sabato 11 novembre 2006

Berlusconi usò l'8 per mille per la guerra in Iraq

«L'otto per mille originariamente doveva essere devoluto tutto agli aiuti al terzo mondo, alla cultura e a cose di questo genere. Poi una parte venne utilizzata per le missioni all'estero. E una parte anche per l'Iraq». Giuseppe Vegas, vice-ministro dell'Economia nell´ultimo governo Berlusconi, conferma candidamente quanto già denunciato il 2 luglio 2005 da l'Unità e adesso riproposto anche da Giulia Maria Mozzoni Crespi, presidente del Fai (Fondo per l´ambiente italiano): l'otto per mille che i cittadini italiani hanno voluto assegnare al restauro dei beni culturali, alla lotta alla fame, all´assistenza ai rifugiati, e alle calamità naturali, è andato invece a finanziare la missione militare in Iraq.

«Era stata sottratta una parte originariamente poi il resto è stato lasciato per le varie scelte che son state fatte sull'otto per mille» spiega il senatore di Forza Italia. Ma, in concreto, quanto andò all'Iraq? Chiedono i giornalisti all´ex sottosegretario «Attorno a un terzo, circa 80 milioni», ammette candidamente Vegas.

La notizia dell´uso improprio dell´8 per mille è stata rilanciata in mattinata dal presidente del Fai: «Mi ha colpito quello che mi ha detto Enrico Letta, e cioè che l'otto per mille che i cittadini italiani hanno assegnato all'arte, alla cultura e al sociale è stato attribuito alla guerra in Iraq e solo una minima parte è stata data per combattere la fame nel mondo – ha detto Giulia Maria Mozzoni Crespi in apertura di un convegno sulla tutela dei beni ambientali – Letta lo aveva detto in una conferenza, ma mi ha riferito desolato che era stato pubblicato solo in un trafiletto da un quotidiano».

In effetti lo scorso 31 agosto il sottosegretario alla Presidenza del Consiglio, Enrico Letta, al termine di una riunione del Consiglio dei ministri, aveva dichiarato che l´esecutivo, affrontando la questione dell'8 per mille per quel che riguarda la quota statale, aveva scoperto un "buco" di diversi milioni: «Questa quota, all'incirca 110 milioni di euro, con le Finanziarie degli anni scorsi è stata decurtata, e i fondi usati per altri scopi – disse Letta - Per questo abbiamo trovato soltanto 4,7 milioni di euro su gli oltre 100 che dovevano essere disponibili».

http://www.unita.it/view.asp?IDcontent=60970

mercoledì 8 novembre 2006

Luca e Francesco, sposati due volte

Torino, la coppia omosessuale sposata con rito cattolico in Italia, per la prima volta, nel 1978. Ora sono convolati in Spagna.
Don Franco: "Li sposai in clandestinità"
Il prete 'ribelle' sospeso a divinis continua a celebrare messa
"La fede è superiore alla dottrina della Chiesa. L'amore è un dono di Dio"

di ALBERTO CUSTODERO


LUCA e Francesco sono gli unici gay al mondo ad essersi sposati due volte. Il loro primo matrimonio è stato religioso, celebrato in totale segretezza, il 4 febbraio del 1978, a Pinerolo (nel Torinese), da un sacerdote, don Franco Barbero. Il secondo - in piena ufficialità - che li ha resi legalmente "coniugi" (formula che sostituisce un improbabile marito e moglie), si è svolto in Spagna grazie alla recente legge che autorizza i matrimoni gay.

Luca e Francesco, quando sono stati dichiarati "sposi" da don Franco, avevano rispettivamente 27 e 31 anni, il primo era commesso in un negozio di alimentari, il secondo professore di lettere al liceo. Un paio di anni fa, sapendo che il governo laico di Zapatero, in una cattolicissima Spagna (dopo Belgio e Olanda), di lì a poco avrebbe reso legali i matrimoni omosessuali, si sono trasferiti nei pressi di Malaga, sulla Costa del Sol, per diventare cittadini spagnoli.

E così, a maggio di quest'anno, 10 mesi dopo l'approvazione della legge Zapatero, nel municipio di una cittadina dell'Andalusia si sono giurati fedeltà per la seconda volta. Oggi (uno 59enne, l'altro 55enne, entrambi in pensione), sono forse i primi omosessuali italiani a essere stati dichiarati "coniugi" in Spagna. A raccontare la loro lunga storia d'amore durata 28 anni e "consacrata" da due matrimoni, uno cattolico e l'altro laico, il primo clandestino, il secondo alla luce del sole, è il sacerdote pinerolese.

Don Franco, tre anni fa, per la sua teologia che considera "non trasgressione, ma oltrepassamento" della dottrina cattolica (è per una rilettura dei dogmi alla luce del vangelo e dei priblemi della società contemporanea), fu sospeso a divinis da Joseph Ratzinger, allora prefetto della Congregazione per la dottrina della fede, oggi papa.

Nonostante quel provvedimento che suscitò molto clamore negli ambienti del cattolicesimo progressista italiano, il prete "ribelle" ("ma non gay", precisa), fondatore della comunità di base "Viottoli", continua a celebrare messa come se nulla gli fosse successo rifacendosi al dogma cattolico (semel sacerdos, semper sacerdos), secondo il quale chi un giorno è stato ordinato sacerdote, lo rimane per sempre.

"Ricordo quel 4 febbraio di 28 anni fa come fosse ieri - racconta don Franco - la cerimonia, segreta, è stata semplice, colorata da qualche mazzo di fiori, ma senza
festa, né canti, né musica. Solo tanta gioia intorno al tavolo nella sede della comunità. Eravamo in 5, Luca e Francesco, i due testimoni (uno dei due era un omosessuale che aveva sofferto le pene dell'inferno per essere stato relegato fra gli 'impuri'), e io, in camice e stola. Fu una celebrazione normale, con la
comunione sotto le due specie, e il solito calice".

Non fu certo facile, per un don Barbero allora trentanovenne (oggi ne ha 68), due anni prima della Fondazione Sandro Penna, il primo movimento omosessuale italiano voluto da Angelo Pezzana, compiere un gesto così azzardato e così contrario alla dottrina della Chiesa. "Quel matrimonio - ricorda il sacerdote - rappresentava per gli 'sposi' e per me una scelta convinta e felice che vivemmo come fosse una cosa naturale. Nel febbraio del 1978, però, era un
fatto che non potevo comunicare a nessuno. Segretissimo".

I tempi, allora (a Torino s'inziavano i processi alle Bierre di Curcio, il 16 marzo ci sarebbe stato il sequestro Moro), non erano ancora maturi per parlare di "matrimoni omosessuali". "Per questo - ha aggiunto il sacerdote - era un episodio da chiudere. Noi della comunità di base eravamo impegnati nella lotta contro il concordato e la Dc in quella contro il terrorismo. Il vaticano (dopo la dichiarazione 'Persona Humana' di Paolo VI), era ostile agli omosessuali e a nulla era valso lo 'strappo' dell'Associazione dei teologi americani che pubblicò 'La sessualità umana'. Anche avessi voluto, non avevo interlocutori".

Don Franco non si fermò con Luca e Francesco. "Dopo il primo episodio - racconta - continuai a essere sollecitato a celebrare segretamente matrimoni. Fra l'83 e l'84 ne feci in tutto una sessantina in regime di totale clandestinità non solo fra maschi, ma anche fra donne. Qualcuno aveva portato il papà, pochissimi la mamma".

Il prete pinerolese ha sempre avuto la consapevolezza che difronte alla legge della Chiesa quei matrimoni non fossero riconosciuti. "Ero cosciente - ha confessato - di compiere un rito gravemente peccaminoso. E le coppie gay lo erano di fare un atto non valido". Perché, allora, li celebravano? Ecco la "teologia" sui matrimoni gay del prete "ribelle". "Per noi, la fede è superiore alla legge ecclesiastica che va presa per quello che vale visto che non è mai uguale nel tempo. Noi, con tranquillità, diciamo: una cosa è la dottrina della Chiesa, un'altra il dono di Dio della fede che libera dall'obbedienza - e in questo caso schiavitù - della norma. Ebbene, quando due uomini o due donne
hanno capito che quel loro amore è un dono di Dio, davanti a lui ritengono di essersi sposati. È questo il significato che i gay danno alla cerimonia nuziale che
non ha valore di fronte alla legge civile, ma costituisce un cammino di fede".

(8 novembre 2006)
http://tinyurl.com/ycrcp3

lunedì 6 novembre 2006

Dov'è finito l'architetto del ponte?

di Curzio Maltese

La destra scialacqua, la sinistra è chiamata a risanare i conti. Il meccanismo dovrebbe essere ormai chiaro. Un lettore mi ha ascoltato raccontare in tv la storia del ponte sullo Stretto e siccome il programma era satirico mi chiede se avessi scherzato. Niente affatto.

Dopo tanti proclami alla nazione, demonizzazioni degli oppositori "nemici del progresso", il bilancio è questo: il governo Berlusconi ha buttato a mare seicento o settecento milioni di euro per non cominciare neppure i lavori.

Il conto è rapido. Oltre 150 milioni sono stati sprecati per gli studi preparatori, in laute consulenze agli amici degli amici per studiare fra l'altro il "flusso dei cetacei fra Scilla e Cariddi", "l'mpatto psico-socio-antropologico dei lavori sulla popolazione locale". Una montagna di 126 chili di carta che giace negli uffici del ministero. Un altro centinaio di milioni per l'esproprio dei terreni, nel tripudio delle cosche. Ed è da record la penale che lo Stato dovrà pagare all'impresa appaltatrice, l'Impregilo: 388 milioni di euro. Il ponte doveva essere una delle più grandi opere pubbliche d'Europa ed è invece la truffa del secolo.

Si poteva immaginare che non si sarebbe mai fatto? Si doveva. I mercati ne erano sicuri. Quando l'Impregilo vince l'appalto, il titolo crolla in borsa di quasi il 6 per cento. Appena il Parlamento decide che non si farà nulla, la quotazione schizza in alto. Nessuno ha mai creduto che il lavoro si sarebbe fatto. Tutte le imprese straniere si erano ritirate dall'asta, dove la vittoria dell'Impregilo era annunciata, fra l'altro, da una telefonata dell'amministratore delegato Savona, intercettata per caso dai magistrati di Monza: "Tranquilli, l'appalto è nostro, me l'ha giurato Dell'Utri".

Il mondo dell'architettura internazionale è impazzito per capire come gli italiani potessero credere al progetto. In particolare i giapponesi, massimi esperti, che vantano il ponte più lungo a una campata, l'Akashi Kyokyo, 1960 metri. Volevano farci passare una linea ferroviaria, ma gli ingegneri hanno spiegato che non esistono materiali in grado di reggere una struttura simile: sarebbe crollato tutto.

Il ponte sullo Stretto avrebbe dovuto essere lungo quasi tre chilometri e mezzo e con due linee di ferrovia, non una. Chi era l'autore di una simile meraviglia? Renzo Piano, Richard Rogers, Norman Foster? Macchè, un certo William C.Brown, nipote di un più famoso William H.Brown che ha progettato un paio di ponti in Africa ai tempi delle colonie. Un carneade mai nominato da nessuna rivista di architettura del Pianeta. Due architetti italiani, Ugo Rosa e Domenico Calandro, hanno lanciato una "caccia a mister Brown" e hanno scritto l'esilarante diario su Internet. Pare che sia scomparso qualche mese fa.

Nessun architetto serio avrebbe mai messo la firma su quel progetto. Ma per Marcello Dell'Utri e Pietro Lunardi non era un problema.


dal Venerdì di Repubblica del 3 Novembre 2006

sabato 4 novembre 2006

Elezioni 2006, l'ombra dei brogli

di Roberto Cotroneo


Tutto in una notte. Il vero o il falso, i dubbi, le certezze, le dimostrazioni scientifiche, e poi i programmi ai computer, il lavoro al Viminale, gli sguardi tesi dei leader della sinistra, e di quello del centrodestra. E poi Berlusconi, e Prodi, e quel pasticciaccio brutto delle elezioni di aprile. Quando vinse il centrosinistra, ma per pochissimo.
Quando in un giorno soltanto si passò da cinque punti percentuali di differenza a quei risicati 25mila voti. Da una vittoria netta di Prodi, annunciata, ribadita, e riconfermata, ogni giorno della campagna elettorale da tutti i sondaggisti, alla vittoria per una manciata di schede, che ha cambiato il destino del governo di Prodi, e soprattutto della stabilità politica nel nostro Paese. Che cosa è successo se lo è chiesto Enrico Deaglio, direttore di «Diario».

Che sul pasticciaccio brutto di piazza del Viminale ha girato un film, intitolato: "Uccidete la democrazia. Memorandum sulle elezioni di aprile", che sarà allegato alla rivista in Dvd il prossimo 24 novembre. E prima di lui se lo sono chiesti tre giornalisti, nascosti dietro lo pseudonimo di «Agente italiano» che hanno scritto un libro di fantapolitica, chiamiamola così, con nomi di maniera, per sostenere che al Viminale quella notte si consumò il delitto perfetto. Ovvero si spostarono i voti delle schede bianche in direzione non tanto della Casa delle Libertà, ma in direzione esclusiva di Forza Italia.

Fantapolitica, volumi che non hanno autori, dicerie, voci. Ma non solo: anche notizie, dettagli e storie molto limpide che qui vanno raccontate. Che cosa è successo? Deaglio non ha nessuna intenzione di anticipare tutti i contenuti del suo dvd, denominato "docu-thriller" prima del 24 novembre, ma già sul numero di "Diario" di oggi spiega una cosa: «c'è un tabù, le elezioni sono il modo per attuare la democrazia in un paese democratico.
Alterare i risultati delle elezioni è un modo per negare la democrazia. Il tabù in questo modo è infranto». Procediamo con ordine, e vediamo cosa può essere accaduto.

10 aprile. Ore 15.00 cominciano gli exit polls e poi nelle ore a seguire le proiezioni elettorali. Il centrosinistra parte subito con una vittoria netta, ma con il passare delle ore questa vittoria netta si assottiglia in un modo costante. Per semplificare, ogni ora che passa il centro sinistra scende di 0,5 e il centro destra sale di 0,5. I dati ufficiali del ministero dell'Interno, non ancora resi noti fino ad oggi, dicono una cosa. Le schede bianche delle ultime politiche sono state 400 mila. Un dato molto basso, di solito, in tutte le consultazioni elettorali sono molte di più. Quante di più? Nel 2001 erano 1.600.000. Quattro volte di più. Si potrebbe dire che nelle ultime elezioni, lo scontro radicale tra i due schieramenti ha convinto gli astensionisti più indefessi, e ha fatto diminuire il dato delle schede bianche? Difficile che sia accaduto fino a questo punto. Ma le vie degli elettori sono infinite.

Peccato però che a questo dato fortemente anomalo, se ne aggiunga un altro, che sfiora la fantascienza. I dati delle schede bianche, da che mondo e mondo, non sono mai omogenei se li si considera regione per regione. Per cui se a Milano nel 2001 si astennero il 6 per cento degli elettori, a Napoli si arrivò al 10, e a Torino al 3, etc. etc. Tutto questo dipende dal fatto che l'Italia è un paese molto diverso regione per regione, pochissimo omogeneo.

Cosa succede nelle elezioni del 2006? Secondo i dati del Viminale, non solo le schede bianche sono soltanto 400.000, ma la percentuale delle bianche, in tutte le regioni italiane, per la prima volta nella storia, è costante, tra l'1 e il 2 per cento in tutte le città e in tutte le regioni.

Questo numero è ancora più clamoroso delle 800mila schede in meno del 2001.
Perché numericamente è una probabilità quasi impossibile, ed è più facile vincere al superenalotto, piuttosto che si verifichi una eventualità di questo genere. Allora? Deaglio nel suo film, girato assieme a Beppe Cremagnani, parla con tecnici, politici, giornalisti, esperti di informatica, e cerca di trasformare la fantapolitica in politica vera e propria. Certo, Fassino quella notte era molto teso. Pisanu sembra abbia avuto uno scontro durissimo con Berlusconi. Il motivo? Si dice che Berlusconi volesse invalidare le elezioni, e chi li conosce bene dice che
tra Pisanu e Berlusconi da quella notte di aprile c'è il gelo totale.

Ma è difficile capire cosa sia successo. Facile capire invece perché è proprio sulle schede bianche che si gioca la partita. Quando le prefetture passano, elettronicamente, i voti al Viminale, le schede bianche diventano un dato di nessun interesse, perché non entrano nel conteggio della suddivisione dei seggi. A quel punto basta inventare un piccolo software capace di deviare i dati delle schede bianche a un raggruppamento politico, in modo automatico, e il gioco è fatto. Nel film di Deaglio Clint Curtis, esperto informatico americano, candidato per i democratici, ex repubblicano, lo mostra in pratica. In mezz'ora scrive il programma, e fa vedere come funziona. Utilizza anche un margine di casualità il suo programma, nel senso che le sequenze numeriche delle schede, hanno delle pause, poi accelerano, e non si comportano in modo uniforme. Dando la sensazione di un conteggio realistico e in progress. E il risultato è assai verosimile.

Deaglio assicura che il finale del suo film sarà molto sorprendente e adesso non intende rivelarlo, e c'è da chiedersi se sarà un fuoco di paglia o una bomba politica dalle conseguenze imprevedibili? L'americano Curtis sostiene che quel genere di broglio è come il delitto perfetto. E soprattutto si sa molto bene che è pressoché impossibile ricontare tutte le schede, anche se si volesse. Solo che le previsioni degli exit polls hanno sbagliato soltanto due dati. Due soli, in quella benedetta notte. Il primo è il dato delle schede bianche: se ne aspettavano 1.200.000. Il secondo è il dato di Forza Italia, inferiore al risultato. Secondo Deaglio lo scontro di quella notte tra Pisanu e Berlusconi concerneva esattamente questo argomento, e questi dati. Quella notte, Marco Minniti, entrando agitato e scuro in volto al Viminale, disse: "ci stanno rubando le elezioni". Ma a questo punto bisogna chiedersi due cose, che una risposta non ce l'hanno, o se ce l'hanno entrano veramente nella fantapolitica più bizzarra. Perché, se il programma funzionava così bene, non ha funzionato anche per i 25 mila voti che hanno fatto la differenza? E dunque: perché non si poteva finire l'opera? Seconda domanda: perché Berlusconi ha continuato a ripetere per giorni e giorni che voleva che si ricontassero tutte le schede? La seconda domanda può avere una risposta più facile. La miglior difesa è l'attacco. E va bene. Ma la prima rimane un mistero della Repubblica, che forse Deaglio ci svelerà il prossimo 24 novembre. O forse non verrà mai svelato da nessuno. Come nessuno potrà mai dire che queste non siano altro che congetture. Fantapolitica, roba buona per i dietrologi, da aggiungersi ai tanti misteri della notte della Repubblica, che non a caso apre la sua storia del dopoguerra con un ipotetico broglio sul Referendum Istituzionale. Mistero o no, fantasia o no, rimane certo il fatto che il programma per alterare i dati è un giochetto da ragazzi e soprattutto che nelle elezioni del 2006 quelli che hanno lasciato in bianco la scheda erano pochissimi, e in perfetto equilibrio, come una
magia elettorale che non è mai riuscita in nessun paese normale. Sempre che l'Italia si possa considerare un paese normale...

martedì 31 ottobre 2006

Madrid, sui diritti di donne e gay lezioni obbligatorie a scuola

Il governo Zapatero introduce la materia "Educazione alla cittadinanza".
di ALESSANDRO OPPES


MADRID - Le proteste delle organizzazioni degli insegnanti cattolici e dei gruppi vicini ai settori più conservatori della Conferenza episcopale hanno rafforzato José Luis RodrÍguez Zapatero nella sua convinzione: per combattere l'omofobia è necessario che i ragazzi apprendano la tolleranza sui libri di scuola. La nuova materia di studio "educazione alla cittadinanza" - inserita nella legge di riforma della scuola che toglie all'insegnamento della religione il valore di disciplina computabile per la valutazione dell'alunno - spiegherà i vari tipi di famiglia esistenti in Spagna: monoparentale, formata da coppie gay o da coppie di fatto. L'unico risultato delle proteste è stato una leggera modifica del testo di legge: mentre nella prima bozza si parlava di "tipi di famiglia", nella redazione finale si fa riferimento a "la famiglia nell'ambito della Costituzione spagnola". Ma la sostanza resta esattamente la stessa. Tanto più che nei nuovi libri di testo si farà riferimento anche al "rifiuto della discriminazione per ragioni legate all'orientamento affettivo-sessuale". Non manca poi la critica a diversi tipi di pregiudizi, come quelli "omofobi e sessisti". Il Partito Popolare sostiene che l'introduzione di questa materia di studio apre la strada all'indottrinamento degli alunni, e i vescovi hanno invitato i genitori degli studenti all'obiezione di coscienza. Ma la polemica nasce da lontano, dal dibattito che precedette l'approvazione - a giugno dello scorso anno - della legge che riconosce il diritto al matrimonio tra due persone dello stesso sesso. E proprio sull'utilizzo del termine matrimonio, i settori più conservatori della Chiesa cattolica, insieme al Partito Popolare, arrivarono a mobilitare centinaia di migliaia di persone in piazza. Ora le nozze gay sono ormai un dato di fatto - che trova d'accordo almeno il 70 per cento degli spagnoli - e si è già celebrato persino il primo matrimonio tra due militanti omosessuali del Pp, con numerosi dirigenti del partito tra gli invitati. A differenza dell'ora di religione, relegata a materia facoltativa, l'educazione alla cittadinanza è obbligatoria e valutabile, e verrà inserita nei programmi di studio a partire dal prossimo anno scolastico. La formula scelta dal legislatore, quella di "famiglia nell'ambito della Costituzione spagnola", si spiega secondo diversi giuristi con riferimento all'articolo 32 della Carta costituzionale del 1978: quello che afferma che "la legge regolerà le forme di matrimonio". Dal momento che le nozze gay sono ormai legge dello Stato, sarà dovere degli insegnanti non tralasciare di parlarne davanti agli alunni delle scuole secondarie. La filosofia scelta dal governo socialista è quella di fare in modo che "la gioventù apprenda a convivere in una società pluralistica e globalizzata" e "sviluppare la riflessione degli alunni" su temi come "le relazioni personali, i diritti e i doveri dei cittadini, i valori democratici attuali e gli impegni come cittadini di un mondo globalizzato".


da la Repubblica del 31/10/2006
http://www.gaynews.it/view.php?ID=70922

lunedì 30 ottobre 2006

Radio2 inaugura una fiction gay

Da lunedì 6 novembre Radio2 trasmetterà la prima commedia radiofonica con un protagonista gay, si tratta di “Nessuno è perfetto”



Da lunedì 6 novembre Radio2 trasmetterà la prima commedia radiofonica con un protagonista gay, si tratta di “Nessuno è perfetto”. Fra i temi affrontati nella sit-com, sempre ironicamente , ma con grande libertà espressiva, c’è tutto quello che fa parte della vita quotidiana: dai rapporti di coppia mediati dal cellulare, al problema del non-lavoro; dalla diseducazione dei figli, al gioco della finanza creativa e cretina; dalla smania di rimanere giovani e belli, a quella di diventare anche famosi. Cinquanta puntate di un quarto d’ora circa con la regia di Paolo Modugno e interpretate da un grande cast di attori disposti a misurarsi con un moderno modello produttivo di fiction seriale. Il cast artistico e’ composto da Maria Amelia Monti nel ruolo di Adele, il cui marito si scoprirà gay ed innamorato di Daniele Formica (Moreno); Caterina Guzzanti (Dani); Sabrina Impacciatore (Giusi); Giancarlo Ratti (Giorgino); Nanni Baldini (De Marchis); Max Pajella (filippino).

http://www.gaynews.it/view.php?ID=70909

domenica 29 ottobre 2006

Niente tassa sulle rassegne stampa. Eliminato l'art. 34 del collegato alla finanziaria

La Camera ha infine soppresso, nel testo approvato venerdì scorso, l'art. 34 del collegato alla finanziaria (decreto-legge 3 ottobre 2006 n. 262).

Il disegno di legge di conversione del decreto legge 262/2006 passa ora al Senato per l'approvazione definitiva.

Ricordiamo che l'art. 34 interveniva sull'art. 65 della legge sul diritto d'autore (l. 22 aprile 1941, n. 633).

L'art. 65 disciplina la riproduzione di articoli di attualità di carattere economico, politico o religioso disponendo che essi "possono essere liberamente riprodotti o comunicati al pubblico in altre riviste o giornali, anche radiotelevisivi, se la riproduzione o l'utilizzazione non è stata espressamente riservata, purché si indichino la fonte da cui sono tratti, la data e il nome dell'autore, se riportato".

Si tratta di una disposizione volta evidentemente a tutelare l'interesse generale alla circolazione delle idee senza nel contempo sacrificare i diritti degli editori cui vengono comunque riconosciuti da un lato la facoltà di rendere riservata la riproduzione degli articoli pubblicati, dall'altro il diritto di vederne indicata la fonte e la paternità.

L'art. 32 del decreto legge 262/2006 modificava la citata disposizione aggiungendo questo comma:

" I soggetti che realizzano, con qualsiasi mezzo, la riproduzione totale o parziale di articoli di riviste o giornali, devono corrispondere un compenso agli editori per le opere da cui i suddetti articoli sono tratti. La misura di tale compenso e le modalità di riscossione sono determinate sulla base di accordi tra i soggetti di cui al periodo precedente e le associazioni delle categorie interessate. Sono escluse dalla corresponsione del compenso le amministrazioni pubbliche di cui al comma 2 dell'articolo 1 del decreto legislativo 3 febbraio 1993, n. 29."

Il Decreto Legge modificava dunque, capovolgendone il senso, l'art. 65 della legge sul diritto d'autore.

Per un'idea del dibattito scatenatosi all'indomani dell'entrata in vigore del decreto legge, può leggersi l'articolo No al pizzo sulle rassegne stampa (Punto Informatico, 6 ottobre)

La relatrice del disegno di legge di conversione, Laura Fincato, ha così commentato la decisione di elminare l'art. 34, in Commissione Bilancio: “...sulla comunicazione e sull'informazione dobbiamo essere più attenti; torneremo su queste questioni con altre scelte, decisioni ed interventi, anche legislativi, che possano dare spazio e vigore al settore”.


http://www.giurdanella.it/mainf.php?id=7658

venerdì 27 ottobre 2006

Linux day 2006 in Italia, è la festa del pinguino

Si celebra domani in oltre 100 città italiane la festa del sistema operativo gratuito e libero. In prima fila: enti, scuole e università
di FRANCESCO CACCAVELLA


LINUX celebra la sua festa. L'appuntamento, per la sesta volta in Italia, è fissato per il 28 ottobre in oltre 100 città italiane. Un giorno intero per mostrare che cosa è e come può essere utilizzato il sistema operativo open source, gratuito e alternativo a Microsoft Windows. Da Udine ad Agrigento, tutti coloro che hanno voglia di saperne di più sul sistema del pinguino o che vorranno farsene installare una copia sul proprio computer, potranno rivolgersi ai Lug (Linux user group) della propria città e assistere a seminari, installazioni guidate e dibattiti.

La festa non è però dedicata al solo sistema operativo. Vero fine delle manifestazioni è la divulgazione dei principi che regolano lo sviluppo del software libero, il modello di progettazione di applicazioni che offre a tutti la libertà di modificarne parti per adattarlo alla propria volontà. Chi usa software libero sa cosa usa, perché può prendere visione del codice con cui è stato costruito il programma, e spesso non deve pagare nulla, perché libera è la sua distribuzione. Enti statali, scuole, università da tempo ne hanno sperimentato la bontà e adesso ne predicano la divulgazione.

Non a caso sono proprio enti, scuole e università che mettono a disposizione i luoghi dove gli interessati potranno recarsi per partecipare alla festa del pinguino. A Roma il Linux day è patrocinato dall'università "La Sapienza" e dal Comune, a Trento dalla provincia e dal comune, a Foggia e in decine di altre località lo stesso. L'ingresso, in tutti i casi, è libero e aperto a chiunque ed è gradita, come recita un manifesto fra i tanti, la "creatività".

Chi arriverà con un computer portatile potrà lasciarlo in mano agli organizzatori e farsi installare una delle versioni di Linux, magari mantenendo anche Windows. E' l'installation party, previsto in quasi tutti i luoghi del Linux day. A Roma, vista la grande richiesta, per partecipare è adesso necessaria la registrazione. A Trento una sala dell'evento sarà dedicata esclusivamente a mostrare, per l'intera giornata, i processi di installazione.

Sarà naturalmente il software il grande protagonista della giornata. A Mantova sono previste postazioni libere per usare un sistema Linux aggiornato con gli ultimi software per la navigazione, per la videoscrittura e per la comunicazione in rete. A Teramo i partecipanti riceveranno un CD con l'ultima versione di OpenOffice, l'alternativa gratuita a Office di Microsoft. Ad Avellino ad essere regalato sarà un CD con la distribuzione Ubuntu, una delle versioni più semplici e usabili disponibili gratuitamente. In molti eventi sono previsti seminari sugli usi dei software open source più noti: OpenOffice e Firefox tra tutti.

Una gran parte della giornata sarà dedicata ai seminari e ai dibattiti, con al centro i temi più delicati sulla privacy. A Napoli, durante il Linux Day organizzato al centro sociale Officina 99, il pomeriggio sarà dedicato a come difendere la propria privacy sulla rete usando software open source, mentre la mattina del Linux Day di Pescara e il pomeriggio di quello di Ancona sarà dedicata alla discussione sul Digital Right Management (DRM) il sistema di protezione dei diritti digitali. A Potenza, a Firenze e a Pisa si parlerà invece di Trusted computing mentre a Piacenza un'ora sarà dedicata alla navigazione anonima attraverso la rete Tor. A Bari, al Politecnico, la giornata ha un titolo evocativo ""Free your Mind, Free your Spirit": tra i seminari spicca quello sulla quasi necessità etica e pratica - da parte di enti di ricerca e università - di utilizzare software libero.

In molti luoghi è prevista la proiezione di film sul mondo open source: a Roma, Potenza e a Napoli (presso il Napoli Hacklab) sarà proiettato Revolution OS II, il documentario italiano che ripercorre le tappe di successo del software libero e il cui autore sarà presente alla festa di Cosenza. Chi parteciperà al Linux Day di Teramo potrà invece assistere a Geek-Geek un cortometraggio, come recita il sito, "sulla 'vità di due geeks, che sperano di guadagnare tramite un sito di vendita di t-shirts online".

Non mancheranno i temi più classici, come l'uso del software libero nella Pubblica Amministrazione: a Trento ("Collaborazione tra Scuola e Software libero"), Teramo ("Un'esperienza di free-software nelle scuole"), Potenza ("Software libero nella Pubblica amministrazione"), Salerno ("Linux a scuola: l'importanza dell'adozione del software open-source"), Casalecchio di Reno ("Un laboratorio scolastico rimesso a nuovo. Il software libero per il riutilizzo di hardware obsoleto"). Da segnalare anche il seminario di Ferrara dedicati alla sostenibilità ambientale del materiale informatico riciclato e quello di Foggia dedicato a "Linux nel rispetto dell'ambiente", mentre chi volesse conoscere i vantaggi dell'uso di Linux in azienda dovrebbe rivolgersi al Lug di Genova che dedicherà all'argomento un'intera giornata.


I programmi e i dettagli per raggiungere le sedi del Linux day sono disponibili sulle pagine di ogni singola manifestazione. Tutti gli eventi previsti sono raccolti dal sito della Italian Linux Society, l'associazione che coordina le varie giornate.

(27 ottobre 2006)
http://tinyurl.com/yzreaq

E il Cavaliere ereditò auto blu e superscorta

In cinque anni per la flotta di «auto blu», 115 nell'autoparco di Palazzo Chigi, sono stati spesi 7 milioni di euro. Il boom dei voli


MILANO - Non si fidava, il Cavaliere, del suo successore. E così, mentre ancora stava a Palazzo Chigi in attesa di lasciare il posto a Romano Prodi, avrebbe deciso di darsela da solo, la scorta per il futuro: 31 uomini. Più la massima tutela a Roma, Milano e Porto Rotondo. Più sedici auto, di cui tredici blindate. Il minimo indispensabile, secondo lui, di questi tempi.

Un po' troppo, secondo i nuovi inquilini della Presidenza del consiglio. Che sulla questione, a partire da Enrico Micheli, avrebbero aperto un (discreto) braccio di ferro con l'ex-premier. Guadagnando finora, pare, solo una riduzione del manipolo: da 31 a 25 persone. Quante ne aveva il "bersaglio Numero Uno" Yasser Arafat, ricorda Massimo Pini, il giorno che andò a visitare Bettino Craxi. Certo, qualcuno ricorderà a Berlusconi quanto disse ai tempi in cui aveva deciso col ministro dell'Interno Claudio Scajola di tagliare il numero degli scortati. Tra i quali, come rivelarono mille polemiche e le intemerate di Francesco Saverio Borrelli, c'era anche il pm dei suoi processi, Ilda Boccassini, che si era esposta contro la mafia in Sicilia. Disse che per molti la scorta era "solo uno status symbol" usato "impropriamente, magari sgommando". E si vantò, giustamente, di aver sottratto alla noia di certe inutili tutele "788 operatori di polizia dirottati così in altri settori per garantire una maggiore sicurezza dei cittadini".

Né val la pena di ricordare che, ai tempi in cui le Br ammazzavano la gente per la strada e i politici erano esposti come mai prima, il presidente del consiglio Giulio Andreotti viaggiava con scorte assai più contenute: «Mia moglie a Natale faceva un regalino a tutti, e certo non erano molti». E' vero: è cambiato tutto. E la scelta di ridurre drasticamente le spese per proteggere gli ex-capi del governo fatta da Giorgio Napolitano quando stava al Viminale, appare lontana anni luce. Berlusconi è stato il premier che ha appoggiato fino in fondo Bush, ha schierato l'Italia nelle missioni in Afghanistan e in Iraq, si è battuto in difesa della sua idea di Occidente con una veemenza (si ricordi la polemica sulla "superiorità sull'Islam") che lo ha esposto non solo ai fanatici come quel Roberto Dal Bosco che gli tirò in testa un treppiede ma all'odio di tanti assassini legati ad Al Qaida. Garantirgli la massima tutela è un dovere assoluto. Punto e fine. Il modo in cui si sarebbe auto-confezionato questa tutela, invece, qualche perplessità la solleva.

Il 27 aprile, cioè diciassette giorni dopo il voto e prima che Romano Prodi si insediasse, la presidenza del consiglio stabiliva che i capi del governo "cessati dalle funzioni" avessero diritto a conservare la scorta su il tutto il territorio nazionale nel massimo dispiegamento. Altri dettagli? Zero: il decreto non fu pubblicato sulla «Gazzetta Ufficiale» e non sarebbe stato neppure protocollato. Si sa solo che gli uomini di fiducia "trattenuti" erano 31. Quelli che con un altro provvedimento il Cavaliere aveva già trasferito dagli organici dei carabinieri o della polizia a quelli del Cesis. Trasferimento che l'allora presidente del Comitato di controllo sui servizi Enzo Bianco, appoggiato dal diessino Massimo Brutti, aveva bollato come "illegittimo". Scoperta la cosa all'atto di insediarsi come sottosegretario con delega ai "servizi" al posto di Gianni Letta, Enrico Micheli avrebbe espresso sulla faccenda l'irritazione del nuovo governo. E dopo una lunga trattativa sarebbe riuscito a farsi restituire, come dicevamo, sei persone.

Quanto alle auto, quelle "prenotate" dall'allora presidente sarebbero come detto 16, delle quali 13 blindate. Quasi tutte tedesche. Resta la curiosità di sapere se vanno o meno contate tra quelle del parco macchine di Palazzo Chigi. Così stracarico di autoblu che il grande cortile interno non può ospitarne che una piccola parte. Il resto sta in via Pozzo Pantaleo 52/E, una strada fuori mano alle spalle di Trastevere, nel quartiere portuense. Serve una macchina? Telefonano: "Mandate un'auto, per favore". Se non c'è traffico, una mezz'oretta. I ministri sparpagliati qua e là che fanno riferimento a Palazzo Chigi, non sono pochi: Linda Lanzillotta (Affari Regionali), Giulio Santagata (Attuazione del programma), Luigi Nicolais (Riforme e Innovazioni nella pubblica amministrazione), Barbara Pollastrini (Pari opportunità), Emma Bonino (Politiche europee), Vannino Chiti (Rapporti con il Parlamento) Rosy Bindi (Politiche per la famiglia) e Giovanna Melandri (Politiche Giovanili e Sport). Ma le autoblu a disposizione, comprese le due Maserati in dotazione a Prodi e Micheli, sono una marea: 115. E il bello è che sono già calate: fino al 17 maggio erano 124.
Costi? Una tombola. Nel solo 2005, per "acquisto, manutenzione, noleggio ed esercizio dei mezzi di trasporto nonché installazione di accessori, pagamento dei premi assicurativi e copertura rischi del conducente e dei trasportati, spese per permessi comunali di accesso a zone a traffico limitato", quel parco di autoblu ci è costato 2 milioni e 152 mila euro, 400 mila in più rispetto alle previsioni. Ai quali vanno sommati gli stipendi degli autisti, presumibilmente gravidi di straordinari. Un anno eccezionale? Niente affatto: la fine di una rincorsa. Nel 2001, per le stesse cose, erano stati spesi 940 mila euro. Nel 2002 un milione e 389 mila. Nel 2003 un milione e 322 mila. Nel 2004 un milione e 800 mila. Una progressione inarrestabile. Fatte le somme, dal 2001 al 2005 dalle casse di palazzo Chigi sono usciti per le autoblu 7 milioni 603 mila euro. Pari a 14 miliardi e 721 milioni di lire. Eppure, per i viaggi appena più lunghi, devono aver anche volato. Lo dicono i bilanci: per "noleggio di aeromobili per esigenze di Stato, di governo e per ragioni umanitarie e spese connesse all'utilizzo dell'aereo presidenziale" sono stati spesi nel solo 2005 due milioni e 150 mila euro. Il quadruplo del 2002, quando i voli della presidenza ci erano costati 577.810 euro. Sarà stata colpa del caro petrolio...

Sergio Rizzo
Gian Antonio Stella
27 ottobre 2006
http://tinyurl.com/y6g7ao

Camera, Gardini contro Luxuria "Non puoi usare il bagno delle donne"

La deputata forzista attacca l'onorevole transgender
Ma i questori di Montecitorio danno ragione alla parlamentare comunista
Il presidente Bertinotti: "Rispettare le scelte individuali"


ROMA - Al momento della sua elezione alla Camera nelle file di Rifondazione Comunista c'era chi aveva ironizzato proprio su questo aspetto: dove andrà a fare la pipì Vladimiro Guadagno, ovvero Wladimir Luxuria il deputato transgender del partito di Bertinotti? "Nel bagno delle donne" disse Luxuria sei mesi fa e la questione svanì. Senza troppi rimpianti. Fino ad oggi, però. Quando Elisabetta Gardini, l'ex volto televisivo, attuale deputata di Forza Italia, ha pensato bene di farne oggetto di una pubblica scenata. Davanti ai bagni della Camera. Che diventano scenario di uno scontro politico.

Ore 14,15 bagno delle donne. Luxuria entra. Alle sue spalle la Gardini che sbotta: "Ma allora è vero che Guadagno usa il bagno delle donne". Le prime a fare le spese dell'ira della deputata forzista sono le, sbigottite, addette alla pulizia: "Non potete permettere a Guadagno di usare il bagno delle donne".

Nulla da fare. La Gardini insiste: "Qui si tratta di una cosa fisiologica, non è una questione psicologica". A quel punto Luxuria reagisce: "Io mi riconosco nel genere femminile. Lei non può permettersi". La Gardini alza la voce: "Lei non può usare il bagno delle donne. Ora vado dai questori". Ma dai questori arriva un netto stop alle richieste della deputata forzista: "Le scelte relative alla propria identità sessuale appartengono alla sfera personale e come tali "vanno rispettate".

Luxuria la guarda andare e osserva: "E' la prima volta che mi capita. Sarebbe imbarazzante per me andare nel bagno degli uomini. Imbarazzante per me e per gli uomini che mi incontrassero".

Replica la Gardini, stavolta a bassa voce: "Trovare Guadagno mi ha provocato un trauma. Mi vergogno che si dia una immagine così di basso profilo del Parlamento. Se avessi saputo, sarei stata zitta...".


Le reazioni. "La mia posizione è nota ed è quella di rispettare le scelte individuali che conformano la personalità e orientano le scelte sessuali - commenta il presidente della Camera Fausto Bertinotti - Mi dispiace che se ne debba discutere, penso che basterebbe fare ricorso a una dote che non dovrebbe mancare, la tolleranza".

Immediato e critico il commento del ministro delle pari opportunità, Barbara Pollastrini: ""Sono esterrefatta, mi colpisce soprattutto una certa mancanza di stile e di umanità. E' incredibile che si debba intervenire su quali servizi possa utilizzare l'onorevole Luxuria, se non quelli da lei ritenuti utili". Di tenore opposto l'intevento della vicepresidente della Camera Giorgia Meloni di An, secondo la quale, occorre ribadire "il rispetto dell'etichetta istituzionale e delle elementari regole di educazione". E chiede che "Guadagno venga richiamato per iscritto".

(27 ottobre 2006)
http://tinyurl.com/y4yk6x

martedì 24 ottobre 2006

"I gay in serie A? Sono una ventina"

Grillini, deputato e presidente onorario dell'Arcigay "C'è pure un arbitro che deve fingere di amare le donne"
di SEBASTIANO VERNAZZA


L'omosessualità, l'ultimo tabù del calcio. Vietato parlarne. E nessun giocatore fa «coming out», dichiara in pubblico di essere gay. A proposito: si dice «coming out» e non «outing», perché quest'ultima espressione esprime una forzatura, indica chi è costretto a uscire allo scoperto, contro la propria volontà. Oggi di calciatori apertamente omosessuali non se ne contano. Bisogna risalire a Justin Fashanu, attaccante anglo- nigeriano del Norwich, del Nottingham Forest e di altri club inglesi. Nel 1990 Justin azzarda il «coming out»: un fratello e la comunità nera lo rinnegano, i tifosi lo massacrano. Fashanu si impicca nel '98, a 37 anni, dentro un garage. Abbandonato da tutti e ricercato dalla polizia perché accusato di aver violentato un 17enne americano.

Franco Grillini, 51 anni, bolognese, è deputato, eletto nelle file dei Ds, e dal 1987 al 1998 è stato presidente nazionale di Arcigay (oggi ne è presidente onorario). Dice Grillini: «L'omosessualità è fenomeno trasversale. In ogni settore la percentuale di uomini gay oscilla tra il 5 e il 10 per cento. Il pallone non è omo-esente. Osservate le scene di esultanza: sono quadretti con omosessualità, conscia e inconscia, a pacchi. Ragazzi che si baciano, si abbracciano, si toccano. In certe immagini si nota la palpatina sulle parti intime».

Ha mai conosciuto calciatori gay?

«Sì. Arcigay gestisce l'80 per cento dei locali omo in Italia, posti in cui, per entrare, è obbligatorio fare la tessera. E abbiamo uno strumento, il "gaydar" o "radar gay", che ci consente di individuare i nostri simili al 99 per cento (gaydar.it è il sito di riferimento, ndr). Risulta che oggi in serie A ci siano venti omosessuali, più o meno».

Arbitri gay?

«Ne frequento uno, considerato molto bravo. È sposato, ha figli e fa una vita d'inferno, poveretto. Mi racconta che ai raduni della categoria è costretto a millantare inesistenti conquiste femminili perché lì è d'obbligo darsi arie da grandi conquistatori di donne. Il mio amico è disperato. Recita e mente, è al limite della sopportazione».

Perché non fa «coming out»?

«Allo stadio lo distruggerebbero. E lo stesso i giocatori: restano coperti, vivono l'omosessualità nell'ombra, perché hanno paura degli ultrà.

I calciatori di oggi sono i gladiatori del circo romano nell'antichità e sono prigionieri di una cultura maschilista. Anzi: più è forte il sospetto che alcuni di loro siano omosessuali, più costoro devono mostrarsi donnaioli».

Che cosa vuole dire?

«Alcuni giocatori di serie A hanno fidanzate o mogli di facciata. La classica ragazza di copertura, messa lì per confondere, nascondere».

I tempi sono maturi perchéuncalciatore italiano gay esca allo scoperto?

«Sarebbe un "coming out" di straordinaria utilità per il movimento. Prima o poi accadrà. Ho scritto a Matarrese, presidente di Lega, gli ho chiesto di invitare le squadre italiane ad imitare il Manchester City, che ha stretto accordi con un'associazione gay. Mi ha risposto e promesso che porterà la questione in consiglio di Lega. Io, però, ho paura delle curve, dove abbondano violenza e omofobia».

In quantità sospette, viene da aggiungere.

«In certe assemblee di maschi chi ha bisogno di allontanare da sé il dubbio su una latente o presunta omosessualità si mette a gridare forte contro i gay. È significativo che negli stadi venga srotolato tutto il repertorio degli insulti contro la nostra categoria. Sono atteggiamenti camerateschi, laddove il cameratismo è un paravento: davanti tutti uomini forti e virili, dietro non si sa».

Il suo calciatore preferito?

«Kakà non ha rivali, in tema di bellezza. Cannavaro fa la sua figura. Beckham resta l'icona gay più forte: un etero con sembianze da omo. Restando etero, forse».


da La Gazzetta dello Sport di martedì 24 ottobre 2006
http://www.gaynews.it/view.php?ID=70803

giovedì 19 ottobre 2006

Ancora una volta parole offensive dal papa

"Da questa sollecitudine per la persona umana e la sua formazione vengono i nostri "no a forme deboli e deviate di amore" e alle contraffazioni della libertà, come anche alla riduzione della ragione soltanto a ciò che è calcolabile e manipolabile" Benedetto XVI

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Le esternazioni della gerarchia vaticana, e del papa, contro il pacs e sulle questioni relative alla bioetica sono quotidiane.

Da Wojtyla in poi, le gerarchie vaticane fanno coincidere la religione con le morale e la morale con la morale sessuale.

È il segno di una profonda crisi di una gerarchia non trova ascolto con l’autorevolezza e non ha capacità di convincimento e trasforma la religione cattolica in divieti, veti e proibizioni.

Con Giovanni Paolo II prima, e Benedetto XVI poi, la religione cattolica si definisce solo in negativo, per ciò che nega piuttosto che per i valori che afferma.

Anche in questa occasione il papa ribadisce i suoi veti, non negoziabili, sul pacs, tema largamente condiviso dall’opinione pubblica italiana ed occidentale.

Oggi però siamo di fronte ad una novità: oltre al veto abbiamo anche l’invettiva e l’insulto.

Il papa è libero di pensarla come vuole su pacs, omosessuali ed omosessualità.

Non è però accettabile l’insolenza e l’offesa alla dignità delle coppie omosessuali definite amori “deboli” e, addirittura, “deviati”.

Ciò è gravemente offensivo per milioni di omosessuali e non risponde affatto a verità perché, come dimostra una sterminata letteratura, le coppie omosessuali sono altrettanto stabili quanto quelle eterosessuali, vivono amori della stessa intensità e forza, contribuiscono al bene comune e alla solidarietà familiare come tutte gli altri essere umani e tutte le altre coppie.

Sarebbe bene che il papa ne prendesse atto e realizzasse, una volta per tutte, che viviamo nel terzo millennio e non nei secoli buoi dell’inquisizione.


On. Franco Grillini
Deputato Ulivo
Presidente onorario Arcigay

http://www.gaynews.it/view.php?ID=70749

martedì 10 ottobre 2006

Solidarietà a un uomo coraggioso

Carissimi, desideriamo rivolgerci a voi direttamente e personalmente, non ricorrendo questa volta al consueto invio multiplo, per un appello di solidarietà che ci sta molto a cuore, e che riguarda una persona che è un nostro caro amico da sempre, Francesco Giuffrida.

Nella stessa forma, diretta e personale, invieremo questo messaggio a tutte le persone che, come voi, sappiamo essere sensibili al tema dell'integrità e del coraggio civile.

Per chi non lo ricorda, diremo che Francesco Giuffrida è il coraggioso dirigente della Banca d'Italia (Vice-direttore a Palermo)che su richiesta e incarico della Procura della Repubblica di Palermo ha condotto una accurata e scrupolosa perizia tecnica sui flussi di capitali diretti alla Fininvest, per il processo a Marcello Dell'Utri.

Per questo suo lavoro Francesco dovrà comparire in giudizio il 12 ottobre, citato dalla Fininvest per presunti danni morali. La citazione è arrivata alla vigilia del processo d'appello per Dell'Utri, e in corrispondenza con un altro incarico attribuito, sempre a Francesco, questa volta dalla Procura di Roma, che evidentemente lo ritiene un tecnico assai affidabile, per indagare sui movimenti di capitali legati alla vicenda di Roberto Calvi. "Sembra una minaccia, un modo per zittirlo e intimorirlo al processo" ha dichiarato in giugno un magistrato al giornalista del Corriere Cavallaro. Non solo: la citazione comporta il concreto rischio che tutta la tutta la sua attività di esperto, e le perizie che gli sono state affidate, vengano delegittimate, compromettendo le indagini effettuate e in corso.

Francesco Giuffrida dovrà andare a difendersi di fronte ad un uomo che è stato condannato per mafia, solo per aver fatto il suo lavoro e per averlo fatto bene, e dovrà farlo da solo, visto che nemmeno la Banca d'Italia, a conoscenza ovviamente della sua collaborazione con il tribunale, si è mossa per un'azione di sostegno, o per tutelarlo in sede di giudizio.

Perchè questo appello? per rompere il silenzio e la solitudine che lo circondano (solo Felice Cavallaro ha scritto un articolo sul Corriere, e un'altro è uscito sulla Repubblica, entrambi in giugno, poi più nessuna informazione), contro il pericolo che questo isolamento, quasi omertoso, può comportare per Francesco e la sua famiglia.

Per questo chiedo a voi, e agli altri a cui manderò questa lettera, di fare quanto è nelle vostre facoltà affinché appello abbia la più ampia diffusione possibile, per non lasciare solo Francesco, ma soprattutto per dare il giusto risalto a comportamenti di integrità, rigore personale e coraggio che meritano di essere conosciuti, messi in evidenza e portati ad esempio.



Anche una mail di risposta, di adesione all'appello, può significare molto.

un caro saluto

giuseppe_giolitti@fastwebnet.it

venerdì 6 ottobre 2006

No al pizzo sulle rassegne stampa

Le modifiche al diritto d'autore colpiscono le attività senza scopo di lucro andando a impattare anche sull'online. L'accusa di Peacelink, che lancia una iniziativa web contro le nuove norme


Roma - "No alla tassa sulle rassegne stampa". Con questo slogan l'associazione PeaceLink ha lanciato in rete una campagna per revocare le modifiche alla legge sul diritto d'autore introdotte con il decreto legge 262 del 3 ottobre 2006, che ha stabilito l'obbligo di un pagamento per la riproduzione di articoli di attualità senza scopo di lucro, contrariamente a quanto prevedeva la precedente formulazione sul diritto d'autore che poneva come unico obbligo la citazione della fonte.

"Un gruppo missionario che raccoglie sul web articoli sulla guerra in Darfur - spiega una nota della celebre associazione pacifista - Un comitato di quartiere che vuole documentare uno scempio ambientale archiviando articoli della stampa locale. Un'associazione di persone colpite da una malattia rara che vuole mettere a disposizione di tutti una rassegna stampa sui progressi scientifici del settore. Un'associazione pacifista che vuole denunciare, con prove giornalistiche alla mano, crimini di guerra e violazioni dei diritti umani.
A partire da domani tutti questi soggetti potrebbero essere costretti a pagare una tassa ingiusta alle associazioni degli editori per continuare a svolgere le loro attività. Soldi che per giunta verranno intascati dagli editori, e di certo non dai giornalisti che hanno scritto quegli articoli, pagati una tantum per la cessione dei loro diritti d'autore alle testate per cui lavorano".

"Da più di dieci anni - ha dichiarato Carlo Gubitosa, referente della campagna - collaboro con il sito www.peacelink.it, che sulle sue pagine ospita quasi 18mila articoli, alcuni originali, altri tradotti, molti ripresi da varie fonti autorevoli, sempre e comunque menzionate e riportate per esteso. Sul nostro sito tutti questi articoli hanno acquistato un valore aggiunto proprio perchè organizzati, tematizzati, catalogati e collegati tra loro grazie al lavoro di un gruppo costituito totalmente da volontari, dal presidente in giù.
Molto di questo materiale è scomparso dai siti web delle testate che lo hanno pubblicato, e questo aggiunge al nostro lavoro di bibliotecari anche un importante ruolo di memoria storica delle lotte italiane e internazionali per la pace e il rispetto dei diritti umani".

Nel testo dell'appello, pubblicato a questo indirizzo si chiede al parlamento italiano di abolire con un opportuno provvedimento le disposizioni contenute nel decreto legge 262/2006 che modificano in senso restrittivo la legge sul diritto d'autore.


http://punto-informatico.it/p.aspx?id=1682248&r=PI

mercoledì 4 ottobre 2006

Le sette lamentazioni e il rigore necessario

di EUGENIO SCALFARI


NELLE ULTIME quarantott'ore i contenuti reali, gli obiettivi raggiunti e quelli mancati dalla Finanziaria 2007, sono venuti a galla. Così pure le reazioni dei contribuenti, dei partiti, delle parti sociali e degli economisti. Il quadro è completo o quasi.

Le reazioni dei partiti e quelle delle organizzazioni che rappresentano interessi erano in larga misura prevedibili; non ci sono state sorprese degne di nota: governo e maggioranza da un lato, opposizione dall'altro; sindacati dei lavoratori favorevoli, Confindustria commercianti e artigiani contrari. Più interessante quelle dei contribuenti e degli esperti di economia. Qui è tutto un lamentarsi, anche perché i contribuenti favorevoli tacciono, quelli in qualche modo colpiti - anche di poco o pochissimo - esternano. Eccome! E meritano ascolto anche se chiedono cose irragionevoli, perché un pizzico di verità comunque c'è.

Lamentela numero uno: troppe tasse e pochi veri risparmi. Numero due: la stangata è ingiusta, doveva colpire solo i grandissimi patrimoni e invece si è accanita sui poveri cristi. Lamentela numero tre: gli sgravi sui redditi bassi favoriranno anche gli evasori. Numero quattro: gli evasori sono costretti ad evadere. Numero cinque: i piccoli imprenditori sono le vittime politiche della manovra. Numero sei: il Nord e in particolare il Lombardo Veneto pagano ingiustamente di più. Numero sette: l'agnello sacrificale è comunque il ceto medio.

Queste, a volerle riassumere in poche parole, sono le sette lamentazioni contro la Finanziaria. Ho già detto che prima di contestarne il contenuto bisogna scoprire quel pizzico di verità che contengono. E il pizzico di verità è questo: bisognava rimettere in ordine i conti disastrati dell'economia e della finanza; bisognava applicare la necessaria dose di rigore. Rigore vuol dire rigore, inutile girarci intorno. Vuol dire far quadrare un bilancio nazionale disastrato, contenere il deficit, contenere il debito pubblico, raccogliendo le risorse necessarie. Stimate a circa 2 punti di Pil; in cifre assolute 24 miliardi di euro.

E' evidente che non si potevano cercare queste risorse tra i poveri. Certamente bisognava cercarle tra i ricchissimi ed è stato fatto, non per farli piangere ma per un minimo di equità. I ricchissimi tuttavia sono pochissimi. Per trovare risorse vere bisogna dunque scendere nella trottola dei redditi e scendendo si arriva a contatto con il ceto medio. Il concetto di ceto medio è quanto di più discusso e fumoso esista in sociologia.

Dove comincia il ceto medio? E dove finisce? Alberto Statera ha condotto in varie puntate un'inchiesta rivelatrice ed anche molto piccante su quest'argomento e ci ha fatto scoprire che chi ha un reddito di 60 mila euro annui (pari a poco più di 45 mila al netto di imposte e contributi) si ritiene sull'ultimo gradino della scala dei redditi, sotto al quale comincia la povertà. Ci ha fatto anche scoprire che il barista di piazzale Clodio a Roma, con un reddito effettivo di 100 mila euro, ritiene legittimo ed anzi generoso nasconderne solo la metà al fisco, se lo dichiarasse tutto andrebbe fallito.

Allora ripropongo la domanda: qual è il ceto medio? La risposta è questa: il ceto medio è quello il cui reddito si colloca nei dintorni del reddito medio degli italiani. Nella operazione redistributiva avviata dalla Finanziaria il crinale individuato dal governo per distribuire risorse ad una parte e togliere risorse ad un'altra parte sta tra i 40 mila e i 50 mila euro di reddito annuo. Chi sta sopra dà, chi sta sotto riceve. E' giusta la scelta del governo? Oppure esosa? O invece generosa?

La risposta la troviamo in un'inchiesta del 2004 effettuata dalla Banca d'Italia sulla distribuzione del reddito ed è una risposta sulla quale bisogna riflettere a lungo: il reddito medio degli italiani è di 24 mila euro annui, il Nord ha un reddito medio di 28 mila, il Sud di 17 mila. Avete capito bene? Questo dato significa che chi ha un reddito maggiore di 24 mila euro sta sopra la media e chi ce l'ha minore sta sotto la media.

Dunque il governo, volendo equilibrare un po' una scala di redditi fortemente squilibrata, è stato generoso nel senso che ha diminuito il prelievo sui contribuenti fino ai 40-50 mila euro e lo ha accresciuto al di sopra di quella fascia. Si dice: doveva tagliare gli sprechi. Doveva riformare il "welfare". Doveva colpire gli statali. Doveva doveva doveva.

Mi viene in mente la risposta di Don Abbondio al cardinal Federico Borromeo che gli rimproverava di non aver celebrato il matrimonio tra Renzo e Lucia e di aver ceduto alle intimazioni degli sgherri di Don Rodrigo: "Eminenza, bisognava averli visti quei volti, averle udite quelle parole". E il cardinale, anziché irritarsi, crollò il capo in segno di comprensione.
Padoa Schioppa di tutto si può accusare fuorché d'esser pusillanime. Né ha avuto sgherri alle calcagna.

Ma ha operato in un contesto politico. Ha ritenuto che le riforme necessitavano d'un rinvio a febbraio-marzo mentre gli obiettivi richiesti dai mercati e dall'Europa erano attesi entro novembre con la Finanziaria. E' così difficile capire questa realtà? Vincenzo Visco ne ha ricordata un'altra con una battuta molto efficace nella sua intervista di ieri a "Repubblica". Ha detto: "Questa Finanziaria è la tassa di successione lasciata da Tremonti" esattamente così.

Vengo ora agli economisti indipendenti, stimolato dalle parole cortesi di Franco Bruni (che è uno di loro) sulla "Stampa" di ieri. Dice Bruni che gli economisti indipendenti hanno anche loro preferenze politiche (hanno un cuore, scrive testualmente) ma privilegiano l'indipendenza. In questo modo ravvivano il dibattito e compiono un'opera utile.

Sono d'accordo: ravvivano utilmente il dibattito. Ma non sono indipendenti. Ciascuno di noi ha nella sua testa una "variabile indipendente" e a quella è agganciato, quello è l'asse del suo ragionamento e da quell'asse egli dipende perché quello è il suo pre-giudizio. Ma questa è filosofia. Andiamo al pratico.

Quanto ha destinato il governo al raddrizzamento dei conti disastrati? Ha scritto Francesco Giavazzi (economista indipendente) che il deficit nel 2006 era del 3.6 per cento del Pil; dopo la Finanziaria scenderà al 2.8. Quindi l'operazione "rigore" è stata fatta con lo 0.8 del Pil. Valeva la pena di fare tanto chiasso per una decina di miliardi? Sarà sicuramente indipendente, Francesco Giavazzi, ma sbaglia o dimentica alcune cose. Anzitutto non si tratta del 3.6 bensì del 3.8, ma questo è un trascurabile dettaglio di due decimali. Il fatto è che il deficit nel luglio scorso era stimato a 4.1 e dopo la sentenza della Corte europea sul rimborso dell'Iva incassata sulle automobili delle imprese, era salito (il deficit) a 4.6.

Il governo, insediato da appena quindici giorni, provvide con la cosiddetta manovrina (decreto Bersani di luglio) e predispose anche la copertura dei presunti rimborsi Iva. Con questi interventi sommati a quelli contenuti nella Finanziaria 2007, il governo ha abbassato il deficit dal 4.6 al 2.8, cioè di 1.8 punti del Pil, pari a poco meno di 20 miliardi di euro. Un'altra questione riguarda il recupero dell'evasione. Sono oltre 7 miliardi. Nuove imposte? Oppure imposte dovute a legislazione vigente? Decidersi tra queste due definizioni è importante.

Recuperare l'evasione significa mettere le mani nelle tasche dei contribuenti oppure impedire che alcuni contribuenti mettano le mani nelle tasche dello Stato? Opterei per questa seconda dizione. Ma allora è sbagliato sommare quei 7 miliardi di recuperi con le altre entrate tributarie perché la qualità, l'essenza di quel denaro è diversa. Perciò quei 7 miliardi debbono essere tolti dalle cifre delle entrate perché appartengono ad un altro aggregato. E questo (sembra a me) è un altro errore che un economista indipendente non dovrebbe compiere.

Infine: l'operazione perequativa si chiude in pareggio. Tanto si taglia da una parte e tanto si aggiunge su un altro piatto. Non si può contabilizzare una parte senza accompagnarla con l'altra di opposto segno. Il contenuto di questa operazione è più etico che finanziario.

Mi par di capire che gli economisti indipendenti l'etica non la menzionino perché riguarda il cuore. Dovrebbero però ricordare che al tempo di Adam Smith, loro maestro e di tutti noi, la filosofia morale era un ingrediente essenziale e pre-giudiziale dell'economia politica. E' bene non scordarlo mai.

(4 ottobre 2006)
http://tinyurl.com/klqpj

Gay, miseria e politici corrotti; ecco il film che divide l'Islam

Oltre cento parlamentari egiziani hanno chiesto di bloccare "Palazzo Yacoubian"
Mai nel cinema egiziano si era osato mostrare l'omosessualità
In una conferenza stampa l'attore protagonista è stato attaccato dai giornalisti

di GABRIELE ROMAGNOLI




IN UN CINEMA di Parigi, affollato da un pubblico di lingua araba, ho visto il film che sta facendo scalpore in Egitto. Lì come al Cairo una scena genera imbarazzo in sala, si odono bisbigli, spettatori si aggiustano sulla sedia. "Palazzo Yacoubian" sdogana il tema dell'omosessualità. Gli attacchi che ne sono seguiti svelano la doppia ipocrisia del potere politico. Non è solo questione di arretratezza, c'è un secondo aspetto, di cui dirò alla fine. Il film, per cominciare. Tratto dal romanzo di Ala Al Aswany (edito in Italia da Feltrinelli) ne riproduce fedelmente le storie intrecciate in un decaduto edificio del centro.

Superfluo dire che il libro è, come quasi sempre accade, meglio. Ma la trasposizione cinematografica dà alla storia una superiore capacità d'impatto e le ha permesso, in un paese a bassa alfabetizzazione, di arrivare a un pubblico molto più ampio. Scioccandolo. In una chiacchierata precedente la pubblicazione della traduzione italiana Ala Al Aswany, che di professione fa il dentista, mi confidò nel suo ambulatorio lo stupore per il fatto che il romanzo avesse superato i controlli della censura. "Hanno fatto come i computer - ipotizzava - cercavano le parole chiave. Non trovandole hanno detto: visto si stampi". Poi, si è fatto tardi: "Palazzo Yacoubian" è diventato il principale best seller arabo dopo il Corano. Proprio per questo pensavo che avrebbero impedito al film di esserne la copia. Invece, di nuovo, se ne sono accorti tardi.

Adesso 112 parlamentari ne chiedono il ritiro dalle sale. Durante un collegamento radiofonico un ascoltatore ha detto all'attore Khaled El Sawy: "Se la vedo per strada, la meno a sangue". Che parte fa El Sawy? Quella che provoca i bisbigli e gli aggiustamenti in poltrona. E' Hatim Rasheed, un giornalista che dirige un settimanale in lingua francese. Omosessuale. Una sera, uscendo dalla redazione, vede un giovane soldato, Abd Rabo, gli si avvicina, gli parla, gli dà, in cambio di un'indicazione, una mancia eccessiva.

Hateem è un uomo raffinato e colto, gemello di carta e celluloide di un noto scrittore e giornalista a Al Ahram Hebdo. Il soldato è un giovane senza educazione, arrivato dalla campagna dove ha lasciato la moglie e un figlio per guadagnarsi uno stipendio nella maniera più semplice: indossando una divisa. La sua superiorità fisica soccombe a quella mentale dell'altro. Poche sere dopo si ritrova in un appartamento affollato di pezzi d'antiquariato, su un divanetto tappezzato con stoffa preziosa, tra le mani un calice di vino come non l'ha mai assaggiato. Abd Rabo beve, Hatim gliene versa ancora, lui continua a bere, l'altro a versare. Finché il soldato si arrende.

Tra i due nasce una relazione fissa, che prosegue anche quando il soldato fa trasferire al Cairo (nell'appartamento procuratogli dal giornalista sul tetto del Palazzo Yacoubian) moglie e figlio. Il giovane sfoga il senso di colpa per essere diventato l'oggetto sessuale di un uomo possedendo brutalmente la propria donna. È una reazione a catena più credibile che scandalosa. Sono voci del desiderio, sospiri di compiacenza, gemiti di dolore che le voci amplificate dei predicatori di ogni religione riescono a coprire, mai ad annullare. Poi arriva la mano di un dio vendicatore.

Mentre il soldato giace nel letto del giornalista la moglie bussa furiosamente alla porta: il loro bambino si è ammalato, di lì a poco morirà. Sarebbe accaduto ugualmente, ma il senso di colpa trasforma un caso fortuito in un contrappasso. Ai fustigatori però questo messaggio non arriva. Si fermano alla superficie, gridando allo scandalo alla prima scena, senza accorgersi che il film è, in fondo, più moralista di loro.

È che non sono abituati: mai nel cinema egiziano si era osato mostrare apertamente l'omosessualità.
Perfino il coraggioso regista Youssef Chaine vi aveva soltanto alluso. Stiamo parlando di un Paese dove questa pratica sessuale può portare al carcere. Non esiste una legge che la punisca, ma l'omofobia sa trovare l'inganno. L'11 maggio 2001 cinquantadue omosessuali furono arrestati in una discoteca ricavata in un barcone sul Nilo, la "Queen Boat". Cinquanta vennero accusati di "corruzione abituale", due di "vilipendio della religione". Torturati e poi processati, ventuno di loro vennero condannati a tre anni di reclusione.

Quel che non fecero i giudici lo fecero i media, diffondendo nomi e indirizzi perché la pubblica (e plagiata) opinione potesse sbeffeggiarli. Il livello di apertura mentale della stampa è d'altronde dimostrato da questo episodio: in una conferenza stampa seguita alla proiezione di "Palazzo Yacoubian" un giornalista fa una domanda all'attore El Sawy che, ripeto, recita la parte di un noto collega dell'intervistatore. La domanda è: "Come può un attore del suo calibro, che ebbe un tempo l'onore di impersonare il presidente Gamal Abdel Nasser, aver accettato il ruolo di un depravato?". La risposta è un sorriso di compassione.

Ironica quella del suo collega Bassem Samra (che incarna il soldato) alla domanda: "Che cosa pensa dei parlamentari che vogliono bandire il film?", "Trovo giusto che passino il tempo a discutere e votare una cosa del genere, non hanno altro da fare avendo già risolto problemi come la disoccupazione, i traghetti che affondano, il terrorismo, i treni che si scontrano, l'analfabetizzazione e la corruzione".

Ecco, ci siamo arrivati: alla seconda (e più grave) ipocrisia. Perché mai una massa di deputati e i giornalisti sdraiati sui gradini del potere politico e religioso dovrebbero darsi tanto da fare perché il popolo non veda qualche scena di ordinaria sessualità? È davvero quello a disturbarli nelle quasi tre ore di "Palazzo Yacoubian"? O è altro? L'altro che il film racconta: la miseria in cui è stato ridotto lo splendore del Cairo, la rabbia delle classi sociali escluse non tanto dalla ricchezza quanto dalla dignità che spinge i più deboli verso il radicalismo islamico e il terrorismo, la corruzione di Stato, quella sì perfettamente organizzata, che entra in ogni piccolo affare e, come la mafia, pretende una percentuale sui profitti?

Quale è la scena del film che fa bisbigliare e aggiustarsi sulla poltrona gli spettatori di prima classe: quella della "corruzione" del soldato o quella in cui, dopo essersi spartiti una torta, il politico e l'imam pregano insieme tenendosi per mano? È per quella scena che il film va difeso. Per quella che ci si augura venga presto distribuito anche in Italia. Perché racconta una storia così egiziana, così universale.

(4 ottobre 2006)
http://tinyurl.com/qts5n

lunedì 2 ottobre 2006

Questa finanziaria merita un bel voto

di EUGENIO SCALFARI


STANGATA fiscale, grida la destra (e il centro). Poche riforme e nessun serio recupero strutturale della spesa, affermano sentenziosi gli economisti indipendenti. Berlusconi, Tremonti, Bossi e Fini chiamano la piazza a scendere in piazza. Casini forse in piazza non ci andrà ma sicuramente applaudirà dalla finestra. Il circo mediatico dal canto suo (con pochissime eccezioni) piange sulle sorti del ceto medio tartassato. Quanto al governo, difetta di efficaci strumenti di comunicazione e quando ne ha li usa male per difetto di comunicativa.

Sicché l'impressione generale, l'apparenza, è che questa Finanziaria con i suoi annessi e connessi sia nel migliore dei casi mediocre e segni comunque la vittoria politica della sinistra massimalista che avrebbe Prodi come portabandiera. Personalmente non condivido affatto questa "apparenza". Personalmente ritengo in tutta onestà che questa sia una buona Finanziaria. Con alcuni difetti, ma con un saldo positivo rispetto agli obiettivi che erano stati sostenuti in campagna elettorale. Quegli obiettivi, ricordiamolo, erano tre: raddrizzamento dei conti pubblici rispetto ai parametri europei, sviluppo dell'economia, equità sociale. Padoa-Schioppa aveva aggiunto l'impegno di economizzare sulla previdenza, sugli sprechi della pubblica amministrazione centrale e locale, sulla sanità. Prodi infine aveva più volte ripetuto che non avrebbe gravato la mano sui contribuenti specificando però che avrebbe spostato il carico dalle spalle deboli a spalle meno deboli.

Dopo essermi studiato per quanto possibile la foresta dei numeri (sciopero dei giornali permettendo) io penso che gli impegni assunti con gli elettori e con l'Europa siano stati adempiuti almeno in buona misura. Ho l'impressione d'essere tra i pochi a sostenere questa tesi, ma poiché mi capita spesso, questa probabile solitudine non mi sconforta. Cercherò di essere chiaro nella dimostrazione di questa tesi.

* * *
La manovra ammonta complessivamente a 33,4 miliardi di euro. Manovra imponente, su questo non mi pare ci possano esser dubbi. Nonostante il netto miglioramento delle entrate del 2006 che si valuta attualmente - a legislazione vigente - in oltre 10 miliardi. Faccio osservare a questo proposito che la sinistra massimalista aveva chiesto perentoriamente di ridurre la manovra prima a 30 e poi 26 miliardi e di spalmare la parte destinata al raddrizzamento dei conti pubblici su due anni anziché sul solo 2007. Questi suggerimenti avrebbero creato più danni che vantaggi e il governo non li ha accolti. Vuol dire che il cosiddetto timone riformista ha tenuto.

Il governo sostiene che i 33,4 miliardi si ripartiscono in 15 destinati al raddrizzamento e 18,4 alla crescita e all'equità. Sostiene anche che 13 miliardi proverranno da entrate e 20 da economie. L'opposizione naturalmente contesta, cifre alla mano. Purtroppo quelle cifre, nove volte su dieci, sono dei falsi palesi. Dico purtroppo perché a me piacerebbe che almeno sui numeri non si discutesse, ma basta consultare i giornali della destra usciti per due giorni senza concorrenza nelle edicole per avere la dimostrazione di quei falsi.

Vediamo dunque quei numeri più da vicino, a cominciare dall'operazione equitativa con la quale il governo, e Visco in particolare, ha modificato il peso fiscale spostandolo da spalle deboli a spalle meno deboli.

* * *
Il ceto medio è un termine che designa realtà diverse. Si va dalle fasce di reddito intorno ai 15 mila euro annui ai 60 mila, cioè da 1.200 euro netti mensili a 3.500. Questa platea coinvolge più dell'80 per cento dei contribuenti. Il resto è formato da fasce esenti o da ricchi-ricchissimi. Il sommerso è un mondo a sé che secondo calcoli aggiornati supera il 20 per cento del Pil "visibile".

Tra le fasce da 15 mila e quelle da 60 mila di reddito ci sono quattro lunghezze di distacco, 60 mila è infatti di quattro volte superiore a 15 mila. Il governo ha fissato la linea di discrimine a 40 mila euro di reddito. Vuol dire che da 40 mila cominciano i ricchi? Ovviamente no, tanto più che 40 mila sono lordi. Al netto dell'imposta ne restano poco più di 30 mila, vuol dire 2.300 euro mensili per tredici mensilità. Non c'è affatto da scialare. I redditi da 60 mila arrivano ad un netto mensile di circa 3.000 euro. Non si sciala neanche lì, ma si respira. L'operazione redistributiva premia le fasce di reddito fino a 40 mila in modo abbastanza consistente. La spesa totale destinata al miglioramento di questi cittadini lavoratori e contribuenti è di 7,3 miliardi. Dalle fasce superiori il fisco preleverà complessivamente 6,7 miliardi. La differenza di 600 milioni la metterà lo Stato.

Un economista indipendente (di quelli che simpatizzano col centrosinistra e danno sempre ragione alla destra) ha sostenuto che i contribuenti beneficiari percepiranno un vantaggio di 6 euro a testa all'anno. Mentre - ha detto - tutto il peso si scaricherà sui redditi da 75 mila euro in su e lì sarà macelleria.
Naturalmente queste simulazioni sono sbagliate. I redditi dei ceti medi inferiori avranno benefici del 3 per cento attraverso detrazioni e tagli alle imposte sul lavoro. I ceti medio-alti subiranno aggravi molto modesti fino a 60 mila euro di reddito. Ho calcolato la penalità d'un reddito di 80 mila (55 mila netti). Pagherà in più 66 euro al mese, una discreta cena per un coperto e una cena magra per due coperti al ristorante. Macelleria sociale? È un po' forte.

Gli esenti dalle imposte sono i redditi fino a 8 mila euro per un singolo. Per un contribuente con moglie e un figlio l'esenzione arriva a 13 mila euro, con due figli a 15 mila. Di fatto l'asticella dell'esenzione media si colloca sui redditi da 15 mila. Non è poco.

* * *
Mi pare che la vituperata macelleria si riduce a tirare il collo ad un pollo al mese. E passo perciò ad un altro argomento, quello delle tasse tasse tasse. Tutte pagate dal Nord. In particolare dal lombardo-veneto.
Che il lombardo-veneto sia la zona più produttiva d'Italia è un dato reale che fa onore a quelle regioni. Che essendo la zona più produttiva e quindi più ricca sia anche quella che contribuisce di più, mi pare altrettanto ovvio. Che debba avere i servizi ai quali ha diritto e che su questo punto vi sia un deficit drammatico è lapalissiano e di quel deficit sono responsabili i governi degli ultimi vent'anni, a terminare col quinquennio berlusconiano.

L'opposizione, in nome del Nord, si ribella. Vuole che a pagare siano gli evasori e non i contribuenti che fanno il dover loro. Lo dice Formigoni, lo dice Cesa, lo dice perfino La Russa, il d'Artagnan dei poveri. E lo dice anche Silvio Berlusconi. Ora a questo punto io voglio tributare un caloroso applauso a questi convertiti. Veramente. Era tempo che si convertissero e vanno accolti come altrettanti figlioli prodighi. Sia dunque ucciso il vitello grasso in onore di questi professionisti del condono fiscale.

Ciò detto, perché protestano? Di che cosa si dolgono?
Nella Finanziaria in questione ci sono 7 miliardi di entrate provenienti dal recupero dell'evasione. Sette miliardi su un'entrata tributaria stimata in Finanziaria a 13 miliardi. In dodici mesi un risultato così è un esercizio per il quale Visco meriterebbe una promozione. Si tratta di previsioni, perciò gli ho chiesto ieri se è sicuro dell'esito. E ha risposto che ne è certo. Mi auguro che porti a casa quel risultato e che prosegua su quella strada.

Se nei cinque anni di legislatura si arrivasse gradualmente a recuperare il 15 per cento dell'evasione, il fisco incasserebbe annualmente niente meno che 30 miliardi da questa voce. I 7 miliardi del 2007 sono (saranno, sarebbero) un ottimo inizio perché recuperare l'evasione comporta tempi lunghi. Perciò trovo assai strano che nessuno fin qui abbia messo l'accento su quest'aspetto della Finanziaria.
Debbo aggiungere che l'evasione non è quasi mai totale. Molto spesso l'evasore paga almeno il 30 per cento del suo debito fiscale. È oltraggioso pensare alla struttura delle aziende grandi e piccole? Private e pubbliche? Ai professionisti? Agli artigiani che non ti danno una fattura nemmeno se li impicchi? Ai lavoratori dipendenti che hanno un secondo lavoro (nero)? Non è oltraggioso, è la realtà. L'evasione, parziale ma consistente, è la frangia di ogni tappeto. Il guaio italiano consiste nell'entità della frangia che occupa a dir poco un quarto del tappeto.

* * *
I paletti di Padoa-Schioppa. Nei numeri della Finanziaria le risorse provenienti dalla sanità sono di circa 3 miliardi, dalla previdenza più di 5, dagli enti locali 4,3, dalla pubblica amministrazione (al netto dei contratti) altri 3. Per di più in queste cifre non entrano i risultati a più lungo termine che proverranno dalla riforma pensionistica di cui si comincerà a discutere dal prossimo gennaio.

Poteva far di più il tecnico Padoa-Schioppa? Forse sì, difficile dirlo, bisognerebbe star seduti su quella sedia per saperlo. Di una cosa però sono certo: il ministro del Tesoro che è un uomo politico per definizione, non poteva fare di più. Secondo me il risultato che ha raggiunto merita 110 con la lode. La mia pagella non conta, ma io comunque gliela do. E la do anche, anzi "in primis", al presidente del Consiglio al quale però mi permetto di attribuire un voto di insufficienza per la sua "performance" a Montecitorio sulla questione Telecom. Lì è andata male, lui non è tagliato per i dibattiti parlamentari. Ma sulla Finanziaria è stato bravo ed era il passaggio più tosto.

***
Resta da dire sui cinque miliardi del Tfr, punto dolentissimo per la Confindustria. E sul cuneo fiscale.
Su questo secondo aspetto non c'è che rallegrarsi: era un impegno, è stato mantenuto. Attenzione però: dà un po' di ossigeno alla competitività e sostiene i consumi del ceto medio-basso. Ma il problema dell'imprenditoria italiana o, se volete del capitalismo italiano non si risolve certo tagliando il cuneo di cinque punti (fossero anche dieci non cambierebbe). Non si risolve da fuori ma da dentro il capitalismo. Si risolve valorizzando gli imprenditori che innovano il prodotto e non solo il modo di produrlo; che cambiano i gusti del mercato; che modificano i termini dell'offerta, non quelli che seguono passivamente la domanda.

Ho detto prima dell'insufficienza di Prodi nel dibattito su Telecom, ma aggiungo che quell'insufficienza ha toccato il culmine negli interventi dell'opposizione. La quale si è avventata sul tema Rovati senza spendere neppure un minuto di tempo sull'assetto di Telecom, dei mancati investimenti, dell'assetto del capitale. Insomma della sostanza della questione. Prodi almeno su quell'aspetto qualcosa ha detto. I suoi interlocutori neppure una sillaba. Un dibattito, voglio dirlo, d'una povertà intellettuale inaudita.

Il Tfr. Quei soldi, diciamolo ancora una volta, non sono delle imprese ma dei lavoratori. Se i lavoratori optano per lasciarli alla previdenza pubblica, hanno pieno diritto di farlo. Alle imprese resta comunque lo stock perché il passaggio all'Inps si esercita su una parte dell'accantonamento annuale.

Certo le imprese ne sono penalizzate. Dovranno ricorrere di più all'autofinanziamento e alle banche. In questo secondo caso spenderanno un 3 per cento in più. Saranno indotte ad essere più competitive. L'operazione si limiterà ad essere una "una tantum"? Dipende dai recuperi dell'evasione. Intanto l'avanzo primario salirà dallo zero lasciato da Tremonti al 2 per cento. Questa è la migliore premessa per la riduzione del debito pubblico, altra meta che l'Europa richiede e che è nel nostro precipuo interesse raggiungere.

Sembra che nessuno si ricordi più del lascito che è stato ereditato dalla trascorsa legislatura. Un lascito disastroso. Con le casse vuote, l'avanzo primario azzerato, il debito in ascesa, il deficit al 4 e mezzo per cento, i cantieri delle imprese pubbliche allo sbando, la previdenza integrativa rinviata al 2008, i contratti non rinnovati. Dopo di noi il diluvio e chi se ne frega, questa sembrò essere la filosofia di quei cinque anni.
Il diluvio per fortuna non c'è stato, la Finanziaria va ora in Parlamento col voto unanime di tutte le componenti governative.

Io vedo questo e questo scrivo. Ora comincia il passaggio parlamentare. Qualche modifica migliorativa si potrà fare ma i paletti sono stati messi e non potranno essere divelti. Il domani è in gran parte figlio dell'oggi. Oggi la giornata è stata buona.

(2 ottobre 2006)
http://tinyurl.com/nwgua

giovedì 28 settembre 2006

La solita omofobia di Giancarlo Magalli


E’ vergognoso che ancora una volta il conduttore televisivo Giancarlo Magalli utilizzi il servizio pubblico per esprimere le proprie posizioni omofobe. Il 28 settembre durante la trasmissione Piazza Grande su Rai Due, intervistando un teologo sulla questione dei preti sposati, ha affermato “che i preti, non sposandosi, a volte possono incorrere in alcune perversioni come l’omosessualità e la pedofilia”.

Ancora una volta si cerca di correlare l’omosessualità alla pedofilia, offendendo milioni di gay e lesbiche italiani equiparandoli ai criminali che compiono efferate violenze contro i bambini.

Chiediamo al Presidente della Rai, alla Commissione di Vigilanza, di intervenire rispetto all’ulteriore boutade del presentatore, che già in passato, durante il Festival di San Remo 2003, si era espresso in modo offensivo nei confronti delle persone LGBT!

Registriamo inoltre un preoccupante clima di omofobia all’interno delle trasmissioni televisive dove, a parte alcune eccezioni, sono in aumento la ridicolizzazione dell’omosessualità, le posizioni a senso unico sui diritti dei gay e delle lesbiche, la proposizione di servizi tendenti a dimostrare l’innaturalità dell’orientamento omosessuale.

Si pone in questo senso, il tema di come non sia garantito, né dal servizio pubblico né dalle televisioni commerciali un vero ed equilibrato diritto di replica, che si prefigura come un evidente sintomo di mancanza di pluralismo sui maggiori network italiani.

Aurelio Mancuso
Segretario nazionale Arcigay


SE VUOI PROTESTARE INVIA UN EMAIL AL PROGRAMMA
piazzagrande@rai.it


http://www.arcigay.it/show.php?2155

martedì 26 settembre 2006

Poste: quei cd dei CAP che fra tre mesi si butteranno via

di Toni De Marchi


Un ufficio postale - foto Ansa
Questa è la storia di uno dei piccoli scandali dell´Italia moderna, di un´ex azienda di Stato diventata SpA ma che non ha perso le buone, vecchie abitudini di dare un cattivo servizio e di sprecare denaro, suo e nostro. È la storia di un numeretto, il CAP, il codice di avviamento postale, e di un dischetto, un cd. Una storia dove scopriremo che per far soldi su un servizio che siamo obbligati ad usare, le Poste Italiane ci vendono un cd rom che funziona solo su alcuni computer, e anche su quelli ancora per poco, perché tra tre-quattro mesi quando papà Bill Gates farà uscire il nuovo Windows Vista, con i cd dei CAP potremmo farci delle sottotazzine. E se qualcuno volesse arrangiarsi, non si può: i CAP, che fino al 20 settembre erano disponibili sul sito delle Poste, non ci sono più. Eliminati per non far concorrenza ai cd che non funzioneranno più tra tre mesi.

Tutto comincia il 19 settembre, con un comunicato delle Poste che annuncia l´entrata in vigore dei nuovi CAP. Il giorno dopo: ventiquattro ore di preavviso per un cambiamento che interessa 79 comuni, 2400 frazioni e il 10% delle strade delle grandi città, circa 5000 a occhio e croce. Diciamo che qualche milione di italiani si ritrova con il CAP cambiato dalla mattina alla sera.

Il cambiamento forse era necessario, dopo quasi 40 anni di vita. Il CAP italiano nasce infatti nel 1967. Ricordo ancora il libricino dalla copertina beige, una specie di bignami, che ci arrivò a casa portato (gratis) dal postino. C´era un segnale di Italia che stava diventando moderna. Ma, diciamocelo, quel numeretto a cinque cifre non è mai stato completamente accettato. Forse colpa di un servizio postale che ha impiegato molti, troppi anni per acquistare un minimo di efficienza. Ho qui davanti agli occhi una lettera raccomandata speditami qualche giorno fa da uno studio professionale. Una lettera che è dunque stata vista e accettata da un ufficio postale (non dirò quale, per carità di patria): eppure il mio CAP sull´indirizzo non c´è e all´impiegato dello sportello non è venuto in mente di pretenderlo. Ma questo non c´entra.

Il 20 settembre, a mattinata inoltrata, sul sito delle Poste i CAP sono ancora quelli vecchi. Eppure il comunicato era perentorio: le lettere senza CAP o con il CAP sbagliato torneranno indietro. E se avessi voluto spedire una lettera alle 10 di mattina al mio amico di Venezia che una volta aveva il 30131, e adesso ha cambiato CAP, cosa avrei dovuto fare?

Solo dopo un black-out di alcune ore, sul sito delle Poste riappare il motore di ricerca dei CAP. Posso documentare tutto: ho le email scritte alla Poste per chiedere lumi.

Il sito però non aiuta granché: a parte le dieci righe del comunicato stampa, nulla che spieghi nel dettaglio i cambiamenti. Alle richieste di informazioni il 160 telematico manda una mail con un allegato dalla quale si apprende che i CAP si possono comperare o sotto forma di libro, o di Cd che viene offerto in due versioni: cercaCAP e cercaCap Professional. Il primo costa 6,90 euro, il secondo tra i 1000 e i 5000 euro l´anno.

Dal sito sono anche scomparsi i file con tutti i CAP italiani e che c´erano fino al giorno prima. Le Poste hanno evidentemente deciso che i CAP sono una merce come un´altra e si debbono pagare, possibilmente salati. Eppure c´è molta gente, privati, professionisti, piccoli uffici, che si gestivano le agende e la posta con programmini fatti ad hoc e i dati dei CAP consentivano di scrivere gli indirizzi senza errori e senza dover ogni volta guardare su Internet. Non tutti sono disposti a spendere mille e più euro per poter continuare a lavorare così.

Molti forum on line, in particolare quello di Punto Informatico, hanno denunciato la cosa e le reazioni sono state moltissime. In pochi giorni l´articolo sui CAP ha provocato ben 159 risposte da altri forumisti. Un numero altissimo se consideriamo la natura molto settoriale dell´argomento. E i blog personali che criticano questa politica sono tantissimi: basta fare una ricerca in rete per constatarlo. Insomma, in giro ci sono un sacco di arrabbiati con le Poste.

Non ci resta che comperare il cd a 6,90 euro. Detto fatto, acquistato dopo molta fatica e molti giri in uffici postali dove il cd era esaurito, arriva la sorpresa: non si può utilizzare su Macintosh e neppure su Linux, ma solo su Windows. Direte, ma la maggioranza della gente ha Windows. Sì, ma il CAP è obbligatorio per tutti, anche per quelli che hanno Linux e Mac. Non mi risulta una dispensa per questi, un decreto ministeriale che li esoneri vista l´impossibilità di usare i cd ufficiali delle Poste.

Tra l´altro esistono decine di soluzioni software che possono girare su tutte e tre i sistemi operativi, molte di queste sono per di più OpenSource, cioè possono essere utilizzate gratuitamente, cosa che avrebbe potuto anche far abbassare il costo del cd, oltre a renderlo compatibile con tutti i computer in circolazione. Per esempio esiste già un software OpenSource, trovacap realizzato da Danilo Cicerone, che funziona benissimo e avrebbe potuto probabilmente essere facilmente acquisito dalle Poste e reso disponibile. Gratis. Oppure, più semplicemente, rendendo disponibili i CAP, avrebbero permesso agli autori di aggiornarlo e di dare un´alternativa al loro dischetto. «Disappunto, per questo comportamento che lucra su qualcosa che è già nostro, visto che paghiamo per le infrastrutture come strade, piazze ecc…. Credo proprio che siamo all´ultima release» commenta l´autore di trovacap sul suo sito.

Ma le Poste non hanno trovato di meglio che riproporci una soluzione targata Microsoft, pagando non si sa quanto di royalties a Bill Gates. Sgombriamo il campo da ogni equivoco: non c´è nulla di ideologico o preconcetto. Ma è incomprensibile una politica che pur di scontentare molti utenti sceglie di spendere una bella saccata di euro. Incompetenza, le solite combines? Chissà, probabilmente no, probabilmente ci sono delle ragioni forti dietro questa scelta.

Comunque, con il nostro bel cd ci siamo apprestati a installarlo. Le pagine del libretto di istruzioni dedicate all´installazione sono ben 24 su 38 (sì, avete letto bene: 24 pagine solo per spiegarvi come installare il programma sul vostro computer). Preparatevi a passare una buona mezz´ora prima di riuscire a finire tutte le operazioni di installazione, a patto che abbiate un computer veloce, altrimenti il tempo sale, e non è detto che riusciate a farlo funzionare.

Tutto fatto, vado a guardare di cosa si tratta. Le Poste usano come tecnologia Microsoft SQL Server 2000. Nel computer viene installato un software che si chiama SQL Server Desktop Engine 2000 SP4. Un tantino datato, visto che da tempo circola la versione 2005. La cosa potrebbe essere tutto sommato irrilevante, se non fosse per un dettaglio: SQL Server Desktop Engine 2000 non funziona con Vista, il prossimo sistema operativo di Windows che sarà sul mercato tra novembre e dicembre prossimi. Tra due, tre mesi, cioè chi compera un nuovo computer o installa Vista su quello vecchio, potrà buttar via il cd. A meno che le poste non ne facciano una nuova edizione (che bisognerà comperare).

Che non funzioni con Vista non è peraltro un segreto ben custodito e inaccessibile. È scritto bello grande a questa pagina del sito della Microsoft: «se state realizzando un´applicazione che usa MS SQL Server Desktop Engine 2000, dovreste considerare al suo posto SQL Server 2005 Express Edition» perché sia compatibile con Vista. Che cosa ci voleva a leggere questo avviso e a cambiare il software? Incompetenza, distrazione, burocrazia? Difficile dirlo. Certo, non avrebbe evitato l´esclusione degli utilizzatori di sistemi diversi da Windows (si stima che tra Mac e Linux il 6 – 7 per cento dei computer usino sistemi alternativi a quelli di Microsoft, e considerando che sono circa 20 milioni i computer italiani parliamo di 1,2 – 1,4 milioni di esclusi: mica pochi) ma certo avrebbe evitato lo scorno degli altri. Come dire: un´eccellente politica di marketing.

http://www.unita.it/view.asp?IDcontent=59883

lunedì 25 settembre 2006

La chiesa toscana non fa guerra ai PACS

Al convegno di Firenze cambio di stile: sì alla famiglia tradizionale ma niente crociate


FIRENZE. Pacs, unioni di fatto e famiglia. Qualcosa forse sta cambiando nel modo con cui la Chiesa affronta questi temi. Lo si è capito dal convegno sulla famiglia, organizzato dalla diocesi fiorentina ma di valenza nazionale per l'importanza dei personaggi chiamati a parteciparvi (tra gli altri la presentatrice Lorena Bianchetti, vedi a fianco, l'attrice Claudia Koll e l'assessore regionale Toschi). La novità è riassunta nell'omelia con cui ieri mattina il cardinale di Firenze Ennio Antonelli ha concluso il convegno, durato due giorni: il prelato ha ribadito con forza il valore cristiano della famiglia, ma lo ha fatto in positivo, e non in contrapposizione al fenomeno sempre più diffuso delle unioni di fatto e dei cosidetti Pacs. Da fonti molto vicine alla Curia fiorentina viene fatto osservare che la linea del cardinale Antonelli (è stato uno dei papabili e il suo nome ricorre tra i possibili sostituti del potentissimo Ruini alla guida della Cei) si basa sulla necessità della Chiesa di sottolineare più l'aspetto religioso della proposta cristiana della famiglia che quello politico della "guerra" a unioni di fatto e Pacs. Cambio di registro comunicativo, ma anche di politica ecclesiale. La Chiesa ribadisce alla società intera il valore del sacramento della famiglia, ne sottolinea anche l'importanza culturale e sociale, ma vuole evitare una contrapposizione in negativo, foriera di polemiche politiche. Prende le distanze da una strumentalizzazione partitica del tema della famiglia così decisivo per la Chiesa. Una scelta - quella di Antonelli - significativa nella Toscana che il riconoscimento delle coppie di fatto lo ha inserito nel proprio Statuto. Così nel convegno fiorentino sono state mostrate esperienze felici di famiglie cristiane e si è puntato più sulla forza in positivo della proposta della Chiesa, piuttosto che attardarsi su polemiche destinate ad essere strumentalizzate. Si capirà nei prossimi mesi se lo stile comunicativo del cardinale Antonelli diventerà anche quello della Chiesa e della Cei. (m.l.).

(Il Tirreno, 25/09/2006)
http://www.gaynews.it/view.php?ID=70306

Uno straccio di laicità

Sex crimes and the Vatican

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