Ecco la copertina della edizione europea (domani in edicola) del prestigioso settimanale britannico. Sotto la scritta "Basta", in italiano, l'invito in inglese agli italiani di "licenziare Berlusconi". Sul settimanale, anche un lungo articolo, dal titolo: "Una triste storia italiana". Per questo numero, che esce alla vigilia del voto, è stata aumentata la tiratura per il mercato italiano
venerdì 7 aprile 2006
The Economist
Un finale da Caimano
di CURZIO MALTESE
È il destino dei demagoghi assomigliare nel finale alle loro caricature. L'ultimo Berlusconi non ricorda ma è il Caimano. Un uomo di potere messo all'angolo, stravolto dalla rabbia, deciso a trasformare la sua probabile sconfitta con una tragedia nazionale. Un personaggio dunque molto pericoloso. Senza saperlo, senza neppure averlo visto, il premier ripercorre l'ultima scena del film di Moretti, incita all'eversione e fugge inseguito dai fuochi di un incendio sociale da lui evocato. La differenza non è nel copione ma nei sentimenti che suscita nel pubblico. Il Berlusconi vero è assai più inquietante di quello rappresentato nelle sale. L'emozione, il sentimento e il risentimento sono del resto i protagonisti di questa assurda campagna elettorale.
Silvio Berlusconi ha smesso da tempo di parlare di politica, ha abbandonato il discorso agli altri, come se su quel terreno non si aspettasse più di convincere nessuno, per fare appello alla sola emozione. Anzi, a un'emozione sola, la paura. In questo è ancora bravo. Anche quando non aveva nulla da dire ai cervelli, e gli è capitato spesso, il Cavaliere è sempre riuscito a comunicare di viscere ciò che sentiva nel profondo. È il suo talento maggiore.
Ai tempi della discesa in campo comunicava fiducia, ottimismo, speranza, voglia di successo. Era tutto quello di cui anche l'Italia uscita da Tangentopoli aveva bisogno. Non si trattava però di semplice calcolo, di un algido marketing politico con le parole d'ordine e gli slogan calibrati sui sondaggi. Non avrebbe funzionato così bene. Quei sentimenti Berlusconi li provava davvero, in prima persona.
Da qualche mese Berlusconi è in preda a una sconfinata paura, all'angoscia di perdere, a una sensazione di fallimento e impotenza. Reagisce come può un immenso narciso, con la negazione, la rabbia, l'insulto. Il populismo finisce sempre con il disprezzo per il popolo. Ma questo ha in corpo l'ultimo Berlusconi e questo soltanto riesce a esprimere, in ogni occasione, anche quando si sforza di sorridere, di recuperare in extremis l'immagine sognante, il sorriso, le promesse. Il dito puntato sullo spettatore alla fine dell'appello, dopo aver promesso l'abolizione dell'Ici e chissà cos'altro, voleva essere un gesto di sicurezza e fiducia. E invece è suonato allo spettatore per quello che era: una minaccia.
Da settimane quel dito è puntato contro tutto e tutti.
Avversari e alleati, stampa italiana e straniera, imprenditori e magistrati. L'altro giorno l'ha puntato contro l'intero popolo italiano nella più grottesca minaccia politica mai ascoltata: se non mi votate siete dei coglioni. Certo, si è reso conto perfino lui che si trattava di una strada non percorribile. Allora è tornato al vecchio repertorio, le toghe rosse, il complotto del mondo intero, i brogli elettorali, il comunismo. Nessuno però più ascolta le parole, neppure i suoi elettori. Tutti guardano l'espressione, il volto, i gesti, e colgono il messaggio di paura. È un messaggio efficace, che passa e "buca" il video. Non s'era mai vista una vigilia elettorale così cupa, quasi plumbea, con un tale carico insopportabile di tensione.
Ragioni concrete, a voler ragionare un poco, non ne esistono. Il paventato pericolo di una vittoria delle sinistre dovrebbe far ridere. Il centrosinistra in Italia ha già vinto dieci e non cento anni fa, ha governato senza requisire le case e abbeverare i cavalli a San Pietro, ha perfino permesso l'ulteriore arricchimento dell'uomo più ricco del Paese, ha infine assistito serenamente e quasi con sollievo allo sfinimento di molti processi a carico di Berlusconi, con i reati caduti in prescrizione, senza tramare né tanto né poco con le fantomatiche toghe rosse.
Semmai ha esagerato in fair play. Nel timore che ogni azione potesse apparire una vendetta, il centrosinistra ha evitato di portare a termine una sacrosanta legge sul conflitto d'interessi, una necessaria liberalizzazione del sistema televisivo e una decente riforma di quello che oggi è il sistema di giustizia più classista dell'Occidente. Gli italiani tutti, Berlusconi compreso, hanno insomma poco da temere da un futuro governo Prodi e infatti la maggioranza non sembra aver paura di un centrosinistra vittorioso. Una parte crescente di opinione pubblica, non soltanto a sinistra, comincia piuttosto ad aver paura di un Berlusconi sconfitto. Timore di come un personaggio in questo stato psicologico, dotato di un grande potere e abituato ormai a farne un uso eversivo, potrà reagire la sera dell'11 aprile. Sarà disposto a farsi "licenziare" dagli italiani, come l'Economist ci suggerisce di fare? Accetterà di abbandonare il potere come un normale politico democratico?
È l'inquietudine che percorre il film di Moretti e soprattutto la fosca conclusione. Può darsi che sia anche questo un sentimento eccessivo ma non è infondato. Di tanti sogni, dell'avventura berlusconiana rimane alla fine questo piccolo incubo: il colpo di coda del caimano.
(7 aprile 2006)
http://tinyurl.com/hlxkz
giovedì 6 aprile 2006
Legge... oh, pardon
di Marco Travaglio
Consigliamo ai leader dell'Unione di prendere qualche appunto su quel che sta avvenendo sulle reti Mediaset in questi giorni. Per evitare di scordarsene un'altra volta, quando dovranno metter mano alla legge sul conflitto d'interessi. Bellachioma si autoinvita a Canale5 presso Toni Capuozzo, il lottatore continuo dell'ultrasinistra poi passato al craxismo e ora al berlusconismo, che subito gli allestisce uno «Speciale Terra», come già nel 2001, quando intervistò Dell'Utri perché spiegasse che brava persona era Vittorio Mangano e quanti cavalli accudisse ad Arcore. Poi il niet dell'Authority presieduta da un tizio nominato da Bellachioma, dunque comunista, e il trasloco improvvisato di Bellachioma alla Fiera di Roma (per la serie: il Mercante in Fiera). Intanto, su Rete 4, quell' Emilio Fede che tanti a sinistra trovano simpatico allestisce la sua personale par condicio con le riprese trionfali delle convention di Bellachioma, appaiate (nottetempo) alle immagini sgranate del discorso di Prodi all'associazione marmisti ripreso a chilometri di distanza, di spalle, da telecamere amatoriali affidate a malati terminali di Parkinson. E Irene Pivetti, già presidente del Senato per volontà di Bellachioma e stipendiata da Bellachioma, dopo aver intervistato in ginocchio Bellachioma con l'ausilio di vari salariati di Bellachioma, aggredisce Enrico Letta che ha osato ricordare di esser ospite di una rete di Bellachioma. Titolo del programma: «Liberi tutti».
Sacrosantamente Prodi ha deciso di evitare comparsate in casa Bellachioma: «A Mediaset non vado, ho il diritto di scegliere». Il che fa urlare al «regime» Confalonieri, il quale non considera regime possedere tv e occuparle militarmente: considera regime non possederle e non occuparle.
Così, in pochi giorni, sono evaporati i pur encomiabili sforzi del Platinette Barbuto, promotore di un memorabile appello per la salvaguardia del conflitto d'interessi del suo datore di lavoro, con le prestigiose firme di Piero Ostellino e Massimo Teodori: due «liberali» talmente liberali che in ogni loro articolo devono ripetere di essere liberali, altrimenti non ci credono nemmeno loro. Il Trio Lescano s'era appellato all'Unione per scongiurare il presunto «esproprio» prossimo venturo di Mediaset da parte dell'imminente governo bolscevico, col decisivo argomento che cosa fatta capo ha. Sta provvedendo Mediaset a mostrare agl'italiani a ogni ora del dì e della notte cos'è il conflitto d'interessi.
Naturalmente nessuno ha mai proposto di espropriare Mediaset. C'è chi, come il terzinternazionalista Giovanni Sartori, propone l'incompatibilità fra cariche pubbliche e proprietà di mass-media; chi, come i leader dell'Unione, si accontenta del blind trust, cioè di un fondo cieco dove parcheggiare le azioni dell'imprenditore che fa politica; chi, come D'Alema, suggerisce al Cavaliere di spogliarsi delle sue tv passandole ai figli. In realtà è stato Confalonieri, che ci capisce, a ripetere più volte che il blind trust non serve a nulla quando si tratta di tv, e che l'unica soluzione sarebbe la vendita.
Ed è stato lo stesso Bellachioma ad annunciare infinite volte che avrebbe venduto le sue tv. Imporgli un tetto antitrust di una rete (il massimo consentito nelle democrazie vere) costringendolo a cederne due non sarebbe un sopruso: sarebbe un tardivo adeguamento alle regole vigenti nel resto d'Europa e negli Usa. Imporgli poi di scegliere fra la vendita anche della tv rimasta (ovviamente non a parenti o prestanomi) e il ruolo di parlamentare o premier o ministro o sindaco o assessore non sarebbe un esproprio (anche perché l'acquirente lo deciderebbe il venditore e il ricavato andrebbe a lui). Sarebbe, semplicemente, il rispetto di una legge dello Stato che è difficile definire "ad personam" visto che entrò in vigore il 30 marzo 1957 (Bellachioma aveva 19 anni), ed è ancor più arduo definire comunista visto che a volerla fu Mario Scelba. È la legge 361, «Testo unico delle leggi elettorali». Articolo 10: «Non sono eleggibili... coloro che in proprio o in qualità di rappresentanti legali di società o di imprese private risultino vincolati con lo Stato per contratti di opere o di somministrazioni, oppure per concessioni o autorizzazioni amministrative di notevole entità economica, che importino l'obbligo di adempimenti specifici, l'osservanza di norme generali o particolari protettive del pubblico interesse, alle quali la concessione o la autorizzazione è sottoposta». Per esempio, i concessionari di frequenze televisive. Per esempio, Bellachioma. Ci scusiamo sin d'ora per aver citato una legge dello Stato. E soprattutto per aver avuto la coglionaggine di usare espressioni volgari e superate come «legge» e «Stato».
da l'Unità
mercoledì 5 aprile 2006
martedì 4 aprile 2006
Berlusconi perde la testa e offende gli italiani che votano per il centrosinistra
"Ho troppa stima dell'intelligenza degli italiani per pensare che ci siano in giro così tanti coglioni che possano votare contro i propri interessi". (clicca qui per vedere il video)
Così il presidente del Consiglio Silvio Berlusconi, intervenuto oggi alla Confcommercio, ha apostrofato i cittadini che si accingono a votare domenica prossima.
Parole "usate con ironia", secondo il premier, dette con il "sorriso sulle labbra".
Non c'è da offendersi, insomma.
Tanto più che tantissimi blogger hanno colto l'occasione per prendere posizione, orgogliosi di essere -oni. Tu come la vedi?
AUTOCERTIFICAZIONE
Se credi, firma la petizione online
COGLIONE? NO, ORGOGLIONE
Scarica e stampa il .pdf
domenica 2 aprile 2006
«Mister Berlusconi, ho visto il suo album e mi sento sfruttato»
Bono, leader degli U2, al Cavaliere: non è vero che aiutate i Paesi poveri.
L’Italia è ultima
Mr Berlusconi, per quanto lusingato possa sentirmi nel comparire nella Sua brochure, mi sento anche un po’ sfruttato. Le scrivo per cercare di precisare la posizione mia e del Suo governo riguardo i Paesi più poveri e quello che tutti noi potremmo ancora fare per aiutarli. A pagina 79 sono ritratto al telefono mentre mi congratulo con Lei per «le attività promosse dal Governo italiano in aiuto dei Paesi poveri».
Ricordo una nostra conversazione in cui Lei si impegnava a sostenere e a implementare le decisioni del G8 per la cancellazione del debito dei Paesi che necessitavano di quel denaro per la salute e l'istruzione dei loro cittadini più bisognosi. La campagna per la cancellazione del debito, lanciata da Giovanni Paolo II unitamente ad altri, è stata uno dei grandi movimenti degli ultimi 50 anni e sono felice di poter constatare che, malgrado tutte le carenze nella realizzazione, circa 290 milioni di persone ora hanno una speranza. Il denaro proveniente dalla cancellazione del debito sta già portando grandi cambiamenti: in Uganda il numero di bambini che frequentano la scuola è quasi triplicato; in Tanzania è raddoppiato e in Mozambico milioni di bambini sono stati vaccinati.
La cancellazione del debito, tuttavia, non risolve i problemi di quel miliardo di persone che vivono con un dollaro al giorno. È solo un inizio. Per sradicare veramente la povertà estrema è necessario un approccio più completo su più fronti. È necessario intervenire sugli squilibri commerciali; occorre garantire l'accesso a farmaci meno costosi per combattere l'Aids, la più grave crisi sanitaria degli ultimi 600 anni (6500 decessi e 9000 nuovi casi al giorno in Africa). La malaria, malattia mortale causata dalla puntura di zanzara (in Africa 3000 decessi al giorno, soprattutto bambini), è oggi un problema di facile soluzione. Nella regione del Lubombo, in Africa meridionale, gli aiuti del Global Fund, a sostegno delle misure governative locali, riscuotono successo nella lotta contro questa malattia. Ora occorre estendere iniziative di questo genere all'intero continente.
Queste persone muoiono per il motivo più stupido, Signor Presidente. Muoiono per mancanza di denaro. Tragicamente, negli ultimi anni sotto questo governo, l'Italia è diventata l'ultima della classe tra le 22 nazioni più ricche del mondo, per la spesa pro capite a favore del Terzo Mondo. So che gli italiani non gradiscono arrivare ultimi. E di certo non piace nemmeno a Lei, Signor Presidente. Questa non è l'Italia che conosco e che amo. Gli italiani sono il popolo più generoso che io abbia mai conosciuto; come pubblico, come amici, sanno essere calorosi e generosi come nessun altro. C'è un accordo, firmato al G8 a Gleneagles, in Scozia, che stabilisce un'inversione di rotta in questo mare di indifferenza (non parlo solo dell' indifferenza dell'Italia, ma di quella del mondo intero): l'Europa ha promesso di aumentare gli aiuti ai Paesi poveri fino allo 0,5% del Pil entro il 2010 e allo 0,7% entro il 2015, cioè meno di 1 centesimo per ogni euro, in dieci anni. Per l'Italia significherebbe più che raddoppiare l'attuale entità degli aiuti entro il 2010. In questo modo milioni di vite saranno salve. La Sua firma, accanto a quelle di Chirac, Blair e Bush appare su quel comunicato dello scorso anno.
Se l'impegno è reale e la Sua firma attendibile, allora il mondo vuole capire come l'Italia intende raggiungere questo obiettivo. Sarei profondamente onorato di vedere il mio nome nel manifesto di un leader con programmi chiari per mantenere le sue promesse fatte ai Paesi più poveri. Per ora Lei non ha offerto nessun chiarimento, anche se fortunatamente c'è ancora tempo. In mancanza di programmi chiari, queste restano promesse vane. E mentre per me questo è solo un dispiacere, per le persone che io e tanti altri sosteniamo, è una questione di vita o di morte. In attesa di una Sua cortese risposta,
(traduzione a cura dell’Università Iulm)
Bono
02 aprile 2006
http://www.corriere.it/Primo_Piano/Politica/2006/04_Aprile/02/bono.shtml
Se in tv parlasse la gente comune
di Enzo Biagi
Ci sono volte, che prima di scrivere, penso alla reazione di qualche lettore se mi metto ad affrontare certi argomenti. Parliamoci chiaro: non vorrei che, leggendomi, facessero gli scongiuri. Ma è inevitabile. Purtroppo, pensando agli ultimi cinque anni, quanto sto per dire è una ripetizione: ad aprile ennesimo aumento di luce e gas, ed è il più alto rincaro dal gennaio 2000. La responsabilità in primo luogo è sicuramente dell’«oro nero», il petrolio, ma anche della passata emergenza gas, e di come è stata mal gestita. Basta andare a controllare i verbali dell’Authority per l’energia. Morale: le famiglie, nel 2006 si troveranno a pagare 40-50 euro in più. La legge della zucchina, come qualcuno l’ha definita, ha colpito ancora. Mi spiego.
Nelle serate televisive che ci stanno accompagnando al voto del 9 aprile, assistiamo ad almeno uno scontro epico quotidiano, qualche volta anche a due, prima e seconda serata. I contendenti sono sempre gli stessi, manca il vero protagonista: la gente comune, quella che è vittima tutti i giorni al mercato della suddetta legge della zucchina. Per chi non avesse capito, l’ortaggio è raddoppiato due o tre volte e, addirittura, se andiamo a vedere le mense degli ospedali, è sparito dal menu del paziente. Non c’è legge dei numeri che tenga. Quando l’«arzdora» paga, scatta la sentenza e la borsa della spesa è sempre più vuota.
Penso che la violenta campagna elettorale di Silvio Berlusconi che non perdona nessuno, neanche l’alleato Casini, abbia un’unica strategia, quella di impedire al Paese di affrontare i problemi reali: si parla di bambini bolliti, magistrati fiancheggiatori della sinistra, coop criminali e politici ex mangiapreti. Cioè si parla di niente.
02 aprile 2006
http://tinyurl.com/mapha
mercoledì 29 marzo 2006
Candidati gay, lesbiche e trans pronti per il via
Ds, Verdi, Rosa nel Pugno e Rifondazione mettono in lista figure di spicco.
Franco Grillini: "La rappresentanza in Parlamento crescerà"
Di Delia Vaccarello
---
Candidati gay e lesbiche ai nastri di partenza per le elezioni del nove aprile. Dai Ds, ai Verdi, a Rifondazione, alla Rosa nel Pugno, i nomi sono diversi, alcuni di elezione certa, altri inseriti nelle liste a dimostrazione per l'elettorato che i partiti tengono in conto le istanze del mondo omosex e trans, ovvero della comunità che si riconosce nella sigla glbt (gay,lesbiche, bisex e trans). Il pacchetto di voti non è di poco conto: si stima che oscilli intorno ai tre milioni. Vediamo dunque i nomi in lizza. Ma, ricordate: nella scheda non si possono esprimere le preferenze , pena l'annullamento. Conoscere i nomi dei candidati serve comunque a capire le intenzioni dei partiti che li candidano. Elezione "blindata" per Franco Grillini, candidato dai Ds in Lombardia, che ha alle spalle cinque anni alla Camera, durante i quali ha presentato 18 proposte di legge, tra cui l'ormai notissimo Pacs, e ha totalizzato 21.727 presenze in aula, piazzandosi tra i parlamentari più assidui. L'"omorevole", come ama definirsi scherzando, fa un confronto tra il 2001 e adesso, a tutto vantaggio del presente: "Cinque anni fa le possibilità di vincere erano ridotte al minimo. Oggi c'è la certezza di un aumento della rappresentanza glbt in Parlamento. Almeno di quella che ha fatto il coming out. Dovrebbe essere possibile sostenere i diritti dei gay". Niente più lotta di piazza, allora? "Al contrario, dopo le elezioni il movimento dovrà farsi sentire ancor di più. E la prova sarà il Pride di Torino". Riconferma piena anche per Titti De Simone, parlamentare di Rifondazione, prima lesbica dichiarata e attivista eletta in Parlamento nel 2001. Ha al suo attivo la presentazione di proposte di legge a favore dei diritti delle persone omosex e trans: sulle unioni civili, per introdurre norme antidiscriminatorie nel lavoro, per modificare in termini avanzati l'attuale normativa sul cambio di sesso, per il diritto di asilo alle persone omo che fuggono da paesi in cui l'omosessualità è punita e repressa. Per la De Simone il governo spagnolo è un modello: è prima firmataria di una proposta di legge di riforma del diritto di famiglia che mira a introdurre nel nostro ordinamento le norme varate dal governo Zapatero, fra cui il matrimonio fra omosessuali e l'adozione per gay e lesbiche. Ds e Rifondazione schierano anche altri nomi. Il partito di Bertinotti ha lanciato la candidatura transgender di Vladimir Luxuria, artista e persona di spettacolo. Foggese di nascita e romana d'adozione, è al secondo posto, subito dopo Fausto Bertinotti, nella lista alla Camera di Rc, riscuotendo applausi e critiche. All'interno del movimento, mai facendo mancare la stima per l'artista, alcuni avrebbero preferito una persona più ferrata sul piano delle leggi e delle dinamiche del dibattito politico, mentre la destra, dal canto suo, ha sbeffeggiato in più occasioni la candidatura di Luxuria attingendo al campionario dei pregiudizi. Di fatto, Vladimir Luxuria ha retto una campagna elettorale non facile, mostrando capacità di non cadere nella trappola delle provocazioni. In parlamento, poi, verrà confermata la presenza di Alfonso Pecoraio Scanio per i Verdi, bisex dichiarato. Ancora, Ds ed Rc indicano nelle loro liste nomi di rilievo sulla scena omosex. Alessandro Zan, Vanni Piccolo, e Agata Ruscica vengono candidati dalla Quercia. Rosi Castellese da Rifondazione. Vanni Piccolo, membro della segreteria regionale Ds ed esponente storico del movimento gay a Roma, è candidato per il Senato. Zan è nelle liste della Camera. In prima fila nell'organizzazione del Padova Pride, dal 2003 Zan è coordinatore della campagna un "Pacs avanti", e dunque responsabile insieme ad altri di tutte le iniziative volte a sensibilizzare l'opinione pubblica. Sua l'idea di celebrare il "pacs dei politici" in piazza Farnese lo scorso gennaio alla presenza del giudice della Corte di Cassazione, Giovanni Palombarini. Tra le coppie presenti sul palco c'erano Agata Ruscica e Angela Barbagallo. Insieme da oltre 25 anni, promotrici di una serie di iniziative per il riconoscimento della loro unione affettiva anche all'anagrafe, sono un esempio chiaro di necessità di riconoscimento dei diritti all'interno delle coppie di fatto. "Sono orgogliosa di questa candidatura e imposterò la campagna elettorale sui diritti - dichiara Agata che corre per il Senato nella lista Ds della Sicilia orientale -. Credo che candidare una donna gay in Sicilia sia stato un messaggio forte, in una terra dove impera il macismo. È una candidatura che parla all'immaginario collettivo e fa intravedere altri modi di essere e di vivere". Ma Agata non è sola. A Palermo Rifondazione candida Rosi Castellese, "la pasionaria delle tematiche glbt" nella città di Santa Rosalia. Presidente arcilesbica di Palermo, il suo nome compare in una lista, tiene a precisare, che "candida ed elegge il 40 per cento delle donne". Anche i Verdi hanno indicato altri nomi: per il Senato Gianpaolo Silvestri che, tra i fondatori dell'Arcigay, ha scritto "Omosessuale è naturale", titolo ripreso da manifesti adesivi di impatto con il sole che ride associato all'omosessualità; per la Camera Fabio Croce, scrittore ed editore romano di letteratura gay, impegnato da sempre per l'affermazione dei diritti civili delle minoranze sociali e delle persone glbt. Infine Marcella Di Folco, alla testa del Mit, Movimento italiano transessuali, figura di spicco della comunità, è candidata per Palazzo Madama. La Rosa nel Pugno segnala con i nomi in lista l'attenzione rivolta all'elettorato gay e il sostegno ai Pacs in vista di un impegno futuro. Schiera nel Veneto Michele Breveglieri; nel Lazio al Senato, al sesto posto, Maria Gigliola Toniollo, dal '92 dentro la Cgil in prima fila sul fronte dei "nuovi diritti" di omosex e trans, di notevole preparazione giuridica; alla Camera candida Enzo Cucco, coordinatore del Torino Pride, e Luca Trentini, presidente Arcigay di Brescia, ex seminarista, allontanato perché gay.
http://www.gaynews.it/view.php?ID=36880
domenica 26 marzo 2006
Newsweek: i guasti di Berlusconi peseranno per anni sull'Europa
Dall'amico americano, certo, il Berlusconi non si sarebbe aspettato un tiro mancino come questo, proprio a ridosso delle elezioni. L'edizione europea del settimanale Newsweek lo sbatte in copertina con una faccione accigliato e un titolo cattivo: Why Silvio Isn't Smiling, perché Silvio non ride. All'interno, in un lungo articolo su «ascesa e caduta di Berlusconi», la rivista statunitense fa un'analisi della sua esperienza politica sottolineando come questi cinque anni alla guida del governo italiano abbiano soprattutto fatto male all'Europa. «Il pericolo reale che l'Italia di Berlusconi pone per l'Europa è economico. Durante il suo governo la quarta economia d'Europa è diventata l'anello debole dell'unione. Da un già anemico tasso di sviluppo del 1.8% l'italia ha rallentato sino allo 0.0.%. Niente!...». E Newsweelk conclude: che Berlusconi «vinca o perda, l'Europa dovrà fare i conti con lui e col suo lavoro per molti anni a venire».
Ma i giornalisti americani non sono poco convinti che Berlusconi possa farcela: «la macchina politica di Berlusconi è allo sfascio. Il suo primo dibattito televisivo è stato un disastro. La sua coalizione e il suo governo sono fuori controllo. Berlusconi sta attaccando ormai anche la grande impresa - nocciolo dei suoi sostenitori ieri - sempre più preoccupata per quel che sembra l'inarrestabile declino italiano. Ma mentre molti dei mali che affliggono l'Italia possono essere attribuiti al suo fiammeggiamente primo ministro, quelli più seri e che maggiormente minacciano il resto d'Europa sono destinati a durare indipendentemente da chi vincerà le elezioni».
La conclusione dell'articolo è sconfortante, non tanto per il premier, quanto per gli italiani e per il suo successore: «Le sue fughe e le sue figuracce sono state per troppo tempo un diversivo per i sempre più gravi problemi dell'Italia. Le difficoltà del Paese sono così formidabili che il suo successore dovrà essere quasi un superuomo per poter superare».
http://tinyurl.com/m857q
I moderati immaginari alla corte di re Silvio
di EUGENIO SCALFARI
IL DIBATTITO sull'importanza politica dei moderati italiani prese il via a partire dalla primavera del 2004. Da allora è ininterrottamente proseguito. Siamo alla primavera del 2006, mancano esattamente due settimane alle elezioni e quel dibattito è ancora in corso. Non pare abbia dato molti frutti per una serie di ragioni: equivoci lessicali, interessi e furberie politiche, pigrizia intellettuale, luoghi comuni mediatici.
Ho partecipato anch'io a quel dibattito in varie occasioni e in particolare con tre articoli su "Repubblica" rispettivamente dell'8 luglio e del 27 ottobre 2004 e del 21 agosto 2005, cercando di chiarire gli equivoci lessicali, mettere in luce gli interessi economici e politici che usano il termine "moderati" per dritto e per rovescio e spronare gli intellettuali a scuotersi dalle loro pigrizie. Direi con scarso successo. Visto l'esito avevo quindi deciso di abbandonare il tema e arrendermi all'uso così confuso e spesso contraddittorio del termine "moderati".
Confesso che a volte è piacevole arrendersi, specie quando non è in gioco l'onore, l'onorabilità. Farsi cullare dal luogo comune può essere refrigerante, mettere il cervello in letargo è un modo come un altro di conoscere la beatitudine passiva. "Passivity rule", termine finanziario anglosassone molto apprezzato nei casi di Opa di incerta soluzione.
In questa nuova e arresa disposizione d'animo mi aspettavo che dopo la sortita del presidente del Consiglio al convegno confindustriale di Vicenza i moderati italiani manifestassero la loro presenza inviando un qualche messaggio con voce sia pur moderata ma chiara e netta. Gli elementi per attendersi questa reazione c'erano tutti: plateale violazione di regole in casa d'altri, interferenza altrettanto plateale del capo del potere esecutivo (cioè di una delle maggiori cariche dello Stato) nella vita di un'associazione privata, accuse pubbliche e facinorose contro la stampa, la magistratura, l'opposizione parlamentare, le Università, le persone della cui ospitalità stava fruendo in quel momento.
Uno spettacolo purtroppo conosciuto ma mai ancora verificatosi in un luogo - la Confederazione degli industriali - che dovrebbe essere almeno in teoria il tempio, il sacrario del moderatismo politico. I moderati - pensavo - non avrebbero retto a quello scempio, a quell'estremismo politico oltreché verbale che non trova riscontro in nessuna democrazia liberale che conosciamo. Perciò aspettavo con fiducia. Ebbene, non è accaduto assolutamente nulla. Non si è sentito un fiato.
Anzi: la presidenza confindustriale ha emesso un commento severo nei confronti della sortita berlusconiana, ma poi ha dovuto chiudersi a riccio sotto le proteste dei piccoli industriali del Nordest (e non solo del Nordest) imponendo il silenzio stampa a tutte le associazioni confederate; Della Valle, insultato dal presidente del Consiglio in quello stesso convegno vicentino e privato a forza di fischi del diritto a rispondere, si è dimesso dal direttivo confederale per potersi difendere "senza compromettere l'associazione".
I "moderati" che seguono Casini non hanno emesso verbo. Quanto al loro leader, ha detto che lui preferisce discutere di problemi concreti e non farsi coinvolgere in polemiche. E questa dichiarazione è stata considerata come il ruggito d'un leone nei confronti del leader massimo. Fini ha mantenuto un "aplomb" da fare invidia alle statue di cera del museo Grévin. In compenso i suoi colonnelli La Russa e Gasparri, berlusconiani onorari, si sono allineati ai colleghi di Forza Italia, i soliti, osannanti al colpo di teatro vicentino.
Questi sarebbero gli esponenti economici e politici dei moderati italiani: imprenditori come l'ex presidente di Confindustria, D'Amato, leader politici come Casini e Cesa, quadri dirigenti di Forza Italia. Quanto al partito di Alleanza nazionale, da tempo si sta riaccendendo nel cuore di molti di loro la fiamma missina, quindi non c'è da stupirsi.
Passi comunque per gli apparati: guardano alle elezioni e non hanno spazio per pensare ad altro. Ma i moderati? I moderati di base? La gente comune che si ritiene moderata? Quelli che coltivano il buonsenso, le buone creanze, la tolleranza, il giusto mezzo, il centrismo come luogo santo, il rispetto delle istituzioni? Dove sono finiti? Queste domande mi hanno scosso e mi hanno suggerito questa proposizione: i moderati in Italia non esistono. Non sono mai esistiti.
Esistono i conservatori. Gli indifferenti. Gli antipolitici. Gli anarco-individualisti. Anche i trasformisti. Anche i doppiogiochisti. Ma i moderati nel senso di liberal-democratici, quelli no, non ci sono o sono quattro gatti. Quei pochi, semmai, stanno nel centrosinistra. Sono quelli che si riconoscono in Ugo La Malfa, nei fratelli Rosselli, in Turati, in Norberto Bobbio e Vittorio Foa, e nei quali non fa affatto schifo di essere in compagnia politica con i cattolici della Margherita, i diessini di Fassino e D'Alema. Di avere Prodi come leader e di guardare a Ciampi come il solo punto di riferimento istituzionale poiché i capi delle altre istituzioni hanno fatto fagotto. Insomma il popolo riformista.
Ci potrebbe anche essere un riformismo moderato. In molti Paesi esiste e anzi vigoreggia. Ma da noi no perché da noi i moderati sono un'invenzione verbale. Da noi, parliamoci chiaro, non esiste la borghesia. Quella che fece le Cinque giornate milanesi del '48. Quella dell'illuminismo riformatore dei fratelli Verri e di Beccaria. Quella delle riforme agrarie nella Toscana e nell'Emilia. Dei setaioli e dei cotonieri che eleggevano a Biella Quintino Sella. Insomma la borghesia cavouriana che fondò lo Stato perché era portatrice di valori e di interessi.
Purtroppo quella borghesia non ha attecchito per lungo tempo. Durò poco più di un batter di ciglia. Fu seppellita dal fascismo. La Dc di De Gasperi la riportò in vita con una sorta di respirazione bocca a bocca, ma era una piccola borghesia del pubblico impiego, ceto medio del terziario, coltivatori diretti in fase di smobilitazione. Tenuti insieme dall'assistenzialismo pubblico e dalle braccia protettive di Santa Romana Chiesa.
Moderati? Cosiddetti. Conservatori? In parte. Apolitici? In maggioranza. Il gruppo dirigente Dc li trattenne al centro. Riuscì addirittura a portarli all'alleanza con i socialisti. Poi, tendendo ancora di più l'elastico, all'"attenzione" amichevole verso il Pci. Ma nel momento del "liberi tutti" dopo Tangentopoli, rotte le righe che li trattenevano, gran parte di loro rifluirono a destra. Con Casini? Solo le briciole. Il grosso si riconobbe senza sforzo alcuno in Berlusconi. Nella tv delle ballerinette, del Grande Fratello e dell'Isola dei Famosi. Nell'Italia raccontata da Nanni Moretti con ironia e dal Bagaglino con convinto candore.
Ci sarà anche del buono in quest'altra metà della mela italiana; anzi certamente c'è. Ma non c'è la borghesia, che non si esaurisce in una figura patrimoniale ma condensa la sua essenza imprenditoriale nell'innovazione dei prodotti, nella libera competizione, nel contributo a costruire un ambiente che faccia sistema e includa energie, potenzialità e anche debolezze. Gli anglosassoni lo chiamano "togetherness", noi lo traduciamo "insiemità". E' il tratto che ha fatto la forza delle nazioni e la loro ricchezza creando le classi dirigenti appropriate e le culture della libertà e della democrazia.
Una borghesia che accetti di farsi rappresentare da una squadra di demagoghi, populisti, arraffoni, infiocchettati da un pizzico di futurismo marinettiano come efficacemente l'ha definito Edmondo Berselli, non è una borghesia ma la sua grottesca caricatura.
Accettò d'esser presa in giro cinque anni fa dal "contratto con gli italiani", un elenco di promesse da marinaio delle quali ogni persona sensata avrebbe capito l'illusorietà. Mancavano dieci giorni alle elezioni ma nessuno chiese a Berlusconi di dire come avrebbe finanziato quelle promesse. Si vide dopo: le finanziò azzerando l'avanzo primario del bilancio che aveva ricevuto in eredità dal precedente governo, condonando entrate, non perseguendo le evasioni, lasciando briglie libere alle spese improduttive, tagliando i trasferimenti agli enti locali, inasprendo le imposte indirette, facendo lievitare ancora di più lo stock del debito pubblico.
Con tutto ciò le clausole di quel "contratto" restarono largamente inadempiute. Con questo po' po' di passato prossimo alle spalle si accusa oggi Prodi di non dire come finanzierà i suoi impegni programmatici, a cominciare dal taglio del cuneo fiscale. Lo si accusa di voler tassare i Bot e il risparmio. Ma Prodi ha detto chiaramente quale sarà la sua politica. Ha detto: "Manterrò ferma la pressione fiscale senza aumentarla di un centesimo. Sposterò una parte di quella pressione dalle spalle più deboli alle spalle più forti". Non poteva essere più onesto e più chiaro: "Dalle spalle più deboli alle spalle più forti".
La borghesia della Destra storica si autotassò ferocemente per costruire lo Stato. Era una borghesia soprattutto fondiaria e pagò il suo debito alla comunità e allo Stato da lei costruito e governato contribuendo con il 62 per cento alle entrare tributarie totali negli anni che vanno dal 1865 al 1876. Allora dico: giù il cappello di fronte a quella destra e a quella borghesia. Essa aveva in Cavour, Sella, Minghetti, Spaventa, i suoi punti di riferimento. I se-dicenti borghesi dei giorni nostri hanno come modelli Berlusconi e Tremonti.
Basterebbe questo a farci capire perché Mister Tod's viene considerato un bolscevico da molti suoi colleghi. E perché nei cinque anni appena trascorsi la competitività delle imprese italiane abbia perso 25 punti nella classifica mondiale, il bilancio faccia acqua da tutte le parti, la crescita sia bloccata da tre anni e l'Europa ci tratti a pacche sulle spalle e a calci nel sedere.
(26 marzo 2006)
http://tinyurl.com/gzf7c
giovedì 23 marzo 2006
Verso il voto contro tutti, il Cavaliere all'ultimo assalto
di CURZIO MALTESE
Silvio Berlusconi
CON l'avvicinarsi di una sconfitta annunciata, almeno dai sondaggi, il berlusconismo tira fuori il peggio, estrae dal vaso di Pandora il lato più oscuro e pericoloso, eversivo e distruttivo. Si dirà che è una strategia.
Anche oggi il premier ha conquistato la prima pagina. Ma dove s'è visto un capo di governo che parla della vittoria dell'opposizione come di un'"emergenza democratica", ferma l'auto blu per apostrofare un passante colpevole d'averlo contestato, corre a un'assemblea d'industriali per insultarne i vertici? Può far ridere e può far paura. Forse più paura perché al voto mancano ancora tre settimane e l'uomo più potente d'Italia ha già dato ampia prova di essere disposto a qualsiasi cosa, qualsiasi davvero, pur di non accettare l'idea che gli italiani siano semplicemente stanchi di lui.
Il Cavaliere descrive l'opposizione con un linguaggio da estremista di destra, fa appello ai luoghi comuni di una sottocultura reazionaria che mescola suggestioni da '48, maccartismo di provincia, toni sudamericani, più la lezione dell'unica sua vera scuola politica, la P2.
È inevitabile indignarsi ma è più importante cercare di capire la logica dell'ultimo assalto, gli effetti che può ottenere fino al 9 aprile e oltre.
Il primo risultato è l'aver trasformato la prossima elezione, più d'ogni altra del decennio, in un referendum pro o contro Berlusconi. Più che il '48, andrebbe citato il '46, il referendum fra monarchia e repubblica. Dopo una campagna come questa, con un'eventuale vittoria il premier diventerebbe il padrone del Paese, assai più di quanto non sia stato negli ultimi cinque anni.
Questa sì sarebbe un'autentica "emergenza democratica". Ma anche nel caso di sconfitta, il signore di Arcore rimarrebbe il padrone assoluto dell'opposizione e di metà Parlamento.
Avrebbe così una buona trincea per continuare a difendere i propri giganteschi interessi. In questo senso l'ultimo assalto di Berlusconi dovrebbe preoccupare più i suoi alleati che i suoi avversari. Per Romano Prodi l'estremismo del rivale può essere un vantaggio ed è sicuro che il Professore lo considera tale.
I toni da guerra civile spaventano l'elettorato moderato che, per quanto minoritario in Italia, spesso decide vittorie e sconfitte. Quanto più Berlusconi cerca lo scontro, la divisione, la simulazione di guerra civile, tanto più Prodi accentua la sua immagine pacifica, costruttiva, di grande unificatore, e moltiplica gli appelli all'interesse generale della nazione rispetto alle sfide internazionali. Ora, fra l'Italia spaccata dell'uno fra "rossi" e "neri" o blu e l'Italia riunificata dell'altro, non vi è dubbio che la seconda sia un'immagine più attraente. Berlusconi punta sul "tanti nemici, tanto onore", efficace sul suo elettorato più nostalgico e vittimista ma estenuante per gli altri che ogni giorno vedono allungarsi il fronte dei nemici mortali e la teoria dei complotti, dai magistrati ai centri sociali, dalle cooperative ai proprietari del Corriere, dalla Cgil ai vertici di Confindustria, dai poteri forti all'ultimo scrutatore di seggio, tutti collegati da un filo rosso.
Prodi vanterà forse troppi amici ma la sua visione della società italiana e dei suoi problemi, nel confronto con la paranoia dell'altro, risulta assai più realistica e sensata. Almeno un pezzo di società, che vota guardando le proprie tasche più che la televisione, è stanca di teatrini e assai preoccupata per il futuro economico.
Con i toni da guerra civile di questa campagna elettorale, Berlusconi ha insomma poche possibilità di distruggere la sinistra, come sembra proporsi. Ha piuttosto ottime possibilità di distruggere la destra. Allontana o chiude la speranza che un'eventuale sconfitta della maggioranza possa inaugurare una stagione politica davvero nuova, con l'avvento di una destra finalmente europea, non più legata al carro anomalo del conflitto d'interessi. Con questa campagna, comunque vada a finire il voto, il Cavaliere ha chiarito di voler rimanere al centro della scena dopo il 10 aprile, ben deciso a stroncare ogni ipotesi di successione.
Sarà il padrone dell'Italia oppure il padrone dell'opposizione, ma sempre un padrone. Gianfranco Fini e Pierferdinando Casini, che s'illudono di guidare a destra il dopo Berlusconi, hanno provato a contrastare l'impostazione "referendaria" dell'alleato. Ma ora hanno chinato la schiena davanti alla campagna ad personam come l'hanno piegata ogni volta per cinque anni davanti alle leggi ad personam.
All'orizzonte della destra non c'è alcun dopo Berlusconi.
C'è forse un leader che la sera del 10 aprile sbraita di brogli elettorali.
C'è forse un capo dell'opposizione pronto a bloccare i lavori parlamentari alla prima proposta di legge sul conflitto d'interessi o di riforma televisiva.
C'è di sicuro l'ultima rata del pesante mutuo che l'Italia sta pagando da dodici anni al fatto di avere al centro della propria vita pubblica un colossale conflitto d'interessi. Più la pena di dover prendere sul serio ogni giorno un delirio ormai evidente ma che è impossibile ignorare perché proviene dal leader di mezzo paese. Con un pizzico d'invidia per le altre democrazie, dove nessun capo di governo di destra o di sinistra si sogna di chieder conto all'opposizione di ogni protesta o incidente di piazza. Neppure quando i contestatori incendiano Parigi, invece di rompere una vetrina o urlare contro l'auto blu del presidente.
(23 marzo 2006)
http://tinyurl.com/om5nq
mercoledì 22 marzo 2006
Laurea in offerta speciale per i dipendenti del Viminale
La convenzione «miracolosa» con l'Università San Pio V fa risparmiare da 12 a 18 esami
Era dai tempi di Solforio, il personaggio di Alto Gradimento inventore del «pacco operaio, pacco del lavoratore», che non si vedevano offerte simili. Al posto del piumino termico, del set asciugamani o della mitica supposta a tre punte, ci sono ora le lauree facili. Proposte in convenzione come batterie di pentole.
Una sagra di offerte speciali: e in più ti ci metto l'esame di diritto pubblico, più l'esame di statistica e più, mi voglio rovinare, l'esame di diritto privato! Da non perdere la proposta ai dipendenti del Viminale dell'«Università San Pio V»: solo 6 esami, lisci lisci, ed eccoti dottore! Per carità: è tutto formalmente in regola. La nuova legge prevede appunto che gli atenei possano riconoscere agli aspiranti laureandi dei «crediti», maturati facendo per anni un certo lavoro, che rendono loro superflua l'imposizione di un esame. Esempio: si suppone che un impiegato della Ragioneria dello Stato da venti anni addetto a leggere i bilanci si sia fatto col tempo una infarinatura intorno a certi argomenti e ne sappia perfino di più di qualche studente che ha appena dato l'esame.
Fin qui, poche obiezioni. Alzi la mano chi oserebbe contestare un salvacondotto per una laurea agevolata in letteratura a Dario Fo, in storia del teatro a Giorgio Albertazzi o in scienze al paleontologo veneziano Giancarlo Ligabue, protagonista di decine di spedizioni per le maggiori università del mondo e autore di scoperte che oggi portano il suo nome come il Masrasector ligabuei (un creodeonte oligocenico) o l'Araripescorpius ligabuei (uno scorpione cretacico). L'innovazione ha però spalancato una porta nella quale hanno fatto irruzione un mucchio di atenei, spesso gli ultimi arrivati e i più discussi, che vanno in cerca di clienti esattamente come una compagnia assicurativa va in cerca di gente disposta a fare una polizza vita. E va da sé che (sono affari, bellezza...) la concorrenza è spietata e spinge le varie università a offrire le condizioni migliori, i prezzi più bassi, i percorsi più facili bussando di porta in porta come un tempo i rappresentanti della Folletto. L'Università telematica non statale Tel.ma, ad esempio, ha inviato ai sindacati dell'Usi/Rdb-Ricerca, la proposta di una convenzione già compilata in ogni dettaglio salvo un po' di puntini di sospensione da riempire a cura della controparte.
Nessuno però, per quanto se ne sa, ha messo all'amo le esche che ha messo la «Libera Università degli studi S. Pio V», di Roma, nella convenzione firmata con il ministero degli Interni.
Nata nel 1996 con un forte «riferimento ai valori cristiani», guidata dal rettore Francesco Leoni, già docente a Chieti e a Cassino, additata da qualche malalingua come vicina all'Opus Dei e alla ciellina Compagnia delle Opere, la «S.Pio V» ha sede in via delle Sette Chiese (e ti pareva...) ed era già finita sui giornali. Prima per i nomi dei professori via via coinvolti, da Rocco Buttiglione a Salvo Andò, da don Giacomo Tantardini a Ferdinando Adornato. Poi per un convegno sui diritti umani. Convegno che, scartati i lugubri centri congressi moldavi e i cupi alberghi bulgari, venne organizzato nella caliente Avana con estensione a Varadero. E infine per le polemiche sollevate nell'ottobre 2003 da un sontuoso finanziamento: un milione e mezzo di euro l'anno corrispondente, secondo il diessino Walter Tocci che cercò inutilmente di mettersi di traverso, a dieci volte la somma media stanziata per le fondazioni private di ricerca. Così da suonare come un «regalo inspiegabile, ingiusto e offensivo per tutti gli altri». E da spingere Repubblica a bollare l'ateneo come «l'Università miracolata». Poco ma sicuro, altre polemiche scoppieranno adesso. Nella convenzione col Viminale, infatti, la «S. Pio V» offre ai dipendenti del ministero di «Area B» e con «Posizioni economiche B2 e B3» (per capirci traducendo dal burocratese: quelli che una volta si chiamavano gli impiegati di concetto) la possibilità di ottenere una laurea triennale in Scienze Politiche e Sociali facendo soltanto una manciata di esami: elementi di diritto e procedura penale, sociologia della devianza, sociologia dei processi culturali, storia delle relazioni internazionali, psicologia sociale, psicopatologia, geopolitica, pedagogia sociale, sociologia dei fenomeni politici, scienza della politica, diritto internazionale o dell'Ue e infine demografia. Totale: una dozzina di esami.
Di quelli che gli studenti considerano da sempre, a torto o a ragione, «facili». Quelli «dove si chiacchiera». Quelli dove non c'è il rischio di restare impigliati in una definizione testuale, una legge, un comma. E tutti gli altri, quelli più difficili? Abbonati. Ancora più ghiotta, però, è l'offerta agli aspiranti dottori che al Viminale hanno raggiunto grazie ai concorsi interni (più volte bocciati e sanzionati dai giudici, ma inutilmente) posizioni per le quali sulla carta sarebbe stato necessaria la laurea. Come i dirigenti prefettizi, quelli di «Area 1» e quelli di «Area C», vale a dire, molto schematicamente, i funzionari e i vecchi direttori di sezione. A loro, di esami, ne vengono abbonati 18. E che esami! Praticamente tutti, ma proprio tutti, quelli che i giuristi di lingua spagnola chiamano troncales perché costituiscono il tronco di un percorso universitario e mediamente tolgono il sonno agli studenti bravi e volonterosi inchiodandoli al tavolino per un paio di mesi l'uno: dal diritto pubblico al diritto amministrativo, da statistica a diritto privato, da economia politica a diritto costituzionale comparato. Via tutti gli incubi, avanti con gli esami-materasso: sociologia della devianza, sociologia dei processi culturali, psicologia sociale, psicopatologia, geopolitica, pedagogia sociale. Sei prove in totale: bene, bravo, brindisi, lei è dottore. Alla faccia di chi attende da anni i concorsi per occupare i posti destinati ai laureati veri. Per carità: bene così. Purché si abolisca però, come invocano le persone serie, il valore legale dei titoli di studio. E purché ai nuovi dottori venga dato in omaggio, s'intende, un set di pentole antiaderente.
Gian Antonio Stella
22 marzo 2006
http://tinyurl.com/n2w83
lunedì 20 marzo 2006
Capo del governo per diritto divino
di EUGENIO SCALFARI
FASSINO HA detto di lui: "È un uomo disperato". Eco ha scritto: "La democrazia è in pericolo". D'Alema: "Demagogia e populismo allo stato puro". Giuliano Ferrara: "Meglio un colpo di Stato o almeno un colpo di teatro che la noia". I suoi giornali usciti ieri in crumiraggio: "Ha conquistato gli industriali". Pininfarina dopo lo show di sabato mattina: "Confusione mentale dovuta forse allo stress".
Fini, Casini, Calderoli: "Avanti così". (Il presidente della Camera ha aggiunto l'ombra d'una riserva: "Lasciamo da parte le polemiche e pensiamo ai problemi concreti").
Quanto a Ciampi immagino, anzi ho fondato motivo di ritenere, che sia molto preoccupato di altri atti inconsulti in queste ultime tre settimane di campagna elettorale e anche dopo, fino a quando resterà a Palazzo Chigi in attesa che il nuovo capo dello Stato nomini il nuovo capo del Governo, cioè più o meno fino ai primi di maggio, ancora un mese e mezzo di passione nel senso della "Via Crucis".
Ma chi è, che cosa è diventato il Berlusconi di questa campagna elettorale? Una scheggia impazzita di un sistema istituzionale volutamente frantumato in cinque anni di bracconaggio legalizzato dalla maggioranza parlamentare? Un eversore disposto a tutto pur di non lasciare il potere? Un caso di egolatria da manuale psichiatrico?
Per fortuna siamo ancorati all'Europa. L'Europa avrà perso gran parte della sua forza propulsiva e questo governo ci ha messo del suo per azzopparla, ma nonostante sia male in arnese ha ancora forza sufficiente per impedire che l'Italia si trasformi in una zattera alla deriva. Ha ragione Prodi quando dice che il rilancio economico e politico dell'Europa rappresenta l'obiettivo principale sul quale dobbiamo puntare fin dai primi giorni dell'auspicabile governo di centrosinistra. Lo dice anche Tremonti e Fini e Casini.
Un po' tardi dopo cinque anni durante i quali hanno dato mano (Tremonti) o hanno subito in silenzio il picconaggio delle istituzioni europee e dello spirito che le teneva in piedi. Meglio tardi che mai, ma non troppo tardi. Una conversione in fin di vita può bastare per salvarsi l'anima ma non salva la credibilità d'una politica dissennata che ci ha screditato riducendo a zero il nostro prestigio in Europa e nel mondo.
Sabato, nel suo comizio al convegno della Confindustria, il presidente del Consiglio ha urlato dalla passerella: "Abbiamo portato l'Italia al vertice del suo prestigio internazionale e voi che girate il mondo lo sapete".
Ebbene, chi gira il mondo e ha contatti sia con la gente sia con le istituzioni di altri paesi sa che il mondo ride di noi. Siamo ridiventati oggetto di dileggio e di sconsiderazione, un pessimo esempio da non imitare per il resto del mondo che pure non brilla per saggezza e senso di responsabilità. Nella classifica della competitività economica siamo scivolati al quarantasettesimo posto, ma in quella del prestigio siamo sotto zero, alla stregua del colonnello Gheddafi e forse anche più giù. Se non ci fosse Ciampi ci avrebbero già cacciati a pedate dai consessi internazionali.
Gli imprenditori che girano il mondo queste cose le sanno benissimo, anche quelli che gridano "Silvio Silvio" quando si sentono promettere che pagheranno solo il 5 per cento di tasse se Berlusconi vincerà. Il 5 per cento? Ci credono davvero? Nemmeno le allodole si farebbero accalappiare da specchietti così fasulli.
* * *
Che cosa ha detto Silvio Berlusconi nel comizio di sabato con il quale ha travolto le regole stabilite dalla Confindustria per poter agevolmente interrogare i due protagonisti dello scontro elettorale? "Il vero e sostanziale contenuto di quella presenza è stato l'esibizione del corpo del re. Quel corpo trasuda energia, ottimismo, capacità taumaturgiche, umori, sicurezza. Ma anche odio per il nemico e sopportazione infastidita degli alleati, disprezzo per le regole, noncuranza per le opinioni altrui. Logorrea. Luoghi comuni.
"Barzellette grevi. Sessuologia da taverna. Megalomania e egolatria. E due messaggi martellati senza risparmio: il pericolo del comunismo incombente, l'incompetenza e l'immoralità della sinistra. Questo è il messaggio che il corpo del re comunica dai teleschermi da lui saldamente occupati".
Ho scritto queste frasi in un articolo intitolato "Su tutti gli schermi il corpo del re". La data è quella del 29 gennaio scorso. Durava già da un mese l'invasione barbarica delle radio e delle televisioni in spregio alle regole del pluralismo che proprio in quei giorni Ciampi ricordava con lettere pressanti indirizzate alla Commissione di vigilanza e al consiglio d'amministrazione della Rai. Da allora è scattata anche finalmente la norma della "par condicio" che è stata applicata una sola volta nel confronto con Prodi del 14 marzo. Dovrebbe ripetersi il 3 aprile, ma dopo quanto è accaduto ieri dubito molto che quell'appuntamento e il rispetto di quelle regole arbitrate da Bruno Vespa ci saranno.
Il leader di Forza Italia ha constatato la sua incapacità di contenersi, ha assaporato l'amaro della sconfitta in quell'occasione e nell'altra immediatamente precedente con Diliberto. Ha tentato di infrangerle nella trasmissione di Lucia Annunziata conclusa con il suo clamoroso ritiro.
Penso che non vorrà rispettarle mai più. Sta giocando la sua sopravvivenza politica, la difende come i felini difendono il loro territorio, ringhiando e artigliando.
Disperato? Non credo. Confusione mentale? Non credo.
Berlusconi è convinto di governare per diritto divino.
Rivolgendosi a Della Valle dopo averlo pubblicamente insultato per malefatte gravissime insinuate senza alcuna precisazione, gli ha ingiunto di dargli del lei e ha atteso che i fischi della sua claque impedissero la replica della persona offesa. A De Bortoli che moderava l'incontro, dopo aver insultato anche lui come direttore del giornale "fazioso" 24 Ore, ha detto: "La smetta di contare il mio tempo con l'orologio".
Questi sono comportamenti da re per diritto divino, non da presidente del Consiglio di una democrazia parlamentare. E mandano in solluchero i tanti italiani che hanno il Parlamento a schifo dopo averlo riempito di dilettanti, demagoghi e voltagabbana.
Narrano le storie che Carlo IX di Valois, quello della notte di San Bartolomeo, quando giocava una partita al gioco di carte chiamato les hombres con qualche suo cortigiano, intascasse comunque la posta anche se aveva perduto e alle rimostranze dell'altro giocatore rispondesse invariabilmente "non dimenticate che io sono il re".
Appunto. Per il re non valgono le regole.
Ma voglio aggiungere un parola sul caso dell'Annunziata, censurata dall'Autorità delle comunicazioni. La sua condotta nella trasmissione di cui si è tanto parlato è stata, nella parte finale, decisamente sopra le righe, ma bisogna considerarla per intero quella trasmissione. È stata il tentativo inane della giornalista di poter porre domande e ottenere risposte; impedito dall'intervistato che faceva domande a se stesso e rispondeva a quelle e a non alle domande della giornalista, contro la quale lanciava insulti di faziosità e di incompetenza.
Dopo il caso Confindustria mi sento di inviare i miei complimenti a Lucia Annunziata e mi chiedo: cosa farà Vespa se il 3 aprile Berlusconi romperà le regole stabilite? Lo ridurrà al silenzio: e se non ci riuscisse gli spegnerà il microfono o lo lascerà libero di comiziare contro Prodi? E che cosa faranno i conduttori dei vari talk show se improvvisamente il presidente del Consiglio bussasse alla loro porta pretendendo di imbucarsi in una trasmissione che non prevede la sua presenza? Gli apriranno la porta o lo lasceranno fuori? E lasciarlo fuori sarà giudicato un comportamento censurabile dall'Autorità delle comunicazioni e dal consiglio della Rai?
* * *
Ci può essere di peggio e di più grave della già grave prevaricazione di regole di pluralismo e di parità stabilite da una legge dello Stato.
Ci possono essere altri atti inconsulti. Per esempio la denuncia, fin d'ora adombrata come evento certo, di brogli elettorali in caso di vittoria del centrosinistra.
Provocazioni compiute da provocatori di professione nel corso di cortei e manifestazioni. Spionaggio degli avversari politici e fabbricazione di falsi dossier per infangare persone scomode e testimoni imbarazzanti. Ne abbiamo avuto esempi recenti. Altri, più gravi ancora, potrebbero verificarsi nel prossimo futuro.
Capisco l'angosciata vigilanza del presidente della Repubblica, il solo possibile antemurale contro ondate di avventura da parte di gente di avventura.
Meglio un colpo di scena che una coltre di noia? Ebbene, questo è il massimo della décadence e del nichilismo. Ne prenda nota anche la Chiesa di Roma e non baratti gli aiuti alle scuole cattoliche con la libertà e la democrazia. Lo fece settantasette anni fa. Non credo che possa ripeterlo oggi senza doverne pagare un altissimo prezzo.
Quanto alla lista dei giornali reprobi indicati dal presidente (pro tempore) del Consiglio, nella quale abbiamo l'onore di essere compresi, tutti senza eccezioni si sono sempre attenuti alla regola di registrare le notizie con oggettività ed esprimere le loro libere opinioni sui fatti.
Le notizie non sono solo quelle che promanano dalle fonti del ministero, che spesso contengono falsità palesi.
L'ultima e più clamorosa ce l'ha data lo stesso capo del governo quando ha detto che la pressione fiscale nel 2001 era del 45 per cento mentre - dati dell'Istat alla mano - superava di poco il 41. O quando ha detto che il rapporto debito pubblico-Pil ereditato dal presente governo era di gran lunga superiore a quello attuale. E che l'avanzo primario del bilancio nel 2001 era inesistente.
Quanto alle opinioni dei giornalisti e degli editorialisti, esse sono libere e costituzionalmente garantite. Ho ammirato il sangue freddo di De Bortoli sabato mattina e la sua decisione di non rispondere agli insulti ricevuti. Ed ho ammirato la compostezza di Prodi. Il leader del centrosinistra avrebbe potuto chiedere alla Confindustria un supplemento di tempo per replicare; in fondo il maggior torto è stato fatto a lui che aveva rispettato le regole di fronte all'avversario che ha occupato un tempo doppio per insultarlo insieme ai partiti della sua coalizione.
Il sangue freddo e l'accenno di sottile ironia al premier "risanato" di De Bortoli: bravissimo. Ma resta che una prevaricazione è stata consentita, molti assenti sono stati insultati, quello presente, anch'egli insultato, non ha potuto rispondere. Non mi pare che quel "forum" si possa definire riuscito.
Quanto a coloro che si oppongono a questo genere di atti inconsulti, va bene così: hanno la natura d'un boomerang, checché ne pensi l'impareggiabile Emilio Fede che è stato in pari data insignito di un Oscar televisivo. Alla comicità?
(20 marzo 2006)
http://tinyurl.com/ntvra
domenica 19 marzo 2006
Berlusconi e Confindustria
Tutti i TG italiani hanno detto ieri che i fischi della platea al convegno di Confindustria erano rivolti a Diego Della Valle.
Volete sentire a chi erano rivolti veramente i fischi?
Per scoprirlo basta andare in Svizzera...
http://www.rtsi.ch/prog/news/welcome.cfm?fascia=tg#telegiornale
http://real.xobix.ch/ramgen/tsi/tg/160k/tg_03182006-160k.rm?start=0:11:34.500&end=0:13:37.690
venerdì 17 marzo 2006
Il «Guardian»: Berlusconi è il nuovo fascismo, Blair e l'Europa se ne accorgano
«Berlusconi è il fenomeno politico più pericoloso oggi in Europa». Di più: «È la più temibile minaccia alla democrazia in Europa occidentale dal 1945». A scriverlo non è uno dei tanti giornali italiani che il premier ascrive all’opposizione, ma uno dei più autorevoli quotidiani inglesi, The Guardian, indipendente, ma da sempre vicino al Labour. Duro il giudizio contenuto nell’editoriale firmato da Martin Jeacques. Durissimo quando spiega che Berlusconi «con i suoi attacchi indiscriminati a chiunque lo ostacoli sulla strada del potere personale e dell’arricchimento, ha avvelenato la vita pubblica italiana. È un discendente diretto di Mussolini». Ma l’aspetto forse più interessante della polemica lanciata dal Guardian è un altro: la prospettiva tradizionale del giornale estero che da lontano distilla giudizi sull’Italia viene rovesciata. E si dice chiaramente che se Berlusconi è un pericolo per la democrazia, questo è un problema che deve essere compreso e affrontato, prima ancora che in Italia, in Europa e nel Regno Unito. È duro il giudizio sulle scelte del New Labour inglese e di Tony Blair, accusato di aver accolto Berlusconi come suo alleato privilegiato nella politica filo-Bush di fronte alla rottura dell’Europa sulla guerra in Iraq: «Blair mostra chiaramente un rapporto politico e personale con Berlusconi. E questo ha dato l’impronta a tutto il New Labour: Berlusconi è visto come l’uomo con cui avere a che fare». Un errore gravissimo, una responsabilità condivisa a livello europeo: «Si può argomentare che l’estrema destra incarnata da personaggi apertamente razziste e xenofobe come Jean-Marie Le Pen e Jorg Haider rappresenti un pericolo più grande, ma questi personaggi rimangono tutto sommato outsider nella scena politica europea. Berlusconi no. Durante i suoi due mandati come primo ministro c’è stata una seria erosione della qualità della democrazia e del livello della vita pubblica in Italia». Il problema che c’è oggi in Italia si può anche chiamare fascismo. Proprio così. E «il rapporto fra Berlusconi e il fascismo italiano non è difficile da decifrare». Ma a un patto: «C’è sempre stata una tendenza privilegiata a credere che il fascismo torni nelle sue vecchie forme. Ma questo non è mai stato il vero pericolo. Ciò che dobbiamo temere è il ripresentarsi del fascismo in un nuovo abito, che rifletta le nuove condizioni globali, economiche e culturali, del tempo in cui si vive. Berlusconi è proprio questo. Mostra disprezzo per la democrazia: ad ogni occasione cerca di distorcerla e di abusarne. Non ha rispetto per le autorità indipendenti – pronto ad accusare i giudici di essere lacché dell’opposizione e descrivendoli come «comunisti». Insomma, al New Labour come all’Europa non resta che una scelta: riconoscere che «Berlusconi è il diavolo» e liberarsene. Per il loro bene.
http://tinyurl.com/ngn9h
giovedì 9 marzo 2006
Mussolini a Vladimir Luxuria: "Meglio fascista che frocio"
La replica: "Una caduta di stile che rivela la loro vera identità"
ROMA - Un durissimo scambio di battute, condito da una battuta finale che farà polemica: "Meglio fascista che frocio". La frase è stata rivolta da Alessandra Mussolini a Vladimir Luxuria, nel corso della trasmissione Porta a porta, ospiti anche il ministro della Giustizia Roberto Castelli e il leader dell'Italia dei valori, Antonio Di Pietro.
E' la prima volta che il candidato di Rifondazione entra nel salotto di Bruno Vespa. Alessandra Mussolini è arrivata in ritardo rispetto all'inizio della registrazione, e con l'umore pessimo per via dell'inchiesta sulle intercettazioni. Ma a quindici minuti dall'inizio della trasmissione, il primo a rivolgersi direttamente a Luxuria è stato il Guardasigilli. Che lo chiama ripetutamente "signor Guadagno", cioè con il vero cognome di Luxuria.
"Se mi chiama signor Guadagno per offendermi, non attacca", replica il candidato di Rifondazione. "Non voglio offendere il signore - incalza Castelli - ma mi dica come chiamarlo: lui, lei...". L'altro taglia corto, con una battuta: "Mi dia del loro".
Ma sono semplici schermaglie rispetto all'affondo finale della Mussolini. Partita già con il piede sbagliato, fin dal principio: "Mi scusi - dice - non voglio essere offensiva, ma che vuol dire transgender? Transgender, transgendarmi, sembra Schwarzenneger... Usiamo termini italiani", chiede sorridendo a Luxuria.
Ma gli argomenti in scaletta non favoriscono l'incontro fra culture e storie diverse. Sui Pacs monta il conflitto, con Mussolini e Castelli da un lato, schierati per dimostrare che la legge dell'Unione toglierà diritti ai bambini, e dall'altro Luxuria e Di Pietro decisi nel respingere il parallelo sostenendo che la legge sarà una conquista di civiltà per tutti.
"Non voglio essere dipinta come nemica dei bambini, non siamo gli Attila arrivati a distruggere", si difende Luxuria, mentre Di Pietro sottolinea: "Lei non mangia i bambini, il vostro è un falso problema".
I Pacs lasciano il campo al tema dell'immigrazione. Mussolini elenca i rischi dell'immigrazione clandestina e, a quel punto, Di Pietro le dà della "fascista". "E me ne vanto", risponde gridando l'onorevole. "Una che si vanta di essere fascista, mi preoccupa - aggiunge Luxuria - ci metterete al confino?". "A me - replica Mussolini - preoccupa chi brucia le bandiere, chi grida "dieci, cento, mille Nassyria, vergogna, vergogna, vergogna".
Bruno Vespa in evidente difficoltà non riesce a fermare l'ira della parlamentare e in un istante si passa dal "vergogna" all'insulto. E rivolta a Luxuria: "Si veste da donna e pensa di poter dire quello che vuole. Meglio fascista che frocio!". Impassibile, il candidato di Rifondazione si limita a fare la conta delle "battutacce" rivolte dai politici ai gay: "Dopo il culattone di Tremaglia, il frocio della Mussolini. Grazie". E aggiungerà, parlando con i giornalisti all'uscita degli studi Rai di via Teulada: "Non pensavo che ci fosse questa caduta di stile. Probabilmente è un atto rivelatore della loro identità".
(9 marzo 2006)
http://tinyurl.com/pyv2d
Eco: "Al popolo della sinistra dico la nave sta affondando, votate"
Il fatto è che dovrebbe conviverci la maggioranza dei cittadini"
"Italiani sempre più poveri, Berlusconi è più ricco"
di ALBERTO STATERA
Apocalittico, noblesse oblige, l'appello di Umberto Eco - con Claudio Magris l'intellettuale italiano più conosciuto nel mondo - per "Libertà e Giustizia", dall'angoscioso titolo: "9 aprile, salviamo la democrazia". Viene subito da chiedere impertinentemente all'autore di "Apocalittici e Integrati": ci perdoni, professor Eco, se Berlusconi in cinque anni ha già compiuto quasi tutte le nefandezze possibili, facendo "precipitare l'Italia spaventosamente in basso", che cosa potrebbe fare di peggio? Chissà, invece, che in una resipiscenza ad uso della storia, magari per una lastra encomiastica sul mausoleo nel parco di Arcore, non perseguirebbe stavolta la santità. Figurarsi se Eco non sta al gioco: "Anche san Francesco e sant'Agostino gozzovigliavano, andavano a donne e poi diventarono santi. Ma per Berlusconi non ci conterei".
Allora, per favore, ci sceneggi il panorama "drammatico" che si profila in caso di vittoria berlusconiana, con Previti, i reduci di Salò, Calderoli, Mediaset, Mediolanum, Generali, le banche...
"Conferma delle leggi ad personam, peggioramento di altre leggi, attacco finale alla magistratura, sfracello definitivo di Montesquieu e della divisione dei poteri. Ulteriore arricchimento personale. Negli ultimi cinque anni gli italiani si sono impoveriti e non arricchiti. Il presidente del Consiglio si è arricchito in modo esponenziale, un caso unico al mondo per dimensioni. In una parola, declino inarrestabile del paese, un declino da cui sarebbe impossibile risollevarsi".
Ma il premier ha appena concionato al Congresso con buon successo, Hillary Clinton si è persino commossa.
"Hillary Clinton teneva d'occhio il suo elettorato italiano, è sotto elezioni anche lei. La nostra immagine all'estero in questo momento è penosa, benché Berlusconi esibisca la sua amicizia con Bush e con Putin. Va in America e dice: avevo consigliato a George di non invadere l'Iraq. E lui l'ha invaso. Va da Putin e dice: Vladimir è il mio miglior amico. E quello gli taglia il gas. Va da Gheddafi e quello minaccia stragi o, come minimo, gli chiede un'autostrada di risarcimento. Deve essere andato da Chirac, se quello gli ha bloccato le acquisizioni dell'Enel. Come si muove fa danni".
Professor Eco, Magris dice che il 9 aprile bisogna puntare sui delusi di destra e parlare ai berlusconiani senza disprezzarli.
"Sulla gravità del momento con Magris abbiamo un'identità di vedute, semplicemente è come se ci fossimo messi d'accordo, lui cerca di far ragionare quelli che hanno votato Berlusconi e io mi rivolgo invece ai delusi della sinistra".
Disprezza chi ha votato per Berlusconi?
"Per carità. Dico solo: amici voi vi sbagliate, ma io non mi rivolgo a voi perché tanto voi non mi leggete, lo ha detto Berlusconi quando ha affermato che non gli importa nulla di quel che scrivono i giornali perché il suo elettorato guarda solo la televisione. Io mi rivolgo a quei quattro gatti che mi leggono, ai quali dico: guardate che il momento è tragico, non tacete, non vi estraniate anche se non siete contenti del centrosinistra. Non è puzza sotto il naso, ma realismo".
Anche lei è stato zitto a lungo.
"Ho appena pubblicato un libro, "A passo di gambero", dove raccolgo gli allarmi che in questi sei anni ho lanciato su Repubblica, L'espresso e altri giornali. Questa è la prova che gli intellettuali non servono a niente. O forse che non sono solo gli elettori di Berlusconi a non leggere i giornali. Ma pazienza, bisogna continuare a fare il proprio dovere".
Insomma, lei rivendica il diritto di strapazzare quei milioni che hanno votato Berlusconi?
"Scusi, uno che ha vissuto sotto il fascismo aveva o no il diritto (anzi il dovere) di dire che quelli che andavano a piazza Venezia ad applaudire il duce sotto il balcone erano fanatici o ingannati? E io se ritengo che qualcuno sbagli ho il diritto e il dovere di dirlo. E' il mio mestiere: se i miei studenti sbagliano all'esame e io lascio perdere sono un disonesto".
A proposito di puzza sotto il naso, D'Alema che in tivù maneggia la politica come "arte alta", con un ghigno che può sembrare di superiorità professorale, come può affascinare la casalinga di Voghera?
"Ma no, quello è un fatto caratteriale. E poi Prodi non ghigna, anche se è professore. E Fassino nemmeno".
Insomma, professor Eco, con Magris vi siete divisi il mercato. Lui con i vessati berluscones, lei con il pigro popolo di sinistra.
"Alla prima riunione di "Libertà e Giustizia" Magris ha detto: questo governo ha superato i limiti della decenza. Ho sottoscritto e sottoscrivo. Se dovesse continuare quest'opera di disgregazione dello Stato non so cosa potrebbe succedere".
Che cosa?
"Mi chiedo, per esempio, come possano alcuni organi dello Stato, che hanno continuato eroicamente a mantenersi fedeli alle istituzioni, resistere ancora cinque anni a tutti gli incoraggiamenti all'illegalità, compresa l'assoluzione all'evasione fiscale, con cui il paese è stato bombardato. Così rischiamo che si ammali tutto lo Stato".
Non è che nella cosiddetta Prima Repubblica non avesse un sacco di malanni.
"Sì ma la Democrazia cristiana ha governato per cinquant'anni nel rispetto della Costituzione. Da cinque anni, invece, siamo alla distruzione sistematica dei rapporti tra poteri costituzionali".
Va bene, lo scenario apocalittico è chiaro. Facciamo quello integrato. Prodi, in caso di vittoria, reggerà la leadership con Bertinotti, Mastella, i verdi, i comunisti italiani, i sindacati, i girotondini?
"Se la nave affonda non è il momento di chiedersi se i marinai alle scialuppe remeranno bene. Anzitutto occorre abbandonare la nave. Rispetto al peggio del peggio, meglio rischiare qualche difetto. Magari Prodi non riuscirà a mantenere qualcuno degli impegni presi. Ma Berlusconi non ne ha mantenuto neanche uno".
In compenso, lei non ci priverà della sua concittadinanza, non andrà all'estero come farebbe se vincesse Berlusconi?
"Guardi che mi hanno fatto pronunciare una specie di minaccia di cui in fondo non importerebbe niente a nessuno. In realtà io stavo parlando a una platea a cui ho detto, ventilando altri cinque anni di sfacelo, "pazienza per me che sto andando in pensione e potrei pure andarmene all'estero, ma la maggioranza di voi in questo paese deve vivere"".
E a questi che dice?
"Lancio, appunto, un appello al popolo di sinistra incerto, nello stile di uno di quelli che risuonarono nel 1948: "Vota anche tu, se no i cavalli cosacchi faranno il bagno nelle acquasantiere di San Pietro"".
(9 marzo 2006)
http://tinyurl.com/nnwsu
mercoledì 8 marzo 2006
Calce e martello
Da Betlemme a Waterloo
di Marco Travaglio
Ormai è una via di mezzo fra Zelig e Forrest Gump. Non c'è epoca storica, da Betlemme a Waterloo, dal Manzanarre al Reno, che non l'abbia visto protagonista. L'altra sera il Bellachioma Tour ha fatto tappa a Telelombardia, dove però s'è verificato un imprevisto: gli intervistatori non erano suoi dipendenti. Dunque i conduttori Emanuela Ferri e David Parenzo e gli ospiti Cresto-Dina di Repubblica, Oddo del Soviet-24 ore e persino Paragone della Padania gli facevano domande e quando diceva una stronzata - cioè quasi sempre - glielo facevano cortesemente notare (in rappresentanza della ditta c'era il solo Belpietro, visibilmente spaesato fra tanti giornalisti). È stata un'esperienza inedita, che ha piacevolmente sorpreso il pubblico (120mila telespettatori solo in Lombardia). Ma anche un pericoloso precedente: se passa l'idea che si possono fare domande al premier, chissà dove andremo a finire.
Lui, all'inizio, si comporta come se fosse a Porta a Porta. «Le famiglie italiane si indebitano? Bene, è perché hanno fiducia nel futuro». Imbarazzo in studio. «Montezemolo parla a nome suo, non degli industriali. Io con industriali che la pensano come me» (tipo Gnutti e Fiorani, per dire). Il suo italiano è il solito:
personalizzato, fra un «i capogruppi» e un «museo di piante in Sardegna» (per non parlare dell'aiuola dei quadri e della serra di sculture). Poi la politica estera, la sua passione. «Gheddafi ci chiede una strada che colleghi l'Egitto alla Tunisia: impegno da migliaia di miliardi che stiamo discutendo». Pare che abbia proposto al colonnello un Contratto con i Libici, ma quello non ha abboccato: «Vedere strada, vendere cammello». Ora gli manderà Lunardi, il ministro con il buco intorno: già allo studio un emendamento alla legge Grandi Opere per un tunnel sottomarino Tripoli-Kiev, modesta deviazione della Transiberiana.
Il Cavalier Zelig sfodera un'altra specialità: l'economia. Crescita zero? Centomila posti di lavoro persi in un anno? Niente paura: «Ai lavoratori che guadagnano poco la risposta dell'imprenditore Berlusconi è: cercate di guadagnare di più. Un padre di famiglia sa cosa deve fare ci sono mille modi per incrementare le proprie entrate. Io, durante la guerra, aiutavo gli ambulanti al mercato e alla fine andavo a raccogliere la carta per strada, la mettevo nella vasca da bagno e la facevo asciugare facendo delle palle che poi vendevo per accendere le stufe. Poi mi han regalato una macchina fotografica e, per arrotondare, andavo a fare fotografie ai funerali e ai matrimoni». Ora che è cresciuto (si fa per dire), le palle le vende agli italiani. Resta da capire come facesse a lavorare al mercato durante la guerra (iniziata nel 1940), essendo nato nel 1936: papà Luigi e mamma Rosa lo mandavano a scaricare le casse a 4 o 5 anni? Ma questo è sfruttamento del lavoro minorile, roba da telefono azzurro.
Storia e geografia. Gli domandano dove diavolo sia quel famoso cimitero dei marines sulle cui tombe - come ha narrato ai figuranti del Congresso Usa - «da bambino giurai fedeltà alla libertà e alla democrazia». Contrordine: non era bambino, «avevo circa 20 anni». Il camposanto è quello «di Nettuno ad Anzio» (gli sfugge che una cosa è Nettuno, una cosa è Anzio): «Mio padre era un estimatore di De Gasperi e partecipava a iniziative che questi faceva a Roma. Una volta mi condusse al cimitero Usa. Fu nel 1956-57». Sventuratamente De Gasperi era già morto da due o tre anni, essendo spirato il 19 agosto 1954.
Alla fine, alcuni prodotti tipici della casa: l'elogio dell'evasione fiscale, il vanto di aver «sgominato le Br» con le nude mani, senza contare «l'arresto di 203 terroristi internazionali e 111 interni» (tutta opera sua) e l'ennesimo annuncio dell'imminente «sondaggio americano che ci dà al sorpasso» (li dà in testa da un mese, da prim'ancora di esser fatto, ma ancora non s'è visto). Quanto al caso Mills, «ho giurato sui miei figli che non sapevo nulla di quei soldi.
E poi, per definizione, il presidente del Consiglio non può mentire, altrimenti va a casa. Giuro qui davanti alle telecamere che io non ne sapevo nulla». I figli, comprensibilmente, l'hanno pregato di non giurare più sulla loro testa e lui giura sulle telecamere. Tanto, eccezionalmente, non sono le sue. «Mills non lo conosco». Però assicura che «non si è separato da Tessa Jowell per questa vicenda» (non lo conosce, ma sa addirittura perché si separa). Gran finale è sui comunisti: «Hanno ancora il simbolo della falce e marcello». Dice proprio così: marcello. Il primo Dell'Utri non si scorda mai.
da l'Unità
La scelta del 9 aprile
Centrosinistra e centrodestra al voto
di Paolo Mieli
A dispetto di quel che da tempo attestano, unanimi, i sondaggi, il risultato delle elezioni che si terranno il 9 e 10 aprile appare ancora quantomai incerto. È questo un buon motivo perché il direttore del Corriere della Sera spieghi ai lettori in modo chiaro e senza giri di parole perché il nostro giornale auspica un esito favorevole ad una delle due parti in competizione: il centrosinistra. Un auspicio, sia detto in modo altrettanto chiaro, che non impegna l’intero corpo di editorialisti e commentatori di questo quotidiano e che farà nel prossimo mese da cornice ad un modo di dare e approfondire le notizie politiche quanto più possibile obiettivo e imparziale, nel solco di una tradizione che compie proprio in questi giorni centotrent’anni di vita.
La nostra decisione di dichiarare pubblicamente una propensione di voto (cosa che abbiamo peraltro già fatto e da tempo in occasione delle elezioni politiche) è riconducibile a più di una motivazione. Innanzitutto il giudizio sull’esito deludente, anche se per colpe non tutte imputabili all’esecutivo, del quinquennio berlusconiano: il governo ha dato l’impressione di essersi dedicato più alla soluzione delle proprie controversie interne e di aver badato più alle sorti personali del presidente del Consiglio che non a quelle del Paese. In secondo luogo riterremmo nefasto, per ragioni che abbiamo già espresso più volte, che dalle urne uscisse un risultato di pareggio con il corollario di grandi coalizioni o di soluzioni consimili; e pensiamo altresì che l’alternanza a Palazzo Chigi - già sperimentata nel 1996 e nel 2001 - faccia bene al nostro sistema politico. Per terzo, siamo convinti che la coalizione costruita da Romano Prodi abbia i titoli atti a governare al meglio per i prossimi cinque anni anche per il modo con il quale in questa campagna elettorale Prodi stesso ha affrontato le numerose contraddizioni interne al proprio schieramento.
Merito, questo, oltreché di Romano Prodi, di altre quattro o cinque personalità del centrosinistra. Il leader della Margherita Francesco Rutelli, che ha saputo trasformare una formazione di ex dc e gruppi vari di provenienza laica e centrista in un moderno partito liberaldemocratico nel quale la presenza cattolica è tutelata in un contesto di scelte coraggiose nel campo della politica economica e internazionale. Piero Fassino, l’uomo che più si è speso per traghettare, mantenendo unito e forte il suo partito, la tradizione postcomunista nel campo dominato dai valori di cui sopra. I radicalsocialisti Marco Pannella e Enrico Boselli che con il loro mix di laicismo temperato e istanze liberali rappresentano la novità più rilevante di questa campagna elettorale. Fausto Bertinotti, il quale per tempo ha fatto approdare i suoi alle sponde della nonviolenza e ha impegnato la propria parte politica in una nitida scelta al tempo della battaglia sulle scalate bancarie (ed editoriali) del 2005.
Noi speriamo altresì che centrosinistra e centrodestra continuino ad esistere anche dopo il 10 aprile. E ci sembra che una crescita nel centrodestra dei partiti guidati da Gianfranco Fini e Pier Ferdinando Casini possa aiutare quel campo e l’intero sistema ad evolversi in vista di un futuro nel quale gli elettori abbiano l’opportunità di deporre la scheda senza vivere il loro gesto come imposto da nessun’altra motivazione che non sia quella di scegliere chi è più adatto, in quel dato momento storico, a governare. Che è poi la cosa più propria di una democrazia davvero normale
08 marzo 2006
http://www.corriere.it/Primo_Piano/Editoriali/2006/03_Marzo/08/scelte.shtml
martedì 7 marzo 2006
9 aprile, salviamo la democrazia
Siamo di fronte a un appuntamento drammatico. Dal 2001 a oggi l'Italia è precipitata spaventosamente in basso quanto a rispetto delle leggi e della Costituzione, quanto a situazione economica e quanto a prestigio internazionale. Se dovessimo avere altri cinque anni di governo del Polo, rappresentati di fronte al mondo dai Calderoli e dalle ultime leve (appena arruolate in Forza Italia) dei più impenitenti tra i reduci di Salò, il declino del nostro Paese sarebbe inarrestabile e non potremmo forse più risollevarci.
Quindi l'appuntamento del 9 aprile è diverso da tutti gli altri appuntamenti elettorali del passato: in quelli si trattava di decidere chi avrebbe governato senza sospettare che un cambio di governo avrebbe messo a repentaglio le istituzioni democratiche. Ora si tratta invece di salvare queste istituzioni.
In questo frangente i partiti di opposizione cercano, come è ovvio, di catturare il voto degli indecisi che nelle scorse elezioni avevano votato Polo e che si sono sentiti traditi. I partiti fanno il loro dovere, ma ritengo che rivolgendoci ai soci e ai simpatizzanti di Libertà e Giustizia occorra fare un altro ragionamento.
Uno dei rischi maggiori di queste elezioni non sono solo gli indecisi che hanno votato a destra la volta scorsa (i quali si sposteranno secondo dinamiche difficilmente controllabili, per fede o per pigrizia continueranno a votare come prima, o rinunceranno a votare). D'altra parte il loro numero, come mostrano i sondaggi, è oscillante. Io ritengo che il popolo di Libertà e Giustizia debba invece impegnarsi non per convincere gli indecisi di destra ma i delusi della sinistra.
Li conosciamo, sono molti e non è in questa sede che si possono discutere le ragioni del loro scontento. Ma è a costoro che occorre ricordare che, se si lasceranno trascinare da questo scontento, collaboreranno a lasciare l'Italia in mano di chi l'ha condotta alla rovina. Non c'è scontento, per quanto giustificabile, che possa stare a pari con il timore di una fatale involuzione della nostra democrazia, con l'indignazione che coglie ogni sincero democratico di fronte allo scempio che si è fatto delle leggi, della divisione dei poteri, del senso stesso dello Stato. E' questo che ciascuno di noi deve ripetere agli amici incerti e delusi. E' proprio da loro e dal loro impegno che dipenderà se l'Italia eviterà di essere ancora per cinque anni territorio di rapina da parte di difensori dei loro privati interessi..
Se pure questi amici ritengono di nutrire senso critico ed equanimità (perché è segno di senso critico ed equanimità - direi di onestà intellettuale - saper criticare la propria parte, e neppure il sito di Libertà e Giustizia si è sottratto a questo dovere), in questo momento essi debbono sacrificare i loro sentimenti e unirsi a tutti noi nell'impegno comune.
E' in questa azione di convincimento che consiste il dovere e la funzione di quanti hanno partecipato in questi anni alla discussione che Libertà e Giustizia ha svolto e fatto svolgere. Ora la nave potrebbe affondare. Ciascuno deve prendere il proprio posto.
Umberto Eco
Hanno aderito all'appello i garanti di Libertà e Giustizia:
Gae Aulenti
Giovanni Bachelet
Enzo Biagi
Claudio Magris
Guido Rossi
http://tinyurl.com/z7u7a