venerdì 2 novembre 2007

E' morto don Benzi, pubblico un suo saggio di omofobia

"Non esiste il diritto al riconoscimento delle unioni omosessuali. L'omosessualità può essere corretta"


Da "Corriere Romagna", 12 giugno 2006

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Benedetto XVI nell'aula della benedizione in Vaticano rivolgendo la parola ai partecipanti al convegno internazionale organizzato del pontificio Istituto Giovanni Paolo II, ha affermato: "Solo la roccia dell'amore totale e irrevocabile tra uomo e donna è capace di fondare la costruzione di una società che diventi una casa per tutti. Ora è urgente evitare la confusione con altri tipi di unione. Gli omosessuali chiedono il riconoscimento dei loro diritti come coppie conviventi. L'On. Grillini ha già un disegno di legge in tale senso da inoltrare al Parlamento. Il disegno propone l'approvazione dei patti civili di solidarietà, i Pacs. Sono la fotocopia del matrimonio. Io mi rivolgo alle persone che si ritengono omosessuali chiedendo loro di rigettare qualsiasi legge che si proponga il riconoscimento io di tali unioni. "Solo attraverso il matrimonio, afferma la senatrice Binetti della Margherita, c'è un'assunzione di responsabilità verso la società".

La maggioranza dei parlamentari italiani approverà i Pacs. Questo è già deciso. Non c'è solo un problema di promesse elettorali, c'è anche il problema di non perdere voti Nel programma dell'Unione c'è la proposta del riconoscimento di diritti, prerogative e facoltà alle persone che fanno parte delle unioni di fatto.

Al fine di definire natura e qualità di un'unione di fatto, non è dirimente il genere dei conviventi né il loro orientamento sessuale. Va considerato piuttosto, quale criterio qualificante, il sistema di relazioni (sentimentali, assistenziali e di solidarietà), la loro stabilità e volontarietà.

Io mi rivolgo direttamente alle persone interessate: non esiste il diritto al riconoscimento delle unioni omosessuali. L'omosessualità può essere corretta e la deviazione psichica che le è propria rimossa. Io mi rivolgo a voi perché salviate l'identità del matrimonio naturale e cristiano. Solo voi potete salvarlo rifiutando ciò che non vi è proprio.

Appello di Don Oreste Benzi

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Un video

lunedì 29 ottobre 2007

Reazioni degli attivisti europei alla campagna toscana contro l'omofobia

La campagna della Regione Toscana, passata sulle TV di mezza Europa, fa parlare al congresso di ILGA-Europe, la federazione europea delle associazioni LGBT


A neanche due giorni dalla presentazione, la campagna contro l'omofobia della Regione Toscana ha già fatto il giro del mondo. Le televisioni di mezza Europa ne hanno parlato e l'associazione dei poliziotti gay della Catalogna l'hanno presentata come un esempio di successo al Congresso di ILGA-Europe, la federazione europea di lesbiche, gay, bisessuali e trans.

Prima che venisse presentata, abbiamo mostrato il manifesto della campagna a singoli attivisti da vari paesi raccogliendo le loro reazioni a caldo.

Lisette (Estonia): "Mi piace perché funziona!"

Florentina (Romania): "Oh! Bella! È molto potente e intrigante e induce la gente a pensare".

Aksinia (Bulgaria): "L'ho vista sui media bulgari, penso sia eccezionale! Precorre i tempi, è molto innovativa. Capisco che causi reazioni perché a volte fa male trovarsi facci a faccia con la verità"

Monika (Germania): "Penso sia molto buona e non troppo forte, proprio giusta – spero che gli abitanti della Toscana la vedano nello stesso modo in cui la vediamo noi in Germania"

Hartmut (Germania): "Beh, dice solo come stanno le cose – è giusta – noi in Germania abbiamo una storia, quella dei campi di concentramento, e il modo in cui vediamo la campagna parte da questa consapevolezza – perciò è molto buona. Ovviamente per chi è bisessuale forse le cose sono differenti, dipende un po' da come si guarda alla cosa, ma per me, da uomo gay, di certo non c'è scelta, questo è quello che voglio e non voglio altro".

Kristi (Estonia): "Mi piace – porterà un sacco di agitazione, soprattutto in Italia, è un'immagine forte, ma mi piace."

Yves (Belgio): "È già su tutti I siti web del Belgio e c'è dibattito – I cattolici sono tutti saltati sulla sedia e intervengono dicendo "Ma come?! Non è una scelta?!" – non importa se è una scelta, si tratta di una questione di accettazione – è bene creare un dibattito, ma l'obiettivo finale è di convincere la gente che non è un problema essere omosessuale – non sappiamo se è una scelta e non dovrebbe importare, appunto – è la diversità intrinseca nella nostra società.

Vera (Romania): "È forte, mi piace!"

Miha (Slovenia): "Anche se fosse una scelta, dovresti poterla fare senza discriminazioni".

Florin (Romania): "È buona e giusta"

Joyce (Pesi Bassi): "Wow! Cosa dire? Ci devo decisamente pensare"

Tomek (Polonia): "Ha suscitato un grosso scandalo in Polonia, enorme copertura sui media!"

Marta (Polonia): "È buona, ma per la Polonia sarebbe troppo controversa – se si vuole far discutere, raggiunge decisamente lo scopo! Di certo sosterrei questa campagna".

Enric (Spagna): "In Spagna ne stanno parlando tutti – come co-presidente del Forum Europeo dei gruppi Cristiani LGBT la sosteniamo decisamente!"

Panagiotis (Grecia): "Non posso certo essere contrario – avrei preferito forse due bebé che si tenevano per mano anziché un'etichetta che dice homosexual perché le etichette te le attaccano, mentre quello che fai è quello che fai tu".

Xavier (Catalogna): "Dà bene l'idea che i diritti LGBT non sono un'opzione ma sono inopinabili – è molto buona – non è genetico ma non puoi scegliere e va bene per una campagna che non è una campagna "scientifica" ma di sensibilizzazione su un tema.

Gruppo di francesi – appena vedono la campagna incominciano a parlare e discutere a tutta velocità. Poi Philippe (Francia) esclama: " Bravo! Ha fatto discutere!"

Ben (Paesi Bassi): "Wow! È davvero grande, che campagna!"

Confrontando queste reazioni con quelle della comunità LGBT italiana forse diventa molto più chiaro perché in Italia siamo così indietro rispetto al resto d'Europa nella rivendicazione dei nostri diritti.

Riccardo Gottardi
Segretario nazionale Arcigay
http://www.gaynews.it/view.php?ID=75689


Il Viminale discrimina le coppie gay

Vietata la trascrizione in Italia perché "in contrasto con l´ordine pubblico"
di ALBERTO CUSTODERO


Il ministro dell´Interno ha vietato la trascrizione in Italia dei matrimoni gay contratti all´estero perché sono «in contrasto con l´ordine pubblico interno». Questa circolare del 18 ottobre ha scatenato le razioni dei radicali che, in una interrogazione parlamentare, accusano il Viminale di aver avviato «una campagna omofoba contro le coppie omosessuali che si sono sposate in altri Paesi dell´Unione Europea». La circolare ministeriale è stata emanata dopo il caso della coppia gay di Latina (sposata in Olanda), che s´è rivolta alla magistratura in seguito al rifiuto dell´anagrafe di iscriverli come «coniugi». E dopo le proteste per il congedo matrimoniale concesso dalla regione Friuli a un dipendente gay sposatosi in Belgio.

Nell´anno europeo per le pari opportunità, le polemiche dei radicali sulla circolare del Viminale tacciata di «omofobia» si sommano a quelle scatenate in questi giorni dal piano del welfare lombardo che garantisce assistenza «solo a chi pratica una sana e responsabile sessualità».

«Questo provvedimento della regione Lombardia - ha commentato Franco Grillini, deputato socialista e presidente dell´Arcigay - fa il paio con la "sana laicità rispettosa dei valori cattolici" di cui aveva parlato l´ex presidente della Cei, cardinale Ruini». «Ciò significa - ha chiosato il parlamentare - che se uno non è d´accordo con la sessualità come la pensa Formigoni, è escluso dall´assistenza regionale».

A proposito di matrimoni gay contratti in Paesi comunitari, il dipartimento per gli Affari Interni del Viminale ha diramato una circolare a prefetti, sindaci, ministeri degli Esteri e della Giustizia, e perfino all´Anusca (L´Associazione Nazionale Ufficiali di Stato Civile e d´Anagrafe), con le istruzioni da seguire nel caso di richieste di registrazioni da parte di sposi dello stesso sesso. Nella modulistica utilizzata per questa pratica burocratica - recita la circolare - «non si specifica il sesso degli sposi», per cui c´è il rischio (e qualche caso c´è già stato), che si registri per errore un matrimonio fra due uomini, oppure fra due donne. L´atto matrimoniale, va detto, in questo caso sarebbe nullo. Ma per evitare questi disguidi burocratici, nella circolare «si ricorda che il nostro ordinamento non ammette il matrimonio omosessuale, e quindi la richiesta di trascrizione deve essere rifiutata perché in contrasto con l´"ordine pubblico interno"». La disposizione ministeriale va poi oltre, invitando a svolgere accurate indagini per accertarsi dell´effettivo sesso dei presunti marito e moglie.

«Gli ufficiali di stato civile devono porre particolare cura alla verifica che i due sposi siano di sesso diverso, richiedendo in caso di dubbio un documento di identità dal quale si desuma inequivocabilmente il sesso degli interessati». Il Viminale spiega che la dicitura «ordine pubblico interno» non va equivocato con quello comunemente inteso, ma fa riferimento ai principi del nostro ordinamento. A questa puntualizzazione, però, obietta Franco Grillini, secondo il quale l´indirizzo del ministro dell´Interno si scontra comunque con il diritto europeo.

«C´è una direttiva comunitaria - ha dichiarato il deputato socialista - sulla libertà di circolazione delle coppie. C´è l´articolo 9 della carta dei diritti di Nizza approvata dal nostro parlamento che garantisce ad ogni persona il diritto a costituirsi una famiglia». Ci sono i pronunciamenti del parlamento europeo che vietano la discriminazione nei confronti di coppie omosessuali. E i solleciti agli stati membri (come la 1474 del 26 settembre del 2000), di adeguare le proprie legislazioni «al fine di riconoscere legalmente la convivenza al di fuori del matrimonio indipendentemente dal sesso». Per Alessandro Zan, presidente della Lega italiana nuove famiglie, «la scelta del ministro dell´Interno è una offensiva politica alla richiesta di diritti di cittadini italiani o comunitari che intendono vivere in Italia con i propri compagni».


http://www.gaynews.it/view.php?ID=75681

martedì 23 ottobre 2007

Essere gay non è una scelta. Parola di bambino

La Toscana lancia una campagna di comunicazione shock. L'immagine scelta contro l'omofobia raffigura un neonato nel letto di ospedale con il classico braccialetto. Ma sopra c'è scritto "omosessuale".
di Daniele Nardini


manifesto omofobia


Il manifesto ritrae un bambino, non perfettamente a fuoco, che è appena nato: in primo piano si nota il braccialetto di riconoscimento usato in ogni ospedale. Sopra però non c’è scritto il nome, Matteo od Elisa, Anna o Paolo, ma la parola “homosexual”. Di fianco lo slogan: “L’orientamento sessuale non è una scelta”. Come dire: qualunque sia l’origine dell’omosessualità, genetica o sociale, non si può scegliere di non esserlo se i geni o le condizioni in cui sei cresciuto hanno voluto che lo si fosse.

Il manifesto, la cui immagine è ripresa da una campagna dello stato del Quebec, verrà affisso in tutti i luoghi pubblici della Regione per sensibilizzare l'opinione pubblica. Verrano stampati anche pagine pubblicitarie, cartoline, depliant e saranno prodotti anche degli spot.

La campagna antidiscriminazioni della Toscana è stata presentata dall'assessore regionale alle riforme istituzionali Agostino Fragai, da Alessio De Giorgi, direttore di Gay.it, e da Paolo Chiappini, della Fondazione Sistema Toscana. «Il messaggio che vogliamo lanciare - ha spiegato De Giorgi - è che l'omosessualità non è una scelta ma un dato immutabile e da rispettare».

«Si tratta di una campagna pulita, che rispetta la privacy e il buon gusto – spiega l’assessore all’attuazione dello Statuto, Agostino Fragai – Certo affronta con forza ed in modo efficace una delle questioni di fondo di un tema eticamente discusso, sottolineando come l’omosessualità non possa essere considerato un vizio, ma una delle tante espressioni della personalità di un individuo».

Il 26 e il 27 ottobre durante la due giorni di lavori in cui si discuterà di discriminazioni (fra gli ospiti ci saranno anche la ministra Barbara Pollastrini, il presidente della Regione Puglia Nichi Vendola e il fotografo Oliviero Toscani), verranno affissi altri manifesti contro l'omofobia provenienti da tutto il mondo: dal Regno Unito alla Nuova Zelanda, dal Canada agli Stati Uniti, campagne di enti pubblici, associazioni di genitori e gruppi cristiani. Non a caso è stato scelto come luogo di esposizione il Festival della creatività che si svolge nella suggestiva cornice della Fortezza da Basso.

È prevista, inoltre, una mostra fotografica dell’artista islandese Dagny.

«Se l'obbiettivo ambizioso di qualche anno fa era quello che l'Italia entrasse in Europa oggi, è il caso di dirlo, basterebbe un obbiettivo "più modesto". Sarebbe sufficiente che l'Italia si adeguasse alla Toscana». È questo il commento del presidente dell'Arcigay Aurelio Mancuso. «La nuova campagna di comunicazione contro le discriminazioni sessuali e contro l'omofobia -continua Mancuso -, patrocinata dal ministero per le pari opportunità, che la Regione Toscana sta conducendo è assolutamente all'avanguardia nel panorama della difesa dei diritti delle persone lgbt ma anche, in senso più generale, di qualsiasi cittadino».

Raccapricciante. È questo, invece, il giudizio dell'onorevole Luca Volontè, capogruppo Udc alla Camera, sul manifesto della Regione Toscana. «Strumentalizzare i neonati per far passare l'idea che le pulsioni omosessuali siano una caratteristica innata dei bambini - prosegue Volontè - è un atto fuorviante e vergognoso sotto il profilo scientifico, politico e sociale». Secondo il parlamentare dell'Udc, inoltre, «la compiacenza delle istituzioni pubbliche nei confronti di campagne scioccanti e false come questa è l'ennesima prova del furore ideologico antisessualità maschile e femminile presente nel nostro Paese, oltre che tipico esempio di sperpero di denaro pubblico a favore delle solite lobby. Da Adamo ed Eva, i sessi sono due e rimarranno tali nonostante la prezzolata immaginazione dell'Arcigay».

http://www.gay.it/channel/attualita/23580/Essere-gay-non-e-una-scelta-parola-di-bambino.html

mercoledì 17 ottobre 2007

Milano: caffè espresso macchiato caldo, per i ricchioni



Sabato scorso Insy, già “La più checca di Roma”, già “Diva del cazzo”, “Già gatta con il culo di piombo” è stata insignita nella Capitale morale d’Italia di un nuovo prestigiosissimo pseudonimo che, per i cultori dei film de Er’Monnezza non suonerà certo come particolarmente originale ma il contesto in cui mi è stato assegnato lo è davvero.
Da oggi, infatti, oltre ai suddetti titoli si aggiunge anche quello di Ricchione. Ho già contattato l’alto ufficio di araldica nobiliare e dicono che in effetti, con una sfilza di attributi del genere posso aspirare direttamente al rango di Arciduca in più, se entro la fine dell’anno me ne affibbiano un altro passo di diritto a Valletto Reale.
Insomma sabato dopo aver visto un'interminabile mostra di La Sciapel al Palazzo Reale di Milano (un presagio forse?) decidiamo di andare a mangiare qualcosa da Obika, un mozzarellaro al settimo piano della Rinascente, davanti il Duomo di Milano. L’ascensore sembrava un interregionale delle Ferrovie dello Stato dal momento che ha fatto soste di almeno 5 minuti ad ogni piano con tanto di bibitaro abusivo che entrava per vendere beni di conforto e il controllore che ci ha chiesto 2 volte di vedere il biglietto. Dopo 20 minuti arriviamo all’ultimo piano e, stremati, ci dirigiamo al ristorante.
Ordiniamo da mangiare una quantità di mozzarella tale che le mucche che ne hanno prodotto il latte adesso sono ricoverate in psichiatria bovina e ne avranno per almeno 3 settimane.
Arriva il conto e uno dei mie amici spulcia lo scontrino, poi, con molta eleganza (lui è del nord, io al posto suo avrei dato fuoco al locale) ce lo mostra e dice “leggete cosa hanno scritto infondo”. Leggiamo. “per i RICCHIONI”. Ci guardiamo in giro e cerchiamo di capire chi siano questi “ricchioni” poi, ci arrendiamo all’evidenza: siamo noi!!
Io inizio a sentire l’odore del sangue che spargerò e mi eccito come un pitbul pronto a scendere in un’arena di lotte clandestine tra cani.
Chiamiamo un cameriere e gli chiediamo di mandarci il responsabile. A questa richiesta, il cameriere (non quello che ci aveva servito) subodora il pericolo come le gazzelle braccate dalle leonesse nella savana e sbianca. Poco dopo arriva la responsabile che, letto lo scontrino diventa all’istante una statua di sale. Andiamo allora dal direttore responsabile che ha già sfoderato la shinai con la quale è pronto a fare harakiri. Viene da noi con il volto pallido come un cencio lavato e io, per metterlo a suo agio, mi presento: “salve, sono uno dei 4 ricchioni”. E’ mortificato e si scusa moltissimo promettendoci che la cosa non passerà impunita. Io giustamente risentito chiedo di parlare con “questa cima di cameriere”. Ci porta da lui. E’ per momenti del genere che la vita vale la pena di essere vissuta. “Sei tu che hai scritto ricchioni sullo scontrino?”. Lui spera che un terremoto del settimo grado della scala ricter faccia crollare il piano, la Rinascente, il palazzo, la piazza e, per sicurezza il Duomo appresso a tutto. “Si, scusa, non volevo”. No, fammi capire: stavi scrivendo “caffè macchiato” quando lo spirito di Tomas Milian si è impossessato di te e, involontariamente, ti sei trovato ad aggiungere il simpatico epiteto?
Io incalzo come la Meggillis in “Sotto Accusa”: “qualcuno di noi ti ha toccato il culo mentre servivi?” (io elegante come sempre…) “No”, risponde. “Qualcuno di noi ti ha fatto delle proposte o ti ha chiesto di andare a letto con te” (anche se forse un pensierino ce lo avevamo fatto). “No, mi dispiace”. Imperverso come una professoressa davanti ad uno studente impreparato. “Lo sai quanti ricchioni servi ogni giorno?”. “No” (ma rispondi pure? Era una domanda retorica!). “ora tu non ti preoccupare perché ci faremo risentire tramite i nostri avvocati” (giuro, io sogno di dire questa frase da quando seguivo Dainasti alle elementari).
Salutiamo cordialmente il direttore e lo invito la prossima volta a scegliere dei collaboratori un po’ più svegli. La questione infatti non è tanto quello che il cameriere possa pensare o dire sghignazzando con i colleghi in cucina mentre tagliano mozzarelle che vendono a al prezzo di collane di Bulgari (io dico cose ben peggiori e molto meno politicallli correct) ma è la leggerezza di averlo scritto che va punita. Per questo, l’idea di pagare il conto non ci ha neppure sfiorato. Non vedo perchè i soldi di 4 ricchioni avrebbero, anche solo in parte, dovuto pagare lo stipendio di uno che ci ha insultato.

http://trps1.blogspot.com/2007/10/intolleranza-ai-latticini-o-latticini.html

martedì 16 ottobre 2007

Se doni il sangue gay equivale a prostituta

La storia di questo lettore ha dell'incredibile. Andato in ospedale per donare il sangue si è sentito rifiutare la richiesta con una bizzarra motivazione: "Non permettiamo alle prostitute di donare".


Salve. Sono un ragazzo di Taranto e vorrei raccontare una situazione un pò spiacevole. In data 13 ottobre 2007 sono andato a donare, come faccio spesso in molte città, il sangue al centro trasfusionale dell'ospedale di Taranto, SS. Annunziata.

Ho sempre detto di essere gay alle solite domande se avevo rapporti protetti con le ragazze. Ho risposto, come lo è nella realtà, che uso sempre le dovute precauzioni. Questa volta, però, una dottoressa che per vari motivi non cito, alla mia precisazione che non sono ragazze ma sono ragazzi mi dice: «Ah...mi scusi un attimo, devo informarmi se lei può donare, perchè sa com'è, noi alle prostitute non facciamo donare!».

Non oso descrivere l'odio e la violenza che ha scatenato in me. Chiedo perdono ma con la rabbia che ho solo nel raccontarlo, in quel momento le avrei fatto del male!!! Ma come si può rispondere ed essere trattato da puttana?

Nonostante si è andata a informare, lei insisteva che linee guide dell'Asl dicessero che noi gay non potevamo donare! Caso strano non le ha trovate. Dopo averle risposto con dovuti modi cercando di farla sentire più umiliata di quanto mi ha fatto sentire e con la paura che l'avrei denunciata, mi ha fatto donare! Mentre donavo mi ha dato ragione che potevo donare facendo un discorso dove HIV e gay andassero a pari passo...sinceramente non l'ho capita ma mi faceva ribrezzo solo nel vederla e volevo andasse via prima possibile.

È normale che io, donatore da anni, devo sentirmi dire queste cose? È normale che io gay devo sentirmi alla pari di una prostituta? Devo donare ancora? Mi dispiace ma la delusione è tanta. Non solo perchè mi sono sentito umiliato ma perchè questa affermazione non è data da una persona di un determinato contesto socio/culturale, ma da una dottoressa che presumo sia laureata in medicina e chirurgia...ma di quale facoltà??? Oh mio dio!!!

Cosa voglio ora? Nulla...forse non donerò più...mi dispiace per i bambini a cui dono il sangue...li aiuterò forse donando loro la forza per sconfiggere l'ignoranza, l'intolleranza e magari insegnerò loro a tirate qualche bel ceffone a chi li offende!!!

G.M.

http://www.gay.it/channel/attualita/23549/Se-doni-il-sangue-gay-equivale-a-prostituta.html

sabato 13 ottobre 2007

Confessa in tv di essere gay, il Vaticano sospende alto prelato

di ORAZIO LA ROCCA


CITTA' DEL VATICANO - Scandalo all'ombra di S. Pietro. Le autorità vaticane tre giorni fa hanno sospeso dall'incarico e sottoposto a procedimento disciplinare un monsignore capoufficio di uno dei più importanti dicasteri pontifici, la Congregazione per il Clero, il "ministero" pontificio retto dal cardinal-prefetto Claudio Hummes, brasiliano, che sovrintende, tra l'altro, alla gestione degli oltre 400 mila sacerdoti presenti in tutte le diocesi del mondo e alla formazione religiosa di seminaristi e catechisti.

Motivo: l'alto prelato - un monsignore di circa 60 anni ben portati, titolare di rubriche giornalistiche su siti attenti alla vita della Chiesa e del Vaticano, tra i volti più noti dell'emittente cattolica Telepace dove per anni ha curato rubriche a carattere religioso - avrebbe preso parte, anonimamente, alla discussa prima puntata di Exit presentata da Ilaria D'Amico e andata in onda il primo ottobre scorso sull'emittente La7, che tra i reportage trasmessi ha presentato anche una inchiesta sull'omosessualità dei preti nella Chiesa cattolica.

Nel servizio, quattro persone che si presentavano come sacerdoti, ripresi con volti e voci contraffatte con alle spalle edifici religiosi con flash puntati pure sullo sfondo di piazza San Pietro, avevano confessato le loro preferenze sessuali, ammettendo senza troppi giri di parole di essere gay.

Uno dei quattro intervistati, stando a quanto hanno verificato i vertici della Congregazione per il Clero, sarebbe uno dei monsignori che ricopre la carica di capo ufficio nello stesso dicastero. Un alto prelato fino a pochi giorni fa in "ascesa" nell'establishment vaticano, perché titolare di altri due importanti incarichi, alla Commissione speciale per la trattazione delle cause di dispensa dei sacerdoti e alla Peregrinatio Ad Petri Sedem, l'organismo responsabile dei pellegrinaggi in arrivo in Vaticano, nell'ambito del quale operava nella Consulta pastorale.

Nell'intervista concessa ad Exit si vede che il monsignore fa accomodare spontaneamente nel suo ufficio il suo interlocutore al quale rivela con molta naturalezza la sua omosessualità, spiegando persino di "non sentirsi in peccato", ma di doverlo fare di nascosto per non essere richiamato dai superiori vista l'attuale ferma opposizione della dottrina cattolica in materia di celibato sacerdotale ed omosessualità.

Quasi un guanto di sfida sul piano della pastorale sociosessuale lanciato alle autorità pontificie dall'interno del Vaticano, nella convinzione di poter parlare liberamente perché protetto dall'anonimato.
Ma non tutto - a quanto sembra - è andato per il verso giusto, perché subito dopo la messa in onda del servizio in Vaticano qualcuno ha riconosciuto la stanza dell'incauto sacerdote trasformata in improvvisato set per registrare l'intervista, e dove si sospetta possa essere avvenuto anche qualche "episodio" a luci rosse.

Riconosciuti nel filmato pure l'ascensore di accesso alla Congregazione del Clero e la porta di ingresso del dicastero, ripresi dalle telecamere mentre il prelato fa accomodare l'intervistatore. Dopo una più attenta verifica del servizio ed una veloce inchiesta interna, facilitata anche dal fatto che l'unico a tenere la chiave dell'ufficio era il capo ufficio incriminato, il monsignore è stato immediatamente sospeso dall'incarico e denunciato alle autorità giudiziarie pontificie che hanno subito aperto un fascicolo a suo carico.

Da tre giorni la porta dell'ufficio è chiusa a chiave, nessuno vi può entrare, il telefono squilla a vuoto, sia quello del posto di lavoro del monsignore che quello di casa. Non si sa se dopo la sospensione si arriverà al licenziamento, eventualità che dovrà essere presa in considerazione dal tribunale pontificio dopo un dibattimento previsto dalle leggi vaticane. Da qualche giorno, però, dell'alto prelato si sono perse le tracce.

(13 ottobre 2007)
http://tinyurl.com/2rbl9b

La crociata dell'ICI - i privilegi della chiesa atto III

La finanziaria 2008 prevede un taglio dell'Ici, tassa sugli immobili e maggiore fonte di reddito per i Comuni, che costringerà i sindaci ad alzare le tasse. A farne le spese sempre le tasche dei cittadini. Ma c'è chi da quella tassa è esentato: la Chiesa Cattolica. Terzo atto dell'inchiesta di Curzio Maltese per Repubblica sui priviegi al mondo cattolico.



I comuni perdono ogni anno un gettito complessivo valutato vicino al miliardo di euro a causa dell'esenzione prevista da legge del 1992 alla quale la Chiesa si appella ma che in realtà è illegittima e contraria alle norme europee sulla concorrenza. La Corte di Cassazione nel 2004 ha corretto così la legge del 1992: sono esenti dall'Ici soltanto gli immobili che non svolgono anche attività commerciali. La sentenza si applicava non solo alle proprietà ecclesiastiche ma anche alle Onlus, ai sindacati, ai partiti e alle associazioni sportive (intanto l'Unione Europea apre un'inchiesta sui favori fiscali alla chiesa cattolica italiana). "Un danno incalcolabile" per il Vaticano che porta Camillo Ruini dritto dritto dall'allora presidente del Consiglio Silvio Berlusconi, che con un decreto nel 2005 rovescia la Cassazione e ripristina l'esenzione totale dell'Ici per le attività ecclesiastiche. Esenzione dell'Ici che sei mesi dopo diventa il cavallo di battaglia della sua campagna elettorale. Berlusconi però perde le elezioni e Romano Prodi diventa premier. Passa così nelle mani del suo governo il problema dell'illegittimità della norma, che viene risolto nel modo più ipocrita possibile.

Un cavillo del decreto Bersani esenta dall'Ici gli immobili che abbiano uso "non esclusivamente commerciale". Ma un'attevità è commerciale o non lo è. Bruxelles chiede chiarimenti e il ministro dell'Economia istituisce una commissione per studiarne le ambiguità che fra qualche giorno presenterà la relazione finale: il "non esclusivamente" è un'assurdità e la norma dovrà essere cambiata.


PERCHE' LA CHIESA NON PAGA L'ICI?
Nel 2005 una legge del Governo Berlusconi l’ha esentata.

Il governo Prodi ha fatto finta di porvi rimedio.



Intanto la chiesa cattolica è il primo settore per crescita economica in Italia. Un impero commerciale fatto di alberghi, ristoranti, cinema, teatri, librerie e negozi che solo per il Giubileo del 2000 ha ricevuto 3500 miliardi di lire dallo stato, parte dei quali sono serviti per ristrutturare conventi e collegi diventati poi resort esclusivi. La Chiesa è uno dei più potenti broker nel turismo mondiale tanto che nel marzo scorso ha addirittura organizzato un mega convegno per i religiosi-operatori turistici dal titolo 'Case per ferie, segno e luogo di speranza'.

Curzio Maltese fa accenno anche alla scomunica che Repubblica ha ricevuto dagli organi di stampa del Vaticano e alla pubblicazione delle tabelle degli stipendi da fame dei preti per "sbugiardare un'inchiesta fondata sulla menzogna". "Si può anche essere d'accordo - dice il giornalista - che i preti sono una categoria sottopagata. Per non dire le suore che dalla Cei non ricevono nè uno stipendio nè la pensione, a differenza dei preti. Il problema non sono i 350 milioni prelevati all'8 per mille per gli stipendi ma gli altri 4 miliardi che vanno ad una macchina di potere che condizione la politica, l'economia e la libertà di stampa".

da La Repubblica del12/10/2007

Perché noi gay e lesbiche aderiamo al Partito Democratico?

Sono 30 i candidati glt all’assemblea costituente per il Partito democratico.
Tra loro Benedino, Concia, De Giorgi, Lo Giudice




In tanti ci chiedono perché noi, lesbiche e gay, ci candidiamo all’assemblea costituente per il Partito democratico. Noi, da sempre in prima fila nella costruzione di un Paese più libero e accogliente, che abbia la laicità come principio guida, in cui nessuno sia leso nella sua dignità per il suo orientamento sessuale o la sua identità di genere. Noi, che crediamo nella liberazione di donne e uomini da ogni dominio esterno, costrizione culturale o imposizioni religiose.

Lo facciamo perché siamo convinti che il partito che sta per nascere sarà il luogo più utile a fare avanzare concretamente queste battaglie. L’incontro fra culture diverse costringerà tutti a confrontarsi a fondo per trovare risposte nuove a bisogni nuovi, superando la logica di coalizione per cui i temi più difficili vengono ignorati o affidati alla libertà di coscienza. Il nuovo partito sarà lo specchio di un pezzo di Paese più grande di quello rappresentato dai partiti che oggi gli danno vita, un luogo in cui discutere le proposte da avanzare al Paese, un nuovo laboratorio di idee che nasce con l’obiettivo di essere luogo di dialettica e confronto senza il bisogno di ideologie ma basandosi sui problemi reali dei cittadini.

Questo è oggi il luogo in cui rilanciare le richieste del movimento lgbt e lavorare affinché da quella domanda di libertà nascano riforme concrete. Lavoreremo dentro il Partito democratico per una seria legge contro ogni discriminazione, l’uguaglianza giuridica per le famiglie omosessuali, la promozione del diritto alla salute per le persone lgbt, la modifica delle leggi sul cambio di sesso e sulla fecondazione assistita. Sono gli obiettivi del movimento lgbt italiano ed internazionale, e sono i nostri obiettivi: più saremo a sostenerli dentro il Pd, prima diventeranno obiettivi del centrosinistra e leggi dello Stato.

Per essere all’altezza delle sfide che si è posto, il Pd dovrà avere come principi guida l’estensione dei diritti di cittadinanza e la laicità dei processi di decisione. Applicare con rigore il principio di laicità non significa ricercare contrapposizioni ideologiche o rifiutare il confronto con le diverse opinioni, anche religiose: al contrario, è la condizione perché questo dialogo possa avere luogo e produrre decisioni ispirate al rispetto della pluralità culturale e dei diritti fondamentali e non ai principi specifici di una religione.

Siamo consapevoli delle difficoltà che incontreremo. Conosciamo direttamente la fatica di abbattere pregiudizi, contrastare inerzie e pigrizie, superare veti ideologici. Abbiamo ben presenti le resistenze conservatrici presenti nel Paese, nel parlamento e nello stesso centrosinistra. Sappiamo che le ritroveremo anche nel nuovo partito. Ma allo stesso tempo e, anzi, a maggior ragione pensiamo che questa sia la frontiera più avanzata in cui spendere le nostre energie per la costruzione delle riforme necessarie ad un'Italia più civile, in cui l'orientamento sessuale o l'identità di genere non siano ostacolo alla ricerca della felicità.

A tutte le persone lesbiche, gay, bisessuali e transgender, a tutte e tutti quelli che hanno a cuore la costruzione di un Paese laico e libero chiediamo di condividere con noi questo impegno, aiutandoci a costruire un partito nuovo che sia lo strumento per nuove libertà.


Cristiana Alicata (Roma)
Giuliano Gasparotti (Firenze)
Andrea Ambrogetti (Roma)
Nunzio Liso (Andria)
Carmela Antonino (Molfetta)
Sergio Lo Giudice (Bologna)
Flavio Arditi (Empoli)
Anna Maria Mucciarelli (Bologna)
Fabio Astrobello (Reggio Emilia)
Dario Nistri (Firenze)
Alessandro Bandoni (Massa Carrara)
Fabio Omero (Trieste)
Andrea Benedino (Ivrea)
Enrico Peroni (Vicenza)
Riccardo Camilleri (Roma)
Francesco Piomboni (Firenze)
Alfredo Capuano (Roma)
Enrico Pizza (Udine)
Maurizio Caserta (Acireale)
Mario Scafetta (Empoli)
Matteo Cavalieri (Bologna)
Ivan Scalfarotto (Corsico)
Nicola Cicchitti (Trieste)
Ennio Trinelli (Bologna)
Anna Paola Concia (Roma)
Carmine Urciuoli (Aversa)
Alessio De Giorgi (Pisa)
Lucia Vagnoli (Empoli)
Edoardo Del Vecchio (Roma)
Marco Volante (Milano)
Giacomo Deperu (Pordenone)


http://www.gaynews.it/view.php?ID=75525

mercoledì 10 ottobre 2007

Essere gay in Cina

I matrimoni eterosessuali dei gay e internet, le grandi città Shanghai e Beijing e le campagne, l`università e l`Aids.
Ecco cosa significa essere gay in Cina.




"L'omosessualità in Cina non è legale ma non è illegale".
Mi risponde così Henry, che vive a Shangai, quando gli chiedo di parlarmi della condizione dei giovani gay in Cina. Ha 21 anni e lo fa in modo preoccupato usando termini come 'suicidio' e 'rivoluzione culturale' e mi dice che nessuno deve sapere della sua omosessualità. "Non è un problema di leggi - mi spiega - ma tante persone non accettano un amico o un vicino di casa gay".

In Cina la sodomia viene decriminalizzata nel 1997 e dal 2001 non è più nell'elenco delle malattie mentali. E qualcosa è cambiato. "Fino al 1998 ci si incontrava nei bagni pubblici e nei parchi. Ora ci sono locali e addirittura eventi sportivi". Per l'omosessualità la Cina adotta la regola detta dei '3 no': no approvazione, no disapprovazione e no promozione. I media parlano sempre di più di genere e sessualità grazie ai film cinesi indipendenti come 'Fish and Elephant' e 'Tong Zhi' e ai personaggi sessualmente ambigui della tv, dal soprano Han Hong alla serie tv 'My Hero' fino ai protagonisti dei reality. Poi ci sono i club e i siti web (utopia-asia.com, fridae.com, shanghaiist.com cityweekend.com.cn) e, sebbene la polizia spesso intervenga costringendone la chiusura, nelle città più grandi il tempo in cui gli omosessuali dovevano nascondersi è ormai passato.

Ma se qualche gay riesce a "sopravvivere" - usa questo verbo Henry - per tanti altri la vita è un incubo. Nelle campagne il matrimonio è una tradizione alla quale non può sottrarsi neanche l'omosessuale e "la maggior parte dei gay va nei locali ma alle due o tre di mattina torna a casa da moglie e figli". Tanti lo fanno per i propri genitori - "Un giorno un ragazzo mi confessò che se non si fosse sposato, i suoi genitori si sarebbero uccisi" - e "probabilmente l'80% dei cinesi gay vivono matrimoni eterosessuali senza amore". Quando si incontra un nuovo amico (in cinese la parola è 'peng you' che può significare anche compagno) la prima domanda non dovrebbe essere "i tuoi genitori sanno che...?" perché tanto il 99% non farà mai coming out a casa, ma "sei sposato?". Capita però che la coppia decida di affrontare il fatto di vivere un matrimonio che in realtà è una frode e chi ha bisogno di assistenza legale si rivolge all'avvocato Zhou Dan, unica figura pubblica apertamente gay insieme al cantante jazz Coco Zhao.

"Se i media danno più attenzione all'omosessualità - dice l'avvocato - il motivo non è altro che l'aumento esponenziale di infezioni Hiv", che secondo uno studio sono cresciute del 27.5% solo nell'ultimo anno. Anche per questo la 'The Chi Heng Foundation' con base a Hong Kong ha aperto, nel 2006, la prima linea amica per informare ed aiutare gay e lesbiche.

Ma un'attenzione pubblica alla tematica omosessuale si deve anche agli attivisti e alla battaglia culturale condotta nel mondo accademico. Il primo libro 'Homosexuality' è del 1994, seguito un anno dopo da 'Homosexuals in China'. Nel 2003 e nel 2005 la Shanghai Fudan University ha istituito un corso su 'omosessualità e salute pubblica', diventato popolare a tal punto che l'università ha dovuto accettare anche studenti non iscritti alla Fudan.

Sul matrimonio la comunità gay cinese è divisa anche perchè sono tanti quelli che hanno sposato una persona di sesso diverso. Li Yinhe, studiosa di sessuologia e deputata dell’Assemblea Nazionale del Popolo (Npc), ha proposto invano una legge sul matrimonio omosessuale nel 2000, 2004 e 2006. Quest'anno ci sta riprovando convinta che il matrimonio gay possa rallentare la diffusione dell'Aids.
"Ma se nei magazine si parla di matrimonio e ci sono tante pubblicità gay - mi dice Henry al termine della chiacchierata - io all'orizzonte non vedo altro che bar gay o party privati. Spero solo che un giorno anche noi potremo vivere la nostra identità in pubblico".


L'OMOSESSAULITA' NELLA CINA ANTICA
Nell’antichità la cultura cinese non condannava l’omosessualità e rapporti sessuali fra due uomini sono presenti anche nella storia delle dinastie cinesi.




fonti: Newsweek Select - Washington Post - Wikipedia
giacomo.cellottini@ay.tv

http://tinyurl.com/29c6x4

venerdì 5 ottobre 2007

L'Austria verso l'approvazione delle unioni omosessuali

A Vienna sono i democristiani che vogliono i Pacs Qualche critica arriva da sinistra, ma la legge si farà


Per il momento non se ne fa nulla, ma non è lontano il giorno in cui in Austria le coppie omosessuali avranno il riconoscimento ufficiale dello stato. In favore della nuova disciplina, infatti, non sono soltanto i socialdemocratici della Spö e i Verdi, ma anche i democratici cristiani della Övp, legati ai socialdemocratici in una grosse Koalition. È proprio la posizione assunta dai dc che rende praticamente certa l'adozione della cosiddetta «partnership certificata per gli omosessuali», la quale dovrebbe presto approdare in parlamento, dove può contare su una maggioranza schiacciante: contrari potrebbero essere solo una parte dei liberali della Fpö e, probabilmente, qualche isolato deputato popolare in vena di obiezione di coscienza.

In realtà, un intoppo c'è stato. Il Consiglio dei ministri che mercoledì avrebbe dovuto affidare alla ministra della Giustizia Maria Berger (Spö) il mandato di preparare il progetto di legge si è concluso senza che ciò avvenisse, nonostante che il testo proposto dalla ministra fosse tale e quale a quello adottato nel Perspektivenpapier, cioè il programma, della Övp e che la posizione di piena apertura dei dc fosse stata confermata appena lunedì scorso. Proprio questa conferma aveva fatto cadere gli ultimi timori che i dirigenti popolari, o almeno una loro parte, si rimangiassero una posizione che era stata presa dopo un duro braccio di ferro con gli ambienti del partito più moderati e più legati alle gerarchie cattoliche. La proposta infatti è stata fatta oggetto di pesanti contestazioni, arrivate non solo dall'episcopato dominato dagli orientamenti conservatori dell'arcivescovato di Vienna, ma anche - almeno così si dice - direttamente dal Vaticano, dove il Papa bavarese non manca di prestare una speciale attenzione a quanto matura nell'inquieta comunità cattolica austriaca. Ancora domenica scorsa, in molte chiese si è pregato perché «la legge che sconvolge le nostre tradizioni e mette in pericolo la famiglia» non venga mai approvata. La chiesa cattolica austriaca, d'altronde, in fatto di giudizio sulla omosessualità non è mai stata particolarmente aperta o caritatevole. Nel 1787 si ribellò persino all'imperatore Giuseppe II che eliminò dal codice la pena di morte per la sodomia e anche la precedente riforma, quella del codice theresiano, era stata criticata dalle gerarchie come troppo "permissiva" rispetto alla precedente Constitutio criminalis carolina che puniva in modo draconiano ogni comportamento sessuale «deviante».

È certo possibile che questi mal di pancia, espressi da una parte (comunque minoritaria) della comunità cattolica abbiano frenato la Övp inducendola a un provvisorio dietro-front. Il capogruppo parlamentare Wolfgang Schüssel ha dichiarato che non era stato espresso alcun impegno, da parte del suo partito, ad affidare il mandato alla ministra Berger già mercoledì scorso e che i dirigenti dc si riservano il diritto di leggere bene il testo prima di dare il loro assenso. L'impressione comunque è che si tratti più di una manovra d'immagine che di un reale contrasto. Tutti sanno che la proposta che sta per approdare alla Camera ricalca in tutto e per tutto la posizione espressa nel Perspektivenpapier: le coppie omosessuali potranno certificare la loro partnership davanti agli ufficiali dello Stato civile e verranno inserite in un apposito registro. Non avranno il diritto di adottare minori e la loro unione in alcun modo configurerà un matrimonio, neppure in versione "light". Critiche e perplessità, semmai, sono arrivate da sinistra, da ambienti della stessa Spö e soprattutto dai Verdi, che giudicano troppo timida e poco coraggiosa la normativa proposta.

Poiché lo stesso Schüssel, che è la massima autorità nel suo partito, ha fatto sapere che la posizione della Övp non è cambiata e poiché lo stesso cancelliere Alfred Gusenbauer (Spö) ha preso con i cinque ministri socialdemocratici l'impegno di non tornare indietro, appare molto probabile che il mandato a Maria Berger sarà affidato in tempi relativamente brevi. La richiesta che i popolari potrebbero rivolgere a Gusenbauer sarebbe di affiancare nella stesura del testo alla ministra della Giustizia i due ministri cattolici che possono rivendicare una qualche competenza sulla materia: la titolare del dicastero della Sanità, dei Giovani e della Famiglia Andrea Kdolsky e quello dell'Interno Günter Platter.

Ci sono pochi dubbi, comunque, sul fatto che fra qualche settimana l'Austria raggiungerà il novero dei paesi europei in cui alle coppie gay si garantiscono per legge diritti e pari dignità.


http://www.gaynews.it/view.php?ID=75468

Senza legge sui PACS costretti all'ipocrisia del matrimonio

Lettera a "Il Secolo XIX"


Sono rimasta molto amareggiata dalla vicenda del matrimonio "in articulo mortis" dell'agente del Sismi, che è stato ferito gravemente in Afghanistan ed è deceduto ieri. I telegiornali hanno detto che è stato un estremo atto d'amore sposare la compagna che gli ha dato tre figli e così, con lui in coma, si è celebrato il matrimonio. Mi ha turbato è il fatto che la sua povera compagna, se non fosse stato celebrato il matrimonio, non avrebbe avuto nessun diritto riconosciuto dalla legge, una legge sulle coppie di fatto che non è stata voluta da molti ipocriti in nome del rischio che avrebbe potuto generare sui matrimoni gay e sulla possibilità di adozione alle coppie gay. Come se non si potesse prendere la patente per il rischio di diventare pirati della strada. Se Lorenzo D'Auria fosse morto in Afghanistan? La sua compagna non avrebbe avuto niente per il suo sacrificio? Se a cadere in coma fosse stato un muratore precipitato da un'impalcatura, il ministro Parisi avrebbe fatto la stessa cosa così in fretta per sveltire l'iter dei permessi e delle autorizzazioni alla celebrazione del matrimonio? E la Chiesa avrebbe dato la sua ipocrita benedizione perché"in articulo mortis"?

Germana Chistoni
VALBREVENNA (GE)

http://www.gaynews.it/view.php?ID=75467

giovedì 4 ottobre 2007

Camera: approvato OdG contro l'omofobia a scuola

E' stato presentato ieri e votato favorevolmente dai deputati, un ordine del giorno che impegna il governo ad attuare misure concrete contro il bullismo e le discriminazioni verso gli studenti LGBT

Ieri la Camera dei Deputati ha approvato un ordine del giorno presentato, tra gli altri da Titti De Simone e Vladimir Luxuria in cui si chiede che il governo “si impegni a sviluppare un protocollo d'intesa per la prevenzione della violenza ai danni degli e delle adolescenti omosessuali tra Ministero della pubblica istruzione, Dipartimento per i diritti e le pari opportunità, Associazione nazionale di genitori, parenti e amici di omosessuali (AGEDO), associazioni di genitori e associazioni omosessuali e transessuali, per prevenire episodi di omofobia, transfobia e razzismo”.

Il testo, presentato in riferimento al Decreto Legge emanato per assicurare l'ordinato avvio dell'anno scolastico appena iniziato chiede anche all'esecutivo di sensibilizzare tutti gli enti e istituti che si occupano di istruzione e formazione per spingerli a realizzare seminari di studio e corsi di formazione e di aggiornamento per docenti e dirigenti scolastici, con riferimenti speciali all'educazione al rispetto delle diversità. Inoltre l'ordine del giorno chiede che si organizzino e diffondano nel mondo della scuola nei diversi gradi di istruzione, dei progetti da realizzare in collaborazione tra le associazioni di genitori di studenti omosessuali e transessuali e le altre associazioni di genitori.

Non ultimo si chiede di promuovere eventi e iniziative culturali che contribuiscano alla prevenzione del bullismo e della violenza, specialmente quella che colpisce le gli studenti omosessuali.
L'approvazione del testo è stata accolta con soddisfazione dai firmatari dell'ordine del giorno. “Mi sembra un buon risultato”, ha dichiarato Titti De Simone.

http://tinyurl.com/35sqr8

Sbarca a Firenze l'arte gay dello scandalo

In una palazzina della stazione «Vade retro», la mostra oscurata a Milano


PENSATA a Milano, approda a Firenze. La mostra sull’omosessualità “Vade retro”, voluta dall’assessore alla Cultura, Vittorio Sgarbi, e oscurata dal sindaco, Letizia Moratti, sarà aperta nella Palazzina Reale della stazione di Santa Maria Novella (dal 23 ottobre al 6 gennaio), spazio neutrale concesso in affitto dalle Ferrovie. L’organizzazione della rassegna è di Artematica, mentre il patrocinio del Comune è ancora al vaglio dell’assessore Giovanni Gozzini. Tutto è legato all’esposizione dell’opera di Paolo Schmidlin, “Miss Kitty”, con ritratto un soggetto che assomiglia al Papa. «L’esposizione sarà integrale — ha spiegato Sgarbi — ma stiamo vagliando se includere l’opera che ha suscitato lo scandalo». Intanto, si parla della possibilità di isolare “Miss Kitty” in una stanza protetta da una tenda, ad uso esclusivo di chi vuole visitarla. Le decisioni definitive saranno prese nelle prossime ore.

LA MOSTRA arriva a Firenze dopo una serie di sì e di no. In un primo tempo, sembrava che dovesse andare a Napoli, ma la richiesta di 300 mila euro di affitto ha gelato gli entusiasmi, poi è stata la volta di Taormina. «Io ero propenso a partire da lì» - ha confermato l’assessore Sgarbi, ma Andrea Brunello, l’amministratore delegato di Artematica, stava trattando con Campione d’Italia. Il presidente del casinò era d’accordo a ospitarla, sembrava tutto fatto, ma anche quella giunta comunale ha arricciato il naso, per cui si è bloccato tutto.

PADOVA ha mostrato le stesse perplessità, mentre la città di Savona si è dichiarata disponibile. Gli organizzatori però hanno rifiutato l’offerta, perché la rassegna sarebbe stata troppo ristretta. Perfino dalla provincia di Sondrio, da Tirano, è arrivato un sì, ma il proprietario del palazzo, in cui sarebbe stata allestita la rassegna, ha avuto il pollice verso dall’amministrazione comunale. Si sono fatte avanti Campobasso e Isernia, come l’Istituto culturale italiano a Londra, dove probabilmente andrà. Una richiesta è giunta da San Paolo del Brasile. Nella lista figurano pure comuni vicini a Milano come Sesto San Giovanni e Arconate, rifiutati perché si cercava un respiro più ampio.

VITTORIO SGARBI non ha abbandonato l’idea di Taormina: «Avrà la mostra in seconda battuta. Firenze mi sembra comunque una soluzione onorevole, anche se mi sarebbe piaciuto partire da Milano». Su come andrà la rassegna non ha dubbi: «Sarà un successo» e invita a valutarla dopo averla visitata: «Non prima, come ha fatto anche l’assessore Gozzini, che non era contrario ai principi della mostra, ma non l’aveva mai vista. Poi però si è convinto». Tra proposte e rifiuti, il bilancio, per l’assessore milanese, non è negativo: «Le soddisfazioni sono arrivate da amministrazioni disponibili» mentre «alcuni entusiasmi sono stati spenti dalle giunte locali». Alla fine, la vede come una vicenda di costume, che non andrebbe enfatizzata. L’ultima parola spetta infatti al pubblico.

http://www.gaynews.it/view.php?ID=75447

Gay salernitano a Prodi: «Quando approvate la legge sulle unioni di fatto?»

Pasquale Quaranta, premiato tra i 50 migliori studenti italiani, gela platea e Palazzo Chigi
di Angela Cappetta


Non avviene tutti i giorni di essere premiato dal presidente del Consiglio dei Ministri, Romano Prodi. Soprattutto se il premio è riservato ai migliori 50 studenti italiani. Ma, anche la più prestigiosa delle onorificenze soccombe di fronte alla «negazione» dei diritti civili. Tanto da indurre un blasonato neolaureato a rifiutare di stringere la mano al premier e tanto da far sudare freddo lo stesso capo del Governo. Il neolaureato in questione è Pasquale Quaranta, portavoce ed organizzatore del GayPride di Salerno, ex consigliere dell'Arcigay nazionale ed ex redattore del canale satellitare rivolto agli omosessuali. Tutta colpa di una domanda imbarazzante: «Signor presidente, quando approvate la legge per le coppie di fatto?», chiede il giovane salernitano al termine della cerimonia di consegna degli attestati a Palazzo Chigi. Ma Prodi, che forse non si aspettava tanta spontaneità, altro non fa che abbassare la testa e sudare freddo. La risposta? Interminabili secondi di silenzio: il premier rimane a bocca chiusa. Per fortuna che in suo soccorso arriva il ministro alla Difesa, Arturo Parisi, che, guarda Pasquale, circondato dagli altri suoi colleghi, e gli risponde: «È il Parlamento che approva le leggi». L'ironia di Parisi autorizza il sarcasmo di Pasquale. «Grazie», risponde il neolaureato, da ieri anche blasonato e che per l'occasione indossava una cravatta dai colori dell'arcobaleno, simbolo del movimento gay. Poi, quando l'imbarazzo del premier - non certo di Pasquale che oltre ad intascare la sua onorificenza ottiene anche la solidarietà ed il plauso dei colleghi - si nasconde dietro l'ufficialità della cerimonia, comincia la fila per la classica stretta di mano. Primo affronto: Pasquale si sottrae al gesto. Secondo affronto: il giovane salernitano rifiuta di partecipare alla foto di gruppo. «Ecco cosa succede quando una voce omosessuale chiede la garanzia dei diritti civili - commenta rammaricato Pasquale al rientro a Battipaglia dove vive - siamo invisibili. Non ci degnano neanche di una risposta. Proprio Prodi poi che ha fatto dei Pacs uno dei punti del suo programma elettorale».

E pensare che, qualche giorno prima, in occasione di un convegno a Bologna organizzato dalla stessa scuola post lauream che ieri ha fatto premiare i neolaureati (Alma Graduate School), Pasquale ha chiesto all'arcivescovo del Pontificio Consiglio per le comunicazioni sociali, monsignore Claudio Celli, perché la Chiesa «ci considera peccatori». L'arcivescovo, a differenza del premier, non si fa cogliere impreparato e non si limita a rispondere: «Auspichiamo un dialogo con la comunità gay», ma chiede un incontro con Pasquale. La Chiesa risponde. Lo Stato no. Ed il presidente dell'Arcigay nazionale, Aurelio Mancuso, incalza: «La politica si comporta sempre come se ogni domanda posta da un qualsiasi cittadino fosse un'imboscata. Non si rende proprio conto che questo Paese non ce la fa più. Ciò che è accaduto a Pasquale è proprio disdicevole».

http://www.gaynews.it/view.php?ID=75453

mercoledì 3 ottobre 2007

Dove finisce l'otto per mille segreto da un miliardo di euro

di Curzio Maltese

Le campagne dell'«otto per mille» della Chie­sa cattolica, che ogni primavera invadono l'etere, Rai, Mediaset e radio nazionali, so­no considerate nel mondo pubbli­citario un modello di comunica­zione. Ben girate, splendida foto­grafia, musiche di Morricone, sto­rie efficaci, a volte indimenticabili. Chi non ricorda quella del 2005, imperniata sulla tragedia dello tsunami? Lo spot apre su un fragile vil­laggio di capanne, dalla spiaggia i pescatori scalzi scrutano l'oriz­zonte cupo. Voce fuori campo: «Quel giorno dal mare è arrivata la fine, l'onda ha trasformato tutto in nulla». Stacco sul logo dell'otto per mille: «Poi dal niente, siete arrivati voi. Le vostre firme si sono trasfor­mate in barche e reti». Zoom su barche e reti. «Barche e reti capaci di crescere figli e pescare sorrisi». Slogan: «Con l'otto per mille alla Chiesa cattolica, avete fatto tanto per molti». Un capolavoro.

La campagna 2005, affidata co­me le precedenti alla multinazio­nale Saatchi & Saatchi, secondo Il Sole24 Ore è costata alla Chiesa no -ve milioni di euro. Il triplo di quan­to la Chiesa ha poi donato alle vitti­me dello tsunami, tre milioni (fonte Cei), lo 0,3 per cento della rac­colta. Nello stesso anno, l'Ucei, l'u­nione delle comunità ebraiche ita­liane, versò per lo Sri Lanka e l'Indonesia 200 mila euro, il 6 per cento dell'«otto per mille». Un'of­ferta in proporzione venti volte superiore, in un'area dove non esi­stono comunità ebraiche.

Gli spot della Chiesa cattolica sono per la maggioranza degli ita­liani l'unica fonte d'informazione sull'otto per mille. Consegue una serie di pregiudizi assai diffusi. Credenti e non credenti sono con­vinti che la Chiesa cattolica usi i fondi dell'otto per mille soprattut­to per la carità in Italia e nel terzo mondo. Le due voci occupano la totalità dei messaggi, ma costitui­scono nella realtà il 20 per cento della spesa reale, come conferma Avvenire, che pubblica per la pri­ma volta il resoconto sul numero del29settembre.L'80percentodel miliardo di euro rimane alla Chie­sa cattolica.

Tanto meno gli spot cattolici si occupano d'informare che le quo­te non espresse nella dichiarazio­ne dei redditi, il 60 per cento, ven­gono comunque assegnate sulla base del 40 per cento di quanto è stato espresso e finiscono dunque al 90 per cento nelle casse della Cei. Questo compito in effetti spette­rebbe allo Stato italiano. Lo Stato avrebbe dovuto illustrare e giusti­ficare ai cittadini un meccanismo tanto singolare di «voto fiscale», unico fra i paesi concordatari. In Spagna per esempio le quote non espresse nel «cinque per mille» re­stano allo Stato. In Germania lo Stato si limita a organizzare la rac­colta dei cittadini che possono scegliere di versare l'8 o 9 per cento del reddito alla Chiesa cattolicao lute­rana o ad altri culti.

Il principio dell'assoluta volon­tarietà è la regola nel resto d'Euro­pa. Lo Stato italiano lo adotta infat­ti per il «cinque per mille». Anzi, fa di peggio. Il «cinque per mille» è nato nel 2006 per destinare appunto lo 0,5 dell'Irpef (660 milioni di eu­ro, stima ufficiale delle Entrate) a ricerca e volontariato. Nel primo (e unico) anno hanno aderito il 61 per cento dei contribuenti, contro il 40 dell' «otto per mille»: un successo enorme. Le sole quote volontarie ammontano a oltre 400 milioni. Ma con la Finanziaria del 2007 il governo ha deciso di porre un tetto di 250 milioni al fondo, che si chia­ma sempre «cinque per mille» ma è ridotto nei fatti a meno del due.Le quote eccedenti verranno preleva­te dall'erario. Con una mano lo Sta­to dunque regala 600 milioni di quote non espresse alla Cei e con l'altra sottrae 150 milioni di quote espresse a favore di onlus e ricerca. Nella stessa pagina del modulo730 il «voto fiscale» espresso da un cit­tadino in alto a favore delle chiese vale in termini economici quattro volte il voto nel «cinque per mille». Perché due pesi e due misure?

Lo Stato in diciassette anni non ha speso una parola pubblica, uno spot, una pubblicità Progresso, per spiegare il senso, il meccanismo e la destinazione reale dell'otto per mille. Ed è l'unico «concorrente» che ne avrebbe i mezzi, oltre al dovere morale. Gli altri (Valdesi, Ebrei, Luterani, Avventisti, Assem­blee di Dio) dispongono di fondi minimi per la pubblicità, peraltro regolarmente denunciati nei resoconti. Mentre la Chiesa cattolica è l'unica a non dichiarare le spese pubblicitarie, riprova di scarsa tra­sparenza.

L'unica voce a rompere il silen­zio dello Stato fu nel 1996 quella di una cattolica, come spesso accade, la diessina LiviaTurco, allora mini­stro per la Solidarietà. Turco pro­pose di destinare la quota statale di otto per mille a progetti per l'infanzia povera. Il «cassiere» pontificio, monsignor Attilio Nicora, rispose che «lo Stato non doveva fare con­correnza scorretta alla Chiesa». Fi­ne del dibattito. Oggi Livia Turco ri­corda: «Nella mia ingenuità, pensavo che la mia proposta incon­trasse il favore di tutti, compresa la Chiesa. L'Italia è il paese continen­tale con la più alta percentuale di povertà infantile. Al contrario la reazione della Chiesa fu durissima, infastidita, e dalla politica fui subi­to isolata. Ho vissuto quella vicen­da con grande amarezza».

La politica non ha mai più osato fare «concorrenza» alla Chiesa cat­tolica, anzi l'ha favorita con un pessimo uso del fondo. Nel 2004 i me­dia hanno dato grande risalto alla trovata del governo Berlusconi di utilizzare 80 dei 100 milioni ricevu­ti dall'otto per mille per finanziare le missioni militari, in particolare in Iraq. Degli altri venti milioni, quasi la metà (44,5 per cento) sono finiti nel restauro di edifici di culto, quindi ancora alla Chiesa. La per­centuale di «voti» allo Stato italiano è crollata dal 23 per cento del 1990 all'8,3 del 2006.

All'atteggiamento remissivo dello Stato italiano ha fatto da con­traltare una crescente aggressività da parte delle gerarchie ecclesiastiche e soprattutto dei politici al se­guito, cattolici e neo convertiti, nel rivendicare il denaro pubblico. In agosto, quando la commissione europea ha chiesto lumi al governo Prodi sui privilegi fiscali del Vatica­no, nell'ipotesi si tratti di «aiuti di Stato» mascherati, l'ex ministro Roberto Calderoli, già protagonista delle battaglie anticlericali della Lega anni Novanta,ha chiesto al Papa di «scomunicare l'Unione Euro­pea». Rocco Buttiglione ha avanza­to un argomento in disuso fra gli in­tellettuali dai primi del '900, ma oggi di gran moda. Secondo il quale i privilegi concessi dalla Stato al Va­ticano sarebbero «una compensa­zione per la confisca dei beni eccle­siastici dello Stato Pontificio».

Un revanscismo già sepolto dal­la Chiesa del Concilio. Nel 1970 Paolo VI aveva «festeggiato» con la visita in Campidoglio la breccia di Porta Pia: «atto della Provvidenza», una «liberazione» per la Chiesa da un potere temporale che ne osta­colava l'autentica missione. Joseph Ratzinger scrive ne «Il sale della terra»: «Purtroppo nella storia è sempre capitato che la Chiesa non sia stata capace di allontanarsi da sola dai beni materiali, ma che questi le siano stati tolti da altri; e ciò, al­la fine, è stata per lei la salvezza».

La legge 222 del 1985 istitutiva dell'otto per mille, perlopiù scono­sciuta ai polemisti, in ogni caso non accenna ad alcuna forma di «risarcimento» per le confische (argomento insensato nell'Italia di vent'anni fa). Lo scopo primario della legge di revisione del Concor­dato fascista del '29 era di garanti­re un sostituto della «congrua», ov­vero lo stipendio di Stato ai sacerdoti. Nei primi anni lo Stato s'im­pegnava infatti a integrare l'otto per mille, fino a 407 miliardi, nel ca­so di una raccolta insufficiente per pagare gli stipendi. In cambio il Va­ticano accettava che una commis­sione bilaterale valutasse ogni tre anni l'ipotesi di ridurre l'otto per mille nel caso contrario di un getti­to eccessivo.

Ora, dal 1990 al 2007, l'incasso per la Cei è quintuplicato e la spesa per gli stipendi dei preti, complice la crisi di vocazioni, è scesa alla metà, dal 70 al 35 per cento. Eppu­re la commissione italo-vaticana non ha mai deciso un adeguamen­to. Perché? Senza avventurarsi in filosofia del diritto, si può forse rac­contare il percorso di uno dei componenti laici della commissione, Carlo Cardia. Il professor Cardia, insigne giurista di formazione co­munista, consigliere di Enrico Berlinguer e Pietro Ingrao, ha esordito da fiero «difensore del diritto nega­to in Italia all'ateismo» («Ateismo e libertà religiose», De Donato, 1973). Nel 2001 è Cardia a invocare una riduzione dell'otto per mille, in un saggio pubblicato dalla presidenza del consiglio: «Dall'otto per mille derivano ormai alla Chiesa cattolica, meglio: alla Cei, delle somme veramente ingenti, che hanno superato ogni previsione. Si parla ormai di 900-1000 miliardi l'annodi lire. Il livello è tanto più al­to in quanto il fabbisogno per il sostentamento del clero non supera i 400-500 miliardi. Ciò vuoi dire che la Cei ha la disponibilità annua di diverse centinaia per finalità chia­ramente "secondarie" rispetto a quella primaria del sostentamento del clero; e che lievitando così il li­vello del flusso finanziario si po­trebbe presto raggiungere il para­dosso per il quale è proprio il so­stentamento del clero ad assume­re il ruolo di finalità secondaria».

Previsione perfetta. «Tutto ciò —concludeva Cardia—portereb­be a vere e proprie distorsioni nel­l'uso del danaro da parte della Chiesa cattolica; e, più in generale, riaprirebbe il capitolo di un finan­ziamento pubblico irragionevole che potrebbe raggiungere la soglia dell'incostituzionalità se riferito al valore della laicità quale principio supremo dell'ordinamento».

Nel tempo il professor Cardia è diventato illustre collaboratore di Avvenire, il giornale dei vescovi. I suoi temi sono cambiati: l'apolo­gia del rapporto fra i giovani e Be­nedetto XVI, la lotta ai Dico, l'esal­tazione del Family Day. Ciascuno naturalmente ha il diritto di cam­biare idea. Ma è opportuno che, avendole cambiate sul giornale della Cei, continui a far parte di unas commissione governativa chia­mata a stabilire quanti soldi lo Sta­to deve versare alla Cei? Nell'ulti­mo editoriale su Avvenire il professor Cardia tuona contro l'inchiesta di Repubblica, «una delle più co­lossali operazioni di disinforma­zione degli ultimi tempi».

Senza contestare nel merito un singolo dato, nega con veemenza che la Chiesa costi troppo agli ita­liani e s'indigna per «l'indecente» accostamento con la «casta». E' lo stesso professor Cardia che il 20 febbraio scorso dichiara in un'intervista: «Io porterei la quota del­l'otto per mille al sette, vista l'im­ponente massa di danaro che smuove. Basti pensare che dall'84 a oggi nessuno, se non per controversie politiche,vi ha posto mano». Con le altre confessioni lo Stato è assai meno generoso. In risposta a un'interrogazione dei soliti radi­cali, nel luglio scorso il ministro Vannino Chiti ha citato come pro­va della bontà del meccanismo «il fatto che anche i valdesi hanno chiesto e ottenuto le quote non espresse». Chiesto sì, ottenuto mai. Incontro la «moderatrice» della Tavola Valdese, Maria Bonafede, il «Ruini» dei valdesi, nella modesta sede vicino alla Stazione Termini. «Per motivi etici avevamo rinunciato alle quote non espres­se, ma nel 2000, visto l'uso che ne faceva lo Stato, le abbiamo chiese. Abbiamo incontrato governi di de­stra e di sinistra, il vecchio Letta e il nuovo. Ogni volta ci rinviano. Se la ottenessimo oggi, la vedremmo solo nel 2010. Lo Stato anticipa i soldi alla Cei, ma agli altri li versa con tre anni di ritardo».

Ai valdesi sono andati nel 2006 circa 5 milioni 700 mila euro, ma avrebbero diritto a oltre 13 milioni. Il resto lo trattiene lo Stato. La Ta­vola Valdese usa i soldi dell'otto per mille al 94 per cento per la carità e il rimanente alla pubblicità. I pasto­ri valdesi vivono delle donazioni spontanee. Lo stipendio base, uguale dalla «moderatrice» all'ulti­mo pastore, è di 650 euro al mese. Maria Bonafede spiega: «I soldi dell'otto per mille arrivano dalla società e vi debbono tornare. Se una Chiesa non riesce a mantener­si con le libere offerte, è segno che Dio non vuole farla sopravvivere».

da La Repubblica del 3 ottobre 2007, pag. 34

sabato 29 settembre 2007

Senato USA approva la legge che include l'omofobia tra i reati di intolleranza

Ma i repubblicani chiedono a Bush di fermarla con il veto


Il Senato ha approvato ieri un'appendice alla legge federale sui reati di intolleranza che include tra i soggetti passivi di tali crimini anche gli gay e le lesbiche. Come riportato dal Washington Post, la legge risale al 1968 e punisce i reati commessi per motivi di intolleranza relativi alla razza, religione e nazionalità, ma fino ad oggi non garantiva alcuna tutela all'omosessualità. Con l'emendamento del Senato la definizione di crimini di intolleranza potrebbero dunque estendersi ulteriormente includendo il sesso di una persona, il suo orientamento e identità sessuale.

Il partito repubblicano ha dichiarato che cercherà di eliminare l'estensione in sede di negoziazione finale in Congresso, ma in caso di fallimento si rivolgerà al presidente George W. Bush esortandolo ad opporre il veto. Dall'altra parte, il partito democratico ha difeso il provvedimento, ricordando che è rivolto a combattere una forma di terrorismo, provocato dall'intolleranza nei confronti delle diversità.

Il provvedimento è stato chiamato The Matthew Shepard Act in onore del giovane ragazzo gay picchiato e lasciato morire in un recinto nei pressi di Laramie, nel Wyoming nel 1998


http://www.gaynews.it/view.php?ID=75394

venerdì 28 settembre 2007

La Chiesa costa allo Stato 4 miliardi di euro ogni anno

L'otto per mille, le scuole, gli ospedali, gli insegnanti di religione e i grandi eventi
di CURZIO MALTESE


"Quando sono arrivato alla Cei, nel 1986, si trovavano a malapena i soldi per pagare gli stipendi di quattro impiegati". Camillo Ruini non esagera. A metà anni Ottanta le finanze vaticane sono una scatola vuota e nera. Un anno dopo l'arrivo di Ruini alla Cei, soltanto il passaporto vaticano salva il presidente dello Ior, monsignor Paul Marcinkus, dall'arresto per il crack del Banco Ambrosiano di Roberto Calvi. La crisi economica è la ragione per cui Giovanni Paolo II chiama a Roma il giovane vescovo di Reggio Emilia, allora noto alle cronache solo per aver celebrato il matrimonio di Flavia Franzoni e Romano Prodi, ma dotato di talento manageriale. Poche scelte si riveleranno più azzeccate. Nel "ventennio Ruini", segretario dall'86 e presidente dal '91, la Cei si è trasformata in una potenza economica, quindi mediatica e politica. In parallelo, il presidente dei vescovi ha assunto un ruolo centrale nel dibattito pubblico italiano e all'interno del Vaticano, come mai era avvenuto con i predecessori, fino a diventare il grande elettore di Benedetto XVI.

Le ragioni dell'ascesa di Ruini sono legate all'intelligenza, alla ferrea volontà e alle straordinarie qualità di organizzatore del personaggio. Ma un'altra chiave per leggerne la parabola si chiama "otto per mille". Un fiume di soldi che comincia a fluire nelle casse della Cei dalla primavera del 1990, quando entra a regime il prelievo diretto sull'Irpef, e sfocia ormai nel mare di un miliardo di euro all'anno. Ruini ne è il dominus incontrastato. Tolte le spese automatiche come gli stipendi dei preti, è il presidente della conferenza episcopale, attraverso pochi fidati collaboratori, ad avere l'ultima parola su ogni singola spesa, dalla riparazione di una canonica alla costruzione di una missione in Africa agli investimenti immobiliari e finanziari.

Dall'otto per mille, la voce più nota, parte l'inchiesta di Repubblica sul costo della chiesa cattolica per gli italiani. Il calcolo non è semplice, oltre che poco di moda. Assai meno di moda delle furenti diatribe sul costo della politica. Il "prezzo della casta" è ormai calcolato in quattro miliardi di euro all'anno. "Una mezza finanziaria" per "far mangiare il ceto politico". "L'equivalente di un Ponte sullo Stretto o di un Mose all'anno".

Alla cifra dello scandalo, sbattuta in copertina da Il Mondo e altri giornali, sulla scia di La Casta di Rizzo e Stella e Il costo della democrazia di Salvi e Villone, si arriva sommando gli stipendi di 150 mila eletti dal popolo, dai parlamentari europei all'ultimo consigliere di comunità montane, più i compensi dei quasi trecentomila consulenti, le spese per il funzionamento dei ministeri, le pensioni dei politici, i rimborsi elettorali, i finanziamenti ai giornali di partito, le auto blu e altri privilegi, compresi buvette e barbiere di Montecitorio.

Per la par condicio bisognerebbe adottare al "costo della Chiesa" la stessa larghezza di vedute. Ma si arriverebbe a cifre faraoniche quanto approssimative, del genere strombazzato nei libelli e in certi siti anticlericali.

Con più prudenza e realismo si può stabilire che la Chiesa cattolica costa in ogni caso ai contribuenti italiani almeno quanto il ceto politico. Oltre quattro miliardi di euro all'anno, tra finanziamenti diretti dello Stato e degli enti locali e mancato gettito fiscale. La prima voce comprende il miliardo di euro dell'otto per mille, i 650 milioni per gli stipendi dei 22 mila insegnanti dell'ora di religione ("Un vecchio relitto concordatario che sarebbe da abolire", nell'opinione dello scrittore cattolico Vittorio Messori), altri 700 milioni versati da Stato ed enti locali per le convenzioni su scuola e sanità. Poi c'è la voce variabile dei finanziamenti ai Grandi Eventi, dal Giubileo (3500 miliardi di lire) all'ultimo raduno di Loreto (2,5 milioni di euro), per una media annua, nell'ultimo decennio, di 250 milioni. A questi due miliardi 600 milioni di contributi diretti alla Chiesa occorre aggiungere il cumulo di vantaggi fiscali concessi al Vaticano, oggi al centro di un'inchiesta dell'Unione Europea per "aiuti di Stato". L'elenco è immenso, nazionale e locale. Sempre con prudenza si può valutare in una forbice fra 400 ai 700 milioni il mancato incasso per l'Ici (stime "non di mercato" dell'associazione dei Comuni), in 500 milioni le esenzioni da Irap, Ires e altre imposte, in altri 600 milioni l'elusione fiscale legalizzata del mondo del turismo cattolico, che gestisce ogni anno da e per l'Italia un flusso di quaranta milioni di visitatori e pellegrini. Il totale supera i quattro miliardi all'anno, dunque una mezza finanziaria, un Ponte sullo Stretto o un Mose all'anno, più qualche decina di milioni.

La Chiesa cattolica, non eletta dal popolo e non sottoposta a vincoli democratici, costa agli italiani come il sistema politico. Soltanto agli italiani, almeno in queste dimensioni. Non ai francesi, agli spagnoli, ai tedeschi, agli americani, che pure pagano come noi il "costo della democrazia", magari con migliori risultati.

Si può obiettare che gli italiani sono più contenti di dare i soldi ai preti che non ai politici, infatti se ne lamentano assai meno. In parte perché forse non lo sanno. Il meccanismo dell'otto per mille sull'Irpef, studiato a metà anni Ottanta da un fiscalista all'epoca "di sinistra" come Giulio Tremonti, consulente del governo Craxi, assegna alla Chiesa cattolica anche le donazioni non espresse, su base percentuale. Il 60 per cento dei contribuenti lascia in bianco la voce "otto per mille" ma grazie al 35 per cento che indica "Chiesa cattolica" fra le scelte ammesse (le altre sono Stato, Valdesi, Avventisti, Assemblee di Dio, Ebrei e Luterani), la Cei si accaparra quasi il 90 per cento del totale. Una mostruosità giuridica la definì già nell'84 sul Sole 24 Ore lo storico Piero Bellini.

Ma pur considerando il meccanismo "facilitante" dell'otto per mille, rimane diffusa la convinzione che i soldi alla Chiesa siano ben destinati, con un ampio "ritorno sociale". Una mezza finanziaria, d'accordo, ma utile a ripagare il prezioso lavoro svolto dai sacerdoti sul territorio, la fatica quotidiana delle parrocchie nel tappare le falle sempre più evidenti del welfare, senza contare l'impegno nel Terzo Mondo. Tutti argomenti veri. Ma "quanto" veri?

Fare i conti in tasca al Vaticano è impresa disperata. Ma per capire dove finiscono i soldi degli italiani sarà pur lecito citare come fonte insospettabile la stessa Cei e il suo bilancio annuo sull'otto per mille. Su cinque euro versati dai contribuenti, la conferenza dei vescovi dichiara di spenderne uno per interventi di carità in Italia e all'estero (rispettivamente 12 e 8 per cento del totale). Gli altri quattro euro servono all'autofinanziamento. Prelevato il 35 per cento del totale per pagare gli stipendi ai circa 39 mila sacerdoti italiani, rimane ogni anno mezzo miliardo di euro che il vertice Cei distribuisce all'interno della Chiesa a suo insindacabile parere e senza alcun serio controllo, sotto voci generiche come "esigenze di culto", "spese di catechesi", attività finanziarie e immobiliari. Senza contare l'altro paradosso: se al "voto" dell'otto per mille fosse applicato il quorum della metà, la Chiesa non vedrebbe mai un euro.

Nella cultura cattolica, in misura ben maggiore che nelle timidissime culture liberali e di sinistra, è in corso da anni un coraggioso, doloroso e censuratissimo dibattito sul "come" le gerarchie vaticane usano il danaro dell'otto per mille "per troncare e sopire il dissenso nella Chiesa". Una delle testimonianze migliori è il pamphlet "Chiesa padrona" di Roberto Beretta, scrittore e giornalista dell'Avvenire, il quotidiano dei vescovi. Al capitolo "L'altra faccia dell'otto per mille", Beretta osserva: "Chi gestisce i danari dell'otto per mille ha conquistato un enorme potere, che pure ha importantissimi risvolti ecclesiali e teologici". Continua: "Quale vescovo per esempio - sapendo che poi dovrà ricorrere alla Cei per i soldi necessari a sistemare un seminario o a riparare la cattedrale - alzerà mai la mano in assemblea generale per contestare le posizioni della presidenza?". "E infatti - conclude l'autore - i soli che in Italia si permettono di parlare schiettamente sono alcuni dei vescovi emeriti, ovvero quelli ormai in pensione, che non hanno più niente da perdere...".

A scorrere i resoconti dei convegni culturali e le pagine di "Chiesa padrona", rifiutato in blocco dall'editoria cattolica e non pervenuto nelle librerie religiose, si capisce che la critica al "dirigismo" e all'uso "ideologico" dell'otto per mille non è affatto nell'universo dei credenti. Non mancano naturalmente i "vescovi in pensione", da Carlo Maria Martini, ormai esiliato volontario a Gerusalemme, a Giuseppe Casale, ex arcivescovo di Foggia, che descrive così il nuovo corso: "I vescovi non parlano più, aspettano l'input dai vertici... Quando fanno le nomine vescovili consultano tutti, laici, preti, monsignori, e poi fanno quello che vogliono loro, cioè chiunque salvo il nome che è stato indicato". Il già citato Vittorio Messori ha lamentato più volte "il dirigismo", "il centralismo" e "lo strapotere raggiunto dalla burocrazia nella Chiesa". Alfredo Carlo Moro, giurista e fratello di Aldo, in uno degli ultimi interventi pubblici ha lanciato una sofferta accusa: "Assistiamo ormai a una carenza gravissima di discussione nella Chiesa, a un impressionante e clamoroso silenzio; delle riunioni della Cei si sa solo ciò che dichiara in principio il presidente; i teologi parlano solo quando sono perfettamente in linea, altrimenti tacciono".

La Chiesa di vent'anni fa, quella in cui Camillo Ruini comincia la sua scalata, non ha i soldi per pagare gli impiegati della Cei, con le finanze scosse dagli scandali e svuotate dal sostegno a Solidarnosc. La cultura cattolica si sente derisa dall'egemonia di sinistra, ignorata dai giornali laici, espulsa dall'universo edonista delle tv commerciali, perfino ridotta in minoranza nella Rai riformata. Eppure è una Chiesa ancora viva, anzi vitalissima. Tanto pluralista da ospitare nel suo seno mille voci, dai teologi della liberazione agli ultra tradizionalisti seguaci di monsignor Lefebrve. Capace di riconoscere movimenti di massa, come Comunione e Liberazione, e di "scoprire" l'antimafia, con le omelie del cardinale Pappalardo, il lavoro di don Puglisi a Brancaccio, l'impegno di don Italo Calabrò contro la 'ndrangheta.

Dopo vent'anni di "cura Ruini" la Chiesa all'apparenza scoppia di salute. È assai più ricca e potente e ascoltata a Palazzo, governa l'agenda dei media e influisce sull'intero quadro politico, da An a Rifondazione, non più soltanto su uno. Nelle apparizioni televisive il clero è secondo soltanto al ceto politico. Si vantano folle oceaniche ai raduni cattolici, la moltiplicazione dei santi e dei santuari, i record di audience delle fiction di tema religioso. Le voci di dissenso sono sparite. Eppure le chiese e le sagrestie si svuotano, la crisi di vocazioni ha ridotto in vent'anni i preti da 60 a 39 mila, i sacramenti religiosi come il matrimonio e il battesimo sono in diminuzione.

Il clero è vittima dell'illusoria equazione mediatica "visibilità uguale consenso", come il suo gemello separato, il ceto politico. Nella vita reale rischia d'inverarsi la terribile profezia lanciata trent'anni fa da un teologo progressista: "La Chiesa sta divenendo per molti l'ostacolo principale alla fede. Non riescono più a vedere in essa altro che l'ambizione umana del potere, il piccolo teatro di uomini che, con la loro pretesa di amministrare il cristianesimo ufficiale, sembrano per lo più ostacolare il vero spirito del cristianesimo". Quel teologo si chiamava Joseph Ratzinger.


(Hanno collaborato Carlo Pontesilli e Maurizio Turco)
http://www.gaynews.it/view.php?ID=75391

Iran. Diritti umani, appello di Arcigay

Più saranno i sottoscrittori dell'appello, maggiori saranno le possibilità di incidere politicamente
di Luca Trentini

Ciao a tutti,

da alcuni mesi Arcigay è mobilitata in una campagna di denuncia della terribile situazione dei diritti umani in Iran.

Dopo la nostra azione di denuncia, che ha portato ad una discussione in Commissione esteri della camera e alla condanna delle esecuzioni capitali del regime iraniano, e dopo la mobilitazione per Pegah Emambakhsh abbiamo pensato di lanciare una petizione per la libertà in Iran.

Insieme ad Arcilesbica e all'Associazione Lamanicatagliata abbiamo attivato un sito www.dirittiumani-iran.org dove tutti possono sottoscrivere un appello al governo (che vi allego qui sotto) affinchè si pongano in atto azioni concrete per la tutela dei diritti umani fondamentali in quel paese.

E' naturale che più saranno i sottoscrittori dell'appello, maggiori saranno le possibilità di incidere politicamente e mettere in campo iniziative che possano denunciare una situazione drammatica per tutte le minoranze di quel paese.

Per questa ragione chiedo la vostra collaborazione per la massima diffusione di questo appello e per la pubblicizzazione del sito sia tramite le vostre mailing list, che attraverso i contatti stampa, gli amici, le associazioni, i partiti, gli esponenti del mondo politico, istituzionale o associativo, i blog ed i siti delle vostre associazioni.

Non si tratta solo di tutelare le molte vite umane che sono in gioco, la posta è ben più alta. Il rischio concreto è che se non ci sarà una mobilitazione di coscienze qui in
occidente i dissidenti iraniani, lasciati soli, saranno sempre più spinti a chiedere l'intervento armato di Bush, che sembra non vedere l'ora di aprire un nuovo fornte di guerra con l'Iran.

So che questo può sembrare uno strumento piccolo, ma è pur sempre l'occasione per fare qualcosa di concreto.

Rimango a disposizione per qualsiasi tipo di informazione, chiarimento o contributo che possano portare al successo di questa iniziativa.

Vi ringrazio fin d'ora per l'impegno che vorrete riservare a questa importante campagna per i diritti umani.

Buon lavoro!


Luca Trentini
Responsabile nazionale Arcigay
Diritti umani e Lotta alla violenza

mercoledì 26 settembre 2007

Rendere pubblica l'omosessualità non è reato

Scrivere di qualcuno che è gay non costituisce reato. I giudici di Milano assolvono così Lina Sotis (Corriere della Sera), che aveva rivelato la convivenza del marito di Marina Berlusconi con un uomo


«Nella società attuale non è né culturalmente né giuridicamente giustificato alcuno stigma in relazione all'omosessualità o all'essere omosessuale». Ciò che va tutelato, dunque, è solo la «libertà di un individuo di fare pubblica dichiarazione della propria omosessualità (outing) [sic, NdT] o meno, e non la segretezza dell'omosessualità, che costituirebbe, invece, uno stigma aggiuntivo».

Lo scrivono i giudici della seconda sezione civile d'appello di Milano nel motivare la sentenza con cui, riformando il verdetto di primo grado, hanno assolto la giornalista del Corriere della Sera Lina Sotis e l'allora direttore Ferruccio De Bortoli, accusati entrambi di illecita diffusione di notizie riservate su Angelo Villa (noto chirurgo plastico che si era attribuito l'intervento di lifting di Silvio Berlusconi salvo poi smentirlo), in passato convivente di Maurizio Vanadia, poi marito di Marina Berlusconi.

In tutte le sue difese Villa non ha negato la convivenza di svariati anni con Maurizio Vanadia, poi marito di Marina Berlusconi, e visto che entrambi «sono due affermati professionisti», la decisione di convivere non poteva trovare giustificazione in esigenze di contenimento della spesa per l'alloggio (come può accadere tra gli studenti universitari) «e poteva avere solo la giustificazione di una scelta di tipo affettivo, frutto di affinità ed elezione».

Non si vede dunque in quale reato siano incorsi, rendendo pubblica una convivenza, «il Corriere della Sera e la sua migliore firma di articoli di costume».

http://tinyurl.com/36y938

martedì 25 settembre 2007

Ahmadinejad: in Iran non esistono omosessuali

In un intervento alla Columbia University il presidente dell`Iran ha negato l`esistenza di omosessuali, quindi delle tante esecuzioni. E poi non capisco perchè non si possa dissentire dall`Olocausto.


C'erano migliaia di attivisti gay con foto delle esecuzioni di giovani omosessuali ad accogliere ieri Ahmadinejad alla Columbia UNiversity. Ma se questo poteva immaginarlo, il presidente dell'Iran non si aspettava parole tanto forti dal presidente dell'università. "Non credo che Ella avrà il coraggio intellettuale di rispondere alle domande che le ho appena formulato. Lei esibisce tutti i tratti di un dittatore meschino e crudele".<

Ad Ahmadinejad però il coraggio non manca, così sorridendo con un ghigno ha parlato di sè come uomo di pace ed ha accusato la stampa di stravolgere le sue dichiarazioni su Israele. Certo poi ha precisato: "non vedo perchè non si possa esprimere voci di dissenso sull'esistenza dell'Olocausto" anche perchè "sono i palestinesi a pagare il prezzo dell'Olocausto. Sia un referendum a decidere se Israele deve esistere" ha detto il presidente iraniano prima di rispondere alla domanda sul trattamento degli omosessuali e le esecuzioni capitali. "Noi abbiamo l'impiccagione, voi l'iniezione letale. E' la stessa cosa". Poi tocca ai gay: "noi in Iran non abbiamo omosessuali come avete voi nel vostro paese. Non abbiamo questo fenomeno, non so chi vi ha detto questo. La nostra nazione è libera".

E' stata Human Rights Campaign a prendere la parola per ricordare al Presidente ricordando gli atti di terrore, i pestaggi e le esecuzioni a cui sono stati sottoposti più di 4mila tra ragazzi gay e lesbiche uccisi dal 1978.

http://www.gay.tv/ita/magazine/we_like/dettaglio.asp?i=4703

sabato 22 settembre 2007

Galleggiante in gola: "Ingoia o sei una checca" Episodio di bullismo o incidente?

E' accaduto due giorni fa in una media della provincia di Torino
Il ragazzino, 11 anni, portato in ospedale se la caverà con una prognosi di sei giorni
Inchiesta interna della scuola. Gli altri studenti raccontano che è stato un gioco


Un galleggiante da pesca ficcato in gola, il rischio di soffocare, il panico, la corsa all'ospedale. E' accaduto giovedì in una scuola media di Ciriè, provincia di Torino. La vittima ha undici anni e se la caverà con una gran paura e una prognosi di sei gionri. Intanto però la scuola ha deciso di avviare un'inchiesta interna per capire se si è trattato di un episodio di bullismo o di un incidente accaduto durante un gioco.

Il ragazzino è stato trasportato in ospedale a Ciriè ed è stato dimesso con sei giorni di prognosi e la prescrizione di un farmaco antiacido per alleviargli eventuali dolori di stomaco. Verrà comunque tenuto sotto controllo.

I genitori sostengono che il ragazzo sia stato sfidato dai compagni di scuola a ingoiare quell'oggetto per dimostrare di essere un uomo. "Ingoia o sei una checca" sarebbe la frase con cui lo hanno assillato i compagni. Alcuni studenti riferiscono, invece, che si è trattato di un gioco, in cui il ragazzino avrebbe ingoiato per errore il galleggiante, senza che altri glielo avessero suggerito.

E' un fatto che altri galleggianti simili, di tipo fosforescente, erano in possesso di numerosi altri studenti che li avevano acquistati nel negozio di caccia e pesca del padre di uno di loro. L'oggetto in questione aveva attirato l'attenzione della scolaresca tanto da diventare il passatempo preferito nei momenti liberi.

Anche se non c'è ancora una certezza, l'onorevole Franco Grillini (Sd), fondatore dell'Arcy Gay, ha presentato un'interrogazione al ministro della Pubblica Istruzione per "approntare un piano di lotta all' omofobia in ambito scolastico assieme alle organizzazioni omosessuali, capace di affermare una cultura della convivenza e dell'accettazione della diversità come normalità". Pochi mesi fa, proprio a Torino, un ragazzo di 16 anni si è suicidato gettandosi dalla finestra perchè i compagni lo prendevano in giro per la sua presunta omosessualità.

(22 settembre 2007)
http://tinyurl.com/26j4vx

mercoledì 12 settembre 2007

Bacio al Colosseo: Falsa la notizia del rinvio a giudizio

La notizia secondo cui l'inchiesta ai danni di Roberto e Michele, i due ragazzi fermati a Roma davanti al Colosseo per essersi baciati, si sia conclusa è falsa.


Ci dispiace per l'ennesima brutta figura che l'onorevole Luca Volonté (UDC) compie ai danni del suo partito e della sua credibilità. Dovrebbe infatti sentirsi in dovere, come deputato della Repubblica, di informarsi meglio prima di sparare alle mosche con i cannoni. Dovrebbe, il condizionale è d'obbligo, sapere e conoscere quali siano i passaggi formali che portano ad un eventuale processo. Se non avesse infatti agito di impulso abbagliato da furia omofobica, ma si fosse lasciato guidare dal lume della ragione, informandosi su cosa è realmente successo, forse non avremmo avuto il piacere di sentire la sua voce in questo dibattito.

Il Pubblico Ministero ha semplicemente messo a disposizione degli indagati gli atti prodotti dai carabinieri. Ora la difesa potrà, se lo vorrà, presentare una sua memoria difensiva. A quel punto il PM potrà decidere, avendo tutti gli elementi in mano, se procedere alla richiesta di archiviazione o di rinvio a giudizio. Tutte le affermazioni contenute nelle agenzie di stampa sono tratte dai verbali prodotti dai carabinieri, che essendo ora pubblici, sono a disposizione della stampa.

http://www.arcigay.it/show.php?2758

martedì 11 settembre 2007

11/9: il contributo gay

Le vittime gay della tragedia che ha cambiato il mondo sono tantissime. Nel triste elenco c'è anche il cappellano che ha dato il nome alla legge per il risarcimento anche alle coppie di fatto.


Se è vero che quel giorno ha cambiato il mondo, è altrettanto vero che gli eventi di quell'11 settembre 2001 hanno cambiato il corso di migliaia e migliaia di vite. Nella libera e cosmopolita New York, terra accogliente di tutte le razze e minoranze, la tragedia ha travolto bianchi e neri, cristiani e ebrei, gay e etero. Fra le vittime il numero di gay e lesbiche è alto. Come Padre Mychal Judge, cappellano dei pompieri di New York. L'elmetto di Judge è stato regalato a Papa Giovanni Paolo II come simbolo dei caduti e degli eroi dell'11 Settembre mentre le Giornate di Cinema Omosessuale - Venice Gays lo celebreranno col film Saint of 9/11, a lui dedicato.

A Mark Bingham, trent'unenne gay passeggero del volo United Airlines 93 caduto in Pennsylvania, è stato intitolata la la Bingham Cup, torneo di rugby per squadre gay. È grazie al sacrificio di Mark e degli altri passeggeri che volavano con lui che quell'aereo non si è schiantato contro la Casa Bianca. A San Francisco il 16 Settebre si festeggia il Mark Bingham Day.

David Charlebois era il co-pilota del volo American Airlines 77 caduto sul Pentagono. Membro dell'Associazione Nazionale dei Piloti Gay ha lasciato Tom Hay, suo convivente da 13 anni. Da 13 anni conviveano anche Carol Flyzik e Nancy Walsh. Entrambe membre della Human Rights Campaign. Carol era sul volo United Airlines 11, il primo ad essersi schiantato sulle torri.

Ronald Gamboa e il compagno Dan Brandhorst erano tra i membri fondatori del Pop Luck Club associazione di Los angeles per uomini gay che vogliono adottare figli. Entrambi volavano sull'aereo che si è schiantato sulla seconda torre. Insieme a loro il figlio adottivo David.

Ma la lista è lunghissima (e una parte potete trovarla qua). Per le tante coppie spezzate, nel 2002 il presidente degli Stati Uniti firmò il Mychal Judge Act, per garantire il risarcimento economico per la perdita ad alcuni dei conviventi delle vittime del 9/11 senza escudere da tali risarcimenti le coppie formate da persone dello stesso sesso. La legge porta il nome di quel cappellano che verrà celebrato alle Giornate di Cinema Omosessuale.

http://www.gay.it/channel/attualita/23385/11-9-il-contributo-gay.php

Padre Ralph: adesso sono gay e felice

Richard Chamberlain, il Padre Ralph di "Uccelli di Rovo" si confessa a "Vanity Fair", in edicola da domani. Sono riuscito a dichiararmi gay solo a 68 anni. Io e la chiesa non andiamo d'accordo.


«Se fossi stato Padre Ralph non avrei avuto il minimo dubbio. Avrei scelto Meggie. Io poi con la Chiesa non vado d'accordo: non mi piace che qualcuno mi dica a che cosa devo credere". Parola di Richard Chamberlain, il Padre Ralph di "Uccelli di Rovo", telefilm di successo che dal 17 settembre tornerà su Sky Vivo in 10 puntate, a cui se ne aggiungeranno due con il sequel del 1996, mai visto in Italia.

Oggi ha 73 anni ed è legato, da 31, al fidanzato Martin Rabbett. "Sono riuscito a dichiarare la mia omosessualità - svela al settimanale "Vanity Fair" in edicola da domani - solo a 68 anni, quando ormai sullo schermo non potevo più essere un eroe romantico. Sono nato nel 1934. Negli anni '40 e '50, essere omosessuali in America era molto peggio che essere traditori o assassini. Ho avuto paura".

Sul legame con Rabbett: "Ci siamo conosciuti 31 anni fa. Facevamo Tennessee Williams a teatro: lui era attore, ballerino e cantante. Martin è molto più giovane di me, è sempre stato gay dichiarato: per la sua generazione, - spiega - l'omosessualità non era qualcosa da nascondere. Certo, per lui non è stato facile. La nostra vita è stata come quella di un cane che è ferito a una zampa, eppure continua a correre su tre: questo significava essere nascosti".

Trascorre il tempo libero nuotando tutte le mattine nell'Oceano e cucinando. "Frequento solo persone che non lavorano nel cinema, perché gli attori sono troppo narcisisti: anch'io lo ero. E poi dipingo molto, - chiude Chamberlain - vendo i miei quadri. Valgono fino a 15 mila euro. Ma spesso li regalo: mi piace fare e ricevere regali".

http://www.gay.it/channel/attualita/23389/Padre-Ralph-adesso-sono-gay-e-felice.php

Gay al Colosseo, verso il processo. Il pm: "Non fu solo un bacio"

Il procuratore ha chiuso l'inchiesta procedura che anticipa la richiesta di rinvio a giudizio
Ma i due omosessuali si difendono: "Figurarsi se ci mettiamo a fare certe cose in pubblico"




Per il giudice non fu solo un bacio: quelle che quest'estate si scambiarono sotto il Colosseo una coppia di gay furono effusioni decisamente più esplicite. Come scrissero i carabinieri, il reato era "palese ed inequivocabile", una formula garbata usata per nasconde l'esplicito "rapporto sessuale orale".

Su quel caso, l'inchiesta è chiusa. Il procuratore ha depositato gli atti, procedura che anticipa la richiesta di rinvio a giudizio per atti osceni in luogo pubblico. Ma Roberto e Michele continuano a ripetere che fu solo un ingenuo bacio. "Sono una persona che tutti definiscono timida e riservata", sostiene Michele, 35 anni, di Lecce, uno dei due gay denunciati. "Figurarsi se ci mettiamo a fare certe cose in pubblico".

Della notte del 26 luglio non ha dimenticato nulla: "Io e Roberto non siamo fidanzati, ma ci conosciamo da tempo. Avevamo preso una cosa da bere e avevamo deciso di appartarci al Colosseo, in un posto tranquillo in cerca di intimità: non c'era nessuno e abbiamo cominciato a baciarci. Tutto qua".

Ma il pm non ci crede e alla coppia di omosessuali potrebbe presto contestare l'articolo 527 del codice penale, atti osceni in luogo pubblico, punibile con la reclusione da tre mesi e a due anni. Gli atti sono stati messi a disposizione del difensore che ha 20 giorni di tempo per chiedere attività istruttoria o depositare una memoria prima che il pm formuli le sue richieste.

Si parlò a lungo del bacio gay quest'estate. Due associazioni, il Gay Help Line e l'Arcigay Roma, giudicarono il fermo della coppia "un atto gravissimo": "Ancora oggi le coppie omosessuali sono considerate di serie B", tuonarono inferocite le associazioni omosessuali. Fu pure organizzato un bacio collettivo per esprimere solidarietà alla coppia. Coincidenza curiosa: propio il giorno in cui i due gay furono fermati dai carabinieri, la Cassazione pubblicò una sentenza in cui ribadì il diritto di ogni italiano ad esprimere "senza condizionamenti la propria identità sessuale".

(11 settembre 2007)
http://tinyurl.com/2fprn2

Uno straccio di laicità

Sex crimes and the Vatican

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