giovedì 27 aprile 2006

PACS, Grillini prepara la battaglia

Presentata la proposta di legge, chieste le firme ai nuovi deputati
Ventiquattro articoli, unioni civili riconosciute e obbligo di sottoscrivere i patti davanti all'ufficiale di stato civile

di Giovanna Casadio


ROMA - E i primi a tagliare il traguardo saranno i Pacs. Non ancora numerata, è però la proposta di legge in pole position della XV legislatura. Già depositata per la pre-istruttoria a Montecitorio, mercoledì 19 aprile, da Franco Grillini. Un'urgenza politica che non mancherà di suscitare un gran polverone nella stessa Unione.
Il deputato Ds e leader dell'Arcigay, Grillini - abito nero e cravatta arcobaleno - ne porta una copia in cartella, mentre si accredita ieri, e s'informa con gli uffici per farla recapitare nelle 630 caselle dei colleghi neodeputati accompagnata da una lettera-invito: sottoscrivetela. Non sarà la pdl numero uno: ai funzionari del servizio "progetti normativi" ne sono arrivate già oltre una trentina sui più svariati argomenti. E ci sono 12 proposte di legge di iniziativa popolare e due decreti che sono iscritti d'ufficio, e per primi. Solo domani si conoscerà l'ordine. Ma la mossa di Grillini cerca di riproporne la priorità politica. A dispetto delle divisioni nel centrosinistra. Nel programma dell'Unione il compromesso tra Rutelli e la sinistra radicale era stato raggiunto sulla formulazione generica di "riconoscimento dei diritti delle unioni civili", evitando di usare il termine Pacs. "Non vedo perché nella testa di 50 milioni di italiani è passata la parola Pacs, e noi dovremmo evitarla". Sempre Grillini. "Questa è una partita che va giocata subito.
Del resto la mediazione raggiunta nel centrosinistra non è stata ancora tradotta in alcuna norma . Ecco, qui c'è la traduzione concreta". Ventiquattro articoli. Una proposta "asciugata" rispetto a quella che nella passata legislatura aveva raccolto 160 firme di deputati del centrosinistra e si era poi arenata in commissione Giustizia. Nonostante i "distinguo" e le rassicurazioni che non si trattava di introdurre il matrimonio gay, è finita stritolata nel braccio di ferro tra laici e cattolici.
Durante la campagna elettorale è stata uno degli scogli nel programma di governo dell'Unione: bandiera di laicità per la "Rosa nel pugno", inaccettabile per Margherita e Udeur. In una lettera aperta alle parrocchie Luigi Bobba (Acli) e Paola Binetti (Scienza e vita) si erano premurati di spiegare che non ci sarebbe stato da parte del centrosinistra nessun attentato al matrimonio tradizionale e di Pacs neppure a parlarne.
Per Grillini invece, avanti tutta. Cominciando dalla definizione di patto civile di solidarietà ("l'accordo tra due persone anche dello stesso sesso, stipulato al fine di regolare i rapporti personali e patrimoniali relativi alla loro vita comune"); patto sottoscritto "davanti all'ufficiale di stato civile"; con diritti anche di reversibilità e di successione. Inoltre il convivente extracomunitario legato da pacs (da almeno due anni) può avere il permesso di soggiorno.

da la Repubblica del 27/04/2006
http://www.gaynews.it/view.php?ID=37243

mercoledì 26 aprile 2006

La Costituzione è comunista

di Marco Travaglio


Dunque è ufficiale. Dire, come fa Bertinotti, che Mediaset «deve dimagrire in pubblicità e reti» non si può. È un «pensiero liberticida» (Schifani, FI), un’«entrata a gamba tesa» (Calderoli, Lega), una «vendetta» (Volontè, Udc), «illiberale» (Berlusconi, FI-Mediaset), «un reato» (Crosetto, FI), una «posizione inquietante e avventurista» (Bondi, FI), una «vendetta contro Berlusconi» (Mentana, Mediaset), un’«idea comunista» (Mastella, Udeur), una «legge contro» (Pecoraro Scanio, Verdi), una «visione punitiva per castigare Berlusconi» (Polito, Dl), un’«ingiustizia per i lavoratori Mediaset» (Rizzo Pdci, Fede Rete4). Per carità, è comprensibile che il proprietario di Mediaset, i suoi cari e gli ospiti fissi delle sue tv si stendano come scudi umani a protezione di quanto hanno di più prezioso.

Ma che pretendano di difendere il monopolio della tv commerciale e della pubblicità, per giunta incostituzionale, in nome del libero mercato, confondendo la concorrenza col comunismo, è singolare. Il fatto è che proprio quel monopolio, saldato col controllo militare della Rai, ha prodotto il pensiero unico e la paura di chiamare le cose con il loro nome. Una mutazione genetica che impedisce oggi agli uomini del centrosinistra di pensare e di dire ciò che pensavano e dicevano tranquillamente dieci o cinque anni fa. Un breve promemoria non guasterà.
La cura dimagrante per Mediaset non è un'idea balzana del compagno Berty. È quanto ha stabilito per ben due volte la Corte costituzionale. Il 7 dicembre 1994 la Consulta dichiara illegittima la legge Mammì e intima al Parlamento di cambiarla perché viola l'articolo 21 della Costituzione: «Il legislatore è vincolato a impedire la formazione di posizioni dominanti nell'emittenza privata e favorire il pluralismo delle voci nel settore televisivo... L'esistenza di un'emittenza pubblica non vale a bilanciare la posizione dominante di un soggetto privato... La posizione dominante data dalla titolarità di 3 reti su 9 assegna un esorbitante vantaggio nella utilizzazione delle risorse e della raccolta della pubblicità». Le frequenze sono limitate e chi possiede 3 reti su 9 (di fatto 3 su 6 o 7) deve cederne una. Il Parlamento ha tempo fino al 27 agosto 1996 per provvedere.
Nel '95 si vota un referendum, che fissa il tetto antitrust a una sola rete. Ma, grazie all'ignavia della sinistra in campagna elettorale e al martellante bombardamento pubblicitario sulle reti Fininvest, vince il No. Commenta amaro Norberto Bobbio: «Il motivo principale per cui Berlusconi ha vinto il referendum che tendeva a diminuire il suo potere televisivo è stato il fatto stesso che aveva questo potere».

Resta però da attuare la sentenza della Consulta. E l'Ulivo nel '96 s'impegna a farlo nella tesi 51 del programma di Prodi: «obiettivo intermedio» la discesa di Mediaset da 3 a 2 reti; «obiettivo finale, consentire a ogni editore di avere un solo canale generalista via etere terrestre e di cedere quelli in più». I leader dell'Ulivo dicono cose ben più spinte del Bertinotti odierno. D'Alema: «Si rimuove la Mammì, si fa tabula rasa, si riparte da zero. E si fa l'Antitrust assumendo come base la sentenza della Corte costituzionale che dichiara illegittima la proprietà di tre reti tv da parte di un unico soggetto». Prodi: «La prima cosa che faremo al governo sarà attuare la sentenza della Consulta del '94 che comporta la riduzione delle reti Fininvest via etere da 3 a 2».

Con quel programma, il centrosinistra vince le elezioni e va al governo. Il ministro Maccanico, nella legge sulle tv, fissa i tetti antitrust al 30% del mercato per la pubblicità in tv e al 20% per le frequenze nazionali disponibili (non più di due reti sull'analogico terrestre).
Ma poi, fra compromessi e ostruzionismi del Polo, tutto viene rinviato a quando esisterà «un effettivo e congruo sviluppo dell'utenza dei programmi via satellite o via cavo». Espressione quantomai vaga, che lascia tutto come sta. Sine die.
Intanto Berlusconi quota Mediaset in borsa e azzera i debiti, proprio perché Rete4 è sempre lì. Ma, il 20 novembre 2002, la Consulta dichiara incostituzionale pure la Maccanico e impone a Mediaset di dimagrire a due reti entro il 31 dicembre 2003. Oltretutto Rete4 è «abusiva»: nel '99 ha perso la gara per le concessioni a trasmettere su scala nazionale. La gara l'ha vinta Europa 7 di Francesco Di Stefano, che però non può trasmettere perché le frequenze sono occupate da chi seguita a farlo senza concessione.

Ultima puntata: nel dicembre 2003, allo scadere dell'ultimatum della Consulta, il governo Berlusconi salva Rete4 dal passaggio su satellite con l'apposita legge Gasparri.Ciampi però la rimanda indietro. Allora si provvede, in zona Cesarini, col decreto salva-Rete4 e con la Gasparri-2. I berluscones agitano due spauracchi: l'oscuramento di Emilio Fede (come se non potesse traslocare su Canale5) e il licenziamento di «migliaia di lavoratori» (che in realtà sarebbero poche centinaia,e potrebbero essere ampiamente assorbiti da Europa7, che legalmente dovrebbe trasmettere sulle frequenze di Rete4). Ora gli stessi argomenti farlocchi echeggiano anche a sinistra. Chi non accetta il sistema Mammì- Maccanico-Gasparri e invoca due sentenze della Consulta, è comunista. Ma chi l'ha detto che Berlusconi ha perso?


dall'Unità del 26 Aprile 2006

sabato 22 aprile 2006

Papà Silvio secondo Barbara Berlusconi

"A volte lo trattiamo come un peluche"
La figlia ventunenne del leader di Forza Italia si confessa a "La7"
"Sono favorevole ai pacs, non credo in Dio, a Prodi auguro buon mandato"
Poi su Bondi svela: "Gli ho donato il mio posto nel mausoleo di famiglia"


Silvio Berlusconi con la figlia Barbara


ROMA - Barbara Berlusconi senza segreti. La figlia ventunenne di Silvio Berlusconi e Veronica Lario si è confessata in una lunga intervista alla trasmissione de La7 "Le invasioni barbariche", svelando molti elementi di lontananza con il papà e aneddoti gustosi.

"So cucinare le verdure, l'uovo al tegamino, la pasta e rifaccio il letto. Porto anche giù la spazzatura, soprattutto ogni volta che sono a casa del mio fidanzato a Londra e lui lavora. Ma non so cambiare una gomma dell'auto", ha ammesso Barbara Berlusconi. Poi ha confermato un'indiscrezione che i più pensavano trattarsi della solita leggenda metropolitana. "E' vero - ha raccontato - che ho regalato il mio posto nel mausoleo di famiglia a Sandro Bondi. Ormai gliel'ho regalato e i regali non si riprendono indietro".

La figlia del leader di Forza Italia non si è sottratta neppure a una domanda sulla fede. "Non credo in Dio - ha spiegato - coltivo una spiritualità tutta mia. Ogni tanto mia nonna Rosa si preoccupa". Quanto ai rapporti con il padre, ha riferito: "Io ho dormito l'ultima volta con mio padre parecchi anni fa, ma mia sorella Eleonora e mio fratello Luigi qualche volta lo fanno ancora oggi. In famiglia è vero che ogni tanto lo trattiamo come un peluche e gli facciamo le coccole".

Barbara ha parlato poi delle unioni di fatto, distanziandosi ancora una volta dalle posizioni del genitore. "Non sono contraria alle unioni tra omosessuali, sono favorevole ai Pacs - ha affermato - E' giusto che i gay vedano riconosciuti i propri diritti ma la nostra società non penso sia ancora pronta". Nel corso della conversazione su La7, anche il ruolo della televisione e la qualità delle trasmissioni. "Tra i programmi di Mediaset che non farei vedere ai miei figli ci sono Buona Domenica e i reality - ha spiegato Barbara Berlusconi - Non mi piace nemmeno il Bagaglino".

Unica domanda alla quale la giovane Berlusconi non ha voluto rispondere è stata sull'esito del voto. "Non voglio esprimermi sulle elezioni - ha messo in chiaro - se non dicendo che ne è uscito un Paese diviso. Io penso che in questa fase ci sia bisogno di dialogo". Quanto alla vittoria di Prodi, Barbara ha commentato: "Gli auguro buon mandato". E sulla mancata telefonata di congratulazioni da parte del padre ha detto: "Sarà lui a decidere, se dovrò dargli un consiglio lo farò privato". "Prima o poi se la sentirà di farlo?", le ha domandato la conduttrice del programma, Daria Bignardi. "Credo di si", ha risposto.

(22 aprile 2006)
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venerdì 21 aprile 2006

Avviso per Silvio Berlusconi

«Le sezioni unite della Corte di Cassazione il 6 aprile scorso hanno deciso che non sono più ammessi ricorsi elettorali ai Tar di tutta Italia e al Consiglio di Stato ma solo alla giunta delle elezioni di Camera e Senato».


Pierluigi Franz, la Stampa, 20 aprile

lunedì 17 aprile 2006

Obbligo di verità dopo le illusioni

di Enzo Biagi


Tanti auguri, brava gente. Quest’anno nell’uovo di Pasqua una bella sorpresa: la sconfitta di Silvio Berlusconi, che dalla politica, se vuole, può tornare ai suoi affari. O alle Bahamas, come da promessa in un momento di verità. Nessuno lo trattiene, tanto meno se gli frullano per la testa tre paroline: presidenza della Repubblica. Non all’altezza, in tutti i sensi. Ogni giorno aumentavano le contestazioni sulle schede da parte del leader di Forza Italia per il quale, evidentemente, il voto del popolo non è sovrano. E pensare che proprio per lui dovrebbe esserlo almeno due volte: prima di tutto perché è l’espressione della volontà della gente, quindi della democrazia, e poi perché a controllare il meccanismo elettorale c’era un suo ministro. L’unica cosa che dovrebbe fare il Cavaliere è chiedere scusa: non solo a Romano Prodi ma al Paese. Adesso al governo va il Professore ed è finita l’ora del dilettante. La strada, comunque, è lunga e difficile e, visto com’è andata negli ultimi cinque anni, ci saranno momenti duri per tutto il Paese.

Una raccomandazione al nuovo governo: rendete trasparente Palazzo Chigi, raccontate la verità alla gente, nessuno scheletro nell’armadio, raccontate quello che in quell’armadio trovate, niente sogni o illusioni o numeri falsi. Finalmente abbiamo voltata pagina e abbiamo il diritto di sapere che cosa fanno quelli che sono stati scelti per rappresentarci.

16 aprile 2006
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La metà d'Italia s'è turata il naso

di EUGENIO SCALFARI


"Mi dici che loro ti odiano? ma che significa "loro"? Ognuno ti odia in modo diverso e stai pur certo che tra loro c'è chi ti ama. La grammatica con i suoi giochi di prestigio sa trasformare una moltitudine di individui in un'unica entità, in un unico soggetto, che si chiama "noi" o "loro" ma che non esiste in quanto realtà concreta".
(Milan Kundera, Il Sipario)

La questione di base è la spaccatura dell'Italia in due. Numericamente le due metà coincidono e sono, al fondo delle cose, l'una contro l'altra armate (metaforicamente s'intende, o almeno si spera). Ma sarebbe un gravissimo errore pensare che da una parte (la propria) ci sia il male e dall'altra il bene, due categorie che sono invece tipicamente trasversali perfino all'interno di ciascun individuo e figurarsi all'interno d'una società complessa ed evoluta.
Un lettore ci ha scritto nei giorni scorsi: "Sono abbastanza colto, ho letto più o meno gli stessi libri e ascoltato le stesse musiche dei miei amici di sinistra (ne ho più d'uno), viaggio all'estero per lavoro e per diporto; insomma sono un italiano come milioni di altri, ma non ho mai votato e mai voterò per la sinistra. Non mi appartiene e non le appartengo. Non so spiegare perché ma questo è il mio modo di sentire".

Ebbene, non è un caso sporadico quello del nostro lettore, anzi è molto diffuso tra le due inconciliabili metà della mela italiana, il che rende assai difficile governare questo nostro Paese. In alcuni periodi della nostra storia la contrapposizione frontale tra le due metà è sembrata attenuarsi se non proprio scomparire, ma è stato sempre un fenomeno di superficie. Bastava che emergesse un qualche tribuno eloquente o meglio ancora tonitruante, un qualche demagogo capace di risvegliare il virus latente e talvolta letargico annidato nel nostro organismo sociale, un qualche visionario furbo quanto basta per volgere a proprio vantaggio il disprezzo italiano contro tutto ciò che puzza di regole; bastava questo perché il virus annidato e dormiente riprendesse il suo vigore e le antiche divisioni il loro sopravvento.

Non a caso fu detto che il nostro è sempre il Paese dei guelfi e dei ghibellini, dei neri e dei bianchi, dei poveri e dei ricchi, dei proletari e dei capitalisti. Per andare alla storia recente, è stato il Paese dei repubblicani e dei monarchici nel '46, dei democristiani e del fronte popolare nel '48 con una campagna elettorale da far impallidire quella feroce testé conclusa. Perciò non è una novità la spaccatura del corpo elettorale e la reciproca incomunicabilità. Ne volete un esempio ancora fresco? Prendete Ugo La Malfa. Quando morì, nel 1978, tutti lo piansero e lo rimpiansero ma finché visse furono solo quattro gatti a dargli attenzione e consenso. Aveva una tempra morale di rara solidità, un impegno politico superiore e una visione concreta e lungimirante del bene comune, ma aveva un difetto gravissimo: voleva cavalcare la linea di confine tra le due Italie, dichiarava una duplice contemporanea appartenenza, alla sinistra e al libero mercato capitalistico.

E poiché vedeva le insufficienze di entrambi i campi, voleva riformarli tutti e due non perché dovessero procedere a braccetto ma perché potessero confrontarsi al più alto livello scambiandosi il meglio e scartando il peggio di ciascuno. Difetto imperdonabile voler camminare sul muro di confine irto di cocci di bottiglia, come ha scritto Montale in uno dei suoi "ossi di seppia". Per La Malfa quel difetto era la sua virtù e non una disponibilità al compromesso, ma la vocazione riformatrice di modernizzare il Paese tenendo strettamente unite insieme la giustizia e la libertà.
Lo seguirono in pochissimi. Solo dopo la sua morte si sono resi conto che era uno dei padri della patria. Ne abbiamo così pochi...

Queste elezioni - sento dire - hanno riproposto l'esistenza d'una questione settentrionale. Infatti la destra, o meglio il berlusconismo, ha riconquistato il Nord. Lì si era manifestato con più evidenza il disincanto: tasse rimaste esose nonostante le promesse, crescita zero (per cinque anni l'incremento del Pil più basso d'Europa), consumi stagnanti, esportazioni in calo, investimenti fermi. La grande industria del nordovest (quel che ne restava) in perdita netta di velocità; i "piccoli" del nordest in crisi dopo vent'anni vincenti; le partite Iva in difficoltà, il ceto medio preso dall'incubo d'impoverimento. Ma ecco il miracolo: negli ultimi tre mesi di campagna elettorale il Cavaliere di Arcore ha risvegliato il virus della paura dei bolscevichi, degli statalisti, della burocrazia oppressiva, delle tasse "à gogo".

La gente "produttiva" cui si rivolgeva sapeva benissimo che lui la burocrazia l'aveva mantenuta come prima e peggio poiché a quella statale aveva aggiunto quella regionale (che sarà triplicata se il prossimo referendum non cancellerà la riforma denominata "devolution"); sapeva che aveva dilapidato il bilancio e che la spesa era aumentata di 2 punti e mezzo di Pil, pari a 45 miliardi di euro senza darci nessuna opera pubblica in più, nessuna sicurezza in più, nessun miglioramento nei servizi della scuola, della sanità, della giustizia. La gente "produttiva" del Nord sapeva che la pressione fiscale in cinque anni era diminuita soltanto dello 0,7 per cento, poco più dello 0,1 l'anno, cioè nulla.

Ma si è spaventata. Turandosi il naso è tornata a votarlo. Poteva forse votare per i comunisti? Poteva rischiare di mettersi in mano dei tassatori di professione? Non poteva. Non ha varcato la linea di confine. Non si è fidata. Non è rimasta nemmeno a casa. Un milione di indecisi ha deciso di rivotarlo l'ultima settimana, dopo l'annuncio che avrebbe abolito l'Ici. Sapete chi aveva preparato un progetto di legge tre anni fa sull'abolizione dell'Ici? Rifondazione comunista. Non lo sapevate? Incredibile non è vero? Eppure è così. Perfino Visco, sì, proprio Visco, quello che se potesse tassare l'aria che si respira sarebbe al colmo dell'allegria (così lo descrivono a destra), si proponeva di abolire l'Ici.

Naturalmente, in un'economia stagnante se si abbuona un'imposta bisogna trovare altrove le risorse per sostituirla. Oppure si manda in deficit il bilancio e si fanno debiti. Questo la gente "produttiva" lo sa e sa anche che è un gioco che non può andare avanti all'infinito. Infatti per l'Italia non funziona più. Però gli hanno creduto e l'hanno rivotato. Adesso forse si stanno accorgendo che, pur di restare al potere, preferirebbe vedere le piazze in rivolta. Non credo che lo seguirebbero. Va bene abolire l'Ici, ma la guerra civile, quella no. Ma è vero che esiste una questione settentrionale. Non l'ha inventata Berlusconi, ma c'è, c'è da tempo. Fu Bossi a scoprirne l'esistenza una ventina d'anni fa. Purtroppo ne dette una versione estremista e folcloristica, non capì qual era la natura di quella questione. La natura consiste nella perdita di competitività. Nella scarsa innovazione. Nella bassa produttività.

La Confindustria conosceva questa situazione. Ci fece, proprio su questo tema, il convegno di Parma, quello famoso del 2001, nel quale il candidato Berlusconi fu acclamato quando disse: "Il vostro programma è il mio programma" e giù a spellarsi le mani con il presidente D'Amato a dirigere l'entusiasmo generale mentre il candidato Rutelli fu accolto nel silenzio punteggiato di fischi. Che cosa voleva la Confindustria di D'Amato? Riacquistare competitività per l'economia, far crescere le dimensioni delle piccole imprese, uscire dal perimetro familiare. Portarle alla Borsa o almeno nei circuiti superiori del credito bancario. "E' il mio programma" disse il candidato Berlusconi, che ha governato cinque anni con una maggioranza parlamentare di cento deputati e col 30 per cento di voti concentrati sul suo partito.

Cinque anni dopo le dimensioni medie delle imprese non sono aumentate ma addirittura diminuite, siamo a un dipendente e mezzo per azienda. Gli investimenti in ricerca scientifica in termini di Pil sono diminuiti al più basso livello europeo, la competitività del sistema Italia è scesa da quota 27 a quota 43; il passante di Mestre è ancora nel regno dei sogni sebbene la provvista dei fondi necessari fosse stata già assegnata ai tempi del governo D'Alema. Nel frattempo i "furboni del quartierone" hanno prosperato, la finanza ha sostituito l'impresa e il capitale speculativo esentasse ha generato altrettanto capitale speculativo con multipli di dieci se non di cento. Nello spazio di settimane si sono accumulate fortune.

Ma non si tratta di quella decina di ormai ultranoti con altrettante frequentazioni politiche e finanziarie che vanno da Dell'Utri a Grillo; sono molti ma molti di più ad essersi pluri-arricchiti nella nobile arte del denaro che crea denaro esentasse. Però è bastato che Prodi dichiarasse di volerli tassare per far decidere gli indecisi a muoversi. Eppure tutto ciò gli era ben chiaro, è materia loro, è loro esperienza d'ogni giorno, ci si arrovellano su quegli arricchimenti speculativi senza fatica né sudore della fronte. Ciò malgrado l'hanno votato. Al concorrente hanno detto: no, tu no. Ma perché? Perché no.

Io una risposta ce l'ho. L'ho già scritta una settimana fa quando stavamo andando a votare e non si sapeva ancora come sarebbe finita. La mia risposta è questa: metà dell'Italia e forse anche più non si fida dello Stato. Quella è la vera questione di questo paese: non è la questione settentrionale e neppure quella meridionale, ma è la questione dello Stato. Gli italiani non se ne fidano. Invece gli inglesi sì, i francesi sì, gli scandinavi sì, i tedeschi sì e anche gli olandesi, anche i belgi, anche gli austriaci. Del loro Stato si fidano. "My country". In Gran Bretagna, che è il paese più liberale del mondo, i cittadini si chiamano sudditi tanto è il rispetto che hanno del loro Stato.

Di quale nazionalità sei? Ti rispondono: Sono suddito inglese. Con orgoglio. Nello stesso modo, con lo steso orgoglio, un francese ti risponde che è cittadino francese. Da noi non si usa, perché siamo stati per secoli colonia. Vice-reame. Principato tributario dell'Impero. Oppure del re di Francia. Oppure del re di Spagna. Oppure pedina e base della flotta inglese. Oppure il Papa, ma quella è un'altra faccenda ancora più complicata. Lo Stato è il protagonista negativo della nostra storia nazionale. Lui ti vuole fregare e tu lo devi fregare. Cercherai di ottenerne qualche favore, piccolo o grande che sia, ma non ti impegnerai mai con lui, ti impegnerai con chi cercherà di farti avere quel favore e tu apparterrai a lui. Farai parte della sua clientela. Innalzerai la sua bandiera. Non per scelta politica ma per fedeltà alla persona. Eventualmente mascherata da ideologia.

In un'intervista di pochi giorni fa il presidente del Censis, De Rita, ha detto che in Italia non si può fare un programma valido per l'intera nazione ma bisogna modularlo sul territorio. In buona parte De Rita ha ragione. L'ispirazione, la tonalità di un programma deve avere valenza nazionale, ma le diagnostiche e la terapia debbono essere modulate per territorio. Penso che questo farà Prodi. La sua coalizione politica è fragile ma la sua alleanza sociale potrà essere fortissima se sarà capace di incontrare e parlare con le forze sociali rappresentative del territorio. Nessuno può farlo meglio di lui.

Sul territorio il manicheismo attecchisce molto meno. Il famoso confine tra le due Italie sbiadisce. Il sindaco di Bologna è di sinistra, eccome se lo è, ma quel confine l'ha fatto scavallare con i fatti e i comportamenti. Ciampi ha dato l'esempio. Unità, Costituzione e l'Inno di Mameli. Sembravano fisime del vecchio nonno del Quirinale, invece contenevano qualche cosa di più d'un messaggio; contenevano una propedeutica, la vocazione al dialogo nel rispetto fermo delle convinzioni proprie ma anche di quelle altrui. Forse, mentre il Presidente degli italiani, ha irrevocabilmente deciso di non accettare una riconferma che tutti sarebbero lieti di dargli, è venuto il momento di mettere in pratica i suoi insegnamenti: ci sono regole e norme che vanno rispettate, ci sono doveri che vanno adempiuti e diritti che vanno riconosciuti, ci sono prepotenze che non possono essere tollerate. La democrazia non è la corte dei miracoli ma un esercizio paziente in cui non esiste il figlio del professionista diverso da quello dell'operaio, ma tutti debbono avere eguali opportunità di costruirsi una vita e un destino.

(16 aprile 2006)
http://tinyurl.com/n8vr3

venerdì 14 aprile 2006

Il Caimano e le mozzarelle

di Marco Travaglio


Il Caimano c'è: è una brutta bestia, ha sette vite, è risorto un'altra volta dalle sue ceneri. Non c'è la Mortadella, che s'è rivelata una Mozzarella ed è riuscita a resuscitarlo per l'ennesima volta. Quando si vince per meno di 30 mila voti su 30 milioni dopo aver condotto per mesi la campagna elettorale con molti punti di vantaggio, c'è poco da appigliarsi al premio di maggioranza scattato per la Camera. Quando si pareggia contro un centrodestra che ha portato il Paese al più grave disastro della sua storia, c'è poco da recriminare sulla legge elettorale, alias "porcata". Quando al Senato si resta indietro di 300 mila voti e si è costretti a mendicare un voto da un Andreotti e da un Cossiga, c'è poco da sperare in un governo solido e duraturo. Quale che sia la conseguenza tecnico-istituzionale che questo pareggio sortirà nei prossimi giorni e che al momento non possiamo prevedere (questo giornale chiude nella notte tra lunedì 10 e martedì 11 aprile), bisogna onestamente riconoscere che, se il centrodestra è stato bocciato, il centrosinistra non è stato promosso. E farebbe bene a non nascondersi dietro i numeretti e i tecnicismi, ma ad aprire immediatamente un severo e impietoso esame di coscienza. Un governo così indecente, catastrofico e impopolare, dunque così facile da battere, non era mai capitato ad alcuna coalizione in Europa, né probabilmente capiterà mai più. Superarlo di poche migliaia di voti alla Camera e farsene addirittura battere al Senato non è un successo esaltante. E' una magra consolazione, la consolazione dei dannati. L'unico elemento positivo è che Silvio Berlusconi non tornerà a Palazzo Chigi. Per il resto, c'è solo da sperare che il governicchio di Prodi duri il più a lungo possibile. Concentrandosi su pochi obiettivi urgenti, quelli che accomunano le varie anime dell'Unione, e accantonando i temi meno centrali, che la dividono. Circondando Prodi di una scorta umana che lo protegga dalle mire ricattatorie di questo o quel partito. Respingendo le tentazioni di inciucio con l'Udc (il partito di Cuffaro) o addirittura con Berlusconi, il quale non chiede di meglio che sedersi intorno a un tavolo purchessia per "dialogare" e mercanteggiare su qualunque favore in cambio delle solite contropartite giudiziarie e affaristiche. E soprattutto, visto che le prossime elezioni non saranno fra cinque anni ma -temiamo- molto prima, concentrare le energie per una draconiana legge sul conflitto d'interessi. Per evitare di ritrovarci, la prossima volta, il solito uomo solo al telecomando. Intanto, recitare il mea culpa e trarne le conclusioni del caso. Il capitolo delle colpe infatti è piuttosto lungo, quasi quanto le 281 pagine del programma dell'Unione.

1) Mentre il Caimano imperversava in tutt'Italia, su tutti i giornali, su tutte le tv, andando a strappare i voti uno per uno negli angoli più reconditi del Paese, le Mozzarelle si cullavano nella certezza di una vittoria schiacciante (illusi da soloni come il professor Ceccanti, il quale giudicava "matematicamente impossibile" quel pareggio al Senato che puntualmente s'è verificato). Complice il suo monopolio illegale sulle televisioni, la campagna elettorale l'ha fatta il Cavaliere solitario, da solo. Gli altri pensavano ai posti da spartire, alle poltrone da assicurare a mogli, parenti, famigli, amici degli amici.

2) Si sono gettati via molti voti utili, impedendo all'unico valore aggiunto dell'Unione, Romano Prodi, di far fruttare il suo contributo. Al Senato s'è gettata la maggioranza alle ortiche perché il signorino Rutelli ha impedito che anche lì, come alla Camera, si presentasse la lista dell'Ulivo, che alla Camera ha totalizzato molti più consensi della misera sommatoria dei Ds e della Margherita. In entrambe le Camere si sono buttati dalla finestra altre migliaia di voti, sbattendo la porta in faccia alle tante liste civiche che chiedevano soltanto di potersi apparentare alla coalizione: il tutto perché Prodi non ha avuto il coraggio di imporsi e perché i maggiori azionisti della sua alleanza, Ds e Margherita, non volevano rischiare qualche centimetro quadrato del proprio orticello.

3) Si sono pagati prezzi altissimi per inseguire i Pannella e i Capezzone nelle loro bizzarrie, in cambio del modesto 2 e qualcosa per cento della Rosa nel Pugno, il partito tutto mediatico che ha raccolto poco più di quel che avrebbe totalizzato lo Sdi. Si è addirittura corso dietro a nullità come i socialisti di Bobo Craxi, neutralizzando segnali importanti come le candidature di Gerardo D'Ambrosio e Furio Colombo, ignorando offerte di collaborazione di un pezzo importante di intellettualità e società civile, come quello rappresentato da Paolo Sylos Labini, Elio Veltri e Giulietto Chiesa.

4) Ci si è attardati appresso a polemiche ormai sterili sulla legge elettorale-porcata anziché sfruttarla come un'occasione imperdibile per chiamare gli elettori a scegliere i candidati con una grande campagna di primarie, che avrebbe valorizzato e galvanizzato i 4 milioni e mezzo di italiani che erano corsi ai gazebo per "investire" l'aspirante premier.

5 )Si sono così presentate liste a tratti deludenti, a tratti imbarazzanti, con capilista giurassici come Ciriaco De Mita, personaggi inquisiti come Crisafulli in Sicilia e De Luca in Campania, o condannati come Carra della Margherita, o prescritti come De Piccoli della Quercia, escludendo nomi forti come Nando Dalla Chiesa ed esiliando in zone grigie combattenti come Beppe Giulietti.

6) Si è ceduto alla vanità televisiva, assecondando così (con l'eccezione di Prodi) l'ansia di presenzialismo del Cavaliere. Mentre il Professore, giustamente, limitava al minimo le presenze in video per contestare anche visivamente lo scandalo del monopolio in mano al suo avversario, disertando gli studi di Mediaset, gli altri vanesii leader e leaderini facevano a gara a sfidare a duello il Cavaliere, consentendogli di realizzare quel giudizio di Dio, quel referendum pro o contro se stesso che è stato fin dall'inizio lo scopo della sua campagna solitaria.

7) Una tragica sottovalutazione del fattore-tv come vettore di voti, frutto di una vecchia arretratezza culturale e di un'annosa "sindrome da puzza sotto il naso" che porta la sinistra a non comprendere, e dunque a rifiutare uno studio attento delle tecniche di comunicazione televisiva più efficaci. Si pensa che la tv sia un posto da occupare, si piange quando lo occupa il Cavaliere, ma non ci si domanda mai come usarlo quando - sia pure in condizioni di minorità e di impar condicio - se ne dispone. E, soprattutto, si trascura l'effetto devastante della scomparsa dei fatti dalla tv berlusconiana, dell'asservimento dell'informazione con l'espulsione di tutte le voci libere, della sterilizzazione delle notizie e dei temi scomodi. Col risultato di sottoporsi alla demonizzazione berlusconiana a base di accuse false, rinunciando a priori a rispondere con una demonizzazione a base di notizie vere.

8) Gli errori di comunicazione del centrosinistra sono noti, ma solo ora se ne possono apprezzare le devastanti conseguenze nel consentire la rimonta del Cavaliere e nel disperdere il cospicuo vantaggio accumulato per cinque anni fino a due mesi dal voto. Un programma interminabile, verboso e illeggibile. Un messaggio confuso, contraddittorio e cacofonico sul tema cruciale delle tasse, al quale il premier rispondeva regolarmente con un messaggio netto e univoco: il suo. Una squadra di consiglieri e "spin doctor" a dir poco dilettantesca, che non è riuscita a escogitare un solo slogan efficace per dare l'idea del progetto di governo dell'Unione (l'unico messaggio a bucare il video, quello del "cuneo fiscale", non l'ha capito nessuno) o per far sognare la gente. Nemmeno quando è partita la campagna delinquenziale del centrodestra per gabellare il centrosinistra come il governo delle tasse. Il risultato è che Berlusconi era sempre all'attacco, e l'Unione sempre in difesa. Lui la lepre, gli altri gli inseguitori. Lui accusava, loro rispondevano che non era vero. Ma l'agenda la dettava lui per tutti, anche per i suoi trafelati avversari. I quali avrebbero potuto impugnare le bandiere della legalità, della pulizia, della libertà d'informazione, dell'ambiente, insomma di una rivoluzione liberale, invece hanno sprecato il loro tempo a rincorrere la lepre, promettendo moderatismo e continuità a un elettorato ansioso di novità e radicalità.

9) Mentre il Cavaliere s'è concentrato su poche parole d'ordine, rinviando a dopo il voto le fumisterie del partito unico del centrodestra, a sinistra si perdevano energie e tempo prezioso a discettare di Partito Democratico. Un progetto che ricorda sempre più le tragicomiche vicende della "Cosa 2" di dalemiana memoria, visto oltretutto il misero risultato raccolto dai suoi aspiranti fondatori: il deprimente 18 per cento dei Ds, come l'imbarazzante 10 per cento della Margherita, è un ottimo motivo per non riparlarne mai più. E per inventare qualcosa di più appetibile per gli elettori. Magari ripescando l'idea del Grande Ulivo che tante ironie aveva suscitato fra gli strateghi del riformismo senza riforme quando Romano Prodi l'aveva lanciata. Quanti altri fallimenti dovranno collezionare i Fassino e i Rutelli, cioè i grandi sconfitti del 2001, per cedere il passo a qualcuno più vincente di loro? Non dev'essere poi così difficile trovarlo: si parte quasi da zero.

Alla fine dei conti, si ritorna sempre lì: non in piazza Santi Apostoli, ma in piazza Navona. La piazza Navona del febbraio 2002, quando Nanni Moretti, prima di occuparsi dei Caimano, si occupò molto opportunamente delle Mozzarelle. E urlò: "Con questi dirigenti non vinceremo mai". Sarà il caso di replicarlo in tutti i cinema d'Italia, quel film. "Con questi dirigenti non vinceremo mai". Presto o tardi, più presto che tardi, è ora che vadano a casa.


tratto dal n.8 de "la Primavera di Micromega"

giovedì 13 aprile 2006

Il veleno del caimano

di EDMONDO BERSELLI



Ieri è tornato il Caimano. Il giorno prima era apparsa la Salamandra, l'essere che passa indenne attraverso le fiamme. Domani non si sa. Il premier Silvio Berlusconi è andato al Quirinale e ha incontrato il presidente della Repubblica. Dopo le elezioni, e soprattutto dopo un confronto elettorale condotto e finito allo spasimo, non era un incontro di routine. Così come non era di routine l'incontro che nella mattinata Carlo Azeglio Ciampi aveva avuto con Romano Prodi, il capo dell'Unione e prossimo a ricevere l'incarico di formare il nuovo governo.

Al termine della conversazione con il capo dello Stato, durata un'ora e un quarto, Berlusconi ha realizzato uno dei suoi exploit mediatico-populisti. Con un assolo formidabile, ha rivelato di avere espresso al presidente della Repubblica i suoi dubbi sul risultato elettorale. E ha denunciato che ci sarebbero un milione e centomila schede sospette, che sono stati compiuti brogli "unidirezionali", e che insomma il centrosinistra avrebbe rubato la sua strettissima vittoria. Fuori dal Quirinale non ha espresso dubbi, bensì ha manifestato certezze: "Il risultato cambierà", ha affermato, e ai giornalisti ha mostrato il suo miglior sogghigno: "Credevate di esservi liberati di me?".

Ciò che sta accadendo è grave. Il nostro paese non ha alle spalle una storia politica basata sul furto di voti. Il ministro dll'Interno, Giuseppe Pisanu, ha manifestato pubblicamente la sua soddisfazione per il modo in cui si sono svolte le operazioni elettorali. Il capo dello Stato si è compiaciuto per lo svolgimento "ordinato e regolare" dell'esercizio democratico. Soltanto Berlusconi ha di fatto impugnato l'esito del voto. Non si è preoccupato di mettere in estrema difficoltà la massima carica dello Stato, resa partecipe di un complotto mostruoso ordito dai nemici della libertà (e del Cavaliere). Seppure appoggiato assai tiepidamente dai suoi alleati, ha scatenato i suoi uomini in una battaglia virtuale che purtroppo può avere pessime conseguenze reali.

Il milione e passa di schede della vergogna, evocate dalla fantasia pubblicitaria di Berlusconi, esistono soltanto come ultima arma di un uomo assediato che rifiuta la sconfitta. La legge nega la possibilità di un nuovo conteggio, e consente soltanto l'accertamento delle schede contestate. Si tratta di poco più di quarantamila schede, che ragionevolmente si dividono con una certa equità fra i due schieramenti, e che quindi non possono alterare il risultato del voto popolare. In ogni caso, come ha dichiarato Marco Follini, non è il caso di "soffiare sul fuoco", visto che "dal Viminale alle Corti d'appello e alla Cassazione ci sono istituzioni che garantiscono tutti".

Preso atto di tutto questo, sarà bene che le magistrature preposte agli accertamenti concludano il loro lavoro prima possibile, per spazzare via ogni dubbio e sospetto. La democrazia italiana non può vivere sotto l'ombra di un risultato pasticciato. Ed è proprio questo che Berlusconi sta facendo: sta creando una delle sue realtà virtuali, un altro dei suoi "fattoidi", che scaraventa sulla situazione politica e civile italiana provocando fibrillazioni e inquietudine.
La risposta di Romano Prodi dalla festa di Bologna, "deve andare a casa", è un esorcismo insufficiente. Se il Caimano ha deciso di avvelenare il periodo post-elettorale, occorrono risposte ferme in primo luogo dalle istituzioni. Dal ministro Pisanu, per esempio, che dovrebbe dare un contributo ulteriore alla serenità dell'opinione pubblica. Ma c'è un aspetto ulteriore che va considerato: il marketing da guerriglia civile che Berlusconi ha inaugurato, rischia di lasciare sull'Italia una macchia. Per salvare la sua leggenda di invincibilità, il premier non esita a rovesciare il banco, o a minacciare di farlo.

Tuttavia non è proprio il caso che sull'Italia evoluta e disincantata del 2006 permanga un'ombra mitologica, per certi versi simile a quella del referendum costituzionale del 1946. Di fronte a un uomo che è incapace di perdere, che ha usato ogni strumento per avvelenare i pozzi, che ha cambiato la legge elettorale per impedire la vittoria degli "altri", i "comunisti", occorre che anche i suoi alleati, i più ragionevoli, i più corretti istituzionalmente, prendano posizione senza paure o esitazioni. Perdere le elezioni non è un dramma. Ma il Caimano sta trasformando una sconfitta politica in un evento sudamericano, ed è angosciante il pensiero della lunghissima transizione all'insediamento del nuovo governo. C'è qualcuno nella Casa delle libertà che voglia dare un contributo alla sicurezza psicologica e civile del paese? In caso contrario qualcuno dovrà assumersi la responsabilità di avere consentito che una normale alternanza politica si stia trasformando nella battaglia disperata e finale di un uomo non abituato a lasciare la presa sulla "roba" che crede sua e solo sua.


(13 aprile 2006)
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Fine della corsa per il padrino

indipendent

"Fine della corsa per il padrino": con un titolo che gioca con l'arresto di Bernardo Provenzano, "The Independent" dedica un lungo articolo alla fine dell'era del 'Cavaliere' dopo le elezioni del 9 e 10 aprile e alla cattura del 'capo dei capi'. "Il fatto che un'era sia finita - scrive il quotidiano britannico - e' stata sottolineata dalla straordinaria notizia, appena sette minuti dopo che la sconfitta di Berlusconi e' apparsa certa, che il mafioso piu' ricercato della Sicilia...era stato arrestato".

venerdì 7 aprile 2006

The Economist

economist

Ecco la copertina della edizione europea (domani in edicola) del prestigioso settimanale britannico. Sotto la scritta "Basta", in italiano, l'invito in inglese agli italiani di "licenziare Berlusconi". Sul settimanale, anche un lungo articolo, dal titolo: "Una triste storia italiana". Per questo numero, che esce alla vigilia del voto, è stata aumentata la tiratura per il mercato italiano

Un finale da Caimano

di CURZIO MALTESE


È il destino dei demagoghi assomigliare nel finale alle loro caricature. L'ultimo Berlusconi non ricorda ma è il Caimano. Un uomo di potere messo all'angolo, stravolto dalla rabbia, deciso a trasformare la sua probabile sconfitta con una tragedia nazionale. Un personaggio dunque molto pericoloso. Senza saperlo, senza neppure averlo visto, il premier ripercorre l'ultima scena del film di Moretti, incita all'eversione e fugge inseguito dai fuochi di un incendio sociale da lui evocato. La differenza non è nel copione ma nei sentimenti che suscita nel pubblico. Il Berlusconi vero è assai più inquietante di quello rappresentato nelle sale. L'emozione, il sentimento e il risentimento sono del resto i protagonisti di questa assurda campagna elettorale.

Silvio Berlusconi ha smesso da tempo di parlare di politica, ha abbandonato il discorso agli altri, come se su quel terreno non si aspettasse più di convincere nessuno, per fare appello alla sola emozione. Anzi, a un'emozione sola, la paura. In questo è ancora bravo. Anche quando non aveva nulla da dire ai cervelli, e gli è capitato spesso, il Cavaliere è sempre riuscito a comunicare di viscere ciò che sentiva nel profondo. È il suo talento maggiore.

Ai tempi della discesa in campo comunicava fiducia, ottimismo, speranza, voglia di successo. Era tutto quello di cui anche l'Italia uscita da Tangentopoli aveva bisogno. Non si trattava però di semplice calcolo, di un algido marketing politico con le parole d'ordine e gli slogan calibrati sui sondaggi. Non avrebbe funzionato così bene. Quei sentimenti Berlusconi li provava davvero, in prima persona.
Da qualche mese Berlusconi è in preda a una sconfinata paura, all'angoscia di perdere, a una sensazione di fallimento e impotenza. Reagisce come può un immenso narciso, con la negazione, la rabbia, l'insulto. Il populismo finisce sempre con il disprezzo per il popolo. Ma questo ha in corpo l'ultimo Berlusconi e questo soltanto riesce a esprimere, in ogni occasione, anche quando si sforza di sorridere, di recuperare in extremis l'immagine sognante, il sorriso, le promesse. Il dito puntato sullo spettatore alla fine dell'appello, dopo aver promesso l'abolizione dell'Ici e chissà cos'altro, voleva essere un gesto di sicurezza e fiducia. E invece è suonato allo spettatore per quello che era: una minaccia.

Da settimane quel dito è puntato contro tutto e tutti.
Avversari e alleati, stampa italiana e straniera, imprenditori e magistrati. L'altro giorno l'ha puntato contro l'intero popolo italiano nella più grottesca minaccia politica mai ascoltata: se non mi votate siete dei coglioni. Certo, si è reso conto perfino lui che si trattava di una strada non percorribile. Allora è tornato al vecchio repertorio, le toghe rosse, il complotto del mondo intero, i brogli elettorali, il comunismo. Nessuno però più ascolta le parole, neppure i suoi elettori. Tutti guardano l'espressione, il volto, i gesti, e colgono il messaggio di paura. È un messaggio efficace, che passa e "buca" il video. Non s'era mai vista una vigilia elettorale così cupa, quasi plumbea, con un tale carico insopportabile di tensione.
Ragioni concrete, a voler ragionare un poco, non ne esistono. Il paventato pericolo di una vittoria delle sinistre dovrebbe far ridere. Il centrosinistra in Italia ha già vinto dieci e non cento anni fa, ha governato senza requisire le case e abbeverare i cavalli a San Pietro, ha perfino permesso l'ulteriore arricchimento dell'uomo più ricco del Paese, ha infine assistito serenamente e quasi con sollievo allo sfinimento di molti processi a carico di Berlusconi, con i reati caduti in prescrizione, senza tramare né tanto né poco con le fantomatiche toghe rosse.

Semmai ha esagerato in fair play. Nel timore che ogni azione potesse apparire una vendetta, il centrosinistra ha evitato di portare a termine una sacrosanta legge sul conflitto d'interessi, una necessaria liberalizzazione del sistema televisivo e una decente riforma di quello che oggi è il sistema di giustizia più classista dell'Occidente. Gli italiani tutti, Berlusconi compreso, hanno insomma poco da temere da un futuro governo Prodi e infatti la maggioranza non sembra aver paura di un centrosinistra vittorioso. Una parte crescente di opinione pubblica, non soltanto a sinistra, comincia piuttosto ad aver paura di un Berlusconi sconfitto. Timore di come un personaggio in questo stato psicologico, dotato di un grande potere e abituato ormai a farne un uso eversivo, potrà reagire la sera dell'11 aprile. Sarà disposto a farsi "licenziare" dagli italiani, come l'Economist ci suggerisce di fare? Accetterà di abbandonare il potere come un normale politico democratico?

È l'inquietudine che percorre il film di Moretti e soprattutto la fosca conclusione. Può darsi che sia anche questo un sentimento eccessivo ma non è infondato. Di tanti sogni, dell'avventura berlusconiana rimane alla fine questo piccolo incubo: il colpo di coda del caimano.

(7 aprile 2006)
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giovedì 6 aprile 2006

Legge... oh, pardon

di Marco Travaglio



Consigliamo ai leader dell'Unione di prendere qualche appunto su quel che sta avvenendo sulle reti Mediaset in questi giorni. Per evitare di scordarsene un'altra volta, quando dovranno metter mano alla legge sul conflitto d'interessi. Bellachioma si autoinvita a Canale5 presso Toni Capuozzo, il lottatore continuo dell'ultrasinistra poi passato al craxismo e ora al berlusconismo, che subito gli allestisce uno «Speciale Terra», come già nel 2001, quando intervistò Dell'Utri perché spiegasse che brava persona era Vittorio Mangano e quanti cavalli accudisse ad Arcore. Poi il niet dell'Authority presieduta da un tizio nominato da Bellachioma, dunque comunista, e il trasloco improvvisato di Bellachioma alla Fiera di Roma (per la serie: il Mercante in Fiera). Intanto, su Rete 4, quell' Emilio Fede che tanti a sinistra trovano simpatico allestisce la sua personale par condicio con le riprese trionfali delle convention di Bellachioma, appaiate (nottetempo) alle immagini sgranate del discorso di Prodi all'associazione marmisti ripreso a chilometri di distanza, di spalle, da telecamere amatoriali affidate a malati terminali di Parkinson. E Irene Pivetti, già presidente del Senato per volontà di Bellachioma e stipendiata da Bellachioma, dopo aver intervistato in ginocchio Bellachioma con l'ausilio di vari salariati di Bellachioma, aggredisce Enrico Letta che ha osato ricordare di esser ospite di una rete di Bellachioma. Titolo del programma: «Liberi tutti».
Sacrosantamente Prodi ha deciso di evitare comparsate in casa Bellachioma: «A Mediaset non vado, ho il diritto di scegliere». Il che fa urlare al «regime» Confalonieri, il quale non considera regime possedere tv e occuparle militarmente: considera regime non possederle e non occuparle.

Così, in pochi giorni, sono evaporati i pur encomiabili sforzi del Platinette Barbuto, promotore di un memorabile appello per la salvaguardia del conflitto d'interessi del suo datore di lavoro, con le prestigiose firme di Piero Ostellino e Massimo Teodori: due «liberali» talmente liberali che in ogni loro articolo devono ripetere di essere liberali, altrimenti non ci credono nemmeno loro. Il Trio Lescano s'era appellato all'Unione per scongiurare il presunto «esproprio» prossimo venturo di Mediaset da parte dell'imminente governo bolscevico, col decisivo argomento che cosa fatta capo ha. Sta provvedendo Mediaset a mostrare agl'italiani a ogni ora del dì e della notte cos'è il conflitto d'interessi.

Naturalmente nessuno ha mai proposto di espropriare Mediaset. C'è chi, come il terzinternazionalista Giovanni Sartori, propone l'incompatibilità fra cariche pubbliche e proprietà di mass-media; chi, come i leader dell'Unione, si accontenta del blind trust, cioè di un fondo cieco dove parcheggiare le azioni dell'imprenditore che fa politica; chi, come D'Alema, suggerisce al Cavaliere di spogliarsi delle sue tv passandole ai figli. In realtà è stato Confalonieri, che ci capisce, a ripetere più volte che il blind trust non serve a nulla quando si tratta di tv, e che l'unica soluzione sarebbe la vendita.
Ed è stato lo stesso Bellachioma ad annunciare infinite volte che avrebbe venduto le sue tv. Imporgli un tetto antitrust di una rete (il massimo consentito nelle democrazie vere) costringendolo a cederne due non sarebbe un sopruso: sarebbe un tardivo adeguamento alle regole vigenti nel resto d'Europa e negli Usa. Imporgli poi di scegliere fra la vendita anche della tv rimasta (ovviamente non a parenti o prestanomi) e il ruolo di parlamentare o premier o ministro o sindaco o assessore non sarebbe un esproprio (anche perché l'acquirente lo deciderebbe il venditore e il ricavato andrebbe a lui). Sarebbe, semplicemente, il rispetto di una legge dello Stato che è difficile definire "ad personam" visto che entrò in vigore il 30 marzo 1957 (Bellachioma aveva 19 anni), ed è ancor più arduo definire comunista visto che a volerla fu Mario Scelba. È la legge 361, «Testo unico delle leggi elettorali». Articolo 10: «Non sono eleggibili... coloro che in proprio o in qualità di rappresentanti legali di società o di imprese private risultino vincolati con lo Stato per contratti di opere o di somministrazioni, oppure per concessioni o autorizzazioni amministrative di notevole entità economica, che importino l'obbligo di adempimenti specifici, l'osservanza di norme generali o particolari protettive del pubblico interesse, alle quali la concessione o la autorizzazione è sottoposta». Per esempio, i concessionari di frequenze televisive. Per esempio, Bellachioma. Ci scusiamo sin d'ora per aver citato una legge dello Stato. E soprattutto per aver avuto la coglionaggine di usare espressioni volgari e superate come «legge» e «Stato».

da l'Unità

mercoledì 5 aprile 2006

Vauro

vignetta
Il manifesto, 5 Aprile 2006

martedì 4 aprile 2006

Berlusconi perde la testa e offende gli italiani che votano per il centrosinistra

Berlusconi_1"Ho troppa stima dell'intelligenza degli italiani per pensare che ci siano in giro così tanti coglioni che possano votare contro i propri interessi". (clicca qui per vedere il video)

Così il presidente del Consiglio Silvio Berlusconi, intervenuto oggi alla Confcommercio, ha apostrofato i cittadini che si accingono a votare domenica prossima.
Parole "usate con ironia", secondo il premier, dette con il "sorriso sulle labbra".

Non c'è da offendersi, insomma.
Tanto più che tantissimi blogger hanno colto l'occasione per prendere posizione, orgogliosi di essere -oni. Tu come la vedi?

AUTOCERTIFICAZIONE
Se credi, firma la petizione online

Foto COGLIONE? NO, ORGOGLIONE
Scarica e stampa il .pdf

domenica 2 aprile 2006

«Mister Berlusconi, ho visto il suo album e mi sento sfruttato»

Bono, leader degli U2, al Cavaliere: non è vero che aiutate i Paesi poveri.
L’Italia è ultima



Mr Berlusconi, per quanto lusingato possa sentirmi nel comparire nella Sua brochure, mi sento anche un po’ sfruttato. Le scrivo per cercare di precisare la posizione mia e del Suo governo riguardo i Paesi più poveri e quello che tutti noi potremmo ancora fare per aiutarli. A pagina 79 sono ritratto al telefono mentre mi congratulo con Lei per «le attività promosse dal Governo italiano in aiuto dei Paesi poveri».

Ricordo una nostra conversazione in cui Lei si impegnava a sostenere e a implementare le decisioni del G8 per la cancellazione del debito dei Paesi che necessitavano di quel denaro per la salute e l'istruzione dei loro cittadini più bisognosi. La campagna per la cancellazione del debito, lanciata da Giovanni Paolo II unitamente ad altri, è stata uno dei grandi movimenti degli ultimi 50 anni e sono felice di poter constatare che, malgrado tutte le carenze nella realizzazione, circa 290 milioni di persone ora hanno una speranza. Il denaro proveniente dalla cancellazione del debito sta già portando grandi cambiamenti: in Uganda il numero di bambini che frequentano la scuola è quasi triplicato; in Tanzania è raddoppiato e in Mozambico milioni di bambini sono stati vaccinati.

La cancellazione del debito, tuttavia, non risolve i problemi di quel miliardo di persone che vivono con un dollaro al giorno. È solo un inizio. Per sradicare veramente la povertà estrema è necessario un approccio più completo su più fronti. È necessario intervenire sugli squilibri commerciali; occorre garantire l'accesso a farmaci meno costosi per combattere l'Aids, la più grave crisi sanitaria degli ultimi 600 anni (6500 decessi e 9000 nuovi casi al giorno in Africa). La malaria, malattia mortale causata dalla puntura di zanzara (in Africa 3000 decessi al giorno, soprattutto bambini), è oggi un problema di facile soluzione. Nella regione del Lubombo, in Africa meridionale, gli aiuti del Global Fund, a sostegno delle misure governative locali, riscuotono successo nella lotta contro questa malattia. Ora occorre estendere iniziative di questo genere all'intero continente.

Queste persone muoiono per il motivo più stupido, Signor Presidente. Muoiono per mancanza di denaro. Tragicamente, negli ultimi anni sotto questo governo, l'Italia è diventata l'ultima della classe tra le 22 nazioni più ricche del mondo, per la spesa pro capite a favore del Terzo Mondo. So che gli italiani non gradiscono arrivare ultimi. E di certo non piace nemmeno a Lei, Signor Presidente. Questa non è l'Italia che conosco e che amo. Gli italiani sono il popolo più generoso che io abbia mai conosciuto; come pubblico, come amici, sanno essere calorosi e generosi come nessun altro. C'è un accordo, firmato al G8 a Gleneagles, in Scozia, che stabilisce un'inversione di rotta in questo mare di indifferenza (non parlo solo dell' indifferenza dell'Italia, ma di quella del mondo intero): l'Europa ha promesso di aumentare gli aiuti ai Paesi poveri fino allo 0,5% del Pil entro il 2010 e allo 0,7% entro il 2015, cioè meno di 1 centesimo per ogni euro, in dieci anni. Per l'Italia significherebbe più che raddoppiare l'attuale entità degli aiuti entro il 2010. In questo modo milioni di vite saranno salve. La Sua firma, accanto a quelle di Chirac, Blair e Bush appare su quel comunicato dello scorso anno.

Se l'impegno è reale e la Sua firma attendibile, allora il mondo vuole capire come l'Italia intende raggiungere questo obiettivo. Sarei profondamente onorato di vedere il mio nome nel manifesto di un leader con programmi chiari per mantenere le sue promesse fatte ai Paesi più poveri. Per ora Lei non ha offerto nessun chiarimento, anche se fortunatamente c'è ancora tempo. In mancanza di programmi chiari, queste restano promesse vane. E mentre per me questo è solo un dispiacere, per le persone che io e tanti altri sosteniamo, è una questione di vita o di morte. In attesa di una Sua cortese risposta,
(traduzione a cura dell’Università Iulm)
Bono
02 aprile 2006

http://www.corriere.it/Primo_Piano/Politica/2006/04_Aprile/02/bono.shtml

Se in tv parlasse la gente comune

di Enzo Biagi


Ci sono volte, che prima di scrivere, penso alla reazione di qualche lettore se mi metto ad affrontare certi argomenti. Parliamoci chiaro: non vorrei che, leggendomi, facessero gli scongiuri. Ma è inevitabile. Purtroppo, pensando agli ultimi cinque anni, quanto sto per dire è una ripetizione: ad aprile ennesimo aumento di luce e gas, ed è il più alto rincaro dal gennaio 2000. La responsabilità in primo luogo è sicuramente dell’«oro nero», il petrolio, ma anche della passata emergenza gas, e di come è stata mal gestita. Basta andare a controllare i verbali dell’Authority per l’energia. Morale: le famiglie, nel 2006 si troveranno a pagare 40-50 euro in più. La legge della zucchina, come qualcuno l’ha definita, ha colpito ancora. Mi spiego.

Nelle serate televisive che ci stanno accompagnando al voto del 9 aprile, assistiamo ad almeno uno scontro epico quotidiano, qualche volta anche a due, prima e seconda serata. I contendenti sono sempre gli stessi, manca il vero protagonista: la gente comune, quella che è vittima tutti i giorni al mercato della suddetta legge della zucchina. Per chi non avesse capito, l’ortaggio è raddoppiato due o tre volte e, addirittura, se andiamo a vedere le mense degli ospedali, è sparito dal menu del paziente. Non c’è legge dei numeri che tenga. Quando l’«arzdora» paga, scatta la sentenza e la borsa della spesa è sempre più vuota.

Penso che la violenta campagna elettorale di Silvio Berlusconi che non perdona nessuno, neanche l’alleato Casini, abbia un’unica strategia, quella di impedire al Paese di affrontare i problemi reali: si parla di bambini bolliti, magistrati fiancheggiatori della sinistra, coop criminali e politici ex mangiapreti. Cioè si parla di niente.


02 aprile 2006

http://tinyurl.com/mapha

mercoledì 29 marzo 2006

Candidati gay, lesbiche e trans pronti per il via

Ds, Verdi, Rosa nel Pugno e Rifondazione mettono in lista figure di spicco.
Franco Grillini: "La rappresentanza in Parlamento crescerà"

Di Delia Vaccarello


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Candidati gay e lesbiche ai nastri di partenza per le elezioni del nove aprile. Dai Ds, ai Verdi, a Rifondazione, alla Rosa nel Pugno, i nomi sono diversi, alcuni di elezione certa, altri inseriti nelle liste a dimostrazione per l'elettorato che i partiti tengono in conto le istanze del mondo omosex e trans, ovvero della comunità che si riconosce nella sigla glbt (gay,lesbiche, bisex e trans). Il pacchetto di voti non è di poco conto: si stima che oscilli intorno ai tre milioni. Vediamo dunque i nomi in lizza. Ma, ricordate: nella scheda non si possono esprimere le preferenze , pena l'annullamento. Conoscere i nomi dei candidati serve comunque a capire le intenzioni dei partiti che li candidano. Elezione "blindata" per Franco Grillini, candidato dai Ds in Lombardia, che ha alle spalle cinque anni alla Camera, durante i quali ha presentato 18 proposte di legge, tra cui l'ormai notissimo Pacs, e ha totalizzato 21.727 presenze in aula, piazzandosi tra i parlamentari più assidui. L'"omorevole", come ama definirsi scherzando, fa un confronto tra il 2001 e adesso, a tutto vantaggio del presente: "Cinque anni fa le possibilità di vincere erano ridotte al minimo. Oggi c'è la certezza di un aumento della rappresentanza glbt in Parlamento. Almeno di quella che ha fatto il coming out. Dovrebbe essere possibile sostenere i diritti dei gay". Niente più lotta di piazza, allora? "Al contrario, dopo le elezioni il movimento dovrà farsi sentire ancor di più. E la prova sarà il Pride di Torino". Riconferma piena anche per Titti De Simone, parlamentare di Rifondazione, prima lesbica dichiarata e attivista eletta in Parlamento nel 2001. Ha al suo attivo la presentazione di proposte di legge a favore dei diritti delle persone omosex e trans: sulle unioni civili, per introdurre norme antidiscriminatorie nel lavoro, per modificare in termini avanzati l'attuale normativa sul cambio di sesso, per il diritto di asilo alle persone omo che fuggono da paesi in cui l'omosessualità è punita e repressa. Per la De Simone il governo spagnolo è un modello: è prima firmataria di una proposta di legge di riforma del diritto di famiglia che mira a introdurre nel nostro ordinamento le norme varate dal governo Zapatero, fra cui il matrimonio fra omosessuali e l'adozione per gay e lesbiche. Ds e Rifondazione schierano anche altri nomi. Il partito di Bertinotti ha lanciato la candidatura transgender di Vladimir Luxuria, artista e persona di spettacolo. Foggese di nascita e romana d'adozione, è al secondo posto, subito dopo Fausto Bertinotti, nella lista alla Camera di Rc, riscuotendo applausi e critiche. All'interno del movimento, mai facendo mancare la stima per l'artista, alcuni avrebbero preferito una persona più ferrata sul piano delle leggi e delle dinamiche del dibattito politico, mentre la destra, dal canto suo, ha sbeffeggiato in più occasioni la candidatura di Luxuria attingendo al campionario dei pregiudizi. Di fatto, Vladimir Luxuria ha retto una campagna elettorale non facile, mostrando capacità di non cadere nella trappola delle provocazioni. In parlamento, poi, verrà confermata la presenza di Alfonso Pecoraio Scanio per i Verdi, bisex dichiarato. Ancora, Ds ed Rc indicano nelle loro liste nomi di rilievo sulla scena omosex. Alessandro Zan, Vanni Piccolo, e Agata Ruscica vengono candidati dalla Quercia. Rosi Castellese da Rifondazione. Vanni Piccolo, membro della segreteria regionale Ds ed esponente storico del movimento gay a Roma, è candidato per il Senato. Zan è nelle liste della Camera. In prima fila nell'organizzazione del Padova Pride, dal 2003 Zan è coordinatore della campagna un "Pacs avanti", e dunque responsabile insieme ad altri di tutte le iniziative volte a sensibilizzare l'opinione pubblica. Sua l'idea di celebrare il "pacs dei politici" in piazza Farnese lo scorso gennaio alla presenza del giudice della Corte di Cassazione, Giovanni Palombarini. Tra le coppie presenti sul palco c'erano Agata Ruscica e Angela Barbagallo. Insieme da oltre 25 anni, promotrici di una serie di iniziative per il riconoscimento della loro unione affettiva anche all'anagrafe, sono un esempio chiaro di necessità di riconoscimento dei diritti all'interno delle coppie di fatto. "Sono orgogliosa di questa candidatura e imposterò la campagna elettorale sui diritti - dichiara Agata che corre per il Senato nella lista Ds della Sicilia orientale -. Credo che candidare una donna gay in Sicilia sia stato un messaggio forte, in una terra dove impera il macismo. È una candidatura che parla all'immaginario collettivo e fa intravedere altri modi di essere e di vivere". Ma Agata non è sola. A Palermo Rifondazione candida Rosi Castellese, "la pasionaria delle tematiche glbt" nella città di Santa Rosalia. Presidente arcilesbica di Palermo, il suo nome compare in una lista, tiene a precisare, che "candida ed elegge il 40 per cento delle donne". Anche i Verdi hanno indicato altri nomi: per il Senato Gianpaolo Silvestri che, tra i fondatori dell'Arcigay, ha scritto "Omosessuale è naturale", titolo ripreso da manifesti adesivi di impatto con il sole che ride associato all'omosessualità; per la Camera Fabio Croce, scrittore ed editore romano di letteratura gay, impegnato da sempre per l'affermazione dei diritti civili delle minoranze sociali e delle persone glbt. Infine Marcella Di Folco, alla testa del Mit, Movimento italiano transessuali, figura di spicco della comunità, è candidata per Palazzo Madama. La Rosa nel Pugno segnala con i nomi in lista l'attenzione rivolta all'elettorato gay e il sostegno ai Pacs in vista di un impegno futuro. Schiera nel Veneto Michele Breveglieri; nel Lazio al Senato, al sesto posto, Maria Gigliola Toniollo, dal '92 dentro la Cgil in prima fila sul fronte dei "nuovi diritti" di omosex e trans, di notevole preparazione giuridica; alla Camera candida Enzo Cucco, coordinatore del Torino Pride, e Luca Trentini, presidente Arcigay di Brescia, ex seminarista, allontanato perché gay.


http://www.gaynews.it/view.php?ID=36880

domenica 26 marzo 2006

Newsweek: i guasti di Berlusconi peseranno per anni sull'Europa

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Dall'amico americano, certo, il Berlusconi non si sarebbe aspettato un tiro mancino come questo, proprio a ridosso delle elezioni. L'edizione europea del settimanale Newsweek lo sbatte in copertina con una faccione accigliato e un titolo cattivo: Why Silvio Isn't Smiling, perché Silvio non ride. All'interno, in un lungo articolo su «ascesa e caduta di Berlusconi», la rivista statunitense fa un'analisi della sua esperienza politica sottolineando come questi cinque anni alla guida del governo italiano abbiano soprattutto fatto male all'Europa. «Il pericolo reale che l'Italia di Berlusconi pone per l'Europa è economico. Durante il suo governo la quarta economia d'Europa è diventata l'anello debole dell'unione. Da un già anemico tasso di sviluppo del 1.8% l'italia ha rallentato sino allo 0.0.%. Niente!...». E Newsweelk conclude: che Berlusconi «vinca o perda, l'Europa dovrà fare i conti con lui e col suo lavoro per molti anni a venire».

Ma i giornalisti americani non sono poco convinti che Berlusconi possa farcela: «la macchina politica di Berlusconi è allo sfascio. Il suo primo dibattito televisivo è stato un disastro. La sua coalizione e il suo governo sono fuori controllo. Berlusconi sta attaccando ormai anche la grande impresa - nocciolo dei suoi sostenitori ieri - sempre più preoccupata per quel che sembra l'inarrestabile declino italiano. Ma mentre molti dei mali che affliggono l'Italia possono essere attribuiti al suo fiammeggiamente primo ministro, quelli più seri e che maggiormente minacciano il resto d'Europa sono destinati a durare indipendentemente da chi vincerà le elezioni».

La conclusione dell'articolo è sconfortante, non tanto per il premier, quanto per gli italiani e per il suo successore: «Le sue fughe e le sue figuracce sono state per troppo tempo un diversivo per i sempre più gravi problemi dell'Italia. Le difficoltà del Paese sono così formidabili che il suo successore dovrà essere quasi un superuomo per poter superare».


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I moderati immaginari alla corte di re Silvio

di EUGENIO SCALFARI



IL DIBATTITO sull'importanza politica dei moderati italiani prese il via a partire dalla primavera del 2004. Da allora è ininterrottamente proseguito. Siamo alla primavera del 2006, mancano esattamente due settimane alle elezioni e quel dibattito è ancora in corso. Non pare abbia dato molti frutti per una serie di ragioni: equivoci lessicali, interessi e furberie politiche, pigrizia intellettuale, luoghi comuni mediatici.

Ho partecipato anch'io a quel dibattito in varie occasioni e in particolare con tre articoli su "Repubblica" rispettivamente dell'8 luglio e del 27 ottobre 2004 e del 21 agosto 2005, cercando di chiarire gli equivoci lessicali, mettere in luce gli interessi economici e politici che usano il termine "moderati" per dritto e per rovescio e spronare gli intellettuali a scuotersi dalle loro pigrizie. Direi con scarso successo. Visto l'esito avevo quindi deciso di abbandonare il tema e arrendermi all'uso così confuso e spesso contraddittorio del termine "moderati".

Confesso che a volte è piacevole arrendersi, specie quando non è in gioco l'onore, l'onorabilità. Farsi cullare dal luogo comune può essere refrigerante, mettere il cervello in letargo è un modo come un altro di conoscere la beatitudine passiva. "Passivity rule", termine finanziario anglosassone molto apprezzato nei casi di Opa di incerta soluzione.

In questa nuova e arresa disposizione d'animo mi aspettavo che dopo la sortita del presidente del Consiglio al convegno confindustriale di Vicenza i moderati italiani manifestassero la loro presenza inviando un qualche messaggio con voce sia pur moderata ma chiara e netta. Gli elementi per attendersi questa reazione c'erano tutti: plateale violazione di regole in casa d'altri, interferenza altrettanto plateale del capo del potere esecutivo (cioè di una delle maggiori cariche dello Stato) nella vita di un'associazione privata, accuse pubbliche e facinorose contro la stampa, la magistratura, l'opposizione parlamentare, le Università, le persone della cui ospitalità stava fruendo in quel momento.

Uno spettacolo purtroppo conosciuto ma mai ancora verificatosi in un luogo - la Confederazione degli industriali - che dovrebbe essere almeno in teoria il tempio, il sacrario del moderatismo politico. I moderati - pensavo - non avrebbero retto a quello scempio, a quell'estremismo politico oltreché verbale che non trova riscontro in nessuna democrazia liberale che conosciamo. Perciò aspettavo con fiducia. Ebbene, non è accaduto assolutamente nulla. Non si è sentito un fiato.

Anzi: la presidenza confindustriale ha emesso un commento severo nei confronti della sortita berlusconiana, ma poi ha dovuto chiudersi a riccio sotto le proteste dei piccoli industriali del Nordest (e non solo del Nordest) imponendo il silenzio stampa a tutte le associazioni confederate; Della Valle, insultato dal presidente del Consiglio in quello stesso convegno vicentino e privato a forza di fischi del diritto a rispondere, si è dimesso dal direttivo confederale per potersi difendere "senza compromettere l'associazione".

I "moderati" che seguono Casini non hanno emesso verbo. Quanto al loro leader, ha detto che lui preferisce discutere di problemi concreti e non farsi coinvolgere in polemiche. E questa dichiarazione è stata considerata come il ruggito d'un leone nei confronti del leader massimo. Fini ha mantenuto un "aplomb" da fare invidia alle statue di cera del museo Grévin. In compenso i suoi colonnelli La Russa e Gasparri, berlusconiani onorari, si sono allineati ai colleghi di Forza Italia, i soliti, osannanti al colpo di teatro vicentino.

Questi sarebbero gli esponenti economici e politici dei moderati italiani: imprenditori come l'ex presidente di Confindustria, D'Amato, leader politici come Casini e Cesa, quadri dirigenti di Forza Italia. Quanto al partito di Alleanza nazionale, da tempo si sta riaccendendo nel cuore di molti di loro la fiamma missina, quindi non c'è da stupirsi.

Passi comunque per gli apparati: guardano alle elezioni e non hanno spazio per pensare ad altro. Ma i moderati? I moderati di base? La gente comune che si ritiene moderata? Quelli che coltivano il buonsenso, le buone creanze, la tolleranza, il giusto mezzo, il centrismo come luogo santo, il rispetto delle istituzioni? Dove sono finiti? Queste domande mi hanno scosso e mi hanno suggerito questa proposizione: i moderati in Italia non esistono. Non sono mai esistiti.

Esistono i conservatori. Gli indifferenti. Gli antipolitici. Gli anarco-individualisti. Anche i trasformisti. Anche i doppiogiochisti. Ma i moderati nel senso di liberal-democratici, quelli no, non ci sono o sono quattro gatti. Quei pochi, semmai, stanno nel centrosinistra. Sono quelli che si riconoscono in Ugo La Malfa, nei fratelli Rosselli, in Turati, in Norberto Bobbio e Vittorio Foa, e nei quali non fa affatto schifo di essere in compagnia politica con i cattolici della Margherita, i diessini di Fassino e D'Alema. Di avere Prodi come leader e di guardare a Ciampi come il solo punto di riferimento istituzionale poiché i capi delle altre istituzioni hanno fatto fagotto. Insomma il popolo riformista.

Ci potrebbe anche essere un riformismo moderato. In molti Paesi esiste e anzi vigoreggia. Ma da noi no perché da noi i moderati sono un'invenzione verbale. Da noi, parliamoci chiaro, non esiste la borghesia. Quella che fece le Cinque giornate milanesi del '48. Quella dell'illuminismo riformatore dei fratelli Verri e di Beccaria. Quella delle riforme agrarie nella Toscana e nell'Emilia. Dei setaioli e dei cotonieri che eleggevano a Biella Quintino Sella. Insomma la borghesia cavouriana che fondò lo Stato perché era portatrice di valori e di interessi.

Purtroppo quella borghesia non ha attecchito per lungo tempo. Durò poco più di un batter di ciglia. Fu seppellita dal fascismo. La Dc di De Gasperi la riportò in vita con una sorta di respirazione bocca a bocca, ma era una piccola borghesia del pubblico impiego, ceto medio del terziario, coltivatori diretti in fase di smobilitazione. Tenuti insieme dall'assistenzialismo pubblico e dalle braccia protettive di Santa Romana Chiesa.

Moderati? Cosiddetti. Conservatori? In parte. Apolitici? In maggioranza. Il gruppo dirigente Dc li trattenne al centro. Riuscì addirittura a portarli all'alleanza con i socialisti. Poi, tendendo ancora di più l'elastico, all'"attenzione" amichevole verso il Pci. Ma nel momento del "liberi tutti" dopo Tangentopoli, rotte le righe che li trattenevano, gran parte di loro rifluirono a destra. Con Casini? Solo le briciole. Il grosso si riconobbe senza sforzo alcuno in Berlusconi. Nella tv delle ballerinette, del Grande Fratello e dell'Isola dei Famosi. Nell'Italia raccontata da Nanni Moretti con ironia e dal Bagaglino con convinto candore.

Ci sarà anche del buono in quest'altra metà della mela italiana; anzi certamente c'è. Ma non c'è la borghesia, che non si esaurisce in una figura patrimoniale ma condensa la sua essenza imprenditoriale nell'innovazione dei prodotti, nella libera competizione, nel contributo a costruire un ambiente che faccia sistema e includa energie, potenzialità e anche debolezze. Gli anglosassoni lo chiamano "togetherness", noi lo traduciamo "insiemità". E' il tratto che ha fatto la forza delle nazioni e la loro ricchezza creando le classi dirigenti appropriate e le culture della libertà e della democrazia.

Una borghesia che accetti di farsi rappresentare da una squadra di demagoghi, populisti, arraffoni, infiocchettati da un pizzico di futurismo marinettiano come efficacemente l'ha definito Edmondo Berselli, non è una borghesia ma la sua grottesca caricatura.
Accettò d'esser presa in giro cinque anni fa dal "contratto con gli italiani", un elenco di promesse da marinaio delle quali ogni persona sensata avrebbe capito l'illusorietà. Mancavano dieci giorni alle elezioni ma nessuno chiese a Berlusconi di dire come avrebbe finanziato quelle promesse. Si vide dopo: le finanziò azzerando l'avanzo primario del bilancio che aveva ricevuto in eredità dal precedente governo, condonando entrate, non perseguendo le evasioni, lasciando briglie libere alle spese improduttive, tagliando i trasferimenti agli enti locali, inasprendo le imposte indirette, facendo lievitare ancora di più lo stock del debito pubblico.

Con tutto ciò le clausole di quel "contratto" restarono largamente inadempiute. Con questo po' po' di passato prossimo alle spalle si accusa oggi Prodi di non dire come finanzierà i suoi impegni programmatici, a cominciare dal taglio del cuneo fiscale. Lo si accusa di voler tassare i Bot e il risparmio. Ma Prodi ha detto chiaramente quale sarà la sua politica. Ha detto: "Manterrò ferma la pressione fiscale senza aumentarla di un centesimo. Sposterò una parte di quella pressione dalle spalle più deboli alle spalle più forti". Non poteva essere più onesto e più chiaro: "Dalle spalle più deboli alle spalle più forti".

La borghesia della Destra storica si autotassò ferocemente per costruire lo Stato. Era una borghesia soprattutto fondiaria e pagò il suo debito alla comunità e allo Stato da lei costruito e governato contribuendo con il 62 per cento alle entrare tributarie totali negli anni che vanno dal 1865 al 1876. Allora dico: giù il cappello di fronte a quella destra e a quella borghesia. Essa aveva in Cavour, Sella, Minghetti, Spaventa, i suoi punti di riferimento. I se-dicenti borghesi dei giorni nostri hanno come modelli Berlusconi e Tremonti.

Basterebbe questo a farci capire perché Mister Tod's viene considerato un bolscevico da molti suoi colleghi. E perché nei cinque anni appena trascorsi la competitività delle imprese italiane abbia perso 25 punti nella classifica mondiale, il bilancio faccia acqua da tutte le parti, la crescita sia bloccata da tre anni e l'Europa ci tratti a pacche sulle spalle e a calci nel sedere.

(26 marzo 2006)

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giovedì 23 marzo 2006

Verso il voto contro tutti, il Cavaliere all'ultimo assalto

di CURZIO MALTESE



Silvio Berlusconi

CON l'avvicinarsi di una sconfitta annunciata, almeno dai sondaggi, il berlusconismo tira fuori il peggio, estrae dal vaso di Pandora il lato più oscuro e pericoloso, eversivo e distruttivo. Si dirà che è una strategia.

Anche oggi il premier ha conquistato la prima pagina. Ma dove s'è visto un capo di governo che parla della vittoria dell'opposizione come di un'"emergenza democratica", ferma l'auto blu per apostrofare un passante colpevole d'averlo contestato, corre a un'assemblea d'industriali per insultarne i vertici? Può far ridere e può far paura. Forse più paura perché al voto mancano ancora tre settimane e l'uomo più potente d'Italia ha già dato ampia prova di essere disposto a qualsiasi cosa, qualsiasi davvero, pur di non accettare l'idea che gli italiani siano semplicemente stanchi di lui.

Il Cavaliere descrive l'opposizione con un linguaggio da estremista di destra, fa appello ai luoghi comuni di una sottocultura reazionaria che mescola suggestioni da '48, maccartismo di provincia, toni sudamericani, più la lezione dell'unica sua vera scuola politica, la P2.

È inevitabile indignarsi ma è più importante cercare di capire la logica dell'ultimo assalto, gli effetti che può ottenere fino al 9 aprile e oltre.

Il primo risultato è l'aver trasformato la prossima elezione, più d'ogni altra del decennio, in un referendum pro o contro Berlusconi. Più che il '48, andrebbe citato il '46, il referendum fra monarchia e repubblica. Dopo una campagna come questa, con un'eventuale vittoria il premier diventerebbe il padrone del Paese, assai più di quanto non sia stato negli ultimi cinque anni.

Questa sì sarebbe un'autentica "emergenza democratica". Ma anche nel caso di sconfitta, il signore di Arcore rimarrebbe il padrone assoluto dell'opposizione e di metà Parlamento.

Avrebbe così una buona trincea per continuare a difendere i propri giganteschi interessi. In questo senso l'ultimo assalto di Berlusconi dovrebbe preoccupare più i suoi alleati che i suoi avversari. Per Romano Prodi l'estremismo del rivale può essere un vantaggio ed è sicuro che il Professore lo considera tale.

I toni da guerra civile spaventano l'elettorato moderato che, per quanto minoritario in Italia, spesso decide vittorie e sconfitte. Quanto più Berlusconi cerca lo scontro, la divisione, la simulazione di guerra civile, tanto più Prodi accentua la sua immagine pacifica, costruttiva, di grande unificatore, e moltiplica gli appelli all'interesse generale della nazione rispetto alle sfide internazionali. Ora, fra l'Italia spaccata dell'uno fra "rossi" e "neri" o blu e l'Italia riunificata dell'altro, non vi è dubbio che la seconda sia un'immagine più attraente. Berlusconi punta sul "tanti nemici, tanto onore", efficace sul suo elettorato più nostalgico e vittimista ma estenuante per gli altri che ogni giorno vedono allungarsi il fronte dei nemici mortali e la teoria dei complotti, dai magistrati ai centri sociali, dalle cooperative ai proprietari del Corriere, dalla Cgil ai vertici di Confindustria, dai poteri forti all'ultimo scrutatore di seggio, tutti collegati da un filo rosso.

Prodi vanterà forse troppi amici ma la sua visione della società italiana e dei suoi problemi, nel confronto con la paranoia dell'altro, risulta assai più realistica e sensata. Almeno un pezzo di società, che vota guardando le proprie tasche più che la televisione, è stanca di teatrini e assai preoccupata per il futuro economico.

Con i toni da guerra civile di questa campagna elettorale, Berlusconi ha insomma poche possibilità di distruggere la sinistra, come sembra proporsi. Ha piuttosto ottime possibilità di distruggere la destra. Allontana o chiude la speranza che un'eventuale sconfitta della maggioranza possa inaugurare una stagione politica davvero nuova, con l'avvento di una destra finalmente europea, non più legata al carro anomalo del conflitto d'interessi. Con questa campagna, comunque vada a finire il voto, il Cavaliere ha chiarito di voler rimanere al centro della scena dopo il 10 aprile, ben deciso a stroncare ogni ipotesi di successione.

Sarà il padrone dell'Italia oppure il padrone dell'opposizione, ma sempre un padrone. Gianfranco Fini e Pierferdinando Casini, che s'illudono di guidare a destra il dopo Berlusconi, hanno provato a contrastare l'impostazione "referendaria" dell'alleato. Ma ora hanno chinato la schiena davanti alla campagna ad personam come l'hanno piegata ogni volta per cinque anni davanti alle leggi ad personam.

All'orizzonte della destra non c'è alcun dopo Berlusconi.

C'è forse un leader che la sera del 10 aprile sbraita di brogli elettorali.

C'è forse un capo dell'opposizione pronto a bloccare i lavori parlamentari alla prima proposta di legge sul conflitto d'interessi o di riforma televisiva.

C'è di sicuro l'ultima rata del pesante mutuo che l'Italia sta pagando da dodici anni al fatto di avere al centro della propria vita pubblica un colossale conflitto d'interessi. Più la pena di dover prendere sul serio ogni giorno un delirio ormai evidente ma che è impossibile ignorare perché proviene dal leader di mezzo paese. Con un pizzico d'invidia per le altre democrazie, dove nessun capo di governo di destra o di sinistra si sogna di chieder conto all'opposizione di ogni protesta o incidente di piazza. Neppure quando i contestatori incendiano Parigi, invece di rompere una vetrina o urlare contro l'auto blu del presidente.

(23 marzo 2006)
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Uno straccio di laicità

Sex crimes and the Vatican

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