La destra si scatena per un'inchiesta di "Report"
E Cuffaro ottiene una trasmissione riparatrice
di CURZIO MALTESE
Una bella inchiesta di Report su Raitre ha interrotto per una sera gli anni di omertà televisiva sulla mafia, con l'eccezione di qualche buona ma innocua fiction.
Puntuale è scattata la censura della maggioranza. Tutti in prima fila, gli esponenti siciliani di Forza Italia, il presidente della Regione Cuffaro, il sindaco di Catania Scapagnini, non per combattere la mafia ma il giornalismo anti-mafia.
Per difendere la "loro" Sicilia "diffamata e offesa" con "vecchie storie", frutto di pregiudizio politico. Senza neppure rendersi conto di usare gli argomenti, il linguaggio, le frasi fatte di un Totò Riina o di tanti mafiosi da film.
In verità i legami fra Cosa Nostra e politica erano stati appena sfiorati dal programma di Raitre, forse nell'illusione di scampare alla mannaia. Ma ormai nella maggioranza dei "61 collegi su 61" basta la sola parola "mafia" per scatenare reazioni isteriche, violente e a volte ridicole. Come la richiesta di ottenere una "trasmissione riparatrice" su Raidue per "mostrare l'altro volto della Sicilia", avanzata da Cuffaro e prontamente accolta dallo spaventapasseri di destra piazzato alla direzione generale della tv pubblica, Flavio Cattaneo. Che ci faranno vedere, carretti e balli folcloristici? Sono anni che in tv, Rai o Mediaset, ci fanno vedere l'altro volto della Sicilia, quello falso, dove la mafia non esiste.
Il torto di Milena Gabanelli e degli inviati di Report è di aver ricordato che la mafia invece esiste ed è tornata a controllare il territorio. Non si sono visti scoop o rivelazioni clamorose nella puntata dell'altra sera.
Soltanto l'ostinato, intelligente racconto di che cos'è la nuova criminalità organizzata, attraverso episodi piccoli e grandi. I tre incendi al locale gestito dal capo dei commercianti anti racket del siracusano, scanditi ogni nove mesi esatti, nell'incredibile impotenza delle forze dell'ordine. Le strane fughe a un passo dall'arresto di Bernardo Provenzano, che dev'essere da trent'anni l'uomo più fortunato del pianeta oppure uno che ha buoni informatori nelle istituzioni. Un'inchiesta seria, documentata, equilibrata, che ha dato voce per una volta alla Sicilia del coraggio e dell'onestà, l'ha fatta sentire meno sola. Un ottimo esempio di quel servizio pubblico che tutti, a parole, invocano dalla Rai.
La censura a Report è l'ultimo episodio di una lunga storia di televisione di regime, cominciata nel 2001 con la vittoria di Berlusconi e il proclama di Sofia contro Biagi e Santoro, proseguita con l'epurazione della satira e dell'informazione indipendente, fino alla grottesca sospensione del Molière di Paolo Rossi domenica scorsa. Ma è anche l'episodio più grave e triste, nella sua cinica prevedibilità.
E' prevedibile ma deprimente che un personaggio come Totò Cuffaro, che deve rispondere alla giustizia dell'accusa di favoreggiamento alla mafia, scateni pubblicamente l'ennesima campagna contro l'antimafia. E' altrettanto scontato ma triste che Forza Italia, il cui fondatore Marcello Dell'Utri è stato condannato in primo grado a nove anni per concorso esterno in associazione mafiosa, metta alla gogna chi indaga sulla mafia. Possibile che nessuno, nel centrodestra, provi imbarazzo per questo processo alla rovescia? Non ci aspettiamo grandi prove di senso dello Stato dalla maggioranza. Ma se è vero che "la Sicilia non è soltanto mafia" neppuro lo è tutta l'Udc o Forza Italia.
E dunque perché lasciar parlare su questi temi soltanto una compagnia di indagati o condannati?
Quanto al danno che queste inchieste e perfino alcuni sceneggiati produrrebbe all'immagine della Sicilia e dell'Italia, vecchia accusa di Berlusconi, bisogna mettersi d'accordo. Un episodio come questo è destinato a fare il giro del pianeta, portando l'immagine più desolante di un'Italia omertosa, governata da amici degli amici.
Qualche mese fa le Monde ha rappresentato una vignetta con Berlusconi che presentava la sua squadra. Da una parte un gruppo di ciechi col bastone e i cani: "I miei elettori". Dall'altra un pugno di ceffi con coppola e occhiali da sole: "I miei collaboratori". La battuta è stata ripresa da tutte le televisioni del mondo, tranne una. Davvero un bel colpo d'immagine, altro che "La Piovra".
(18 gennaio 2005)
http://www.repubblica.it/2004/j/sezioni/spettacoli_e_cultura/censuratv/report/report.html
martedì 18 gennaio 2005
Scoppia lo scandalo: la tv parla di mafia
lunedì 17 gennaio 2005
Vendola vince le primarie, sarà il candidato per la GAD della Rregione Puglia
La Puglia come Parigi e Berlino. La svolta con la grande manifestazione del gay pride di Bari di 2 anni fa
di Franco Grillini
Ho sempre affermato che Nichi Vendola sarebbe stato un ottimo candidato alla presidenza della Regione Puglia e sono felice che questo giudizio sia stato condiviso dalla maggioranza degli elettori della Gad nel corso delle primarie pugliesi. Vendola, ex dirigente Arcigay fin dalla fondazione dell’associazione nazionale, rappresenta quel rinnovamento della sinistra della libertà e dei diritti che, come a Parigi (dove è stato eletto il sindaco Delanoe, gay dichiarato) e a Berlino (dove il voto popolare ha confermato Wowereit alla carica di Sindaco), ha ormai un vasto consenso popolare.
La Puglia si conferma come la più moderna delle regioni del sud e non possiamo non ricordare la gigantesca manifestazione del gay pride che si svolse a bari 2 anni fa alla presenza corale di tutta la città. L’augurio è quello di una campagna elettorale forte che sappia interpretare questo desiderio di rinnovamento e di modernizzazione cogliendo la volontà di quella maggioranza che si è già espressa nel voto per il centrosinistra a Bari e alle suppletive.
Per Vendola ci auguriamo un sostegno che coinvolga il centrosinistra nel suo complesso con la volontà di vincere in Puglia una elezione significativa anche per la politica nazionale.
http://www.gaynews.it/view.php?ID=30616
Piano per scalare il Quirinale: il premier e il rischio Consolato
di MASSIMO GIANNINI
La "scalata al Quirinale" di Silvio Berlusconi è cominciata alla cena di fine d'anno, poco più di due settimane fa. Erano riuniti insieme al Plebiscito, il Cavaliere e i suoi alleati. Lui a metà pasto ha detto: "Allora, prima o poi dovete dirmi cosa volete fare da grandi. Io, per me, un'idea ce l'avrei...". Quasi tutti i presenti l'avevano preso come un scherzo. "Il Quirinale non mi dispiacerebbe affatto. Anche se sarebbe il posto ideale per Gianni Letta. Tu, Pier, cosa ne pensi?".
Casini aveva preferito non scherzare: "Io vorrei continuare a fare il presidente della Camera. Per quanto riguarda il Colle, caro Silvio, sta a te decidere. Quello che ti posso garantire è che, se tu sceglierai di candidarti alla presidenza della Repubblica, noi ti daremo il nostro appoggio, in modo leale..."Per capirci - aveva continuato Casini - non ti faremo scherzetti, tipo quello che Andreotti fece a Forlani nel '92, quando gli garantì l'appoggio della Dc e poi invece lo fece impallinare per due scrutini consecutivi e alla fine votò per Scalfaro".
Aveva ragione il presidente della Camera. Adesso quello che a Fini e Follini era sembrato un gioco di società è diventato un affare serio. La "scalata al Quirinale" di Berlusconi è tutt'altro che fantapolitica. E' un progetto vero. Sconta incognite di varia natura. Personali in primo luogo: gli scarti di umore del personaggio, i suoi continui stop and go, la tenuta della sua leadership. Politici in secondo luogo: l'esito delle prossime regionali, la durata di Ciampi, la composizione del Parlamento che uscirà dal voto del 2006.
Ma il disegno c'è. Il Cavaliere lo coltiva. E non ne fa mistero. Dopo quella cena l'ha anche confermato pubblicamente alla conferenza stampa di fine anno.
E' un disegno che ha una principale, ma anche una subordinata. La principale, che per Berlusconi sarebbe la soluzione migliore e indolore, ruota intorno a una disponibilità dell'attuale inquilino del Colle. Per una delle coincidenze che si verificano raramente nella storia repubblicana, la fine della prossima legislatura cadrà a maggio, nello stesso giorno della conclusione del settennato di Carlo Azeglio Ciampi. Se Ciampi rimanesse al Quirinale fino all'ultimo giorno, il suo successore sarebbe eletto dal nuovo Parlamento, che rifletterebbe i nuovi equilibri decisi dagli italiani con le elezioni generali intervenute nel frattempo.
Il Cavaliere preferirebbe evitare questo rischio. Allo stato attuale non ha alcuna certezza di battere il centrosinistra. Né alle regionali di quest'anno, né tanto meno alle politiche tra due anni. La sua unica possibilità per salire al Quirinale senza rischi, è che Ciampi decida di dimettersi prima della scadenza del suo mandato, che è il 13 maggio 2006. Secondo alcuni consiglieri azzurri, e secondo indiscrezioni riferite sui giornali "cognati" del premier, lui stesso avrebbe avviato una moral suasion sul presidente della Repubblica, per convincerlo a fargli questo favore.
Ma è un'ipotesi che non tiene. Lo stato dei rapporti tra le due istituzioni è già logorato, tanto più dopo il rinvio alle Camere della riforma dell'ordinamento giudiziario. Di più: Ciampi non ha affatto gradito l'autocandidatura del Cavaliere per il Colle, esplicitata proprio il giorno prima del messaggio di Capodanno del Capo dello Stato. L'ha considerata "l'ennesimo atto di scortesia istituzionale". E comunque ha già detto a sua volta ciò che pensa sul tema. Non farà il gesto che fece Francesco Cossiga nell'aprile '92, quando si dimise in pieno semestre bianco, con due mesi d'anticipo. "Ho già confermato tutti i viaggi che ho in programma - ripete Ciampi - fino all'ultimo. E resterò al mio posto, fino all'ultimo giorno del settennato".
Per questo la scalata al Quirinale di Berlusconi dovrà eventualmente passare per una subordinata. E sul piano del galateo istituzionale e della correttezza costituzionale, questa subordinata è anche più discutibile. Lo stesso Cavaliere l'ha illustrata così agli alleati: "Vinciamo le elezioni del 2006, e poi io, sulla scia del consenso popolare che ho ottenuto, decido se tornare a Palazzo Chigi o trasferirmi sul Colle". In quest'ultimo caso, quasi scontato, secondo i giornali "amici" il candidato già scelto per Palazzo Chigi sarebbe Gianni Letta.
Siamo al cuore del problema. Al nucleo involutivo del berlusconismo, che sovverte il ciclo evolutivo del parlamentarismo. Nessuno può contestare il diritto elettivo del Cavaliere ad ambire alla carica di presidente della Repubblica. Possono farlo tutti i cittadini. A maggior ragione può farlo lui. Ma non in questo modo. Non con l'ennesima e la più estrema torsione delle regole. Non con questa pretesa ulteriore di far coincidere la biografia collettiva della nazione con la sua biografia personale.
Berlusconi non può, senza manomettere i principi della democrazia rappresentativa, affrontare una campagna elettorale chiedendo una delega in bianco agli italiani. Votate per me, poi vedrò io come e dove esercitare il mandato che mi avete affidato. Non può chiedere agli elettori di aderire al suo modello istituzionale, una forma di governo che prevede formalmente l'elezione diretta del presidente del Consiglio, con tanto di indicazione del nome sulla scheda, e poi declinarlo a suo piacimento, sostanzialmente come un'elezione diretta del presidente della Repubblica.
Questo cambia la natura della contesa politica. La cambia a tal punto che la mossa del Cavaliere sul Quirinale ha aperto un dibattito speculare, e altrettanto pericoloso, sul fronte opposto. Anche nell'Ulivo c'è chi ha cominciato a chiedersi se non sia il caso di lanciare subito un nuovo ticket tra Quirinale e Palazzo Chigi, da contrapporre a quello lanciato da Berlusconi.
Anche nell'Ulivo c'è chi ha cominciato a chiedersi se non sia il caso, vinte le elezioni, di traslocare Romano Prodi al Quirinale, e di designare un altro leader alla guida del governo. Stavolta non ha torto Massimo D'Alema quando dice che "se il principale leader di uno dei due schieramenti si candida al Quirinale, si rompe con un metodo che è quello della ricerca del massimo consenso, che noi seguimmo per l'elezione di Ciampi, e si dà alle elezioni politiche un contenuto del tutto nuovo, in senso presidenzialista".
Quando stava all'opposizione, il Cavaliere parlava tutt'altro linguaggio. "Noi non accettiamo che le regole del gioco vengano cambiate mentre si sta giocando", disse alla Camera il 16 marzo 1995, nel discorso con il quale annunciava il voto contrario alla fiducia al governo Dini. Oggi, con la scalata al Quirinale, Berlusconi stravolge le regole del gioco mentre la partita è in pieno corso. Altrove esiste un presidenzialismo costituzionale. Da noi si va verso un presidenzialismo fattuale. Il cambiamento avviene senza che si riscriva la Costituzione in senso formale. Basta forzarla in senso materiale.
La settimana scorsa, in un editoriale su Libération, Alain Duhamel poneva la questione della pericolosa metamorfosi della Quinta Repubblica in Francia. "Jacques Chirac - scriveva - ormai incarna una Repubblica Consolare. Ricorda il Consolato del generale Bonaparte", quello che tra il 1799 e il 1804 vide Napoleone assumere poteri "para-militari" incontrastati. Oggi come allora, secondo molti osservatori francesi, Chirac, "presidente simbolo della nazione e garante delle istituzioni, non si accontenta di dirigere la politica estera e i principali orientamenti di politica interna, come i suoi predecessori. Esercita invece una sorta di "presidenza assoluta". Ma in uno stato di diritto - era la conclusione dell'editoriale - nessun potere può sfuggire al controllo di altri poteri".
Questo è il dibattito attuale in Francia, dove esiste comunque un regime codificato e democraticamente collaudato di semi-presidenzialismo. Dove i principi scolpiti nella Costituzione del 1958 attestano chiaramente che questo, per esistere e funzionare, è e deve essere sempre e comunque un regime "ad autorità duale".
Viene da chiedersi quale dibattito si dovrebbe allora sviluppare in Italia, dove tra due anni potremmo ritrovarci, di fatto anche se non di diritto, con un leader assai più "assoluto" di quello francese. Un regime non duale, non diarchico, ma dove invece comanda una sola "testa". Un capo che si autocandida alla presidenza della Repubblica, guida il più grande partito di maggioranza, dirige in pratica la coalizione di governo, possiede il più grande impero mediatico del Paese e per di più, senza nessun contrappeso istituzionale, sceglie e nomina premier uno dei suoi alleati più fedeli.
Così anche l'Italia, senza saperlo e senza averlo deciso, rischia di trasformarsi. Prima di Berlusconi era una Repubblica parlamentare. Con Berlusconi può diventare molto più che una Repubblica Consolare.
(17 gennaio 2005)
http://www.repubblica.it/2005/a/sezioni/politica/dibacdldue/colle/colle.html
Il pericolo...
«Il pericolo è di veder demolito tutto ciò che si è costruito nel Risorgimento, come coesione nazionale, come senso dello Stato e anche come libertà di un intero popolo. In poco tempo, una classe dirigente faziosa e incapace sta minando il lavoro di un millennio, Dante, Petrarca, Machiavelli, Foscolo, Leopardi».
Mario Luzi, L’Espresso, 20 gennaio 2005
domenica 16 gennaio 2005
Un messaggio pericoloso
di Furio Colombo
Le parole "terrore e morte" non fanno parte degli argomenti di una campagna elettorale o di un confronto politico. Eppure, parlando a coloro che lo seguono e gli credono, ieri il presidente del Consiglio italiano ha detto che se lui perdesse le elezioni il suo avversario, il centrosinistra, seminerebbe in Italia "terrore e morte".
Impossibile ridurre la dichiarazione a uno dei suoi colpi di teatro o definirla - con quel tanto di sarcasmo che spesso si dedica alle parole sregolate di Berlusconi - una "follia". Silvio Berlusconi è il presidente del Consiglio in carica, firma i trattati, le leggi, i decreti, rappresenta il Paese, comanda e controlla l'Esecutivo.
Non è realistico immaginare che un uomo caricato di tanta responsabilità, per quanto incline al protagonismo televisivo e teatrale, non dia peso e seguito alle sue stesse parole. Berlusconi, dopo aver annunciato la sua convinzione che una certa parte politica - in caso di vittoria elettorale - porterà nel Paese terrore e morte, dovrà per forza agire - finché è in tempo - per proteggere il Paese. Ma se anche il presidente avesse parlato solo per fare colpo, resta il fatto che al suo ufficio e alle sue parole credono - per dovere e per efficienza - le polizie e i servizi segreti italiani.
La frase infatti non è generica. Evoca, e anzi annuncia, un pericolo serio che richiede a chi di dovere di mobilitarsi per tempo. Non sarebbe ragionevole, in nome della salvezza del Paese, schedare, pedinare, sorvegliare, intercettare chi si appresta a portare in Italia terrore e morte? È possibile, infatti, che quelle parole di denuncia e di allarme da parte di un primo ministro siano interpretate come un segnale per cominciare a occuparsi della materia da parte di chi ha senso del dovere, finché il Paese è al sicuro, nelle mani di Berlusconi.
Le domande sono gravi. Sembra inevitabile che tocchi alle più alte istituzioni del Paese chiedere al presidente del Consiglio di confermare o negare.
da l'Unità del 17/01/2005
In Difesa della Giustizia
di Gian Carlo Caselli
Fare un po' di "conti" mi sembra di decisiva importanza. Perché, se i "conti" dimostrano un costante, sostanziale impoverimento dell'amministrazione della giustizia, invece che un obiettivo possibile, la giustizia diventa una grande illusione, se non un inganno. Ma in questo modo si alimenta e si rafforza quella sfiducia verso la giustizia che già è ampiamente diffusa fra i cittadini italiani.
Di ragioni (reali o strumentalmente indotte) per non avere fiducia nella giustizia i cittadini ne hanno, purtroppo, davvero molte:
Soffrono sulla loro pelle i tempi vergognosamente lunghi ed i costi elevatissimi di un processo incomprensibile e farraginoso;
Rilevano che il servizio giudiziario, oltre ad essere inefficiente, è incapace di produrre - come dovrebbe - eguaglianza; e che la disuguaglianza è aggravata dalla filosofia dei condoni e delle leggi che, quando non sono "ad personam", sono "sui et sibi", cioè non dettate da interessi generali;
Avvertono (forse confusamente, ma lo avvertono) che il modello penale "mite" riguarda solo i rami alti della società: come plasticamente indicato dal nuovo art. 624 bis codice penale (introdotto con legge 128/2001), che ha reso il borseggio di pochi spiccioli - nella tavola dei valori tutelati - più grave della corruzione miliardaria; e come confermato dalla trasformazione del falso in bilancio in reperto d'archivio;
Chiedono sicurezza, ma spesso ottengono soltanto proclami elettorali o campagne mediatiche di vuota rassicurazione;
Sono disorientati dalle polemiche e dai dibattiti a senso unico che accompagnano ogni processo di rilievo (spesso veri e propri "teatrini" costruiti ad arte nei salotti televisivi);
A forza di sentirselo ripetere in modo martellante, anche da "pulpiti" istituzionali autorevolissimi, alla fine finiscono per credere che sia buono e giusto definire i magistrati "associazione a delinquere" o "cancro da estirpare";
Ma non si raccapezzano più, quando constatano che proprio a questi "inaffidabili" giudici vengono assegnati sempre nuovi compiti, essendo l'Italia (come sappiamo) il paese in cui persino i campionati di football aspettano - per il calcio d'inizio - il fischio di un Tribunale;
E ancor meno si raccapezzano se apprendono che nel 2001,2002,2003 e 2004 si sono prescritti - rispettivamente - 123mila, 151mila, 184mila e circa 210mila procedimenti e che a fronte di questi dati impressionanti (in costante, inesorabile crescita), invece di sforzarsi di diminuire i casi di prescrizione riducendo drasticamente la durata dei processi, è in cantiere una riforma che abbatte i tempi entro cui si può accertare se e da chi un reato è stato effettivamente commesso, causando inevitabilmente un ulteriore aumento delle prescrizioni: una specie di resa, di rinunzia alla pretesa punitiva per una fascia estesissima di reati; l'esatto contrario di un sistema giustizia efficiente e moderno
Questa sfiducia (o disorientamento) dei cittadini preoccupa e inquieta. Più che gli insulti di alcuni vertici istituzionali. Perché l'impopolarità nelle stanze del potere, per una giurisdizione indipendente, è fisiologica (talora, per chi voglia fare il suo dovere senza sconti o ammiccamenti, tenendo la schiena dritta, addirittura necessaria). Ma una società che perde la fiducia nella giustizia e nei suoi magistrati è una società a rischio. Inevitabilmente esposta al pericolo di derive patologiche, illiberali e disgreganti.
In democrazia, infatti, la fiducia dei cittadini nella giustizia e nei magistrati non è un optional, ma un elemento strutturale. Perciò, è essenziale per la saldezza della democrazia che questa fiducia sia recuperata. Dove fiducia non significa condivisione di questa o quella decisione (il giudice risolve conflitti e non può - per definizione - essere ugualmente apprezzato da tutti i contendenti). Neppure significa consenso, poiché ai giudici compete decidere in base alle regole, non secondo le aspettative di questo o di quello, si tratti pure della maggioranza del momento. Fiducia significa accettazione del ruolo sociale della giurisdizione, accettazione condivisa da tutti, in un quadro di controllo sociale sull'operato della magistratura e di legittimità di tutte le critiche argomentate.
Nel recupero di fiducia, un ruolo centrale hanno gli stessi magistrati. Prima di tutto sottoponendosi senza riserve a quel controllo e a quelle critiche e assumendosi (ad ogni livello) le responsabilità conseguenti. Poi acquisendo (tutta la magistratura, in ogni sua articolazione) la capacità di un maggior rigore sul versante delle insufficienze, impreparazioni e cadute di professionalità che ancora ci vengono - anche giustamente - rimproverate.
Decisivi sono pure i comportamenti quotidiani. Nella sua carriera, ogni magistrato incontra migliaia di cittadini. Non ne ricorderà quasi nessuno, mentre si può essere sicuri che ognuna delle persone incontrate dal magistrato si ricorderà di lui. E lo giudicherà bene (indipendentemente dal fatto che abbia avuto torto o ragione) se il magistrato sarà stato disponibile e non arrogante, rispettoso delle persone e capace di ascoltarle invece che burocraticamente ottuso, equilibrato ed attento anziché scostante e frettoloso. (...)
Spetta ai magistrati, inoltre, organizzare al meglio il proprio lavoro, eliminando ovunque si annidino eventuali "sacche di neghittosità". Esigenza di cui i magistrati sono ben consapevoli (come dell'importanza della posta in gioco), al punto da presentare al Ministro - come ANM - concrete proposte di controlli quadriennali sulla produttività, con riduzione dello stipendio per chi non lavori abbastanza. (...)
Ma non spetta soltanto ai magistrati (neppure spetta soprattutto ai magistrati) operare per il recupero di efficienza e quindi di credibilità dell'amministrazione della giustizia. Una grande occasione, per fare qualcosa di concreto in questa direzione, c'era. In teoria c'è ancora. Era (ed è) la riforma dell'ordinamento giudiziario. È stata invece - e c'è il timore che possa continuare ad essere - una grande occasione sprecata.
Il vero problema della giustizia italiana, il problema dei problemi, è la durata eccessiva dei processi. Se i processi non finiscono mai, non c'è giustizia, ma denegata giustizia. Su questo versante innanzitutto un riformatore responsabile ha il dovere di intervenire. È proprio su questo versante, invece, che la legge delega di riforma dell'ordinamento giudiziario approvata dal Parlamento non contiene niente di niente. Le interminabili, intollerabili lungaggini dei processi non si ridurranno neanche di un piccolissimo giorno. Anzi: la carriera dei magistrati viene pensata come una specie di "concorsificio", con la conseguenza che - dovendo i magistrati distogliere parte del proprio tempo per sostenere un esame dopo l'altro - la durata dei processi è destinata ineluttabilmente a crescere. Ecco perché la riforma - purtroppo - è stata fin qui un'occasione, una grande occasione, semplicemente sprecata.
Fermo l'assoluto rispetto dovuto alle prerogative del Parlamento;- fermo altresì l'inderogabile dovere della magistratura di applicare lealmente tutte le leggi della Repubblica;- vi è tuttavia il diritto-dovere di ciascuno di ragionare intorno alle conseguenze che potrebbero derivare dalla legge, pur lealmente osservandola. Conseguenze obiettive, che prescindono dal tipo di maggioranza contingente e quindi dall'essere al governo questo o quello.
In quest'ottica, è diffusa la preoccupazione che possa trattarsi non di una riforma della giustizia, ma di una riforma dei giudici. Che invece di farsi carico di migliorare l'efficienza del sistema giustizia, si punti ad un altro obiettivo: controllare i giudici, sterilizzare l'indipendenza della magistratura, "colpevole" di aver fatto il suo dovere indirizzando il controllo di legalità non solo verso i deboli e gli emarginati, ma anche (ricorrendone i presupposti in fatto e diritto) verso i "colletti bianchi" e verso le deviazioni del potere.
A questo tipo di controllo dei magistrati inesorabilmente si arriva ogni volta che si svuoti di decisivi poteri il CSM, argine che la Costituzione pone a difesa dell'indipendenza della magistratura. (...) Il rischio è che la scritta "La legge è uguale per tutti", che campeggia nelle aule dei tribunali, torni ad essere non un'indicazione di percorso concretamente praticabile, ma una vuota formula.
Nella filosofia della riforma, poi, appaiono univocamente delineate solide premesse che porteranno alla separazione non delle funzioni (sulla cui necessità più nessuno avanza dubbi o riserve) ma delle carriere fra PM e giudici. Ovunque (in tutti i Paesi del mondo che la prevedono), separazione delle carriere significa che il PM - per un verso o per l'altro - deve adeguarsi alle direttive del Governo. La storia del nostro Paese ha già conosciuto, nel passato, forme di controllo politico del PM. Sono state esperienze negative. Perché ritornare ad esse oggi? - Oggi, quando alcuni imputati "di peso" (come l'esperienza ci mostra) hanno a volte la tentazione di non considerarsi eguali agli altri di fronte alla legge e di "aggredire" i magistrati che abbiano la ventura di doversi occupare di loro. (...)
Il nuovo ordinamento disegna un'organizzazione iper-gerarchica delle Procure, mettendo di fatto sotto tutela l'obbligatorietà dell'azione penale. Il dirigente della Procura potrà - se vorrà - comportarsi sostanzialmente come un capo-padrone ed i PM del suo ufficio potrebbero ritrovarsi con ben pochi margini per quell'esercizio dell'azione penale diffusa che ha consentito - negli ultimi decenni - importanti risultati nella tutela di diritti fondamentali come la salute, la sicurezza sul lavoro, l'ambiente.
Tanto più che gli uffici direttivi rischiano di essere assegnati non tanto a chi ha autorevolezza e capacità organizzative, quanto piuttosto a chi viene cooptato dall'alto, posto che i relativi concorsi sembrano congegnati prevalentemente come "prove di omogeneità culturale". (...)
Nel contempo, la riforma spalanca di fatto le porte ad eventuali forme di controllo politico del Governo (poco importa, ovviamente di quale colore) sull'attività giudiziaria. Estraneità al dibattito culturale - quasi un bavaglio - e conseguente conformismo si profilano come possibile stigma dei magistrati che vogliano evitare noie disciplinari.
In sostanza: tassello su tassello, sembra delinearsi un disegno che potrebbe favorire, nell'esercizio della giurisdizione, la gerarchizzazione e la burocratizzazione, vale a dire un'interpretazione del proprio ruolo che contrasta con una completa indipendenza e con la soggezione dei giudici soltanto alla legge, facilitando altre dipendenze: dal palazzo e dai suoi esponenti, dalle contingenti maggioranze (quale che sia, ovviamente, il loro segno o colore), dai potentati economici o culturali.
È per le preoccupazioni ricollegabili a questo disegno che la magistratura italiana si è trovata costretta, con sofferenza, cercando di ridurre al minimo i disagi causati, persino a scioperare. Perché vuole poter continuare ad esercitare le sue funzioni ispirandosi al primato dell'uguaglianza e dei diritti.
Perché ritiene contrario a giustizia e all'interesse dei cittadini che il metro di valutazione degli interventi giudiziari non sia quello della correttezza e del rigore, ma quello dell'utilità, misurata sui rapporti di forza contingenti.
Perché è ben consapevole che la propria indipendenza non garantisce in modo meccanico giustizia, libertà ed uguaglianza per tutti, ma è una delle condizioni per rendere possibile tale risultato. Risultato verso cui la magistratura italiana, pur coi suoi limiti e le sue insufficienze, ha da tempo intrapreso una "lunga marcia". Ancora incompiuta, è vero. Ma che chiediamo di poter continuare. Senza privilegi o penalizzazioni per nessuno. Semplicemente attuando - per tutti - il controllo di legalità previsto dalla legge, e dando risposta (senza distinzioni) a chiunque deduca la lesione di propri diritti.
Con il messaggio alle Camere che richiede una nuova deliberazione sulla legge delega per la riforma dell'ordinamento giudiziario, il Capo dello Stato - rilevando un palese contrasto con vari articoli della Costituzione - ha riaperto la discussione ed il confronto.
Ora il Parlamento è chiamato a valutare i rilievi del Presidente della Repubblica, che sostanzialmente riguardano, da un lato, l'esigenza di non svuotare di effettività i poteri del CSM;- e dall'altro l'esclusione in capo al Ministro di poteri che oltrepassino il limite costituzionale dell'organizzazione e del funzionamento dei servizi, evitando che sia intaccato il principio - fondamentale in democrazia - della separazione dei poteri .
L'auspicio del Capo dello Stato è che alla versione ultima della riforma, partendo da queste basi, si approdi mediante scelte largamente condivise, essendo quella sull'ordinamento giudiziario una legge di diretta attuazione della Costituzione.
La mia speranza è che in questo modo possano svanire molte delle preoccupazioni sopra prospettate. Spero anche che non si dimentichi l'insegnamento del Federalist di Alexander Hamilton: «Il giudiziario è senza paragone il più debole dei tre rami del potere e non può insidiare con successo alcuno degli altri due; per questo ogni possibile precauzione deve essere adottata per difenderlo dagli attacchi degli altri. Del pari, sebbene l'oppressione di un individuo possa ora e in futuro esser conseguenza di decisioni delle corti di giustizia, le libertà fondamentali del popolo non possono mai essere messe in pericolo da questa branca del potere; ciò sin quando il giudiziario rimanga effettivamente separato dal legislativo e dall'esecutivo».
Questo testo è una parte della relazione letta da Gian Carlo Caselli in occasione dell'apertura dell'anno giudiziario 2005 a Torino pubblicato da l'Unità del 16/01/2005
Berlusconi: "Con la sinistra miseria, morte e terrore"
Durissimo attacco del presidente del Consiglio contro l'Ulivo
"Sarebbe uguale a un altro regime comunista qualunque"
ROMA - "Se la sinistra andasse al governo, questo sarebbe l'esito: miseria, terrore, morte. Così come avviene ovunque governi il comunismo. Non sarebbe lo Stato liberale che vogliamo noi". Lo ha affermato il presidente del Consiglio Silvio Berlusconi, dicendosi "sicuro" che nel 2006 gli italiani confermeranno alla Cdl il mandato di governare. "I cittadini - ha aggiunto nel corso di un collegamento telefonico con la manifestazione 'Neveazzurra' - l'anno prossimo ci domanderanno di proseguire nel governare il Paese".
Se il programma della Gad sarà di "rottura" con il governo Berlusconi, allora, ha detto ancora il premier commentando le dichiarazioni rese oggi da Romano Prodi "sarà anche di rottura con l'Italia che vuole crescere". "Mi fa piacere che facciano un programma - ha proseguito il presidente del Consiglio - Dio voglia che si mettano d'accordo su un programma, qualsiasi esso sia, almeno ne vedremo uno, perché finora non abbiamo visto niente".
Berlusconi è tornato anche sul tema della procreazione assistita. Per auspicare che il Parlamento modifichi la legge per evitare il referendum. Ma soprattutto per dire che se si arriverà alla consultazione popolare, questa si dovrà svolgere "nella prima parte del periodo indicato dalla legge", che prevede il voto tra il 15 aprile e il 15 giugno. Quindi al più presto possibile.
(16 gennaio 2005)
http://www.repubblica.it/2005/a/sezioni/politica/dibacdldue/berlaprodi/berlaprodi.html
La lunga battaglia intorno all'embrione
di Eugenio Scalfari
Il dibattito sul laicismo è stato concluso due settimane fa su queste pagine e già si preannunciano altri qualificati interventi che ospiteremo volentieri e che saranno infine tutti raccolti in un volume che diffonderemo con Repubblica. Ma ora i laici - religiosi e non - sono chiamati a confrontarsi con un appuntamento quanto mai impegnativo: il referendum sulla legge numero 40 che tratta della procreazione medicalmente assistita. Una legge approvata poco più di un anno fa dopo un'incubazione assai lunga da una maggioranza trasversale nella quale al centrodestra, massicciamente favorevole salvo poche eccezioni, si affiancarono quasi tutti i cattolici militanti nello schieramento di centrosinistra.
Quella legge tuttavia, anche dopo la sua entrata in vigore, suscitò una folata di critiche argomentate e aspre, non solo da parte dell'opinione pubblica laica ma in particolare da parte della classe medica, degli scienziati, delle donne. Anche in questo caso dunque un arco trasversale di segno opposto a quello formatosi in Parlamento per l'approvazione della legge.
In queste condizioni fu relativamente facile la raccolta delle firme per l'indizione del referendum abrogativo, anzi di cinque referendum unificati poi dalla Corte di Cassazione e infine trasmessi alla Corte Costituzionale per l'approvazione di merito.
Tre giorni fa la sentenza, che ha respinto il referendum mirante all'abrogazione totale della legge ed ha invece approvato gli altri quattro quesiti con i quali i promotori chiedono di cancellare alcuni articoli e cioè quelli contenenti il diritto del concepito equiparato in tutto ai diritti di persone già nate ed esistenti, i limiti posti alla ricerca scientifica sugli embrioni e l'uso delle cellule staminali a scopo terapeutico, i limiti alla procreazione degli embrioni e al loro impianto, il divieto dell'accertamento medico sulla sanità dell'embrione, il divieto alla procreazione eterologa cioè ottenuta utilizzando ovuli o seme forniti da persone estranee alla coppia ma ovviamente con il consenso della coppia stessa. Si tratta in sostanza degli architravi delle legge 40 ed è proprio su di essi che si erano orientate le critiche dell'opinione laica.
Il capo dello Stato, su parere del presidente del Consiglio, dovrà ora fissare la data del referendum che deve aver luogo in una domenica compresa tra il 15 aprile e il 15 giugno, a meno che nel frattempo il Parlamento non ridiscuta la legge 40 emendandola in modo da soddisfare i quesiti abrogativi proposti nel referendum.
Il dibattito sul merito è dunque destinato a riaccendersi, anzi si è già riacceso e verte sulle questioni inerenti e pertinenti ai quesiti di abrogazione.
Preliminare però all'analisi di tali questioni è l'esame della sentenza della Corte, possibile fin d'ora a lume di logica anche in assenza delle motivazioni che non sono ancora note. Ma il dispositivo ha una sua eloquenza e, se si può dir così, parla da solo.
Prima di inoltrarmi nell'esame delle suddette questioni sento tuttavia il dovere, come cittadino, di ringraziare le forze politiche che si sono impegnate nella raccolta delle firme per l'indizione del referendum e segnatamente il Partito radicale. Dai radicali mi dividono molte cose, a cominciare dal loro abuso di richieste referendarie che ha avuto il negativo effetto di logorare l'istituto e quasi di renderlo inviso agli elettori. Salvo nei casi in cui una consistente parte di essi rivendichi quei diritti che una legge può in ipotesi aver loro sottratto e voglia legittimamente riappropriarsene. I promotori del referendum adempiano in tal caso utilmente al ruolo di dare sbocco completo a quella volontà popolare, quale che ne sia poi l'esito istituzionale.
* * *
Comincio con il preliminare, la sentenza della Corte.
Ha giudicato improponibile il referendum sull'abrogazione totale della legge 40, ma ha invece ritenuto validi e ammissibili i quattro quesiti miranti ad abrogare alcuni articoli della legge stessa. Perché? Quale può essere la "ratio" di questa complessa sentenza che al tempo stesso nega e concede? Secondo me la "ratio" è abbastanza chiara. Il Parlamento ha approvato una legge che detta criteri su una questione, la procreazione assistita, fino a quel momento priva d'una normativa e quindi soggetta ad abusi gravi, lesivi della salute e fonte anche di discriminazioni vistose tra abbienti e non abbienti nel ricorso alle risorse che la medicina genetica mette oggi a disposizione.
L'abrogazione totale della legge 40 avrebbe riportato a zero il faticoso iter parlamentare rinviando a chissà quando il recupero del suo impianto.
Ma continuiamo l'esame della sentenza. L'ammissibilità dei quesiti referendari accolti dalla Corte consente, almeno sulla carta, che il Parlamento intervenga subito, entro la scadenza referendaria, modificando la legge in modo tale da soddisfare i quesiti referendari.
La Corte cioè ha tenuto conto, come doveva, sia dell'autonomia delle richieste di chi ha promosso il referendum abrogativo sia della sovranità legislativa del Parlamento e ha sentenziato di conseguenza.
In questo quadro la domanda se ora sia opportuno oppure no che il Parlamento modifichi la legge evitando il referendum mi sembra di secondario interesse. Se il referendum si farà e se dovessero vincere i "no" o se il quorum del 50 più 1 per cento non fosse raggiunto, la legge attuale risulterà confermata senza emendamenti. Se invece vincesse il "sì" o se la legge fosse emendata prima del referendum e allo scopo di evitarlo, avrebbero vinto in entrambi i casi i promotori del referendum stesso.
Queste sono le diverse possibilità teoriche.
Personalmente penso che il tempo disponibile per un intervento parlamentare immediato e soprattutto la voglia di farlo non vi siano. Andare al referendum mi sembra dunque la scelta più chiara e più rispettosa della sovranità popolare.
Il tema sovrastante su tutti gli altri quando si esamini il merito della questione sta comunque nella natura dell'embrione e se esso sia fin dalle prime ore di vita una "persona" titolare di diritti oppure un grumo di cellule evolutive, una persona "potenziale" ma una non-persona "attuale" e che quindi non possa usufruire di diritti soggettivi.
Le opinioni su questo punto capitale sono molto divise. Io non credo che l'embrione sia una persona e penso che la sua capacità evolutiva non sia un dato sufficiente ad attribuirgli diritti autonomi e conflittuali con altri diritti. Penso che l'embrione, prima che la sua capacità evolutiva da potenziale divenga attuale dotandolo di un minimo di organi biologici che lo configurino come soggetto, sia ancora interamente confuso con il corpo della madre e non distinguibile giuridicamente da lei e dalle sue determinazioni. Il legislatore può entro certi limiti condizionare tali determinazioni in funzione di un pubblico interesse, badando però a non annullare quel diritto soggettivo in nome d'un altro diritto conflittuale ma secondo me inesistente.
Mi rendo conto che questa opinione è, appunto, opinabile.
Legittima ma opinabile. Ci sono però altre considerazioni che vanno prese in esame. Le seguenti.
Chi decide di ricorrere alla fecondazione medicalmente assistita non avendo altre possibilità di procreare, desidera evidentemente dar vita ad un nuovo essere. Agisce dunque in favore di una nuova vita. Non si comprendono perciò le limitazioni che vengono poste a questa pulsione creativa e gli ostacoli che giocano obiettivamente contro la nascita di nuove vite e nuove persone. Nello scontro fin troppo aspro tra le varie opinioni, i cosiddetti "movimenti per la vita" di ispirazione cattolica hanno tacciato i loro avversari come "partito della morte". Non si rendono conto che una definizione del genere, oltre ad essere settaria, si presta ad essere rovesciata.
Il partito della vita è quello che favorisce la realizzazione d'un desiderio che può condurre alla nascita di nuove creature o quello che pone ostacoli a quella realizzazione? E ancora: l'uso terapeutico di cellule staminali per combattere malattie mortali e quindi per salvare vite esistenti è un gesto in favore della vita oppure un gesto mortifero quando riceva quelle cellule preziose da embrioni in soprannumero?
Si tratta di questioni estremamente complesse e non risolvibili se si attribuisce al concepito, fin dal primo istante del concepimento, una personalità attuale e gli si attribuiscono diritti di intensità pari a quelli di cui sono portatrici le persone attualmente esistenti. Non solo.
L'attribuzione di tali diritti a una non-persona fa sì che il suo unico possibile delegato sia lo Stato. Ecco l'ultimo paradosso di questo modo di pensare: lo Stato, attraverso le norme da esso formulate, si attribuisce il diritto di decidere in nome del concepito contro il diritto soggettivo della madre e della coppia genitoriale. Lo Stato cioè distrugge diritti soggettivi arrogandosi la rappresentanza di un diritto soggettivo attribuito per legge ad un soggetto potenziale ma inesistente allo stato dei fatti.
A me sembra chiaro che lo Stato abbia un rilevante interesse a regolamentare i diritti soggettivi genitoriali in materia di procreazione medicalmente assistita; ma un interesse non è un diritto soggettivo e lo Stato non può esercitarlo per delega d'un gruppo di cellule vive ed evolutive quanto si voglia. Lo Stato può agire sulla base di un interesse proprio e della collettività che rappresenta, ma quell'interesse non giustifica in nessun caso la confisca e la soppressione di un diritto soggettivo senza che ciò configuri un gravissimo abuso di potere.
* * *
Io non credo che le osservazioni sopra esposte siano superabili né credo che in questa discussione siano coinvolti e lesi principi religiosi. La religione difende il principio della vita, ma anche i non-religiosi lo difendono se non altro seguendo l'impulso alla sopravvivenza della specie. I religiosi difendono la vita dell'embrione, ma anche i non religiosi la difendono; si è mai visto o udito qualcuno che auspichi una sistematica strage di embrioni? Il problema nasce quando, in nome di persone potenziali si inventano diritti confliggenti con quelli di persone esistenti e si fanno soggiacere i secondi rispetto ai primi.
Questo, appunto, è il paradosso contenuto nella legge 40 e a questo paradosso vogliono porre rimedio i quesiti referendari che la sentenza della Corte ha giudicato ammissibili. In nome della vita. In nome dei diritti intangibili della persona. In nome del dovere di curare persone ammalate di morbi mortali. In nome della libera ricerca scientifica.
Lo Stato può regolamentare l'esercizio dei diritti inalienabili degli individui, ma non può sopprimerli né confiscarli e non può attribuirsene la rappresentanza senza trasformarsi in uno Stato totalitario. Quanto alla religione, essa può raccomandare ai credenti comportamenti ritenuti coerenti con i principi della fede ma non può neppure tentare di imporli a una libera comunità senza con ciò violare quella "laicità" che dovrebbe rappresentare il terreno comune di tutti coloro che hanno a cuore la civile e ordinata convivenza.
(16 gennaio 2005)
http://www.repubblica.it/2004/i/sezioni/politica/fecondazione/battembr/battembr.html
venerdì 14 gennaio 2005
Fecondazione assistita: la corte boccia il referendum contro la legge che è anche antigay
La discriminazione antigay è stata sancita definitivamente dalla decisione dell'alta corte
La Corte Costituzionale ha bocciato il referendum che chiedeva la cancellazione dell’intera legge sulla “procreazione medicalmente assistita”, dando invece il via libera agli altro 4 referendum su quesiti parziali riguardante singoli aspetti della legge (fecondazione eterologa, statuto dell’embrione, utilizzo a fini scientifici dell’embrione stesso e numero degli embrioni utilizzabili per l’inseminazione artificiale). L’associazionismo gay si era schierato in primo luogo contro la legge nel suo complesso ritenendola proibizionista e liberticida oltrechè invasiva della vita privata e delle scelte più intime in materia di procreazione. Non c’è dubbio alcuno che con questa legge la destra italiana (col concorso della parte cattolica del centrosinistra) abbia svolto il ruolo di giannizzero del vaticano imponendo a tutti col voto di maggioranza l’agenda politco morale della gerarchia vaticana. La sterilità è una patologia e come tale doveva essere trattata in sedce parlamentare. Il diritto alla salute è garantito dalla Costituzione e la cura della sterilità doveva essere un diritto al di la dell’appartenenza o meno ad un nucleo familiare “regolare”, alla condizione di single o all’orientamento sessuale. La legge invece stabilisce limiti, mette paletti, propone divieti anche assurdi e scientificamente immotivati. Ma, soprattutto, dal nostro punto di vista, introduce per la prima volta una discriminazione palese nell’ordinamento giuridico italiano contro le coppie omosessuali. L’articolo 5 della legge (non toccato dai quesiti ammessi dall’alta corte) dice infatti che possono accedere alle tecniche di procreazione assistita solo le coppie e non le single ed anche le coppie conviventi purchè di “sesso diverso”. Come si vede, e come informano correttamente tutte le agenzie di stampa, siamo di fronte alla palese esclusione delle coppie omosessuali. Una scelta ribadita con foga anche durante il dibattito parlamentare dagli esponenti della destra e brandita come un successo dalle gerarchie vaticane. E’ la prima volta che nell’ordinamento giuridico italiano si introduce una discriminazione esplicita verso gli omosessuali. Nemmeno nel regime fascista si era arrivati alla discriminazione sancita dalla legge. Ed ora questa discriminazione è stata legittimata anche dalla Corte Costituzionale. Le conseguenze sul piano pratico sono modeste. Un omosessuale sterile che desidera procreare potrà curarsi all’estero o una lesbica potrà ricorrere al “fai da te”. Ma sul piano dei principi di uguaglianza il danno è enorme perché si stabilisce per legge che ci sono dei cittadini di serie a che hanno accesso alle cure contro la sterilità e cittadini di serie b che ne sono esclusi. Se a ciò aggiungiamo che la destra per bocca di Berlusconi ha annunciato che il nucleo centrale della campagna elettorale della destra italiana sia per le regionali di aprile che per le politiche del 2006 saranno i “valori” nel palese tentativo di importare il modello americano che ha visto Bush vincere grazie all’apporto determinante dell’integralismo religioso omofonico. Dobbiamo quindi essere molto preoccupati per l’immediato futuro e attrezzarci di conseguenza perché la destra vorrà seguire anche in Italia l’esempio americano in materia di diritti degli omosessuali. Come reagire? Innanzi tutto impegnandosi a fondo sui referendum rimanenti perché occorre sventare il tentativo di evitarli con un accordicchio parlamentare. In secondo luogo spingendo l’accelleratore sulla battaglia per le coppie di fatto comprese quelle gay. Ciò significa che gruppi, associazioni, singoli devono e possono dare un contributo forte di militanza e visibilità nei comitati locali dai referendum e nell’organizzazione della campagna per le coppie di fatto. Battere l’omofobia e il moralismo clericale è possibile e doveroso, sta a noi saperlo fare con determinazione.
http://www.gaynews.it/view.php?ID=30583
giovedì 13 gennaio 2005
Fecondazione: «sì» a quattro referendum, bocciato quello radicale
di red.
Quattro su cinque. È questo il responso uscito dalla camera di consiglio della Corte costituzionale riunita da lunedì 11 gennaio per giudicare sull'ammissibilità dei cinque quesiti referendari sulla procreazione assistita.
I giudici della Corte Costituzionale hanno deciso l'inammissibilità del quesito referendario proposto dai Radicali e dall'associazione Luca Coscioni di abrogazione totale della legge n. 40 sulla procreazione assistita dichiarando invece ammissibili gli altri quattro referendum di abrogazione parziale della legge. Si voterà una domencia tra il 15 aprile e il 15 giugno.
I quattro quesiti referendari di abrogazione parziale della legge ai quali la Consulta ha dato il via libera riguardano: il limite alla ricerca sperimentale sugli embrioni; le norme sui limiti all'accesso alla procreazione medicalmente assistita (in particolare l'eliminazione dell'obbligo di creare in vitro non più di tre embrioni); le norme sulle finalità, sui diritti dei soggetti coinvolti e sui limiti all'accesso (in particolare per la cancellazione totale dell'art. 1 della legge sui diritti del concepito); il divieto di fecondazione eterologa.
I quindici giudici costituzionali, presieduti da Valerio Onida, hanno deciso dopo aver ascoltato in udienze a porte chiuse, le ragioni dello schieramento pro-referendum composto dai partiti del centrosinistra, Radicali, Cgil e altre associazioni contro il quale all'ultimo momento si era costituito il governo suscitando le proteste dei laici della maggioranza e la dura condanna dell'opposizione. Accanto all'esecutivo, a difendere le ragioni del no erano state ammesse anche sette associazioni che hanno avuto facoltà di fare alcuni interventi brevi presso la Corte e presentare memorie contro i referendum.
Furente la reazione del segretario dei Radicali, Daniele Capezzone, che aveva guidato la raccolta delle forme per il referendum sull'abrogazione totale. «Voglio dire subito che questa decisione è scandalosa, ancora una volta politica, e tale da umiliare il parere della stragrande maggioranza dei costituzionalisti italiani, che si erano espressi per l'ammissibilità di tutti i quesiti -dice Capezzone - Aggiungo che ora daremo battaglia sugli altri quesiti, di cui siamo copromotori e sostenitori, per evitare ulteriori scippi parlamentari».
Il ministro per i Rapporti con il Parlamento, Carlo Giovanardi, plaude alla scelta della Consulta sull'ammissibilità dei quesiti referendari sulla procreazione assistita. «Il giudizio di inammissibilità del quesito per l'abrogazione totale della legge - aggiunge il ministro dell'Udc - sottolinea e ribadisce un principio che noi abbiamo sempre fortemente sostenuto: non si può aprire ad una situazione in cui sia possibile superare i limiti alla difesa della dignità della persona, sanciti dalla nostra Costituzione». «Si trattava - prosegue Giovanardi - di una richiesta inaccettabile e sono contento che con questa decisione si conferma la volontà di difendere questi limiti contro ogni tipo di aberrazione».
Sul tema della procreazione assistita «il governo Berlusconi ha dimostrato di non essere neutrale». Lo afferma l'ex presidente del Consiglio Giuliano Amato, secondo il quale la legge 40, «non solo è sbagliata ma controproducente rispetto agli stessi fini che essa si propone. La necessità di cambiarla è nelle cose». Amato considera «probabile» una vittoria dei sì al referendum e considera sbagliata la convinzione, che egli vede diffusa tra i banchi del Polo, che non si arriverà al quorum e che basterà scoraggiare la partecipazione della gente al voto per farli fallire. «Anche se non si raggiungesse il quorum o vincessero i no - conclude Amato - non potremmo comunque tenerci questa legge, perchè più essa verrà applicata più emergerà che essa va cambiata
http://www.unita.it/index.asp?SEZIONE_COD=HP&TOPIC_TIPO=&TOPIC_ID=40269
mercoledì 12 gennaio 2005
C'è satira e satira
di Roberto Cotroneo
L'Ordine dei giornalisti non l'aveva mai fatto: ha richiamato Vauro, il vignettista satirico, per aver pubblicato una vignetta fortemente critica su Giovanni Masotti, conduttore del programma giornalistico della Rai: «Punto e a capo».
Due giorni fa il presidente Bruno Tucci gli ha dato un «avvertimento orale». Parlando esplicitamente di violazione del capoverso 3 dell'articolo 2 della legge del 3 febbraio 1963.
È la legge dell'Ordinamento dell'ordine dei giornalisti. Il capoverso 3 dell'articolo 2 dice: «Giornalisti e editori sono tenuti a rispettare il segreto professionale sulla fonte delle notizie, quando ciò sia richiesto dal carattere fiduciario di esse, e a promuovere lo spirito di collaborazione tra colleghi, la cooperazione fra giornalisti e editori, e la fiducia tra la stampa e i lettori». Deve essere un lapsus, di quelli seri. E non c'è niente da fare, quando hai a che fare con i vignettisti satirici, finisce sempre che l'ironia che corre per il mondo ci mette qualcosa di suo. Il capoverso 3 sarebbe di ammonimento proprio a Giovanni Masotti, che ha definito le vignette del suo collega Vauro a lui dedicate (sono più d'una) un'iniziativa di stampo «brigatista», senza preoccuparsi del fatto che rivolgersi all'Ordine per una vignetta satirica ha qualcosa di paradossale e francamente un po' ridicolo. Stendendo poi un velo pietoso sullo stampo «brigatista». In realtà il capoverso a cui voleva fare riferimento l'Ordine, sbagliando incredibilmente su una legge che dovrebbe conoscere a memoria, è invece il capoverso 1 dell'articolo 2, che recita: «È diritto insopprimibile dei giornalisti la libertà d'informazione e di critica, limitata dall'osservanza delle norme di legge dettate a tutela della personalità altrui ed è loro obbligo inderogabile il rispetto della verità sostanziale dei fatti, osservati sempre i doveri imposti dalla lealtà e dalla buona fede». Diritto insopprimibile, appunto: diritto insopprimibile limitato dall'osservanza delle norme di legge a tutela della personalità altrui.
Masotti non si sente tutelato dal contenuto di una vignetta satirica. E allora cosa si sarebbe dovuto fare, e mi riferisco a buona parte del mondo politico italiano che sta a sinistra, con tutte le vignette di Giorgio Forattini di questi ultimi anni? Ossessive, esagerate, eppure espressione di una libertà di satira e di opinione che è sacrosanta e che va difesa a ogni costo: per Forattini, per Vauro e per chiunque.
Ma questi sono tempi davvero strani; cupi e caporaleschi, per certi aspetti, dove la censura, o la ripicca, si esercita in un modo ambiguo.
Masotti poteva querelare Vauro per diffamazione, ma non lo ha fatto; probabilmente poi avrebbe dovuto pagare le spese processuali. E invece cosa è successo? Masotti ha chiesto all'Ordine professionale di esercitare un potere di veto e di avvertimento. Un potere che l'Ordine ha, ed esercita, per cose assai più serie e più gravi; per tutelare i minori, ad esempio.
E perché avviene questo? Perché in realtà si vuole intimidire senza averne il diritto. Cosa dovrà fare Vauro da ora in poi? Dovrà rifarsi al capoverso dell'articolo 2, quello che gli dà sì un diritto insopprimibile, ma lo rende pur sempre richiamabile all'Ordine, per l'appunto? Dovrà stare più attento ai disegni o alle frasi che mette nelle vignette? E una matita dai tratti più spessi e più offensiva di una matita sottile? Il fumetto con la scritta che occupa uno spazio minimo è meno invadente e dunque più tollerabile di una scritta che occupa tutto il disegno? E una vignetta a colori, è più realistica, e dunque più offensiva, di una disegnata con pochi tratti? E ancora: quanta responsabilità hanno i giornali sulla vignetta? Se è pubblicata in grande l'ammonimento è più grave e il capoverso della legge è più violato, oppure l'articolo 2 viene violato comunque, anche se viene usato un formato francobollo su un giornale formato lenzuolo?
Sono paradossi, è ovvio. Il diritto di satira, e i limiti della satira in casi estremi, ma proprio estremi, possono essere stabiliti per legge: anche se è materia davvero assai sfuggente. Ma quando non è la legge a entrare in campo, quando non è un magistrato, un sostituto procuratore della Repubblica, a stabilire cosa sia lecito e cosa non lo sia, quando non sono tre gradi di giudizio a incolpare qualcuno per aver sfruttato il suo ruolo di opinionista per diffamare il prossimo, ma è un ordine professionale, attraverso un suo organo di controllo, le cose non vanno bene. E non vanno bene perché per prima cosa si è persa l'ironia, e poi perché si è cancellata quella grande regola per cui si rispettano le opinioni altrui, soprattutto quelle che danno più fastidio.
Tutto questo è il risultato di un nuovo sistema di potere che fino a qualche anno fa era inimmaginabile. Non è strano che siano proprio certi giornalisti, televisivi in particolar modo, i più nervosi di tutti in vicende come queste. Sono quelli più esposti e dunque quelli che più hanno da perdere dalla satira e dallo scherno. Sono quelli che devono prendere atto che neppure la legge è dalla loro parte. Così vanno all'Ordine professionale, e chiedono avvertimenti e richiami. E pazienza se poi i capoversi a cui si fa riferimento sono quelli sbagliati.
Quando Vauro fece l'esame da giornalista, nel giugno del 1987, stessa sessione di Giuliano Ferrara, il presidente della commissione esaminatrice, un magistrato, gli chiese quali mai fossero i limiti della satira. E lui rispose: «I limiti della satira? La satira per definizione non può avere dei limiti». E il presidente, incalzando: «Ma lei non si pone un problema etico...». E Vauro: «Io? Io faccio vignette, io sono un vignettista satirico».
Non spiegò quel giorno che Walter Benjamin sosteneva che la satira deve essere «cannibalesca» (kannibalisch), e deve trarre linfa e vita proprio dal conformismo e dall'ipocrisia di chi è compromesso con il potere. Ma il senso delle parole di Vauro ricalcava il pensiero di Benjamin. Erano tempi migliori, le sue risposte furono giudicate idonee e convincenti, e passò l'esame da giornalista. Adesso per gli stessi motivi per cui fu promosso all'esame di giornalista, viene ammonito proprio dall'ordine dei giornalisti. Mala tempora...
tratto da l'Unità del 12/01/2005
martedì 11 gennaio 2005
Finalmente un elogio per l'Unità!
«L’Unità è l’ultimo giornale satirico che c’è in Italia. Ho seguito il consiglio di Berlusconi e lo leggo tutti i giorni. È un giornale fatto da persone che scrivono con un’impudenza e un coraggio incredibili».
Elisabetta Gardini, portavoce di Forza Italia, Adnkronos, 10 gennaio ore 20.38
venerdì 7 gennaio 2005
Discriminazione di fatto
Adele Parrillo e Stefano Rollo non erano sposati ma vivevano insieme da anni
Un caso lampante dell’ingiustizia che può derivare dalla mancanza di riconoscimento legale delle cosiddette coppie di fatto è quello di cui è stata protagonista del tutto involontaria Adele Parrillo, compagna del regista Stefano Rollo, ucciso lo scorso anno nell’attentato contro la base militare italiana di Nassiriya mentre si trovava in Iraq per girare un documentario. Adele Parrillo e Stefano Rollo non erano sposati ma vivevano insieme da anni ed erano in tutto e per tutto una famiglia. Ciò non ha impedito che lei, rimasta vedova, venisse esclusa dall’assistenza economica e psicologica prevista per i familiari delle vittime dell’attentato, e persino depennata dall’elenco degli invitati alle celebrazioni ufficiali per ricordare i morti.
La vicenda ha fatto un certo scalpore ed è approdata anche in parlamento, con un’interpellanza presentata da Franco Grillini e sottoscritta da 85 deputati del centrosinistra, che chiedeva al governo di “far prevalere il buonsenso contro l’ottusità e la crudeltà in una vicenda personale drammatica”. A Grillini ha risposto in aula a nome del governo il sottosegretario all’interno Antonio D’Alì, spiegando che di estendere i risarcimenti ai partner conviventi non se ne parla perché la legge non lo prevede. Si è dimostrato tuttavia più munifico sulla parte che non comporta aggravi per l’erario. “Assicuro, comunque,”, ha affermato D’Alì, “che per quel che riguarda future cerimonie commemorative vigilerò affinché il ministero dell’interno, pur tenendo conto della posizione dei familiari seconda la normativa vigente, rispetti la storia personale e gli affetti che legittimano il diritto della signora Parrillo a partecipare appieno alla condivisione del comune dolore e dei comuni sentimenti che animano tutti noi nel ricordo degli eroi caduti a Nassiriya”.
http://www.gaynews.it/view.php?ID=30505
mercoledì 5 gennaio 2005
Su tre piedi
di Marco Travaglio
Ora che l'Illustre Ferito è fuori pericolo, ed è tornato a far danni in ufficio, sarebbe interessante sapere dove si è procurato quel cerottone presidenziale a due piazze, modello matrimoniale, proporzionato più all'ego che alla statura, che gli parte dal collo e gli scavalca il cervelletto sfiorando la prateria di peli trapiantati, in favore da telecamera. Non certo al pronto soccorso. Forse nei magazzini di Cinecittà. Nemmeno i noglobal pestati a sangue dalla polizia alle manifestazione di Napoli e di Genova erano riusciti a procurarsene di tanto capienti e vistosi. Ma, si sa, per il Ducetto tutto diventa grande, enorme, eccezionale, epocale. Dalle scarpe col rialzo alla miniriforma fiscale, dai cuscini allunga-premier alla microspia rinvenuta nel radiatore di Palazzo Grazioli: il leggendario
cimicione mostrato alle telecamere nel '98, simile più a un frigobar che a un aggeggio da ascolto.
Ora, non vorremmo deludere Sua Eccellenza Roberto Calderoli e il Quadrumviro Ignazio La Russa, ma secondo i giuristi più accreditati non basterà il cerotto extralarge a far scattare, a carico dell'attentatore mantovano, il reato di lesioni gravi punibile da 3 a 7 anni, e dunque la galera. Salvo, si capisce, riformare all'uopo il Codice penale. Quello vigente, scritto da quel pericoloso comunista del ministro mussoliniano Alfredo Rocco, parla chiaro: «La lesione personale è grave: 1) se dal fatto deriva una malattia che metta in pericolo la vita della persona offesa, ovvero una malattia o un'incapacità di attendere alle ordinarie occupazioni per un tempo superiore ai 40 giorni; 2) se il fatto produce l'indebolimento permanente di un senso o di un organo; 3) se la persona offesa è una donna incinta e dal fatto deriva l'acceleramento del parto». Ecco,a parte un lieve appesantimento, non pare che Berlusconi sia incinto. Dunque, niente lesioni gravi. Il bozzo da
cavalletto, al massimo, costituisce una lesione lieve (sul tipo di quelle che ogni tanto si scambiano gli eletti dal popolo scazzottandosi in Parlamento). Punibile con la reclusione da 3 mesi a 3 anni, pena aumentabile fino a terzo (12 mesi) in caso di aggravante. Probabile quella di aver usato
un'arma, anche se non è sicuro che il cavalletto lo sia. Molto più improbabile quella - ora contestata - relativa alla qualità di pubblico ufficiale della vittima: il facinoroso potrà agevolmente sostenere che non voleva colpire il premier o il deputato, ma l'avversario politico. Nel caso di lesioni semplici, il reato finirebbe davanti al giudice di pace e l'imputato se la caverebbe con una multa, o al massimo con la permanenza domiciliare il sabato e la domenica, o ancora con un lavoro socialmente utile; e potrebbe persino chiedere i danni per l'ingiusta detenzione, non essendo consentito l'arresto. Nel caso di lesioni aggravate, non c'è custodia cautelare in carcere e la pena prevista va fino a 4 anni (commutabili in pena pecuniaria). Con la legge attuale, il delitto si
prescrive dopo 7 anni e mezzo: quanto basta per l'udienza preliminare e i tre gradi di giudizio,cioè per la sentenza definitiva. Ma, seguendo opportunamente il percorso Berlusconi-Previti, la prescrizione è assicurata.
Brevi istruzioni per l'uso.
Primo: nominare difensore un avvocato parlamentare, impossibilitato a presenziare alle udienze per i suoi multiformi impegni alla Camera o al Senato, e far così slittare il processo sine die. Secondo: chiedere una perizia sullo stato di salute della vittima, dimostrando che è guarita ben prima dei 40 giorni previsti per le lesioni gravi. Terzo: sostenere che il Tribunale di Roma è prevenuto, visto l'inaudito accanimento mostrato addirittura con l'arresto («manette facili»), e invocare la legge Cirami sul legittimo sospetto per ottenere dalla Cassazione il trasferimento del processo a un'altra sede più serena e imparziale. Ovvio, è una stronzata, ma lo erano anche quelle sostenute da Berlusconi e Previti: intanto il processo si blocca per mesi, in attesa della Suprema Corte. Se questa rigetta il ricorso, se ne presentano altri tre o quattro, inventandosi altre stronzate e bloccando il dibattimento per un altro po'. Oggi come oggi, quei tempi morti non valgono ai fini della prescrizione. Ma sta per passare la legge Vitali-SalvaPreviti, che farà galoppare la prescrizione anche nei tempi morti dei ricorsi in Cassazione e alla Corte di giustizia europea. Fra l'altro, l'avvocato difensore potrà accampare in tribunale nuovi legittimi impedimenti per andare votare la SalvaPreviti, e si guadagnerà altro tempo prezioso. Il gioco è far durare il processo almeno 4 anni e un giorno.
Perché oggi la prescrizione scatta dopo 7 anni e mezzo, ma la SalvaPreviti fa lo sconto: la prescrizione si calcola, per gli incensurati, con la pena massima aumentata di un quarto. Nel nostro caso, 3 anni più 1: totale 4 anni. E il mantovano è incensuratissimo. Dunque, prescrizione. Dopo la quale l'aggressore continuerà a risultare incensuratissimo. Dunque potrà reiterare il reato quanto gli pare e invocare ogni volta le attenuanti generiche. Un incensurato seriale, come Berlusconi, che - grazie alle generiche e alla prescrizione - l'ha fatta franca in sei processi. Tutto ciò, si capisce, presuppone che la vittima sporga querela contro il muratore. Ma non è detto: la vittima, affiliata alla P2, è un «apprendista muratore». Dopotutto, sono colleghi. E certe decisioni è meglio non prenderle su tre piedi.
tratto da l'Unità del 4/12/2005
Benedetti toscanacci!!!
La Regione Toscana aveva varato uno Statuto coraggioso, che comprendeva anche il riconoscimento delle convivenze omosex. Il Governo lo aveva impugnato. Ma la Corte Costituzionale dà ragione a Firenze.
Se la Toscana fosse uno Stato, la legge sul PaCS sarebbe prevista dalla Costituzione. Con la sentenza pubblicata lo scorso 2 dicembre, la Corte Costituzionale ha dichiarato infondate le opposizioni del Governo al nuovo Statuto regionale toscano. Tra le undici questioni su cui il Consiglio dei Ministri aveva sollevato dubbi di incostituzionalità, anche il dibattuto comma 1 dell'articolo 4 che dispone che la Regione, riconosca e sostenga oltre che la famiglia fondata sul matrimonio, anche le «altre forme di convivenza» comprese quelle tra persone dello stesso sesso.
Il Governo si era opposto a questo comma ritenendo che potesse costituire da un lato la base per una successiva iniziativa di legge sui rapporti tra conviventi lesiva della competenza esclusiva dello Stato; dall'altro un tentativo di allargare il concetto di famiglia oltre quello specificato nella Costituzione italiana. A queste obiezioni la Corte ha risposto con una interpretazione ampia: questa e altre norme del testo statutario - ha deliberato durante la seduta del 29 novembre - svolgono una funzione «di natura culturale e politica», e definiscono il principio generale verso cui l'attività legislativa della regione intende muoversi; nessun contrasto quindi con le competenze statali.
Il testo del nuovo Statuto toscano è così il primo a ricevere il via libera tra quelli che contengono il riconoscimento delle convivenze etero e omosessuali. Indicazioni simili sono infatti previste anche negli statuti di Emilia Romagna, Umbria e Marche, sebbene la formulazione utilizzata in Toscana sia la più esplicita e diretta. Un risultato notevole per una Regione che ha da poco varato la prima legge contro le discriminazioni per orientamento sessuale mai approvata in Italia.
L'entrata in vigore del nuovo Statuto è prevista per il prossimo 12 febbraio 2005; potrebbe fermarlo solo un referendum popolare che venga richiesto da un cinquantesimo degli elettori toscani (circa 50-60 mila cittadini) o da un quinto dei consiglieri regionali (cioè 10). Ma è un rischio che sembra lontano.
Il testo dello Statuto che ha passato l'esame della Corte era stato infatti approvato in Consiglio Regionale da una maggioranza larghissima che comprendeva An, Forza Italia e il centrosinistra. Due i voti contrari (Prc e Pdci si opponevano a norme come l'elezione diretta del Presidente della Regione); due gli astenuti (Udc). E persino i Vescovi toscani nel testo di commento alla bozza di Statuto avevano utilizzato espressioni che, pur volendo riconfermare la centralità della famiglia tradizionale, lasciavano intendere insolite aperture verso la tutela delle coppie di fatto. In questo quadro un referendum regionale risulta assai improbabile.
D'altra parte il lavoro di concertazione effettuato dalla commissione Statuto con la società civile è stato intenso. Vi ha preso parte anche l'associazionismo omosessuale, e soprattutto il coordinamento regionale di Arcigay, che ha chiesto e ottenuto di poter intervenire in commissione per esporre le proprie rivendicazioni. Gli incontri sono serviti anche a definire la formulazione che, nell'accogliere le richieste di gay e lesbiche, avesse più probabilità di ricevere il sostegno della componente cattolica del governo regionale. Si è giunti così alla soluzione di porre «il riconoscimento delle altre forme di convivenza» dopo la dichiarazione secondo la quale la Regione si impegna per la «tutela e la valorizzazione della famiglia fondata sul matrimonio».
Ma cosa cambia ora per i gay e le lesbiche toscani? Secondo i detrattori dello Statuto, le disposizioni in esso contenute sarebbero puramente ideali e non potrebbero avere nessun riscontro legislativo concreto. E' vero che senza un riferimento giuridico nazionale i diritti che una Regione può riconoscere alle unioni di fatto sono piuttosto limitati; ma è evidente il valore politico e culturale dell'esistenza di realtà regionali come la Toscana che si impegnano in posizioni più coerenti con le indicazioni che giungono dal resto d'Europa, in un paese come l'Italia che si tiene ideologicamente e praticamente lontano dai dettami comunitari. E' quanto sottolineano molti esponenti del centrosinistra e del movimento gay e lesbico commentando la notizia.
Per il governatore Claudio Martini «la Consulta ha respinto il tentativo di bloccare un processo innovatore che i toscani chiedono». Riccardo Nencini, presidente del Consiglio regionale toscano, giudica quello toscano «uno Statuto straordinariamente innovativo sul piano dei diritti civili e sul piano del riequilibrio dei poteri fra Parlamento e Governo regionale» e per Franco Grillini, deputato DS e Presidente Onorario Arcigay, «la Regione Toscana è senza dubbio una apripista per ciò che attiene i diritti delle coppie di fatto». E a questo proposito, Grillini si augura che «anche altre Regioni seguano l'esempio».
Rilancia in concretezza Alessio De Giorgi, presidente di Arcigay Toscana, e all'indomani dell'approvazione dello Statuto annuncia di voler proporre al Consiglio Regionale «una legge che, applicando quanto il nuovo Statuto stabilisce, dia diritti alle coppie di fatto nelle materie su cui la Regione può legittimamente legiferare».
(fonte: Pride gennaio 2005)
http://www.gaynews.it/view.php?ID=30493
Sono gay, ho scoperto la danza del oraggio
Florida: maltrattato, rinasce grazie a due madri affidatarie. Premiato per l'impegno civile, sogna di fare il ballerino
di Delia Vaccarello da "1,2,3...liberi tutti de l'Unità"
Quando ho capito che era ok per me essere me tutto è iniziato a cambiare». La frase di Steven Alicea, ragazzo della Florida, vale per ognuno di noi. Per lui è il primo passo di una «contradanza» che oggi lo vede sciogliere nella levità del corpo il segreto della sofferenza. Steven fa parte del gruppo degli sfortunatissimi, ma è anche speciale, proprio come può esserlo ognuno di noi quando scopre il segreto del coraggio. Due anni fa viveva in una casa nei dintorni di Miami con i genitori affidatari, due ministri della Chiesa. Una delle tante case dove fino adesso ha vissuto. Diciassette anni, diciassette case. Voleva togliersi la vita. Oggi è stato premiato per il coraggio civile. Sogna di diventare ballerino: studierà danza alla Florida International University.
La danza della morte inizia quando non sa ancora camminare. All'età di sette mesi arriva nei sobborghi di Miami con la mamma, lasciando la natìa Puerto Rico. La madre diventa tossicodipendente, così il padre, che infligge al bambino, e ai fratellini che verranno, violenze e maltrattamenti.
A dieci anni Steven, insieme al fratello minore e alla sorellina, viene dato in affidamento. Non si tratta di paradisi. Racconta di abusi fisici ed emotivi. «È duro traslocare in casa di altra gente... È duro vivere con qualcuno che è pagato per stare con te. Un bambino viene letteralmente inghiottito dal sistema dell'affidamento». E non è tutto. «Essere gay rende le cose peggiori». Non immagina quanto il rifiuto dell'omosessualità possa ferirlo. Così si confida con i genitori affidatari che ha sentito spesso, con la Bibbia in mano, parlare di «amore». Dice: «Sono gay». Rispondono: «Non è possibile». «Mi hanno detto che se amavo un ragazzo sarei andato all'inferno, che è sbagliato e che non dovevo farlo», racconta.
Il ritmo diventa ossessivo. Inizia da parte dei due pastori un compulsivo ricorso al battesimo per liberarlo dal «male»: «Sono stato battezzato non so quante volte per compiacere i miei genitori affidatari. Ovviamente non è servito a niente». Si chiama esorcismo, una pratica adottata non di rado, e non solo in America. «Incontravo continui pregiudizi, anche da parte degli assistenti sociali. Scappavo dalle case, mi riportavano indietro e mi sottoponevano a forza al test per la sieropositività. Ho anche cercato di cambiare per essere accettato, ma al prezzo di un'incredibile tensione». Sembrava la fine. «Pensai al suicidio - continua Steven - Volevo togliermi la vita che mi sembrava senza valore». Secondo il dipartimento americano dei Servizi sanitari e umani, sono gay il 30% degli adolescenti, il 28% degli emarginati e il 40% dei senzatetto che si suicidano.
Oggi Steven ha scoperto altri passi, quelli della gioia. Cosa è cambiato? Vive con due madri affidatarie molto accoglienti. Durante queste vacanze, ha festeggiato due riconoscimenti: il premio nazionale per il coraggio della Colin Higgins Foundation e il premio locale del servizio comunitario «Fai la Cosa Giusta». «Sono scioccato - ha detto Steven - Mi premiano per aiutare la gente e aiutare me stesso».
Una vera e propria giravolta. Aveva perso completamente la stima di sé, si pensava un mostro, disertava la scuola. Un giorno decide di frequentare una di quelle che in Italia chiamiamo «associazioni» dove trovare chi ti dà una mano a non rinnegarti perché gay, l'organizzazione Pridelines Youth Services di Miami. Conosce la direttrice esecutiva, Denise Hueso. «Lei era calma, gentile e alla mano. Cominciai a passare un sacco di tempo al Pridelines, svolgendo attività di servizio comunitario. È la svolta».
Non balla più da solo. Denise Hueso e la sua partner, Sandra Newson, desiderano dei figli e decidono di chiedere l'affidamento di Steven. Lo stato della Florida proibisce ai gay e alle lesbiche di adottare ma non di diventare genitori affidatari. «Ne abbiamo parlato per mesi - racconta Hueso - Poi abbiamo detto: "Che diamine, facciamolo!"». Nel febbraio del 2003 Steven si trasferisce nella loro casa a Little Gables. A scuola il cambiamento è subito evidente. Osserva Michael Guthrie, direttore dell'istituto tecnico di Miami che Steven frequenta oggi con successo: «Finalmente ha trovato due persone che si prendono molta cura di lui. Le chiama "le mie mamme"». Denise Hueso e Sandra Newson, 38 e 40 anni, hanno trovato la strada giusta: «La cosa più difficile da imparare per Sandra e per me - dice Denise - è stata accettare che Steven è sopravvissuto per tutta la sua vita senza di noi, e ci è riuscito molto bene. Possiamo solo offrirgli la nostra esperienza».
Un passo dietro l'altro. Lavora per 24 ore alla settimana a Care Resource, il più grosso servizio di assistenza per l'AIDS della Florida. «Sono l'educatore più giovane, faccio di tutto perché la gente si sottoponga al test per l'HIV». Fa il consulente per gli adolescenti gay al Pridelines. «Dico che ero come loro e so che è orribile sentirsi così. Dico che le cose positive verranno. Ma perché vengano occorre lavorare».
Succede, alla fine qualcuno apre gli occhi. Dopo che qualcun altro li ha chiusi lasciando il segno. Come Colin Higgins, scrittore e regista (è suo il noto film «Harold e Maude») morto di AIDS nel 1988. La Colin Higgins Foundation è attenta a quanti fronteggiano discriminazioni basate sull'orientamento sessuale e sull'identità di genere. Ne sceglie 5 ogni anno che premia con un finanziamento di 5000 dollari e una borsa di studio per il 17° convegno annuale del National Gay and Lesbian Task Force Creating Change, cioè un gruppo speciale per il cambiamento creativo.
La Colin Higgins Foundation ha attribuito il premio a Steven per la sua storia e per il suo attivismo: è rappresentante giovanile della Florida State Commission, membro esecutivo del Pridelines Youth Services e fondatore del Gay, Lesbian and Straight Education Network nel suo liceo. Steven partecipa ai corsi per i genitori affidatari e spiega il disagio di un giovane gay. Dice che c'è un gran bisogno nella comunità di genitori affidatari omosex. Vuole fare l'attivista per tutta la vita.
Ha iniziato a danzare, non si fermerà più. Aiuterà a danzare i tanti Steven paralizzati dal disagio.
http://www.gaynews.it/view.php?ID=30494
Pinguini e Opus Gay
Il movimento cattolico ultraconservatore dell'Opus Dei ha perso la battaglia contro un giornale gay cileno.
di Delia Vaccarello da "1,2,3...liberi tutti de l'Unità"
OPUS DEI E OPUS GAY. Santiago, Cile: le parole non hanno padroni. Il movimento cattolico ultraconservatore dell'Opus Dei ha perso la battaglia contro un giornale gay cileno. Il ramo cileno dell'Opus Dei aveva fatto causa al giornale, che si era chiamato Opus Gay, dicendo che la pubblicazione aveva infangato il movimento cattolico. L'Opus Dei, vicinissima al Vaticano, è uno dei principali oppositori in tutto il mondo dei diritti dei gay e delle nozze omosex. Dopo due anni di battaglia legale la commissione giudiziaria cilena per la proprietà intellettuale ha emesso una sentenza favorevole al giornale Opus gay. La sentenza è stata definita dal Movimento per l'integrazione e la liberazione omosex una «vittoria senza precedenti». Insomma ognuno può chiamare la propria attività «opus», con il termine latino che corrisponde alla parola italiana «opera». C'è l'opera di Dio e c'è l'opera gay.
OPUS GOLF. Lottiamo per i diritti scendendo in … un campo da golf. Il sindaco di Atlanta, in Georgia ha imposto una multa di 90.000 dollari ad un esclusivo club di golf, il Druid Hills Country Club, che aveva rifiutato di riconoscere i partners dei suoi soci gay e lesbiche. Il club, la cui iscrizione ammonta a 40.000 dollari, con una tassa mensile di 475 dollari, aveva detto allo psicologo Lee Kyser e all'avvocato Randy New, entrambi gay, che i loro partner non potevano avere gli stessi diritti degli altri «familiari». Il club ha annunciato ricorso. I repubblicani sono in allarme: se il municipio vincesse la causa, le coppie registrate come «domestica partners» dovrebbero essere trattate come le coppie sposate. Le vie del golf sono infinite.
OPUS ZAPATERO. Le vie di Zapatero, invece, sono laiche. Il governo spagnolo ha approvato in via definitiva il progetto di legge che prevede il riconoscimento delle unioni gay dopo aver studiato un rapporto ad hoc del Consiglio di Stato. «Abbiamo mantenuto i tratti essenziali del disegno precedente, cioè l'equiparazione dei diritti dei gay con quelli degli eterosessuali», ha detto la vicepremier del governo, Maria Teresa Fernandez de la Vega, aggiungendo che la nuova legge «elimina una discriminazione ingiustificata. Ora il diritto a sposarsi ce l'hanno tutti», ha concluso la vicepremier. Nella cattolica Spagna, l'opus di Zapatero ha fatto valere un principio laico per eccellenza: i diritti non sono tali se non sono di tutti. Insomma, i diritti come le parole non hanno padroni.
PINGUINI GAY E LA FORZA DEL MISTERO. Roy e Silo non sono soli. La coppia di pinguini gay del Central Park Zoo di New York non è l'unica al mondo. I ricercatori dell'università di Kyoto hanno scoperto che circa 20 coppie di pinguini nei 16 acquarium e zoo principali nipponici sono gay. Come Roy e Stilo non si curano delle femmine, costruiscono un nido e hanno frequenti incontri sessuali. Non è tutto. I pinguini di New York hanno avuto una piccola. Il guardiano dello zoo ha dato loro un uovo che necessitava di cure per aprirsi. Roy e Silo l'hanno covato per i regolari 34 giorni finchè non è nata una femmina, la pinguina Tango, che hanno allevato tenendola al caldo e nutrendola col becco. Alcuni zoologi hanno puntualizzato che dire che Roy e Silo sono omosessuali è una semplificazione e che quello che lega queste coppie è un mistero. Mistero? Nel 1999 Bruce Bagemihl pubblicò «Esuberanza biologica: omosessualità animale e diversità naturale», ovvero il comportamento animale omosex in 450 specie (scimmie, polipi, pinguini…). Il libro è stato citato come documento nel corso dello storico processo che ha decretato l'abolizione della legge anti-sodomia del Texas. Lungi dal dedurre verità che riguardano l'essere umano dal comportamento animale, ci sembra che, come succede per le parole e per i diritti, anche l'«opus gay» può essere di tutti. Scimmie e pinguini compresi.
http://www.gaynews.it/view.php?ID=30495
martedì 4 gennaio 2005
Il regime
«L’episodio dell’Antitrust (sono stati nominati controllori del potere due sodali e amici del potere, ndr) leva molti argomenti a chi, come il sottoscritto, esitava a usare con troppa disinvoltura la parola regime. Nel 2005 comincerò a usarla senza problemi, e non per colpa mia. Buon anno a tutti».
Michele Serra, 31 dicembre 2004
lunedì 3 gennaio 2005
Zapatero: raffica di riforme per un paese laico
Ma legge matrimoni gay scatena tensione con episcopato spagnolo
Roma, 3 gen. (Apcom) - E' giunto al governo inaspettatamente nel marzo scorso, ma il premier spagnolo, il socialista José Luis Rodriguez Zapatero, ha dimostrato nel corso del 2004 di fare sul serio e di voler attuare il suo ambizioso programma di riforme economiche e sociali.
Le elezioni del 14 marzo scorso si erano svolte sull'onda della commozione per gli attentati ai treni di Madrid di tre giorni prima per mano di una cellula islamica legata ad Al Qaida, in cui morirono 190 persone. I sondaggi precedenti agli attentati assegnavano la vittoria al Partido Popular, e Zapatero aveva incentrato la sua campagna facendo leva sul sentimento pacifista dell'elettorato spagnolo, contrario in grande maggioranza alla guerra in Iraq.
Il primo punto nel programma elettorale di Zapatero era proprio il ritiro delle truppe dall'Iraq, con una inversione a 180 gradi della politica estera fin lì condotta dal premier uscente, José Maria Aznar, che aveva sostenuto l'intervento militare anglo-americano. Vinte le elezioni - grazie anche all'imperizia del governo Aznar nella gestione della crisi degli attentati - Zapatero ha esordito annunciando il ritiro del contingente spagnolo dall'Iraq, dimostrando così di voler tener fede a quanto promesso.
Nelle settimane successive il governo socialista si è messo al lavoro per introdurre nel corso della legislatura una serie di provvedimenti che toccano questioni controverse come l'aborto, il divorzio, la repressione della violenza domestica contro le donne, le unioni omosessuali, la ricerca scientifica, l'eutanasia e il finanziamento della Chiesa cattolica da parte dello Stato: una vera e propria offensiva per ribadire il carattere laico dello Stato, che rischia però di alimentare una nuova contrapposizione tra il governo e la Chiesa di Spagna. Un diverbio che richiama alla memoria i turbolenti anni della Seconda Repubblica spagnola e la guerra civile combattuta nel Paese iberico tra il 1936 e il 1939, vissuta dai cattolici spagnoli come una 'crociata' per la difesa della religione.
Nei primi mesi del 2005 le tensioni tra il governo Zapatero e la Chiesa di Spagna potrebbero acuirsi. Il 30 dicembre il governo ha infatti approvato la proposta di legge che modifica il codice civile, legalizzando le unioni fra le coppie omosessuali ed equiparandone i diritti a quelli dei matrimoni eterosessuali, compresa dunque la possibilità di adottare i figli. Il testo dovrà essere discusso dalle Cortes, che potrebbero approvarlo anche prima della prossima estate. Zapatero nel difendere il progetto è stato chiaro: "Quel che vuole il governo è che queste persone cessino di essere cittadini di seconda classe e ottengano pieni diritti, tra i quali quello di poter formare una famiglia".
La Conferenza episcopale spagnola ha lanciato però la sua controffensiva, e il 26 dicembre ha diffuso un documento in cui ha ribadito la sua difesa del modello di famiglia tradizionale e in cui ha attaccato l'omosessualità, giudicata "eticamente riprovevole". In particolare i vescovi spagnoli negano allo Stato la capacità di disciplinare il matrimonio tra le persone dello stesso sesso, e non riconoscono alle coppie gay ogni diritto in materia di adozione.
Anche la questione basca animerà senz'altro il dibattito politico in Spagna nel corso del 2005, e impegnerà il governo in una delicata azione per disinnescare il cosiddetto 'Piano Ibarretxe', il piano promosso dal presidente regionale basco, Juan José Ibarretxe, il progetto di riforma dello statuto di autonomia dei Paesi Baschi che prevede per Euskadi lo status di "Paese associato" con la Spagna.
Il Piano Ibarretxe è stato approvato dal Parlamento basco con uno scarto minimo il 30 dicembre scorso, ma sia Zapatero che il leader del Partido Popular, Mariano Rajoy, respingono il contenuto del documento, considerato incostituzionale. Il premier, contrariamente a Rajoy, non vuole investire della questione il Tribunale costituzionale, e preferirebbe che fosse il Parlamento a bocciarlo, con un voto a maggioranza assoluta dei parlamentari socialisti e popolari.
Il 20 febbraio si svolgerà infine in Spagna il referendum sul Trattato costituzionale dell'Ue, firmato a Roma alla fine dello scorso ottobre. Anche in materia di politica europea Zapatero ha compiuto una netta inversione rispetto al governo Aznar, favorendo il raggiungimento dell'accordo per la sigla del Trattato, e riallineando la Spagna ai paesi della 'Vecchia' Europa rispetto a una strategia che privilegiava l'alleanza transatlantica.
Plg
http://www.gaynews.it/view.php?ID=30480
Domani su l'Unità la rubrica glbt "Uno, due, tre... liberi tutti"
Domani la pagina di 'liberi tutti' su l'Unità ha come storia centrale
- la vicenda di Steven Alicea, (Florida) che poteva essere la storia di un ragazzo spacciato e invece ha un lieto fine sorprendente
- ragazzo gay adottato da una coppia di protestanti pastori e rifiutato perché gay a rischio di suicidio viene infine adottato da due donne lesbiche dal momento dell'adozione in poi Steven rinasce finché diventa un "ragazzo coraggio" premiato per questo
- in pagina una lettera con cui una lettrice chiede dei risultati in termini di copie vendute della campagna di sostegno per il giornale e per liberi tutti avviata con l'appello del direttore Furio Colombo "noi contiamo su di voi"
- in basso il tam tam che parla di Opus dei e Opus gay
- in alto l'agenda fitta di appuntamenti
Romano Prodi, 31 dicembre 2004
«In queste condizioni, di fronte a Presidenti delle Camere che indeboliscono con le loro scelte una delle più autorevoli istituzioni di garanzia che l’Italia abbia, non posso che gridare forte tutta la mia indignazione e dire che non è questa l’Italia che noi vogliamo e che gli italiani meritano».
Romano Prodi, 31 dicembre 2004
domenica 2 gennaio 2005
Il maremoto e i politici
di Stefano Benni
George Bush.
Sono arrabbiato per le reazioni isteriche del mondo a un evento naturale quale il maremoto asiatico. Questo inconveniente non deve farci dimenticare le gerarchie di importanza. Il vero problema del mondo, la prima e unica cosa di cui avere paura è il terrorismo. Ci ho messo anni a inventare questa balla americocentrica, e adesso non venitemi a dire che c'è qualcosa di molto più pericoloso e urgente. La catastrofe ecologica non fa rieleggere i presidenti e ostacola l'economia mondiale. Ci hanno subito accusato di essere tirchi, di essere capaci solo di invadere e sfruttare, non di aiutare. Ci hanno subdolamente chiesto: perché i mille satelliti che monitorano il pianeta metro per metro non sono serviti in un caso come questo? Rispondo: perché i satelliti li usiamo per motivi militari, e spiano i talebani, non gli tsunami. Va bene, ci sono state centoventimila vittime, ma questo è ricattatorio e poco elegante, noi non diamo mai i numeri dei morti nelle nostre guerre. In quanto al sud-est asiatico, non mi è simpatico, ci abbiamo già perso una guerra. Ho chiesto ai miei sponsor petroliferi, e mi hanno confermato che lì c'è poco petrolio e comunque le industrie estrattive sono rimaste intatte. A chi ci accusa di spendere 1000 volte di più per gli armamenti che per le ricerche sui danni all'ecosistema io rispondo: sono eletto dai produttori di armi, non dai pescatori. E gli americani vanno in vacanza alle Hawai, dove il sistema di allarme tsunami c'è da anni. E' ora di far tacere gli ecoterroristi aizzati da psudoscienziati e traditori come Rifkin, una banda di gufi predicenti che dovremo affrontare nuovi eventi catastrofici, come lo scioglimento della banchisa e il marasma alluvionale. Paroloni a vanvera. Preferisco il vecchio Bin Laden, che almeno parla di cose che conosco. Perciò continueremo a non firmare il protocollo di Tokyo, a trivellare l'Alaska, a abbattere foreste, a far girare per il mondo sottomarini nucleari, satelliti elettromagnetici e superpetroliere col buco. Ma non è vero che siamo tirchi, la faremo vedere a quei pezzenti dell'Onu. Ho preparato una grande coalizione umanitaria: purtroppo ultimamente ho speso troppo in bombe e manco di contanti, ma presto manderemo in Asia aerei pieni di dollari, bibite, tavole da surf e marines. Cacceremo fuori i soldi, basta che la smettiate di rompere col maremoto e che si ristabilisca una sana gerarchia dei media. La catastrofe climatica deve tornare al 26° posto, la paura del terrorismo al primo, le Borse al secondo e il calcio al terzo. E in quanto alla teppaglia dell'Onu, perché nessuno ammette che il maremoto è la prova della giustezza della mia guerra in Iraq? Saddam possedeva armi di massa, e ha pensato di liberarsene scaricandole in mare. Me l'ha detto Rumsfeld, e lui non dice mai bugie. Qualcuno ha lanciato l'allarme che ci saranno altri tsunami, forse anche sulle coste Usa. Impossibile, perché Dio è con noi. Ma se decidesse di attaccarci, non ci lasceremo intimidire. Vladimir Putin
Quale presidente del paese autore di alcune delle catastrofi ecologiche del secolo, da Cernobyl alla morte del lago d'Aral, devo dire che il sistema russo è migliore del vostro. Sia noi che voi ci rendiamo conto del disastro solo quando è avvenuto. Ma voi ne parlate un'ora dopo, noi diamo la notizia un anno dopo.
Silvio Berlusconi.
Mi dispiace per le vittime ma non bisogna esagerare. In fondo le mia ville in Sardegna sono salve, e io i soldi in banca alle Cayman. Non è vero che le associazioni non governative si sono mosse molto più in fretta di noi. Siamo stati prontissimi. Fini ha imparato a memoria il prefisso dell'Indonesia in meno di un'ora. Abbiamo già avviato tutta una serie di iniziative preventive. Alzeremo di dieci metri il progetto del ponte di Messina. Ho mandato il mio euro di offerta attraverso Telecom. Ho detto a Emilio Fede che gli rimborserò personalmente il set di valigie e il baule delle tinture. Ma non dimentichiamo che i problemi dell'Italia sono ben altri: bisogna salvare l'economia, Dell'Utri e Previti, e soprattutto truccare le elezioni. Certo, centoventimila morti sono un bel problema, ma avete mai provato a spartire venti viceministri e sottosegretari? Inoltre ho dovuto lasciare il Milan per colpa di una legge ingiusta e bolscevica. Obiettivamente parlando, il Milan in diciotto anni ha vinto tutto, che cosa ha vinto la Thailandia? Comunque seguiamo la situazione ora per ora, e stiamo cercando l'efficiente Matteoli, che ancora non sa cos'è successo.
Giancarlo Fini
Sì, c'è stata un po' di confusione, ma sono nuovo del mestiere. Noi di An siamo bravissimi a occupare i posti in consolati e ambasciate, molto meno a fornirli di fondi e farli funzionareMa non esageriamo. In fondo Gianni Morandi, Maldini, Inzaghi e Zambrotta si sono salvati. Non possiamo farci niente se la gente va in spiaggia senza documenti o si scorda di caricare il telefonini. Comunque ricordo a tutti di non partire per le Maldive, specialmente i pensionati che lì pullulano .
In quanto al competente Matteoli, l'ho trovato. Era al parco nazionale d'Abruzzo a vendere abeti natalizi. L'ho avvisato dello tsunami. Ci è rimasto molto male, e questa è la prova della sua serietà.
Attila Matteoli
Sono il competente ed efficiente Matteoli e so tutto sullo tsunami. E' uno sport violento ma non credevo che potesse fare tanti morti. In quanto al maremoto, come dice il nome stesso, colpisce le case in riva al mare. Perciò bisognerà subito vendere la costa amalfitana e la riviera ligure perché così, se ci sarà un maremoto, non colpirà gli interessi italiani. Ho subito formato un pool di esperti formato da Rubbia , Zichichi, Milly Carlucci,Veneziani ed Albertazzi. Dopo una proficua riunione abbiamo stabilito che: a- l'asse terrestre si è spostato di dieci centimetri ma questo non avrà conseguenza sugli equilibri del governo
b- Sumatra si è spostata di trenta metri ma di questo passo si scontrerà con la Sicilia solo tra due milioni di anni.
c- l'Himalaia si è innalzata ma tanto non ci va quasi nessuno.
d- non firmeremo il protocollo di Kyoto perché Bush dopo Pearl Harbour non si fida dei giapponesi.
Abbiamo già posto in atto severe misure per difendere le nostre coste. Sull'Adriatico. Le sedie dei bagnini saranno alzate di un metro per poter avvistare onde anomale in anticipo.
Francesco Rutelli
Noi della sinistra abbiamo da tempo una visione globale e non locale della politica. Sappiamo bene che il problema del crollo dell'ecosistema pende su tutti noi ed è urgente attivarsi. Per questo chiedo a Mastella di recedere dal suo proposito di scissione. Stiamo preparando una commissione che elencherà i venti punti di maggior pericolo del mondo. Quando avremo deciso chi sarà il presidente e quando Parisi Prodi e Bertinotti la smetteranno di impuntarsi, potremo dare una svolta globale ed epocale alla ricerca. E ora preghiamo.
Roberto Calderoli
Sappiamo che tra i dispersi ci sono dei lombardi. Ebbene, ho letto da qualche parte che questa è la vendetta di un certo Poseidone. Sappia questo signore, il cui nome evidenza chiare origini meridionali, che abbiamo posto una taglia sulla sua testa, e che nessuno può toccare un padano, neanche in vacanza. Se qualcuno dice che siamo bravi a far propaganda, mentre per il Po c'è un piano anti-alluvione insufficiente e antiquato, rispondiamo: il Po, come la Lega, è esuberante e non può essere ingabbiato. Mi chiedo inoltre: perché da tre giorni non appaio più sui titoli del telegiornale? Conto forse meno di un cingalese?
Pierflavio Cattaneo
Chiedo scusa se la televisione italiana ha dovuto rivoluzionare un poco i suoi schemi, sembrando per un attimo una televisione vera. Anche io sono d'accordo che una semplice onda anomala non può sconvolgere i nostri programmi. I miei padroni mi hanno già sgridato e torneremo in pochi giorni ai nostri palinsesti di rassicurante merda. Ma non resteremo certo immobili davanti alla sciagura. Abbiamo già pronte tre maratone televisive di raccolta fondi. E in quanto ai problema che assilla tutti, posso rassicurarvi: l'Isola dei famosi non sarà sospesa, anzi si prevede un aumento di audience. Adesso però basta fango e sismologi, tra un mese dovremo aver scordato tutto.
Wall Street Journal
Basta con le voci che mettono a repentaglio l'equilibrio dell'economia. Confermiamo che le Borse asiatiche reggono, non essendo fatte di paglia. Ricostruiremo i villaggi turistici ancora più belli di prima, sopraelevati e robusti. Consigliamo ai risparmiatori di investire in industrie farmaceutiche, potabilizzatori di acqua, e aree edificabili in montagna. Non c'è catastrofe su cui non si possa guadagnare in borsa, come l'undici settembre ha dimostrato.
Proposta
Modesta proposta del gruppo Lupo. Perchéil manifesto non organizza in Italia una grande conferenza, una settimana di incontri sul disastro ambientale annunciato e vissuto? Chi può organizzarlo meglio di voi? Inoltre abbiamo deciso di versare aiuti soltanto su base comunale o regionale, a gruppi non governativi di cui si possano conoscere bene scopi e bisogni. Niente telefonini. Ci piacerebbe anche discutere su una nuova legge che renda meno lenta e difficile l'adozione degli orfani di guerra e di calamità.
Dio
In ordine alle accuse di accanimento e strabismo pervenute a questa alta sede, si ricorda: A- agli atei che io non esisto e B- ai credenti che Mosè ce la fece grazie a un maremoto. Sul fatto invece che l'umanità non abbia mai inferto ferite così grandi alla terra e la stia mettendo in pericolo, sono d'accordo, ma non posso farci nulla. Per gli atei, vale la motivazione precedente A. Per i credenti: perché allora continuate a credere in quelli che la distruggono?
da il manifesto del 31/12/2004
















