La deputata forzista attacca l'onorevole transgender
Ma i questori di Montecitorio danno ragione alla parlamentare comunista
Il presidente Bertinotti: "Rispettare le scelte individuali"
ROMA - Al momento della sua elezione alla Camera nelle file di Rifondazione Comunista c'era chi aveva ironizzato proprio su questo aspetto: dove andrà a fare la pipì Vladimiro Guadagno, ovvero Wladimir Luxuria il deputato transgender del partito di Bertinotti? "Nel bagno delle donne" disse Luxuria sei mesi fa e la questione svanì. Senza troppi rimpianti. Fino ad oggi, però. Quando Elisabetta Gardini, l'ex volto televisivo, attuale deputata di Forza Italia, ha pensato bene di farne oggetto di una pubblica scenata. Davanti ai bagni della Camera. Che diventano scenario di uno scontro politico.
Ore 14,15 bagno delle donne. Luxuria entra. Alle sue spalle la Gardini che sbotta: "Ma allora è vero che Guadagno usa il bagno delle donne". Le prime a fare le spese dell'ira della deputata forzista sono le, sbigottite, addette alla pulizia: "Non potete permettere a Guadagno di usare il bagno delle donne".
Nulla da fare. La Gardini insiste: "Qui si tratta di una cosa fisiologica, non è una questione psicologica". A quel punto Luxuria reagisce: "Io mi riconosco nel genere femminile. Lei non può permettersi". La Gardini alza la voce: "Lei non può usare il bagno delle donne. Ora vado dai questori". Ma dai questori arriva un netto stop alle richieste della deputata forzista: "Le scelte relative alla propria identità sessuale appartengono alla sfera personale e come tali "vanno rispettate".
Luxuria la guarda andare e osserva: "E' la prima volta che mi capita. Sarebbe imbarazzante per me andare nel bagno degli uomini. Imbarazzante per me e per gli uomini che mi incontrassero".
Replica la Gardini, stavolta a bassa voce: "Trovare Guadagno mi ha provocato un trauma. Mi vergogno che si dia una immagine così di basso profilo del Parlamento. Se avessi saputo, sarei stata zitta...".
Le reazioni. "La mia posizione è nota ed è quella di rispettare le scelte individuali che conformano la personalità e orientano le scelte sessuali - commenta il presidente della Camera Fausto Bertinotti - Mi dispiace che se ne debba discutere, penso che basterebbe fare ricorso a una dote che non dovrebbe mancare, la tolleranza".
Immediato e critico il commento del ministro delle pari opportunità, Barbara Pollastrini: ""Sono esterrefatta, mi colpisce soprattutto una certa mancanza di stile e di umanità. E' incredibile che si debba intervenire su quali servizi possa utilizzare l'onorevole Luxuria, se non quelli da lei ritenuti utili". Di tenore opposto l'intevento della vicepresidente della Camera Giorgia Meloni di An, secondo la quale, occorre ribadire "il rispetto dell'etichetta istituzionale e delle elementari regole di educazione". E chiede che "Guadagno venga richiamato per iscritto".
(27 ottobre 2006)
http://tinyurl.com/y4yk6x
venerdì 27 ottobre 2006
Camera, Gardini contro Luxuria "Non puoi usare il bagno delle donne"
martedì 24 ottobre 2006
"I gay in serie A? Sono una ventina"
Grillini, deputato e presidente onorario dell'Arcigay "C'è pure un arbitro che deve fingere di amare le donne"
di SEBASTIANO VERNAZZA
L'omosessualità, l'ultimo tabù del calcio. Vietato parlarne. E nessun giocatore fa «coming out», dichiara in pubblico di essere gay. A proposito: si dice «coming out» e non «outing», perché quest'ultima espressione esprime una forzatura, indica chi è costretto a uscire allo scoperto, contro la propria volontà. Oggi di calciatori apertamente omosessuali non se ne contano. Bisogna risalire a Justin Fashanu, attaccante anglo- nigeriano del Norwich, del Nottingham Forest e di altri club inglesi. Nel 1990 Justin azzarda il «coming out»: un fratello e la comunità nera lo rinnegano, i tifosi lo massacrano. Fashanu si impicca nel '98, a 37 anni, dentro un garage. Abbandonato da tutti e ricercato dalla polizia perché accusato di aver violentato un 17enne americano.
Franco Grillini, 51 anni, bolognese, è deputato, eletto nelle file dei Ds, e dal 1987 al 1998 è stato presidente nazionale di Arcigay (oggi ne è presidente onorario). Dice Grillini: «L'omosessualità è fenomeno trasversale. In ogni settore la percentuale di uomini gay oscilla tra il 5 e il 10 per cento. Il pallone non è omo-esente. Osservate le scene di esultanza: sono quadretti con omosessualità, conscia e inconscia, a pacchi. Ragazzi che si baciano, si abbracciano, si toccano. In certe immagini si nota la palpatina sulle parti intime».
Ha mai conosciuto calciatori gay?
«Sì. Arcigay gestisce l'80 per cento dei locali omo in Italia, posti in cui, per entrare, è obbligatorio fare la tessera. E abbiamo uno strumento, il "gaydar" o "radar gay", che ci consente di individuare i nostri simili al 99 per cento (gaydar.it è il sito di riferimento, ndr). Risulta che oggi in serie A ci siano venti omosessuali, più o meno».
Arbitri gay?
«Ne frequento uno, considerato molto bravo. È sposato, ha figli e fa una vita d'inferno, poveretto. Mi racconta che ai raduni della categoria è costretto a millantare inesistenti conquiste femminili perché lì è d'obbligo darsi arie da grandi conquistatori di donne. Il mio amico è disperato. Recita e mente, è al limite della sopportazione».
Perché non fa «coming out»?
«Allo stadio lo distruggerebbero. E lo stesso i giocatori: restano coperti, vivono l'omosessualità nell'ombra, perché hanno paura degli ultrà.
I calciatori di oggi sono i gladiatori del circo romano nell'antichità e sono prigionieri di una cultura maschilista. Anzi: più è forte il sospetto che alcuni di loro siano omosessuali, più costoro devono mostrarsi donnaioli».
Che cosa vuole dire?
«Alcuni giocatori di serie A hanno fidanzate o mogli di facciata. La classica ragazza di copertura, messa lì per confondere, nascondere».
I tempi sono maturi perchéuncalciatore italiano gay esca allo scoperto?
«Sarebbe un "coming out" di straordinaria utilità per il movimento. Prima o poi accadrà. Ho scritto a Matarrese, presidente di Lega, gli ho chiesto di invitare le squadre italiane ad imitare il Manchester City, che ha stretto accordi con un'associazione gay. Mi ha risposto e promesso che porterà la questione in consiglio di Lega. Io, però, ho paura delle curve, dove abbondano violenza e omofobia».
In quantità sospette, viene da aggiungere.
«In certe assemblee di maschi chi ha bisogno di allontanare da sé il dubbio su una latente o presunta omosessualità si mette a gridare forte contro i gay. È significativo che negli stadi venga srotolato tutto il repertorio degli insulti contro la nostra categoria. Sono atteggiamenti camerateschi, laddove il cameratismo è un paravento: davanti tutti uomini forti e virili, dietro non si sa».
Il suo calciatore preferito?
«Kakà non ha rivali, in tema di bellezza. Cannavaro fa la sua figura. Beckham resta l'icona gay più forte: un etero con sembianze da omo. Restando etero, forse».
da La Gazzetta dello Sport di martedì 24 ottobre 2006
http://www.gaynews.it/view.php?ID=70803
giovedì 19 ottobre 2006
Ancora una volta parole offensive dal papa
"Da questa sollecitudine per la persona umana e la sua formazione vengono i nostri "no a forme deboli e deviate di amore" e alle contraffazioni della libertà, come anche alla riduzione della ragione soltanto a ciò che è calcolabile e manipolabile" Benedetto XVI
----------------------------------------------------------------------------
Le esternazioni della gerarchia vaticana, e del papa, contro il pacs e sulle questioni relative alla bioetica sono quotidiane.
Da Wojtyla in poi, le gerarchie vaticane fanno coincidere la religione con le morale e la morale con la morale sessuale.
È il segno di una profonda crisi di una gerarchia non trova ascolto con l’autorevolezza e non ha capacità di convincimento e trasforma la religione cattolica in divieti, veti e proibizioni.
Con Giovanni Paolo II prima, e Benedetto XVI poi, la religione cattolica si definisce solo in negativo, per ciò che nega piuttosto che per i valori che afferma.
Anche in questa occasione il papa ribadisce i suoi veti, non negoziabili, sul pacs, tema largamente condiviso dall’opinione pubblica italiana ed occidentale.
Oggi però siamo di fronte ad una novità: oltre al veto abbiamo anche l’invettiva e l’insulto.
Il papa è libero di pensarla come vuole su pacs, omosessuali ed omosessualità.
Non è però accettabile l’insolenza e l’offesa alla dignità delle coppie omosessuali definite amori “deboli” e, addirittura, “deviati”.
Ciò è gravemente offensivo per milioni di omosessuali e non risponde affatto a verità perché, come dimostra una sterminata letteratura, le coppie omosessuali sono altrettanto stabili quanto quelle eterosessuali, vivono amori della stessa intensità e forza, contribuiscono al bene comune e alla solidarietà familiare come tutte gli altri essere umani e tutte le altre coppie.
Sarebbe bene che il papa ne prendesse atto e realizzasse, una volta per tutte, che viviamo nel terzo millennio e non nei secoli buoi dell’inquisizione.
On. Franco Grillini
Deputato Ulivo
Presidente onorario Arcigay
http://www.gaynews.it/view.php?ID=70749
martedì 10 ottobre 2006
Solidarietà a un uomo coraggioso
Carissimi, desideriamo rivolgerci a voi direttamente e personalmente, non ricorrendo questa volta al consueto invio multiplo, per un appello di solidarietà che ci sta molto a cuore, e che riguarda una persona che è un nostro caro amico da sempre, Francesco Giuffrida.
Nella stessa forma, diretta e personale, invieremo questo messaggio a tutte le persone che, come voi, sappiamo essere sensibili al tema dell'integrità e del coraggio civile.
Per chi non lo ricorda, diremo che Francesco Giuffrida è il coraggioso dirigente della Banca d'Italia (Vice-direttore a Palermo)che su richiesta e incarico della Procura della Repubblica di Palermo ha condotto una accurata e scrupolosa perizia tecnica sui flussi di capitali diretti alla Fininvest, per il processo a Marcello Dell'Utri.
Per questo suo lavoro Francesco dovrà comparire in giudizio il 12 ottobre, citato dalla Fininvest per presunti danni morali. La citazione è arrivata alla vigilia del processo d'appello per Dell'Utri, e in corrispondenza con un altro incarico attribuito, sempre a Francesco, questa volta dalla Procura di Roma, che evidentemente lo ritiene un tecnico assai affidabile, per indagare sui movimenti di capitali legati alla vicenda di Roberto Calvi. "Sembra una minaccia, un modo per zittirlo e intimorirlo al processo" ha dichiarato in giugno un magistrato al giornalista del Corriere Cavallaro. Non solo: la citazione comporta il concreto rischio che tutta la tutta la sua attività di esperto, e le perizie che gli sono state affidate, vengano delegittimate, compromettendo le indagini effettuate e in corso.
Francesco Giuffrida dovrà andare a difendersi di fronte ad un uomo che è stato condannato per mafia, solo per aver fatto il suo lavoro e per averlo fatto bene, e dovrà farlo da solo, visto che nemmeno la Banca d'Italia, a conoscenza ovviamente della sua collaborazione con il tribunale, si è mossa per un'azione di sostegno, o per tutelarlo in sede di giudizio.
Perchè questo appello? per rompere il silenzio e la solitudine che lo circondano (solo Felice Cavallaro ha scritto un articolo sul Corriere, e un'altro è uscito sulla Repubblica, entrambi in giugno, poi più nessuna informazione), contro il pericolo che questo isolamento, quasi omertoso, può comportare per Francesco e la sua famiglia.
Per questo chiedo a voi, e agli altri a cui manderò questa lettera, di fare quanto è nelle vostre facoltà affinché appello abbia la più ampia diffusione possibile, per non lasciare solo Francesco, ma soprattutto per dare il giusto risalto a comportamenti di integrità, rigore personale e coraggio che meritano di essere conosciuti, messi in evidenza e portati ad esempio.
Anche una mail di risposta, di adesione all'appello, può significare molto.
un caro saluto
giuseppe_giolitti@fastwebnet.it
venerdì 6 ottobre 2006
No al pizzo sulle rassegne stampa
Le modifiche al diritto d'autore colpiscono le attività senza scopo di lucro andando a impattare anche sull'online. L'accusa di Peacelink, che lancia una iniziativa web contro le nuove norme
Roma - "No alla tassa sulle rassegne stampa". Con questo slogan l'associazione PeaceLink ha lanciato in rete una campagna per revocare le modifiche alla legge sul diritto d'autore introdotte con il decreto legge 262 del 3 ottobre 2006, che ha stabilito l'obbligo di un pagamento per la riproduzione di articoli di attualità senza scopo di lucro, contrariamente a quanto prevedeva la precedente formulazione sul diritto d'autore che poneva come unico obbligo la citazione della fonte.
"Un gruppo missionario che raccoglie sul web articoli sulla guerra in Darfur - spiega una nota della celebre associazione pacifista - Un comitato di quartiere che vuole documentare uno scempio ambientale archiviando articoli della stampa locale. Un'associazione di persone colpite da una malattia rara che vuole mettere a disposizione di tutti una rassegna stampa sui progressi scientifici del settore. Un'associazione pacifista che vuole denunciare, con prove giornalistiche alla mano, crimini di guerra e violazioni dei diritti umani.
A partire da domani tutti questi soggetti potrebbero essere costretti a pagare una tassa ingiusta alle associazioni degli editori per continuare a svolgere le loro attività. Soldi che per giunta verranno intascati dagli editori, e di certo non dai giornalisti che hanno scritto quegli articoli, pagati una tantum per la cessione dei loro diritti d'autore alle testate per cui lavorano".
"Da più di dieci anni - ha dichiarato Carlo Gubitosa, referente della campagna - collaboro con il sito www.peacelink.it, che sulle sue pagine ospita quasi 18mila articoli, alcuni originali, altri tradotti, molti ripresi da varie fonti autorevoli, sempre e comunque menzionate e riportate per esteso. Sul nostro sito tutti questi articoli hanno acquistato un valore aggiunto proprio perchè organizzati, tematizzati, catalogati e collegati tra loro grazie al lavoro di un gruppo costituito totalmente da volontari, dal presidente in giù.
Molto di questo materiale è scomparso dai siti web delle testate che lo hanno pubblicato, e questo aggiunge al nostro lavoro di bibliotecari anche un importante ruolo di memoria storica delle lotte italiane e internazionali per la pace e il rispetto dei diritti umani".
Nel testo dell'appello, pubblicato a questo indirizzo si chiede al parlamento italiano di abolire con un opportuno provvedimento le disposizioni contenute nel decreto legge 262/2006 che modificano in senso restrittivo la legge sul diritto d'autore.
http://punto-informatico.it/p.aspx?id=1682248&r=PI
mercoledì 4 ottobre 2006
Le sette lamentazioni e il rigore necessario
di EUGENIO SCALFARI
NELLE ULTIME quarantott'ore i contenuti reali, gli obiettivi raggiunti e quelli mancati dalla Finanziaria 2007, sono venuti a galla. Così pure le reazioni dei contribuenti, dei partiti, delle parti sociali e degli economisti. Il quadro è completo o quasi.
Le reazioni dei partiti e quelle delle organizzazioni che rappresentano interessi erano in larga misura prevedibili; non ci sono state sorprese degne di nota: governo e maggioranza da un lato, opposizione dall'altro; sindacati dei lavoratori favorevoli, Confindustria commercianti e artigiani contrari. Più interessante quelle dei contribuenti e degli esperti di economia. Qui è tutto un lamentarsi, anche perché i contribuenti favorevoli tacciono, quelli in qualche modo colpiti - anche di poco o pochissimo - esternano. Eccome! E meritano ascolto anche se chiedono cose irragionevoli, perché un pizzico di verità comunque c'è.
Lamentela numero uno: troppe tasse e pochi veri risparmi. Numero due: la stangata è ingiusta, doveva colpire solo i grandissimi patrimoni e invece si è accanita sui poveri cristi. Lamentela numero tre: gli sgravi sui redditi bassi favoriranno anche gli evasori. Numero quattro: gli evasori sono costretti ad evadere. Numero cinque: i piccoli imprenditori sono le vittime politiche della manovra. Numero sei: il Nord e in particolare il Lombardo Veneto pagano ingiustamente di più. Numero sette: l'agnello sacrificale è comunque il ceto medio.
Queste, a volerle riassumere in poche parole, sono le sette lamentazioni contro la Finanziaria. Ho già detto che prima di contestarne il contenuto bisogna scoprire quel pizzico di verità che contengono. E il pizzico di verità è questo: bisognava rimettere in ordine i conti disastrati dell'economia e della finanza; bisognava applicare la necessaria dose di rigore. Rigore vuol dire rigore, inutile girarci intorno. Vuol dire far quadrare un bilancio nazionale disastrato, contenere il deficit, contenere il debito pubblico, raccogliendo le risorse necessarie. Stimate a circa 2 punti di Pil; in cifre assolute 24 miliardi di euro.
E' evidente che non si potevano cercare queste risorse tra i poveri. Certamente bisognava cercarle tra i ricchissimi ed è stato fatto, non per farli piangere ma per un minimo di equità. I ricchissimi tuttavia sono pochissimi. Per trovare risorse vere bisogna dunque scendere nella trottola dei redditi e scendendo si arriva a contatto con il ceto medio. Il concetto di ceto medio è quanto di più discusso e fumoso esista in sociologia.
Dove comincia il ceto medio? E dove finisce? Alberto Statera ha condotto in varie puntate un'inchiesta rivelatrice ed anche molto piccante su quest'argomento e ci ha fatto scoprire che chi ha un reddito di 60 mila euro annui (pari a poco più di 45 mila al netto di imposte e contributi) si ritiene sull'ultimo gradino della scala dei redditi, sotto al quale comincia la povertà. Ci ha fatto anche scoprire che il barista di piazzale Clodio a Roma, con un reddito effettivo di 100 mila euro, ritiene legittimo ed anzi generoso nasconderne solo la metà al fisco, se lo dichiarasse tutto andrebbe fallito.
Allora ripropongo la domanda: qual è il ceto medio? La risposta è questa: il ceto medio è quello il cui reddito si colloca nei dintorni del reddito medio degli italiani. Nella operazione redistributiva avviata dalla Finanziaria il crinale individuato dal governo per distribuire risorse ad una parte e togliere risorse ad un'altra parte sta tra i 40 mila e i 50 mila euro di reddito annuo. Chi sta sopra dà, chi sta sotto riceve. E' giusta la scelta del governo? Oppure esosa? O invece generosa?
La risposta la troviamo in un'inchiesta del 2004 effettuata dalla Banca d'Italia sulla distribuzione del reddito ed è una risposta sulla quale bisogna riflettere a lungo: il reddito medio degli italiani è di 24 mila euro annui, il Nord ha un reddito medio di 28 mila, il Sud di 17 mila. Avete capito bene? Questo dato significa che chi ha un reddito maggiore di 24 mila euro sta sopra la media e chi ce l'ha minore sta sotto la media.
Dunque il governo, volendo equilibrare un po' una scala di redditi fortemente squilibrata, è stato generoso nel senso che ha diminuito il prelievo sui contribuenti fino ai 40-50 mila euro e lo ha accresciuto al di sopra di quella fascia. Si dice: doveva tagliare gli sprechi. Doveva riformare il "welfare". Doveva colpire gli statali. Doveva doveva doveva.
Mi viene in mente la risposta di Don Abbondio al cardinal Federico Borromeo che gli rimproverava di non aver celebrato il matrimonio tra Renzo e Lucia e di aver ceduto alle intimazioni degli sgherri di Don Rodrigo: "Eminenza, bisognava averli visti quei volti, averle udite quelle parole". E il cardinale, anziché irritarsi, crollò il capo in segno di comprensione.
Padoa Schioppa di tutto si può accusare fuorché d'esser pusillanime. Né ha avuto sgherri alle calcagna.
Ma ha operato in un contesto politico. Ha ritenuto che le riforme necessitavano d'un rinvio a febbraio-marzo mentre gli obiettivi richiesti dai mercati e dall'Europa erano attesi entro novembre con la Finanziaria. E' così difficile capire questa realtà? Vincenzo Visco ne ha ricordata un'altra con una battuta molto efficace nella sua intervista di ieri a "Repubblica". Ha detto: "Questa Finanziaria è la tassa di successione lasciata da Tremonti" esattamente così.
Vengo ora agli economisti indipendenti, stimolato dalle parole cortesi di Franco Bruni (che è uno di loro) sulla "Stampa" di ieri. Dice Bruni che gli economisti indipendenti hanno anche loro preferenze politiche (hanno un cuore, scrive testualmente) ma privilegiano l'indipendenza. In questo modo ravvivano il dibattito e compiono un'opera utile.
Sono d'accordo: ravvivano utilmente il dibattito. Ma non sono indipendenti. Ciascuno di noi ha nella sua testa una "variabile indipendente" e a quella è agganciato, quello è l'asse del suo ragionamento e da quell'asse egli dipende perché quello è il suo pre-giudizio. Ma questa è filosofia. Andiamo al pratico.
Quanto ha destinato il governo al raddrizzamento dei conti disastrati? Ha scritto Francesco Giavazzi (economista indipendente) che il deficit nel 2006 era del 3.6 per cento del Pil; dopo la Finanziaria scenderà al 2.8. Quindi l'operazione "rigore" è stata fatta con lo 0.8 del Pil. Valeva la pena di fare tanto chiasso per una decina di miliardi? Sarà sicuramente indipendente, Francesco Giavazzi, ma sbaglia o dimentica alcune cose. Anzitutto non si tratta del 3.6 bensì del 3.8, ma questo è un trascurabile dettaglio di due decimali. Il fatto è che il deficit nel luglio scorso era stimato a 4.1 e dopo la sentenza della Corte europea sul rimborso dell'Iva incassata sulle automobili delle imprese, era salito (il deficit) a 4.6.
Il governo, insediato da appena quindici giorni, provvide con la cosiddetta manovrina (decreto Bersani di luglio) e predispose anche la copertura dei presunti rimborsi Iva. Con questi interventi sommati a quelli contenuti nella Finanziaria 2007, il governo ha abbassato il deficit dal 4.6 al 2.8, cioè di 1.8 punti del Pil, pari a poco meno di 20 miliardi di euro. Un'altra questione riguarda il recupero dell'evasione. Sono oltre 7 miliardi. Nuove imposte? Oppure imposte dovute a legislazione vigente? Decidersi tra queste due definizioni è importante.
Recuperare l'evasione significa mettere le mani nelle tasche dei contribuenti oppure impedire che alcuni contribuenti mettano le mani nelle tasche dello Stato? Opterei per questa seconda dizione. Ma allora è sbagliato sommare quei 7 miliardi di recuperi con le altre entrate tributarie perché la qualità, l'essenza di quel denaro è diversa. Perciò quei 7 miliardi debbono essere tolti dalle cifre delle entrate perché appartengono ad un altro aggregato. E questo (sembra a me) è un altro errore che un economista indipendente non dovrebbe compiere.
Infine: l'operazione perequativa si chiude in pareggio. Tanto si taglia da una parte e tanto si aggiunge su un altro piatto. Non si può contabilizzare una parte senza accompagnarla con l'altra di opposto segno. Il contenuto di questa operazione è più etico che finanziario.
Mi par di capire che gli economisti indipendenti l'etica non la menzionino perché riguarda il cuore. Dovrebbero però ricordare che al tempo di Adam Smith, loro maestro e di tutti noi, la filosofia morale era un ingrediente essenziale e pre-giudiziale dell'economia politica. E' bene non scordarlo mai.
(4 ottobre 2006)
http://tinyurl.com/klqpj
Gay, miseria e politici corrotti; ecco il film che divide l'Islam
Oltre cento parlamentari egiziani hanno chiesto di bloccare "Palazzo Yacoubian"
Mai nel cinema egiziano si era osato mostrare l'omosessualità
In una conferenza stampa l'attore protagonista è stato attaccato dai giornalisti
di GABRIELE ROMAGNOLI
Superfluo dire che il libro è, come quasi sempre accade, meglio. Ma la trasposizione cinematografica dà alla storia una superiore capacità d'impatto e le ha permesso, in un paese a bassa alfabetizzazione, di arrivare a un pubblico molto più ampio. Scioccandolo. In una chiacchierata precedente la pubblicazione della traduzione italiana Ala Al Aswany, che di professione fa il dentista, mi confidò nel suo ambulatorio lo stupore per il fatto che il romanzo avesse superato i controlli della censura. "Hanno fatto come i computer - ipotizzava - cercavano le parole chiave. Non trovandole hanno detto: visto si stampi". Poi, si è fatto tardi: "Palazzo Yacoubian" è diventato il principale best seller arabo dopo il Corano. Proprio per questo pensavo che avrebbero impedito al film di esserne la copia. Invece, di nuovo, se ne sono accorti tardi.
Adesso 112 parlamentari ne chiedono il ritiro dalle sale. Durante un collegamento radiofonico un ascoltatore ha detto all'attore Khaled El Sawy: "Se la vedo per strada, la meno a sangue". Che parte fa El Sawy? Quella che provoca i bisbigli e gli aggiustamenti in poltrona. E' Hatim Rasheed, un giornalista che dirige un settimanale in lingua francese. Omosessuale. Una sera, uscendo dalla redazione, vede un giovane soldato, Abd Rabo, gli si avvicina, gli parla, gli dà, in cambio di un'indicazione, una mancia eccessiva.
Hateem è un uomo raffinato e colto, gemello di carta e celluloide di un noto scrittore e giornalista a Al Ahram Hebdo. Il soldato è un giovane senza educazione, arrivato dalla campagna dove ha lasciato la moglie e un figlio per guadagnarsi uno stipendio nella maniera più semplice: indossando una divisa. La sua superiorità fisica soccombe a quella mentale dell'altro. Poche sere dopo si ritrova in un appartamento affollato di pezzi d'antiquariato, su un divanetto tappezzato con stoffa preziosa, tra le mani un calice di vino come non l'ha mai assaggiato. Abd Rabo beve, Hatim gliene versa ancora, lui continua a bere, l'altro a versare. Finché il soldato si arrende.
Tra i due nasce una relazione fissa, che prosegue anche quando il soldato fa trasferire al Cairo (nell'appartamento procuratogli dal giornalista sul tetto del Palazzo Yacoubian) moglie e figlio. Il giovane sfoga il senso di colpa per essere diventato l'oggetto sessuale di un uomo possedendo brutalmente la propria donna. È una reazione a catena più credibile che scandalosa. Sono voci del desiderio, sospiri di compiacenza, gemiti di dolore che le voci amplificate dei predicatori di ogni religione riescono a coprire, mai ad annullare. Poi arriva la mano di un dio vendicatore.
Mentre il soldato giace nel letto del giornalista la moglie bussa furiosamente alla porta: il loro bambino si è ammalato, di lì a poco morirà. Sarebbe accaduto ugualmente, ma il senso di colpa trasforma un caso fortuito in un contrappasso. Ai fustigatori però questo messaggio non arriva. Si fermano alla superficie, gridando allo scandalo alla prima scena, senza accorgersi che il film è, in fondo, più moralista di loro.
È che non sono abituati: mai nel cinema egiziano si era osato mostrare apertamente l'omosessualità.
Perfino il coraggioso regista Youssef Chaine vi aveva soltanto alluso. Stiamo parlando di un Paese dove questa pratica sessuale può portare al carcere. Non esiste una legge che la punisca, ma l'omofobia sa trovare l'inganno. L'11 maggio 2001 cinquantadue omosessuali furono arrestati in una discoteca ricavata in un barcone sul Nilo, la "Queen Boat". Cinquanta vennero accusati di "corruzione abituale", due di "vilipendio della religione". Torturati e poi processati, ventuno di loro vennero condannati a tre anni di reclusione.
Quel che non fecero i giudici lo fecero i media, diffondendo nomi e indirizzi perché la pubblica (e plagiata) opinione potesse sbeffeggiarli. Il livello di apertura mentale della stampa è d'altronde dimostrato da questo episodio: in una conferenza stampa seguita alla proiezione di "Palazzo Yacoubian" un giornalista fa una domanda all'attore El Sawy che, ripeto, recita la parte di un noto collega dell'intervistatore. La domanda è: "Come può un attore del suo calibro, che ebbe un tempo l'onore di impersonare il presidente Gamal Abdel Nasser, aver accettato il ruolo di un depravato?". La risposta è un sorriso di compassione.
Ironica quella del suo collega Bassem Samra (che incarna il soldato) alla domanda: "Che cosa pensa dei parlamentari che vogliono bandire il film?", "Trovo giusto che passino il tempo a discutere e votare una cosa del genere, non hanno altro da fare avendo già risolto problemi come la disoccupazione, i traghetti che affondano, il terrorismo, i treni che si scontrano, l'analfabetizzazione e la corruzione".
Ecco, ci siamo arrivati: alla seconda (e più grave) ipocrisia. Perché mai una massa di deputati e i giornalisti sdraiati sui gradini del potere politico e religioso dovrebbero darsi tanto da fare perché il popolo non veda qualche scena di ordinaria sessualità? È davvero quello a disturbarli nelle quasi tre ore di "Palazzo Yacoubian"? O è altro? L'altro che il film racconta: la miseria in cui è stato ridotto lo splendore del Cairo, la rabbia delle classi sociali escluse non tanto dalla ricchezza quanto dalla dignità che spinge i più deboli verso il radicalismo islamico e il terrorismo, la corruzione di Stato, quella sì perfettamente organizzata, che entra in ogni piccolo affare e, come la mafia, pretende una percentuale sui profitti?
Quale è la scena del film che fa bisbigliare e aggiustarsi sulla poltrona gli spettatori di prima classe: quella della "corruzione" del soldato o quella in cui, dopo essersi spartiti una torta, il politico e l'imam pregano insieme tenendosi per mano? È per quella scena che il film va difeso. Per quella che ci si augura venga presto distribuito anche in Italia. Perché racconta una storia così egiziana, così universale.
(4 ottobre 2006)
http://tinyurl.com/qts5n
lunedì 2 ottobre 2006
Questa finanziaria merita un bel voto
di EUGENIO SCALFARI
STANGATA fiscale, grida la destra (e il centro). Poche riforme e nessun serio recupero strutturale della spesa, affermano sentenziosi gli economisti indipendenti. Berlusconi, Tremonti, Bossi e Fini chiamano la piazza a scendere in piazza. Casini forse in piazza non ci andrà ma sicuramente applaudirà dalla finestra. Il circo mediatico dal canto suo (con pochissime eccezioni) piange sulle sorti del ceto medio tartassato. Quanto al governo, difetta di efficaci strumenti di comunicazione e quando ne ha li usa male per difetto di comunicativa.
Sicché l'impressione generale, l'apparenza, è che questa Finanziaria con i suoi annessi e connessi sia nel migliore dei casi mediocre e segni comunque la vittoria politica della sinistra massimalista che avrebbe Prodi come portabandiera. Personalmente non condivido affatto questa "apparenza". Personalmente ritengo in tutta onestà che questa sia una buona Finanziaria. Con alcuni difetti, ma con un saldo positivo rispetto agli obiettivi che erano stati sostenuti in campagna elettorale. Quegli obiettivi, ricordiamolo, erano tre: raddrizzamento dei conti pubblici rispetto ai parametri europei, sviluppo dell'economia, equità sociale. Padoa-Schioppa aveva aggiunto l'impegno di economizzare sulla previdenza, sugli sprechi della pubblica amministrazione centrale e locale, sulla sanità. Prodi infine aveva più volte ripetuto che non avrebbe gravato la mano sui contribuenti specificando però che avrebbe spostato il carico dalle spalle deboli a spalle meno deboli.
Dopo essermi studiato per quanto possibile la foresta dei numeri (sciopero dei giornali permettendo) io penso che gli impegni assunti con gli elettori e con l'Europa siano stati adempiuti almeno in buona misura. Ho l'impressione d'essere tra i pochi a sostenere questa tesi, ma poiché mi capita spesso, questa probabile solitudine non mi sconforta. Cercherò di essere chiaro nella dimostrazione di questa tesi.
* * *
La manovra ammonta complessivamente a 33,4 miliardi di euro. Manovra imponente, su questo non mi pare ci possano esser dubbi. Nonostante il netto miglioramento delle entrate del 2006 che si valuta attualmente - a legislazione vigente - in oltre 10 miliardi. Faccio osservare a questo proposito che la sinistra massimalista aveva chiesto perentoriamente di ridurre la manovra prima a 30 e poi 26 miliardi e di spalmare la parte destinata al raddrizzamento dei conti pubblici su due anni anziché sul solo 2007. Questi suggerimenti avrebbero creato più danni che vantaggi e il governo non li ha accolti. Vuol dire che il cosiddetto timone riformista ha tenuto.
Il governo sostiene che i 33,4 miliardi si ripartiscono in 15 destinati al raddrizzamento e 18,4 alla crescita e all'equità. Sostiene anche che 13 miliardi proverranno da entrate e 20 da economie. L'opposizione naturalmente contesta, cifre alla mano. Purtroppo quelle cifre, nove volte su dieci, sono dei falsi palesi. Dico purtroppo perché a me piacerebbe che almeno sui numeri non si discutesse, ma basta consultare i giornali della destra usciti per due giorni senza concorrenza nelle edicole per avere la dimostrazione di quei falsi.
Vediamo dunque quei numeri più da vicino, a cominciare dall'operazione equitativa con la quale il governo, e Visco in particolare, ha modificato il peso fiscale spostandolo da spalle deboli a spalle meno deboli.
* * *
Il ceto medio è un termine che designa realtà diverse. Si va dalle fasce di reddito intorno ai 15 mila euro annui ai 60 mila, cioè da 1.200 euro netti mensili a 3.500. Questa platea coinvolge più dell'80 per cento dei contribuenti. Il resto è formato da fasce esenti o da ricchi-ricchissimi. Il sommerso è un mondo a sé che secondo calcoli aggiornati supera il 20 per cento del Pil "visibile".
Tra le fasce da 15 mila e quelle da 60 mila di reddito ci sono quattro lunghezze di distacco, 60 mila è infatti di quattro volte superiore a 15 mila. Il governo ha fissato la linea di discrimine a 40 mila euro di reddito. Vuol dire che da 40 mila cominciano i ricchi? Ovviamente no, tanto più che 40 mila sono lordi. Al netto dell'imposta ne restano poco più di 30 mila, vuol dire 2.300 euro mensili per tredici mensilità. Non c'è affatto da scialare. I redditi da 60 mila arrivano ad un netto mensile di circa 3.000 euro. Non si sciala neanche lì, ma si respira. L'operazione redistributiva premia le fasce di reddito fino a 40 mila in modo abbastanza consistente. La spesa totale destinata al miglioramento di questi cittadini lavoratori e contribuenti è di 7,3 miliardi. Dalle fasce superiori il fisco preleverà complessivamente 6,7 miliardi. La differenza di 600 milioni la metterà lo Stato.
Un economista indipendente (di quelli che simpatizzano col centrosinistra e danno sempre ragione alla destra) ha sostenuto che i contribuenti beneficiari percepiranno un vantaggio di 6 euro a testa all'anno. Mentre - ha detto - tutto il peso si scaricherà sui redditi da 75 mila euro in su e lì sarà macelleria.
Naturalmente queste simulazioni sono sbagliate. I redditi dei ceti medi inferiori avranno benefici del 3 per cento attraverso detrazioni e tagli alle imposte sul lavoro. I ceti medio-alti subiranno aggravi molto modesti fino a 60 mila euro di reddito. Ho calcolato la penalità d'un reddito di 80 mila (55 mila netti). Pagherà in più 66 euro al mese, una discreta cena per un coperto e una cena magra per due coperti al ristorante. Macelleria sociale? È un po' forte.
Gli esenti dalle imposte sono i redditi fino a 8 mila euro per un singolo. Per un contribuente con moglie e un figlio l'esenzione arriva a 13 mila euro, con due figli a 15 mila. Di fatto l'asticella dell'esenzione media si colloca sui redditi da 15 mila. Non è poco.
* * *
Mi pare che la vituperata macelleria si riduce a tirare il collo ad un pollo al mese. E passo perciò ad un altro argomento, quello delle tasse tasse tasse. Tutte pagate dal Nord. In particolare dal lombardo-veneto.
Che il lombardo-veneto sia la zona più produttiva d'Italia è un dato reale che fa onore a quelle regioni. Che essendo la zona più produttiva e quindi più ricca sia anche quella che contribuisce di più, mi pare altrettanto ovvio. Che debba avere i servizi ai quali ha diritto e che su questo punto vi sia un deficit drammatico è lapalissiano e di quel deficit sono responsabili i governi degli ultimi vent'anni, a terminare col quinquennio berlusconiano.
L'opposizione, in nome del Nord, si ribella. Vuole che a pagare siano gli evasori e non i contribuenti che fanno il dover loro. Lo dice Formigoni, lo dice Cesa, lo dice perfino La Russa, il d'Artagnan dei poveri. E lo dice anche Silvio Berlusconi. Ora a questo punto io voglio tributare un caloroso applauso a questi convertiti. Veramente. Era tempo che si convertissero e vanno accolti come altrettanti figlioli prodighi. Sia dunque ucciso il vitello grasso in onore di questi professionisti del condono fiscale.
Ciò detto, perché protestano? Di che cosa si dolgono?
Nella Finanziaria in questione ci sono 7 miliardi di entrate provenienti dal recupero dell'evasione. Sette miliardi su un'entrata tributaria stimata in Finanziaria a 13 miliardi. In dodici mesi un risultato così è un esercizio per il quale Visco meriterebbe una promozione. Si tratta di previsioni, perciò gli ho chiesto ieri se è sicuro dell'esito. E ha risposto che ne è certo. Mi auguro che porti a casa quel risultato e che prosegua su quella strada.
Se nei cinque anni di legislatura si arrivasse gradualmente a recuperare il 15 per cento dell'evasione, il fisco incasserebbe annualmente niente meno che 30 miliardi da questa voce. I 7 miliardi del 2007 sono (saranno, sarebbero) un ottimo inizio perché recuperare l'evasione comporta tempi lunghi. Perciò trovo assai strano che nessuno fin qui abbia messo l'accento su quest'aspetto della Finanziaria.
Debbo aggiungere che l'evasione non è quasi mai totale. Molto spesso l'evasore paga almeno il 30 per cento del suo debito fiscale. È oltraggioso pensare alla struttura delle aziende grandi e piccole? Private e pubbliche? Ai professionisti? Agli artigiani che non ti danno una fattura nemmeno se li impicchi? Ai lavoratori dipendenti che hanno un secondo lavoro (nero)? Non è oltraggioso, è la realtà. L'evasione, parziale ma consistente, è la frangia di ogni tappeto. Il guaio italiano consiste nell'entità della frangia che occupa a dir poco un quarto del tappeto.
* * *
I paletti di Padoa-Schioppa. Nei numeri della Finanziaria le risorse provenienti dalla sanità sono di circa 3 miliardi, dalla previdenza più di 5, dagli enti locali 4,3, dalla pubblica amministrazione (al netto dei contratti) altri 3. Per di più in queste cifre non entrano i risultati a più lungo termine che proverranno dalla riforma pensionistica di cui si comincerà a discutere dal prossimo gennaio.
Poteva far di più il tecnico Padoa-Schioppa? Forse sì, difficile dirlo, bisognerebbe star seduti su quella sedia per saperlo. Di una cosa però sono certo: il ministro del Tesoro che è un uomo politico per definizione, non poteva fare di più. Secondo me il risultato che ha raggiunto merita 110 con la lode. La mia pagella non conta, ma io comunque gliela do. E la do anche, anzi "in primis", al presidente del Consiglio al quale però mi permetto di attribuire un voto di insufficienza per la sua "performance" a Montecitorio sulla questione Telecom. Lì è andata male, lui non è tagliato per i dibattiti parlamentari. Ma sulla Finanziaria è stato bravo ed era il passaggio più tosto.
***
Resta da dire sui cinque miliardi del Tfr, punto dolentissimo per la Confindustria. E sul cuneo fiscale.
Su questo secondo aspetto non c'è che rallegrarsi: era un impegno, è stato mantenuto. Attenzione però: dà un po' di ossigeno alla competitività e sostiene i consumi del ceto medio-basso. Ma il problema dell'imprenditoria italiana o, se volete del capitalismo italiano non si risolve certo tagliando il cuneo di cinque punti (fossero anche dieci non cambierebbe). Non si risolve da fuori ma da dentro il capitalismo. Si risolve valorizzando gli imprenditori che innovano il prodotto e non solo il modo di produrlo; che cambiano i gusti del mercato; che modificano i termini dell'offerta, non quelli che seguono passivamente la domanda.
Ho detto prima dell'insufficienza di Prodi nel dibattito su Telecom, ma aggiungo che quell'insufficienza ha toccato il culmine negli interventi dell'opposizione. La quale si è avventata sul tema Rovati senza spendere neppure un minuto di tempo sull'assetto di Telecom, dei mancati investimenti, dell'assetto del capitale. Insomma della sostanza della questione. Prodi almeno su quell'aspetto qualcosa ha detto. I suoi interlocutori neppure una sillaba. Un dibattito, voglio dirlo, d'una povertà intellettuale inaudita.
Il Tfr. Quei soldi, diciamolo ancora una volta, non sono delle imprese ma dei lavoratori. Se i lavoratori optano per lasciarli alla previdenza pubblica, hanno pieno diritto di farlo. Alle imprese resta comunque lo stock perché il passaggio all'Inps si esercita su una parte dell'accantonamento annuale.
Certo le imprese ne sono penalizzate. Dovranno ricorrere di più all'autofinanziamento e alle banche. In questo secondo caso spenderanno un 3 per cento in più. Saranno indotte ad essere più competitive. L'operazione si limiterà ad essere una "una tantum"? Dipende dai recuperi dell'evasione. Intanto l'avanzo primario salirà dallo zero lasciato da Tremonti al 2 per cento. Questa è la migliore premessa per la riduzione del debito pubblico, altra meta che l'Europa richiede e che è nel nostro precipuo interesse raggiungere.
Sembra che nessuno si ricordi più del lascito che è stato ereditato dalla trascorsa legislatura. Un lascito disastroso. Con le casse vuote, l'avanzo primario azzerato, il debito in ascesa, il deficit al 4 e mezzo per cento, i cantieri delle imprese pubbliche allo sbando, la previdenza integrativa rinviata al 2008, i contratti non rinnovati. Dopo di noi il diluvio e chi se ne frega, questa sembrò essere la filosofia di quei cinque anni.
Il diluvio per fortuna non c'è stato, la Finanziaria va ora in Parlamento col voto unanime di tutte le componenti governative.
Io vedo questo e questo scrivo. Ora comincia il passaggio parlamentare. Qualche modifica migliorativa si potrà fare ma i paletti sono stati messi e non potranno essere divelti. Il domani è in gran parte figlio dell'oggi. Oggi la giornata è stata buona.
(2 ottobre 2006)
http://tinyurl.com/nwgua
giovedì 28 settembre 2006
La solita omofobia di Giancarlo Magalli
Ancora una volta si cerca di correlare l’omosessualità alla pedofilia, offendendo milioni di gay e lesbiche italiani equiparandoli ai criminali che compiono efferate violenze contro i bambini.
Chiediamo al Presidente della Rai, alla Commissione di Vigilanza, di intervenire rispetto all’ulteriore boutade del presentatore, che già in passato, durante il Festival di San Remo 2003, si era espresso in modo offensivo nei confronti delle persone LGBT!
Registriamo inoltre un preoccupante clima di omofobia all’interno delle trasmissioni televisive dove, a parte alcune eccezioni, sono in aumento la ridicolizzazione dell’omosessualità, le posizioni a senso unico sui diritti dei gay e delle lesbiche, la proposizione di servizi tendenti a dimostrare l’innaturalità dell’orientamento omosessuale.
Si pone in questo senso, il tema di come non sia garantito, né dal servizio pubblico né dalle televisioni commerciali un vero ed equilibrato diritto di replica, che si prefigura come un evidente sintomo di mancanza di pluralismo sui maggiori network italiani.
Aurelio Mancuso
Segretario nazionale Arcigay
SE VUOI PROTESTARE INVIA UN EMAIL AL PROGRAMMA
piazzagrande@rai.it
http://www.arcigay.it/show.php?2155
martedì 26 settembre 2006
Poste: quei cd dei CAP che fra tre mesi si butteranno via
di Toni De Marchi
Tutto comincia il 19 settembre, con un comunicato delle Poste che annuncia l´entrata in vigore dei nuovi CAP. Il giorno dopo: ventiquattro ore di preavviso per un cambiamento che interessa 79 comuni, 2400 frazioni e il 10% delle strade delle grandi città, circa 5000 a occhio e croce. Diciamo che qualche milione di italiani si ritrova con il CAP cambiato dalla mattina alla sera.
Il cambiamento forse era necessario, dopo quasi 40 anni di vita. Il CAP italiano nasce infatti nel 1967. Ricordo ancora il libricino dalla copertina beige, una specie di bignami, che ci arrivò a casa portato (gratis) dal postino. C´era un segnale di Italia che stava diventando moderna. Ma, diciamocelo, quel numeretto a cinque cifre non è mai stato completamente accettato. Forse colpa di un servizio postale che ha impiegato molti, troppi anni per acquistare un minimo di efficienza. Ho qui davanti agli occhi una lettera raccomandata speditami qualche giorno fa da uno studio professionale. Una lettera che è dunque stata vista e accettata da un ufficio postale (non dirò quale, per carità di patria): eppure il mio CAP sull´indirizzo non c´è e all´impiegato dello sportello non è venuto in mente di pretenderlo. Ma questo non c´entra.
Il 20 settembre, a mattinata inoltrata, sul sito delle Poste i CAP sono ancora quelli vecchi. Eppure il comunicato era perentorio: le lettere senza CAP o con il CAP sbagliato torneranno indietro. E se avessi voluto spedire una lettera alle 10 di mattina al mio amico di Venezia che una volta aveva il 30131, e adesso ha cambiato CAP, cosa avrei dovuto fare?
Solo dopo un black-out di alcune ore, sul sito delle Poste riappare il motore di ricerca dei CAP. Posso documentare tutto: ho le email scritte alla Poste per chiedere lumi.
Il sito però non aiuta granché: a parte le dieci righe del comunicato stampa, nulla che spieghi nel dettaglio i cambiamenti. Alle richieste di informazioni il 160 telematico manda una mail con un allegato dalla quale si apprende che i CAP si possono comperare o sotto forma di libro, o di Cd che viene offerto in due versioni: cercaCAP e cercaCap Professional. Il primo costa 6,90 euro, il secondo tra i 1000 e i 5000 euro l´anno.
Dal sito sono anche scomparsi i file con tutti i CAP italiani e che c´erano fino al giorno prima. Le Poste hanno evidentemente deciso che i CAP sono una merce come un´altra e si debbono pagare, possibilmente salati. Eppure c´è molta gente, privati, professionisti, piccoli uffici, che si gestivano le agende e la posta con programmini fatti ad hoc e i dati dei CAP consentivano di scrivere gli indirizzi senza errori e senza dover ogni volta guardare su Internet. Non tutti sono disposti a spendere mille e più euro per poter continuare a lavorare così.
Molti forum on line, in particolare quello di Punto Informatico, hanno denunciato la cosa e le reazioni sono state moltissime. In pochi giorni l´articolo sui CAP ha provocato ben 159 risposte da altri forumisti. Un numero altissimo se consideriamo la natura molto settoriale dell´argomento. E i blog personali che criticano questa politica sono tantissimi: basta fare una ricerca in rete per constatarlo. Insomma, in giro ci sono un sacco di arrabbiati con le Poste.
Non ci resta che comperare il cd a 6,90 euro. Detto fatto, acquistato dopo molta fatica e molti giri in uffici postali dove il cd era esaurito, arriva la sorpresa: non si può utilizzare su Macintosh e neppure su Linux, ma solo su Windows. Direte, ma la maggioranza della gente ha Windows. Sì, ma il CAP è obbligatorio per tutti, anche per quelli che hanno Linux e Mac. Non mi risulta una dispensa per questi, un decreto ministeriale che li esoneri vista l´impossibilità di usare i cd ufficiali delle Poste.
Tra l´altro esistono decine di soluzioni software che possono girare su tutte e tre i sistemi operativi, molte di queste sono per di più OpenSource, cioè possono essere utilizzate gratuitamente, cosa che avrebbe potuto anche far abbassare il costo del cd, oltre a renderlo compatibile con tutti i computer in circolazione. Per esempio esiste già un software OpenSource, trovacap realizzato da Danilo Cicerone, che funziona benissimo e avrebbe potuto probabilmente essere facilmente acquisito dalle Poste e reso disponibile. Gratis. Oppure, più semplicemente, rendendo disponibili i CAP, avrebbero permesso agli autori di aggiornarlo e di dare un´alternativa al loro dischetto. «Disappunto, per questo comportamento che lucra su qualcosa che è già nostro, visto che paghiamo per le infrastrutture come strade, piazze ecc…. Credo proprio che siamo all´ultima release» commenta l´autore di trovacap sul suo sito.
Ma le Poste non hanno trovato di meglio che riproporci una soluzione targata Microsoft, pagando non si sa quanto di royalties a Bill Gates. Sgombriamo il campo da ogni equivoco: non c´è nulla di ideologico o preconcetto. Ma è incomprensibile una politica che pur di scontentare molti utenti sceglie di spendere una bella saccata di euro. Incompetenza, le solite combines? Chissà, probabilmente no, probabilmente ci sono delle ragioni forti dietro questa scelta.
Comunque, con il nostro bel cd ci siamo apprestati a installarlo. Le pagine del libretto di istruzioni dedicate all´installazione sono ben 24 su 38 (sì, avete letto bene: 24 pagine solo per spiegarvi come installare il programma sul vostro computer). Preparatevi a passare una buona mezz´ora prima di riuscire a finire tutte le operazioni di installazione, a patto che abbiate un computer veloce, altrimenti il tempo sale, e non è detto che riusciate a farlo funzionare.
Tutto fatto, vado a guardare di cosa si tratta. Le Poste usano come tecnologia Microsoft SQL Server 2000. Nel computer viene installato un software che si chiama SQL Server Desktop Engine 2000 SP4. Un tantino datato, visto che da tempo circola la versione 2005. La cosa potrebbe essere tutto sommato irrilevante, se non fosse per un dettaglio: SQL Server Desktop Engine 2000 non funziona con Vista, il prossimo sistema operativo di Windows che sarà sul mercato tra novembre e dicembre prossimi. Tra due, tre mesi, cioè chi compera un nuovo computer o installa Vista su quello vecchio, potrà buttar via il cd. A meno che le poste non ne facciano una nuova edizione (che bisognerà comperare).
Che non funzioni con Vista non è peraltro un segreto ben custodito e inaccessibile. È scritto bello grande a questa pagina del sito della Microsoft: «se state realizzando un´applicazione che usa MS SQL Server Desktop Engine 2000, dovreste considerare al suo posto SQL Server 2005 Express Edition» perché sia compatibile con Vista. Che cosa ci voleva a leggere questo avviso e a cambiare il software? Incompetenza, distrazione, burocrazia? Difficile dirlo. Certo, non avrebbe evitato l´esclusione degli utilizzatori di sistemi diversi da Windows (si stima che tra Mac e Linux il 6 – 7 per cento dei computer usino sistemi alternativi a quelli di Microsoft, e considerando che sono circa 20 milioni i computer italiani parliamo di 1,2 – 1,4 milioni di esclusi: mica pochi) ma certo avrebbe evitato lo scorno degli altri. Come dire: un´eccellente politica di marketing.
http://www.unita.it/view.asp?IDcontent=59883
lunedì 25 settembre 2006
La chiesa toscana non fa guerra ai PACS
Al convegno di Firenze cambio di stile: sì alla famiglia tradizionale ma niente crociate
FIRENZE. Pacs, unioni di fatto e famiglia. Qualcosa forse sta cambiando nel modo con cui la Chiesa affronta questi temi. Lo si è capito dal convegno sulla famiglia, organizzato dalla diocesi fiorentina ma di valenza nazionale per l'importanza dei personaggi chiamati a parteciparvi (tra gli altri la presentatrice Lorena Bianchetti, vedi a fianco, l'attrice Claudia Koll e l'assessore regionale Toschi). La novità è riassunta nell'omelia con cui ieri mattina il cardinale di Firenze Ennio Antonelli ha concluso il convegno, durato due giorni: il prelato ha ribadito con forza il valore cristiano della famiglia, ma lo ha fatto in positivo, e non in contrapposizione al fenomeno sempre più diffuso delle unioni di fatto e dei cosidetti Pacs. Da fonti molto vicine alla Curia fiorentina viene fatto osservare che la linea del cardinale Antonelli (è stato uno dei papabili e il suo nome ricorre tra i possibili sostituti del potentissimo Ruini alla guida della Cei) si basa sulla necessità della Chiesa di sottolineare più l'aspetto religioso della proposta cristiana della famiglia che quello politico della "guerra" a unioni di fatto e Pacs. Cambio di registro comunicativo, ma anche di politica ecclesiale. La Chiesa ribadisce alla società intera il valore del sacramento della famiglia, ne sottolinea anche l'importanza culturale e sociale, ma vuole evitare una contrapposizione in negativo, foriera di polemiche politiche. Prende le distanze da una strumentalizzazione partitica del tema della famiglia così decisivo per la Chiesa. Una scelta - quella di Antonelli - significativa nella Toscana che il riconoscimento delle coppie di fatto lo ha inserito nel proprio Statuto. Così nel convegno fiorentino sono state mostrate esperienze felici di famiglie cristiane e si è puntato più sulla forza in positivo della proposta della Chiesa, piuttosto che attardarsi su polemiche destinate ad essere strumentalizzate. Si capirà nei prossimi mesi se lo stile comunicativo del cardinale Antonelli diventerà anche quello della Chiesa e della Cei. (m.l.).
(Il Tirreno, 25/09/2006)
http://www.gaynews.it/view.php?ID=70306
venerdì 22 settembre 2006
Diritto d'asilo. Più facile lo status di rifugiato ai gay
L'Unione cambia la Bossi-Fini
di Marco Dell'Omo
ROMA, 21 SET - Per il centrodestra si tratta di uno stravolgimento della legge Bossi-Fini. Per il centrosinistra di un atto di civiltà oltre che di un doveroso adeguamento alle norme europee. Sta di fatto che, approvando la legge comunitaria per l'anno in corso, la maggioranza alla Camera ha dato una prima spallata alle norme sull'immigrazione volute dalla casa delle libertà.
Durante l'esame della legge comunitaria (il provvedimento che anno dopo anno recepisce le direttive europee) sono stati accolti due emendamenti del governo che cambiano le regole in vigore sul diritto di asilo.
La questione è semplice: oggi per avere diritto al riconoscimento dello status di rifugiato bisogna provenire da una regione del mondo teatro di violenze e presente in un apposito elenco. Se la domanda viene respinta, si viene caricati sul primo aereo disponibile e rispediti nel paese di origine.
Con le modifiche di Montecitorio, che ora passano all'esame del Senato, le regole diventano più elastiche. L'asilo politico potrà essere richiesto da cittadini di qualsivoglia paese, e non solo da quelli provenienti dalle zone "calde".
Tra le righe dell'emendamento, c'è la possibilità di accordare lo status di rifugiato anche ai gay che provengono da pesi dove l'omosessualità è considerata un reato.
Inoltre, in caso di respingimento della pratica, gli immigrati potranno presentare ricorso, restando in Italia fino al termine della procedura.
Al momento del voto sulla legge (246 sì, 84 no e 106 astenuti), la maggioranza ha votato compatta per il sì, mentre l'opposizione si è divisa: Lega e An hanno votato contro la legge comunitaria, mentre Forza Italia e Udc hanno preferito astenersi per motivi di etichetta europea ("Siamo contro lo stravolgimento della Bossi-Fini, ma non potevamo votare contro la legge comunitaria, non l'abbiamo mai fatto", ha spiegato l'azzurro Antonio Leone).
Ma tutti i gruppi dell'opposizione tuonano contro la scelta fatta dal centrosinistra. Il leghista Roberto Calderoli sostiene che con le nuove regole ci sarà "una sanatoria per 550mila immigrati irregolari".
"Basterà dichiararsi gay - si inquieta il senatore del Carroccio - per aver il diritto di restare in Italia". Per Carlo Giovanardi, ex ministro dell'Udc, il governo Prodi continua "nella scriteriata politica di far sapere a tutto il mondo che in Italia si può arrivare clandestini in qualsiasi modo e poi si riesce a rimanere". Altri parlamentari dell'opposizione, come Fabio Rampelli (AN), puntano l'indice contro "l'aiuto che le nuove regole daranno ai trafficanti di clandestini".
A esprimere soddisfazione per l'approvazione della legge, il deputato 'transgender' di Rifondazione Comunista Vladimir Luxuria: "La norma votata dalla Camera, implicitamente, riguarda anche tutti coloro che per il loro orientamento sessuale vengono discriminati e puniti, in alcuni casi anche con la morte. L'Italia compie un passo fondamentale per l'affermazione piena e completa del diritto di vivere".
Ma sull'immigrazione lo scontro in Parlamento è appena agli inizi. In commissione Affari Costituzionali della Camera si sta discutendo in questi giorni della nuova legge sulla cittadinanza (quella che concede la cittadinanza italiana agli extracomunitari dopo cinque anni di residenza).
La Lega promette battaglia; e nel frattempo i parlamentari del Carroccio hanno presentato una proposta di legge per l'istituzioni di classi differenziate per i gli studenti extracomunitari con problemi di apprendimento.
http://www.gaynews.it/view.php?ID=70287
mercoledì 20 settembre 2006
Roma 20 Settembre 1870 - 2006
La breccia di Porta Pia. Una breccia per il pluralismo
Il 20 settembre 1870 con l’apertura della Breccia di Porta Pia, si chiudeva il lungo e sanguinoso periodo del Risorgimento, finiva dopo migliaia di anni il potere temporale della Chiesa e ci si avviava verso una concezione dello Stato più laico dove, almeno formalmente, la religione era invitata ad attenersi alla sfera privata di ogni cittadino.
L’Italia era definitivamente unita; insieme alla breccia si erano aperti i cancelli del ghetto di Roma, tuttavia molte erano ancora le conquiste in senso normativo, giuridico, sociale che si dovevano realizzare perché vi fosse uno Stato laico nel senso più vero del termine.
Sono passati 136 anni: l’Italia da Stato monarchico statutario è divenuta uno Stato prima autocratico e poi Repubblicano con una moderna Costituzione stilata e votata da un’assemblea democraticamente eletta, valida ancora nei suoi basilari principi, pur messi democraticamente in discussione nel dibattito politico.
Ma quanti passi avanti sono stati veramente fatti perché siano rispettate, espresse e soddisfatte le istanze di tutti i cittadini? Il nostro Paese si può considerare realmente uno stato laico a tutti gli effetti? È garantita di fatto, e non solo di fronte alla legge, la libera espressione e la risposta adeguata alle esigenze di tutte le minoranze etniche, culturali, religiose? Cosa c’è ancora da fare?
Il 20 settembre, memento di una libertà conquistata con sangue e dolore, riteniamo debba essere sempre una data da ricordare come punto di partenza del percorso per la costruzione di uno Stato che, attraverso la sua laicità, sia veramente inclusivo e democratico.
domenica 17 settembre 2006
L´editto di Ratisbona
di Furio Colombo
Molti pensano che se si dà torto al Papa si prende una posizione antireligiosa e si manca di rispetto al suo magistero. È una posizione tanto più irriguardosa per chi non si sente subordinato a quel magistero.
Molti pensano che il Papa non abbia mai torto, non solo perché non si può e non si deve mai dire, ma anche perché è inconcepibile che abbia torto.
Molti pensano che il Papa non possa avere torto, tanto che si espone immediatamente al torto la persona, il gruppo, la parte politica che decidano di esprimere un giudizio negativo su un atto o una parola del Papa. Tale giudizio viene considerato in sé, invade il campo di un´autorità di altra natura che non si può coinvolgere in una polemica, meno che mai se quella polemica ha a che fare con la dottrina.
Infatti chi sta criticando, anche animatamente, il Papa dopo le cose dette a Ratisbona su Maometto? Solo persone-guida del mondo islamico e masse del mondo islamico di cui avevamo già detto noi, l´Occidente, tutto il male possibile. E dunque sono schedati per quello che sono: nemici. Volete associarvi ai nemici che uno di questi giorni potrebbero incoraggiare un gesto violento, dicendo male del Papa?
Per proseguire in questa analisi di una situazione mai prima accaduta (il Papa parla e una parte del mondo è in rivolta) occorrono due precisazioni.
La prima è che la grande polemica è esplosa dopo dettagliate argomentazioni di un docente di teologia - Joseph Ratzinger - nel corso di una sua lezione. Non in un discorso del Papa.
La seconda è che molti di coloro che da questa parte del mondo sono stati colti di sorpresa dalle parole del docente-Papa e intendono esprimere il proprio dissenso, non lo fanno per riguardo alla parte del mondo che si sente offesa né per unirsi al clamore delle proteste che potrebbero diventare violenza. Lo fanno perché essi pensano (e pensa anche chi scrive) che un errore è un errore. E questo errore è stato commesso dalla nostra parte, ciò che chiamiamo cultura occidentale. Dunque è dal punto di vista della cultura in cui viviamo - e non in cavalleresca difesa di altre culture - che l´errore va definito.
* * *
Per definire un errore è necessario un contesto. Il contesto qui, è: guerra e pace, potere e non potere, religione e politica.
Nel contesto si situa il fatto. Parlando dalla sua cattedra di teologia all´Università di Ratisbona, Joseph Ratzinger ha svolto considerazioni storiche sul rapporto Cristianesimo-Islam, e ha usato come documento citazioni e testimonianze (autorevoli nella cultura cristiana) sulla cattiva qualità della visione teologica islamica.
Ha dunque aperto una disputa aspra ma che sarebbe solo di scuola se il docente non fosse anche il Papa, dunque capo della Chiesa cattolica e capo di Stato. La brusca variazione di livello porta le parole del teologo Ratzinger dalla disputa di scuola al contesto pace-guerra. E infatti una parte del mondo islamico ha già dichiarato di considerarsi in guerra con il mondo cristiano. E una parte del mondo cristiano ha già accolto e ricambiato con altrettanta determinazione quella dichiarazione di guerra.
Il teologo Ratzinger, nel pronunciare il suo duro giudizio su Maometto, sia pure come citazione storica nel corso di una lezione, ha chiamato in causa Ratzinger-Papa, dunque il potere. Non solo il potere come peso mondiale della Chiesa cattolica. Ma il potere anche più grande, anche materiale che viene evocato all'istante nel momento in cui una voce così alta, che di solito si frappone ai conflitti, in questo caso si fa componente importante di una delle parti in conflitto.
Quello che vedono molti nel mondo è un potere morale grandissimo che si schiera con un potere materiale grandissimo. Quegli occhi sono, in molti casi, occhi di chi si sente senza potere e percepisce dunque come offesa la voce religiosa della Chiesa cattolica che era abituata a conoscere e a rispettare come «non combattente».
Impossibile negare, poi, che il teologo, essendo Papa, ha condotto, persino senza volerlo, la sua escursione storica fuori dal territorio della disputa religiosa e dentro le mura della politica. Ciò avviene non solo perché per convenienza, storia o ragione, la bandiera islamica sventola ormai su quasi tutti i conflitti nel mondo, ma anche perché rafforza e conferma la definizione «cristiana» che i più estremi combattenti islamici amano dare del nemico.
* * *
Una volta che tutto ciò è avvenuto, occorre riconoscere due conseguenze. La prima è un peggioramento delle condizioni del conflitto. Sembrano favoriti, da una parte e dall'altra, coloro che raccomandano di credere nello scontro di civiltà e dunque nella prova finale del confronto fra il bene e il male.
La seconda è la disattivazione (momentanea, dobbiamo disperatamente sperare) di quella forte voce cattolica che, a differenza del fondamentalismo protestante, non solo non si è mai prestata alla cupa profezia del confronto finale tra il bene e il male, non solo non ha mai preteso rese e abiure per accettare gli islamici (immigrati o governi) nel club dei buoni, ma ha sempre teso la mano, alla pari alle altre fedi.
Dunque è alla parte del mondo in cui il teologo Papa insegna e governa che importa decidere in che modo tener conto delle sue parole. Non tanto, non solo, non ancora per le reazioni e le proteste (molte, come sempre, strumentali, molte, a quanto pare, spontanee, in varie parti del mondo islamico) ma per l'improvviso cambiamento di immagine del mondo a cui apparteniamo, di cui siamo voce, e sul quale il Papa della Chiesa di Roma ha un'influenza grandissima. Ecco perché ci riconosciamo in ciò che ha scritto sabato il New York Times, forse il più autorevole quotidiano del mondo democratico: «Le parole del Papa sono tragiche e pericolose». È ciò che è avvenuto ed è giusto dirlo.
da l'Unità del 17/09/2006
martedì 29 agosto 2006
Manchester City rompe il tabù gay del calcio
Assunzioni di personale omosessuale, proibiti i cori omofobi: una scelta coraggiosa ma anche suggerita da interessi economici
di Guido Santevecchi
LONDRA — L’anno scorso tre calciatori tedeschi, anonimi, avevano proposto al Financial Times di dichiarare la loro omosessualità se altri otto li avessero seguiti. Sono passati molti mesi e la nazionale gay di Germania si è guardata bene dall’uscire dagli spogliatoi. D’altra parte quante migliaia di volte abbiamo sentito dire che il pallone è un gioco maschio? Ora uno dei club più gloriosi d’Inghilterra, il Manchester City, ha deciso di dare un calcio all’ultimo tabù del football e ha sottoscritto un accordo che lo trasforma in una squadra «gay-friendly».
Significa che la società si impegna a diventare campione delle pari opportunità, assumendo personale omosessuale per il suo stadio e campo d’allenamento e invitando la comunità gay della città ad accorrere in tribuna. Il Manchester City ha dovuto staccare un assegno milionario per Stonewall, la potente associazione che difende i diritti di gay e lesbiche in Gran Bretagna per poter essere incluso nella lista «gay-friendly». Un elenco nel quale si sono iscritte già la Bbc, la catena di supermercati Sainsbury’s e la Royal Navy. Si tratta di garantire una politica di reclutamento e difesa del personale omosessuale che comprende il divieto e la sanzione di linguaggio o atteggiamenti offensivi o di pregiudizio sul posto di lavoro.
Il club di Manchester impiega circa 700 persone tra tempo pieno e part-time. Il direttore generale Alistair Mackintosh ha spiegato all’Observer: «Vogliamo mandare un messaggio chiaro di benvenuto tra noi a gay, lesbiche e bisessuali». Perché non ci sono calciatori dichiaratamente gay?, ha chiesto la Bbc in una recente inchiesta. Risposta di Alan Smith, ex manager del Crystal Palace: «Semplice, puoi ubriacarti, picchiare tua moglie e i tifosi lo troveranno accettabile se continui a giocare bene, ma se un giorno dovessi dire ‘‘sono gay’’ l’impatto sarebbe disastroso».
E ricorda: «Ho avuto in squadra giocatori che non giravano con una ragazza aggrappata alla spalla e leggevano libri: era dura per loro negli spogliatoi e in campo». Djibril Cissé, attaccante francese del Liverpool riconoscibile per la progressione e la tintura biondo oro dei capelli in evidente contrasto con il colore ebano della carnagione, ha sentito il bisogno di promettere che non abbraccerà e bacerà i compagni dopo un gol. Una battuta, ma che dimostra quanto sia sentito il problema.
Tony Cascarino, ex star irlandese, ricorda la storia di Justin Fashanu, che giocò con Nottingham Forest e Hearts e nel 1990 decise di uscire allo scoperto. Diventò il bersaglio degli insulti del pubblico e degli avversari. Otto anni dopo si tolse la vita e la polizia concluse che non aveva retto alla pressione. Tutte testimonianze di ex. Quando la Bbc ha mandato tre domande sull’omofobia ai manager della Premier League inglese, nessuno dei venti ha accettato di rispondere.
Il beau geste del Manchester City forse non è del tutto disinteressato. Parte della campagna prevede di invitare la comunità gay a spendere «pink pounds» allo stadio. Sterline rosa, una questione che interessa molto i consigli d’amministrazione delle aziende del Regno Unito, dove si calcola che i cittadini omosessuali siano non meno di 3,6 milioni. In attesa delle banconote la mano tesa dei blu ha portato fortuna in campionato: è arrivata la prima vittoria, sull’Arsenal che non veniva battuto a Manchester da 15 anni.
http://www.corriere.it/Primo_Piano/Sport/2006/08_Agosto/29/santevecchi.shtml
venerdì 18 agosto 2006
Così l'indulto salverà i "furbetti" Niente carcere per gli scandali finanziari
Gli effetti della nuova norma sulle eventuali condanne ai manager
Da Fazio a Fiorani, da Consorte a Ricucci, ma anche Tanzi, Geronzi e Cragnotti
di ORIANA LISO e FERRUCCIO SANSA
MILANO - L'indulto? Un affare d'oro, per chi di affari se ne intende. Finanzieri, banchieri, immobiliaristi. Indagati alcuni, imputati altri, per tutte le possibili combinazioni di reati economico-finanziari. Per semplicità: i "furbetti del quartierino". Fazio, Fiorani, Consorte, Ricucci. Ma anche Tanzi, Geronzi, Cragnotti. Per loro i tre anni di sconto di pena previsti dall'indulto hanno il sapore della certezza della libertà.
Fatti due conti, la nuova legge aiuterà tutti loro, in caso di eventuale condanna, a fare pochi o nessun giorno di carcere perché l'indulto - che copre tutti i reati commessi entro il 2 maggio scorso - "abbuona" di fatto sei, e non tre, anni di carcere, grazie alla possibilità di accedere prima del tempo all'affidamento ai servizi sociali e, in generale, alle misure alternative. Basta sfogliare il Codice penale per rendersi conto che le eventuali condanne più alte - che potrebbero aggirarsi sui dieci anni - saranno comunque ridotte sensibilmente. Considerando quanti chiederanno il giudizio abbreviato (con lo sconto di un terzo della pena) e che alcuni di loro hanno problemi di salute e di età, il gioco è fatto. Da ultimo, non va dimenticato che molte di queste indagini arriveranno a processo per il rotto della cuffia, grazie alla legge ex Cirielli, che riduce i tempi di prescrizione.
Eccessivo parlare di colpo di spugna, obiettano gli avvocati. Ma che gli effetti della nuova legge servano anche ai protagonisti di tutti gli ultimi scandali bancari è indubbio. In caso di condanna la mano al portafogli, per risarcire le parti civili, dovranno mettercela comunque, perché l'indulto su questo non ha effetti. Ma i tempi saranno lunghi e le vittime dovranno pazientare anni. Così, resteranno in piedi anche le pene accessorie, come l'interdizione dai pubblici uffici.
Gli esempi si sprecano, solo fermandosi ai nomi che hanno riempito le cronache giudiziarie recenti. L'ex governatore di Bankitalia Antonio Fazio è indagato a Milano per aggiotaggio (pena massima sei anni) e a Roma per abuso d'ufficio (da sei mesi a tre anni). Indagini ancora aperte e collegate, perché l'inchiesta è sempre quella sulla fallita scalata di Bpi all'Antonveneta. Se Fazio dovesse essere processato e condannato al massimo della pena, grazie all'indulto la vedrebbe ridotta a metà. Per i suoi legali sarebbe facile ottenere l'affidamento ai servizi sociali.
Per Calisto Tanzi il discorso è di poco diverso. L'ex patron della Parmalat, per motivi di salute e di età, difficilmente finirebbe in carcere, nonostante le accuse pesantissime. Ma l'indulto potrebbe fargli "saltare" o ridurre anche gli arresti domiciliari. Non ha problemi di età, invece, Gianpiero Fiorani, l'ad disarcionato della Bpi. L'inchiesta milanese è vicina alla chiusura: Fiorani è iscritto nel registro degli indagati per associazione a delinquere, aggiotaggio e riciclaggio. Anche per lui un calcolo, per quanto approssimativo, dovrebbe tenere conto di sei mesi di custodia preventiva (tra carcere e domiciliari) già scontati, dei tre anni dell'indulto e dei tre in cui utilizzare il "bonus" delle misure alternative. Questo vuol dire che anche a Fiorani (come al suo braccio destro Gianfranco Boni) rimarrebbe poco o nulla da scontare in carcere, almeno per quanto riguarda quel filone (perché, ovviamente, l'indulto si applica una volta sola, e non per ogni condanna).
Forse, alla fine, chi rischia di più è Sergio Cragnotti, ex patron della Cirio. Lo scandalo dei bond argentini ha coinvolto migliaia di risparmiatori e fatto da apripista tra le indagini economico-finanziarie degli ultimi anni. Per il finanziere si è già aperta l'udienza preliminare per il crac Cirio, a Roma: la bancarotta fraudolenta - che è solo uno dei reati contestati - prevede condanne fino a dieci anni. Ma anche per lui, lo sconto dei tre anni per l'indulto, una volta arrivati in appello, potrebbe automaticamente far scendere la sua pena fino ai fatidici tre anni. Oltre i quali resta solo l'affidamento ai servizi sociali. Che di fatto vuol dire la libertà.
(18 agosto 2006)
http://tinyurl.com/f8tfx
sabato 12 agosto 2006
Le Chiese in Europa e il metodo Zapatero
Massimo Salvadori commenta la mancata partecipazione di Zapatero alla messa del Papa a Valencia e si chiede "Chi sa che non si possa vedere in futuro anche in Italia quel che abbiamo visto in Spagna?"
Le Chiese in Europa e il metodo Zapatero
di Massimo L. Salvadori
Non è difficile comprendere che il dibattito sui rapporti tra Chiese e Stato, tra religione da un lato ed etica, costume e politica, insomma società, dall´altro, e sui modi per affrontarli e regolarli è destinato a crescere di importanza nel nostro continente. È inevitabile che nel corso dell´evoluzione storica e dei relativi mutamenti culturali, sociali e demografici emergano nuovi problemi e si ricerchino equilibri atti a offrire soluzioni convenienti. La storia dell´Europa moderna ha visto per circa cinque secoli i singoli Stati assumere nelle loro mani la questione in base al principio della propria assoluta sovranità e a seconda delle loro caratteristiche e finalità. Ogni epoca e ogni paese ha dato in proposito le sue risposte. Poi negli ultimi decenni la questione ha assunto un volto qualitativamente differente da quello del passato.
Si è creato uno spazio politico, istituzionale, culturale e civile europeo in cui l´insieme va facendo sempre più premio sulle parti, in cui il fenomeno della secolarizzazione ha conosciuto una forte accelerazione, i costumi e la mentalità sono rapidamente e profondamente cambiati, il confronto tra i valori e gli stili di vita è divenuto pressante mettendo in gioco molte delle eredità trasmesse dalla tradizione, in cui, specie in conseguenza delle ondate di immigrati islamici da altri continenti la mappa religiosa – caratterizzata in passato dalla schiacciante prevalenza delle chiese cristiane – è andata sostanzialmente cambiando (sullo sfondo sta il possibile ingresso nell´Unione Europea della Turchia, che sotto questo profilo risulterebbe davvero dirompente). È un pluralismo ricco, variegato e complesso che va allargandosi e approfondendosi. Dinnanzi a un simile quadro quale è la responsabilità, quale il dovere civile di uno statista democratico in tema di relazioni tra lo Stato, le Chiese e le religioni? Ebbene, la via la troviamo pur sempre indicata con luminosa semplicità nei Vangeli, là dove si riporta la risposta data da Gesù ai farisei che maliziosamente lo interrogavano sui giusti rapporti tra potere politico e religione: «Rendete a Cesare quel che è di Cesare e a Dio quel che è di Dio».
La funzione dello statista democratico è di tutelare le libertà degli individui, dei gruppi, delle associazioni nel rispetto dei valori di ogni Chiesa e di ogni fede religiosa, di cattolici, protestanti, ortodossi, ebrei e musulmani, dei credenti in Dio e dei non credenti, attribuendo al potere pubblico il compito di garantire che la reciproca convivenza non comporti vantaggi e neppure riguardi particolari per gli uni e preclusioni o danni per gli altri: il che avviene quando, per calcolo politico, per fede personale o per entrambi, egli invece privilegia una Chiesa e una religione perché questa è quella della maggioranza dei cittadini. Se e quando così agisce, allora attiva la reazione di quanti si sentono oggetto di discriminazione, e fa inclinare lo Stato in senso illiberale. La presenza di una Chiesa "più libera", più tutelata o anche solo più omaggiata rende meno liberi i diversamente credenti e i non credenti e costituisce una discriminazione nei loro confronti. Nella recente visita del Papa in Spagna Zapatero ha espresso la sua etica di leader democratico europeo accogliendo in veste ufficiale il Papa capo della Chiesa cattolica e di uno Stato tra gli Stati, ma astenendosi - in quanto capo del governo di un paese parte di un´Unione sovranazionale multireligiosa, laica e popolata da molti non credenti e perché personalmente non credente - dalla partecipazione alla messa officiata da Benedetto XVI. Un atto, teniamolo presente, squisitamente religioso, assemblea della comunità ecclesiale presieduta da un sacerdote in cui si rinnova la Cena di Cristo e si celebra la sua passione, morte e resurrezione. Zapatero ha così espresso il dovuto rispetto al Papa-sovrano, al primo sacerdote cattolico e a tutti i cittadini con la pluralità delle loro opinioni. E ha scatenato un´ondata di reazioni.
Alcuni, tra i quali una piccola minoranza di cattolici, lo hanno lodato. Altri lo hanno decisamente vituperato. In Spagna i nostalgici di una Chiesa cattolica abituata ad essere beneficiata in passato da un cumulo di privilegi lo hanno sonoramente fischiato. In Italia i partiti del centro-destra, con l´eccezione di poche mosche bianche, hanno rumoreggiato contro lo scandaloso Zapatero, quasi fosse la reincarnazione degli atei anticlericali della guerra civile spagnola o di quelli della rivoluzione messicana. Ma in prima fila a schierarsi rumorosamente contro lo "zapaterismo" sono stati anche nel centrosinistra coloro che ieri levavano la loro voce per criticare con alti toni il "laicismo alla francese" e oggi la alzano per denunciare i mali di quello "alla spagnola". Il sindaco filosofo Massimo Cacciari ha definito la scelta di Zapatero di non presenziare alla messa papale un atto "stupido" e il leader della Margherita Francesco Rutelli ha presentato nei termini di una sciagura nazionale l´eventualità che in Italia un premier come lui abbia mai a guidare il governo. Insomma, un grande scandalo quello compiuto da Zapatero, a impedire il quale Rutelli ha promesso di opporre il suo scudo in nome dei valori della religione, dei superiori diritti della Chiesa cattolica e degli obblighi specifici che un capo di governo ha nei confronti del pontefice. Si viene colpiti dal richiamo all´"idealismo", ma ci si chiede di quale idealismo si tratti, e se non sia più "idealista" Zapatero (naturalmente con segni e implicazioni diversi) che non Rutelli.
Enrico IV, protestante, divenuto sovrano di una Francia a grande maggioranza cattolica, in tempi nei quali non si concepiva che lo Stato assumesse il ruolo di garante verso chiese parimenti libere, si piegò al fatto che Parigi valeva pure una messa. Zapatero, eletto democraticamente alla guida del governo da cittadini diversamente pensanti in materia di fede, ha creduto che non vi sia motivo per cui a Madrid il realismo politico dovesse valere una messa, e ha voluto affermare il principio liberale e laico che gli atti di culto, strette espressioni della pratica religiosa, appartengono alla sfera della coscienza degli individui e non comportano un dovere di rappresentanza da parte di un capo di governo. Un modo di intendere i valori e le funzioni che, appunto, non è quello di Rutelli.
Un´ultima domanda. Ma che cosa si direbbe se un premier europeo si recasse a partecipare ai riti religiosi presenziati da una grande autorità protestante, ebraica o islamica escludendo il rito cattolico? Inimmaginabile poi la presenza ad una assemblea di dichiarati non credenti. Altro che scandalo. Un tale atteggiamento sarebbe considerato tale da chiederne la lapidazione politica. Credo che di questi problemi fosse intimamente consapevole Zapatero quando prese la decisione di non attendere alla messa del Papa. Non vi è chi non lodi il pluralismo, la libertà di pensiero e di opinione. Poi, quando si viene al dunque, si mostra la corda. Cavour lanciò all´Italia appena unificata il motto: «Libera Chiesa in libero Stato». Agli statisti dell´Europa unita spetta di riprenderlo e aggiornarlo: «Libere chiese e libere correnti di opinione in una libera Europa». Chi sa che non si possa vedere in un futuro anche in Italia quel che abbiamo visto in Spagna. La speranza, anche quando è arduo sperare, è pur sempre l´ultima dea.
la Repubblica, 12 agosto 2006
mercoledì 9 agosto 2006
L'indulto secondo Piero Fassino e la risposta di Marco Travaglio
Una ragazza, Sabrina, ha chiesto spiegazioni sull’indulto (tramite il blog di Beppe Grillo) a Piero Fassino che ha prontamente risposto.
Riporto la lettera di Fassino per consentirgli di ricevere incoraggiamenti, suggerimenti e anche obiezioni di cui, sono certo, farà tesoro.
Chi volesse corrispondere direttamente con il segretario dei Ds può farlo inviando una mail a p.fassino@dsonline.it
“ Rispondo volentieri alla e-mail sull’indulto che mi hai inviato.
Oggi vivere in carcere significa vivere in un inferno. La disumanità del carcere riguarda la società intera, riguarda tutti noi. Perchè nega la missione rieducativa che la Costituzione assegna alla detenzione. Perché la civiltà di una società si misura anche dal suo sistema carcerario. Nessuno di noi, “fuori”, può disinteressarsi di come vive chi è 'dentro', delle sue condizioni presenti e delle sue prospettive di reinserimento.
In cinque anni, il centrodestra non ha fatto nulla per le carceri, al contrario, ha varato leggi che hanno già prodotto una inutile e dannosa moltiplicazione della popolazione carceraria, pensiamo alla ex-Cirielli, alla legge sulle tossicodipendenze e alla Bossi-Fini
Al 31 dicembre 2005 il numero dei detenuti era pari a 59.523 unità in un sistema carcerario fatto per ospitarne 35.000. Nel 2001 erano 43.000.
Dall'entrata in vigore della Bossi-Fini, i detenuti stranieri sono diventati il 45% del totale: una cifra mai raggiunta prima. Altro dato significativo riguardo gli ingressi nelle carceri è quello relativo alla violazione delle norme in materia di stupefacenti: nel 2005 sono stati registrati 15.917 ingressi di italiani e 10.144 di stranieri.
Un provvedimento di clemenza non era più rinviabile, tenuto conto che l'ultimo indulto risale a sedici anni fa.
La Costituzione richiede, per una legge di questa natura, il voto favorevole dei due terzi dei componenti di ogni ramo del Parlamento. Una maggioranza amplissima che può essere realizzata solo con un'intesa tra il più ampio numero di forze politiche e con la ricerca di un punto di equilibrio.
Abbiamo perciò lavorato ad un testo equilibrato e ragionevole, che, rispetto ad indulti del passato, comprende la più lunga lista di reati esclusi dall'applicazione dell'indulto: associazione sovversiva; tutti i reati connessi al terrorismo; devastazione, saccheggio e strage; sequestro di persona a scopo di eversione; banda armata; associazione per delinquere finalizzata alla commissione dei delitti di cui agli articoli 600, 601 e 602 del codice penale; associazione di tipo mafioso; riduzione o mantenimento in schiavitù o in servitù; prostituzione e pornografia minorile; tratta di persone; tutte le forme di violenza sessuale; corruzione di minorenni; sequestro di persona a scopo di rapina o di estorsione; riciclaggio di denaro o beni provenienti da sequestri di persona a scopo estorsivo; produzione, traffico e detenzione illeciti di sostanze stupefacenti secondo l'articolo 73 del testo unico delle leggi in materia di disciplina degli stupefacenti e sostanze psicotrope.
Non solo, ma su tutti i reati a cui si applica l’indulto non c'è nessun colpo di spugna.
Per i reati finanziari, di corruzione e contro la pubblica amministrazione i processi proseguono, restano immutate le responsabilità, le condanne, i reati non si cancellano e, soprattutto resta ferma l'interdizione perpetua dai pubblici uffici, restano ferme le pene accessorie anche temporanee. Per quanto riguarda gli infortuni sul lavoro e le morti bianche, viene garantito il diritto delle vittime al risarcimento. Noi saremmo stati i primi a dire no ad un'amnistia perchè questa cancella il reato. Non è questo il caso.
Abbiamo detto sì all'indulto, dunque, non per favorire qualcuno, ma perchè era una risposta necessaria, doverosa e non più eludibile all'emergenza delle carceri.
Ora occorre dare avvio ad una serie di riforme per restituire efficienza all'amministrazione della giustizia e cancellare le pessime leggi - vergogna ereditate dal centrodestra, a cominciare dalla Cirami e dalla ex-Cirielli. Ed è quello che faremo.
Ringraziandoti per l’attenzione”.
Piero Fassino
----------------------------------------------------------------------------------------------------------
Travaglio ha deciso di aggiungere il suo commento alle parole di Fassino.
'Caro Beppe,
purtroppo la risposta di Fassino sull’indulto fa acqua da tutte le parti. E provo a spiegare, punto per punto, il perché.
- “Abbiamo detto sì all’indulto non per favorire qualcuno, ma perchè era una risposta necessaria, doverosa e non più eludibile all'emergenza delle carceri”.
Perché allora, se si proponevano di svuotare le carceri, hanno escluso dall’indulto molti reati per i quali molti sono detenuti, mentre vi hanno inserito molti reati (quelli contro la pubblica amministrazione, quelli finanziari, societari e fiscali, gli omicidi colposi per le “morti bianche” sul lavoro) per i quali sono detenute poche decine di persone?
- “ Al 31 dicembre 2005 il numero dei detenuti era pari a 59.523 unità in un sistema carcerario fatto per ospitarne 35.000. Nel 2001 erano 43.000”. Dunque “un provvedimento di clemenza non era più rinviabile, tenuto conto che l'ultimo indulto risale a sedici anni fa”.
Per la verità l’ultimo indulto (il cosiddetto indultino) risale a due anni fa: scarcerò circa 6 mila persone, col risultato che dopo pochi mesi la popolazione carceraria non solo era tornata quella di prima, ma era addirittura aumentata. La prova del fatto che pensare di risolvere l’affollamento delle carceri mandando a casa i delinquenti è pura follia. Bisognerebbe agire sulle cause che “producono” i detenuti: e cioè, anzitutto, l’alto numero dei reati che si commettono e l’alto numero di delinquenti in circolazione; e poi alcune leggi che puniscono col carcere comportamenti che potrebbero essere sanzionati diversamente.
- Cinque anni di governo di centrodestra – osserva Fassino - hanno prodotto una “inutile e dannosa moltiplicazione della popolazione carceraria, pensiamo alla ex-Cirielli, alla legge sulle tossicodipendenze e alla Bossi-Fini”.
Perfetto: e allora perché, invece di imbarcarsi nell’indulto, non si è cancellata la ex Cirielli e non si è modificata la Bossi-Fini? La ex Cirielli allunga le pene per i recidivi, la Bossi-Fini impone l’arresto dei clandestini che non lasciano l’Italia dopo l’espulsione (anche se non commettono alcun delitto): arresto che non porta mai a lunghi periodi di detenzione, perché l’arrestato viene subito scarcerato in quanto la pena prevista è minima e non giustifica la custodia cautelare. Ma questi continui arresti di massa, sia pure col meccanismo del “turn over” (5.500 all’anno), incidono enormemente sulla popolazione carceraria.
- “La Costituzione richiede, per una legge di questa natura, il voto favorevole dei due terzi dei componenti di ogni ramo del Parlamento. Una maggioranza amplissima che può essere realizzata solo con un'intesa tra il più ampio numero di forze politiche e con la ricerca di un punto di equilibrio”.
Qui, caro Beppe, casca l’asino. O meglio: cade la maschera dell’inciucio. Perché all’indulto di 3 anni allargato a corrotti & furbetti esistevano varie alternative, che avrebbero liberato ugualmente migliaia di detenuti, ma senza dover ricorrere alla maggioranza dei due terzi, cioè senza dipendere dal "ricatto" di Forza Italia (un ricatto a cui la sinistra ha ceduto molto volentieri...). Per esempio una legge ordinaria che depenalizzasse (con maggioranza semplice, 50% più uno) la Bossi-Fini, o abolisse la ex Cirielli, o trasferisse in strutture sanitarie vigilate i detenuti malati o in comunità i tossici colpevoli di piccolo spaccio. Oppure, volendo proprio ricorrere all’indulto con maggioranza dei due terzi, si poteva “scontare” un anno di pena, e non tre, a tutti i condannati: è la proposta avanzata da un senatore indipendente eletto nei Ds, l’ex procuratore Gerardo D’Ambrosio, che avrebbe liberato 11.500 persone, ma avrebbe lasciato ai domiciliari Previti per altri due anni e non avrebbe salvato platealmente dal rischio di finire in galera i vari furbetti del quartierino, Tanzi, Cragnotti, per non parlare di Berlusconi, Confalonieri e famiglia (imputati per i diritti Mediaset). In quest’ultimo caso, se Forza Italia si fosse opposta, l’Unione avrebbe avuto buon gioco a spiegare agli elettori che il Cavaliere teneva i detenuti sotto sequestro, accatastati l’uno sull’altro nelle patrie galere, solo per salvare se stesso, Previti e i grandi ladroni dei bond e di Bancopoli.
- “Per tutti i reati a cui si applica l’indulto, non c'è nessun colpo di spugna. Per i reati finanziari, di corruzione e contro la pubblica amministrazione i processi proseguono, restano immutate le responsabilità, le condanne, i reati non si cancellano e, soprattutto resta ferma l'interdizione perpetua dai pubblici uffici, restano ferme le pene accessorie anche temporanee. Per quanto riguarda gli infortuni sul lavoro e le morti bianche, viene garantito il diritto delle vittime al risarcimento”.
Fassino, essendo stato ministro della Giustizia, sa benissimo che per questi reati le pene non superano quasi mai i 3 anni di reclusione: chi, grazie all’indulto, parte da “meno tre”, sa che in caso di condanna la pena da scontare sarà pari a zero o sottozero. Per rischiare la galera, bisognerebbe esser condannati a più di 6 anni (sotto i 3 in Italia non si va in carcere): il che non accade mai. E' vero che i processi continuano: ma le pene saranno del tutto virtuali. Se un rapinatore viene condannato a 10-12 anni e gliene abbuonano 3, qualche anno di galera se la fa. Ma se un colletto bianco viene condannato a 3 anni e gliene abbuonano 3, non paga nemmeno per un giorno. Non solo: quando rischia la galera, il colletto bianco è indotto a patteggiare la pena per guadagnarsi lo sconto; in questo caso il pm può condizionare il patteggiamento al risarcimento delle vittime (cioè dello Stato, nei casi di Tangentopoli, o dei morti e feriti sul lavoro, nei casi di omicidio colposo in fabbrica o in cantiere). Quando non rischia la galera, invece, il colletto bianco imputato si guarda bene dal risarcire le vittime durante il processo penale: preferisce costringerle a far causa civile, rinviando il tutto di 10-15 anni, quando saranno tutti morti. Bel risultato, non c'è che dire.
- Fassino conclude promettendo di abrogare la Cirami e la Cirielli.
Gli ricordo che esistono anche la Gasparri, la Pecorella (abolizione dell’appello per il pm, ma non per l’imputato) e il falso in bilancio. E faccio rispettosamente osservare che trattasi di promesse. I fatti, per ora, si chiamano indulto alvacorrotti e, prossimamente, legge contro i pm che fanno intercettazioni e i giornalisti che le pubblicano. Altra trovata di Mastella, su testi e musica di Berlusconi. Se queste porcate le facesse il Cavaliere, scenderemmo tutti in piazza. Spero che lo faremo anche se le fanno i centrosinistri insieme a Berlusconi. Anzi, soprattutto per questo. Li abbiamo votati, ma ce la pagheranno'.
Marco Travaglio.
domenica 30 luglio 2006
Chi ha votato a favore dell'indulto/ 2
Riporto l'elenco dei senatori che hanno votato a favore dell'indulto (dal sito www.senato.it):
ALLEANZA NAZIONALE
Buccico Emilio Nicola, Curto Euprepio, De Angelis Marcello, Matteoli Altero, Saporito Learco, Valentino Giuseppe
AUT
Bosone Daniele, Molinari Claudio, Montalbano Accursio, Negri Magda, Peterlini Oskar, Pinzger Manfred, Rubinato Simonetta, Thaler Ausserhofer Helga, Tonini Giorgio
DC-IND-MA
Antonione Roberto, Cutrufo Mauro, Girfatti Antonio Franco, Manunza Ignazio, Massidda Piergiorgio, Pistorio Giovanni, Rotondi Gianfranco, Santini Giacomo, Saro Giuseppe Ferruccio, Stracquadanio Giorgio Clelio
FORZA ITALIA
Alberti Casellati M. E., Amato Pietro Paolo, Asciutti Franco, Azzollini Antonio, Baldini Massimo, Barba Vincenzo, Barelli Paolo, Bettamio Giampaolo, Bianconi Laura, Biondi Alfredo, Bonfrisco Anna Cinzia, Burani Procaccini Maria, Camber Giulio, Cantoni Gianpiero Carlo, Carrara Valerio, Casoli Francesco, Cicolani Angelo Maria, Colli Ombretta, Comincioli Romano, Costa Rosario Giorgio, D'Ali' Antonio, Dell'Utri Marcello, Fazzone Claudio, Ferrara Mario Francesco, Firrarello Giuseppe, Gentile Antonio, Ghedini Niccolo', Ghigo Enzo, Giuliano Pasquale, Grillo Luigi, Iannuzzi Raffaele, Iorio Angelo Michele, Izzo Cosimo, Lorusso Antonio, Lunardi Pietro, Malan Lucio, Malvano Franco, Marini Giulio, Mauro Giovanni, Morra Carmelo, Nessa Pasquale, Novi Emiddio, Palma Nitto Francesco, Pastore Andrea, Pianetta Enrico, Piccioni Lorenzo, Piccone Filippo, Pisanu Beppe, Pittelli Giancarlo, Possa Guido, Quagliariello Gaetano, Rebuzzi Antonella, Sacconi Maurizio, Scarabosio Aldo, Scarpa Bonazza Buora Paolo, Schifani Renato Giuseppe, Scotti Luigi, Stanca Lucio, Sterpa Egidio, Taddei Vincenzo, Tomassini Antonio, Vegas Giuseppe, Ventucci Cosimo, Viceconte G. Walter C., Vizzini Carlo, Zanettin Pierantonio, Ziccone Guido
IU-VERDI-COMUNISTI ITALIANI
Bulgarelli Mauro, Cossutta Armando, De Petris Loredana, Pecoraro Scanio Marco, Ripamonti Natale, Silvestri Gianpaolo
MISTO
Andreotti Giulio, Colombo Emilio, Cossiga Francesco, Del Pennino Antonio Adolfo Mar
MISTO-PDM
Fuda Pietro
MISTO.POP-UDEUR
Barbato Tommaso, Cusumano Stefano, Mastella Clemente
RIFONDAZIONE COMUNISTA-SE
Albonetti Martino, Alfonzi Daniela, Allocca Salvatore, Boccia Maria Luisa, Bonadonna Salvatore, Brisca Menapace Lidia, Capelli Giovanna, Caprili Milziade, Confalonieri Giovanni, Del Roio Josè Luiz, Di Lello Finuoli Giuseppe, Emprin Gilardini Erminia, Gagliardi Rina, Giannini Fosco, Grassi Claudio, Liotta Santo, Malabarba Luigi, Martone Francesco, Nardini Maria Celeste, Palermo Anna Maria, Russo Spena Giovanni, Sodano Tommaso, Tecce Raffaele, Turigliatto Franco, Valpiana Tiziana, Vano Olimpia, Zuccherini Stefano
UDC
Baccini Mario, Buttiglione Rocco, Ciccanti Amedeo, De Poli Antonio, D'Onofrio Francesco, Eufemi Maurizio, Fantola Massimo, Follini Marco, Forte Michele, Libe' Mauro, Maffioli Graziano, Maninetti Luigi, Marconi Luca, Monacelli Sandra, Naro Giuseppe, Pionati Francesco, Poli Nedo Lorenzo, Ruggeri Salvatore, Trematerra Gino, Zanoletti Tomaso
ULIVO
Adragna Benedetto, Amati Silvana, Angius Gavino, Baio Dossi Emanuela, Banti Egidio, Barbieri Roberto, Barbolini Giuliano, Bassoli Fiorenza, Battaglia Giovanni, Bellini Giovanni, Benvenuto Giorgio, Bettini Goffredo Maria, Bianco Enzo, Binetti Paola, Bobba Luigi, Boccia Antonio, Bodini Paolo, Bordon Willer, Bruno Franco, Brutti Massimo, Brutti Paolo, Bubbico Filippo, Cabras Antonello, Calvi Guido, Carloni Anna Maria, Casson Felice, D'Amico Natale Maria Alfonso, Danieli Franco, De Simone Andrea Carmine, Di Siena Piero, Enriques Federico, Fazio Bartolo, Ferrante Francesco, Filippi Marco, Finocchiaro Anna, Fontana Carlo Ferruccio Antoni, Franco Vittoria, Galardi Guido, Garraffa Costantino, Gasbarri Mario, Giaretta Paolo, Iovene Antonio, Ladu Salvatore, Latorre Nicola, Legnini Giovanni, Livi Bacci Massimo, Lusi Luigi, Maccanico Antonio, Magistrelli Marina, Magnolfi Beatrice Maria, Manzella Andrea, Manzione Roberto, Marino Ignazio Roberto Maria, Massa Augusto, Mele Giorgio, Mercatali Vidmer, Micheloni Claudio, Mongiello Colomba, Montino Esterino, Morando Antonio Enrico, Morgando Gianfranco, Nieddu Gianni, Palumbo Aniello, Papania Antonino, Pasetto Giorgio, Pegorer Carlo, Piglionica Donato, Pignedoli Leana, Pisa Silvana, Polito Antonio, Pollastri Edoardo, Procacci Giovanni, Randazzo Antonino, Ranieri Andrea, Roilo Giorgio, Ronchi Edo, Rossa Sabina, Rossi Paolo, Salvi Cesare, Scalera Giuseppe, Scarpetti Lido, Serafini Anna Maria, Sinisi Giannicola, Soliani Albertina, Treu Tiziano, Turano Renato Guerino, Turco Livia, Vernetti Gianni, Villecco Calipari Rosa Maria, Vitali Walter, Zanda Luigi, Zavoli Sergio Wolmar