale, come può affascinare la casalinga di Voghera?
"Ma no, quello è un fatto caratteriale. E poi Prodi non ghigna, anche se è professore. E Fassino nemmeno".

Insomma, professor Eco, con Magris vi siete divisi il mercato. Lui con i vessati berluscones, lei con il pigro popolo di sinistra.
"Alla prima riunione di "Libertà e Giustizia" Magris ha detto: questo governo ha superato i limiti della decenza. Ho sottoscritto e sottoscrivo. Se dovesse continuare quest'opera di disgregazione dello Stato non so cosa potrebbe succedere".

Che cosa?
"Mi chiedo, per esempio, come possano alcuni organi dello Stato, che hanno continuato eroicamente a mantenersi fedeli alle istituzioni, resistere ancora cinque anni a tutti gli incoraggiamenti all'illegalità, compresa l'assoluzione all'evasione fiscale, con cui il paese è stato bombardato. Così rischiamo che si ammali tutto lo Stato".

Non è che nella cosiddetta Prima Repubblica non avesse un sacco di malanni.
"Sì ma la Democrazia cristiana ha governato per cinquant'anni nel rispetto della Costituzione. Da cinque anni, invece, siamo alla distruzione sistematica dei rapporti tra poteri costituzionali".

Va bene, lo scenario apocalittico è chiaro. Facciamo quello integrato. Prodi, in caso di vittoria, reggerà la leadership con Bertinotti, Mastella, i verdi, i comunisti italiani, i sindacati, i girotondini?
"Se la nave affonda non è il momento di chiedersi se i marinai alle scialuppe remeranno bene. Anzitutto occorre abbandonare la nave. Rispetto al peggio del peggio, meglio rischiare qualche difetto. Magari Prodi non riuscirà a mantenere qualcuno degli impegni presi. Ma Berlusconi non ne ha mantenuto neanche uno".

In compenso, lei non ci priverà della sua concittadinanza, non andrà all'estero come farebbe se vincesse Berlusconi?
"Guardi che mi hanno fatto pronunciare una specie di minaccia di cui in fondo non importerebbe niente a nessuno. In realtà io stavo parlando a una platea a cui ho detto, ventilando altri cinque anni di sfacelo, "pazienza per me che sto andando in pensione e potrei pure andarmene all'estero, ma la maggioranza di voi in questo paese deve vivere"".

E a questi che dice?
"Lancio, appunto, un appello al popolo di sinistra incerto, nello stile di uno di quelli che risuonarono nel 1948: "Vota anche tu, se no i cavalli cosacchi faranno il bagno nelle acquasantiere di San Pietro"".

(9 marzo 2006)
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mercoledì 8 marzo 2006

Calce e martello

Da Betlemme a Waterloo
di Marco Travaglio



Ormai è una via di mezzo fra Zelig e Forrest Gump. Non c'è epoca storica, da Betlemme a Waterloo, dal Manzanarre al Reno, che non l'abbia visto protagonista. L'altra sera il Bellachioma Tour ha fatto tappa a Telelombardia, dove però s'è verificato un imprevisto: gli intervistatori non erano suoi dipendenti. Dunque i conduttori Emanuela Ferri e David Parenzo e gli ospiti Cresto-Dina di Repubblica, Oddo del Soviet-24 ore e persino Paragone della Padania gli facevano domande e quando diceva una stronzata - cioè quasi sempre - glielo facevano cortesemente notare (in rappresentanza della ditta c'era il solo Belpietro, visibilmente spaesato fra tanti giornalisti). È stata un'esperienza inedita, che ha piacevolmente sorpreso il pubblico (120mila telespettatori solo in Lombardia). Ma anche un pericoloso precedente: se passa l'idea che si possono fare domande al premier, chissà dove andremo a finire.

Lui, all'inizio, si comporta come se fosse a Porta a Porta. «Le famiglie italiane si indebitano? Bene, è perché hanno fiducia nel futuro». Imbarazzo in studio. «Montezemolo parla a nome suo, non degli industriali. Io con industriali che la pensano come me» (tipo Gnutti e Fiorani, per dire). Il suo italiano è il solito:
personalizzato, fra un «i capogruppi» e un «museo di piante in Sardegna» (per non parlare dell'aiuola dei quadri e della serra di sculture). Poi la politica estera, la sua passione. «Gheddafi ci chiede una strada che colleghi l'Egitto alla Tunisia: impegno da migliaia di miliardi che stiamo discutendo». Pare che abbia proposto al colonnello un Contratto con i Libici, ma quello non ha abboccato: «Vedere strada, vendere cammello». Ora gli manderà Lunardi, il ministro con il buco intorno: già allo studio un emendamento alla legge Grandi Opere per un tunnel sottomarino Tripoli-Kiev, modesta deviazione della Transiberiana.

Il Cavalier Zelig sfodera un'altra specialità: l'economia. Crescita zero? Centomila posti di lavoro persi in un anno? Niente paura: «Ai lavoratori che guadagnano poco la risposta dell'imprenditore Berlusconi è: cercate di guadagnare di più. Un padre di famiglia sa cosa deve fare ci sono mille modi per incrementare le proprie entrate. Io, durante la guerra, aiutavo gli ambulanti al mercato e alla fine andavo a raccogliere la carta per strada, la mettevo nella vasca da bagno e la facevo asciugare facendo delle palle che poi vendevo per accendere le stufe. Poi mi han regalato una macchina fotografica e, per arrotondare, andavo a fare fotografie ai funerali e ai matrimoni». Ora che è cresciuto (si fa per dire), le palle le vende agli italiani. Resta da capire come facesse a lavorare al mercato durante la guerra (iniziata nel 1940), essendo nato nel 1936: papà Luigi e mamma Rosa lo mandavano a scaricare le casse a 4 o 5 anni? Ma questo è sfruttamento del lavoro minorile, roba da telefono azzurro.

Storia e geografia. Gli domandano dove diavolo sia quel famoso cimitero dei marines sulle cui tombe - come ha narrato ai figuranti del Congresso Usa - «da bambino giurai fedeltà alla libertà e alla democrazia». Contrordine: non era bambino, «avevo circa 20 anni». Il camposanto è quello «di Nettuno ad Anzio» (gli sfugge che una cosa è Nettuno, una cosa è Anzio): «Mio padre era un estimatore di De Gasperi e partecipava a iniziative che questi faceva a Roma. Una volta mi condusse al cimitero Usa. Fu nel 1956-57». Sventuratamente De Gasperi era già morto da due o tre anni, essendo spirato il 19 agosto 1954.

Alla fine, alcuni prodotti tipici della casa: l'elogio dell'evasione fiscale, il vanto di aver «sgominato le Br» con le nude mani, senza contare «l'arresto di 203 terroristi internazionali e 111 interni» (tutta opera sua) e l'ennesimo annuncio dell'imminente «sondaggio americano che ci dà al sorpasso» (li dà in testa da un mese, da prim'ancora di esser fatto, ma ancora non s'è visto). Quanto al caso Mills, «ho giurato sui miei figli che non sapevo nulla di quei soldi.
E poi, per definizione, il presidente del Consiglio non può mentire, altrimenti va a casa. Giuro qui davanti alle telecamere che io non ne sapevo nulla». I figli, comprensibilmente, l'hanno pregato di non giurare più sulla loro testa e lui giura sulle telecamere. Tanto, eccezionalmente, non sono le sue. «Mills non lo conosco». Però assicura che «non si è separato da Tessa Jowell per questa vicenda» (non lo conosce, ma sa addirittura perché si separa). Gran finale è sui comunisti: «Hanno ancora il simbolo della falce e marcello». Dice proprio così: marcello. Il primo Dell'Utri non si scorda mai.

da l'Unità

La scelta del 9 aprile

Centrosinistra e centrodestra al voto
di Paolo Mieli


A dispetto di quel che da tempo attestano, unanimi, i sondaggi, il risultato delle elezioni che si terranno il 9 e 10 aprile appare ancora quantomai incerto. È questo un buon motivo perché il direttore del Corriere della Sera spieghi ai lettori in modo chiaro e senza giri di parole perché il nostro giornale auspica un esito favorevole ad una delle due parti in competizione: il centrosinistra. Un auspicio, sia detto in modo altrettanto chiaro, che non impegna l’intero corpo di editorialisti e commentatori di questo quotidiano e che farà nel prossimo mese da cornice ad un modo di dare e approfondire le notizie politiche quanto più possibile obiettivo e imparziale, nel solco di una tradizione che compie proprio in questi giorni centotrent’anni di vita.

La nostra decisione di dichiarare pubblicamente una propensione di voto (cosa che abbiamo peraltro già fatto e da tempo in occasione delle elezioni politiche) è riconducibile a più di una motivazione. Innanzitutto il giudizio sull’esito deludente, anche se per colpe non tutte imputabili all’esecutivo, del quinquennio berlusconiano: il governo ha dato l’impressione di essersi dedicato più alla soluzione delle proprie controversie interne e di aver badato più alle sorti personali del presidente del Consiglio che non a quelle del Paese. In secondo luogo riterremmo nefasto, per ragioni che abbiamo già espresso più volte, che dalle urne uscisse un risultato di pareggio con il corollario di grandi coalizioni o di soluzioni consimili; e pensiamo altresì che l’alternanza a Palazzo Chigi - già sperimentata nel 1996 e nel 2001 - faccia bene al nostro sistema politico. Per terzo, siamo convinti che la coalizione costruita da Romano Prodi abbia i titoli atti a governare al meglio per i prossimi cinque anni anche per il modo con il quale in questa campagna elettorale Prodi stesso ha affrontato le numerose contraddizioni interne al proprio schieramento.

Merito, questo, oltreché di Romano Prodi, di altre quattro o cinque personalità del centrosinistra. Il leader della Margherita Francesco Rutelli, che ha saputo trasformare una formazione di ex dc e gruppi vari di provenienza laica e centrista in un moderno partito liberaldemocratico nel quale la presenza cattolica è tutelata in un contesto di scelte coraggiose nel campo della politica economica e internazionale. Piero Fassino, l’uomo che più si è speso per traghettare, mantenendo unito e forte il suo partito, la tradizione postcomunista nel campo dominato dai valori di cui sopra. I radicalsocialisti Marco Pannella e Enrico Boselli che con il loro mix di laicismo temperato e istanze liberali rappresentano la novità più rilevante di questa campagna elettorale. Fausto Bertinotti, il quale per tempo ha fatto approdare i suoi alle sponde della nonviolenza e ha impegnato la propria parte politica in una nitida scelta al tempo della battaglia sulle scalate bancarie (ed editoriali) del 2005.

Noi speriamo altresì che centrosinistra e centrodestra continuino ad esistere anche dopo il 10 aprile. E ci sembra che una crescita nel centrodestra dei partiti guidati da Gianfranco Fini e Pier Ferdinando Casini possa aiutare quel campo e l’intero sistema ad evolversi in vista di un futuro nel quale gli elettori abbiano l’opportunità di deporre la scheda senza vivere il loro gesto come imposto da nessun’altra motivazione che non sia quella di scegliere chi è più adatto, in quel dato momento storico, a governare. Che è poi la cosa più propria di una democrazia davvero normale

08 marzo 2006
http://www.corriere.it/Primo_Piano/Editoriali/2006/03_Marzo/08/scelte.shtml

martedì 7 marzo 2006

9 aprile, salviamo la democrazia

Umberto Eco e l' impegno di LeG, per convincere i delusi della sinistra


Siamo di fronte a un appuntamento drammatico. Dal 2001 a oggi l'Italia è precipitata spaventosamente in basso quanto a rispetto delle leggi e della Costituzione, quanto a situazione economica e quanto a prestigio internazionale. Se dovessimo avere altri cinque anni di governo del Polo, rappresentati di fronte al mondo dai Calderoli e dalle ultime leve (appena arruolate in Forza Italia) dei più impenitenti tra i reduci di Salò, il declino del nostro Paese sarebbe inarrestabile e non potremmo forse più risollevarci.
Quindi l'appuntamento del 9 aprile è diverso da tutti gli altri appuntamenti elettorali del passato: in quelli si trattava di decidere chi avrebbe governato senza sospettare che un cambio di governo avrebbe messo a repentaglio le istituzioni democratiche. Ora si tratta invece di salvare queste istituzioni.
In questo frangente i partiti di opposizione cercano, come è ovvio, di catturare il voto degli indecisi che nelle scorse elezioni avevano votato Polo e che si sono sentiti traditi. I partiti fanno il loro dovere, ma ritengo che rivolgendoci ai soci e ai simpatizzanti di Libertà e Giustizia occorra fare un altro ragionamento.
Uno dei rischi maggiori di queste elezioni non sono solo gli indecisi che hanno votato a destra la volta scorsa (i quali si sposteranno secondo dinamiche difficilmente controllabili, per fede o per pigrizia continueranno a votare come prima, o rinunceranno a votare). D'altra parte il loro numero, come mostrano i sondaggi, è oscillante. Io ritengo che il popolo di Libertà e Giustizia debba invece impegnarsi non per convincere gli indecisi di destra ma i delusi della sinistra.
Li conosciamo, sono molti e non è in questa sede che si possono discutere le ragioni del loro scontento. Ma è a costoro che occorre ricordare che, se si lasceranno trascinare da questo scontento, collaboreranno a lasciare l'Italia in mano di chi l'ha condotta alla rovina. Non c'è scontento, per quanto giustificabile, che possa stare a pari con il timore di una fatale involuzione della nostra democrazia, con l'indignazione che coglie ogni sincero democratico di fronte allo scempio che si è fatto delle leggi, della divisione dei poteri, del senso stesso dello Stato. E' questo che ciascuno di noi deve ripetere agli amici incerti e delusi. E' proprio da loro e dal loro impegno che dipenderà se l'Italia eviterà di essere ancora per cinque anni territorio di rapina da parte di difensori dei loro privati interessi..
Se pure questi amici ritengono di nutrire senso critico ed equanimità (perché è segno di senso critico ed equanimità - direi di onestà intellettuale - saper criticare la propria parte, e neppure il sito di Libertà e Giustizia si è sottratto a questo dovere), in questo momento essi debbono sacrificare i loro sentimenti e unirsi a tutti noi nell'impegno comune.
E' in questa azione di convincimento che consiste il dovere e la funzione di quanti hanno partecipato in questi anni alla discussione che Libertà e Giustizia ha svolto e fatto svolgere. Ora la nave potrebbe affondare. Ciascuno deve prendere il proprio posto.
Umberto Eco

Hanno aderito all'appello i garanti di Libertà e Giustizia:
Gae Aulenti
Giovanni Bachelet
Enzo Biagi
Claudio Magris
Guido Rossi

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domenica 5 marzo 2006

Cinque anni vissuti nel vagone di coda

di EUGENIO SCALFARI


ANCORA per un po' il circo politico vivrà di sondaggi, poi arriverà finalmente il giorno del voto e si vedrà se la realtà effettiva sarà eguale o diversa da quella virtuale.

L'ultimo della serie, pubblicato ieri da Repubblica, è stato effettuato da Demos-Eurisko su un campione di 1500 persone nel periodo 27 febbraio-1 marzo e vede in testa di cinque punti il centrosinistra. Confrontato con il precedente del 14-15 febbraio, il vantaggio della coalizione guidata da Prodi è cresciuto dello 0,7 per cento. In quindici giorni non è poco, anche se le cifre non scontano ancora i possibili effetti del viaggio americano di Berlusconi (ma neppure i dati Istat sulla crescita zero del Pil e la perdita di oltre centomila posti di lavoro). Chi vivrà vedrà. Ma intanto ci sono alcuni aspetti del sondaggio che si prestano a qualche considerazione.

Alla domanda "chi dia maggiori garanzie di lavorare nell'interesse di tutti" il 41,3 per cento degli intervistati indica Prodi e il 28,3 Berlusconi.
Ancora più schiacciante è il divario nella successiva domanda "chi tutela di più le persone deboli e bisognose": Prodi registra il consenso del 44,2 mentre Berlusconi incassa uno striminzito 26 per cento.

Altre domande danno esiti opposti. "Chi tiene più unita la propria coalizione?": Berlusconi 42,4 Prodi 27,9; "chi sa parlare meglio alla gente?": Berlusconi 54,3 Prodi 25,9. Un record, anche se viene fatto di pensare che se il metro di giudizio decisivo fosse fondato su questo quesito Benigni darebbe forfait a tutti e forse Bonolis e Baudo supererebbero il presidente del Consiglio. Ma gli italiani non hanno bisogno di comici o di presentatori, il 9 aprile sceglieranno il capo del governo e sanno che un Paese non si governa con le battute.

La domanda su chi dei due riuscirà a rilanciare l'economia dà un risultato alla pari; l'altra su chi ha meglio affermato la presenza dell'Italia nel mondo vede Berlusconi in vantaggio. Esaminiamo queste due risposte che ci fanno entrare nel merito della discussione. E cominciamo dall'ultima.

Quando Berlusconi formò il suo governo nel giugno del 2001 ereditò in politica estera una situazione di notevole prestigio in Europa - dovuta anche all'ingresso dell'Italia nella zona Euro - e ottimi rapporti con gli Stati Uniti dell'era clintoniana e con la Comunità internazionale rappresentata dall'Onu. Eravamo presenti in Bosnia sotto la bandiera delle Nazioni Unite e in Kosovo sotto quella della Nato.

In Medio Oriente in amichevole equilibrio con Israele e con l'Autorità palestinese. In cinque anni molte cose sono cambiate. Il terrorismo ha fatto la sua cruenta comparsa sulla scena mondiale, Bush ha lanciato la terza guerra mondiale per debellarlo, ha sgominato con l'appoggio compatto del mondo intero il regime dei talebani in Afghanistan. Poi, un anno dopo, lanciò la guerra preventiva contro l'Iraq dividendo la Comunità internazionale e l'Europa e cavalcando la contrapposizione tra Occidente e Islam radicale.

Berlusconi scelse di slancio di fiancheggiare Bush insieme a Blair e ad Aznar. Si creò la coalizione dei volenterosi.

L'Onu si spaccò. L'Europa si spaccò. A tre anni e mezzo da quelle vicende e da quella scelta quali sono i risultati? In positivo una forte amicizia con Bush e con l'America conservatrice. In negativo una perdita secca d'influenza in Europa aggravata dal fatto che per cinque anni il governo italiano non ha fatto altro che picconare poteri e autorità della Commissione europea puntando su una sempre maggiore libertà di movimento dei governi nazionali a danno dell'unità economica e politica dell'Europa. Salvo accorgersi proprio in queste ultime settimane che l'Europa è il solo scudo per noi, vaso di coccio, sia in economia, sia rispetto alle crisi del Medio Oriente, sia nella questione dell'immigrazione.

L'alleanza tra Europa e Usa è certamente un punto fermo e imprescindibile, ma la marginalizzazione italiana in Europa è il risultato negativo della politica estera berlusconiana. Dell'Europa siamo parte integrante, tra i sei paesi che la fondarono. Quella è la piattaforma sulla quale dobbiamo muoverci e farci valere. In economia e in politica. Da questo punto di vista l'azione italiana è stata un fallimento che neppure la vittoria della Merkel in Germania ha migliorato.

Se poi consideriamo la posizione italiana in Medio Oriente, il quadro diventa ancora più fosco. Siamo in Iraq da tre anni e mezzo. Per aiuti umanitari? Briciole. Per istruire la polizia irachena e la guardia nazionale?

Il comandante in capo americano in Iraq ha dichiarato pochi giorni fa: "Non esiste un solo battaglione iracheno che sia in grado di opporsi efficacemente alla guerriglia se non fosse aiutato dalle truppe della coalizione. Allo stato dei fatti le cose stanno così".

Ho riportato testualmente: non un solo battaglione. Sapete perché? Perché polizia ed esercito iracheni sono stati costituiti inquadrando entro un'apparenza legale le milizie armate dei vari partiti: milizie fedeli all'ayatollah al Sistani, milizie fedeli al mullah Muqtada al Sadr, milizie curde e perfino milizie sunnite. Esse partecipano agli scontri con le bande di guerriglia non già per impedirli ma per alimentarli. Ecco perché una polizia irachena e un esercito iracheno non esistono: sono composti da bande di fazione alle quali non abbiamo un bel niente da insegnare.

Sicché l'Iraq, pur dopo elezioni che hanno registrato notevole affluenza, resta un pantano dal quale non si verrà fuori se non tra cinque anni e forse più a meno di non decidere seguendo il metodo di Zapatero.

Quali vantaggi ha ricavato l'Italia dalla scelta "americana" di Berlusconi (al netto della medaglia "endurance freedom" ricevuta dal "premier" nel salone della portaerei "Intrepid")? Nessun vantaggio. I paesi europei che non hanno mandato truppe in Iraq possono negoziare con l'America con buone chance di successo per i loro interessi. Noi no, abbiamo dato e non ricevuto. Salvo l'appoggio elettorale di Bush a Berlusconi. Ad personam ancora una volta perché questo è il canone berlusconiano di governo e di vita. Saggiamente alla domanda "chi darà maggiori garanzie di tutelare l'interesse di tutti" solo il 28 per cento degli interpellati ha fatto il suo nome.

Ma c'è l'economia e qui le note sono ancor più dolenti. Sono di due giorni fa le cifre consuntive dell'Istat per il 2005. Il Pil non è aumentato neppure di uno 0 virgola, è rimasto immobile come già lo era stato nel 2003. I consumi sono addirittura andati indietro dello 0,1 per cento sull'anno precedente. L'avanzo primario, che il centrosinistra lasciò al 5,6 del Pil, è sceso allo 0,6 e nei primi due mesi dell'anno in corso è andato sotto zero.

La produzione industriale è ferma o recede. L'occupazione stabile è diminuita di centomila unità. La bilancia commerciale registra un vistoso passivo. Il fabbisogno di cassa è in aumento e infatti il debito pubblico cresce per la prima volta dal 1993. Siamo di nuovo al 108 per cento sul Pil e il trend prevede quota 110 per la fine dell'anno.

Aggiungo che questi catastrofici risultati sono stati attenuati spostando al 2007 e al 2008 spese già previste e scritte con apposite leggi: aumento di pensioni, sconti contributivi, passaggio del trattamento di liquidazione ai fondi pensione con relativi compensi alle imprese, bonus di vario tipo a categorie di anziani e di bebè. Il tutto senza alcuna copertura. Ultimo e clamoroso esempio: il decreto sul condono dei contributi previdenziali degli agricoltori, fervorosamente voluto dal ministro Alemanno e respinto dal Quirinale perché avrebbe causato al bilancio una perdita di 5 miliardi di euro. Cinque miliardi, diecimila miliardi di lire, quasi l'entità d'una manovra finanziaria.

Si dirà che anche il programma di centrosinistra prevede costose misure per rilanciare un'economia che non riesce ad intercettare la ripresa di Eurolandia, già in atto nel resto del continente. Ma non è vero. Il programma di Prodi ha indicato le possibili fonti di copertura: taglio di tutti gli incentivi alle imprese a fronte del taglio di 5 punti del cuneo fiscale; revisione degli studi di settore sui redditi provenienti dal terziario commerciale; soprattutto recupero di larghe fasce di lavoro nero e di reddito sommerso.

Generalmente l'opinione pubblica e anche gli specialisti sono scettici sul possibile recupero del sommerso, l'esperienza infatti è stata finora negativa. Ma non perché sia impossibile l'emersione dal nero. Non ci sarebbe niente di più facile, basterebbe servirsi delle pagine gialle degli elenchi telefonici.

In realtà finora quella lotta non si è voluta fare perché avrebbe creato problemi di occupazione e anche di esistenza di imprese.

Problemi seri ma governabili con piani a medio termine guidati da agenzie pubbliche di coordinamento. Questa questione sarà decisiva e può caratterizzare una riforma duratura del fisco, tale da consentire un investimento che abbia le caratteristiche di una scossa sul rilancio della domanda.

Resta il grande tema d'un aumento della produttività e della competitività del sistema Italia, che langue da molti anni. Ne ha parlato ieri il neogovernatore della Banca d'Italia Draghi e ha detto sagge parole. La responsabilità principale incombe sulle imprese, con le innovazioni di prodotto, lo stimolo della concorrenza e un mercato che si liberi dai vincoli e dal protezionismo che ancora lo opprimono.

Ai governi spetta la responsabilità di liberalizzare il sistema e di elevare l'efficienza dei servizi, specie di quelli dei quali le imprese sono gli utenti principali a cominciare dall'energia, dai trasporti e naturalmente dalla scuola. Pubblica soprattutto.

Ce la possiamo fare, ha detto Draghi, ma ha aggiunto: "Il tempo è breve" e si riferiva all'aumento dei tassi da parte della Banca centrale europea. Per gli altri paesi di Eurolandia, già in corsa per la ripresa, un aumento dei tassi nominali che li porti a misura dell'inflazione corrente mantenendo così i tassi reali intorno allo zero, non rappresenta alcun handicap. Ma non per l'Italia, dove l'assenza di un avanzo primario rende il bilancio estremamente vulnerabile e il peso degli interessi sul debito schiacciante.

Il tempo è breve. Per questo (mi permetto di aggiungere) ci vuole un cambiamento. Cambiamento di musica e di suonatori.

Post scriptum. Diliberto. Vuole incontrare Berlusconi in un pubblico dibattito. Là dove spetta unicamente al leader del centrosinistra confrontarsi con il suo avversario sulla base di regole stabilite in comune, il segretario dei Comunisti italiani si alza sulla punta dei piedi per farsi notare e si prenota al posto di Prodi.

Berlusconi ovviamente ne sarebbe felice. Scontrarsi con la sinistra radicale che pretendesse di parlare a nome di tutta l'Unione per lui è il cacio sui maccheroni.

Diliberto avrà spero notato di essere sempre inserito nei pastoni televisivi nonché invitato ai vari talk show. Il motivo non dovrebbe sfuggirgli: ciò che dice fa molto comodo alle emittenti di centrodestra. Se un Diliberto non ci fosse i vari Vespa delle nostre televisioni se lo inventerebbero.

Perciò Diliberto meno parla e meglio fa, più parla e più fa danno. Ogni mezzo per cento che riuscisse a guadagnare al suo partito procura almeno il doppio di perdita alla coalizione di cui anche lui fa parte. Perciò se Diliberto chiederà a Prodi "vengo anch'io" nell'interesse comune bisognerà rispondergli "no tu no". E se poi nemmeno lo chiederà ma ci andrà, bisognerà dirglielo lo stesso. Un po' di umiltà non guasterebbe.

(5 marzo 2006)
http://tinyurl.com/erp33

sabato 4 marzo 2006

Dopo il 9 Aprile al lavoro gli "operai" dei diritti civili

Pacs. Stop alle polemiche da cortile: Gayleft interviene su le colonne de "L'Unità".
di Andrea Benedino e Anna Paola Concia
Portavoce Nazionali GayLeft



A volte abbiamo come l'impressione che anche dentro al movimento omosessuale, così come nella sinistra, ci sia chi nei momenti di difficoltà preferisce attardarsi in inutili e infantili guerre intestine, (abbandonare la barca quando affonda?) anziché ragionare lucidamente su come fare per serrare le fila e respingere gli attacchi. Esistono marinai e capitani - E' il caso del PACS, una delle tante vittime di questo ritorno al sistema proporzionale.

Un mese e mezzo fa la battaglia per il PACS era al culmine della sua forza: la grande manifestazione del 14 gennaio in piazza Farnese, gemellata con l'imponente manifestazione delle donne a Milano a difesa della legge 194, aveva reso evidente la grandezza del lavoro politico svolto da gay, lesbiche, bisesessuali e transessuali dentro il movimento e dentro i partiti negli ultimi anni attorno alla proposta sui Patti Civili di Solidarietà e il gradimento che questa proposta aveva saputo conquistare nel Paese.

Non eravamo in molti all'inizio di questa battaglia. Sentivamo attorno a noi la forza della nostra proposta, ma anche la diffidenza con cui essa veniva vista da alcune forze politiche e da settori del movimento.

Le accuse erano quelle di essere troppo moderati, di aver costruito una proposta che rinunciava all'obiettivo della piena parità dei diritti. Hanno tutti dimenticato che fu soprattutto grazie ai Democratici di Sinistra che scelsero di sottoscrivere in massa la legge e di calendarizzarla in Commissione Giustizia alla Camera se oggi questo tema è riuscito ad imporsi nell'agenda politica del Paese. Certo non c'erano al nostro fianco allora la gran parte dei 'pacsisti dell'ultima ora'.

Non c'erano neanche quegli esponenti del movimento che proprio contro il PACS hanno caratterizzato la loro azione politica in questi anni, arrivando anche al boicottaggio pubblico di quei Pride che vedevano le 'unioni civili' al centro della loro piattaforma, e che ora curiosamente troviamo a contestare quei leader della sinistra che hanno sottoscritto un compromesso programmatico che è troppo debole e deludente su questo tema.

La coerenza è una bestia veramente rara in politica. Noi siamo stati tra i primi in questi anni a incalzare i DS, il nostro partito, ad essere più coraggiosi su questi temi.

Siamo stati tra i primi a denunciare i limiti di quel brutto compromesso che è stato trovato al tavolo programmatico dell'Unione.

Ma proprio perché vogliamo essere coerenti, non possiamo non denunciare che attorno a quel tavolo c'è stato un interesse convergente, della Margherita e dell'UDEUR da una parte e della Rosa nel Pugno dall'altra, affinché il PACS venisse tenuto fuori dal programma e lasciato alla libertà di coscienza.

E che solo grazie alla tenacia dei DS, di Rifondazione, dei Verdi e dei Comunisti Italiani si è riusciti a far sì che nel programma sottoscritto da tutte - e sottolineiamo TUTTE (compresa la Rosa nel Pugno!)- le forze dell'Unione fosse presente un testo che, per quanto ambiguo, costringerà comunque il nuovo Governo e il nuovo Parlamento a discutere e ad intervenire in materia di unioni civili e unioni di fatto.

Ci rendiamo ben conto che il clima da campagna elettorale e soprattutto il sistema proporzionale spingono ad esasperare le divisioni all'interno degli schieramenti anziché a concentrarsi alla lotta tra gli schieramenti, ma sarebbe bene ricordarsi che in piazza solo un mese e mezzo fa eravamo riusciti come ovimento glbt a raggiungere un'unità impensabile fino anche solo a pochi anni fa e che ora nel giro di poche settimane stiamo rischiando di dilapidare tutto questo capitale con delle assurde polemiche da cortile.

Viene da domandarsi quante bottiglie di champagne stiano stappando oltreTevere osservando lo spettacolo che stiamo offrendo. E tutto questo mentre Berlusconi si sta alleando con i peggiori fascisti e squadristi che siano in circolazione andando ad aumentare ulteriormente il già notevole tasso di omofobia presente all'interno della Casa delle cosiddette Libertà, uno schieramento che pare aver individuato gli omosessuali come i bersagli preferiti di questa brutta campagna elettorale.

E allora non possiamo non domandarci quale senso abbia di fronte a tutto ciò proseguire in questa guerra intestina o se non sarebbe meglio conservare le energie per la vera battaglia che ci aspetta.

Una battaglia che comincerà dopo il 9 aprile, dopo la vittoria che tutti quanti ci auguriamo dello schieramento di centrosinistra.

La battaglia per una buona legge sulle unioni civili. Per queste ragioni c'è bisogno che la sinistra riformista si impegni ad essere tale, ascoltando la vasta area libertaria che è presente nel nostro paese. Un'area libertaria, non liberista.

Il liberismo incentiva la precarietà, nega diritti, espone, quindi, anche le persone omosessuali, al ricatto, al licenziamento, alla clandestinità. Interessa a tutti? O sono più importanti le frasi demagogiche di qualcuno che, poiché siamo in campagna elettorale, fa politica solo urlando? Le campagne elettorale, si sa, sono momenti di grande schizofrenia, si dice tutto e il contrario di tutto, è una corsa a chi la spara più grossa, e tutti, proprio tutti i partiti strumentalizzano e non facciamo, per favore, gli ingenui-! La verità, è che l'11 aprile, se come speriamo, vinceremo le elezioni, ci sarà bisogno degli 'operai' dei diritti civili, che ricominciano a lavorare seriamente per costruire quella maggioranza nel parlamento che ci porterà, finalmente, a sentirci cittadini a pieno titolo di questo paese.

Quelli che oggi si agitano a sostegno dei Pacs, accreditando l'idea che sia loro il merito della proposta, in molte occasioni non sanno neppure di cosa parlano, non conoscono la fatica e la serietà consumate dalle grandi organizzazioni gay e lesbiche italiane; cavalcano un argomento, che a ben vedere gli è estraneo, perché attinente alla carne viva della quotidianità delle persone, che non dovrebbe essere riturato in una discussione politica lontana dai bisogni e vicina agli interessi partitici.

E' per questo che abbiamo il sospetto che senza il più grande partito della sinistra sarà molto difficile raggiungere questo risultato.

Allora, vogliamo correre tutti e tutte nella stessa direzione?


http://www.gaynews.it/view.php?ID=36511

giovedì 2 marzo 2006

L'Italia dei cantieri promessi: radiografia di uno spot

Grandi opere: lavori infiniti, inaugurazioni bluff, costi spesso lievitati e tanti progetti nel cassetto
Solo in un caso su cinque dagli annunci alla fase operativa
di GIOVANNI VALENTINI




ROMA - Grandi Opere o grandi bufale? Progetti o promesse? Lavori pubblici o piuttosto affari privati?
Il trionfalistico spot di un minuto diffuso a nostre spese, cioè di tutti noi contribuenti, dal ministero delle Infrastrutture e dei Trasporti sulle tv nazionali alla vigilia della campagna elettorale, e ora bloccato dall'Authority sulle Comunicazioni in nome della "par condicio", è una cartina di tornasole per il governo di Silvio Berlusconi; il banco di prova della sua affidabilità; un test per misurare la sua capacità di realizzare quanto aveva annunciato e di mantenere gli impegni assunti nel mitico "contratto con gli italiani". Il contenuto di quei 60 secondi merita perciò una verifica punto per punto, con l'ausilio di alcuni documenti ufficiali - come l'ultimo Rapporto sull'attuazione della cosiddetta "Legge Obiettivo" elaborato dal Servizio studi della Camera dei Deputati nel luglio 2005 e quello più recente dello stesso ministero - e con la consulenza tecnica degli esperti del Wwf.

Più che un'eredità di opere o di cantieri, quella che il centrodestra lascia dopo cinque anni alle generazioni future è in realtà una pesante ipoteca sul Belpaese: non solo per l'impatto ambientale, spesso sottovalutato in base a progetti preliminari per lo più superficiali, approssimativi e affrettati, ma soprattutto sul piano economico e finanziario.

A sei mesi dal suo insediamento, nel dicembre 2001 il governo Berlusconi aveva fatto carta straccia del Piano generale dei Trasporti, elaborato dall'ultimo governo di centrosinistra su impulso dell'ex ministro Pierluigi Bersani, per sostituirlo con il primo Programma delle Infrastrutture strategiche in cui elencava 117 opere per un costo valutato originariamente in 125,8 miliardi di euro (delibera Cipe n.121/2001), senza tuttavia indicare esattamente le risorse né tantomeno la loro provenienza.

Questo faraonico "libro dei sogni", privo di un'adeguata copertura finanziaria, nel tempo è andato crescendo a dismisura: secondo i rapporti elaborati dal Servizio studi della Camera, in collaborazione prima con il Cresme (il maggiore centro di ricerca nel settore dell'edilizia) e poi anche con l'Istituto Nova, nel 2004 il numero delle Grandi Opere era salito a 228, per un importo di 231,8 miliardi di euro e nel 2005 è arrivato a 235 interventi, per 264,3 miliardi di euro.

Già il dato che dopo quattro anni il costo complessivo del programma risulta raddoppiato, dimostra che il piano delle infrastrutture è fuori controllo. Una lista della spesa, insomma, una posta, un valore teorico come quello che si attribuisce convenzionalmente alle fiches di varie forme e colori quando si gioca a poker. Ma visto che in questa legislatura il debito pubblico ha ricominciato pericolosamente a crescere, fino a superare il 106% del Pil, stiamo maneggiando una bomba a orologeria che minaccia di compromettere ulteriormente il bilancio già dissestato dello Stato italiano.

Con lo spot del ministro Lunardi ancora negli occhi e nelle orecchie, proviamo a verificare quanto è stato effettivamente realizzato di quel Programma, ricordando che nel suo contratto unilaterale Berlusconi s'era impegnato ad aprire cantieri per "almeno il 40%" degli investimenti previsti.

Nella migliore delle ipotesi, in base al rapporto diffuso recentemente dallo stesso ministero delle Infrastrutture sulla cosiddetta "Legge Obiettivo", l'attuazione del piano decennale è ferma invece al 21,4% (cioè 37,2 miliardi di opere effettivamente "cantierate" su un costo complessivo aggiornato a 173 miliardi di euro) e forse a giugno potrebbe raggiungere il 25,4% arrivando - secondo quanto annunciato - a 44 miliardi. Se invece si prendono come riferimento i 264 miliardi stimati dal Servizio studi della Camera, allora la realizzazione del programma sarebbe appena al 14%.

Ma la verità è che buona parte delle "Grandi Opere" attivate dal governo in carica erano state già predisposte e avviate sotto i governi precedenti oppure sono rimaste purtroppo sulla carta, se è vero che all'aprile scorso quelle effettivamente concluse rappresentavano appena lo 0,2% del totale (pagina 21 dello studio della Camera). Vediamo in dettaglio, seguendo l'ordine dell'autopromozione televisiva del ministero, voce per voce, titolo per titolo.

1) Roma, Raccordo e galleria raccordo. I lavori sul Grande Raccordo Anulare non sono né una "grande opera" né tantomeno una grande novità. Si tratta in effetti del completamento delle terza corsia nel quadrante Nord-Ovest, per un totale di 18 chilometri e 350 metri (di cui 9 chilometri e 450 metri già completati in precedenza e altri 8 chilometri e 900 metri da completare tra aprile e agosto del 2006), con un costo complessivo di 613 milioni di euro.

L'ammodernamento del Gra era stato già avviato in precedenza con la costruzione della terza corsia fra la Laurentina e la Tuscolana e con il doppio tunnel sotto l'Appia antica. Ancora prima, negli anni Novanta, fu aperta la bretella autostradale Fiano-San Cesareo per abbreviare la distanza tra Firenze e Napoli, dirottando appunto una parte del traffico che si riversava sul tratto orientale del raccordo.

2) Napoli, piazza Municipio. L'immagine utilizzata nello spot del ministro Lunardi è come un fondale di cartone: riguarda il cantiere di una delle tratte in corso di realizzazione per il completamento della Linea 1 della metropolitana di Napoli. L'opera fu progettata alcuni decenni addietro e all'inizio degli anni Novanta venne aperto il primo tratto.

3) Palermo-Messina. I lavori per la realizzazione dell'autostrada Palermo-Messina (circa 240 chilometri) iniziarono negli anni '70, con l'apertura dei cantieri nel primo tratto Messina-Villafranca. Il completamento dell'opera è stato finanziato solo in minima parte con i fondi della Legge Obiettivo dal governo di centrodestra: la parte più consistente proviene da un co-finanziamento della Regione Sicilia, dello Stato italiano e della Commissione europea a metà degli anni Novanta.

La cerimonia d'inaugurazione, voluta per motivi elettorali dal presidente del Consiglio Berlusconi il 21 dicembre 2004, s'è rivelata una farsa: dopo appena due giorni, l'autostrada è stata richiusa per proseguire i lavori. Secondo un calcolo della Fillea-Cgil, il maggior sindacato dei lavoratori edili, tutto ciò ha provocato un ritardo di circa sei mesi nel completamento dell'opera. Ancora adesso nelle due direzioni (Palermo-Messina e Messina-Palermo) sono aperti una decina di cantieri per la sistemazione definitiva delle gallerie e per la costruzione delle aree di sosta. In molti tratti, perciò, il traffico è ridotto su un'unica corsia.

4) Variante di Mestre. I lavori sono effettivamente iniziati soltanto per la tratta di collegamento fra l'A4 (Venezia-Trieste) e l'A27 (Venezia-Belluno). Per quella più lunga, invece, siamo ancora alla fase degli espropri, mentre è in corso lo spostamento della linea del metano a Bonisiolo.

Il progetto su cui ha puntato il governo è il cosiddetto "Passante largo": 32 chilometri e 300 metri per un costo di circa 750 milioni di euro. Gli ambientalisti non si sono mai opposti alla variante, ma contestano il fatto che fra tutte le ipotesi alternative è stata scelta - a loro giudizio - la soluzione peggiore: cioè quella più costosa e a maggior impatto ambientale.

5) Olbia-Nuoro, viadotto San Teodoro. Questa "grande opera" è semplicemente una piccola bretella di 23 chilometri tra Siniscola e San Teodoro (costo 37 milioni di euro). Anche questa progettata e avviata da tempo, serve a bypassare un tratto particolarmente pericoloso della strada statale 131 bis, appunto tra Nuoro e Olbia.

6) Piloni della Cisa. Si tratta del raccordo destinato a congiungere la A15 Parma-La Spezia, meglio nota come "AutoCisa", con la A22 del Brennero. Probabilmente, nello spot di Lunardi si punta sui piloni di cemento, ancora in costruzione, proprio perché la loro immagine è più scenografica e suggestiva.

7) Autostrade del Mare. Sono un progetto di derivazione comunitaria che ha l'obiettivo di collegare operativamente i vari porti del Mediterraneo. Ma al momento, in Italia, sono soltanto aria fritta. Finora, l'unico provvedimento concreto del governo Berlusconi è stata l'istituzione nel 2004 della Società Rete autostrade mediterranee, partecipata al 95% da Sviluppo Italia e co-governata in forza di una convenzione insieme al ministero delle Infrastrutture e dei Trasporti.

Dei quattro collegamenti previsti dall'Unione europea, due interessano in particolare il nostro Paese: l'asse Sud-Est (che comprende l'Adriatico, lo Ionio e il Mediterraneo orientale fino a Cipro) e quello Sud-Ovest (che comprende la Spagna, la Francia, l'Italia e Malta). Fatto sta, comunque, che l'ultima legge finanziaria ha tagliato i fondi ai porti che sono i "caselli" naturali delle Autostrade del Mare, provocando la protesta di tutti gli operatori.

8) Viadotto Salerno-Reggio Calabria. Anche in questo caso, lo spot ministeriale si concentra sull'immagine più spettacolare. In totale, i lavori per il completamento e ammodernamento dei 204,5 chilometri dell'Autostrada Salerno-Reggio Calabria dovrebbe costare 5 miliardi e 832 milioni di euro (Fonte: Servizio studi della Camera). Ma in base alle stime contenute in un dossier Fillea-Cgil dell'ottobre 2004 la decisione di accorpare i lavori in 6 macro-lotti, affidandoli a "general contractor" e liberalizzando in sostanza i sub-appalti, ha fatto quintuplicare i costi rispetto alla legge Merloni con il rischio di alimentare l'infiltrazione mafiosa. E a questo ritmo, secondo lo stesso sindacato, per finire i lavori occorreranno 36 anni.

9) Tav, autostrade e ferrovia ad alta velocità. Qui si fa di tutte le erbe un fascio mettendo insieme l'ampliamento delle autostrade e la nuova ferrovia. Secondo il Wwf, per realizzare i 1.500 chilometri della dorsale ad alta velocità (Torino-Milano-Roma-Napoli) e della trasversale (Torino-Trieste, dal confine francese a quello sloveno) occorrono almeno 60 miliardi di euro. Nel 1991, quando fu varato il progetto, la stima era di 13 miliardi.

Per evitare che il programma facesse saltare il bilancio delle Ferrovie, nel 2002 il governo Berlusconi istituì la "Infrastrutture Spa" (Ispa) con lo scopo di finanziare la Tav attraverso l'emissione di obbligazioni statali. Ma, trattandosi di linee considerate non redditizie dagli stessi operatori, nel 2005 l'Eurostat (l'istituto di statistica europea) non ha voluto certificare i bilanci 2003-2004 della Repubblica italiana, sollevando 6 eccezioni ed esprimendo in particolare "dubbi sulla correttezza di alcuni dati e sul ruolo dell'Ispa nel finanziamento della Tav". Veniva così confermato il sospetto che in realtà "Infrastrutture Spa" fosse uno strumento di finanza creativa per alleggerire artificiosamente il bilancio statale dagli investimenti sull'alta velocità.

La cronaca degli ultimi mesi racconta che il 22 dicembre 2005, proprio all'indomani dell'incidente ferroviario di Roccasecca, doveva essere inaugurata l'alta velocità Roma-Napoli dopo 14 anni di attesa. Per ovvi motivi di opportunità, la cerimonia è stata rinviata di qualche giorno. Concepita anche in funzione della redditività per instradare un treno passeggeri ogni quarto d'ora e un treno merci ogni mezz'ora, per adesso la linea sopporterà due coppie di convogli al giorno. In attesa però dell'ultimo tratto per il collegamento con la stazione di Afragola, la Tav finisce a 18 chilometri da Napoli e poi si procede a velocità normale.

10) Mose di Venezia. È il sistema tecnologico per la regolazione dell'acqua alta a Venezia (costo stimato 5 miliardi di euro), attraverso un complesso sistema di dighe mobili. A tutt'oggi, risulta che siano iniziati solo i lavori di dragaggio e scavo per aumentare la profondità delle tre bocche di porto di Malamocco, Lido e Chioggia e della cosiddetta conca di navigazione.

Ma il governo Berlusconi, dopo aver inserito l'opera fra le "infrastrutture strategiche", ha eluso completamente le procedure di impatto ambientale in un'area come quella della Laguna in cui esistono almeno una decina di zone tutelate dall'Unione europea. Perciò sia il Wwf con la Lipu (Lega per la protezione degli uccelli) sia i parlamentari Verdi al Parlamento di Strasburgo, hanno presentato un ricorso alla Commissione di Bruxelles che il 17 gennaio scorso ha messo in mora l'Italia per la violazione della normativa comunitaria, aprendo formalmente una procedura d'infrazione.

(2 marzo 2006)
http://tinyurl.com/puruw

Berlusconi snobbato dai parlamentari USA

Avrete sicuramente visto nei telegiornali di ieri l'aula del congresso americano piena di parlamentari intenti ad ascoltare e applaudire il nostro presidente del consiglio...
Pare che in realtà ieri fossero presenti solo 50 delle 535 persone che compongono il totale dei
membri della Camera e del Senato USA...
Persino il New York Times scrive

Berlusconi spoke before a nearly full chamber of congressmen, senators and other dignitaries -as well as an ample supply of blue-coated interns, sent in to fill empty seats on both sides of the aisle. There were a few more empty seats on the Democratic side.

Insomma hanno usato gli stagisti e i portaborse tra i banchi del Congresso perché un sacco di parlamentari aveva altro da fare che stare a sentire Berlusconi.
Hanno ragione gli esponenti della "Casa delle libertà", l'Italia adesso è davvero rispettata...

L'articolo completo del NYT è qui

venerdì 24 febbraio 2006

Quanto ci è costato Silvio Berlusconi

Il premier dice di aver onorato il Contratto con gli italiani. E di aver fatto miracoli. Ma le fonti e gli indici più autorevoli lo smentiscono. Ecco la fotografia del flop del governo di centro-destra

di Stefano Livadiotti



GRAFICI ANIMATI
L'Italia prima e dopo Berlusconi
Dal Pil all'occupazione



L'Italia ha fatto un salto enorme..., ha scolpito giovedì 9 febbraio nel salotto televisivo di 'Matrix'. "Abbiamo mantenuto tutte le promesse, ma la gente non se n'è accorta", aveva garantito tutto serio due giorni prima dai microfoni di 'Radio anch'io'. "I giornali tacciono su quel che questo governo ha realizzato", s'era lagnato all'inizio dell'anno in una comparsata a 'Otto e mezzo'.

È il Silvio Berlusconi di sempre. Quello che nella primavera del 2001 s'era presentato festoso alle assise di Parma della Confindustria di Antonio D'Amato, sottolineando la perfetta coincidenza del suo programma di governo con le richieste degli imprenditori. Lo stesso che l'8 maggio sempre del 2001, officiante Bruno Vespa, seduto davanti a una scrivania di ciliegio, aveva letto in diretta tv il 'Contratto con gli italiani', dove si era solennemente impegnato a ridurre tasse e reati, aumentare pensioni e posti di lavoro e far decollare le grandi opere pubbliche.

Sono passati cinque anni. Berlusconi ha continuato ad approfittare di ogni palco e qualunque gazzetta per spargere ottimismo a piene mani. Malcelando la propria irritazione davanti ai moniti del Quirinale come dell'Europa o della Corte dei Conti. Nel frattempo sono caduti 12 dei suoi ministri (il primo fu il titolare del Commercio con l'Estero Renato Ruggiero e Gianni Agnelli parlò di "paese dei fichi d'India"). È stato rispedito al paesello natìo di Alvito l'ex governatore della Banca d'Italia Antonio Fazio, che gli aveva offerto una sponda parlando di miracolo economico a portata di mano. Giulio Tremonti, "il nostro genio", il superministro dell'Economia che nel 2001 si era presentato agli italiani con un 'Documento di programmazione economica e finanziaria' da pieno boom, è tornato al suo posto dopo essere stato licenziato con l'accusa (pubblico ministero Gianfranco Fini) di aver truccato i conti.

Indeciso a tutto, strattonato da una maggioranza variopinta e rissosa, Berlusconi ha tirato a campare. Rinvia oggi e rimanda domani, le sue promesse hanno cominciato a perdere credibilità. "I parametri della competitività del nostro sistema industriale sono i più negativi dal dopoguerra a oggi", ha scandito il 17 dicembre del 2005 il presidente della Confindustria, Luca Cordero di Montezemolo. E quando, il 19 dicembre gennaio scorso, il premier s'è ripresentato negli studi tv di Vespa, tentando di leggere il solito elenco delle cose fatte, Diego Della Valle è sbottato: "Non abbiamo bisogno di qualcuno che gira con dei foglietti e pensa che gli italiani siano tutti analfabeti".

Lui è preoccupato, se è vero che nei giorni scorsi ha chiamato il presidente emerito della Repubblica, Francesco Cossiga, per chiedergli consiglio sulla strategia elettorale (sentendosi rispondere: "La Casa delle libertà potrebbe anche vincere: servirebbe un grande attentato internazionale di cui lei rimanesse vittima..."). Così, s'è intestardito ancora di più sulla sua strada ("Tutti, nessuno escluso, dicono che le cose vanno bene", ha proclamato di nuovo il 20 febbraio). Anche perché non ha scelta. Il 'Contratto con gli italiani' si concludeva con una clausola: se non fosse riuscito a mantenere almeno quattro promesse su cinque, nel 2006 Berlusconi avrebbe rinunciato a ricandidarsi alla guida del paese. Nella maratona mediatica delle scorse settimane s'è dunque presentato vestendo di volta in volta i panni di Napoleone e Gesù Cristo. Nessuno s'è preso la briga di contestare le sue sparate. Eppure, dargli del Pinocchio non sarebbe stato difficile. Gli indicatori socio-economici elaborati in questi anni dai più autorevoli centri di ricerca nazionali e internazionali dipingono un quadro ben diverso. 'L'espresso' ne ha utilizzati 34 (vedi tabella in basso), ottenuti consultando 23 fonti diverse, per ricavare le fotografie del paese prima e dopo la cura Berlusconi. Il confronto è devastante. Ecco, cifra per cifra, come si è arrivati al declino.

Crescita zero Nel 2001 il prodotto interno lordo italiano viaggiava al passo dell'1,7 per cento. Esattamente al pari dell'Europa a 15. E al di sopra della media del mondo, inchiodato all'1,4 per cento. I numeri del Consensus Forecast (che si basa su dati di istituti come Jp Morgan e Goldman Sachs, Confindustria e Prometeia, Eni e Morgan Stanley) dicono che il 2005 s'è chiuso a quota 0,2 per cento. In pratica, a crescita zero.

La politica fiscale del governo, un mix di tagli a livello nazionale e aumenti di prelievo su base locale, accompagnato da una raffica di condoni, ha avuto un effetto perverso. La somma delle imposte dirette e di quelle indirette è passata dai 359 miliardi del 2001 ai 399 del 2005, con un aumento (dal 49,13 per cento al 51 tondo) dell'incidenza delle seconde, a tutto vantaggio dei redditi più alti. E solo l'incremento dell'evasione, come documentano i dati del centro-studi Nens, ha portato a una riduzione della pressione fiscale (mezzo punto, secondo l'Istat, tra il 2001 e il 2004). Pressione che è invece tornata a crescere sul mondo delle imprese: il 'Tax misery index' calcolato da 'Forbes' era sceso dai 153,9 punti del 2002 a 144 nel 2004. Lo scorso anno è risalito a 146. Sul fronte opposto, nello stesso tempo è decollata la spesa pubblica. Così, l'avanzo primario è praticamente scomparso, crollando dal 3,4 allo 0,6 per cento.

Il deficit pubblico, che era pari al 3,2 per cento nel 2001, è salito a quota 4,3. E il rapporto tra debito pubblico e Pil, che dal 2001 era in costante discesa, è ripartito a razzo: quest'anno arriverà al 108,5 per cento, due punti in più rispetto al 2004. Nel luglio di due anni fa l'agenzia di rating Standard&Poor's ha declassato il nostro debito, portandolo da 'AA' a 'AA-'. Lo scorso 8 febbraio gli uomini di S&P hanno fatto sapere che se i conti non verranno rimessi in carreggiata al più presto, potrebbe arrivare una nuova revisione al ribasso. Sarebbe una mazzata formidabile sulla spesa per gli interessi, il cui tasso medio s'è ridotto di soli 1,2 punti tra il 2001 e il 2004 (tra il 1996 e il 2000 era calato di 3,7 punti).

Promesse da marinaio L'aumento della spesa pubblica che ha mandato in tilt i conti dello Stato non è certo servito a far fronte alle priorità per il rilancio dell'Azienda Italia. I pochi dati aggiornati disponibili sul fronte Ricerca & Sviluppo sono da mettersi le mani nei capelli. Gli investimenti della pubblica amministrazione nel 2001 crescevano del 5,8 per cento. Nel 2005 il loro incremento s'è fermato all'1,6 per cento. Sempre nel 2001 si erano registrati (dati del ministero) 182 interventi per la creazione di nuove aziende high tech, con uno stanziamento pari a 266 milioni di euro. Nel 2005 le iniziative sono precipitate a 31, per un valore di 14 milioni. Su scuola e università, poi, è meglio stendere un velo pietoso. Con buona pace dei proclami del premier sulle 'tre i' (Internet, inglese, impresa), il Censis rileva che la percentuale di italiani in grado di sostenere una conversazione in una lingua diversa da quella di casa s'è ridotta dal 46 per cento del 2001 al 36 del 2005. Dieci punti in meno in cinque anni. E perfino il tormentone sulle infrastrutture s'è rivelato solo un maldestro bluff. Secondo i ricercatori del Cresme, ad aprile scorso era stato ultimato appena lo 0,01 per cento delle grandi opere strategiche indicate nella cosiddetta legge obiettivo del 2002 (dal ponte sullo Stretto di Messina alla Salerno-Reggio Calabria, passando per il Mose di Venezia). Vuol dire che Berlusconi & C. hanno mantenuto molto meno dell'1 per diecimila di quanto avevano promesso. Che si trattasse di parole in libertà, del resto, i primi a saperlo erano proprio gli uomini del governo. Lo dimostrano i dati del rapporto dell'associazione tra i costruttori, secondo i quali gli stanziamenti nel bilancio dello Stato per nuove infrastrutture sono diminuiti dai 22.500 milioni del 2001 ai 18.188 del 2005.

Competitività bye bye In questo quadro, l'Italia ha continuato a perdere terreno nei confronti del resto del mondo. Nella classifica sulla competitività dell'International institute for management development nel 2001 occupava il trentaduesimo posto su 49 paesi. Nel 2005 è finita al cinquantatreesimo (su 60), alle spalle di Brasile, Filippine, Turchia e Colombia. Uno scivolone causato dai pessimi voti ottenuti, in particolare, su due capitoli: la capacità del governo di creare competitività (cinquattottesimo posto) e la sua politica fiscale (sessantesimo e ultimo posto). Il giudizio sull'evoluzione negativa conosciuta dal paese negli ultimi anni è pienamente confermato dalla graduatoria del World economic forum: ventiquattresima su 75 nel 2001, l'Italia è scivolata oggi al quarantasettesimo posto su 117, dietro a Corea, Qatar, Cile e Thailandia.

Tutti i principali indicatori testimoniano la perdita di competitività italiana. La produzione industriale ha fatto registrare una vera e propria débâcle. Se nel 2001 era diminuita dello 0,6 per cento, lo scorso anno ha lasciato sul campo 1,8 punti, record negativo dal 1993. L'export è letteralmente tracollato. La quota sul mercato mondiale dell'Italia, che all'arrivo di Berlusconi stazionava a quota 4 per cento, s'è assottigliata fino al 2,9 per cento. Con il risultato che la bilancia commerciale s'è ribaltata: nel 2001 vantava un attivo di 9.233 milioni; ora è in rosso per 10.368 (peggior risultato dagli anni Ottanta).

Che l'Italia oggi sia considerata un paese dal quale è molto meglio girare alla larga lo dicono con chiarezza anche i dati sugli investimenti esteri diretti: nel 2001 erano arrivati, secondo i tecnici di via Nazionale, a 17.787 milioni di euro; nel 2004 non sono andati oltre i 13.542. Fa meno 23,9 per cento. L'osservatorio sulle acquisizioni di aziende della Kpmg conferma la tendenza: nel primo anno della legislatura gli stranieri avevano messo mano al portafoglio per entrare nel capitale di 111 aziende italiane. Lo scorso anno si sono fermati a 95. E che l'Italia non convenga più lo pensano anche i turisti: nel 2001 erano sbarcati 35 milioni e 767 mila stranieri; nel 2005, secondo le prime stime dell'United Nations World Tourism, sono stati 34 milioni e 429 mila.

Far West Italia Del resto, anche la situazione dell'ordine pubblico, che soprattutto al Sud condiziona pesantamente ogni attività economica, con buona pace di Berlusconi presenta un bilancio drammatico. L'Istat dice che tra il 2001 e il 2004 il totale dei delitti denunciati è passato da 2 milioni 163 mila e 826 a 2 milioni 415 mila e 023. Secondo i calcoli di Luca Ricolfi, che ha elaborato dati dell'Istituto di statistica e del Viminale, nel primo triennio di questo governo il totale dei delitti ha conosciuto un'impennata del 17,5 per cento ('Tempo scaduto', il Mulino).

Il piatto piange Sostiene Berlusconi che il suo governo ha fatto il miracolo di creare un milione di nuovi posti di lavoro. Il premier dimentica di aggiungere che oltre la metà del risultato è dovuto alla regolarizzazione di immigrati già da tempo presenti in Italia. E comunque i dati ufficiali di Eurostat dicono che quella sull'occupazione è un'altra delle battaglie perse dal suo governo: all'inizio della legislatura cresceva del 2 per cento l'anno; nel 2004 solo dello 0,9. E un andamento altrettanto mesto si rileva nel Sud: più 2,3 nel 2001 e meno 0,3 nel 2004 (Nicola Rossi, 'Mediterraneo del Nord', Editori Laterza). Quello che cresce, semmai, è il lavoro irregolare: dal 26 per cento del totale nel 2001 al 27,9 nel 2005, almeno secondo il Censis.

Così, il portafoglio degli italiani è sempre più asciutto. Nel Sud il tasso di diffusione della povertà relativa tra le famiglie è cresciuto, arrivando al 25 per cento tondo nel 2004 (dopo essere diminuito dal 24,3 del 2001 al 21,6 del 2003). Ma il trend investe l'intero paese. Secondo l'ultima indagine sul risparmio di Bnl e Centro Einaudi, la quota di italiani convinti di poter contare su un reddito "più che sufficiente" è diminuita dal 15,8 per cento (2001) al 13,8 (2005). E la percentuale degli italiani che non hanno risparmiato nel corso dell'anno è salita dal 38 per cento del 2002 al 51,4 dello scorso anno. Dove invece c'è stato il boom è nei prestiti bancari alle famiglie: da 251.964 milioni di euro (2001) a 384.867 (2005).

Se le famiglie se la passano male, le aziende peggio. Uno studio targato Euler Hermes, la società del gruppo Allianz che è leader mondiale nell'assicurazione sui crediti, rivela che nel 2001 in Italia i fallimenti erano diminuiti dell'8 per cento. Dopo cinque anni di cura Berlusconi, nel 2005 hanno fatto un balzo in avanti del 6 per cento. Data la situazione, gli indici di fiducia non potevano che scendere in picchiata. Quello delle imprese da 89,3 a 87,5. Quello delle famiglie addirittura da 122,7 a 104,2.

Il declino Con ben dieci new entry, nel 2001 l'Italia era stata la protagonista assoluta della classifica dei miliardari in dollari di 'Forbes'. "Lo stato della loro economia è vibrante", aveva detto nella conferenza stampa di presentazione la responsabile editoriale della ricerca, Luisa Kroll, per spiegare la performance che aveva portato 17 italiani in lista. Cinque anni dopo la nostra rappresentanza s'è ridotta a dieci mega-miliardari (capitanati, guarda un po', proprio da Berlusconi, passato dal ventinovesimo posto con 10,3 miliardi di dollari al al venticinquesimo con 12 miliardi). E s'è assottigliata pure la pattuglia delle aziende italiane che trovano spazio nella classifica Top-500 del 'Financial Times': 15 nel 2001 e 12 lo scorso anno.

Incapace di competere, l'Italia s'è arroccata. L''Index of economic freedom' elaborato ogni anno dal centro-studi ultra-conservatore di Washington Heritage Foundation in collaborazione con il 'Wall Street Journal', e basato su 50 variabili, dice che siamo un paese sempre più ingessato. Nel 2001 eravamo al trentacinquesimo posto nella classifica guidata da Hong Kong. Nel 2005 siamo scesi al quarantaduesimo, a pari merito con Trinidad e Tobago. Surclassati dal Botswana. E tallonati da Madagascar e Mongolia.

Stessa musica se si guarda all'indice di globalizzazione elaborato dalla società di consulenza A.T. Kearney in collaborazione con 'Foreign Policy' e che misura l'integrazione economica, politica e tecnologica in 62 paesi (insieme fanno l'85 per cento della popolazione e il 96 per cento del Pil mondiale). Nel 2001 l'Italia era al tredicesimo posto, un gradino al di sotto degli Stati Uniti. In cinque anni è sprofondata al ventisettesimo, mentre gli Usa scalavano otto posizioni. Un paese chiuso alla globalizzazione, avevano ammonito cinque anni fa gli autori della ricerca, diventa terreno fertile per la corruzione. E infatti, tra l'inizio e la fine di questa legislatura, l'Italia ha visto peggiorare la propria posizione anche nella classifica basata sul 'Transparency international corruption perception index' e redatta dall'Università tedesca di Passau su incarico di Transparency (un'organizzazione non governativa sostenuta dall'Onu). Nel 2001 eravamo ventinovesimi nella graduatoria guidata dalla Finlandia. Cinque anni di berlusconismo dopo, siamo affondati al quarantesimo posto. Superati dalla Malesia.

"I dati che conosco inducono all'ottimismo", ha giurato lui il 20 febbraio. E vai a sapere dove li ha presi.


http://tinyurl.com/fm7xk

mercoledì 22 febbraio 2006

Il sondaggio di Berlusconi:«Vuole proprio votare Unione?»

di Roberto Roscani


Sondaggi e marketing. «Buonasera signora, possiamo farle qualche domanda per un sondaggio elettorale?» La telefonata arriva verso le 20 in una casa romana. La signora che risponde si chiama Silvia Gambardella. Ha la cena sui fornelli ma decide di accettare la richiesta. Ecco, lei è una dei 1920 italiani scelti a caso dalla Penn, Schoen & Berland Associates, la mitica società americana che ha fatto il sondaggio per conto di Forza Italia, quello che Berlusconi ha sventolato davanti all’opinione pubblica perché lo dava vincente, seppure con un «invisibile» 0,2 per cento di vantaggio sul centrosinistra.

E qui parte il sondaggio, una raffica di domande tutte o quasi maliziose. tutte o quasi che spingono in una direzione. Quale? Ma ovviamente quella del Cavaliere che è il committente del sondaggio. Ma andiamo con ordine. L’approccio è di prammatica: Lei signora ha intenzione di andare a votare? Sì, è la risposta, e poi qualche quesito di supporto del tipo: in passato ha votato, ha già compiuto la sua scelta... E qui arriva il bello, la prima domanda di merito riguarda lo schieramento e davanti alla risposta che dice centrosinistra comincia il ballo. Dopo aver scoperto che non ha ancora deciso il partito sebbene si definisca (su richiesta) di sinistra comincia la demolizione.

«Ma Prodi è davvero il leader che preferisce?». E appena avevano l’impressione di una mia minima incertezza riprendevano le domande. «Ma allora conferma davvero che voterà per lo schieramento di Prodi?». Fin qui potrebbero sembrare delle semplici domande di conferma, quelle che si usano nei sondaggi per avere conferma all’indicazione dell’intervistato. «Ma poi - racconta Silvia Gambardella - leggendo da un gruppo di domande scritte arrivano quelle più strane». Quali? «Il capo del governo è riuscito - legge il sondaggista telefonico - ad aumentare i posti di lavoro. Malgrado questo lei sceglie di votare Prodi?». E poi: «C’è stato un visibile miglioramento della sanità nazionale e questo non la convince a votare Berlusconi?».

Insomma il sondaggio diventa un vero corpo a corpo con l’intervistatore che magnifica i risultati berlusconiani e l’intervistata che insiste a dire che no, lei la destra proprio non la vota. «È stata una lunga intervista - dice Silvia Gambardella - che slittava di minuto in minuto dal sondaggio alla propaganda. Forse avevano percepito qualche incertezza ma sembravano non finire mai di fare domande. E i quesiti che all’inizio mi sembravano delle ric hieste di conferma diventavano dei veri trabocchetti e poi una specie di contraddittorio». Con un bel po’ di propaganda.

«Alla fine ho chiesto per quale società stessero conducendo il sondaggio mi hanno risposto che era per una società americana, ma non mi hanno detto chi era il committente. Potete immaginare cosa ho provato quando ho sentito Berlusconi annunciare il suo sondaggio americano...».

Insomma un fiume di domande tendenziose che però non risultano affatto nel sondaggio ufficialmente pubblicato (come tutti i sondaggi politici) nel sito dell’authority sulle comunicazioni e in quello della presidenza del consiglio. Qui le domande dichiarate sono solamente due. Eccole: «Se si svolgessero oggi le elezioni politiche per quale partito voterebbe?» e la seconda è presentata con la laconica dizione «Approvazione dell’operato di Berlusconi». Insomma nessuna domanda sugli schieramenti e sul premier preferito e tantomeno nessun quesito che contenga giudizi (positivi) sui risultati raggiunti dal governo.

Qualcuno troverà strano che una società come la Psb si comporti così. Ma a guardare bene non è poi così strano, visto che proprio in occasione della rielezione di Bloomberg come sindaco di New York il New York Times lo accusò di essersi fatto propaganda coi sondaggi «orientati» di Penn, Schoen & Berland Associates. Diversi intervistati raccontarono al quotidiano che le domande spingevano verso alcune risposte a favore di Bloomberg e comunque cercavano di valorizzare le sue proposte e il suo operato. Ma si sa, Penn &Co. si occupano soprattutto di marketing e di prodotti di consumo. Come la politica secondo Berlusconi.


da l'Unità del 22-2-2006

lunedì 20 febbraio 2006

Vladimir? E allora?

di Maria Novella Oppo

Gli esponenti della destra di sua proprietà non perdono occasione per citare Vladimir Luxuria. Appena uno del centrosinistra comincia a parlare in tv, Fini, Casini o Calderoli cercano di zittirlo ricordandogli che è alleato di Vladimir Luxuria. Nientemeno. E chi è poi Vladimir Luxuria? Nel suo sito Internet si possono leggere articoli sui diritti civili e proposte, tra le quali la più paradossale e provocatoria è: catturare Bin Laden, mandarlo a Casablanca e farlo operare perché possa sperimentare cosa significa essere donne in Afghanistan. Iscritto all'anagrafe come Vladimiro Guadagno, questo candidato non è stato processato per corruzione di magistrati o di finanzieri. Non si è arricchito con leggi ad personam e non ha fatto ministro un razzista secessionista, facendogli sfregiare la Costituzione. È vero, si trucca quasi quanto Berlusconi, ma non si crede Napoleone e non offende Gesù Cristo. Perciò, anche Ruini dovrebbe riconoscere che Vladimir Luxuria è un candidato migliore del boss di Bossi, Fini e Casini.


martedì 14 febbraio 2006

Appello all'Unione per i PACS

Caro amico, cara amica, ti preghiamo di aderire alla campagna di pressione sull'Unione affinché reintroduca i Pacs nel suo programma. Segui le istruzioni che trovi in fondo al testo dell'appello:

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APPELLO ALL'UNIONE PER I PACS



Onorevole,

la decisione di escludere i Pacs dal programma dell'Unione è un grave errore.

Il riconoscimento giuridico delle Unioni civili è un fatto compiuto in tutta Europa (ad eccezione delle sole Italia, Grecia e Irlanda), ed è un gesto dovuto che prende atto di un cambiamento socioculturale di ampia dimensione, come fu a suo tempo, per esempio, la concessione del voto alle donne in Europa. Rimandare la discussione di questo cambiamento è miope, perché rischia di creare e radicare soltanto in Italia contrapposizioni artificiali su un tema su cui, in realtà, la coscienza sociale del paese è pronta e concorde, come mostrano tutti i sondaggi d'opinione in proposito.

Si aggiunga che la proposta dei Pacs era una mediazione al ribasso raggiunta, a suo tempo, fra le esigenze di non offendere la sensibilità del mondo cattolico da un lato e dall'altro la richiesta di un riconoscimento paritario delle loro relazioni da parte dei cittadini esclusi dal matrimonio (più di tre milioni in Italia). Venire meno a questa mediazione - su cui i partiti dell'Unione si erano più volte impegnati, sia pure verbalmente - azzera la discussione, rischiando di ottenere l'effetto opposto a quello forse da voi auspicato.

Il Pacs è una mediazione forse insoddisfacente per tutti, ma è comunque una mediazione accettata dalla grandissima parte dei diretti interessati. Rinunciarvi può significare inasprire il dibattito e gli animi, radicalizzando le posizioni e spostando il dibattito, senza più alcuna mediazione, sulla richiesta di allargare il matrimonio anche alle persone dello stesso sesso, similmente a quanto è già accaduto in Spagna.

Come se non bastasse, oltre ad escludere i Pacs dal programma, l'Unione non ha neppure fatto cenno nel suo programma a questioni su cui l'Italia è inadempiente da anni rispetto a quanto chiesto dall'Europa, in materia di leggi di protezioni contro la discriminazione verso le persone omosessuali e transessuali, e di leggi di protezione contro i crimini motivati da odio contro le persone omosessuali e transessuali.

Tali dimenticanze rischiano di creare al futuro governo di centrosinistra conflitti non solo con gli elettori dimenticati dalla coalizione, ma anche con le istituzioni europee e con i cittadini di altri paesi dell'area di Schengen che, trasferitisi in Italia, si vedono privare di diritti civili e tutele di cui godono al di fuori d'Italia.

Le chiediamo quindi di volere riconsiderare la decisione presa dal suo partito, e di tenere conto delle esigenze di milioni di cittadini che sono stati troppo a lungo ignorate dallo Stato italiano.

In fede

(Nome e cognome di chi invia questa mail, e sua città)



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Per favore copia e incolla il testo che leggi qui sopra in tre mail, aggiungi la tua firma e la città, e mandale separatamente agli indirizzi degli onorevoli Fassino, Bertinotti, e Rutelli:


p.fassino@dsonline.it;

fausto.bertinotti@rifondazioneit;

segr.rutelli@dlmargherita.it


Se desideri aggiungere qualche considerazione tua, fallo, ma per favore non aggiungere MAI insulti, e non aggredire. Questa è una campagna di pressione politica non-violenta.

Dopo aver spedito le tre mail, invia una copia di questa lettera a tutte le persone che pensi che possano essere sensibili al tema.

La campagna si conclude il 25 febbraio 2006, giorno entro cui le le liste elettorali saranno state consegnate (e i programmi sottoscritti). A quella data valuteremo il risultato e decideremo quali altre eventuali iniziative intraprendere. Per favore, non spedire questa mail dopo il 25 febbraio, perché sarebbe inutile.

Per rimanere aggiornato sulle iniziative consulta il sito: www.arcigay.it

venerdì 10 febbraio 2006

PACS: Arcigay e Arcilesbica, programma non degno dell'Unione

Lo Giudice: "Non c'è riconoscimento giuridico delle Unioni civili, non ci potrà essere un appoggio di gay e lesbiche al programma dell'Unione"


Roma, 10 feb. - "Non c'è riconoscimento giuridico delle Unioni civili, non ci potrà essere un appoggio di gay e lesbiche al programma dell'Unione. Gli impegni precedentemente assunti dai leader del centrosinistra e dal candidato premier sono stati stracciati. Il presidente nazionale di Arcigay Sergio Lo Giudice si fa portavoce della rabbia di gay e lesbiche di fronte al risultato dell'incontro della scorsa notte in cui i leader dell'Unione hanno licenziato l'ultima versione del programma, da cui scompare il riferimento alla realizzazione dell'istituto delle Unioni civili concordato nell'incontro di San Martino in Campo del 5 e 6 dicembre scorso.

"Il centrosinistra italiano - prosegue Lo Giudice - ha deciso che la benevolenza elettorale delle gerarchie vaticane è un bene superiore ai diritti delle persone. Ci auguriamo che le forze politiche che sappiamo avere realmente a cuore i diritti civili si battano affinchè veda la luce quel nuovo istituto giuridico, diverso e distinto dal matrimonio, che è nella legislazione di tutti i grandi Paesi europei".

"Quella formulazione rappresentava un punto di sintesi fra le diverse culture politiche che compongono l'Unione - spiega la presidente di Arcilesbica, Francesca Polo -. Essa, tuttavia, riusciva a tenere conto anche della legittima ed indifferibile richiesta avanzata dall'ampio movimento che nel Paese sostiene la necessità di una legge sui Pacs: un riconoscimento giuridico pubblico delle coppie che vogliano accedere al nuovo istituto. Il testo licenziato ieri tradisce quelle istanze".

La nuova formulazione, che ha registrato il disaccordo della Rosa nel pugno, elimina il riferimento all'istituto giuridico e parla solo di diritti delle singole persone, secondo Arcigay e Arcilesbica: è la soluzione che era stata indicata dal cardinal Camillo Ruini, presidente dei vescovi italiani che, già nel settembre scorso, aveva suggerito di percorrere "la strada del diritto comune, assai ampia e adattabile alle diverse situazioni" e di procedere a promulgare "eventuali norme a loro tutela".

"Puntare a tutelare singoli diritti al di fuori del riconoscimento giuridico pubblico della coppia unita civilmente - aggiunge Lo Giudice -, significa non farsi carico della dignità sociale di milioni di coppie di fatto e ignorare le esigenze costituzionali di tutela giuridica delle formazioni sociali, come affermato dall'art. 2 della nostra Costituzione. Prodi aveva detto di non volersi ispirare a Zapatero ma ad Aznar, ma questa proposta è più arretrata di quella del Partito Popolare spagnolo. Così si disattende la Carta dei diritti fondamentali dell'Unione europea. L"Unione è ancora in tempo: non tradisca le attese di milioni di italiane e di italiani".

http://www.gaynews.it/view.php?ID=36118

giovedì 9 febbraio 2006

1991, in un libretto top secret l'Italia sognata da Fininvest

Ruolo della tv, ridimensionamento del pubblico, yuppismo
Nel testo distribuito ai manager le fondamenta ideologiche di Forza Italia
di GIAN PAOLO SERINO



La copertina del libro

MILANO - Un documento esclusivo: "Le sfide per affrontare il cambiamento", è un libro sino ad oggi rimasto top secret, stampato in pochissime copie dall'ufficio relazioni interne Fininvest, e destinato unicamente ai massimi dirigenti del gruppo, che dimostra come Silvio Berlusconi non sia sceso in campo nel gennaio 1994, come ha sempre dichiarato, ma dal 1991. Un progetto, quello di Forza Italia, che conferma lo stretto legame tra il premier e le sue aziende.

L'accusa di aver creato un "partito azienda", che il Cavaliere ha sempre respinto, trova conferme nelle pagine di questo pamphlet. Il libro raccoglie "un programma", come si legge nel primo capitolo, "iniziato nel 1991 attraverso incontri con personaggi come il generale Carl Jean, Francesco Alberoni, Gianni Baget Bozzo, Giuliano Urbani". Si tratta di analisi che lasciano molto poco spazio alle interpretazioni.

Baget Bozzo, ad esempio, nel suo intervento (titolo "Il ritorno della morale") scrive: "Oggi l'uomo vive in un mondo fatto di tele-immagini e la conoscenza umana ne è arricchita, perché il più comune degli uomini posto davanti a un televisore è posto dinanzi ad un reale che, anche se interpretato, costituisce una verità obiettiva. Il vedere la televisione è il più comunicativo degli atti, è l'esperienza che rende tutti uguali, mentre l'udire richiede tutt'altra attenzione ed elaborazione, una caratteristica propria dell'intellettuale". Sarà per questo che da anni ci troviamo il premier su ogni canale? "Il mondo diventa - rincara Baget Bozzo - quello che noi vediamo in tv. Noi viviamo la storia contemporanea in visione diretta, la realtà e l'interpretazione insieme".

A rincarare la dose il generale Jean, esperto di strategie militari, che in un altro capitolo sottolinea: "La televisione e la comunicazione di massa diventano i mezzi per influire non solo, come capitava un tempo, sulla volontà dell'avversario, ma anche sul livello di consenso dell'opinione pubblica, che nell'attuale mondo della comunicazione globale in tempo reale sta acquisendo, da un punto di vista politico-strategico, un'importanza quasi simile alla forza militare".

Giacomo Vaciago, docente di politica economica all'Università Cattolica di Milano (che in seguito diventerà sindaco del centrosinistra a Piacenza), anticipa di 15 anni i disegni di legge del "Buon Governo": "Il nostro scopo è privatizzare e ridimensionare la presenza pubblica nei momenti sia di produzione che di regolamentazione. I fondi pensioni prenderanno il posto dell'Inps e del Trattamento di Fine Rapporto e una parte significativa della Sanità sarà gestita individualmente dal consumatore". In sintesi: se ti ricoverano in ospedale non sei più un paziente, ma un acquirente.

Per quanto riguarda la politica estera già in Fininvest-Forza Italia le idee le avevano ben chiare. Sempre Jean scrive: "Attraverso strumenti affinati di geo-economia il mondo industrializzato riesce ad avere i vantaggi delle ex colonie senza occuparne i territori: attraverso manovre economiche, finanziarie, alimentari e influenzamenti politici dell'informazione". Urbani, invece, nel capitolo "Interpretazioni e tendenza degli scenari", si lascia sfuggire che "qualsiasi sistema politico sta i piedi se supera una soglia di legittimità, anche una dittatura ha bisogno di una sua legittimità".

A impreziosire "Le sfide per affrontare il cambiamento" una serie di vignette che sintetizzano, al meglio, gli interventi dei relatori. Fin dalla copertina: una sorta di ibrido, un uomo con il volto alla Ridge di Beautiful e il corpo di scimmia tiene sotto il proprio pugno il mondo. Sotto, ben evidente, in giallo fosforescente, il marchio Fininvest.

Nell'introduzione, affidata a Roberto Spingardi, allora direttore centrale Relazione interne/esterne di quelle prime convention, il titolo è chiaro: "La nostra sfida: coniugare competenza, apprendimento ed entusiasmo". Nulla di anomalo se non fosse per il disegno che occupa mezza pagina: uno "yes-men", giacca e cravatta aziendale d'ordinanza, si insedia nel suo nuovo ufficio. Una libreria (che ricorda quella alle spalle di Berlusconi nei suoi collegamenti televisivi da Arcore), ma soprattutto televisori, decoder, computer, palmari, portatili. Non a caso non è un ufficio comune, ma come si legge in una targhetta in alto è il futuro degli uffici, il Signor Ufficio: è l'"Aula di apprendimento continuo".

Ad illustrare gli scritti di Jean, l'immagine forse più significativa delle "Sfide per affrontare il cambiamento": soldati lanciati all'attacco da un generale con elmetto griffato Fininvest. L'assalto alla politica, era il 1991, era ai suoi inizi, ma gli scopi sintetizzati alla perfezione dal fumetto. E anche dalla chiusura di Spingardi: "Noi tutti dobbiamo contribuire al successo dell'azienda Fininvest e possiamo farlo quanto più riusciremo a creare i presupposti perché ciò avvenga. Il mantenimento delle motivazioni e dell'impegno al risultato, la costruzione di un clima di consenso, sono responsabilità che non solo dobbiamo accettare, ma in cui credere per costruire il nostro domani". Forza Italia?

(9 febbraio 2006)

http://tinyurl.com/8tcmx

lunedì 6 febbraio 2006

Laicità e omosessualità

Di Franco Grillini - dal numero 115 di Critica liberale


Il vocabolario Zingarelli definisce la morale come ciò che «concerne le forme e i modi della vita pubblica e privata, in relazione alla categoria del bene e del male», mentre «la relazione tra ciò che è bene e ciò che è male è tipica dell’etica» che è quella «parte della filosofia che studia i problemi e i valori connessi all’agire umano».

Ora, si dà il caso che, spesso, le religioni monoteiste pretendano di essere depositarie della morale e naturalmente dell’etica attraverso i loro “ministri”, siano essi preti, cardinali, papi, imam, mullah, rabbini ultraortodossi, pastori evangelicali (i predicatori televisivi americani, per es.). In particolare, per stare a casa nostra, i gerarchi romano-cattolici tirano in ballo, quando si parla di omosessualità, oltre alla morale, anche il concetto di “natura” che sarebbe «iscritta da Dio nel cuore degli uomini» ab aeterno. Evidentemente gay e lesbiche devono avere qualche problema cardiaco serio se è vero che continuano a essere definiti se non proprio “contronatura” (questo ormai lo fanno soltanto i libercoli del fanatismo italiano e Radio Maria, vera e propria tromba del clericalismo estremista militante) almeno decisamente “disordinati”, come recita la “pastorale” di Ratzinger del 1985 (ma possibile che nessuno ragioni mai sull’utilizzo della metafora delle pecore in campo cattolico?). Ma “disordinati” rispetto a chi e rispetto a che cosa? Ma all’ordine naturale voluto dal Dio, ovvio, ordine di cui si fanno interpreti diretti, senza tema di essere smentiti i nostri bravi moralisti dell’ecclesia romanocattolica.

E che cosa mai prevede ‘sto benedetto ordine? Che gli esseri umani facciano sesso solo tra uomo e donna, che lo facciano solo se sono regolarmente sposati (qui si concede una certa tolleranza persino per i matrimoni civili celebrati nei municipi, anche se diversi consiglieri comunali di Cl, a cui appartiene anche il “vergine” Formigoni, si rifiutano di celebrarli), che si copuli solo per far figli.

Dal che discende che non si può far sesso prima del matrimonio, che non si può far sesso per il semplice godimento di farlo, che “non lo fo per piacer mio ma per dare un figlio a Dio”, che, orrore orrore, non lo si può fare tra “sodomiti” (le lesbiche sono abbastanza trascurate dagli strali vaticani e pare che alcune suore traggano qualche vantaggio da questa distrazione, come talvolta raccontano le cronache), che non si può tollerare la masturbazione (una delle cause della cecità…), figuriamoci poi il sadomasochismo o altre inenarrabili perversioni. Insomma, extra ecclesiam nulla salus. Non si scappa. E, naturalmente, è proprio il caso di dirlo, l’unica morale plausibile, l’unica etica possibile è quella di Ruini-Ratzinger-Sodano-Tettamanzi-Sgreccia-Caffarra-Tonini-Maggiolini e scusate se dimentico qualche nome tra quelli che invadono il video mattina pomeriggio e sera, telegiornali inclusi, senza la benché minima possibilità di replica da parte dei “sodomiti”, come si evince dalle numerose lettere di protesta inviate al prima Presidente della Vigilanza Rai e poi Presidente Rai Petruccioli e rimaste tutte senza esito alcuno. Insomma, gli omosessuali fanno sesso per il gusto di farlo, anzi, vengono definiti come copulatori seriali (francamente a me pare il contrario, purtroppo, ma queste sono le fantasie vaticane), pretendono persino di rientrare nella “normalità”, peggio ancora, si innamorano tra di loro e vorrebbero che queste unioni contronatura fossero persino riconosciute dallo Stato attraverso diritti che sono pertinenti solo al matrimonio tra un uomo e una donna, ovvero la famiglia naturale sancita dall’art.29 della Costituzione, ecc., ecc., ecc. (vi ricordate un tempo i dischi di vinile quando si incantavano sempre sullo stesso brano?). A questo punto mi permetto una digressione sperando di non perdere il filo. Abbiamo più volte spiegato che l’art. 29 della Costituzione non vieta affatto il riconoscimento di altre forme familiari, che gli articoli 2 e 3 (che, a differenza dell’art. 29, pongono principi fondamentali dell’ordinamento costituzionale) vietano discriminazioni basate sulle “condizioni personali” dei cittadini e tutelano i diritti inviolabili della persona nelle “formazioni sociali ove si svolge la loro personalità”. All’art. 29 non si parla neppure di matrimonio fra uomo e donna (quei pirla dei costituenti se ne sono dimenticati), si usa persino la parola ambigua di “coniugi”, esattamente quella usata da Zapatero quando ha varato la legge sul matrimonio uguale per tutti. Non a caso il purtroppo Ministro delle presunte riforme, il “sospetto” Calderoli, ha presentato una proposta di riforma costituzionale per chiarire che il matrimonio è tra un uomo e una donna. Vorrei però far notare a Camillo Ruini, presidente della Conferenza episcopale italiana, in sigla Cei, autore della pregevole (per la chiarezza) relazione ai vescovi del 19 settembre, che quando si parla di quattrini alle scuole confessionali (vale a dire una valanga di danaro pubblico che Parlamento, comuni, regioni, province hanno versato negli ultimi anni nella casse delle scuole private cattoliche) la Costituzione è “interpretabile”. Eppure, l’art. 33 è inequivocabile, e, come dicono moltissime sentenze dei Tar e della Consulta, le scuole private sono equiparate a quelle pubbliche “senza oneri per lo Stato”: mi sembra chiaro no? Eppure l’art 33 non è un ostacolo per battere cassa a spese dei contribuenti, per finanziare scuole di parte che più di parte non si può (si pensi alla propaganda omofobica e misogina che è parte integrante del processo educativo delle scuole confessionali). Invece, le infondate interpretazioni clericali dell’art. 29, quelle non sono interpretabili, e devono prevalere sulla lettera di quell’articolo.

Ma torniamo a noi. Per quanto detto finora, che cos’hanno a che fare gli omosessuali e l’omosessualità con la morale romano-cattolica così come espressa da Ruini & co.? Praticamente nulla, una contraddizione radicale, un conflitto insanabile. Ed è per questo che laddove le religioni monoteiste si trasformano in religioni di Stato, laddove, per esempio, il Corano sostituisce lo Stato di diritto, ma anche laddove la gerarchia romano-cattolica mantiene una forte presa sulla cosa pubblica, le leggi sono generalmente e violentemente antigay. Non è un caso che nei sette paesi dove vige ancora la pena di morte per gli omosessuali la sharý’a sia la legge dello Stato.

È del tutto evidente, quindi, che la laicità dello Stato, l’indipendenza del potere politico da quello religioso, la sovranità piena degli organismi statuali rispetto al potere ecclesiastico diventano per lesbiche e gay una necessità vitale, un fatto “naturale” pena l’irrilevanza, l’obbligo alla doppia vita, alla clandestinità, alla sofferenza di una vita quotidiana fatta di terrore e infelicità. Ed è proprio per questo che ormai buona parte dell’opinione pubblica democratica non solo sostiene le battaglie del movimento glbt (gay, lesbico, transessuale e bisessuale) ma vi si riconosce e vi si identifica, perché la libertà per la quale si battono gli omosessuali è esattamente la libertà dei moderni, quella libertà che prende anche il nome di “diritto universale alla propria identità personale” e alla “pari dignità sociale”. Essere “diversi” non è più appannaggio e metafora dell’omosessualità, ma il diritto di ciascuno ad un proprio originale percorso di vita legato a relazioni significative basate sull’amore e sulla libera ricerca della felicità. La grande simpatia popolare, checché ne dicano i sondaggi taroccati per ammissione degli stessi autori, verso la battaglia sul Pacs sta proprio qui, vale a dire nell’idea di uno Stato laico che legifera secondo principi liberali e non secondo la ruiniana “etica dei principi” dogmatici e indimostrabili.

La laicità dello Stato entra nelle case delle nuove famiglie come prerequisito essenziale per la conquista dei diritti delle coppie di fatto, delle persone conviventi, siano esse omo o eterosessuali, siano esse dello stesso sesso o di sesso diverso. Secondo l’etica laica della responsabilità, se il mio compagno o la mia compagna è in ospedale io ho il diritto-dovere di assisterlo/a, se perdo il mio partner ho il sacrosanto, è il caso di dire, diritto a subentrare nel contratto d’affitto, di avere la pensione di reversibilità, di ereditare i suoi beni; se vivo in coppia da almeno due anni ho il diritto alle facilitazioni fiscali di cui godono le famiglie sposate, a non deporre in tribunale contro il mio partner, ad assisterlo in caso di detenzione. Secondo “l’etica dei principi” di Ruini & Co. tutto ciò non deve essere possibile anzi: in una nota dell’agenzia Sir, l’organo di stampa dei vescovi romano-cattolici, quando si citano i casi raccolti nel “dossier sulle discriminazioni” che le coppie di fatto subiscono a causa della mancanza di una legge di tutela si arriva addirittura a parlare di “melassa pietistica dei casi individuali” con un linguaggio violento, inumano e crudele, totalmente irrispettoso verso le persone che subiscono soprusi e sofferenze proprio per la mancanza di una legge come il Pacs. Ci sono persino casi di persone sotto processo penale per “violazione della legge cimiteriale” perché andavano a mettere un fiore sulla tomba del proprio compagno. Se si tiene conto della crudele assurdità dei niet vaticani in materia di diritto di famiglia, se si considerano le statistiche sulla totale inosservanza della precettistica ufficiale cattolica in materia di morale sessuale da parte dei cattolici stessi, e persino dei cattolici praticanti, si capisce bene la saldatura che finalmente è avvenuta tra movimento gay “laicista” e un sentimento più generale di rifiuto del fanatismo religioso e della sua acritica applicazione alle leggi dello Stato.

Nel 2000 correva l’anno del giubileo cattolico e l’allora papa polacco pretendeva la sospensione della libertà costituzionale di manifestazione e di riunione, per impedire che si tenesse nella città di Roma il “World gay pride”. Rutelli ritirò il patrocinio del Comune di Roma alla manifestazione, Amato disse in Parlamento che «purtroppo c’era la Costituzione». Per un anno intero non si parlò d’altro e l’8 luglio mezzo milione di persone sfilarono attorno al Colosseo nella più grande manifestazione per i diritti civili e le libertà della storia dell’Italia unita. In quel momento gli omosessuali hanno interpretato e incarnato la stessa idea liberale della libertà. E la laicità dello Stato ha camminato sulla felicità e sull’entusiasmo della modernità.

(1-2-2006) fonte: www.italialaica.it

Uno straccio di laicità

Sex crimes and the Vatican

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