lunedì 23 gennaio 2006

Tarok ben Arcor

di Marco Travaglio


In attesa che, dopo Bernheim, Caltagirone e Tarak ben Ammar, anche Dell'Utri e Al Capone prendano le distanze da Bellachioma, si può azzardare un primo bilancio dell'ultima reincarnazione dello Zelig di Arcore: il Presidente Testimone. Sarà la stanchezza per il tour de force mediatico-giudiziario, sarà la scarsa dimestichezza di questo imputato cronico col mestiere di testimone, sta di fatto che il risultato finale è catastrofico. Come i pifferi di montagna, il Cavalier Moralista era partito per suonarle ed è finito suonato. Nessuno, nemmeno i soci in affari e i parenti stretti, ha voluto confermare le pressioni Ds sulle Generali per Unipol. In compenso l'amico Tarak ha svelato una circostanza finora inedita: cioè di essersi recato mesi fa insieme a Bernheim, presidente delle Generali, a Palazzo Chigi per parlare con Berlusconi. Di cosa? Delle scalate. Fantastico: un socio di Berlusconi rivela che Berlusconi fece ciò che imputa ai suoi oppositori. Resta da capire cosa non abbia funzionato nella machiavellica strategia del Presidente Giustizialista. Quattro possibili spiegazioni. 1) Tarak gli ha fatto uno scherzo, rivelandogli una cosa e raccontandone un'altra ai pm. 2) Quello che rivelò a Berlusconi le pressioni Ds su Bernheim non era Tarak, ma un sosia del Bagaglino. 3) Tarak parlò all'amico premier in francese, o in arabo; lui, notoriamente digiuno delle lingue, finse di capire, ma prese fischi per fiaschi. 4) Tarak è un agente di D'Alema sotto copertura, nome in codice Ikarus.
La ciclopica autotranvata di Bellachioma non è comunque una novità. È ancora fresco il ricordo della commissione Telekom Serbia, partita per scovare le tangenti di Milosevic a Prodi, Fassino e Dini e chiusa con la scoperta che il solo politico italiano ad aver preso soldi da quella partita era un deputato di An. Per non parlare della commissione Mitrokhin del semprelucido Paolo Guzzanti: doveva smascherare le collusioni fra la sinistra e lo spionaggio sovietico e addirittura la complicità di Prodi nel delitto Moro, poi dalla lista rossa saltò fuori Jas Gawronski, eurodeputato di Forza Italia. Il maggior esperto mondiale in questi ordigni alla Wilcoyote, che scoppiano regolarmente in mano a chi li prepara, è l'on. avv. prof. Carlo Taormina da Cogne: prima del suo arrivo in Val d'Aosta, era imputata per il delitto del piccolo Samuele solo la signora Franzoni; dopo il suo arrivo, a furia di interviste, appostamenti, sopralluoghi, impronte taroccate, denunce contro vicini di casa, pm, giudici, avvocati, cancellieri, uscieri, periti e carabinieri, il caso s'è trasformato in un maxiprocesso di stampo corleonese, con una decina di filoni e una trentina di imputati, tra i quali lo stesso Taormina. Che proprio l'altro giorno scioperava contro una legge che aveva votato. Poi, perso il senso dell'orientamento, chiedeva l'arresto dei suoi stessi consulenti tecnici: i leggendari "esperti internazionali" fatti arrivare direttamente dalla Svizzera per insegnare il mestiere al Ris di Parma e alla Procura di Aosta. Ancora qualche giorno, e il sagace Taormina si arresterà da solo.
Intanto, visti i risultati, Bellachioma ha smesso frettolosamente i panni del testimone per reindossare quelli, decisamente più consoni, dell'imputato. In quella veste parteciperà oggi a Milano al ciclo di commemorazioni per il sesto anniversario della morte di un vecchio amico e socio pregiudicato, col quale per anni aveva diviso quanto aveva di più caro: i conti in Svizzera e i processi in Italia. Il tutto, si capisce, per sottolineare il profondo senso etico del premier, e soprattutto e la sua proverbiale allergia ai rapporti fra politica e affari. In contemporanea, ad Hammamet, lo statista latitante verrà celebrato degnamente sulla sua tomba da Pierluigi Diaco e dai suoi seguaci, ben consci che il guaio in Italia non sono i ladri, ma «la maledetta questione morale che, com'è noto, ha saputo ricattare non poco la vita politica italiana e che in queste ore tenta, con perfida spregiudicatezza, di offendere la dignità e l'onore di alcune indiscutibili persone perbene». Questi e altri detti memorabili sono contenuti in una pubblicità di mezza pagina che da giorni ammorba diversi giornali, sotto l'imprudente titolo: «Craxi è vivo». Imprudente perché noi non sappiamo se sia vivo, ma se lo fosse sconsiglieremmo di farlo sapere troppo in giro. Qualcuno potrebbe chiedergli 50 miliardi indietro.

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