giovedì 10 marzo 2005

Il professore e il cardinale

di EDMONDO BERSELLI

A dispetto delle parole trattenute, delle dichiarazioni sotto controllo, delle prudenze e delle alchimie, il duello è cominciato. Romano e il Cardinale. Il professor Prodi e sua eminenza Camillo Ruini. Il candidato del centrosinistra e il presidente della Conferenza episcopale. Non è una baruffa: è un confronto tesissimo, su cui possono incrinarsi gli equilibri nell'Unione e dentro il suo nucleo propulsore, la Federazione ulivista. Possono mischiarsi le posizioni fra destra e sinistra. Possono entrare in crisi rapporti costruiti con dispendio di tempo e di fatica.

Quella che non si consumerà è la rottura fra Ruini e Prodi: ma solo perché si è già consumata da tempo.

Sono passati 35 anni da quando "don Camillo" celebrò il matrimonio di Prodi con Flavia Franzoni. Ruini era uno studioso finissimo, attento alla teologia e alla "teologia politica" tedesca; "Romano" era l'enfant prodige del cattolicesimo emiliano. Adesso il Cardinale è il pastore che si fa imprenditore politico, che rivolge ai cattolici l'appello a disertare il referendum sulla fecondazione assistita. Prodi è un leader politico che dice "sono un cattolico adulto e vado a votare": e quell'"adulto" segna il massimo distacco fra il presidente della Cei e il candidato cattolico del centrosinistra.

E' il caso di ricordare che Ruini era legatissimo alla Democrazia cristiana. Anche nei giorni della disperazione politica, allorché Mino Martinazzoli tentava di reincarnare il corpaccione democristiano nel Partito popolare, il Cardinale non esitò a spendersi, ripetendo che la Dc "non aveva tradito il suo ruolo", e che l'"unità politica" restava un valore o un rimpianto.

Per questa ragione, per il legame con quell'idea di centro moderato, di interclassismo che incorporava statutariamente la dottrina sociale della chiesa, Ruini non accettò di buon grado la dislocazione a sinistra del Professore. Per lui Prodi era più o meno la maschera dei comunisti; e la caduta del suo governo nell'ottobre del 1998 fu presa quasi come un'operazione verità, cioè come la prova che il giudizio era azzeccato. Gratta Prodi e trovi D'Alema, avrebbe potuto dire il don Camillo di Guareschi, e Ruini avrebbe sottoscritto con il più compiaciuto dei suoi lievissimi sorrisi.

"Adulto". E' un aggettivo che per Prodi implica la libertà di giudizio, la maturità democratica, la coscienza che la prova della propria fede si osserva nelle opere, non nei proclami. Nella tessitura degli atti di governo, non nelle parole né tantomeno nei toni o nei sottintesi da crociata.

E' un azzardo, quello di Prodi? Sì, è un azzardo. Ma è un rischio attenuato da alcune convinzioni. In primo luogo da un criterio di laicità intesa, più ancora che come valore, come istinto, come propensione pragmatica, per cui la politica deve andare con un passo diverso da quello dell'appartenenza religiosa.

Forse, in quel dichiararsi "adulto" del cattolico Prodi si può perfino avvertire il riflesso della visione "luterana" del suo maestro, Nino Andreatta: un uomo che non avrebbe mai rinunciato a una battaglia politica, nemmeno se segnata a priori dal crisma della sconfitta.

Ma la vera certezza di Prodi, ancorché inconfessata, è una convinzione di tipo politico. L'assunto di fondo è che la bioetica è una questione troppo seria per lasciarla al "calcolo del consenso"; ma subito dopo c'è anche la sicurezza che la scommessa di Ruini non equivale alla mobilitazione di tutta la chiesa. Il Cardinale infatti ha radicalizzato il confronto, giocando sul referendum buona parte del suo prestigio: eppure non tutti, nelle sfere ecclesiastiche, sono convinti di una scelta che i critici più spregiudicati definiscono, mutati mutandis, "fanfaniana", risvegliando così echi infausti.

E c'è un elemento ulteriore, e forse ancora più rilevante, che Prodi comunque considera cruciale: ossia la divaricazione, che fu esplicita alle elezioni del 1996, tra i vertici della chiesa e la base cattolica. Con la gerarchia vaticana e la Cei che guardavano all'esperienza dell'Ulivo come a una serie di "affrettate semplificazioni", mostrando sospetto e insofferenza. Mentre dal basso, il cattolicesimo dei movimenti, il volontariato, le associazioni, gli assistenti dei gruppi giovanili espressero una larga fiducia verso il progetto prodiano di opposizione al berlusconismo, e di apprezzamento per un progetto di "modernizzazione senza fratture", rispettosa degli equilibri sociali.

Evidentemente Prodi è ancora convinto che sia questo lo schema di fondo che presiede al confronto politico di qui alle elezioni politiche del 2006. Il cattolicesimo del leader dell'Unione fa i conti con il grado di secolarizzazione del Paese, non ignora la varietà delle culture presenti nel centrosinistra. Sa benissimo che il progetto ulivista, e il suo strumento tecnico-politico, ossia la Federazione, contiene anche quegli elementi di forzatura che in questi giorni vengono indicati da alcuni esponenti del popolarismo cristiano (vedi Gerardo Bianco) come il sintomo di un'operazione frettolosa se non incoerente.

Mentre il Cardinale offre una risposta unilaterale, paragonabile per qualcuno al non expedit, Prodi tenta di offrire una risposta istituzionale. Ruini sa che i cattolici di nome e di fatto nella società italiana contemporanea sono una minoranza: ma prova a massimizzare il risultato che questa minoranza può ottenere, agitando un tema altissimo e controverso, la vita umana, a protezione di una legge rudimentale. Tenta di fare entrare nel senso comune, perfino nell'inerzia comportamentale dei cittadini, ossia nella disaffezione elettorale, la visione più esclusiva e gelosa del magistero religioso.

A quanto si capisce, "Romano" non crede alle ipotesi secondo cui sono al lavoro nel centrosinistra anime sante e machiavelliche che progettano il "partito di Ruini": ci sono già troppe forze a destra che speculano su una proclamata fedeltà alla chiesa. Prodi si affida con maggiore fiducia al funzionamento e alla logica istituzionale della democrazia, senza agitare vessilli o illusioni. Sarebbe sbagliato dire che il suo e quello del Cardinale sono due modi di interpretare il cattolicesimo. Ma non è sbagliato affatto giudicare che si tratta di due modi alternativi, cioè sostanzialmente inconciliabili, di interpretare la politica.

(10 marzo 2005)

http://www.repubblica.it/2005/c/sezioni/politica/regionalics/profcard/profcard.html

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