martedì 14 novembre 2006

Scene da un matrimonio... lesbico

Lino Banfi, dopo Un difetto di famiglia, torna a occuparsi di omosessualità nel ruolo del papà di una lesbica in Il padre delle spose dove ha voluto recitare con la sua vera figlia Rosanna
di Roberto Schinardi


È uno splendido settantenne, Lino Banfi, vera e propria istituzione di un cinema popolare che ha fatto di un carattere molto tipizzato, la maschera del meridionale spesso ruvido e diretto, un personaggio che è entrato nel cuore di intere generazioni di immigrati e non. Un ruolo che sembrerebbe lontano anni luce dal mondo queer. Eppure, dal gradasso puerile di ruoli superetero in titoli trash e pecorecci quali La dottoressa ci sta col colonnello o La ripetente fa l’occhietto al preside (i nomi dei suoi personaggi, Anacleto Punzone e Rodolfo Calabrone, son tutto dire!), il nostro Pasquale Zagaria da Andria, provincia di Bari, è passato a titoli impegnati per la televisione con un occhio particolare per le tematiche glbt. Ecco arrivare su Raiuno la miniserie Il padre delle spose, diretta da Lodovico Gasparini, in cui Lino veste i panni di un vedovo pugliese che scopre di avere una figlia lesbica, Aurora (la sua vera figlia Rosanna), fidanzata con una donna spagnola, Rosario, reduce da un divorzio e con una bambina (Mapi Galan). Lo abbiamo contattato dopo una giornata lavorativa nei panni del celebre Nonno Libero sul set della fortunata sitcom Un medico in famiglia, arrivata alla quinta stagione. “Il padre delle spose” nasce da una sua idea, anche se la sceneggiatura è stata poi sviluppata da Paola Pascolini, Fabio Leoni e Giancarlo Russo… Fin da ragazzo avevo quest’idea di parlare di un mondo che non mi apparteneva ma mi incuriosiva e attraeva. A quei tempi non c’era questa nobile parola, gay, ma solo versacci e parolacce. Mi ricordo di un signore che aveva più di trent’anni quando io ne avevo quattordici ed era sempre messo da parte. I nostri genitori dicevano di non parlare con quello “un po’ così”. Questo proibizionismo mi ha sempre dato fastidio. Mio padre, pur essendo un contadino non colto, non mi ha mai impedito di frequentarlo. Quell’uomo mi intenerì molto, mi disse che era nato con gli ormoni sbagliati di sua sorella gemella. Che ci poteva fare? Sono passati gli anni e nella mia vita ho avuto tantissimi colleghi gay per i quali ho avuto tanto rispetto ed affetto. Un giorno un giornalista mi fece una domanda a bruciapelo: “Come reagiresti se ti accorgessi che tuo figlio è gay?”. Risposi: “Non farò una festa da ballo ma neanche ne faccio un dolore”. Lui ribatté: “Non me lo aspettavo da te, da una mentalità meridionale”. A quel punto mi resi conto che se per i gay abbiamo usato duemila termini assolutamente vezzeggiativi, per le lesbiche, al contrario, non esistono alternative. Dopo l’avvento di Zapatero decisi di affrontare direttamente l’argomento. Scrissi subito di getto venti pagine e mi domandai: “Chi può intepretare questo film?”. E la risposta che mi diedi fu: “Io e Rosanna”. E così è nato “Il padre delle spose”. Ora l’abbiamo finito, è venuto molto bene e ne emerge un grande amore di padre nonostante una "mente chiusa" tipicamente meridionale. Ma è vero che ci sono alcune scene con violenti alterchi tra padre e figlia? Sì, due o tre volte si dice anche la parola "stronzo". Questo film secondo me è forte, un vero "cazzottone". C’è una lite terribile che abbiamo girato nella piazza del paese. Rosanna doveva sputare tutta la sua rabbia e io, per caricarla, la feci arrabbiare veramente dicendole: “Guarda che è tardi, io di straordinari non ne faccio” aggiungendo qualche termine volgare. Lei ha spalancato gli occhi. A quel punto ho fatto cenno al regista di riprendere e lei ha così potuto sfogarsi completamente. Ma recitare questi ruoli vi ha fatto rivivere veri contrasti del vostro rapporto famigliare? Io e Rosanna abbiamo sempre avuto un rapporto forte, quasi carnale. Abbiamo litigato, ma siamo sempre rimasti molto uniti. Io l’ho seguita in tutte le occasioni, ho persino assistito ai suoi due parti cesarei. E come racconterà ai suoi nipoti questa storia d’amore al femminile? Loro sono talmente moderni! Rosanna ha spiegato a Virginia che quando loro si baciano è perché nella loro famiglia di mamme ce ne sono due e non una sola e lei ha commentato: “Vabbe', vuol dire che invece di un regalo me ne faccio fare due”. So che lei è favorevole ai Pacs ma più reticente riguardo alle adozioni omosessuali: come mai? È una questione più difficile. Io sono ambasciatore dell’Unicef e ho visto da vicino quanto sia complesso per una coppia etero adottare bimbi, ancor più se di un’altra nazione. Direi di fare un po’ con calma, facciamo i primi passi e poi valutiamo. È un po’ come dire: con questo film apro un tipo di libro che è indubbiamente interessante. Vediamo dove ci porta. Ma sinceramente, nella sua famiglia, non ci sono mai stati casi di omosessualità? Sì, abbiamo avuto il caso di una nostra cugina. Io fui il primo a capirlo. Aveva modi mascolini e io dicevo al mio fratello più grande questo termine, "lesbica", che neanche lui capiva. Era un po’ come "presbite", pensavamo fosse un difetto fisico. E se ne rese conto anche mia madre che non aveva studiato per niente e metteva la firma con la croce. Persino mio padre aveva capito, ma allora c’era una discrezione che impediva di parlarne. Com’è cambiata la sua personale percezione dell’omosessualità nel corso del tempo, divenendo celebre? Nel mondo dello spettacolo è sempre stato tutto molto più semplice. La difficoltà stava nel farlo capire a chi non ne faceva parte. Certo, ora se ne può finalmente parlare. Ma per la mia generazione è stato un cammino lungo. Lei è sempre stato molto amato dalla comunità gay. Come se lo spiega? Sì, anche Franco Grillini mi ha lodato. I gay hanno una sensibilità in più, in qualunque settore. C’è qualcosa in più nella ricezione del carattere, intuiscono sempre qualche elemento in più. Io ho una tesi a riguardo: secondo me questa lotta interiore che comunque c’è tra i due sessi, il maschile e il femminile, porta a un arricchimento. Con me i gay si sono sempre confessati. Io credo comunque che in ognuno di noi ci sia un’omosessualità latente. Quando mi travestivo da donna pretendevo i tiranti, il trucco eccessivo e con bellissime donne come la Fenech o la Bouchet trovavo sempre la scusa che loro si innamoravano della mia dolcezza visto che non sono bello fisicamente. Eppure non ero mai né sfottente né esasperato. Mi racconti un po’ del ballerino che si innamorò di lei… Non ricordo il nome, ne avevo ben otto a Stasera Lino. L’ho chiesto recentemente a Franco Miseria, ma neanche lui si rammenta chi fosse. Fu una cosa carina, tenera e dolce. Gli dissi che mi dispiaceva dargli una delusione ma comunque questo sentimento provato nei miei confronti mi fece piacere. Lei aveva affrontato la questione gay anche in un’altra sitcom nel 2002, Difetto di famiglia… Sì, interpretavo il fratello di Manfredi che alla fine ne accetta l’omosessualità. Ho sempre cercato di analizzare la mentalità di chi non vuole vedere o comprendere il prossimo. Manfredi allora aveva già ottant’anni e, da grande attore qual era, dimostrò un garbo incredibile, non faceva mai un gesto fuori posto. Mi confidò che nella sua gioventù aveva conosciuto molti omosessuali e mi accennò a una specie di amore a prima vista da parte di Visconti quando gli fu presentato. Due anni prima, in Piovuto dal cielo, lei divideva la scena con un personaggio transessuale… Mi ricordo di questo trans alto, bello e di grande simpatia. Abbiamo girato a Torino. L’ho rivisto a Roma, lavorò anche in Difetto di famiglia con Manfredi. Io facevo il portiere di un palazzo e l’unica persona con cui avevo piacere di parlare la mattina presto era proprio lui. Ma lei stesso è stato gay sul grande schermo, vero? In Dio li fa e poi li accoppia di Steno facevo un gay salumiere che si andava a confessare da Johnny Dorelli e lui sbottava: “Ma che vuoi da me?”. Io ero innamorato di un uomo ma non ero corrisposto e volevo indossare da morto un vestito da sposa. Mi inventai alcune cose: per esempio l’idea che quando moriamo andiamo tutti in paradiso, etero e gay. Avevo reso tenero questo personaggio nella sua esasperazione. Uno dei ruoli che è entrato nell’immaginario collettivo è però quello del commissario etero Auricchio scambiato per omosessuale in Fracchia la belva umana... Quella è stata una forma di difesa. L’ho fatto per proteggere i gay. Già a Canale 5 quando fui scritturato da Berlusconi per Risatissima difesi la categoria dei carabinieri facendo un monologo di barzellette in uniforme. Girammo la scena al ristorante "La Parolaccia" di Roma. Quando partì il “Benvenuto a ‘sti frocioni…” il celebre “Arrestate questo stronzo” mi venne automatico e feci un cenno a Neri Parenti. A quel punto mi inventai completamente il “Non sono ricchione, non sono frìfrì… e ti faccio un culo così!”. Anche il finale de L’allenatore nel pallone è stato inventato di sana pianta da me per l’occasione. Nella sua lunga carriera non si contano i ruoli en travesti, spesso puri escamotages per conquistare prede femminili… Sono stato vestito anche dalle sorelle Fontana e ho indossato veri tailleurs! Ne L’inviato molto speciale pretendevo assolutamente i tacchi a spillo. Ho fatto il maggiordomo gay sia con Alvaro Vitali e Nadia Cassini che in un film con la Bouchet in cui ero il cugino di Solenghi. Appena vedevo una donna nuda partiva il gioco del ribrezzo e degli ammiccamenti. E che pensa dei travestimenti plateali, per esempio, durante i Gay Pride? Ecco, in quel caso credo che l’ostentazione dovrebbe stare a latere. Penso che in medio stat virtus, non bisognerebbe esasperare il travestimento in pubblico, si strumentalizza facilmente. Dopo Il padre delle spose quali lavori l’attendono? Per Nonno Libero questo sarà l’ultimo anno, vista l’età e dato che ogni serie mi occupa dagli otto ai nove mesi. Poi con Gerry Scotti ho fatto il film per la tv, Il mio amico Babbo Natale. Seguirà una fiction che parla di come, in alcuni ospizi, le persone anziane non vengono trattate affatto bene.


http://www.gaynews.it/view.php?ID=71083

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