domenica 12 dicembre 2004

Due Palasport due Italie

di CURZIO MALTESE

SE FOSSE stato un duello all'americana forse non avrebbe vinto nessuno. Ciascuno ha parlato alla propria gente senza provare a inseguire l'ipotetico centro moderato. Di certo nel confronto a distanza fra Romano Prodi e Silvio Berlusconi si sono scontrati due mondi, stili, visioni così inconciliabili che sembra incredibile possano convivere nello stesso paese. In realtà i due leader parlano di due Italie diverse.

Non è soltanto questione di idee, programmi o valori. Il realismo di Prodi contro i sogni di Berlusconi, l'elogio (inattuale) della moralità politica opposto al fastidio per ogni regola, l'europeismo integrale dell'uno e l'antieuropeismo ormai viscerale dell'altro. No, qui non tornano proprio i conti, le cifre, i dati reali (o virtuali?) snocciolati dai due palchi.

Prodi descrive un'Italia che sta perdendo tutti i treni del mercato globale. È la nazione che cresce meno in Europa, perde maggiori quote di mercato internazionale, investe di meno sul futuro e sui giovani, "costretti a vivere da adolescenti fino a trentacinque anni". Un sistema depresso all'interno da una lunga stagnazione, dove le famiglie cominciano a faticare per arrivare alla fine del mese. Ma anche un Paese in declino all'esterno, in Europa e nel mondo dove l'Italia di Berlusconi è vista come un'Italietta impazzita dietro a un demagogo miliardario, troppo anomala per potervi fare affidamento e per giunta mosca cocchiera dell'America di Bush.

Al contrario l'Italia di Berlusconi è una specie di Paese delle meraviglie, invidiato o almeno stimato dal resto del mondo. Un'economia brillante e competitiva che ha creato in pochi anni un milione di posti di lavoro, ridotto le tasse, accresciuto il benessere delle famiglie, disseminato il futuro di progetti e di cantieri. Grazie a un governo, il suo, che ha "fatto più riforme di tutti gli altri governi del dopoguerra messi insieme", rilanciato l'economia e il ruolo di potenza dell'Italia nel mondo. E grazie in particolare a un uomo, inutile dire chi, che ha mantenuto tutte le promesse.

Dalla riduzione delle tasse fino alla sicurezza, con un calo dei reati di "oltre il dieci per cento" in tre anni (senza contare l'azzeramento dei suoi personali) e nonostante Previti e Dell'Utri gli remassero contro. In quest'Italia quasi perfetta il premier ammette l'esistenza di qualche problema, dovuto al fastidioso permanere di alcuni elementi di disturbo che sfuggono al suo controllo. Fra questi l'opposizione, i sindacati, una certa magistratura, ampie parti del codice civile, penale e della stessa Costituzione, la par condicio, il trattato di Maastricht e in genere l'Europa, più talvolta gli alleati di governo.

Se gli italiani affidassero a Berlusconi la metà del Paese non ancora di proprietà, le cose andrebbero del tutto a posto. Queste le due visioni d'Italia del capo del governo e del capo dell'opposizione. Ora, un conto è non condividere programmi, valori, scelte.

Accade in ogni democrazia del mondo. Abbiamo appena visto nella più grande, gli Stati Uniti, l'esempio di una radicale contrapposizione su tutto fra i due sfidanti, dalla guerra al ruolo dello Stato fino ai diritti civili. Altro è guardare dalla finestra e dire "piove" e "no, c'è il sole". Bush e Kerry litigavano sull'interpretazione dei dati economici ma non si sono messi a dare i numeri ciascuno a suo modo.

La ragione, il buon senso e gli istituti di ricerca seri portano a vedere nel discorso di Prodi un principio di realtà che forse sfugge al rivale. Il Professore ha in questo il vantaggio di tornare dall'Europa dove la visione del declino italiano è piuttosto univoca.

Berlusconi gode però il vantaggio, assai più concreto in termini elettorali, di fare politica in un sistema dove l'informazione è del tutto virtuale (e virtualmente sua).
L'uno insomma si sforza di trovare il "messaggio" da comunicare agli elettori mentre l'altro punta tutto sull'accumulo e il controllo del "mezzo". Sarà il leit motiv di tutta la lunga e durissima campagna elettorale.

Prodi alla ricerca di una verità che possa bucare gli scenari di cartapesta del rivale e Berlusconi che fa fuori direttori di notiziari e giornali, strangola la par condicio, butta sul piatto della bilancia il peso del danaro col quale può comprare spazio, sfornare un milione di cartelloni e di spot.

Con una campagna elettorale così concepita, più che voler entrare nel direttorio dell'Onu c'è da temere di finire nell'elenco dei Paesi sorvegliati durante il voto dai caschi blu.

Nel quadro un po' mesto della lotta politica italiana c'è almeno un elemento di progresso, uno solo. Le vicende giudiziarie, dopo un decennio, sono uscite dall'agone. Né Prodi né Berlusconi hanno citato e usato le sentenze dei tribunali. Il Professore ha preferito volare alto, parlando della moralità, senza cedere alla cattiva tentazione di sfruttare la condanna a Dell'Utri.

Berlusconi pure ha smesso i panni della vittima perché in fondo gli è andata bene. E poi perché anche in Italia un presidente del consiglio sfuggito sei volte alla condanna per la prescrizione e con i due bracci destri carichi di anni di galera, in fondo fa meglio a cambiare discorso.
(12 dicembre 2004)

http://www.repubblica.it/2004/k/sezioni/politica/proditorna/palacurzio/palacurzio.html

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