sabato 29 luglio 2006

Val d'Aosta, lite sul «signor Ratzinger»

Così lo chiama un consigliere del centrosinistra. Si spacca il Consiglio
di Ottavio Rossani


AOSTA — L'ha chiamato in consiglio regionale «signor Ratzinger», perché a tutti fosse chiaro che per lui, laico e uomo di sinistra, il Papa in vacanza in terra valdostana deve essere trattato come un ospite qualunque. Quindi l'ha paragonato a Tariq Ramadan, sottolineando come la calorosa accoglienza riservata al Pontefice strida con il divieto imposto un anno fa all'intellettuale islamico di prendere parte a un convegno organizzato dall'università della Valle d'Aosta. Tanto è bastato perché il consigliere Alessandro Bortot, esponente della sinistra alternativa aderente alla costituente Sinistra europea, riuscisse a trasformare il soggiorno montano di Benedetto XVI (terminato ieri dopo 18 giorni) in un motivo di scontro all'interno del consiglio regionale. Una spaccatura consumatasi nel corso della votazione di una mozione pro-Ratzinger presentata dalla Stella Alpina, una delle componenti della maggioranza insieme alla Fédération Autonomiste ma anche all'Union Valdotaine (la prima forza di governo che alle ultime Politiche ha dato sostegno a Prodi).
Papa Ratzinger in Valle d'Aosta (foto AGF)
Papa Ratzinger in Valle d'Aosta (foto AGF)
Il consiglio regionale (con 25 voti a favore e un'astensione) ha approvato un documento in cui rinnova la sua «piena e viva soddisfazione per la presenza del Papa in Valle d'Aosta» e definisce «deplorevole» il comportamento del consigliere Bortot (un tentativo di «affermare in modo irriverente il rispetto del principio del pluralismo culturale»); sette rappresentanti della minoranza, quattro ds e tre della coalizione Arcobaleno (due verdi e Bortot) hanno abbandonato l'aula senza prendere parte al voto. Tutto è cominciato con la seduta del 13 luglio. Il consigliere Alessandro Bortot interviene in consiglio. Mette a confronto «l'accoglienza calorosa al signor Ratzinger» con il «diniego all'esponente islamista Tariq Ramadan». E denuncia l'assenza di pluralismo religioso in Valle. «Il fatto è che sulla mia espressione "signor Ratzinger" si è scatenata una speculazione strumentale della maggioranza di centrodestra — ha affermato ieri Bortot —. Volevo solo sottolineare che i rappresentanti delle varie confessioni religiose dovrebbero essere trattati tutti allo stesso modo. Invece il Papa qui è stato strattonato per portarlo in giro come se fossimo al Giro d'Italia». In assemblea ha aggiunto: «Questo non è ancora un consiglio a sovranità limitata in cui la Curia decide cosa bisogna fare. Ho tutto il diritto di esprimere le mie convinzioni. Questa mozione è strumentale».
Lui e i suoi due colleghi dell'Arcobaleno sono usciti dall'aula come i Ds al momento del voto. «Non è proprio così — ha replicato Luciano Caveri, presidente della giunta, che alla partenza ha regalato al Papa una statua di legno che rappresenta Sant'Orso, dello scultore Roberto Chiurlato —. Per noi la presenza del Papa in Valle è importante e vogliamo rispettarla ed esaltarla. Ben diversa la posizione di Tariq Ramadan al quale io stesso ho ritirato l'invito ad intervenire al convegno in università: quell'intellettuale si è dichiarato più volte sostenitore di estremisti con espressioni anche antisemite. Per il resto, qui in Valle abbiamo una lunga tradizione interreligiosa che non ha bisogno di altri commenti. È stata una tempesta in un bicchiere d'acqua, che poteva essere evitata». «Noi abbiamo deciso di uscire dall'aula e non votare perché ci è sembrato molto irriguardoso da parte della maggioranza presentare quella mozione — ha detto Giovanni Sandri a nome dei Ds —. Era un problema che si poteva ben risolvere a livello della presidenza del consiglio senza arrivare ad un voto». Certo: «Il consigliere Bortot ha esagerato con le sue parole inopportune, la maggioranza ha amplificato la portata delle sue parole, strumentalizzandole in una mozione eccessiva rispetto al fatto in sé».

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venerdì 28 luglio 2006

Chi ha votato a favore dell'indulto

Il voto dei deputati è pubblico e quindi, per definizione, tutti hanno diritto di sapere come hanno votato i singoli parlamentari. Le votazioni sono presenti sul sito della Camera nel documento Indice Elenco N.2 da cui sono ripresi i nomi riportati in questo post.

Sarebbe davvero grave se si volesse nascondere agli elettori chi ha votato a favore dell'indulto.
Di seguito riporto i nomi di chi ha votato per questo colpo di spugna:

Democrazia Socialista
Barani, Catone, De Luca Francesco, Del Bue, Nardi.

Forza Italia
Adornato, Alfano Angelino, Alfano Gioacchino, Aprea, Aracu, Armosino, Azzolini, Baiamonte, Baldelli, Berlusconi, Bernardo, Berruti, Bertolini, Biancofiore, Bocciardo, Bonaiuti, Bondi, Boniver, Boscetto, Brancher, Bruno, Brusco, Caligiuri, Campa, Carfagna, Carlucci, Casero, Ceccacci, Ceroni, Cesaro, Cicchitto, Cicu, Colucci, Conte Gianfranco, Costa, Craxi, Crimi, Dell’elce, Della Vedova, Di Cagno Abbrescia, Di Centa, Di Virgilio, Fabbri, Fallica, Fasolino, Fedele, Ferrigno, Fini Giuseppe, Fitto, Floresta, Fontana Gregorio, Franzoso, Fratta Pasini, Galli, Garagnani, Gardini, Gelmini, Germana’, Giacomoni, Giro, Giudice, Iannarilli, Jannone, La Loggia, Lainati, Laurini, Lazzari, Lenna, Leone, Licastro Scardino, Lupi, Marinello, Marras, Martusciello, Mazzaracchio, Milanato, Minardo, Mistrello Destro, Misuraca, Mondello, Mormino, Moroni, Nan, Napoli Osvaldo, Palmieri, Palumbo, Paoletti Tangheroni, Paroli, Pecorella, Pelino, Pepe Mario, Pescante, Picchi, Pili, Pizzolante, Ponzo, Prestigiacomo, Ravetto, Rivolta, Rossi Luciano, Russo Paolo, Santelli, Sanza, Scajola, Simeoni, Stagno D’alcontres, Stradella, Testoni, Tondo, Tortoli, Ugge’, Valducci, Valentini, Verdini, Verro, Vitali, Vito Alfredo, Vito Elio, Zanetta, Zorzato.

Italia Dei Valori
Rossi Gasparrini.

La Rosa Nel Pugno
Antinucci, Beltrandi, Bonino, Boselli, Buemi, Buglio, Capezzone, Crema, D’elia, Di Gioia, Mancini, Mellano, Piazza Angelo, Poretti, Schietroma, Turci, Turco, Villetti.

Misto
Brugger, Neri, Nucara, Oliva, Rao, Reina, Widmann, Zeller.

Rifondazione Comunista
Acerbo, Burgio, Cannavo’, Cardano, Caruso, Cogodi, De Cristofaro, De Simone, Deiana, Dioguardi, Duranti, Falomi, Farina Daniele, Ferrara, Folena, Forgione, Frias, Giordano, Guadagno, Iacomino, Khalil, Locatelli, Lombardi, Mantovani, Mascia, Migliore, Mungo, Olivieri, Pegolo, Perugia, Provera, Ricci Andrea, Ricci Mario, Rocchi, Russo Franco, Siniscalchi, Smeriglio, Sperandio, Zipponi.

Udc
Adolfo, Alfano Ciro, Barbieri, Bosi, Capitanio Santolini, Casini, Cesa, Ciocchetti, Compagnon, Conti Riccardo, D’agro’, D’alia, Delfino, Dionisi, Drago, Forlani, Formisano, Galati, Galletti, Giovanardi, Greco, Lucchese, Marcazzan, Martinello, Mazzoni, Mele, Mereu, Peretti, Romano, Ronconi, Ruvolo, Tabacci, Tassone, Tucci, Vietti, Volonte’, Zinzi.

Udeur
Adenti, Affronti, Capotosti, Cioffi, D’elpidio, Fabris, Giuditta, Li Causi, Morrone, Picano, Pisacane, Satta.

Ulivo
Albonetti, Allam, Amato, Amendola, Amici, Attili, Aurisicchio, Bandoli, Baratella, Barbi, Bellanova, Benvenuto, Benzoni, Bersani, Betta, Bianchi, Bianco, Bimbi, Bindi, Bocci, Boffa, Bordo, Brandolini, Bressa, Bucchino, Buffo, Burchiellaro, Burtone, Caldarola, Calgaro, Capodicasa, Carbonella, Cardinale, Carta, Castagnetti, Ceccuzzi, Cesario, Chianale, Chiaromonte, Chicchi, Chiti, Cialente, Codurelli, Colasio, Cordoni, Cosentino Lionello, Crisafulli, Crisci, Cuperlo, D’alema, D’antona, D’antoni, Damiano, Dato, De Biasi, De Brasi, De Castro, De Piccoli, Delbono, Di Girolamo, Di Salvo, Duilio, Fadda, Farina Gianni, Farinone, Fasciani, Fassino, Fedi, Ferrari, Fiano, Filippeschi, Fincato, Fiorio, Fioroni, Fistarol, Fluvi, Fogliardi, Fontana Cinzia, Franceschini, Franci, Froner, Fumagalli, Galeazzi, Gambescia, Garofani, Gentili, Gentiloni, Ghizzoni, Giachetti, Giacomelli, Giovanelli, Giulietti, Gozi, Grassi, Grillini, Iannuzzi, Incostante, Intrieri, Lanzillotta, Laratta, Leddi Maiola, Lenzi, Leoni, Letta, Levi, Lomaglio, Longhi, Lovelli, Luca’, Lulli, Luongo, Lusetti, Maderloni, Mantini, Maran, Marantelli, Marcenaro, Marchi, Mariani, Marino, Marone, Martella, Mattarella, Melandri, Merlo Giorgio, Merloni, Meta, Migliavacca, Miglioli, Milana, Minniti, Misiani, Monaco, Morri, Mosella, Motta, Musi, Mussi, Naccarato, Nannicini, Narducci, Nicchi, Oliverio, Orlando Andrea, Ottone, Papini, Parisi, Pedulli, Pertoldi, Pettinari, Pinotti, Piro, Piscitello, Pollastrini, Prodi, Quartiani, Ranieri, Realacci, Rigoni, Rossi Nicola, Rotondo, Ruggeri, Rugghia, Rusconi, Ruta, Rutelli, Samperi, Sanga, Sanna, Santagata, Sasso, Schirru, Scotto, Sereni, Servodio, Sircana, Soro, Spini, Sposetti, Squeglia, Stramaccioni, Strizzolo, Suppa, Tanoni, Tenaglia, Testa, Tolotti, Tomaselli, Trupia, Vannucci, Velo, Ventura, Verini, Vichi, Vico, Villari, Viola, Violante, Visco, Volpini, Zaccaria, Zanotti, Zucchi, Zunino.

Verdi
Balducci, Boato, Boco, Bonelli, Cassola, Cento, De Zulueta, Francescato, Fundaro’, Lion, Pecoraro Scanio, Pellegrino, Piazza Camillo, Poletti, Trepiccione, Zanella.

Strappa il volantino dei tassisti, lo picchiano

Giovane aggredito a Milano per aver cestinato un comunicato in cui si invitava a disturbare a colpi di clacson l'economista Giavazzi
di Gianni Santucci


MILANO — L'invito: «Passando sotto casa del nostro amico, rivolgetegli un saluto con qualche colpo di clacson». Le indicazioni: «Giorno e notte». L'istigazione: «Ora e per il resto della sua vita». In calce al manifesto, comparso ieri sotto la pensilina di una fermata dei taxi, indirizzo e numero di telefono del professor Francesco Giavazzi, docente della Bocconi, economista ed editorialista del Corriere della Sera. L'accusa: avere opinioni contrarie al pensare comune dei tassisti. Sedici righe di intimidazioni, accuse, caustica ironia.
Per aver staccato il manifesto, dopo averlo letto e giudicato «incivile», un ignaro passante si è ritrovato sotto una scarica di pugni. Erano passate da poco le otto e mezza di ieri mattina, in piazza Cinque Giornate, pieno centro di Milano. Nello stesso istante, in Comune, si apriva la trattativa tra assessore al Traffico e sindacati per la riforma del servizio taxi. Sorrisi. Strette di mano. Pacche sulle spalle. Proclami di «pieno accordo». Apertura di un «positivo percorso di dialogo». In strada, sotto il sole a picco, i nervi di qualcuno però erano ancora tesi.
Strascichi di un clima di tensione che a Milano ha regnato per l'intero secondo mandato della giunta Albertini, scaduto pochi mesi fa. Anni di scontro frontale sulle nuove licenze, cortei di auto lumaca per bloccare la città, manifestazioni, scioperi. Fino all'ultima vertenza, quella col ministro Pierluigi Bersani. Otto e mezza di ieri, Marco M., 37 anni, tecnico informatico, passa davanti al posteggio taxi di piazza Cinque giornate. Il suo sguardo si ferma per caso su un foglio appeso alla vetrata.
La testata è quella del Corriere. Sotto, la foto del professore e il disegno di una mano con un fiocchetto al dito indice. Leggendo il testo, si svela il significato del simbolo: qualche tassista «se l'è legata al dito». Ma cosa? «Abbiamo scoperto — dice il manifesto — che l'articolista è sconvolto per il trionfo della categoria dei tassisti». Segue il riferimento a un libro, Lobby d'Italia, in cui Giavazzi ha esaminato «L'italia dei monopoli, delle corporazioni e dei privilegi. Di giornalisti, farmacisti, professori, banchieri, notai... (in copertina i tassisti non compaiono, ndr). Le storture di un Paese bloccato». L'accusa, in poche parole, è quella di essere a favore delle liberalizzazioni. Il testo si chiude con una sorta di processo all'intenzione di «voler attaccare la categoria per farci scontrare con il sindaco Moratti». Finale: si invitano i tassisti a tormentare Giavazzi a colpi di clacson.
Marco M. legge, s'indigna e strappa. Due ore dopo, in pronto soccorso, spiega: «Non conosco il professor Giavazzi, ma mi sembra davvero un modo sbagliato di protestare». Questa è la sua versione dei fatti. Col volantino in tasca, fa per allontanarsi. Un tassista scende dall'auto e grida: «Ehi, fatti i fatti tuoi, chi sei?». I due si ritrovano faccia a faccia. Qualche spinta. Minacce. Marco M. ammette le sue provocazioni: «Li ho insultati perché facevano quella roba». Non è tutto: «Mentre il tassista continuava a spintonarmi, gli ho sputato». La lite degenera. Parte il primo pugno. A segno, diretto al volto. Poi altri colpi. Una zuffa di fronte alla folla impietrita. Arrivano i carabinieri e l'ambulanza. Marco M., camicia bianca chiazzata di sangue, bernoccoli e abrasioni sulla testa, scopre davanti a un otorino di avere il setto nasale incrinato.
Il professor Giavazzi è stupito: «Dopo che il ministro Bersani ha fatto marcia indietro sulle licenze, davvero non si capisce questo clima di esasperazione ». Poi la solidarietà al suo sconosciuto difensore: «Alle opinioni, in un Paese civile, non si risponde con i pugni». Giavazzi non è l'unico del Corriere a essere incappato nella contestazione dei tassisti. Lo scorso anno Giangiacomo Schiavi, ex capocronista e ora titolare della rubrica delle lettere in cronaca di Milano, venne indicato come «soggetto pericoloso» in centinaia di volantini sparsi per la città.
Ieri i manifesti anti-Giavazzi sono comparsi anche a Linate. Rappresentanti dei tassisti sdegnati. Raffaele Grassi, sindacalista del Satam e consigliere comunale: «Episodio squalificante, ma isolato». Giovanni Maggiolo, Unica taxi Cgil: «Volantini del genere travalicano il buon gusto e la correttezza. Fatto grave che non deve rovinare l'immagine della categoria». I tassisti fanno notare che durante gli scioperi contro il decreto Bersani, pur in un clima di grande tensione, a Milano non sono mai volati schiaffi e calci, come avvenuto in altre città. E ancora: «Bisogna ammettere che una campagna denigratoria contro i tassisti, spesso fondata su dati falsi, ha esasperato gli animi» (Maggiolo). Parola d'ordine in coro: «Dimenticare in fretta l'accaduto e andare avanti». Marco M. e il suo rivale tassista hanno 90 giorni di tempo per sporgere denuncia. Se non lo faranno, visto che per quel tipo di scontri non si procede d'ufficio, la loro lite sarà archiviata come scazzottata semplice.

28 luglio 2006
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Indulto: furbetti del quartierino e non, Wanna Marchi, Cesare Previti. E molti, molti politici

di Marco Travaglio


L’indulto è come la patente a punti.
Chiunque, fino al maggio 2006, ha concusso, ha corrotto o s'è fatto corrompere, ha abusato dei suoi poteri per favorire qualcuno, derubato lo Stato col peculato o la sua società con la bancarotta, truffato il prossimo, truccato gare d'appalto, incassato fondi neri, frodato il fisco, falsato bilanci, turbato il mercato finanziario con l'aggiotaggio, scalato banche violando le leggi, speculato con l'insider trading, giocato con la salute dei dipendenti provocando infortuni o addirittura decessi nei luoghi di lavoro, e fino a oggi temeva - in caso di condanna - di andare in carcere a scontare la pena, può tirare un sospiro di sollievo: partirà da meno tre.

Nel senso di meno 3 anni di pena, da detrarre da eventuali condanne definitive. Per i reati puniti più severamente (per esempio, la bancarotta o la rapina), l'indulto comporterà semplicemente uno sconto di pena. Per quelli puniti con sanzioni più blande (tutti quelli dei colletti bianchi), significherà azzerare le pene del tutto o quasi.

E comunque garantirsi l'esenzione dal carcere: in Italia infatti si scontano dietro le sbarre solo le pene superiori ai 3 anni (sotto, c'è l'affidamento al servizio sociale: cioè l'assoluta libertà con qualche opera buona).

Risultato: chi rischia pene fino ai 6 anni scende a 3, e non sconta nemmeno un giorno.

Non solo:
Giudici, pm e investigatori dovranno portare a termine indagini e processi già sapendo che sarà tutto inutile, o quasi: come per la Juventus, il campionato degli inquirenti partirà con una forte penalizzazione.

L'elenco dei beneficiari di questo colpo di spugna a orologeria, che sta per esser varato urbi et orbi con la scusa delle carceri affollate, è lungo chilometri. In cima alla lista, com'è noto, c'è Cesare Previti (pregiudicato per corruzione giudiziaria), che scenderà da 5 a 2 anni, lascerà gli arresti domiciliari e rientrerà in Parlamento, almeno finché la Camera non si deciderà a dichiararlo decaduto per l'interdizione perpetua.

Poi c'è Silvio Berlusconi, imputato per corruzione del testimone David Mills e per i diritti Mediaset (appropriazione indebita, falso in bilancio e frode fiscale), insieme a Confalonieri (falso in bilancio) e ai figli Marina e Piersilvio (indagati per riciclaggio).

Poi ci sono i protagonisti di tutti gli scandali degli ultimi due anni. Comprese le teletruffe di Wanna Marchi e Stefania Nobile: condannate a 10 anni in primo grado, se patteggiano in appello scendono a 6 anni, e con l'indulto a 3: in pratica, non tornano mai più in carcere.

I protagonisti dell'inchiesta penale su Calciopoli, a Napoli), non dovranno neppure patteggiare: le pene per la frode sportiva sono talmente basse da vanificare il futuro processo a Moggi, Carraro, Giraudo, Galliani, Mazzini, De Santis, Pairetto, Bergamo, ai figli di papà targati Gea e così via.

Idem per Bancopoli (aggiotaggio e altri reati finanziari, a Milano e Roma), che vede inquisiti l'ex governatore Fazio e i multicolori furbetti del quartierino: Fiorani, Gnutti, Ricucci, Coppola, Consorte, Sacchetti, Billè, Palenzona.

E sono ancora al vaglio degli inquirenti le posizioni dei politici beneficiati dal munifico banchiere di Lodi: i forzisti Brancher, Grillo, Dell'Utri, Romani e Comincioli, il leghista Calderoli e l'Udc Tarolli.

Poi c'è la banda Parmalat, imputata a Milano e a Parma: da Calisto Tanzi in giù, fino ai banchieri (a cominciare da Cesare Geronzi) suoi presunti complici nella truffa a migliaia di risparmiatori.

E c'è la banda Cirio di Sergio Cragnotti, anch'essa specializzata in bond-carta straccia.

In una tranche collaterale del caso Parmalat sono indagati per corruzione De Mita (Dl) e Burlando (Ds), e in un'altra ancora, per finanziamento illecito, l'ex ministro Alemanno (An).

Il "meno tre" potrebbe far comodo anche al forzista Raffaele Fitto e ai suoi coindagati a Bari per le presunte tangenti dal gruppo Angelucci.

Per non parlare dei protagonisti dell'ultimo scandalo di Potenza: Vittorio Emanuele e due uomini di Fini: Salvo Sottile e Francesco Proietti Cosimi.

Ma c'è pure un esercito di deputati e senatori nei guai con la giustizia per vari reati, tutti compresi nell'indulto (conflitto d'interessi? Forse).

Marcello Dell'Utri è imputato a Palermo per calunnia contro tre pentiti.

Francesco Storace e il suo entourage sono accusati a Roma di associazione a delinquere per aver spiato illegalmente Marrazzo e la Mussolini.

Il Ds ribelle Vincenzo De Luca, neosindaco di Salerno, è indagato per concussione, abuso, truffa e falso.

An voterà no all'indulto, salvo due ex ministri, entrambi indagati: uno è Alemanno, l'altro è Altero Matteoli, rinviato a giudizio per favoreggiamento nell' inchiesta sugli abusi edilizi all'Elba.

E la lista "nera" non finisce qui: Ugo Martinat è inquisito a Torino per turbativa d'asta e abuso per alcuni appalti Tav; e Silvano Moffa lo è a Velletri per corruzione.

Nutrita anche la pattuglia Udc: se cade l'aggravante mafiosa del favoreggiamento, l'indulto serve a Totò Cuffaro; e, in caso di condanna, servirà di certo al neo- onorevole Vittorio Adolfo, accusato a Sanremo di corruzione, truffa e turbativa d'asta; a Giampiero Catone, imputato per truffa e bancarotta a Roma e L'Aquila; ad Aldo Patriciello, coinvolto nello scandalo molisano della circonvallazione di Venafro; e a Teresio Delfino, indagato per associazione a delinquere e truffa nella gestione allegra dell'Enoteca d'Italia; senza dimenticare Giuseppe Drago, condannato in primo grado a 3 anni e 3 mesi per peculato per aver svuotato la cassa della presidenza della regione Sicilia quando ne era governatore. Idem come sopra per altri ex Dc come Pino Firrarello (FI) e Nuccio Cusumano (Udeur), imputati per gli appalti truccati dell'ospedale di Catania.

A condurre le trattative col centrosinistra per l'indulto è stato l'on. avv. prof. Gaetano Pecorella (FI), che non solo difende Berlusconi in vari processi per reati non esclusi dall'indulto; ma, a quel che si sa, risulta ancora indagato a Brescia con l'accusa di aver pagato il supertestimone Martino Siciliano, affinchè ritrattasse le accuse al suo cliente Delfo Zorzi per le stragi di Piazza Fontana e Piazza della Loggia. Il reato ipotizzato è favoreggiamento: anch'esso compreso nel Grande Condono.

da l'Unità del 25.7.2006

martedì 25 luglio 2006

Roma, la denuncia di due gay: "Licenziati perché omosessuali"

La notizia fornita a "Gay Help Line" da una coppia di uomini che lavoravano insieme in un centralissimo bar della capitale
L'Arcigay: "L'episodio è gravissimo, ma ancora più grave è che in Italia non ci sia nessuna legge che tuteli i gay"






ROMA - "Licenziati perchè gay". La denuncia è stata inoltrata a "Gay Help Line", da Marco Carbonaro, direttore di un bar a Roma, e dal suo compagno, Aldo Pinciroli, rimasti senza lavoro dall'oggi al domani, senza "nessuna valida giustificazione".

Come spiega Marco Carbonaro, la vicenda ha inizio quando viene assunto al bar a Roma, in galleria Alberto Sordi, che "non aveva un direttore da oltre un anno". Per questo, "il lavoro da fare è molto fin dall'inizio". I primi risultati, però arrivano in fretta: "I commercianti della galleria - racconta Carbonaro - oltre a complimentarsi per il lavoro che stavo svolgendo, hanno anche ricominciato a frequentare il caffè che, prima del mio arrivo era molto caotico".

Il lavoro nel bar in galleria procede bene fino a qualche giorno fa, quando "il general manager - dice Carbonaro - mi ha comunicato la necessità di assumere altro personale, dato l'aumento di lavoro dell'ultimo periodo e io gli ho proposto di fare un colloquio ad Aldo Pinciroli (il mio compagno da oltre due anni). Che la scorsa settimana è stato assunto come barman".

Così i due iniziano a lavorare insieme nel bar e "in quest'ultima settimana - come precisa Carbonaro - è stato per molti evidente l'esistenza della nostra relazione, senza che ciò inficiasse il lavoro". Fino a ieri, quando, aggiunge, "mi hanno comunicato che non sono in linea con la filosofia del bar e che sono licenziato". E anche Aldo è stato licenziato, senza "nessuna valida giustificazione".


"L'episodio denunciato da Marco Carbonaro è gravissimo - ha dichiarato il presidente dell'Arcigay di Roma, Fabrizio Marrazzo - ed è l'ennesima dimostrazione di quante discriminazioni ci siano ancora nei confronti degli omosessuali".

Ma l'Arcigay ritiene ancor più grave "il fatto che in Italia non ci sia nessuna legge che tuteli i gay da questo tipo di situazioni. In tema di diritti omosessuali - aggiunge Marrazzo - siamo il fanalino di coda dell'Europa e, laddove manca lo Stato, siamo costretti ad aiutarci tra di noi".

Intanto, da quando è stato attivata, quattro mesi fa, la GayHelpLine, il numero verde nazionale di supporto e assistenza per le persone gay e lesbiche, finanziato dal Comune e dalla Provincia di Roma, sono arrivate oltre 10mila telefonate di denuncia.

(25 luglio 2006)
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Indulto: "Eternit pronta a risarcire ma poi ha fatto marcia indietro"

di Marco Travaglio


TORINO - Non ci sono soltanto i reati finanziari e quelli di Tangentopoli. Ci sono anche i caduti sul lavoro. E le malattie professionali. E i morti da amianto: 3 mila soltanto per gli stabilimenti Eternit. L'indulto, e ancor di più l'amnistia prossima ventura, rischiano di mandare in fumo il maxiprocesso che si aprirà l'anno prossimo a Torino contro i big boss della multinazionale svizzera: fra questi, il "Berlusconi elvetico" Stephan Schmidheiny, il fratello Tomas (assistito da Carlo Malinconico, segretario generale di Palazzo Chigi) e il loro socio belga, barone Louis De Cartier de Marchienne.

Insieme a una decina di dirigenti e amministratori dei cinque stabilimenti italiani (Cavagnolo, Casale Monferrato, Reggio Emilia, Bagnoli e Siracusa), che dal 1906 fino a vent'anni fa hanno avvelenato la vita a migliaia di lavoratori e cittadini comuni, i tre magnati devono rispondere di disastro doloso e di un'infinità di omicidi colposi. Grazie all'indulto, difficilmente finiranno mai in carcere (anche se condannati a 6 anni, scenderebbero a 3 e otterrebbero l'affidamento ai servizi sociali, cioè resterebbero a piede libero).

Grazie all'amnistia di 5 anni, annunciata per la ripresa autunnale, non verserebbero nemmeno un euro alle vittime e ai loro familiari. E dire che, fino a due settimane fa, i legali degli indagati e delle parti lese erano a un passo dall'accordo per un cospicuo risarcimento ai malati e ai parenti dei morti. Poi, in seguito a una strana telefonata, tutto è sfumato.

"E' accaduto due settimane fa a Lugano", racconta a Repubblica l'avvocato Sergio Bonetto, che insieme al collega genovese Paolo Pissarello rappresenta 800 vittime. "Eravamo riuniti col liquidatore della Bacon, la società che controllava gli stabilimenti italiani della Eternit. Per tre ore abbiamo discusso, incontrando ampia disponibilità dei rappresentanti indiretti della famiglia Schmidheiny a riconoscere i danni e a rifonderli in misura accettabile. Prima d'impegnarsi nero su bianco, il liquidatore ha chiesto di fare una telefonata ed è uscito.

E' rientrato un'ora e mezza dopo, scuro in volto: "Scusate - ci ha detto - ma mi hanno appena revocato il mandato. Dicono di avere avuto la garanzia che entro l'anno arriverà l'amnistia". Non ci è rimasto altro che alzarci e andarcene. Ora, a settembre, nella riunione periodica con i malati e i parenti delle vittime, dovremo comunicare la triste notizia: se passa l'amnistia, nessuno vedrà un soldo di danni".

E l'indulto? "Beh - osserva l'avvocato - la prospettiva di uno sconto di pena così rilevante anche per reati tanto gravi come l'omicidio colposo da amianto, che provoca il mesotelioma pleurico, l'asbestosi, il carcinoma polmonare non solo in chi lavora negli stabilimenti, ma anche in chi abita nelle vicinanze, è un'ulteriore garanzia di sostanziale impunità. Se penso alla fatica che abbiamo fatto per raccogliere le carte che inchiodano l'Eternit, le perizie, le testimonianze, sfidando il potere di quelle potentissime lobby... E se penso che, solo a Casale, si scoprono ancor oggi 35-40 nuovi casi di mesotelioma all'anno...".

L'inchiesta Eternit, coordinata dal procuratore aggiunto Raffaele Guariniello, è in dirittura d'arrivo: dovrebbe concludersi, con le consulenze tecniche e gli studi epidemiologici, entro fine anno. Ma se, in dibattimento, dovesse cadere l'ipotesi più grave e difficile da dimostrare - il disastro doloso - le eventuali condanne per gli altri reati rientrerebbero facilmente nei 3 anni dell'indulto.

Non basta. L'avvocato Bonetto è parte civile anche in un altro processo, che inizierà a Torino il 7 ottobre: quello a carico degli ex vertici di Fiat Auto (68 manager e dirigenti, da Paolo Cantarella e Roberto Testore in giù), rinviati a giudizio per lesioni colpose gravi o gravissime nei confronti di 187 operai delle carrozzerie Mirafiori. Il processo mette in discussione l'organizzazione dei ritmi di produzione, che avrebbero causato nei lavoratori varie "sindromi da sforzo ripetuto" alle mani, alle spalle e alle braccia. Accuse gravi, ma punite con pene molto basse, certamente inferiori ai 3 anni "tagliati" dall'indulto.

Il procuratore Guariniello, che coordina il pool "Salute e sicurezza", prevede un colpo di spugna pressoché totale di gran parte dei suoi processi anche per i reati ambientali, per il doping e per la tutela consumatori. Come quelli a carico delle multinazionali Bayer e Glaxo, per i presunti danni alla salute provocati da farmaci come il Lipobay e il Lanoxin. Per questi reati, oggi, in carcere non c'è nessuno. Grazie all'indulto, non ci entrerà nessuno nemmeno in futuro.


da la Repubblica

lunedì 24 luglio 2006

Una lettera del ministro Di Pietro

dipietro_.jpgfoto: lemonde.fr


Pubblico questa lettera inviata dal ministro Antonio Di Pietro al sito di Beppe Grillo.


Caro Beppe,

a pochi mesi dalle elezioni ho deciso di scriverti una lettera che spero tu possa pubblicare sul blog. Domani Unione e Cdl voteranno a favore di una legge, quella sull’indulto, che non era prevista nel programma dell’Unione e che io ritengo del tutto estranea alla volontà degli elettori del centrosinistra. Questa legge, nata per liberare le carceri, è stata estesa ai reati di falso in bilancio, corruzione, reati fiscali e finanziari anche nei confronti della Pubblica amministrazione.

Neppure il governo Berlusconi era arrivato a tanto. E’ un colpo di spugna che viene effettuato nel pieno del periodo estivo. Un atto gravissimo del quale è riportata un’informazione parziale, e spesso strumentale, da parte di giornali e televisioni. Il tuo blog, forse, può darne una diffusione maggiore e soprattutto libera.

Sono profondamente contrario al fatto che l’accordo per l’approvazione dell’indulto si basi su uno scambio politico con Forza Italia, in quanto prevede l’inclusione di reati per i quali vi sono processi e condanne di esponenti, anche di primo piano, della Casa delle Libertà. Se l’indulto passasse così com’è, tutti i fatti di mala amministrazione e di mala attività imprenditoriale, rimarrebbero impuniti. Si tratta di persone colpevoli di reati come tangentopoli, calciopoli, bancopoli. Persone che hanno occupato le indagini delle magistrature e le prime pagine dei giornali in questi ultimi anni.

Io ho scritto ai leader dei partiti dell’Unione per un vertice in cui discutere dell’indulto. Non ho avuto risposta. Nel Consiglio dei ministri dello scorso venerdì ho sottolineato la gravità di questa legge, contraria agli interessi dei cittadini, ma utile alle consorterie dei partiti.

Ho minacciato le dimissioni da ministro nella più totale indifferenza dei colleghi. L’Idv è il quarto partito della coalizione con 25 rappresentanti tra Camera e Senato. La sua uscita dalla coalizione può far cadere il Governo, ma io non mi sento di ritornare alle urne e, forse, di riconsegnare il Paese a Berlusconi.

L’Unione ha posto il veto sui nostri emendamenti per l’esclusione dei reati finanziari, societari e di corruzione dall’indulto. Lunedì e martedì prossimo l’Italia dei Valori farà tutto quello che è in suo potere per rallentare l’approvazione della legge sull’indulto attraverso una serie di emendamenti. L’Italia merita altri politici, altri governi. Non deve essere costretta a scegliere tra il peggio e il meno peggio, come tu spesso dici.

L’Italia dei Valori, da sola non può cambiare, questo Paese. Gli italiani devono fare sentire e forte la loro voce, in tutti i modi legittimi possibili, per evitare un ennesimo passo indietro della democrazia”.

Antonio Di Pietro.

Un ricatto in nome di Cesare Previti

di EUGENIO SCALFARI


Debbo confessare che il Di Pietro capo di partito non incontra le mie simpatie. Non mi piace la sua squadra. Non mi piace affatto quel suo subdolo personaggio che è andato a fare il presidente della commissione Difesa della Camera con i voti del centrodestra. Diciamo insomma che non sono un fan dell'ex procuratore di Mani pulite.

Ma dichiaro che condivido invece al cento per cento la posizione di Di Pietro sul provvedimento di indulto preparato dal ministro della Giustizia, sul quale la Camera discute oggi e probabilmente voterà domani. Sono molto stupito che quel provvedimento abbia il sostegno di tutti i gruppi del centrosinistra, compresa quella sinistra radicale che spacca il capello in quattro sulla necessità che il governo sia "discontinuo" rispetto alla politica e alla legislazione ereditate da Berlusconi.

Il problema di questo indulto è chiarissimo: il centrosinistra è favorevole all'amnistia ma non riesce ad ottenere la maggioranza qualificata che la legge richiede.

Allora ripiega su un indulto diminuendo di tre anni le pene comminate a tutti i responsabili di reato salvo alcune categorie ritenute di particolare gravità. I reati esclusi dall'indulto sono nel disegno di legge Mastella quelli di natura mafiosa, quelli riguardanti la pedofilia e i reati di terrorismo interno e internazionale. In tutti gli indulti che sono stati approvati in precedenti occasioni (come pure in tutte le precedenti amnistie) sono stati sempre esclusi dai provvedimenti di clemenza i reati di corruzione e di concussione commessi contro la pubblica amministrazione. Invece nel provvedimento Mastella - e per la prima volta nella nostra legislazione - questi reati beneficeranno della clemenza approvata dal Parlamento. Di qui il rifiuto di Di Pietro di votare in favore e di qui anche la nostra concordanza con la sua posizione.

La verità che sta dietro all'estensione dell'indulto ai reati di corruzione e concussione contro lo Stato è presto detta: senza quell'estensione i voti di Forza Italia verrebbero a mancare e quindi non si raggiungerebbe il "quorum" necessario. Mastella e la maggioranza di centrosinistra si sono trovati di fronte a questa "impasse"; per superarla hanno trangugiato il rospo.

Il rospo, tra l'altro, ha un nome abbastanza ostico: si chiama Cesare Previti. Previti deve scontare cinque anni per una sentenza passata in giudicato. Con l'indulto la pena si riduce a due anni per i quali sono previsti provvedimenti alternativi come l'affidamento ai servizi sociali.

Il problema Previti ha rappresentato una spina costante per Forza Italia, che ha cercato di liberarsene in tutti i modi. Soprattutto con un'aggressione continua e durata un decennio intero contro la magistratura italiana nel suo complesso e quella milanese in specie e con leggi "ad personam" che hanno rappresentato una delle più umilianti stagioni politiche del Parlamento italiano.

Nonostante questi innumerevoli tentativi di manipolare e impedire l'azione della giurisdizione, l'obiettivo è stato raggiunto solo in parte; una condanna c'è stata, un reo è stato assicurato alla giustizia. E come lui parecchi altri in analoghe condizioni.

Ora l'indulto che il centrosinistra propone oggi alla Camera, con l'accordo di Forza Italia, realizzerà ciò che non era riuscito al governo Berlusconi. Di più: le persone responsabili di reati contro la pubblica amministrazione sono in tutto sessantasette; un numero esiguo che non contribuirà in nessun modo a quello sfoltimento della popolazione carceraria che è l'intento principale del provvedimento di clemenza.
C'è infine un'ultima ragione che ci spinge a criticare la posizione del governo e a concordare con quella di Di Pietro: gran parte dei parlamentari di An voteranno contro il provvedimento di Mastella. Per ragioni che non condividiamo, ma resta il fatto che i colpevoli di reato contro lo Stato per corruzione e concussione avranno sconti di pena col voto del centrosinistra e di Forza Italia e con il voto contrario di Alleanza nazionale. È una posizione piuttosto scomoda, non vi pare?

(24 luglio 2006)
http://tinyurl.com/h9dc2

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